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Sospensione dei servizi per i visti presso l’Ambasciata USA a Niamey, in Niger.


[:it]La stretta di Trump sull'immigrazione colpisce anche il Niger.[:]

Il governo degli Stati Uniti ha annunciato la sospensione di tutti i servizi di routine per i visti presso la propria ambasciata a Niamey, Niger, fino a nuovo avviso. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha confermato che questa pausa interessa tutte le categorie di visti, sia per immigrati che per non immigrati, citando “preoccupazioni relative al Governo del Niger”, senza fornire ulteriori dettagli.

Tuttavia, i visti diplomatici e ufficiali continueranno a essere elaborati. Un comunicato interno datato 25 luglio ha fornito istruzioni agli ufficiali consolari americani in tutto il mondo di applicare una maggiore attenzione e scrutinio a tutti i richiedenti visti provenienti dal Niger. Tale misura è giustificata da tassi di permanenza eccessiva, pari all’8% per i visti turistici e addirittura al 27% per i visti per studenti e scambi, evidenziando la necessità di una posizione più rigorosa.

L’ambasciata ha informato tutti coloro che sono interessati da queste misure.

La decisione di congelare i visti si colloca in un contesto di crescenti tensioni politiche. Infatti, lo scorso settembre, l’esercito americano ha completato il ritiro dalle basi in Niger dopo che la giunta al potere aveva ordinato l’allontanamento di quasi 1.000 soldati statunitensi. Questa situazione ha rappresentato un duro colpo per l’influenza degli Stati Uniti in Africa occidentale, dove il Niger aveva giocato un ruolo fondamentale come partner nella lotta al terrorismo prima del colpo di stato dell’anno scorso.

In aggiunta, l’amministrazione Trump continua a perseguire politiche migratorie severi. Le autorità hanno revocato migliaia di visti, incrementato i controlli sui social media e, stando a quanto riportato, si trovano a puntare il mirino su titolari di visti per studenti e carte verdi, accusandoli di sostenere in modo percepito i palestinesi e etichettandoli come minacce alla politica estera degli Stati Uniti.

Il senatore Marco Rubio, che guida questi sforzi all’interno del Dipartimento di Stato, ha affermato che questa repressione è motivata dalla necessità di proteggere la sicurezza nazionale.

Fonte: africanews.com

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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oggi, dalle 14, su radio onda rossa: “liberi sempre” e “perché io, perché non tu”


Tutta Scena Teatro ★ Radio Onda Rossa 87.9 fm

martedì 29 luglio 2025 ore 14
estratti da
LIBERI SEMPRE

letture della storica Michela Ponzani e dello scrittore Valerio De
Filippis, musiche di Marco Caparrelli (chitarra e voce), Marcello Lardo
(chitarra e basso), Nicolò Pagani (basso), Andrea Borrelli (batteria)

Un viaggio nel tempo, tra passato e presente, a 80 anni dalla guerra di
liberazione. La scoperta del coraggio delle donne nella Storia, i sogni,
le speranze di libertà, le scelte di disobbedienza, i dubbi, i tormenti
e la ribellione di una generazione pronta a battersi in una guerra
giusta chiamata Resistenza.

info
comune.roma.it/web-resources/c…

*

ore 14:40
PERCHÉ IO, PERCHÉ NON TU

di Barbara Balzerani
drammaturgia e voce Tamara Bartolini
sonorizzazioni, chitarra e voce Michele Baronio

Un libro, un incontro e la condivisione di un amore, il teatro. Il
teatro e la bellezza dell’opera di Pina Bausch, della sua arte
rivoluzionaria, del suo amore per la vita e per le sue contraddizioni.
Le immagini delle sue opere accompagnano, come un testo “segreto”,
questo progetto nato dalla lettura dei libri di Barbara Balzerani. Sono
libri densi di parole difficili da portare, pesanti come le colpe dei
vinti e dei vincitori, parole che colpiscono come lama di coltello, che
ci costringono al viaggio dentro di sé e dentro la Storia. Punto di
partenza è il suo ultimo libro “Perché io, perché non tu”, ma anche i
precedenti “Compagna Luna” e “La sirena delle cinque”. Tutti hanno
contribuito alla creazione di una drammaturgia che nasce dalla sua
scrittura e che cerca, nell’incalzare di domande e risposte, di creare
un dialogo tra due generazioni, tra il teatro e la letteratura, tra la
musica e le immagini, tra la storia individuale e la storia collettiva.
Una storia da raccontare senza censure e senza rimozione, nello spazio
in cui la parola e il suono, le immagini e il canto ci chiedono di
intrecciare sguardi critici nei confronti della realtà, anche quella più
difficile da elaborare.

archive.org/details/Radioteatr… (1h’)

#AndreaBorrelli #BarbaraBalzerani #guerraDiLiberazione #Liberazione #MarcelloLardo #MarcoCaparrelli #MichelaPonzani #MicheleBaronio #NicoloPagani #PinaBausch #radio #RadioOndaRossa #Resistenza #ROR #TamaraBartolini #teatro #TuttaScenaTeatro #TuttaScenaTeatroRadioOndaRossa

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l’attività meritoria della hind rajab foundation


Un esempio eccellente dell’attività della Fondazione:

La Fondazione Hind Rajab ha presentato una denuncia penale formale alle autorità della Repubblica di Cipro chiedendo l’arresto immediato di Tameer Mulla, un soldato israeliano arabo druso attualmente in territorio cipriota, per il suo diretto coinvolgimento in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e atti potenzialmente equivalenti a genocidio durante l’attacco israeliano nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025.

Tameer Mulla ha prestato servizio nel 101° Battaglione Paracadutisti della 35° Brigata Paracadutisti delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), un’unità di prima linea che ha svolto un ruolo centrale nella distruzione di città, ospedali e campi profughi palestinesi. Mulla è entrato a Cipro il 18 luglio 2025 e si ritiene che si trovi ancora nel Paese. La denuncia include una documentazione schiacciante sulla partecipazione personale di Mulla a gravi violazioni del diritto internazionale. Questi includono:

1. Attacchi deliberati contro infrastrutture civili

Mulla ha filmato e pubblicato pubblicamente il suo coinvolgimento in:

Distruzione mirata di abitazioni civili a Khan Younis, Jabalia e Deir al-Balah con bulldozer, ordigni esplosivi e fuoco diretto.
Lancio di razzi e proiettili contro abitazioni palestinesi abbandonate, senza alcuna prova della presenza o minaccia militare.
Incendio di edifici residenziali, sia prima che dopo le perquisizioni, come prassi standard di distruzione.

Questi atti rientrano nella definizione legale di attacchi intenzionali diretti contro obiettivi civili, come definito dall’Articolo 8(2)(b)(ii) dello Statuto di Roma.

2. Evacuazione forzata sistematica di persone protette

Il 26 febbraio 2024, Mulla ha supervisionato e documentato personalmente l’evacuazione forzata di civili dall’Ospedale Nasser di Khan Younis. L’ospedale, assediato per settimane, ospitava oltre 10.000 sfollati, 450 pazienti e 300 operatori sanitari.

Sotto la minaccia di cecchini, bombardamenti e di un blackout totale delle comunicazioni, i civili, inclusi bambini, anziani e feriti, sono stati trasferiti in un’operazione coercitiva e umiliante. Ciò costituisce il crimine di guerra di trasferimento illecito di persone protette ai sensi dell’articolo 8(2)(a)(vii) dello Statuto di Roma.

3. Attacchi alle istituzioni educative

Mulla era presente e ha documentato la distruzione della scuola elementare maschile di Jabalia nel maggio 2024. Le riprese mostrano la struttura scolastica in rovina, probabilmente distrutta durante o subito dopo un’operazione delle IDF nella zona. La sua presenza sulla scena e la glorificazione dell’attacco sollevano solide basi per perseguire penalmente gli attacchi contro edifici dedicati all’istruzione, in violazione dell’articolo 8(2)(b)(ix) dello Statuto di Roma.

4. Glorificazione e istigazione

Mulla ha pubblicato numerosi video, storie e filmati che deridevano la distruzione delle infrastrutture civili palestinesi. Tra questi:
Video sarcastici all’interno di case saccheggiate o distrutte, barbieri e negozi di elettronica;
Un montaggio che paragona il suo ruolo a Gaza a un videogioco, includendo riprese di fuoco vivo ed esplosivi; Un’immagine in stile Netflix che elenca le città palestinesi che ha contribuito a distruggere: Al-Zeitoun, Gaza City, Rimal, Shuja’iyya, Khan Yunis, Deir al-Balah, Jabalia.

Questa pubblica glorificazione dei crimini di guerra e delle devastazioni riflette un chiaro intento, una motivazione ideologica e una mancanza di rimorso, rafforzando le argomentazioni a favore di un’azione penale ai sensi del diritto cipriota e internazionale.

Cipro è tenuta, in base alla giurisdizione universale, al proprio Codice Penale e ai trattati internazionali, a perseguire penalmente sul proprio territorio le persone accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, anche se commessi all’estero.
La Fondazione Hind Rajab chiede alla Repubblica di Cipro di agire immediatamente per:

Arrestare Tameer Mulla senza indugio;

Impedire la sua partenza dal Paese;

Avviare un’indagine penale completa e un procedimento penale;

Cooperare con gli organismi internazionali per garantire che venga fatta giustizia.

La popolazione di Gaza non è invisibile. Chi distrugge ospedali, case e vite impunemente deve essere ritenuto responsabile.

hindrajabfoundation.org/perpet…

#AlZeitoun #bambini #children #Cipro #colonialism #criminiDiGuerra #DeirAlBalah #Gaza #GazaCity #genocide #genocidio #HindRajabFoundation #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #Jabalia #KhanYunis #massacri #Palestina #Palestine #Rimal #ShujaIyya #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #TameerMulla #warcrimes #zionism

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La cultura della cancellazione dell’italiano (italian cancel culture?)


Di Antonio Zoppetti

Mentre serpeggia il dibattito a proposito dello sterminio del popolo palestinese – sarà davvero genocidio o è meglio utilizzare una terminologia meno offensiva per Israele? – l’altro giorno è uscito un articolo sul Corriere che mi è arrivato come un cazzotto nella pancia.

Come tutti sanno, la popolazione imprigionata nel lager a cielo aperto di Gaza ha poco a che fare con le etichette dei giornali che liquidano la faccenda come una guerra tra Israele e Hamas. I cittadini che si aggirano tra le macerie dei bombardamenti – in larga parte bambini – sono stati volutamente ridotti alla fame (anche se si legge spesso che c’è la carestia, come se fosse un evento ineluttabile o naturale). Come se non bastasse, in un luogo in cui non è rimasto in piedi neppure un ospedale, il tiro al piccione sulla folla che si accalca per la distribuzione dei viveri è diventato sistematico. Centinaia di migliaia di persone nelle prossime settimane potrebbero morire di fame, il che non è un’espressione metaforica, ma da prendere in senso letterale.

E con quali parole si può descrivere tanto orrore? Come esprimere una simile tragedia umanitaria?

Il principale quotidiano nazionale italiano riesce a farlo mettendo in bocca a una mamma questa disperata testimonianza (come fosse una tipica espressione palestinese): visto che al black market la farina costa 25 euro al chilo, solo qualche volta riesco a dare ai miei figli uno snack serale.

Cosa spinge un giornalista a chiamare snack quello che storicamente si sarebbe detto un tozzo di pane? Cosa lo spinge a usare indifferentemente l’espressione mercato nero impiegata nel titolo oppure black market (nel sommario) come se inglese e italiano fossero sinonimi intercambiabili?

L’attuale cultura della cancellazione dell’italiano sostituito dall’inglese si allarga a questo modo, per opera di una pletora di intellettuali, giornalisti, imprenditori, tecnici, addetti ai lavori… dalla mente colonizzata, che invece di rivolgersi ai loro concittadini in italiano devono anglicizzare qualunque cosa per esprimere un ideale linguistico che a loro pare più solenne, anche quando rasenta il ridicolo e il paradosso.

Questo paradigma comunicativo deviato — una coazione a ripetere patologica — genera una voluta e ricercata commistione di anglo-italiano che non ha più a che fare con il ricorso ai singoli anglicismi (per esempio snack) ma con il passare all’inglese indipendentemente dal fatto che sia ormai entrato nei dizionari, accettato o diffuso (per esempio black market). La posta in gioco della nuova cultura della cancellazione dell’italiano – che genera l’itanglese – è al contrario quella di affermare questo modello linguistico e di educare la gente a un simile modo di esprimersi, che in questo modo suona giorno dopo giorno sempre più naturale.

In questa visione confusa della comunicazione e della lingua, viene a cadere un elemento portante della nostra storia, identità e cultura: la distinzione strutturale tra italiano e inglese che ha che fare con la forma, più che con i significati. Nella newlingua che si vuole affermare il suonare in inglese conta più dell’essere inglese di fatto, e poco importa che certe espressioni come smart-working o italian sounding siano degli pseudoanglcismi: la loro funzione è quella di dare una patina di inglese alla struttura dell’italiano. Perché questo è ciò che si ricerca, il nuovo stilema linguistico di prestigio nasce da una disperata ricerca compulsiva dell’ibridazione in modo non necessariamente consapevole, ma sempre più istintivo e “naturale”.

Questo obiettivo si persegue in tanti modi. Il più facile è quello che riguarda le parole nuove. Se una parola non esiste già in italiano, la si trapianta gioiosamente dall’inglese, invece di adattarla o creare alternative con le nostre risorse linguistiche. E così veniamo quotidianamente invasi da una miriade di nuove espressioni inglesi presentate come “intraducibili, con la complicità dei linguisti anglomani che bollano simili espressioni come “prestiti necessari”, cioè parole intradotte come airbag, wi-fi, mouse, lockdown… che non abbiamo voluto o saputo tradurre ma che all’estero sono spesso tradotte (la “necessità” dell’inglese vale solo per la nostra mentalità coloniale). Per avere un’idea delle proporzioni del fenomeno, bisogna ricordare che il 50% dei neologismi del nuovo millennio, nei dizionari, è ormai in inglese crudo. E accanto a tutta la terminologia che entra direttamente in inglese per indicare gli oggetti, l’altro cardine della cultura della cancellazione linguistica consiste nell’anglicizzare anche i concetti, perché la lingua non è solo la descrizione del mondo, ma soprattutto la sua costruzione. E così in un articolo su la Repubblica (grazie a Daniele che me l’ha segnalato) si parla per esempio di heterofatalism come fosse la cosa più naturale del mondo, invece di renderlo con eterofatalismo – o eteropessimismo – come si può rendere in italiano. Ma tra l’italiano e l’inglese si preferisce l’inglese senza alcuna motivazione plausibile.

Questo modello comunicativo dominante si sta estendendo a sempre più ambiti della lingua italiana, e la sta soffocando. Il problema non sono gli anglicismi – spesso passeggeri – ma l’anglicizzazione, che si allarga a dismisura indipendentemente dalle singole scelte lessicali. Il flusso dell’inglese che si mescola all’italiano è in costante crescita, anche quando le espressioni inglesi adoperate sono transitorie.

E allora, tra le “tendenze” promosse dai giornali si introducono nuovi concetti in inglese e allo stesso tempo si riscrive in inglese anche ciò che potremmo dire in italiano, volendo. Perciò il lemon drop – che fino a qualche giorno fa era solo un cocktail – oggi si trasforma in un effetto “goccia di limone” da imprimere sulle unghie, i tessuti increspati si trasformano in smock, in palestra i piegamenti diventano push-up (che un tempo erano invece solo dei reggiseni), le accosciate squat, la tartaruga six-pack, il restauro delle navi diventa un nuovo “look” (che si potrebbe dire anche restyling o evocare con lo pseudoanglicismo lifting) nei cantieri navali diventati refit, mentre la parola snodo è stata ormai abbandonata in nome di un generico hub, sempre più inflazionato e abusato in ogni circostanza.

Mentre tutto ciò è sotto gli occhi di tutti – a parte quelli di qualche linguista anglomane sempre più anacronistico e strampalato – la domanda che ci si può porre è: già, ma che fare?

È la stessa domanda che ci si può rivolgere davanti alla situazione palestinese, per tornare da dove eravamo partiti. Purtroppo, a parte blaterare, non si vuole fare niente di concreto in entrambi i casi. E così per Netanyahu non sono previste le sanzioni e le reazioni riservate a Putin, mentre agli anglicismi non sono riservate le stesse stigmatizzazioni e le stesse sanzioni che vengono invece introdotte per cambiare la lingua introducendo le cariche al femminile, le parole politicamente corrette o inclusive. Gli anglicismi non vengono messi al bando come si è fatto con la parola “negro” o come si sta tentando di fare con la parola “razza”.

Eppure basterebbe fare un po’ di cultura e innescare un minimo di dibattito per cambiare questo andazzo e questa follia anglomane. Per comprenderlo basta citare quel che ha fatto un attivista dell’italiano, Gino Sgroi, a cui va tutta la mia stima.

Infastidito da una newsletter in itanglese di un’associazione che si occupa di alimentazione vegana e vegetariana, ha scritto alla redazione chiedendo perché nel loro “bollettino” ricorressero espressioni poco trasparenti come “plant-based” invece di vegetale o altre come l’insopportabile “save the date” invece di un equivalente in italiano.

La risposta, inizialmente piccata, difendeva la “scientificità” e “tecnicità” di certe espressioni e il loro riuscire a esprimere un qualcosa in più dell’italiano. Ma Gino, in modo pacato e razionale, ha a sua volta replicato con validi argomenti a quelle risposte, e ne è nato un dibattito proficuo in cui la redazione – che in un primo momento credeva di trovarsi di fronte a un fanatico o a un purista nostalgico – scambio dopo scambio ha iniziato un processo di razionalizzazione e di maggiore consapevolezza nella comunicazione che a portato ad accettare le osservazioni ricevute e a recepirle.

Perciò, anche se permangono espressioni diffuse come newsletter e online (ormai radicate rispetto a possibilità come bollettino o in linea) nell’ultima comunicazione l’associazione ha eliminato il “planted based” e il “save the date” diventati a base vegetale e segna in agenda.

Questa piccole vittoria contro l’itanglese è solo uno sprazzo limitato, ma la dice lunga su ciò che si potrebbe fare. Se invece di un singolo cittadino come Sgroi fossero le istituzioni e la nostra intellighenzia a divulgare un minimo di educazione linguistica, la nostra lingua sarebbe più viva. Purtroppo, le linee guida di università e amministrazioni – come il linguaggio dei giornali – puntano a rinnovare la nostra lingua proprio attraverso il ricorso all’inglese. L’itanglese è divenuto la nuova lingua di classe. E se questo atteggiamento non cambierà, il genocidio lessicale dell’italiano e la cultura della sua cancellazione e sostituzione è destinata ad allargarsi e a imporsi sulle masse.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa


di Antonio Zoppetti

Nell’ultima settimana il “dissing” ha occupato le pagine dei giornali in un tormentone straripato anche in tutte le trasmissioni televisive, dalle Iene a Crozza, e svariati lettori mi hanno scritto per segnalarmi questo nuovo anglicismo che a dire il vero non è così nuovo, né per il significato che veicola né per la sua data di apparizione.

La novità è un’altra: il termine ha fatto il salto, da voce gergale dei rappatori – in itanglese lo slang dei rapper – alla lingua comune rivolta a tutti. Gli artefici di questo allargamento, come il più delle volte, sono i giornalisti.

Credo sia utile spendere qualche riflessione sulla nuova parola e soprattutto sui meccanismi sottostanti e sulle conseguenze di questa nuova entrata nella lingua “italiana” (o forse di new entry nell’itanglese?).

Un concetto che c’è da sempre

L’evento scatenante è stato lo scambio di invettive tra Fedez e un certo Tony Effe, in un teatrino in cui stanno intervenendo una serie di altri personaggi influenti che occupano il panorama culturale di un giornalismo dall’elettroencefalogramma sempre più piatto.

Il termine inglese deriverebbe dal verbo to disrespect cioè “mancare di rispetto’ (dunque è questo il significato portante), anche se da tempo si è diffuso negli ambienti musicali giovanili d’oltreoceano per indicare le invettive cantate tra gli autori del genere, di solito incentrate sugli insulti e le prese in giro. Il vezzo ha preso piede anche tra i rapper italiani, naturalmente, che hanno dato vita al gergale “dissare” per indicare l’invettiva cantata e lo sfottò in rima musicato. Questa pratica non è certo una novità e non è certo un fenomeno che si può racchiudere nell’ambiente del rap, visto che – tralasciando i precedenti della letteratura greca o latina – si ritrova già agli albori della lingua italiana, quando i poeti del variegato volgare del sì, ancora tutto da codificare, si scambiavano frecciatine e insulti in versi, come nella polemica tra Dante e Cecco Angiolieri di cui ci rimane un sonetto del 1303 che recita:

Dante Alighier, s’ ’i so’ bon begolardo [buffone], tu mi tien’ bene la lancia a le reni; s’eo desno con altrui, e tu vi ceni (…) Dante Alighier, i’ t’averò a stancare, ch’eo so’ lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.

Gli echi di questa prassi antica si ritrovano in espressioni comuni come il “rispondere per le rime”, “gliele ho cantate” o “suonate di santa ragione”, anche se non comportano necessariamente il ricorso ai toni oltraggiosi o offensivi.

Tra i più celebri e veementi rappresentanti dell’invettiva in rima che ricorrevano al turpiloquio si può citare l’Aretino, che nei Sonetti lussuriosi si rivolgeva ai poeti suoi contemporanei del Cinquecento con toni anche più accesi di quelli dei rapper:

Questi vostri sonetti fatti a cazzi, / Sergenti de li culi e de le potte, / E che son fatti a culi, a cazzi, a potte, / S’assomigliano a voi, visi de cazzi.

Gli esempi che si potrebbero fare di simili scambi poetici sono infiniti, e si trovano in ogni epoca. Nell’Ottocento il poeta milanese Carlo Porta dedicò dodici sonetti irriverenti all’abate “Giavan”, una storpiatura del nome di Pietro Giordani, illustre rappresentante del classicismo avverso ai componimenti in vernacolo, e con lo stesso spirito inveì in versi anche contro un certo Gorelli, un senese che ricopriva l’incarico di cancelliere del tribunale di Milano che si era pronunciato in modo ostile sul rozzo dialetto milanese e su chi perdeva tempo a poetare in quella lingua. Porta gli aveva risposto con I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell (“le parole di ogni lingua, caro signor Gorelli”) in cui i vocaboli erano paragonati ai colori di un pittore, che possono rendere un quadro bello o brutto a seconda di come sono usati e di che cosa si ha da dire:

“Tant l’è vera che in bocca de Usciuria (tanto è vero che nella bocca di vostra signoria)
el bellissem lenguagg di Sienes (il bellissimo linguaggio dei senesi)
l’è el lenguagg pù cojon che mai ghe sia” (è il linguaggio più coglione che ci sia).

Passando dalla poesia alle canzonette, nel 1976 Francesco Guccini scrisse una canzone che intitolò l’Avvelenata, per esprimere (in italiano) il suo sfogo astioso in versi e, tra le tante ingiurie, spicca uno strale dedicato al critico musicale Riccardo Bertoncelli che aveva stroncato un suo album (“…tanto ci sarà sempre lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate …”). Ma anche Vasco Rossi, nel 1982, sfotteva il giornalista Nantas Salvalaggio, che lo aveva liquidato come un drogato più che un cantante, con il verso “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, anche se – fuori dal rap – sino a ieri non ci mancavano le parole per esprimere il concetto di “dissing”, e in una storia delle invettive letterarie che stavo leggendo proprio mentre esplodeva il caso, si trovano articoli come “Il discorso irato: elementi e modelli dell’invettiva”, “L’invettiva misogina: dal Corbaccio agli scritti libertini del ’600”, “Da Sterne a Guerrazzi: misure e contesti del furore”, “Tra politica e letteratura: le ‘pacate invettive’ di Benedetto Croce”, “L’invettiva nella poesia italiana del secondo Novecento”…

Ma da oggi, tutto ciò si può buttare via, e grazie alla potenza dell’inglese – lingua superiore e inarrivabile – abbiamo finalmente un nuova parola più precisa, solenne, moderna e internazionale da impiegare al posto di tante goffe e antiquate soluzioni.

Il dissing non è proprio come l’invettiva…

Chiarito che dissing non contiene nulla di nuovo, all’anglomane che deve giustificare il ricorso all’inglese non resta che la solita argomentazione cialtrona: il dissing, però, è legato a un preciso contesto musicale intrinseco all’hip hop, appartiene alla terminologia del linguaggio giovanile e non è certo come le invettive di Dante o degli altri poeti, è proprio un qualcosa di nuovo e di intraducibile, ha un significato più specifico di una parola generica come invettiva che può voler dire troppe cose…

È la solita solfa, la solita bufala che serve per creare la necessità dell’anglicismo.

Certo, non si può pretendere che un imitatore italiano di un genere musicale che ha le sue origini in un contesto afroamericano traduca dissing con invettiva – seguendo una tradizione poetica e musicale che probabilmente ignora – e non stupisce che si ancori a un contesto inglese che fa suo e ostenta con orgoglio, perché è a quello che fa riferimento. Ma fino a quando questa terminologia rimane confinata nel suo ambito gergale è in fondo giustificabile, quando invece esce dal suo dominio ed entra nella lingua comune si trasforma in un “prestito sterminatore” che si afferma sugli equivalenti italiani e soprattutto perde la sua specificità: un pezzo su la Repubblica, per esempio, ripropone un vecchio confronto tra Lucio Dalla e Francesco Guccini che viene chiamato “dissing” immotivatamente visto che i due cantautori si limitano a un pacato scambio di vedute senza ingiurie e senza cantare.

Il dissing si trasforma allora in una parola comune usata in senso lato al posto di polemica, controversia, dissapore, sfottimento o sfottò, e di volta in volta può sostituire invettiva, contrasto, ingiuria, oltraggio, critica irrispettosa (offensiva o irriverente), insulto, improperio, vituperio, derisione, irrisione, presa in giro, sbeffeggiamento… anche una semplice presa per i fondelli (o per il culo). E in questi casi può perdere anche l’accezione legata al rap, ai versi e alla musica (il rispondere per le rime, il canzonare in versi, lo sbeffeggiar cantando, il dileggio musicato), dunque gli argomenti dei “non-è-propristi” perdono di senso, fuor dal tecnicismo.

Il fatto che i giornali diffondano l’anglicismo invece di ricorrere alle risorse dell’italiano non è solo patologico, ha delle conseguenze ciclopiche nel cambiare la lingua e riscrivere la storia, come si evince dall’ultimo monologo di Crozza.

Crozza e il dissing tra i politici

Venerdì scorso, nel suo spettacolo comico, Crozza scherzava sull’improvvisa esplosione del “dissing” sulla stampa: “Ma che cazzo è il dissing?”
Dopo aver escluso che si trattasse di un esame alla prostata, come in un primo tempo aveva ipotizzato, ha chiesto scusa per le sue domande da “boomer” e ha abbozzato una riflessione sulle nuove parole che “ci insegnano” per esempio lockdown, deep fake o Pnrr

Tra parentesi: Crozza, ma nei tuoi spettacoli comici non ti viene in mente che il fatto che le nuove parole che “ci insegnano” siano solo inglesi, o sigle, meriti una riflessione e qualche battuta? Va tutto bene secondo te?

Chiusa la parentesi, va detto che – al contrario di qualche linguista che ci vorrebbe far credere che la lingua arrivi dal basso – almeno Crozza è consapevole che questa terminologia che “ci insegnano” arriva invece dall’alto e dai giornali. Sono loro a scegliere e riproporre le parole “dal basso” che poi propagano facendole uscire dal loro ambito gergale per insegnarle a tutti. E spesso lo fanno in modo pasticciato, come nell’articolo del Corriere che riprende il divertente pezzo del comico con queste parole: “Crozza scatenato, i dissing con insulti Grillo-Conte e Boccia-Sangiuliano”.

I “dissing con insulti”? Ma il dissing non era appunto un’invettiva piena di insulti e sfottò? Allora c’è anche il dissing senza insulti?

No, è che senza la precisazione degli insulti nessuno avrebbe capito niente, e allora per diffondere la parola si ricorre alla tautologia, un po’ come dire il food che si mangia o gli store e gli shop dove si compra, almeno tutto è più chiaro.

Non solo dissing: anatomia dei trapianti linguistici dall’inglese

Mentre dissing sta facendo il salto da tecnicismo a parola comune usata in senso lato, vale la pena di rimarcare un paio di precisazioni importanti.

La prima è che questo anglicismo potrebbe anche essere passeggero e regredire dalla lingua, passata l’ondata e il picco di stereotipia dei giornali, per rimanere solo nella sua accezione gergale. Oppure, come tutto lascia presagire, potrebbe radicarsi e allargarsi, e dopo la fase uno che l’ha fatto conoscere a tutti non mi stupirei se in futuro il dissing uscisse dall’ambito musicale per essere utilizzato per designare un qualsiasi battibecco acceso o una qualunque polemica, per assurgere a parola-ombrello polivalente e per tutte le stagioni come location, restyling, outfit, nomination e via dicendo.

La seconda considerazione, ben più saliente, è che il problema non sta nella parola dissing, che presa da sola ha ben poca importanza. Il problema sta nella strategia che porta al diffondersi degli anglicismi con gli stessi meccanismi, una strategia che si estende a migliaia di parole che penetrano con la stessa modalità e che, tutte insieme, stanno trasformando l’italiano in itanglese.

E così la disputa, altra tradizione filosofica, dialettica e retorica secolare, oggi è riproposta nelle scuole con il suo nome in inglese, il debate, come se questo concetto nascesse negli Usa di oggi, con buona pace di tutta la filosofia greca, mentre i monologhi come quelli di Crozza sono chiamati stand up comedy, e un premio Nobel come Dario Fo che negli anni Settanta faceva i suoi monologhi dalla palazzina Liberty di Milano rischia di essere interpretato come un “precursore” del “nuovo” genere (che nuovo non è affatto) che si esprime in inglese. In questo curioso suicidio culturale che ribalta le cose, non conta chi ha inventato qualcosa, tutto viene azzerato da un punto di vista anglomane. Se con la Novalingua orwelliana si riscriveva la storia cancellando la Veterolingua, allo stesso modo il Poema a fumetti di Dino Buzzati del 1962, per esempio, viene reinterpretato come l’anticipazione delle graphic novel (come riportato sulla Wikipedia: “L’opera sperimentale è considerata uno dei primi graphic novel mai pubblicati”). Buzzati, poverino, non aveva ancora la giusta parola per definire la sua opera… e dunque ha provato a esprimersi in italiano, anche se finalmente possiamo ridefinire il suo lavoro con i giusti termini!
In sintesi la nuova “cultura” coloniale basata sull’ignoranza della storia e delle nostre radici presuppone che tutto arrivi dagli Stati Uniti, e in questo revisionismo non sono gli “americani” a copiare, riprendere o reinventare ciò che c’è da sempre… tutto il contrario, sono i loro predecessori ad avere anticipato o abbozzato il genere in una sorta di plagio ante litteram

Come aveva denunciato già negli anni Sessanta un artista come Lucio Fontana, autore non solo dei famosi tagli nelle tele, ma anche di innovative opere d’arte luminose realizzate con i neon, tutta la cultura viene stravolta e riscritta non come qualcosa di autonomo, ma come un sottoprodotto della (successiva) cultura americana:

Ma tu vedi, però, adesso a cosa siamo ridotti? Che tutto il prodotto, ormai, è suggerito dagli americani. Se io dico che ho fatto i neon, questo signore che sta facendo i neon adesso, se io faccio i neon, dice che io sono un sottoprodotto degli americani. E loro non accetteranno mai che tu hai fatto i neon vent’anni fa
(da un’intervista in Carla Lonzi, Autoritratto, De Donato Editore, Bari, 1969).

Passando dall’arte alla lingua, una parola come dissing viene così impiegata per ri-concettualizzare non solo il presente, ma anche per riscrivere la storia. Dando per scontato che ci sia solo il dissing e che tutto arrivi dagli Usa, secoli di invettive in versi vengono cancellate, appiattite e reinterpretate alla luce dell’anglocentrismo: chi ha fatto qualcosa di analogo in passato viene letto e definito come precursore e anticipatore di un fenomeno che finalmente si è delineato in modo compiuto grazie al rap, come si può leggere in questi grandi pezzi espressione della nuova cultura coloniale con una storia del dissing che con il rap non ha nulla a che fare:

E questo non vale solo per il dissing. Con le stesse modalità, la quarantena veneziana imposta alle navi provenienti da terre lontane e potenzialmente foriere di epidemie è stata sostituita dal moderno concetto di lockdown, mentre i comportamenti persecutori diventano stalking, le vessazioni sul lavoro mobbing (pseudoanglicismo), l’arte del riciclo upciclyng, l’ecologico green, il pappagallismo catcalling, lo Stato sociale welfare, la lottizzazione spoils system, gli assassini killer, un allarme alert, il cicchetto shottino, il correre running e le scarpe da ginnastica sneaker, i codici di accesso password, la revisione editoriale editing, la scelta del carattere lettering, i laboratori workshop e i saloni espositivi showroom, gli autoscatti selfie, i calcolatori computer… In questo modo l’italiano diventa vecchiume, si cristallizza nei suoi significati storici e perde la sua elasticità che gli consente di evolversi con le proprie risorse: l’invettiva è quella di una volta, da oggi tutto ciò si chiama dissing!

diciamoloinitaliano.wordpress.…

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa


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conclusione del quarto anno di attività di centroscritture.it: appuntamento all’autunno


logo del CentroScritture _ centroscritture.itIl quarto anno di attività di centroscritture.it è terminato, i corsi e le iniziative si riavvieranno in autunno. Tutte le lezioni sono registrate in diretta nel giorno e ora del loro svolgimento, e messe poi a disposizione degli iscritti nella sezione RISORSE del sito, così da poterne usufruire in ogni momento e senza limite: centroscritture.it/corsi?cid=d…

Le iscrizioni alle video-lezioni dei corsi e sei seminari svolti, anche per chi non ha seguito in classe virtuale, restano sempre aperte: centroscritture.it/iscrizione

Chi infine fosse interessato alle Edizioni del CentroScritture, può visitare la pagina centroscritture.it/catalogo-ed…

#CentroScritture #centroscrittureIt #corsi #ECS #edizioni #EdizioniDelCentroScritture #iscrizioni #lezioni #poesia #risorse #scrittura #scritture #ValerioMassaroni #videolezioni

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doppio ectoplasma di pippo di marca, immortalato davanti alla porta perennemente chiusa dell’ultimo atelier meta-teatro. giugno 2025


doppio ectoplasma di pippo di marca, immortalato davanti alla porta perennemente chiusa dell’ultimo atelier meta-teatro. giugno 2025
cliccare per ingrandire (leggermente)

pdf degli scatti del doppio ectoplasma:
slowforward.wordpress.com/wp-c…

#archivi #art #arte #atelierArtiSceniche #avanguardiaTeatrale #doppioEctoplasma #MetaTeatro #Metateatro #PippoDiMarca #storiaDelleAvanguardie #teatro

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Heineken in Africa: La miniera d’oro di una multinazionale europea


Olivier Van Beemen è un giornalista olandese. Collabora con Le Monde, NRC, The Guardian e il sito Follow the Money. Il libro ha vinto il premio De Tegel, uno dei più prestigiosi premi di giornalismo olandese.
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L’Africa è considerata il nuovo paradiso dell’industria della birra e Heineken, da oltre sessant’anni, ne è la regina incontrastata. La multinazionale olandese dispone di oltre quaranta birrifici distribuiti in sedici Paesi e sostiene che la sua presenza favorisca lo sviluppo economico del continente. Ma è vero? Lentamente, ma con costanza, in diversi Paesi africani sta emergendo una classe media urbana che, per la gioia dei produttori, trae buona parte del suo nuovo status sociale dal consumo di birra chiara. E questo rappresenta ben più che la semplice promessa di un avvenire d’oro: Heineken lo sa meglio di chiunque altro. Qui la birra frutta quasi il 50% più che altrove, e alcuni mercati, come la Nigeria, sono tra i più lucrativi al mondo. Ma come ha influito Heineken sulle economie e sulle società locali, e quali considerazioni fare quando si produce birra in tempo di guerra o in un regime dittatoriale? Non a caso un amministratore delegato di Heineken e fine conoscitore del continente definisce l’Africa «il segreto meglio custodito dell’imprenditoria internazionale»: un segreto che questo libro cercherà di svelare.

Dal libro

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Il partigiano è l’alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria


La guerra di liberazione è vista dai contadini come la prima guerra nazionale e alla quale hanno partecipato come volontari. Loro sono stati gli artefici della “Resistenza civile”, con la messa in atto di forme antiche di solidarietà della comunità, con le coperture logistiche nei confronti dei partigiani e con sotterfugi per contrastare l’occupante. Sia con l’importante ruolo svolto dalle donne come “staffette”. Aiuti materiali sotto forma di cibo, vestiti donati agli sbandati dell’esercito italiano dopo l’8 settembre, e agli ex prigionieri di guerra alleati sfuggiti ai campi di concentramento. Tutte forme di aiuti e lotta “clandestina” adottati per contrastare il nazi-fascismo e che contribuirono “a ridare il senso di una dignità ritrovata a una nazione umiliata” (Nesti A., 1995).
Infatti, come è scritto nell’introduzione del libro della partigiana Renata Viganò del 1949 “L’Agnese va a morire” “….migliaia di operai, di contadini che non credevano di poter avere una funzione determinate alla vita nazionale, e trovandosi nella lotta, a poco a poco videro formarsi in loro un nuovo spirito di responsabilità, un’attitudine a decidere sul destino proprio e altrui, una capacità politica legata alle situazioni concrete che via via si presentavano loro. Questo è stato il miracolo della Resistenza, questo è il miracolo che si ripete ogni volta che il popolo sviluppa un’iniziativa, assume la responsabilità del suo avvenire”.
L’apporto dato dagli agricoltori alla lotta di liberazione è stato molto ampio e importante, sia in termini di lotta armata con molti contadini che con la renitenza alla leva partecipano e formarono gruppi partigiani, ma soprattutto con la lotta passiva tramite l’aiuto dato ai gruppi di ribelli e con il contrasto alle attività dei nazi-fascisti, come con la mancata consegna di cibo agli ammassi.
Il celebre partigiano e giornalista Giorgio Bocca ne la “Storia dell’Italia partigiana” (1980) fa una distinzione fra la partecipazione contadina alla resistenza per la provenienza stessa dei contadini, fra montagne e pianura. “I contadini di montagna sono spettatori di prima fila di quello che accade, la loro coscienza politica è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell’omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare”.
Alla fine del 1943, come ricordato sempre da Bocca, c’era il problema di riuscire a coinvolgere i contadini della pianura Padana ad appoggiare la lotta al nazi-fascismo. In tal senso fu fondamentale l’apporto dato ai gruppi Comunisti dal “clero povero” dai preti di campagna e dalle formazioni di Giustizia e Libertà che si fanno promotori della resistenza armata, “Togliendo i contadini padani dal lungo sonno e dalla diffidenza”, difatti, “L’inizio della lotta è lento e circospetto: i contadini sono cauti, né sanno rinunciare a una loro rivincita. Costretti a un lavoro faticoso, esclusi dalla cultura dell’Italia cittadina, umiliati dal suo disprezzo, considerati degli italiani di seconda categoria, ora possono imporre alle città affamate i prezzi del mercato nero. Il mondo contadino è ostile al fascismo per sicure ragioni di classe; ma anche gli interessi egoistici e l’anarchia favoriscono la prima alleanza con la ribellione.
Il partigiano è l’alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria; la presenza partigiana gli serve a scoraggiare i controllori e a ingannarli: «Il grano? Me lo hanno preso i ribelli. Le bestie?
Le hanno portate in montagna». I ribelli armati del ’43 sono quattromila in tutta l’Italia, il problema della loro annona è, in pratica, inesistente per il mondo contadino; e poi il ribellismo è volontario, non toglie d’autorità braccia alle campagne, consente partecipazioni temporanee. Gli interessi egoistici del mondo contadino esistono, dureranno per tutta la guerra partigiana, sono gli egoismi insopprimibili della condizione contadina”.
Il rapporto tra partigiani e contadini comunque era ambivalente, non sempre poteva essere ottimale e idilliaco. D’altro canto però la popolazione civile era però quella che subiva le rappresaglie nazi-fasciste in risposta alle azioni dei ribelli. Spesso poi i contadini aiutavano i partigiani per paura, non perché erano entusiasti di loro, e questi potevano essere anche visti come usurpatori, di cibo e risorse, alla stregua dei nazisti e dei repubblichini (Residori S., 2005).
Un esempio di collaborazione attiva e di vantaggio reciproco tra contadini e partigiani è quello che si verificò nel Mugello quando i partigiani incoraggiavano l’evasione dall’ammasso obbligatorio del cibo. Avevano escogitato un sistema per raggirare le autorità addette alla raccolta per gli ammassi, riuscendo addirittura a portare a vantaggio loro e dei contadini l’odioso provvedimento. Requisivano, in accordo con i contadini, parte del grano, rilasciando una ricevuta del CLN, per mostrare alle autorità che i partigiani avevano requisito il raccolto. Nella ricevuta era scritta una quantità maggiore di quanto effettivamente era stato preso dai partigiani, la differenza rimaneva ai produttori che quindi ne risultavano avvantaggiati ed allo stesso tempo aiutavano la Resistenza. Inoltre, i partigiani compivano azioni per rubare nei depositi e poi ripartivano in piazza quanto sottratto agli ammassi. La metà veniva dato ai contadini, un quarto agli sfollati delle città e altrettanto rimaneva agli stessi partigiani per il loro sostentamento (De Simonis P., 1995).
La resistenza non riguardò solamente il centro-nord d’Italia, bensì, anche se scarsamente documentata, fu presente anche nel Mezzogiorno. Anche in questo caso i movimenti di lotta erano molto eterogenei e comprendevano giovani, uomini, donne, borghesi e contadini, in una sorta di “guerra di popolo” e di riscatto. Infatti, oltre ad essere condotte contro il regime fascista prima e i tedeschi poi, andarono anche contro il blocco agrario latifondista che era ancora egemone al Sud. Queste rivolte contadine iniziarono, infatti, già nel 1942 in risposta alle violenze squadriste e si intensificarono dopo lo sbarco degli alleati; poi si ricollegarono alle lotte che nel dopoguerra contribuirono a far promuovere la riforma agraria e quindi furono la premessa di quella trasformazione irreversibile della società agricola meridionale. Questo nonostante il tentativo di restaurazione del blocco agrario latifondista da parte del movimento separatista che era molto forte nell’immediato dopoguerra e connesso alla mafia che era economicamente legata alla cerealicoltura, al contrabbando del grano ed appunto al ceto latifondista (Chianese G., 2000).
Oltre a questi episodi di lotta del mezzogiorno, è importante sottolineare il contributo che diedero le popolazioni del sud Italia alla Resistenza combattuta al Centro Nord. Difatti lo storico Monti nell’immediato dopoguerra stima, presumibilmente al rialzo, che le formazioni partigiane erano composte almeno per un 40% da “uomini del Mezzogiorno”, soprattutto soldati che dopo l’8 settembre in gran parte scelsero di scappare in montagna e di partecipare alla guerra di liberazione (Monti A. 1952).
Gianluca Parodi, Alla ricerca della sostenibilità: lo sviluppo dell’agricoltura dall’Unità d’Italia alla green economy, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2013

#1943 #1944 #1945 #agrari #alleati #ammasso #annona #cibo #contadini #ex #fascisti #GianlucaParodi #guerra #latifondo #partigiani #prigionieri #requisizioni #Resistenza #sfollati #Sud #tedeschi

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Gaza, Israele sequestra la nave umanitaria Handala e l’equipaggio. Proteste davanti alle prefetture


Sequestrata, nella notte fra sabato e domenica, dai militari israeliani, in acque internazionali, la nave Handala della Freedom Flotilla, diretta a Gaza per portare solidarietà e aiuti umanitari alla martoriata popolazione palestinese.

Latte in polvere, medicinali, pannolini e peluches per le bambine e i bambini di Gaza, la maggior parte dei prodotti. Secondo la Convenzione delle Nazioni […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/07/28/gaza…

#ComitatoDiSolidarietàPerLaPalestina #FreedomFlotilla #Gaza #Palestina

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“Coniglietto sfacciato passeggia sullo schermo”


Oggi Windows (e si, ormai la mia vita è al così basso punto in cui finisco necessariamente per prendere da esso questi spunti, tra l’altro per niente interessanti), sulla schermata di blocco, propone qualcosa di tanto semplice a dirsi quanto insolito: Coniglietto sfacciato passeggia sullo schermo, perché a quanto pare oggi è l’ottantacinquesimo (85°) anniversario di Bugs Bunny… numero anche questo a dir poco strano per festeggiare, ma magari a qualcuno in Microsoft piaceva, va bene così.
Questo giorno nella cronologia:Coniglietto sfacciato passeggia sullo schermo
In pieno stile consigli di Bing, cliccando sulla scheda si apre pagina una ricerca dove a primo impatto query, sottotitolo e corpo non sembrano centrare, anche se in realtà guardando bene si… Il fatto però è che sono rimasta di sasso a leggere questa descrizione, perché, a pensarci bene, è più vera di quanto sembra. Veramente Bugs Bunny è un coniglietto sfacciato… con quel fare fiero, o come si mangia la carota e nei momenti peggiori dice “che succede amico?“… è eccessivamente irriverente. Se fosse un utente di Internet, i giornalisti lo appellerebbero come “l’hacker troll noto come 4chan“, secondo me… che roba oh.

#BugsBunny

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Risultati BJJ Stars 16


BJJ Stars 16: Grand Prix Assoluto No-Gi è un evento di grappling organizzato da BJJ Stars il 26 luglio 2025 a San Paolo, Brasile. L’evento presenta un torneo Grand Prix nella divisione assoluta no-gi con otto atleti di livello internazionale. Accanto al t
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BJJ Stars 16: Grand Prix Assoluto No-Gi è un evento di grappling organizzato da BJJ Stars il 26 luglio 2025 a San Paolo, Brasile. L’evento presenta un torneo Grand Prix nella divisione assoluta no-gi con otto atleti di livello internazionale. Accanto al torneo si sono svolti anche diversi incontri con kimono (gi), ma la main card è stata dominata dal prestigioso torneo senza kimono.

Risultati Main card


  • Yatan Bueno vince su Roberto “Cyborg” Abreu per decisione — incontro no-gi assoluto
  • Fabricio Andrey vince su Javier Zaruski ai punti — incontro no-gi assoluto
  • Haisam Rida finalizza Eli Braz per rear-naked choke al minuto 4:12 del Round 1 — incontro no-gi assoluto
  • Pedro Marinho vince su Devonte Johnson per decisione — incontro no-gi assoluto
  • Yatan Bueno vince su Haisam Rida ai punti — semifinale no-gi assoluto
  • Pedro Marinho vince su Fabricio Andrey per decisione — semifinale no-gi assoluto
  • Pedro Marinho finalizza Yatan Bueno per ghigliottina al minuto 2:19 del Round 1 — finale Grand Prix no-gi assoluto

youtu.be/AHOj2wu36dc

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cibo e aiuti per gaza: un’apertura


pagineesteri.it/2025/07/27/med…

Eliana Riva:

Israele cede alla pressione internazionale: il cibo entra a Gaza.

pagineesteri.it/2025/07/27/med…

Tutti i giorni, per un periodo di tempo indeterminato, Tel Aviv fermerà i suoi attacchi sulla tendopoli per sfollati di al-Mawasi, a Deir al-Balah e a Gaza City. Dalle 10.00 alle 22.00 i convogli umanitari entreranno nella Striscia, con il coordinamento delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali. Cibo, medicine, carburante. Israele ha annunciato che ripristinerà l’elettricità per l’impianto di desalinizzazione nel sud di Gaza, che può garantire acqua pulita a circa un milione di palestinesi.

facebook.com/share/p/1B5DGDaLx…


#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #onu #aiuti #nazioniunite #AlMawasi #DeirAlBalah #Gaza City

#aiuti #AlMawasi #AlMawasi #bambini #children #colonialism #concentramento #DeirAlBalah #deportazione #ElianaRiva #Gaza #GazaCity #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #nazioniunite #Onu #pagineesteri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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La fine della guerra fredda


L’evento che più sconvolse gli equilibri internazionali alla fine degli anni Ottanta e che condizionò fortemente lo scenario politico italiano, dove il Partito comunista raccoglieva circa il 25-30 per cento dei consensi, fu la fine della Guerra Fredda. Tale scontro, pur non concretizzandosi mai in un vero e proprio conflitto militare, si consumò nel corso dei decenni attraverso vari campi, come quello aerospaziale, tecnologico, ideologico, sportivo, culturale e tecnologico-militare. Il termine “Guerra Fredda” fu coniato nel 1947 dal consigliere presidenziale americano Bernard Baruch e dal giornalista del New York Times, Walter Lippman, per descriverne l’emergere delle tensioni alla fine della Seconda guerra mondiale che aveva visto le due superpotenze alleate <1. Un contrasto, quello fra le due superpotenze, che mirava a presentare all’opinione pubblica internazionale il proprio modello di sviluppo come quello migliore in assoluto: il modello liberal-capitalistico americano da un lato, e quello comunista del blocco Sovietico dall’altro, dividendo così l’Europa Occidentale e Orientale attraverso la cortina di ferro e ideologicamente il mondo in due blocchi <2.
La politica di distensione ebbe inizio nel 1985 grazie al segretario del Partito comunista sovietico, Michail Gorbaciov, e al Presidente americano, Ronald Reagan. Il leader sovietico, infatti, aveva iniziato la sua carriera dopo la morte di Stalin avvenuta nel 1953, e quindi rappresentava l’ascesa al potere di una nuova classe politica desiderosa di cambiare la società russa e porre fine al totalitarismo e all’assenza di libertà. La situazione ereditata da Gorbaciov era grave: una crescita prossima allo zero e un drastico deprezzamento della moneta, dovuto soprattutto alla diminuzione del prezzo del petrolio, che costituiva il 60% delle esportazioni sovietiche ❤. Ad aggravare ulteriormente il quadro vi era il fatto che l’URSS, sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, aveva speso più del 25% del Prodotto Interno Lordo in armamenti, a discapito dei beni destinati alla popolazione, nell’obbiettivo di mantenere il ruolo di supremazia mondiale.
La politica di Gorbaciov ruotò attorno a due punti fondamentali: “glasnost”, una maggiore trasparenza nella vita pubblica russa che per anni era stata segnata dal totalitarismo staliniano; e “perestroika”, che indicava il complesso di riforme economiche con le quali si intendeva favorire una progressiva liberalizzazione del mercato sovietico. I primi importanti provvedimenti furono varati nel 1987. Le imprese statali furono riformate con l’obbiettivo di permettere loro di autofinanziarsi con i proventi delle vendite. Nello specifico, una volta che avessero ottemperato agli ordinativi dello Stato, queste erano libere di disporre del surplus merceologico a loro piacimento e di commercializzarlo a prezzo di mercato <4. Un’ulteriore rilevante riforma facente parte del complesso della perestroika fu la costituzione di una borsa merci a Mosca, che, a livello simbolico, rappresentò l’apertura dell’economia statalizzata verso il modello capitalista, introducendo per la prima volta la possibilità di movimento di capitali. Nel 1988 entrò in vigore <5 la nuova legge sui kolchoz, la proprietà agricola collettiva, che consentì la realizzazione di imprese commerciali o di produzione artigianale in forma privata, ripristinando di fatto la proprietà privata dei mezzi di produzione non strategici <6.
In virtù di una maggiore trasparenza vi fu una graduale liberazione dei dissidenti e un allentamento della censura, che diede inizio ad una progressiva libertà di stampa <7. Le conseguenze di queste politiche di rinnovamento furono distanti da quelle che Gorbaciov aveva prospettato <8. La legalizzazione del dissenso avrebbe auspicalmente dovuto portare a critiche costruttive sul sistema socio-economico sovietico: essa, invece, fu catalizzatore di voci e opinioni discordanti ma accomunate dall’obbiettivo di criticare severamente la leadership di Gorbaciov e le sue conseguenti scelte strategiche <9. Se una parte della burocrazia e della classe dirigente criticava le aperture all’Occidente, una fazione sempre più ampia di dissidenti non si accontentava solo di riformare il sistema ma individuava nell’abbattimento del comunismo il vero obbiettivo politico da perseguire <10.
I numerosi sprechi dovuti alle inefficienze della macchina statale che vennero via via propagati da un giornale all’altro, conseguentemente all’allentamento della censura, fornirono un lampante confronto fra il tenore di vita a Est e a Ovest della cortina di ferro, contribuendo a far aumentare ulteriormente il malcontento nei confronti del regime.
Furono soprattutto i paesi satellite dell’Europa dell’Est, dove il comunismo aveva sempre mostrato un volto tirannico e impopolare, il luogo dove si verificarono le conseguenze più immediate.
Il primo di questi paesi a capitolare, forte anche dell’appoggio cattolico garantito dell’allora pontefice Karol Wojtyla, fu la Polonia, dove operava già da diversi anni il sindacato indipendente denominato Solidarnosc, di ispirazione cattolica e apertamente ostile al comunismo. Avendo acquisito maggiori possibilità di movimento con l’ascesa di Gorbaciov, il sindacato polacco ottenne che vi fossero le prime elezioni libere in una delle due camere del Parlamento. Così, nel giugno del 1989, i polacchi furono chiamati alle urne, eleggendo in massa i candidati di Solidarnosc. Gli eventi polacchi innescarono <11 una reazione a catena.
Nel 1989, l’Ungheria decise di aprire la frontiera alla confinante Austria consentendo così, ai propri cittadini, di espatriare. Venne in tal modo abbattuta la lunghissima barriera di filo spinato lungo il confine che sanciva ufficialmente una breccia nella cortina di ferro che da decenni divideva l’Europa: da tutti i paesi del blocco sovietico, una volta raggiunta l’Ungheria e da lì entrando poi in Austria, sarebbe stato possibile muoversi liberamente nell’Europa occidentale <12.
Dal punto di vista diplomatico, i rapporti bilaterali fra URSS-Stati Uniti furono caratterizzati da un lento ma progressivo disgelo. Il primo passo del processo di distensione tra Reagan e Gorbaciov si tenne in Svizzera, a Ginevra, nel novembre del 1985. L’incontro segnò l’avvio di un dialogo fra le due potenze per ricostruirne le relazioni diplomatiche e segnò l’inizio del disarmo bilaterale che culminò due anni dopo con il trattato Intermediate Range Nuclear Forces Treaty che sanciva una riduzione del 50% dei missili nucleari installati da USA e URSS sul territorio europeo, i cosiddetti euromissili <13. Un processo e un’intesa che non saranno raggiunti senza difficoltà: l’insistenza di Reagan sulla sua Strategic Defense Iniziative, il programma missilistico progettato per abbattere testate nucleari nemiche nello spazio, non poteva non essere visto con sospetto dalla presidenza Gorbaciov che, quindi, premeva per un trattato che ne comprendesse la sua eliminazione ma che alla fine non sarà parte di alcun accordo: il presidente russo verrà a conoscenza del fatto che tale esperimento militare in realtà non aveva ancora le risorse tecnologiche ed economiche necessarie <14. Inoltre, nonostante gli accordi, la tensione tra i due blocchi rischiava ancora di rimanere molto alta a causa delle questioni ancora rimaste irrisolte sul versante della politica estera. Le due superpotenze si vedevano impegnate nel conflitto in Afghanistan e la situazione in Centro America minacciava il processo di distensione. Il conflitto in Afghanistan aveva avuto inizio nel 1979 con l’invasione delle armate rosse nel territorio, intenzionate a difendere il governo a orientamento socialista dai guerriglieri islamici che trovarono però l’appoggio logistico e un sostegno negli armamenti e nei rifornimenti da parte di nazioni come USA, Pakistan, Arabia Saudita, Regno Unito e Cina <15. A fronte delle ingenti perdite economiche che il conflitto aveva causato ai sovietici, e inoltre consapevoli dell’importante vantaggio logistico dei guerriglieri afghani, il giorno 20 luglio 1987 venne annunciato il ritiro delle truppe sovietiche dal territorio, di modo che il 14 Aprile dell’anno successivo, USA, Pakistan, Afghanistan e Urss firmarono a Ginevra un accordo per il suddetto ritiro delle truppe ma che avvenne solo nel 1989 <16. Ad aggiungersi a questo importante tassello verso la pace nei rapporti di forza tra America e Unione Sovietica, il 4 Marzo 1987, il presidente Reagan tenne il suo primo discorso alla nazione riguardo allo scandalo “Irangate”, che vedeva coinvolti alti funzionari e militari della sua amministrazione nel traffico illegale di armi con l’Iran su cui vigeva l’embargo. Il presidente americano ammise le sue responsabilità e quelle della sua amministrazione riguardo il traffico clandestino di armi ad alcune fazioni del regime di Khomeini, e l’appoggio al gruppo di guerriglieri Contras in Nicaragua che, negli anni tra il 1982 e il 1990 si opponevano al partito Sandinista di stampo marxista di Daniel Ortega <17.
L’anno che diede una definitiva svolta e che aprì ufficialmente il nuovo capitolo degli equilibri mondiali dalla Guerra Fredda, fu il 1989. Il 9 novembre, durante una delle grandi proteste che da mesi erano in corso in Germania dell’est contro il regime, il muro, che rappresentava il simbolo della separazione tra Est e Ovest, fu buttato giù dalla folla di manifestanti, sotto gli occhi della polizia che, a differenza di quanto era successo negli anni della cosiddetta cortina di ferro, non intervenne. Una data storica che verrà ricordata dalle generazioni successive come la data della “caduta del muro”. Uno ad uno, i paesi del patto di Varsavia andarono affrancandosi dall’influenza sovietica e abbandonarono le vecchie strutture comuniste: in Cecoslovacchia aveva inizio la rivoluzione di velluto con il rovesciamento del regime senza violenza, mentre in Romania questo risultato non si raggiunse se non con la dura repressione dell’esercito ai danni degli oppositori per ordine del presidente Nicolae Ceausescu, che non intendeva abbandonare il potere. Il dittatore rumeno fu catturato e giustiziato il 25 Dicembre 1989 <18.
Successivamente alla caduta del muro avevano inizio gli anni Novanta che avrebbero visto la dissoluzione definitiva dell’URSS. Il 28 giugno 1991 venne sciolto il Comecon, l’organizzazione economica che legava tra loro i paesi del blocco comunista e, tre giorni dopo, venne annullato il Patto di Varsavia. Il 21 dicembre dello stesso anno venne fondata la Comunità degli Stati indipendenti che riuniva Ucraina, Bielorussia e Russia: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessava ufficialmente di esistere <19.
La fine della Guerra Fredda si apprestava così a propagare importanti ripercussioni sugli assetti politici dei paesi occidentali, regalando nuovo slancio alle istanze neoliberiste a discapito di politiche dirigiste e inevitabilmente accelerando le crisi identitarie di quei partiti che si definivano comunisti.

[NOTE]1 J. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, Il Mulino, Bologna, 2017.
2 J. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, cit, pp.40.
3 R. Federico, Storia della guerra fredda: l’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi, Torino, 2009.
4 Ibidem.
5 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, Laterza, Bari, 2019.
6 R. Federico, Storia della guerra fredda: l’ultimo conflitto per l’Europa, cit, p.47.
7 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, cit, p.100.
8 Ibidem.
9 Ibidem.
10 J. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, cit, p.67.
11 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, cit, p.174.
12 R. Federico, Storia della guerra fredda: l’ultimo conflitto per l’Europa, cit, p.89.
13 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, cit, p.170.
14 R. Richard, Arsenals of Folly, Alfred A. Knopf, 2007.
15 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, cit, p.180.
16 J. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, cit, p.244.
17 Ibidem.
18 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, cit, p.200.
19 V. Vidotto, G. Sabbatucci, Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, cit, p.240.
Chiara Cavaliere, Tangentopoli: storia del declino economico e politico dell’Italia, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2019-2020

#1985 #1987 #1989 #Berlino #caduta #Cecoslovacchia #ChiaraCavaliere #cortina #distensione #Europa #ferro #fine #fredda #glasnost #guerra #mercato #MichailGorbaciov #muro #Orientale #perestroika #Polonia #Romania #RonaldReagan #Ungheria #URSS #USA

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Una attenta analisi rivela come l’industria italiana abbia giovato molto allo sforzo economico tedesco


Con l’occupazione del nord Italia i tedeschi entravano in possesso di una vasta quantità di impianti industriali. L’aggiunta non è da considerarsi di poco conto: nel 1939 la percentuale tedesca sul prodotto industriale mondiale era del 10.7% e quella italiana del 2.7%. Nonostante il totale alleato contasse nel 1943 il 70% del prodotto industriale mondiale l’aumento di circa un quarto della capacità produttiva era un fattore non trascurabile. (Harrison 10-11)
L’8 settembre è la data anche di un altro importante avvenimento. Albert Speer riesce finalmente a prevalere sul piano politico e ad accentrare tutta la produzione bellica tedesca nelle mani del suo ministero, sarà dunque lui ad occuparsi in prima persona della riorganizzazione economica italiana. La decisione di Speer fu quella di incorporare la rete di produzione italiana in quella del Grossraum. Kesselring si oppose ritenendo che le industrie italiane avrebbero dovuto rifornire esclusivamente il teatro italiano, ma i numeri sulla carta apparivano troppo abbondanti in quanto non tenevano conto della reale capacità di un apparato male organizzato, di una rete ferroviaria seriamente danneggiata e la mancanza di materiali. Le ferrovie in particolare erano particolarmente vulnerabili essendo i collegamenti sostenuti da numerosi ponti, gallerie e una rete non particolarmente fitta che si concentrava in località come Bologna e Torino.
Gli alleati tuttavia non si resero conto di questa intrinseca debolezza e proseguirono fino al 1944 inoltrato con attacchi sporadici al sistema logistico italiano.
I tedeschi scoprirono con loro grande sconcerto che i dati industriali erano stati manipolati da grandi firme come la FIAT per permettere la costituzione di stock di materiali. Leyers suppone che gli imprenditori vedendo il rapido decorso della guerra fossero intenzionati a riprendere il più presto possibile le loro attività una volta arrivata la pace.
I tedeschi cominciarono le requisizioni che dal 15 settembre fino al 31 ottobre fruttarono loro 4.800 macchine da officina, 70.000 tonnellate di materiali grezzi o semilavorati e 100.000 pneumatici che andarono ad alleviare la grave scarsità di gomma nel Reich.
Lo sfruttamento riguardò anche la manodopera. A Norimberga Speer testimoniò di aver impiegato dai 400.000 ai 600.000 soldati italiani prigionieri trattati a condizioni paragonabili a quelle degli ostarbeiter russi. La mortalità nei campi sarà molto alta, circa 40.000 saranno i lavoratori che non ce la faranno. L’importanza di questa manodopera è testimoniata dalle impressionanti cifre riguardo l’economia tedesca. Ulrich Herbert le cui cifre saranno poi riprese da Tooze, Overy, Harrison e Zamagni contava che il 46% dell’agricoltura e circa un terzo dei comparti metallurgici, chimici e edili fossero stranieri ai lavori forzati.
In Italia la produzione continuava nelle principali firme anche se a ritmo ridotto a causa dei numerosi sequestri e dell’imposizione sugli operai di misure restrittive alquanto gravose, soprattutto per ciò che riguardava l’alimentazione.
Nel dicembre 1943 scoppiarono scioperi a catena in tutte le città del nord a partire dallo stabilimento di Mirafiori a Torino. Circa 50.000 tra uomini e donne disertarono il lavoro. I lavoratori protestavano contro i bassi salari e la minaccia della fame. Le razioni in effetti erano tra le più basse in Europa. Per il pane ai tedeschi spettavano 286g al giorno, ai francesi 275, ai norvegesi 260, ai belgi 224, ai croati 214 e agli italiani 150. Per la carne era anche peggio in quanto le requisizioni erano andate avanti fino a quel momento riducendo le razioni ad un terzo di quelle tedesche e croate per un totale di 100g al giorno. Per i grassi la riduzione era stata più marcata a causa dell’invasione del sud Italia e la diminuzione di produzione di olio di oliva nell’ordine dell’80%.
La reazione delle forze di sicurezza tedesche fu di totale repressione. Ribbentrop autorizzò la deportazione di tutti gli scioperanti e l’esecuzione dei loro leader come riconosciuti comunisti. La dura reazione aumentò di molto le file della Resistenza: per sfuggire alla deportazione in molti si dettero alla macchia.
Il CLN organizzò un nuovo sciopero per il febbraio 1944 che tuttavia ebbe solo parziale successo in quanto le durissime misure repressive avevano instillato il terrore in molti operai che si recarono comunque al lavoro. La reazione contro questo nuovo sciopero fu più accomodante in quanto la deportazione di così tanti lavoratori specializzati avrebbe solamente ingrossato le file partigiane e arrestato per lunghissimi periodi la produzione in molti stabilimenti.
In aprile le razioni alimentari vennero nuovamente tagliate. Le manifestazioni e le resistenze aumentarono facendo declinare la produttività totale.
Nonostante il declino produttivo lo sfruttamento tedesco rese molto bene, dall’occupazione fino al luglio 44 senza contare le requisizioni, il totale di merci prodotte è stato stimato in 1.989.100.000 marchi. Di queste solamente il 55% riguarderà articoli direttamente collegati con lo forzo bellico lasciando il 45% a beni di consumo.
Una attenta analisi rivela come l’industria italiana abbia giovato molto allo sforzo economico tedesco. Nonostante gli scioperi, la scarsità di materiali e gli attacchi dei partigiani, il prodotto industriale destinato alla Germania era di molto superiore a quello che le truppe nel sud richiedevano per mantenere il fronte.
Il successo dello sfruttamento tuttavia dipendeva molto dai collegamenti ferroviari in rapido deterioramento ovunque nel Reich. Dopo la primavera del 1944 la generale scarsità di carbone e la massima priorità data ai convogli militari sul poco materiale rotabile rimasto in Italia paralizzò l’attività economica causando una rapida diminuzione della produttività che perdurò fino alla liberazione.(Boelke 676)
Simone Giannotti, L’economia di guerra dell’Asse in Europa, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2013

#1943 #1944 #alimenti #alleati #deportazione #fabbriche #Germania #guerra #industria #Italia #manodopera #nazisti #operai #requisizioni #scioperi #SimoneGiannotti

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maknongan / giacinto scelsi


https://youtu.be/-zZiZrLd2aw?si=KaB–jKoZpDhhR0E

#EmilianoAmadori #experimentalMusic #GiacintoScelsi #Maknongan #musicaSperimentale

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Parco di Cibali, i vincoli della discordia


“Abbiamo il Parco a Cibali”, “La nostra lotta ha pagato”. Sono alcune delle reazioni alla proposta di vincolo massimo di tutela, avanzata dalla Soprintendenza su alcune aree laviche cittadine, tra cui buona parte dei cosiddetti Orti della Susanna, spazio destinato a Centro Direzionale dal Piano Piccinato, di cui oggi si discute il futuro utilizzo.

Un’esultanza che andrebbe […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/07/27/parc…

#CentroDirezionaleCibali #ComuneDiCatania #DipartimentoAmbienteRegioneSicilia #OrtiDellaSusanna #RegioneSiciliana #SoprintendenzaCatania


La sciara e l’acqua. Salviamo gli Orti della Susanna


Le cosiddette “sciare”, in passato considerate aree povere, sterili, di scarso valore e praticamente inutili, se non addirittura un problema, sono state oggi rivalutate da vari punti di vista.

Partiamo dall’importanza che hanno dal punto di vista idrogeologico e dal ruolo che hanno sempre svolto nel difendere la Città dagli episodi alluvionali più intensi, agevolando anche la […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/27/la-s…

#acqua #CentroDirezionaleCibali #ComuneDiCatania #Sciara #verdePubblico #verdeUrbano


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telegrammici segnali per investire con le crypto! (pubblicità canali Telegram assurde)


Le pubblicità dentro #Telegram diventano in qualche modo sempre più pazze più il tempo passa, anziché morire, come francamente ben gli starebbe a quell’omm ‘e carton’ di Durov, che da anni non fa altro che infrangere promesse… almeno, credo siano più pazze. Sicuramente quelle del circuito di Telegram stesso sono quantomeno legali, cosa di base che storicamente per i circuiti autogestiti sulla piattaforma (quelli dei canali italiani di merda da decine di migliaia di iscritti, per capirci) non è vera, però questo comunque non vuol dire che siano pubblicità buone o sensate… sono solo pazze. 👹

Tipo, l’altro giorno mi è uscita la pubblicità per questo canale che, a primo impatto, senza guardarci troppo pareva la solita roba cryptobro… e lo è, ok, ma è più assurdo: Luca Moretti Segnali. Anche perché, la stessa identica pubblicità è uscita 2 giorni prima ad altri, e di nuovo oggi a me, ossia 2 giorni dopo; francamente, casi simili a questo me ne sono capitati, ma mai così uguali, quindi sospetto questo sia un segnale… e no, non intendo un segnale di investimento crypto, come quelli attorno ai quali il canale è incentrato, ma un classico segnale dai miei soliti spiriti domestici. Vabbé, la cosa molto strana è che la pubblicità dice, con una foto: “Clicca qui per unirti al migliore canale crypto!” (e fin qui ci sarebbe solo da ridere), “Accesso limitato — rimangono solo 6 posti!“… e qui mi viene ovviamente da piangere, perché il canale in questione è pubblico, quindi non può avere un limite di posti intrinseco, ed ovviamente dubito che l’admin vada a manina a togliere eventuali persone entrate come settime o più dopo il piazzamento della pubblicità… visto che vorrebbe dire buttare i soldi della pubblicità, semplicemente, oltre ad essere di per sé una pessima strategia di crescita. 🤨
[...], [23/07/2025 10:40]hey durov 👋💖💣, [25/07/2025 15:18]ma che cazzo di 6 posti che è un canale pubblico che cazzo di pubblicità di cazzoLuca Moretti | Segnali4.19K subscribersChannel createdFebruary 15, 2024Luca Moretti | Segnali🚀 Benvenuto su Luca Moretti – il tuo canale crypto dedicato ai segnali di trading!Qui troverai operatività reale, segnali precisi, gestione del rischio e aggiornamenti costanti dal mercato.Ogni trade è pensato per la performance, con l’obiettivo di crescere passo dopo passo, con disciplina e chiarezza.💬 Se sei nuovo, attiva le notifiche e segui ogni aggiornamento.📝 Per domande o feedback, scrivimi in privato 🔽@LucaCriptoCi aspettano tante occasioni – iniziamo insieme! 🔥
Sarebbe poi finito tutto qui, a marcire nel dimenticatoio, se solo stasera non mi fosse riapparso… e invece, essendo esasperata, l’ho quindi dovuto guardare meglio, giusto per sfizio… ed è stranissimo. È creato da febbraio 2024, ma ha un intero buco di postaggio fino a novembre 2024, in cui l’admin ha pubblicato giusto un post di presentazione, senza collegamenti esterni se non l’username al suo profilo (dove ugualmente non c’è niente), per poi avere un altro cratere di pubblicazione, fino al 12 giugno di quest’anno, in cui pare aver iniziato a pubblicare diverse volte al giorno post relativi appunto ai segnali crypto. E — per quanto devo premettere che non so una mazza dell’argomento, quindi attenzione, che non si prenda quello che sto per dire come una critica dei contenuti, ma giusto come osservazione personalissima — i post sono assolutamente tutti uguali: mette screenshot della roba, scrivendo punto d’ingresso, target, stop loss, e sempre lo stesso paragrafo di avvertimento simil-guida copincollato alla fine: “È fondamentale rispettare il risk management: dopo il primo target, spostare lo stop loss al punto d’ingresso“… crazy!!! (Ogni tanto ci sono dei post riepilogativi, e in tutto il canale ci sono 2 o 3 post di svago, ma comunque bene o male questo è un eterno ritorno.) 😤

La cosa veramente strana, a mio avviso, è che non ci sono funnel verso altre cose. In genere, coloro che propongono i segnali o il vattelappesca sono truffatori, che mettono in piedi la loro cosa appunto solo per portare il traffico verso qualche altra cosa che faccia guadagnare loro… ma qui no, non c’è di per sé nessun elemento sospetto in atto… è così assurdo!!! Potrebbe spuntare fuori qualcosa in futuro magari, quando ci sarà dentro più gente, chi lo sa… ma per ora è assolutamente tutto pulito, quindi bravo Luca! Detto ciò, però, mi chiedo a proposito da dove vengano questi quattromila seguaci (che sono comunque un minimo attivi per giunta, perché ci sono varie reazioni, anche se non sempre)… cioè, tutti dalle pubblicità di ‘sti giorni sarebbe strano, ma sarebbe altrettanto strano se venissero da un anno e mezzo fa a questa parte, col canale vuoto… o forse no, perché, guardando gli ID di quelli che attualmente sono il primo ed il secondo messaggio, si scopre che prima c’erano centinaia di messaggi che sono stati poi cancellati; bah! 😱

Comunque, digressione stupida ma necessaria: ma come è possibile che tutti questi tizi che parlano di investimenti e #crypto e segnali e boh si chiamano sempre Luca di nome, e hanno sempre quest’aria da, passatemi il paragone, nomadi digitali? Ok, magari il mio cervello si sta inventando or ora il primo fatto, e quindi magari mi ricordo male e non tutti questi individui si chiamano Luca… ma giuro, le foto fiere messe lì così le hanno tutti tutti; e di questo canale, non so perché, mi fa specialmente ridere quella impostata per il profilo, che è lui che tiene un trolley da viaggio fuori da qualche parte di sera, e si vedono i muscoli… Vabbuono, nel caso, qualcuno mi segnali eventuali #canali originali, piuttosto. 😴

#canali #crypto #pubblicità #Telegram

Questa voce è stata modificata (11 mesi fa)
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esiste la ricerca: nuovo incontro, a roma, il 5-6-7 settembre 2025, presso lo studio campo boario


ELR - Esiste la ricerca || intestazione
The Traveller Hasteth in the Evening (William Blake, 1793)

l’infaticabile figura di Blake, il “viaggiatore che, nella sera, si affretta”, ci rivela che ESISTE LA RICERCA torna a Roma, allo Studio Campo Boario, grazie ad Alberto D’Amico, presto: da venerdì 5 a domenica 7 settembre 2025.
sempre nella forma live del dialogo non registrato, non pre-scritto, estemporaneo, legato oltretutto alla presenza di libri, editori e collane di ricerca letteraria.

prossimamente qui su slowforward idee e linee possibili dei giorni dell’incontro.

logo dello Studio Campo Boario
instagram.com/studio_campo_boa…

MG / Antonio Syxty / Michele Zaffarano
mtmteatro.it/progetti/esiste-la-ricerca/
con lo
Studio Campo Boario

#2025 #AlbertoDAmico #AntonioSyxty #cambioDiParadigma #dalVivo #dialogo #dialogoEstemporaneo #ELR #ELREsisteLaRicerca #EsisteLaRicerca #incontro #live #MarcoGiovenale #MicheleZaffarano #ricercaLetteraria #SCB #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #StudioCampoBoario #TheTravellerHastethInTheEvening #WilliamBlakeù

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two lectures by william burroughs


William S. Burroughs lecture,writing class, June 25,1986, on paranormal, synchronicity, dreams

youtu.be/d-2a0Rti6-Y?si=KioGJX…

Audio recording of a lecture & writing class with students at Naropa University. Poet Allen Ginsberg is also in the audience. Burroughs covers topics including paranormal phenomena, magic, synchronicity, precognition, dreams, his cut-ups technique for writing, & he answers many questions from students & from Ginsberg in a Q & A. He reads from some of his fiction & non-fiction writings. The woman who asks many questions near the end & thanks him at the end I believe is Anne Waldman of Naropa University.


William S. Burroughs lecture, July 20,1976, on paranormal, EVP, text+tape cut-ups, prognostication

youtu.be/xKfS1xemH6U?si=tiykZp…

This audio recording complements the previous one.

In this recording Burroughs covers the cut-up method of writing in some detail, & reads from his own cut-up writings, as well as some by Burroughs’ sometime collaborator Brion Gysin. Burroughs describes how some cut-ups appear to be uncanny prognosticators, accurately predicting future events, according to Burroughs.

He also describes experiments with audio cut-ups using tape recorders. He had intended to play recordings of some of Gysin’s tape experiments at this lecture, but the tapes had not arrived on time. Instead, Burroughs describes some of the cut-up tape experiments.

And he covers other tape experiments that interest him conducted by paranormal investigators & what today is commonly known as EVP (electronic voice phenomena), where tape recorders are supposed to record unexplained mysterious human voices though no such sound input is available to the recorder. Burroughs refers to these as “Paranormal Voices” experiments/phenomena.

Burroughs also makes reference to dreams, the last words of Dutch Schultz, Shakespeare, computers, Homer, Gertrude Stein, James Joyce, T.S. Eliot, & Carl Jung.
There’s a long Q & A session with students at the end.

#AllenGinsberg #AnneWaldman #audio #audioRecording #BrionGysin #BurroughsOnTape #BurroughsLectures #CarlGustavJung #computers #cutUp #cutUp #cutUpTechnique #cutUpsTechnique #cutup #dreams #DutchSchultz #electronicVoicePhenomena #EVP #GertrudeStein #Homer #JamesJoyce #Jung #lecture #lectures #magic #NaropaUninversity #Omero #paranormal #paranormalPhenomena #precognition #prognostication #QA #QuestionAnswer #recording #Shakespeare #synchronicity #TSEliot #tapeExperiments #tapeRecording #textTapeCutUps #WilliamBurroughs #writingClass

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qui comprai la stellanica base per fare il gransupertagliamento…


Ieri mattina tardi (e ovviamente ne scrivo solo il giorno dopo, ops) mi sono fatta coraggio e, nonostante il forno acceso fuori in tutta la città, sono andata al casalinghi cinese a comprare questo affare plasticoso che ogni volta che mi metto a tagliare la carta mi ricordo sempre sarebbe il caso di utilizzare, ma che appunto prima non avevo… la “base di taglio”, o in spagnolo “base de corte”, che penso stia più per “base di curtiell“, ma al diavolo le inprecisazioni ora. (Stranamente, anche questo coso è della marca #Stelan, che senza volerlo mi sta capitando sempre tra le mani quando compro tutta questa roba da cancelleria/ufficio, vai a capire com’è possibile…) 👽
Il prodotto sulla mia scrivania con vario cartone e aggeggi per il lavoro attorno, bustina con l'etichetta al centro.
Boh, è crazy, incredibile, con questo suo materiale particolare, ottimo per evitare di distruggere tappetino e scrivania quando mi metto all’opera. Si, c’è scritto PVC, ma la texture (semiruvida) e soprattutto le vibe che trasmette sono molto diverse da, che cavolo ne so, un tubo in PVC. Però attenzione, perché a primo impatto sembra che in qualche modo strano riesca a non graffiarsi mai in maniera sensibile al tatto, ma se ci si va troppo forte (ovviamente, direi ora, non so cosa mi aspettavo) lo fa… per esempio, più o meno al centro della foto, subito sopra l’area coperta dalla bustina di plastica, quel graffio che si vede al tatto sembra molto peggio di com’è alla vista (invece altri più a destra si sentono meno o niente). 😳

Sicuramente comunque, funziona meglio dell’usare il cartone di Amazon come base di taglio, perché ok, un po’ il suo pure quello lo fa, ma ovviamente si taglia molto velocemente a sua volta, lasciando in giro le briciole e le strisce marroni e diventando pieno di fessure che rendono via via più impreciso il lavoro… e, se non si fa attenzione a sostituirlo in tempo, magari una volta la lama ci passa pure attraverso e va a tagliare quello che c’è sotto… ops. Non è magico ma, per 1 euro e 50 (anche se bisognerebbe vedere quanto dura a lungo andare…), ci sta, è bono quindi ecco, ora posso distruggere la carta con meno ansia. 🙏

(Che poi, in negozio, per qualche motivo, una versione circa 2.5 volte più grande del prodotto costava 5 euro e 30, che è più di 3 volte tanto questo qui… ma forse è stata una cosa buona, perché così, puramente per tirchiaggine, ho preso questo grande circa quanto un foglio A4, che a suo modo è più comodo, perché ci entra sulla mia scrivania senza che io debba spostare completamente la tastiera.)

#BaseDiTaglio #CuttingMat #Stelan

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immagini dalla sonda solare parker


a 6,1 milioni di km dal Sole

youtube.com/shorts/WAyGVBjWcwg…


video NASA pubblicato su fanpage all’indirizzo facebook.com/share/v/1Cf3FeYsU…

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66 Art Collection dal 26/7 al 20/8 2025 a Lieyu.


Lin Shiying – 林世英 porta a Lieyu le opere della classe ’77 dell’Istituto d’Arte di Taiwan.

Inaugurata la mostra collettiva “66 Art Collection 2025”, con opere di 21 artisti, tra cui Lin Shiying – 林世英.


Lin Shiying, artista originario di Shuangkou, nel distretto di Lieyu, ha nuovamente riunito i suoi compagni d’arte per organizzare una mostra collettiva nella sua terra natale. L’inaugurazione si è tenuta lo scorso 26 luglio 2025 presso il Centro Culturale di Lieyu. In qualità di curatore, Lin Shiying ha personalmente curato l’allestimento delle opere più significative di tutti e 21 gli artisti, offrendo una piena rappresentazione dello stile di ciascuno. Le opere spaziano dall’inchiostro tradizionale all’acquerello e altri media, ciascuna con caratteristiche uniche.

Il gruppo “66 Art Collection” è formato da compagni di studi che nel 1977 (anno 66 del calendario della Repubblica di Cina) si sono diplomati nella sezione serale del dipartimento di belle arti dell’allora Istituto d’Arte di Taiwan. Negli ultimi anni, Lin Shiying ha spesso invitato i suoi colleghi a esporre nella sua terra natale, permettendo così agli abitanti di Lieyu e ai visitatori di ammirare da vicino la varietà di espressioni artistiche e la ricchezza delle loro creazioni.

Lin Shiying si è recato personalmente al Centro Culturale per completare l’allestimento della mostra, la quale vanta un’ampia gamma di materiali e linguaggi artistici. Ricordando il passato, Lin racconta che dopo la laurea i compagni si sono dispersi in ogni angolo del mondo, vivendo esperienze lavorative e di vita diverse. Ma dopo oltre quarant’anni si sono ritrovati, con la stessa passione e amore per l’arte di sempre. Per questo hanno deciso di fondare il gruppo “66 Art Collection”, organizzando regolarmente esposizioni in varie località, dove pittori e calligrafi possono confrontarsi e condividere le proprie esperienze creative.

La mostra si svolgerà dal 25 luglio al 20 agosto, con l’inaugurazione ufficiale il 26 luglio alle ore 10:00 presso il Centro Culturale di Lieyu. Gli artisti partecipanti sono: Huang Caisong, Ying Peihua, Fan Lu, Zhong Yuming, Liao Cancheng, Chen Chunzhen, Huang Jinhua, Lü Lihua, Li Qingzhen, Liu Rongshao, Lin Zhenru, Zhou Guangyue, Hu Baogui, Cai Zongzheng, Huang Jinming, Li Junlong, Li Chunying, Cai Shanghong, Huang Cailian, Li Yizhen, Lin Shiying (黃才松、應佩華、范璐、鍾玉明、廖燦誠、陳淳貞、黃金華、呂麗華、李清珍、劉容韶、林真如、周光月、胡寶貴、蔡宗正、黃晉明、李俊龍、李春櫻、蔡尚宏、黃彩戀、李苡甄、林世英).

Ovviamente i succitati nominativi diranno poco o nulla ai lettori, pertanto segue una schematica introduzione degli artisti:

  • Huang Caisong: pluripremiato in esposizioni nazionali e provinciali di inchiostro cinese, ex professore del dipartimento di belle arti della Taipei National University of the Arts, conosciuto e stimato pittore.
  • Ying Peihua: insegnante esterna di arte presso la scuola elementare Jian’an, manager nella divisione design di Yutu Stationery, vincitrice di premi nazionali in acquerello.
  • Lin Shiying: attuale membro del consiglio della China Artists Association, della Kinmen Ink Painting Association, presidente fondatore del Qunying Painting Association; ex direttore artistico e supervisore stampa del Times Weekly.
  • Li Qingzhen: responsabile di una società di design, architetto impegnata soprattutto in progetti edili.
  • Lü Lihua: gestisce attività di ristorazione ma si dedica occasionalmente alla pittura ad acquerello.
  • Chen Chunzhen: ex insegnante di arte alle scuole superiori, vincitrice di premi nazionali e provinciali, spesso selezionata in mostre artistiche meridionali.
  • Huang Jinming: ex insegnante di arte al Museo del Palazzo Nazionale di Taipei e alla Methodist Girls High School.
  • Li Yizhen: ex insegnante di arte nelle scuole medie di Jinning e Jincheng, partecipante a numerose mostre culturali di pittura e calligrafia a Taiwan e Kinmen.
  • Li Junlong: frequente partecipante alle mostre del gruppo “66 Art Collection”, specializzato in pittura a inchiostro.
  • Liao Cancheng: co-fondatore della “Ink Tide Calligraphy Society”, noto calligrafo pluripremiato con numerose interviste e performance internazionali.
  • Hu Baogui: docente con decenni di esperienza nell’educazione artistica, attuale direttore del Mio Children’s Art Picture Book Museum.
  • Huang Cailian: ex insegnante d’arte elementare, ha partecipato più volte a scambi culturali artistici trans-straits.
  • Zhou Guangyue: membro della Chinese Fine Brushwork Painting Society e Taiwan Art Association, vincitore del New Talent Award della National Art Federation.
  • Huang Jinhua: ha lavorato nel settore della tecnologia elettronica, dopo 40 anni ha ripreso a dipingere a olio con passione.
  • Fan Lu: pittrice professionista residente negli USA, docente di pittura cinese presso il Center for the Arts and Crafts della University of California, San Diego, autrice di diversi libri e cataloghi d’arte.
  • Zhong Yuming: artista residente negli USA, membro della Professional Artists League of America e del Taipei Pastel Painting Association, pluripremiata e inclusa nel “Who’s Who in American Art”, campionessa per tre anni consecutivi nel New Jersey nel gruppo professionale di pastelli.
  • Cai Zongzheng: da anni impegnato nella ceramica artistica e nel design di strumenti tradizionali cinesi come il qin antico.
  • Lin Zhenru: artista residente in Canada, ex grafico per l’Hotel Hilton di Taipei, allievo del maestro Zhang Keqi specializzato in pittura a pennello fine.
  • Liu Rongshao: insegnante di arte in pensione, passata da uno stile realistico a opere recenti più astratte.
  • Li Chunying: principalmente impegnata nella pittura ad olio, con frequenti lavori dal vivo.
  • Cai Shanghong: realizza sia disegni a matita che opere a inchiostro e acquerello.

Come potete leggere non si tratta certo di dilettanti allo sbaraglio, pertanto invitiamo caldamente tutti coloro i quali ne avessero la possibilità, di visitare l’esposizione; si tratta di un’occasione imperdibile per gli amanti dell’arte, ma anche per dare soddisfazione a chi si danna l’anima per organizzare e portare in un luogo piuttosto remoto arte e cultura di alto livello; credetemi, non è facile portare grandi nomi in luoghi con un potenziale di visitatori piuttosto limitato.

Fonte: Kinmen Daily
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Kafka e l’umorismo assurdo: il riso amaro tra alienazione e burocrazia

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Quando il riso si fa amaro e profondo


L’umorismo di Franz Kafka non fa ridere nel senso tradizionale del termine. Non suscita una risata fragorosa né una comicità immediata: piuttosto, si insinua sotto pelle, come un’inquietudine che si maschera da sorriso. Parlare di umorismo tragico in Kafka significa avvicinarsi a una forma di riso che nasce dall’assurdo e dallo straniamento, in un universo in cui le regole sembrano scritte da una logica sconosciuta. L’umorismo di Kafka è dunque un umorismo che oscilla tra il grottesco e il tragico, che emerge dalla tensione fra il desiderio di comprensione e l’ineluttabile incomprensibilità del mondo. Questo riso amaro non è evasione, ma uno strumento sottile di consapevolezza. Capire perché l’umorismo in Kafka risulti così disturbante significa riconoscere la sua funzione: trasformare l’assurdo in una lente con cui osservare le contraddizioni dell’esistenza. Kafka porta il lettore a confrontarsi con l’insensatezza attraverso un umorismo assurdo che non consola, ma interroga. Così, nella tensione fra comicità e angoscia, si apre un varco per riflettere sulla condizione umana.

L’assurdità come fondamento dell’umorismo kafkiano


In Kafka, l’assurdo non è un’eccezione narrativa, ma il tessuto stesso del reale. Le sue opere sono costruite su una logica interna che appare del tutto illogica: uomini arrestati senza motivo, impiegati che inseguono autorità irraggiungibili, creature che si trasformano inspiegabilmente. L’assurdità nelle opere di Kafka non è solo una cifra stilistica: è un modo per mostrare come la realtà, se osservata senza filtri consolatori, possa risultare spietatamente incoerente. In questo contesto, il mondo incomprensibile di Kafka si popola di personaggi che cercano risposte, ma si scontrano con un muro di silenzi e procedure vuote. È in questa frizione che si genera l’umorismo assurdo: ridiamo, non perché qualcosa sia oggettivamente comico, ma perché ci troviamo davanti a un destino ineluttabile governato da regole che sfuggono a ogni logica umana.

La logica illogica di Kafka amplifica la nostra sensazione di alienazione. Ed è proprio questa alienazione, così spinta da diventare caricaturale, che apre la porta a una forma di riso paradossale. L’alienazione e l’umorismo in Kafka si fondono in una risata che nasce dall’impotenza, dal riconoscere nei suoi personaggi una parte della nostra stessa lotta per dare senso a un mondo che sembra fatto apposta per negarci risposte. L’assurdo, così, non è solo angoscia: è anche lo specchio deformante attraverso cui Kafka ci invita a guardarci con occhi nuovi — e a ridere, amaramente, della nostra condizione.

La burocrazia oppressiva e il riso della resa


In Kafka, la burocrazia non è solo un apparato amministrativo: è un’entità quasi metafisica, opaca e onnipresente, che schiaccia i singoli individui con la sua mole incomprensibile. Nei romanzi come Il Processo e Il Castello, i protagonisti sono immersi in labirinti di regole e formalità che non comprendono e da cui non possono uscire. L’umorismo della burocrazia in Kafka nasce proprio da questo scarto tra la precisione delle procedure e l’assenza totale di senso. K., il protagonista de Il Castello, cerca invano di ottenere spiegazioni da funzionari che non compaiono mai o parlano per allusioni; Josef K., ne Il Processo, è trascinato in un sistema giudiziario che lo accusa senza mai dirgli il motivo. Di fronte a queste strutture opprimenti, l’unica possibilità di sopravvivenza diventa il riso: un riso della resa, disilluso ma necessario.

In questo contesto, l’umorismo nero legale che Kafka costruisce ha un potere singolare: trasforma il tragico in paradossale, l’ingiustizia in grottesca comicità. L’oppressione e l’umorismo in Kafka si nutrono a vicenda, dando forma a una narrazione in cui la comicità è una crepa nel muro dell’assurdo. I dettagli minuziosi con cui Kafka descrive timbri, documenti, ordini e sottoposti che si rimandano tra loro creano un effetto comico solo in apparenza leggero, che in realtà scava a fondo nell’angoscia del vivere. È proprio il processo kafkiano a mostrarci come la precisione delle parole possa diventare un’arma spuntata, e come l’umorismo kafkiano fiorisca nei punti in cui il linguaggio si frantuma contro la realtà inafferrabile del potere.

Il grottesco e la deformazione del reale attraverso la metamorfosi del riso


In Kafka, l’umorismo assurdo si manifesta spesso attraverso il grottesco: una deformazione improvvisa e inquietante della realtà che produce un effetto tanto comico quanto disturbante. L’esempio più emblematico è La Metamorfosi, dove Gregor Samsa si sveglia trasformato in un “enorme insetto immondo” – un evento che viene narrato con una naturalezza disarmante. Non c’è stupore né da parte del protagonista, né dei familiari: tutto si svolge in un tono apparentemente neutro, che accentua il carattere grottesco e tragicamente comico della vicenda. Questo è l’umorismo ne “La Metamorfosi” – un riso che nasce dal paradosso di trattare l’incredibile come se fosse quotidiano.

I personaggi grotteschi di Kafka, come Gregor o i funzionari labirintici de Il Castello, incarnano una comicità della deformazione: non sono caricature comiche in senso classico, ma figure deformate dall’assurdo, vittime di un mondo che li plasma secondo logiche inumane. La trasformazione grottesca diventa allora simbolo dell’alienazione, della perdita di identità, e paradossalmente anche di una comicità amara e tagliente. In questo contesto, l’umorismo kafkiano non consola, ma disvela: ci costringe a ridere mentre ci mostra l’orrore di una realtà insensata.

Kafka sembra dirci che il riso può scaturire anche laddove l’angoscia è più intensa, e che spesso questa risata è una forma di resistenza minima – una forma di significato dell’umorismo in Kafka che coincide con l’accettazione passiva e ironica dell’inspiegabile.

Situazioni imbarazzanti e l’umorismo della vergogna


Uno degli aspetti più sottili e perturbanti dell’umorismo in Kafka è legato all’imbarazzo: una dimensione profondamente umana che diventa, nelle sue opere, fonte di disagio ma anche di riso amaro. Kafka eccelle nel costruire situazioni imbarazzanti, al limite dell’umiliazione, in cui i suoi personaggi si trovano esposti, inadeguati, privati di ogni dignità. Questo tipo di ridicolo kafkiano non fa ridere per leggerezza, ma per la cruda esposizione della fragilità umana.

In racconti come Davanti alla legge o Relazione per un’accademia, così come ne Il Processo, i protagonisti si trovano spesso in contesti in cui la loro impotenza è totale e il loro imbarazzo esistenziale è palpabile. Il lettore osserva, con una sorta di partecipazione disarmata, le loro goffe reazioni, i tentativi inutili di difendersi, giustificarsi, conformarsi a regole che sfuggono alla logica. È qui che nasce il riso disturbante tipico di Kafka: l’umorismo della vergogna, quello che ci mette a disagio proprio perché ci riguarda da vicino.

Questa comicità è profondamente legata all’alienazione dell’individuo moderno, e ci mette di fronte a un paradosso: ridiamo mentre percepiamo il dolore dell’altro, forse perché in fondo riconosciamo qualcosa di nostro in quel disagio. È il meccanismo del riso e dell’assurdità in Kafka: il riso non consola né libera, ma ci inchioda davanti all’insensatezza di molte dinamiche sociali ed esistenziali. E proprio qui risiede una delle chiavi più potenti per comprendere perché l’umorismo in Kafka conservi una forza così viva e tagliente.

Un meccanismo di difesa contro l’angoscia


L’umorismo di Kafka non è solo uno stile narrativo o una cifra estetica: è anche e soprattutto uno strumento di sopravvivenza. In un universo dove ogni logica si dissolve e le certezze dell’esistenza si sgretolano, il riso amaro di Kafka agisce come valvola di sfogo, come meccanismo di difesa contro l’angoscia. Di fronte all’assurdità del reale, al peso dell’ignoto e alla crudeltà delle strutture anonime che governano il destino umano, l’umorismo si insinua come forma estrema di lucidità.

Kafka non ci chiede di ridere con leggerezza, ma ci invita a sopportare l’insostenibile attraverso il riso. Come una sorta di catarsi rovesciata, l’umorismo tragico kafkiano ci offre la possibilità di abitare l’angoscia senza esserne annientati. È una difesa fragile, certo, ma autentica. La risata – quando arriva – è nervosa, tesa, piena di disagio. E proprio per questo è sincera.

Non si tratta solo di sfuggire al dolore, ma di riconoscere che, nella messa in scena dell’assurdo, il riso può diventare un’arma contro l’opacità del mondo. Così, il significato dell’umorismo in Kafka si fa più chiaro: non serve a consolare, ma a far vedere. Non cancella il buio, ma lo illumina quel tanto che basta per comprenderne la forma.

L’umorismo come lente per la condizione umana


Se l’umorismo in Kafka ha una funzione catartica, esso è anche – e forse soprattutto – una lente attraverso cui osservare la condizione umana. Leggere Kafka con attenzione significa accettare che il riso non nasce per sdrammatizzare, ma per rendere ancora più evidente la tragicità dell’esistenza. In questo senso, Kafka si avvicina a Luigi Pirandello e alla sua teoria del “sentimento del contrario“: anche nell’opera kafkiana il lettore ride e, al tempo stesso, percepisce un profondo disagio.

Quello che appare come ridicolo kafkiano è in realtà un’espressione di verità. Le situazioni grottesche, le metamorfosi inesplicabili, la burocrazia insensata e le regole invisibili non sono semplici espedienti narrativi, ma simboli potenti della solitudine e dell’impotenza dell’individuo moderno. L’umorismo diventa così un modo per mettere in crisi la realtà, per svelare le contraddizioni e le crudeltà insite nei meccanismi sociali e psicologici.

In Kafka, il riso non è mai superficiale: è un invito alla riflessione esistenziale. Un invito a guardare dentro noi stessi, a interrogarci sul senso del nostro agire, sulla precarietà del nostro ruolo nel mondo, sulla fragilità delle nostre certezze. Il significato dell’umorismo di Kafka, allora, risiede in questa doppia tensione: farci ridere per farci pensare, e farci pensare attraverso un riso che non consola, ma smuove.

Kafka non cerca di spiegare il mondo: ci mostra quanto possa essere indecifrabile. E ci ricorda che a volte, l’unico modo per affrontare l’assurdo è riderne. Non per banalizzarlo, ma per capirlo fino in fondo.

Kafka e Pirandello – affinità nel riso che fa pensare?


Franz Kafka e Luigi Pirandello, pur partendo da contesti diversi, condividono una visione dell’umorismo come strumento di svelamento. In entrambi, il riso nasce da una frattura tra ciò che appare e ciò che è: per Pirandello, è il “sentimento del contrario”, per Kafka, è lo straniamento radicale da un mondo che sembra obbedire a regole indecifrabili.
Pirandello: umorismo individuale, maschere sociali, conflitto tra essere e apparire
Kafka: umorismo sistemico, alienazione, sottomissione all’assurdo
Punto in comune: il riso come forma di pensiero critico, non evasione

L’attualità del riso amaro di Kafka


L’umorismo assurdo di Franz Kafka continua a risuonare con forza nel nostro tempo, come un’eco persistente che attraversa epoche e contesti diversi. La sua risata, mai leggera, è una lama sottile che taglia il velo dell’apparenza, rivelando ciò che spesso preferiremmo ignorare: l’insensatezza delle strutture che regolano le nostre vite, la fragilità dei nostri ruoli sociali, l’incomunicabilità e la solitudine che abitano l’esistenza.

Nel suo umorismo grottesco e spiazzante, Kafka non propone soluzioni, ma offre qualcosa di ancora più prezioso: la possibilità di riconoscerci nell’assurdo, di guardarci allo specchio mentre ridiamo amaramente delle nostre paure, delle nostre contraddizioni, dei meccanismi invisibili che ci dominano.

Questa capacità di usare il riso come strumento di comprensione, come chiave per accedere a una riflessione profonda e autentica sulla condizione umana, è ciò che rende Kafka ancora attuale e imprescindibile. Il suo umorismo – che è anche il suo modo di affrontare l’angoscia, il non-senso, l’oppressione – ci parla oggi con la stessa intensità di ieri. Ci invita a non fuggire dall’assurdo, ma a esplorarlo, a riderne senza superficialità, a trasformare il riso in pensiero.

Accanto ad autori come Pirandello, Beckett o Vonnegut, Kafka resta una delle voci più singolari e influenti dell’umorismo riflessivo: non per consolarci, ma per svegliarci.

L’alienazione kafkiana è l’essenza stessa dell’umorismo nero. Per capire come il grottesco sia diventato un’arma contro la burocrazia, leggi il nostro approfondimento: Storia dell’umorismo e del grottesco.

L’umorismo Kafkiano in breve


Tipo di umorismo: sottile, amaro, disturbante
Temi principali: assurdità, alienazione, burocrazia, vergogna, trasformazione
Tecniche ricorrenti: deformazione del reale, logica illogica, situazioni imbarazzanti
Funzione: riflessione esistenziale, critica sociale, catarsi emotiva
Stile: grottesco, paradossale, profondamente simbolico

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Storia dell’umorismo e del grottesco: ridere dell’assurdo in letteratura

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Non si ride mai soltanto per divertimento.
Siamo abituati a pensare all’umorismo come a una via di fuga, a un momento di leggerezza per staccare la spina da una realtà troppo pesante. Ma la grande letteratura ci insegna esattamente il contrario.

Quando il mondo diventa incomprensibile, quando le regole sociali si trasformano in una prigione asfissiante o la violenza del potere sfiora il ridicolo, il riso smette di essere evasione e diventa un atto di legittima difesa. Un’arma chirurgica.

La storia dell’umorismo nella letteratura non è un catalogo di battute o di finali a sorpresa. È, piuttosto, la cronaca spietata di come l’essere umano ha cercato di sopravvivere al crollo della ragione.
Dal “sentimento del contrario” di Luigi Pirandello fino alle metamorfosi ripugnanti di Franz Kafka, passando per il nichilismo spaziale di Kurt Vonnegut, gli scrittori hanno sempre saputo che per smascherare l’inganno della realtà non serve un saggio accademico. Serve una deformazione grottesca.

Perché se il mondo è diventato una gabbia di matti, raccontarlo in modo logico e ordinato significa esserne complici. Raccontarlo attraverso il filtro della letteratura dell’assurdo e del grottesco significa, invece, prendere la pillola rossa. Significa sabotare il meccanismo dall’interno e costringere il lettore a guardare nell’abisso, ma con un ghigno amaro stampato sulle labbra.

In questo viaggio esploreremo l’anatomia del riso. Scopriremo come la satira sociale, l’alienazione e l’umorismo nero siano diventati i linguaggi segreti con cui i più grandi dissidenti della penna hanno decodificato i traumi del Novecento (e non solo).

Anatomia del riso: la differenza tra comicità, ironia e umorismo


Per capire come la letteratura usa il riso come grimaldello psicologico, dobbiamo prima fare pulizia. Nel linguaggio quotidiano, usiamo parole come comico, ironico o umoristico come se fossero sinonimi.
Ma per chi scrive (e per chi legge cercando qualcosa oltre la superficie), confondere questi termini è come confondere un cerotto con un bisturi.

La differenza tra ironia, comicità e umorismo è il fondamento stesso dell’intelligenza narrativa.

La comicità è un riflesso condizionato, quasi meccanico. Funziona sull’avvertimento immediato di un contrasto, di un errore o di un inciampo. La classica persona anziana che scivola su una buccia di banana fa ridere perché il nostro cervello registra una rottura improvvisa della normalità. È una risata superficiale, fisica, che si esaurisce nell’istante in cui esplode. Non richiede empatia, anzi: vive della nostra superiorità momentanea su chi è caduto.

L’ironia, invece, è un gioco intellettuale. È la lama fredda dell’intelletto. Chi usa l’ironia afferma il contrario di ciò che pensa, costringendo il lettore a un’operazione di decodifica mentale. È uno strumento potente per la satira, perché crea una distanza di sicurezza tra chi parla e l’oggetto della critica. L’ironista osserva il mondo dall’alto, lo giudica e lo deride con eleganza, senza mai sporcarsi le mani.

E poi c’è l’umorismo.
L’umorismo è tutta un’altra bestia. Non si ferma alla superficie della caduta e non si nasconde dietro la superiorità dell’intelletto. L’umorismo nasce quando, dopo aver riso della persona anziana che è caduta, la mente fa un passo in più: si chiede perché quella persona aveva fretta, nota che le sue scarpe sono consumate e, improvvisamente, la risata si strozza in gola.

L’umorismo non è la percezione di un errore, ma la dolorosa comprensione delle cause che lo hanno generato. È un riso che nasce dal trauma, dall’inadeguatezza, dall’amara consapevolezza che la condizione umana è, nella sua essenza, tragicamente imperfetta. Non crea distanza, ma empatia.

I codici della mente: l’umorismo pirandelliano


Nessuno, nella storia della letteratura mondiale, ha sezionato questo meccanismo con la precisione clinica di Luigi Pirandello. È lui a coniare il concetto definitivo di “Avvertimento del contrario” (il comico) e “Sentimento del contrario” (l’umorismo).

Se vuoi capire come questa intuizione abbia scardinato le basi della narrazione moderna, distruggendo il confine tra maschera sociale e identità, entra nel nostro approfondimento:

L’umorismo di Luigi Pirandello e la differenza con comicità e ironia


La comicità ci fa ridere degli altri. L’ironia ci fa ridere con intelligenza degli altri. L’umorismo, e la sua deriva estrema, il grottesco, ci costringono a ridere di noi stessi, proprio mentre l’universo ci crolla addosso.

Il grottesco e l’alienazione: Kafka e la deformazione della realtà


Se l’umorismo scava nel dolore, il grottesco compie il passo definitivo: prende la realtà, la squarta e ne esaspera i difetti fino a renderli mostruosi, ripugnanti e, paradossalmente, familiari.

Il grottesco in letteratura non è un semplice “genere horror”. È una tecnica di straniamento. Quando le regole della logica ordinaria collassano, l’unico modo per descrivere una società malata è applicare quelle stesse regole a situazioni impossibili. È qui che il riso si mescola all’angoscia, dando vita a capolavori che superano il concetto stesso di “romanzo” per diventare incubi collettivi. E il maestro incontrastato di questa alchimia oscura è, senza dubbio, Franz Kafka.

Pensiamo a La Metamorfosi. Gregor Samsa si risveglia trasformato in un immenso e schifoso insetto. Questa è la premessa tragica. Ma dov’è l’umorismo assurdo? Sta nella reazione di Gregor: non è terrorizzato dal fatto di essere diventato uno scarafaggio gigante; la sua preoccupazione principale e ossessiva è quella di aver perso il treno per andare a lavoro e di come giustificare il ritardo col suo capoufficio.

La deformazione del corpo è grottesca, ma la vera comicità nera, agghiacciante, risiede nell’alienazione totale dell’individuo moderno, così schiacciato dai doveri del capitalismo e della burocrazia da non rendersi conto della perdita della propria umanità. Kafka e l’alienazione sono inscindibili proprio perché l’autore praghese utilizza il mostruoso per farci ridere – un riso strozzato, a denti stretti – dell’assurdità della nostra esistenza burocratizzata.

I labirinti della mente: Kafka e il riso amaro


L’opera kafkiana è un ecosistema complesso dove l’incubo e la farsa si tengono per mano. Per esplorare come “Il Processo” o “Il Castello” siano, in fondo, delle nerissime commedie sull’impotenza dell’uomo di fronte al sistema, leggi il nostro saggio:

Kafka e l’umorismo assurdo: il riso amaro tra alienazione e burocrazia

Se Kafka usa l’insetto e il tribunale per descrivere l’isolamento dell’individuo, cosa succede quando un’intera nazione precipita nella follia autoritaria? Per capirlo, dobbiamo spostarci verso Est.

L’umorismo russo: sopravvivere alla follia del potere


Esiste una geografia del riso. E se c’è un luogo in cui l’umorismo e la satira sociale hanno dovuto affilare le lame fino a farle diventare armi per la sopravvivenza, quella è la Russia.


Dagli anni bui dello zarismo fino alla morsa paranoica dello stalinismo, la letteratura russa non ha mai smesso di usare il grottesco come l’unico megafono possibile per gridare verità inconfessabili. L’umorismo russo è peculiare: è cupo, fatalista, surreale, capace di fondere una miseria straziante con situazioni di un ridicolo esplosivo.

Tutto ha inizio con Nikolaj Gogol. Nel suo celebre racconto Il Naso, l’organo olfattivo di un altezzoso assessore di collegio si stacca dal viso del proprietario e inizia a condurre una vita propria, arrivando addirittura a ottenere un grado burocratico superiore a quello del suo ex-padrone. L’assurdo non è l’evento fantastico in sé, ma il fatto che l’intera società di San Pietroburgo – magistrati, medici, poliziotti – accetti la situazione e cerchi di gestirla compilando scartoffie e seguendo i protocolli.
Gogol ci mostra che la burocrazia statale è così ottusa e meccanica che persino un naso gigante in divisa può farne carriera.

Questa eredità grottesca è stata raccolta decenni dopo da maestri come Michail Bulgakov, che nel Il Maestro e Margherita usa nientemeno che il Diavolo in persona (e un enorme gatto nero parlante armato di pistola) per mettere a soqquadro l’ipocrita società sovietica e l’ateismo di Stato.
E non si può parlare di letteratura dell’assurdo senza citare Daniil Charms e l’avanguardia dell’OBERIU. Le loro “miniprose” – storielle insensate, frammentate, dove le vecchie cadono dalle finestre una dopo l’altra – erano una reazione viscerale a un mondo (quello staliniano) in cui la logica e la giustizia erano state polverizzate. Se la realtà imposta dal potere non ha più senso, l’unico modo per non impazzire è abbracciare il nonsense totale.

Satira e fantascienza: il nichilismo ironico di Mark Twain e Kurt Vonnegut


Se i russi hanno usato il grottesco per sopravvivere alla tirannia di Stato, gli autori americani ne hanno fatto un’arma letale contro i miti fondativi del proprio Paese: il progresso inarrestabile, il puritanesimo religioso e il capitalismo sfrenato.

Quando pensiamo all’umorismo americano, la mente corre subito alla stand-up comedy o alle sit-com. Ma le radici della satira sociale d’oltreoceano affondano nell’opera di Mark Twain.
Twain non era solo un narratore di avventure sul Mississippi. Negli ultimi anni della sua vita, la sua ironia è diventata nerissima e ferocemente antireligiosa. Ha usato l’umorismo per smontare pezzo per pezzo le ipocrisie dell’imperialismo e della morale benpensante, dimostrando che il “sogno americano” spesso si reggeva su un incubo di razzismo e avidità. L’ironia, nelle sue mani, era un acido corrosivo capace di sciogliere le false certezze della società vittoriana.

I maestri della satira: Mark Twain


Per scoprire il lato meno noto, più oscuro e geniale del creatore di Tom Sawyer, e analizzare la sua opera di smantellamento satirico dei dogmi religiosi e sociali, esplora il nostro ritratto:

Mark Twain: biografia, opere e pensiero

Eppure, per trovare la vetta assoluta dell’umorismo usato come scudo contro il trauma, dobbiamo aspettare la seconda metà del Novecento e l’arrivo della fantascienza sociologica. Dobbiamo aspettare Kurt Vonnegut.


Vonnegut è l’architetto del nichilismo ironico. Sopravvissuto al mostruoso bombardamento incendiario di Dresda (un evento così inenarrabile da sfuggire alla logica umana), Vonnegut capisce che la narrativa tradizionale non basta per raccontare l’orrore della guerra moderna. Per farlo, serve uno stravolgimento grottesco.
Nei suoi romanzi, come Mattatoio n. 5 o La colazione dei campioni, mescola alieni a forma di sturalavandini, viaggi nel tempo sgangherati e apocalissi causate dalla stupidità umana.

Il suo umorismo è compassionevole ma disperato. La sua celebre frase “Così va la vita” (So it goes), ripetuta dopo ogni singola menzione di morte, non è cinismo: è l’accettazione assurda dell’impossibilità di comprendere il male. Vonnegut usa la satira fantascientifica per dirci che siamo una specie ridicola, capace di distruggere interi pianeti pur di sentirci importanti, ma che – nonostante tutto – meritiamo ancora un po’ di pietà.

L’ironia contro l’apocalisse: Kurt Vonnegut

Esplora come la fantascienza possa diventare lo strumento più alto per analizzare le nevrosi dell’America contemporanea, attraverso la vita e le opere del padre di “Mattatoio n. 5”:

Kurt Vonnegut: biografia dello scrittore americano di fantascienza


Oltre la letteratura: il riso come sabotaggio della “Patocrazia”


Fino a questo momento abbiamo esplorato il riso all’interno dei confini rassicuranti della pagina stampata. Ma l’umorismo grottesco e la satira feroce non sono nati per rimanere chiusi nelle biblioteche. Sono strumenti politici.

Esiste un termine clinico per descrivere un sistema di potere malato, in cui individui privi di empatia e moralità riescono a raggiungere i vertici della società, imponendo la propria visione distorta alla massa: si chiama Patocrazia. Quando una democrazia si trasforma in una patocrazia strisciante, il dibattito logico e razionale cessa di funzionare. Non puoi usare argomentazioni sensate per sconfiggere un potere che ha già riscritto le regole della logica (come ci ricorda 1984 di George Orwell o la grottesca burocrazia di Kafka).

In questo scenario, la satira sociale smette di essere intrattenimento e diventa l’equivalente verbale del sabotaggio. L’umorismo nero è il granello di sabbia negli ingranaggi del potere.

Non è un caso che i regimi totalitari (di ieri e di oggi) siano spesso incapaci di gestire la satira. Possono imprigionare i dissidenti, possono vietare i saggi politici, ma restano impotenti di fronte a una folla che ride di loro. Ridicolizzare l’autorità, esporne la miseria nascosta dietro le parate militari o i tweet altisonanti, significa spezzarne l’incantesimo. Significa mostrare che il re non solo è nudo, ma è anche goffo.

Questa natura eversiva del riso ha radici profonde. L’umorismo nero e la caricatura sono sempre stati gli strumenti privilegiati da chi ha scelto di non allinearsi, dai giullari di corte (gli unici a poter dire la verità al sovrano) fino alla stand-up comedy più radicale e sotterranea di oggi, passando per l’anarchismo storico.

L’anarchia, contrariamente allo stereotipo del bombarolo accigliato, ha spesso utilizzato l’ironia amara e la satira per smontare i miti dello Stato, della Chiesa e del Capitale. Ridere delle istituzioni non è solo una forma di sfogo: è il primo passo per dimostrare che un’alternativa è possibile, e che le strutture che ci sembrano eterne e immutabili sono, in realtà, ridicolmente fragili.

Dissenso e ironia: ridere fa bene all’ideale


Per capire come la rottura degli schemi sociali passi anche attraverso lo sberleffo intelligente, la satira pungente e la capacità di non prendersi mai troppo sul serio (nemmeno durante la rivoluzione), leggi il nostro approfondimento su:

L’umorismo anarchico e la satira come strumenti di critica sociale
e
Umorismo e anarchismo: ridere fa bene all’ideale


Perché abbiamo un disperato bisogno della letteratura dell’assurdo


Siamo giunti alla fine di questo viaggio anatomico attraverso il riso che fa male. Eppure, una domanda rimane aperta: in un’epoca come la nostra, dominata da ansia, conflitti reali e crisi continue, non dovremmo cercare storie rassicuranti? Perché ostinarci a leggere autori che ci ricordano quanto il mondo possa essere assurdo, burocratico e insensato?

La risposta è che l’umorismo grottesco è il più grande vaccino contro il cinismo.

Oggi viviamo nell’epoca dell’iper-razionalità da un lato (algoritmi, metriche, efficienza) e della finta perfezione estetica dall’altro (i social network). In questo habitat asettico, la letteratura dell’assurdo compie un gesto di pietà: ci ricorda che l’essere umano è, per sua natura, imperfetto, irrazionale e spesso patetico.

Leggere Pirandello, Kafka, Gogol, Twain o Vonnegut ci restituisce la nostra umanità più autentica. Ci insegna che non siamo i soli a sentirci fuori posto, a provare il terrore di non essere all’altezza o a percepire l’insensatezza di certe gerarchie sociali.

Ridere del mostruoso ci impedisce di diventarne complici. L’umorismo che nasce dal dolore non cancella la ferita, ma ci permette di guardarla senza esserne distrutti. E finché saremo in grado di scorgere il ridicolo nascosto nelle tragedie del potere o nelle nostre piccole nevrosi quotidiane, manterremo in vita l’unico spazio in cui l’autorità e l’alienazione non potranno mai raggiungerci: la nostra mente.

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may 25: a text by differx @ ‘moss trill’

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massimo troisi e l’assoluto candore di andreotti


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Le brigate Garibaldi della Lombardia furono tra le più efficienti nella cattura dei presunti collaborazionisti


Il decreto legislativo n.° 142 emanato il 22 aprile 1945 toccò un nervo scoperto di chi aveva conosciuto le asprezze del governo di Salò e il fardello dell’occupazione tedesca.
Molti cittadini si dimostrarono pronti a collaborare con le istituzioni preposte per attuare i provvedimenti sanzionatori sporgendo denunce contro i collaborazionisti. A Liberazione avvenuta, svanito il timore delle repressioni e delle persecuzioni da parte di nazisti e saloini, nulla più ostacolò l’iniziativa della popolazione di “farla pagare” ai precedenti oppressori e profittatori.
La mole e lo stato attuale dell’archiviazione delle fonti a disposizione rende difficoltosa, al momento, la ricostruzione dell’effettiva consistenza di tutte le denunce sporte a carico dei collaborazionisti nella provincia di Milano <124.
Dalle informazioni reperibili a partire dagli atti processuali si desume che la maggior parte delle persone accusate di collaborazionismo per cui fu istruito il processo furono segnalate tra la fine di aprile e la fine di giugno 1945. Nella seconda metà dell’anno le denunce continuarono con una minore intensità fino a cessare nella primavera successiva <125.
Gli autori delle denunce furono in molti casi i parenti o i conoscenti delle vittime o coloro che avevano direttamente subito i torti o le violenze. E’ il caso, ad esempio, dell’avvocato Alfonso Mauri, il quale due giorni dopo la liberazione di Milano denunciò il portinaio dello stabile dove esercitava la professione, Stefano Barlocco, per aver provocato il suo arresto da parte della polizia tedesca <126. E’ invece la vedova Anna Abanassino a denunciare, il 20 maggio 1945, Norberto Ficini quale delatore del marito Ferruccio Bolognesi, morto in Germania dopo esservi stato deportato <127. Analogamente, il commerciante di origine argentina Santiago De Filippi, processato “per aver denunciato alle SS Germaniche il sig. Goldfluos Enrico, segnalandolo come israelita e detentore di armi destinate ai partigiani nonché di apparecchio radio ricevente trasmittente, provocandone l’internamento a Dachau”, è stato segnalato dal figlio dell’internato <128.
Anche i gruppi partigiani attivi sul territorio investirono le proprie energie nella ricerca e denuncia dei fascisti di Salò che, in molti casi, vennero dalle stesse bande fermati e arrestati.
Alcuni esempi: l’ufficiale della Gnr Alberto Guzzi fu prelevato il 26 aprile da un corpo di Volontari della Libertà, Maria Ferlat, interprete, venne arrestata il 30 aprile dai volontari della sezione romana-vigentina del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Alcuni agenti di pubblica sicurezza del comando generale della VIII brigata Matteotti fermarono il 3 maggio Tommaso Cacciapuoti, arricchitosi grazie a traffici illegali con i tedeschi, mentre il Commissario nazionale per l’Opera Nazionale Combattenti Luigi Russo fu arrestato qualche giorno dopo (12 maggio) da una formazione di “Giustizia e Libertà” e Ugo Franzolin, cronista di guerra della X Mas, da un gruppo garibaldino della Lombardia <129. Le brigate Garibaldi della Lombardia furono tra le più efficienti nella cattura dei presunti collaborazionisti. Oltre ad esse e a quelle citate nei precedenti esempi si misero in azione la brigata “giovanile Matteotti”, la brigata “San Giusto”, la brigata “Migliarini” e gruppi del Corpo Volontari della Libertà come la brigata “Biancardi” e il gruppo “Montezemolo”.
Altre volte le segnalazione di sospetti collaborazionisti arrivarono da colleghi di lavoro <130 o coinquilini <131, mentre in rari casi – concentrati nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile – si registrano costituzioni spontanee <132.
A tener desti gli animi della popolazione sulla punizione dei delitti commessi in nome del fascismo contribuirono, nei primi mesi dopo la liberazione, gli organi di stampa. I giornali del tempo ospitarono, infatti, articoli che, con toni più o meno infervorati e con considerazioni più o meno polemiche, mantennero la vicenda sanzionatoria al centro dell’interesse pubblico.
A partire dalla fine di maggio, sulla pagina milanese del Corriere d’Informazione apparvero costantemente aggiornamenti sugli ex-fascisti arrestati <133 e resoconti dei processi che si svolgevano davanti alla Corte d’Assise Straordinaria di Milano <134.
Parallelamente, i cittadini furono febbrilmente invitati collaborare con i Cln e le pubbliche autorità per avviare più celermente possibile i processi sanzionatori. Già nei primissimi giorni successivi alla liberazione apparvero incoraggiamenti a sporgere “denuncie dettagliate, indicando le persone, i fatti, i danni subiti e le prove documentali od orali” facendo pervenire “uno scritto senza alcuna formalità alla Commissione intestata sedente presso il Palazzo di Giustizia, via Freguglia” <135.
Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, i numerosi articoli sull’argomento divennero veri e propri appelli indirizzati alla popolazione a darsi da fare per “stanare” gli ex fascisti che si nascondono <136 o che tentano di riciclarsi come partigiani <137 e coloro che hanno approfittato dell’occupazione tedesca per godere di posizioni di potere o per portare a termine affari e profitti personali <138. La risposta dei cittadini ai frequenti appelli sembrò essere positiva, tanto da incalzare il lavoro della polizia e dell’apparato giudiziario <139.
In genere i querelanti indirizzarono i propri esposti alla Questura, ai Carabinieri o direttamente alla Corte d’Assise Straordinaria mediante l’ufficio del PM o l’autorità inquirente. Moltissimi furono anche coloro che si rivolgono ai Cln che, in questa fase di “caccia al nemico” dimostrarono grande energia ed operosità.
Tra la primavera e l’estate del 1945 i Comitati di Liberazione regionali e provinciali ricevettero una pioggia di denunce, segnalazioni, aggiornamenti e indicazioni <140.
Al Cln della città di Milano privati cittadini denunciarono, ad esempio, alcuni impresari nel campo edile per essersi messi a servizio dell’occupante.
Gino Ferrari, appaltatore edile operante a Molinazzo di Cormano, venne denunciato perché “Sostenitore e difensore e propagandista del verbo fascista – prima e dopo l’8 settembre 1943 – particolarmente ai propri dipendenti, collaborazionista dei fascisti e dei tedeschi per i quali ha fatto lavori diversi per conto della Todt, di Milano e provincia”. Inoltre, “ha minacciato ripetutamente i dipendenti di invio in Germania se questi manifestavano la loro avversione ad essere impiegati sui lavori per i tedeschi e per le loro organizzazioni. Sollecitava i nipoti all’iscrizione nell’esercito repubblichino e brigava presso Farinacci per far ottenere una ricompensa al valore militare ad un nipote ferito nella lotta contro i Patriotti sul fronte italiano”. Infine: “E’ già stato segnalato da diversi dipendenti come elemento fazioso, e ricercato dopo il 26 luglio 1943 per una giusta punizione, ma si era reso irreperibile. Ha fatto discreta fortuna durante il periodo di guerra immagazzinando rilevante quantità di materiale venuto da vie traverse della Todt”. Insieme a lui, anche la moglie, Maddalena Lireque Ferrari, di nazionalità francese, fu segnalata in quanto “coadiuva, segue ed incita il marito, tipico esempio di degenerazione dei caratteri francesi, fascista, opportunista, denigratrice del proprio paese” <141.
Di un altro appaltatore edile operante nel milanese, Aldo Cardani, si comunicò: “Sostenitore fascista e propagandista di prima e dopo il 26 luglio. Tacciava pubblicamente di antitaliani dei semplici antifascisti, provocando noie e richiami polizieschi per questioni seguite da minacce da parte delle autorità politiche fasciste” <142.
Un’ulteriore denuncia riguardò l’Ingegner Guido Piazzoli, titolare della ditta “Fr. Ing. Piazzoli” di Milano. In essa si dichiarò che l’ingegnere, al momento irreperibile, usava mettere a disposizione dei tedeschi le proprie risorse e la propria professionalità eseguendo lavori di fortificazioni, bunker, fori da mine nel tratto stradale Ventimiglia-San Remo, e che in più si vantava della ingente fortuna che queste attività gli avevano procurato <143.
Anche i soldati tedeschi rimasti in territorio italiano dopo il 25 aprile furono oggetto delle denunce dei cittadini.
Nel luglio 1945 l’artista lirico Luigi Stellasi informò il Clnai che Alf Rauch, cittadino tedesco e nazista, circolava in Milano con falsi documenti e suggerì di rivolgersi all’impresario del teatro Carcano per testimonianze circa i suoi trascorsi <144. Negli stessi giorni, venne denunciato anche il Dr. Wilhelm Vogel, proprietario o comproprietario della ditta “Primo aghificio italiano S.A. Lecco-Laorca”.“Il dott. Wielhelm Vogel – si legge nella denuncia – è spia di pace e di guerra, lui e sua moglie Gina Fabbri di Ravenna, ove ha parenti fascisti e già gerarchi e ove avranno forse nascosto denaro e gioielli e altro. Questa canaglia del dott. Vogel, come tutti gli altri tedeschi che sono in Italia e “nessuno li tocca” <145, quanto siamo imbecilli noi Italiani, e sono migliaia che infestano Milano e tutta l’Italia e tutti da fucilare perché tutti quanti complici (spie ladri assassini) coi comandi tedeschi e in futuro proibire per legge la residenza in Italia a tutti i tedeschi, questo spione del dott. Voghel ha diversi indirizzi …” <146.
La spirale delle denunce cominciata alla fine dell’aprile 1945 divenne per qualcuno una ghiotta occasione da sfruttare per disfarsi di elementi sgraditi. Risale al 4 settembre 1945 una lettera firmata dal Cln di Pantigliate in cui si chiede al Clnai di intercedere presso il Comando dell’Arma dei Carabinieri per ottenere la sostituzione del Brigadiere Fogliani, Comandante la Stazione locale dei Carabinieri. Il motivo della richiesta fu la sua “scandalosa condotta”. Egli “gozzoviglia, e da tempo, con tutti i signoretti esponenti dell’ex PFR diminuendo il principio d’autorità e giustizia che dovrebbe essere integro in un Comandante dei CC.RR. […] Inoltre è un uomo che non ha nessuna parola, che girella a seconda dell’opportunità e non gode ne stima né fiducia tanto dalle Autorità quanto dal popolo” <147.

[NOTE]124 Le denunce a carico dei collaborazionisti non sono raccolte in modo sistematico e unitario ma sparpagliate tra le denunce giunte ai vari commissariati di Polizia e alla Questura di Milano per tutti i tipi di reato. Cfr. ASM, QUESTURA DI MILANO, Casellario permanente di polizia giudiziaria (bb 523), Commissariati di pubblica sicurezza di zona (bb 558), Commissariati di pubblica sicurezza distaccati (bb 33). A queste bisogna poi aggiungere le segnalazioni fatte al Clnai e alle sue varie sezioni provinciali della Lombardia, di cui è reperibile solo una miscellanea nei fondi Cln Alta Italia e Cln città di Milano dell’INSMLI.
125 L’ultimo esposto registrato è quella a carico di Franco Gandini, denunciato il 4 aprile 1946 dal dott. Weinelberger Emanuele, di nazionalità ebraica e suo creditore, per averlo precedentemente segnalato all’ufficio politico del gruppo Oberdan di Milano. ASM, Cas Milano, 10.05.1947, Sez. Terza, Pres. Emanuele Giovanni, vol. 10/1947.
126 ASM, Cas Milano, 06.07.1945, Sez. Prima, Pres. Marantonio Luigi, vol. 1/1945.
127 ASM, Cas Milano, 19.09.1945, Sez. Terza, Pres. Marano Matteo, vol.2/1945.
128 ASM, Cas Milano, 08.08.1945, Sez. Prima, Pres. Mottino Gianbattista, vol.1/1945.
129 Nell’ordine: ASM, Cas Milano, 08.06.1945, Sez. Prima, Pres. Marantonio Luigi; 23.05.1945, Sez. Prima, Pres. Marantonio Luigi; 06.07.1945, Sez. Prima, Pres. Marantonio Luigi; 01.06.1945, Sez. Prima, Pres. Marantonio Luigi ; 13.06.1945, Sez. Seconda, Pres. Modugno Domenico, vol.1/1945.
130 Edgardo Matisek, ad esempio, Commissario per la gestione straordinaria della società per azioni “Philips Radio e Metalix” è denunciato per illeciti affari con gli occupanti dai colleghi di lavoro. ASM, Cas Milano, 09.07.1045, Sez. Prima, Pres. Mottino Gianbattista, vol. 1/1945.
131 De Rossi Maria, casalinga, è accusata di delazione dal coinquilino Enzo Imbriani. ASM, Cas Milano, 03.07.1945, Sez. Seconda, Pres. Gurgo Luigi, vol. 1/1945
132 Mario Nasini, ufficiale dell’esercito poi passato alla milizia volontaria della sicurezza nazionale e al servizio della Rsi, si consegna spontaneamente alla polizia alla fine di aprile mentre Giuseppe Dalla Croce si costituisce al Cln di Cusano Milanino per essere stato capitano della Gnr e aver svolto la funzione di Pubblico Ministero presso il Tribunale Speciale per la difesa dello stato, nella sezione VII con sede in Milano. Nell’ordine: ASM, Cas Milano, 11.06.1945, Sez. Seconda, Pres. Modugno Domenico; 13.07.1945, Sez. Prima, Pres. Mottino Gianbattista, vol. 1/1945.
133 “Quasi quattro mila “politici” nel carcere di San Vittore” e “Spie e aguzzini fascisti tratti in arresto” in Corriere d’informazione, 28 maggio 1945; “Tristi figuri fascisti tratti in arresto”, in Corriere d’informazione, 09 giugno 1945.
134 “Il processo a Rolandi Ricci. Un clamoroso incidente”, in Il Corriere d’informazione, 24 maggio 1945; “Trent’anni ad Attilio Teruzzi e quindici e Rolandi Ricci”, Ibidem, 25 maggio 1945; “L’istruttoria contro Graziani”, Ibidem, 27 maggio 1945; “Buffarini Guidi e Uccelli condannati alla pena capitale”, Ibidem, 29 maggio 1945; “Escandescenze dell’ex gerarca durante l’interrogatorio”, Ibidem, 8 giugno 1945; “Cesare Rossi condannato a quattro anni di reclusione”, Ibidem, 9 giugno 1945.
135 “Le Commissioni di giustizia al lavoro”, in L’Unità, 28 aprile 1945.
136 “Centinaia restano da prendere ancora annidiati nelle case o ricomparsi in strada sotto i travestimenti più impensati. Tenete gli occhi aperti. Segnalateli subito ai Comandi”, in “Un collaborazionista”, Ibidem, 11 maggio 1945.
137 “Bisogna stare in guardia, bisogna impedire che questa gente giunga a infiltrarsi nei partiti antifascisti”, in “Mimetizzazioni”, Ibidem, 12 maggio 1945.
138 “Punire i collaborazionisti”, Ibidem, 30 aprile 1945.
139 “alla pressione delle masse, che diventa sempre più intensa, corrisponde un risveglio, sia pure ancora insufficiente, dell’apparato giudiziario e dell’attività degli organi di polizia”, in “La questione partigiana davanti al Consiglio dei Ministri”, Ibidem, 13 maggio 1945.
140 Il fervore e lo slancio dei cittadini a partecipare alla punizione dei fascisti è testimoniato dalla mole della documentazione reperita. Numerosi sono gli incartamenti conservati all’Archivio dell’Istituto INSMLI di Sesto San Giovanni in cui sono conservate centinaia di denunce e segnalazioni. Cfr. Archivio INSMLI, Fondo Cln Alta Italia, b. 49, fasc. 606, 607, 608, b. 51, fasc. 679, b. 52, fasc. 688, b. 58 fasc. 765, b. 59, fasc. 787 e 789; Fondo Cln città di Milano, b. 3, fasc. 19. Lo stesso dato è messo in luce per l’Emilia Romagna da Mirco Dondi in M. Dondi, La lunga liberazione, p. 41.
141 Archivio INSMLI, Fondo Cln Alta Italia, busta 59, fasc. 787.
142 Ivi
143 Ivi
144 INSMLI, Fondo Clnai, b. 49, fasc. 606.
145 Corsivo suo.
146 INSMLI, Fondo Clnai, b. 49, fasc. 606.
147 INSMLI, Fondo Clnai, b. 59, fasc. 793.
Lucia Reggiori, Collaboratori e collaborazionisti a Salò: i processi per collaborazionismo nelle sentenze della Corte d’assise straordinaria di Milano (1945-1947), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2014

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Una famiglia fantastica

edu.inaf.it/approfondimenti/sc…

In occasione dell’uscita del film dei Fantastici Quattro, andiamo alla scoperta delle origini scientifiche dei loro superpoteri.

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30 luglio, bazzano (parma): la seconda vita di corrado costa


30 luglio, iniziativa a cura di Daniela Rossi

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Per quanto riguarda il Movimento giovanile democristiano, l’irrigidimento era palpabile


Gli eventi che vanno dal V congresso Dc di Napoli all’VIII convegno nazionale giovanile (Firenze, giugno 1955) sono come inscritti in un «piano inclinato», ove la «mutazione genetica» della Dc con l’andata al comando della «seconda generazione», quella di Iniziativa democratica, contribuisce ad accelerare le differenziazioni e, in una parte consistente, anche la dispersione di un patrimonio politico-culturale di generazione. Di fronte a un segretario, Fanfani, autoritario e organizzativista, accusato di voler usare il Movimento giovanile solo in senso attivistico-propagandistico, stanno ormai questi giovani che, in vario e articolato modo, gli si oppongono da «sinistra».
L’ultimo numero de «La Base» esce il 30 luglio 1954. Non è una chiusura imposta dall’altro, anche se nelle prime settimane di quello stesso anno la Direzione democristiana aveva affermato l’inammissibilità che su problemi di primaria importanza fossero espresse tesi non in linea col partito <678. Nonostante l’ingresso nel partito della seconda generazione di Iniziativa democratica e di alcuni elementi della terza, la Democrazia cristiana stentava a rinnovarsi e l’attivismo fanfaniano non si traduceva, per i basisti, nella costruzione di un moderno partito. A giudizio della Base era mancata, dopo il 7 giugno 1953 e il Congresso di Napoli, una riflessione profonda che non si riducesse unicamente alla difesa dell’unità del partito. Questo irrigidimento era d’altronde presente anche nel mondo cattolico. Nel 1954 Mazzolari tornava ad essere oggetto delle attenzioni del Sant’Uffizio: il 28 giugno il cardinale Giuseppe Pizzardo gli aveva vietato di predicare al di fuori della propria parrocchia. Un altro intervento punitivo fu rivolto contro don Milani, trasferito da Calenzano nel piccolo centro di Barbiana. Infine il presidente della Giac [Gioventù Italiana di Azione Cattolica], Mario Rossi, era costretto alle dimissioni.
Per quanto riguarda il Movimento giovanile, l’irrigidimento era palpabile: oltre al già citato deferimento ai probiviri di Arnaud, all’inizio del 1955 la Direzione, dopo la relazione di Fanfani sulle «questioni disciplinari», decide anche il deferimento di Amos Ciabattoni, reo, insieme al delegato regionale del Lazio Signorello, di aver diffuso un documento riservato assai critico sulla Dc e sul Movimento giovanile <679 di cui è venuta in possesso «l’Unità» che «ne ha tratto motivo per critiche al partito» <680.
Sul caso Rossi si esprime anche il quindicinale della Base con un articolo di Dorigo e con una lettera di Magri. Questa l’interpretazione del primo: “Il prof. Gedda sta giocando grosso e con l’avventato dilettantismo che distingue il suo comportamento in ogni campo ha voluto ad ogni costo far precipitare la situazione: si tratta, com’è chiaro, di una incosciente sfida alla stragrande maggioranza dei cattolici, i quali sanno vedere nel provvedimento preso nei riguardi generali della Gioventù cattolica lo squillo d’allarme più prepotente. […] Non è difficile né azzardato infatti collegare il siluramento di Rossi, come già quello di Carretto e dei suoi immediati collaboratori nell’ottobre del 1952, con la tenace, consapevole e logica resistenza della Gioventù d’Azione cattolica, in tutti i suoi quadri centrali e periferici, ad un andazzo che, precostituendo illecitamente in sede religiosa e con strumenti religiosi (tale è l’Azione Cattolica) scelte politiche di enorme portata, vuole imporre alla Dc, attraverso vie e uomini ben noti nella Dc, quella vera e propria strada sull’abisso alla quale l’apertura a destra e l’alleanza con le destre reazionarie monarchico-fasciste ci inchioderebbe senza possibilità di ritorno” <681.
Nella rubrica della rivista, “Voci dalla base”, si rendeva noto che la maggior parte delle lettere pervenute alla redazione conteneva pareri simili a quelli espressi da Dorigo. Nella sua lettera Magri analizza invece il comportamento della stampa di destra sul “caso Rossi”: “I quotidiani della destra hanno voluto affrontare la questione nel suo complessivo significato, anche religioso. Ed è questo molto significativo perché rivela l’intenzione precisa di compiere una identificazione semplice tra una determinata linea politica e la stessa ortodossia religiosa. È tutto lo zelo dei cattolici ferventi, la assillante preoccupazione per la salvezza della dottrina, la smania dell’ortodossia che, con un evidente equivoco delle competenze e di capacità i commentatori politici dei giornali reazionari invocano contro il modernismo e il deviazionismo in cui “necessariamente” cadono, a loro avviso, i giovani” <682.
In un documento “riservato” firmato Berlinguer, segretario della Fgci, e inviato a Luigi Longo, viene notato come proprio il caso Rossi abbia aperto un interessante dibattito «nonostante l’ingiunzione al silenzio dell’Osservatore Romano, sul periodico cattolico milanese La Base», «che si propone evidentemente di coordinare il movimento di diffuso malcontento esistente contro Gedda e di raggrupparlo attorno al gruppo più avanzato dei cattolici milanesi, così come ci è stato indicato in un colloquio che abbiamo avuto» <683.
È ancora Berlinguer, cogliendo l’occasione del “caso Rossi”, a scrivere a tutte le sezioni italiane della Fgci indicando che “la crisi della GIAC è uno degli aspetti del disorientamento esistente nel mondo cattolico in generale nel quale si combattono interessi diversi. Ad esempio vi è già fra i dirigenti giovanili ed anche tra alcuni anziani e sacerdoti la preoccupazione di trovare un accordo con noi. Per quanto riguarda i dirigenti diocesani noi abbiamo notizia che hanno espresso solidarietà al Rossi quelli del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia Romagna, di Siena, di Perugia e di Napoli. Posizioni di solidarietà si sono avute nella FUCI, nei Gruppi giovanili DC, tra i giovani delle
ACLI e della CISL […] la crisi della GIAC non ci ha preso alla sprovvista in quanto i motivi di contrasto, seppur in modo impreciso, li avevamo analizzati e non si può escludere che in parte al maturarsi dei contrasti tra i giovani cattolici abbia contribuito anche l’azione unitaria che da tempo andavamo sviluppando. La nostra posizione dopo la crisi di direzione è stata di simpatia e di cautela al centro e su scala provinciale, ricercando il contatto e la discussione, e di aperto intervento alla base, nel senso che abbiamo indicato la necessità che i giovani comunisti si recassero negli oratori della GIAC per discutere la questione” <684.
Quella che doveva essere una temporanea chiusura estiva, era divenuta per «La Base» una chiusura comunque definitiva. Qualche settimana più tardi veniva a mancare De Gasperi. Con la morte del leader trentino mutavano anche i rapporti di forza all’interno del partito; il successo di Iniziativa democratica si era tradotto nella vittoria di una corrente piuttosto che in un profondo cambiamento. Dietro la chiusura de «La Base» c’erano senza ombra di dubbio le pressioni di Fanfani, che avevano costretto i basisti a chiudere l’omonimo quindicinale e inaugurare una nuova esperienza editoriale, «Prospettive», come mezzo per difendere i valori dell’antifascismo, del rinnovamento del partito, della costruzione dello Stato democratico, della lotta ai monopoli e di un diverso anticomunismo. «Senza la collaborazione fra masse cattoliche e masse comuniste – scrivono ad esempio già nel secondo numero i redattori – la Resistenza non avrebbe avuto, come invece ha avuto, il significato di un risveglio della coscienza nazionale per la edificazione di un nuovo Stato»; «ora, nello escludere il comunismo italiano e nel mantenerlo fuori dallo Stato – proseguono – bisogna obiettivamente tenere conto che si esclude una forza componente della sua costituzione» <685.

[NOTE]678 La Direzione, infatti, riteneva «assolutamente al di fuori di una seria vita democratica del Partito, la tendenza che va diffondendosi, di iniziative da parte di singoli o di gruppi di iscritti per la pubblicazione di fogli periodici rivolti soprattutto ad una polemica interna che assume talvolta asprezze tali da essere giustificata soltanto se fosse rivolta contro i nostri più violenti avversari. È urgente ricordare a tutti che la stampa di Partito per svolgere un’azione costruttiva deve essere legata a precise responsabilità di organi di Partito e mai alla fluida responsabilità di uno o pochi iscritti che agiscono senza un preciso mandato ufficiale»; ASILS, Dc, Dn, s.28, f.22, Verbale della riunione del 2 agosto 1954.
679 Nel documento firmato da Ciabattoni si sosteneva che «Da lungo tempo andava maturando la grave crisi del Movimento giovanile. Anzi, per usare una espressione più aderente alla realtà, da parecchio si sentiva l’esigenza di concludere, con grande cautela, ma ad ogni costo, il travaglio del Movimento giovanile. Dopo gli ultimi avvenimenti politici, infatti, si era maggiormente acuito il contrasto e il distacco tra il centro Nazionale e la Periferia (ciò anche per esplicita ammissione degli stessi Dirigenti Nazionali) e l’immobilismo tradizionale non trovava, ormai, più scusanti. […] I numerosi “ma che succede” e i “ma che cose dobbiamo fare” della periferia crediamo debbano essere tacciati. Non in un modo qualsiasi. Ma nell’unico modo dovuto: con poche parole e molti fatti, e soprattutto idee molto chiare. Non vorremmo si dimenticasse, nel frattempo, la precisa funzione del “reggente”: organizzare entro novanta giorni il convegno. Senza cioè possibilità di impostazioni determinate, avendo il Comitato affermato a maggioranza che resta valido l’impegno di sottoporre alla discussione del Convegno nazionale la linea politica e organizzativa fino ad oggi seguita dalla Direzione del Movimento. […] Alcune esigenze: legare la fiducia ai Dirigenti Nazionali e all’Esecutivo in carica […] Indipendenza del Movimento giovanile DC da ogni forma di “corrente” interna di Partito. […] Garanzia di libera azione al di fuori della semplice organizzazione del Partito. […] già nel Comitato Nazionale di Anzio del febbraio 1954, l’esigenza di una totale revisione della linea politica e organizzativa del Movimento era apparsa evidente. […] è cosa nota se si afferma che il nuovo Esecutivo non ha risolto nessun problema. I gruppi giovanili debbono infine rappresentare il punto di contatto più facile e più vicino con tutte le organizzazioni giovanili operanti»; cfr. ASILS, Dc, Dn, s.31, f.21, Verbale della riunione del 7 gennaio 1955.
680 Ibidem.
681 W. Dorigo, La sostituzione di Rossi alla Giac, in «La Base», n.7, 5 aprile 1954.
682 L. Magri, Nessuna complicità dei giovani, in «La Base», n.9, 5 maggio 1954.
683 APCIG, carte Fgci, b. 1954/2, f. 0423-2559, Note sul nostro lavoro verso i giovani cattolici, s.d. «La linea di azione che ci siamo fissati – prosegue il documento – nei giorni della crisi della Giac ci pare oggi ancora valida: appunto perché tra i giovani della sinistra cattolica vi è confusione e talvolta indecisione e timidezza, appunto perché vi è una situazione tale da prestarsi alle manovre degli ecclesiastici e di taluni uomini politici democristiani, occorre intervenire dall’esterno e dall’interno per rendere più rapido il processo di chiarificazione, per rendere più rapido il processo di chiarificazione, per incoraggiarli a resistere e a lottare dentro le fila del movimento democristiano. Un’azione più ampia verso al gioventù cattolica veniva iniziata dopo le note vicende della destituzione del dott. Rossi e della direzione centrale della GIAC. In questa occasione il Comitato Centrale, molte Federazioni e numerosi circoli svilupparono un lavoro di orientamento e di informazione verso la gioventù cattolica. Il risultato del lavoro svolto in questo periodo aveva anche un valore interno: infatti una maggiore sensibilità della gioventù comunista per il lavoro verso la gioventù cattolica è stata segnalata dopo questo periodo quasi ovunque. Il 18-19 giugno si riuniva a Perugia il Comitato Centrale della FGCI che, sulla base delle ultime nostre esperienze e delle indicazioni fornite dal compagno Togliatti al Comitato Centrale del Partito, impegnava tutta l’organizzazione della gioventù comunista a intensificare il lavoro per l’intesa fra la gioventù comunista e la gioventù cattolica. Nel corso di questi mesi, nonostante il massiccio intervento delle gerarchie ecclesiastiche e dei dirigenti fanfaniani della DC, si avevano numerosi casi di collaborazione su problemi diversi e in numerose città tra giovani dell’A.C. e democristiani e la gioventù comunista. Significative sono le adesioni di giovani dirigenti cattolici alla lotta in difesa della pace, contro la CED e il riarmo tedesco a Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna, Forlì, Siena, Trento, Bari, Messina, Rovigo».
684 APCIG, carte Fgci, b. 1954/2, f. 0423-2559, Lettera di Enrico Berlinguer alle sezioni della Fgci, s.d.
685 Provvedimenti anticomunisti, in «La Base», n.2-3, 25 dicembre 1954.
Andrea Montanari, Il Movimento giovanile della Democrazia Cristiana da De Gasperi a Fanfani (1943-1955), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Parma, 2017

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37 esitazioni originali di marco giovenale / differx. 2025


audio da staccare e conservare
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Andrea Alba, L’ombra di Kafka


Cristina, alla fine degli anni novanta – al tempo del millennium bug – usa la cabina telefonica per comunicare con tutti, a partire dai genitori. Anche se sono forniti, almeno il padre, di cellulare. Una scelta originale, oggi impensabile.

E’ una studentessa universitaria, alle prese con la tesi. Per semplificare diremo una tesi su Kafka, ma il tema, come scoprirà chi legge il libro, è […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/07/25/andr…

#letteratura

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ripaperamento delle pigne nintendiche per mezzo del cartatore (aggiornamenti Papiellify e usi pratici)


È ovviamente ironico ma, anche per via del mio nuovo Papiellify che mi sta tenendo letteralmente le mani occupate, adesso sto scrivendo meno papielli della roba mia qui sopra… peccato. Ma va bene, suppongo ci sia comunque tempo per scrivere un piccolo aggiornamento, prima di andare a letto… tanto, se già ieri sera ho ampiamente ritardato il sonno perché ho come al solito perso la cognizione del tempo a programmare, e la sera prima ugualmente perché dovevo fare gli ultimissimi ritocchi al progetto per l’esame del giorno dopo (…che manco sono serviti, maremma cara), allora stasera posso fare lo stesso dopo essermi liberata dal giogo della carta. 👍

In mezzo a questa tale mia disperazione, almeno, c’è qualcosa di buono da vedersi in come, piano piano, tutti i miei strumenti lavorino sempre meglio tra di loro, e come io quindi mi stia avvicinando in modo sempre più comodo ed efficace ai miei piani finali (purtroppo, appunto, a scapito del sonno, ma vabbé). Avendo solo dal giorno prima fatto pace con la creazione di fogli sfiziosi grazie alla previa creazione di Papiellify, infatti, sono potuta tornare qualche attimo a Pignio; che, tra i tanti motivi, come accennai, è stato creato anche per permettermi di raccogliere materiale relativo a schifezze da stampare, oltre ai meme da ospedale psichiatrico… 🦫

E quindi, ieri sera, in un attimo (…talmente tanto “attimo” da avermi fatta andata a mimir un’ora più tardi del normale, e il mio normale è già tardissimo), ho implementato una cosa che avevo stranamente dimenticato dall’inizio, cioè il listino di singole directory del file system… e, lasciando stare che pure stavolta mi sono accorta solo la mattina in produzione di un piccolo difetto nella app (e ormai, con questo progetto, questo schemino è una certezza, sigh), oggi ho potuto godere meglio di quelle 91 immagini che ieri ho caricato in blocco sulla piattaforma, appunto in una cartella apposita: tutte (?) le carte da lettera di Nintendo Swapdoodle, rigorosamente ottenute tramite screenshot a manina dalla app sul mio 3DS e qui ricaricate violando il copyright (di software oggi non più ufficialmente distribuito)!!! 😍
Foto alla mia scrivania, con il modello a decorazioni rosa stampato in A6 su fogli A4, Swapdoodle sul 3DS XL con evidenziato il modello originale, il tablet con aperta la directory in questione sulla finestra di Pignio, e dietro la finestra di Papiellify con aperto il modello.
Quindi, mi sono poi nuovamente messa all’opera sul fronte cartaceo mediato digitalmente, adoperandomi nel tentativo di trasformare una a caso di queste carte da lettera (di cui una gran parte onestamente molto belle e interessanti, e ne godo che ora siano preservate sul mio Pignio) in dei normali fogli per appunti — a dimensione ISO A6, anziché il quadrato di 250×230 pixel che Nintendo ci ha (in)gentilmente concesso, ma per A4 o altro vale lo stesso — e ci sono riuscita. Ho dovuto implementare ancora qualche altra robetta nel fogliatore per farlo, con non poca fatica (e non ho ancora finito…), ma ce l’ho fatta, e trovo sia incredibilmente magico vedere fianco a fianco l’originale immaginetta di dimensioni micragnose e il mio riadattamento — fatto col taglia e cuci, ma pulito, senza stretching… e soprattutto semi-automatico. 😋

E si, stavolta la questione è davvero tutta qui, scusate se è poco; non sto banalmente cacciando fuori magie, bensì sto poco a poco riuscendo attivamente a combattere il principio di Murphy per cui non si può mai fare niente senza che qualcos’altro vada fatto prima. Comunque sia, i nuovi piccoli aggiornamenti che insomma ho fatto a Papiellify (assieme ai tanti ancora non discussi per il Pignio, ma vabbé) sono già online… e ho aggiunto pure il modello creato stavolta alla raccolta dei file: memos.octt.eu.org/m/gnwNvbS4zv… (dovrebbe essere l’ultimo in lista). Quindi ora, forse, posso dormire… ma domani c’è da rilegare questi 10 fogli in un quadernino da 40 pagine, quindi il grind per me non finisce mai. 😵

#carta #decorazioni #Papiellify #stampa #Swapdoodle


il cartafacenzio di octo e la foglianza interattiva!!! (Papiellify, nuova app per creare fogli decorati)


Nel tentare (in parte invano, ma in parte no, dai) di alleviare le mie sofferenze giornaliere, dovute alle solite impossibilità di incartamento, eccomi qui di nuovo ad uscirmene fuori dal letterale nulla con un nuovissimo dei miei toolini pazzurdi… Ma a ‘sto giro ho davvero poca voglia di scherzare, quindi, per una buona volta, metto la fine della storia all’inizio: l’aggeggio di questa volta è caricato su https://hub.octt.eu.org/Papiellify/ (ed era da tanto che non mettevo una roba nuova lì sopra…), ed in poche parole è nientedimeno che un (o meglio, il; credo sia l’unico al mondo) fogliatore… 🍀

In pratica, ero qui di nuovo a voler stampare fogli con grafichine personalizzate, come mostrai qualche altra volta, ma il solo pensiero di dovermi ancora mettere a fare tutta quella roba strana in programmi tipo Office (di qualsiasi vendor; io uso Libre, ma non cambia) — assolutamente non fatti per questo tipo di cose, nonostante stranamente usati da tutti per questo tipo di cose — piazzando nei bordi le immagini, poi le righe, e infine non ne parliamo di layout un pochino più complessi… mi fa venire subito la nausea e dunque addio alle intenzioni spassose. Ovviamente, come all’assoluto solito, sono una ragazza magica, e quindi, piuttosto che avvilirmi, è spuntato fuori il momento di mettermi all’opera, con la programmazione… e questa qui è la primissima versione abbastanza utilizzabile da essere pubblicata, gnam! 🥰

Ho avuto rubamenti di tempo vari adesso eh, quindi ci ho messo qualche giorno in più che normalmente non avrei impiegato per arrivare al punto di qualcosa che già mi sta essendo di enorme utilità, ma la app per ora è ancora abbastanza semplice, pure se non sembra… Ci sono tanti controlli a schermo, si, e si possono già creare infiniti layout sfiziosi semplicemente maneggiando con questi form, certo, però questo ancora non è niente rispetto a quello che potrebbe essere… neanche il tempo di saltellare per i progressi già fatti finora, infatti, e già sento la mancanza di una gestione multi-pagina, o di più preset di stile impostabili, ma vedrò di adoperarmi man mano che le necessità spunteranno fuori (a me, o ad altri… vi scongiuro, apprezzate il mio lavoro cartiaco…) 😳

Io invito come sempre a provare per credere (e sennò che cazzo li metto online a fare i miei tool…), ma in buona sostanza questo è come funziona la app: sfruttando non casualmente, ma proprio esattamente (cioè, usare altro di base mi avrebbe richiesto infinitamente più lavoro), le funzioni di layout intrinseche della piattaforma web (il CSS, bono!), permette di gestire dei livelli (che nella pagina sono non altro che elementi HTML con applicati particolari stili), che sono definiti da immagini caricabili o pattern preprogrammati (come codici SVG), e sono personalizzabili in una marea di criteri tra cui dimensioni, spaziature, slittamenti, e per i pattern cose come spessore del tratto, colori e vattelappesca — tutto impostabile precisamente, e altamente risminchiabile, senza scrivere codice! 😜
Esempio Sailor Moon e stampa da FirefoxEsempio pattern personalizzato e PDF A4
Qui, per esempio, ho creato due diversi papielli (ovviamente stampabili, e che goduria) per provare un po’ il tutto: il primo, a righe azzurre spaziate a 8mm e con una decorazione di Sailor Moon in basso a destra (dimensionata in modo ideale per l’A5, ma ovviamente modificabile); ed il secondo, con una griglia a puntini di 10mm decorata ogni 4 con dei cuoricini ed entrambi usano solo due livelli, quindi si può fare solo di meglio. Questi esempi, ed eventualmente altri che creerò, li ho salvati in JSON con l’apposita funzione del menu in-app, e chiunque voglia usarli può semplicemente caricarli nell’applicazione, sono scaricabili qui: memos.octt.eu.org/m/gnwNvbS4zv…. 💖

Un bonus per me, per concludere, è che ho notato che sui browser web mobile questa app funziona a metà… e detto così sembra qualcosa di negativo, ma io ero partita dal presupposto che la UI di questa app dovesse essere così intricata da essere virtualmente inutilizzabile su smartphone; quindi, scoprire che in realtà si riesce realisticamente ad usare (forse anche grazie al fatto che il pannello delle opzioni si può restringere, e viceversa quello dell’anteprima) mi fa piacere. Il problema tuttavia è che, sia da Firefox che da Chromium, su Android (almeno, sul mio Xiaomi del cazzo…), l’esportazione su PDF o in stampa è rotta, e la pagina esce vuota… quindi poi dovrò usare qualche libreria JavaScript strana per esportare dal lato del mio codice, anziché delegare al browser, che abbiamo capito fa cagare. Una cosa comunque è certa: con tutte queste caselle di input, slider per i numeri, ed alcune opzioni forse relativamente criptiche, non è un software adatto agli utonti deboli di cuore… ma, il suo lo fa al top (credo). 😺

#design #paper #Papiellify #tool #webapp


Questa voce è stata modificata (11 mesi fa)
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è un genocidio, e molto di più (caitlin johnstone)


Caitlin Johnstone, È un genocidio, ma è anche molto di più di questo (Caitlin’s Newsletter, 23 luglio 2025)

L’atrocità di massa a Gaza è un genocidio, ovviamente, ed è un’operazione di pulizia etnica non celata.
Ma è anche molto di più.
È un esperimento: per vedere quali tipi di abusi l’opinione pubblica accetterà senza che si provochi un’interruzione significativa dello status quo imperiale.
È un’operazione psicologica: spingere i limiti di ciò che è normale e accettabile nelle nostre menti in modo da acconsentire ad abusi ancora più orribili in futuro.
È un sintomo: del sionismo, del colonialismo, del militarismo, del capitalismo, del suprematismo occidentale, della costruzione di imperi, della propaganda, dell’ignoranza, dell’apatia, dell’illusione, dell’ego.
È una manifestazione: di violenti sistemi di credenze razziste, suprematiste e xenofobe che sono sempre stati presenti, benché contenuti, che si incontrano con la natura malsana di alleanze da lungo tempo in atto e che con aggressività sono state normalizzate.
È uno specchio: che ci mostra con precisione e imparzialità chi ora siamo come civiltà.
È una rivelazione: che ci mostra cosa sia realmente l’impero occidentale sotto cui viviamo, sotto la sua falsa maschera di democrazia liberale e di giusto umanitarismo.
È una rivelazione: che ci mostra chi tra noi è davvero a favore della verità e della giustizia e chi invece, per tutto questo tempo, ci ha ingannato sulle proprie motivazioni.
È un catalizzatore: una forza galvanizzante e un grido d’allarme per tutti coloro che si rendono conto che le strutture di potere omicide in cui viviamo non possono più essere lasciate in piedi e una sveglia che apre gli occhi a un numero sempre maggiore di persone sulla necessità di un cambiamento rivoluzionario.
È un test: per capire chi siamo come specie e di cosa siamo fatti, e se possiamo trascendere il modello distruttivo che sta conducendo l’umanità verso un tragico destino.
È una domanda: ci chiede in quale tipo di mondo vogliamo vivere in futuro e che tipo di persone vogliamo essere.

src: facebook.com/share/1C1xHDV6qy/

#bambini #children #colonialism #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #piùDiUnGenocidio #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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pod al popolo, #075: intervento di presentazione del n. 19 de ‘la scuola delle cose’ dedicato alla scrittura di ricerca, in occasione di ‘inverso infesta’, roma, 5 luglio 2025


In occasione del festival organizzato a Roma presso l’Associazione Calpurnia dal sito Inverso (“Inverso Infesta“) nelle giornate del 5 e 6 luglio 2025, un incontro particolare (qui il video) è stato dedicato dal CentroScritture alla “mappatura” delle iniziative – antologiche ma non solo – legate alla poesia e alle scritture contemporanee. In questo contesto, MG ha presentato il n. 19 de ‘La scuola delle cose’, dedicato interamente alla ricerca letteraria. L’audio, emendato da pause e refusi (uno in particolare, lapsus su un editore), è adesso su Pod al popolo. Podcast irregolareed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

#antologie #AssociazioneCalpurnia #audio #cambioDiParadigma #CentroScritture #festival #ilVerri #InVerso #InversoInfesta #LaScuolaDelleCose #mappatura #MarcoGiovenale #MG #PAP #pap075 #pap075 #podAlPopolo #podcast #ProsaInProsa #ricercaLetteraria #scritturaDiRicerca #scrittureContemporanee #scrittureDiRicerca #ValerioMassaroni


un inquadramento della scrittura di ricerca: nel n. 19 della ‘scuola delle cose’ (lyceum/mudima)


post in continuo aggiornamento

La scuola delle cose, n. 19, aprile 2025, SCRITTURA DI RICERCA (pubbl. Mudima / Lyceum)
cliccare per ingrandire

forse per la prima volta dopo oltre 20 anni di non disonorevole attività, un certo modo di fare sperimentazione letteraria ottiene un inquadramento teorico-critico complessivo, pur sintetico.

esce cioè il n. 19 del periodico ‘La scuola delle cose’, dell’associazione Lyceum (grazie alla Fondazione Mudima), interamente dedicato alla SCRITTURA DI RICERCA.

lo si sa e lo si è ripetuto assai: la (formula) “scrittura di ricerca” ha una storia di lunga durata, attraversando un po’ tutto il Novecento, almeno dagli anni Quaranta-Cinquanta, e in maniera nemmeno troppo carsica.
d’accordo. tuttavia questo numero della “Scuola delle cose” non è una disamina storica integrale, semmai un lavoro sugli ultimi venti-venticinque anni di ricerca letteraria, o scrittura complessa. con (ovviamente, immancabilmente) puntuali affondi nel passato e nella produzione di certi autori a dir poco fondativi, soprattutto Corrado Costa e Jean-Marie Gleize.

*

prima occasione di presentazione: 19 giugno, Milano, Fondazione Mudima:
slowforward.wordpress.com/wp-c…

audio della presentazione a Milano (19 giu. 2025):
slowforward.net/2025/07/01/pod…

audio di una successiva presentazione, a Roma (5 lug. 2025):
slowforward.net/2025/07/24/pap…

RadioTre Suite: presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – “La scuola delle cose” (24 ago. 2025):
slowforward.net/2025/08/25/rad…
= https://www.raiplaysound.it/audio/2025/08/Radio3-Suite—Magazine-del-24082025-aef7d6cc-546a-474c-bcbb-3db0019727f8.html

podcast della prima presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (25 ago. 2025):

= open.spotify.com/episode/25Xmn…

podcast della seconda presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (10 nov. 2025):
slowforward.net/2025/11/10/fin…
= open.spotify.com/episode/2PcrJ…

*

e, rapidamente descrivendo (dal primo comunicato realizzato):

dettaglio de La scuola delle cose n 19_ 2025__ foto di Antonella Anedda
dettaglio da una foto di Antonella Anedda. cliccare per ingrandire

l’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo – come detto sopra – si perde già nelle “profondità” del Novecento.
tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto.
ha dunque senso ed è forse addirittura indispensabile iniziare a fare il punto della situazione.
un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de ‘La scuola delle cose’, che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

*

queste le autrici e gli autori dei saggi, e i titoli degli interventi:

Gian Luca Picconi,
Scrittura di ricerca, prosa in prosa, letteralità

Massimiliano Manganelli,
Appunti sulle scritture procedurali

Luigi Magno,
Cinque nomi (più uno) e dieci titoli. La poesia di ricerca francese (oggi) in Italia

Chiara Portesine,
Il compromesso fonico: l’eredità di Corrado Costa

Renata Morresi,
Il movimento chiamato Language Poetry in Italia oggi

Chiara Serani,
Scritture non convenzionali e intermedialità (2000-2025)

Luigi Ballerini,
Intervento sulla poesia che si potrebbe fare

Daniele Poletti,
Scritture complesse. Il superamento dell’appartenenza

*

il tabloid gratuito è disponibile a Milano in Fondazione (via Tadino 26); a Roma presso la Libreria Tic (piazza San Cosimato 39), la Libreria Tomo (via degli Etruschi 4) e in Camera verde (via G Miani 20, chiamando prima il numero 3405263877); a Perugia nella libreria Mannaggia (via Cartolari 8); a Bologna da Modo Infoshop (via Mascarella 24/b); a Napoli alla libreria Luce (piazzetta Durante 1).

*

incontri, presentazioni e altre occasioni legate alla rivista:

22 maggio 2025: intervista a Rai RadioTre Fahrenheit

25 maggio: presenza del tabloid alla Serata del Premio Pagliarani al Palazzo delle Esposizioni (Roma)

31 maggio: presenza al reading collettivo “Roma chiama poesia”, Teatro Basilica (Roma)

3 giugno: presenza allo Studio Campo Boario (Roma), in occasione della presentazione di NZ, di A. Syxty

8 giugno: presenza nella libreria Tic di piazza San Cosimato (Roma)

17 giugno: presenza al reading di Giovenale e Perinelli allo Studio Campo Boario

19 giugno: prima presentazione ufficiale del tabloid presso la Fondazione Mudima (Milano), con Luigi Ballerini, Laura Di Corcia e Giancarlo Sammito

26 giugno: ex Discoteca di Stato in via Caetani (Roma), dialogo sulla memoria delle avanguardie

Da luglio 2025: presenza alla Libreria Luce, Napoli

5 luglio: presentazione della rivista in occasione del festival Inverso, a Roma

24 agosto: a RadioTre Suite, presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – del tabloid

25 agosto: va in onda il podcast della presentazione ospitata da ‘La Finestra di Antonio Syxty’

5-6-7 settembre: presenza di molte copie del tabloid ai tre giorni dell’incontro ‘Esiste la ricerca’, presso lo Studio Campo Boario

26 settembre, accenno di presentazione + distribuzione del tabloid in occasione dell’incontro sul libro Prati, di Andrea Inglese, alla Libreria Tic

dal 2 ottobre: presenza del tabloid presso La camera verde (Roma, via G. Miani 20)

18 ottobre, Parma, copie della rivista sono presenti all’Associazione Remo Gaibazzi in occasione di un incontro dedicato a Corrado Costa e Patrizia Vicinelli, organizzato da Daniela Rossi

24 ottobre, Roma, numerose copie presso l’Istituto Tedesco di Villa Massimo, in occasione di una lettura multilingue di poesie e prose, in italiano e in tedesco

10 novembre: è online il secondo podcast ospitato da La Finestra di Antonio Syxty

da novembre il tabloid è disponibile anche presso la Libreria Tomo, a Roma, in via degli Etruschi.


Lyceum _ Scuola delle Cose _ dati editoriali e redazionali
cliccare per ingrandire

Fondazione Mudima
FONDAZIONE MUDIMA

Via Tadino 26, Milano
info@mudima.net
mudima.net

*

in collaborazione con
l’associazione dipoesia
logo dell'"associazione dipoesia"

#chiaraSerani #corradoCosta #danielePoletti #esisteLaRicerca #fondazioneMudima #gianLucaPicconi #ginoDiMaggio #intermedialita #kritik #laFinestraDiAntonioSyxty #laScuolaDelleCose #langpo #languagePoetry #letteralita #libreriaTomo #luigiBallerini #luigiMagno #lyceum #massimilianoManganelli #micheleZaffarano #mudima #poesiaDiRicercaFrancese #prosaInProsa #radiotreSuite #renataMorresi #ricercaLetteraria #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaNonAssertiva #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureNonAssertive #scrittureNonConvenzionali #scrittureProcedurali #scuolaDelleCose #segnaliEAzioni #studioCampoBoario #traduzione #traduzioni #zinesAuthorsETaggatoComeChiaraPortesine


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boycott zara (bds)


The global BDS movement officially endorses the grassroots organic campaign to boycott ZARA. We call on people of conscience around the world to boycott ZARA, the flagship brand of the Spanish multinational Inditex, for its deep and growing complicity in Israel’s regime of settler-colonialism, apartheid, and genocide.

ZARA’s complicity with Israel’s regime of oppression runs deep:

  • At the start of 2025, amid Israel’s ongoing genocidal assault on Palestinians in Gaza, ZARA opened its largest-ever store near Tel Aviv- a 4,500 m² flagship in the Big Fashion Glilot complex, deepening Zara’s economic ties with apartheid Israel, where the brand already operates dozens of stores.
  • In October 2022, ZARA’s Israeli franchisee hosted a campaign event for the fascist and genocidal Israeli minister, Itamar Ben-Gvir, who praised the brand.
  • In June 2021, ZARA’s then-head designer made racist comments against Palestinians online, but the company issued only a vague statement without any real consequences.
  • In December 2023, ZARA ran an ad campaign titled “The Jacket,” depicting mannequins wrapped in white shrouds next to crumbled statues. Sparking backlash by the public, who saw it as a direct allusion to the ongoing genocide in Gaza, the brand removed it and issued a noncommittal apology without addressing its ties to Israel.

Here’s the full page with infos:

https://bdsmovement.net/news/boycott-zara-dressing-apartheid-and-genocide

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento

#bambini #BDS #boycottZara #children #Cisgiordania #coloni #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #globalBDSMovement #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #settlers #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #WestBank #ZaraSInvolvementWithIzrahell #zionism

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il blog ‘esiste la ricerca’ riprende a settembre: qui i link a tutti i 75 post fin qui usciti

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  • ELR - Esiste la ricerca || intestazione
    cliccare per accedere alla pagina del blog

Dal 21 luglio e fino a settembre il blog Esiste la ricerca si prende una pausa. Di séguito si possono vedere e raggiungere tutti i post dall’11 ottobre 2023 a oggi: 75 proposte, più di tre uscite al mese nell’arco di quasi due anni. Grazie ai lettori, agli autori, e a MTM – Manifatture Teatrali Milanesi. Ci ritroviamo a settembre.

Antonio Vangone: un testo da “88/100” (déclic, 2025)


21 Luglio 2025


Samuele Maffei: da Teorema del cerchio e altri teoremi


15 Luglio 2025


Antonio F. Perozzi: Annotazioni su “Pomodori”, di Nathalie Quintane


8 Luglio 2025


Alessandro De Francesco: un testo (VIII) da Untitled-1.odt (Catabasi)


30 Giugno 2025


Silvia Tripodi: Nota sul “libro della natura e del continuo”, di Mario Corticelli (déclic, 2024)


23 Giugno 2025


Giuseppe Nava: La parte visibile


17 Giugno 2025


Marco Mazzi intervista Massimo Becattini sul cinema d’artista


11 Giugno 2025


Fabio Poggi: non-q. / non-p. (ebook)


3 Giugno 2025


Inediti di Fabio Lapiana


27 Maggio 2025


Un testo di Mariangela Guatteri da “Casino Conolly” (edizioni del verri, 2024)


12 Maggio 2025


Inediti di Alberto D’Amico


5 Maggio 2025


Luigi Magno: Annotazione sull’opera di Suzanne Doppelt


28 Aprile 2025


Due prose inedite di Mario Corticelli


14 Aprile 2025


Un inedito di Gherardo Bortolotti


7 Aprile 2025


Michael Roberts Malle: estratti da DEEP END


25 Marzo 2025


Niccolò Furri: tre testi


17 Marzo 2025


Fabrizio Venerandi: “come funziona internet”


10 Marzo 2025


Michele Marinelli: sei testi


3 Marzo 2025


Due testi da “Superficies”


24 Febbraio 2025


Un testo di Andrea Inglese, da “Prati”


17 Febbraio 2025


Quattro testi di June Scialpi


11 Febbraio 2025


Alessandro De Francesco: noterelle per Esiste la ricerca


3 Febbraio 2025


Stefania Zampiga: “adesso”


29 Gennaio 2025


Inediti di Chiara Serani


20 Gennaio 2025


Tre inediti di Andrea Piccinelli


13 Gennaio 2025


Un testo di Damiano Torre


7 Gennaio 2025


Marco Mazzi: annotazioni su “Casino Conolly”, di Mariangela Guatteri


16 Dicembre 2024


Lorenzo Mari: Un’audioannotazione di poetica


9 Dicembre 2024


Tre testi di Marilina Ciaco


2 Dicembre 2024


Un testo di Fabrizio Venerandi


27 Novembre 2024


Un intervento di Alessandro Broggi


18 Novembre 2024


Un inedito di Luciano Neri


11 Novembre 2024


Un inedito di Luca Zanini


4 Novembre 2024


Antonio Syxty: note su Esiste la ricerca 4, Napoli (6-7 sett. 2024)


28 Ottobre 2024


Fabrizio Pelli: note su Esiste la ricerca 4, Napoli (6-7 sett. 2024)


21 Ottobre 2024


Stefania Zampiga: note su Esiste la ricerca 4, Napoli (6-7 sett. 2024)


14 Ottobre 2024


Niccolò Furri: I see a green pipeline (ebook)


7 Ottobre 2024


Antonio Francesco Perozzi: note su Esiste la ricerca 4, Napoli (6-7 sett. 2024)


30 Settembre 2024


Delle ragioni e dei modi. Giulio Marzaioli


23 Settembre 2024


Marco Giovenale, Notille personali, conversevoli colloquiali, su Esiste la ricerca 4, Napoli (6-7 sett. 2024)


17 Settembre 2024


Esiste la ricerca vi dà appuntamento a Napoli, Galleria Toledo, 6-7 settembre 2024


30 Luglio 2024


Pasquale Polidori, Appunti per il simposio “La linea d’ombra”


22 Luglio 2024


Testi di Lorenzo Basile Baldassarre


16 Luglio 2024


Testi di Mario Corticelli


8 Luglio 2024


Due testi di Francesca Perinelli


1 Luglio 2024


Testi di Francesco Scapecchi


25 Giugno 2024


Testi di Marko Miladinovic


10 Giugno 2024


Pasquale Polidori risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


4 Giugno 2024


Due testi di Vincenzo Ostuni


27 Maggio 2024


Delle ragioni e dei modi. Vincenzo Ostuni


20 Maggio 2024


Testi di Carlo Sperduti


13 Maggio 2024


Delle ragioni e dei modi. Alessandra Greco


6 Maggio 2024


Testi di Giulio Marzaioli


29 Aprile 2024


Delle ragioni e dei modi. Leonardo Canella


22 Aprile 2024


Testi di Michele Marinelli


15 Aprile 2024


Delle ragioni e dei modi. Niccolò Furri


8 Aprile 2024


Testi di Alberto D’Amico


2 Aprile 2024


Francesca Perinelli risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


25 Marzo 2024


Testi di Silvia Tripodi


18 Marzo 2024


Valerio Massaroni risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


11 Marzo 2024


Un testo di Luca Zanini


4 Marzo 2024


Riccardo Innocenti risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


26 Febbraio 2024


Testi di Alessandro Broggi


20 Febbraio 2024


Luciano Neri risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


12 Febbraio 2024


Testi di Roberto Cavallera


5 Febbraio 2024


Lorenzo Basile Baldassarre risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


29 Gennaio 2024


Piccolo archivio di Esiste la ricerca – tra giugno 2022 e settembre 2023


22 Gennaio 2024


Marilina Ciaco risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


19 Dicembre 2023


Audio integrale dell’incontro del 16 giugno 2022 allo Studio Campo Boario


11 Dicembre 2023


Due testi di Felice Vino


4 Dicembre 2023


Claudio Salvi risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


20 Novembre 2023


Due testi di June Scialpi


14 Novembre 2023


Tre accorgimenti per evitare la confusione


Francesca Marica risponde a 9 domande su/per Esiste la ricerca


6 Novembre 2023


Esiste La Ricerca:
uno spazio online


11 Ottobre 2023


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andrea inglese: jean-pierre filiu, “un historien à gaza” (les arènes)


Andrea Inglese
22 lug. 2025

Filiu, Un historien à Gaza
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L’Agence France-Presse (AFP) è una delle tre più importanti agenzie stampa del mondo. È di ieri il suo comunicato allarmante, sulle condizioni alimentari disastrose che colpiscono anche i loro collaboratori a Gaza. I giornalisti palestinesi che non sono già stati arrestati, rischiano regolarmente di essere assassinati dall’esercito israeliano. Oggi la scarsità di cibo mette in pericolo non solo la loro possibilità di lavorare, ma anche la loro vita stessa. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, Israele ha impedito l’accesso a Gaza alla stampa internazionale. Malgrado ciò uno storico francese esperto di Medio Oriente, Jean-Pierre Filiu, è potuto entrare a Gaza al seguito di Medici Senza Frontiere e vi ha soggiornato dal 19 dicembre 2024 al 21 gennaio 2025. Da questo soggiorno, dalle sue testimonianza dirette o minuziosamente documentate, è nato un libro uscito proprio nel maggio 2025, quando una certa omertà internazionale cominciava a sgretolarsi, di fronte allo strangolamento degli aiuti umanitari. Filiu non è un militante, non è un giornalista, è professore di Storia del Medio Oriente a Scienze Politiche a Parigi e l’autore di una ventina di libri, in gran parte dedicati al mondo arabo. Mi auguro che il suo libro, pubblicato da Les Arènes, venga tradotto anche in Italia.
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arenes.fr/livre/un-historien-a…

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