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su Animal Crossing, nuovi orizzonti e brutali abbandoni… (cancellazione isola)


Ieri, volendo resettare il salvataggio di Animali Crostini Nuovi Orizzonti, ho scoperto di averci dovuto perdere svariati minuti, perché non è esattamente ovvio il come… e un pochino mi sento stupida. Certamente ho pensato di dover andare sul menu impostazioni semi-nascosto di avvio del gioco (tasto MINUS), e non di continuare normalmente come se volessi giocare, ma… in realtà, a parte che è tutto mezzo criptico lì e ho dovuto perdere qualche minuto solo per beccare il tasto giusto di 5, ho scoperto che è comunque tutta una presa in giro: Tom Nook rigira la frittata e dice di andare nelle impostazioni della console, per compiere il lavoro, che questa roba della formattazione non è mestiere suo ormai! 🤯

E, un po’, la cosa è triste. Cancellare la città (ai tempi di prima dell’isola, appunto) era a suo modo un’esperienza mistica nella sua brutalità, perché l’entità di turno si prendeva in carico la cosa, ma prestava molto impegno a fare un discorso dissuadente, ansiogeno, per certi versi con un valore filosofico palpabile, pur di soltanto posticipare l’inevitabile, con qualche ulteriore paragrafo di dialogo ed una tripla conferma… Chi mai sarà il mortale giocatore per pretendere l’eliminazione nel nulla, una condanna per certi versi peggiore della semplice distruzione, di un intero villaggio con tutti i suoi esseri viventi al seguito, come se questi non fossero mai esistiti in primo luogo, e ciò nonostante dall’altra parte i tali esseri non possono fare altro che obbedire, sotto il peso del codice macchina che li definisce? 🙀

Insomma, mi fa quasi strano che Tom Nook non mi dica sostanzialmente niente di ché, dopo avergli rivelato di voler commettere il crimine. E così, dalle sterili impostazioni di sistema, compiere l’operazione è stato stranamente indolore, fin troppo leggero rispetto all’abitudine… anche perché, ovviamente, un ulteriore backup (…che credo sia l’unico attualmente, perché i precedenti non li trovo più) l’ho fatto prima, ma non è solo quello. Cancellare tutto per mezzo di un menu asettico, senza i suoni di animaletti terrorizzati in sottofondo, non da il giusto rispetto alla cosa. 🤥

…Comunque… Nel caso qualcuno voglia vedere altre cose tristi di New Horizon, forse, è possibile attraverso la stufoctt… con il post-diario che ho scritto stasera giocando, avendo creato l’isola nuova: stuff.octt.eu.org/2025/09/rico…! 🙏 (E, come ho detto proprio lì, non ho idea di se questa cosa possa reggere a lungo… e per lungo non intendo anni, ma anche solo almeno una settimana… ma intanto ho già 1 pagina, che è più di 0, quindi pure se andrà male sarà andata bene, credo.)

#ACNH #AnimalCrossing #AnimalCrossingNewHorizons #pensieri


passatanza crostanzica non salvata ma perduta (il casino coi salvataggi su ACNH)


Ieri ho casualmente menzionato gli Animali Crostini? E dunque, per volere del solito mio destino contorsionista, oggi proprio a riguardo dei Crostini Animali scopro una cosa che a suo modo fa sicuramente ridere, anche se non è per nulla divertente. Ho aperto il gioco su Swiss, circa al volo, perché mi serviva un’immagine, per scrivere un altro post per cui non trovo quello che voglio su Pinterest… e forse mi servivano dei nuovi vestiti… e quindi stavo per andare dalle Sorelle Ago e Filo sperando di trovare qualcosa… al che mi sono accorta che il negozio non ci sta… non si trova nemmeno sulla mappa. 💀

Mooolto strano, ho pensato, perché ricordo di averlo avuto in passato — e con assoluta certezza, perché ricordo perfettamente alcuni momenti di gioco relativi ad esso… ho sicuramente anche screenshot, da qualche parte. Il mio cervello ha, come al solito, immediatamente iniziato a pensare ai complotti, e quindi subito ho trovato una discussione su Reddit “THE ABLE SISTERS DISAPPEARED!?!?“, dove non solo chi ha creato il post, ma anche altri gamer, riportano l’inspiegabile sparizione del preciso negozio… e questa singola paginetta sembra il solo posto sul web in cui se ne parla. 😩

Già così la cosa è pericolosamente strana, ma comunque sia purtroppo il danno c’è, e quindi devo indagare oltre. Seguendo il consiglio di un commento nel post (che, a rivederlo ora, è evidentemente dato totalmente alla cazzo di cane; classico momento Reddit), vado a parlare con Nook, per fare come per spostare l’edificio della sartoria… ma, giustamente, nella lista non c’è. Ho pure perso un botto di tempo nei sottomenu di ‘sto procione, perché con il gioco in giapponese non ci capisco granché… finché, giusto per scrupolo, non ho parlato con Fuffi, che mi ha detto di parlare con Nook, perché “ci sono delle cose da fare” o roba del genere (la prima opzione nel menu), e a quel punto lui ha parlato di Project K… e io sono morta fulminata sul colpo. 💔

Cioè, quasi. Project K sarebbe l’ultima fase del prologo di New Horizons, quella che fa venire K.(K). Slider sull’isola, e porta anche allo sblocco degli strumenti di terraforming… ma io, anche questo, lo avevo fatto — e anzi, sono ancora più sicura di averlo fatto, perché, a parte il concerto del cane che si pensa VIP, ricordo perfettamente come ho distrutto malamente l’isola, una settimanella prima di abbandonare virtualmente per sempre il gioco, nel lontano 2020, prima che qualche anno dopo non ripristinassi un backup precedente del salvataggio, per provare almeno a vedere se mi tornasse un minimo la voglia di giocare e…

…MANNAGGIA! Ho realizzato solo in questo istante, dopo letterali anni dall’azione maledetta, di aver ripristinato un backup troppo vecchio. Si perché, anche qui, ricordo benissimo di aver fatto il ripristino con il solo intento di riportare l’isola ad uno stato giusto precedente alla mia opera di spacc, e non con lo scopo di portare indietro la progressione del gioco. All’epoca usai un homebrew fatto apposta per i Nuovi Crostini, prima che gli altri gestori di salvataggi supportassero il formato usato dal gioco (associato alla console, anziché agli utenti), che non aveva una GUI per selezionare diversi salvataggi… e quindi, quello che credo sia successo è che avrò sbagliato a spostare le cartelle da PC per scegliere il backup da ripristinare, prendendone uno troppo vecchio (…o, forse, semplicemente non ne avevo uno più nuovo che non fosse già distrutto); fatto sta che solo ora mi sto accorgendo dell’errore. 😭

Il danno ora è chiaro, ma la beffa stavolta è più subdola del solito: al momento, su due piedi, non trovo più questi miei fantomatici backup di ACNH, né tantomeno quel tool (che ormai sarà deprecato), di cui non ricordo nemmeno il nome! Mentre credo che il secondo non sia un vero problema, perché JKSM dovrebbe comunque leggere tranquillamente la cartella esportata, ad ogni modo senza le copie dei salvataggi non si va da nessuna parte. Se va bene, forse staranno da qualche parte tra i miei fin troppi e fin troppo disordinati dischi e dispositivi, dove almeno una o due volte avrò ciclicamente svuotato la microSD di Switch per liberare spazio o per formattare… ma, francamente, a questo punto, accetto il bruh momento e piuttosto inizio un nuovo salvataggio di New Leaf (e sarebbe l’ennesimo…) ma in giapponese (…perché ai tempi Animal Crossing era region-locked e il salvataggio non è cross-compatibile, ho provato), e forse riuscirò a copare. 😤
Schermata di me su Animal Crossing New Horizons che starnutisco in riva al fiume al tramonto, forte zoom, cornice filmE questa qui, ovviamente, non è la foto che cercavo all’inizio. Rappresenta sempre adeguatamente il mio stato d’animo e d’essere, ma solo relativamente a questa ennesima rivelazione dei miei infiniti problemi di skill, e non a cos’altro avevo da scrivere prima. Non si capisce nemmeno se sto piangendo, o starnutendo, o mi voglio semplicemente buttare nel fiume così da farla finita con tutte le merdate che per via del software mi accadono (in questo caso per colpa mia, ok, ma comunque)… e ciò non era voluto, ma forse è meglio così. (E, c’è da dire, le foto sceniche sono davvero l’unica cosa che manca a New Leaf, a parte il poter piazzare mobili fuori.) 😾
#ACNH #AnimalCrossing #AnimalCrossingNewHorizons #BruhMoment #hacking #Mannaggia #NewHorizons #salvataggi #savegame #SkillIssue


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Incontro di Arte e Cultura: 2025 Tea Party della Cultural Association a Taipei.


Il 13 settembre si è svolto un evento di grande rilievo presso il Taipei Guest House, incentrato sul tema "Riunire l'arte contemporanea, accogliere il futuro dell'arte": il Tea Party della Cultural Association del 2025. L'evento ha visto la partecipazione
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Il 13 settembre si è svolto un evento di grande rilievo presso il Taipei Guest House, incentrato sul tema “Riunire l’arte contemporanea, accogliere il futuro dell’arte”: il Tea Party della Cultural Association del 2025. L’evento ha visto la partecipazione di personalità di spicco del mondo culturale, riunite per un momento di scambio e celebrazione.

L’incontro è stato onorato dalla presenza del Presidente e Capo della Cultural Association, Lai Ching-te, il quale ha invitato illustri ospiti, tra cui Chen Rong-chang, Direttore del Bureau of Culture di Kinmen, e poeti come Gu Yue, Yan Ai-lin, Wu Jun-yao, Chen Miao-ling, e molti altri membri della comunità culturale di Kinmen, formando un gruppo noto come “Collettivo (幫) Kinmen”.

Lai Ching-te, prendendo la parola, ha espresso la sua gioia nel riunirsi con amici del campo artistico, sottolineando l’importanza della cultura come anima della nazione e motore del progresso taiwanese. Ha rimarcato che grazie agli sforzi incessanti del settore culturale, Taiwan continua a dimostrare una vita culturale vibrante, posizionandosi come un paese libero, democratico, diversificato e inclusivo.

Durante il suo discorso, il Presidente ha ribadito l’impegno del governo nel difendere la libertà di creazione e nel supportare i professionisti del settore. Ha esortato a una maggiore collaborazione tra le forze politiche e la società civile per promuovere lo sviluppo culturale, affinché sempre più talenti emergenti possano essere valorizzati e contribuire alla realizzazione di un futuro culturale per Taiwan.

Il Tea Party di quest’anno, con il tema “Riunire l’arte contemporanea, accogliere il futuro dell’arte”, ha visto una programmazione focalizzata sulle tradizioni teatrali taiwanesi, con spettacoli offerti dall’Accademia Nazionale di Teatro di Taiwan, come “Iron String Opera” e “Group Fairy Blessing”. Gli ospiti hanno avuto l’opportunità di assaporare il pregiato tè oriental beauty, un gesto che simboleggia non solo l’ospitalità Hakka ma anche il benvenuto alla trasmissione culturale.

tea party Hakka in un ambiente adornato con maschere e costumi dell'opera tradizionale taiwanese
by MS Copilot

Il menù ha riflettuto le tradizioni Hakka, incarnando i principi di “utilizzare ogni cosa” e “cucina casalinga”. La Presidente del Comitato Hakka, Gu Hsiu-fei, ha anche coinvolto il Presidente Lai in un’esperienza pratica di preparazione del “Hakka Sour Lime Tea”. Inoltre, gli ospiti hanno potuto degustare piatti creativi, come pollo marinato all’aroma di mandarino, ravioli Hakka e un dessert innovativo a base di tè e formaggio.

Questo evento, organizzato dalla Cultural Association, è l’evoluzione delle precedenti “New Spring Cultural Gatherings”, che hanno dal 1995 visto la presenza di diversi presidenti, da Lee Teng-hui a Tsai Ing-wen, fino a Lai Ching-te. Per la prima volta, alcuni membri della comunità culturale di Kinmen, incluso Chen Miao-ling, autrice del recente volume “Girls on the Roof”, hanno avuto l’opportunità di vivere questa esperienza al Taipei Guest House.

La poesia di Zheng Chou-yu, che ha partecipato nel 2009 con “Invito del Ponte”, ha ulteriormente arricchito l’evento, illustrando metaforicamente il significato di un ponte come simbolo di connessione e superamento delle barriere, invitando tutti a costruire ponti sia fisici che culturali.

Grazie a un’atmosfera incantevole, caratterizzata da una leggera brezza serale, amici del mondo culturale di Kinmen hanno potuto apprezzare la bellezza del teatro taiwanese e scoprire la ricchezza della gastronomia Hakka, vivendo un meraviglioso fine settimana insieme.

Il Direttore Chen Rong-chang ha articolato un progetto di “diplomazia culturale”, pianificando una nuova visita a Taipei il 20 settembre per una collaborazione con la Fondazione Zhou Daguan per scambi culturali. Questo evento ha rappresentato un passo significativo nella promozione e nello sviluppo della cultura taiwanese, creando legami tra passato, presente e futuro.

Fonte: Kinmen Daily

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Pratiche, proposte e prospettive da “Oltre i confini”

edu.inaf.it/approfondimenti/st…

Come rendere praticamente e immediatamente più accessibile la scienza? Questa è la domanda a cui ha provato a dare risposta il meeting “Oltre i confini” attraverso quattro workshop incentrati sul problem solving

#disabilità_ #genere #INAF #multiculturalità #neuroatipicità

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Voci “oltre i confini”: perché la scienza cresca davvero

edu.inaf.it/approfondimenti/st…

L’inclusività in un ente di ricerca, e non solo: questo l’argomento del meeting organizzato dall’INAF. In questo secondo articolo raccontiamo la discussione su temi come neurodivergenza, multiculturalità, genere e disabilità sensoriali e motorie.

#INAF #inclusione #ricerca

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Eclissi di Luna in diretta

edu.inaf.it/news/eventi/ecliss…

Il 7 Settembre, a partire dalle 19:15, osserva in diretta dai telescopi INAF uno dei fenomeni più affascinanti, l’eclissi di Luna. Con le immagini di Time & Date e i nostri esperti INAF a commentare il fenomeno e raccontare le curiosità scientifiche sul nostro satellite.

#diretta #eclissiDiLuna #ilCieloInSalotto #INAF #Luna #osservareIlCielo

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nel podcast ‘la finestra di antonio syxty’: dialogo con niccolò scaffai su “prima dell’oggetto” (déclic, 2025)


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open.spotify.com/episode/0mCWU…

Il libro: declicedizioni.it/prodotto/pri…

Antonio Syxty in conversazione con Marco Giovenale e Niccolò Scaffai.

Se c’è un libro che si è stufato sia della poesia sia del narrare usuale, e che va in senso opposto, è questo: si muove verso il senza verso e si interroga sulla fuga caotica delle cose e delle narrazioni, come alice che non capisce le corse del bianconiglio ma si secca pure di seguirlo. il lettore non deve però spaventarsi di questo smarrimento. potrà confidare in alcune chiavi, rammentando:
– che quasi tutto si svolge a Roma, ossessivamente richiamata: e tanto il richiamare quanto il suo oggetto danno sul barocco, con conseguente eco lontana di erotía;
– che una sfumante prima parte del libro si abbandona al flusso fonico del discorso, toccando solo leggermente la sostanza di storie e microstorie;
– che detto flusso si cristallizza pian piano in quasi-racconto, e allora affiorano figure precise, anche se spesso poi si sfaldano, si dissipano;
– che a sfarinarsi è tanto il linguaggio quanto il reale già sotto scacco e fuori fuoco, come per un’apocalisse nascosta in ogni pixel del quadro.

il podcast del dialogo con Niccolò Scaffai su "Prima dell'oggetto"
cliccare per accedere

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alcune pagine lette ieri al ‘falastin festival’


questo post del 2023, interamente: slowforward.net/2023/10/15/pal…

le prime tre poesie (2022) di Mosab Abu Toha leggibili qui: slowforward.net/2023/11/21/alc…

#cronaca #FalastinFestival #Gaza #MosabAbuToha #poesia #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

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Il “Generatore automatico di itanglese Corporate”


Di Antonio Zoppetti

Ho già riferito della feroce critica di Italo Calvino nei confronti dell’antilingua: “L’italiano di chi non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato” in cui “la lingua viene uccisa”. La questione era stata lanciata nel 1965 dalle pagine de Il Giorno (3 febbraio), attraverso l’esempio di un rapporto dei carabinieri in cui le dichiarazioni veraci e spontanee del testimone erano trascritte in un burocratese astratto che fuggiva da ogni concretezza. E così l’affermazione: “Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata” diveniva: “Non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”, mentre l’accensione della stufa diventava “avviamento dell’impianto termico” e i “fiaschi di vino” “prodotti vinicoli”.

“L’italiano da un pezzo sta morendo — denunciava lo scrittore — “e sopravviverà soltanto se riuscirà a inventare una lingua strumentalmente moderna; ma non è detto che, al punto in cui è, riesca ancora a farcela.”

Nell’articolo c’era anche una polemica rivolta contro le riflessioni di Pasolini, che l’anno precedente aveva per la prima volta salutato la compiuta unificazione linguistica dell’italiano, dopo tanti secoli di fratture tra la lingua scritta dei ceti colti o degli scrittori e quella orale delle masse dialettofone (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita n. 51, 26 dicembre 1964, pp. 19-22). Pasolini, nel prendere atto che tutti, finalmente, ricorrevano a uno stesso italiano unitario, notava però che era molto tecnologico, perché, finita l’epoca degli scrittori, arrivava soprattutto dai centri industriali del nord. Passando dalle descrizioni alle valutazioni, aveva rilevato come questa lingua fosse poco espressiva, rispetto per esempio ai dialetti, perché aveva un fine perlopiù comunicativo, ed era dunque un po’ piatta e omologata. Per Calvino, al contrario, il linguaggio tecnologico non aveva affatto una valenza negativa, e se Pasolini si concentrava soprattutto sul rapporto tra italiano e dialetti – che nel nuovo scenario precipitavano ancor più a codici marginali – Calvino guardava invece al rapporto con “le lingue straniere”. E aveva replicato:

“Se il linguaggio ‘tecnologico’ di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, darle nuove possibilità (…); se si innesta sull’antilingua ne subirà immediatamente il contagio mortale e anche i termini ‘tecnologici’ si tingeranno del colore del nulla.”

“L’italiano da un pezzo sta morendo — denunciava lo scrittore — “e sopravviverà soltanto se riuscirà a inventare una lingua strumentalmente moderna; ma non è detto che, al punto in cui è, riesca ancora a farcela.”

Come è andata a finire?

Le acute intuizioni di Pasolini, accolte dagli intellettuali e dai linguisti di allora “con un coro di fischi” – per citare Claudio Marazzini – si sono rivelate profetiche. Ormai tutti sono concordi nel rilevare che le principali innovazioni lessicali arrivano dagli ambiti di settore e della tecnologia, ma se negli anni Sessanta i centri di irradiazione della lingua erano le città del nord, oggi si sono spostati al di fuori del Paese, e il lessico ci arriva d’oltreoceano direttamente in inglese: i fiaschi di vino e le bottiglierie hanno ceduto il posto a nuove forme di packaging per i nuovi Wine Bar e per il settore del Food che rappresenta un asset portante del Made in Italy (insieme a un altro Must: quello dell’italian design); il nuovo linguaggio tecnologico non è più fatto dai nativi italiani, che si limitano a importare e a ripetere le cose e i concetti presi direttamente dall’anglosfera, legittimandone l’uso senza volerli o saperli tradurre, adattare o reinventare nella nostra lingua. E mentre i dialetti – seppur ancora vivi in alcune regioni – hanno perso terreno e in alcune aree (per esempio a Milano) sono scomparsi, più che con le lingue straniere l’italiano si sta confrontando quasi esclusivamente con l’angloamericano, che lo sta facendo regredire.

Quanto all’antilingua, non è diventata un modello che si è esteso fuori dai propri ambiti di settore, ma – come temeva Calvino – negli anni Duemila il nuovo linguaggio tecnologico anglicizzato si sta sempre più inserendo nell’antilingua, più che nella lingua.

Il “Gas” e il “Tubolario”

All’inizio degli anni Ottanta, due illustri professori ormai scomparsi – l’epidemiologo Pierluigi Morosini dell’Istituto Superiore di Sanità e l’esperto di statistica Marco Marchi dell’Università di Pisa – avevano condotto degli studi sul linguaggio poco trasparente dei piani sanitari che circolavano in quegli anni. E avevano raccolto e analizzato una serie interminabile di frasi stereotipate, generiche e astratte che a quei tempi caratterizzavano non solo i documenti della burocrazia tecnica del settore, ma più in generale anche il modo di esprimersi tipico del politichese, del sindacalese o dell’aziendalese degli anni Settanta. In modo colto e provocatorio – agganciandosi agli esperimenti della letteratura combinatoria o potenziale di autori patafisici come Raymond Queneau (e in parte anche Calvino), in seguito sfociata in giochi di scrittura automatica – provarono a utilizzare una serie di parti astruse ricavate dalle direttive di ambito sanitario per costruire un “Generatore Automatico di piani Sanitari” (Gas) formato da tasselli che si potevano combinare tra loro in ogni modo per dare vita a delle frasi strutturalmente corrette ma prive di ogni significato concreto, per esempio:

Il metodo partecipativo / presuppone / la puntuale corrispondenza fra obiettivi istituzionali e risorse / con criteri non dirigistici / fattualizzando e concretizzando / nel contesto di un sistema integrato / un indispensabile salto di qualità.

Ogni elemento poteva essere sostituito da altre nove varianti intercambiabili, e attraverso delle ricombinazioni casuali si potevano ottenere milioni di frasi incomprensibili. L’idea era allora stata sviluppata attraverso una semplice tabella, in cui era il lettore a leggere i moduli nell’ordine che preferiva. Ebbe comunque un grandissimo successo, e nel 1982 ne fu ricavato un gioco immesso sul mercato dalla ditta Sebino, il “Tubolario”, che era appunto un tubo segmentato che permetteva di ruotare gli elementi di ogni frase combinandoli in tutti i modi manualmente. Ne furono realizzate tre versioni dedicate rispettivamente al linguaggio della politica, dello sport e dell’amore. La notizia dell’esperimento fu addirittura ripresa in prima pagina sul Corriere della Sera in articolo intitolato “10 milioni di frasi inutili”.

Dall’antilingua all’itanglese

A quei tempi l’astrusità comunicativa si poggiava ancora sull’italiano, ma oggi è l’inglesorum a incarnare lo stesso modello. Se Calvino si rammaricava del fatto che “avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano e pensano nell’antilingua” e denunciava come ogni giorno “centinaia di migliaia di nostri concittadini” traducessero mentalmente la lingua italiana in questa “lingua inesistente”, oggi i piani sanitari, ma anche della scuola e delle istituzioni guardano all’inglese e si esprimono sempre più spesso in un gergo che si può chiamare “itanglese”. L’italiano, dunque, invece di essere capace di “inventare una lingua strumentalmente moderna” si sta rinnovando attraverso la sua ibridazione con la lingua delle multinazionali, più che della “perfida Albione”.

In un pezzo su Il fatto quotidiano (10 agosto 2025) intitolato “Inglesorum: la neolingua dei grattacielisti milanesi”, Daniela Ranieri ne ha messo in risalto soprattutto l’aspetto edulcorante e allo stesso tempo manipolatorio: “Si sa: quando ci vogliono infinocchiare, i cosiddetti governanti usano l’inglese (‘Jobs act’, ‘Flattax’)”. Ma anche il presidente onorario della Crusca Marazzini ha evidenziato che oggi è l’inglese a svolgere la vecchia funzione del burocatichese: “Basta scorrere i vari comunicati in cui si è discusso l’uso di termini come hot spot, voluntary desclosure, stepchild adoption, whistleblower, home restaurant, caregiver, revenge porn, data breach, compliance, booster e via dicendo. (…) C’è dunque chi coltiva amorevolmente gli anglismi in una miscela di oscurità burocratica, come comodo moltiplicatore di pseudoconcetti che arricchiscono il vaniloquio retorico ammantato di esibita tecnocrazia (“Ecologia degli idiomi nazionali: sostenibilità delle lingue e salute dell’italiano” in L’italiano e la sostenibilità, a cura di Biffi, Dell’Anna, Gualdo, goWare, Firenze 2023, pp. 166-167).
E così, proprio mentre il fenomeno della scrittura automatica sta ormai esplodendo attraverso le nuove modalità tecnologiche della cosiddetta intelligenza artificiale ribattezzata AI invece di IA, ho voluto provare ad aggiornare il vecchio “Gas” di Marchi e Morosini, che non è più rappresentativo del modo di “uccidere la lingua” dei tempi del Tubolario. Ho allora cercato di dare vita a un nuovo “Generatore di itanglese Corporate” in grado di esprimere in modo più moderno la confluenza nell’antilingua del linguaggio tecnologico anglicizzato, come temeva Calvino.

Il “Generatore automatico di itanglese Corporate”

Con qualche titubanza, e non senza emozione, voglio perciò presentare a tutti questo preziosissimo strumento in cui la “stupidità artificiale” riesce finalmente a eguagliare quella umana (o per lo meno italiana). Credo possa costituire una risorsa imprescindibile – informatizzata grazie ai potenzi mezzi messi a disposizione da Italofonia.info – in grado di dare vita a 7 milioni di “testi alla cock”, come si potrebbe definirli con ironico disprezzo. Si possono generare a caso automaticamente (se preferite: attraverso una randomizzazione Writing Machine Generated) e si possono copia-incollare e riutilizzare per una nuova comunicazione english based al passo con i tempi. Per esempio:

Mediante l’analisi dei case history, un endorser di un’azienda leader deve saper scegliere, evitando ogni possibile misunderstanding, il processo di mentoring del proprio staff elaborando con un approccio multitasking il business di qualsiasi competitor, avvalendosi quando serve di appositi hub dedicati al customer care.

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Buon divertimento.

#anglicismiNellItaliano #antilingua #generatoreAutomaticoDiItanglese #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano


L’antilingua dell’itanglese


di Antonio Zoppetti

Il giornalista ferma un visitatore in fiera.
L’intervistato, in piedi davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Visto che stamattina volevo fare una pausa per staccare, invece di andare a correre come faccio spesso, ho pensato di fare un giro in fiera per concedermi qualche acquisto. Ho scoperto che ci sono anche dibattiti e spettacoli. Mi sembra una manifestazione di alto livello e senza concorrenti, in questa piccola città di provincia”.

Impassibile, il giornalista riassume per il suo pubblico la sua fedele trascrizione: «Per un break e un po’ di relax, invece di fare jogging, meglio concedersi un tour in fiera e approfittarne per fare shopping. Tra talk e show, questo happening al top pare non abbia competitor in città.”

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua a base inglese. Funzionari e tecnici, esperti e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano in itanglese.

Caratteristica principale dell’antilingua in itanglese è quella che definirei il «terrore semantico» verso l’italiano, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato storico in italiano, da sostituire con elementi dal suono e dalla grafia in inglese, come se «concorrente», «giro» o «pausa» fossero parole oscene di fronte a competitor, tour o break, come se «rilassarsi», «fare compere» o «andare a correre» indicassero azioni turpi rispetto al relax, allo shopping e al jogging.

Nell’itanglese gli elementi distintivi dell’italiano sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che devono suonare in inglese, anche a costo di risultare vaghi e sfuggenti.(…) Chi parla itanglese ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «(…) La mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ». La motivazione psicologica dell’itanglese è la mancanza d’un vero rapporto con la nostra storia e cultura, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’iitanglese – l’antilingua di chi non sa dire «equivoco», ma deve dire «misunderstanding» – la lingua italiana viene uccisa.

A distanza di 60 anni, ho provato a riscrivere così il celeberrimo passo di Italo Calvino sull’antilingua (uscito su Il Giorno del 3 febbraio 1965), sostituendo gli esempi di “burocatichese” con quelli in itanglese. A parte qualche forzatura, questo attingere all’angloamericano sistematico e compulsivo è diventato la norma, nella comunicazione mediatica e in sempre più settori.

Nel brano originale era la lingua naturale e spontanea del testimone a essere riscritta nell’antilingua del verbale dei carabinieri. “Stamattina presto andavo in cantina ad accedere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena” diventava: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinnovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di avere effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano”.

Anche Claudio Marazzini ha osservato che “oggi l’inglese svolge appunto la funzione di burocratese e sfocia in quello che Calvino chiama antilingua, cioè una lingua che si stacca dalle parole dell’uso comune per rifugiarsi in un orizzonte vago e artificioso, proprio per questo rassicurante, in quanto evasivo rispetto alla realtà.” Per rendersene conto basta leggere il Sillabo per l’imprenditorialità sfornato dal Ministero dell’Università o il Piano scuola 4.0: “Per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day. Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro.”(C. Marazzini, “Ecologia degli idiomi nazionali: sostenibilità delle lingue e salute dell’italiano” in L’italiano e la sostenibilità, a cura di Marco Biffi, Maria Vittoria Dell’Anna, Riccardo Gualdo, goWare, Firenze 2023, pp. 166-167).

Tra le principali differenze tra l’antilingua e l’itanglese, la prima incarna la dissoluzione della chiarezza e della concretezza, il secondo va nella stessa direzione ma punta all’abbandono dell’italiano perché vuole infiorettare qualunque cosa con suoni inglesi. Inoltre, fuori dal gergo burocratico degli addetti ai lavori, nessuno difenderebbe lo stile dell’antilingua, nessuno auspicherebbe che un simile modello possa uscire dal suo ambito per penetrare nella letteratura, nella comunicazione di tutti i giorni e nella lingua comune. L’itanglese è invece preferito e ostentato dalle classi alte, si allarga grazie alle scelte lessicali considerate più prestigiose proprio in quelli che Pasolini definiva i centri di irradiazione della lingua, e che per Gramsci costituivano il modello linguistico delle classi dirigenti che poi si estende alle masse che lo prendono come canone e lo imitano. Basta pensare a una comunicazione delle Fs rivolta al cittadino che recita: “Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”, mentre si potrebbe formulare più chiaramente: “Per visualizzare i codici a barre del tuo biglietto digitale effettua il convalida dal tuo dispositivo”.

L’itanglese si amplia di giorno in giorno grazie alle scelte lessicali dei comunicatori che invece di impiegare la lingua del destinatario preferiscono educarlo al loro modello linguistico in cui l’anglicismo scalza l’italiano e la lingua di tutti. Ciò dipende da una cultura coloniale dove gli intellettuali non sanno far altro che formarsi su testi inglesi di cui si ripetono le pratiche e i concetti con le stesse parole, senza saperli e volerli tradurre in italiano. In questo contesto l’anglicismo ha il sopravvento, e sul principale quotidiano “italiano” – in una “newsletter” denominata “Big Bubble” – un’espressione incomprensibile ai più come fence-sitting (letteralmente “sedersi sul recinto”) viene usata al posto di indecisione o esitazione, in attesa che anche gli ignavi di Dante diverranno forse fence-sitter(s).

Tutto ciò avviene, giorno dopo giorno, con la complicità di certi linguisti ignavi, che invece di deprecare questo fenomeno lo difendono e lo accettano in nome di un presunto descrittivismo. Questi linguisti si limitano a registrare le parole “in uso” senza voler intervenire, ci raccontano, anche se non raccontano affatto che questo “uso” legittimatore è quello delle élite anglomani, non certo quello delle masse che lo subiscono. Così facendo credono di essere “neutrali”, ma non prendere posizione davanti a una lingua dominante che sta schiacciando l’italiano e lo sta facendo regredire e abbandonare, non significa essere neutrali, significa essere complici di un’anglicizzazione selvaggia che è l’effetto collaterale di una dittatura dell’inglese globale che sta mettendo a rischio le lingue nazionali sul piano della cultura, prima ancora di quello linguistico. E infatti, questi stessi linguisti descrittivi a fasi alterne, non si sognerebbero mai – in nome dell’uso – di legittimare il burocatichese o l’antilingua, che deprecano nonostante sia in uso in molti ambiti, così come non si fanno alcuno scrupolo a diramare linee guida per cambiare l’uso storico dell’italiano in nome del politicamente corretto, per mettere al bando parole come “negro” o “razza”, per educare alla femminilizzazione delle cariche o al linguaggio inclusivo. La sacralità dell’uso viene invocata per affermare l’itanglese, e messa sotto al tappeto negli altri casi, se fa loro comodo.

Con il senno di poi, l’antilingua di Calvino non ha avuto il sopravvento, è rimasta confinata nei suoi settori marginali del burocratichese, senza diventare lingua comune di tutti. L’itanglese, al contrario, si impone come una lingua “superiore”, moderna e internazionale; per qualche anglomane dalla mente colonizzata certe scelte di ricorrere all’anglicismo sarebbero addirittura “necessarie”.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa


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Festa di di Millan


[:it]Buono il riscontro di pubblico.[:]
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Festa Millan 2025Ogni due anni, la Festa di Millan si svolge attorno alla Casa di Jakob Steiner. Tredici associazioni offrono cibo, bevande e musica. Anche noi, l’associazione “Amici del Burkina Faso”, abbiamo partecipato quest’anno dall’1 al 3 agosto.
L’impegnativa organizzazione e la lunga preparazione della festa hanno dato i loro frutti, con la creazione di uno stand accattivante. Abbiamo presentato la nostra associazione con luci colorate, poster e insegne dipinte a mano, musica adatta e una varietà di bevande e snack.
Al nostro stand, allestito nella piazza antistante la sede dell’associazione, abbiamo offerto caffè e torte come di consueto. Cogliamo l’occasione per ringraziare sinceramente tutti coloro che hanno preparato gratuitamente i dolci per la vendita. I passanti sono rimasti entusiasti del delizioso caffè della torrefazione Caroma e hanno apprezzato i dolci offerti. Molti ne hanno portati a casa alcuni per la colazione del giorno successivo. Quest’anno abbiamo venduto anche il gelato in cono, che è stato molto apprezzato, soprattutto la domenica pomeriggio, con il meraviglioso clima estivo. La nostra offerta spaziava dai gusti fruttati a quelli cremosi. L’affogato, così come l’ eiskaffé e l’eisschokolade, sono stati molto richiesti. Un grande ringraziamento va alle pasticcerie e ai gelatai che hanno dimostrato la loro solidarietà alla popolazione del Burkina Faso e ci hanno fornito gratuitamente il gelato. Un ringraziamento speciale va anche al Blaseggerhof, al Bar Mary di Chiusa, alla pasticceria Klemens e alla pasticceria Pupp.

Nel corso dei tre giorni, abbiamo anche preparato e shakerato diversi cocktail. La nostra creazione, l’ “African Sunrise”, ha catturato l’attenzione di tutti, e la Pina Colada ci ha messo di buon umore. Purtroppo, venerdì il meteo non è stato proprio come speravamo. Pioveva e faceva freddo, quindi pochi visitatori sono venuti al nostro stand. Ciononostante, i nostri volontari hanno lavorato con gioia e divertimento al ritmo della musica diffusa dal nostro impianto. Sabato sera, il tempo è stato più stabile, quindi più persone sono venute al nostro stand per sostenerci.
Questo evento ha contribuito in modo significativo alla spedizione del prossimo container di aiuti umanitari alla popolazione del Burkina Faso.
Questo non sarebbe stato possibile senza alcuni dei nostri soci, i loro amici e conoscenti, che hanno contribuito con impegno e passione. Mille grazie a tutti!

I.

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Praticare il parkour nella Striscia di Gaza fra bombe e droni israeliani


"One more jump" è un documentario di Emanuele Gerosa del 2019 su un gruppo di giovani di Khan Yunis che praticano il parkour, e dovrebbe essere rivisto e meditato anche oggi.
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One more Jump è un documentario del 2019 realizzato dal filmmaker trentino Emanuele (Manu) Gerosa. Oggi, che nella Striscia di Gaza si sta consumando un genocidio sotto lo sguardo indifferente delle potenze occidentali, è più che mai da riprendere e da rivedere (disponibile su Raiplay). I protagonisti sono dei ragazzi appartenenti al Gaza Parkour Team fondato da Jehad e Abdallah. La maggior parte dell’azione narrativa si svolge a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, stretta nell’embargo israeliano (perfino le medicine sono difficili da reperire): le prime inquadrature mostrano il gruppo che si muove correndo per le strade della città; la macchina da presa li segue nella loro corsa che giunge fino a un edificio semidistrutto in periferia dove i ragazzi continuano a correre saltando fra i muri sbrecciati e compiendo evoluzioni aeree. La loro esistenza quotidiana è raccontata senza retorica, senza inutili fronzoli, senza colonne sonore in sottofondo: ci sono solo i rumori della guerra e della realtà.

Il parkour è uno sport nato in Francia alla metà degli anni Novanta, probabilmente nel contesto delle banlieue, e consiste nel percorrere la distanza da un punto A a un punto B nel modo più efficiente possibile sfruttando la propria abilità fisica. I giovani gazawi si spostano come nuovi stalker urbani in un percorso d’emergenza, sotto i bombardamenti israeliani: come i personaggi del film Stalker di Andrej Tarkovskij (ispirato al romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij), che si muovono in un percorso insidioso e pericoloso, i giovani compiono una nuova mappatura della città di Khan Yunis in una situazione pericolosa e difficile. Ma, a differenza dei personaggi del film, che procedono con lentezza, i membri del Gaza Parkour Team si muovono velocemente, correndo, realizzando – per utilizzare dei termini coniati da Deleuze e Guattari – quasi una “deterritorializzazione” nomadica dello spazio urbano sottoposto a un processo di “striatura” e di controllo (cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 2010, pp. 451 e seguenti). Lo spazio della Striscia è tragicamente reso “striato” dal controllo delle truppe israeliane: i giovani, come nomadi vettori di deterritorializzazione, si muovono ‘liberando’ lo spazio dal dolore e dalla tragedia tramite lo sport e l’aggregazione. Non esistono monadi nel Gaza Parkour Team; agiscono tutti come un unico corpo, un’unica squadra comunitaria che si oppone al dolore e alla paura di quei territori martoriati.

Il gruppo, dopo la partenza di Abdellah per l’Europa, è guidato da Jehad, che allena la sua squadra insieme a un gruppo di ragazzini più giovani, poco più che bambini, ai quali insegna le tecniche della disciplina. I ragazzi si spostano nella città e sulla riva del mare, su una spiaggia (bellissima, ma ovunque vi sono i segni della devastazione), mentre si sentono in lontananza i rumori dei bombardamenti e si vedono innalzarsi colonne di fumo nero (“sarà un addestramento di Hamas o un bombardamento israeliano?”, si chiedono i ragazzi guardando il mare). Il dolore e la paura li tengono costantemente stretti nella loro morsa: prima di addormentarsi, Jehad dice che “non c’è niente di più spaventoso che sentire nella notte il rumore di un drone israeliano, spero di non sentirlo stanotte”. Anche Jehad vorrebbe partire, vorrebbe emigrare in Europa come Abdellah, ma non se la sente di lasciare da sola la madre e l’anziano padre bisognoso di cure. La sua lotta e la sua resistenza continuano nella Striscia, insieme a tutti gli altri ragazzi e ragazzini che, per sopravvivere alla guerra e alla disperazione, praticano il parkour appunto come una resistenza quotidiana.

I ragazzi sono in costante contatto con Abdellah, l’altro fondatore del Team, emigrato in Italia. Lo vediamo allenarsi nel sottopasso di una stazione italiana per partecipare a un campionato mondiale di parkour in Svezia dove poi si recherà ma non riuscirà a piazzarsi fra i finalisti. Alla fine del film, una scritta ci informa che Abdellah si trova adesso su una sedia a rotelle a causa di un incidente durante un allenamento mentre Jehad è rimasto nella Striscia di Gaza. “Adesso” vuol dire nel 2019, vale a dire al momento delle riprese del film. Chissà, ci chiediamo, dove si trovano e come stanno adesso Jehad e gli altri ragazzi del suo team; saranno feriti, saranno ancora vivi dopo i terribili massacri perpetrati nella Striscia ad opera del governo israeliano negli ultimi anni, mesi e giorni? Queste atroci domande non possono non entrarci in testa e martellarcela, oggi, dopo aver visto questo bellissimo e tragico documentario, che dovrebbe essere proiettato nelle scuole per far comprendere ai ragazzi italiani che laggiù, nella Striscia di Gaza, a vivere nel dolore e nella paura, a morire sotto i massacri ci sono ragazzi esattamente come loro, uguali a loro, che aspirano come loro alla libertà e alla pace, raggiunte magari tramite lo sport che praticano e che li appassiona.

Un documentario che dovrebbero vedere tutti gli indifferenti, tutti gli allegroni e ironici da social, tutti i politicanti italiani ed europei che non dicono una parola o non muovono un dito di fronte a questo genocidio incessante. Se nel 2019 la situazione era tragica, oggi è orribile: quei ragazzi, quei bambini, quelle donne e quegli uomini che vediamo nel documentario oggi potrebbero essere stati uccisi. Oggi più che mai, perciò, come già detto, One more jump diventa una testimonianza imprescindibile, un documento di passione, dolore e umanità di fronte al quale nessuno può rimanere indifferente.

gvs

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Salviamo la Valle del Morello


Il lago Morello di Villarosa fu realizzato negli anni ’70 con uno sbarramento dell’omonimo fiume, per supportare l’attività mineraria di Pasquasia. Dopo l’interruzione dell’uso industriale, le sue acque sono utilizzate a scopo irriguo per l’agricoltura locale. Oggi è diventato anche un luogo di bellezze naturalistiche e di attrazione turistica.

Siamo al centro della Sicilia, in […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/09/15/salv…

#biodiversità #dissestoIdrogeologico #ecomuseo #Enna #RegioneSiciliana #SiciliaAntica

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fl2 / differx. 2025


youtube.com/shorts/VMY3xwQVGQI…

#differx #video

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fl1 / differx. 2025


youtube.com/shorts/5nuT2jbrqNw…

#differx #video

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Di guerra in guerra – Convegno a Vicenza il 20 settembre 2025


Un’iniziativa a cura di Giuristi Democratici, ANPI e Porto Burci
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Il 20 settembre 2025 alle ore 11.00 in Contrà dei Burci 27 a Vicenza si terrà il Convegno “Di guerra in guerra”, a cura di Giuristi Democratici, ANPI e Porto Burci. L’incontro moderato dall’Avv. Mario Faggionato vedrà la partecipazione del Prof. Marco Mascia Presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani, Università di Padova, dell’Avv. Fausto Giannelli Giuristi Democratici di Modena e esecutivo ELDH ed interventi sulla militarizzazione di Vicenza.

L’avvocato Mario Faggionato spiega le motivazioni che hanno portato Giuristi Democratici ad impegnarsi nella realizzazione dell’evento e lo svolgimento dell’iniziativa.

“Il convegno prende spunto dalla decisione del Comune di Vicenza di promuovere un festival cosiddetto dell’amicizia tra Italia-Usa, che, al di là del leggero strato di patina per farlo passare come un evento culturale, in realtà è celebrativo della presenza delle basi militari americane a Vicenza.

Abbiamo pensato di organizzare questo convegno, che si inserisce in un percorso di eventi e manifestazioni che si sono susseguite per quindici giorni organizzate da varie realtà associativa operanti sul territorio vicentino, per approfondire la crisi del diritto internazionale che si sostanzia, in particolare, nella sua sistematica violazione da parte degli Stati nazionali con il proliferare di guerre illegali, con tutto il loro portato di orrore e sofferenza, e nella violazione dei diritti umani che, oggi, sembra aver toccato il suo apice nella deriva genocidiaria in terra di Palestina.

In pratica assistiamo quotidianamente all’irrilevanza delle numerose disposizioni e dei principi espressi nella Carta dell’Onu come in numerosissime convenzioni che bandiscono la guerra e l’uso della forza nelle relazioni tra i Paes e osserviamo, parimenti, con sgomento, alla paralisi delle istituzioni internazionali che dovrebbero agire per scongiurare la proliferazione di guerre devastanti e sanzionare le violazioni del diritto internazionale.

Queste istituzioni sono, invece, sotto perenne attacco come dimostra, tra l’altro, la recente presa di posizione sanzionatoria nei confronti della relatrice ONU Avv. Francesco Albanese da parte degli Stati Uniti, che segue alle sanzioni comminate a diversi Giudici della Corte Penali Internazionale.

Della crisi del diritto internazionale e di ciò che essa comporta di fatto nei territori maggiormente flagellati parleranno due dei relatori del convegno, il Prof. Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani presso l’Università di Padova e l’Avv. Fausto Gianelli, coordinatore dei GD di Modena e membro dell’Esecutivo ELDH.

La seconda parte del convegno, invece, vedrà il coinvolgimento di alcuni attivisti vicentini che avranno il compito di spiegare che cosa ha significato in questi 70 anni la presenza militare americana in città e di interrogarsi sul ruolo che le truppe e le armi USA presenti a Vicenza hanno ricoperto in questi decenni nella violazione del diritto internazionale. ”

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“KILLER ad 11 ANNI DIVENTA un MEME” (Nevada-tan murder / Sasebo slashing)


Stasera scopro un’altra storia incredibile, grazie alla solita piattaforma attraverso la quale Google esercita il proprio monopolio sul settore dei video online, e ancora una volta non capisco come mai non ne fossi al corrente prima! Spoiler, ma il tutto si condensa in… una bambina di 11 anni che, nella sempre ridente e senza problemi terra del Giappone, impazzisce contro una sua compagna di classe, che era altrimenti addirittura una sua migliore amica, dopo che per un semplice fraintendimento si sente offesa, quindi avviene un’escalation (bilaterale), e dopo una pianificazione di 4 giorni questa la uccide!!! 😻

youtube.com/watch?v=y6U-Ud5nQO…

Nevada-tan; o, propriamente, Natsumi Tsuji. Oh, il Giappone è pazzo, a parte gli scherzi, ma questo è troppo pure per loro… e infatti all’epoca, nel 2004, questo omicidio pare sia diventato subito un caso mediatico (mondiale, dicono, e quindi a maggior ragione non capisco perché lo scopro solo 21 anni dopo), oltre che un meme sullo stesso Internet che in parte ha portato al verificarsi del fenomeno, perché… Chi ha curiosità guardi il video, anche perché è pieno di tutti quei dettagli macabri intriganti che io non ho il tempo e lo spazio di ripetere qui, ma praticamente questa dolcissima bimba ha iniziato a infognarsi con la cultura horror giapponese del suo tempo, dopo che la madre la mise in punizione (di non uscire di casa se non per andare a scuola) perché a suo dire pensava troppo allo sport e poco allo studio, e quindi lei ha scoperto Internet per svagarsi… e ops. 🧨

Appassionandosi soprattutto a film del genere — che, anche questi, non ho mai sentito — tra cui un certo The Monday Night Mystery Theater, dove la gente che muore lì dentro viene uccisa con dei taglierini (e ancora non ho idea di che cazzo abbiano i giapponesi per i taglierini, onestamente… cioè, io condivido, ma non capisco da dove nasca questa fissazione), evidentemente ne prende grande ispirazione, perché è proprio così che ha deciso di ammazzare la compagna… L’ha portata in un’aula isolata, fingendo di avere un regalo per scusarsi, l’ha fatta bendare, e le ha tagliato la gola e i polsi!!! 💉

Una cosa bella è che nei momenti migliori del video ho riso… e oddio, non è poi troppo assurda per i miei standard, considerato che rido pure quando sono io a fare gli omicidi con il taglierino o il cacciavite giocando a Yandere Simulator, ma in effetti questa qui è molto me-coded, e mi rendo conto che io alla sua età non diventai un caso di cronaca solo perché, pur incazzandomi tale e quale a lei se non pure peggio sul momento, le cose mi passavano relativamente subito, e non avevo modo di accumulare abbastanza rancore per pianificare omicidi (ma le tendenze omicide le avevo, pur senza guardare horror o girare in parti di Internet strambe…) 😀

Però, oh, una nota di merito le deve essere data, e dovrebbe tecnicamente essere di conseguenza data anche a me della sua età, perché una delle cose che faceva sull’Internet fu di tenere un sito, a 11 anni… sul quale in realtà non si riesce a capire molto, perché il video dice che era un blog, ma cercando pare fosse un sito più generico, che in sé però non si trova più, probabilmente perché fu stato rimosso ai tempi del caso dalla piattaforma di hosting. Lì scriveva un po’ delle sue passioni, e un po’ della sua vita più in generale tra cui la scuola… un po’ come me, ma io inizialmente avevo solo le passioni, con me il postaggio totalizzante è arrivato più tardi. 👌

E ora, questa del sito sarebbe certamente una questione secondaria interessante da esplorare… Però, brava brava, anche perché immagino che creare i bloghetti nel 2004 non fosse facile quanto lo è stato per me nel 2015… anche se, pare che lei fosse particolarmente intelligente, seppur con (…o grazie a?) dei disturbi mentali, quindi vabbè, le sarà venuto relativamente naturale e richiedente poco impegno lo smanettare sul computer. (E menomale che io alla sua età facevo solo i siti, e non i piani… ma forse fu anche perché si sapeva che io avevo dei problemi, a differenza di lei, quindi la minaccia genitoriale del riformatorio era spesso dietro l’angolo.) ✨

#bambina #Giappone #Japan #killer #murder #NevadaTan #omicidio #SaseboSlashing #TrueCrime

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i mostri delle idf vanno in vacanza per rilassarsi dopo i massacri


Those freaks butcher my family & friends for sport then go on holiday in Europe, Canada, US, Australia, New Zealand… to “take some time off”

You have serial killers, mass murderers & rapists walking amongst you with full impunity, warmly welcomed by your governments!

x.com/muhammadshehad2/status/1…

Quei mostri massacrano la mia famiglia e i miei amici per sport e poi vanno in vacanza in Europa, Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda… per “prendersi una pausa”

Tra voi ci sono serial killer, assassini di massa e stupratori che camminano in totale impunità, accolti calorosamente dai vostri governi!

@Muhammad Shehada dal suo profilo X

x.com/muhammadshehad2/status/1…

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra

da un post di Antonella Salamone: facebook.com/share/p/17Fvf3VAJ…

#bambini #children #colonialism #concentramento #deportazione #famearmadiguerra #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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Dalla versione giapponese… 🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣 #TomodachiLife #NintendoDirect

Dalla versione giapponese… 🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣

#TomodachiLife #NintendoDirect

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news.creeperiano99.it/2025/09/…

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Sto morendo dal ridere! Il video del Nintendo Direct riguardo Tomodachi Life: Una vita da sogno tradotto in italiano #T…

Sto morendo dal ridere! Il video del Nintendo Direct riguardo Tomodachi Life: Una vita da sogno tradotto in italiano

#TomodachiLife #NintendoDirect

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la freebotanza che odio e i momenti merdasocial (odio chi ripubblica contenuti senza indicare la fonte)


Magari sono io stramba da crucciarmi a proposito, ma, giuro capo, sono estremamente stanca… di chi ripubblica meme o simili senza includere un minimo riferimento alla fonte originale! E sarà una mia impressione, o davvero col tempo, con le varie piattaforme social (sempre colpa loro…) sempre più frammentate, il problema sta peggiorando? Basterebbe la semplice regola di includere sempre un link alla propria fonte quando si ripubblica un file multimediale… cioè, copia e incolla, poche decine di caratteri di testo, che cazzo ci vuole? Eppure, se per qualche motivo si fa spessissimo quando si ripubblicano disegni o merdate di quel tipo… per i meme, o sketch comici, o robe lì non si usa! (…C’è per caso un doppio standard sui tipi di arte digitale, in questa società di pecore?) 😩

Zio carbossile, è una cosa che detesto, e che penso non abbastanza gente odi, quando chiunque dovrebbe, perché va solo a discapito degli utenti finali, comuni, che guardano la roba. Se qualcuno ripubblica senza bei crediti, poi io scrollante che vedo la roba e voglio salvarla permanentemente ho il rischio (che con le foto è una certezza, per via della ricompressione) che quella non sia la versione migliore possibile, e non ho idea di come arrivare all’originale, non essendoci né un link né un nome né niente… o, più semplicemente, non posso andare a seguire gli autori per vedere altra loro roba; o, banalmente ancora, per ringraziare loro anziché il freeboter della minchia. 🤬
Meme "Design is not just what it looks like and feels like. Design is how it works. — Steve Jobs"
Per esempio, questo è un meme arrivato ieri… condiviso da 4 diversi canali su Telegram come post originali; ma, matematicamente, un media visto come nuovo per X volte da X utenti diversi DEVE essere un repost per X-1 o (più spesso) X-0 volte, perché da 1 e 1 sola parte può aver avuto origine. Ho censurato i canali nella schermata, così da non fare immeritata pubblicità a chi rompe queste catene (i letterali collegamenti ipertestuali)… e no, non è ipocrisia, è che sono così tiltata di questo ennesimo esempio, stavolta così tanto lampante, che non ho potuto nemmeno pigniare l’immagine, perché francamente non so a chi dovrei attribuirla (cioè quale link, questo sconosciuto, far uscire nei metadati), considerato che al 99.9% nessuno di questi post è l’originale, e il vero originale non ho chance di trovarlo (o meglio, attualmente non ho voglia, se volessi rompermi abbastanza penso riuscirei a risalire), in quanto verrà forse da X o Reddit; senza considerare che queste 4 potrebbero essere tutte copie l’una dell’altra, quindi affette da un incesto JPEG già abbastanza grave (e infatti si nota che, delle 4, alcune si leggono peggio di altre). 😱

Il colmo, però, è che c’è ancora di peggio… e per quest’altro non ho un esempio così visivo, ma credetemi: sulle piattaforme dei video corti (e direi nello specifico Instagram, perché è quello di cui mi arrivano di continuo link, per mano di un omino LEGO, ma credo sia endemico a tutte e 3), c’è chi ripubblica video di altri creatori, perché boh o perché fanno profili tematici… Ma, se a volte, come andrebbe fatto, creditano esplicitamente gli autori originali (per username, visto che queste piattaforme di merda non rendono cliccabili i link nelle descrizioni… fottuto medioevo, Tim Berners-Lee non ne è per niente felice), altre volte dicono “crediti all’autore originale” senza specificare chi questo sia… e, ovviamente, fin troppe volte non dicono proprio un cazzo di niente. 🔪

Purtroppo, se Internet continuerà ad essere accessibile alle masse ignoranti, e non riservato ai meritevoli di spirito e prodezza tecnica come un tempo (ma, assolutamente, non di soldi, perché quello è antidemocratico), l’unica soluzione a questo problema credo siano i watermark forzati, su tutti i media, da parte del backend delle piattaforme normaloidi, opzionalmente disattivabili solo dai creatori per il proprio profilo o specifici contenuti (ma non da chi guarda). Le piattaforme dei video corti lo fanno, ma male, in quanto alcuni endpoint API restituiscono video senza watermark… e quindi alcuni downloader strani ci accedono, e succedono le palle. Le piattaforme come Pinterest o X non lo fanno proprio, e per quanto mi riguarda dovrebbero muovere il culo, perché è per troppi troppo facile fare CTRL+C o screenshot, e poi non copiare e incollare anche il relativo link… 😑

#freeboting #Internet #meme #problemi #rant #reposts #social

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Il trionfo di Lin Yu-Hsin: un esempio di perseveranza dall’isola di Lièyǔ.


È la dimostrazione che anche in una piccola isola dedizione e costanza possono portare lontano.
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Nella recente 114ª edizione della Coppa di Taichung per le scuole medie e superiori, il giovane atleta Lin Yu-Hsin 林于辛 , della Scuola Media Lièyǔ (Kinmen Minore 小金門) ha stravinto la competizione, conquistando due medaglie d’oro e stabilendo nuovi record. Con un tempo di 4 minuti e 13 secondi nel giro di 1.500 metri e un impressionante 6 minuti e 19 secondi nella gara di 2.000 metri siepi, Lin ha lasciato tutti senza parole, portando onore non solo a sé stesso, ma anche alla sua comunità.

Il preside della Scuola Media di Lieyu, Huang Wen-Hua, ha sottolineato che i successi di Lin non rappresentano solo il frutto del suo impegno individuale, ma simboleggiano anche la luce che può brillare dai giovani talenti delle isole periferiche sul palcoscenico nazionale. Huang ha inoltre evidenziato le limitate risorse di allenamento disponibili nella sua scuola, situata in un’isola remota di Kinmen, dove Lin si allena costantemente all’alba e al tramonto, considerano la pista non solo come un luogo di competizione, ma anche come un campo di crescita personale.

La perseveranza di Lin Yu-Hsin è stata riconosciuta anche dal suo allenatore, Wang Ruo-Zi, che ha commentato: “La più grande qualità di Yu-Hsin è la sua capacità di resistere. Qualunque difficoltà affronti, lui trova sempre un modo per superarsi.” È importante notare l’assistenza continua ricevuta dal coach Xu Zhong-Yu della Scuola Media di Jinning, che ha contribuito al suo sviluppo tecnico. Dopo le gare, Zhang Xuan-Hao e Chi Bo-Yun, due preparatori fisici delle scuole superiori di Kinmen, hanno fornito indicazioni sulla riabilitazione e sull’alimentazione, permettendo a Lin di mantenere un programma di allenamento sicuro e efficace.

L’impatto di Lin Yu-Hsin nello sport non è casuale; è il risultato di anni di duro lavoro. Negli ultimi anni, ha frequentemente calpestato i palchi nazionali, ottenendo già un terzo posto nella gara di 2.000 metri siepi con un tempo di 6 minuti e 30 secondi al Campionato Nazionale di Atletica per le Scuole Superiori del 113° anno, insieme ad altri successi nelle competizioni precedenti. Queste esperienze hanno gettato le basi per i suoi recenti trionfi ai Campionati di Taichung.

Il progresso dell’atletica a Kinmen è attribuibile anche agli sforzi del Comitato Atletica di Kinmen, guidato dal consigliere Cai Qi-Yong e dal professor Lin Wei-Lun, che, tramite annuali campi di allenamento, hanno creato un ambiente propizio per la crescita degli atleti locali.

Infine, il coordinatore della Scuola Media di Lièyǔ, Zhuang Bo-Yin, ha affermato che, sebbene la scuola possa essere piccola, l’importanza dell’educazione fisica è elevata. Lin Yu-Hsin, con i suoi successi, ha ispirato i compagni, dimostrando che gli studenti delle isole periferiche possono brillare a livello nazionale. La famiglia di Lin ha dichiarato che il supporto costante è essenziale: “Siamo sempre presenti per lui, dalle sveglie mattutine all’assistenza nella logistica delle gare.”

Con umiltà e determinazione, Lin rimane concentrato e motivato, pronto a continuare a fissare obiettivi ambiziosi, sia a livello nazionale che internazionale. La sua storia è un potente promemoria che il talento, unito alla dedizione, può superare qualsiasi barriera. Bravo!

Fonte: Kinmen Daily

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Astrocampania organizza una visita guidata su prenotazione presso l’Osservatorio Astronomico S. Di Giacomo in Agerola, un viaggio tra le stelle del cielo nello scenario dell’alta costiera amalfitana il 19 settembre 2025.

Un coinvolgente spettacolo al Planetario per scoprire i segreti delle nebulose della Via Lattea, emozionanti osservazioni degli oggetti celesti della nostra galassia e di Saturno con l’ausilio di un potente telescopio da campo, il tutto sotto la guida esperta dei divulgatori di Astrocampania. […]

astrocampania.it/2025/09/14/vi…

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Il contesto era anche quello dell’applicazione del Trattato di Maastricht


A portare a compimento il processo di industrializzazione del paese, arriva negli anni Ottanta la cosiddetta “terziarizzazione”, ovvero un’accelerazione del settore terziario, costituito dai servizi secondo diverse le diverse tipologie elaborate per distinguerli dai beni. Genericamente si parla di commercio, servizi pubblici, turismo, trasporti, attività finanziarie, bancarie e assicurative, attività di ricerca, ecc., ma l’individuazione dei servizi è avvenuta in base a classificazioni molto elaborate <57.
Il terziario va a conquistare il centro del panorama economico che l’industria occupava dagli anni Sessanta <58. Nel 1980 esso rappresenta già una fetta di oltre il 48% degli occupati e il 51,6% del valore aggiunto. L’anno successivo, la “terziarizzazione” dell’economia produce un ulteriore spostamento degli occupati: i servizi assorbono la quota maggiore di lavoratori, quasi il 50%, l’industria scende sotto il 40% e l’agricoltura arretra all’11%. Nel 1995 le percentuali sono rispettivamente al 61,3%, 32,7% e 6%. Gli addetti al terziario nel 2009 saranno il 67,0%, con l’industria al 29,2% e l’agricoltura al 3,8%.
I settori dei servizi che giocano un ruolo determinante nel nuovo corso economico sono la finanza, l’informazione e ricreazione, e i servizi sociali. Soprattutto i servizi finanziari acquistano una centralità a livello globale nell’intreccio tra informatica e telecomunicazioni. “Fu determinante per lo sviluppo dei mercati monetari, nonché dei numerosi servizi e figure professionali ad essi collegati”, segnala Ginsborg <59.
In Italia, al contrario, proprio questo settore, come altri di punta del terziario, ha avuto un andamento atipico e più instabile rispetto alle altre potenze economiche. Per esempio, le banche, dopo il fortunato periodo senza precedenti degli anni Settanta e inizio Ottanta, quando approfittarono soprattutto della propensione italiana al risparmio, si mossero con lentezza e senza i rinnovamenti organizzativi e di configurazioni societarie in grado di competere con i colossi internazionali.
D’altro canto, la grande vitalità della produzione italiana è testimoniata dall’andamento dell’economia del nostro paese nella seconda parte degli anni Ottanta, in coincidenza con la decisa ripresa dell’andamento internazionale. In particolare, se la crescita in tutta Europa ha un progressivo incremento, in Italia le cose vanno ancora meglio, con un aumento del Pil da metà anni Settanta alla fine degli Ottanta di poco meno del 50%, un cinque per cento in più rispetto alla media degli altri partner europei. Ed è proprio sul finire di quel decennio che l’Italia può annunciare di essere diventata la quinta potenza economica mondiale del G7, cioè il Group of seven, il club ristretto delle sette democrazie più industrializzate al mondo dove il suo ingresso aveva fatto storcere il naso ad alcuni partner. È il cosiddetto “sorpasso” della Gran Bretagna annunciato nel gennaio 1987 dall’allora ministro del Tesoro e presa male da Londra, ma confermata dalle organizzazioni internazionali e solidamente legata alla grande realtà della capillare diffusione della piccola impresa, assente nel Regno Unito.
A livello industriale, le ragioni di questa rinnovata energia del comparto italiano vanno ricercate nella sua adeguatezza ad una nuova struttura dei mercati internazionali, sempre più dinamici e in continua espansione. Si tratta del fenomeno che vede la crisi mondiale della grande impresa ispirata al modello americano, incapace di incorporare attributi come rapidità e flessibilità nella produzione, presente invece nei distretti industriali italiani. Questi consistevano in reti di imprese che spesso si concentrarono in aree geografiche limitate, che avevano una serie di vantaggi nell’approvvigionamento della manodopera, nelle relazioni commerciali e nella specializzazione, indotta dalla concentrazione intorno ad una o più fasi di un processo produttivo.
All’incremento sostenuto della competitività delle piccole e medie imprese, corrispose una ristrutturazione dei centri industriali di grandi dimensioni. Per ridurre i propri costi, in particolare legati alle retribuzioni dei dipendenti, e guadagnare produttività, si fece ricorso all’automazione e ai vantaggi suscitati dalla rivoluzione informatica e tecnologica in corso, così come al decentramento, sia trasferendo parte della produzione fuori dai confini nazionali, sia esternalizzandola alle imprese di dimensioni più ridotte. <60
L’area del triangolo Torino-Milano-Genova perse conseguentemente parte della sua importanza, in seguito all’emergere di un notevole numero di distretti nelle aree più orientali del Nord Italia e lungo la costa Adriatica. Quest’ampia zona geografica, indicata con la sigla NEC, Nord-Est e Centro, prese il nome di Terza Italia.
Ma intanto, nello scenario internazionale gli ultimi anni Ottanta sono quelli della svolta che si prepara ad Est. A ridefinire gli equilibri globali è il cambio di rotta del blocco Sovietico, contrapposto a quello Occidentale nel mondo diviso in due. Nel 1985 il nuovo segretario generale del Partito Comunista, Michail Gorbaciov, annuncia che l’Unione Sovietica per sopravvivere deve uscire dalla stagnazione da cui è strangolata, attraverso una riorganizzazione dei principi che hanno guidato il regime comunista. I sui programmi di riforme, che furono segnati da resistenze e fallimenti, aprirono comunque la strada a quella spinta incontenibile che portò nel 1989 alla caduta del Muro di Berlino, con la riunificazione tedesca, e successivamente alla dissoluzione dell’Impero sovietico e alla fine della Guerra fredda. A livello psicologico, in Occidente la fine del Comunismo è vissuta come fine del Socialismo, della Socialdemocrazia e, in genere, di ogni intervento dello Stato nel Mercato.
Un passaggio storico che in Italia non si traduce nella sola ridefinizione del ruolo del Partito Comunista, ma che precipita in una crisi di decomposizione l’intero sistema dei partiti, imperniato su un consolidato patto di potere DC-PSI, a cui il PCI non è estraneo, coinvolgendo tutte le classi e forze sociali. Ma ciò accade proprio perché, se il quadro è quello della caduta del Muro di Berlino, ad agire sono anche fattori interni, legati soprattutto all’insoddisfazione proprio dei ceti medi urbani. Se da un lato l’irrompere nel 1992 di Tangentopoli, l’inchiesta giudiziaria sulla pratica consolidata delle tangenti da parte dei partiti, è vissuto come “questione morale”, dal punto di vista della Banca d’Italia “prese la forma di una crisi di indebitamento che avrebbe causato la sfiducia europea e internazionale nei confronti dell’economia italiana” <61.
Tanto più che il decennio si era aperto con la recessione del 1991 che aveva colpito in primo luogo gli Stati Uniti, per cause strutturali e non solo connesse alla fine della Guerra Fredda, esprimendosi come economia delle contraddizioni. “La Borsa di Wall Street continua a segnare record dopo record. Le corporation continuano ad annunciare profitti strepitosi. Ma per ogni punto guadagnato dalla Borsa e per ogni dollaro guadagnato dalle azioni di una corporation, ci sono migliaia di nuovi disoccupati” <62.
E così anche l’Italia, nel pieno infuriare di Tangentopoli e della guerra allo Stato dichiarata dalla Mafia in Sicilia, si trovò a dover far quadrare i difficili numeri della congiuntura economica. Una crisi di carattere finanziario che ebbe importanti effetti sul sistema economico e sulle condizioni di vita della popolazione: sostenibilità della situazione del bilancio pubblico, con un disavanzo corrente previsto oltre i quarantamila miliardi di lire, necessità di riforme strutturali, rilancio della competitività del sistema economico, collocazione dell’Italia nel commercio mondiale, aumento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione, lotta alla corruzione, perdita di credibilità della classe politica.
Il contesto era anche quello dell’applicazione del Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 nella cittadina olandese, nel quale l’allora Comunità Europea fissava le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l’ingresso e la permanenza dei vari stati nell’Unione. Si fissava, inoltre, l’Unione economica monetaria, stabilendo che entro il primo gennaio 1999 si sarebbe dato il via alla moneta unica, l’Euro con la nascita della Banca centrale europea. Si indicavano un rapporto deficit pubblico/Pil non superiore al 3%, un rapporto debito pubblico/Pil non superiore al 60%, un tasso di inflazione non superiore del’1,5% rispetto a quello dei tre paesi più virtuosi. Mentre per diversi paesi, soprattutto del nord Europa, si pose il problema della ratifica del trattato, cui si opponevano ampie fasce di popolazione, per l’Italia la vera difficoltà era proprio doversi conformare a questi parametri. Il deficit di bilancio italiano all’epoca era il 9,9% del Pil, rispetto al 3% indicato dal Trattato. Il debito pubblico era al 103% del Pil anziché minore del 60%. Il tasso d’inflazione sfiorava il 10% del Pil, invece di essere entro il 3%.

[NOTE]57 Grande influenza ha avuto la distinzione proposta da T.P.Hill nel 1977, secondo il quale “i servizi non sono beni immateriali o invisibili, ma godono di proprietà specifiche e devono quindi beneficiare di un diverso statuto concettuale”. Quanto alla destinazione, è stata in genere definita in relazione a due tipologie generali di mercato: servizi al produttore o intermedi da una parte, servizi al consumatore o finali dall’altra. Esempi del primo tipo sono servizi alle aziende quali la contabilità, la consulenza legale e finanziaria, la pubblicità, etc. Tra gli esempi del secondo tipo, i servizi ricreativi, la sanità l’istruzione. P. Ginsborg, ibidem.
58 Al censimento 1931 le percentuali erano: agricoltura 46,8, industria 30,8 e servizi 22,4. Nel secondo dopoguerra, l’agricoltura incide ancora per il 42% ma industria e servizi acquistano maggiore peso, 32% e 26%. È lo sviluppo industriale degli anni Sessanta che modifica la distribuzione degli occupati fra settori: nell’industria arrivano al 41%, nei servizi al 30% mentre gli occupati in agricoltura si attestano sotto il 30% (Fonte Istat).
59 P. Ginsborg, ibidem. “La gamma dei servizi finanziari, sia al produttore sia al consumatore, si ampliò in maniera spettacolare. Allo stesso tempo, i mercati monetari vennero trasformati dal volume e dalla mobilità dei capitali, dalla volatilità sia del prezzo del denaro (tassi d’interesse) sia dei rapporti tra le valute (tassi di cambio)”.
60 Ennio De Simone, Storia Economica, pp. 323-324
61 P. Ginsborg, ibidem, pag.472.
62 Piero Scaruffi, Il Terzo Secolo, almanacco della società americana alla fine del millennio (Feltrinelli, 1996).
Lorenzo Petrone, La classe media in Italia: un baricentro. L’evoluzione della compagine sociale protagonista del miracolo economico, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2016-2017

#1991 #1992 #anni #decentramento #distretti #Genova #indebitamento #industria #LorenzoPetrone #Maastricht #Milano #Ottanta #recessione #servizi #terziario #Torino #trattato #triangolo

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debaser / pixies. 1989


youtu.be/PVyS9JwtFoQ

#Debaser #music #musicA_ #Pixies #video

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Una inquietante lezione di storia


Dal blog “Un alieno tra noi”, che vi abbiamo già presentato e da cui abbiamo tratto in passato anche un articolo, riprendiamo oggi un paragone tra la politica di Trump e quella del presidente repubblicano che vinse le elezioni del 1920. Come scrive – con l’abituale pacatezza – il nostro alieno, “la storia americana di un secolo fa somiglia molto a quella di oggi”. E la prospettiva è davvero […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/09/14/una-…

#crisiEconomica #razzismo #StatiUnitiDAmerica #Trump

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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“Numeri immaginari” di Ezio Sinigaglia


Recensione di Domenico Conoscenti del romanzo "Numeri immaginari" (2025) di Ezio Sinigaglia
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Numeri immaginaridi Ezio Sinigaglia, incluse le pagine iniziali e alcune riflessioni-descrizioni (con funzioni di ampie didascalie teatrali), potrebbe essere un atto unico o, ancora meglio, la godibilissima sceneggiatura in forma narrativa dell’episodio di un film (se ancora esistessero i film a episodi) ambientato in una città deserta, in un’afosa sera d’agosto. Inizia infatti cinematograficamente davanti al portone di un palazzo per spostarsi poco dopo, e fino alla conclusione, sul terrazzo dell’appartamento di uno dei due protagonisti, in un’unica, ininterrotta sequenza. In realtà è piuttosto un racconto costruito tutto attorno alla parola detta, alla conversazione come atto di seduzione – parrebbe − di un maturo professore di analisi matematica (che fa Verbis di cognome!) nei confronti di Mirko Pestalozza, giovane neolaureato di famiglia benestante, che abita nell’appartamento al piano inferiore, e col quale, fino ad allora, c’erano stati solo i fortuiti contatti formali che avvengono negli spazi condominiali comuni.

Colpisce in questo lavoro il fatto che la consapevole padronanza espressiva di Sinigaglia, nonché l’ironia ora soffice e diffusa ora arguta e concentrata, ben note ai suoi lettori, vengano inserite anche all’interno della narrazione in quanto caratteristiche specifiche del personaggio del professore. Benché scritto in terza persona, è peraltro esclusivamente dal suo punto di vista che ci viene raccontato fin dall’inizio l’incontro fra i due, incluse le dettagliate, frequenti, tutt’altro che oggettive o neutre, descrizioni fisiche e il linguaggio corporeo, non verbale del giovane. Mirko può… manifestarsi al lettore in maniera autonoma, fuori dallo sguardo dell’altro, soltanto all’interno dei dialoghi, che svolgono infatti una parte fondamentale nel testo. Con tale scelta narrativa, all’interno di quella che si presenta come una forma di corteggiamento, i ruoli restano di fatto, agli occhi del lettore, indefiniti, in bilico, così come incerto rimane per Verbis l’orientamento (in tutti i sensi) e le reali intenzioni dell’iniziativa del giovane: una sospensione che si scioglierà nelle battute finali.

Con la consueta, sorniona disinvoltura con cui attinge ad alcuni dei temi a lui cari (l’eros omosessuale, con un’attenzione specifica ai giovani o molto giovani, la curiosità ambivalente per la ricca borghesia del Nord, il ricordo del servizio di leva e l’istintività popolaresca e/o meridionale), l’autore amplia le potenziali ambiguità e la polisemia del linguaggio ricorrendo a similitudini, analogie o a metafore di tipo naturalistico-geografico per il corpo di Mirko (la sabbia del deserto, la dorsale appenninica, le fragole…), spiegando poi come connettere simbolicamente situazioni e gesti a determinati numeri fino a soffermarsi su quelli del titolo, indugiando inoltre sull’alternarsi rapido, incalzante delle battute, in accezione quasi tennistica, tra i due protagonisti. È un gioco divertito sul (e col) linguaggio che Sinigaglia governa con lucidità: non gratuito, non goliardicamente fine a sé stesso (come ad esempio in AcroBatiCa), resta invece finalizzato a uno svolgimento narrativo che fluisca scorrevole, badando a tenere viva un’attenzione partecipe e di certo incuriosita del lettore. La seduzione erotica da parte di un socratico Verbis d’altra parte rende maieuticamente visibili a Mirko alcuni nodi del proprio confuso, implicito disagio, colorandosi di una componente di tenerezza, presentita come “insidia” dal primo, e di fatto confermata dalla postura dei due nell’inquadratura conclusiva.

Il testo, composto nel 1998, come ci informa l’ultima pagina, è uscito a marzo di quest’anno per l’editore Tetra la cui scelta del formato quadrato, la cura per l’estetica delle copertine e l’impaginazione ariosa rispecchiano ed esaltano la raffinatezza del racconto.

Domenico Conoscenti

Ezio Sinigaglia, Numeri immaginari, Tetra Edizioni, 2025, pp. 137, euro 8,00.

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l’aperossa 2025, xi edizione: dal 15 settembre a roma


L’Aperossa 2025, XI edizione
dal 15 al 19 e dal 22 al 26 settembre

La Villetta Social Lab, Via degli Armatori 3 – Roma

Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365. Cultura tutto l’anno, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura

La manifestazione è promossa e realizzata dalla
Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS

Ingresso gratuito fino a esaurimento posti
Info: eventi@aamod.it

L'Aperossa, edizione 2025
cliccare per aprire il pdf del programma

L’Aperossa fa ritorno a Roma e, per l’edizione 2025, si stabilisce nel cuore della Garbatella, presso La Villetta Social Lab. Dal 15 al 19 e dal 22 al 26 settembre, il quartiere sarà animato da una ricca programmazione che spazia tra laboratori, incontri, proiezioni, passeggiate urbane e momenti di approfondimento culturale, con proposte pensate per coinvolgere pubblici di ogni età.

Il programma completo è qui: slowforward.net/wp-content/upl…

#AAMOD #Aperossa #ArchivioAudiovisivoDelMovimentoOperaioEDemocraticoETS #AssessoratoAllaCultura #CulturaTuttoLAnno #estateRomana #FondazioneArchivioAudiovisivoDelMovimentoOperaioEDemocraticoETS #Garbatella #gratis #incontri #ingressoGratuito #LAperossa #LaGarbatella #LaVillettaSocialLab #laboratori #passeggiate #passeggiateUrbane #proiezioni #RomaCapitale #RomaCreativa365 #VillettaSocialLab #Zètema #ZètemaProgettoCultura

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lunedì 15: “prima dell’oggetto” @ ‘la finestra di antonio syxty’


Lunedì 15 settembre 2025, alla Finestra podcast: Prima dell’oggetto, (déclic, 2025)

…se c’è un libro che si è stufato sia della poesia sia del narrare usuale, e che va in senso opposto, è questo: si muove verso il senza verso e si interroga sulla fuga caotica delle cose e delle narrazioni, come alice che non capisce le corse del bianconiglio ma si secca pure di seguirlo.

open.spotify.com/show/7onZatZD…

#PrimaDellOggetto #prosa #prosaBreve #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

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lunedì 15: “prima dell’oggetto” @ ‘la finestra di antonio syxty’


Lunedì 15 settembre 2025, alla Finestra podcast: Prima dell’oggetto, (déclic, 2025)

…se c’è un libro che si è stufato sia della poesia sia del narrare usuale, e che va in senso opposto, è questo: si muove verso il senza verso e si interroga sulla fuga caotica delle cose e delle narrazioni, come alice che non capisce le corse del bianconiglio ma si secca pure di seguirlo.

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-falsariga / luca zanini. 2025


da meno di è] completato il giro gli] affaristi cambiano l’ora legale mandano fax dal tabaccaio

giro che sottinteso ha scoscese coni di gomma] autopulenti un paio di testimoni con l’accento [di qui scrive] scomodo il polfer un teatro

di sedie da referto sedie attorno uno dice che la sua lingua si è esaurita loro sono] prossimi

si perfezionano seguono i calchi la vetroresina a meno di un chilometro i ricambi sanno] che l’aria è viziata alla fine] della stagione si fanno i soprammobili teleri scuri al vecellio

sentono a distanza si muovono i [tapis roulants anche l’energico della chiusa schiuma mandati] i mille pezzi agli sconosciuti le] [-etichette-

#LucaZanini #post2025

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un articolo su charlie kirk e i sionisti, ripreso dal sito ‘the grayzone’


differx.noblogs.org/2025/09/13…

UN AMICO DI CHARLIE KIRK RIVELA: HA RIFIUTATO L’OFFERTA DI FINANZIAMENTI DI NETANYAHU; PRIMA DELLA SUA MORTE ERA “SPAVENTATO” DALLE FORZE FILO-ISRAELIANE


Una fonte vicina a Trump e amica di lunga data di Charlie Kirk racconta come la svolta del leader conservatore assassinato sull’influenza israeliana abbia provocato una reazione privata da parte degli alleati di Netanyahu, che lo ha lasciato agitato e spaventato. La fonte ha affermato che l’ansia si è diffusa all’interno dell’amministrazione Trump dopo la scoperta di un’apparente operazione di spionaggio israeliana.

di Max Blumenthal e Anya Parampil
12 settembre 2025
da ‘The GrayZone’

Charlie Kirk ha […] → continua qui

#AnyaParampil #BenShapiro #CharlieKirk #Gaza #genocidio #Hamas #HarrisFaulkner #Israel #Israele #izrahell #JeffreyEpstein #LaZonaGrigia #LZG #MarkLevin #MaxBlumenthal #Netanyahu #NetanyahuCriminaleDiGuerra #Palestina #ricatto #sionismo #sionisti #StatiUniti #StatiUnitiDAmerica #theEpsteinFiles #TPUSA #Trump #TurningPointUSA #USA

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écritures de jean degottex (50s-70s)

Jean Degottex, IBN I - 1962 (1962); src=https://www.artnet.com/artists/jean-degottex/2
Jean Degottex, IBN I – 1962 (1962); src=artnet.com/artists/jean-degott…

Jean Degottex, Lignes d'écritures (1963), Galerie Kamel Mennour, https://mennour.com/artist/jean-degottex
Jean Degottex, Lignes d’écritures (1963), Galerie Kamel Mennour, mennour.com/artist/jean-degott…

Jean Degottex_ sans titre_ (1974)
Jean Degottex, sans titre (1974)

Jean Degottex_ encre_ acte_I_(1974)
Jean Degottex, Encre, Acte I (1974); src: mutualart.com/Artist/Jean-Dego…

https://jeandegottex.com/


mutualart.com/Artist/Jean-Dego…

Now in New York here:
bsandcgallery.com/exhibitions/…
artdaily.cc/news/185123/Jean-D…

Now in Paris here (collective exhibit):
mennour.com/exhibition/intimat…
instagram.com/p/DOdToOjCG77/
mennour.com/artist/jean-degott…

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1954: artnet.com/artists/jean-degott…
1959: artnet.com/artists/jean-degott…
1956-1969: jeandegottex.com/1956-1969-sou…

more:
> artnet.com/artists/jean-degott…
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> artnet.com/artists/jean-degott…

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and:

artsper.com/fr/artistes-contem…

mchampetier.com/Jean-Degottex-…

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artexpertswebsite.com/pages/de…

Jean Degottex and Bernard Heidsieck: jeandegottex.com/jean-degottex…

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“noise.derive”, di gianluca codeghini: un articolo sulla mostra @ ‘artribune’


artribune.com/arti-visive/2025…

“NoiSe. Derive, personale di Gianluca Codeghini (Milano, 1968), inaugura il Chigiana International Festival & Summer Academy 2025. Curata da Stefano Jacoviello, la mostra si sviluppa come un articolato viaggio tra arte contemporanea e paesaggio sonoro […]” (continua al link indicato)

#1968CheInauguraIlChigianaInternationalFestivalSummerAcademy2025_ #art #arte #Artribune #ChigianaInternationalFestival #ChigianaInternationalFestivalSummerAcademy2025 #GianlucaCodeghiniMilano #sound #StefanoJacoviello #suono

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Scientific Wrestling Training Camp 2025 con Frank Shamrock


Aperte le iscrizioni al @scientificwrestling Italia Training Camp 2025! Dove e quando: 8-9 novembre – Pisa (PI) @asdsenshiteam Frank Shamrock & Jake Shannon Per la prima volta in Italia, ospitiamo due icone internazionali direttamente dagli USA:Frank Sham
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Aperte le iscrizioni al @scientificwrestling Italia Training Camp 2025!

Dove e quando:


8-9 novembre – Pisa (PI) @asdsenshiteam

Frank Shamrock & Jake Shannon


Per la prima volta in Italia, ospitiamo due icone internazionali direttamente dagli USA:
Frank Shamrock, leggenda delle MMA e del Submission Grappling
Jake Shannon pioniere del Catch Wrestling mondiale

Non un semplice seminario, ma un training camp formativo di 2 giorni, a numero chiuso, pensato per garantire alta qualità didattica secondo gli standard ufficiali di Scientific Wrestling USA.

Cosa include il Training Camp completo:


? 12 ore di formazione intensiva in due giorni, con focus su MMA, Catch Wrestling e Hybrid Grappling
? Rilascio della prestigiosa certificazione “Certified Catch Wrestler” di Scientific Wrestling, riconosciuta da Jake Shannon, con l’assegnazione di 25 unità formative per avviare il tuo percorso ufficiale nel circuito
? Foto ricordo e attestato di partecipazione esclusivo, firmati personalmente da Frank Shamrock e Jake Shannon

? Un’esperienza unica per apprendere da due leggende che hanno segnato la storia delle MMA e del Catch Wrestling mondiale!

? Iscrizione obbligatoria. Assicurati il tuo posto prima che sia troppo tardi!
?? Pochi posti ancora disponibili per iscriversi con la quota agevolata.

Per info e iscrizioni:


DM su Instagram instagram.com/asdsenshiteam/
Messaggio WhatsApp ? 3802032366

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constantin xenakis: “asemic” works (70s – 90s)


Symboles pour Organigramme (1971)

Diagonale noire (1992)

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Warfare, come era la guerra prima che si aprisse l’inferno


-l'evoluzione della rappresentazione delle tecnologie da combattimento dal film di Alex Garland
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Il cinema di guerra, da sempre, è uno strumento di rappresentazione dell’evoluzione tecnologica e della dimensione simbolica del conflitto. I film non raccontano solo l’esperienza della violenza militare ma utilizzano il linguaggio visivo e sonoro per costruire significato attorno alla dimensione tecnologica della guerra . Warfare (2025) di Ray Mendoza e Alex Garland e Best in Hell (2022) di Andrey Batov, mostrano come l’evoluzione tecnologica della guerra abbia generato un salto epistemologico nella rappresentazione del conflitto, passando da un’esperienza caotica e viscerale, radicata nella memoria e nella soggettività del combattente, a un’operazione mediata dai grafici e dai dati, che intreccia la ferocia della guerra con l’estetica di un videogioco.

Il paradosso è che la guerra di oggi è ritenuta dai veterani persino più feroce di quella in Afghanistan ed Iraq così la dimensione del combattimento governato da un videogioco, invece che un processo di sterilizzazione della violenza, assume i caratteri di una serialità così brutale da farsi persino indicibile. Warfare, rappresenta qui la guerra dei primi anni 2000 narrata come un’esperienza liminale, di trauma e fratellanza, mentre quella degli anni ’20, di Best in Hell, sembra un problema di logistica e strategia, entro un sistema operativo con input e output ben definiti.

Warfare, scritto e diretto da Ray Mendoza e Alex Garland, è un’opera atipica nel panorama cinematografico bellico che racchiude l’esperienza bellica non in un campo aperto ma praticamente dentro una casa a due piani, quella di una famiglia irachena, occupata dagli americani. Ambientato il 19 novembre 2006, durante un’operazione di sorveglianza successiva alla battaglia di Ramadi in Iraq, il film si costruisce, con metodo etnografico, attorno all’esperienza diretta di Ray Mendoza, ex U.S. Navy SEAL, e sulla memoria di altri militari che furono coinvolti in quell’evento. La narrazione non segue un tradizionale arco drammatico ma si propone come una ricostruzione fedele, quasi in tempo reale, di un combattimento andato storto nel centro di Ramadi. La guerra in Warfare non è un conflitto eroico, ma una somma di esperienze personali, di memoria e di trauma. La mancanza di personaggi definiti con dei retroscena o dei percorsi emotivi completi è costruita in modo che il protagonista del film non sia un singolo soldato, ma l’intera unità, un corpo unico che agisce e reagisce al caos e al rischio di morte immediata.

Nel 2006, la tecnologia di guerra rifletteva un’epoca di transizione, in cui l’informazione non era ancora un flusso costante e onnisciente. Questo si manifesta in modo lampante nella logistica e nelle comunicazioni del film. Il primo aspetto da considerare riguarda le comunicazioni radio. La radio è l’unico canale di comunicazione tra i vari team militari e la catena di comando. La sua rappresentazione è un elemento cruciale. Invece di offrire chiarezza, la radio in Warfare è una fonte di frammentazione e di confusione. Le voci che si sovrappongono, il rumore statico e l’urgenza dei comandi contribuiscono a creare un’esperienza sonora vertiginosa e sovraccaricante che posiziona lo spettatore direttamente nella testa del soldato. Le comunicazioni sono spesso interrotte, i comandi sono ambigui o vengono negati, costringendo i soldati a improvvisare e a prendere decisioni che, in un sistema più controllato, sarebbero state impensabili. La radio diviene un linguaggio a sé stante, fatto di segnali e ritmi, che i soldati devono istintivamente decifrare in mezzo al caos. Rispetto alla guerra dei nostri giorni va evidenziata la visione limitata della sorveglianza aerea: La sorveglianza aerea è mostrata come una presenza distaccata e imperfetta. Il film rappresenta una visuale aerea da un aereo che rende ogni persona un semplice pixel su uno schermo ma, si nota subito, sono pixel in bianco e nero, una vera e propria preistoria della rappresentazione della battaglia. Questa rappresentazione ricorda che, a differenza delle tecnologie più recenti, la sorveglianza nel 2006 non offriva un’analisi dettagliata o un flusso di dati in tempo reale per la gestione tattica. La limitazione era coerente con le tecnologie satellitari dell’epoca, come quelle basate su pellicola fotografica che doveva essere fisicamente recuperata per l’analisi (come nel caso dei sistemi HEXAGON KH-9 del periodo precedente), o con immagini satellitari che, pur digitali, non erano ancora integrate in un sistema di mappatura dinamico e in tempo reale per le operazioni sul campo. Questo tipo di sorveglianza imperfetta rafforza l’idea che la drammatica esperienza del soldato a terra fosse da supportata un’informazione incostante e una visione a tunnel del campo di battaglia, non da una prospettiva onnisciente.

L’antropologia visuale di Warfare è intrinsecamente legata alle limitazioni tecnologiche dell’epoca raccontata. Le scelte estetiche non sono arbitrarie, ma sono il risultato diretto del tentativo di ricreare la “verità” della memoria. Consideriamo riprese e montaggio: Il film si avvale di uno stile di ripresa e montaggio che è stato descritto come staccato e aritmico, senza una compressione temporale significativa. La macchina da presa rimane costantemente vicina ai soldati , quasi claustrofobica, limitando la prospettiva dello spettatore a ciò che i personaggi possono vedere e percepire in un ambiente caotico. Questa scelta estetica non solo serve a immergere il pubblico nell’esperienza sensoriale del combattimento, ma riflette anche la natura disorientante del trauma dei reduci. Non vi è una narrazione lineare, e la mancanza di una colonna sonora, sostituita da un design del suono meticoloso e avvolgente amplifica l’effetto del rumore, sangue e caos. L’estetica come sempre crea simbolismo e la vera dimensione simbolica del film risiede nella tipo di capacità di esplorare la guerra come un’esperienza viscerale. L’assenza di un nemico realmente visibile e la scelta di mostrare il conflitto unicamente dal punto di vista americano suggeriscono non il simbolico di una propaganda patriottica ma quello di un’esperienza di isolamento e confusione, dove la minaccia è onnipresente ma sfuggente. Si impone la dimensione del simbolico del terrore, dell’esplorazione del caos e del punto di vista limitato e impaurito del combattente. Pur essendo stato descritto come emotivamente freddo per la sua mancanza di archi narrativi convenzionali, il film ottiene un effetto opposto: il suo crudo realismo costringe lo spettatore a confrontarsi con l’orrore e il sacrificio senza la consolazione di una trama tradizionale o di una musica che ne sterilizzi il significato. L’obiettivo di Garland, infatti, è esprimere il trauma, la dimensione liminale e la fratellanza di chi sta rischiando di morire attraverso l’esperienza sensoriale, non attraverso una narrativa emotiva convenzionale spesso pedagogica.
Best in Hell si posiziona all’estremo opposto dello spettro cinematografico occupato da Garland, soprattutto perché offre una rappresentazione del conflitto modellata dalle tecnologie belliche degli anni ’20. Il film, ambientato nel conflitto in Ucraina, è stato prodotto dal disciolto Gruppo Wagner , conferendogli una dimensione immediata di propaganda mentre, guardando nel profondo, il prodotto finale è molto più complesso. La sua origine e il suo scopo sono intrinsecamente legati alla sua estetica, che riflette una visione del conflitto come un processo tecnologico misurabile e gestibile ma anche così feroce da non lasciare praticamente nessuno sul campo, alla fine della battaglia. Il film rappresenta un salto epistemologico fondamentale, nel quale l’esperienza del combattimento non è più mediata primariamente dalla percezione sensoriale umana, ma da un apparato tecnologico onnipresente che offre una visione distaccata e strategica. L’esperienza del conflitto qui si incontra immediatamente con la percezione di droni e intelligenza artificiale (AI): L’uso dei droni è un elemento centrale e ricorrente, non solo da armi d’attacco, ma, in modo più cruciale, sono”occhio” ,quasi divino, sopra il campo di battaglia. A differenza della sporadica e limitata visuale aerea di Warfare, i droni di Best in Hell offrono un flusso costante di informazioni, una sorveglianza ad alta risoluzione che guida ogni mossa. L’intelligenza artificiale, pur non esplicitamente discussa in relazione al film stesso, e un elemento centrale del videogioco basato sul film , è un’estensione diretta della narrazione. Questo suggerisce una concezione della guerra dove l’automazione e l’analisi dei dati, non solo la manodopera umana, sono al centro del processo decisionale, trasformando i soldati in attori di un sistema più vasto. La presenza della AI come attante tecnologico, dei droni con una capacità di rappresentazione del terreno e di analisi dati impensabili nel 2006, garantisce un salto epistemologico anche nei livelli di ferocia presenti nel combattimento: l’intelligenza artificiale ottimizza talmente le perdite del nemico che in Best in Hell, tra ucraini e russi, sopravviverà solo una persona. La mappatura digitale e le infografiche: Il film utilizza in modo massiccio le infografiche per spiegare le tattiche, i movimenti delle truppe e le capacità dei diversi equipaggiamenti militari. Il campo di battaglia è trasformato in una mappa di battaglia digitale, dove le posizioni dei soldati e del nemico sono tracciate, le traiettorie dell’artiglieria sono illustrate e le azioni sono descritte in termini logistici. L’analogia con le “battle maps” utilizzate nei giochi di ruolo come Dungeons and Dragons non è casuale; il film presenta la guerra come una scacchiera strategica in cui le “miniatures” si muovono secondo un piano ottimizzato, talmente ottimizzato da non far rimanere quasi nessuno sul campo tra i due combattenti.

L’antropologia visuale di Best in Hell è definita da questa estetica della presenza tecnologica e della gamification del conflitto. Le riprese e il montaggio si basano su un’alternanza metodica tra la prospettiva soggettiva a spalla dei soldati a terra e la prospettiva distaccata e aerea fornita dai droni e dalle infografiche. Il montaggio serve a collegare il “micro” del combattimento ravvicinato, fatto di urla e spari, al “macro” della strategia, nella quale, mentre i soldati muoiono, la stessa azione si riduce a un’icona che si sposta su una mappa digitale. La violenza non è vista solo attraverso gli occhi di chi la subisce, ma anche attraverso una lente oggettiva e analitica, che la decontestualizza dal suo orrore viscerale: il cielo della rappresentazione digitale avviene a livello macro, il massacro è li’ sul micro, in basso. Ecco quindi il simbolismo di Best in Hell tra guerra e videogame: mostra la brutalità della guerra, estesa e ottimizzata rispetto anche al recente passato e, allo stesso tempo, ne celebra l’efficienza e la chiarezza strategica attraverso il suo stile visivo. L’estetica delle infografiche e la visione onnisciente conferiscono un’aura da videogioco allo scontro mentre la guerra viene mostrata per come è : un “lavoro duro, senza fronzoli” dal quale però non si è destinati a uscire. Questo crea una profonda tensione simbolica: il film dichiara di voler mostrare l’inutilità del conflitto, l’inevitabilità dell’inferno per chi vi combatte, ma la sua rappresentazione della tecnologia suggerisce una visione della guerra come un’operazione logica, precisa e, in ultima analisi, utile e controllabile persino eroica nell’intreccio tra digitale e martirio.
Il confronto tra i due film, war movie entrambi ma con approcci molto diversi tra loro, rivela un’evoluzione nella rappresentazione cinematografica delle tecnologie e nel simbolismo ad essa correlato. La principale distanza simbolica tra i due film risiede nel loro approccio alla “verità” della guerra. Warfare presenta il rapporto tra ferocia e verità viscerale, radicata nell’esperienza sensoriale e nel trauma. La tecnologia della guerra (la radio che crepita, l’aereo che passa) è un mezzo imperfetto che enfatizza i limiti e la soggettività della percezione umana. Il film celebra la memoria, il caos e la dimensione liminale di gruppo come unici punti di riferimento in un ambiente senza senso. Best in Hell propone una il rapporto tra ferocia della guerra e verità algoritmica, dove il numero dei morti cresce, effetto dell’ottimizzazione AI del conflitto, ma è solo un è un problema di logistica risolvibile con i dati. La tecnologia (droni, infografiche) è uno strumento di controllo e oggettivazione che riduce la violenza a un processo da ottimizzare portato ad un alto livello di “produzione”. I soldati diventano dati su una mappa, e il conflitto, nonostante la sua continua brutalità, assume una dimensione intellettuale e strategica. La dimensione del caos e quella liminale di gruppo sul campo vengono letteralmente dominate dalla presenza dal graduato che, nella sala di comando, dirige le operazioni. L’eroe all’inferno, quello sul campo, è guidato verso il sacrificio dal cielo dello svolgersi dell’analisi dell’intelligenza artificiale. Qui non c’è nessuna estetica della sparizione dei corpi, c’è quella della rappresentazione digitale della sparizione della vita umana.

L’antropologia visuale della guerra è mutata profondamente in poco più di quindici anni. Warfare offre un ritratto dell’uomo in guerra, un’indagine sul suo corpo, sulla sua mente, sul gruppo e sulla sua memoria. È un film che si concentra sull’individuo e sulla sua incapacità di comprendere pienamente il quadro generale e sulla sopravvivenza possibile sono facendo gruppo. Best in Hell, al contrario, sposta il focus dall’individuo al sistema operativo. La guerra è un massacro unito una rappresentazione visiva su uno schermo, la strage è trasformata in problema di dati da gestire dall’alto. L’analisi comparativa di Warfare e Best in Hell rivela una trasformazione fondamentale nella rappresentazione cinematografica del conflitto moderno. Il passaggio dalla narrazione basata sulla memoria personale e soggettiva all’estetica guidata dai dati e dalla tecnologia non è semplicemente un’evoluzione stilistica, ma un profondo mutamento antropologico.

Warfare ci invita a “sentire” la guerra attraverso il rumore assordante, la confusione delle comunicazioni e la claustrofobia. La sua forza risiede nella capacità di mostrare la guerra come un’esperienza viscerale e traumatica, dove la tecnologia è un mezzo imperfetto che rafforza il senso di caos e isolamento. Best in Hell, al contrario, ci chiede di “vedere” il massacro attraverso la chiarezza dei dati, la visione onnisciente dei droni e la didascalica utilità delle infografiche. La strage è il prodotto finale di un problema di logistica e strategia, e la violenza diviene parte di un processo ottimizzabile.

L’esperienza collettiva della seconda guerra mondiale, una guerra giusta, di liberazione dal nazismo, con infinite storie di eroismo e solidarietà collettiva ci dice poco in questo genere di conflitti. Piuttosto, l’esperienza più vicina a Warfare e Best in Hell è quella della prima guerra mondiale che, secondo Walter Benjamin, lasciava i reduci senza nemmeno la forza di raccontare quello che era accaduto al fronte.Mentre la guerra reale si evolve con l’integrazione sempre maggiore tra massacri, intelligenza artificiale, droni autonomi e mappatura digitale, Best in Hell si dimostra un vero episodio pilota della rappresentazione della tecnologia e del simbolismo dei conflitti presenti e a venire. Warfare si presenta come la guerra prima che si aprisse l’inferno, fatto di integrazione tra massacri, intelligenza, artificiale, droni,lontano e sterilizzato dalla rappresentazione mediale della guerra costruita solo su rapporti diplomatici, dichiarazioni pubbliche, polemiche senza fine e senso.

per Codice Rosso, nlp

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«Not Even The “Tech Bros” Want Their Own “Tech”» — «Nemmeno i Techbro Vogliono la propria Tecnologia»


youtube.com/watch?v=a-YVtACnfW…

A proposito dei ricchi e motivi per odiarli, ho trovato questo video che spiega quanto la situazione è greve con la Valle del Silicio… o meglio, ciò che un tempo era il posto del silicio e oggi è diventato il posto dello schifo, il quartier generale di centinaia di signori del male digitale, per mano dei quali la parola “utente” assume un significato più distante dall’accezione informatica e più vicino a quello con cui gli spacciatori si riferiscono a chi compra le loro schifezze… 😷

I techbro di queste grosse aziende (non nello specifico le FAANG, anche centinaia di “minori”) sono non solo stronzi, in quanto perfettamente consapevoli di contribuire direttamente alla creazione di prodotti e servizi equiparabili a droga, software sempre in qualche modo dannoso per la psiche umana, nonostante sono loro che fanno le decisioni (insomma, parlo più di manager e salcazzi vari, non coloro che scrivono il codice sotto gli ordini dei draghi sputafuoco; anche se, qualora siano molto ricchi anche loro, non saranno risparmiati)… Sono soprattutto giganteschi ipocriti, che in primis si fanno riserve sull’usare la loro stessa tecnologia! 🤮

Il video fa diversi esempi, uno più allucinante dell’altro, ma secondo me il peggiore (cioè, quello che funziona meglio) è il fatto che i techbro restringono questa tecnologia in famiglia, andando dal non usarla a casa fino al bandirla completamente ai figli! Probabilmente molti conoscono quello che all’epoca pareva un caso eclatante, cioè che Steve Jobs non lasciava usare ai suoi figli (piccoli?) iPod e iPad… ma io ignoravo (e penso quasi tutti, altrimenti la società non sarebbe come è oggi) che nel salotto cattivo della California questa fosse praticamente la norma… 😱

…Ma, non solo niente tecnologie smart moderne AI agile connection cloud touch ai figli, ma addirittura niente in generale… neanche a scuola: li mandano in istituti di primo e secondo grado che costano più di una fottuta università (ricchi di merda) e dove, a differenza di qualsiasi scuola per persone normali, per i figli del popolo e non di un élite dei miei coglioni, tutto viene fatto senza alcuna tecnologia, perché si ritiene (forse non a torto, stando alle statistiche) che evitarla completamente porti più pro che contro nell’ambito dell’istruzione. E se è davvero così come si pensa, è gravissimo, perché vorrebbe dire (come se non ci fossero già altre mille conferme a riguardo, vabbé) che tutta la storiella delle pari opportunità sotto il nostro sistema economico, che ognuno può “farsi da sé”, è una stronzata colossale: i bambini non hanno margine di manovra, e non sono loro che scelgono se andare ad una scuola per ricchi dove imparano veramente, o una normale dove si brainrottano. 😫

Ora, io personalmente spero che questi bambini non stiano totalmente a secco di tecnologia, perché sarebbe triste… cioè spero abbiano almeno un 3DS per fare il gaming e magari foto e video, e quantomeno un PC a casa per rovinarsi già in tenera età con il coding, o fare un server Minecraft, o creare siti web, non lo so… Però, a parte la mia opinione personale, la situazione è oggettivamente vomitevole. Questi ricchi bastardi, che sono per esempio capi di social network (come uno di Facebook nel video), non lasciano usare il social ai figli non per i motivi soliti e giusti del tipo di “è pieno di pedofili” (cosa a cui risponderei di sistemare la moderazione, merde!), o che dovrebbero tenere d’occhio cosa ci fanno sopra ma non hanno tempo… glieli vietano per la struttura in sé: perché queste piattaforme sono fatte apposta, come sappiamo, per causare assuefazione. 😶

Io, come sempre, non ho parole. Questi minchioni sanno perfettamente i danni che il loro “lavoro” causa alla società, e invece di cambiare rotta se ne fottono — ma, non quando si tratta delle persone a loro care. Un comportamento immorale e sociopatico a dire poco… e io, veramente, non so come devo fare ancora a vivere in un mondo così terribile, visto che la gente non si sveglia e quindi fare una rivoluzione a livello mondiale, che è l’unica rivoluzione che funzionerebbe, è praticamente impossibile. 😭😭😭

#IT #ricchi #rich #tech #techbro #techbros #technology #UpperEchelon

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