Decreto sicurezza: da Torino alla deriva autoritaria.
noblogo.org/transit/decreto-si…
Decreto sicurezza: da Torino alla deriva autoritaria.
(203)
Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.
Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.
Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.
Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.
Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.
Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.
Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.
Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.
In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione.
#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com
Luca🇮🇹🚜🏎️✈️ reshared this.
Governo Meloni: pronti a non mantenere le promesse.
noblogo.org/transit/governo-me…
Governo Meloni: pronti a non mantenere le promesse.
(201)
Facciamo il punto sul lavoro del Governo Meloni. Tanto per essere chiari.
Il governo #Meloni aveva promesso la rivoluzione, si è presentato con lo slogan “Pronti a risollevare l’Italia” e per ora ha risollevato soprattutto le aspettative tradite. In campagna elettorale si parlava di “taglio delle tasse”, “riduzione della pressione fiscale”, flat tax estesa alle partite IVA fino a 100 mila euro e progressiva eliminazione dell’Irap, il tutto condito dal ritornello sulle famiglie schiacciate dal fisco. A distanza di anni, i numeri raccontano una storia lievemente diversa dalle conferenze stampa: la pressione fiscale è cresciuta, toccando il 42,5 per cento nel 2024, e le tanto sbandierate rivoluzioni fiscali sono rimaste un genere letterario.
La leggendaria flat tax “per tutti” non si è vista, se non in forma di annunci evaporati tra un vertice di maggioranza e una nota del #MEF. L’estensione promessa alle partite IVA fino a 100 mila euro è stata rinviata, limata, poi discretamente accantonata nelle ultime manovre, mentre ci si è dedicati a piccoli ritocchi spacciati per “svolta epocale”. Nel frattempo il grande riordino delle detrazioni ha prodotto un aumento di gettito a regime, con tagli che colpiscono anche famiglie e contribuenti medio‑alti: altro che liberazione fiscale, sembra più una stretta travestita da riforma coraggiosa.
Capitolo carburanti, ovvero l’epica saga delle accise. Dall’opposizione Meloni e soci ripetevano che le accise sui carburanti andavano progressivamente abolite, come se bastasse un cambio di governo perché il pieno costasse magicamente la metà. Una volta arrivati a Palazzo Chigi, improvvisamente si è scoperto che il bilancio dello Stato non si regge sugli slogan: il piano strutturale concordato con Bruxelles prevede un graduale aumento delle accise sul gasolio per allinearle alla benzina, mentre si procede a un robusto disboscamento delle detrazioni fiscali per circa 7 miliardi l’anno. Il risultato è che chi faceva il pieno sognando “meno tasse” oggi paga di più e ha pure meno margini di detrazione, ma può sempre consolarsi con un post su X in cui gli spiegano che la colpa è dell’Europa, del passato, del destino cinico e baro, mai delle scelte del governo.
Sul fronte sociale, il racconto era quello della difesa del ceto medio e della “dignità del lavoro”, con promesse di rilancio dello Stato sociale e di un grande investimento nella sanità pubblica. Peccato che, nella realtà, l’Italia nel 2024 destini alla sanità circa il 6,3 per cento del PIL, sotto la media OCSE ed europea, mentre i cittadini fanno la fila mesi per una visita o scivolano nel privato a pagamento. Il governo rivendica “record di risorse” stanziate, ma si dimentica di aggiungere che l’aumento nominale serve in gran parte solo a inseguire l’inflazione, lasciando il servizio sanitario in cronico affanno e sempre più lontano dalla retorica della “sanità per tutti”.
Se si allarga lo sguardo all’insieme del programma del centrodestra, il quadro diventa quasi didattico. Un’analisi su cento impegni chiave mostra che solo poco più di una ventina possono dirsi compiutamente realizzati, mentre il resto è in sospeso, annacquato o francamente tradito.
In teoria doveva essere la stagione della riscossa nazionale; in pratica è diventata la stagione del “non abbiamo potuto”, “ci hanno impedito”, “non è colpa nostra”, mentre le famiglie fanno i conti con tasse non più leggere, servizi non più efficienti e un futuro che assomiglia terribilmente al passato.
Le promesse mancate del governo Meloni non sono incidenti: sono il vero progetto politico, dove la propaganda viene mantenuta con rigore assoluto e la realtà può tranquillamente arrangiarsi.
#Blog #Politica #Economia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com
Referendum: quando il ‘no’ non è un rifiuto, ma una domanda in più.
noblogo.org/transit/referendum…
Referendum: quando il ‘no’ non è un rifiuto, ma una domanda in più.
(200)
Il #referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura è l’ultimo atto del progetto costituzionale del governo Meloni per dividere giudici e pm, blindando in #Costituzione un modello che promette “più giustizia”, ma rischia di indebolire l’indipendenza dei magistrati da Palazzo Chigi, proprio come sognavano Gelli con la P2 e Berlusconi con le sue crociate anti-pm.
Dietro lo slogan di maggiore imparzialità si nasconde una riforma che separa carriere, crea organi di autogoverno distinti al posto del #CSM unitario e inventa una Corte disciplinare costituzionale per punire i magistrati “scomodi”, lasciando agli elettori un quesito ampio che decide l’intero assetto della giustizia penale.
Con il “sì” non cambia solo l’organizzazione interna: chi entra come pm resta pm per sempre, senza più passaggi ai giudici (e viceversa), mentre nomine, promozioni e sanzioni passano in mano a consigli separati, più esposti al controllo politico, in un sistema che avvicina l’accusa all’esecutivo e rende i giudici più isolati e controllabili.
Per i cittadini comuni, le ricadute sono concrete: in casi quotidiani come furti in casa, incidenti stradali con assicurazioni ostili o raggiri da parte di professionisti, oggi pm e giudice condividono lo stesso piano professionale, codice etico e CSM per garantire indipendenza. Domani, con carriere separate, i pm potrebbero diventare un “braccio” più allineato al governo di turno, meno aggressivi su scandali che toccano potentati locali (corruzione negli appalti o abusi di politici), mentre i giudici, divisi e sotto una Corte disciplinare sovraordinata, potrebbero assolvere più spesso per timore di ritorsioni, allungando processi già lenti e producendo sentenze più deboli e meno imparziali per chi cerca giustizia vera.
#Meloni cavalca l’onda del populismo giudiziario, come fece Berlusconi urlando ai “giudici comunisti”, dipingendo i magistrati come un monolite da domare e l’ANM ha buon gioco a chiamare questa riforma “punitiva” verso chi indaga su mala politica.
Non è una “riforma tecnica” per processi più veloci: è un attacco all’autogoverno della magistratura, che con il sì diventa un organo frammentato e più vulnerabile, pronto a piegarsi al vento politico del momento.
Votare “sì” blinda tutto questo in Costituzione, rendendo eterna la visione Meloni di una giustizia “amichevole”; votare “no” rinvia il tema a un dibattito vero, senza scorciatoie populiste. In palio c’è se la giustizia resta un potere autonomo per difendere i cittadini da furbi e potenti, o se diventa uno strumento addomesticato per chi sta al governo.
#Blog #Referendum2026 #Giustizia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com
Democrazia in ostaggio: l'Italia autoritaria.
noblogo.org/transit/democrazia…
Democrazia in ostaggio: l'Italia autoritaria.
(187)
Il ritorno del concetto di #autocrazia nella politica internazionale rappresenta una tendenza sempre più evidente, alimentata anche dall’ascesa di figure come Donald Trump e Elon Musk. Questi personaggi incarnano un modello di leadership che privilegia la decisione rapida, l’efficienza apparente e la disintermediazione digitale, spesso a scapito della partecipazione democratica e dei diritti individuali. La rottura tra #Trump e #Musk, per esempio, non segna il tramonto del #trumpismo, ma piuttosto la sua evoluzione verso una governance più strutturata e meno personalizzata, ma sempre più autoritaria e meno trasparente.
Negli ultimi anni, il potere politico ha mostrato una tendenza a concentrarsi nelle mani di pochi, spesso con il sostegno di una tecnocrazia privatizzata che utilizza strumenti digitali e algoritmi per governare. Questa convergenza tra potere esecutivo, tecnologia e capitalismo delle piattaforme ha portato a una forma di “autocrazia algoritmica”, in cui le decisioni vengono prese in modo rapido e apparentemente efficace, ma con una sostanziale riduzione della trasparenza e della partecipazione dei cittadini. Il modello è particolarmente visibile negli Stati Uniti, ma ha avuto ripercussioni anche in #Europa e in altri continenti.
In #Italia, come in molti altri Paesi, si registra una crescente propensione a preferire governi “forti” rispetto a una democrazia più compiuta che richiede la partecipazione attiva di tutti, anche del singolo cittadino. Una ricerca recente ha evidenziato che circa il 24% dei giovani italiani si dichiara favorevole a un regime autoritario, mentre solo il 57% preferisce la democrazia a qualsiasi altra forma di governo. Questa percentuale è simile a quella di Spagna e Francia, ma inferiore rispetto alla Germania, dove la preferenza per la democrazia supera il 70%.
Questa differenza evidenzia come, in Italia, la fiducia nella democrazia sia meno radicata, soprattutto tra i giovani e tra chi si sente economicamente svantaggiato.
Una delle conseguenze più preoccupanti di questa tendenza è la disponibilità di molti cittadini a rinunciare a parte dei propri diritti in cambio di maggiore sicurezza o stabilità. Il desiderio di governi più radicali e “cattivi” si manifesta anche nella richiesta di misure più severe contro la criminalità, l’immigrazione o le proteste sociali. Questo fenomeno è alimentato da una percezione di crisi economica, sociale e culturale che porta molte persone a cercare soluzioni rapide e apparentemente efficaci, anche a costo di compromettere alcuni principi democratici.
La recessione della democrazia, come viene definita da molti analisti, è quindi legata non solo a scelte politiche, ma anche a una crescente insoddisfazione economica e sociale che spinge le persone a preferire governi autoritari.
Il vero scandalo per la democrazia italiana è questa resa collettiva, incarnata dal governo Meloni che, nel discorso finale alla kermesse di “Atreyu”, ha dipinto un'Italia monolitica e “forte” dove la partecipazione si riduce a un applauso acritico, mentre si sacrificano diritti e uguaglianza in nome di una fermezza illusoria. Invece di mobilitare i cittadini contro disuguaglianze economiche sempre più abissali (con salari stagnanti e precarietà dilagante), la premier invita a delegare tutto a un esecutivo che si definisce “granitico” e che promette ordine con manganelli e retorica nazionalista, tradendo chi sogna una vera lotta per i diritti.
Questa propaganda autoritaria, che cavalca la stanchezza popolare, non risolve crisi, ma le amplifica, preferendo la stabilità fittizia di un leader onnipotente alla responsabilità condivisa di una democrazia viva e inclusiva. È una beffa: le persone rinunciano a battersi per più diritti, illudendosi che un pugno di ferro le protegga, mentre Meloni consolida un potere che erode le basi stesse della libertà.
#Blog #Opinioni #Politica #Autocrazia #Democrazia #GovernoMeloni
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com
reshared this
informapirata ⁂, Luca🇮🇹🚜🏎️✈️ e Jens Hansen reshared this.
Salari da fame e propaganda: il governo Meloni ignora milioni di poveri.
noblogo.org/transit/salari-da-…
Salari da fame e propaganda: il governo Meloni ignora milioni di poveri.
(178)
La recente affermazione del ministro Giancarlo Giorgetti secondo cui”...chi guadagna duemila euro al mese non è ricco” segna un punto di non ritorno nella distanza crescente tra la retorica economica del governo Meloni e la realtà materiale del Paese.
È una frase che, lungi dal voler interpretare la complessità sociale italiana, rivela una visione distorta e verticalista della società, nella quale la normalità economica viene definita dall’alto e mai dal vissuto reale dei cittadini. Gli indicatori ufficiali delineano un quadro desolante. L’ISTAT ha certificato nel 2024 un record di povertà assoluta che coinvolge oltre 9,8 per cento delle famiglie, un dato che traduce in cifre concrete il fallimento delle politiche redistributive degli ultimi anni.
La Banca d’Italia, nel suo più recente rapporto, evidenzia come la quota di reddito detenuta dal 10 per cento più ricco continui a crescere, mentre i salari medi, corretti per l’inflazione, hanno perso potere d’acquisto ininterrottamente dal 1990. L’OCSE conferma: l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’area euro in cui i salari reali non solo ristagnano, ma arretrano.
La comunicazione dell’esecutivo continua a insistere su un racconto trionfalistico, in cui i lievi aumenti lordi ottenuti grazie a misure temporanee vengono presentati come conquiste epocali. È una narrativa costruita più per compiacere gli elettori che per affrontare la sostanza del problema. Il lavoratore povero, colui che guadagna meno di mille euro al mese, rimane il simbolo di un’Italia abbandonata, priva di un salario minimo, sacrificata sull’altare dell’austerità e dell’ortodossia liberista.
A questa cecità strutturale si aggiunge l’opposizione ideologica alla patrimoniale, ribadita più volte dalla presidente Meloni: “Finché governerà la Destra, non ci sarà una tassa sui patrimoni.” Questa posizione, sotto le mentite spoglie della difesa del ceto medio, protegge in realtà la ricchezza accumulata e perpetua un modello fiscale regressivo, che spreme chi lavora e tutela chi possiede.
In nome di un’idea di libertà economica, si legittima l’ingiustizia.
Così il governo esibisce propagandisticamente successi inesistenti, mentre l’Italia reale affonda in una spirale di insicurezza, bassi redditi e disuguaglianze crescenti. La distanza tra la narrazione ufficiale e le condizioni concrete del Paese non è più un disallineamento etico, ma una frattura politica e morale profonda. Continuare a negarla significa non solo sbagliare analisi economica: significa schierarsi contro la dignità di chi lavora.
#Blog #Italia #Economia #GovernoMeloni #Diseguaglianze #Opinioni
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com
La riforma (al) del potere.
noblogo.org/transit/la-riforma…
La riforma (al) del potere.
(176)
Non è una riforma della giustizia. È un riassetto del potere, pensato per ridisegnare a vantaggio della politica l’equilibrio tra i poteri dello Stato. La riforma della magistratura voluta dal governo Meloni, dietro la facciata rassicurante della “modernizzazione” e della “separazione delle carriere”, nasconde un intento pericoloso: assoggettare i magistrati all’influenza del potere esecutivo e ridurre la loro autonomia costituzionale.
Il punto centrale è semplice e cruciale. Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, creando due “Consigli superiori” distinti, significa permettere alla politica di mettere mano, anche indirettamente, alle nomine, alle valutazioni e alle carriere. Non si tratta di un rinnovamento neutro, ma di una rottura dell’equilibrio su cui poggia la democrazia italiana. Sotto il nuovo assetto, il pubblico ministero, che oggi può indagare senza dover rispondere a nessuno se non alla legge, rischierebbe di diventare parte di una catena di comando orientata dal Parlamento e dal Governo. È un passo che apre la porta a un controllo politico delle inchieste, dei processi, persino delle priorità investigative.
Chi si attendeva un intervento per velocizzare i procedimenti, sfoltire l’arretrato o migliorare l’accesso dei cittadini alla giustizia resterà deluso.Qui non c’è nulla che riguardi la giustizia in senso stretto. Non un euro in più per i tribunali, nessuna riforma organizzativa, nessun piano per sbloccare l’ingolfamento delle procure. In compenso, vi è un disegno allarmante di ridefinizione del potere: la giustizia, da potere dello Stato, diventerebbe territorio di influenza del governo.
L' esecutivo la chiama riforma “costituzionale”, ma in realtà ne capovolge il senso. Perché toccare la Costituzione non significa migliorarla, se l’obiettivo è ridurre le garanzie di indipendenza nate proprio per evitare le ingerenze del potere politico.L’articolo 104, che definisce il “Consiglio superiore della magistratura” come organo autonomo e indipendente da ogni potere, verrebbe svuotato nella sostanza.
Se la riforma sarà approvata e confermata da un referendum, il risultato sarà una magistratura più debole, più esposta e meno libera. È il ritorno a un modello di giustizia controllata, in cui chi governa decide anche chi può giudicare.
La Costituzione aveva previsto esattamente il contrario: che la legge fosse lo scudo dei cittadini contro l’arbitrio del potere. Questa riforma abbatte quello scudo, lasciandoci disarmati contro lo strapotere della politica.
#Blog #RiformaDellaMagistratura #GovernoMeloni #Costituzione #Giustizia #Opinioni #Italia
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com
Un ponte sul mare dei conti.
noblogo.org/transit/un-ponte-s…
Un ponte sul mare dei conti.
(174)
Il dibattito sul ponte sullo stretto di Messina di questi giorni va oltre la politica. I rilievi della Corte dei conti non sono un atto di ostruzionismo, ma l’esercizio di una funzione di garanzia che tutela la legalità, la trasparenza e la corretta gestione delle risorse pubbliche. In un sistema democratico equilibrato, il controllo non è un freno, ma uno strumento di responsabilità.
Il progetto del ponte muove circa 14 miliardi di euro, coinvolge interessi strategici e incide sull’ambiente, sull’economia e sulla coesione territoriale. È naturale, e necessario, che la Corte chieda chiarezza su piani finanziari, sostenibilità economica e conformità giuridica degli atti, per assicurare che ogni fase rispetti le norme sui contratti pubblici e sulla spesa dello Stato.
Nel caso del governo Meloni, la spinta verso una realizzazione rapida dell’opera è ovvia: il ponte è diventato un simbolo politico, un progetto identitario che promette infrastrutture e sviluppo. Tuttavia, l’urgenza non può sostituire la trasparenza né giustificare forzature amministrative. Il ruolo della Corte è proprio quello di ricordare che una grande opera vive solo se fondata su basi legali solide e su una gestione finanziaria sostenibile.
Parlare di “attacco” o “ostacolo” da parte della Corte significa travisare la sua missione costituzionale. La funzione di controllo serve a rafforzare la credibilità dell’azione di governo, non a limitarla. In un periodo in cui il debito pubblico pesa e i margini di spesa sono stretti, è fondamentale che ogni euro investito sia tracciabile e coerente con i vincoli di legge.
La correttezza dei rilievi contabili sta nel richiamare l’attenzione su elementi tecnici che non possono essere ignorati: la revisione dei contratti con i concessionari, la copertura finanziaria pluriennale, la valutazione dei rischi ambientali e la trasparenza delle gare. Sono queste le condizioni per evitare arbitrio, sprechi o contenziosi futuri che rallenterebbero ulteriormente i lavori. La vera modernizzazione non è solo costruire infrastrutture, ma farlo rispettando le regole e garantendo che la spesa pubblica sia un investimento per tutti, non un rischio collettivo.
Ora serve che il governo Meloni abbandoni la retorica distrattiva. Se davvero la priorità è costruire il futuro dell’Italia, si dimostri di saperlo fare passando dal rispetto delle leggi e dall’ascolto delle istituzioni di controllo. Solo così questa opera potrà essere il simbolo di un paese credibile, non di una stagione di scorciatoie, e non divenire l’ennesimo fallimento di un esecutivo che, per ora, non ha portato a casa quasi nulla.
#Blog #PonteSulloStretto #GovernoMeloni #Opinioni #Italia #Politica
Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)
Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com