Quando la remigrazione diventa programma politico.


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Quando la remigrazione diventa programma politico.


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Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante.

È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.

La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.

Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo. Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.

La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti. La seconda distorsione è il linguaggio.Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?

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In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto.La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi. Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo.

Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.

Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria.

Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.

La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine.Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica.Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza.

Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù

La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.

La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.

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Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo.Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.

Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante.La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile.Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza.

Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.

La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.

La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.

#Blog #Politica #Destra #DirittiCivili #Remigrazione #Vannacci

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Vannacci, quando la provocazione diventa metodo politico.


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Vannacci, quando la provocazione diventa metodo politico.


(225)

(V1)

La dialettica di #RobertoVannacci non è solo uno stile comunicativo: è una vera grammatica politica. Fatta di formule brevi, parole d’ordine ripetute, contrapposizioni nette e continuo richiamo a identità, tradizioni e sicurezza, essa costruisce un terreno emotivo prima ancora che programmatico.È una comunicazione che non cerca la mediazione, ma la polarizzazione; non invita al confronto, ma alla presa di posizione.

In questo senso, il suo linguaggio non è un semplice vezzo retorico, ma il veicolo di una precisa visione del mondo, che si iscrive nel solco delle destre più radicali che avanzano in Europa.Il lessico che Vannacci utilizza è fortemente identitario: parla a un “noi” che si percepisce assediato, minacciato, umiliato da élite, minoranze, organismi sovranazionali.Ogni discorso è costruito come una chiamata alle armi simbolica, dove l’appello al “buon senso” e alle “radici” diventa lo strumento per delegittimare qualunque forma di complessità sociale.

La realtà viene ridotta a una successione di contrasti: italiani contro stranieri, “normali” contro “diversi”, patrioti contro traditori. È una struttura binaria che semplifica e rassicura, ma che al tempo stesso prepara il terreno a politiche escludenti e discriminatorie.Questa impostazione non è un caso isolato, ma si connette a una tendenza più ampia della destra estrema europea, che negli ultimi anni ha imparato a presentarsi con toni più istituzionali e rispettabili senza rinunciare al proprio impianto ideologico.

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Il linguaggio del “Generale” si inserisce in questa traiettoria: combina riferimenti alla tradizione militare e nazionale con la retorica del “dire la verità che gli altri non hanno il coraggio di dire”, trasformando ogni polemica in prova di autenticità.

Così, la provocazione diventa metodo e la costante ricerca dello scontro funziona come dispositivo di mobilitazione permanente.È in questo quadro che la figura di Vannacci va letta: non come un’eccezione folkloristica, ma come uno dei volti possibili di una destra che prova a istituzionalizzare linguaggi e temi un tempo confinati ai margini. Il suo discorso contribuisce a spostare l’asticella di ciò che è considerato dicibile nello spazio pubblico, normalizzando espressioni e concetti che fino a ieri sarebbero stati percepiti come apertamente estremisti.

In nome della “libertà di parola” e della “difesa delle radici”, si costruisce così un immaginario in cui l’altro è sempre un pericolo, una minaccia da controllare o respingere. Per questo parlare di Vannacci significa andare oltre la provocazione. La sua comunicazione non è un dettaglio di stile, ma la forma stessa della sua proposta politica. Ed è una forma che, per contenuti, obiettivi e alleanze, si inserisce con chiarezza nella nuova destra estrema europea.

Bisogna dirlo senza ambiguità: dietro la patina della semplificazione e del “coraggio di parlare chiaro” si nasconde un progetto di chiusura, di esclusione e di regressione democratica. È una traiettoria che non va relativizzata, ma contrastata con fermezza, perché quando certi linguaggi smettono di apparire estremi e diventano familiari, il danno politico è già in corso.

#Blog #Vannacci #Politica #Comunicazione #Italia

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Corpi intermedi. La democrazia che ci rubano tra un voto e l’altro.


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Corpi intermedi. La democrazia che ci rubano tra un voto e l’altro.


(213)

(CI1)

In Italia la partecipazione politica è diventata un rito svuotato: un gesto meccanico, episodico, che chiede ai cittadini di presentarsi alle urne ogni tanto per legittimare scelte altrui, mentre milioni si allontanano dalle cabine elettorali.

L’astensionismo è ormai il “primo partito” del Paese: alle politiche 2022 oltre 16,5 milioni di italiani non hanno votato, con un’affluenza al 64%, minimo storico repubblicano.

Alle europee 2024 il trend si è confermato, con un’affluenza sotto il 50% e l’assenza come protagonista indiscussa.È il segno di un sistema che riduce la democrazia a un atto di fede occasionale, senza costruire relazioni quotidiane con chi vive i problemi reali.

Dentro questo vuoto, i corpi intermedi (sindacati, associazioni, comitati, movimenti) vengono dipinti come relitti del passato, ostacoli da smantellare in nome della “disintermediazione” digitale. Eppure sono loro a svolgere il lavoro che la politica istituzionale ha abbandonato: aggregare conflitti, dare voce ai bisogni diffusi, trasformare lamenti individuali in lotte collettive. Funzionano come ponti tra chi non ha tempo né risorse per bussare ai palazzi del potere e chi dovrebbe scriverne le regole.

Quando vengono bypassati, subentrano due derive: il leader che parla “direttamente al popolo” via social o l’algoritmo che riduce tutto a like e commenti isolati. In entrambi i casi, la partecipazione si dissolve in un clic impersonale, a valle delle decisioni prese altrove.

(CI2)

La retorica della democrazia istantanea è comoda: “non servono intermediari, basta il tuo voto”. Ma quel voto arriva ogni lustro, su pacchetti preconfezionati, mentre i veri tavoli di negoziazione restano preclusi ai cittadini.

Al contrario, chi difende un posto di lavoro, un servizio pubblico, un quartiere, lo fa in assemblee, scioperi, reti associative: lì la partecipazione è concreta, richiede tempo, studio, radicamento, mediazione quotidiana.

Quando i governi li convocano sono solo per “pro forma” ed il risultato è noto: leggi raffazzonate, tensioni sociali deflagrate in ritardo, scelte calate dall’alto che cozzano con la realtà.

Non si tratta di idealizzare i corpi intermedi, con i loro limiti evidenti: calo di iscritti, autoreferenzialità, leader che hanno svuotato la rappresentanza di contenuto, ma senza di loro, resta una democrazia di facciata, dove si vota sempre meno e si decide in circoli sempre più ristretti. Le piattaforme digitali, le consultazioni online, i sondaggi flash promettono prossimità, ma consegnano deleghe totali: un clic oggi, potere assoluto domani. La vera democrazia partecipativa esige invece organizzazioni autonome, conflitti incanalati, spazi dove i cittadini si formino, discutano, incidano davvero.

La sfida è chiara: meglio un rito elettorale anemico o un ecosistema di corpi intermedi che costringa il potere a confrontarsi con la società viva?Il voto resta essenziale, ma senza movimenti che lo alimentino prima e lo vigilino dopo, è solo un sigillo su altrui partite.

Oggi ci chiedono silenzio tra un’elezione e l’altra perché ci vogliono atomizzati, privi di reti. Una democrazia adulta, invece, teme il cittadino che non archivia la politica con lo spegnimento del televisore: quello che si organizza, resiste, conta ogni giorno.

#Blog #Politica #Società #CorpiIntermedi #Opinioni

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La nuova legge elettorale: manuale per blindare il potere.


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La nuova legge elettorale: manuale per blindare il potere.


(208)

(LE1)

La proposta di riforma della legge elettorale della maggioranza #Meloni introduce un proporzionale “truccato” da un premio di maggioranza molto ampio, costruito per blindare l’attuale blocco di governo e mettere fuori gioco ogni alternanza reale. Cosa prevede, in sostanza, questo impianto? Innanzitutto il superamento del “Rosatellum” e dei collegi uninominali: il sistema diventa formalmente proporzionale, con liste bloccate e senza un vero ritorno alle preferenze, salvo qualche eccezione per le minoranze linguistiche. A questo si aggiunge un premio di maggioranza nazionale: chi supera il 40% dei voti ottiene un “pacchetto” aggiuntivo di seggi, stimato intorno a decine di deputati e senatori, che porta la coalizione vincente a sfiorare il 60% dei seggi parlamentari.

Restano soglie di sbarramento elevate (intorno al 3% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni), con un evidente incentivo a costruire cartelli elettorali ampi e subalterni al partito egemone. È previsto inoltre un eventuale ballottaggio: se le prime due coalizioni si collocano in una fascia intermedia di consenso, si va al secondo turno, che ha un’unica funzione reale, cioè assegnare comunque il premio a qualcuno e garantire una maggioranza “artificiale” anche quando il paese è diviso. Infine viene introdotto il “premier in scheda”: l’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio al momento della presentazione delle liste, legandosi politicamente alla riforma sul premierato e creando un meccanismo di investitura personale, pur fingendo di non toccare formalmente le prerogative del Capo dello Stato.

(LE2)

La narrazione ufficiale giura che tutto questo serve alla “stabilità”, come se il problema dell’Italia fosse l’ingovernabilità e non, semmai, l’abuso di maggioranze già iper-compatte. In realtà il disegno è trasparente: questa riforma serve a mettere in cassaforte la futura maggioranza del centrodestra, riducendo al minimo il rischio che un’opposizione unita, con numeri simili, possa vincere o quantomeno impedire l’egemonia assoluta nei due rami del Parlamento.

Il premio scatta esattamente nella fascia in cui i sondaggi collocano stabilmente l’area che sostiene Meloni, e la dimensione del premio è tale da deformare in modo pesante il rapporto tra voti e seggi, trasformando un 40 e rotti per cento dei consensi in quasi il 60% delle poltrone.

L’eliminazione degli uninominali, che nel 2022 avevano già favorito il centrodestra, non è una generosa apertura alla rappresentanza, ma un ulteriore passo verso un modello controllabile dal vertice: con le liste bloccate, i candidati “sicuri” vengono scelti dal capo, garantendo un esercito di fedelissimi in aula.

Sul piano politico più ampio, questa legge elettorale è il tassello perfetto di un mosaico: premierato, referendum sulla giustizia, riscrittura selettiva delle regole del gioco in modo da neutralizzare qualunque contrappeso e trasformare una maggioranza relativa di oggi in dominio strutturale sulle istituzioni domani, inclusa la possibilità di eleggere da sola il Presidente della Repubblica e incidere pesantemente sugli organi di garanzia.

Non mancano, in tutto questo, profili di evidente incostituzionalità o quantomeno di violazione dello spirito della Costituzione. La Corte costituzionale aveva già messo dei paletti, accettando, con molte cautele, l’idea di un premio che dal 40% dei voti porti al 55% dei seggi, non oltre.

Qui si spinge l’asticella verso soglie vicine al 60%, con un rischio concreto di calpestare il principio di rappresentanza e l’eguaglianza del voto, svuotando la proporzionale dal suo significato. Il combinato disposto di premio “secco”, liste bloccate e soglie di sbarramento selettive crea una distorsione che va ben oltre la fisiologica “correzione maggioritaria” e somiglia piuttosto a un’espropriazione del voto di milioni di cittadini che non si riconoscono nella coalizione vincente.

A questo si aggiunge la forzatura del “premier in scheda”, introdotto mentre si discute di premierato: sulla carta il Presidente della Repubblica resta libero di nominare chi vuole, ma nei fatti viene schiacciato dalla pretesa di una legittimazione diretta del capo politico, costruita per via ordinaria senza modificare esplicitamente l’articolo 92.

È un corto circuito istituzionale: si cambia la forma di governo per legge ordinaria, mascherandola da semplice tecnica elettorale. In questo quadro, le parole “stabilità” e “governabilità” suonano come l’ennesima foglia di fico.

Questa riforma non nasce per dare più voce ai cittadini, non amplia la rappresentanza, non restituisce potere agli elettori nella scelta dei parlamentari: al contrario, concentra il controllo nelle mani dei vertici di coalizione, garantisce un premio abnorme a chi è già maggioranza e comprime ogni spazio di alternanza, conflitto politico e pluralismo reale. È l’ennesima legge elettorale-calcio di rigore: la squadra al governo sposta la porta, sceglie il portiere avversario, decide l’arbitro e poi pretende pure gli applausi in nome della “modernizzazione” del gioco democratico.

#Blog #Italia #RiformaElettorale #GovernoMeloni #Politica #Società #Opinioni

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Dal Watergate a Trump: come le destre uccidono la democrazia.


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Dal Watergate a Trump: come le destre uccidono la democrazia.


(205)

(WP1)

I licenziamenti di massa al #WashingtonPost non sono solo una crisi aziendale. Rappresentano un colpo diretto a quel poco che resta di una democrazia già in affanno, dentro e fuori i confini americani. Un quotidiano storico, centrale per il controllo del potere fin dai tempi del #Watergate, ha tagliato un terzo della redazione, chiuso intere sezioni e ridotto le presenze all’estero. Informare davvero non è più redditizio, quindi non è più una priorità del sistema.

Il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa un terzo dei lavoratori, eliminando la redazione sportiva, vari uffici esteri e la copertura dei libri. Questa è l’ondata di tagli più dura da quando la nuova direzione ha preso il controllo nel 2024, dopo anni di riduzioni e prepensionamenti. Un giornale di riferimento globale, di proprietà di uno degli uomini più ricchi del pianeta, sceglie di ridurre il giornalismo invece di ripensare il modello di business.

#Trump, Intanto, intensifica pressioni, ostacoli, ritorsioni e cause temerarie contro i media critici, rendendo la libertà di stampa ancora più fragile. L’attacco politico diretto si combina con l’assalto di mercato che trasforma il giornalismo in un costo da tagliare, non in un pilastro della sfera pubblica. Il “Primo Emendamento” continua a proteggere formalmente la libertà di stampa, è una libertà svuotata materialmente, con meno giornalisti, meno inchieste e meno copertura internazionale e diventa però sempre più fittizia.

Restrizioni di accesso, screditamenti sistematici e interferenze nella seconda era Trump completano il quadro di una democrazia che mantiene i simboli, ma smantella le condizioni reali. Questo è lo schema del #backsliding democratico. Non arriva un colpo di Stato, né spariscono le elezioni, ma si corrodono i meccanismi che rendono effettiva la partecipazione informata e il controllo del potere. La stampa indipendente si marginalizza, le voci critiche si isolano e l’opinione pubblica si riduce a pubblico passivo di propaganda e marketing politico.

Quello che accade negli Stati Uniti fa parte di una tendenza globale. Le destre radicali o nazional-conservatrici sfruttano crisi e paure per restringere gli spazi democratici.

In #Brasile, #Ungheria e #Tunisia l’ascesa di leader ostili ai contrappesi istituzionali è stata favorita da polarizzazione estrema, retorica della sicurezza, uso spregiudicato dei media e paure sociali.

Lo schema si ripete ovunque. Forte concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione di opposizioni, sindacati, ONG e stampa, uso di emergenze reali o costruite per restrizioni permanenti. Le destre del nuovo ciclo non aboliscono la democrazia.

La svuotano dall’interno, trasformandola in un guscio procedurale che ratifica decisioni prese altrove.

(WP2)

La vicenda del Washington Post è un segnale di allarme che va oltre una redazione o un settore economico. Quando la stampa libera diventa accessoria, la democrazia si riduce a rituale. Elezioni, slogan, sondaggi e campagne social sopravvivono, ma la capacità dei cittadini di conoscere, criticare e fermare il potere evapora. La vera democrazia scompare perché troppo scomoda per chi governa e controlla le leve economiche. Gli Stati Uniti, che per decenni hanno esportato il modello democratico, ne offrono oggi una versione distorta.

Più show che sostanza, più branding che diritti, più mercato e sicurezza che partecipazione e giustizia sociale. La destra globale capitalizza su questa stanchezza. L’unica risposta possibile riparte dalla ricostruzione di informazione indipendente, conflitto sociale e organizzazione collettiva. Senza questo restano solo le macerie eleganti di una democrazia già perduta.

#Blog #Giornalismo #WashingtonPost #USA #Democrazia #Democracy #Destra #Opinioni

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