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Netrunner 26 “Twilight” riparte da Debian 13 e Plasma 6


La distribuzione Linux per desktop basata su KDE si aggiorna con Debian Trixie, kernel 6.16 e il server grafico XLibre al posto di Xorg.
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Netrunner 26, nome in codice “Twilight”, è la nuova versione della distribuzione Linux pensata per l’uso desktop e costruita attorno all’ambiente KDE Plasma. Il progetto esiste da oltre quindici anni: nato su base Kubuntu, dal 2015 ha spostato le fondamenta su Debian, guadagnandosi una piccola ma affezionata comunità tra chi cerca un sistema stabile con un desktop moderno e ricco di funzioni già pronte all’uso.

Con questa versione, Netrunner passa a Debian 13 “Trixie”, rilasciata da poco, e a KDE Plasma 6.3.6, un salto generazionale rispetto alla serie 5 della release precedente. Il desktop è più curato nell’aspetto e nel funzionamento, con componenti aggiornati a KDE Frameworks 6.13 e Qt 6.8.2.

Kernel più recente e XLibre al posto di Xorg


Una scelta interessante riguarda il kernel: dove Debian 13 propone di serie il Linux 6.12, Netrunner opta per il 6.16, più recente e con un supporto migliore per schede grafiche AMD e Intel, chip audio e adattatori Wi-Fi di ultima generazione.

Altra novità rilevante è l’adozione di XLibre Xserver per le sessioni X11. Si tratta di un fork del vecchio Xorg, nato per garantire compatibilità con le applicazioni X11 tradizionali e offrire un’alternativa a chi non vuole o non può ancora passare a Wayland. Per la gestione audio, invece, si passa a PipeWire e WirePlumber, ormai lo standard nelle distribuzioni moderne.

Applicazioni aggiornate e strumenti specifici


Tra il software preinstallato figurano Firefox 140.7 ESR, Thunderbird 140.6 ESR, LibreOffice 25.2.3, VLC, GIMP 3.0.4, Inkscape, Kdenlive e VirtualBox. Arriva anche Stacher7, un’interfaccia grafica per yt-dlp che permette di scaricare video e audio dal web senza passare dal terminale.

I pacchetti specifici di Netrunner sono stati riscritti per funzionare con Qt 6, incluso il montaggio condivisioni di rete Samba e il tema di accesso SDDM. Il sistema di gestione dei pacchetti unificato dovrebbe semplificare gli aggiornamenti futuri.

L’immagine ISO a 64 bit è disponibile sul sito ufficiale del progetto.

SOURCE:// netrunner.com
SOURCE:// linuxiac.com
SOURCE:// 9to5linux.com

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Quad9 aggiunge il DNS su QUIC: più veloce e più privato


Il resolver DNS no-profit Quad9 attiva il supporto a DoH3 e DoQ, i due protocolli basati su QUIC che migliorano latenza, sicurezza e resistenza ai problemi di rete, specialmente su mobile.
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Quad9, il resolver DNS no-profit con sede in Svizzera, ha attivato su tutta la sua rete globale il supporto a DNS over HTTP/3 (DoH3) e DNS over QUIC (DoQ). Entrambi i protocolli si basano su QUIC, la tecnologia di trasporto sviluppata da Google e poi standardizzata, che sta progressivamente rimpiazzando TCP in molte applicazioni web.

Il vantaggio pratico è concreto: QUIC integra cifratura e gestione della connessione in un unico passaggio, invece di negoziarle in sequenza come avviene con TCP e TLS. Questo riduce i tempi di avvio della connessione e, per il DNS, si traduce in risposte più rapide, specialmente quando la rete non è stabile. Un altro miglioramento rispetto ai protocolli tradizionali è la gestione delle perdite di pacchetti: con TCP, una singola perdita blocca tutte le richieste in coda. QUIC gestisce ogni query in modo indipendente, quindi una perdita non impatta le altre. Su mobile, dove le condizioni di rete cambiano di continuo, la differenza è apprezzabile.

DoH3 e DoQ: due approcci distinti


DoH3 è semplicemente DNS over HTTPS trasportato su HTTP/3, che a sua volta viaggia su QUIC. Per chi usa già l’endpoint di Quad9 (https://dns.quad9.net/dns-query) non serve fare nulla: i client che supportano HTTP/3 passano automaticamente al nuovo protocollo, compresi i browser basati su Chromium nelle versioni recenti.

DoQ è invece un protocollo diverso: porta le query DNS direttamente su QUIC, senza passare per HTTP. Usa la porta 853, la stessa di DNS over TLS. È ancora poco diffuso rispetto a DoH e DoT, e Quad9 lo attiva anche con l’obiettivo di stimolare l’ecosistema, dando agli sviluppatori di client DNS un’infrastruttura reale su cui testare.

Entrambi i protocolli sono disponibili su tutte le varianti del servizio: resolver con filtraggio dei malware, resolver senza filtri ed endpoint con ECS abilitato.

SOURCE:// quad9.net

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10 aprile, ostia (roma): evento sulla consapevolezza dell’autismo


📖 Lettura di fiabe
a cura di
Gruppo Subword
Associazione Le Tartarughe.

🗓️ Venerdì 10 aprile
🕟 16:30
📍 Scuola Amendola
via dell’Idroscalo 82, Ostia
#art #arte #AssociazioneLeTartarughe #autismo #giochi #GruppoSubword #laboratori #laboratoriArtistici #lettura #letturaDiFiabe #letture #Ostia #petTherapy #ScuolaAmendola #Subword

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Trantino, da incendiario a pompiere. Ma il problema è la sua idea di città


Nell’ultima intervista, rilasciata a La Sicilia e pubblicata il 5 aprile 2026, Trantino prova ad aggiustare il tiro, a riposizionarsi come uomo del dialogo e della moderazione. Ma la pezza è peggiore del buco. Di fronte alla bagarre di questi giorni, il sindaco lascia intendere che semplicemente i toni si siano alzati. Ma non è andata così. È stato proprio un suo post, sbagliato e […]

Leggi il resto: argocatania.it/2026/04/07/tran…

#AmministrazioneTrantino #EnricoTrantino #giovani #PalestraPietroLupo #SanBerillo

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Continua la persecuzione contro Pınar Selek – Aggiornamenti dall’udienza a Istanbul del 2.4.2026


Una vicenda giudiziaria che affonda le sue radici nell'attacco del potere turco contro il mondo accademico
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La vicenda giudiziaria che coinvolge Pınar Selek, sociologa, scrittrice, attivista femminista e antimilitarista, trae origine dall’arresto avvenuto nel 1998 sulla base di una contestazione relativa all’attentato esplosivo verificatosi nello stesso anno presso il mercato delle spezie di Istanbul.

Sin dall’inizio, tuttavia, il procedimento si è concentrato sull’attività di ricerca sociologica condotta dall’imputata sulla comunità e sulla resistenza curde. Un ambito di cui Selek si è rifiutata di fornire informazioni e nominativi. Questo rifiuto le è costato un regime di torture durante il periodo di detenzione.
Nel corso di oltre ventotto anni di procedimenti penali a suo carico sono state pronunciate quattro sentenze assolutorie. Nonostante ciò, il procedimento è stato riaperto più volte con la costante richiesta di emettere ed eseguire un mandato di arresto internazionale e di ottenere l’estradizione dalla Francia, dove Pınar Selek continua a svolgere oggi la sua attività accademica come professoressa associata di sociologia all’Università Côte d’Azur.
Il collegio difensivo evidenzia come l’Interpol abbia escluso la legittimità del mandato di arresto internazionale, non ravvisando i presupposti per una cooperazione internazionale, circostanza che non ha impedito la prosecuzione del processo né la reiterazione delle richieste di comparizione personale e di applicazione di misure detentive.

In tale contesto si è svolta l’udienza del 2 aprile 2026 dinanzi alla 15ª Camera della Corte d’Assise di Istanbul.
L’udienza si è conclusa con un ulteriore rinvio al 18 settembre 2026, ore 13.00, senza alcuna trattazione nel merito.

Il rinvio è stato motivato, da un lato, dall’assenza dell’imputata, la cui presenza è ritenuta necessaria ai fini della prosecuzione del giudizio, e, dall’altro, con riferimento alla mancanza di riscontro sulla richiesta di estradizione dalla Francia. La procura ha ribadito la necessità della presenza fisica di Pınar Selek, escludendo la possibilità di audizione tramite rogatoria internazionale attraverso l’autorità giudiziaria francese e insistendo sulla richiesta di estradizione. Nel corso dell’udienza è stata altresì acquisita agli atti, su istanza delle difese, la pubblicazione “Lever la tête, la recherche interdite sur la résistance kurde” edita nel febbraio di quest’anno dall’Université Paris Cité, accompagnata da una relazione sulla diffusione accademica della ricerca. La produzione documentale è stata valorizzata dalle difese quale elemento idoneo a provare la natura esclusivamente scientifica dell’attività svolta dall’imputata. Le condotte contestate a Pinar Selek hanno recentemente incluso anche la sua attività accademica in Francia: in particolare le viene contestata la partecipazione a iniziative universitarie sul tema delle migrazioni, descritte come elementi di collegamento con il PKK. Una contestazione che rischia di avere gravi ripercussioni sulla libertà accademica e di ricerca, come era stato già denunciato l’anno passato da numerosi accademici con la sottoscrizione di un appello in solidarietà alla collega, pubblicato in Italia da Il Manifesto.

Alla trattazione dell’udienza erano presenti esponenti del movimento femminista e LGBTAIQ+, ospiti della conferenza stampa ad Istanbul in collegamento con Pınar Selek – invitata presso la sede francese della LDH (Ligue des Droits de l’Homme).

C’erano inotre l’associazione accademica France Université, ricercatori e ricercatrici di diversi atenei francesi, due deputati de La France Insoumise e di L’Après, l’eurodeputata verde Melissa Camara; nonché una rappresentante dell’ordine degli avvocati di Lione insieme a numerose altre avvocate europee e rappresentati di organizzazioni per i diritti umani di Svizzera e Francia.
Il permanere delle accuse contro Pınar Selek si colloca in un contesto di politica interna in cui il partito AKP, pur avendo attivato il percorso di dialogo e pacificazione con il PKK, lascia immutato un quadro interno caratterizzato da continue violazioni dei diritti fondamentali, con lo strumento penale utilizzato per continuare a reprimere il dissenso politico e le lotte sociali, l’autodeterminazione delle donne e delle soggettività lgbtaiq+.

Per partecipare alla prossima udienza e sostenere la campagna di solidarietà si può prendere contatto con l’Associazione Nazionale Giuristi Democratici.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Flow 2.0.5: gesti, ricerca vocale e nuova build per F-Droid


Flow 2.0.5 aggiunge gesti pinch-to-zoom, ricerca vocale, pulsante per saltare gli sponsor e una build FOSS dedicata a F-Droid.
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Flow, il client YouTube per Android con raccomandazioni gestite interamente in locale, si aggiorna alla versione 2.0.5 con una lista di novità piuttosto lunga.

La più visibile riguarda i gesti nel riproduttore video: adesso si può ingrandire con il classico pinch-to-zoom e passare a schermo intero con uno swipe verso l’alto, due scorciatoie che rendono l’esperienza più fluida. Arriva anche la ricerca vocale, un selettore per cambiare l’icona dell’app e la possibilità di disattivare il feed della schermata principale per chi preferisce un approccio più minimale.

SponsorBlock e riproduzione


Per chi usa SponsorBlock, questa versione aggiunge un pulsante per saltare manualmente i segmenti sponsorizzati, utile quando il salto automatico non convince. C’è anche un nuovo toggle per lo stabilizzatore vocale e la possibilità di continuare la riproduzione video durante una telefonata, gestendo il focus audio in modo indipendente.

FlowNeuro e due build distinte


Il motore di raccomandazioni locale, FlowNeuro, è stato modularizzato e ora genera suggerimenti in modo più mirato, con un apprendimento basato anche sui tag dei contenuti. A livello di distribuzione, Flow offre ora due varianti: la build GitHub classica, con controllo automatico degli aggiornamenti, e una build FOSS senza questa funzione, pensata per la pubblicazione su F-Droid e IzzyOnDroid.

Tra le altre migliorie: deduplicazione degli Shorts nel feed iscrizioni, caricamento più rapido, menu azioni rapide con pressione prolungata sulle schede video, più opzioni per la risoluzione di download e diverse correzioni di stabilità.

Flow è gratuito, open source con licenza GPLv3 e non richiede account Google né servizi proprietari. L’APK si scarica da GitHub o, per la versione FOSS, dai repository compatibili.

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Ente riscrive la crittografia in Rust e la fa verificare da un auditor basato su IA


Il nuovo componente crittografico in Rust puro di Ente supera l'audit di sicurezza di winfunc, startup che usa LLM per trovare vulnerabilità reali nel codice.
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Ente ha riscritto da zero il proprio componente crittografico in Rust puro, eliminando la dipendenza da libsodium, e lo ha sottoposto a un audit indipendente prima di metterlo in produzione. Risultato: nessun problema critico.

Il nuovo crate, ente-core, è già attivo nella beta web di Locker (la cassaforte cifrata per documenti e credenziali) e in Ensu, l’app per chat con LLM locali lanciata a marzo.

Chi è Ente


Ente è un’azienda che sviluppa servizi cloud interamente cifrati e open source. Il prodotto principale è Ente Photos, un’alternativa a Google Photos e iCloud con crittografia end-to-end: le foto vengono cifrate sul dispositivo prima di lasciarlo, e i server non possono accedervi. Accanto a Photos c’è Ente Auth, un’app per l’autenticazione a due fattori nata come sostituto di Authy dopo la sua dismissione.

L’ultimo arrivato nella famiglia è Locker, una cassaforte digitale per documenti sensibili, credenziali e note riservate, con funzioni di condivisione protetta e passaggio di consegne in caso di emergenza. Locker è gratuito fino a 100 elementi; il limite sale a 1000 per chi ha un abbonamento Photos.

Tutto il codice è pubblicato su GitHub e l’infrastruttura crittografica è stata già verificata in passato da Cure53 e Symbolic Software.

Perché abbandonare libsodium


Libsodium è una libreria solida e collaudata, ma i suoi wrapper Rust dipendono da libsodium-sys, un collegamento a codice C che complica la compilazione multipiattaforma. Con le librerie del progetto RustCrypto, Ente ottiene le stesse primitive crittografiche con piena compatibilità nel formato dei dati, ma compilabili nativamente per ogni piattaforma, mobile e web via WASM inclusi, con un singolo cargo build.

L’audit e la sorpresa


A verificare ente-core è stata winfunc, una startup che usa modelli linguistici per analizzare codice sorgente e trovare vulnerabilità. L’approccio è diverso dai classici scanner automatici: winfunc segue i percorsi dei dati nel codice, genera exploit funzionanti e propone correzioni mirate, non suggerimenti generici.

Ente li aveva già notati quando avevano analizzato spontaneamente il codice server del progetto, producendo un rapporto con meno falsi positivi e indicazioni più concrete rispetto agli strumenti tradizionali. Per ente-core li hanno scelti come auditor ufficiale.

Il rapporto completo è pubblico: solo problemi di gravità media e bassa, nessuno sfruttabile nel modello di minaccia di Ente. Il team prevede comunque di correggerli tutti.

Prossimi passi


L’obiettivo dichiarato è estendere ente-core a tutte le applicazioni dell’ecosistema (Photos, Auth, Locker, Ensu), arrivando a un’unica implementazione crittografica in Rust condivisa ovunque.

Per chi non conoscesse gli ultimi arrivi: Locker è la cassaforte cifrata per documenti sensibili e credenziali, gratuita fino a 100 elementi. Ensu è il progetto sperimentale di Ente Labs per usare modelli linguistici interamente in locale, senza inviare nulla al cloud.

SOURCE:// ente.com
SOURCE:// winfunc.com

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Bitwarden 2026.3.1 per Android: policy istantanee e pulizia della cassaforte


L'aggiornamento 2026.3.1 di Bitwarden per Android applica le policy organizzative in tempo reale, consente di eliminare gli elementi archiviati e corregge diversi bug su autocompletamento e passkey.
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Bitwarden per Android si aggiorna alla versione 2026.3.1 con una serie di miglioramenti che toccano sia la gestione organizzativa sia la stabilità dell’app.

La novità più rilevante per chi usa Bitwarden in ambito aziendale è l’applicazione istantanea delle policy organizzative: le modifiche decise dagli amministratori si propagano ora in tempo reale ai dispositivi dei membri, senza bisogno di sincronizzare manualmente la cassaforte. Un cambiamento piccolo sulla carta, ma che in ambienti con molti utenti fa la differenza.

Gestione della cassaforte e correzioni


Arriva anche la possibilità di eliminare gli elementi archiviati direttamente dalla cassaforte, una comodità per chi accumula credenziali obsolete e vuole fare pulizia senza troppi passaggi.

Il grosso dell’aggiornamento, però, sta nelle correzioni. Risolti diversi crash legati all’autocompletamento e alla navigazione tra schermate, un problema che impediva la creazione di passkey con alcune applicazioni, e un bug per cui i codici di verifica TOTP non venivano sincronizzati correttamente. Sistemata anche la duplicazione degli elementi dopo la scansione di un codice QR per l’autenticazione a due fattori.

Completano il pacchetto etichette e messaggi più chiari nell’interfaccia, un contrasto migliore per le icone e correzioni al generatore di passphrase e alla cronologia delle password.

L’aggiornamento è già disponibile su Google Play e su GitHub.

SOURCE:// github.com

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Ji?í Procházka: Seguire Alex Pereira nei pesi massimi è “un’ottima idea”


Ji?í Procházka ritiene di poter offrire una prestazione migliore contro Alex Pereira, nonostante le due sconfitte per knockout subite nei loro precedenti incontri titolati. Con Pereira che ha lasciato vacante il titolo dei pesi massimi leggeri, Procházka affronterà Carlos Ulberg per la cintura a UFC 327. Tuttavia, per una possibile rivincita futura contro Pereira, Procházka prevede di salire nei pesi massimi, ritenendo conclusa la permanenza del brasiliano nei 93 kg. Pur riconoscendo […]
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Ji?í Procházka ritiene di poter offrire una prestazione migliore contro Alex Pereira, nonostante le due sconfitte per knockout subite nei loro precedenti incontri titolati.

Con Pereira che ha lasciato vacante il titolo dei pesi massimi leggeri, Procházka affronterà Carlos Ulberg per la cintura a UFC 327. Tuttavia, per una possibile rivincita futura contro Pereira, Procházka prevede di salire nei pesi massimi, ritenendo conclusa la permanenza del brasiliano nei 93 kg.

Pur riconoscendo che il suo rendimento migliore si è visto nei massimi leggeri, afferma di avere esperienza nei pesi massimi sin dai tempi in Rizin e di poter competere con avversari più pesanti mantenendo velocità, resistenza e precisione. Nonostante il pensiero di Pereira resti presente, Procházka sottolinea che il suo obiettivo principale è conquistare il titolo UFC, affrontando ogni incontro come se fosse decisivo, senza focalizzarsi esclusivamente sulla vendetta.

Current Month

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Un giovane su 3 sogna di lavorare nello sport: le 10 professioni del futuro


Un giovane su tre sogna una carriera nello sport. Dalla tecnologia ai nuovi ruoli digitali, ecco le 10 professioni del futuro che stanno trasformando il settore
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Mentre nuove dinamiche digitali, come ad esempio i prediction markets, stanno ridefinendo il rapporto tra sport, tecnologia e finanza, il settore sportivo europeo continua a dimostrarsi un motore economico e occupazionale in forte espansione. Secondo The Careers & Enterprise Company, l'ente indipendente per l'orientamento professionale del Regno Unito, gli studenti che iniziano la scuola secondaria a 11 anni, hanno tra le loro principali ambizioni di carriera il settore sportivo (per il 29%), seguiti dalle professioni legate al mondo dell'arte e musica (19%) e la cura degli animali (15%).

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I dati di Glovo sul Carbonara Day mostrano oltre 250.000 ordini nell’ultimo anno. Roma domina la classifica, seguita da Milano e Napoli, mentre il sabato sera si conferma il momento preferito per il food delivery
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L'occupazione nel settore sportivo: i numeri


Sempre secondo i più recenti dati di Eurostat, nel 2023 erano circa 1,55 milioni le persone che, nell’Unione Europea, erano impiegate nel settore sportivo, pari allo 0,76% dell’occupazione totale. Nel 2024 il numero ha raggiunto circa 1,6 milioni di occupati, con una crescita del +6,5% su base annua, confermando un trend positivo dopo la fase pandemica che nei prossimi anni dovrebbe crescere ulteriormente. Le analisi evidenziano come lo sport sia un comparto particolarmente rilevante per l’occupazione giovanile: oltre un terzo dei lavoratori (36,8% secondoEurostat) ha tra i 15 e i 29 anni, una quota significativamente superiore alla media degli altri settori.

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Allo stesso tempo, il settore presenta caratteristiche peculiari: una maggiore diffusione dei contratti part-time, un’incidenza più elevata di lavoro autonomo e un livello di qualificazione professionale in costante crescita. Si tratta di dati particolarmente rilevanti in occasione della Giornata internazionale dello sport (World Sport Day), che si celebra ogni anno il 6 aprile. Proprio in questo ambito, da sempre capace di affascinare i più giovani, si inseriscono alcune delle professioni più richieste e ambite: dallo sport trader, il professionista che opera sugli eventi sportivi con un approccio strutturato e orientato ai processi, fino all’eSports manager, figura responsabile della gestione organizzativa, strategica e operativa di un team di videogiochi competitivi.

L'arrivo della digitalizzazione


Dal punto di vista economico complessivo, lo sport rappresenta un comparto strategico anche in termini di impatto sul sistema produttivo: si stima che esso contribuisca a circa il 3,4% del PIL dell’UE, generando milioni di posti di lavoro diretti e indiretti lungo la filiera. Parallelamente alla crescita occupazionale, il settore sportivo sta vivendo una trasformazione profonda guidata dalla digitalizzazione e dall’innovazione tecnologica. In particolare, secondo lo Sports Business Journal, il settore non è più limitato agli atleti, ma replica la struttura di un’azienda complessa, con funzioni che spaziano da marketing a finanza, fino a data, media e operations. Secondo analisi recenti, le attività legate allo sport rappresentano oggi la componente dominante di queste piattaforme, arrivando a costituire la gran parte dei volumi e dei ricavi.

“Il cambiamento che stiamo osservando non riguarda solo le professioni, ma il modo in cui le nuove generazioni si avvicinano al lavoro. C’è una crescente attrazione verso ambiti che uniscono dati, tecnologia e capacità decisionale. Anche nel mondo dello sport, sempre più spesso, non si tratta solo di passione ma di competenze legate all’analisi, alla gestione del rischio e alla lettura degli scenari” ha sottolineato Davide Renna, tra i principali sport trader professionisti a livello europeo.


Il settore sportivo europeo si trova oggi in una fase di forte evoluzione: da un lato continua a crescere come bacino occupazionale e leva economica, dall’altro si intreccia sempre più con innovazione tecnologica e nuovi modelli di business digitali. La sfida per i prossimi anni, secondo gli analisti, sarà trovare un equilibrio tra sviluppo economico, tutela dei lavoratori e regolazione di strumenti emergenti, in un ecosistema in cui sport, dati e finanza sono sempre più interconnessi.

“Lo sport trading è ancora poco conosciuto in Italia, ma rappresenta un ambito in forte evoluzione. Non è una questione di intuizione, ma di metodo: analisi dei dati, gestione del rischio e capacità di prendere decisioni in condizioni di incertezza. È proprio questa combinazione che lo rende una delle professioni più interessanti per chi vuole sviluppare competenze trasferibili anche ad altri contesti” ha concluso Davide Renna.



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Gli italiani stanno cambiando modo di decidere: sempre più persone chiedono alle IA consigli su acquisti, viaggi e servizi. Ma le aziende non sono ancora pronte a questo nuovo scenario
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Il futuro del settore: quali le professionalità più richieste


Tornando ai dati, sempre secondo Eurostat, anche l’occupazione femminile nel mondo sportivo è in costante crescita. Il numero di donne occupate nel settore ha visto un continuo aumento portando il numero di persone a 623.900 nel 2019, per poi diminuire nel 2020 (-50mila, -8,0%). Dal 2021 il numero di donne occupate nello sport è in crescita, raggiungendo nel 2024 il livello più alto a 721.100 (+29.100, +4,2 % rispetto al 2023). Ecco, nel dettaglio, quali sono le figure professionali che gli esperti ritengono in più rapida ascesa che uniscono passione per lo sport e innovazione tecnologica:

  • Digital sport producer: si occupa della produzione, gestione e distribuzione dei contenuti per l'editoria sportiva digitale;
  • Sports data analyst: è lo specialista che identifica e raccoglie tutti i dati relativi alle diverse discipline sportive (statistiche, dati e analisi);
  • Sport trader: professionista che opera sulla compravendita di quote nei mercati sportivi;
  • Club media manager: si occupa della comunicazione social delle società sportive e delle federazioni agonistiche;
  • eSports manager: gestisce l'organizzazione complessiva, la strategia e le operazioni di un team di videogiochi competitivi;
  • Sport-tech specialist: lavora su innovazioni come realtà aumentata per tifosi e/o allenamento immersivo;
  • Sustainability sport manager: si occupa di impatto ambientale di eventi, stadi e club;
  • Fan engagement manager: crea contenuti e strategie per coinvolgere i tifosi di club e squadre;
  • Performance sport scientist: combina fisiologia, biomeccanica e tecnologia per migliorare le performance;
  • Event & sport experience manager: organizza eventi sportivi (live, digitali, ibridi) puntando sull’esperienza del pubblico.

Carbonara Day: oltre 250.000 ordini su Glovo, Roma guida la classifica del food delivery


Il 6 aprile prossimo torna uno degli appuntamenti più amati dagli appassionati di pasta: il Carbonara Day. Si tratta della giornata dedicata a uno dei piatti simbolo della tradizione italiana, capace di conquistare il pubblico ben oltre i confini nazionali. In occasione della ricorrenza, Glovo fotografa i principali trend di consumo legati alla carbonara, confermando il successo senza tempo di una ricetta iconica anche nel mondo del delivery.

È San Valentino il giorno preferito


Secondo i dati rilevati da Glovo, negli ultimi 12 mesi in Italia sono stati consegnati 250.000 ordini contenenti carbonara. Un risultato che dimostra quanto un grande classico della cucina del Bel Paese continui a essere una scelta amata dagli italiani in ogni stagione e occasione. Tra le curiosità emerse, spicca un dato interessante: il giorno con il maggior numero di ordini di carbonara nell’ultimo anno è stato San Valentino, a conferma di come anche un piatto della tradizione possa trasformarsi in una coccola da condividere.

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Quando si ordina di più


La carbonara conquista soprattutto il weekend con sabato come giorno preferito dagli italiani per ordinarla. Quanto ai momenti della giornata, il consumo si concentra prevalentemente a cena, con un picco tra le 19 e le 20, fascia che raccoglie il 35% degli ordini. Segue il pranzo, in particolare tra le 12 e le 13. Guardando invece alla stagionalità, i mesi in cui la carbonara viene ordinata di più sono ottobre, settembre e maggio: per gli italiani è sempre un buon momento per gustarsi un buon piatto di carbonara.

La geografia della carbonara


A livello globale, l’Italia si posiziona nella top five per consumo di carbonara su Glovo, insieme a Spagna, Romania, Portogallo e Polonia, a dimostrazione di quanto questo piatto simbolo della tradizione italiana sia apprezzato anche all’estero. Nel panorama nazionale, è Roma a guidare la classifica delle città con il maggior numero di ordini, seguita da Milano, Napoli, Torino e Palermo. Stupisce la presenza di città come Catania, Bari e Padova, che rientrano nella top 10 delle città a maggiore diffusione di carbonara. Se quello romano resta un primato prevedibile, in quanto patria indiscussa della ricetta, questa fotografia racconta anche quanto la carbonara sia amata lungo tutto lo Stivale.

Tra i piatti romani più apprezzati


Tra amatriciana, cacio e pepe, pasta alla gricia e carbonara, quest’ultima risulta la più amata con il 48% degli ordini. Inoltre, se gli spaghetti restano il formato più iconico, la creatività dei menu disponibili su Glovo dimostra come questa ricetta si presti anche a interpretazioni diverse altrettanto sfiziose, come la Frittatina, i Tonnarelli, i Supplì, le Mezze maniche e i Rigatoni. Tradizione e sperimentazione convivono così in un piatto che continua a reinventarsi, mantenendo intatto il suo posto speciale nell’immaginario e nelle abitudini di consumo degli italiani.

World Backup Day: 1 over 70 su 3 in difficoltà con password e dati | TechPerTutti
In occasione del World Backup Day 2026, emporia rivela che oltre 1 over 70 su 3 ha difficoltà a gestire password, codici e informazioni personali. Ecco i consigli pratici per mettere al sicuro i propri dati digitali e aiutare chi è più vulnerabile
TechpertuttiGuglielmo Sbano


In un contesto sempre più guidato dai dati, il caso del Carbonara Day conferma come piattaforme digitali come Glovo non siano più solo servizi di consegna, ma veri osservatori privilegiati delle abitudini di consumo. I numeri registrati offrono uno spaccato chiaro delle preferenze degli utenti italiani, tra grandi classici intramontabili e nuovi trend legati alla fruizione del cibo. Un’evoluzione che rafforza il ruolo del food delivery come ecosistema tecnologico sempre più centrale nella quotidianità.


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Ubuntu 26.04 alza l’asticella della RAM: 6 GB per il desktop


Ubuntu 26.04 LTS alza i requisiti minimi a 6 GB di RAM per il desktop. Non è un capriccio: è un aggiustamento alla realtà del software moderno, arrivato però in un momento in cui la RAM costa cara.
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Ubuntu 26.04 LTS “Resolute Raccoon”, in uscita il 23 aprile, porta con sé una modifica silenziosa ma che farà discutere: i requisiti minimi per il desktop salgono a 6 GB di RAM, contro i 4 GB delle versioni precedenti. Processore dual-core a 2 GHz e 25 GB di spazio su disco rimangono invariati.

L’ultimo ritocco ai requisiti risaliva al 2019, quando Ubuntu 18.04 LTS passò da 2 a 4 GB. Sette anni dopo, Canonical fa un altro passo, ma attenzione a non interpretarlo male: non è che GNOME 50 pesi improvvisamente il doppio. OMG Ubuntu lo definisce un “honesty bump”, un aggiustamento di onestà verso la realtà. Browser moderni, sessione Wayland, sandboxing delle app, servizi in background: su un sistema con 4 GB si riesce ad arrivare a fine giornata, ma non è quello che Canonical intende per “esperienza funzionante”. Con 2 GB, la stessa fonte ha testato Ubuntu 26.04 Beta su un portatile e lo ha trovato utilizzabile ma frustrantemente lento.

Il tempismo, va detto, non è dei migliori. I prezzi della RAM sono in risalita, trascinati dalla domanda legata all’intelligenza artificiale, e chi ha un portatile con memoria saldata non ha molte opzioni.

Chi ha 4 GB e non può o non vuole aggiornare l’hardware ha comunque alternative valide. Lubuntu e Xubuntu girano con molta meno memoria, e per chi ha esigenze ancora più contenute esistono distribuzioni come Linux Lite, Bodhi Linux o il sempreverde Puppy Linux. Sui server, invece, nessuna novità: Ubuntu Server 26.04 parte da 1,5 GB per l’installazione ISO, con 3 GB consigliati per carichi di lavoro reali.

SOURCE:// documentation.ubuntu.com
SOURCE:// omgubuntu.co.uk
SOURCE:// tomshardware.com

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[r] _ finalisti dell’xi edizione (2026) del premio nazionale di poesia elio pagliarani _ testi editi e testi inediti

XI EDIZIONE DEL PREMIO NAZIONALE ELIO PAGLIARANI – 2026


Cerimonia di premiazione a Roma, Palazzo Esposizioni, lunedì 25 maggio 2026

Il Premio Nazionale Elio Pagliarani, giunto nel 2026 alla sua undecima edizione, è lieto di comunicare l’elenco delle raccolte finaliste. Il Premio alla carriera è stato attribuito, su proposta della Presidente, a Giulio Ferroni che sarà premiato con un’opera dell’artista Marzia Migliora.
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Raccolte edite finaliste


Tiziana Colusso, Corpo conduttore – XXXIII variazioni (Edizioni Progetto Cultura),

Antonella Antonia Paolini, Il macello moderno (Nino Aragno),

Ivan Schiavone, Didascalie venatorie (La Vita Felice)
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Raccolte inedite finaliste


Cinzia Colazzo, Sperimentale sarai tu / soda caustica,

Lidia Popolano, De vacuum natura,

Roberto Ranieri, Il ratto di Schrödinger
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tutti i comunicati e gli aggiornamenti sono disponibili all’indirizzo
tinyurl.com/pagliarani2026

Il premio è una delle attività dell’Associazione letteraria Elio Pagliarani dedicata allo studio della poesia contemporanea. Il Premio Nazionale Elio Pagliarani, nato nel 2015, ha per scopo il promuovere e valorizzare, nello spirito sperimentale del poeta, la scrittura poetica e la ricerca letteraria che dimostrino qualità creative ed espressive originali nell’innovazione linguistica.

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Promozione e Ufficio Stampa: Gisella Blanco, Marco Giovenale, Irma Serra, uffstampapremioeliopagliarani@gmail.com
Premio Nazionale Elio Pagliarani: premioeliopagliarani@gmail.com

premionazionaleeliopagliarani.…

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6. Sardegna, l’isola delle radici (un viaggio familiare).


La Sardegna, per me, non è una regione qualunque. Ma ci potrei vivere? https://www.spreaker.com/show/6745559/episodes/feed Oristano, Italia Il Natale a volte porta doni speciali. In un paese nel cuore della Sardegna, quell'anno aveva portato un bambino, il primogenito di una famiglia di contadini. Lo avevano chiamato Franceschino. Purtroppo il piccolo Franceschino era arrivato in un momento sbagliato. C'era la seconda guerra mondiale e le forze alleate avevano bombardato i porti fino a […]
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La Sardegna, per me, non è una regione qualunque. Ma ci potrei vivere?


Sardegna, l'Isola delle Radici. (Un Viaggio Familiare). – Verso Casa – dove il cuore vuole stare.


Dopo le isole dell’oceano, torno in Sardegna.Un luogo che conosco, che ho amato, e che avevo immaginato come possibile casa.Questa volta però non cerco un posto dove stare, sono qui per un'altra ragione.Ma perché non valutare la regione un'altra volta? Perché non vedere se in tutti questi anni la Sardegna è un po' cambiata? In questo episodio racconto il mio arrivo,le giornate tra paesaggi familiari e sensazioni stonate,il tentativo di ritrovare un senso di appartenenzache sembra sfuggire.La Sardegna è bella, viva, concreta. Potrò restare qui? Possiamo restare in contatto tramite questi canali. Ti aspetto 😀- simoneviaggiatore.com- youtube.com/@versocasa- https.//youtube.com/@simoneviaggiatore- tiktok.com/@simoneviaggiatore- mastodon.uno/deck/@simonperry



Il Natale a volte porta doni speciali.

In un paese nel cuore della Sardegna, quell’anno aveva portato un bambino, il primogenito di una famiglia di contadini. Lo avevano chiamato Franceschino.

Purtroppo il piccolo Franceschino era arrivato in un momento sbagliato. C’era la seconda guerra mondiale e le forze alleate avevano bombardato i porti fino a distruggerli. C’era anche il blocco navale e le merci non potevano arrivare dall’Italia continentale.

Gli uomini erano partiti per la guerra e senza benzina le macchine agricole erano ferme, il cibo scarseggiava.

Nei primi anni di vita il piccolo franceschino fu costretto a mangiare serpenti e scoiattoli per sopravvivere, ma anche pane fatto con farina e segatura. Una lepre o un frutto selvatico che riusciva ad acchiappare erano un grande regalo. La vita era difficile in quegli anni, anche dopo che la guerra era finita. Si viveva come si poteva, costruendo con le proprie mani le cose che mancavano.

E Franceschino era bravo a costruire le cose. Fabbricava le proprie biciclette usando le canne che crescevano lungo i bordi delle strade e poi aiutava i genitori nel panificio che avevano aperto. A suo padre mancava un braccio e due piccole mani in più facevano molto comodo. Qualche anno dopo venne mandato a fare l’apprendista nella bottega di un falegname.

Quando la bottega chiudeva, lui restava a dormire sul pavimento con uno strato di paglia a fare da materasso. Non appena la bottega riapriva, riprendeva a lavorare.

Ci sapeva fare con il legno e la passione di creare mobili gli sarebbe rimasta per sempre, anche dopo che la vita lo avrebbe portato su un binario completamente diverso.

A soli 18 anni Franceschino entrò nella scuola Allievi Carabinieri. Per lui quella scuola sarebbe diventata tutta la sua vita. Gli chiesero di lasciare l’isola per finire l’addestramento a Torino e lui lo fece.

Quando si era arruolato due anni prima sapeva che sarebbe successo, ma in linea teorica avrebbe potuto dimettersi e ritornare a casa nell’isola che amava più di se stesso. Ma non lo fece.

In qualche modo sentiva che seguendo quel percorso avrebbe potuto trovare una vita migliore. Purtroppo questo lo aveva portato via dalla sua terra, nel continente, come si dice in Sardegna per indicare l’Italia.

Negli anni il servizio nei carabinieri lo portò in moltissimi posti, dall’Alto Adige a Genova e poi in Toscana, dove nacque un amore che gli diede tre bellissimi figli. La sua isola a quel punto era lontana, di là dal mare, ma sempre presente nel suo cuore e nei suoi racconti.

Il piccolo Franceschino si era fatto uomo.

Quell’uomo era diventato un migrante rimasto nel continente per amore e per dare ai suoi figli qualcosa di più di quello che aveva avuto lui.

Franceschino era mio padre e oggi posso dire che è riuscito nel suo scopo: grazie ai suoi sacrifici ho avuto una vita migliore della sua.


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Sono Simone Perria e questo è il mio viaggio verso casa.


Sono stato un sacco di volte in Sardegna. Con i miei ci andavamo già negli anni 80 per far visita ai nonni. In poco tempo poi ero cresciuto e i nonni non c’erano più. È stato allora che ho voluto scoprire la regione per conoscerla meglio. L’ho girata quasi tutta, da nord a sud, e ogni volta ci sono state emozioni molto forti.
L’aspetto naturale e culturale della Sardegna non si dimentica.

Diversamente dalle altre volte però, ora c’è qualcosa di terribile che mi riporta nella regione. Uno dei miei parenti stretti ha un grave problema di salute. Questo non è un viaggio di piacere, ma sfrutterò questo tempo per riflettere su alcune cose. Mentre l’aereo sorvola la Corsica, riesco già a vedere la Sardegna. Non posso fare a meno di ripensare a mio padre, che nell’ultima parte della sua vita non ha più potuto mettere piede nella sua terra.
Credo che avrebbe dato un occhio anche solo per vederla da lontano, come sto facendo io.

Quando ho sentito il bisogno di cercare una nuova casa, per prima cosa ho pensato all’isola che mi faceva stare bene, Tenerife. Chissà se anche mio padre pensava in questo modo alla Sardegna, ma mi chiedo perché non ho pensato di spostarmi in Italia e perché non ho pensato proprio alla Sardegna.

Anche più tardi, quando ho capito che a Tenerife non potrò stare, neanche lì ho pensato all’opzione di restare nel mio Paese. È facile rispondere a questi dubbi. Per 15 anni ho viaggiato solo in Italia e posso dire di averla conosciuta tutta molto bene.

Ci sono posti meravigliosi nel nostro paese, ma non si vive di meraviglia, purtroppo.


Non c’è nessun posto in Italia che mi faccia stare bene come Tenerife e questa, purtroppo, è una realtà. Nessuna delle nostre province mi ha mai dato il benessere che alle Canarie è quasi istantaneo, tranne forse la Sardegna. E poi c’è il fatto che l’Italia è il paese con cui ho un rapporto un po’ strano, forse la crisi di mezza età, non lo so, ma il nostro Paese non lo riconosco più. L’Italia è diventato un Paese chiuso, ostile verso qualunque cosa, persona o idea che venga da fuori o che sia nuova oppure diversa dalla tradizione, qualunque cosa sia.

Non ci piace cambiare.

È proprio dei racconti di mio padre che ho imparato a conoscere meglio il mio Paese, quei racconti in cui diceva che uno dei suoi primi incarichi lo aveva portato in Alto Adige proprio negli anni degli attentati dei gruppi separatisti. Ricordava bene che lassù non era stato ben visto come carabiniere, ma nemmeno come sardo.

Neanche trent’anni dopo io stavo frequentando le scuole superiori.

Ricordo benissimo che come paese eravamo ancora fermi allo stesso punto dei racconti di mio padre. Era il momento delle polemiche sui TERRONI, sulle persone che dal sud arrivavano al nord.

Questo tipo di pregiudizio c’era sempre stato, un po’, ma solo in quegli anni era nata l’idea di costruirci intorno un partito.

Poi è arrivata l’Europa e ci siamo dovuti aprire al mondo. La parola che alcuni usavano come cavallo di battaglia negli anni 90 è stata messa sotto il tappeto in tutta fretta. Abbiamo iniziato a usarne un’altra più internazionale, per così dire, immigrati. Quella parola avrebbe potuto indicare qualsiasi persona, anche chi veniva a vivere in Italia dalla Francia o dagli Stati Uniti, ad esempio. Ma noi come paese abbiamo scelto di dedicarla agli immigrati che non vogliamo: quelli poveri, dimenticando che siamo stati migranti e poveri anche noi.

Solo nei primi anni del Novecento si stima che 8 milioni di persone siano emigrate dall’Italia e poi altri milioni e poi altri ancora fino agli anni 70 e ancora dopo.

Mio padre non è mai rientrato in quelle statistiche solo perché si era spostato in Italia.

Oggi più di 250.000 persone ogni anno lasciano il paese per cercare fortuna altrove. Una grande parte di queste persone sono giovani e a differenza di quanto accadeva un tempo si tratta di persone laureate. Credo che qualche domanda dovremmo farcela, soprattutto su come pensiamo di affrontare il futuro anche imminente e invece continuiamo a non volere gli immigrati neri, ad esempio.

Non diamo dignità alle persone che sono già qui e che lavorano, e non vogliamo che prendano la cittadinanza più velocemente se lo vogliono. L’ultimo referendum insegna:

Il problema è che chi lancia slogan non dà risposte e sa benissimo che le nascite non basteranno a colmare questo gap.

L’atterraggio brusco mi riporta alla realtà. Sono arrivato e ora che sono qui tanto vale cercare di capire se qualcosa è cambiato, se potrei trasferirmi qui.

Sarebbe una scelta semplice. Resterei nel mio paese e troverei uno dei climi più secchi d’Italia, almeno in alcune zone della regione. Ci sarebbe il sole quasi tutto l’anno e il vento e l’aria che all’interno è ancora pulita e poi i colori, anche quelli sono terapeutici a modo loro. A mio padre piacerebbe tantissimo questa idea se ci fosse ancora.

Ho la sensazione che se venissi a vivere in Sardegna sarebbe un po’ come chiudere il cerchio. Io tornerei a vivere qui dopo che Franceschino era stato costretto ad allontanarsene.


Lo aveva fatto per dare alla sua famiglia delle condizioni migliori. Certo, e altrettanto farei io.

Qui troverei le condizioni migliori per me e al tempo stesso porterei a termine il suo lavoro che era quello di dare a me un futuro migliore. Lui non aveva potuto tornare, ma in qualche modo la famiglia tornerebbe nell’isola.

Sono tanti anni che non vengo in Sardegna. L’aeroporto di Cagliari mi sembra più grande, più moderno. Mentre mi sposto verso l’interno scopro che l’isola però è sempre uguale, eppure anche diversa allo stesso tempo. Mi sembra che il divario che c’era un tempo con l’Emilia Romagna adesso non ci sia più.

Poi però lascio la Carlo Felice che è la strada principale della regione, come la via Emilia la è dalle mie parti. Entro nelle strade statali secondarie e noto un po’ di degrado. Ci sono tantissime buche e ci sono chilometri e chilometri di corsie inutilizzabili per via delle radici degli alberi che ci crescono sotto.

Ci sono rifiuti qua e là, ma quello ormai succede anche in Emilia. Poi finalmente arrivo a casa. Rivedere i miei parenti è sempre bello, anche perché con il Covid e tutto il resto è un po’ che non ci vediamo.

Decidiamo subito di andare al paesello dove è cresciuto mio papà. Nel cimitero gli zii hanno fatto installare una lapide alla sua memoria e vorrei vederla.

Il paese dove andavo da bambino a trovare i nonni è molto diverso da come lo ricordavo. I nonni e tutte le altre persone che conoscevo e che lo rendevano autentico e vivace non ci sono più. Molte sono andate via, altre non sono più tra noi. Insomma, il paese si è spopolato come molti altri intorno. È un peccato vedere che c’è un bel sole, c’è il vento, c’è un clima mite che in Emilia non c’era quando sono partito, ma non vedo nessuno che possa godersi tutto questo. La calma però è assoluta e il vento di Aprile rende l’aria leggera e frizzante.

Al cimitero, vicino alla lapide dei nonni, vedo quella di mio papà, anche se lui non è seppellito qui, ma in continente, come si dice in Sardegna. In silenzio piango per lui che avrebbe tanto voluto rimettere piede nella sua terra, ma non l’ha potuto fare già da molti anni prima che morisse. Senza pensarci troppo, prendo una manciata di terra che porterò sulla sua tomba una volta rientrato a casa in continente.

Non posso fare a meno di pensare che forse anche per me andrà così.

L’Italia potrebbe mancarmi tantissimo quando avrò trovato la mia nuova casa e a un certo punto potrei non tornare più neanche con le migliori intenzioni, neanche se lo volessi. È una cosa che devo essere disposto ad accettare, ma fino ad ora non ci avevo pensato. Il momento però non è triste. La campagna verde e l’aria pura sono troppo belle per lasciarsi andare a pensieri tristi. Finalmente capisco che alcune cose finiscono, altre continuano e deve essere così.

A Oristano scopro una città tutta nuova che non ricordavo. È piccola, ma nonostante questo molto trafficata.

L’ospedale dove si trova il parente che sono venuto a trovare dentro è bellissimo, è nuovo e apparentemente ben organizzato come un qualsiasi altro ospedale a cui sono abituato in Emilia. Fuori però è quasi cadente. Le erbacce infestano il cortile di cemento. Alcune finestre sono rotte ai piani superiori e i muri sono pieni di buchi. È come se ci fosse una guerra di cui non mi sono accorto o alcuni nemici invisibili avessero mitragliato l’ospedale. Tutta la scena però sembra successa non adesso, ma qualche tempo fa. Quei buchi sono lì da un po’.

Mi dicono che i posti in quel reparto sono troppo pochi e che è uno dei pochi di quel tipo in tutta l’isola. L’idea di passare il mio futuro qui all’improvviso non mi sembra così buona. Starei meglio, sì, ma poi su quali servizi potrai davvero contare? Tutto questo stride enormemente con la bellezza naturale della Sardegna che conosco. Stona con i mari azzurri che da nord a sud ho conosciuto in tutte le decadi e nei viaggi precedenti. Paesaggi marini e collinari che ti rimettono a posto l’anima, spiagge di quarzo bianco che nemmeno le migliori isole caraibiche possono vantare. E poi luoghi con una cultura ancestrale in cui ogni respiro è carico di tradizione, fiero e sacro. Qui la vita la senti scorrere forte e ogni cosa ti fa pensare che è proprio qui che dovresti restare, che questo è finalmente il tuo posto. Ma ancora una volta la ragione riporta il cuore nel punto di equilibrio dell’oggettività.

Vivendo qui avrei minori possibilità di lavorare e per me non è un dettaglio. In questo viaggio ho capito anche un’altra cosa e cioè che la Sardegna che sentivo mia, come il resto d’Italia d’altra parte, non c’è più. Crescendo in continente poi mi sento un sardo a metà, anzi forse solo a un quarto. Qui sarei solo un po’ meno straniero che altrove, ma non molto di meno. Non conosco gli usi e le tradizioni, non conosco la lingua che si parla qui. Forse c’è un altro modo di chiudere il cerchio, c’è un altro modo di dare senso e completezza al viaggio iniziato da mio padre. Devo trovare un posto ancora migliore che si possa chiamare casa.

Perché se mio padre purtroppo è già arrivato alla fine del suo viaggio, è anche vero che il mio viaggio non è il suo. Il mio è un viaggio diverso che continua il suo, ma da un’altra parte.


Porterò sempre nel cuore questa terra che mi ha dato origine e non la dimenticherò, ma il mio posto non è qui. A lungo andare percepirei tutte le difficoltà di questa isola grande, ma con molti limiti. Limiti che derivano anche dal fatto che la Sardegna è pur sempre Italia. Non mi resta che proiettarmi verso il mio prossimo viaggio. Devo capire se l’Atlantico gioca un ruolo preciso sulla mia salute. Le isole azzorre mi aspettano.

Viaggio tra le isole d’Europa per trovare un posto dove il cuore vuole stare e il corpo non fa male. So che esiste, devo solo trovarlo. Se anche tu ami viaggiare o sogni di cambiare vita, seguimi in questo lungo viaggio verso casa. [Musica]

Se ti va di aiutarmi, metti cinque stelline al podcast e vieni a trovarmi sul canale YouTube Verso Casa.

#Sardegna
#Podcast
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#vivereinsardegna
#vivereinitalia
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Ninna nanna della guerra


Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Camillo Salustri (Roma, 26 ottobre 1871[3] – Roma, 21 dicembre 1950), è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco.


Nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, scriveva questa poesia, qui interpretata da Gigi Proietti:

Ninna nanna della guerra (interessanti nel note su wikipedia)

Drammaticamente attuale.
#guerra #ninnaNannaDellaGuerra #proietti #trilussa

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Neovim 0.12 integra vim.pack e riscrive le regole del supporto LSP integrato


Neovim 0.12 è una release ricca: arriva vim.pack, il gestore di plugin integrato, e il supporto LSP nativo fa un salto di qualità deciso.
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Neovim 0.12 è uscito e… non è un aggiornamento di routine! La novità più discussa è vim.pack, il gestore di plugin ora integrato direttamente nell’editor. Per anni gli utenti hanno dovuto affidarsi a strumenti esterni come lazy.nvim o packer.nvim; adesso c’è un’alternativa ufficiale, senza dipendenze aggiuntive. Non sostituirà necessariamente l’ecosistema esistente, ma abbassa sensibilmente la soglia d’ingresso per chi vuole una configurazione pulita e autosufficiente.

Il client integrato ottiene completamento inline, anteprime dei colori nel documento, aggiornamento dei code lens, diagnostica a livello di workspace e dynamic registration. La gestione dei client LSP è ora accessibile direttamente via Lua e tramite il nuovo comando :lsp, che permette di controllare lo stato, abilitare configurazioni e ispezionare i server disponibili senza uscire dall’editor.

Il completamento è stato rielaborato con ordinamento personalizzato, anteprime colorate dei simboli e autocompletamento in modalità inserimento. Arriva anche ui2, un sistema sperimentale che ridisegna la riga di comando e la gestione dei messaggi, con l’obiettivo di ridurre le interruzioni al flusso di lavoro. Il pager diventa un buffer normale, il che apre possibilità interessanti per chi lavora con output lunghi.

Le diagnostiche migliorano su filtri, formattazione e navigazione, e i messaggi di avanzamento sono integrati in modo più coerente con la barra di stato e i comandi.

Da segnalare alcune modifiche che rompono la compatibilità con configurazioni avanzate e plugin esistenti: chi ha un setup elaborato farebbe bene a leggere il changelog prima di aggiornare. Sulla sicurezza, i file di configurazione per progetto richiedono ora un’approvazione esplicita, e su Windows il comportamento nella ricerca degli eseguibili è stato reso più sicuro. tee.exe è ora incluso per impostazione predefinita.

SOURCE:// neovim.io
SOURCE:// github.com

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Ghost si integra con Home Assistant: le metriche della tua pubblicazione nel salotto di casa


Ghost ha rilasciato un'integrazione ufficiale per Home Assistant. Abbonati, entrate, statistiche email e follower sul Fediverso diventano sensori collegabili a dashboard, automazioni e dispositivi fisici.
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Ghost e Home Assistant condividono più di quanto sembri: entrambi sono open source, entrambi gestiti da fondazioni no-profit, entrambi costruiti con l’idea che il software che conta dovrebbe rispondere agli utenti, non agli investitori. Aveva senso, prima o poi, che si parlassero.

Da qualche settimana è disponibile l’integrazione ufficiale di Ghost per Home Assistant, già inclusa nella versione 2026.3 della piattaforma domotica. La configurazione richiede pochi passaggi: si crea un’integrazione personalizzata nel pannello di amministrazione di Ghost, si copiano l’URL dell’API e la chiave amministrativa, e si aggiunge Ghost dalla sezione integrazioni di Home Assistant.

Una volta connessa, la pubblicazione diventa una fonte di sensori: abbonati totali, paganti e gratuiti, entrate mensili e annuali (se si usa Stripe), post pubblicati, bozze, statistiche sull’ultima newsletter (email inviate, aperte, percentuale di apertura, clic) e, per chi ha già attivato ActivityPub su Ghost 6, anche i follower e i seguiti sul Fediverso.

Fin qui, un cruscotto carino. La parte interessante è che Home Assistant può usare qualsiasi variazione di questi sensori per far scattare automazioni. Un alert sul telefono quando si raggiunge un traguardo di abbonati, le luci dell’ufficio che lampeggiano quando parte una newsletter, il totale degli iscritti su un display a sette segmenti collegato a un Arduino: se Home Assistant riesce a controllarlo, Ghost può azionarlo.

L’integrazione è classificata come “Gold quality” nella documentazione ufficiale di Home Assistant, a indicare un livello di manutenzione e copertura dei test superiore alla media. Il polling avviene ogni cinque minuti. Per chi gestisce una pubblicazione su Ghost self-hosted, è sufficiente aggiornare all’ultima versione per averla disponibile; su Ghost Pro è già attiva.

È una di quelle integrazioni di nicchia che non cambiano la vita a nessuno, ma che chi usa entrambi gli strumenti troverà subito un motivo per installare.

SOURCE:// Home Assistant ghost.org
SOURCE:// Ghost - Home Assistant home-assistant.io

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L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”


Di Antonio Zoppetti

Ho visto un King
Sa l’ha vist cus’e’?
Ho visto un King, un re!
Ah beh, sì beh…
Ah beh, si beh…

Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.

Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.

Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.

Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.

Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.

Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale

Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.

“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).

Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.

Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.

Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.

Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.

Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:

…e sempre in english dobbiam parlare
il plurilinguismo fa male al King
fa male al globish, fa male ai Vip
diventan tristi se non lo speak.

#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa


Dall’unificazione dell’italiano al suo sfaldamento: l’itanglese e le sue cause


Di Antonio Zoppetti

Alla proclamazione dell’unità d’Italia, nel 1861, stando ai dati dei censimenti gli analfabeti rappresentavano il 78% della popolazione ed erano distribuiti in modo poco uniforme: fuori dai centri urbani, in alcune zone rurali del mezzogiorno toccavano il 90% della popolazione, e sfioravano il 100% nel caso delle donne. Queste masse si esprimevano quasi solo nel proprio dialetto. L’italiano era una lingua letteraria che si utilizzava da secoli nella scrittura, ma persino i ceti colti erano dialettofoni e non lo utilizzavano come lingua naturale delle conversazioni.

Come era già avvenuto ben prima nelle grandi monarchie dell’Europa, anche nel nostro Paese l’unità politica ha portato all’unificazione linguistica. Il linguaggio dell’amministrazione, delle leggi e soprattutto i programmi di scolarizzazione, inizialmente piuttosto scalcinati, in breve hanno cominciato a dare i primi frutti: nel 1901 la percentuale degli analfabeti era calata dal 78% al 56%, per scendere al 35,8% nel 1921 e al 20,9% nel 1931. Il che significa che ogni nuova generazione compiva un grande salto rispetto alla precedente nell’imparare a leggere e a scrivere, ma anche nell’italianizzarsi.

Gli anni Trenta

Mentre la scolarizzazione si diffondeva generazione dopo generazione, l’avvento del sonoro ha contribuito ad affermare la lingua unitaria con un’intensità di ordini di grandezza superiori rispetto alla letteratura o alla pubblicistica che si propagavano per via scritta. Radio, cinema e poi televisione hanno avuto un effetto “pedagogico” enorme nel fare la lingua, difondendo la sua comprensione in modo in un primo tempo passivo ma poi sempre più attivo. Ma ancora agli inizi degli anni Trenta del Novecento questo modello di italiano apparteneva solo alle cerchie ristrette: “Tra la classe colta e il popolo c’è una grande distanza” scriveva Gramsci dalla cella del carcere dove il regime l’aveva rinchiuso. “La lingua del popolo è ancora il dialetto, col sussidio di un gergo italianizzante che è in gran parte il dialetto tradotto meccanicamente.”

Gramsci aveva perfettamente compreso che la lingua non arriva dal basso – questo era “uno sproposito madornale” – perché una lingua comune prende forma grazie ai “focolai di irradiazione” che portano all’unificazione linguistica in un territorio, e cioè la scuola, i giornali, gli scrittori, il teatro, il cinema, la radio, le riunioni pubbliche civili, politiche o religiose… Una lingua unitaria prende forma in questi ambienti per poi irradiarsi nel popolo solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola diventare un modello riconosciuto e seguito. Dunque, ogni volta che riaffiora la questione della lingua è perché è in atto una riorganizzazione dell’egemonia culturale, dove emerge un ricambio della classe dirigente che si porta con sé anche un modello linguistico da far prevalere: ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.”

Gli anni Sessanta

Trent’anni dopo – dunque nell’arco di una sola generazione (teniamolo a mente) – la situazione era completamente cambiata. Se negli anni Trenta Gramsci lamentava la mancanza di una lingua unitaria e l’enorme frattura tra la lingua del popolo legata al dialetto e quella aulica degli intellettuali, in un articolo su Rinascita del 1964 Pasolini – “con qualche titubanza, e non senza emozione” – riconosceva finalmente l’avvento dell’italiano come lingua nazionale di tutti.

Il fenomeno era recente, si era manifestato con “la completa industrializzazione dell’Italia del Nord” che aveva dato vita a una nuova classe dirigente “realmente egemonica, e come tale realmente unificatrice della nostra società” anche dal punto di vista linguistico. Dopo secoli e secoli di controversie letterarie su una questione della lingua che apparteneva solo ai gruppi ristretti dei ceti colti e dei letterati, negli anni Sessanta si era realizzata una convergenza di tutte le parti sociali e geografiche che tendeva a uno stesso idioma non solo nella scrittura, ma anche nel parlare. E se tutti, da Palermo a Milano, parlavano di “frigorifero” era perché il nuovo italiano esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone figlia dell’industrializzazione. Questa “borghesia capitalista” esercitava da noi la stessa influenza unificatrice che in passato le monarchie aristocratiche avevano portato alla formazione delle grandi lingue europee.
L’avvento del nuovo italiano unitario si configurava però in modo diverso dal canone letterario toscaneggiante del passato, accoglieva gli influssi soprattutto del modo di parlare del nord, che era diventato il nuovo principale centro di irradiazione della lingua.
I nuovi “centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più gli scrittori né le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua c’erano i prodotti di consumo e tecnologici. Il centro più vivo e innovativo dell’italiano contemporaneo si era spostato nelle zone industriali del settentrione, dove si era formata una nuova lingua tecnologica, industriale e capitalista, invece che umanista. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua:

“È il Nord industriale che possiede quel patrimonio linguistico che tende a sostituire i dialetti, ossia quei linguaggi tecnici che abbiamo visto omologare e strumentalizzare l’italiano come nuovo spirito unitario e nazionale.”

In quegli anni sono spuntate le prime generazioni italofone di nascita anche fuori dalle regioni centrali, dove da sempre la lingua naturale delle conversazioni era molto vicina alla lingua della scrittura. Questo emergere di un italiano finalmente unitario ha finito per far decadere ancor di più l’uso del dialetto, che in molte aree del Paese è in via di estinzione, anche se in altre resiste come lingua domestica accanto a quella nazionale. Ma nel frattempo i nuovi centri di irradiazione della lingua si sono spostati fuori dall’Italia, e mentre la nostra società si è americanizzata sempre di più dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale, è iniziata la nostra anglicizzazione anche linguistica.

Gli anni Novanta

Nell’arco di una sola generazione, nell’epoca della globalizzazione e dell’avvento di internet, l’italiano ha cessato di confrontarsi con i dialetti, ormai decaduti a codici marginali, per misurarsi con l’espansione del l’inglese planetario, il globalese o globish. I nuovi modelli linguistici anglicizzati arrivavano nella lingua di tutti non più solo attraverso il cinema o la musica come fino agli anni Sessanta, ma anche attraverso la televisione che negli anni Ottanta è diventata una vetrina soprattutto dei prodotti d’oltreoceano che esportano la propria lingua, la propria visione e la propria cultura. L’espansione delle multinazionali e dell’angloamericano globalizzato si è imposto come lingua prevalente nella scienza, nel lavoro e in sempre più settori, inclusa l’Ue che lo diffonde nonostante non esista alcuna carta che ne sancisca l’ufficialità. E il ruolo dominante di questa lingua ha cominciato a riverbarsi con intensità mai vista nei linguaggi specialistici, dove gli anglicismi hanno colonizzato la terminologia dell’informatica, della tecnologia o dell’economia al punto che le parole italiane per esprimere questi domini non ci sono più.

Gli anni Venti del Duemila

Oggi l’inglese è compreso e parlato da meno del 20% dell’umanità, da una minoranza degli europei e anche da una minoranza degli italiani. Non è dunque la lingua delle masse, ma – come sempre nella storia – quella delle nuove élite. E nel disegno politico delle nuove classi dirigenti c’è proprio l’idea di formare in tutta Europa le nuove generazioni bilingui a base inglese, per cui si è introdotto l’inglese nelle scuole a partire dalle elementari per renderlo un requisito culturale obbligatorio e non una scelta culturale. E sempre più atenei puntano ad abbandonare l’insegnamento in italiano per farlo direttamente in inglese. Ancora una volta, l’imposizione della lingua avviene dall’alto seguendo precisi modelli politici, non certo in modo “democratico”.

Sembra quasi che di fronte all’unità linguistica che si è realizzata con tanta fatica solo dopo un secolo dalla proclamazione dell’Italia, la nuova classe dirigente punti sull’inglese proprio per elevarsi rispetto alle masse, inseguendo e ripristinando l’antica e storica diglossia italiana: se tra il Trecento e il Cinquecento il volgare toscaneggiante si è imposto sugli altri volgari che sono regrediti alla status di dialetti – lingue di rango inferiore, senza la loro università e il loro esercito – prima di allora era il latino a essere la lingua superiore della cultura, contro quella del popolino. Nella nuova diglossia che vede l’inglese come l’idioma superiore, l’italiano unitario regredisce e si avvia verso una strada che rischia di trasformare le lingue nazionali nei dialetti di un’Europa e di un “occidente” che si fa coincidere con l’anglosfera. L’inglese è la nuova lingua dei padroni, e la nostra intellighenzia lo ha preso come modello.

Gli anglicismi come effetto collaterale del globalese

L’angloamericano viene oggi vissuto dalle nuove classi dirigenti come lingua “internazionale”, anche se non è affatto l’esperanto – una lingua artificiale pensata proprio per essere lingua della comunicazione internazionale – è la lingua naturale dei popoli dominanti che la esportano a tutti gli altri.

In un articolo di qualche settimana fa, il giornalista Rampini piangeva disperato davanti alla decisione della Cina di rompere con l’inglese. E invece di comprendere che ai cinesi – che sono numericamente ben di più degli anglofoni – non conviene affatto investire sull’inglese, si strappava i capelli perché in questo modo si verrebbe a spezzare la lingua comune internazionale in via di espansione, a suo dire, come se l’unica soluzione per risolvere i problemi della comunicazione tra i popoli sia quella di americanizzarsi.

La nuova classe dirigente italiana, insomma, è l’espressione di una mentalità figlia di un imperialismo americano che ha ormai interiorizzato e dà per scontato in modo acritico. E anche se la denuncia di questo imperialismo non è più di moda – dopo l’epoca della guerra fredda e la logica dei due blocchi – il fenomeno non è scomparso, si è al contrario accentuato nel silenzio della nostra classe politica. E in questi giorni sta emergendo nei recenti e pericolosi vaniloqui di Trump che vorrebbe annettere il Canada, la Groenlandia e il canale di Panama in una cancellazione del Golfo del Messico che dovrebbe diventare il Golfo d’America.

Se la lingua di questo impero diventa quella internazionale inseguita dai nuovi ceti dirigenti, dunque lingua alta, inevitabilmente l’italiano cesserà di essere una lingua di cultura, e allo stesso tempo sempre più anglicismi si diffonderanno nelle lingue locali come gli effetti collaterali di questo fenomeno.

Nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale e nel nuovo ricambio della classe dirigente è perciò l’inglese a costituire il nuovo modello linguistico che fa regredire l’italiano.

Perché un titolo di giornale parla di “bird stike” per indicare l’impatto degli uccelli che causa incidenti aerei?

Perché la lingua dell’aviazione è l’inglese, e il giornalista – esponente della nuova oligarchia culturale – si compiace nel riprendere il tecnicismo in inglese invece di usare l’italiano, perché gli pare più solenne e moderno e dunque lo dà in pasto al pubblico e lo impone, per educare tutti alla newlingua, che è quella che ha in mente lui e quelli come lui, non certo gli italiani intesi come le masse.

E così escono pezzi che parlano del burnout natalizio delle mamme, in un’anglicizzazione compulsiva in parte derivata dall’espansione delle multinazionali che si riverbera in articoli che parlano per esempio degli Amazon echo con speaker wireless e display smart, in un abbandono dell’italiano per diffondere la terminologia in inglese. E sul fronte interno le amministrazioni che regolano gli affitti brevi si occupano di keybox e di check-in

Sempre più spesso questo inglese viene diffuso dal linguaggio istituzionale, che un tempo – come i mezzi di informazione – ha invece spinto a unificare la nostra lingua. E più i generale tutti i nuovi centri di irradiazione della lingua diffondono ormai il modello dell’itanglese, non solo quelli storici individuati da Gramsci, ma anche quelli nuovi che includono le pubblicità, la lingua del web o quella dei cosiddetti “influencer”. Rispetto all’epoca di Pasolini la lingua tecnologica non arriva più dal nord, ma direttamente dall’anglosfera senza più traduzione.

La questione, dunque, più che linguistica è politica e culturale, oltre che sociale. E dovremmo chiederci quale sarà l’italiano della prossima generazione, vista la velocità dell’espansione del fenomeno. L’italiano che va per questa strada è destinato a sfaldarsi, se non si cambia rotta, perché non segue più l’ortografia e la pronuncia che hanno caratterizzato l’italiano storico per secoli, ma si sta trasformando in una lingua ibrida che si può ormai definire itanglese. Siamo di fronte a un cambio di paradigma e a una discontinuità che fa dell’itanglese un nuovo modello linguistico di prestigio. Ma questo modello appare ormai come nuova lingua invece che un’evoluzione dell’italiano storico per come lo abbiamo conosciuto.

Per chi è interessato, domenica 12 gennaio, ne parlerò brevemente con Paolo di Paolo a La lingua batte(su radio3 Rai, dalle 10,45) nel dodicesimo compleanno della trasmissione.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa


in reply to Diciamolo in italiano

ottimo articolo che traccia un affresco della decadenza "imperante". Aggiungerei anche un aspetto di grande pregnanza: la musica. Da almeno 70 anni siamo colonizzati senza apparente possibilità di rivendicare, pur potendo vantare trascorsi storici di grande valore, il nostro patrimonio autoctono. Non mi dilungo oltre, ma specie l'invasione nel mondo giovanile dello pseudo rap commerciale la dice lunga.
in reply to SenzaTroppeParole

@SenzaTroppeParole Grazie. Sulla musica non sono ferrato, però molti anni fa mi intervistarono a un servizio del tg2 su questioni di lingua anglicizzata, e un esperto musicale, in studio, minimizzava ed era contrario a ogni intervento. Quando però la questione fu spostata sulla musica — in quel periodo Mogol ma anche la Nannini e altri promuovevano una campagna per le quote garantite di musica italiana in radio — dal liberismo selvaggio passò subito al protezionismo musicale, e si dichiarò favorevole alla protezione della musica. Mi ha sempre colpito questo doppiopesismo per cui si tutelano i nostri patrimoni italiani per es gastronomici, culturali, paesaggistici… ma quando si arriva alla lingua tutto cambia e allora questo approccio non va più bene.
in reply to Diciamolo in italiano

l'arroganza commerciale anglosassone in campo musicale ha travolto l'essenza più profonda della musica autoctona. Parliamo di Puccini, Respighi, Malipiero, Dallapiccola, etc per giungere a Vivaldi, Caccini e ritornare ai neumi. La semplificazione "industriale " ha schiacciato ogni creatività, relegandola in meandri elitari che anch'essi in qualche modo si sono poi uniformati alle logiche consumistiche
in reply to Diciamolo in italiano

vorrei inoltre tracciare un parallelismo con il Suo articolo riguardante gli anglopuristi. In campo musicale(specie in area rock e commerciale) sembra quasi una bestemmia per alcuni generi scrivere testi in italiano. Sono ritenuti "brutti", poco musicali, poco accattivanti. Anche su questo versante assistiamo ad un'invasione linguistica che da ormai 70 e più anni minaccia l'italiano.
in reply to SenzaTroppeParole

@SenzaTroppeParole Quello che ho chiamato provocatoriamente “anglopurismo” è un atteggiamento per cui davanti a una parola che non c’è, invece di inventarla o crearla (i puristi avevano un grosso tabù davanti ai neologismi, che condannavano e respingevano) preferiscono introdurre espressioni in inglese così come sono (invece che adattarle).
Indubbiamente questo considerare l’inglese superiore e intoccabile è un fenomeno sociale, prima che linguistico, dunque si ritrova in sempre più ambiti della cultura: anche i film in italiano sono spesso percepiti come “brutti” davanti al modello hollywoodiano preso come canone; mentre le categorie italiane di film e libri si anglicizzano (romance, fantasy…), e la stessa percezione di noi stessi segue questa logica (le generazioni etichettate come boomer, gen Z, Millennials) perché facciamo nostre le categorie, e i concetti, angloamericani. Di sicuro il processo coinvolge anche la musica, su cui però, lo ripeto, non sono competente. Il punto dolente è che davanti all’esportazione delle logiche commerciali globalizzate (una pressione esterna fortissima che lambisce tutto il mondo) da noi non ci sono resistenze opposte interne che la arginano come avviene in Francia, Spagna e altrove. Queste pressioni si uniscono a quelle tutte interne (provinciali e servili) che si sommano e le amplificano. Il risultato è devastante.
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Instapaper rilancia la sua API di parsing dopo dieci anni


Instapaper ha rilanciato Instaparser, la sua API per sviluppatori: estrae articoli dal web, analizza PDF e genera riassunti. Il piano gratuito include 1.000 crediti al mese.
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Nel 2016 Instapaper aveva aperto agli sviluppatori il suo motore di estrazione degli articoli, quello che trasforma qualsiasi pagina web in testo pulito e leggibile. L’API era stata però chiusa dopo pochi mesi, in coincidenza con l’acquisizione da parte di Pinterest. Adesso torna, con un nome, Instaparser, e tre funzioni distinte.

La prima estrae il contenuto di un articolo da qualsiasi URL: titolo, autore, data, testo, immagini e metadati, restituiti in formato strutturato. È lo stesso motore che Instapaper usa internamente da oltre quindici anni, affinato su miliardi di pagine. La seconda analizza i PDF, anche quelli scansionati o con layout complessi, e li converte in testo, HTML o markdown. La terza genera un riassunto automatico del contenuto di una pagina.

Tutte e tre sono disponibili su tutti i piani, compreso quello gratuito che offre 1.000 crediti mensili. I piani a pagamento partono da 150 dollari al mese per 100.000 crediti fino a 900 dollari per un milione, con una fascia enterprise su richiesta.

Il rilancio guarda esplicitamente al momento attuale: estrarre contenuti puliti dal web o dai PDF è diventato un passaggio comune in chi costruisce flussi di lavoro con modelli linguistici, e Instapaper si posiziona come infrastruttura collaudata per quel caso d’uso. Tra le integrazioni già disponibili c’è un plugin per Claude Code e un nodo per n8n, ancora in attesa di approvazione ufficiale ma già installabile su istanze locali.

Se stai pensando di usare Instaparser in un progetto self-hosted, Hetzner offre VPS affidabili a prezzi contenuti per far girare i tuoi flussi di automazione.

SOURCE:// blog.instapaper.com
SOURCE:// instaparser.com

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Virginia Tonelli, partigiana friulana, martire della Resistenza, medaglia d’oro alla memoria


La prima biografia riguardante la lotta partigiana nella Destra Tagliamento è un’opera di Mario Lizzero, uno dei più importanti dirigenti politici della sinistra friulana, che fu commissario di tutte le formazioni partigiane garibaldine del Friuli, dedicata alla figura di Virginia Tonelli “Luisa” <172. Questo testo narra la vita di Virginia Tonelli dalla nascita fino alla morte nella risiera di S. Sabba, campo di sterminio nazista, situato a Trieste.
Virginia Tonelli, nata a Castelnuovo nel 1903, dopo l’adolescenza trascorsa nel paese nativo, si trasferisce per lavoro a Venezia, dove svolge la professione d’infermiera in un ospedale per bambini handicappati. Nel 1933 emigra in Francia, dove rimane fino al 1943; dal ritorno in Italia entra nella Resistenza organizzando i Gruppi di Difesa della Donna, gruppi di donne che supportano i partigiani, con mansioni sanitarie e di propaganda, oltre a curare i collegamenti fra i vari reparti partigiani. “Luisa” è attiva nella lotta di liberazione, fino al suo arresto, a Trieste nel settembre 1944; dopo la carcerazione nel carcere triestino fu trasferita alla risiera di S. Sabba dove fu uccisa il 29 settembre 1944.
Il racconto della vita di Virginia Tonelli comincia dalla descrizione della sua famiglia e della situazione economica della stessa. L’autore afferma che dopo lo scoppio della prima guerra mondiale in Friuli era quasi impossibile trovare cibo e quindi la famiglia Tonelli dovette affrontare lunghi viaggi per il proprio sostentamento; secondo Lizzero le fatiche dell’infanzia lasciarono tracce, sia nel fisico sia nella formazione morale di “Luisa” <173. L’autore descrive, in uno dei primi capitoli del testo, l’antifascismo a Castelnuovo e nella zona dello spilimberghese, citando gli antifascisti condannati dal tribunale speciale. Questa parte del testo è utile per capire l’ambiente in cui è cresciuta Virginia Tonelli e l’influenza che ebbe nella sua scelta resistenziale <174. Mario Lizzero ricostruisce attentamente gli anni in cui “Luisa” visse in Francia, descrivendolo come un periodo di difficoltà economiche e di intensa attività politica <175. La fonte principale usata dall’autore per raccontare il periodo trascorso da Virginia Tonelli in Francia è un volume scritto da G. Pajetta sull’emigrazione antifascista in Francia, “Douce France”, nel quale sono citati molti esponenti del PCI che entrarono in contatto con “Luisa”. Nel testo per chiarire ulteriormente il ruolo svolto da Virginia Tonelli in Francia è riportata una testimonianza di Ange Onesti, membro dello stato maggiore dei Franc Tireurs Partisans, organizzazione attiva in Francia in azioni di sabotaggio e guerriglia, che la conobbe a Tolone, il quale afferma che essa svolse attività molteplici nella regione in cui abitava: partecipava al trasporto delle armi e munizioni usate dalla Resistenza francese e inoltre partecipava all’attività politica delle donne e dirigeva l’opera di solidarietà verso i compagni incarcerati. <176
Nella seconda parte del testo è raccontato il periodo in cui Virginia Tonelli operò nella Resistenza italiana, dal suo rientro in Italia nel maggio 1943 fino all’arresto nel settembre 1944; l’autore descrive la sua attività di staffetta fra il comando garibaldino del monte Ciaurlec, nelle Prealpi della Destra Tagliamento, e la federazione friulana del PCI e all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e inoltre riporta ricordi di partigiane che la conobbero, le quali testimoniano il suo impegno e le sue qualità <177. Nell’ultima parte del testo Mario Lizzero parla della Risiera di S. Sabba, luogo in cui morì “Luisa”, spiegando le motivazioni che portarono alla creazione di un campo di sterminio a Trieste e facendo una stima delle persone che vi furono uccise <178. In appendice al testo sono riportate le motivazioni che portarono alla concessione della medaglia d’oro alla memoria a Virginia Tonelli e i versi del poeta Tito Maniacco presenti sulla sua lapide <179.
Dedicato alla figura di “Luisa” è anche un volume scritto nel 2000 da Ines Domenicali, ricercatrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di liberazione, nel quale la storia di Virginia Tonelli, come affermato dall’autrice, è inserita nel contesto più ampio della partecipazione femminile al movimento resistenziale friulano <180; nella presentazione del testo, l’allora assessore alla cultura del comune di Pordenone, Luigi Gandi, afferma che quest’opera vuole essere un riconoscimento alle donne che con le loro azioni contribuirono alla conquista di diritti e valori che hanno fondato la Repubblica Italiana <181. Nilde Jotti, nella prefazione, oltre a parlare delle particolari difficoltà che vi furono nella Resistenza friulana, dovute all’annessione del Friuli al Reich, si sofferma sull’importanza dell’apporto delle donne nella Resistenza: inoltre afferma che la lotta di liberazione fu un movimento di popolo che unì ceti e classi prima di allora divisi, facendo in modo che uomini e donne di idee diverse si confrontassero <182. L’autrice, nel primo capitolo, racconta gli anni trascorsi da Virginia Tonelli a Castelnuovo, descrivendo la situazione sociale nel paese dopo la nascita del fascismo e lo svilupparsi del movimento antifascista e inoltre vi è un quadro più generale della situazione nella Destra Tagliamento e sono analizzati alcuni episodi di resistenza al fascismo nel pordenonese <183. Nel testo è descritto il periodo passato da Luisa in Francia, analizzando la sua attività nella Resistenza francese, e si accenna alla situazione politica in Francia dopo l’occupazione di parte del paese a opera dell’esercito tedesco <184. La parte più dettagliata del testo riguarda il periodo che va dal rientro in Italia di Virginia Tonelli, alla fine del 1942, fino al suo arresto nel settembre 1944. L’autrice descrive l’evolversi della situazione nella lotta di liberazione nella Destra Tagliamento e al contempo analizza l’opera compiuta da Virginia Tonelli nel curare i collegamenti fra i reparti partigiani e nel coordinare le donne necessarie come apporto al movimento partigiano. <185
Nel capitolo finale del testo, l’autrice parla degli ultimi giorni della vita di “Luisa”, raccontando come fu arrestata e successivamente uccisa nel campo di sterminio della Risiera di S. Sabba; l’autrice afferma che Virginia Tonelli fu determinata nel percorrere una scelta di vita maturata da ragazza <186. In appendice sono riportati documenti riguardanti l’attività di Virginia Tonelli e un elenco di donne, della provincia di Udine e dell’odierna provincia di Pordenone, cadute durante la lotta partigiana <187.

[NOTE]172 MARIO LIZZERO, Virginia Tonelli “Luisa”. Partigiana, a cura del comitato regionale dell’A.N.P.I. del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo, 1972.
173 Ivi, pp. 8-9
174 Ivi, p. 13-17
175 Ivi, pp. 18-23
176 Ivi, pp. 23
177 Ivi, pp. 25- 39
178 I) vi, pp. 44-49
179 Ivi, p. 55
180 INES DOMENICALI, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Il Poligrafo, Padova, 2000
181 Ivi, p. 7
182 Ivi, pp. 9-10
183 Ivi, pp.25-42
184 Ivi, pp. 36-42
185 Ivi, p. 65
186 Ivi, pp. 91-95
187 Ivi, p. 91-95
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

Se Natalia Beltrame in Italia rimane staccata dall’organizzazione, Virginia Tonelli, di Castelnuovo del Friuli, passa per l’esperienza dell’emigrazione in Francia, dove entra nell’apparato del Pcd’i e partecipa alla resistenza francese. Rientrata in Italia nel 1942 per incarico del partito, è una delle organizzatrici della Resistenza friulana, con Regina Franceschino. Arrestata nell’estate 1944 durante una missione a Trieste, scompare nel lager nazista della Risiera di San Sabba <218.

[NOTA]218 LIZZERO, Mario, Virginia Tonelli “Luisa” partigiana, Tricesimo, Comitato Regionale Anpi Friuli-Venezia Giulia, 1972; DOMENICALI, Ines, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Padova, Il Poligrafo, 2000. Sulla funzione dirigente di Tonelli e Franceschino nella Resistenza, cfr. la testimonianza di Rosina Cantoni in: TESSITORI, Luigi, I ricordi di Giulia, cit.
Gian Luigi Bettoli, Novecento friulano antagonista. Genesi e sviluppo di un movimento operaio di frontiera: dal primo al secondo dopoguerra, Friuli Occidentale. La storia, le storie, Pordenone, 2006
#1943 #1944 #AndreaBortolin #CastelnuovoDelFriuliPN #destra #donna #esecuzione #fascisti #Francia #ftp #GianLuigiBettoli #guerra #Luisa #MarioLizzero #medaglia #oro #partigiani #Pordenone #provincia #Resistenza #RisieraSanSabba #settembre #Spilimbergo #staffetta #Tagliamento #tedeschi #Tolone #Trieste #VirginiaTonelli

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Sony BRAVIA Theatre: nuova linea Home Audio per un cinema perfetto a casa


Sony BRAVIA Theatre debutta ufficialmente: la nuova linea Home Audio punta su audio immersivo e soluzioni avanzate per portare il cinema direttamente a casa
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Sony ha annunciato i nuovi prodotti audio BRAVIA Theatre e i TV BRAVIA 3 II e BRAVIA 2 II. La nuova linea Theatre include BRAVIA Theatre Bar 7 e BRAVIA Theatre Bar 5, oltre agli altoparlanti opzionali come BRAVIA Theatre Sub 9, BRAVIA Theatre Sub 8 e BRAVIA Theatre Rear 9.Questi nuovi prodotti sono progettati e realizzati per creare un campo surround più ampio e coinvolgente, per un impatto cinematografico più intenso. Il TV BRAVIA 3 II è un LED di fascia media, disponibile in dimensioni fino a 100 pollici, per un'esperienza da grande schermo a casa. Il nuovo modello entry, Bravia 2 II,sarà invecedisponibile da 43" a 75" pollici.

Le nuove Soundbar Sony


La nuova BRAVIA Theatre Bar 7 presenta un design compatto ma potente, dotato di nove unità di altoparlanti, tra cui speaker up-firing dedicati (rivolti verso l'alto) e speaker laterali che creano un campo sonoro notevolmente più ampio. Grazie alla tecnologia 360 Spatial Sound Mapping, proprietaria di Sony, la Theatre Bar 7 offre un audio surround avvolgente in stile cinematografico, insieme a un audio calibrato sulla base della stanza per un'esperienza di ascolto ottimizzata. La configurazione può essere ulteriormente migliorata aggiungendo subwoofer e altoparlanti posteriori per bassi più profondi e un'esperienza surround più ricca. Questi accessori consentono, inoltre, di godersi i contenuti IMAX Enhanced al massimo del loro potenziale.
Soundbar Sony Theatre Bar 7 Soundbar Sony Theatre Bar 7
BRAVIA Theatre Bar 5è un sistema a 3.1 canali dotato di un subwoofer wireless, in grado di offrire bassi potenti, dialoghi chiari e un eccellente equilibrio tra prestazioni e rapporto qualità-prezzo. S-Force PRO Front Surround, Vertical Surround Engine e l'esclusiva tecnologia di up-mixing di Sony creano un suono surround avvolgente, tridimensionale e coinvolgente, per film e programmi TV.
Soundbar Sony Theatre Bar 5Soundbar Sony Theatre Bar 5

Circondati dal suono


​Per completare ulteriormente l'esperienza home cinema, i nuovi subwoofer e altoparlanti posteriori di Sony aggiungono bassi profondi e un suono surround avvolgente e si integrano perfettamente ai modelli BRAVIA Theatre compatibili.
BRAVIA Theatre Sub 9BRAVIA Theatre Sub 9
Caratteristiche comuni a BRAVIA Theatre Sub 9 e BRAVIA Theatre Sub 8: dotati di grandi unità driver, offrono bassi potenti e profondi che consentono di percepire e vivere appieno le profondità nascoste del suono nei film. Per la prima volta nella serie BRAVIA Theatre, è supportato il collegamento con doppio subwoofer.

  • BRAVIA Theatre Sub 9: è dotato di due driver da 200 mm. I due driver contrapposti dotati di vibration cancelling riducono la distorsione e garantiscono bassi potenti e di alta qualità, che si estendono fino alle frequenze ultra-basse;
  • BRAVIA Theatre Sub 8: dotato di un driver da 200 mm, offre una riproduzione dei bassi profonda e accurata, anche alle frequenze più basse;
  • BRAVIA Theatre Rear 9: dotato di grandi altoparlanti up-firing da 80 mm con emissione verso l'alto che migliorano le prestazioni del canale posteriore e potenziano l'esperienza immersiva del suono spaziale a 360°, creando più altoparlanti fantasma.


BRAVIA 3 II


Oltre alla nuova linea di prodotti audio, Sony amplia anche la sua gamma di televisori con il BRAVIA 3 II, un TV di fascia media disponibile in dimensioni fino a 100 pollici. Dotato del processore XR presente nei televisori premium di Sony e della tecnologia XR Triluminos Pro, il BRAVIA 3 II offre un'ampia gamma cromatica, che consente riproduzione naturale dei colori, contrasto ricco e dettagli raffinati. BRAVIA, inoltre, collabora con MediaTek per offrire una riproduzione dell'immagine delicata e finemente dettagliata, e i suoi televisori supportano Dolby Vision/Atmos e DTS:X per la massima qualità cinematografica dell'immagine e del suono. BRAVIA 3 II supporta anche il 4K a 120 Hz e offre quattro porte HDMI 2.1, rendendolo ideale per i videogiochi.
TV Sony BRAVIA 3 IITV Sony BRAVIA 3 II
Per migliorare ulteriormente l'esperienza utente, il BRAVIA 3 II è dotato di un telecomandodi nuova concezione che risponde ai feedback degli utenti, grazie a un design ottimizzato dei pulsanti, forme distinte/differenziate e una chiara spaziatura per una navigazione tattile più facile. Inoltre, la funzione Remote Finder consente a tutti, comprese le persone con disabilità visive, di individuare facilmente il telecomando.

BRAVIA 2 II


BRAVIA 2 II è un ottimo punto di ingresso al mondo della qualità visiva. Questo TV racchiude numerose funzionalità essenziali che lo rendono il compagno ideale per emozionanti serate all'insegna del cinema: anche i vecchi classici in HD sono portati in alta definizione 4K, mentre la compatibilità con Dolby Atmos e DTS:X garantisce un’esperienza audio coinvolgente. Grazie all’integrazione con Google TV e Sony Pictures Core, la TV offre sempre una vasta scelta di contenuti ed è facile da usare. BRAVIA 2 II sarà disponibile in dimensioni che vanno dai 43’’ ai 75’’ pollici.
TV Sony BRAVIA 2 IITV Sony BRAVIA 2 II

Disponibilità


Le soundbar Sony sono già disponibile mentre i TV Bravia saranno disponibili il prossimo mese di maggio.

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ForkLift 4.6: tag più veloci e strumenti personalizzati in un clic


ForkLift 4.6 per macOS migliora la gestione dei tag con completamento automatico e suggerimenti inline, e permette di aggiungere strumenti personalizzati alla barra degli strumenti con icona dedicata.
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ForkLift, il file manager a doppio pannello per macOS, arriva alla versione 4.6 con alcune novità pratiche per chi gestisce archivi di file numerosi o lavora con flussi operativi ripetitivi.

La parte più sostanziale riguarda la gestione dei tag. Il campo di inserimento nel pannello laterale ora suggerisce i tag mentre si digita, attingendo alla lista configurata nelle impostazioni, e può essere espanso per visualizzare tutti i tag assegnati a un file. È inoltre possibile nascondere tag specifici dalla barra laterale e assegnarli direttamente da lì, senza aprire finestre aggiuntive. Lo stesso sistema di completamento automatico funziona nel pannello di anteprima e nella finestra informazioni.

L’altra novità riguarda la barra degli strumenti: adesso è possibile aggiungere strumenti personalizzati direttamente in cima all’interfaccia, con icona dedicata, per eseguirli con un solo clic. Per chi usa ForkLift anche come client per trasferimenti remoti e ha routine consolidate, può fare una certa differenza.

Completano l’aggiornamento vari miglioramenti minori e correzioni di bug.

ForkLift 4.6 è disponibile su Mac App Store e tramite acquisto diretto dal sito di BinaryNights.

SOURCE:// blog.binarynights.com

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damnatio memoriae del teatro (e della scrittura) di ricerca


L’intervista di Katia Ippaso a Pippo Di Marca, dedicata al suo (e di Giancarlo Dotto) spettacolo Essere e non essere, centrato su CB, si può ascoltare su Rai RadioTre / RaiPlaySound a partire da 22′ 57” cliccando su raiplaysound.it/audio/2026/03/….

Bon. Se si ascolta l’intervista a partire da 37′ 20”, si può notare come Pippo Di Marca parli precisamente, a proposito dell’immenso patrimonio artistico del teatro sperimentale, di una vera e propria “damnatio memoriae” (il nome di Strehler non cade a caso) che negli anni ha impedito – e impedisce tutt’ora – di raccogliere e conservare in un unico luogo anche fisico le migliaia di materiali audio, video, testuali, visivi, della ricerca; rischiando così di cancellare dalla memoria decenni di lavoro collettivo e individuale cruciali non solo per l’Italia ma per il contesto internazionale, che nel nostro Paese vedeva un crocevia teatrale inaggirabile.

Non posso non notare e con ciò evidenziare quanta – e quanto forte – sintonia esista fra questa damnatio e quella che ha colpito e colpisce la sperimentazione letteraria, la ricerca testuale. Una marginalizzazione e tentata (ma non riuscita) cancellazione che ha avuto inizio già a fine anni Settanta, e ha contato tra i suoi responsabili principali vari personaggi dell’editoria mainstream, precisamente identificabili. Ho provato ad accennarne qui e qui, due interventi presentati rapidamente qui: slowforward.net/2026/03/19/il-….

#CarmeloBene #cb #damnatioMemoriae #FranciaEmersa #GiancarloDotto #ItaliaSommersa #KatiaIppaso #PippoDiMarca #poesiaPerIlPubblico #raiplaysound #scritturaDiRicerca #scritturaSperimentale #scrittureDiRicerca #scrittureSperimentali #teatroDAvanguardia #teatroSperimentale #tratroDiRicerca


28 e 29 marzo, roma, teatro di villa lazzaroni: “essere e non essere. in memoriam di carmelo bene”, di pippo di marca e giancarlo dotto


sabato 28 marzo ore 21:00 e domenica 29 marzo ore 17:30

Pippo Di Marca in

ESSERE e NON ESSERE
in memoriam di Carmelo Bene


di Pippo Di Marca e Giancarlo Dotto

esseere e non essere_ pippo di marca su e con carmelo bene (pdm + giancarlo dotto)

Sabato 28 e domenica 29 marzo Essere e non essere in memoriam di Carmelo Bene al Teatro di Villa Lazzaroni è un testo di Pippo Di Marca e Giancarlo Dotto con in scena lo stesso Di Marca.

Lo spettacolo dedicato alla memoria di Carmelo Bene vuole evocare, raccontare, testimoniare momenti salienti dell’opera e della vita di Carmelo Bene, fino agli ultimi anni di malattia e di isolamento. Pippo Di Marca è una figura centrale dell’avanguardia teatrale italiana. Il suo teatro è sempre stato un luogo di sperimentazione linguistica, vocale e performativa.
Di Marca, con diverse iniziative e pubblicazioni, ha lavorato molto sul tema della memoria dei maestri e sulla necessità di custodire e trasmettere un patrimonio teatrale che rischia di perdersi.

Come lui stesso spiega: “Carmelo Bene lo conobbi nel ’66 nel camerino del Teatro delle Muse, al termine di un memorabile Il rosa e il nero. Un artista debordante, che imponeva la sua Presenza, il suo ipertrofico, straordinario, carnale. Un’amicizia poi cresciuta e alimentata in decenni di frequentazioni e di spettacoli a specchio, in una sorta di cammino parallelo, di empatia, che ha segnato gran parte della mia storia teatrale. Mi ha lasciato una predisposizione alla libertà creativa assoluta, ad armeggiare con la furia, l’euforia e la parodia, a coltivare l’arbitrio, a negare, a dire no ad ogni canone, a ogni convenzione acquisita. Un gigante del teatro italiano del Novecento, un Maestro inimitabile e irraggiungibile, un maestro ‘negato’: poiché il suo ‘magistero’, come quello dei veri grandi, è unico e ‘intrasmissibile’. […] Un amico con cui e di cui sentiamo il bisogno di continuare a parlare, raccontarlo: fare memoria, presenza viva, scenica della sua poetica e della sua vita; senza tralasciare la sua ‘umanità’, la sua fiera ‘fragilità’, accentuate nei lunghi ultimi anni di malattie e volontario autoesilio. Per me è stato, insieme a Leo De Berardinis, come un fratello maggiore. È stato il Gigante del Novecento in grado di sprigionare una potenza primigenia e coltissima, erudita, un’energia misteriosa, e insieme lucida, consapevole, articolata su una gamma inesauribile di ‘umori’, di variazioni della crudeltà suonate ad altezze inarrivabili… Sul piano dell’ironia suprema penso che surclassi persino Artaud!!!”

Quando nel 2002, Carmelo Bene morì, Pippo Di Marca pensò a un omaggio immediato in memoria, dal titolo Ora che Carmelo è morto, ma la ferita era troppo aperta per aver seguito con dolore gli ultimi mesi orribili di quel calvario finale. Giusto si impose il silenzio.

“Ma era destino, o simpatetico stato di necessità, che quel mancato debutto – spiega Di Marca – diventasse un testo, che condivido con Giancarlo Dotto, che ho messo poi in scena ininterrottamente per decenni. A cominciare dal decennale della morte nel 2012. Lo spettacolo, da allora, ha preso il titolo di Essere e Non Essere, a sottolineare da una parte il suo ipertrofico Io Scenico, la sua Presenza debordante, carnale/carnascialesca, il suo ESSERE e dall’altra parte il suo rovinare tutto proteso verso il NON ESSERE, il suo radicale senso della vanità del tutto, della sottrazione, della cancellazione, dell’assoluta tensione tra vitalismo e abbandono al cupio dissolvi. Da genio assoluto, nei mesi del calvario finale, ha scritto e ci ha lasciato come suo impareggiabile, grandioso testamento artistico, il poema capolavoro ‘l mal de’ Fiori”.

TEATRO DI VILLA LAZZARONI
Via Appia Nuova 522
00179 ROMA (RM)

Ingresso 22,00 €
#Artaud #CarmeloBene #cb #EssereENonEssere #GiancarloDotto #PippoDiMarca #teatro #TeatroDiVillaLazzaroni


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[Photo] Invio materiale Trenord ETR421 in transito a Castagneto Carducci


Invio materiale Trenord ETR421 in transito a Castagneto CarducciCon E464.395 + E464.391 in testa ed ETR421 FNM-077 + ETR421 FNM-078 a seguitoVideo registrato il 02/04/2026 Post originale: https://treni.creeperiano99.it/tg/1609 Se non riesci a visualizzare le foto clicca qui https://treni.creeperiano99.it/2026/04/photo-invio-materiale-trenord-etr421-in.html
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Invio materiale Trenord ETR421 in transito a Castagneto Carducci
Con E464.395 + E464.391 in testa ed ETR421 FNM-077 + ETR421 FNM-078 a seguito

Video registrato il 02/04/2026

Post originale: treni.creeperiano99.it/tg/1609

Se non riesci a visualizzare le foto clicca qui

treni.creeperiano99.it/2026/04…

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Astrocampania organizza una visita guidata il 10 aprile 2026 presso l’Osservatorio Astronomico S. Di Giacomo in Agerola, serata dedicata al cielo di primavera in un viaggio tra gli ammassi stellari e i pianeti visibili in questa stagione sotto le stelle dell’alta costiera amalfitana

Un coinvolgente spettacolo al Planetario per un viaggio tra le stelle alla scoperta degli ammassi stellari e dei pianeti Giove e Venere ; a seguire emozionanti osservazioni di questi oggetti celesti attraverso un potente telescopio da campo, il tutto sotto la guida esperta dei divulgatori di Astrocampania.

[…]

astrocampania.it/2026/04/05/am…

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Pasqua 2026, un segno di speranza nella notte


Come fare Pasqua in questo tempo di guerra, di incertezza, di paura? Come parlare di Resurrezione dopo aver visto l’uso della forza e della sopraffazione giustificati in nome di Dio, come è avvenuto alla Casa Bianca? Abbiamo dimenticato che anche Gesù (fosse o non fosse figlio di Dio) è stato vittima della violenza, dopo aver vissuto accanto agli umili, commuovendosi fin nelle viscere per […]

Leggi il resto: argocatania.it/2026/04/05/pasq…

#Guerra #migranti #Pasqua #SanBerillo

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luisa canciello: “gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane. l’italia non parla” (‘il manifesto’, 4 apr. 2026)


dall’account fb di Assopace Palestina

Luisa Canciello: A Ginevra gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane. L’Italia non parla (da ‘il manifesto’, 4 aprile 2026)

PALESTINA Presentato il rapporto di Francesca Albanese

Nel centro di detenzione nel deserto del Naqab, i prigionieri palestinesi detenuti dalle forze israeliane sono sottoposti a torture sistematiche e a condizioni che trasformano la detenzione in una forma quotidiana di annientamento.
Khaled M. è il primo avvocato a cui è stato permesso entrare in questi centri. Dopo anni in questo campo, afferma di aver assistito a un livello di violenze senza precedenti. Lo incontriamo a Ginevra, al Palais de Nations, durante la presentazione del rapporto della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Khaled racconta di un uomo di 67 anni stuprato mentre aveva mani e piedi legati, filmato e deriso. Di un ragazzo di 20 anni spogliato e sottoposto a waterboarding. Un soldato è arrivato con un estintore; la parte superiore è stata inserita nell’ano – Khaled si scusa per la crudezza- la sostanza spruzzata all’interno. Il ragazzo vive oggi con gravi conseguenze psicologiche. Anche il personale medico è coinvolto: «I prigionieri vengono amputati senza anestesia».
L’avvocato riporta un’altra testimonianza, di una donna: «Mi hanno chiesto di sedermi sulle ginocchia, hanno inserito una bottiglia nella mia vagina, e mi hanno costretto a toglierla più volte. Sei persone».

A DIMOSTRAZIONE di ciò, l’ottavo report di Albanese, «Tortura e genocidio», raccoglie oltre 300 testimonianze, identificando nella tortura uno dei simboli di questo genocidio configurandola come strumento di sterminio, perpetuata attraverso la sistematica e violenta deprivazione della dignità umana. Un inferno quotidiano, imposto a corpi e vite, reso possibile non solo dall’azione di Israele, ma anche dalla complicità e dal silenzio dei nostri governi. Durante la presentazione, Albanese presta la sua voce ai sopravvissuti, le cui testimonianze continuano a vivere nonostante l’annientamento subito: «Uno dei soldati mi ha violentato inserendo con forza un bastone nel mio ano. Dopo circa un minuto lo ha tolto e lo ha inserito di nuovo con più forza mentre urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone. Desideravo morire mentre mi stavano violentando».

È SOLO UNA delle testimonianze riportate da Albanese, che documentano crimini contro l’umanità e violazioni della Convenzione contro la tortura e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. «A Israele è stata di fatto concessa una licenza per torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi, dei vostri ministri, lo ha permesso – denuncia Albanese – Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi, inclusi bambini, soprattutto se erano medici, giornalisti, o operatori umanitari. Quasi 100 di loro sono morti in custodia. 4mila risultano ancora vittime di sparizione forzata. Migliaia sono stati detenuti senza accuse, trattenuti in condizioni disumane, picchiati, incatenati, abusati sessualmente, privati di cure mediche, affamati, stuprati».
Dopo la presentazione del rapporto, numerosi stati tra cui Slovenia, Irlanda, Spagna, hanno espresso sostegno al mandato della relatrice e denunciato l’uso sistemico della tortura da parte di Israele contro il popolo palestinese. L’Italia, invece, non ha espresso né sostegno né condanna: si è limitata a richiamare la relatrice al dovere di attenersi al proprio codice di comportamento, senza esprimersi nel merito delle accuse. Il divieto di tortura è una norma inderogabile (ius cogens): il silenzio non è neutralità, è complicità.
L’immobilità politica e la mancanza di volontà di agire rivelano i limiti di un sistema internazionale di matrice coloniale, formalmente costruito per tutelare il diritto, ma oggi incapace di farlo rispettare, fino a svuotarlo e sgretolarlo.
L’ambasciatore palestinese presso la sede Onu a Ginevra, Ibrahim Khraishi, intervistato nella sala del Café Suisse, afferma: «I doppi standard stanno uccidendo l’Europa. Si parla di valori condivisi con Israele, ma quali valori? Come si può dire di condividere i valori del genocidio? Gli europei devono difendersi». A queste parole fanno eco quelle di Albanese: «Ho fatto appello all’essere umano che è in voi: non siete stanchi? La diplomazia, in tempo di genocidio, non è neutrale. Com’è possibile che questa realtà non abbia ancora portato alla sospensione delle vostre relazioni con Israele?».

L’IMPUNITÀ alimenta i crimini: «La tortura fa all’individuo ciò che il genocidio fa a un gruppo in quanto tale. Un genocidio è diventato la forma estrema di tortura. Ciò che viene perso in Palestina sarà perso ovunque».

ilmanifesto.it/a-ginevra-gli-s…
#bambini #children #colonialism #FrancescaAlbanese #Gaza #genocide #genocidio #IbrahimKhraishi #IDF #ilManifesto #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #LuisaCanciello #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #tortura #warcrimes #zionism

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Arti 2.2: il client Tor in Rust aggiunge il supporto HTTP CONNECT


Arti 2.2, la riscrittura in Rust del client Tor, introduce il supporto HTTP CONNECT ora attivo di default, migliora le API per sviluppatori e corregge una vulnerabilità a bassa severità.
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Il Tor Project ha rilasciato Arti 2.2, nuovo aggiornamento del client Tor scritto in Rust. Arti non è ancora quello che gira sotto Tor Browser, ma è il progetto su cui il Tor Project sta puntando per il futuro: una riscrittura completa del codice storico in C, pensata per eliminare alla radice intere categorie di vulnerabilità legate alla gestione della memoria.

La novità principale della 2.2 è l’adozione definitiva del protocollo HTTP CONNECT per connettersi alla rete Tor. Finora era una funzione sperimentale; ora è inclusa di default nelle build full e disponibile sulla stessa porta già usata da SOCKS. Per chi integra Arti in applicazioni proprie, avere i due protocolli sullo stesso punto di accesso semplifica parecchio la configurazione.

Sul fronte delle API, la libreria arti-rpc-client-core guadagna il supporto alle richieste non bloccanti e l’integrazione con i cicli di eventi delle applicazioni, due elementi rilevanti per chi costruisce software sopra Arti. Arriva anche una nuova funzionalità di accesso amministrativo tramite RPC, utile per chi gestisce istanze Arti in ambienti più complessi.

La 2.2 corregge anche TROVE-2026-005, una vulnerabilità a bassa severità che in alcune configurazioni embedded avrebbe potuto ridurre la resistenza agli attacchi di tipo denial-of-service..

In parallelo prosegue lo sviluppo del supporto relay, con lavoro su canali, circuiti e funzionalità legate ai server di directory. Non si tratta ancora di funzioni disponibili agli utenti, ma l’obiettivo, avere Arti che gestisce anche i relay della rete Tor, si avvicina versione dopo versione.

Chi vuole esplorare il progetto trova tutto su torproject.org.

SOURCE:// Arti 2.2.0 released blog.torproject.org

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Pi-hole: aggiornamento urgente, corrette vulnerabilità XSS e un bypass sull’API


Pi-hole rilascia FTL v6.6, Web v6.5 e Core v6.4.1 con fix di sicurezza importanti: XSS, escalation di privilegi e bypass dell'autorizzazione. Aggiornare prima possibile.
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Pi-hole ha rilasciato un aggiornamento su tutti e tre i suoi componenti principali, FTL v6.6, Web v6.5 e Core v6.4.1, con un’immagine Docker taggata come 2026.04.0. L’aggiornamento è principalmente di sicurezza e chi gestisce un’installazione esposta anche solo sulla rete locale farebbe bene ad aggiornare senza aspettare.

Le vulnerabilità corrette


Nell’interfaccia web sono stati chiusi diversi problemi di XSS e iniezione HTML, segnalati da tre ricercatori che hanno scelto di notificare il problema privatamente al team prima di renderlo pubblico. I componenti coinvolti includono la gestione delle query, la pagina Rete e la Dashboard.

Nel Core è stata corretta un’escalation di privilegi locale: il file /etc/pihole/versions veniva importato direttamente dagli script di Pi-hole eseguiti come root, con la possibilità, in uno scenario post-compromissione, di eseguire codice arbitrario. La correzione sostituisce quel meccanismo con un parser che accetta solo chiavi conosciute e valori validati.

In FTL, invece, è stato risolto un bypass dell’autorizzazione sull’endpoint /api/teleporter: le sessioni API da riga di comando, concepite come sola lettura, riuscivano ad importare archivi Teleporter aggirando i controlli previsti. Separato ma altrettanto delicato, un difetto nella gestione dei parametri di configurazione: FTL non verificava correttamente la presenza di caratteri di interruzione riga nei valori DNS e DHCP. Un parametro artefatto poteva così introdurre contenuto aggiuntivo nel file di configurazione, interpretato poi come istruzione valida, con possibilità di esecuzione di codice da remoto.

Novità e fix di affidabilità


Sul piano della stabilità, FTL ora attende il completamento di un aggiornamento della gravity (il database dei domini bloccati) in corso prima di riavviarsi, evitando la finestra in cui Pi-hole poteva temporaneamente smettere di rispondere alle query DNS. È anche disponibile la nuova opzione resolver.macNames per controllare la risoluzione dei nomi host tramite indirizzo MAC, utile in reti con segmentazione di livello 2.

Corretti inoltre un underflow intero che faceva apparire il log delle query con un numero assurdo di pagine, un contatore dei client gonfiato dal rate limiter, e una crescita incontrollata della memoria quando l’importazione dei grafici storici era disabilitata.

Come sempre, prima di aggiornare con pihole -up conviene esportare la configurazione con Teleporter.

SOURCE:// pi-hole.net
SOURCE:// github.com

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Telegram si aggiorna: editor IA, sondaggi potenziati e la rete Cocoon


L'ultimo aggiornamento di Telegram introduce un editor testuale basato su IA, nuove opzioni per i sondaggi, supporto alle Live Photo e uno scanner documenti. Le funzioni IA girano su Cocoon, la rete di calcolo decentralizzata di Telegram basata su blockchain TON.
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L’aggiornamento di fine marzo su Telegram introduce un discreto numero di novità, alcune più sostanziose, altre di contorno.

La feature più discussa è l’editor di testo IA, integrato direttamente nella barra dei messaggi. Dopo aver scritto almeno tre righe, compare un’icona “AI” che permette di correggere la grammatica, riscrivere il testo in stile diverso o tradurre il messaggio in un’altra lingua. Gli stili disponibili spaziano dal formale al decisamente folkloristico: ci sono Formal, Short, Corp, Zen, ma anche Tribal, Biblical e Viking. Onestamente mi sembra una funzione di dubbia utilità pratica, ma potrei anche sbagliarmi ovviamente.

Cocoon: la rete IA di Telegram


Tutte le funzioni IA di Telegram passano per Cocoon, una piattaforma di elaborazione decentralizzata sviluppata dall’ecosistema Telegram. L’idea è che le richieste vengano eseguite all’interno di ambienti di calcolo riservati basati su TEE (Trusted Execution Environment, attualmente Intel TDX), dove nemmeno i proprietari dei server possono accedere ai dati. Il tutto gira sulla blockchain TON, quella di Telegram, e i proprietari di GPU possono contribuire alla rete guadagnando criptovaluta. I modelli utilizzati sono open source.

È un’architettura interessante sulla carta, e la scelta dei TEE per proteggere i prompt è tecnicamente sensata. Resta il fatto che sia Cocoon sia TON sono progetti strettamente legati a Telegram e a Pavel Durov, il che richiede una certa fiducia nel soggetto, non diversamente da qualunque altro servizio centralizzato.

Sondaggi, Live Photo e altro


I sondaggi ricevono l’aggiornamento più ricco in termini di opzioni: si possono ora allegare immagini o posizioni alle domande, permettere agli utenti di suggerire nuove risposte, mostrare chi ha votato, impostare limiti di tempo con risultati nascosti fino alla scadenza, disabilitare il cambio di voto e mescolare le opzioni tra gli utenti. Un bel salto rispetto alle funzionalità precedenti, utile soprattutto per chi gestisce canali o gruppi numerosi.

Telegram supporta ora nativamente le Live Photo di iOS e le Foto in movimento di Android, con tre modalità di riproduzione: singola, continua o rimbalzo. Funzione attesa da chi usa queste fotocamere e si ritrovava i file degradati in fase di invio.

Su iOS arriva anche uno scanner documenti integrato: rileva automaticamente i bordi, rimuove lo sfondo e converte in PDF, con possibilità di ritocchi manuali.

I bot possono ora creare e gestire altri bot tramite le API, aprendo la strada a flussi automatizzati senza scrivere codice direttamente.

Infine, chi usa app Telegram di terze parti vedrà comparire un avviso di sicurezza sul proprio profilo, visibile agli altri utenti. Telegram ricorda che le app ufficiali sono open source con build verificabili, mentre le versioni non ufficiali non offrono le stesse garanzie crittografiche.

SOURCE:// telegram.org
SOURCE:// cocoon.org

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audio dell’intervista a giuseppe garrera su “vita minore” (rai radiotre, 4 aprile 2026)


A3 il formato dell'arte, 4-4-2026_ Garrera su Vita minore

Logo Rai Radio 3

A3 il formato dell’arte

San Francesco e l’arte, da Giotto alla contemporaneità


In occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, ospite d’apertura di Elena del Drago Giuseppe Garrera, curatore con Gianni Carrera della mostra “Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea” visitabile fino al 2 giugno a Spoleto a Palazzo Collicola; a seguire Veruska Picchiarelli racconta l’esposizione “Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento” da lei curata con Emanuele Zappasodi e aperta alla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia fino al 14 giugno 2026. Le musiche scelte e presentate da Francesco Mandica: Les blue stars, La légende du pays des oiseaux; Aaron Neville, Hard to believe.

raiplaysound.it/audio/2026/04/…
04 Apr 2026

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Nextcloud e IONOS creano un fork di ONLYOFFICE, che li denuncia per violazione di licenza


Un consorzio europeo guidato da Nextcloud e IONOS ha lanciato Euro-Office, fork di ONLYOFFICE pensato come alternativa sovrana a Microsoft 365. Tre giorni dopo, ONLYOFFICE ha sospeso la partnership e accusato il progetto di violare la licenza AGPLv3.
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Il 27 marzo a Berlino, Nextcloud, IONOS e una dozzina di altri soggetti europei, tra cui Proton, XWiki e OpenProject, hanno annunciato Euro-Office: un componente open source per la modifica collaborativa di documenti, fogli di calcolo e presentazioni, pensato per integrarsi in piattaforme come Nextcloud Hub, Proton Docs o OpenProject. Non è una suite autonoma da installare sul desktop, ma un editor web da innestare in ambienti di lavoro esistenti. Il codice è già disponibile in anteprima su GitHub, con la prima versione stabile attesa per l’estate.

La base tecnica è quella di ONLYOFFICE, di cui Euro-Office è un fork diretto. Il consorzio ha scelto questo percorso invece di collaborare con il progetto originale per una serie di motivi documentati nel repository: pull request sistematicamente ignorate, istruzioni di compilazione obsolete, codice con parti offuscate o compilate senza sorgente, messaggi di commit che rimandano a tracker interni inaccessibili. Motivazioni tecniche concrete, non solo di principio.

La risposta di ONLYOFFICE


Tre giorni dopo l’annuncio, ONLYOFFICE ha risposto con un comunicato formale accusando Euro-Office di violare la licenza AGPLv3. Il nodo è nelle condizioni aggiuntive aggiunte da Ascensio System, la società dietro ONLYOFFICE, alla propria versione della licenza nel maggio 2021: la sezione 7 della AGPLv3 consente al titolare del copyright di imporre requisiti supplementari, e ONLYOFFICE ne ha inseriti due, ovvero l’obbligo di conservare il logo originale nei lavori derivati e il divieto di usare i marchi registrati.

Euro-Office ha rimosso entrambe queste clausole, ritenendole incompatibili tra loro, oltre che inapplicabili in quanto restrizioni di marchio non ammissibili come condizioni di licenza. Secondo Nextcloud, questa interpretazione è condivisa dalla Free Software Foundation e da Bradley M. Kuhn, tra gli autori della licenza AGPL stessa. ONLYOFFICE sostiene invece che la licenza sia un insieme indivisibile: o la si accetta per intero, condizioni aggiuntive incluse, o non si ha titolo per usare il codice.

In parallelo alla disputa legale, ONLYOFFICE ha sospeso la partnership commerciale con Nextcloud, in vigore da otto anni, che permetteva agli utenti di modificare documenti direttamente dall’interno di Nextcloud Hub.

Un formato nativo da definire


Sul progetto si è espressa anche The Document Foundation, l’ente che sviluppa LibreOffice. Il tono è benevolo verso l’iniziativa, ma la domanda che pone è scomoda: qual è il formato nativo di Euro-Office? Il comunicato di lancio non menziona ODF nemmeno una volta, e promette invece piena compatibilità con i formati Microsoft. Come scrive TDF sul proprio blog, compatibilità con OOXML e sovranità digitale non sono la stessa cosa: OOXML è uno standard progettato, controllato e gestito da Microsoft, e costruire un’alternativa europea con quel formato al centro significa spostare il server in Europa mantenendo il vincolo architetturale a Redmond.

TDF non chiede di abbandonare il supporto ai formati proprietari, cosa che LibreOffice stesso fa da sempre per ragioni pratiche. Chiede se ODF, standard ISO sviluppato fuori dal controllo di qualsiasi azienda e già obbligatorio in alcune giurisdizioni europee tra cui la Germania, sarà il formato in cui le pubbliche amministrazioni creeranno e scambieranno documenti. È una distinzione che Euro-Office dovrà affrontare prima che l’architettura sia consolidata.

La disputa legale è destinata a durare, e la questione al centro non è banale: stabilire se le condizioni aggiuntive che ONLYOFFICE ha inserito nella propria versione della AGPLv3 siano vincolanti per i fork è un tema che riguarda l’intero ecosistema open source, non solo questo progetto. Finché nessun tribunale si pronuncia, entrambe le parti hanno argomenti giuridici solidi. Nel frattempo, Euro-Office deve costruire una comunità di sviluppatori e convincere le pubbliche amministrazioni europee della propria affidabilità, con un contenzioso aperto fin dal primo giorno.

SOURCE:// nextcloud.com
SOURCE:// onlyoffice.com
SOURCE:// heise.de
SOURCE:// github.com
SOURCE:// blog.documentfoundation.org

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[film] L’ultima missione: Project Hail Mary


Titolo: L’ultima missione: Project Hail Mary
Regia: Phil Lord e Christopher Miller
Soggetto: dal romanzo Project Hail Mary di Andy Weir
Sceneggiatura: Drew Goddard
Effetti speciali: Chris Corbould, Neal Scanlan, Paul Lambert, Mag Sarnowska
Altro: anno 2026; durata 156 minuti; titolo originale: Project Hail Mary; paese di produzione: USA; genere: fantascienza; direzione del doppiaggio: Daniele Giuliani

(Dati da wikipedia e Antonio Genna per il doppiaggio.)

Interpreti e personaggi:
Ryan Gosling: Ryland Grace
Sandra Hüller: Eva Stratt
Milana Vayntrub: Olesya Ilyukhina
Ken Leung: Yáo Li-Jie

Voto: 7/10

In un prossimo futuro l’umanità scopre che dei microrganismi riescono a mangiarsi, letteralmente, il Sole e che lo stanno facendo anche nelle stelle vicino a noi. Tutte tranne una: Tau Ceti. I tempi per capire come contrastare questi astrofagi è poco, qualche decina di anni, e l’unico modo per capire come contrastarli è andare su Tau Ceti per studiare questa eccezione. Il viaggio dell’equipaggio umano, però, sarà di sola andata. I risultati dell’indagine, se riusciranno a scoprire il mistero, saranno spediti verso la terra da speciali sonde automatiche.

Il viaggio verso Tau Ceti riesce, in qualche modo, ma non siamo gli unici ad aver avuto la stessa idea. Gli alieni di 40 Eridani hanno avuto la stessa idea e un viaggio verso Tau Ceti finito allo stesso modo.

Solo la cooperazione fra le due specie potrà portare a qualcosa di utile.

Ecco, da questo punto di vista il film è molto bello: in un mondo dominato dalla competizione per far vedere chi ce l’ha più lungo, la cooperazione e la compassione qui, alla fine, hanno la meglio.

Fra le perplessità da cagacazzo 55enne che mi permetto di segnalare: le supercazzole per spiegare il funzionamento dei microrganismi divoratori di stelle mi sembrano molto inverosimili, nel senso che si potevano anche evitare. Non c’è bisogno di spiegare cose con altre cose impossibili. In Star Trek il teletrasporto funziona benissimo, non c’è bisogno di dare troppe spiegazioni. La cosa più grave, invece, è far scendere una sfera metallica con una catena da una astronave in orbita. Spero di aver visto male e di essermi perso un pezzo nell’azione della scena, ma se si lascia andare una sfera da una astronave in orbita, la sfera non cadrà affatto verso il pianeta, starà in orbita assieme a tutta l’astronave. Per farla scendere, una forza la deve spingere verso il basso.

Le spiegazioni di Luca Nardi vanno viste DOPO la visione del film.

Buona visione!
#andyWeir #ChristopherMiller #film #LUltimaMissioneProjectHailMary #PhilLord #recensione #RyanGosling

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I consigli di Montanelli all’ambasciatrice statunitense


Diversi [nel 1953, cone le elezioni politiche caratterizzate dalla legge maggioritaria ribatezzata “legge truffa”] erano i problemi di cui si doveva tenere conto e che complicavano l’ipotesi di un annuncio apparentemente senza problemi. Innanzitutto era indispensabile valutare l’impatto che avrebbe avuto sui partiti laici di centro, non entusiasti di un sistema troppo concentrato nelle mani della Dc e penalizzante per gli alleati minori. C’era poi una questione tempistica. In parlamento si stava già discutendo l’abrogazione della legge elettorale, quindi l’annuncio andava fatto in tempi ragionevoli e con dati precisi alla mano. Da ultimo, come si diceva, la perplessità di De Gasperi relativa alla nuova composizione di Camera e Senato non accompagnata da una issue d’impatto sull’elettorato. Si riferiva, più di ogni altra cosa, a Trieste, come annotava la signora Luce [ambasciatrice in Italia degli Stati Uniti] in chiusura di conversazione. E la questione, nel caso in cui fosse stata risolta, avrebbe potuto davvero imprimere un corso diverso agli eventi: “Quando [De Gasperi] mi accompagnò alla porta, mi chiese se sarei andata a casa per Natale. Dissi che speravo di sì. Poi, stringendomi la mano, affermò: ‘se il vostro Paese riuscirà a dare Trieste a questo governo per Natale, noi potremo farvi il regalo di annunciare che abbiamo ricontato i voti e vinto le elezioni di giugno, per poi cominciare la controversia coi comunisti. In quel caso potremmo avere qualche possibilità di vincere le future elezioni’ ” <59. Trieste, com’è noto, non tornò italiana quell’anno. Da un lato, i tempi non erano ancora maturi e, dall’altro, prevalse il senso di responsabilità di fronte a risultati e ad un parlamento ormai funzionante e legittimato <60.
«Le elezioni non sono andate proprio a male – commentava la Luce usando un’immagine “gastronomica” – ma certamente si sono un po’ inacidite. Non offrono presagi luminosi per la nostra linea politica sulla Nato» <61. L’ambasciatrice accusava la stampa americana di aver dato un peso eccessivo al suo intervento di Milano: i giornali avevano fornito «immagini distorte e fuori dal contesto», dimenticando che solo la destra monarchico-fascista aveva esplicitamente attaccato il suo discorso <62. La conferenza del 28 maggio alla Camera di commercio di Milano è stata spesso ritenuta emblematica dell’interventismo della Luce, poiché in quella sede minacciò gravi conseguenze per il sostegno all’Italia in caso di vittoria di una delle ali estreme <63. Una tale interpretazione della vicenda, però, suscita a qualche perplessità. Esternazioni del genere non erano una novità per la diplomazia americana: John Foster Dulles in Germania aveva espresso sostanzialmente gli stessi concetti <64. Tuttavia, quelle di Milano risultarono sgradite al Dipartimento di Stato, che aveva espressamente chiesto alla Luce di non rilasciare dichiarazioni e tenere un basso profilo <65. In più, pochi giorni prima del discorso era stata la stessa ambasciatrice a fare considerazioni analoghe sui pericoli di un’eccessiva ingerenza statunitense. Scrivendo a Ferguson, amico personale nonché influente senatore repubblicano, aveva affermato che gli elementi antiamericani in Italia stavano «ansiosamente cercando prove di interferenza o pressione americana» <66.
In questo frangente, non è azzardato ipotizzare l’influenza di una personalità importante con cui Clare Luce aveva stretto un rapporto di amicizia privilegiato: Indro Montanelli. Poco prima della partenza per l’Italia, Mrs. Luce aveva ricevuto una lettera del giornalista toscano, suo amico di lunga data <67. Augurandole un magnifico successo, che sarebbe stato «un gran bene per i due paesi», Montanelli così si rivolgeva alla Signora: «Spero di non trovarla delusa dei miei compatrioti, del loro (apparente) cinismo, della loro (superficiale) immoralità. Comunque, li affronti con coraggio, qualche volta con insolenza, e sempre con assoluta spregiudicatezza. Gl’italiani vanno pazzi per queste virtù, forse perché non conoscono la Virtù vera» <68.
Pare proprio che l’ambasciatrice abbia seguito alla lettera i consigli del giornalista, a cui tra l’altro chiedeva, a conferma del rapporto di fiducia tra i due, un elenco di persone da incontrare a Roma. Montanelli le consigliò alcuni «manipolatori dell’opinione pubblica [sic]» <69. Da neofita della diplomazia e da scarsa conoscitrice del nostro Paese, Mrs. Luce doveva affidarsi necessariamente a qualcuno che la introducesse ai pregi e ai difetti del popolo italiano. Montanelli fu il suo “Cicerone” prima della partenza, dato che avevano passato molto tempo insieme a New York <70. Ma continuò ad essere una figura di riferimento molto ascoltata anche in Italia, suggerendo perfino vie d’uscita
extraparlamentari. Non fu perciò solo una concezione semplicistica e grossolana della politica e della capacità americana di influenzare l’Italia a dettare il tenore dell’intervento di Milano a una settimana dal voto. Pesarono, come spesso accade, rapporti di amicizia, situazioni contingenti e tanti dubbi. Dubbi che, da quanto risulta dalla documentazione, rimasero in Clare Boothe Luce fino alla fine, facendo conoscere aspetti finora trascurati dell’ambasciatrice come, appunto, i tormenti sulle decisioni da prendere.

[NOTE]59 Memorandum of conversation, C.B. Luce, A. De Gasperi, November 21, 1953, NARA, RG 84, Italy, U.S. Embassy, Rome, Records of Clare Boothe Luce 1955-1957, Lot File 64F26 (d’ora in poi RG 84, CBL), Box 4, f. Memoranda of conversations ’53.
60 Pietro Ingrao, tra gli altri, ha sottolineato la correttezza di De Gasperi e Scelba nel prendere atto dei risultati, si veda C. Rodotà, Storia della legge truffa, cit., p. 105; M.S. Piretti, La legge truffa, cit., pp. 210-211.
61 C.B. Luce to C.D. Jackson (Special Assistant to the President), June 19, 1953, FRUS, 1952-54, VI, pt. 2, pp. 1612-13. Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 7.
62 C.B. Luce to C.D. Jackson, cit., pp. 1612-13.
63 M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica», cit., p. 977; A. Brogi, L’Italia e l’egemonia americana, cit., p. 74. Per il testo integrale del discorso in lingua originale si veda LOC, CBLP, Box 686, f. 4, May 28, 1953. Sulle varie reazioni della stampa italiana si vedano Wide press comments on Ambassador Luce’s speech, Italian press highlights n. 229, prepared by Mutual Security Agency and United States Information Service, May 30-31, June 1, 1953, DDEL, JFD Papers, 1951-59, General correspondence and memoranda series, Box 2, f. Strictly confidential – L (4); Italian elections, C. Norberg (Acting Deputy Assistant Director, PSB) to Acting Director (Office of Coordination, PSB), May 29, 1953, DDEL, WH Office, NSC Staff Papers 1953-1961, PSB Central File Series, Box 13, f. PSB 091 Italy (3).
64 Dulles mise in guardia i tedeschi sulla pericolosità di votare i socialdemocratici, M. Del Pero, American Pressures and their Containment in Italy during the Ambassadorship of Clare Boothe Luce, 1953-1956, «Diplomatic History», vol. 28, n. 3, june 2004, p. 418.
65 M. Del Pero, Stati Uniti e “legge truffa”, cit., p. 505; M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 186. Significativo, inoltre, il fatto che la Luce ricevette il plauso dell’armatore genovese Ernesto Fassio, che non nascose le simpatie per il ventennio fascista ma fu sempre assai critico verso il Msi, si veda LOC, CBLP, Box 603, f. Fa-Fea 1953.
66 C.B. Luce (Ambassador in Italy) to H.S. Ferguson (Republican Senator), May 11, 1953, NARA, RG 59, Subject files relating to Italian Affairs, 1944-1956, Lot File 58D357, Box 11, f. 380.02 Emigration 1951-54.
67 Il giornalista trasse da un incontro-intervista del 21 marzo a New York l’articolo Clare Luce, «Corriere della Sera», 7 aprile 1953. Si veda il commento nel diario di Montanelli, citato in S. Gerbi, R. Liucci, Lo stregone. La prima vita di Indro Montanelli, Einaudi, Torino, 2006, p. 295.
68 I. Montanelli a C.B. Luce, 31 marzo 1953, LOC, CBLP, Box 606, f. 3 Mod-Mon 1953.
69 I. Montanelli a C.B. Luce, s.d. ma tra il 21 marzo, quando i due si incontrano, e il 31 marzo 1953, data in cui Montanelli ringrazia per l’approvazione dell’articolo destinato al «Corriere», LOC, CBLP, Box 606, f. Mod-Mon 1953. Altro segno della stima reciproca tra i due è un passaggio di un memorandum del 1954, in cui la Luce enumera le tante volte (sei in venti mesi) in cui si è incontrata con il giornalista, definito «un profeta di inevitabili sventure». Al sostantivo «profeta» è abbinato l’aggettivo inesistente «voluable», non è chiaro se la parola originale fosse «valuable» (prezioso) o «voluble» (loquace). Si veda Memorandum of conversation, I. Montanelli, C.B. Luce, November 20, 1954,
NARA, RG 84, CBL, Box 4, f. Memoranda of conversations ’54.
70 È Montanelli ad affermare di essere amico di Mrs. Luce «da molto prima che lei diventasse ambasciatrice in Italia», si veda Una gladio in borghese, Intervista a Indro Montanelli di M.G. Rossi e M. Del Pero, «Italia contemporanea», settembre 1998, n. 212, p. 647.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010
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DJI Avata 360: il nuovo drone FPV che rivoluziona il volo immersivo


DJI Avata 360 porta il volo FPV a un livello completamente nuovo grazie a un’esperienza immersiva a 360°. Ecco come funziona, cosa cambia rispetto ai droni tradizionali e perché potrebbe rivoluzionare il settore
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DJI ha presentato Avata 360, il nuovo drone di punta dell’azienda offre immagini a 360°. Inoltre, il potente sistema di trasmissione video O4+ e il rilevamento degli ostacoli permettono ai creator di vedere più lontano, con un’esperienza di volo più stabile, più sicura e ancora più immersiva. Abbinato a DJI Goggles e ai Motion Controller, l’ultimo arrivato della serie Avata offre un’esperienza di volo immersiva con tutto il brivido dell’FPV.
Nella foto sopra, DJI Avata segue i ciclistiNella foto sopra, DJI Avata segue i ciclisti

Due obiettivi per aumentare la creatività


Avata 360 beneficia di due diversi obiettivi che possono essere alternati in modo fluido. L’obiettivo a 360° utilizza sensori equivalenti a 1 pollice che catturano immagini a 360° con ricchi dettagli per video HDR a 8K/60 fps e foto da 120 MP. Con pixel grandi e un'ampia gamma dinamica, anche luci e ombre vengono catturate con nitidezza. Sia i video sia le foto possono essere esportati direttamente o rielaborati in post-produzione. La modalità Obiettivo singolo, invece, consente ai creator di effettuare riprese tradizionali in 4K/60fps, come con Avata.

Autenticazione push mobile: sicurezza bancaria sul tuo smartphone
Le banche stanno abbandonando le password tradizionali. L’autenticazione push mobile permette di approvare accessi e pagamenti con un tap sullo smartphone — ma come funziona davvero e quanto è sicura?
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Trasmissione video stabile


Il nuovo drone è dotato del sistema di trasmissione video O4+ di punta dell’azienda, che offre live feed stabili e nitidi per voli più fluidi e coinvolgenti. Le sue eccellenti capacità anti‑interferenza consentono la trasmissione in alta definizione e ad alta frequenza di fotogrammi a 1080p/60 fps e supportano una portata fino a 20 km.
Le lenti sono facilmente intercambiabiliLe lenti sono facilmente intercambiabili

Sicurezza avanzata


Avata 360 offre fino a 23 minuti di autonomia di volo (dichiara DJI) e include diverse funzioni di sicurezza standard, tra cui il rilevamento omnidirezionale degli ostacoli in notturna e le pareliche integrate. Se danneggiata, la lente della fotocamera può essere sostituita facilmente con il kit lente di ricambio con strumenti per DJI Avata 360 (venduto separatamente). Consente inoltre un’esperienza eccezionale nella creazione di contenuti aerei: una singola ripresa realizzata con l’imaging a 360° può essere trasformata, in post-produzione, in molteplici clip.
Grazie a DJI RC Motion 3, anche i principianti potranno eseguire acrobazie aeree come il driftingGrazie a DJI RC Motion 3, anche i principianti potranno eseguire acrobazie aeree come il drifting

Le principali funzionalità


Il DJI Avata 360 integra una serie di funzionalità avanzate che ridefiniscono l’esperienza FPV rendendola accessibile anche ai meno esperti. Tra le principali novità spiccano lo Spotlight Free, che consente di agganciare automaticamente un soggetto in movimento replicando movimenti di camera professionali, e ActiveTrack 360°, capace di adattare dinamicamente il tracciamento in base allo scenario, mantenendo sempre il soggetto al centro dell’inquadratura.
DJI Avata con Radiocomando RC2DJI Avata con Radiocomando RC2
La modalità FPV introduce un effetto di rollio naturale applicabile anche in post-produzione, mentre il tracciamento intelligente, supportato da algoritmi evoluti, permette di seguire con precisione persone, veicoli e animali anche in riprese a 360°. Sul fronte editing, il sistema GyroFrame consente un controllo totale dell’inquadratura direttamente in app, affiancato da uno stabilizzatore virtuale che abilita rotazioni e inclinazioni infinite per movimenti di camera più dinamici. Completano il pacchetto una lente frontale sostituibile, 42 GB di memoria interna per registrazioni fino a 30 minuti in 8K senza microSD e trasferimenti ultra rapidi tramite Wi-Fi 6, che garantiscono velocità fino a 100 MB/s per un flusso di lavoro immediato e senza interruzioni.

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Prezzo e disponibilità


DJI Avata 360 sarà disponibile per l’acquisto su dji-store.it e presso i rivenditori autorizzati a partire dal 23 aprile, nelle seguenti configurazioni:

  • DJI Avata 360 (DJI RC 2) 729 euro;
  • DJI Avata 360 Fly More Combo (DJI RC 2) 949 euro;
  • DJI Avata 360 Motion Combo 949 euro.

Autenticazione push: come funziona e perché le banche la stanno adottando al posto delle password


Nel settore bancario, la protezione delle identità digitali è diventata una priorità strategica. L’aumento delle transazioni digitali, insieme a quello delle potenziali vulnerabilità e all’inasprimento dei requisiti normativi, sta spingendo le istituzioni finanziarie a ripensare i propri sistemi di verifica. In questo scenario, l’autenticazione tramite notifiche push mobile mobile si sta affermando come una soluzione capace di coniugare sicurezza, rapidità e semplicità. Infobip osserva come le banche stiano gradualmente abbandonando l’utilizzo degli OTP inviati via SMS o email per adottare modelli più sicuri e più resilienti alle frodi. L’autenticazione push consente infatti di verificare identità e operazioni direttamente all’interno dell’app bancaria, riducendo drasticamente il rischio di intercettazioni, SIM swapping o tentativi di phishing.

Autenticazione push mobile: come funziona e perché le banche la stanno adottando


L’autenticazione push nasce dalla necessità di creare un meccanismo di verifica più robusto e adatto ai modelli di rischio attuali. L’associazione univoca tra app, dispositivo e identità garantisce che ogni richiesta non possa essere replicata o manipolata da attori malevoli. Parallelamente, la possibilità di approvare un’operazione con un solo tocco elimina passaggi ridondanti e migliora la customer experience, un fattore sempre più decisivo nell'ambito dei servizi finanziari digitali.

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La spinta normativa conferma l’urgenza del cambiamento. In Europa, PSD2 e gli standard di Strong Customer Authentication impongono l’utilizzo di sistemi multifattore basati su app; in India cresce l’adozione della biometria; negli Stati Uniti e in America Latina sono in corso test su passkey e notifiche push per contrastare il phishing. Anche la Central Bank of the UAE ha stabilito l’eliminazione degli OTP su canali non sicuri entro marzo 2026, accelerando una trasformazione già in atto.

Perché le banche stanno adottando questa tecnologia


L’applicazione delle notifiche push nel settore bancario è ampia e supporta una vasta gamma di esigenze operative. Le banche possono verificare in tempo reale la legittimità di un login effettuato da un nuovo dispositivo o da una posizione insolita, riducendo il rischio di accessi non autorizzati. I clienti possono inoltre autorizzare pagamenti e altre operazioni sensibili direttamente all’interno dell’app, visualizzando in modo chiaro tutti i dettagli della transazione—un approccio che migliora i tassi di completamento del 3D Secure e riduce le opportunità di frode.

Truffe telefoniche: 559 milioni rubati agli italiani. Ecco Devia | Techpertutti
Le frodi telefoniche costano agli italiani oltre 559 milioni di euro in tre anni. Per arginare il fenomeno nasce Devia, l’app che combina intelligenza artificiale e operatori umani reali per filtrare chiamate sospette, spam e tentativi di truffa prima che raggiungano il telefono
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Quando viene rilevata un’attività potenzialmente fraudolenta, una notifica push consente ai clienti di confermare o bloccare immediatamente l’azione sospetta, contribuendo a ridurre i falsi positivi e a limitare eventuali perdite. Anche la registrazione di un nuovo dispositivo avviene in modo sicuro: l’attivazione viene confermata tramite un dispositivo già registrato, proteggendo le credenziali da utilizzi fraudolenti. Il risultato è un modello che rafforza la fiducia nelle interazioni digitali senza compromettere un’esperienza utente fluida.

“L’adozione dell’autenticazione push non è soltanto una scelta tecnologica: rappresenta un’evoluzione culturale, in cui sicurezza e semplicità devono procedere insieme per garantire continuità operativa, protezione e centralità delle persone", ha dichiarato Vittorio D’Alessio di Infobip.



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oggi, 4 aprile, a spoleto: nel contesto della mostra “vita minore”, intervento di giuseppe garrera su gino de dominicis


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I cookie di Google come strumento investigativo: identificato un utente anonimo incrociando due account


Un caso negli USA mostra come la polizia abbia usato i cookie di Google per collegare un account anonimo a un'identità reale. Ma anche i provider di posta crittografata non sono impermeabili alle richieste legali.
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Un caso giudiziario negli Stati Uniti ha portato alla luce un utilizzo insolito dei cookie di tracciamento: non per vendere pubblicità, ma per smascherare l’identità di un sospettato.

Ad agosto 2025, qualcuno ha chiamato il tribunale della contea di Hamilton, in Ohio, annunciando la presenza di una bomba nell’edificio. Falso allarme, come accertato dopo una perquisizione con cani addestrati. Gli investigatori sono risaliti alla minaccia a un account Gmail anonimo, ma a quel punto si sono trovati di fronte a un vicolo cieco classico: un’identità fittizia, nessun dato reale.

La mossa insolita è stata chiedere a Google i dati dei cookie associati a quell’account. I cookie, quei piccoli file di testo che i siti depositano sui dispositivi e che reggono l’intero sistema pubblicitario online, registrano anche quali dispositivi accedono a quali account. Dall’analisi è emerso che lo stesso iPhone usato per accedere all’account anonimo era stato usato anche per un secondo account Google, registrato con nome e cognome reale. Il sospettato, Don’tavius Conley, è stato identificato e accusato di falsa minaccia. Ha dichiarato la propria innocenza.

Cosa dice questo caso a chi usa più account Google


Il punto non è la colpevolezza o meno del sospettato, ma il meccanismo sottostante: i cookie di Google collegano tra loro tutti gli account usati sullo stesso dispositivo. Non è una vulnerabilità tecnica, è esattamente come il sistema è progettato per funzionare, nell’interesse della pubblicità comportamentale. Usare un account “anonimo” sullo stesso telefono su cui si usa il proprio account principale lascia una traccia che li collega entrambi, a prescindere da qualsiasi precauzione presa su nome utente o password.

Come nota Jennifer Lynch dell’Electronic Frontier Foundation, sentita da Forbes, questa tecnica investigativa non è comune, ma non è nuova in linea di principio. Ed è ragionevole pensare che sia già stata usata in altri casi senza diventare di pubblico dominio.

Vale la pena ricordare che nessun servizio di posta è immune da richieste legali. Proton Mail, negli anni, ha consegnato metadati alle autorità svizzere in più occasioni, incluso un caso del 2026 che ha coinvolto l’FBI. Tuta (ex Tutanota), basata in Germania, ha resistito con più determinazione a certi ordini, ma un tribunale di Colonia l’ha costretta a monitorare un account specifico in un caso di estorsione. Entrambe lo comunicano con trasparenza nei rispettivi rapporti, e in entrambi i casi il contenuto dei messaggi crittografati è rimasto inaccessibile. Ma i metadati, i dati di pagamento, gli indirizzi IP sono un’altra storia.

Per chi vuole davvero separare identità digitali diverse, la risposta non è solo scegliere il provider giusto. Serve separare i dispositivi, o almeno gli ambienti, tenendo ben distinte le identità che si vogliono tenere separate.

SOURCE:// forbes.com
SOURCE:// pbxscience.com
SOURCE:// techcrunch.com