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✨ Le telecamere spia di Mosca: come l’intelligence russa sorveglia le rotte NATO verso l’Ucraina
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/le-tel…

@informatica


Le telecamere spia di Mosca: come l’intelligence russa sorveglia le rotte NATO verso l’Ucraina


Non servono droni, satelliti spia o infiltrati sul campo: bastano un videocitofono smart lasciato con la password di fabbrica e una connessione a Internet. Le agenzie di intelligence olandesi AIVD (General Intelligence and Security Service) e MIVD (Military Intelligence and Security Service) hanno rivelato che hacker legati allo stato russo hanno compromesso migliaia di telecamere IP e sistemi di videocitofonia lungo le rotte logistiche usate dalla NATO e dall’Ucraina per il trasporto di aiuti militari occidentali, trasformando dispositivi domestici e commerciali in una rete di sorveglianza capillare sul territorio europeo.

Un’operazione di OSINT armata su scala industriale


Secondo quanto riportato inizialmente dal Telegraph e ripreso da Kyiv Post, Pravda e diverse testate di settore, l’obiettivo dell’operazione russa era raccogliere intelligence in tempo reale sui tipi e sui volumi di armamenti inviati a Kyiv dagli alleati occidentali. A differenza delle tradizionali tecniche di sorveglianza satellitare o tramite drone, questa campagna sfrutta dispositivi IoT di consumo già presenti sul territorio: telecamere di sicurezza, citofoni smart e sistemi di videosorveglianza commerciale posizionati, spesso per puro caso logistico, lungo strade e valichi utilizzati per i convogli di aiuti militari.

Le due agenzie olandesi hanno confermato che un numero limitato di telecamere situate direttamente lungo le rotte logistiche nei Paesi Bassi risultava compromesso, e che le organizzazioni proprietarie dei dispositivi sono state avvisate per adottare contromisure. Il fenomeno, però, non si limita al territorio olandese: secondo l’advisory, la campagna ha interessato più Paesi membri della NATO e la stessa Ucraina, delineando un quadro di sorveglianza distribuita su tutta la catena di rifornimento occidentale verso il fronte.

Le tecniche: niente exploit sofisticati, solo superficie d’attacco enorme


Il dato più inquietante emerso dall’advisory congiunto non riguarda la sofisticazione tecnica — che qui è minima — ma la scala e la facilità dell’operazione. “Quando una telecamera IP viene identificata, un attaccante può provare ad accedervi via Internet: spesso è relativamente facile, perché molte telecamere connesse alla rete sono insufficientemente protette”, si legge nel rapporto delle agenzie olandesi. Gli operatori russi si sono affidati sistematicamente a password di default lasciate dal produttore, firmware obsoleti e mai aggiornati, e configurazioni di fabbrica mai modificate dagli utenti finali.

Molti dei dispositivi compromessi sono telecamere IP economiche di produzione cinese, in particolare modelli Hikvision e Dahua — marchi già oggetto in passato di segnalazioni per vulnerabilità di sicurezza e per preoccupazioni geopolitiche legate al loro utilizzo in infrastrutture sensibili. Una volta ottenuto l’accesso, gli aggressori hanno impiegato software di riconoscimento immagini per analizzare automaticamente i flussi video alla ricerca di veicoli militari e per identificarne il carico, automatizzando quello che altrimenti avrebbe richiesto osservazione umana costante.

Il contesto più ampio: la guerra ibrida contro la logistica occidentale


Questa campagna di compromissione delle telecamere si inserisce in un pattern più ampio di iniziative russe volte a mappare, disturbare o neutralizzare i vantaggi tecnologici che sostengono lo sforzo bellico ucraino. Un’inchiesta congiunta di The Insider, Der Spiegel e Le Monde, citata da Kyiv Post, ha rivelato che Russia e Cina hanno discusso segretamente, nell’ambito del terzo Forum di cooperazione tecnico-militare Cina-Russia tenutosi a Guangzhou, piani per neutralizzare la costellazione satellitare Starlink, da cui l’Ucraina dipende fortemente per comunicazioni e intelligence in tempo reale sul campo di battaglia.

Le slide trapelate, attribuite alla China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), delineavano un approccio multi-dominio contro Starlink: mezzi fisici per distruggere satelliti in orbita bassa, jamming elettromagnetico dei segnali e operazioni cyber pensate per caricare payload malevoli attraverso i terminali utente. Il documento proponeva inoltre una vera e propria “alleanza di sicurezza” tra Pechino e Mosca, con condivisione di intelligence e collaborazione su tecnologie chiave per contrastare il dominio strategico statunitense nello spazio.

Letta in questo contesto, la compromissione delle telecamere IP appare come un tassello a basso costo ma ad alto valore informativo di una strategia più ampia: se Starlink rappresenta il bersaglio ad alta quota della guerra ibrida russa, le migliaia di dispositivi IoT scarsamente protetti lungo le rotte logistiche europee rappresentano il fronte a bassa quota, silenzioso e diffuso, della stessa battaglia per la superiorità informativa.

Due righe pratiche per i difensori


Per i team di sicurezza, in particolare in ambito enterprise, logistico e delle infrastrutture critiche, questa vicenda è un promemoria brutale di quanto i dispositivi IoT di consumo restino l’anello debole della catena, specialmente quando dislocati in prossimità di asset sensibili o rotte strategiche. Le raccomandazioni delle agenzie olandesi, applicabili anche al contesto italiano ed europeo in generale, si concentrano su igiene di base della sicurezza IoT piuttosto che su contromisure avanzate:

  • Cambiare immediatamente le password di default su tutte le telecamere IP, videocitofoni smart e dispositivi di videosorveglianza connessi a Internet.
  • Aggiornare il firmware dei dispositivi IoT con regolarità, verificando la disponibilità di patch presso il produttore.
  • Segmentare la rete in modo che le telecamere IP non abbiano accesso diretto a Internet né alla rete aziendale principale, utilizzando VLAN dedicate.
  • Per le organizzazioni logistiche che operano lungo rotte sensibili, effettuare un censimento dei dispositivi IoT esposti pubblicamente tramite piattaforme come Shodan o Censys.
  • Segnalare alle autorità nazionali competenti (in Italia, CSIRT-Italia) eventuali dispositivi sospetti o comportamenti anomali di rete rilevati su telecamere aziendali.
  • Valutare con attenzione l’adozione di dispositivi IoT di produttori con precedenti riscontrati di vulnerabilità sistemiche, specialmente in contesti a rischio geopolitico elevato.

La vicenda dimostra ancora una volta che l’intelligence russa non ha bisogno di zero-day costosi o di infrastrutture offensive sofisticate quando l’anello debole è semplicemente la scarsa igiene di sicurezza di milioni di dispositivi IoT di consumo lasciati esposti online con le impostazioni di fabbrica. È una lezione che vale ben oltre il contesto bellico ucraino, e che riguarda direttamente chiunque gestisca infrastrutture di videosorveglianza connesse in rete.


Google Earth Desktop Client to be Retired in 2027


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Come next year, those looking to explore the globe virtually via Google Earth will have to do so on their smartphone or from within their browser, as the search giant has decided to discontinue the service’s desktop client in June 2027.

The good news is, the lights won’t be going out immediately. According to a post made on Google Earth’s official support community by Community Manager [Aamir F.], the June cutoff date applies to new downloads, but nothing is changing on the backend, so existing installs will continue to work.

Now, while it’s safe to assume that you’ll have little trouble finding an alternate download of the Google Earth client for years to come, there’s no telling how long before they quit working. It probably goes without saying that Google won’t be providing updates to the software anymore, so if there’s any kind of breaking change on either the API side or at the OS level, that’s the end of the road. There’s always a chance that Google will decide to release the source and turn the whole thing over to the community… but we wouldn’t hold our breath on that one.

To be fair, we have absolutely no doubt that the majority of Google Earth users already access the service via the smartphone app or their browser. Honestly, you could say the same thing about most services these days. So in that respect, it’s not much of a surprise that Google doesn’t feel like keeping the native version going. That said, several commenters in the community thread pointed out features from the desktop client that aren’t available in the other versions.

Are you still using Google Earth on the desktop? Will this change impact something you’re working on? We’d love to get your take on this in the comments below.

Thanks to [Mark Lloyd] for the tip.


hackaday.com/2026/07/16/google…

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#TuxBot v3: The #IoT #Botnet Built With #AI - Bugs, Disclaimers and All
securityaffairs.com/195486/ai/…
#securityaffairs #hacking #malware
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SS7, il protocollo del 1970 che ha tradito i soldati USA: come l’Iran ha tracciato le truppe americane in Medio Oriente


Un'indagine di Mobile Surveillance Monitor, ripresa dal Financial Times, sostiene che l'Iran abbia sfruttato le debolezze del protocollo SS7 e dati di ad-tech commerciale per localizzare personale militare USA in Iraq e Bahrain prima e durante il conflitto con Israele e Stati Uniti.
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Mentre i missili iraniani cadevano sulle basi americane in Iraq e Bahrain nella primavera del 2026, qualcun altro stava già facendo il lavoro sporco a monte: individuare dove dormivano, mangiavano e lavoravano i soldati statunitensi. Non con un drone o un informatore, ma con un protocollo di telecomunicazioni progettato negli anni ’70 per instradare chiamate tra centrali telefoniche. Un’indagine del progetto no-profit Mobile Surveillance Monitor, ripresa dal Financial Times e da TechCrunch, sostiene che Teheran abbia sfruttato sistematicamente le debolezze di SS7 per tracciare il personale militare USA in Medio Oriente prima e durante il conflitto con Israele e Stati Uniti.

Un protocollo vecchio quanto la Guerra Fredda tecnologica


Signaling System 7 (SS7) è l’infrastruttura di segnalazione che dagli anni ’70 permette agli operatori di rete 2G e 3G di scambiarsi informazioni su instradamento di chiamate, SMS e roaming. Il problema è noto da oltre un decennio agli specialisti di sicurezza delle telecomunicazioni: SS7 si basa su un modello di fiducia reciproca tra operatori che non prevede autenticazione robusta tra le reti. Chiunque abbia accesso — legittimo o comprato sul mercato grigio della sorveglianza — a un nodo SS7 può inviare query di tipo “Send Routing Information” (SRI) per ottenere la cella a cui è agganciato un numero di telefono, ottenendo così una localizzazione approssimativa del dispositivo, ovunque nel mondo, senza che l’utente se ne accorga.

È la stessa classe di debolezza usata in passato da broker di sorveglianza commerciale e da servizi di intelligence per intercettare SMS di autenticazione a due fattori o localizzare dissidenti. Ciò che rende il caso iraniano rilevante non è la tecnica in sé, già documentata, ma la scala e il tempismo: un uso operativo in tempo di guerra, contro obiettivi militari di una potenza nucleare.

La scoperta: un’impennata di query SS7 nel Golfo


Gary Miller, ricercatore che ha fondato Mobile Surveillance Monitor e collabora con il Citizen Lab dell’Università di Toronto, ha rilevato un’impennata anomala di “SS7 ping” — richieste ripetute di localizzazione — su reti di telecomunicazione di diversi paesi mediorientali. L’attività sarebbe iniziata a ridosso dell’operazione aerea congiunta USA-Israele contro i siti nucleari iraniani, per poi intensificarsi nei primi giorni del conflitto, quando l’Iran ha lanciato missili e droni contro le posizioni americane nella regione.

I segnali intercettati indicherebbero un interesse mirato per numeri associati a basi militari e hotel utilizzati da personale e contractor statunitensi in Iraq, Bahrain e altri paesi della regione — non una raccolta indiscriminata, ma query concentrate su specifiche fasce numeriche e reti locali note per essere frequentate da soggetti occidentali.

Non solo SS7: l’ad-tech come arma di sorveglianza


Il report segnala un secondo livello di raccolta, complementare a SS7: l’uso di tecnologie pubblicitarie commerciali (l’ecosistema RTB, “real-time bidding”) per identificare smartphone tramite advertising ID (IDFA/GAID) e correlarli, attraverso data broker, a posizioni geografiche precise. È la stessa superficie di rischio già segnalata da anni riguardo alla possibilità per chiunque compri dataset pubblicitari di ricostruire pattern di movimento di individui specifici — qui però applicata, secondo i ricercatori, a fini di targeting militare in un teatro di guerra attivo.

La combinazione delle due tecniche — segnalazione telefonica di rete e dati pubblicitari commerciali — rappresenta un salto di sofisticazione rispetto alle classiche operazioni SS7 isolate: un attore statale che integra fonti SIGINT tradizionali con l’enorme mole di dati commerciali normalmente destinata al marketing.

Timeline essenziale


  • Fine febbraio 2026: primo aumento rilevato delle query SS7 sospette, in coincidenza con l’avvio della campagna aerea USA-Israele contro l’Iran.
  • Marzo-aprile 2026: intensificazione del tracciamento durante lo scambio di attacchi missilistici e con droni contro le posizioni statunitensi in Iraq e Bahrain.
  • 14 luglio 2026: pubblicazione del report da parte del Financial Times, ripreso da TechCrunch, Security Boulevard e altre testate di settore.


Due righe per i difensori


Per chi si occupa di sicurezza delle telecomunicazioni e di protezione del personale ad alto rischio (militari, diplomatici, giornalisti in zone di conflitto, dirigenti esposti), il caso ribadisce alcuni punti che il settore conosce ma fatica a far diventare prassi diffusa:

  • Le difese SS7 lato operatore (firewall di segnalazione, filtri su messaggi SRI-SM/PSI provenienti da reti non attendibili) restano disomogenee a livello globale, specialmente in aree di conflitto dove la cooperazione tra operatori è debole.
  • Il personale ad alto rischio dovrebbe evitare la SIM del proprio operatore domestico quando si muove in teatri sensibili, preferendo dispositivi dedicati, SIM locali “pulite” o soluzioni di comunicazione satellitare/crittografata che non transitano su rete 2G/3G tradizionale.
  • La disattivazione del roaming 2G/3G e l’uso forzato di reti 4G/5G con autenticazione più robusta riduce, senza eliminarla, l’esposizione a query SS7 (il 4G usa Diameter, comunque non immune da abusi simili).
  • Gli advertising ID dei dispositivi militari o di personale sensibile dovrebbero essere disattivati o randomizzati sistematicamente, e le app non essenziali rimosse prima di operazioni in teatri a rischio.

Il caso si inserisce in un pattern più ampio: dal 2014 a oggi, ricercatori indipendenti e vendor di sicurezza mobile hanno ripetutamente dimostrato che SS7 resta uno dei punti ciechi più sottovalutati della sicurezza nazionale, proprio perché la sua debolezza non risiede in un bug patchabile ma nell’architettura stessa di fiducia tra operatori, difficile da riformare su scala globale in tempi brevi.

Indicatori e pattern di rilevamento


Non essendo un malware ma un abuso di protocollo, non esistono IoC nel senso classico. I pattern che i team SOC delle telco e i CERT dovrebbero monitorare includono:

# Pattern di rilevamento abuso SS7 (indicativi, non esaustivi)
- Volume anomalo di messaggi SRI / SRI-SM verso uno stesso MSISDN o range di MSISDN
  in un intervallo di tempo ristretto (query ripetute = tentativo di tracciamento continuo)
- Richieste PSI (Provide Subscriber Info) o ATI (Any Time Interrogation) originate
  da Global Title esterni non associati a roaming legittimo dell'abbonato
- Origine dei messaggi SS7 da reti GT (Global Title) storicamente associate
  a broker di sorveglianza o a operatori "shell" con traffico legittimo minimo
- Correlazione temporale tra query SS7 e attivazione di advertising ID
  dello stesso dispositivo in piattaforme RTB di terze parti
- Assenza di firewall SS7/SIGTRAN conforme alle raccomandazioni GSMA FS.11 e FS.19

La GSMA pubblica da anni linee guida (FS.11, FS.19) per il filtraggio del traffico di segnalazione: la loro adozione disomogenea, soprattutto fuori dai mercati occidentali, resta il vero tallone d’Achille che un attore statale come l’Iran può — e a quanto pare sa — sfruttare con costi minimi e attribuzione tutt’altro che scontata.
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Le telecamere spia di Mosca: come l’intelligence russa sorveglia le rotte NATO verso l’Ucraina


AIVD e MIVD, le agenzie di intelligence olandesi, hanno rivelato una campagna russa che sfrutta telecamere IP e videocitofoni smart con password di default per monitorare in tempo reale il trasporto di aiuti militari verso l'Ucraina lungo le rotte NATO.
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Non servono droni, satelliti spia o infiltrati sul campo: bastano un videocitofono smart lasciato con la password di fabbrica e una connessione a Internet. Le agenzie di intelligence olandesi AIVD (General Intelligence and Security Service) e MIVD (Military Intelligence and Security Service) hanno rivelato che hacker legati allo stato russo hanno compromesso migliaia di telecamere IP e sistemi di videocitofonia lungo le rotte logistiche usate dalla NATO e dall’Ucraina per il trasporto di aiuti militari occidentali, trasformando dispositivi domestici e commerciali in una rete di sorveglianza capillare sul territorio europeo.

Un’operazione di OSINT armata su scala industriale


Secondo quanto riportato inizialmente dal Telegraph e ripreso da Kyiv Post, Pravda e diverse testate di settore, l’obiettivo dell’operazione russa era raccogliere intelligence in tempo reale sui tipi e sui volumi di armamenti inviati a Kyiv dagli alleati occidentali. A differenza delle tradizionali tecniche di sorveglianza satellitare o tramite drone, questa campagna sfrutta dispositivi IoT di consumo già presenti sul territorio: telecamere di sicurezza, citofoni smart e sistemi di videosorveglianza commerciale posizionati, spesso per puro caso logistico, lungo strade e valichi utilizzati per i convogli di aiuti militari.

Le due agenzie olandesi hanno confermato che un numero limitato di telecamere situate direttamente lungo le rotte logistiche nei Paesi Bassi risultava compromesso, e che le organizzazioni proprietarie dei dispositivi sono state avvisate per adottare contromisure. Il fenomeno, però, non si limita al territorio olandese: secondo l’advisory, la campagna ha interessato più Paesi membri della NATO e la stessa Ucraina, delineando un quadro di sorveglianza distribuita su tutta la catena di rifornimento occidentale verso il fronte.

Le tecniche: niente exploit sofisticati, solo superficie d’attacco enorme


Il dato più inquietante emerso dall’advisory congiunto non riguarda la sofisticazione tecnica — che qui è minima — ma la scala e la facilità dell’operazione. “Quando una telecamera IP viene identificata, un attaccante può provare ad accedervi via Internet: spesso è relativamente facile, perché molte telecamere connesse alla rete sono insufficientemente protette”, si legge nel rapporto delle agenzie olandesi. Gli operatori russi si sono affidati sistematicamente a password di default lasciate dal produttore, firmware obsoleti e mai aggiornati, e configurazioni di fabbrica mai modificate dagli utenti finali.

Molti dei dispositivi compromessi sono telecamere IP economiche di produzione cinese, in particolare modelli Hikvision e Dahua — marchi già oggetto in passato di segnalazioni per vulnerabilità di sicurezza e per preoccupazioni geopolitiche legate al loro utilizzo in infrastrutture sensibili. Una volta ottenuto l’accesso, gli aggressori hanno impiegato software di riconoscimento immagini per analizzare automaticamente i flussi video alla ricerca di veicoli militari e per identificarne il carico, automatizzando quello che altrimenti avrebbe richiesto osservazione umana costante.

Il contesto più ampio: la guerra ibrida contro la logistica occidentale


Questa campagna di compromissione delle telecamere si inserisce in un pattern più ampio di iniziative russe volte a mappare, disturbare o neutralizzare i vantaggi tecnologici che sostengono lo sforzo bellico ucraino. Un’inchiesta congiunta di The Insider, Der Spiegel e Le Monde, citata da Kyiv Post, ha rivelato che Russia e Cina hanno discusso segretamente, nell’ambito del terzo Forum di cooperazione tecnico-militare Cina-Russia tenutosi a Guangzhou, piani per neutralizzare la costellazione satellitare Starlink, da cui l’Ucraina dipende fortemente per comunicazioni e intelligence in tempo reale sul campo di battaglia.

Le slide trapelate, attribuite alla China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), delineavano un approccio multi-dominio contro Starlink: mezzi fisici per distruggere satelliti in orbita bassa, jamming elettromagnetico dei segnali e operazioni cyber pensate per caricare payload malevoli attraverso i terminali utente. Il documento proponeva inoltre una vera e propria “alleanza di sicurezza” tra Pechino e Mosca, con condivisione di intelligence e collaborazione su tecnologie chiave per contrastare il dominio strategico statunitense nello spazio.

Letta in questo contesto, la compromissione delle telecamere IP appare come un tassello a basso costo ma ad alto valore informativo di una strategia più ampia: se Starlink rappresenta il bersaglio ad alta quota della guerra ibrida russa, le migliaia di dispositivi IoT scarsamente protetti lungo le rotte logistiche europee rappresentano il fronte a bassa quota, silenzioso e diffuso, della stessa battaglia per la superiorità informativa.

Due righe pratiche per i difensori


Per i team di sicurezza, in particolare in ambito enterprise, logistico e delle infrastrutture critiche, questa vicenda è un promemoria brutale di quanto i dispositivi IoT di consumo restino l’anello debole della catena, specialmente quando dislocati in prossimità di asset sensibili o rotte strategiche. Le raccomandazioni delle agenzie olandesi, applicabili anche al contesto italiano ed europeo in generale, si concentrano su igiene di base della sicurezza IoT piuttosto che su contromisure avanzate:

  • Cambiare immediatamente le password di default su tutte le telecamere IP, videocitofoni smart e dispositivi di videosorveglianza connessi a Internet.
  • Aggiornare il firmware dei dispositivi IoT con regolarità, verificando la disponibilità di patch presso il produttore.
  • Segmentare la rete in modo che le telecamere IP non abbiano accesso diretto a Internet né alla rete aziendale principale, utilizzando VLAN dedicate.
  • Per le organizzazioni logistiche che operano lungo rotte sensibili, effettuare un censimento dei dispositivi IoT esposti pubblicamente tramite piattaforme come Shodan o Censys.
  • Segnalare alle autorità nazionali competenti (in Italia, CSIRT-Italia) eventuali dispositivi sospetti o comportamenti anomali di rete rilevati su telecamere aziendali.
  • Valutare con attenzione l’adozione di dispositivi IoT di produttori con precedenti riscontrati di vulnerabilità sistemiche, specialmente in contesti a rischio geopolitico elevato.

La vicenda dimostra ancora una volta che l’intelligence russa non ha bisogno di zero-day costosi o di infrastrutture offensive sofisticate quando l’anello debole è semplicemente la scarsa igiene di sicurezza di milioni di dispositivi IoT di consumo lasciati esposti online con le impostazioni di fabbrica. È una lezione che vale ben oltre il contesto bellico ucraino, e che riguarda direttamente chiunque gestisca infrastrutture di videosorveglianza connesse in rete.

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#Amazon #CloudFront seems to having global issues.

health.aws.amazon.com/health/s…

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Pubblicità non convenzionali sugli autobus londinesi prendono in giro la campagna Meta Glasses di Kylie Jenner.

"I miliardari potrebbero finanziare la ricerca di cure per il cancro, quindi perché finanziano invece gli occhiali per i pervertiti?", ha chiesto il gruppo di protesta Everyone Hates Elon.

hyperallergic.com/guerrilla-lo…

@eticadigitale

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#Claude Code and #DeepSeek Powered Chinese Cyber Espionage Campaign
securityaffairs.com/195474/ai/…
#securityaffairs #hacking #China

L’industria della colonizzazione lunare


@Informatica (Italy e non Italy)
Mappe, porti, regolamenti e soprattutto rapporti di potere: come funziona la logistica della space economy
L'articolo L’industria della colonizzazione lunare proviene da Guerre di Rete.

L'articolo proviene da #GuerreDiRete di @Carola Frediani
guerredirete.it/lindustria-del…

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L'ultimo episodio della rubrica "Il Fediverso oltre Mastodon": Forum, lettura e musica sul Fediverso


questo post viene pubblicato sul gruppo @fediverso, un account che ricondivide i post che lo menzionano e che puoi seguire per avere le migliori notizie sul #Fediverso


Lemmy, kbin e PieFed ricostruiscono Reddit come una federazione di comunità. NodeBB e Discourse portano i forum della vecchia scuola sullo stesso protocollo. BookWyrm tiene traccia delle letture senza vendere dati, e Funkwhale e Bandwagon fanno lo stesso per la musica. Formati diversi, un unico protocollo aperto.

Questa è la quarta parte di "Il Fediverso oltre Mastodon", l'ultimo articolo della serie e tratta di forum, comunità di discussione e formati più solitari pensati per la lettura e l'ascolto.

La Parte 1 ha trattato le diverse forme di microblogging. La Parte 2 ha trattato il fediverso visivo. La Parte 3 ha trattato le piattaforme create per le parole.

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Chi decide cosa vedi sul fediverso? Cosa ne pensi del fatto che un piccolo gruppo abbia un'enorme influenza sul tuo feed?


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crosspostato da: piefed.social/c/fediverse@pief…

Delle 37.000 persone che hanno votato per post o commenti nell'ultimo mese, i 10 utenti più attivi (lo 0,02% del totale) hanno espresso tanti voti quanti il ​​restante 59%.

Cosa ne pensi del fatto che un piccolo gruppo abbia così tanta influenza sulle notizie che ricevi?

Out of the 37,000 people who voted for posts or comments in the last month, the 10 most prolific voters (0.02% of us) cast as many votes as the bottom 59%. Here's how that looks, visually:

A graph of everyone's votes. Someone cast 23k votes in one month

As you can see, a lot of people didn't cast many votes. Someone cast 23k votes, with a group of 13 each casting at least 10k votes.

"But of course most people aren't really engaged, most of those 37k people are just NPCs who don't really matter" you say, "Rimu you're just including them to make it seem worse than it is", you might say. Ok, cool, let's pretend the bottom 85% of us don't matter and just look at the top 5000 voters. Here's how the distribution looks among them:

WlRGvo0zAuUBGIq.png

Still super unbalanced. Let's analyze this a bit.

Among those 5000, the top 147 (2.94%) cast as many votes as all the others (4853 people) combined. Among those 5000, the average number of votes cast in a month is 1142. Among the top 147, the average number of votes cast in a month is 6868.

hat2t3kJtVFgsOZ.png

How do you feel about a tiny group having this much influence over what news you receive?

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La lunga coda di lavoro che resta da fare prima che ActivityPub implementi l'E2EE. Il Post di @Soatok Dreamseeker

A prescindere dalla mia proposta di trasparenza delle chiavi per il Fediverso (di cui ho certamente parlato ampiamente sul mio blog), il W3C ha lavorato allo sviluppo della crittografia end-to-end (E2EE) per ActivityPub.

I due progetti vengono sviluppati principalmente in modo indipendente l'uno dall'altro, sebbene il collegamento tra i due dovrebbe essere piuttosto semplice.

Il disegno di un pupazzone peloso ("furry") color carta zucchero con una coda lunga e folta che termina con un pennacchio bianco e nero; in sovraimpressione c'è la scritta "The Long Tail of Work Left Until ActivityPub Has E2EE"

@Che succede nel Fediverso?


soatok.blog/2026/07/15/the-lon…

Transponder Mania


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In order to not hit something, you generally need to know where that thing is. On land, the meager human eyesight tends to be sufficient. On the water, however, the prospects are more dangerous and complicated. So, technology is required to ensure safe ocean voyages in the form of the AIS transponder system. The off the shelf solutions tend to work quite well, but [peterantypas] was displeased with the commercial offerings, and built what appears to be the first open source AIS transponder called MANIA.

Automatic Identification System (AIS) is a GPS tracking system designed for maritime applications. Broadly speaking, it broadcasts GPS and other data at intervals over VHF radio. AIS is what allows the precise tracking of vessels by authorities, and online hobbyists. AIS is also often received by other vessels to augment radar improving boat to boat collision safety.

Most commercial AIS transponders used by sailors are rather bulky, expensive, come with a large power budget. The MANIA project avoids these pitfalls by being entirely self-contained. The RF portion is largely made up of a STM32L4 micro controller, a SI Labs Si4460 ISM RF chip, and a Quectel L76L-M33 with a Johansson ceramic chip antenna for GPS. With such simple hardware, the PCB is easily small enough to fit inside the antenna assembly.

This design eliminates the need for long runs of multiple shielded RF cables to a bulky transponder unit inside. Instead, a simple Ethernet cable is used to transfer data to and from the mast. Inside the boat, a USB decoder is used to pass the AIS data on to a PC. This whole setup is remarkably simple and reliable, with hundreds of units having been produced since the project’s start.

While this is the first full blown AIS transponder we have covered, we have seen other projects utilizing the protocol. We have also seen quite a number of projects with the aircraft equivalent, ADS-B.

Thanks [Bernerd] for the tip!


hackaday.com/2026/07/16/transp…

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☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 16 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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La nuova guerra non si combatte solo sulla Terra: gli hacker criminali ora puntano allo spazio!

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/la-nuova-…

A cura di Paolo Galdieri

#redhotcyber #news #esplorazionespaziale #infrastrutturespaziali #serviziesenziali #satelliti

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Comunicazione di servizio: nelle prossime 24 ore potrebbero esserci dei disservizi sul portale Fedinews

#Fedinews, la pagina con le notizie pubblicate nel #fediverso italiano potrebbe risultare irraggiungibile nelle prossime 24 ore. Ci scusiamo per il disagio

fedinews.it/

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#Zoom Fixes CVE-2026-53412, a Critical Account Takeover Bug
securityaffairs.com/195454/sec…
#securityaffairs #hacking
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si parla spesso di IA e tutti a prenderla come un oracolo. Fate una semplice prova e poi decidete quanto fidarvi. Ad esempio (questo è stato una mia prova ma voi potete ovviamente inventarvi qualcos'altro)fatevi fare una guida su come creare un nas con un pc con 3 dischi di cui uno per il sistema e gli altri per dati. una volta che ha finito chiedete di controllare la guida per risolvere eventuali errori (e l ia la corregge) poi richiedete se è sicura che non ci siano ulteriori errori ( e lei corregge) poi passate il risultato ad un altra ia e chiedete di generare un altra guida partendo dall
ultimo risultato e fate correggere e fatevi generare una guida corretta. poi prendete una terza ia e fate confrontare le guide e generare la guida corretta definitiva. quando siete stufi di gironzolare tra le varie ia guardate quanto tempo avete buttato via e notate che ogni volta la guida scritta era presentata come corretta ed ogni volta usciva qualche errore. è possibile che con modelli a pagamento i risultati siano decisamente migliori ma1) non li ho mai provati 2) come si suol dire se il buongiorno si vede dal mattino .....
in reply to ugone

Scenario: unmarell che ha iniziato nel 1975 alla Breda a inserire nel VT-100 ("mica quelle cose tutte colorate!") il peso dei camion in entrata e uscita, sostituito con sistema automatico che "legge" la targa e riporta il peso dalla bilancia alla rete aziendale.

Può il nuovo sistema essere definito "intelligente"?

Certo, perché non rompe i coglioni dicendo "voi capelloni ciavete voglia di fare un casso, noi invece lavoravamo duro!".

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372 – ARRIVA IL ROBOT CHE PROMETTE DI AMARCI PER SEMPRE camisanicalzolari.it/372-arriv…

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Nasce RHC4Edu: Cybersecurity e intelligenza artificiale! Per tutte le scuole, da Settembre

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/parte-rhc…

A cura di Silvia Felici

#redhotcyber #news #trasformazionedigitale #cybersecurity #intelligenzaartificiale #mondodigitale

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10.000 server SharePoint vulnerabili esposti su internet. Il CISA avverte da Internet

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/10-000-se…

A cura di Luigi Zullo

#redhotcyber #news #cybersecurity #hacking #malware #ransomware #sharepoint #cisa #vulnerabilità

Chromatography as Art


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You may or may not remember in some ancient chemistry class studying or even performing chromatography. The short definition is using media like paper or powder to separate a mixture. It is an old technique, but [Suchir2004] is using it as an art form.

Chromatography works because the parts of the liquid mixture travel through the media at different speeds. While experimenting, [Suchir2004] noted that black ink and water perfused into constituent pigments. A butterfly ensued.

Is it art? Yes! Is it science? Well, sort of. Especially since the post does talk about how the effect works and even does some simple tests to start. This would be an excellent project for a class where some students are more motivated by art and others by science. Even with an individual kid, it might show you where their interests lie.

There’s nothing particularly difficult. A sketch pen, some paper, a coffee filter, a glue stick, and a few other household items are all you really need to get started.

Want something more practical? How about measuring caffeine content?


hackaday.com/2026/07/15/chroma…

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GigaWiper: Nuova backdoor Windows che cancella i tuoi dati in modo permanente

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/gigawiper…

A cura di Luigi Zullo

#redhotcyber #news #microsoft #gigawiper #backdoorwindows #malware #spionaggioinformatico

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Pinch Puts an Arduino On a USB-C Connector


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Compared to the Arduino Uno of old, modern microcontrollers are absolutely tiny — especially for the amount of processing power and I/O you get. But if you need something really small, like fits-on-the-tip-of-your-finger small, most of the turn-key development boards on the market are still a bit too big.

Enter the pinch from moddo, which they advertise as “The World’s Smallest 32-Bit Arduino-
Compatible Board.” We can’t vouch for its world-record status, but we certainly can’t think of a smaller one. At least not a complete solution like this, which offers native USB and 15 GPIO pins in addition to the usual suspects like SPI, I2C, PWM, and UART. In fact, it’s so small that it even includes a breakout board to make prototyping a bit easier.

Coming from something like an ESP32, the biggest adjustment will probably be working around the relatively limited specs of the SAMD11. The ARM Cortex-M0+ under the hood tops out at 48 MHz, and there’s only 4 KB SRAM and 16 KB flash (of which the bootloader eats up 4 KB). Still, not bad for something that occupies roughly the same surface area as a female USB-C connector.

We’re told the team is in the final stages of testing and production of the pinch, and you can currently pre-order the $16 board ahead of its planned September ship date. A circuit schematic and STEP 3D model are already available, and it looks like board design files aren’t far behind.


hackaday.com/2026/07/15/pinch-…

DOOM runs (slowly) in a IBM PC-Compatible CSS Sheet


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Just when you thought we’d run out of things to port DOOM to, here comes [Ahmed Amer] with his CSS-DOS, a massive 300 MB CSS style sheet, that runs not just DOS, but Windows 1.0 and, of course, DOOM. The CSS sheet isn’t holding a DOOM port this time, though — it’s holding a full IBM PC compatible, with a simulated 8086, 640 kB of RAM, floppy and VGA controllers. Yes, in one style sheet. We did mention it was 300 MB, right?

CSS is not a very good programming language. It’s got functions and if statements nowadays, but it doesn’t really do programs in the usual sense. That is, lists of instructions that feed one into another. You can’t change a variable without jumping through hoops. The sort of static behavior you get from a CSS sheet actually matches hardware architecture better than software, which was the key insight [Ahmed] had to make the project possible. It’s still not easy, or elegant, or perhaps even sane, as you can find out from the excellent write-up he has describing how he pulled this off. We particularly like the interactive guide to the full mountain of madness that is the .css file.

Now, we admit that “runs DOOM” may be an exaggeration — even if the maddeningly massive CSS sheet ran an IBM-AT full speed, that hardware can’t handle the game at any playable speed. It doesn’t emulate at anything close to full speed, though. Because this is such a gratuitously weird hack, it only runs at two instructions per second. No, not FPS, instructions, as in at the CPU level. Well, it could be worse, at least it’s not clock ticks. Still, if you’re time-dilated enough you can wait the 3 weeks to boot DOS, and the 3 months to load a level, you can play DOOM at 0.0001 FPS.

Look, we didn’t make the rules — they say everything has to try and run DOOM. They don’t say everything has to run it well.


hackaday.com/2026/07/15/doom-r…

Cut And Fold Your 3D Printer’s Next Cover


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[cmh]’s ultra-simple top cover for the Snapmaker U1 3D printer has a 3D model, but don’t let that fool you. There’s no 3D printing at all involved in this project. Rather, the model is a reference shape for making an effective top cover out of cardboard or corrugated plastic sheet (also known as Coroplast) which is what [cmh] used.
The pattern can be cut from a single sheet, or from multiple pieces taped together.
Corrugated plastic is a versatile option for things like printer enclosures. It’s cheap, a good insulator, easy to cut, and available from just about any plastics supplier. We’ve made the case that they’re a good alternative to acrylic sheets for printer enclosures, but [cmh] goes even further with a design that requires no additional hardware whatsoever. Assembly doesn’t even require more than tape, really.

He provides a cutout diagram for pieces that, when assembled, make a sort of hat that is just right to cover the top of the Snapmaker U1 without obstructing the extruders. One can even lift the front panel to access the inside without removing the cover, which is a nice touch. Should one wish to add a viewing window anywhere, just cut out a square and tape a sheet of clear plastic over the hole.

For a 3D printer, an enclosure and top cover helps retain heat, block drafts, and keep dust (or curious fingers) away from the printer’s build area. The cover doesn’t need to be completely sealed to deliver those benefits, but if you do prefer your covers completely enclosed, a carefully-chosen IKEA storage box makes a conveniently great cover for the U1.


hackaday.com/2026/07/15/cut-an…

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RoguePlanet (CVE-2026-50656): la race condition in Microsoft Defender che regala privilegi SYSTEM
#tech
spcnet.it/rogueplanet-cve-2026…
@informatica


RoguePlanet (CVE-2026-50656): la race condition in Microsoft Defender che regala privilegi SYSTEM


Il 9 luglio 2026 Microsoft ha rilasciato la correzione per RoguePlanet, una vulnerabilità zero-day nel Malware Protection Engine di Microsoft Defender che permetteva a un attaccante con accesso locale di ottenere privilegi SYSTEM su qualsiasi macchina Windows 10 o Windows 11 completamente aggiornata. Il dettaglio che rende questo bug particolarmente istruttivo per chi amministra flotte Windows non è tanto la gravità – con un CVSS 4.0 di 7.8 non è la falla più critica dell’anno – quanto il fatto che a essere vulnerabile sia proprio il componente che dovrebbe proteggere il sistema, e che il proof-of-concept pubblico funzioni indipendentemente dallo stato della protezione in tempo reale.

Cos’è RoguePlanet (CVE-2026-50656)


RoguePlanet è tracciata come CVE-2026-50656 ed è una vulnerabilità di elevazione dei privilegi locale nel Microsoft Malware Protection Engine, il motore di scansione condiviso da Defender e da altri prodotti Microsoft di sicurezza. La causa tecnica è una improper link resolution before file access, in pratica una race condition simile alle classiche TOCTOU (time-of-check to time-of-use): il motore di scansione risolve un percorso o un link simbolico/junction in un momento diverso da quello in cui accede effettivamente al file, e questa finestra temporale può essere sfruttata per far operare il processo, che gira con privilegi SYSTEM, su un file diverso da quello previsto.

Il ricercatore che ha scoperto e divulgato pubblicamente il bug, noto con lo pseudonimo Chaotic Eclipse (in alcune fonti riportato come Nightmare-Eclipse), ha pubblicato dettagli tecnici e codice exploit già a giugno 2026, prima che Microsoft rilasciasse una patch, nel contesto di una disputa pubblica con l’azienda sulle tempistiche di risposta alle segnalazioni di vulnerabilità. Questo ha reso RoguePlanet una vulnerabilità “N-day pubblica” per diverse settimane, con Microsoft che ha classificato lo sfruttamento come “Exploitation More Likely” sul proprio Exploitability Index.

Perché disattivare Defender non è una mitigazione valida


Un dettaglio operativo importante per chi ha dovuto gestire l’incidente: il proof-of-concept pubblicato funziona indipendentemente dal fatto che la protezione in tempo reale sia attiva o meno. Questo significa che la contromisura “tampone” spesso adottata in scenari di zero-day – disattivare temporaneamente il modulo vulnerabile finché non arriva la patch – non era efficace in questo caso, perché il motore di scansione resta comunque presente e invocabile sul sistema anche a protezione realtime disattivata.

Come funziona l’attacco in pratica


RoguePlanet è un exploit post-compromise: non è una falla che consente l’accesso iniziale a un sistema, ma serve ad ampliare i privilegi una volta che l’attaccante ha già ottenuto un punto d’appoggio, ad esempio tramite credenziali rubate, malware, phishing o un’altra vulnerabilità. Lo schema tipico è:

  • L’attaccante ottiene accesso come utente standard (senza privilegi amministrativi) su un endpoint Windows.
  • Sfrutta la race condition nel Malware Protection Engine per far scrivere, sostituire o manipolare un file in un percorso controllato dall’attaccante mentre il motore opera con privilegi SYSTEM.
  • Ottiene l’esecuzione di codice arbitrario con privilegi SYSTEM, uscendo di fatto dal sandbox dei permessi utente.
  • Da lì può disabilitare protezioni, esfiltrare dati, installare impianti persistenti o muoversi lateralmente nella rete.

È lo schema classico che trasforma una compromissione limitata (un singolo account utente) in una compromissione totale della macchina, ed è per questo che le vulnerabilità di questo tipo vengono trattate con priorità alta anche quando il CVSS non è altissimo: il vettore di attacco (locale, bassa complessità, nessuna interazione utente richiesta) le rende un tassello estremamente efficiente nelle catene di attacco moderne, specie quelle assistite da AI dove le fasi di privilege escalation e lateral movement vengono automatizzate.

Cosa fare subito


La buona notizia è che la correzione è già disponibile e, trattandosi di un aggiornamento del motore antimalware, viene distribuita automaticamente tramite gli aggiornamenti regolari delle definizioni, senza richiedere un intervento manuale sugli endpoint. La versione corretta del Malware Protection Engine è la 1.1.26060.3008 o successiva. Ecco però una checklist di verifica utile in ambienti gestiti:

# Verifica la versione del Malware Protection Engine su un endpoint Windows
Get-MpComputerStatus | Select-Object AMEngineVersion, AMProductVersion, AntivirusSignatureLastUpdated

# Forza un aggiornamento immediato delle definizioni e del motore
Update-MpSignature -UpdateSource MicrosoftUpdateServer

# In ambienti con Configuration Manager / WSUS, verifica la data
# dell'ultimo aggiornamento delle definizioni su tutta la flotta
Get-MpComputerStatus | Select-Object ComputerID, AMEngineVersion |
    Export-Csv -Path C:\Reports\defender-engine-status.csv -NoTypeInformation

Se gestisci endpoint tramite Microsoft Defender for Endpoint, puoi verificare la copertura a livello di flotta dal portale Security, sezione Reports > Microsoft Defender Antivirus, filtrando per versione del motore. In ambienti air-gapped o con aggiornamenti WSUS ritardati, questo è il momento di controllare che la cadenza di distribuzione delle definizioni non stia introducendo un ritardo superiore a qualche giorno rispetto al rilascio Microsoft.

Indicatori di compromissione da monitorare


Per chi sospetta un possibile sfruttamento avvenuto prima della patch, Microsoft e i ricercatori indipendenti suggeriscono di dare priorità ai seguenti segnali in fase di threat hunting:

  • Processi SYSTEM anomali generati da MsMpEng.exe o da altri componenti del Malware Protection Engine, specialmente se seguiti dall’avvio di una shell (cmd.exe, powershell.exe).
  • Modifiche non pianificate alle impostazioni o ai servizi di Microsoft Defender, incluse disattivazioni temporanee della protezione in tempo reale non riconducibili a policy note.
  • Creazione di attività pianificate (scheduled task) sospette nella stessa finestra temporale di scansioni antimalware.
  • Nuovi meccanismi di persistenza (servizi, chiavi di avvio, WMI event subscription) creati con privilegi SYSTEM da processi non abituali.

Al di là del singolo CVE, RoguePlanet è un buon promemoria di un principio generale di hardening: restringere i privilegi standard degli utenti, limitare l’esecuzione di codice non autorizzato tramite AppLocker o Windows Defender Application Control, e mantenere una cadenza di patching aggressiva restano le difese più efficaci contro l’intera classe di vulnerabilità di elevazione dei privilegi, indipendentemente dal componente specifico coinvolto.

Conclusione


RoguePlanet dimostra ancora una volta che anche i componenti di sicurezza non sono immuni da vulnerabilità e possono, paradossalmente, diventare essi stessi superficie d’attacco. Per i sistemisti la buona notizia è che la correzione è già in distribuzione automatica: il compito principale è verificare che la propria flotta stia effettivamente ricevendo gli aggiornamenti del motore in tempi ragionevoli e, per gli ambienti a rischio più elevato, effettuare una verifica retrospettiva degli indicatori di compromissione descritti sopra.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Microsoft Patches Zero-Day RoguePlanet Defender Flaw


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Passkey come default in Microsoft Entra ID: guida alla migrazione da SMS e voce entro il 2027
#tech
spcnet.it/passkey-come-default…
@informatica


Passkey come default in Microsoft Entra ID: guida alla migrazione da SMS e voce entro il 2027


Il 13 luglio 2026 Microsoft ha annunciato un cambiamento che riguarda praticamente ogni amministratore Entra ID: a partire da settembre, le passkey diventeranno il metodo di autenticazione predefinito per i nuovi accessi, mentre SMS e voce – i metodi di verifica più diffusi negli ultimi quindici anni – verranno progressivamente dismessi come servizio nativo, con ritiro definitivo fissato per il 1 febbraio 2027. Non è un annuncio isolato: è la formalizzazione di una traiettoria che Microsoft persegue da tempo, ma con date precise che ogni tenant dovrà rispettare, volenti o nolenti.

Perché Microsoft accelera proprio ora


La motivazione dichiarata da Microsoft nel post ufficiale sul Security Blog non è generica. Il Microsoft Threat Intelligence ha osservato campagne di phishing assistite da AI con tassi di click-through fino al 54%, contro il circa 12% delle campagne tradizionali. A questo si aggiunge la crescente accessibilità di tecniche come il SIM swapping e il bypass dell’autenticazione multifattore, che rendono SMS e voce – entrambi basati su segreti condivisi trasmessi su canali intercettabili – sempre meno affidabili come secondo fattore. Le passkey, basate su crittografia a chiave pubblica anziché su segreti condivisi, sono phishing-resistant per costruzione: non esiste un codice da rubare o da far digitare su un sito civetta, perché la chiave privata non lascia mai il dispositivo dell’utente.

Cosa cambia concretamente: la timeline


Per pianificare la migrazione senza sorprese, questi sono i passaggi principali comunicati da Microsoft:

  • 1 settembre 2026 – Tutti gli utenti già abilitati per SMS o voce vengono automaticamente iscritti e sollecitati a registrare una passkey al successivo accesso con autenticazione multifattore.
  • 18 settembre 2026 – Microsoft pubblica i dettagli su provider di telecomunicazioni supportati, prezzi e condizioni commerciali per chi deve continuare a usare SMS/voce tramite terze parti.
  • 30 ottobre 2026 – Gli amministratori possono selezionare e configurare un provider telecom di terze parti tramite il Microsoft Security Store.
  • 1 febbraio 2027 – Microsoft ritira il servizio nativo di autenticazione SMS e voce in Entra ID. Da questa data, chi non ha configurato un provider terzo o una passkey dovrà necessariamente registrarne una prima di poter accedere: non è previsto alcun opt-out.

Il punto da evidenziare per chi pianifica: l’auto-enrollment parte a settembre, ma la scadenza reale – quella che rompe l’accesso per chi non si è mosso – è a febbraio 2027. Sono circa sette mesi di finestra, che possono sembrare tanti ma si riducono rapidamente se il tenant ha migliaia di utenti, dispositivi eterogenei o processi di change management lenti.

Quali tipi di passkey supporta Entra ID


Entra ID distingue due famiglie di passkey, ed è una distinzione operativa rilevante per la policy da adottare:

  • Passkey sincronizzate (synced): memorizzate in un gestore di credenziali a livello di piattaforma e sincronizzate tra i dispositivi dell’utente, ad esempio tramite iCloud Keychain o Google Password Manager. Comode per utenti finali, ma con un livello di attestazione hardware inferiore.
  • Passkey vincolate al dispositivo (device-bound): legate a un singolo dispositivo o chiave fisica, ad esempio le passkey di Microsoft Authenticator, le Entra passkey su Windows (basate su Windows Hello for Business) e le chiavi di sicurezza FIDO2 hardware. Offrono garanzie di attestazione più solide, adatte a account amministrativi o a scenari con requisiti di compliance stringenti.

Le passkey FIDO2 sono disponibili in tutte le edizioni di Entra ID, inclusa quella Free, senza licenze aggiuntive: un dettaglio non scontato che elimina l’alibi del costo per rimandare l’adozione.

Come prepararsi: guida pratica per amministratori

1. Mappa chi usa ancora SMS o voce


Il primo passo è puramente ricognitivo: individuare quali utenti o gruppi sono ancora configurati su SMS o voce come metodo di autenticazione. Con Microsoft Graph PowerShell:

# Connessione a Microsoft Graph con i permessi necessari
Connect-MgGraph -Scopes "UserAuthenticationMethod.Read.All","Policy.Read.All"

# Elenca gli utenti con metodo di autenticazione telefonico configurato
$users = Get-MgUser -All -Property Id, DisplayName, UserPrincipalName
foreach ($u in $users) {
    $methods = Get-MgUserAuthenticationPhoneMethod -UserId $u.Id -ErrorAction SilentlyContinue
    if ($methods) {
        [PSCustomObject]@{
            User  = $u.UserPrincipalName
            Phone = ($methods.PhoneNumber -join ", ")
        }
    }
}

2. Configura i passkey profile


Da qualche mese Entra ID supporta i passkey profile, che permettono configurazioni granulari per gruppo anziché un’unica impostazione a livello di tenant: puoi definire requisiti di attestazione, tipo di passkey ammesso (device-bound vs synced) e restrizioni per AAGUID (l’identificativo del modello di authenticator) differenziando, ad esempio, gli amministratori – per cui puoi imporre solo chiavi FIDO2 hardware con attestazione verificata – dal resto del personale, per cui le passkey sincronizzate sono sufficienti. La configurazione si effettua da Entra admin center > Protection > Authentication methods > Passkey (FIDO2), oppure via Graph API sull’endpoint /policies/authenticationMethodsPolicy/authenticationMethodConfigurations/Fido2.

3. Attiva una registration campaign


Per portare gli utenti alla registrazione senza dover organizzare sessioni di onboarding manuali, Entra ID offre le registration campaign: durante un normale accesso MFA, l’utente viene invitato a registrare una passkey in modo contestuale. Si abilitano da Authentication methods > Registration campaign, specificando quale metodo promuovere (in questo caso, passkey) e per quali gruppi.

4. Valuta l’enforcement con Conditional Access


Per i ruoli più sensibili, non basta rendere le passkey disponibili: conviene richiederle esplicitamente. Le authentication strength policy di Conditional Access permettono di imporre l’uso di metodi phishing-resistant (passkey, FIDO2, Windows Hello for Business) per l’accesso a risorse critiche, indipendentemente dal fatto che l’utente abbia ancora SMS configurato come fallback.

5. Se devi mantenere SMS o voce per obblighi regolatori


Non tutti i contesti possono abbandonare SMS/voce immediatamente per vincoli normativi o tecnici (ad esempio utenti privi di smartphone aziendale). In questo caso, il percorso è: documentare i segmenti di utenti interessati, attendere l’apertura del catalogo provider il 18 settembre, configurare un provider supportato tramite il Microsoft Security Store dal 30 ottobre, e testare la configurazione su un gruppo pilota prima del rollout esteso.

Conclusione


La transizione a passkey-by-default non è una feature opzionale da valutare con calma: ha una data di rottura precisa, il 1 febbraio 2027, dopo la quale gli utenti ancora legati a SMS o voce senza un provider terzo configurato saranno bloccati in accesso finché non registrano una passkey. Per i team IT il consiglio pratico è iniziare subito con la ricognizione degli utenti a rischio e l’attivazione di una registration campaign pilota, così da arrivare a settembre con un processo già collaudato invece di gestire l’auto-enrollment massivo come un’emergenza.

Fonte: Microsoft Security Blog – Microsoft Entra ID security updates: Passkeys are the default authentication method in Entra ID


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US and allied Governments' Recommendations: Securing Network Devices Against Russian #APT Groups
securityaffairs.com/195448/apt…
#securityaffairs #hacking #Russia
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NEW: A security vulnerability in the remastered version of the classic 25-year-old war strategy game Age of Empires II allowed hackers to take over victims' computers with just a malicious game invite.

techcrunch.com/2026/07/15/micr…

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FLOSS Weekly Episode 875: JavaScript as a Systems Language


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This week Jonathan chats with Nariman Jelveh about Puter! It’s the project that takes the idea of the Browser-as-the-OS seriously. Why did a simulated desktop on the web take off, what the story of making it Open Source, and what’s coming next? Watch to find out!


youtube.com/embed/9vrzEvWiALw?…

Did you know you can watch the live recording of the show right on our YouTube Channel? Have someone you’d like us to interview? Let us know, or have the guest contact us! Take a look at the schedule here.

play.libsyn.com/embed/episode/…

Direct Download in DRM-free MP3.

If you’d rather read along, here’s the transcript for this week’s episode.

Places to follow the FLOSS Weekly Podcast:


Theme music: “Newer Wave” Kevin MacLeod (incompetech.com)

Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License


hackaday.com/2026/07/15/floss-…

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Aggirare l'ultima app europea di verifica dell'età (2026.07-1) con un'estensione Chrome... di nuovo.

Nonostante 3 mesi di rafforzamento della sicurezza e miglioramenti genuini in tutti i fronti, il problema fondamentale non può essere risolto.

La verifica dell'età anonima non funziona.

x.com/i/status/207702935558733…

@privacypride

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#Chaotic #Eclipse Unveils LegacyHive Exploit Affecting Fully Patched #Windows Systems
securityaffairs.com/195418/hac…
#securityaffairs #hacking

Hayabusa2’s Next Target is a Tiny 11 Meter Asteroid


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Launched in 2014, Japan’s Hayabusa2 spacecraft completed its primary asteroid sample return mission all the way back in 2020. But with the main spacecraft still healthy, the intrepid little probe was assigned new missions — such as its future investigation of asteroid 1998 KY26, a rather unassuming 11 meter diameter rock.
Artist impression of Hayabusa2 firing its ion thrusters. (Credit: DLR, Wikimedia)Artist impression of Hayabusa2 firing its ion thrusters. (Credit: DLR, Wikimedia)
Earlier this month Hayabusa2 flew by the 450 meter 98943 Torifune at a distance of 800 meters, close enough to get an up-close look of its surface of mostly silicate minerals. With the spacecraft flying past at around 5 km/s, this posed some challenges with tracking, especially since its systems and instruments were not designed for high-speed tracking.

With that mission now complete, 1998 KY26 – first discovered in 1998 – is next on the menu, though this will have to wait a while. Currently it’s estimated that the two will not meet until July 2031.

Once they do meet up, after Hayabusa2 zips twice more past Earth, it’ll be another major challenge for the by now rather degraded spacecraft. Its sensors have suffer radiation and other types of damage, while its ion engines are quite depleted. The goal at this target asteroid is to enter orbit, deploy its last target marker and projectile, before attempting a landing, probably at one of its poles.

As likely the final mission for this spacecraft it’ll be very educational in many ways, not the least of which is that of planetary defense, but also that of deepening our understanding of these asteroids and the many varieties that we share space with.


hackaday.com/2026/07/15/hayabu…

Putting Some Zig in a Linux-Based 3D Printer


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Having Linux on so many devices is both a blessing and a curse. Sure, it is great that you can hack on things and modify them or even totally repurpose them. But it also means you have a fleet of Linux devices you have to manage and keep track of.

My current “main” 3D printer is a Flashforge AD5X: a nice, cheap machine that does four colors with the purge/exchange method. It sort of runs Klipper. I say sort of because Flashforge has Klipper running on a Linux host in the box, but it is massively crippled and modified. I’m sure it works for most folks. I’m also sure that if you know nothing about Linux, Klipper, or 3D printing, the experience is probably better thanks to all the cloud point-and-click interfaces. But, of course, I check none of those boxes.

I’ve had the printer for probably a year or more. Almost immediately, I put a “mod” on the printer to give it a more true Klipper interface and gave me things like shell access. There are several that I think will do this, but I used Zmod, which doesn’t totally replace the printer’s firmware; it just sort of patches it and extends it. You can easily bypass or even remove it and go back to the stock printer, although I would not want to.

In my case, the issue was a printer, but the same idea might apply to any embedded Linux system, from a router to a thermostat. Sure, it runs Linux, but is it Linux you can change?

The Problem

The AD5X runs Linux… sort of.
The Flashforge firmware and Zmod both will run on the AD5X’s little sister, the AD5M. However, the AD5M has a significantly less capable processor board than the AD5X. That means that Linux on the boxes is very stripped down. From Flashforge’s point of view, no one should be in the Linux OS anyway, and the author of Zmod probably figures every byte used is a byte taken away from the user or other advanced Zmod features.

It may seem like a first-world problem, but there were two things that irked me about the printer’s Linux. There was no less or more command for poking around files. There was also only vi as an editor. I did a few hacks to make myself happy. I wrote a pager in shell script, for example. I would try to remember to use my desktop emacs and tramp to edit files on the box. But it was a shame that there were some very basic tools lacking. Besides that, even the tools that were there like ls lacked help commands in case you want some strange option you can’t remember.

No Install


To save space, the printer doesn’t really have programs like ls, cat, and grep. Instead, it has a single busybox executable. This is common on small systems. You get one copy of the libraries and a single executable that will do all the work you need. You can invoke, for example, grep by running “busybox grep” or, if you make a symlink to busybox named grep, the user may never realize that you don’t really have grep installed.

However, busybox has to be built. You can’t easily install packages to it. So I could just run some package manager and install less or anything else. My plan was to produce a new busybox package myself to supply at least the missing commands and maybe some of the more basic ones, too. How hard could it be?

How Hard, Indeed


The first issue was figuring out exactly what the printer was running. The OS was a buildroot compile as shown by /etc/os-release:
NAME=Buildroot
VERSION=2020.02.1-g0b1f992-dirty
ID=buildroot
VERSION_ID=2020.02.1
PRETTY_NAME="Buildroot 2020.02.1"
In theory, you could probably try to rebuild everything from that information, but it seemed like a bad idea. Who knows what changes they’ve made or what strange dependencies were out there?

The next piece of the puzzle was the architecture. It turned out to be MIPS, which has many variations, a problem that would come back to haunt me later. To figure it all out, I grabbed busybox from the machine and copied it to my regular computer. This let me read the elf file:

# readelf -h busybox
ELF Header:
Magic: 7f 45 4c 46 01 01 01 00 03 00 00 00 00 00 00 00
Class: ELF32
Data: 2's complement, little endian
Version: 1 (current)
OS/ABI: UNIX - System V
ABI Version: 3
Type: EXEC (Executable file)
Machine: MIPS R3000
Version: 0x1
Entry point address: 0x403fa0
Start of program headers: 52 (bytes into file)
Start of section headers: 775880 (bytes into file)
Flags: 0x70001405, noreorder, cpic, nan2008, o32, mips32r2
Size of this header: 52 (bytes)
Size of program headers: 32 (bytes)
Number of program headers: 10
Size of section headers: 40 (bytes)
Number of section headers: 30
Section header string table index: 29


Forensics


Just knowing that the CPU was MIPS was hardly enough. Note that the processor could have been big endian, but this one was little endian. What’s more, the flags show a few things, and the important ones would turn out to be mips32r2, which defines a particular set of instructions, and nan2008, which means everything is using a more modern floating point stack compared to some older MIPS setups.

The next step is to find a toolchain that can run on my Linux box and produce executables for such a machine. There were two main candidates that I thought about: zig and crosstool-ng.

Zig


You may remember that Zig is a completely different language from C. So it might not make sense that I want to compile busybox, a C program with Zig. However, Zig has an interesting feature. It can pretend to be gcc, and maybe compilers for some other languages too. The idea is that if you have a lot of C code, you could start changing over to Zig without having to convert everything today or even ever. Using CLang and LLVM, Zig purports to be able to just drop in a project as the system C compiler.

So why does that matter for this project? Zig also supports a lot of targets, including MIPS, and provides run time libraries for them. So if I just tell the build system to use Zig, everything will be fine, right?

Right…


Naturally, this didn’t work as well as I expected. It could be that I don’t understand Zig well enough, but passing --target mipsel-linux-musleabihf -mcpu=mips32r2 to zig cc couldn’t produce a working ‘hello world’ program. The reason? Zig appears not to supply a nan2008 library for MIPS. Or maybe I just didn’t know how to enable it. As far as I can tell, Zig might have done the right thing for mips32r6, but that, unsurprisingly, led to illegal instruction problems. Besides, I wanted to stick as close to the existing setup as possible.

I could have made Zig rebuild its libraries, but then I might as well build a full toolchain. However, I wondered if floating point would matter much for what I was doing, so I decided to cheat. I let Zig build an executable, and then I simply patched the output header to say it used nan2008. It worked for a simple program.

Busybox

The configuration menu for busybox lets you customize it to your liking or, at least, requirements.
Configuring busybox is a matter of using a menuconfig system similar to building a kernel. I mainly asked it to make a static copy in options and then just picked a bunch of things I wanted, especially less and more.

Many programs, including less, have options to help you minimize the size. For example, you could disable regular expressions or make it not read $LESS for options. I left nearly everything on for most of the programs.

Once it was ready to go, I needed to run make with the Zig compilers and then do the patch to fool the printer into running it.

The command line that worked the best turned out to be: make V=1 CC="zig cc -target mipsel-linux-musleabihf -mcpu=mips32r2 -static -Os" STRIP='llvm-strip' -j6

Of course, you could adjust the -j6 to suit how many CPUs you have. I like to use about 1/2 of mine when compiling. Then the patch is as simple as:

printf '\024' | dd of=busybox bs=1 seek=37 count=1 conv=notrunc

Did it Work?


Once I transferred the file, renamed to busybox-ad5x, over to the printer, I was able to successfully run things like busybox less or even busybox ls. Everything seemed to work. You can ask busybox to install a bunch of symlinks for everything it knows how to do, but I wanted to start small, so I only made symlinks for things that didn’t already exist in the native busybox.

Once I didn’t find problems, I eventually replaced even the old busybox utilities with the new ones. I even made busybox-ad5x a symlink and renamed this version as busybox-zig because I wanted to try one more experiment: using crosstool-ng to make a proper toolchain.

Next Time


But that’s a whole other topic for another day. For now, Zig — with a little patching — got the job done. There are many ways to get things done under Linux. Turns out it is very hard for a vendor to totally lock down a system, and if there is a way in, then there is almost always some way to tune things to your liking. Busybox is a great tool for stripped-down systems. Even floppy-based boots.


hackaday.com/2026/07/15/puttin…

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Quando qualcuno ride per un poveraccio che ha perso tutti i dati perché li ha affidati solo a una megacorporation statunitense, ricordatevi sempre di questo fatto incontrovertibile:

mastodon.uno/@informapirata/11…


@anfibolo il tuo ospedale si fida di Microsoft, la tua scuola si fida di Microsoft e probabilmente anche il tuo comune e la tua azienda si fidano di Microsoft. Mi spieghi per quale motivo dovrebbe essere colpa di un cittadino se si fida di microsoft?

Non bisogna colpevolizzare mai le vittime se queste vivono in un mondo condizionato dal pregiudizio per cui le Big Tech sono sempre affidabilissime


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in reply to FrankDmt90

@FrankDmt90 saggia decisione. Io un paio di anni fa mi sono comprato un NAS per avere un backup ridondante gestito solo da me. L'operazione di migrazione è stata abbastanza tortuosa. Non avevo in casa un disco abbastanza grande per scaricarci tutta la mia collezione. Alla fine ho usato uno script che mi ha permesso di fare scaricare tutto direttamente sul NAS senza ponti. Solo quando ti cimenti in questa operazione capisci quanto cacchio siamo dipendenti da Google!

informapirata ⁂ reshared this.

in reply to Neff

@Neffscape
Non uso un NAS ma ho un semplice disco esterno da 500GB e un account su Koofr da un bel po' di anni.
Prima avevo un paio di file batch che copiavano dal disco del PC al disco esterno e a Koofr.
Ora gli stessi due file batch chiamano rclone per copiare/sincronizzare, quindi sia sul disco esterno sia su Koofr i dati sono cifrati in partenza e, anche se Koofr ha il suo Vault "zero knowledge" mi fido di più così.
@FrankDmt90 @informapirata
in reply to FrankDmt90

@FrankDmt90
Io ho un account Google gratuito dove metto una selezione ristretta di foto/video importanti, così come alcuni documenti su Drive.
Poi tutte le altre cose (comprese migliaia di foto e video) vanno su un account Infomaniak myKSuite, su un NAS che ho a casa e, periodicamente, su due vecchi dischi USB tenuti in un cassetto.

Paranoico? Sì, ma non voglio perdere i ricordi di una vita, i viaggi e le foto dei miei figli perché mi sono affidato a un single point of failure
@informapirata

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Microsoft chiude un account hackerato, 25 anni di dati personali persi per sempre


Microsoft ha appena perso una causa in Brasile per il modo in cui ha gestito un account hackerato, e a quanto pare ci risiamo con più o meno le stesse modalità. A denunciare l’accaduto è stato lo streamer Joshua Khane, che sostiene di aver perso definitivamente il proprio account Microsoft e tutti i dati associati dopo un attacco informatico, con conseguenze che definisce devastanti. Khane racconta su Twitter che gli hacker hanno modificato le informazioni di sicurezza, impedendogli di riprenderne il controllo.

Microsoft è intervenuta, chiudendo definitivamente l'account (in modo "irreversibile", conferma la nota della società) ed escludendo in modo categorico qualsiasi tentativo di recupero. Khane dice che l’account conservava circa 25 anni di dati personali, tra cui documenti, contenuti digitali e fotografie di famiglia considerate insostituibili - incluse quelle dell’infanzia del figlio, archiviate su OneDrive e ora non più accessibili. Oltre ai contenuti personali, lo streamer sostiene di aver investito migliaia di euro in videogiochi e acquisti digitali collegati allo stesso profilo Microsoft, che risultano anch’essi irrecuperabili.

hdblog.it/microsoft/articoli/n…

@informatica

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#AsyncAPI #npm Supply Chain Attack: #Malware Injected Into Packages With 2 Million Weekly Downloads
securityaffairs.com/195395/sec…
#securityaffairs #hacking