A Different Kind of Ultrasonic Levitation


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An ultrasonic transducer with two wires attached to it by alligator clips floats very slightly suspended over a glass surface.

Ultrasonic levitation is by now a familiar trick: one or more ultrasonic transducers create a standing wave, and small objects can be held in the nodes of this standing wave. With a sufficiently large array of transducers, it’s even possible to control the movement of the object. This isn’t the only form of ultrasonic levitation, however, as [Steve Mould] demonstrated with his ultrasonic air hockey table.

This less familiar form of levitation was discovered by [Bob Collins] while working on torpedo guidance systems: when he tried to place a glass lens on an ultrasonic transducer it immediately slid off. He found during further experimentation that an ultrasonic transducer would levitate over any sufficiently flat and smooth surface. It works by trapping a very thin layer of air between the transducer and the smooth surface. When the transducer moves sharply toward the surface, it compresses a layer of air in between, and forces some air out, and the reverse happens while pulling back. However, during the downstroke, the gap through which air can escape is narrower than during the upstroke, and there is more surface-induced drag, meaning that the inflow and outflow of air through a narrow gap isn’t completely equal. At a certain distance, inflow and outflow balance, and the transducer floats on a thin layer of air.

In [Steve]’s air hockey arena, the floor oscillates and the pucks levitate over this. Driving it using just one transducer didn’t work, since the floor formed standing waves, and the pucks would get stuck on node lines. Instead, he used two transducers, one at each end of the arena, and drove them out of phase with each other. This created a standing wave and minimized dead spots.

The arena was a bit small (having to be played using toothpicks), but it seemed to work well. If you prefer your air hockey a bit more human-scaled, we’ve seen a table build before. We’ve also seen ultrasonic levitation before, ranging from simple electronics kits to the driving force behind a full volumetric display or photography station.

youtube.com/embed/BViIGAg-eVI?…


hackaday.com/2026/04/27/a-diff…

The Challenges of 3D Printing Reliable Springs


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Springs are great, but making them out of plastic tends to come with some downsides, for fairly obvious reasons. Creating a compliant mechanism that can be 3D printed and yet which doesn’t permanently deform or wear out after a few uses is therefore a bit of a struggle. The complaint toggle mechanism that [neotoy] designed is said to have addressed those issues, with the model available on Printables for anyone to give a shake.

The model in question is a toggle, which is the commonly seen plastic or metal device that clamps down on e.g. rope or cord and requires you to push on it to have it release said clamping force. Normally these use a metal spring inside, but this version is fully 3D printable and thus forms a practical way to test this particular compliant mechanism with a variety of materials.

The internal spring is a printed spiral spring, with the example in the video printed in PETG. You can of course also print it in other materials for different durability and springiness properties. As noted in the video, PLA makes for a very poor spring material, so you probably want to skip that one.

We covered compliant mechanisms in the past for purposes like blasters, including some that you can only see under a microscope.

youtube.com/embed/hHZo82-PtT8?…


hackaday.com/2026/04/27/the-ch…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

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LockBit 5.0 in Escalation: dalla Banca delle Banche Centrali Latinoamericane alle logistiche Europee
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/lockbi…


LockBit 5.0 in Escalation: dalla Banca delle Banche Centrali Latinoamericane alle logistiche Europee


LockBit 5.0 — nome in codice ChuongDong — non è la resurrezione di un brand cybercriminale: è la prova che i ransomware-as-a-service più organizzati si evolvono più velocemente delle operazioni delle forze dell’ordine che li contrastano. Nell’ultima settimana di aprile 2026, la gang ha rivendicato colpi su un istituto finanziario fondato dalle banche centrali latinoamericane, su società di logistica tedesche e su numerose altre vittime in Europa, Asia e nelle Americhe. Un’analisi tecnica e operativa della minaccia più attiva del momento.

Storia e resurrezione: da Operation Cronos a LockBit 5.0


Nel febbraio 2024, la joint task force internazionale Operation Cronos — guidata dall’NCA britannica con la partecipazione di Europol, FBI e polizie di altri dieci paesi — aveva inflitto quello che sembrava un colpo definitivo all’ecosistema LockBit: server sequestrati, chiavi di decryption pubblicate, affiliati arrestati in Polonia e Ucraina, e il volto del presunto admin “LockBitSupp” esposto pubblicamente.

La risposta del gruppo è arrivata con una certa prevedibilità: già nel settembre 2025, LockBit ha annunciato sul forum dark web RAMP la versione 5.0, coincidendo con il sesto anniversario dell’operazione. A distanza di circa sette mesi dal lancio, il quadro è chiaro: il gruppo ha ripreso la sua cadenza operativa, con oltre 100 vittime rivendicate sulla nuova data leak site (DLS) e attività in costante escalation nel 2026.

Architettura tecnica: cosa c’è di nuovo in LockBit 5.0


LockBit 5.0 è costruito su un’architettura a due componenti principali, un Loader e un modulo Ransomware, con una separazione netta tra funzioni di delivery e payload di cifratura.

Il Loader decifra il payload ransomware usando XOR combinato con compressione LZ e lo esegue direttamente in memoria, senza mai scrivere il binario cifrato su disco — una tecnica che complica notevolmente l’analisi forense e il rilevamento da parte degli antivirus tradizionali.

Sul fronte cifratura, la versione 5.0 introduce significativi miglioramenti rispetto alla 4.0:

  • Cifratura differenziale basata sulla dimensione dei file: per i file più grandi viene cifrata solo una porzione, massimizzando la velocità dell’attacco e comprimendo la finestra di risposta per i difensori.
  • Modulo di cancellazione delle Shadow Copy aggiornato: basato su codice derivato da Conti, ora utilizza le VSS API native di Windows invece degli strumenti da riga di comando, riducendo le tracce nel log degli eventi.
  • Patching di EtwEventWrite: disabilita in memoria il Windows Event Tracing for Windows (ETW), cieco di fatto i sistemi di SIEM e EDR che si affidano ai provider nativi.
  • Controlli di geolocalizzazione e locale: i campioni escludono automaticamente i sistemi nei paesi della CIS (Comunità degli Stati Indipendenti), un pattern tipico degli operatori ransomware di madrelingua russa.
  • Estensioni randomizzate a 16 caratteri: i file cifrati ricevono un’estensione generata casualmente per ogni campagna, impedendo il rilevamento basato su signature statiche.


Multi-piattaforma: Windows, Linux e VMware ESXi nel mirino


Una delle novità più significative di LockBit 5.0 è l’espansione cross-platform. Il gruppo ha sviluppato tre varianti distinte — per Windows, Linux e VMware ESXi — che possono essere deployate in modo coordinato su tutta l’infrastruttura di una vittima.

La variante ESXi è progettata specificamente per cifrare i datastore delle macchine virtuali, paralizzando interi ambienti virtualizzati in un singolo passaggio. Per un’organizzazione enterprise che fa affidamento su VMware, questo significa che server, applicazioni critiche e database possono essere resi inaccessibili simultaneamente, moltiplicando la pressione a pagare il riscatto.

Le vittime di aprile 2026: da Bladex alle logistiche europee


La settimana del 26-27 aprile 2026 ha visto LockBit 5.0 rivendicare una serie di attacchi di profilo elevato, in particolare:

  • Bladex (Panama): istituto finanziario multinazionale fondato direttamente dalle banche centrali dei paesi latinoamericani e caraibici. LockBit ha annunciato la pubblicazione dei dati entro 14-15 giorni. Un attacco a un istituto con questo profilo istituzionale ha implicazioni che vanno ben oltre il singolo incidente.
  • Merlo Teleskoplader (Germania): produttore tedesco di macchinari industriali; la rivendicazione include potenziale esfiltrazione di dati tecnici e commerciali.
  • D. Heinrichs Logistic GmbH (Bremerhaven, Germania): provider logistico nel porto di Bremerhaven, nodo strategico per il commercio europeo.

La concentrazione di vittime tedesche nel settore logistico/industriale suggerisce una campagna mirata, o quantomeno che gli affiliati di LockBit 5.0 stiano attivamente prendendo di mira la filiera produttiva e logistica europea.

Indicatori di compromissione e pattern di attacco

# File system indicators (Windows)
%TEMP%\ReadMeForDecrypt.txt         # Ransom note (naming convention LockBit 5.0)
*.{16-char random extension}         # File cifrati con estensione randomizzata
# Processi sospetti (behavior indicators)
vssadmin.exe (chiamate VSS API native invece di CLI)
wevtutil.exe (possibile log clearing pre-cifratura)
wmic.exe shadowcopy delete
# ETW patching (in-memory)
EtwEventWrite patched -> NOP sled   # Disabilita event tracing Windows
# Geolocation check (CIS exclusion)
GetUserDefaultLCID() / GetLocaleInfoW()  # Controllo locale pre-esecuzione
# Network indicators
Comunicazioni C2 su infrastrutture TOR
Data exfiltration pre-cifratura via tool personalizzato (data theft stage)
# Loader behavior
XOR + LZ decompression in memoria
Nessuna scrittura del payload cifrato su disco (fileless execution)

Il modello RaaS e la resilienza di LockBit


La sopravvivenza di LockBit alle operazioni delle forze dell’ordine non è un caso: è il risultato di un modello RaaS (Ransomware-as-a-Service) progettato con ridondanza in mente. Gli affiliati — decine di gruppi criminali indipendenti che noleggiano il malware in cambio di una percentuale dei riscatti — possono continuare a operare anche quando l’infrastruttura centrale viene sequestrata. Quando il codice e le build vengono trapelate o ricostruite, il lancio di una nuova versione diventa relativamente rapido.

LockBit 5.0 dimostra anche una capacità di adattamento tecnico reale: il patching in memoria di ETW, l’uso delle VSS API invece dei comandi shell, e l’architettura modulare cross-platform non sono aggiornamenti cosmetici ma miglioramenti mirati a sopravvivere agli EDR e ai SIEM di nuova generazione.

Raccomandazioni per i difensori


  • Proteggere i backup offline e immutabili: la strategia più efficace contro LockBit rimane avere copie fuori dalla portata del ransomware. I backup connessi alla rete sono sempre stati l’obiettivo primario degli operatori.
  • Monitorare le API di Volume Shadow Copy: rilevare chiamate anomale alle VSS API da processi inusuali, non solo l’esecuzione di vssadmin.
  • EDR con visibilità sulle patch in-memory: i provider che monitorano l’integrità del codice in memoria (PatchGuard bypass, EtwEventWrite tampering) hanno significativamente più chance di rilevare LockBit 5.0 prima dell’esecuzione del payload.
  • Segmentazione rigorosa degli ambienti VMware: i datastore ESXi non devono essere accessibili da host che non abbiano una necessità operativa diretta.
  • Threat hunting basato su estensioni randomizzate: configurare alert su mass-rename di file con estensioni sconosciute nei file server critici.
  • Verifica della geolocation check: se in un ambiente vengono rilevati controlli di locale da processi inusuali, potrebbe indicare una fase di reconnaissance pre-attivazione del payload.

LockBit 5.0 non è un fantasma del passato. È una minaccia attiva, tecnicamente evoluta e operativamente resiliente. L’attacco a Bladex — un’istituzione finanziaria nata per volontà delle banche centrali di un’intera regione del mondo — è il segnale che nessun settore, nessuna dimensione aziendale e nessuna geografia è fuori dal mirino del gruppo più prolifico del ransomware mondiale.


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#Medtronic discloses security incident after #ShinyHunters claimed theft of 9M+ records
securityaffairs.com/191391/cyb…
#securityaffairs #hacking

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LockBit 5.0 in Escalation: dalla Banca delle Banche Centrali Latinoamericane alle logistiche Europee


@Informatica (Italy e non Italy)
LockBit 5.0 (ChuongDong) torna a colpire ad aprile 2026: tra le vittime Bladex, la banca delle banche centrali latinoamericane, e logistiche tedesche. Analisi tecnica del nuovo payload cross-platform con cifratura


LockBit 5.0 in Escalation: dalla Banca delle Banche Centrali Latinoamericane alle logistiche Europee


LockBit 5.0 — nome in codice ChuongDong — non è la resurrezione di un brand cybercriminale: è la prova che i ransomware-as-a-service più organizzati si evolvono più velocemente delle operazioni delle forze dell’ordine che li contrastano. Nell’ultima settimana di aprile 2026, la gang ha rivendicato colpi su un istituto finanziario fondato dalle banche centrali latinoamericane, su società di logistica tedesche e su numerose altre vittime in Europa, Asia e nelle Americhe. Un’analisi tecnica e operativa della minaccia più attiva del momento.

Storia e resurrezione: da Operation Cronos a LockBit 5.0


Nel febbraio 2024, la joint task force internazionale Operation Cronos — guidata dall’NCA britannica con la partecipazione di Europol, FBI e polizie di altri dieci paesi — aveva inflitto quello che sembrava un colpo definitivo all’ecosistema LockBit: server sequestrati, chiavi di decryption pubblicate, affiliati arrestati in Polonia e Ucraina, e il volto del presunto admin “LockBitSupp” esposto pubblicamente.

La risposta del gruppo è arrivata con una certa prevedibilità: già nel settembre 2025, LockBit ha annunciato sul forum dark web RAMP la versione 5.0, coincidendo con il sesto anniversario dell’operazione. A distanza di circa sette mesi dal lancio, il quadro è chiaro: il gruppo ha ripreso la sua cadenza operativa, con oltre 100 vittime rivendicate sulla nuova data leak site (DLS) e attività in costante escalation nel 2026.

Architettura tecnica: cosa c’è di nuovo in LockBit 5.0


LockBit 5.0 è costruito su un’architettura a due componenti principali, un Loader e un modulo Ransomware, con una separazione netta tra funzioni di delivery e payload di cifratura.

Il Loader decifra il payload ransomware usando XOR combinato con compressione LZ e lo esegue direttamente in memoria, senza mai scrivere il binario cifrato su disco — una tecnica che complica notevolmente l’analisi forense e il rilevamento da parte degli antivirus tradizionali.

Sul fronte cifratura, la versione 5.0 introduce significativi miglioramenti rispetto alla 4.0:

  • Cifratura differenziale basata sulla dimensione dei file: per i file più grandi viene cifrata solo una porzione, massimizzando la velocità dell’attacco e comprimendo la finestra di risposta per i difensori.
  • Modulo di cancellazione delle Shadow Copy aggiornato: basato su codice derivato da Conti, ora utilizza le VSS API native di Windows invece degli strumenti da riga di comando, riducendo le tracce nel log degli eventi.
  • Patching di EtwEventWrite: disabilita in memoria il Windows Event Tracing for Windows (ETW), cieco di fatto i sistemi di SIEM e EDR che si affidano ai provider nativi.
  • Controlli di geolocalizzazione e locale: i campioni escludono automaticamente i sistemi nei paesi della CIS (Comunità degli Stati Indipendenti), un pattern tipico degli operatori ransomware di madrelingua russa.
  • Estensioni randomizzate a 16 caratteri: i file cifrati ricevono un’estensione generata casualmente per ogni campagna, impedendo il rilevamento basato su signature statiche.


Multi-piattaforma: Windows, Linux e VMware ESXi nel mirino


Una delle novità più significative di LockBit 5.0 è l’espansione cross-platform. Il gruppo ha sviluppato tre varianti distinte — per Windows, Linux e VMware ESXi — che possono essere deployate in modo coordinato su tutta l’infrastruttura di una vittima.

La variante ESXi è progettata specificamente per cifrare i datastore delle macchine virtuali, paralizzando interi ambienti virtualizzati in un singolo passaggio. Per un’organizzazione enterprise che fa affidamento su VMware, questo significa che server, applicazioni critiche e database possono essere resi inaccessibili simultaneamente, moltiplicando la pressione a pagare il riscatto.

Le vittime di aprile 2026: da Bladex alle logistiche europee


La settimana del 26-27 aprile 2026 ha visto LockBit 5.0 rivendicare una serie di attacchi di profilo elevato, in particolare:

  • Bladex (Panama): istituto finanziario multinazionale fondato direttamente dalle banche centrali dei paesi latinoamericani e caraibici. LockBit ha annunciato la pubblicazione dei dati entro 14-15 giorni. Un attacco a un istituto con questo profilo istituzionale ha implicazioni che vanno ben oltre il singolo incidente.
  • Merlo Teleskoplader (Germania): produttore tedesco di macchinari industriali; la rivendicazione include potenziale esfiltrazione di dati tecnici e commerciali.
  • D. Heinrichs Logistic GmbH (Bremerhaven, Germania): provider logistico nel porto di Bremerhaven, nodo strategico per il commercio europeo.

La concentrazione di vittime tedesche nel settore logistico/industriale suggerisce una campagna mirata, o quantomeno che gli affiliati di LockBit 5.0 stiano attivamente prendendo di mira la filiera produttiva e logistica europea.

Indicatori di compromissione e pattern di attacco

# File system indicators (Windows)
%TEMP%\ReadMeForDecrypt.txt         # Ransom note (naming convention LockBit 5.0)
*.{16-char random extension}         # File cifrati con estensione randomizzata
# Processi sospetti (behavior indicators)
vssadmin.exe (chiamate VSS API native invece di CLI)
wevtutil.exe (possibile log clearing pre-cifratura)
wmic.exe shadowcopy delete
# ETW patching (in-memory)
EtwEventWrite patched -> NOP sled   # Disabilita event tracing Windows
# Geolocation check (CIS exclusion)
GetUserDefaultLCID() / GetLocaleInfoW()  # Controllo locale pre-esecuzione
# Network indicators
Comunicazioni C2 su infrastrutture TOR
Data exfiltration pre-cifratura via tool personalizzato (data theft stage)
# Loader behavior
XOR + LZ decompression in memoria
Nessuna scrittura del payload cifrato su disco (fileless execution)

Il modello RaaS e la resilienza di LockBit


La sopravvivenza di LockBit alle operazioni delle forze dell’ordine non è un caso: è il risultato di un modello RaaS (Ransomware-as-a-Service) progettato con ridondanza in mente. Gli affiliati — decine di gruppi criminali indipendenti che noleggiano il malware in cambio di una percentuale dei riscatti — possono continuare a operare anche quando l’infrastruttura centrale viene sequestrata. Quando il codice e le build vengono trapelate o ricostruite, il lancio di una nuova versione diventa relativamente rapido.

LockBit 5.0 dimostra anche una capacità di adattamento tecnico reale: il patching in memoria di ETW, l’uso delle VSS API invece dei comandi shell, e l’architettura modulare cross-platform non sono aggiornamenti cosmetici ma miglioramenti mirati a sopravvivere agli EDR e ai SIEM di nuova generazione.

Raccomandazioni per i difensori


  • Proteggere i backup offline e immutabili: la strategia più efficace contro LockBit rimane avere copie fuori dalla portata del ransomware. I backup connessi alla rete sono sempre stati l’obiettivo primario degli operatori.
  • Monitorare le API di Volume Shadow Copy: rilevare chiamate anomale alle VSS API da processi inusuali, non solo l’esecuzione di vssadmin.
  • EDR con visibilità sulle patch in-memory: i provider che monitorano l’integrità del codice in memoria (PatchGuard bypass, EtwEventWrite tampering) hanno significativamente più chance di rilevare LockBit 5.0 prima dell’esecuzione del payload.
  • Segmentazione rigorosa degli ambienti VMware: i datastore ESXi non devono essere accessibili da host che non abbiano una necessità operativa diretta.
  • Threat hunting basato su estensioni randomizzate: configurare alert su mass-rename di file con estensioni sconosciute nei file server critici.
  • Verifica della geolocation check: se in un ambiente vengono rilevati controlli di locale da processi inusuali, potrebbe indicare una fase di reconnaissance pre-attivazione del payload.

LockBit 5.0 non è un fantasma del passato. È una minaccia attiva, tecnicamente evoluta e operativamente resiliente. L’attacco a Bladex — un’istituzione finanziaria nata per volontà delle banche centrali di un’intera regione del mondo — è il segnale che nessun settore, nessuna dimensione aziendale e nessuna geografia è fuori dal mirino del gruppo più prolifico del ransomware mondiale.


2026 Green Powered Challenge: Adding Low-Power Sleep To Microcontrollers


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When building a project to operate on battery power for long periods of time, having a microcontroller with a reliable and extremely low-power sleep mode is critical. When processing power isn’t needed, it should be able to wait around using almost no energy until an interrupt triggers it. Once triggered, the CPU performs its tasks and then puts itself right back to sleep, making sure the battery lasts as long as possible. Unfortunately, not every microcontroller has sleep capabilities or has an acceptably low level of power use for maximizing battery life. For these systems, a tool like this power manager might come in handy.

The small PCB, called the powerTimer, essentially acts as a middleman for power delivery to another microcontroller. On the PCB is an RV3028-C7 real-time clock, which uses a mere 45 nA of current and can interact with the second microcontroller through a timer or alarm. When commanded, the powerTimer uses an SR latch as its main control circuit, allowing single button presses to change the power state for the second microcontroller. Once the powerTimer powers up the second microcontroller, that microcontroller can communicate back to the powerTimer with a “DONE” signal, and once this signal is received, the powerTimer will cut power and wait for the next interrupt to occur.

The project’s creator, [Juan], had this idea for an ESP32 with a camera module. While it does have a sleep mode, the ESP32 wasn’t nearly low-power enough to get the battery life that he wanted. With a modular system like this, it can be used in many other applications as well. PowerTimer is one of the entries in our 2026 Green Powered Challenge.

2026 Hackaday Greep Powered Challenge

youtube.com/embed/sy0iTkA_p64?…


hackaday.com/2026/04/27/2026-g…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

NEW: Chinese national Xu Zewei was extradited to the United States this weekend, according to his lawyer.

Xu is accused of working for the Chinese government hacking group Hafnium, which was allegedly behind the hack of thousands of Microsoft Exchange servers, as well as stealing COVID-19 research from U.S. universities.

techcrunch.com/2026/04/27/hack…

in reply to Lorenzo Franceschi-Bicchierai

UPDATE: U.S. DOJ confirms Xu has been extradited and he appeared in court in Houston this morning.

techcrunch.com/2026/04/27/hack…

in reply to Lorenzo Franceschi-Bicchierai

UPDATE 2: Xu Zewei's lawyer told us that his client pleaded not guilty to all charges this morning during a court hearing.

techcrunch.com/2026/04/27/hack…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

I spoke with @josephcox for a 404 Media podcast about the zero-day industry, the incredible case of the L3Harris executive who leaked hacking tools to a Russian broker, and what happened to those hacking tools afterward.

Check it out here or on whatever podcast app you use.

404media.co/government-hacking…


Government Hacking Tools Are Now in Criminals' Hands (with Lorenzo Franceschi-Bicchierai)


This week Joseph talks to Lorenzo Franceschi-Bicchierai, a journalist at TechCrunch. Lorenzo has possibly the deepest understanding of one of the wildest cybersecurity stories in years: how an employee of Trenchant, a government malware vendor that is supposed to only sell to the ‘good’ guys, secretly sold a bunch of hacking tools to a Russian company. Those tools, it looks like, then ended up with the Russian government and possibly Chinese criminals too. It’s a really insane story about how powerful hacking tech can fall into the wrong hands.
playlist.megaphone.fm?e=TBIEA5…
Listen to the weekly podcast on Apple Podcasts,Spotify, or YouTube. Become a paid subscriber for access to this episode's bonus content and to power our journalism. If you become a paid subscriber, check your inbox for an email from our podcast host Transistor for a link to the subscribers-only version! You can also add that subscribers feed to your podcast app of choice and never miss an episode that way. The email should also contain the subscribers-only unlisted YouTube link for the extended video version too. It will also be in the show notes in your podcast player.
youtube.com/embed/MWxLqopMo5o?…
0:00 - Guest Introduction: Lorenzo Franceschi-Bicchierai

02:52 – What Is Trenchant?

03:52 – Secrecy & Evolution of Exploit Industry

05:05 – Modern Spyware Industry Landscape

08:34 – Discovery of Peter Williams

10:31 – Apple Spyware Notifications Context

13:03 – Early Reporting Strategy

14:13 – Indictment & Confirmation

15:34 – What Peter Williams Did

18:17 – Economics of Zero-Day Market

24:53 – Google Discovers “Corona” Exploit Kit

28:11 – Shift to Mass Exploitation in China

31:03 – How Did It Spread? (Speculation)

34:36 – Link Back to Trenchant Leak

36:27 – Security Failure & Industry Implications

41:04 – Ethical Stakes & Real-World Harm

43:15 – Motive & Final Reflections


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CodeAct e Hyperlight: agenti AI piu veloci con meno chiamate al modello nel .NET Agent Framework
#tech
spcnet.it/codeact-e-hyperlight…
@informatica


CodeAct e Hyperlight: agenti AI piu veloci con meno chiamate al modello nel .NET Agent Framework


Chi lavora con agenti AI su basi .NET sa bene che il vero collo di bottiglia non è spesso la qualità del modello, ma il numero di round trip tra il modello stesso e i tool. Un agente che deve recuperare dati, filtrarli, fare calcoli e assemblare un risultato finisce tipicamente per eseguire cinque o sei chiamate separate al modello, ognuna con la propria latenza e il proprio costo in token. Microsoft ha presentato una soluzione concreta a questo problema: CodeAct, ora disponibile nel pacchetto alpha agent-framework-hyperlight.

Il problema: troppi turni, troppa latenza


Nel flusso tradizionale, un agente ragiona come segue: chiede al modello quale tool usare, esegue quel tool, rimanda il risultato al modello, il quale decide il prossimo tool, e così via. Questo schema modello → tool → modello → tool moltiplica la latenza e il consumo di token con ogni step aggiuntivo. Su task composti da tre, quattro o cinque operazioni concatenate (tipico nelle pipeline di data wrangling, elaborazione report, lookup incrociati), il costo diventa significativo.

CodeAct risolve il problema in modo elegante: invece di chiedere al modello di scegliere un tool alla volta, gli viene offerto un singolo tool speciale chiamato execute_code. Il modello esprime l’intero piano come un breve programma Python, che viene eseguito una volta sola in un ambiente sandbox. Il risultato? Latenza ridotta del ~50% e consumo di token calato di oltre il 60% su workload rappresentativi, secondo i dati pubblicati da Microsoft.

Hyperlight: sandbox micro-VM per sicurezza senza compromessi


La parte che rende CodeAct praticabile in produzione è Hyperlight: una tecnologia Microsoft che avvia una micro-VM isolata per ogni esecuzione di codice generato dal modello. Il codice Python prodotto dall’LLM gira dentro questa sandbox, senza accesso al filesystem host, alla rete o a qualsiasi risorsa non esplicitamente autorizzata. I tool reali invece continuano a girare nel runtime dell’applicazione, con tutti i permessi necessari.

Il bridge tra sandbox e tool avviene tramite la funzione call_tool(...): quando il codice nella sandbox chiama call_tool("nome_tool", ...), Hyperlight instrada la chiamata verso il tool nel processo principale, ne ritorna il risultato nella sandbox, e il programma continua. Il codice generato dall’AI rimane isolato; solo i tool verificati e distribuiti dallo sviluppatore hanno accesso reale alle risorse.

Come si integra CodeAct nel proprio agente


Il setup è sorprendentemente compatto. Dopo aver installato i pacchetti agent-framework e agent-framework-hyperlight:

from agent_framework import Agent, tool
from agent_framework_hyperlight import HyperlightCodeActProvider

@tool
def get_weather(city: str) -> dict:
    # Restituisce il meteo corrente per una citta
    return {"city": city, "temperature_c": 21.5, "conditions": "partly cloudy"}

codeact = HyperlightCodeActProvider(
    tools=[get_weather],
    approval_mode="never_require",
)

agent = Agent(
    client=client,
    name="CodeActAgent",
    instructions="Sei un assistente utile.",
    context_providers=[codeact],
)

result = await agent.run(
    "Ottieni il meteo di Seattle e Amsterdam e confrontali."
)


HyperlightCodeActProvider si occupa di due cose in automatico: registra il tool execute_code ad ogni run dell’agente, e inietta nel system prompt le istruzioni sulla sandbox e sui tool disponibili via call_tool(...).

Gestione delle approvazioni: chi controlla cosa


Agent Framework distingue due modalità di approvazione per i tool:

  • never_require: il framework invoca il tool automaticamente.
  • always_require: ogni chiamata viene sospesa in attesa di un’approvazione human-in-the-loop.

Con CodeAct, la logica cambia leggermente. I tool registrati su HyperlightCodeActProvider non vengono esposti direttamente al modello come tool di primo livello: il modello vede solo execute_code e raggiunge gli altri tool scrivendo call_tool("nome", ...) nel programma Python. L’approvazione, se richiesta, si applica all’intero blocco di codice, non alle singole chiamate interne.

La regola pratica è chiara: i tool puri e sicuri (lookup dati, calcoli, chiamate read-only) vanno passati al provider, così il modello li può comporre in un unico turno. I tool con side effect (invio email, scrittura su sistemi in produzione, transazioni economiche) vanno tenuti sull’agente direttamente con approval_mode="always_require", così il modello li deve invocare esplicitamente uno per uno.

Quando conviene usare CodeAct


CodeAct non è la soluzione giusta per ogni agente. I benefici massimi si ottengono con task che coinvolgono molte operazioni concatenate e chainabili: data wrangling, generazione report, lookup multipli, calcoli intermedi. Se il task dell’agente si risolve quasi sempre con una o due chiamate a tool, il guadagno è marginale.

È anche importante considerare che il codice Python generato dal modello deve essere revisionabile: uno dei vantaggi collaterali di CodeAct è che l’intero piano dell’agente è concentrato in un singolo blocco di codice leggibile e auditabile, invece di essere distribuito su una catena di messaggi di tool-call.

Conclusione


CodeAct con Hyperlight rappresenta un’evoluzione pragmatica nell’architettura degli agenti AI su .NET: meno turni, meno token, stessa qualità. Il pattern è disponibile oggi nel pacchetto alpha agent-framework-hyperlight, pronto per essere sperimentato su workload interni prima di adottarlo in produzione. Chi sta già usando Agent Framework e si trova a costruire pipeline di tool-calling complesse troverà probabilmente il guadagno di latenza immediato e concreto.


Fonte: CodeAct in Agent Framework: Faster Agents with Fewer Model Turns – Microsoft Dev Blogs, 23 aprile 2026


Register Renaming


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[Shreeyash] asks an interesting question: how many registers does your CPU have? The answer is probably more than you think. The reason? Modern CPUs — at least many of them — execute instructions out of sequence so they can perform multiple instructions per clock cycle. To do this, they may need to execute instructions that change registers that other instructions are still reading. In addition, you might be writing a result speculatively — a branch might make it where your result won’t wind up in the target register. The answer to both of these problems is register renaming.

The ARM CPU he looks at has many physical registers you can’t see. These get mapped to the registers you use on the fly. So when you read a register in software, you are really getting an underlying physical register. Which one? Depends on when you read it.

The RAT, or Register Alias Table, keeps track of the mapping between physical registers and the register names you use. Not only does this allow the CPU to run operations out of order, but it also lets results sit in unnamed physical registers until the time is right for it to become the real register. As a byproduct, moving one register to another becomes fast since you can just copy the alias of one physical register to another logical register.

Not clear? Try reading the post. There are other ways to get the same result (e.g., reservation stations), but the technique goes way back to mainframe computers. While it didn’t appear right away in microprocessors, modern ones often execute out of order and have to have some scheme to address this problem.

If you build your own CPUs with FPGAs, it is possible to do the same trick. There are also RISC-V variants that can do it.


hackaday.com/2026/04/27/regist…

Trying Pair Programming With an LLM Chatbot


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When it comes to software developers, there are t a few distinct types. For example, the extroverted, chatty type, who is always going out there to share the latest and newest libraries and projects with everyone, and is very much into bouncing ideas off others, regardless of whether they know what you’re talking about. Then there is the introverted loner, who prefers to tackle programming challenges by bouncing things around inside their own minds and going on long walks to mull things over before committing to anything significant.

This leads to interesting scenarios when it comes to management-enforced ‘optimization’ strategies, like Pair Programming. This approach involves two developers sharing the same computer and keyboard, theoretically doubling the effective output by some kind of metric, but realistically often leading to at least one side feeling pretty miserable and disconnected unless you put two of the chatty types together.

As a certified introverted loner developer, the idea of using an LLM chatbot as a coding assistant naturally triggers unpleasant flashbacks to hours of forced awkward pair ‘programming’. However, maybe using an LLM chatbot could be more pleasant because you can skip the whole awkward socializing bit. In order to give it a shake, I put together a little experiment to see whether LLM-based coding assistants is something that I could come to appreciate, unlike pair programming.

Setting Expectations


Any good experimental setup features clear goals and parameters that define what will be tested and what the expectations are. Obviously I come from a somewhat negative angle into this whole experiment, so to make it easy I’ll be picking two fairly straightforward scenarios for the LLM to assist with:

  • C++ embedded coding for STM32 and CMSIS.
  • Ada network development.

These are topics that I’m fairly familiar and comfortable with, so that I know what questions I have here, and what I’m roughly expecting as output. I’ll be treating the chatbot for the most part as I would use StackOverflow or nag people on IRC, with my main fear being that it’ll be expecting pleasantries from me instead of brutal and cold professionalism. Ideally it’ll be a step above me hurling profanities at a search engine for clearly willfully misunderstanding what I am looking for.

My expectations are that it’ll have some answers for me for the questions I have about how to do certain aspects of the tasks, and may even produce half-way usable code that I can fairly easily understand and double-check using my usual documentation references.

This just leaves one big question, being which LLM chatbot to pick and how the heck any of it is supposed to work, since I have avoided the things like the proverbial plague.

Meeting the Crew


Although I am aware that everyone who is into using LLM-assisted programming seem to like to promote LLMs like Claude, I’d ideally not be signing up to another service. This pretty much just leaves GitHub Copilot, which I have access to already. I have written about this particular LLM chatbot quite a bit since it was introduced, with my generally negative feelings towards these tools increasingly backed up by research.

Biased I may be, but to be a true scientist you have to be able to set aside your biases for an experiment and accept reality in the face of new evidence. Thus, with all biases and doubts firmly pushed aside in favor of the aforementioned cold professionalism, let’s get down to brass tacks.

Micro Code


My pet project for STM32-related programming has for a while been my Nodate project, involving the use of the CMSIS standard headers and the macros defined therein in order to write things ranging from start-up to running the Dhrystone benchmark and deciphering the various flavors of real-time clocks.

Much of this work entails digging through datasheets, reference manuals and piles of reference code, as well as throwing queries at search engines to see what potentially useful results percolate out of that particular resource. Coming across the trials and tribulations of fellow STM32 developers in forum threads and the like can be both heartening and disheartening, but all of it tends to condense into something that you can use to progress in the project.

Perhaps ironically, the moment that I tried to use the chatbot in the browser I got an error with the GitHub status page indicating that some of their systems are down, including those for Copilot.
GitHub Copilot chat failed to load, with browser console open. (Credit: Maya Posch)GitHub Copilot chat failed to load, with browser console open. (Credit: Maya Posch)
This raises another interesting point: regardless of whether an LLM chatbot makes for a good programming partner, a human partner doesn’t generally randomly keel over or become unresponsive in the midst of trying to do some work together. If they do, however, that’s absolutely a medical emergency and you should call 911, 112, or your local equivalent emergency number stat.
Ask for CMSIS, get HAL. (Credit: Maya Posch)Ask for CMSIS, get HAL. (Credit: Maya Posch)
Anyway, after waiting for services to be restored, I was eventually able to ask the chatbot how to properly set the clock speed on an STM32F411 MCU, after getting tripped up previously by the need to set the regulator voltage scaling (VOS) in the power control register (PWR_CR). This is a power saving feature whose adjusting is required for hitting specific and clearly power-wasting clocks.

Shockingly, the chatbot happily spits out ST HAL code and ignores the ‘CMSIS’ bit, although you could maybe argue that the ST HAL uses CMSIS inside. But then so does Arduino code for many MCUs.

To its credit, it does mention in a ‘Key CMSIS Requirements’ list that you need to set PWR_REGULATOR_VOLTAGE_SCALE1 yet without further detail on where to set it. There is also the tiny detail that this isn’t even the CMSIS macro, which would be PWR_CR_VOS to set both bits for the full range.

Fortunately we can do the digital equivalent of smacking the chatbot upside the head and tell it to do the thing we asked it to do. This being to provide the real CMSIS version. Doing so results in another gobsmacking moment when it happily spits out code that doesn’t bother to include the CMSIS headers, but simply copies every single used struct definition and more into the code as well, bloating it up massively:
I guess that's kinda what I asked for? (Credit: Maya Posch)I guess that’s kinda what I asked for? (Credit: Maya Posch)
This is of course very annoying when it should have used #define macros, and it clearly can generate include statements based on its inclusion of <cstdint>, but the absolutely deadly sin here is that his code isn’t even functional for an STM32F411, as can be observed here:
Broken VOS scaling code courtesy of Copilot. (Credit: Maya Posch)Broken VOS scaling code courtesy of Copilot. (Credit: Maya Posch)
I’m not entirely sure where it got the PWR_CR_VOS_SCALE1 thing from, with asking a friendly search engine leading to just a handful of results, one of which is for an STM32F407 that runs at 168 MHz max. This is hilarious in light of the comments right above the code. It makes you wonder what example code it pilfered from.

At this point I could probably continue to pick at this generated code, but suffice it to say that my confidence level in its generated code and overall output hovers somewhere between ‘low’ and ‘bottom of a black hole’. I’m more than happy to flip this particular table, rage quit, and not lose what remains of my sanity.

Findings


Although I had intended to also do some fun porting to Ada together with my buddy Copilot of some C++ networking code in my NymphRPC remote procedure call library, I found my nerves to be sufficiently frayed and the bouts of near-hysterical laughter out of sheer disbelief worrisome enough to abort this attempt.

I also do not feel that it’d do much more than hammer home the point that GitHub Copilot at the very least doesn’t make for a good pair programming partner, nor as a programming tool, or a search engine, or much of anything. When the only thing that it got me was having to check its output for very obvious errors and shaking my head in disbelief when I found them, it beggars belief that anyone would voluntarily use it.

When we also got reports that the use of such LLM chatbots are likely to degrade human cognition and critical thinking skills, not to mention the worrisome prospect of cognitive surrender, then it’s probably best to avoid these chatbots altogether.

I also agree generally with Advait Sarkar et al. in their 2022 paper that you cannot really do pair programming as-such with an LLM chatbot, but that it offers something different. Something that’s very different from using a search engine and digesting various articles and forum posts along with reference material into something new.

Thus, after using an LLM chatbot for some coding ‘assistance’ I’ll be happily scurrying back to my boring references and yelling invectives at search engines.


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Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

Il convegno conclusivo del progetto di ricerca Clinical trial data between privatization of knowledge and Open Science, patrocinato da AISA, si svolgerà l’8 maggio a Lecce.

Programma e locandina della conferenza sono visibili qui. Tutti i testi riconducibili al progetto sono disponibili su Zenodo.
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/privatizzazio…

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Chinese spy posed as researcher in spear-#phishing campaign targeting #NASA to steal defense software
securityaffairs.com/191347/int…
#securityaffairs #hacking #China

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#LINKEDIN #BROWSERGATE
securityaffairs.com/191383/sec…
#securityaffairs #hacking
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Una patch di Windows introduce un nuovo bug: credenziali rubate tramite Esplora File

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/una-patch…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #cybersecurity #hacking #malware #ransomware #windows #vulnerabilita

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Arriva la BIXONIMANIA! E se la prossima pandemia venga creata dalle AI?

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/arriva-la…

A cura di Erminia Minieri

#redhotcyber #news #bixomania #lavoratorepc #stanchezzaoculare #occhiarosse #patologialavoro

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LangChain.js per sviluppatori JavaScript: corso gratuito per costruire agenti AI
#tech
spcnet.it/langchain-js-per-svi…
@informatica


LangChain.js per sviluppatori JavaScript: corso gratuito per costruire agenti AI


Volete costruire agenti AI con JavaScript che vadano oltre le semplici chat? Agenti che ragionano, chiamano strumenti esterni e interrogano knowledge base in modo autonomo? Microsoft ha pubblicato un corso gratuito e open source per fare esattamente questo: LangChain.js for Beginners, 8 capitoli con oltre 70 esempi TypeScript eseguibili.

Se già conoscete Node.js, npm, TypeScript e async/await, non avete bisogno di passare a Python per sviluppare applicazioni AI. LangChain.js vi mette a disposizione i componenti necessari — chat model, tool, agenti, retrieval e molto altro — senza dover cablare tutto da zero.

Perché LangChain.js?


LangChain.js è come avere un negozio di ferramenta completamente fornito a portata di mano. Invece di fabbricare ogni strumento dal metallo grezzo, prendete quello che serve dallo scaffale e iniziate a costruire. La libreria astrae l’integrazione con vari LLM (OpenAI, Azure OpenAI, Anthropic e altri), standardizza l’interfaccia per tool e agenti, e fornisce primitive per la costruzione di pipeline RAG.

Il vantaggio rispetto a Python? Zero friction per chi già lavora nell’ecosistema JavaScript/TypeScript. Stessi strumenti di build, stesso toolchain CI/CD, stessa base di codice.

Struttura del corso: un approccio agent-first


La maggior parte dei tutorial su LangChain inizia con document loader ed embedding. Questo corso arriva agli agenti e ai tool presto, perché è lì che si trovano i sistemi AI in produzione. Gli agenti decidono cosa fare, quando usare strumenti, e se hanno bisogno di cercare dati.

Capitoli 1-3: fondamenta


La prima chiamata a un LLM, chat model, streaming, prompt template e output strutturati con schemi Zod. Contenuto classico, ma necessario prima che le cose si facciano interessanti.

Capitolo 4: Function Calling e Tool


Qui l’AI smette di parlare e inizia a fare. Si insegna al modello a chiamare funzioni personalizzate, e lui ragiona su quando usarle. Esempio pratico:

import { ChatOpenAI } from "@langchain/openai";
import { tool } from "@langchain/core/tools";
import { z } from "zod";

const weatherTool = tool(
  async ({ city }) => {
    // chiamata a una API meteo reale
    return `Il meteo a ${city} è soleggiato, 22°C`;
  },
  {
    name: "get_weather",
    description: "Ottieni le condizioni meteo correnti per una città",
    schema: z.object({
      city: z.string().describe("Il nome della città"),
    }),
  }
);

const model = new ChatOpenAI({ model: "gpt-4o" });
const modelWithTools = model.bindTools([weatherTool]);

const result = await modelWithTools.invoke(
  "Che tempo fa a Milano?"
);
console.log(result.tool_calls);

Capitolo 5: Agenti con pattern ReAct


Un LLM risponde a domande. Un agente ragiona attraverso i problemi, sceglie i tool giusti ed esegue piani multi-step. Il capitolo 5 mostra come costruire agenti con il pattern ReAct (Reason + Act): il modello alterna tra pensiero esplicito e azioni concrete fino a raggiungere la risposta finale.

import { createReactAgent } from "@langchain/langgraph/prebuilt";
import { ChatOpenAI } from "@langchain/openai";

const agent = createReactAgent({
  llm: new ChatOpenAI({ model: "gpt-4o" }),
  tools: [weatherTool, searchTool, calculatorTool],
});

const response = await agent.invoke({
  messages: [{ role: "user", content: "Pianifica un itinerario a Roma per domani" }],
});
console.log(response.messages.at(-1)?.content);

Capitolo 6: MCP — Model Context Protocol


Il Model Context Protocol sta diventando lo standard per connettere l’AI a servizi esterni. Il capitolo guida alla costruzione di server MCP e al collegamento degli agenti tramite trasporti HTTP e stdio. È un’abilità sempre più richiesta man mano che l’ecosistema AI aziendale matura.

Capitoli 7 e 8: RAG agentivo


I capitoli finali portano documenti, embedding e ricerca semantica, poi combinano tutto in Agentic RAG. L’agente decide quando cercare nella knowledge base e quando rispondere direttamente da ciò che già conosce.

È una distinzione importante. Il RAG tradizionale è come lo studente che sfoglia il libro di testo per ogni domanda, anche “Quanto fa 2+2?”. Il RAG agentivo è lo studente intelligente che risponde alle domande semplici a memoria e apre il libro solo quando ne ha davvero bisogno. Il risultato: risposte più veloci, costi inferiori (meno ricerche di embedding non necessarie) e un’esperienza complessivamente migliore.

Come iniziare


Il corso è open source su GitHub. Per iniziare bastano tre comandi:

# Clona il repository
git clone https://github.com/microsoft/generative-ai-with-javascript

# Installa le dipendenze
cd generative-ai-with-javascript/lessons/08-langchain/
npm install

# Configura la chiave API
cp .env.example .env
# Aggiungi AZURE_OPENAI_API_KEY o OPENAI_API_KEY nel file .env

# Esegui il primo esempio
npx ts-node chapter1/01-first-llm-call.ts

Ogni capitolo include spiegazioni concettuali con analogie concrete, esempi di codice eseguibili immediatamente, sfide pratiche per testare la comprensione e punti chiave per consolidare l’apprendimento.

A chi è rivolto


Il corso si rivolge a sviluppatori JavaScript/TypeScript che conoscono npm install e async/await. Non è richiesta esperienza precedente in AI o machine learning. Ogni capitolo inizia con un’analogia del mondo reale per ancorare il concetto prima di qualsiasi codice.

Per chi già lavora su applicazioni .NET o backend e vuole esplorare il lato AI senza cambiare linguaggio, questo corso rappresenta il punto di ingresso ideale: nessun boilerplate Python, nessun ambiente virtuale da gestire, solo TypeScript e strumenti già familiari.

Considerazioni finali


LangChain.js ha raggiunto una maturità che lo rende adatto a progetti di produzione. Il corso di Microsoft colma un gap reale: la maggior parte della documentazione e dei tutorial sull’AI generativa è orientata a Python. Avere un percorso strutturato, gratuito e orientato agli agenti per l’ecosistema JavaScript è un vantaggio concreto per chi già lavora in questo stack.

Se state valutando come integrare capacità AI nelle vostre applicazioni Node.js o Deno, o se volete costruire un copilota interno per il vostro team, questo è il punto di partenza più pragmatico disponibile oggi.


Fonte originale: LangChain.js for Beginners: A Free Course to Build Agentic AI Apps with JavaScript — Microsoft for Developers


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UNC6692 usa Microsoft Teams per distribuire SNOW: email bombing, impersonazione helpdesk e compromissione del dominio Active Directory
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/unc669…


UNC6692 usa Microsoft Teams per distribuire SNOW: email bombing, impersonazione helpdesk e compromissione del dominio Active Directory


Si parla di:
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Non serve uno zero-day quando si puo’ semplicemente telefonare. O meglio: mandare un messaggio su Microsoft Teams fingendo di essere il supporto IT aziendale. E’ questa la filosofia operativa di UNC6692, un gruppo di minaccia documentato da Google Threat Intelligence Group (GTIG) e Mandiant il 22 aprile 2026, che ha sviluppato una delle catene di intrusione piu’ efficaci osservate di recente: zero vulnerabilita’ software sfruttate, impatto devastante.

La catena di attacco: dalla casella di posta al dominio compromesso


La campagna di UNC6692 si articola in piu’ fasi con una logica narrativa precisa, progettata per sfruttare i processi cognitivi delle vittime anziche’ le vulnerabilita’ del software. Tutto inizia tra fine dicembre 2025 e i mesi successivi con un’operazione di email bombing: le vittime — prevalentemente dipendenti senior (77% dei casi rilevati) — si trovano improvvisamente sommerse da migliaia di email spam, un’inondazione che paralizza l’attivita’ lavorativa e genera panico.

Nel momento di massima confusione, arriva il soccorso: un messaggio su Microsoft Teams da un account che si presenta come tecnico del supporto IT interno. L’attaccante offre assistenza per il problema email e guida la vittima attraverso una sequenza di azioni apparentemente legittime. Il punto critico e’ il click su un link che porta a una pagina di phishing ospitata su un bucket Amazon S3 — presentata come “Mailbox Repair and Sync Utility v2.1.5”. L’URL su S3 non e’ in lista di blocco di quasi nessun proxy aziendale, e il dominio amazonaws.com gode di alta reputazione nei sistemi di URL filtering.

La suite SNOW: tre strumenti, un’unica operazione


Il download dalla pagina di phishing avvia l’esecuzione di un binario AutoHotKey (RegSrvc.exe) che funge da dropper per l’ecosistema SNOW, una suite malware modulare composta da tre componenti distinti, ciascuno con un ruolo specializzato nella catena di compromissione.

SNOWBELT e’ un backdoor basato su JavaScript, distribuito come estensione Chromium (directory: SysEvents). Viene installato in modalita’ non-supervised attraverso policy forzate, non tramite il Chrome Web Store. Si maschera sotto nomi come “MS Heartbeat” o “System Heartbeat”. Una volta attivo nel browser della vittima, intercetta sessioni autenticate, cookie, token OAuth e qualsiasi credenziale inserita nelle form web. Comunica con il C2 tramite richieste verso bucket S3 in us-east-2, usando un VAPID key fisso come identificatore.

SNOWGLAZE e’ un tunneler Python compatibile con Windows e Linux. La sua funzione primaria e’ creare un tunnel WebSocket autenticato tra il sistema della vittima e l’infrastruttura C2 dell’attaccante, tipicamente un sottodominio Heroku. Questo tunnel permette all’attaccante di instradare traffico RDP, PsExec e altri protocolli attraverso una connessione apparentemente legittima verso Heroku, eludendo i controlli firewall.

SNOWBASIN e’ il backdoor persistente per il controllo remoto completo: esecuzione di comandi via cmd.exe o PowerShell, cattura di screenshot, upload/download di file e auto-terminazione. E’ SNOWBASIN che gestisce la fase di post-exploitation, una volta che il foothold iniziale e’ stabilito.

Post-exploitation: dal PC della vittima al domain controller


L’analisi di Mandiant descrive una sequenza di post-exploitation metodica e aggressiva. Dopo l’installazione della suite SNOW, l’attaccante utilizza SNOWGLAZE per stabilire una sessione PsExec verso il sistema compromesso, poi avvia una scansione della rete locale alla ricerca di sistemi raggiungibili su porte 135 (RPC), 445 (SMB) e 3389 (RDP). Una volta identificato un server di backup, SNOWGLAZE viene usato per instradare una sessione RDP verso di esso.

Sul server di backup avviene la fase critica: l’attaccante usa Windows Task Manager per eseguire il dump del processo LSASS (Local Security Authority Subsystem Service), catturando in chiaro tutti gli hash delle password degli account autenticati sul sistema, inclusi account privilegiati con accesso al dominio Active Directory. Il file di dump viene esfiltrato via LimeWire attraverso il tunnel SNOWGLAZE. Con gli hash estratti, e’ possibile effettuare attacchi pass-the-hash per autenticarsi come qualsiasi account del dominio, portando alla compromissione completa dell’infrastruttura AD.

Indicatori di compromissione (IoC)

# URL phishing (pattern)
https://service-page-[ID]-outlook.s3.us-west-2.amazonaws.com/update.html?email=

# C2 SNOWGLAZE (WebSocket)
wss://sad4w7h913-b4a57f9c36eb[.]herokuapp[.]com:443/ws

# C2 SNOWBELT (pattern URL S3)
https://[a-f0-9]{24}-[0-9]{6,7}-[0-9]{1}.s3.us-east-2.amazonaws[.]com

# SNOWBELT VAPID Key
BJkWCT45mL0uvV3AssRaq9Gn7iE2N7Lx38ZmWDFCjwhz0zv0QSVhKuZBLTTgAijB12cgzMzqyiJZr5tokRzSJu0

# File sospetti (dropper)
RegSrvc.exe    # binario AutoHotKey rinominato
Protected.ahk  # script AHK malevolo

# Directory estensione Chrome malevola
SysEvents/  # in %LOCALAPPDATA%\Google\Chrome\User Data\Default\Extensions

# Hash SHA256
SNOWGLAZE: 2fa987b9ed6ec6d09c7451abd994249dfaba1c5a7da1c22b8407c461e62f7e49
SNOWBELT background.js: 7f1d71e1e079f3244a69205588d504ed830d4c473747bb1b5c520634cc5a2477

Attribuzione e contesto


UNC6692 e’ classificato da Google/Mandiant come UNC (Uncategorized): non e’ ancora stata stabilita un’attribuzione definitiva a un paese o gruppo noto. Il profilo operativo mostra tuttavia caratteristiche interessanti: capacita’ di sviluppo malware custom elevate, pazienza tattica (la campagna di email bombing precede l’attacco di settimane) e una chiara preferenza per obiettivi aziendali con accesso privilegiato a infrastrutture IT. L’assenza di exploit zero-day puo’ indicare sia un operatore esperto che preferisce metodi OPSEC-sicuri, sia un gruppo finanziariamente motivato che ha ottimizzato il rapporto costo/impatto delle proprie operazioni.

Consigli per i difensori


La campagna UNC6692 mette in evidenza lacune difensive comuni negli ambienti enterprise. Sul fronte delle policy Microsoft Teams, e’ fondamentale limitare la possibilita’ per utenti esterni di contattare dipendenti interni tramite Teams: configurare una allowlist dei tenant esterni autorizzati e’ il primo passo. Sul fronte della protezione da email bombing, implementare rate limiting e filtri anti-spam aggressivi con alert su aumenti anomali di volume per singolo account. Per la protezione del browser, deployare policy Group Policy che blocchino l’installazione di estensioni Chrome non approvate e monitorare la creazione di nuove directory in %LOCALAPPDATA%. Monitorare il traffico verso sottodomini Heroku e bucket S3 non registrati come legittimi nel proprio inventario cloud. Infine, proteggere LSASS con Credential Guard su tutti i sistemi Windows 10/11 e Server 2019+: questa misura da sola avrebbe bloccato la fase piu’ critica dell’attacco documentato.

La campagna UNC6692/SNOW e’ un esempio paradigmatico di come il perimetro piu’ difficile da difendere non sia tecnico, ma umano: un dipendente stressato da un’inondazione di spam e “soccorso” da un collega del supporto IT e’ una vittima quasi inevitabile, indipendentemente dalla sofisticazione dell’infrastruttura di sicurezza aziendale.


The two sides of digital sovereignty


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The two sides of digital sovereignty
IT'S MONDAY, AND THIS IS DIGITAL POLITICS. I'm Mark Scott, and I have a confession: I'm a big Star Wars fan. So if anyone is looking to buy me a birthday present, I'm just going to leave this here.

— The European Union and United States have contrasting philosophies on digital sovereignty. Basic differences mean each side routinely talks past the other.

— Washington is on the verge of extending mass surveillance rules aimed at non-Americans. US lawmakers are fighting for greater safeguards for citizens — without addressing the legislation's impact overseas.

— The most advanced artificial intelligence models have progressed faster at completing complex tasks than anyone once believed.

Let's get started:



digitalpolitics.co/newsletter0…

How Pizza Tycoon Simulates Traffic on a 25 MHz CPU


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Although the game Pizza Tycoon – known as Pizza Connection in Europe – probably doesn’t ring a bell for many folk, this 1994 DOS title is special enough for [cowomaly] to write an open source engine to bring it into the modern age as Pizza Legacy. Along the way, some questions popped up, such as how to animate the little cars that you see driving around in the simulated city and how the heck this was done back in the day on a 25 MHz 386 CPU.

On today’s GHz+, multi-core CPUs, we can just brute-force shovel pixels, sprites, and even 3D models around without a second thought while dedicating an entire core to pathfinding and other algorithms. Naturally, the original game developers had no such luxury. To understand how this animation was originally achieved, [cowomaly] had to dive into the assembly code of the original game.

The original algorithm was very simple: each road tile has at least one direction associated with it, so that a car that is on such a tile knows which direction it can travel, essentially creating a grid of one-way roads. When there’s a crossing, a random direction is picked, with the extra rule that you cannot do two consecutive turns in the same direction, presumably to keep cars from going around in circles.

Meanwhile, collision detection is simply a matter of checking the list of cars for a potential collision and not moving said car if it’s the case. This check is also optimized to take the road directions and one-way nature into account, with a 10-tick wait if there’s a block. Amusingly, this seems to enable the formation of brief traffic jams to add to that feeling of realism.

Although not a perfect algorithm and with some small bugs due to unchecked conditions with collisions, it’s hard to deny that the effect is very natural car movement, something that games like Sim City likely used as well.


hackaday.com/2026/04/27/how-pi…

Il badge aziendale non è un sistema di controllo a distanza, se c’è l’informativa privacy


@Informatica (Italy e non Italy)
La Corte di Cassazione con una recente sentenza si pronuncia sulla questione su cui spesso si discute nei contesti aziendali: il badge aziendale e relative timbrature costituiscono una forma di controllo a distanza

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UNC6692 usa Microsoft Teams per distribuire SNOW: email bombing, impersonazione helpdesk e compromissione del dominio Active Directory


@Informatica (Italy e non Italy)
Google Threat Intelligence Group e Mandiant hanno documentato UNC6692, un gruppo che usa email bombing e impersonazione del supporto IT su


UNC6692 usa Microsoft Teams per distribuire SNOW: email bombing, impersonazione helpdesk e compromissione del dominio Active Directory


Si parla di:
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Non serve uno zero-day quando si puo’ semplicemente telefonare. O meglio: mandare un messaggio su Microsoft Teams fingendo di essere il supporto IT aziendale. E’ questa la filosofia operativa di UNC6692, un gruppo di minaccia documentato da Google Threat Intelligence Group (GTIG) e Mandiant il 22 aprile 2026, che ha sviluppato una delle catene di intrusione piu’ efficaci osservate di recente: zero vulnerabilita’ software sfruttate, impatto devastante.

La catena di attacco: dalla casella di posta al dominio compromesso


La campagna di UNC6692 si articola in piu’ fasi con una logica narrativa precisa, progettata per sfruttare i processi cognitivi delle vittime anziche’ le vulnerabilita’ del software. Tutto inizia tra fine dicembre 2025 e i mesi successivi con un’operazione di email bombing: le vittime — prevalentemente dipendenti senior (77% dei casi rilevati) — si trovano improvvisamente sommerse da migliaia di email spam, un’inondazione che paralizza l’attivita’ lavorativa e genera panico.

Nel momento di massima confusione, arriva il soccorso: un messaggio su Microsoft Teams da un account che si presenta come tecnico del supporto IT interno. L’attaccante offre assistenza per il problema email e guida la vittima attraverso una sequenza di azioni apparentemente legittime. Il punto critico e’ il click su un link che porta a una pagina di phishing ospitata su un bucket Amazon S3 — presentata come “Mailbox Repair and Sync Utility v2.1.5”. L’URL su S3 non e’ in lista di blocco di quasi nessun proxy aziendale, e il dominio amazonaws.com gode di alta reputazione nei sistemi di URL filtering.

La suite SNOW: tre strumenti, un’unica operazione


Il download dalla pagina di phishing avvia l’esecuzione di un binario AutoHotKey (RegSrvc.exe) che funge da dropper per l’ecosistema SNOW, una suite malware modulare composta da tre componenti distinti, ciascuno con un ruolo specializzato nella catena di compromissione.

SNOWBELT e’ un backdoor basato su JavaScript, distribuito come estensione Chromium (directory: SysEvents). Viene installato in modalita’ non-supervised attraverso policy forzate, non tramite il Chrome Web Store. Si maschera sotto nomi come “MS Heartbeat” o “System Heartbeat”. Una volta attivo nel browser della vittima, intercetta sessioni autenticate, cookie, token OAuth e qualsiasi credenziale inserita nelle form web. Comunica con il C2 tramite richieste verso bucket S3 in us-east-2, usando un VAPID key fisso come identificatore.

SNOWGLAZE e’ un tunneler Python compatibile con Windows e Linux. La sua funzione primaria e’ creare un tunnel WebSocket autenticato tra il sistema della vittima e l’infrastruttura C2 dell’attaccante, tipicamente un sottodominio Heroku. Questo tunnel permette all’attaccante di instradare traffico RDP, PsExec e altri protocolli attraverso una connessione apparentemente legittima verso Heroku, eludendo i controlli firewall.

SNOWBASIN e’ il backdoor persistente per il controllo remoto completo: esecuzione di comandi via cmd.exe o PowerShell, cattura di screenshot, upload/download di file e auto-terminazione. E’ SNOWBASIN che gestisce la fase di post-exploitation, una volta che il foothold iniziale e’ stabilito.

Post-exploitation: dal PC della vittima al domain controller


L’analisi di Mandiant descrive una sequenza di post-exploitation metodica e aggressiva. Dopo l’installazione della suite SNOW, l’attaccante utilizza SNOWGLAZE per stabilire una sessione PsExec verso il sistema compromesso, poi avvia una scansione della rete locale alla ricerca di sistemi raggiungibili su porte 135 (RPC), 445 (SMB) e 3389 (RDP). Una volta identificato un server di backup, SNOWGLAZE viene usato per instradare una sessione RDP verso di esso.

Sul server di backup avviene la fase critica: l’attaccante usa Windows Task Manager per eseguire il dump del processo LSASS (Local Security Authority Subsystem Service), catturando in chiaro tutti gli hash delle password degli account autenticati sul sistema, inclusi account privilegiati con accesso al dominio Active Directory. Il file di dump viene esfiltrato via LimeWire attraverso il tunnel SNOWGLAZE. Con gli hash estratti, e’ possibile effettuare attacchi pass-the-hash per autenticarsi come qualsiasi account del dominio, portando alla compromissione completa dell’infrastruttura AD.

Indicatori di compromissione (IoC)

# URL phishing (pattern)
https://service-page-[ID]-outlook.s3.us-west-2.amazonaws.com/update.html?email=

# C2 SNOWGLAZE (WebSocket)
wss://sad4w7h913-b4a57f9c36eb[.]herokuapp[.]com:443/ws

# C2 SNOWBELT (pattern URL S3)
https://[a-f0-9]{24}-[0-9]{6,7}-[0-9]{1}.s3.us-east-2.amazonaws[.]com

# SNOWBELT VAPID Key
BJkWCT45mL0uvV3AssRaq9Gn7iE2N7Lx38ZmWDFCjwhz0zv0QSVhKuZBLTTgAijB12cgzMzqyiJZr5tokRzSJu0

# File sospetti (dropper)
RegSrvc.exe    # binario AutoHotKey rinominato
Protected.ahk  # script AHK malevolo

# Directory estensione Chrome malevola
SysEvents/  # in %LOCALAPPDATA%\Google\Chrome\User Data\Default\Extensions

# Hash SHA256
SNOWGLAZE: 2fa987b9ed6ec6d09c7451abd994249dfaba1c5a7da1c22b8407c461e62f7e49
SNOWBELT background.js: 7f1d71e1e079f3244a69205588d504ed830d4c473747bb1b5c520634cc5a2477

Attribuzione e contesto


UNC6692 e’ classificato da Google/Mandiant come UNC (Uncategorized): non e’ ancora stata stabilita un’attribuzione definitiva a un paese o gruppo noto. Il profilo operativo mostra tuttavia caratteristiche interessanti: capacita’ di sviluppo malware custom elevate, pazienza tattica (la campagna di email bombing precede l’attacco di settimane) e una chiara preferenza per obiettivi aziendali con accesso privilegiato a infrastrutture IT. L’assenza di exploit zero-day puo’ indicare sia un operatore esperto che preferisce metodi OPSEC-sicuri, sia un gruppo finanziariamente motivato che ha ottimizzato il rapporto costo/impatto delle proprie operazioni.

Consigli per i difensori


La campagna UNC6692 mette in evidenza lacune difensive comuni negli ambienti enterprise. Sul fronte delle policy Microsoft Teams, e’ fondamentale limitare la possibilita’ per utenti esterni di contattare dipendenti interni tramite Teams: configurare una allowlist dei tenant esterni autorizzati e’ il primo passo. Sul fronte della protezione da email bombing, implementare rate limiting e filtri anti-spam aggressivi con alert su aumenti anomali di volume per singolo account. Per la protezione del browser, deployare policy Group Policy che blocchino l’installazione di estensioni Chrome non approvate e monitorare la creazione di nuove directory in %LOCALAPPDATA%. Monitorare il traffico verso sottodomini Heroku e bucket S3 non registrati come legittimi nel proprio inventario cloud. Infine, proteggere LSASS con Credential Guard su tutti i sistemi Windows 10/11 e Server 2019+: questa misura da sola avrebbe bloccato la fase piu’ critica dell’attacco documentato.

La campagna UNC6692/SNOW e’ un esempio paradigmatico di come il perimetro piu’ difficile da difendere non sia tecnico, ma umano: un dipendente stressato da un’inondazione di spam e “soccorso” da un collega del supporto IT e’ una vittima quasi inevitabile, indipendentemente dalla sofisticazione dell’infrastruttura di sicurezza aziendale.


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#Firefox bug CVE-2026-6770 enabled cross-site tracking and #Tor fingerprinting
securityaffairs.com/191374/sec…
#securityaffairs #hacking
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GlassWorm Escalates: 73 New “Sleeper” Extensions Discovered on Open VSX Marketplace
#CyberSecurity
securebulletin.com/glassworm-e…
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App UE per verificare l’età: hackerata in pochi minuti, scoppia il caso sicurezza

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/app-ue-pe…

A cura di Bajram Zeqiri

#redhotcyber #news #sicurezzainformatica #hacking #violazione #datisensibili #protezione

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Quiz del lunedì. Quale di questi propellenti *non* veniva usato nel lanciatore Saturn V?

Appuntamento a domani per la discussione delle risposte, non suggerite e non cercate su internet!

#QuizTime
@astronomia

  • cherosene (26%, 18 votes)
  • metano liquido (49%, 33 votes)
  • ossigeno liquido (7%, 5 votes)
  • idrogeno liquido (16%, 11 votes)
67 voters. Poll end: 1 mese fa

in reply to IlarioQ

@ilarioq
"Magie" della federazione? 😉

poliversity.it/@destinazione_s…


Spesso i lanciatori non usano lo stesso propellente per tutti gli stadi, perché stadi diversi hanno esigenze diverse e non esiste un propellente migliore da tutti i punti di vista. Questo è anche il caso del Saturn V, il lanciatore del programma Apollo.

Per il primo stadio il gruppo di Wernher von Braun scelse cherosene raffinato come combustibile e ossigeno liquido come ossidante, perché il cherosene è oltre dieci volte più denso dell'idrogeno liquido e di conseguenza a parità di prestazioni richiede serbatoi molto più piccoli e leggeri. Inoltre il cherosene è facile da gestire, immagazzinare e pompare. Questi vantaggi compensano il suo impulso specifico più basso rispetto ad altri propellenti, perché il primo stadio viene usato per meno di tre minuti e deve soprattutto fornire una spinta enorme al decollo.

Una volta usciti dall’atmosfera, le priorità cambiano. Diventa più importante l’impulso specifico, cioè la spinta che si riesce a ottenere per unità di propellente consumato, mentre il grande volume dei serbatoi non è più così critico. Tra tutti i propellenti chimici, la combinazione idrogeno liquido e ossigeno liquido offre l’impulso specifico migliore. Per questa ragione, nel 1959 un comitato che doveva indirizzare lo sviluppo del Saturn V raccomandò la scelta dell’idrogeno liquido, nonostante ciò richiedesse uno sviluppo ad hoc e la filosofia generale fosse quella di usare tecnologie già collaudate per limitare i rischi e accelerare i tempi.

Infine, il Saturn V usava propellenti solidi per il suo sistema di abbandono del lancio (“launch escape system”), destinato a entrare in funzione solo in caso di emergenza.

Sullo Space Shuttle, sono rimasti l’idrogeno e ossigeno liquido per i motori dell’orbiter, alimentati dal grande serbatoio centrale, mentre la spinta colossale necessaria al decollo è stata affidata non più alla combustione del cherosene, ma soprattutto al propellente solido dei due booster laterali, scelto per un insieme di ragioni non solo tecniche ma anche politico-industriali. Una configurazione simile è stata ripresa dal lanciatore SLS, che usa gli stessi propellenti dello Shuttle.

Il metano liquido, infine, che non veniva usato né dal Saturn V né dallo Space Shuttle, è invece il combustibile usato dal New Glenn di Blue Origin, per il primo stadio, e da Starship di SpaceX, sia per il primo stadio sia per il veicolo orbitale.

Rispetto al cherosene, il metano offre un miglior impulso specifico e una combustione più pulita; rispetto all’idrogeno, è molto più denso e più facile da gestire, in particolare per la riutilizzabilità dei veicoli, perché a differenza del cherosene produce pochissimi depositi carboniosi. Per questo rappresenta un interessante compromesso tra efficienza e semplicità operativa.

@astronomia

@destinazione_stelle@poliversity.it:

Quiz del lunedì. Quale di questi propellenti *non* veniva usato nel lanciatore Saturn V?
Appuntamento a domani per la discussione delle risposte, non suggerite e non cercate su internet!

#QuizTime
@astronomia



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La pompa di insulina mi lascia dei segni che sembra sia stata picchiata con una mazza fatta di LEGO.
Sulla pancia ho una strage di segni..

Dopo aver letto questo journals.sagepub.com/doi/full/… , farò ricerche su tutte le altre colle e i prodotti che danno meno alterazioni alla pelle.

Oh, ma una gioia mai, neh!

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Ieri RHC ha partecipato alla trasmissione “Fuori dal Coro” di Rete4, con il nostro analista Bajram Zeqiri.

Vogliamo ringraziare il direttore Mario Giordano e la Dott.ssa Federica Altamura, oltre a tutta la redazione per l’invito e per lo spazio dedicato a un argomento così delicato e complesso.

📌 Link al video : mediasetinfinity.mediaset.it/v…

#redhotcyber #hacking #cti #darkweb #ai #online #it #cybercrime #cybersecurity #technology #news #cyberthreatintelligence #innovation #privacy

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#Fast16: Pre-#Stuxnet #malware that targeted precision engineering software
securityaffairs.com/191325/mal…
#securityaffairs #hacking #China

A Trackball 3D Controller


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We use CAD packages in our 3D work, and it’s likely that many of us have become annoyed by the limitations of controlling the view of a 3D object using a 2D interface, our mouse. Joystick-like 3D controllers exist for this purpose, but [David Liu] found them inconvenient. He tried a trackball, but that didn’t improve matters. His response was to take the trackball and change the way it controlled the software, turning it from the equivalent of a ball rolling over a surface to a ball representing the object on the screen itself. He can turn and rotate the object intuitively just by moving the ball.

He started with a Kensington off-the-shelf trackball and adapted its electronics and handy twin optical sensors such that it worked in the required fashion. There was a lot of iterating and tuning to get the control feeling right, but he’s ended up with a peripheral that replaces both mouse and 3D joystick, and leaves the other hand free for those keyboard shortcuts.

He’s making a go of it as a product called the Rotatrix, which is definitely worth a look. But we know the Hackaday community, and we’re sure this will have given some of you ideas as to other new ways to control your CAD models. Here’s to a new era of useful peripherals!

youtube.com/embed/u1v7TXViRi8?…


hackaday.com/2026/04/27/a-trac…

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#Italy moves to extradite Chinese national to the U.S. over hacking charges
securityaffairs.com/191368/apt…
#securityaffairs #hacking #China

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U.S. utility giant #Itron discloses a security breach
securityaffairs.com/191360/dat…
#securityaffairs #hacking
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AES-128 sotto attacco con il quantum computing? La risposta degli esperti sorprende

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/la-sicure…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #crittografia #sicurezzainformatica #protezionedatidigitali

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295 – I social amplificano le visioni estreme mentre l’AI pare che tenda a moderare camisanicalzolari.it/295-i-soc…
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🚀 Gli speaker della RHC Conference 2026

📍𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼: Martedì 19 Maggio con ingresso dalle ore 8:45
📍𝗗𝗼𝘃𝗲: Teatro Italia, Via Bari 18, Roma (Metro Piazza Bologna)
📍𝗣𝗿𝗼𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮: redhotcyber.com/linksSk2L/prog…
📍𝗜𝘀𝗰𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 conferenza di Martedì 19 Maggio: rhc-conference-2026.eventbrite…

#redhotcyber #rhcconference #conferenza #informationsecurity #ethicalhacking #dataprotection

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OneCritto: il password manager italiano che elimina il cloud (e i suoi rischi)

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/onecritto…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #gestionepassword #sicurezzainformatica #passwordmanager #soluzionitaliane

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Mist, Mirrors, Laser : Multi-view 3D Projection


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“Lights, camera, action!” might have been the call when recording back in the day, but for an awesome three-dimensional viewing experience, you might try yelling “Mist, Mirrors, Laser!” and following in the footsteps of [Ancient]’s latest adventure in voxel displays, which is also embedded below.

He starts with a naive demonstration: take a laser projector and toss an image into a flat cloud of mist. That demonstrates that yes, the mist does resolve an image, and that the viewing angle is very poor– that is, brightness drops off sharply when you’re out of line from the projector. In this case, that’s a good thing! It means more angles can be projected into that mist for a three-dimensional, hologram effect.

The optical train gets folded up, probably to make this fit on a tabletop: first, an array of flat mirrors in front of the projector splits the image from the projector into multiple viewpoints, which are each bounced to a second flat mirror that sends the image into the fog bank.

Some might call the resulting image a hologram; others might complain that that’s technically something totally different, and that this volumetric display is just all smoke and mirrors. We can hope that [Ancient] sees fit to share more details, like the software stack needed to generate the video feed– though it’s likely using a version of the same software as his last volumetric display, which used the same laser but whose point cloud was made from a bubblegram rather than an actual cloud. With a lot more points, though, the resolution is amazing in comparison, at the cost of appearing fuzzy at the edges. Unfortunately, we do not see the display in this demo run DOOM, as one of his previous projects did.

This video is more of a demo than a how-to, but it’s a heck of an impressive demo. If you don’t feel like watching the assembly, jump right to 9:00 to be impressed. It comes across a lot better on video than in the screenshot.

youtube.com/embed/YbxsYhTjYFI?…


hackaday.com/2026/04/26/mist-m…