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A 80 anni Ed Markey punta sul progressismo per superare la questione dell'età


Il senatore democratico più anziano in corsa per la rielezione sfida alle primarie del Massachusetts il moderato Seth Moulton, 47 anni. Un sondaggio di giugno lo dava avanti di sei punti.

Ed Markey ha 80 anni ed è il senatore democratico più anziano in corsa per la rielezione. Per ottenere un altro mandato di sei anni deve prima vincere le primarie del Massachusetts, il voto con cui i partiti americani scelgono i propri candidati, contro il deputato Seth Moulton, un moderato di 47 anni. La scommessa di Markey è che l'argomento dell'età non funzioni contro chi resta il più a sinistra dei due.

Gli elettori democratici stanno sostituendo i parlamentari più anziani con sfidanti giovani in tutto il paese. In Connecticut il deputato John Larson, 78 anni, ha appena perso la corsa per il quindicesimo mandato contro l'ex sindaco di Hartford Luke Bronin, 47 anni.

Markey ha spostato il confronto sul terreno ideologico, ripetendo lo schema che nel 2020 gli aveva permesso di battere l'ex deputato Joe Kennedy III. Rivendica le proprie posizioni progressiste e punta a somigliare più a Bernie Sanders che a Joe Biden. "Penso sempre di essere il più giovane della stanza", ha detto al New York Times, "quando si tratta di idee."

La carriera politica di Markey dura da mezzo secolo. Nel 1973 è entrato nel parlamento del Massachusetts, tre anni dopo è stato eletto alla Camera dei rappresentanti ed è rimasto lì fino al 2013, quando ha vinto l'elezione suppletiva per il Senato (si vota così quando un seggio resta vacante prima della scadenza naturale del mandato). Moulton, sei mandati alla Camera per la costa a nord di Boston, ha fatto proprio di quella longevità il tema centrale della campagna. "La gente dovrebbe chiedere: cosa pensi di ottenere nei prossimi sei anni che non sei riuscito a ottenere negli ultimi cinquanta?", ha detto a un dibattito di luglio.

I sondaggi sulla corsa sono pochi. Quello dell'Università del New Hampshire di giugno dava Markey avanti di sei punti percentuali, ma con due segnali negativi per il senatore: da febbraio lo sfidante aveva guadagnato 12 punti e quasi un quarto degli intervistati restava indeciso.

Markey descrive Moulton come troppo moderato per il Massachusetts. Gli contesta di non sostenere il "Medicare for all", la proposta di un sistema sanitario pubblico esteso a tutti gli americani. Gli rimprovera anche di aver aperto uno scontro con il proprio partito sui diritti delle persone transgender dopo la sconfitta del 2024.

"Che sia il Minnesota con Peggy Flanagan, il Michigan con Abdul El-Sayed o qui in Massachusetts, è progressisti contro moderati e i progressisti stanno vincendo", ha detto Markey. In Michigan e in Wisconsin, però, le rilevazioni pre-elettorali avevano sovrastimato proprio i candidati progressisti, che alle primarie hanno poi ottenuto risultati peggiori del previsto. Restano aperte due spiegazioni: che i sondaggisti abbiano sbagliato a immaginare chi sarebbe andato a votare a una primaria, oppure che gli elettori di alcuni candidati siano semplicemente più disposti a rispondere ai sondaggi.

A Worcester Markey ha inaugurato un campus industriale insieme al deputato Jim McGovern e al sindaco Joseph Petty, entrambi di 66 anni. Prima che il gruppo si sciogliesse li ha fermati per girare un video con il telefono, poi montato in un filmato per i social insieme alle altre tappe della giornata. La sera è andato allo stadio di baseball della città, dove è entrato nella cabina di commento per parlare dei giocatori più promettenti della squadra.

Una parte della campagna di Markey si regge sui volontari giovani che nel 2020 si erano organizzati con il nome di Markeyverse. Alcuni di loro oggi lavorano nel suo staff, montano i suoi video e ne fanno crescere il seguito su TikTok. "Bisogna spostarsi dove si trova la prossima generazione. Bisogna andare da loro", ha detto il senatore.

Markey ha promesso di lasciare spazio a quella generazione. Dopo il dibattito di luglio ha detto che, se sarà rieletto a novembre, non si ricandiderà alla fine del prossimo mandato, quando avrà 86 anni.


Wisconsin, perché i sondaggi non hanno visto la rimonta di Crowley


David Crowley ha vinto le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin battendo la socialista Francesca Hong per appena quattro decimi di punto, circa 3.000 voti, dopo che due sondaggi davano la sua sfidante avanti di una ventina di punti. Il risultato di martedì ha interrotto la serie di vittorie della sinistra nelle primarie democratiche di questo ciclo elettorale e soprattutto ha riaperto il dibattito sull'affidabilità delle rilevazioni nel Midwest.

Una settimana prima, in Michigan, i sondaggi avevano sovrastimato di oltre dieci punti il progressista Abdul El-Sayed, che ha poi vinto lo stesso le primarie per il Senato, ma con appena un punto di vantaggio. In Wisconsin lo scarto appare ancora più clamoroso: persino il sondaggista ufficiale della campagna elettorale di Crowley lo dava indietro di quasi venti punti a pochi giorni dal voto.

Primarie democratiche · Wisconsin
I sondaggi non hanno sbagliato su Hong. Hanno sbagliato su Crowley
Nella media delle quattro rilevazioni che misuravano entrambi i candidati, la socialista Francesca Hong era al 38,5% e ha chiuso al 39,4%. David Crowley era al 14% e ha vinto con il 39,8%. Quasi tutta la sua crescita è uscita dal serbatoio degli indecisi e dei candidati minori.
Grafica di FocusAmerica

Primarie democratiche in Wisconsin, 11 agosto 2026. Risultato: David Crowley 39,8%, Francesca Hong 39,4%, Kelda Roys 7,5%, Joel Brennan 4,7%, Mandela Barnes 4,1%, altri due candidati ritirati 4,5%. Margine: 0,4 punti, oltre 3.000 voti. Media delle quattro rilevazioni fra il 18 luglio e il 5 agosto: Hong 38,5%, Crowley 14%. Fonte: Associated Press; sondaggi PPP, Marquette Law School Poll, Impact Research.

Dalla media dei sondaggi al voto
David Crowley Francesca Hong Altri candidati e indecisi

Il resto del campo perde 26,7 punti, quasi esattamente quanto ne guadagna Crowley. I punti chiari sull'asse di sinistra sono le singole rilevazioni.

Francesca Hong
+0,0pt
Quanto è cresciuta rispetto alla media dei sondaggi: il solo dato che le rilevazioni avevano previsto con precisione.

David Crowley
+0,0pt
Quanto è cresciuto nello stesso arco di tempo. Nessuna rilevazione lo aveva visto arrivare.

Il fotofinish Le cause Il caso Michigan

In corsa erano quattro, ma sulla scheda i nomi erano sette
Tre candidati si erano ritirati nelle settimane precedenti. I loro nomi sono rimasti stampati e gli elettori hanno continuato a votarli.

Ventuno a uno
Ogni quadratino vale quattro decimi di punto, cioè l'intero margine con cui Crowley ha vinto la primaria. Ai tre candidati ritirati ne sono andati ventuno e mezzo.

Lo scarto fra Crowley e Hong0,4 punti

I voti andati ai tre candidati ritirati8,6 punti

Un riconteggio possibile, ma a spese di chi lo chiede
La legge del Wisconsin consente di chiedere il riconteggio quando lo scarto resta sotto il punto percentuale, ma lo Stato ne copre le spese soltanto sotto lo 0,25%. Il margine di Crowley supera quella soglia di quindici centesimi di punto: Hong avrebbe dovuto pagare di tasca propria. Ha preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno al vincitore.

Cinque ragioni che si sono sommate
Nessuna di queste basta da sola a spiegare uno scarto di venticinque punti. Messe in fila descrivono rilevazioni che misuravano un elettorato diverso da quello che si è presentato alle urne.

Il sondaggio è un'istantanea di un momento.David Axelrod, ex capo stratega della campagna di Barack Obama, ad Axios

Due volte in otto giorni, sempre nella stessa direzione
Le rilevazioni hanno sovrastimato la sinistra in entrambe le primarie del Midwest. In Michigan il vantaggio si è ridotto a un punto, in Wisconsin si è rovesciato.

Fonte: Associated Press (98% delle schede scrutinate); sondaggi Public Policy Polling, Marquette Law School Poll e Impact Research; Wisconsin Examiner, Axios. La media è calcolata sulle quattro rilevazioni che misuravano sia Hong sia Crowley, fra il 18 luglio e il 5 agosto; il Marquette dell'8-16 luglio è escluso perché non rilevava Crowley. La quota degli altri due candidati ritirati è calcolata come residuo sulle percentuali AP. Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

Una campagna stravolta negli ultimi giorni


Il mese finale della campagna è stato particolarmente caotico. L'establishment del partito si è mosso in ordine sparso per fermare Hong, esponente dell'Assemblea statale considerata troppo a sinistra per poter vincere a novembre. Due candidati si sono ritirati dopo essere stati travolti da scandali improvvisi e lo stesso Crowley, che a 40 anni guida l'amministrazione della contea di Milwaukee, aveva inizialmente abbandonato la corsa, salvo poi rientrare proprio nel tentativo di fermarla.

L'ultima settimana è stata dominata dalle difficoltà di Hong nello spiegare alla CNN perché in passato avesse scritto sui social "cancellate il Giorno del Ringraziamento". Mentre Fox News dedicava alla vicenda servizi a ciclo continuo, Crowley attraversava lo Stato insieme al governatore democratico uscente Tony Evers, insistendo sui dubbi circa la capacità dell'avversaria di vincere le elezioni generali. Gli strateghi democratici cominciavano intanto a vedere gli indecisi spostarsi verso di lui.

"È il vecchio adagio che ripetiamo spesso ma ascoltiamo di rado: il sondaggio è un'istantanea di un momento", ha detto ad Axios David Axelrod, ex capo stratega della campagna presidenziale di Barack Obama del 2008. "Molte rilevazioni sono state fatte troppo presto per cogliere il movimento degli ultimi giorni". I numeri sembrano confermarlo: Hong ha chiuso al 39,4% e le ultime stime la collocavano poco sopra il 40%, dunque l'errore sulla sua percentuale è stato minimo. A cambiare radicalmente è stato invece il consenso di Crowley, passato in pochi giorni da circa il 20% al 39,8% finale.

Primarie aperte e un elettorato difficile da prevedere


In Wisconsin le primarie sono aperte: questo significa che ogni elettore può cioè partecipare a quella del partito che preferisce, indipendentemente dalla propria registrazione. Costruire un modello affidabile sull'elettorato che si presenterà effettivamente alle urne diventa quindi molto più complicato. "È difficile sapere chi andrà a votare", ha ammesso anche Axelrod.

Chaz Nuttycombe, fondatore del gruppo indipendente State Navigate e autore di una delle rilevazioni di inizio agosto che davano Hong avanti in doppia cifra, ipotizza che una parte degli elettori abituali delle primarie repubblicane abbia alla fine scelto di votare in quella democratica proprio per fermarla. A sostegno della sua tesi cita il traffico registrato dal suo sito: l'ultima rilevazione ha ricevuto più di 10.000 visite da indirizzi IP del Wisconsin e delle aree vicine, un'indicazione, secondo Nuttycombe, del forte interesse degli elettori contrari a Hong nel capire su quale alternativa concentrare il voto.

Dan Pfeiffer, anche lui ex consigliere di Obama, ha indicato un ulteriore fattore: Hong, a corto di fondi, non ha acquistato spot televisivi nella fase decisiva della campagna per rispondere agli attacchi contro di lei. "Ha condotto una campagna di base capace di mobilitare le persone su temi come i data center, ma la scelta di non trasmettere spot negli ultimi giorni probabilmente le è costata l'elezione", ha scritto Pfeiffer. "Negli ultimi giorni gli elettori hanno sentito solo le preoccupazioni sulla sua capacità di vincere a novembre e nessun messaggio positivo in senso contrario".

Il margine di vittoria di Crowley è abbastanza ridotto da consentire un riconteggio, ma Hong avrebbe dovuto sostenere personalmente i costi perché lo scarto supera gli 0,25 punti, così come previsto dalla legge. Ha quindi preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno a Crowley che sfiderà a novembre il deputato repubblicano Tom Tiffany.


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Trump ferma i negoziati con l'Iran: la nuova linea è strangolare Teheran


Il presidente ha ordinato ai suoi inviati di sospendere ogni contatto con Teheran e rivendica il controllo dello Stretto di Hormuz. Dentro il regime si valuta di colpire obiettivi americani in Europa se la guerra dovesse riprendere.

Donald Trump ha annunciato martedì che non esiste più alcun canale di dialogo con Teheran. “Non ci sono colloqui o conversazioni in corso, né in programma, con la Repubblica islamica dell’Iran”, ha scritto sui social. “Il blocco navale resta pienamente in vigore. Lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine sono state rimosse o fatte esplodere”. Un funzionario statunitense ha riferito che il presidente ha ordinato alla squadra negoziale di interrompere i contatti. Anche ad alcuni suoi alleati politici, la Casa Bianca ha spiegato che la strategia sta cambiando: non più attaccare l’Iran il prima possibile, ma strangolarlo lentamente.

L’ordine è stato impartito al vicepresidente JD Vance e agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner dopo alcune discussioni definite positive. Trump, però, resta insoddisfatto perché Teheran continua a non cedere alle sue richieste e intende aspettare un segnale di disponibilità prima di riaprire il tavolo. Soltanto il giorno prima, Kushner, in viaggio in Medio Oriente, aveva detto a Fox News che i negoziati in corso erano “probabilmente più solidi” che mai e che gli statunitensi stavano parlando con diverse figure del regime, anche se l'Iran ha smentito più volte l’esistenza di trattative dirette con Washington. In passato il presidente si era irritato per queste smentite, sostenendo che in privato i dirigenti iraniani fossero in realtà impazienti di raggiungere un accordo.

Intanto, nello Stretto di Hormuz il traffico resta ridotto a un rivolo e le navi che lo attraversano continuano a essere bersaglio degli attacchi iraniani. Trump ha comunque pubblicato su Truth Social una mappa della via d’acqua strategica sormontata dalla scritta “US Territory”, territorio statunitense, e questa settimana ha detto di volerla rivendicare come territorio americano.

La guerra con l'Iran

La strategia dello strangolamento


Trump chiude ogni canale con Teheran: non più un attacco immediato, ma blocco navale e sanzioni per soffocare il regime. Dopo sei mesi di guerra la Marina è al limite, mentre l'Iran studia come portare il conflitto in Europa.

Grafica di FocusAmerica

Diplomazia0

Conflitto6mesi

trattative in corso o in programma tra Washington e Teheran

di guerra: il traguardo sarà superato la prossima settimana

Il nodo di Hormuz

Uno Stretto conteso, un pedaggio che Trump non accetta


L'Iran tratta con l'Oman per spartirsi la gestione del traffico nello Stretto: a ciascun Paese andrebbe il controllo di una direzione di navigazione. La Casa Bianca teme che l'intesa consolidi la presa iraniana sulla via d'acqua.

Golfo Persico
Una direzione all'Iran
Mare Arabico
Golfo Persico
Una direzione all'Oman
Mare Arabico

Pedaggi: esclusi.Alcune versioni dell'accordo prevedono dazi ambientali o di sicurezza. Trump li respinge tutti e pretende il ritorno al transito libero di prima della guerra.

Blocco navale statunitense in vigoreMine rimosse o fatte esplodereTraffico ridotto a un rivoloNavi ancora sotto attacco iraniano

Sei mesi in mare

Il logoramento della Marina americana


250+giorni consecutivi in mare per la portaerei USS Abraham Lincoln

050100150200250

La USS George Washington lascia il Pacifico per darle il cambio in Medio Oriente. La durata della missione è finita sotto esame dopo le notizie di militari che avrebbero tentato di gettarsi fuori bordo per le condizioni a bordo.

La minaccia all'Europa

Fin dove arrivano i missili di Teheran


In caso di una nuova offensiva americana, l'Iran valuta di colpire obiettivi statunitensi nell'Europa sudorientale. L'attacco in Giordania, il più preciso mai riuscito a lunga distanza, era «anche un messaggio all'Europa».

Base di Bezmer · Bulgaria 2.008 kmaerei da rifornimento USA
Cipro 1.264 km
Base USA in Giordania 787 km3 militari americani uccisi
Stretto di Hormuzcavi sottomarini nel mirino
Milizie sciite · Iraq
Hezbollah · Libano
Houthi · Yemen
IRAN
1.000 km
2.000 km
Diego Garcia, fuori mappa a sud-est: i tentativi di colpirla indicano gittate oltre i 2.000 km.

Bersagli valutati da TeheranGruppi alleati dell'IranDistanza dall'Iran occidentale

Per Sidharth Kaushal, analista del RUSI, la minaccia missilistica all'Europa è «reale, ma limitata»: a quelle distanze i vettori Shahab perderebbero potenza. A Teheran converrebbe piuttosto agire attraverso i gruppi alleati nella regione.

I falchi al vertice

La nuova catena di comando a Teheran

Guida SupremaMojtaba Khamenei
Succeduto al padre, ucciso in un raid nel primo giorno di guerra. Ad agosto ha promosso i falchi ai vertici della sicurezza.

In ascesaMohsen Rezaei
Ex comandante dei pasdaran, nominato per decreto Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

RidimensionatoMohammad B. Ghalibaf
Presidente del Parlamento e principale negoziatore del Paese, messo in ombra mentre l'intesa si allontana.

«Se non trovi un accordo con Ghalibaf, dovrai vedertela con Rezaei»Una fonte vicina al regime al Financial Times

Fonte: Financial Times, Royal United Services Institute, IISS · distanze calcolate su dati Natural Earth · ritratti: Wikimedia Commons · agosto 2026

L’Oman e i pedaggi che Trump non accetta


Dietro le quinte, il presidente si è irritato per l’intesa che l’Iran sta cercando di raggiungere con l’Oman sulla gestione del traffico nello Stretto. Secondo alcuni funzionari regionali, l’accordo, non ancora finalizzato, finirebbe per assegnare a ciascuno dei due Paesi il controllo di una direzione di navigazione, rispettivamente in entrata e in uscita dal Golfo Persico. La Casa Bianca teme però che l’intesa finisca per consolidare il controllo iraniano sulla via d’acqua, mentre diversi funzionari statunitensi ritengono che l’Oman abbia favorito Teheran anziché comportarsi da mediatore neutrale.

Il punto più controverso riguarda i pagamenti dei dazi di passaggio: alcune versioni dell’accordo prevedono dazi legate alla protezione ambientale o alla sicurezza, mentre Trump ha stabilito che nessun pedaggio è ammissibile e pretende che il passaggio torni alla situazione precedente alla guerra, con il transito completamente libero. In un’intervista a Fox News ha persino minacciato di bombardare l’Oman qualora dovesse ostacolare i negoziati. Lunedì, davanti ai cronisti nello Studio Ovale, ha poi assunto un tono meno aggressivo: “Non credo si siano comportati bene, ma li gestiremmo molto facilmente, proprio come facciamo con gli altri”.

Nuove e pesanti sanzioni contro l'Iran dovrebbero, intanto, arrivare già questa settimana, secondo alcuni funzionari statunitensi. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha inoltre assicurato che le forze schierate nella regione sono pronte a mantenere a tempo indeterminato il blocco dei porti iraniani. Trump e i suoi collaboratori continuano ad essere convinti che la pressione economica finirà per costringere il regime ad accettare le condizioni americane. A Teheran, invece, la situazione viene invece letta in modo opposto: sarebbe il presidente statunitense a subire crescenti pressioni politiche per ritirarsi.

Sei mesi di guerra logorano la Marina


La guerra raggiungerà la prossima settimana il traguardo dei sei mesi e ha portato nella discussione quotidiana questioni che fino a ieri erano riservate agli addetti ai lavori: tra queste, il livello sempre più basso delle scorte di munizioni, gli appalti del settore della difesa e il rifornimento delle navi in mare. La Marina, in particolre, è al centro dell’attenzione perché le missioni sempre più prolungate stanno mettendo alla prova navi, marinai, marines e le loro famiglie.

La portaerei USS Abraham Lincoln ha superato i 250 giorni in mare, mentre la USS George Washington, di stanza nel Pacifico, sarà trasferita in Medio Oriente per darle il cambio. La durata eccezionale della missione è finita sotto esame dopo le notizie secondo cui alcuni militari avrebbero addirittura tentato di gettarsi fuori bordo per le condizioni orribili all'interno della nave. Il Pentagono non convoca una conferenza stampa da mesi ed è stato criticato anche per la scarsa trasparenza con cui ha tenuto traccia dei decessi tra le truppe durante la guerra.

Teheran valuta possibili attacchi in Europa


Intanto le forze iraniane stanno valutando la possibilità di colpire obiettivi statunitensi nell’Europa sudorientale in caso di una nuova offensiva americana, hanno riferito al Financial Times due persone vicine al regime. Tra i possibili bersagli figura la Bulgaria, che il mese scorso ha autorizzato l’impiego della base aerea di Bezmer da parte degli aerei da rifornimento statunitensi, ma anche l'isola di Cipro. Secondo le stesse fonti, Teheran starebbe inoltre considerando un attacco ai cavi sottomarini in fibra ottica presenti nello Stretto di Hormuz.

I Guardiani della Rivoluzione Islamica e altri comandanti hanno avvertito che, in un nuovo conflitto su vasta scala, l’Iran andrebbe oltre la strategia seguita finora, concentrata principalmente su obiettivi militari, impianti energetici e infrastrutture del Medio Oriente. Il mese scorso i pasdaran hanno minacciato anche il Regno Unito per l’impiego delle sue basi da parte degli Stati Uniti: “Qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo”.

Sidharth Kaushal, ricercatore del Royal United Services Institute di Londra, ha definito al Financial Times la minaccia dei missili iraniani contro l’Europa “reale, ma limitata”. Teheran può infatti schierare vettori balistici a medio raggio della serie Shahab, che però faticherebbero a provocare danni alle distanze maggiori, mentre i modelli più pesanti dovrebbero essere equipaggiati con testate più leggere per raggiungere obiettivi più lontani. Secondo Kaushal, all’Iran converrebbe piuttosto agire attraverso i gruppi alleati: le milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen.

Douglas Barrie, dell’International Institute for Strategic Studies, osserva però che i tentativi compiuti quest’anno di colpire l'isola Diego Garcia indicherebbero il possesso di armi con una gittata superiore ai 2.000 km. Resta però da capire quanti di questi missili possieda Teheran e se sia disposta davvero a sacrificarne alcuni per un gesto dimostrativo, correndo il rischio che falliscano o vengano abbattuti.

L’attacco del mese scorso contro una base statunitense in Giordania, nel quale sono morti 3 militari americani, rappresenta secondo le fonti vicine al regime l'attacco a lunga gittata più preciso mai riuscito all’Iran. “Era anche un messaggio all’Europa: può essere raggiunta dai missili, quindi deve sapere da che parte stare in questa guerra”, ha detto una delle due fonti. “Un errore molto grave, come colpire le nostre infrastrutture, potrebbe portare la guerra fuori dalla regione, fino all’Europa”.

All’inizio di agosto l’ayatollah Mojtaba Khamenei, nuova Guardia Suprema della Repubblica Islamica dopo l'uccisione del padre in un raid aereo nel primo giorno di guerra, ha promosso alcuni falchi ai vertici degli apparati di sicurezza e delle forze armate. Tra questi figura Mohsen Rezaei, ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, nominato per decreto Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ovvero l’organismo che coordina la politica estera e di sicurezza, nonché rappresentante della Guida suprema al suo interno.

Gli analisti iraniani hanno interpretato la decisione come un ridimensionamento di figure come il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, il principale negoziatore del Paese, in una fase in cui le prospettive di un’intesa duratura appaiono sempre più remote. L’Iran “sta mandando un messaggio chiaro: se non trovi un accordo con Ghalibaf, dovrai vedertela con Rezaei”, ha spiegato la seconda fonte. “Il messaggio è: non fatemi arrabbiare, perché sono più pazzo di voi”.


Trump afferma che intende dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti


“Dopo che avremo finito di battere l’Iran, che sta già subendo una pesantissima sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti”. Queste sono le parole dette questa sera da Donald Trump sul palco a Garden City, a Long Island, davanti agli agenti di un’accademia di polizia, durante un intervento dedicato ai risultati della sua Amministrazione nella lotta alla criminalità.

Trump: After we finish defeating Iran, I will be declaring the Hormuz Strait a territory of the United States. pic.twitter.com/8cu9gem82b
— Acyn (@Acyn) August 14, 2026


Nel suo intervento il presidente non ha però spiegato su quale base giuridica o con quali strumenti Washington potrebbe rivendicare la sovranità su una delle principali rotte marittime mondiali. Lo Stretto di Hormuz, infatti, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Le sue acque territoriali appartengono all’Iran, sulla sponda settentrionale, e all’Oman, su quella meridionale.

Prima della guerra attraverso il passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. Il traffico si è ormai ridotto a una frazione dei livelli precedenti al conflitto: lunedì, ad esempio, sono transitate appena 8 navi, contro più di 130 al giorno nei mesi precedenti.

Il blocco dello Stretto e la pressione sui mercati energetici


La guerra tra Stati Uniti e Iran ha, insomma, quasi del tutto paralizzato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, con conseguenze immediate sui mercati energetici mondiali. Così nei giorni scorsi il greggio si è avvicinato di nuovo a quota 90 dollari al barile, mentre Washington e Teheran restano ancora lontane da un’intesa definitiva che consenta di riaprire stabilmente lo Stretto.

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, Trump sostiene che il controllo effettivo dello stretto sia ormai finito nelle mani di Washington. Il presidente ha ordinato per due volte un blocco navale nell’area e ha ripetutamente rivendicato la capacità degli Stati Uniti di decidere quali navi e quali esportazioni petrolifere possano attraversare la regione. Il 10 agosto aveva inoltre chiesto a Teheran di pagare risarcimenti per le vittime degli attacchi attribuiti alla Repubblica islamica e della repressione delle proteste interne.

Lo scontro con Teheran sul “controllo totale”


Una settimana prima, il 3 agosto, Trump aveva accusato l’Iran, con un post pubblicato su Truth Social, di essere “incredibilmente doppiogiochista” per aver negato l’esistenza di colloqui volti a porre fine alla guerra. Aveva liquidato come “le solite chiacchiere” le rivendicazioni iraniane sul controllo di Hormuz e sostenuto che “nulla arriva all’Iran se non lo vogliamo noi e nulla arriverà finché non ci sarà un accordo o una resa totale”.

“Che l’Iran voglia ammetterlo o no, stiamo parlando della soluzione di un problema che loro hanno causato, per decenni”, aveva aggiunto. Mercoledì però la Persian Gulf Strait Authority, ovvero il nuovo organismo istituito dall’Iran a maggio per gestire il traffico nello stretto, ha risposto su X alle dichiarazioni americane secondo cui Hormuz non sarebbe più bloccato.

Claims and repeated posts by U.S. officials that the Strait of Hormuz is no longer blocked do not change the reality: the Strait of Hormuz remains blocked and will not be reopened until Iran’s conditions are accepted.
— PGSA | نهاد مدیریت آبراه خلیج فارس (@PGSA_IRAN) August 12, 2026


Le affermazioni dei funzionari statunitensi, aveva scritto l’ente, “non cambiano la realtà: lo Stretto di Hormuz resta bloccato e non sarà riaperto finché le condizioni dell’Iran non saranno accettate”. Il messaggio era una replica diretta proprio a Trump, che nei giorni precedenti aveva rivendicato ancora una volta il “controllo totale” del passaggio da parte statunitense.


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In Texas un ex collaboratore di Cornyn passa con Talarico


Dopo la sconfitta del senatore alle primarie repubblicane, Jacob Smith è entrato nello staff del candidato democratico. Talarico e Paxton sono appaiati nei sondaggi, ma sulla raccolta fondi non c'è partita.

La campagna di James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas, ha assunto un ex collaboratore di lunga data del senatore repubblicano John Cornyn. A rivelarlo è stato NOTUS: Jacob Smith, per cinque anni vicedirettore dell'ufficio legislativo e consigliere politico di Cornyn, sarà ora vice responsabile del programma della campagna elettorale di Talarico. "Ho lavorato per repubblicani come il senatore Cornyn per tutta la mia carriera, ma quest'anno sono orgoglioso di unirmi alla campagna di James Talarico", ha dichiarato Smith in una nota diffusa dalla campagna.

"Anziché fare politica di parte, Talarico si sta concentrando sui bisogni delle persone comuni, che ogni giorno lavorano troppo e guadagnano troppo poco", ha aggiunto, sostenendo che al Senato il democratico si batterà per ridurre il costo della vita "per tutti i 31 milioni di texani". Smith ha attaccato anche il candidato repubblicano Ken Paxton, definendolo "il politico più corrotto e dedito ai propri interessi del Texas", disposto a vendere il futuro degli elettori "al miglior offerente pur di restare al potere". Ha quindi invitato i repubblicani che condividono questo giudizio a punire Paxton nelle urne.

Prima di lavorare per Cornyn, Smith era stato collaboratore del deputato repubblicano dell'Oklahoma Frank Lucas nella Commissione Scienza della Camera e assistente legislativo del senatore repubblicano del Mississippi Roger Wicker. Gli staff elettorali assumono molto raramente collaboratori provenienti dallo schieramento avversario. In questo caso la scelta è ancora più insolita perché Cornyn ha perso proprio contro Paxton il ballottaggio delle primarie repubblicane: il 26 maggio il procuratore generale del Texas ha ottenuto il 63,8% dei voti.

Da seggio sicuro a corsa in bilico


La sconfitta di Cornyn ha messo in allarme i repubblicani, preoccupati che le vicende giudiziarie e personali di Paxton possano mettere a rischio un seggio finora considerato sicuro e offrire ai democratici un'altra strada verso la maggioranza al Senato. Il Procuratore Generale del Texas in passato era stato incriminato per frode finanziaria, per poi essere messo in stato d'accusa dalla Camera del Texas ed è finito anche al centro di uno scandalo per una relazione extraconiugale. Il Senato statale lo ha assolto nel processo di impeachment, mentre il procedimento penale si è chiuso senza processo con un accordo che gli ha imposto di risarcire le vittime per circa 300.000 dollari e di svolgere cento ore di lavori socialmente utili.

La vittoria di Paxton alle primarie ha comunque un valore storico: in Texas nessuno sfidante aveva battuto un senatore uscente in carica dal 1970. A favorirlo è stato anche l'endorsement di Donald Trump, arrivato una settimana prima del voto. In vista di novembre, i sondaggi descrivono ora una corsa in perfetto equilibrio. L'ultima rilevazione di Emerson College Polling per Nexstar assegna il 47% a Paxton e il 46% a Talarico, con il 5% di indecisi.

Texas · Senato 2026

Il Texas non è più un seggio sicuro per i repubblicani

Da quando John Cornyn ha perso le primarie, la corsa è ferma sul pareggio. Sono usciti tredici sondaggi in undici settimane e nessuno ha trovato un vincitore.

Grafica di FocusAmericaDati aggiornati al 18 agosto 2026

Media dei sondaggi · RealClearPolitics, 18 agosto 2026

Austin

Talarico
46,0%

Paxton
44,8%

Democratico, deputato statale di Austin
Repubblicano, procuratore generale del Texas

46,0% Talarico9,2% non ha ancora sceltoindecisi44,8% Paxton

La linea nera al centro della barra segna il 50%: nessuno dei due candidati lo raggiunge. RealClearPolitics classifica il seggio come toss up, in perfetto equilibrio.

L’andamentoAndamento Il denaroDenaro Il ballottaggioBallottaggio

Undici settimane senza un movimento


Ogni pallino è un sondaggio, collocato nel giorno in cui è stato rilevato. Sopra la linea nera è avanti Talarico, sotto è avanti Paxton. Tocca un pallino per leggere le percentuali.

Emerson College · 9-10 agosto
Talarico 46% · Paxton 47%

Sette sondaggi danno Talarico avanti, quattro Paxton, due finiscono in parità. In undici dei dodici che pubblicano il margine d’errore il distacco tra i due è più piccolo del margine stesso: quei sondaggi, tecnicamente, non hanno trovato un vincitore.

Le sette medie dei sondaggi, al 13 agosto

Tutti e sette gli aggregatori davano Talarico avanti, in una forbice di appena 0,8 punti. L’accordo conta meno di quanto sembri: attingono tutti allo stesso piccolo gruppo di sondaggi pubblici, quindi sono sette modi diversi di elaborare gli stessi numeri, non sette misure indipendenti.

In Texas il vantaggio economico non è mai bastato


Contributi dichiarati alla Commissione elettorale federale dall’inizio del 2025.

James Talarico72,0 mln $

Ken Paxton16,8 mln $

Il pieno sono i 9,2 milioni del comitato elettorale; il tratteggio i 7,5 milioni dei comitati di raccolta congiunta, che Paxton divide con altri candidati e gruppi del partito.

Spot elettorali dal ballottaggio del 26 maggio

James Talarico21,0 mln $

Ken Paxton100 mila $

210 a 1
Il rapporto fra la spesa pubblicitaria dei due candidati dalla fine delle primarie. Dati AdImpact al 14 agosto.

Tre democratici, tre vantaggi economici

Beto O’Rourke 2018+45 mln $

Sconfitto da Ted Cruz per 2,6 punti

Colin Allred 2024+21 mln $

Sconfitto da Ted Cruz per 8,5 punti

James Talarico 2026+55 mln $

Si vota il 3 novembre

Beto O’Rourke e Colin Allred hanno raccolto molto più di Ted Cruz e hanno perso entrambi. Talarico parte con il vantaggio economico più ampio dei tre, ma in Texas un democratico non vince una corsa statale dal 1994. Il divario può anche stringersi: la Corte Suprema ha cancellato i limiti alla spesa che i partiti possono coordinare con i propri candidati, e Paxton può attingere ai fondi nazionali del Partito repubblicano.

Paxton non ha guadagnato voti: li ha persi Cornyn


Voti raccolti dai due repubblicani nelle primarie del 3 marzo e nel ballottaggio del 26 maggio.

Affluenza repubblicana
−35,8%
Da 2.166.910 a 1.391.634 votanti fra il primo turno e il ballottaggio.

Quota di Paxton
40,5% → 63,8%
La stessa quantità di voti pesa molto di più su un elettorato di un terzo più piccolo.

Cornyn è il primo senatore texano in carica battuto alle primarie dal 1970. Una settimana prima del voto Donald Trump aveva annunciato il proprio sostegno a Paxton.

I sondaggi e gli analisti non dicono la stessa cosa

Le medie danno il democratico avanti di uno o due punti. I tre principali istituti che valutano le corse elettorali continuano invece a considerare favoriti i repubblicani: tengono conto di fattori che i sondaggi non misurano, come il modo in cui il Texas ha votato finora e quante volte un vantaggio estivo è sopravvissuto fino a novembre. Si vota il 3 novembre 2026.

Cook Political Report: Lean Republican Sabato’s Crystal Ball: Lean Republican Inside Elections: Lean Republican dal 6 agosto

Fonti: RealClearPolitics (media dei sondaggi al 18 agosto 2026); tredici sondaggi pubblici rilevati fra il 1° giugno e il 10 agosto 2026; Federal Election Commission, elaborazione Texas Tribune; AdImpact, via CNN, 14 agosto 2026; risultati certificati delle primarie repubblicane del 3 marzo e del ballottaggio del 26 maggio 2026; Cook Political Report, Sabato’s Crystal Ball, Inside Elections.

I tre grafici interattivi richiedono JavaScript. I dati principali: media dei sondaggi Talarico 46,0% contro Paxton 44,8%, con il 9,2% di indecisi. Tredici sondaggi dal 1° giugno: sette danno Talarico avanti, quattro Paxton, due in parità; il distacco più ampio è di cinque punti. Raccolta fondi: Talarico 72,0 milioni di dollari, Paxton 16,8. Spot dal ballottaggio: 21,0 milioni contro 100 mila. Ballottaggio del 26 maggio: Paxton 888.196 voti (da 878.564 a marzo), Cornyn 503.438 (da 910.382).

Talarico ha raccolto già 70 milioni, Paxton solo 9


Il democratico ha già raccolto più di 70 milioni di dollari, più di qualsiasi altro candidato non uscente in questo ciclo elettorale e oltre 60 milioni in più di Paxton, fermo a poco più di 9. L'entusiasmo dei sostenitori del candidato democratico è stato tale che alcuni hanno versato somme superiori al limite di legge, costringendo la campagna a restituire parte dei fondi.

Dopo il ballottaggio Talarico ha speso 21 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 100.000 dollari del rivale. Secondo il New York Times, si tratterà di una delle campagne per il Senato più costose della storia americana. Per un consulente texano, Talarico ha "più possibilità di vincere di qualsiasi altro democratico nello Stato da molto tempo". La vera incognita, ha aggiunto, è un'altra: "Ci saranno i soldi necessari per dipingerlo come serve?"

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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In Alaska a novembre la dem Peltola sfiderà i due Sullivan


La democratica e il senatore repubblicano uscente si qualificano per una sfida decisiva per il controllo del Senato. Sulla scheda comparirà anche un omonimo candidato del Partito Repubblicano.

Mary Peltola e Dan Sullivan si affronteranno a novembre. La democratica, già deputata, e il senatore repubblicano uscente si sono qualificati per le elezioni di novembre nelle primarie dell'Alaska, secondo le proiezioni dell'Associated Press e di Decision Desk HQ. Il risultato della sfida potrebbe pesare in maniera fondamentale sul controllo del Senato: ai democratici servono 4 seggi netti in più per conquistare la maggioranza.

Lo Stato dell'Alaska vota con un sistema approvato per referendum nel 2020 e giunto ormai al terzo ciclo elettorale. La primaria è unica e senza distinzioni di partito: alla sfida di novembre accedono i primi quattro classificati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Alle elezioni generali si applica invece il voto classificato: ogni elettore ordina i candidati in base alle proprie preferenze e, se nessuno supera subito il 50%, il meno votato viene eliminato e le sue seconde scelte vengono redistribuite. Il procedimento continua finché un candidato non raggiunge la maggioranza. Nei risultati preliminari diffusi dalla Divisione elettorale dello Stato, con circa il 70% delle sezioni scrutinate, Peltola era poco sotto il 48% e Sullivan intorno al 44%.

★Primaria aperta · Alaska
Alaska, la primaria aperta per il Senato degli Stati Uniti
Peltola davanti al senatore uscente Sullivan. Passano al voto generale i primi quattro classificati
Focus America

Risultati Mappa del voto

CandidatoVoti%

Mary Peltola
Democratica · passa alle generali

63.364
48,0%

Dan S. Sullivan
Repubblicano, uscente · passa alle generali

56.510
42,8%

Daniel J. Sullivan Jr.
Repubblicano

3.222
2,4%

David B. Leslie
Democratico

1.491
1,1%

Gerald L. Heikes
Repubblicano

1.468
1,1%

Altri candidati
Totale per differenza

5.855
4,4%

131.910voti totali
80% scrutinato

Chi guida in ogni borough
Anchorage Fairbanks Juneau

Peltola 50-60%
Peltola oltre il 60%
D. Sullivan 50-60%
D. Sullivan oltre il 60%

Le tonalità riprendono le fasce di vantaggio della mappa della fonte, che non pubblica i dati numerici per singolo borough.

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press. Risultati parziali, 80% delle schede scrutinate.

Il secondo Sullivan resta sulla scheda


Il terzo posto, con circa il 2,5%, è andato a Daniel J. Sullivan Jr., insegnante in pensione del piccolo villaggio di pescatori di Petersburg, candidato anche lui come repubblicano. A novembre gli elettori troveranno quindi sulla scheda due candidati con nomi quasi identici. I repubblicani hanno bollato la sua candidatura come un espediente democratico per confondere gli elettori e sottrarre voti al senatore.

La Divisione elettorale dello Stato, che fa capo a un'amministrazione repubblicana, lo aveva escluso dalla scheda durante l'estate, ma lunedì la Corte Suprema dell'Alaska ha stabilito che non poteva essere squalificato. Sulla scheda elettorale il senatore compare come Dan S. Sullivan, accompagnato dall'indicazione di uscente, mentre l'altro candidato è registrato come Daniel J. Sullivan Jr. Martedì mattina è intervenuto anche Donald Trump, invitando gli elettori a votare per il "vero" Dan Sullivan e definendo il rivale un impostore. L'insegnante sostiene invece che la propria candidatura sia pienamente legittima.

In uno Stato con circa 600.000 elettori registrati, anche poche schede assegnate per errore potrebbero incidere su una competizione equilibrata. Resta, inoltre, ancora da assegnare il quarto e ultimo posto per le elezioni generali. Il democratico David Leslie e il repubblicano Gerald Heikes sono separati da poche centinaia di voti e il conteggio proseguirà fino al 28 agosto, termine entro il quale le schede inviate per posta dovranno raggiungere la Divisione elettorale.

Peltola era considerata l'unica democratica in grado di impensierire seriamente Sullivan. Esponente dei popoli nativi dell'Alaska, ex pescatrice ed ex deputata statale, nel 2022 è diventata la prima nativa dell'Alaska eletta al Congresso, vincendo a sorpresa le elezioni speciali per l'unico seggio dello Stato alla Camera: era la prima vittoria democratica in quel collegio da decenni. Pochi mesi dopo ha conquistato un mandato pieno, si è iscritta ai Blue Dogs, il gruppo dei democratici moderati, e nel 2024 è stata battuta di misura dal repubblicano Nick Begich III. La sua campagna per il Senato è incentrata sulla tutela della pesca selvatica e dell'economia ittica. Lo slogan "fish, family, freedom", pesce, famiglia e libertà, punta a conquistare indipendenti ed elettori di centrodestra in uno Stato dominato da decenni dai repubblicani.

Soldi, sondaggi e un rimpasto a pochi giorni dal voto


Sullivan siede al Senato dal 2015, è un veterano dei Marines e sostiene il presidente Trump. In due mandati ha costruito rapporti solidi con le diverse componenti della società dell'Alaska, comprese le comunità native e il settore della pesca, ma ora deve fare i conti con il carovita e con la crescente insoddisfazione verso l'Amministrazione in carica.

Entrambi arriveranno a novembre con risorse considerevoli. Il Senate Leadership Fund, il comitato legato al leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, ha annunciato la settimana scorsa fondi per altri 2 milioni di dollari, portando a 17 milioni l'investimento complessivo nella competizione. Nel secondo trimestre Peltola ha invece raccolto quasi 7 milioni di dollari, contro i 2 milioni di Sullivan, che ha però chiuso il periodo con più fondi a disposizione. Il Cook Political Report e Decision Desk HQ classificano il seggio come incerto, Decision Desk HQ assegna ai democratici un leggero vantaggio.

La settimana scorsa Peltola ha preso le distanze dall'ex vicepresidente Kamala Harris, che aveva diffuso un appello per raccogliere fondi in suo favore, rischiando di compromettere l'immagine della candidata come figura indipendente e distante dal Partito Democratico nazionale. Negli stessi giorni, la campagna ha attraversato un rimpasto: un collaboratore storico e due consulenti di lungo corso sono stati licenziati, mentre il direttore dello staff elettorale è stato sostituito.

Elon Musk ha intanto versato 1,5 milioni di dollari all'Aurora Action Network, che ne ha trasferito 1 milione al comitato impegnato ad abolire il sistema elettorale introdotto nel 2020. Il referendum previsto per questo autunno cancellerebbe il voto classificato, le primarie aperte e le norme sulla trasparenza dei finanziamenti che consentono agli elettori dell'Alaska di sapere chi finanzia le campagne. Un'iniziativa analoga era però già stata respinta nel 2024 per poco più di 700 voti.


Update modello previsione Midterm 2026: le probabilità di vittoria


A partire da oggi, per la prima volta, il nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre stima anche le probabilità che ciascun partito conquisti il controllo dei due rami del Congresso. Al momento assegna ai democratici 82 possibilità su 100 di ottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e 56 su 100 di conquistarla al Senato, dove la sfida resta sostanzialmente alla pari.

È la novità più evidente dell’aggiornamento che abbiamo appena introdotto. Nelle ultime settimane abbiamo testato sulle elezioni passate il modello presentato a giugno, ne abbiamo ricalibrato il grado di incertezza e aggiunto una nuova fonte di informazioni per i collegi nei quali non sono disponibili sondaggi. Nel complesso, però, l’aggiornamento ha inciso solo in misura limitata sulle proiezioni: un risultato rassicurante, perché conferma la solidità della versione precedente.

Alla Camera, la proiezione è passata da 227 a 225 seggi democratici, mentre il numero dei collegi classificati come incerti è salito da 19 a 25. Il nuovo modello, in altre parole, riflette meglio l’incertezza nei casi in cui la versione precedente tendeva a mostrarsi troppo sicura, soprattutto nelle previsioni favorevoli ai repubblicani. Al Senato, invece, la sfida rimane un testa a testa: 6 seggi sono in bilico e i democratici restano lievemente in vantaggio. In questo articolo spieghiamo nel dettaglio che cosa è cambiato e perché queste modifiche rendono il modello ancora più affidabile.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Dalle proiezioni alle probabilità


La versione precedente pubblicata a giugno indicava quale candidato fosse in vantaggio in ciascuna gara, ma misurava l’incertezza soltanto al Senato, attraverso 10.000 simulazioni che, però, non erano mostrate ai lettori. Esse servivano a valutare se la competizione per il controllo dell’aula fosse sostanzialmente alla pari, non a calcolare e pubblicare probabilità precise. La nuova versione compie invece un passo avanti: si basa su 50.000 simulazioni dell’intera elezione, considerando insieme Camera e Senato.

In ogni simulazione, quindi, il modello genera un esito leggermente diverso: parte dalle stime relative alle singole gare e introduce i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti utilizzate. Al termine conta quante volte ciascun partito conquista la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Ciò significa, per esempio, che se i democratici raggiungono almeno 218 seggi alla Camera nell’82% delle simulazioni, il modello assegna loro 82 possibilità su 100 di ottenere il controllo dell’aula.

L’ampiezza dei possibili errori non viene stabilita arbitrariamente. Per ogni sfida, il modello parte dall’incertezza associata alla media dei sondaggi, calcolata attraverso il filtro di Kalman già illustrato nella presentazione di giugno. Ricapitolando: ciascuna rilevazione viene trattata come una misurazione imperfetta di un consenso “reale” che cambia gradualmente nel tempo: il margine di incertezza si restringe quando i sondaggi sono numerosi e recenti, mentre si amplia quando sono pochi o datati. Il simulatore aggiunge poi l’incertezza dovuta al tempo che ancora ci separa dal voto, stimata sulla base dei cicli elettorali precedenti. Più è lontano il 3 novembre, maggiori sono le possibilità che lo scenario cambi e più ampio è quindi il ventaglio degli esiti plausibili.

L’aspetto più delicato, e la ragione principale per cui le simulazioni sono indispensabili, è che gli errori dei sondaggi spesso non sono indipendenti tra loro. Storicamente parlando, quando le rilevazioni hanno sbagliato, hanno teso a farlo nella stessa direzione in molte aree del Paese. È accaduto, per esempio, nel 2016 e nel 2020, quando i voti per i repubblicani sono stati chiaramente sottostimati in numerosi Stati e collegi. Per questo motivo, il nostro nuovo modello non simula quindi soltanto errori isolati nelle singole sfide, ma anche scostamenti generalizzati: negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione a loro sfavore si ripercuote contemporaneamente sulle elezioni per la Camera e per il Senato. Anche per questo, 82 possibilità su 100 vanno considerate come un netto vantaggio, mai come una certezza.

Tutto questo è visibile anzitutto nel nuovo widget “Quali sono le probabilità di vittoria?”, che mostra la distribuzione completa degli esiti prodotti dalle simulazioni. Muovendosi sulle mappe è invece possibile consultare la probabilità di vittoria in ciascuna sfida, espressa con formule come “vince 62 volte su 100”. L’introduzione di queste stime ci consente inoltre di confrontare più facilmente le nostre previsioni con quelle degli altri modelli pubblicati nelle ultime settimane. Il quadro che emerge è rassicurante: anche il modello di Nate Silver, per esempio, considera favoriti i democratici.

Un modello messo alla prova sul passato


Come si può valutare l’affidabilità di un modello prima del giorno delle elezioni? Il metodo più rigoroso consiste nel metterlo alla prova su consultazioni già concluse. Abbiamo quindi ricostruito, giorno per giorno, le elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, fornendo al modello soltanto i sondaggi e le informazioni disponibili in quel momento, come se il risultato finale fosse ancora sconosciuto. L’esercizio ha prodotto oltre 20.000 previsioni per la Camera e più di 1.600 per il Senato, che abbiamo poi confrontato con i risultati effettivi.

Da questa verifica sono nate alcune delle correzioni più importanti. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più rapidamente alle nuove rilevazioni, perché la versione precedente tendeva a restare indietro quando il clima politico cambiava velocemente. Abbiamo inoltre ampliato sensibilmente l’incertezza stimata nelle singole sfide per il Senato: quella prevista in precedenza era circa la metà di quella riscontrata nella realtà. Un modello troppo sicuro delle proprie previsioni, infatti, rischia di risultare fuorviante.

Per la Camera dei Rappresentanti abbiamo invece ricalibrato il grado di fiducia da attribuire alle stime, sia nei collegi coperti dai sondaggi sia in quelli privi di rilevazioni. Ma è cambiata anche la correzione storica utilizzata per trasformare la media nazionale dei sondaggi in una stima del clima politico generale: non è più un valore fisso stabilito una volta per tutte, ma viene calcolata sulla base dei cicli elettorali dal 2010 in poi.

Non tutti i sondaggi, inoltre, prendono in esame lo stesso tipo di elettori. Alcuni si concentrano sui “probabili elettori”, selezionati perché ritenuti quasi certi di andare alle urne; altri utilizzano il campione più ampio degli “elettori registrati”. La distinzione è importante perché, storicamente, chi partecipa davvero alle elezioni di metà mandato tende a essere più conservatore di chi è semplicemente iscritto alle liste elettorali. In media, nelle rilevazioni passate, i campioni di probabili elettori hanno mostrato un miglioramento per i repubblicani di circa un punto rispetto a quelli degli elettori registrati.

Per tenere conto di questa differenza, il modello attribuisce ai sondaggi condotti sui probabili elettori un peso quasi doppio rispetto a quelli basati sugli elettori registrati. Questi ultimi, invece, non vengono corretti in modo uniforme: quando uno stesso istituto pubblica entrambe le versioni, il modello misura lo scarto tra i due campioni e lo utilizza per rendere confrontabili i risultati. Apparentemente, però, quest’anno quella differenza è quasi scomparsa: i sondaggi sui probabili elettori non mostrano più, infatti, la consueta inclinazione verso i repubblicani rispetto a quelli sugli elettori registrati. Questo è un possibile segnale che, almeno per ora, l’elettorato più motivato a partecipare al voto non sia quello repubblicano.

Nel modello per il Senato abbiamo, invece, introdotto anche una nuova informazione: i fondi raccolti dai candidati, ricavati dai registri della Federal Election Commission, ovvero l’autorità federale che vigila sul finanziamento delle campagne elettorali. Nelle sfide per le quali sono disponibili pochi sondaggi, la capacità di raccogliere donazioni rappresenta infatti uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.

Più in generale, la regola che ci siamo imposti è semplice: una modifica è stata introdotta soltanto se dimostra di migliorare le previsioni relative alle elezioni passate. Molte delle idee da noi sperimentate non hanno superato questa prova. Il caso più istruttivo ha riguardato il sistema più sofisticato tra quelli testati, capace di apprendere autonomamente, gara per gara, quanto peso attribuire a ciascuna fonte. In media produceva risultati persino leggermente migliori, ma i pesi calcolati sulla base di appena due cicli elettorali erano troppo fragili. Proprio nelle sfide decise da pochi punti, quelle che contano di più, commetteva più errori rispetto al metodo più semplice. Abbiamo quindi deciso di escluderlo, conservando però la componente che aveva dimostrato di funzionare meglio di tutte: le valutazioni degli esperti.

I giudizi degli esperti


Il cambiamento più rilevante riguarda la Camera dei Rappresentanti. Si vota in 435 collegi, ma soltanto una piccola parte di questi è coperta da sondaggi locali. Per oltre 150 collegi sono però disponibili le valutazioni degli esperti statunitensi, che da decenni classificano le competizioni secondo una scala ormai consolidata: “solid” per quelle considerate sicure, “likely” e “lean” per quelle più o meno favorevoli a un partito e “tossup” per le sfide senza un chiaro favorito.

Il modello utilizza ora anche queste valutazioni, ma non le recepisce alla lettera. Abbiamo raccolto quasi 93.000 giudizi pubblicati nei cicli elettorali del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato il significato concreto attribuito da ciascun esperto alle diverse categorie. Abbiamo verificato, per esempio, con quale margine si concludevano in media le gare classificate come “lean R” o con quale frequenza il partito indicato come favorito in una sfida “likely D” veniva sconfitto. In questo modo, ogni valutazione è stata tradotta in una stima numerica sulla base dei risultati delle elezioni precedenti.

Queste stime affiancano ora i dati strutturali già utilizzati dal modello soltanto nei collegi esaminati dagli esperti e assumono un peso maggiore quando non sono disponibili sondaggi. I test sulle elezioni passate mostrano che, nei collegi valutati dagli esperti ma privi di rilevazioni, il loro impiego ha ridotto l’errore medio di quasi 4,5 punti percentuali. È migliorata anche la previsione del numero complessivo di seggi: l’errore si è quasi dimezzato nel 2018 ed è diminuito di quasi due terzi nel 2022.

Abbiamo sperimentato lo stesso metodo anche per il Senato, ma alla fine abbiamo deciso di non adottarlo. Tutte le competizioni decisive, come quella in Ohio tra Sherrod Brown e Jon Husted, sono infatti già coperte da numerosi sondaggi. In questi casi, le valutazioni degli esperti non forniscono informazioni aggiuntive sufficienti a migliorare sensibilmente le previsioni, come nel caso della Camera dei Rappresentanti.

Le altre novità visibili


Le novità non si limitano però al widget con le probabilità complessive di controllo delle due Camere. Come già citato in precedenza, le mappe mostrano ora anche le possibilità di vittoria in ciascuna gara: selezionando un collegio della Camera o uno Stato per il Senato, è possibile subito vedere quale candidato è in vantaggio e quante volte prevale nelle nostre simulazioni.

La mappa della Camera dei Rappresentanti è stata inoltre resa più facile da esplorare, soprattutto da mobile. È ora possibile cliccare su uno Stato ed ingrandirlo per osservare nel dettaglio la suddivisione delle assegnazioni dei collegi, e permettendo di distinguere più chiaramente i distretti negli Stati più popolosi o caratterizzati da confini particolarmente complessi. Si può così passare dal quadro nazionale alle singole competizioni e individuare rapidamente dove si concentrano le sfide decisive, quali collegi sono saldamente orientati verso un partito e quali potrebbero invece cambiare schieramento.

Abbiamo anche riscritto completamente la nota metodologica, aggiungendo una spiegazione delle simulazioni, della calibrazione dell’incertezza e delle nuove fonti introdotte. I principi fondamentali restano però gli stessi del modello pubblicato a giugno: le previsioni combinano sondaggi, dati strutturali e tendenze storiche, vengono aggiornate più volte al giorno fino al 3 novembre, e, a parità di informazioni disponibili, producono sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali o correzioni manuali dell’ultimo momento.

Resta valida, soprattutto, la distinzione chiave che esiste in statistica tra probabilità e certezza: assegnare ai democratici 82 possibilità su 100 non significa considerarne sicura la vittoria, ma piuttosto stimare che, in 100 elezioni svolte nelle stesse condizioni, i primi conquisterebbero la maggioranza della Camera 82 volte. Nei restanti 18 casi a prevalere sarebbero invece i repubblicani: si tratta di un esito meno probabile, ma tutt’altro che impossibile.


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Angelwelt Business day


ANGELWELT, la più grande fiera europea dedicata alla pesca, porta la propria strategia di internazionalizzazione a un livello superiore con l’ANGELWELT BUSINESS DAY, che si terrà il 16 settembre 2026 a Qingdao, in Cina.
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L’evento offrirà ai marchi e ai produttori cinesi del settore della pesca un’esclusiva anteprima di ANGELWELT 2026 e del suo nuovo B2B HUB – una piattaforma commerciale dedicata, progettata per mettere in contatto marchi e produttori cinesi con rivenditori, distributori, importatori e buyer professionali europei.

Con oltre 300 espositori e marchi internazionali e decine di migliaia di visitatori privati, ANGELWELT offre una combinazione unica di accesso al mercato B2B e visibilità su larga scala presso il pubblico.
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Per molti marchi cinesi del settore della pesca, la sfida principale nell’entrare nel mercato europeo è trovare i giusti partner commerciali e di distribuzione locali. ANGELWELT mira ad affrontare proprio questa sfida creando una piattaforma mirata per incontri d’affari, networking e accesso al mercato.

Il nuovo B2B HUB, situato proprio accanto all’EFTTA ANGLING SUMMIT e all’Associazione tedesca di pesca sportiva (DAFV), disporrà di un’area dedicata al catering e al networking, sale riunioni private e pacchetti espositivi chiavi in mano per i produttori.
Per gli espositori cinesi, ciò significa l’opportunità di:
• Entrare in contatto diretto con rivenditori, distributori e importatori europei
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• Presentare i prodotti direttamente a diverse decine di migliaia di appassionati di pesca
• Unire incontri d’affari, networking, esposizione e coinvolgimento dei consumatori in un unico evento

Partecipa all’ANGELWELT BUSINESS DAY 2026
L'ANGELWELT BUSINESS DAY è rivolto principalmente ai marchi e ai produttori cinesi del settore della pesca interessati al mercato europeo. Allo stesso tempo, i professionisti internazionali del settore, i rivenditori, i distributori e i potenziali partner commerciali sono invitati a partecipare e a entrare in contatto con le aziende partecipanti.

Invito ufficiale e registrazione: juniper.liu@messe-berlin-sh.com

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C'è marasma nella campagna elettorale della candidata Dem in Alaska


Elisa Rios, che aveva diretto le due campagne per la Camera, è stata allontanata insieme alla vice. La candidata democratica resta la migliore occasione del partito per un seggio al Senato.

Mary Peltola ha licenziato la responsabile della sua campagna elettorale e riorganizzato lo staff a pochi giorni dalle primarie per il Senato in Alaska che si sono tenute ieri. La candidata democratica è considerata la migliore occasione del suo partito per strappare ai repubblicani un seggio che può decidere il controllo della camera alta.

Elisa Rios, consigliera vicina a Peltola che aveva contribuito a dirigere le sue due campagne per la Camera ed era la responsabile di quella per il Senato, è stata licenziata la settimana scorsa, come ha rivelato il New York Times. Insieme a lei è stata allontanata anche una vicedirettrice della campagna. Sono stati lasciati a casa pure due collaboratori esterni che lavoravano da tempo per Peltola: secondo la campagna erano part-time e i loro servizi non servivano per le elezioni generali.

Anton McParland, un altro uomo di fiducia della candidata, è stato spostato dalla guida della campagna, che condivideva con Rios, a un ruolo di consulente generale. La campagna non ha voluto spiegare le ragioni del cambiamento né chiarire il nuovo incarico di McParland e non lo ha reso disponibile per un commento. Cheryl Bruce, che era vicedirettrice, ha preso il posto di Rios.

Harry Child, portavoce di Peltola, ha detto in una nota che la campagna ha aggiornato il proprio organico per il passaggio alle elezioni generali. Nello stesso comunicato ha aggiunto che la campagna apprezza il contributo di tutti quelli che hanno lavorato per portare Peltola al Senato a novembre.

Le sostituzioni sono avvenute prima della polemica su Kamala Harris, che la settimana scorsa aveva firmato un appello del suo comitato politico per raccogliere fondi a favore di Peltola. La candidata, che corre in uno Stato conservatore e diffidente verso i democratici nazionali, aveva tenuto a distanza l'ex vicepresidente mentre i repubblicani cavalcavano il collegamento.

In Alaska si vota con una primaria non partitica: tutti i candidati, di qualsiasi partito, compaiono su un'unica scheda e i primi quattro passano alle elezioni generali di novembre. Per il Senato i nomi in lizza sono sedici.

Tra questi ci sono due Dan Sullivan. Uno è Dan S Sullivan, il senatore repubblicano in carica dal 2015. L'altro è Dan J Sullivan, un insegnante in pensione ed ex dipendente del servizio forestale che vive a Petersburg, nel sud-est dello Stato, e che corre anche lui come repubblicano. Sulla scheda i due nomi sono uno di seguito all'altro, con l'omonimo appena sopra il senatore, accanto al quale però compaiono le diciture di repubblicano registrato e di uscente. Il partito repubblicano è andato in tribunale per far escludere lo sfidante omonimo, sostenendo che fosse un candidato fittizio sostenuto dai democratici per confondere gli elettori, ma ha perso la causa.

La vera minaccia per il senatore resta Peltola. "Il motivo per cui Mary Peltola ha una possibilità non è necessariamente che i democratici stiano crescendo in Alaska", ha dichiarato al Guardian Scott Kendall, avvocato specializzato in diritto elettorale che ha lavorato per candidati di entrambi i partiti, compreso lo stesso Sullivan. "È che Mary Peltola è molto favorevole allo sviluppo di petrolio e gas. È brava sui temi che contano per il portafoglio degli abitanti dell'Alaska e questo la rende una specie di unicorno."

L'economia dello Stato dipende in larga parte dall'estrazione di petrolio e gas e i democratici locali chiedono di ampliare la produzione, al contrario dei loro colleghi nel resto del paese preoccupati per il clima. L'Alaska ha votato per un democratico alle presidenziali una sola volta, per Lyndon Johnson nel 1964, ma a livello locale il potere è passato da un partito all'altro e oggi coalizioni bipartisan controllano entrambe le camere del parlamento statale. Gli indipendenti sono due terzi degli elettori registrati, i repubblicani circa il 23 per cento e i democratici meno del 12.

Nessun democratico viene eletto al Senato in Alaska dal 2008 e nel 2024 il presidente Donald Trump ha vinto lo Stato con oltre 13 punti di vantaggio. Peltola ha rotto il dominio repubblicano sulla delegazione dello Stato a Washington nel 2022, quando morì all'improvviso Don Young, il repubblicano che rappresentava alla Camera l'unico collegio dell'Alaska dal 1973. Peltola vinse l'elezione speciale per completare il mandato, diventando la prima nativa dell'Alaska a sedere al Congresso. Più tardi quell'anno conquistò un mandato pieno. Nel 2024 il repubblicano Nick Begich III la batté di misura.

Il suo slogan, pesce, famiglia e libertà, richiama il peso culturale della pesca in Alaska, in particolare per le comunità native che formano un blocco elettorale rilevante. Rimanda anche alle catture accessorie, cioè al pescato che i pescherecci a strascico tirano su insieme al resto, granchi e salmoni compresi, con danni per i pescatori sportivi e per quelli commerciali. "La pesca è sempre stata un tema che scalda gli animi in Alaska", ha detto al Guardian Joelle Hall, presidente della sezione locale dell'AFL-CIO, la principale confederazione sindacale americana, che ha dato il proprio sostegno a Peltola.

Da deputata Peltola ha spinto Joe Biden ad approvare Willow, uno dei più grandi progetti di estrazione di petrolio e gas degli ultimi decenni. La decisione ha fatto infuriare gli ambientalisti per il suo contributo al riscaldamento globale, mentre Hall la considera decisiva per i lavoratori iscritti al sindacato. "Siamo anche nel mezzo di un piccolo boom di petrolio e gas in Alaska", ha detto. "Ed è perché Mary Peltola ci ha portato il progetto Willow con l'amministrazione Biden."

Dan S Sullivan, ex marine, è stato procuratore generale dello Stato e commissario alle risorse naturali. Ha costruito la sua campagna sulla difesa della pesca e sugli affari militari, in uno Stato con molte basi e molti veterani. Vinse il seggio nel 2014 battendo il democratico Mark Begich, allora al primo mandato, ed è stato un voto affidabile per il suo partito, molto più della collega Lisa Murkowski, l'altra senatrice repubblicana dell'Alaska, diventata nota in tutto il paese per le sue rotture con il presidente. Steve Frank, ex senatore statale repubblicano, ritiene che Sullivan sarebbe un difensore più solido dell'industria petrolifera dello Stato, soprattutto in vista del cambio di amministrazione tra due anni.

La corsa ha attirato molti soldi. Il Senate Leadership Fund, comitato vicino ai repubblicani, ha annunciato 17 milioni di dollari a sostegno di Sullivan, mentre il Senate Majority PAC dei democratici ne ha investiti 12 per Peltola. I documenti depositati presso la commissione elettorale federale fino a fine luglio mostrano che Peltola ha raccolto più fondi del suo avversario (18,5 milioni di dollari contro 11,7), ma che ne ha in cassa meno (4,6 milioni contro 7,3). Secondo OpenSecrets, l'organizzazione che monitora i finanziamenti alle campagne, due Super PAC, i comitati che spendono a favore dei candidati senza coordinarsi con le loro campagne, hanno speso quasi 2 milioni di dollari in Alaska per sostenere altri candidati capaci di sottrarre voti sia a Peltola sia a Sullivan.

Gli alleati della candidata democratica sostengono che resti in una posizione forte e citano un sondaggio di Data for Progress diffuso lunedì che la dà in vantaggio su Sullivan. Le rilevazioni delle ultime settimane danno i due candidati testa a testa e i principali analisti elettorali americani considerano incerto l'esito della corsa. Il gradimento del presidente è basso in Alaska come nel resto del paese, mentre i prezzi della benzina sono saliti dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran e sono ora tra i più alti degli Stati Uniti.

I repubblicani hanno usato il rimpasto per attaccare la candidata. Nick Puglia, portavoce del comitato repubblicano per il Senato, ha detto in una nota che perfino i consiglieri più vicini a Peltola sanno che la sua campagna, che a suo giudizio mette l'Alaska all'ultimo posto, è una causa persa.

Martedì gli elettori dell'Alaska votano anche per la Camera, dove Nick Begich III cerca un secondo mandato contro l'indipendente Bill Hill, diventato il suo principale sfidante dopo il ritiro del democratico Matt Schultz, che lo ha appoggiato. Si scelgono inoltre i candidati per sostituire il governatore Mike Dunleavy, il repubblicano uscente che non può ricandidarsi per i limiti di mandato.

Se dovesse arrivare al Senato, Peltola potrebbe deludere una parte del suo partito. Kendall prevede che le distanze tra lei e Sullivan sui temi che riguardano da vicino l'Alaska risulterebbero minori di quanto ci si aspetti. "Penso che frustrerebbe parecchio molti democratici, se devo essere onesto. Penso che sarebbe, per i democratici nazionali, quello che Lisa Murkowski è per i repubblicani nazionali", ha detto. "Ci sarà un momento in cui un presidente democratico dirà qualcosa come: voglio trasformare questa grande porzione di Alaska in una riserva naturale, senza caccia, senza pesca, senza sviluppo. Lei si tirerà indietro."


Peltola prende le distanze da Kamala Harris: "Non abbiamo mai chiesto il suo sostegno"


La campagna di Mary Peltola, ex deputata democratica ora candidata al Senato in Alaska, ha preso le distanze dall'appello per la raccolta fondi firmato da Kamala Harris, precisando di non averlo autorizzato e di non aver mai chiesto il sostegno dell'ex vicepresidente. "Mary non cerca l'appoggio di nessuno dei 48 Stati contigui: la sua attenzione è e sarà sempre rivolta all'Alaska", ha dichiarato lo staff in una nota, ricordando invece gli endorsement ricevuti da diversi sindacati locali. La campagna ha inoltre affermato di non essere stata informata dell'iniziativa prima dell'invio dell'email.

Il messaggio è stato spedito mercoledì dal Fight for the People PAC, il comitato di azione politica di Harris. L'ex vicepresidente invitava i sostenitori a "stare al fianco di Mary" e definiva quella dell'Alaska una corsa "che i democratici devono assolutamente vincere" per riconquistare il Senato. "Se c'è qualcuno che può ribaltare l'Alaska e assicurare ai democratici la maggioranza al Senato, è proprio Mary", si legge nel testo. Il collegamento rimandava alla pagina di un comitato democratico, dove ai donatori veniva proposto di dividere il contributo tra la campagna di Peltola e il PAC di Harris.

Non era la prima volta che il comitato dell'ex vicepresidente sfruttava la candidatura di Peltola per raccogliere fondi. Un messaggio analogo era stato inviato il 12 gennaio, giorno dell'annuncio della sua discesa in campo: "Questa è la corsa che potrebbe decidere il controllo del Senato". A rendere più delicata l'ultima iniziativa è soprattutto il momento scelto, a pochi giorni dalle primarie dell'Alaska, in programma martedì 18 agosto.

L'offensiva dei repubblicani


Harris ha perso l'Alaska di 14 punti alle presidenziali del 2024 e, per conquistare il seggio, Peltola dovrà ottenere risultati molto migliori di lei. L'ex deputata, che può contare su una consistente disponibilità finanziaria, si presenta come una centrista dallo spirito indipendente e sfida il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan. I pochi sondaggi disponibili descrivono una competizione aperta.

Il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione elettorale dei senatori repubblicani, ha subito cercato di sfruttare l'email per legare Peltola a Harris. "Mary Peltola ha lavorato fianco a fianco con Kamala Harris per mettere l'Alaska all'ultimo posto, quindi non sorprende che Harris la sostenga", ha dichiarato il portavoce Nick Puglia. Il mandato di Peltola alla Camera, durato poco più di due anni, ha coinciso con l'Amministrazione di Joe Biden. Anche Nate Adams, portavoce della campagna di Sullivan, ha attaccato l'avversaria: "Per quanto Mary Peltola cerchi di nascondersi da questo endorsement, gli abitanti dell'Alaska vedono benissimo da che parte stanno lei e Kamala Harris".

Nello Stato si vota attraverso una primaria unica, aperta a tutti i candidati indipendentemente dal partito di appartenenza: i primi quattro classificati accedono alle elezioni generali di novembre. La qualificazione di Peltola appare pressoché certa, ma il voto offre ai candidati un'importante occasione per rivolgersi a un elettorato particolarmente attento alla campagna. Doversi difendere dai tentativi repubblicani di associarla a Harris non era il messaggio con cui l'ex deputata avrebbe voluto occupare la scena.

L'appello del PAC è arrivato mentre Harris sta valutando una nuova candidatura alla Casa Bianca. In primavera l'ex vicepresidente ha detto al reverendo Al Sharpton che "potrebbe" correre di nuovo per la presidenza e negli ultimi mesi ha moltiplicato le apparizioni pubbliche in tutto il Paese. Peltola, che nel 2024 non l'aveva sostenuta, ha scelto per questa campagna uno slogan lontano dalla politica nazionale: "Pesce, famiglia e libertà".

Una corsa decisiva e piena di incognite


Rebecca Himschoot, deputata indipendente dell'Assemblea statale dell'Alaska, ha detto al New York Times che l'email difficilmente aiuterà Peltola, pur rappresentando soltanto una piccola parte della valanga di messaggi provenienti dall'esterno che sta investendo la campagna. "Provo pena per gli elettori dell'Alaska in questo ciclo: tutto il materiale che ci arriva è tremendamente manipolatorio", ha osservato, definendo l'iniziativa del comitato di Harris "davvero stupida". "Sta cercando di approfittare dello slancio di Mary Peltola, senza nemmeno essere candidata a qualcosa, almeno per quanto ne sappiamo. E qui non era andata bene neppure la prima volta", ha aggiunto.

L'Alaska non elegge un esponente democratico al Senato da quasi vent'anni, ma conserva una forte tradizione indipendente e negli ultimi cicli elettorali ha mostrato alcuni segnali di avvicinamento ai democratici. La maggioranza degli elettori dello Stato non è iscritta ad alcun partito. Nel 2022 Lisa Murkowski, repubblicana centrista, è stata rieletta al Senato battendo un'avversaria sostenuta dal presidente Donald Trump.

A preoccupare i repubblicani è anche la presenza sulla scheda di un secondo Dan Sullivan: un ex maestro elementare senza esperienza politica che porta lo stesso nome del senatore uscente. Il timore è che possa confondere una parte degli elettori, sottrarre voti al repubblicano e avvantaggiare Peltola. Il partito accusa la campagna democratica di averne favorito la candidatura per trarre in inganno gli elettori, ma lo staff dell'ex deputata nega qualsiasi coordinamento. Il secondo Sullivan, intanto, ha vinto la battaglia legale per rimanere sulla scheda dopo che gli uffici elettorali avevano tentato invano di escluderlo.


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Samsung Galaxy Z: quale pieghevole scegliere? Guida ai nuovi smartphone per ogni esigenza


Galaxy Z Fold o Galaxy Z Flip? Una guida per capire quale nuovo pieghevole Samsung scegliere in base alle proprie esigenze, dall’uso quotidiano alla produttività
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Quando si sceglie un nuovo smartphone, è naturale consultare recensioni, confrontare modelli e guardare video comparativi alla ricerca del dispositivo “migliore”. Le classifiche possono essere utili, ma non rispondono alla domanda più importante: qual è lo smartphone più adatto a me? La risposta dipende da esigenze personali, come il modo in cui si preferisce lavorare, creare contenuti e restare connessi durante la giornata.

Perché scegliere un Galaxy Z Flip o un Galaxy Z Fold?


Il miglior pieghevole non è lo stesso per tutti. È proprio per questo che Samsung offre tre diversi design pieghevoli con la nuova serie Galaxy Z. Che si cerchi un dispositivo per lavorare in mobilità, uno schermo più ampio per leggere, guardare contenuti e giocare oppure uno smartphone compatto da portare sempre con sé, la nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenza.
La nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenzaLa nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenza
Forte di otto generazioni di esperienza nel settore dei dispositivi pieghevoli, Samsung conosce a fondo ciò che gli utenti cercano di più nei dispositivi pieghevoli. La nuova serie Galaxy Z è il risultato di questa esperienza: ogni dispositivo offre prestazioni elevate negli ambiti più importanti per gli utenti, dai display alla durabilità, dalla portabilità alle performance.

Quale Samsung Galaxy Z scegliere?


La nuova serie Galaxy Z comprende tre smartphone pieghevoli progettati per esigenze differenti: il compatto Galaxy Z Flip8, il nuovissimo Galaxy Z Fold8 e il potente Galaxy Z Fold8 Ultra. La scelta del modello più adatto dipende, in definitiva, da ciò che ci si aspetta dalla propria esperienza smartphone e dal modo in cui il dispositivo si inserisce nella vita quotidiana.
Samsung Galaxy Z Flip 8Samsung Galaxy Z Flip 8
Scegli Galaxy Z Flip8 se desideri:

  • il dispositivo della serie Galaxy Z più sottile e leggero di sempre;
  • uno smartphone ideale per esprimere la propria creatività e realizzare selfie di alta qualità;
  • svolgere rapidamente le attività quotidiane senza aprire il dispositivo.


Samsung Galaxy Z Fold 8Samsung Galaxy Z Fold 8
Scegli Galaxy Z Fold8 se cerchi:

  • un ampio display pieghevole pensato per lavorare, leggere, guardare contenuti e utilizzare più app contemporaneamente;
  • un’esperienza visiva immersiva per guardare contenuti, leggere e giocare;
  • il Galaxy Z Fold più leggero mai realizzato da Samsung


Samsung Galaxy Z Fold 8 UltraSamsung Galaxy Z Fold 8 Ultra
Scegli Galaxy Z Fold8 Ultra se per te sono prioritari:

  • il massimo dell’esperienza Galaxy, con tutte le funzionalità della gamma Ultra;
  • un display pieghevole da 8 pollici progettato per il multitasking;
  • prestazioni flagship per produttività e creatività;
  • il sistema di fotocamere più evoluto della serie Galaxy Z

Tutti i modelli della serie Galaxy Z condividono la stessa attenzione per resistenza, qualità costruttiva e innovazione. Le più recenti funzionalità di Galaxy AI e un software ottimizzato per ogni form factor offrono un’esperienza d’uso personalizzata, adattata alle caratteristiche di ciascun dispositivo.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Non esiste uno smartphone migliore in assoluto, ma quello più adatto al proprio modo di vivere, lavorare e creare. Per questo Samsung continua ad ampliare il proprio portfolio di dispositivi pieghevoli, offrendo soluzioni pensate per esigenze, abitudini e stili di vita differenti. Dal Galaxy Z TriFold presentato all’inizio dell’anno alla nuova serie Galaxy Z, Samsung continua a evolvere il proprio portfolio di dispositivi pieghevoli per rispondere a una vasta gamma di esigenze e stili di vita.


Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 ufficiali: i nuovi pieghevoli AI che cambiano il modo di lavorare e divertirsi


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Samsung ha annunciato ieri la nuova serie Galaxy Z, con il debutto di Galaxy Z Fold8 in un innovativo form factor. Quest'ultimo, in particolare, porta gli standard Ultra di Galaxy nel mondo dei pieghevoli, offrendo il massimo della produttività e della creazione di contenuti grazie a uno spazio di lavoro più ampio. Frutto di sette generazioni di innovazione nei dispositivi pieghevoli e di una profonda conoscenza delle esigenze dei consumatori, la nuova serie Galaxy Z offre una scelta più ampia che mai, con tre esperienze distinte progettate per rispondere a esigenze diverse.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoliSamsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoli
Galaxy AI è stata ottimizzata per ciascuno di questi form factor; il multitasking è ancora più semplice sugli ampi schermi di Galaxy Fold8 e Galaxy Fold8 Ultra, mentre la FlexWindow progettata per l’AI di Flip8 mantiene informazioni rilevanti e scorciatoie sempre a portata di mano.

Galaxy Z Fold8: una nuova esperienza Galaxy Fold


Galaxy Z Fold8 introduce un formato progettato per passare con facilità dalle interazioni rapide sul display esterno a esperienze di visione, lettura e gioco più coinvolgenti sullo schermo principale. Grazie al formato Fold più leggero di sempre, a proporzioni del display intuitive e a prestazioni di lunga durata, questo modello rende ancora più semplice vivere al meglio i contenuti. Il device è stato progettato per adattarsi al modo in cui le persone utilizzano lo smartphone durante la giornata: con un peso di soli 201 grammi, è il Galaxy Z Fold più leggero di sempre e abbina la piattaforma Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy a una batteria da 4.800 mAh, offrendo prestazioni elevate e un'autonomia pensata per un utilizzo prolungato.
Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3
Il display esterno in formato 10:16 garantisce un'esperienza pratica per le attività quotidiane, mentre lo schermo interno 4:3 offre una superficie più ampia e immersiva per guardare video, giocare, leggere articoli ed e-book o lavorare con più contenuti contemporaneamente, adattandosi in modo naturale alle diverse modalità d'uso. La nuova tecnologia Flex Titanium di Samsung introduce una struttura del display basata sul titanio, progettata per rendere i dispositivi pieghevoli più sottili senza comprometterne la resistenza. Grazie alla combinazione di una pellicola in lega di titanio e di una piastra in titanio migliorata, Flex Titanium contribuisce a ridurre la visibilità la piega. Galaxy Z Fold8 perfeziona anche l’esperienza di apertura del dispositivo, bilanciando meccanica della cerniera, tensione del display e forza magnetica offrendo un’apertura più fluida, leggera e naturale.
In tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evolutaIn tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evoluta

Esperienza fotografica versatile e intuitiva


Galaxy Z Fold8 è pensato per aiutare gli utenti a catturare e condividere gli attimi che attirano la loro attenzione. Che si tratti di un paesaggio, di una foto di gruppo o di un momento spontaneo in movimento, Galaxy Z Fold8 rende più semplice scattare, modificare e condividere foto e video nella vita di tutti i giorni.
Le due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzioneLe due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzione

Galaxy Z Fold8 Ultra


Ultra rappresenta il più alto livello Galaxy in termini di prestazioni, funzionalità e innovazione. Con Galaxy Z Fold8 Ultra, questo standard incontra il design pieghevole più avanzato di Samsung. Il foldable è pensato per offrire ai creator la massima libertà, dallo scatto all’editing, grazie a un sistema di fotocamere di livello Ultra e a strumenti creativi che rendono più semplice realizzare contenuti di qualità professionale con un unico dispositivo.
Z Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggioZ Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggio
Sul fronte fotografico, Galaxy Z Fold8 Ultra punta su una fotocamera principale da 200 MP con supporto HDR anche alla massima risoluzione, per immagini ancora più dettagliate e realistiche. La nuova ultra-grandangolare da 50 MP migliora la qualità di paesaggi, foto di gruppo e scatti macro, mentre la modalità Nightography aggiornata assicura foto e video più luminosi e definiti anche in condizioni di scarsa illuminazione. Per i creator, completano la dotazione la registrazione video in 8K con codec APV e la funzione Cine LUT, che permette di ottenere direttamente dallo smartphone un look cinematografico.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Potenza, batteria e raffreddamento


Galaxy Z Fold8 Ultra è progettato per offrire prestazioni elevate anche nelle attività più impegnative, dal multitasking alla creazione di contenuti con l'intelligenza artificiale. Il nuovo Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy garantisce maggiore velocità e fluidità, mentre la batteria da 5.000 mAh assicura un'autonomia sufficiente per un'intera giornata di lavoro e intrattenimento. Completano la dotazione la nuova ricarica rapida da 45 W con architettura a doppio circuito, pensata per una ricarica più efficiente, e un sistema di raffreddamento con camera in grafite più ampia, che mantiene il dispositivo stabile e reattivo anche sotto carichi di lavoro intensi.
La batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomiaLa batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomia

Galaxy Z Flip8


Galaxy Z Flip8 è progettato per coloro che desiderano uno smartphone dinamico quanto il proprio stile di vita. Pensato per interazioni rapide, espressione personale ed esperienze AI, Z Flip8 porta la potenza di Galaxy AI ancor più vicino all’uso quotidiano grazie a una FlexWindow ripensata e alla versatilità unica del formato Flip. Con un peso di appena 180 g1 e uno spessore di soli 6,1 mm, è il Galaxy Z Flip più sottile e leggero di sempre, ideato per mettere informazioni, azioni e creatività sempre a portata di mano.
La nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esternoLa nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esterno

FlexCam per selfie più espressivi


Galaxy Z Flip8 potenzia l’esperienza fotografica distintiva di Samsung sui dispositivi Flip, trasformando i momenti quotidiani in contenuti ancora più creativi grazie ad angolazioni flessibili, anteprime in tempo reale e strumenti esclusivi per Flip. Da scatti senza mani all’anteprima in tempo reale, dai video selfie sul display esterno ai caratteristici mirror selfie, Galaxy Z Flip8 consente di creare, controllare e condividere contenuti di qualità senza il bisogno di usare accessori aggiuntivi.
Dalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntiveDalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntive
Galaxy Z Flip8 migliora l'esperienza fotografica con una fotocamera da 50 MP supportata dal ProVisual Engine, che assicura selfie più dettagliati, tonalità della pelle naturali e un effetto bokeh più realistico. La Modalità Flex permette di scattare foto e registrare video a mani libere da diverse angolazioni, mentre il Camcorder Grip e lo stabilizzatore con funzione Blocco orizzontale garantiscono riprese più fluide anche in movimento. Completano le novità Scatto personalizzato, per sfruttare al meglio la FlexWindow nei selfie, e Vista specchio, che trasforma il display esterno in uno specchio per controllare rapidamente il proprio look.

Disponibilità e prezzi


Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8 sono già disponibili per il preordine. Tutti i modelli saranno disponibili in Italia nelle colorazioni Graphite e Cream; Galaxy Z Fold8 Ultra sarà inoltre disponibile nella variante Violet Shadow e in quella Green Shadow, quest’ultima esclusiva online; Galaxy Z Fold8 nella colorazione Lavender e in quella esclusiva online Pistachio; e Galaxy Z Flip8 nella variante Pink e Mint, quest’ultima esclusiva online.

Galaxy Z Fold8 Ultra sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.499 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.899 euro.

Galaxy Z Fold8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.099 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.699 euro.

Galaxy Z Flip8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 1.379 euro;
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Consigliato da Techpertutti

Samsung Galaxy Z Flip7


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Trump minaccia di bombardare l'Oman, mentre il negoziato con l'Iran è ancora in stallo


Il presidente accusa l'Oman di ostacolare un accordo sul nucleare e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Al Senato il democratico Tim Kaine prepara una risoluzione per impedire un attacco.

Donald Trump ha minacciato di bombardare l'Oman, accusando il sultanato di ostacolare un accordo con l'Iran. "Non credo che si siano comportati molto bene, ma potremmo occuparci di loro molto facilmente, proprio come abbiamo fatto con gli altri", ha detto lunedì ai giornalisti nello Studio Ovale, senza spiegare che cosa avessero fatto i funzionari omaniti per suscitare la sua irritazione. Lo stesso giorno, in un'intervista a Fox News, era stato molto più esplicito: se l'Oman "si mettesse di mezzo", ha affermato ricorrendo a un'espressione volgare, gli Stati Uniti lo bombarderanno "di santa ragione".

Per settimane la Casa Bianca aveva assicurato che l'Iran fosse vicino alla firma di un'intesa sul nucleare e che l'Oman potesse contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il piccolo Paese del Golfo era così finito al centro dei tentativi diplomatici per porre fine alla guerra. Il quadro, hanno riferito funzionari americani al Wall Street Journal, resta però confuso. L'Oman, affacciato sulla sponda meridionale dello Stretto, sta trattando con Teheran per consentire il passaggio di un maggior numero di navi commerciali. Nei giorni scorsi l'Iran ha annunciato che le due parti avevano raggiunto un'intesa sui transiti e stavano preparando una dichiarazione congiunta.

Washington ritiene che il negoziato possa allentare la pressione sul mercato energetico globale e sul prezzo della benzina negli Stati Uniti. All'interno dell'Amministrazione, tuttavia, resta il timore che l'Oman aiuti l'Iran a ottenere un accordo sul nucleare più favorevole a Teheran. Sarebbe proprio questo sospetto ad alimentare la rabbia del presidente. L'Oman è soltanto l'ultimo Paese finito nel mirino di Trump per non aver fatto abbastanza, a suo giudizio, per porre fine alla guerra contro l'Iran avviata dagli Stati Uniti insieme a Israele.

Domenica il presidente ha ordinato al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud, sostenendo che Seoul si fosse rifiutata di aiutare Washington a riaprire Hormuz. Trump lo ha annunciato su Truth Social poche ore prima dell'inizio delle manovre, rivendicando al tempo stesso la propria "ottima relazione" con Kim Jong Un. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield sono comunque cominciate lunedì.

"Ci dareste una piccola mano?", ha raccontato di aver chiesto al presidente sudcoreano Lee Jae Myung, precisando subito dopo che gli Stati Uniti non avevano realmente bisogno di aiuto. "Mi ha detto: no, grazie. E io gli ho risposto: un momento, abbiamo 39.000 soldati laggiù che vi proteggono da Kim Jong Un, il vostro vicino di casa, e voi non ci aiutate in un'operazione militare molto semplice in Iran? È strano". Il contingente statunitense in Corea del Sud conta in realtà circa 28.500 militari. Trump si è lamentato anche di alleati europei come il Regno Unito e la Spagna, riproponendo la sua consueta accusa secondo cui gli altri Paesi otterrebbero dagli Stati Uniti molto più di quanto offrano in cambio.

Guerra in Iran · Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz si è svuotato, e Trump presenta il conto agli alleati

Prima della guerra dallo Stretto passavano 21,6 milioni di barili al giorno. Nell’ultimo trimestre ne sono passati 4,9. Il memorandum firmato con l’Iran a giugno è scaduto senza accordo e il presidente accusa un alleato dopo l’altro di non averlo aiutato a riaprire il passaggio.

Grafica di FocusAmerica 18 agosto 2026

La strozzatura

Un braccio di mare che l’Iran e l’Oman si dividono


La sponda nord dello Stretto è iraniana, quella sud omanita: le acque territoriali dei due Paesi coprono l’intero passaggio. È questa geografia a rendere l’Oman indispensabile in ogni trattativa sulla riapertura. Nel punto più stretto il canale misura circa 33 chilometri e le corsie di navigazione sono larghe poco più di tre chilometri per senso di marcia.

Lo Stretto di Hormuz separa l’Iran, a nord, dalla penisola omanita del Musandam, a sud. È l’unica via di mare tra il Golfo Persico e l’oceano aperto.

Una sagoma = un milione di barili al giorno Quarto trimestre 2025. L’ultimo trimestre prima della guerra: 21,6 milioni di barili al giorno.

Il canale si chiude, trimestre per trimestre
Tocca un trimestre per cambiare la mappa

  • Primo trimestre 202520,9
  • Secondo trimestre 202521,0
  • Terzo trimestre 202521,3
  • Quarto trimestre 202521,6
  • Primo trimestre 202614,9
  • Secondo trimestre 20264,9

Sono 16,7 milioni di barili al giorno in meno rispetto all’ultimo trimestre di pace. Il gas naturale liquefatto ha seguito la stessa curva: dagli 11,7 miliardi di piedi cubi al giorno di inizio 2025 agli 0,8 del secondo trimestre 2026. Sul terzo trimestre la EIA non ha ancora pubblicato i dati.

28 febbraio
Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Teheran risponde colpendo il traffico commerciale e rivendicando il controllo dello Stretto.

7 aprile
Una tregua di due settimane. Washington e Teheran la annunciano dopo i colloqui di Islamabad. Entrambe rivendicano la vittoria.

Giugno
Il memorandum. Si apre una finestra di sessanta giorni per un accordo complessivo sul nucleare e sulla riapertura del passaggio.

Inizio luglio
La tregua si rompe. Il cessate il fuoco collassa, ma la finestra negoziale resta formalmente aperta.

17 agosto
La finestra si chiude senza accordo. Lo stesso giorno Trump minaccia di bombardare l’Oman e il senatore Tim Kaine annuncia una risoluzione sui poteri di guerra per impedirlo.

Il conto agli alleati

Chi, secondo Trump, non ha fatto abbastanza


Dall’inizio della guerra il presidente accusa un Paese dopo l’altro di non aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto. Ecco che cosa è successo a ciascuno.

Oman
Minacciato di raid
Trump dice che gli Stati Uniti potrebbero occuparsene molto facilmente. Il sultanato sta trattando con Teheran per far passare più navi commerciali e alcuni collaboratori del presidente lo accusano in privato di fare il doppio gioco.

Corea del Sud
Esercitazioni ridotte
Il presidente ordina al Pentagono di tagliare le manovre congiunte, sostenendo che Seul si sia rifiutata di aiutare. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield sono cominciate lo stesso.

Regno Unito e Spagna
Accusati in pubblico
Trump ripropone la sua accusa abituale: gli alleati otterrebbero dagli Stati Uniti molto più di quanto offrono in cambio.

Qatar e Pakistan
Promossi mediatori
Washington affida ormai a loro i contatti con Teheran. L’Oman, che era al centro dei colloqui, esce di scena.

Il numero che continua a cambiare

Quanti militari americani ci sono davvero in Corea del Sud


La parte piena è il contingente fissato dalla legge sulla difesa. La parte tratteggiata è quanto il presidente ci aggiunge quando cita la cifra in pubblico.

  • Legge sulla difesa28.500
  • Trump, 17 agosto39.000
  • Trump, 6 aprile45.000


Fonte Flussi nello Stretto: Energy Information Administration, Global Energy Security Data, 12 agosto 2026. Contingente in Corea del Sud: National Defense Authorization Act e Congressional Research Service. Ricostruzione diplomatica: Wall Street Journal. Geometrie costiere: Natural Earth.

Lo scontro interno alla Casa Bianca


Alcuni collaboratori di primo piano della Casa Bianca, intanto, accusano in privato l'Oman di fare il doppio gioco e di essere schierato, nei fatti, con l'Iran anziché impegnato nella ricerca del miglior compromesso possibile tra Washington e Teheran. Altri ritengono invece che gli storici rapporti tra i due Paesi rappresentino una risorsa per la mediazione e che Trump stia cercando un capro espiatorio per il mancato accordo sul nucleare. "Le minacce di Trump non fanno che incoraggiare gli iraniani, che vi scorgono un ulteriore segnale di debolezza", ha detto al Wall Street Journal Steven Cook, esperto di Medio Oriente del Council on Foreign Relations.

Secondo Cook, è l'Iran a spingere l'Oman verso un piano congiunto, in modo da presentare la gestione dei transiti come un progetto legittimo e condiviso dalle due sponde dello Stretto. Un accordo tra Iran e Oman rischierebbe tuttavia di consolidare il controllo di Teheran su Hormuz. Trump vorrebbe invece un'intesa che riaprisse completamente il passaggio, dal quale prima della guerra transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di prodotti petroliferi liquidi, secondo l'Energy Information Administration.

La finestra di 60 giorni prevista dal Memorandum concluso a giugno tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo complessivo è scaduta lunedì senza che le parti trovassero un'intesa. La tregua prevista dal documento era peraltro già collassata all'inizio di luglio. La via d'uscita dal conflitto resta quindi poco chiara: Washington si affida ormai soprattutto a Qatar e Pakistan come mediatori, mentre l'Oman, inizialmente al centro dei colloqui, sembra essere stato messo da parte. Trump avrebbe persino confidato ai propri collaboratori di essere disposto a dichiarare bloccato il percorso dell'Iran verso l'arma nucleare e vinta la guerra, a condizione che Teheran riapra completamente lo Stretto.

Kaine prepara una risoluzione al Senato per bloccare Trump


La minaccia di bombardamenti contro l'Oman ha però già provocato una reazione al Congresso. Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato che, al termine della pausa di agosto, presenterà una risoluzione sui poteri di guerra per impedire un'azione militare contro il sultanato. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto invece che l'imposizione di pedaggi iraniani nello stretto rappresenterebbe una linea rossa per l'Amministrazione:

"Se creiamo un precedente in base al quale uno Stato può decidere di controllare una via d'acqua internazionale, imporre un pedaggio e far saltare in aria le navi che non pagano, avremo creato un precedente molto pericoloso, destinato inevitabilmente a ripetersi in altre parti del mondo".


I rapporti tra Stati Uniti e Oman si sono deteriorati negli ultimi mesi. Il Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, che prima della guerra aveva contribuito a mediare i colloqui tra Stati Uniti e Iran, ha criticato più volte la decisione americana di porre fine a quei negoziati ed attaccare su pressione israeliana. Alla vigilia della prima ondata di raid era intervenuto a "Face the Nation", sulla CBS, nel tentativo di scongiurare il conflitto. "Qualunque sia la vostra opinione sull'Iran, non sono stati loro a volere questa guerra", ha scritto successivamente sui social.


Trump afferma che intende dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti


“Dopo che avremo finito di battere l’Iran, che sta già subendo una pesantissima sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti”. Queste sono le parole dette questa sera da Donald Trump sul palco a Garden City, a Long Island, davanti agli agenti di un’accademia di polizia, durante un intervento dedicato ai risultati della sua Amministrazione nella lotta alla criminalità.

Trump: After we finish defeating Iran, I will be declaring the Hormuz Strait a territory of the United States. pic.twitter.com/8cu9gem82b
— Acyn (@Acyn) August 14, 2026


Nel suo intervento il presidente non ha però spiegato su quale base giuridica o con quali strumenti Washington potrebbe rivendicare la sovranità su una delle principali rotte marittime mondiali. Lo Stretto di Hormuz, infatti, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Le sue acque territoriali appartengono all’Iran, sulla sponda settentrionale, e all’Oman, su quella meridionale.

Prima della guerra attraverso il passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. Il traffico si è ormai ridotto a una frazione dei livelli precedenti al conflitto: lunedì, ad esempio, sono transitate appena 8 navi, contro più di 130 al giorno nei mesi precedenti.

Il blocco dello Stretto e la pressione sui mercati energetici


La guerra tra Stati Uniti e Iran ha, insomma, quasi del tutto paralizzato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, con conseguenze immediate sui mercati energetici mondiali. Così nei giorni scorsi il greggio si è avvicinato di nuovo a quota 90 dollari al barile, mentre Washington e Teheran restano ancora lontane da un’intesa definitiva che consenta di riaprire stabilmente lo Stretto.

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, Trump sostiene che il controllo effettivo dello stretto sia ormai finito nelle mani di Washington. Il presidente ha ordinato per due volte un blocco navale nell’area e ha ripetutamente rivendicato la capacità degli Stati Uniti di decidere quali navi e quali esportazioni petrolifere possano attraversare la regione. Il 10 agosto aveva inoltre chiesto a Teheran di pagare risarcimenti per le vittime degli attacchi attribuiti alla Repubblica islamica e della repressione delle proteste interne.

Lo scontro con Teheran sul “controllo totale”


Una settimana prima, il 3 agosto, Trump aveva accusato l’Iran, con un post pubblicato su Truth Social, di essere “incredibilmente doppiogiochista” per aver negato l’esistenza di colloqui volti a porre fine alla guerra. Aveva liquidato come “le solite chiacchiere” le rivendicazioni iraniane sul controllo di Hormuz e sostenuto che “nulla arriva all’Iran se non lo vogliamo noi e nulla arriverà finché non ci sarà un accordo o una resa totale”.

“Che l’Iran voglia ammetterlo o no, stiamo parlando della soluzione di un problema che loro hanno causato, per decenni”, aveva aggiunto. Mercoledì però la Persian Gulf Strait Authority, ovvero il nuovo organismo istituito dall’Iran a maggio per gestire il traffico nello stretto, ha risposto su X alle dichiarazioni americane secondo cui Hormuz non sarebbe più bloccato.

Claims and repeated posts by U.S. officials that the Strait of Hormuz is no longer blocked do not change the reality: the Strait of Hormuz remains blocked and will not be reopened until Iran’s conditions are accepted.
— PGSA | نهاد مدیریت آبراه خلیج فارس (@PGSA_IRAN) August 12, 2026


Le affermazioni dei funzionari statunitensi, aveva scritto l’ente, “non cambiano la realtà: lo Stretto di Hormuz resta bloccato e non sarà riaperto finché le condizioni dell’Iran non saranno accettate”. Il messaggio era una replica diretta proprio a Trump, che nei giorni precedenti aveva rivendicato ancora una volta il “controllo totale” del passaggio da parte statunitense.


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I poliziotti feriti? «Nella vita bisogna scegliere da che parte stare »


Intervista a Nicoletta Dosio, 80 anni, ex professoressa di latino e greco e decana del movimento No TAV: «Il cantiere è un luogo che fa la guerra alle persone e al territorio»

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Nicoletta Dosio ha 80 anni, ha contribuito alla nascita del movimento No TAV ed è una delle sue attiviste più longeve. L’Unica l’ha intervistata per comprendere da vicino la sua storia, legata a doppio filo alla militanza in val Susa, tra disobbedienza civile, carcere e rivendicazione della difesa del territorio, fino agli scontri con le forze dell’ordine avvenuti nella valle.

Come è iniziata la sua attività nel movimento?

«Vengo da una famiglia operaia e sono sempre stata attenta al tema del lavoro e ai problemi sociali. La val Susa è la mia casa e ho iniziato a viaggiare da sola in treno a 11 anni per fare le medie a Torino, quando le stazioni erano un luogo di aggregazione. Da lì ho visto questi luoghi trasformarsi. Già alla fine degli anni Ottanta, quella grande opera che minacciava il mondo in cui ero cresciuta mi faceva stare male. È stato chiaro fin da subito che il TAV non serviva a migliorare la vita delle persone, né della valle né fuori, ma era funzionale solo agli interessi dell’industria e del mercato. Tutti noi, la popolazione della val Susa, abbiamo deciso di opporci».

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L'estate in cui gli americani sono diventati luddisti


I cantieri dei datacenter e le telecamere per le targhe sono finiti nel mirino di diverse comunità e sono entrati nella campagna per le elezioni di novembre.

I data center per l'intelligenza artificiale e le telecamere che leggono le targhe delle auto sono diventati il bersaglio delle proteste in diverse comunità degli Stati Uniti. Il malcontento è entrato nella campagna per le elezioni di novembre, quelle che decideranno diversi governatori e il controllo del Congresso.

Le due infrastrutture sono la parte visibile di una tecnologia che di per sé non si vede. Su di loro si scarica la diffidenza verso il futuro promesso dalla Silicon Valley.

Giovedì Flock, l'azienda che ha diffuso negli Stati Uniti i lettori automatici di targhe, ha annunciato alcune modifiche per rispondere ai timori sull'accesso ai dati raccolti dalle sue telecamere, che finiscono alle forze dell'ordine e ad altri clienti. Quelle telecamere usano l'intelligenza artificiale per tracciare i veicoli. L'azienda e le autorità le difendono perché aiutano a combattere la criminalità, ma le segnalazioni di abusi hanno alimentato la protesta durante l'estate.

Carl Gunn, soprannominato "The Flock Blocker", ha attirato l'attenzione a St. Petersburg, in Florida, oscurando le telecamere con un cartello montato su un'asta lunga. È uno dei nuovi eroi popolari nati da questi gesti di resistenza.

Nelle assemblee comunali di tutto il paese si presentano cittadini contrari alla costruzione dei data center, gli enormi capannoni pieni di server su cui gira l'intelligenza artificiale. Alla radice ci sono le obiezioni tipiche di chi non vuole un impianto vicino a casa: il consumo di acqua e il prezzo dell'elettricità. A queste si aggiunge il sospetto che gli amministratori locali stiano favorendo le grandi aziende a spese dei residenti.

In Texas i progetti in cantiere porterebbero a più che quadruplicare il numero di data center, secondo Cleanview, che tiene traccia di queste iniziative. La questione è entrata nella corsa per il governatore, dove Greg Abbott è attaccato dalla sfidante democratica Gina Hinojosa, deputata dell'assemblea legislativa dello Stato, per il sostegno dato in passato alle grandi aziende tecnologiche.

Abbott ha ordinato alle autorità di regolazione di fermare gli allacciamenti dei data center alla rete elettrica dello Stato, in attesa di verifiche sui consumi di acqua ed elettricità. È un'inversione di rotta che ha attirato le critiche del presidente Trump, repubblicano come il governatore. "Per il Texas dire no ai data center è un errore", ha detto al sito Punchbowl News. "I data center potrebbero essere più grandi del petrolio".

Willie Nelson, una delle voci storiche del country americano, ha diffuso a fine luglio un messaggio contro i data center vicino a casa sua, nel Texas centrale: "L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un data center rumoroso, che ruba acqua e inquina con la luce, da qualche parte vicino alla nostra città". Il conflitto ricalca la vecchia contrapposizione americana tra città e campagna.

Secondo un'analisi pubblicata sul Wall Street Journal, le proteste vanno oltre l'opposizione all'intelligenza artificiale e sono il sintomo del desiderio di un'America senza intelligenza artificiale. Un meme diffuso sui social in queste settimane mette insieme video di vecchi camion, rock classico e una vita più semplice, con la frase "Questo e non sentire mai più parlare di intelligenza artificiale".

Brendan Steinhauser, che una generazione fa ha contribuito a creare il Tea Party, guida oggi l'Alliance for Secure AI, un gruppo bipartisan che chiede al Congresso di regolare l'intelligenza artificiale. Anche il Tea Party nacque sui social media, senza un leader iniziale, prima di diventare una forza politica che ha riscritto molte carriere. "Quando gli eletti o le aziende respingono le persone, le ignorano o le denigrano, è allora che la gente si arrabbia", ha detto al Wall Street Journal. La forza del fenomeno, ha aggiunto, sta nel mettere insieme mondi molto distanti che si presentano alla stessa protesta con cartelli diversi.

All'estremo della contestazione ci sono gli attivisti che chiedono una pausa nello sviluppo dell'intelligenza artificiale, preoccupati per la sicurezza di questi sistemi. Temono che la tecnologia cancelli i posti di lavoro o, nel peggiore dei casi, l'umanità stessa. Sono paure che OpenAI e Anthropic hanno contribuito ad alimentare senza volerlo, con anni di dichiarazioni sui pericoli dell'intelligenza artificiale. Oggi i due laboratori si difendono da attacchi, in alcuni casi violenti, mentre continuano a sviluppare sistemi sempre più avanzati.

Le aziende tecnologiche hanno in programma di spendere insieme migliaia di miliardi di dollari per costruire un mondo intorno alla loro tecnologia. È una cifra che rende difficile per loro contrastare un malcontento che si presenta nelle assemblee comunali e nei seggi. Al fondo delle proteste che attraversano il paese c'è una domanda sola: chi decide il futuro che l'intelligenza artificiale porta con sé.


Anthropic ha sviluppato un modello più avanzato di Mythos, ma non vuole renderlo pubblico


Anthropic ha addestrato un modello leggermente più avanzato di Mythos 5, il suo attuale sistema di punta, ma non prevede, al momento, di renderlo disponibile al pubblico. L’azienda lo chiama “Model 2” e ne parla nel rapporto sui rischi pubblicato venerdì 14 luglio, nel quale precisa anche di non avere però alcuna intenzione di rallentare lo sviluppo delle proprie tecnologie interne.

Nel documento Model 2 viene descritto come aver dimostrato un “miglioramento evidente nei compiti interni” rispetto agli altri modelli. Anthropic utilizza “in modo intensivo” sia Mythos 5 sia il nuovo modello per la programmazione, il lavoro agentico — cioè le attività che un sistema è in grado di svolgere autonomamente — e la generazione di dati. Il progresso, tuttavia, non sarebbe paragonabile al salto compiuto all’inizio dell’anno con il passaggio da Opus 4.6 a Mythos.

“Al momento non abbiamo piani per rilasciare questo modello all’esterno”, scrive la società. Ad Axios, Anthropic ha spiegato che addestrare e valutare versioni sperimentali destinate a rimanere interne rientra nel suo normale processo di ricerca e sviluppo.

Aumentano i timori sul disallineamento


Allo stesso tempo Anthropic ha innalzato da “molto basso” a “basso” il rischio di disallineamento negli scenari in cui la posta in gioco è particolarmente elevata. Con il termine inglese misalignment si indica la possibilità che il comportamento di un modello si discosti dagli obiettivi stabiliti da chi lo ha addestrato. La revisione è legata ad alcuni comportamenti emersi durante le esercitazioni di cybersicurezza.

L’azienda precisa che gli elementi raccolti potrebbero ancora giustificare una classificazione “molto bassa”, ma di avere scelto una stima più prudente a causa delle incertezze residue. Il rapporto rileva inoltre i primi segnali di un’accelerazione nella capacità dei modelli di svolgere autonomamente attività di ricerca e sviluppo.

Il rischio complessivo resta giudicato “basso”, perché i sistemi non hanno ancora superato la soglia che imporrebbe l’introduzione di misure di sicurezza aggiuntive. Anthropic si dice però “meno fiduciosa in questa valutazione” rispetto al passato. A pesare sono sia i progressi osservati sia la “saturazione” dei test più concreti, basati su compiti specifici, che non riescono più a cogliere pienamente l’aumento delle capacità dei modelli.

Le falle nei sistemi di sicurezza


Per quanto riguarda le armi chimiche e biologiche, Anthropic dichiara di operare ormai come se i propri modelli avessero già superato la soglia oltre la quale potrebbero fornire un aiuto significativo a chi intende produrle o impiegarle. Il documento segnala anche alcune falle nei controlli interni: in un caso, i modelli sono stati utilizzati senza le salvaguardie previste per il rischio biologico; in un altro, un errore nei dati di addestramento ha indotto Mythos 5 ad apprendere direttamente alcuni comportamenti indesiderati, anziché imparare a riconoscerli e segnalarli.

Secondo l’azienda statunitense, i propri modelli continuano comunque a superare il test sul rapporto tra costi e benefici sociali che Anthropic applica ai suoi sistemi. La società ammette però che il risultato potrebbe cambiare in futuro con l’aumento delle loro capacità. Anche la rivale OpenAI, intanto, sta rallentando il lancio di Astra, il suo prossimo modello di punta rivale diretto di Mythos 5, perché non è in grado ancora escludere che possieda capacità critiche in ambito di cybersecurity.


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Ha votato Trump tre volte, poi l’ICE ha arrestato sua moglie in aeroporto


Galina Bobreneva, cittadina russa senza precedenti penali e con una domanda di green card in esame, è rimasta in detenzione per 16 giorni.

Galina Bobreneva, cittadina russa arrivata negli Stati Uniti con un visto turistico nel 2021 e sposata con un americano, è stata fermata il 13 luglio all'aeroporto di Burbank, in California, subito dopo essere scesa da un volo interno proveniente da San Francisco. Un agente in borghese l'ha sottoposta a un controllo supplementare, l'ha interrogata per un quarto d'ora e poi l'ha portata via in manette a bordo di un'auto senza contrassegni. Sono seguiti 16 giorni di detenzione: una notte trascorsa sul pavimento di una cella nel seminterrato di un edificio federale a Los Angeles, due settimane nel centro di trattenimento di Adelanto, nel deserto del Mojave, e una corsa contro il tempo dei suoi avvocati per ottenerne il rilascio.

È tornata libera solo il 29 luglio, dopo aver versato una cauzione di 35 mila dollari, ma con un braccialetto elettronico alla caviglia. Ora deve difendersi in un procedimento federale di espulsione avviato perché è rimasta negli Stati Uniti oltre la scadenza del visto. Il caso, ricostruito dal New York Times, mostra un nuovo fronte della campagna di espulsioni di massa voluta da Donald Trump: gli arresti negli aeroporti di persone con il visto scaduto, ma con una pratica migratoria ancora aperta e senza precedenti penali.

Gli agenti operano con la collaborazione del personale addetto alla sicurezza aeroportuale, intervenendo ai banchi del check-in e ai gate sulla base di un accordo che consente alla TSA, l'agenzia responsabile dei controlli sui passeggeri, di condividere informazioni con le autorità che si occupano di immigrazione. Il quotidiano newyorkese ha individuato almeno 27 arresti di questo tipo in 9 Stati.

La legge federale permette di trattenere anche chi ha presentato una domanda per la green card dopo la scadenza del visto. Le Amministrazioni precedenti, però, generalmente non consideravano queste persone una priorità per l'arresto e l'espulsione. Invece ora che la Casa Bianca ha spinto per raddoppiare gli arresti quotidiani, portandoli dai circa mille dell'inizio dell'anno a duemila, migliaia di stranieri convinti di poter restare nel Paese mentre la loro domanda viene esaminata rischiano di finire nel mirino come Bobreneva. Ciò nonostante l'ICE resta comunque ben al di sotto dell'obiettivo fissato.

Una domanda pendente non garantisce più protezione


Dopo l'invasione russa dell'Ucraina, Bobreneva aveva ottenuto due proroghe del visto turistico e nel 2022 aveva presentato domanda di asilo. Nel marzo 2025 aveva conosciuto Brent Jindra, venditore nel settore tecnologico, che aveva poi sposato a dicembre. Ad aprile il marito aveva depositato per lei una domanda di green card basata sul matrimonio. Le autorità ne avevano confermato la ricezione e Bobreneva era stata sottoposta ai rilievi delle impronte digitali. Il suo legale, Patrick Valdez, sostiene che non sia mai rimasta priva di uno status regolare. Il giorno dell'arresto la coppia era diretta a Burbank per motivi di lavoro e per incontrare alcuni amici. Due giorni dopo Bobreneva avrebbe dovuto festeggiare il proprio quarantesimo compleanno in un albergo della contea di Sonoma.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, interpellato sul caso, l'ha invece definita "un'immigrata irregolare", fermata perché "ha oltrepassato i limiti della nostra ospitalità violando le leggi della nazione". "Per essere chiari", ha aggiunto in una nota, "un permesso di lavoro o una domanda pendente NON conferiscono uno status legale negli Stati Uniti". L'ICE, l'agenzia federale responsabile dell'immigrazione e delle dogane, non ha risposto alle domande del quotidiano newyorkese.

Da parte sua, Bobreneva ha raccontato al New York Times di aver trascorso circa 18 ore in una stanza gelida insieme ad altre donne, prima di essere trasferita ad Adelanto a bordo di un furgone senza contrassegni, con ceppi alle caviglie e catene alla vita e ai polsi. Nel centro di detenzione, ha detto, le luci rimanevano accese giorno e notte e le radio degli agenti gracchiavano senza sosta. Per 120 donne c'erano solo 7 docce, delle quali soltanto 4 funzionanti; l'acqua potabile scarseggiava e i malati ricevevano assistenza solo quando le loro condizioni erano ormai tanto gravi da rendere necessario il ricovero.

Le condizioni del centro di detenzione di Adelanto


Le accuse di Bobreneva coincidono con quelle contenute in una separata causa depositata a gennaio da Public Counsel, Coalition for Humane Immigrant Rights, Immigrant Defenders Law Center e dallo studio legale Willkie Farr & Gallagher. Le organizzazioni per la difesa dei diritti dei migranti denunciano la presenza di muffa, acqua sporca e cure mediche negate a circa duemila persone, presentando a sostegno più di venti dichiarazioni giurate di ex detenuti e persone ancora trattenute.

GEO Group, la società privata che gestisce il centro di Adelanto, ha rifiutato di commentare il caso di Bobreneva e ha rinviato le domande all'ICE. Un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna ha definito "FALSE" le denunce sulle pessime condizioni del centro di detenzione di Adelanto, sostenendo che a tutte le persone trattenute siano garantiti pasti, acqua, assistenza medica e contatti con familiari e avvocati. A luglio, tuttavia, un giudice federale ha emesso un'ingiunzione preliminare che impone all'ICE di assicurare acqua potabile 24 ore su 24, cure adeguate, pulizie quotidiane, pasti nutrienti e 4 ore all'aria aperta ogni giorno.

L'agenda migratoria che ha contribuito a riportare Trump alla Casa Bianca si sta intanto trasformando in un problema per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, perché ormai persino una parte dell'elettorato del presidente ha cominciato a criticare i metodi dell'ICE. Lo stesso Jindra, che afferma di aver votato tre volte per Trump proprio per la sua linea dura sull'immigrazione, sostiene che il mandato ricevuto dal presidente riguardasse gli ingressi illegali e gli stranieri con precedenti penali, non le persone entrate legalmente nel Paese. Sua moglie dovrà presentarsi all'ICE di San Francisco il 7 settembre e comparire davanti a un giudice il 22 ottobre. Il procedimento potrebbe durare mesi e, nel frattempo, il braccialetto elettronico le impedisce di allontanarsi più di poche decine di km da casa.


Le espulsioni di Trump non tornano: il DHS ha smesso di pubblicare i numeri


Marc Rosenblum ha lasciato il 24 luglio il posto di capo statistico del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), che occupava da più di dieci anni. Tre anni fa aveva creato l'Ufficio di statistica della sicurezza interna, nato con il sostegno di esponenti di entrambi i partiti per fornire al Congresso e all'opinione pubblica dati attendibili e tempestivi sull'applicazione delle norme migratorie, al riparo dalle pressioni politiche. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca quel progetto però si è fermato.

Nei diciotto mesi in cui la Casa Bianca ha condotto la più vasta campagna di espulsioni della storia americana, i responsabili politici hanno impedito alla squadra di Rosenblum di pubblicare i dati mensili. Il sito dell'ufficio è rimasto fermo e le tabelle sull'applicazione delle norme migratorie si sono cristallizzate al 2024, come se da allora non fosse successo nulla. L'ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, ovvero quattro giorni prima dell'insediamento di Trump. In un post su LinkedIn Rosenblum ha scritto di essere contento di lasciare un'Amministrazione di cui non condivide i valori, ma dispiaciuto di abbandonare i colleghi in un "ambiente di lavoro ostile".

Immigrazione · La sparizione dei dati

Da 572 giorni il governo americano non pubblica più i numeri sulle espulsioni

L’ufficio di statistica del Dipartimento della Sicurezza Interna ha smesso di aggiornare le tabelle quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump. Nel vuoto lasciato dai dati ufficiali circolano cifre che nessuno può verificare.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Giorni senza statistiche ufficiali sulle espulsioni
572
giorni di silenzio
16 gennaio 2025

gennaio 2024 agosto 2026
Mesi con dati pubblicati Mesi senza alcun dato

L’ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, quattro giorni prima dell’insediamento di Trump. Da allora le tabelle sull’applicazione delle norme migratorie sono ferme al 2024, come se non fosse successo nulla.

106
giorni senza aggiornamenti sul sito dell’ICE, dal 9 aprile al 24 luglio 2026

0
rapporti annuali pubblicati sull’anno fiscale 2025, attesi entro dicembre

Promessa e risultato

L’ICE ha rimpatriato 400.000 persone: meno della metà dell’obiettivo annunciato


Rimpatri eseguiti dall’agenzia nel primo anno del secondo mandato di Trump, a confronto con l’obiettivo della Casa Bianca e con il record storico dell’ICE.

Obiettivo annunciato dalla Casa Bianca 1.000.000

Record precedente dell’agenzia, nel 2013 432.238

Rimpatri eseguiti nel primo anno 400.000

Il Dipartimento nel suo complesso rivendica più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quel totale comprende anche i respingimenti alla frontiera: non è confrontabile con i rimpatri che l’ICE esegue all’interno del Paese.

Le cifre in circolazione

Quattro numeri diversi raccontano la stessa campagna di espulsioni


Tocca ogni cifra per sapere chi la diffonde e che cosa misura davvero.

400.000 Pubblicato Rimpatri eseguiti dall’ICE nel primo anno+

È l’unica cifra che l’agenzia abbia davvero pubblicato, e lo ha fatto a intermittenza. Resta sotto il record dell’ICE raggiunto sotto Obama.

985.000 Non confrontabile Espulsioni rivendicate dal Dipartimento al 12 luglio+

Il totale mette insieme i rimpatri interni e i respingimenti alla frontiera, che sono un’altra cosa: chi viene fermato mentre entra non è mai stato dentro il Paese.

1.461.529 Mai pubblicato «Partenze forzate di stranieri» negli ultimi dodici mesi+

Il numero circola su X grazie al portavoce di Turning Point USA, che lo attribuisce a una fonte interna al Dipartimento. La categoria non esiste tra quelle usate dall’ufficio statistico e lui stesso ha ammesso di non sapere come sia stata calcolata.

3.000.000 Dichiarazione non firmata Stranieri irregolari che avrebbero lasciato gli Stati Uniti+

Lo sostiene l’ufficio stampa del Dipartimento: 2,2 milioni sarebbero «auto espulsioni», cioè partenze spontanee stimate. Il testo non porta firma e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

L’effetto opposto

In diciotto mesi sono diventate irregolari più persone di quante l’ICE ne abbia rimpatriate


Revocando la protezione temporanea e altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha tolto lo status a chi viveva e lavorava regolarmente negli Stati Uniti.

1.500.000
persone rese irregolari dalla revoca dei permessi

400.000
persone rimpatriate dall’ICE nello stesso periodo

Per ogni persona che l’ICE ha rimpatriato, quasi quattro hanno perso il permesso di restare. La campagna che doveva ridurre il numero degli irregolari lo ha fatto crescere.

10,8 mln 15,8 mln Stranieri senza documenti stimati dal Migration Policy Institute nel 2019 e nel 2024. Sapere dove sia arrivato oggi quel numero richiederebbe proprio i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su statistiche ICE, dichiarazioni del Dipartimento della Sicurezza Interna, stime del Migration Policy Institute e ricostruzione dell’Atlantic. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Quattrocentomila rimpatri contro un milione promesso


Le cifre che restano raccontano una campagna molto più piccola di quella inizialmente annunciata. Secondo le statistiche pubblicate a intermittenza dall'ICE, l'Agenzia federale per l’Immigrazione e le Dogane, nel primo anno del secondo mandato di Trump sono state rimpatriate circa 400.000 persone, contro il milione l'anno indicato come obiettivo dalla Casa Bianca. Il record precedente dell'agenzia era di 432.238 rimpatri, raggiunto nel 2013 sotto l’Amministrazione Obama. Il Dipartimento nel suo complesso rivendica invece più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quella cifra comprende anche i respingimenti alla frontiera e non è confrontabile con i rimpatri eseguiti dall'ICE all'interno del Paese.

La distanza tra promessa e risultato è stata quindi colmata con una categoria nuova. A partire da Kristi Noem, quando era ancora alla guida del Dipartimento, l’Amministrazione Trump ha cominciato a sostenere che il numero di stranieri partiti spontaneamente sarebbe stato molto superiore a quello degli espulsi, contabilizzando queste stime come "auto espulsioni". Interpellato dall'Atlantic sul blocco dei report mensili, l'ufficio stampa non ha risposto alla domanda e ha inviato una dichiarazione secondo cui questa sarebbe "l'Amministrazione più trasparente della storia americana", aggiungendo che nel primo anno di mandato "più di 3 milioni di stranieri irregolari hanno lasciato gli Stati Uniti", di cui 2,2 milioni per stima di auto espulsione. Ma la dichiarazione non era firmata e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

Le critiche più dure arrivano da destra


Steve Bannon, la conduttrice di Fox News Tomi Lahren e l'influencer Laura Loomer accusano ora l'Amministrazione Trump di aver rinunciato alla campagna di rimpatri promessa agli elettori, cedendo ai repubblicani vicini al mondo delle imprese che temono la carenza di manodopera e a coloro che sono preoccupati per le elezioni di metà mandato.

Nel mirino c'è in particolare il nuovo Segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin, che ha sostituito Noem a marzo. Mullin replica alle critiche affermando che l'attività dell'ICE non è mai stata così intensa e che nella prima settimana di agosto gli agenti hanno effettuato in media 4.200 arresti al giorno in tutto il Paese. Nessun dato è però stato pubblicato a sostegno di queste affermazioni e le ultime statistiche disponibili indicano per luglio una media inferiore alla metà.

Anche chi sostiene la linea del presidente chiede di poter vedere questi dati. "Non mi importa cosa dicano i dati. Datemeli e basta", ha detto all'Atlantic Andrew Arthur, ex giudice per l'immigrazione oggi al Center for Immigration Studies, secondo cui l'unico modo per uscire dalle polemiche di parte è pubblicare cifre affidabili su arresti, trattenimenti e rimpatri.

Mike Howell, della Heritage Foundation e già legale del Dipartimento durante il primo mandato di Trump, ha chiesto i dati il 7 maggio, ma in due mesi ha ricevuto soltanto un avviso di ricezione e a luglio ha dovuto fare causa all'Amministrazione per ottenerli. Nel frattempo il Dipartimento non ha pubblicato neppure il rapporto annuale sull'applicazione delle norme sull’immigrazione per l'anno fiscale 2025, atteso entro fine dicembre.

"I numeri sulle espulsioni dovrebbero essere pubblicati con la stessa trasparenza, regolarità e risonanza degli altri dati governativi, come il rapporto sull'occupazione", ha scritto Howell. Il suo sospetto è che l'Amministrazione Trump gonfi artificialmente le cifre per sembrare intransigente e preparare il terreno a un accordo con i democratici dopo le elezioni, che concederebbe uno status legale a una parte degli irregolari.

Nel vuoto dei dati ufficiali si infilano altre cifre


Il sito dell'ICE è rimasto senza aggiornamenti dal 9 aprile al 24 luglio, un periodo in cui arresti e rimpatri erano in calo rispetto ai livelli raggiunti sotto Noem. La Casa Bianca ha subito attribuito il vuoto di dati ai democratici e al blocco delle attività del Congresso, ma funzionari interni hanno spiegato all'Atlantic che il personale in servizio avrebbe potuto continuare ad aggiornare la pagina. Quando le pubblicazioni sono riprese, i numeri erano di nuovo in crescita.

"Quello che rende speciali gli uffici statistici indipendenti, dal Bureau of Labor Statistics agli altri, è che in teoria non rispondono a incarichi politici e si limitano a produrre dati grezzi", ha detto all'Atlantic Blas Nuñez-Neto, responsabile delle politiche di frontiera sotto Joe Biden e superiore di Rosenblum. Nuñez-Neto riconosce però una differenza rispetto agli indicatori economici: le statistiche sull'immigrazione misurano l'operato dell'Amministrazione stessa, il che ha sempre generato tensione.

Nel fine settimana il portavoce di Turning Point USA Andrew Kolvert ha scritto su X che una fonte interna al Dipartimento gli avrebbe riferito l'esistenza di un rapporto che parla di 1.461.529 "partenze forzate di stranieri" negli ultimi dodici mesi. Nei commenti al post, letto da oltre 700.000 persone, Kolvert ha ammesso però di non sapere come sia stato calcolato quel numero: la categoria non è tra quelle usate dall'ufficio statistico e il dato non risulta pubblicato da nessuna parte.

Il fatto è che, revocando lo status di immigrazione regolare a più di 1,5 milioni di persone che in precedenza vivevano e lavoravano negli Stati Uniti con la protezione temporanea o altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha reso irregolari in 18 mesi più persone di quante l'ICE ne sia riuscito a rimpatriare nello stesso periodo. Il Migration Policy Institute stima che gli stranieri senza documenti fossero 10,8 milioni nel 2019 e 15,8 milioni nel 2024: dire come si sia mosso questo numero nel frattempo richiederebbe proprio di conoscere i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.


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Disney fa causa alla FCC: "Vuole mettere a tacere ABC"


Il gruppo accusa l'Amministrazione Trump di violare il Primo Emendamento attraverso la revisione anticipata delle licenze di otto emittenti locali del network.

Disney e ABC hanno fatto causa oggi alla Federal Communications Commission (FCC), l'autorità federale che regola le telecomunicazioni e rilascia le licenze alle emittenti televisive. Le due società accusano la FCC di aver violato il Primo Emendamento e chiedono al tribunale federale di Washington un provvedimento d'urgenza che blocchi i procedimenti aperti contro il network. "Agendo attraverso la Federal Communications Commission, l'Amministrazione sta conducendo una campagna di ritorsione contro ABC per una sola ragione: perché disapprova ciò che ABC manda in onda", si legge nel ricorso.

È molto raro che un grande gruppo mediatico statunitense porti in tribunale la Casa Bianca per le pressioni esercitate sulla stampa nazionale attraverso gli strumenti regolamentari e le azioni legali. Secondo Disney, l'iniziativa della FCC rappresenta una minaccia esistenziale per le attività del network. ABC possiede e gestisce infatti otto emittenti locali che trasmettono i suoi programmi a New York, Los Angeles, Chicago, Philadelphia, San Francisco, Houston, Fresno e Durham. Come le altre stazioni televisive terrestri statunitensi, possono operare soltanto grazie alle licenze rilasciate e rinnovate dalla FCC.

Ma alla fine di aprile la FCC, guidata dal presidente Brendan Carr, ha ordinato la revisione anticipata di quelle licenze nell'ambito di un'indagine sulle politiche di Disney in materia di diversità e inclusione. A questa si è poi aggiunta un'istruttoria aperta sul programma "The View". Le licenze sarebbero dovute inizialmente scadere tra il 2028 e il 2031, ma la FCC ha concesso alle emittenti soltanto 30 giorni per presentare domande di rinnovo che normalmente richiedono mesi di preparazione. Secondo il ricorso, non era mai accaduto che la FCC imponesse una revisione anticipata a un intero gruppo di stazioni appartenenti allo stesso proprietario.

La decisione è arrivata dopo gli attacchi di Donald Trump contro il network televisivo e, in particolare, contro Jimmy Kimmel, conduttore del programma di seconda serata "Jimmy Kimmel Live!", per una battuta pronunciata durante un monologo che aveva fatto particolarmente infuriare il presidente. Carr ha poi annunciato che la revisione avrebbe riguardato anche la decisione di ABC di non trasmettere un discorso presidenziale dallo Studio Ovale.

Libertà di stampa · Stati Uniti

La FCC ha riaperto le licenze di ABC a metà del mandato

Disney e ABC hanno citato in giudizio l’autorità federale che rilascia le licenze televisive. Le otto emittenti del gruppo avevano ancora anni di concessione davanti: la FCC ha deciso di riesaminarle adesso e, secondo il ricorso, lo ha fatto per punire quello che il network manda in onda.

Grafica di FocusAmerica18 agosto 2026MB Docket 26-131

Anni di anticipo

Giorni per rispondere
2–5

30
Tanto mancava alla scadenza naturale delle otto licenze, fissata fra il 2028 e il 2031.

Tanto ha concesso la FCC per domande di rinnovo che di norma richiedono mesi di lavoro.

8
emittenti locali coinvolte, tutte dello stesso gruppo

78
anni di licenze rinnovate senza intoppi

0
domande di rinnovo respinte finora

Il precedente storico è quello ricostruito nel ricorso di Disney e ABC.

Esplora il caso
IIl mandato tagliatoIl mandato IILa cronologiaCronologia IIILa consultazioneCommenti IVI due esitiEsiti

Le otto emittenti del gruppo

Ogni licenza dura otto anni. La FCC le ha riaperte tutte a metà corsa


La barra grigia è la parte di concessione già trascorsa, quella rosata è il tempo che restava. La freccia mostra dove la FCC ha spostato la verifica. Tocca una riga per le date esatte.

Tutte e otto le stazioni
Nessuna licenza scadeva prima del dicembre 2028. Richiamandole tutte insieme nell’aprile 2026, la FCC ha rimesso in discussione da un terzo a due terzi della concessione ancora da correre.

Concessione già trascorsa Tempo che restava Scadenza naturale

Come ci siamo arrivati

Un anno di pressioni, dalle prime minacce sulle licenze al ricorso in tribunale


Tocca una tappa per leggere che cosa è successo.

La consultazione pubblica

Le comunità locali si sono schierate con le emittenti


Chiunque poteva scrivere alla FCC per sostenere o contestare il rinnovo. La consultazione si è chiusa il 5 agosto.

153.318
commenti depositati sulle otto licenze fino al 29 luglio

Ogni quadratino vale l’1%

A sostegno delle emittenti: oltre il 95% Contrari o altro: meno del 5%

Quota calcolata da ABC su oltre 140.000 commenti analizzati.

Hanno scritto a favore del rinnovo sceriffi, vigili del fuoco, scuole, associazioni e parlamentari di entrambi i partiti.

Che cosa può succedere ora

I due esiti che Disney e ABC temono


Il ricorso sostiene che, comunque vada il procedimento, per la Casa Bianca il risultato è lo stesso.

Scenario meno grave
Il logoramento

La FCC allunga il procedimento. ABC resta per anni in un contenzioso costoso, con la minaccia di una decisione sfavorevole sempre aperta e ogni scelta editoriale condizionata dal timore di nuove ritorsioni.

oppure

Scenario più grave
Il silenziamento

La FCC nega il rinnovo o revoca le licenze. Le otto emittenti smettono di trasmettere via etere in città come New York, Los Angeles e Chicago, come Trump ha chiesto più volte in pubblico.

«O ottiene che i ricorrenti si mettano in riga, oppure li mette a tacere se rifiutano»

Dal ricorso di Disney e ABC: che cosa otterrebbe l’Amministrazione in entrambi i casi

Il prossimo passo

Secondo Bloomberg, entro fine agosto la FCC potrebbe aprire il procedimento amministrativo che decide la sorte delle licenze: un percorso che può durare anni.


Fonte: ricorso di Disney e ABC al tribunale federale del Distretto di Columbia (18 agosto 2026); memoria delle emittenti alla FCC del 29 luglio 2026 (MB Docket 26-131); calendario dei rinnovi e archivi pubblici della Federal Communications Commission.

Le otto licenze ABC: durata della concessione e anticipo imposto dalla FCC.

  • WTVD, Raleigh-Durham — dicembre 2020 / dicembre 2028 — 2,6 anni di anticipo
  • WLS-TV, Chicago — dicembre 2021 / dicembre 2029 — 3,6 anni
  • KTRK-TV, Houston — agosto 2022 / agosto 2030 — 4,3 anni
  • KABC-TV, Los Angeles — dicembre 2022 / dicembre 2030 — 4,6 anni
  • KGO-TV, San Francisco — dicembre 2022 / dicembre 2030 — 4,6 anni
  • KFSN-TV, Fresno — dicembre 2022 / dicembre 2030 — 4,6 anni
  • WABC-TV, New York — giugno 2023 / giugno 2031 — 5,1 anni
  • WPVI-TV, Philadelphia — agosto 2023 / agosto 2031 — 5,3 anni

La FCC ha imposto il rinnovo anticipato di tutte e otto il 28 aprile 2026, concedendo trenta giorni. Sulle licenze sono stati depositati 153.318 commenti: oltre il 95% sostiene le emittenti.

Le accuse di censura


L'iniziativa ha già suscitato forti obiezioni. Un gruppo di ex presidenti della FCC l'ha definita "un attacco alla libertà di espressione mascherato da procedura regolamentare". Alla consultazione pubblica hanno partecipato oltre 140.000 persone appartenenti alle comunità servite dalle emittenti, più del 95% delle quali si è espresso a sostegno delle stazioni. Il ricorso sembra anticipare una mossa imminente della FCC, che ha appena concluso la consultazione. Secondo Bloomberg, infatti, entro la fine del mese la FCC potrebbe emettere un hearing designation order, avviando così il procedimento amministrativo destinato a decidere la sorte delle licenze: un iter notoriamente molto lungo.

"Qualsiasi giudizio della FCC sarebbe una farsa", sostiene il ricorso. La FCC non potrebbe infatti concedere legittimamente il rinnovo con così largo anticipo rispetto alla scadenza e, secondo Disney e ABC, gli unici esiti concretamente possibili sarebbero sfavorevoli. Nello scenario meno grave, sostengono i ricorrenti, la FCC potrebbe prolungare deliberatamente il procedimento, trascinando ABC per anni in un contenzioso costoso, "con la minaccia di un provvedimento sfavorevole sempre presente e ogni scelta editoriale offuscata dalla prospettiva di provocare un'ulteriore ritorsione della Casa Bianca".

Nello scenario più grave, invece, la FCC potrebbe addirittura utilizzare il procedimento per negare il rinnovo o persino revocare le licenze, costringendo le emittenti a interrompere le trasmissioni via etere, come Trump ha pubblicamente richiesto più volte. In entrambi i casi, afferma il ricorso, la Casa Bianca finirebbe per raggiungere alla fine lo stesso risultato: "o che i ricorrenti si mettano in riga, oppure che siano messi a tacere se rifiutano di farlo".


La Casa Bianca attacca una giornalista CNN e tira in ballo i suoi figli


La Casa Bianca ha attaccato personalmente Kristen Holmes, corrispondente della CNN, dopo una domanda rivolta a Donald Trump nello Studio Ovale, arrivando persino a tirare in ballo i figli della giornalista. Holmes aveva chiesto al presidente di rispondere a una frase del senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, secondo il quale Trump preferirebbe viaggiare con la sua assistente Natalie Harp e costruire la sala da ballo della Casa Bianca anziché svolgere il proprio lavoro.

Trump ha replicato prima insultando Ossoff, definito un "sosia di Pee-wee Herman", il personaggio interpretato da Paul Reubens. Il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha rincarato la dose, dando del "perdente" al senatore e descrivendolo come "una persona miserabile che odia questo Paese". Ma durante l'incontro nello Studio Ovale, Trump è tornato più volte ad attaccare anche Holmes, una delle principali corrispondenti della CNN alla Casa Bianca.

Quando la giornalista ha insistito per sapere se avesse parlato con Kim Jong Un, il presidente ha alzato la voce: "Silenzio. Silenzio. Silenzio. Lei è molto irrispettosa davanti a questo ragazzo, va bene? Non trovi che sia irrispettosa? Silenzio. Per chi lavora?". "Per la CNN", ha risposto Holmes. "Stia zitta, stia zitta, stia zitta. Lei è una giornalista fasulla e diffonde notizie false", ha ribattuto Trump. Poi Rapid Response 47, l'account della Casa Bianca dedicato alla risposta rapida su X, ha pubblicato il video dello scambio e definito Holmes "un vergognoso e umiliante motivo d'imbarazzo per la sua presunta professione". Meno di mezz'ora dopo, taggando direttamente la giornalista, lo stesso profilo ha alzato ulteriormente i toni:

"Un giorno i tuoi figli si imbatteranno nella tua domanda disgustosa e disumana. Ne saranno disgustati e si vergogneranno di avere un genitore tanto insensibile e vendicativo. È piuttosto inquietante".

.@KristenhCNN: Someday, your children will come across your disgusting and inhumane question. They will be sickened and embarrassed to have a parent be so callous and vindictive. It’s quite troubling. t.co/EWgPy7mXQP
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) August 17, 2026


Da Kaitlan Collins a Holmes, le croniste nel mirino di Trump


Gli attacchi personali ai giornalisti sono da tempo una costante del rapporto di Trump con la stampa. Negli ultimi mesi, tuttavia, le aggressioni verbali contro le croniste, in particolare quelle della CNN, si sono fatte più dure, mentre la Casa Bianca ha cominciato a usare sempre più spesso gli account istituzionali per prolungare scontri che un tempo si sarebbero esauriti sul momento.

Il 24 luglio, durante la cena annuale dell'Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, tenutasi dopo il rinvio di aprile, Trump aveva definito la conduttrice e capo corrispondente della CNN Kaitlan Collins "una donna giovane e attraente" che però "non sorride mai". "Quindi sorridi, Kaitlan. Sorridi e basta", aveva aggiunto. Nella stessa serata aveva raccontato di aver creduto che Collins avesse ottenuto un'importante sponsorizzazione, "ma sulla lattina di Bud Light non c'era lei, c'era Dylan Mulvaney", l'attivista transgender da tempo bersaglio degli ambienti conservatori.

Nel fine settimana successivo Trump ha poi pubblicato su Truth Social un'offensiva immagine manipolata che sovrapponeva il volto di Collins a quello di Mulvaney in una vecchia pubblicità della birra. L'immagine era stata poi rilanciata da un account ufficiale della Casa Bianca.

La CNN respinge gli attacchi, i colleghi si schierano


La CNN ha subito difeso Holmes, definendola "una delle giornaliste più rispettate e affermate tra quelle che seguono la Casa Bianca", e ha respinto gli attacchi "nei termini più netti possibili". "Oggi pomeriggio ha fatto il suo lavoro e ha rivolto al presidente degli Stati Uniti una domanda difficile, pertinente e di interesse pubblico, per conto del popolo americano", ha dichiarato un portavoce dell'emittente.

"I funzionari pubblici sono liberi di contestare i servizi con cui non sono d'accordo, ma gli attacchi personali ai giornalisti che fanno domande sono indegni della carica e incompatibili con i principi di una stampa libera".

CNN issued a statement condemning President Trump after he shut down their reporter, Kristen Holmes, during a heated exchange. pic.twitter.com/GCKkEah4lW
— Breaking911 (@Breaking911) August 17, 2026


Sono intervenuti anche i colleghi di Holmes. "Che cosa orribile da dire. Kristen è una giornalista, una persona e, soprattutto, una madre straordinaria", ha scritto su X la corrispondente Alayna Treene, aggiungendo di non comprendere "una reazione simile nei confronti di una giornalista che chiede al presidente di rispondere a un'accusa rivoltagli da un senatore democratico".

What a horrible to thing to say. Kristen is an incredible reporter, person and, above all, mother.

I don't understand such a reaction to a journalist asking the president for his response to something a Democratic senator has leveled against him t.co/zDftKopTTD
— Alayna Treene (@alaynatreene) August 17, 2026


Ancora più diretta Betsy Klein, un'altra corrispondente della CNN alla Casa Bianca: "Sapete che cosa è disgustoso e disumano? Tirare in mezzo i suoi splendidi figli".

Kristen is an excellent reporter who asked a good question, to which the president gave a fulsome answer. You know what’s disgusting and inhumane? Bringing her perfect children into this. t.co/u9aWEyqVQY
— Betsy Klein (@betsy_klein) August 17, 2026



Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Secondo test liveblog


Secondo test liveblog
Provo prima da PC e poi da Mobile. Vediamo. Didascalia: Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission, durante una riunione del Consumer Protection and Accessibility Advisory Committee, il 10 settembre 2025.
liveblog.lorenzoruffino.com/em…

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In Texas la destra repubblicana prova a negare che l'Islam sia una religione


Un deputato repubblicano sta preparando una proposta di legge senza precedenti, dopo mesi di indagini e provvedimenti contro le istituzioni musulmane promossi dal governatore Greg Abbott e dal Procuratore Generale e candidato al Senato Ken Paxton.

Un deputato repubblicano statale del Texas intende presentare una proposta di legge che stabilisca che cosa possa essere considerato una religione, con l'obiettivo dichiarato di escludere l'Islam dalla definizione. "Una delle prime cose che proveremo a fare è definire che cosa sia una religione", ha dichiarato al New York Times Alan Schoolcraft, rappresentante delle contee di Guadalupe e Gonzales, a est di San Antonio. Schoolcraft intende depositare il testo durante la sessione legislativa che si aprirà nel gennaio 2027. "L'Islam non è solo una religione. È molto più di una religione."

La nuova proposta arriva dopo mesi di iniziative delle istituzioni texane contro organizzazioni e progetti islamici. Il governatore Greg Abbott e il Procuratore Generale Ken Paxton, oggi candidato repubblicano al Senato, hanno aperto indagini su istituzioni musulmane in tutto lo Stato, cercato di bloccare un progetto immobiliare a est di Dallas e avviato accertamenti su un servizio di consulenza religiosa per i divorzi. Abbott ha persino minacciato di revocare i finanziamenti statali all'aeroporto di Dallas-Fort Worth, che progettava di installare postazioni per le abluzioni rituali dei passeggeri musulmani: il giorno successivo l'aeroporto ha rinunciato all'iniziativa.

Il governatore ha inoltre minacciato di sottrarre 530.000 dollari di contributi alla città di Grand Prairie per una festa privata in un parco acquatico organizzata in occasione di una ricorrenza islamica, poi cancellata dall'Amministrazione comunale. Abbott ha infine designato a livello statale i Fratelli Musulmani e il Council on American-Islamic Relations (CAIR), associazione nazionale per i diritti civili, come organizzazioni terroristiche straniere. La classificazione impedisce loro di acquistare terreni in Texas e non è stata adottata a livello federale nemmeno dall'Amministrazione di Donald Trump. Lo scorso dicembre la Florida di Ron DeSantis ha preso un provvedimento analogo.

Il punto di svolta è arrivato all'inizio del 2025, quando i membri dell'East Plano Islamic Center hanno presentato il progetto di un complesso residenziale costruito attorno a una nuova moschea, su terreni agricoli a est di Dallas. L'opposizione delle autorità statali a guida repubblicana è stata immediata e durissima: Paxton ha citato in giudizio il centro islamico e la società incaricata dello sviluppo per presunte violazioni delle norme sui titoli finanziari, Abbott ha ordinato ai Texas Rangers di indagare e ha dichiarato bloccata la costruzione.

Nello stesso periodo, i parlamentari texani hanno ampliato la presenza del cristianesimo nella vita pubblica dello Stato. A giugno il Consiglio Statale dell'Istruzione ha approvato un canone di letture obbligatorie dal kindergarten all'ultimo anno delle superiori che comprende una decina di passi della Bibbia: è il primo programma di questo tipo negli Stati Uniti. Una altra legge impone inoltre l'affissione dei Dieci Comandamenti nelle aule delle scuole pubbliche, mentre un'altra consente ai singoli distretti di istituire un momento quotidiano, a partecipazione volontaria, per la preghiera e la lettura della Bibbia o di altri testi religiosi.

Texas / Libertà religiosa

Il Texas vuole decidere che cosa è una religione


A gennaio un deputato repubblicano depositerà una proposta di legge per stabilire che cosa possa essere considerato una religione, con l’obiettivo dichiarato di escludere l’Islam. I musulmani sono tra l’1 e il 2 per cento dei residenti dello Stato.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

«L’Islam non è solo una religione. È molto più di una religione»

Alan Schoolcraft, deputato repubblicano alla Camera del Texas e cofondatore dello Sharia-Free Caucus, al New York Times

La scala

Le moschee non riempiono nemmeno un riquadro


Nelle quattro contee più popolose dell’area di Dallas-Fort Worth, la principale destinazione dei migranti musulmani, ogni riquadro qui sotto vale cento luoghi di culto. Le moschee censite nel 2020 ne riempiono meno di uno.

Moschee 0

Congregazioni evangeliche 0
Meno del 2,5 per cento dei luoghi di culto Il conteggio disponibile si ferma a questa soglia

28 moschee già aperte nel 2000 48 aperte tra il 2000 e il 2020 Un riquadro = 100 luoghi di culto

×4Le moschee nella contea di Collin, da 3 a 12 in vent’anni
159.000I residenti nati in Paesi a maggioranza musulmana nel 2024, erano circa 79.000
×5La loro crescita rispetto a quella della popolazione complessiva

La griglia rappresenta le 76 moschee e tremila congregazioni evangeliche, la cifra minima indicata dai conteggi disponibili. Dati riferiti al 2020.

Il confronto

Lo stesso istituto, un trattamento diverso


Alcuni esponenti repubblicani sostengono che i musulmani vogliano costruire un sistema giudiziario parallelo e indicano l’Islamic Tribunal, una piccola organizzazione di Dallas fondata dieci anni fa. I suoi legali rispondono che quel tipo di guida religiosa è protetto dal Primo Emendamento esattamente come quello offerto da altre confessioni.

Ebraismo Tribunali rabbinici Offrono indicazioni religiose su divorzi e questioni familiari. Le decisioni non hanno valore legale. Nessun esame delle autorità
Cattolicesimo Tribunali ecclesiastici Si pronunciano sui matrimoni secondo il diritto canonico. Le decisioni non producono effetti civili. Nessun esame delle autorità
Islam Islamic Tribunal Offre indicazioni religiose alle donne che chiedono il divorzio, comprese quelle coinvolte in matrimoni violenti. L’organizzazione sostiene di avere sempre dato indicazioni volontarie e non vincolanti. Paxton ne ha chiesto i documenti

«Non siamo una corte»

Taher El-Badawi, fondatore dell’Islamic Tribunal. Il confronto con le altre confessioni è quello proposto dai legali dell’organizzazione.

La sequenza

Dopo otto anni di pausa, tutto in due anni


Sull’asse ogni tappa è alla sua data reale. Tocca un punto per leggere che cosa è successo.

Iniziative contro istituzioni e pratiche islamiche Cristianesimo nelle scuole pubbliche

Metà 2015 Irving, la sindaca attacca la shariaBeth Van Duyne ottiene visibilità nazionale opponendosi alla sharia. Oggi siede al Congresso.
2017 La prima legge presentata come misura anti-shariaI repubblicani texani la approvano nell'ambito di un'ondata di proposte promosse dal Center for Security Policy, un centro studi della destra radicale di Washington.
2017 – 2025 Otto anni senza nuove iniziative: il Partito Repubblicano si concentra su immigrazione, pandemia e questioni di genere, mentre una parte dell’estrema destra continua a sostenere che l’Islam non sia una religione, ma un’ideologia politica.
Inizio 2025 Il progetto EPIC viene bloccatoL'East Plano Islamic Center annuncia un complesso residenziale attorno a una nuova moschea. Il procuratore generale Ken Paxton cita in giudizio il centro islamico, il governatore Greg Abbott manda i Texas Rangers e dichiara bloccata la costruzione.
18 novembre 2025 Il CAIR diventa organizzazione terroristicaAbbott designa i Fratelli Musulmani e l'associazione per i diritti civili come organizzazioni terroristiche straniere: non possono più acquistare terreni in Texas. Nessuna misura federale ha colpito il CAIR, che ha impugnato il provvedimento.
Giugno 2026 La sharia entra tra le priorità repubblicaneAlla Convention statale del partito il nuovo Sharia-Free Caucus, cofondato da Schoolcraft, ha uno stand nella sala espositiva.
26 giugno 2026 La Bibbia entra nelle letture obbligatorieIl Consiglio Statale dell'Istruzione approva una decina di passi biblici tra le letture di ogni classe: è il primo programma di questo tipo negli Stati Uniti ed entra in vigore dal 2030-31.
Estate 2026 I fondi pubblici diventano una levaL'aeroporto di Dallas-Fort Worth rinuncia alle postazioni per le abluzioni rituali il giorno dopo la minaccia di Abbott. Grand Prairie cancella una festa islamica in un parco acquatico con 530.000 dollari di contributi a rischio.
Gennaio 2027 La legge che definisce che cosa è una religioneSchoolcraft depositerà il testo all'apertura della sessione legislativa. Secondo l'avvocata Asma T. Uddin, ridefinire l'Islam come ideologia politica sarebbe una strategia senza precedenti.

Sull’asse lungo ogni tappa è alla sua data reale. Nell’ingrandimento i punti più ravvicinati sono leggermente distanziati per renderli toccabili; le tappe senza una data esatta sono collocate al mese stimato dalle fonti.

«È un modo per vincere la battaglia sulla libertà religiosa prima ancora che cominci, escludendo per definizione l’altra parte dalla categoria»

Asma T. Uddin, avvocata specializzata in libertà religiosa. Nel 2010, in un caso analogo in Tennessee, il Dipartimento di Giustizia era intervenuto affermando che l’Islam è una religione a tutti gli effetti e una moschea un luogo di riunione religiosa.


Le tappe della stretta in Texas

  • Metà 2015 — Irving, la sindaca attacca la sharia
  • 2017 — La prima legge presentata come misura anti-sharia
  • Inizio 2025 — Il progetto EPIC viene bloccato
  • 18 novembre 2025 — Il CAIR diventa organizzazione terroristica
  • Giugno 2026 — La sharia entra tra le priorità repubblicane
  • 26 giugno 2026 — La Bibbia entra nelle letture obbligatorie
  • Estate 2026 — I fondi pubblici diventano una leva
  • Gennaio 2027 — La legge che definisce che cosa è una religione


Fonte Elaborazione su dati e ricostruzione del New York Times (17 agosto 2026), Pew Research Center, U.S. Census Bureau, ufficio del governatore del Texas e Consiglio Statale dell’Istruzione. I conteggi di moschee e congregazioni si riferiscono alle quattro contee più popolose dell’area di Dallas-Fort Worth (2020).

Chi decide che cosa sia una religione


Alcuni esponenti repubblicani texani sostengono ora che i musulmani vogliano creare un sistema giudiziario parallelo e indicano come esempio una piccola organizzazione di Dallas fondata dieci anni fa, l'Islamic Tribunal. Il gruppo offre consulenza religiosa alle donne che chiedono il divorzio, comprese quelle coinvolte in matrimoni violenti. Paxton ha chiesto di esaminarne i documenti, mentre l'organizzazione replica di avere sempre operato come un organismo confessionale che fornisce indicazioni volontarie e non vincolanti.

Uno dei suoi avvocati sostiene che questa forma di guida religiosa sia protetta dal Primo Emendamento, come quelle offerte dai tribunali rabbinici ebraici o dai tribunali ecclesiastici cattolici. "Non siamo una corte", ha detto Taher El-Badawi, fondatore dell'organizzazione. Ma ridefinire l'islam come ideologia politica piuttosto che come religione, costituirebbe una strategia legislativa senza precedenti, ha dichiarato al New York Times Asma T. Uddin, avvocata specializzata in libertà religiosa. "È un modo per vincere la battaglia sulla libertà religiosa prima ancora che cominci, escludendo per definizione l'altra parte dalla categoria."

Nel corso degli anni i tribunali americani hanno evitato di formulare una definizione univoca di religione. Nel 2010 un gruppo di proprietari terrieri di Murfreesboro, in Tennessee, ha cercato di bloccare la costruzione di una moschea sostenendo che non avesse diritto al trattamento riservato ai luoghi di culto perché l'islam non sarebbe una religione. All'epoca il Dipartimento di Giustizia dell'Amministrazione Obama era intervenuto con un memo in cui affermava che "secondo la Costituzione e le altre leggi federali, l'Islam è chiaramente una religione e una moschea è chiaramente un luogo di riunione religiosa". Ma non è per nulla chiaro se il Dipartimento di Giustizia dell'attuale Amministrazione Trump sarebbe pronto ad assumere oggi la stessa posizione.

Intanto la popolazione musulmana del Texas resta ridotta, pari all'1-2% dei residenti. Le cifre precise sono difficili da ottenere perché il censimento non raccoglie informazioni sulla religione, ma i sondaggi del Pew Research Center e le stime delle autorità statali la collocano tra le 300.000 e le 500.000 persone. Tra gli Stati più popolosi, soltanto New York e Illinois registrano una quota di musulmani più alta. L'area metropolitana di Dallas-Fort Worth è stata la principale destinazione dei migranti di religione islamica.

Secondo i dati del censimento sull'immigrazione internazionale dai Paesi a maggioranza musulmana, il numero di residenti arrivati da quelle nazioni è passato da circa 79.000 a più di 159.000 nel 2024, aumentando a un ritmo cinque volte superiore a quello della popolazione complessiva. Nelle quattro contee più popolose dell'area, il numero di moschee è così quasi triplicato in vent'anni, passando da 28 a 76 nel 2020; nella contea di Collin, a nord di Dallas, è quadruplicato, da tre a dodici. Restano però numeri minuscoli rispetto alle oltre 3.000 congregazioni evangeliche presenti nelle stesse quattro contee.

Dalle aggressioni nei negozi alla Convention repubblicana


Negli ultimi mesi in Texas si sono verificati diversi episodi di ostilità contro la comunità musulmana. L’11 aprile, al nuovo Ismaili Center di Houston, il primo centro ismailita degli Stati Uniti, un uomo di 29 anni avrebbe rivolto frasi offensive a un volontario e minacciato più volte di tornare per "uccidere tutti i musulmani e gli ebrei". Arrestato a maggio, è stato incriminato per il reato texano di minaccia terroristica, e successivamente rimesso in libertà dietro una cauzione di 30.000 dollari. L’uomo ha ammesso di essere stato nel centro, ma ha negato di aver pronunciato minacce di morte.

A Conroe, invece, una donna ha detto ad alcuni clienti musulmani di un supermercato che non erano "benvenuti in questo Stato né in questo Paese". Ha perso il lavoro, ma dopo la diffusione del video ha raccolto quasi 250.000 dollari in donazioni dai suoi sostenitori. A McKinney, un sobborgo di Dallas, un’altra donna ha invece afferrato un ex sindaco durante un’udienza del Consiglio comunale sull’ampliamento di una moschea e gli ha infilato nella camicia un foglio con un messaggio contro l’Islam.

Non meraviglia quindi che alla Convention statale del Partito Repubblicano texano, a giugno, quasi ogni intervento contenesse espressioni di ostilità verso i musulmani. Il contrasto alla sharia, l'insieme dei principi religiosi e giuridici dell'Islam, è stato indicato tra le priorità legislative della destra repubblicana. Nella sala espositiva aveva uno stand lo Sharia-Free Caucus, il nuovo gruppo parlamentare della Camera del Texas co-fondato da Schoolcraft. L'influencer anti-musulmana Amy Mekelburg ha mostrato un video in cui sosteneva che i ristoranti di barbecue texani stessero venendo sostituiti da "centri commerciali arabi", nell'ambito di una "campagna di conquista" coordinata.

Dall'inizio dello scorso anno, hanno raccontato alcuni consulenti repubblicani, per molti elettori conservatori l'Islam ha persino preso il posto del confine con il Messico come principale motivo di preoccupazione. "Non avrò pace finché ogni musulmano non se ne sarà andato da questo Stato", ha scritto sui social quest'estate Bo French, candidato repubblicano alla Railroad Commission, l'autorità che, nonostante il nome, regola il settore petrolifero e del gas in Texas.

L'attenzione verso l'Islam era comunque già emersa durante la prima campagna presidenziale di Trump. Nel 2015 la sindaca di Irving, Beth Van Duyne, ottenne visibilità nazionale attaccando la sharia e oggi siede al Congresso. Due anni dopo i repubblicani texani approvarono una prima legge presentata come una misura contro la sharia, parte di un'ondata di proposte promosse dal Center for Security Policy, un centro studi di Washington della destra radicale. In seguito il Partito Repubblicano ha concentrato la propria attenzione sull'immigrazione, sulla pandemia e sulle questioni di genere, mentre una parte dell'estrema destra ha continuato a diffondere il suo messaggio: per loro l'Islam non sarebbe una religione, ma un'ideologia politica terroristica da sradicare.

Alla fine di maggio circa 300 persone si sono riunite in un cinema di Dallas per assistere a un documentario presentato come una rivelazione sull'"effetto disastroso della diffusione dell'Islam in America". L'evento era sponsorizzato, tra gli altri, da un'organizzazione religiosa cristiana della zona, da un gruppo di conservatori ebrei e dalle sezioni del Partito Repubblicano di due contee texane. Il film descrive l'Islam come una forza capace di spostare a sinistra intere comunità e, allo stesso tempo, di minacciare la libertà delle donne. Come esempio del primo fenomeno cita l'elezione del sindaco di New York City di fede musulmana, Zohran Mamdani. "Il campo di battaglia è adesso e qui", ha detto durante l'evento Erick Stakelbeck, conduttore della Trinity Broadcasting Network.

Anthony Holm, consulente politico repubblicano, ha spiegato che i timori verso l'islam sono un'estensione delle paure degli elettori repubblicani per l'immigrazione irregolare e che questo aiuta a comprendere l'attivismo del governatore in questo ambito. "Qualunque cosa faccia è dettata dai sondaggi", ha detto a proposito di Abbott. Il governatore ha usato la designazione del CAIR come organizzazione terroristica anche per giustificare restrizioni nei confronti di altri gruppi islamici, mentre l'associazione sta contestando il provvedimento in tribunale. "Le ondate di islamofobia le conosciamo già", ha detto Shaimaa Zayan, della sezione di Austin del CAIR. "Ma questa è sicuramente la peggiore."

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Il nuovo Procuratore Generale di Trump non vuole essere indipendente dalla Casa Bianca


Il Procuratore Generale Todd Blanche, confermato settimana scorsa dal Senato, ha affermato a NBC News che il presidente dovrebbe avere voce in capitolo anche sui singoli procedimenti: "Nessun Procuratore Generale dovrebbe promettere il contrario".

Todd Blanche, Procuratore Generale degli Stati Uniti da una settimana ed ex avvocato personale di Donald Trump, domenica si è rifiutato di garantire l'indipendenza del Dipartimento di Giustizia dalla Casa Bianca. Durante la trasmissione "Meet the Press", sulla NBC, la giornalista Kristen Welker gli ha chiesto se il Dipartimento avrebbe "sempre agito in modo indipendente" dalla presidenza. "No, non lo prometterò", ha risposto Blanche. "E nessun Procuratore Generale dovrebbe mai farlo". Alla domanda se il presidente debba avere voce in capitolo nelle decisioni relative a singoli procedimenti, Blanche ha risposto: "Sì, certo".

"Se il presidente degli Stati Uniti, il presidente eletto degli Stati Uniti, mi dice qualcosa, dovrei rispondergli che non intendo ascoltarlo? Non funziona così".


Blanche ha però definito "completamente falsa" l'idea che Trump gli ordini di perseguire questa o quella persona, anche se il presidente ha espresso pubblicamente richieste simili anche in pubblico: nel settembre 2025 ha sollecitato esplicitamente l'incriminazione dell'ex direttore dell'FBI James Comey, della Procuratrice Generale dello Stato di New York Letitia James e del senatore democratico Adam Schiff, scrivendo che erano "tutti colpevoli marci" e che "GIUSTIZIA DEVE ESSERE FATTA, ORA!!!".

Todd Blanche, Trump’s former personal attorney and now attorney general, was asked: Can you pledge that DOJ will always act independently of the White House?

Blanche: “No. I’m not going to pledge that, and no attorney general should ever pledge that.”

Clip: NBC News/Meet the… pic.twitter.com/hw1kLTwxfs
— grizzy (@Furbeti) August 17, 2026


Il Dipartimento di Giustizia ha provato ad incriminare sia Comey e James, ma un giudice ha archiviato entrambi i procedimenti perché la Procuratrice che aveva presentato le accuse era stata nominata illegittimamente. Pochi mesi dopo i procuratori sono tornati alla carica contro Comey con una seconda incriminazione, questa volta davanti a un tribunale federale della North Carolina a causa di una fotografia pubblicata su Instagram. Nell'immagine, alcune conchiglie disposte sulla sabbia formavano la scritta "86 47", che secondo l'accusa costituirebbe una minaccia contro il presidente. Comey ha chiesto l'archiviazione anche di questo procedimento, sostenendo che si tratti di un'espressione politica protetta dal Primo Emendamento: nel gergo della ristorazione americana "86" significa eliminare qualcosa dal menù, mentre Trump è il quarantasettesimo presidente.

La Casa Bianca è intervenuta anche in un altro caso. Nelle scorse settimane Trump ha chiesto a Jeanine Pirro, procuratrice federale del distretto di Washington, di riesaminare un procedimento per vandalismo che il suo ufficio aveva deciso di abbandonare. Il caso riguarda il canoista olimpico David Hearn, accusato di aver danneggiato la vasca riflettente del Lincoln Memorial. Pirro aveva spiegato al giudice che i danni erano dovuti alla posa difettosa del rivestimento e che il Dipartimento degli Interni aveva inizialmente consegnato ai procuratori relazioni incomplete, prive dei documenti che attestavano i problemi di installazione.

La conferma al Senato per un solo voto


L'intervista a "Meet the Press" ha chiuso la prima settimana di Blanche alla guida del Dipartimento da Procuratore Generale in carica con tutti i poteri, cominciata proprio con la conferma da parte del Senato per 50 voti contro 49. Il voto è arrivato alle 4:31 del mattino, ora locale, poco prima della pausa estiva. Si sono opposti tutti i senatori democratici e due senatrici repubblicane, Susan Collins e Lisa Murkowski, mentre decisivo per la sua conferma è stato il sostegno tardivo da parte del senatore repubblicano Bill Cassidy.

Blanche ha prestato giuramento lunedì nello Studio Ovale, davanti a Trump. A presiedere la cerimonia è stato il giudice federale Emil Bove, che insieme a Blanche aveva fatto parte proprio del collegio difensivo del presidente. Pochi giorni dopo, il nuovo Procuratore Generale ha preceduto Trump sul palco durante un evento a Long Island a sostegno dei candidati repubblicani.

La nomina di Blanche aveva rischiato di naufragare per le conseguenze dell'accordo che aveva chiuso una causa intentata da Trump contro l'IRS, l'agenzia federale delle entrate. L'intesa prevedeva la creazione di un fondo da 1,776 miliardi di dollari contro il presunto "uso politico della giustizia" e proteggeva il presidente, i suoi due figli maggiori e la Trump Organization da alcuni accertamenti fiscali.

Alcuni senatori avevano avvertito che al fondo avrebbero potuto accedere anche persone perseguite per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, comprese quelle accusate di aver aggredito gli agenti di polizia. I senatori repubblicani John Cornyn e Thom Tillis si sono rifiutati di sostenere la nomina finché Blanche non ha revocato il provvedimento istitutivo del fondo e limitato la portata delle tutele fiscali. Nella sua intervista, il Procuratore Generale ha confermato che il fondo non sarà istituito, senza però escludere che gli imputati del 6 gennaio possano ottenere indennizzi attraverso l'ordinaria procedura federale.

Una posizione rivendicata da mesi


Non è la prima volta che Blanche respinge l'idea di una barriera tra il Dipartimento di Giustizia e la Casa Bianca. A maggio aveva detto al Congresso che il Dipartimento di Giustizia riceve dal presidente i propri "indirizzi politici". Ad aprile, intervistato nel podcast di Steve Bannon, aveva criticato l'idea che "il Dipartimento di Giustizia sia in qualche modo indipendente dal presidente degli Stati Uniti", aggiungendo: "Non è vero". Nelle risposte scritte al Congresso si è richiamato alla Costituzione: il presidente è a capo del potere esecutivo e il Dipartimento ne fa parte a tutti gli effetti.

Trump ha denunciato per anni le presunte ingerenze politiche nel Dipartimento di Giustizia durante le Amministrazioni dei suoi predecessori. Nel 2016 definì vergognoso che l'allora Procuratrice Generale Loretta Lynch avesse incontrato in privato l'ex presidente Bill Clinton sulla pista di un aeroporto. Chuck Grassley, all'epoca presidente della Commissione Giustizia del Senato, chiese un'indagine interna, che però non trovò prove di condizionamenti politici ma giudicò l'incontro un errore di valutazione. Negli anni successivi i repubblicani hanno accusato il Dipartimento guidato da Merrick Garland di aver trasformato la giustizia in un'arma politica contro i rivali politici.


Trump decide su tutto ma la colpa è sempre di qualcun altro


Sulla scrivania di Harry Truman alla Casa Bianca c'era un cartello con la scritta "The buck stops here" (traducibile come "La responsabilità finale ricade su di me"). È una delle frasi più celebri della storia presidenziale americana e il presidente Donald Trump la applica quasi sempre al contrario: comanda su tutto, ma quando qualcosa va male la colpa è di qualcun altro.

L'economia debole e l'inflazione ancora alta sono responsabilità di Joe Biden, sostiene, anche se il predecessore democratico ha lasciato l'incarico da più di 18 mesi e anche se Trump aveva promesso un'inversione di rotta immediata. Il restauro finito male del Reflecting Pool, la grande vasca davanti al Lincoln Memorial a Washington, sarebbe colpa dei vandali, anche se l'ufficio della procuratrice che ha nominato lui ha detto che i danni erano dovuti a lavori fatti male. La guerra con l'Iran, sempre più impopolare, che tiene alto il prezzo del petrolio e basso il suo indice di gradimento, sarebbe il rimedio all'inerzia di quasi 50 anni di presidenti troppo timidi con le ambizioni nucleari di Teheran.

Tutti i presidenti moderni scaricano in qualche misura le responsabilità sugli altri, di solito su chi li ha preceduti o sul Congresso. Trump ha portato l'abitudine a un livello nuovo e ne ha fatto una strategia politica: è al comando di tutto e non è responsabile di niente quando le cose vanno storte. "Prendersi la responsabilità come caratteristica della leadership presidenziale, o di qualsiasi leadership, è assolutamente vero", ha detto all'Associated Press Nicole Anslover, professoressa di storia alla Florida Atlantic University e autrice di un libro su Truman e l'inizio della guerra fredda.

A novembre si vota per le elezioni di metà mandato e i repubblicani provano a mantenere il controllo del Congresso. Il rifiuto di accettare le critiche a volte porta Trump a negare che i problemi esistano e lascia i candidati repubblicani nelle corse più incerte senza argomenti da offrire a chi è preoccupato.

La Casa Bianca risponde che il presidente sta correggendo problemi che si trascinano da tempo, invece di ignorarli. Trump sta "giustamente affrontando i fallimenti dei suoi predecessori, mentre agisce per ottenere grandi vittorie per il popolo americano", ha detto la portavoce Taylor Rogers, che ha indicato una serie di politiche su cui i repubblicani possono fare campagna: i tagli alle tasse, il tentativo di abbassare il prezzo dei farmaci, la stretta sull'immigrazione e sul confine con il Messico, l'aumento della produzione interna di energia e l'andamento della borsa.

La frase sulla scrivania di Truman viene da "pass the buck" (scaricare la responsabilità su altri). Secondo la biblioteca presidenziale di Truman l'espressione risale ai tempi della frontiera, quando nel poker i giocatori si passavano un coltello con il manico in corno di cervo per indicare a chi toccava distribuire le carte. "Il presidente, chiunque sia, deve decidere", disse Truman nel discorso di addio del 1953. "Non può scaricare la responsabilità su nessuno. Nessun altro può decidere al posto suo. È il suo lavoro."

Trump un tempo diceva la stessa cosa. Nel 2013 sosteneva che nel gestire un'azienda "qualunque cosa accada, sei tu il responsabile. Se non accade, sei tu il responsabile". Accettando la nomination presidenziale nel 2016 disse: "Nessuno conosce il sistema meglio di me, ed è per questo che io da solo posso sistemarlo".

"La responsabilità è di tutti", disse invece nel 2019, durante il lungo shutdown, il blocco delle attività federali per mancanza di fondi. Nel 2020, lo stesso giorno in cui dichiarò l'emergenza nazionale per la pandemia di coronavirus, disse: "Non mi assumo alcuna responsabilità" per la mancanza di test.

Truman si assunse la piena responsabilità del lancio delle bombe atomiche sul Giappone, anche se era stato informato dell'esistenza di quelle armi solo alla morte del suo predecessore Franklin Delano Roosevelt, ha ricordato Anslover. John Fitzgerald Kennedy vide crescere il proprio consenso dopo aver ammesso di essere responsabile del fallimento dello sbarco nella Baia dei Porci a Cuba. Ronald Reagan si scusò per il proprio eventuale coinvolgimento nello scandalo Iran-Contra, pur dicendo di non essere sicuro di avere colpe: "La responsabilità si ferma qui, con me", disse allora.

Nella sua ultima conferenza stampa, all'inizio del 2009, George W. Bush elencò una serie di errori commessi, tra cui il non aver trovato armi di distruzione di massa in Iraq. Il suo successore Barack Obama disse "ho fatto un casino" dopo che Tom Daschle, il suo candidato alla guida della sanità, aveva ritirato la candidatura per delle tasse arretrate non pagate. I presidenti precedenti a Trump "di solito si assumono davvero la responsabilità", ha detto Anslover.

Trump ha ammesso in una recente intervista a Punchbowl News, sito che si occupa di Congresso, che gli elettori sono arrabbiati, ma ha aggiunto che non ce l'hanno con lui, bensì con i repubblicani del Congresso. Ritiene che il partito possa mantenere le maggioranze dopo novembre e ha chiarito che, se i repubblicani perdessero, non sarebbe colpa sua. Aveva detto una cosa simile prima delle elezioni di metà mandato del 2018, quando anticipò che non avrebbe accettato la responsabilità di un'eventuale sconfitta alla Camera. Il partito perse la Camera.

Il consenso di Trump sull'economia, un tempo considerato tra i suoi punti di forza, è sceso dal 40% del marzo 2025 al 32% di luglio, secondo i sondaggi dell'Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research. Circa 6 americani adulti su 10 dicono che le politiche economiche del presidente hanno peggiorato le condizioni dell'economia, secondo il Pew Research Center.

"Il pubblico si aspetta certamente che il presidente si preoccupi e si concentri sul rendere la vita meno cara", ha detto il sondaggista repubblicano Frank Luntz. È un tema che per gli elettori pesa più che nel 2024.

Trump indica invece Biden, sotto il quale l'inflazione toccò il 9,1% nel 2022, il livello più alto in 40 anni, mentre la pandemia scuoteva ancora l'economia mondiale, per poi scendere al 2,7% a novembre 2024. Il mese scorso, spinta dalla guerra con l'Iran, è rallentata al 3,4%. "Quando siamo arrivati abbiamo ereditato una catastrofe totale", ha detto Trump a un recente comizio, per poi aggiungere: "Ho ereditato quei prezzi alti, giusto perché sia chiaro".

Andrew Bates, stratega democratico ed ex portavoce della Casa Bianca di Biden, ha ricordato che Trump non parla più della promessa elettorale di mettere fine all'inflazione dal primo giorno di mandato. "Può darsi che non si ricordi di aver fatto quelle promesse, ma gli elettori in bilico se lo ricordano benissimo", ha detto Bates.

Il presidente ha definito la guerra con l'Iran "una piccola escursione" o "una deviazione". Per ridimensionarne la durata cita spesso il Vietnam e l'Afghanistan, durati anni, anche se il conflitto iraniano, che all'inizio disse sarebbe finito in quattro o cinque settimane, si trascina al sesto mese senza una fine chiara all'orizzonte.

Sul Reflecting Pool Trump ha spostato la colpa sul passato, sostenendo falsamente che Biden e Obama avrebbero speso "centinaia di milioni di dollari" senza riuscire a sistemarlo. La sua difesa principale però resta il vandalismo. Finora almeno quattro procedimenti per danneggiamento, compreso il più noto, quello contro un canoista olimpico, sono stati archiviati per mancanza di prove.

Dopo più di 11 anni in politica Trump ha dimostrato di non temere la violazione delle norme di comportamento presidenziale e molti dei suoi sostenitori più fedeli non sembrano infastiditi, ha detto Anslover. Per una parte degli americani, secondo lei, è cambiato il modo di vedere la presidenza, mentre altri si sentono legittimati a dire che hanno le loro priorità e che i fatti non sono tra queste.


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La Casa Bianca attacca una giornalista CNN e tira in ballo i suoi figli


Kristen Holmes aveva chiesto a Trump di rispondere alle accuse di Jon Ossoff. Un account ufficiale della Casa Bianca l'ha poi definita "disgustosa e disumana" e ha scritto che un giorno i figli si vergogneranno di lei.

La Casa Bianca ha attaccato personalmente Kristen Holmes, corrispondente della CNN, dopo una domanda rivolta a Donald Trump nello Studio Ovale, arrivando persino a tirare in ballo i figli della giornalista. Holmes aveva chiesto al presidente di rispondere a una frase del senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, secondo il quale Trump preferirebbe viaggiare con la sua assistente Natalie Harp e costruire la sala da ballo della Casa Bianca anziché svolgere il proprio lavoro.

Trump ha replicato prima insultando Ossoff, definito un "sosia di Pee-wee Herman", il personaggio interpretato da Paul Reubens. Il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha rincarato la dose, dando del "perdente" al senatore e descrivendolo come "una persona miserabile che odia questo Paese". Ma durante l'incontro nello Studio Ovale, Trump è tornato più volte ad attaccare anche Holmes, una delle principali corrispondenti della CNN alla Casa Bianca.

Quando la giornalista ha insistito per sapere se avesse parlato con Kim Jong Un, il presidente ha alzato la voce: "Silenzio. Silenzio. Silenzio. Lei è molto irrispettosa davanti a questo ragazzo, va bene? Non trovi che sia irrispettosa? Silenzio. Per chi lavora?". "Per la CNN", ha risposto Holmes. "Stia zitta, stia zitta, stia zitta. Lei è una giornalista fasulla e diffonde notizie false", ha ribattuto Trump. Poi Rapid Response 47, l'account della Casa Bianca dedicato alla risposta rapida su X, ha pubblicato il video dello scambio e definito Holmes "un vergognoso e umiliante motivo d'imbarazzo per la sua presunta professione". Meno di mezz'ora dopo, taggando direttamente la giornalista, lo stesso profilo ha alzato ulteriormente i toni:

"Un giorno i tuoi figli si imbatteranno nella tua domanda disgustosa e disumana. Ne saranno disgustati e si vergogneranno di avere un genitore tanto insensibile e vendicativo. È piuttosto inquietante".

.@KristenhCNN: Someday, your children will come across your disgusting and inhumane question. They will be sickened and embarrassed to have a parent be so callous and vindictive. It’s quite troubling. t.co/EWgPy7mXQP
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) August 17, 2026


Da Kaitlan Collins a Holmes, le croniste nel mirino di Trump


Gli attacchi personali ai giornalisti sono da tempo una costante del rapporto di Trump con la stampa. Negli ultimi mesi, tuttavia, le aggressioni verbali contro le croniste, in particolare quelle della CNN, si sono fatte più dure, mentre la Casa Bianca ha cominciato a usare sempre più spesso gli account istituzionali per prolungare scontri che un tempo si sarebbero esauriti sul momento.

Il 24 luglio, durante la cena annuale dell'Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, tenutasi dopo il rinvio di aprile, Trump aveva definito la conduttrice e capo corrispondente della CNN Kaitlan Collins "una donna giovane e attraente" che però "non sorride mai". "Quindi sorridi, Kaitlan. Sorridi e basta", aveva aggiunto. Nella stessa serata aveva raccontato di aver creduto che Collins avesse ottenuto un'importante sponsorizzazione, "ma sulla lattina di Bud Light non c'era lei, c'era Dylan Mulvaney", l'attivista transgender da tempo bersaglio degli ambienti conservatori.

Nel fine settimana successivo Trump ha poi pubblicato su Truth Social un'offensiva immagine manipolata che sovrapponeva il volto di Collins a quello di Mulvaney in una vecchia pubblicità della birra. L'immagine era stata poi rilanciata da un account ufficiale della Casa Bianca.

La CNN respinge gli attacchi, i colleghi si schierano


La CNN ha subito difeso Holmes, definendola "una delle giornaliste più rispettate e affermate tra quelle che seguono la Casa Bianca", e ha respinto gli attacchi "nei termini più netti possibili". "Oggi pomeriggio ha fatto il suo lavoro e ha rivolto al presidente degli Stati Uniti una domanda difficile, pertinente e di interesse pubblico, per conto del popolo americano", ha dichiarato un portavoce dell'emittente.

"I funzionari pubblici sono liberi di contestare i servizi con cui non sono d'accordo, ma gli attacchi personali ai giornalisti che fanno domande sono indegni della carica e incompatibili con i principi di una stampa libera".

CNN issued a statement condemning President Trump after he shut down their reporter, Kristen Holmes, during a heated exchange. pic.twitter.com/GCKkEah4lW
— Breaking911 (@Breaking911) August 17, 2026


Sono intervenuti anche i colleghi di Holmes. "Che cosa orribile da dire. Kristen è una giornalista, una persona e, soprattutto, una madre straordinaria", ha scritto su X la corrispondente Alayna Treene, aggiungendo di non comprendere "una reazione simile nei confronti di una giornalista che chiede al presidente di rispondere a un'accusa rivoltagli da un senatore democratico".

What a horrible to thing to say. Kristen is an incredible reporter, person and, above all, mother.

I don't understand such a reaction to a journalist asking the president for his response to something a Democratic senator has leveled against him t.co/zDftKopTTD
— Alayna Treene (@alaynatreene) August 17, 2026


Ancora più diretta Betsy Klein, un'altra corrispondente della CNN alla Casa Bianca: "Sapete che cosa è disgustoso e disumano? Tirare in mezzo i suoi splendidi figli".

Kristen is an excellent reporter who asked a good question, to which the president gave a fulsome answer. You know what’s disgusting and inhumane? Bringing her perfect children into this. t.co/u9aWEyqVQY
— Betsy Klein (@betsy_klein) August 17, 2026



Ossoff attacca Trump sui viaggi con la sua assistente


Il senatore democratico della Georgia Jon Ossoff ha attaccato il presidente Donald Trump per il rapporto con la sua assistente esecutiva Natalie Harp, 35 anni, durante un comizio tenuto domenica a Midtown, il quartiere centrale di Atlanta. Davanti a più di mille sostenitori il senatore, 39 anni, ha contrapposto i marinai della portaerei USS Abraham Lincoln, rimasta in mare da quasi nove mesi, a un presidente che secondo lui non vuole fare il proprio lavoro.

"Mentre i marinai della Lincoln combattono la sua guerra, mentre prosciuga senza risultati le nostre munizioni e le nostre riserve di petrolio, il presidente dorme durante le riunioni. Gioca a golf e compra e vende azioni. Vedete, non vuole fare il suo lavoro", ha detto Ossoff. "Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso regalato dall'emiro del Qatar."

Trump ha viaggiato con Harp proprio domenica sull'aereo presidenziale donato dal Qatar, per tornare a Washington dal suo circolo di golf in New Jersey dove aveva passato il fine settimana. Nel discorso Ossoff ha accusato il presidente di trascinare una nazione in guerra con la menzogna, di trattare i cittadini come sciocchi e chi serve il paese come pedine.

Harp è diventata una presenza quasi costante accanto al presidente, che ha 80 anni. La giornalista del New York Times Maggie Haberman l'ha descritta come il suo ciuccio umano: "È una specie di ciuccio, se vogliamo dirla così, la sua coperta di Linus", ha detto domenica al giornalista Jacob Soboroff. Il fratello di Harp, Preston, ha definito "molto malsano" il legame della sorella con il presidente.

All'inizio del secondo mandato Trump aveva preso a dire al suo staff che Harp "era l'unica che lo amava quanto sua moglie e i suoi figli", si legge in "Regime Change", il libro scritto da Haberman insieme al collega del New York Times Jonathan Swan. "Voi ve ne andrete tutti a fare soldi", diceva secondo il libro, "lei non mi lascerà mai." Harp gli lasciava biglietti elogiativi negli spazi personali, in uno dei quali aveva scritto "sei tutto ciò che conta per me".

Senator Jon Ossoff slams Trump:

“He doesn’t want to do the job. He wants to build his ballroom and travel with Natalie on their apparently defenseless flying palace gifted by the Emir of Qatar.” pic.twitter.com/SS5I66WQIo
— Republicans against Trump (@RpsAgainstTrump) August 17, 2026


Nel libro Harp è soprannominata anche stampante umana, perché stampa di continuo per il presidente articoli favorevoli, post sui social e altro materiale lusinghiero. Porta sempre con sé una stampante portatile e un computer per fornirgli informazioni su richiesta.

La vicinanza tra i due è emersa anche la settimana scorsa, quando si è saputo che Harp era tra i pochi collaboratori saliti con Trump su un aereo militare per lasciare la Turchia, dopo che il presidente era uscito di nascosto dall'Air Force One dentro un camion del catering per una minaccia di assassinio iraniana al vertice NATO. Il segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller erano rimasti sull'aereo presidenziale usato come esca, mentre con il presidente erano saliti anche il vice capo di gabinetto Dan Scavino e Walt Nauta, responsabile delle operazioni dello Studio Ovale, come ha riportato il Washington Post. Alcuni membri dello staff della Casa Bianca non sapevano che Trump non fosse a bordo dell'aereo su cui erano rimasti.

Ossoff ha dedicato gran parte del comizio al costo della vita. "Costa più che mai riempire il frigorifero, alimentare la casa, farsi una tazza di caffè, comprare il materiale scolastico per i figli o un trattore per la fattoria", ha detto. "Ci era stato promesso che il lavoro duro avrebbe portato ricchezza e avanzamento, ma per troppi il tapis roulant diventa più veloce e più ripido. I georgiani lavorano di più e più a lungo, ma le bollette continuano a salire." Ha poi detto di voler togliere i soldi delle aziende dalla politica, indicando nella corruzione la ragione per cui nulla funziona per le persone comuni.

Il senatore corre per un secondo mandato contro il deputato repubblicano Mike Collins. Il voto anticipato in Georgia comincia tra otto settimane e al giorno delle elezioni mancano meno di 80 giorni. "La Georgia merita di meglio", ha detto Ossoff. "Meglio di un burattino di Trump come Mike Collins, che è a favore della guerra, dei dazi e dei tagli alla vostra sanità. E l'America merita di meglio di Donald Trump."

Ossoff ha accusato Collins di essere un razzista, di essere sotto indagine federale per l'uso illecito di denaro pubblico e di essere circondato da neonazisti e nazionalisti bianchi, oltre ad avere votato per la guerra e per tagliare la sanità. Lo ha anche descritto come un candidato che al podio trema e poi scappa, alla guida di una campagna che sta crollando.

A un evento elettorale a Savannah la settimana scorsa un uomo aveva chiesto a Collins se avrebbe sostenuto una proposta avanzata dall'amministrazione Trump a maggio, un fondo per risarcire chi è stato danneggiato ingiustamente dal governo federale. Molti democratici sostengono che quel fondo potrebbe servire a risarcire i condannati per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Un portavoce della campagna di Collins ha respinto la ricostruzione di Ossoff, spiegando che il deputato vuole che le agenzie federali rispondano degli abusi di potere ma non sostiene un fondo senza limiti né pagamenti automatici a carico dei contribuenti per chi è stato perseguito per il 6 gennaio.

Ossoff ha detto che l'ostilità di Trump verso la contea di Fulton, che comprende Atlanta, ha la stessa origine di quella verso Filadelfia e Detroit: "È perché il fatto che gli elettori neri siano stati determinanti per la sua sconfitta lo offende ancora più della sconfitta stessa." Ha poi detto che gli americani non sono un'etnia ma un popolo unito da convinzioni condivise. Ha definito assurda la situazione in cui i grandi imprenditori tecnologici scavano bunker e avvertono che l'intelligenza artificiale che stanno addestrando potrebbe portare a disoccupazione di massa o all'estinzione dell'uomo, mentre il Congresso discute di sale da ballo e di sport giovanili.

"So che molti di voi sono qui oggi perché non sopportate quello che è stato fatto al nostro paese", aveva detto Ossoff aprendo il comizio. Il senatore ha presentato la sua corsa come un progetto che va oltre i confini di partito, rivolto a chi cerca equilibrio, competenza e servizio pubblico di qualità, "una campagna di persone perbene che amano il nostro stato e il nostro paese e si prendono cura gli uni degli altri".


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Un dirigente dei socialisti americani rivendica l'odio per la Costituzione


Cliff Connolly, del comitato politico nazionale della DSA, in un podcast del 2025 ha definito la Costituzione l'"ostacolo" da superare per arrivare alla rivoluzione. Il video è riemerso lunedì.

Un dirigente dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista a cui sono iscritti diversi eletti del Partito Democratico, ha rivendicato l'"odio" del suo gruppo per la Costituzione degli Stati Uniti, definita l'"ostacolo" da superare per arrivare a una rivoluzione socialista. Le parole sono di Cliff Connolly, membro del comitato politico nazionale dell'organizzazione, e risalgono a un'intervista del giugno 2025 al podcast Varn Vlog. Il video è stato ripescato lunedì da Natalie Winters, co-conduttrice del podcast War Room di Steve Bannon.

Connolly parlava del Marxist Unity Group (MUG), che sul proprio sito si definisce una "fazione" della DSA. L'organizzazione è divisa in correnti interne che si contendono la linea politica e nel collocare la propria ha detto: "Tra le correnti della DSA che credono nella democrazia come obiettivo finale, MUG è l'unica che vede la rivoluzione come una necessità per arrivarci. E tra le correnti della DSA che vedono la necessità della rivoluzione, siamo gli unici ad avere la democrazia come obiettivo finale".

"Le due cose per cui siamo famosi sono il nostro impegno per un programma e il nostro, ehm, odio per la Costituzione degli Stati Uniti", ha continuato Connolly. Quel programma, ha spiegato, "ci dà una mappa verso la rivoluzione e ci dà l'ostacolo che alla fine dovremo superare per fare una rivoluzione, cioè la Costituzione degli Stati Uniti, la base del governo degli Stati Uniti".

Il video riemerge dopo che negli ultimi mesi diversi socialisti democratici hanno vinto le primarie del Partito Democratico, le consultazioni con cui negli Stati Uniti sono gli elettori a scegliere i candidati da mandare alle elezioni generali. La DSA non è un partito e chi ne fa parte si candida dentro il Partito Democratico. Due delle candidate che hanno vinto a New York, Darializa Avila Chevalier e Claire Valdez, hanno la tessera dell'organizzazione, come il sindaco della città Zohran Mamdani, che le ha sostenute entrambe nelle rispettive primarie.

Oltre al programma economico socialista, il sito della DSA indica tra i propri obiettivi l'opposizione alle politiche migratorie del presidente Donald Trump, giudicate "razziste", e all'alleanza tra Stati Uniti e Israele, accusato di avere commesso un "genocidio" a Gaza. Subito dopo quelle primarie il presidente si era congratulato con Mamdani in tono sarcastico per avere fatto eleggere dei "comunisti veri e propri". Pochi giorni dopo il tono è cambiato e Trump ha detto che i comunisti hanno cominciato a fare "la loro mossa" negli Stati Uniti. "Il gioco è iniziato", ha aggiunto.

Nel discorso per il 4 luglio il presidente aveva già definito il comunismo un "cancro" da affrontare al più presto e in un comizio in Georgia, sempre a luglio, ha detto che "con il comunismo tutto si trasforma in me**a". Il podcast in cui Connolly ha parlato aveva circa 3.200 visualizzazioni su YouTube lunedì pomeriggio.


Il socialismo non sfonda in America, ma il capitalismo è al suo minimo storico


Quasi la metà degli americani non riesce a dire cosa ci sia di buono nel socialismo. Alla domanda aperta su quali siano i suoi aspetti positivi, il 30% risponde "niente" e un altro 15% non sa indicare nulla, secondo la rilevazione che Gallup ha diffuso all'inizio di agosto. L'indagine è stata condotta con questionari web dall'1 al 14 dicembre 2025 su un campione casuale di 2.020 adulti iscritti al panel dell'istituto.

Le critiche di chi risponde nel merito si distribuiscono su fronti diversi: il 21% cita l'inefficienza economica, il 19% l'invadenza dello Stato, il 18% il venir meno degli incentivi al lavoro, il 17% la riduzione della libertà e delle opportunità, l'11% la corruzione e il fallimento del sistema. Tra chi invece vede qualcosa di positivo, il 26% indica la rete di protezione sociale, cioè servizi di base accessibili che vanno dalla sanità all'istruzione alla casa, mentre il 23% cita l'uguaglianza e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sondaggi · L’America e le ideologie economiche

Quasi metà degli americani non sa dire cosa ci sia di buono nel socialismo

Alla domanda aperta di Gallup il 30% risponde «niente» e un altro 15% non indica nulla. Chi lo apprezza cita la protezione sociale e l’uguaglianza; le critiche vanno dall’inefficienza economica all’invadenza dello Stato.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

«Che cosa c’è di buono nel socialismo?»
45%

degli americani non indica alcun aspetto positivo: su 100 intervistati, 30 rispondono «niente» e 15 non sanno cosa dire.

«Niente» — 30% Non sa rispondere — 15% Indica almeno un aspetto — 55%
La stessa quota, per gli altri sistemi: Libera impresa 27% Capitalismo 22%

Le risposte nel merito

Il socialismo promette sicurezza, ma per molti costa libertà ed efficienza


Percentuale di americani che citano ciascun tema. Tocca una voce per il dettaglio e lo spaccato per partito.

Il buono55% indica qualcosa
Rete di protezione sociale 26%

Sanità, istruzione, casa e altri servizi di base a costi accessibili.

Uguaglianza e redistribuzione 23%

Meno divisioni di classe e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sostegno a poveri e lavoratori 9%

Aiuti ai più svantaggiati e tutele per la classe lavoratrice.

Controllo pubblico o collettivo 6%

Un ruolo più forte dello Stato e delle comunità nell’economia.

Benessere della comunità 4%

Legami sociali più solidi e un tenore di vita migliore.

Il male75% indica qualcosa
Inefficienza economica 21%

Tasse più alte, crescita lenta, meno innovazione e concorrenza.

Invadenza dello Stato 19%

Governo troppo grande, abusi di potere, derive verso il comunismo.

Meno incentivi al lavoro 18%

Scoraggia l’impegno, premia la mediocrità, crea dipendenza dai sussidi.

Meno libertà e opportunità 17%

Limita i diritti individuali, la scelta e la possibilità di prosperare.

Corruzione e fallimenti del sistema 11%

Un sistema giudicato incline agli abusi e che «non funziona mai».

Domande aperte con risposte multiple: i totali non sommano a 100. Tra le critiche, un ulteriore 5% risponde che nel socialismo «è tutto sbagliato».

Il divario

Chi risponde «niente»: un’America divisa per partito e per età


Per partito
Democratici Indipendenti Repubblicani 11% 33% 54%

Tra democratici e repubblicani ci sono 43 punti di distanza.

Per età
18–34 anni 55 anni e oltre 13% 42%

Il divario tra le generazioni è di 29 punti.

0 20 40 60%

Il contesto

La libera impresa piace quasi a tutti, il capitalismo sempre meno


Percentuale di giudizi positivi su ciascun sistema, agosto 2025.

81%
Libera impresa
Il sistema che piace quasi a tutti

54%
Capitalismo Minimo storico
Mai così in basso da quando Gallup lo misura

39%
Socialismo
Positivo per quattro americani su dieci

Fonte Gallup, «How Americans View Capitalism, Socialism and Free Enterprise», 6 agosto 2026. Risposte aperte: sondaggio web 1–14 dicembre 2025 su 2.020 adulti (margine di errore ±5 punti). Giudizi positivi sui tre sistemi: rilevazione di agosto 2025.

Il capitalismo scivola al suo minimo storico


Il capitalismo raccoglie invece il giudizio positivo del 54% degli americani, il valore più basso che Gallup abbia mai registrato da quando ha iniziato a misurare questo indicatore. Nel 2021 era al 60%, un livello attorno al quale si era mantenuto in quasi tutte le rilevazioni precedenti. Il dato viene dal sondaggio condotto dall'1 al 20 agosto 2025 e pubblicato l'8 settembre dello stesso anno, che assegnava al socialismo il 39% di giudizi positivi contro il 57% di negativi.

Democratici e indipendenti hanno perso 8 punti ciascuno rispetto al 2021, mentre tra i repubblicani non cambia nulla: tre quarti continuano a giudicare positivamente il sistema economico americano. Per la prima volta meno della metà degli elettori democratici, il 42%, dà un giudizio positivo del capitalismo, mentre gli indipendenti si fermano al 51%.

La stabilità del dato complessivo sul socialismo nasconde uno spostamento profondo. Nel 2010 lo giudicava positivamente il 50% dei democratici, poi circa due terzi, un livello raggiunto in tutte e tre le rilevazioni dal 2019 in poi. L'aumento è stato compensato dal movimento opposto tra i repubblicani, mentre gli indipendenti sono rimasti sostanzialmente fermi.

I democratici sono così l'unico gruppo che preferisce chiaramente il socialismo al capitalismo, 66% contro 42%. Gli indipendenti restano più favorevoli al mercato, 51% contro 38%, i repubblicani in modo netto, 74% contro 14%. Tra gli elettori democratici il sorpasso è avvenuto nel 2016 e da allora il divario si è allargato fino a 24 punti, in una fase in cui il senatore Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che da gennaio è sindaco di New York, si definiscono socialisti democratici e chiedono un ruolo dello Stato molto più ampio in economia.

La piccola impresa è promossa, le grandi corporation no


La piccola impresa raccoglie i giudizi positivi del 95% degli intervistati e in generale la libera impresa dell'81%. Gli americani, insomma, non hanno smesso di credere nel libero mercato: quando però questo prende la forma della grande impresa, i giudizi positivi scendono al 37% e quelli negativi salgono al 62%.

Il crollo della popolarità delle grandi corporation è recente e rapido: 9 punti persi nel 2025, dopo i 6 persi nel 2021. Nel 2019 le promuoveva ancora il 52% degli americani, mentre il massimo storico resta il 58% ottenuto nel 2012. Oggi le giudicano positivamente il 60% dei repubblicani, il 36% degli indipendenti e il 17% dei democratici. Gli ultimi due sono i minimi assoluti per quei gruppi. Rispetto al 2021 i democratici hanno perso 17 punti, gli indipendenti 10, mentre i repubblicani sono fermi, pur restando molto sotto il 78% del 2019.


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Ben-Gvir: "A Gaza vanno uccise 30 o 40 persone ogni notte"


Il Ministro israeliano della Sicurezza Nazionale ha chiesto di intensificare gli attacchi, espellere in massa i palestinesi e ricostruire gli insediamenti nella Striscia. La stampa israeliana ne ha parlato pochissimo, a due mesi dalle elezioni.

Il Ministro ultranazionalista israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha affermato pubblicamente che a Gaza bisognerebbe uccidere "30 o 40" persone ogni notte. Il passaggio dell'intervista è stato reso noto domenica ed è stato rapidamente rilanciato dai media palestinesi. Ben-Gvir, esponente di punta della coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu, parlava nella puntata di October 8 pubblicata sabato sera. Il podcast è condotto da Rom Braslavski, un ex ostaggio tenuto prigioniero a Gaza.

I due discutevano di come Israele stia cercando di riprendersi dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando il Ministro ha criticato la recente riduzione dei raid israeliani sulla Striscia. "Non è un segreto, non sono d'accordo con il primo ministro", ha detto.

"Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone."


Dichiarazioni analoghe di Ben-Gvir e di altri esponenti israeliani sono state presentate davanti alla Corte Internazionale di Giustizia come prova dell'esistenza di un intento genocida da parte israeliana e in passato hanno suscitato diffuse condanne unanimi dal punto di vista internazionale. Da parte sua, Israele nega strenuamente di aver commesso un genocidio a Gaza nel corso della recente guerra.

Israele e Gaza · Le parole di un ministro

Ben-Gvir chiede di uccidere «30 o 40» persone ogni notte a Gaza

Il ministro della Sicurezza Nazionale non comanda l'esercito e non può ordinare un attacco. Ma controlla la polizia e le carceri israeliane, chiede insediamenti in tutta la Striscia e pesa sul negoziato a dieci settimane dal voto.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

La richiesta del ministro
30o40
Le persone che, secondo Itamar Ben-Gvir, Israele dovrebbe uccidere a Gaza in omicidi mirati ogni notte.

Il ministro siede nel gabinetto di sicurezza, ma non può ordinare un attacco

«Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone.»Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale
Dalla prima puntata del podcast «October 8», condotto dall'ex ostaggio Rom Braslavski e pubblicata sabato 15 agosto 2026.

Il territorio conteso

Che cosa significa «insediamenti in tutta Gaza»


Vent'anni fa Israele smantellò tutti i suoi insediamenti nella Striscia. Ben-Gvir chiede di ricostruirli, e non solo dove si trovavano. Tocca le tre fasi per vedere la differenza.

Mar MediterraneoMediterraneo Israele Egitto Città di GazaDeir al-BalahKhan YunisRafah Gush Katif
10 km

Fino al 200521 insediamenti 2005Il ritiro OggiLa richiesta

Fino al 2005
Israele occupa la Striscia e vi costruisce 21 insediamenti, in gran parte raccolti nel blocco di Gush Katif, sulla costa sud-occidentale.

365 km²
superficie

41 km
di lunghezza

6–12 km
di larghezza

2 milioni
di abitanti

Striscia di Gaza
Area con insediamenti israeliani

Il perimetro di Gush Katif è una collocazione indicativa, ricostruita sulle descrizioni del blocco: costa a ovest, Rafah a sud-ovest, Khan Yunis a est, Deir al-Balah a nord-est.

Il perimetro del potere

Che cosa controlla davvero Ben-Gvir


Dopo decenni ai margini dell'estrema destra, il ministro è oggi uno degli uomini più influenti del Paese. La sua autorità si ferma però alle porte dell'esercito.

Sotto il suo ministero

Polizia nazionale
L'intera forza di polizia del Paese risponde al suo dicastero.

Carceri e detenuti
Vi sono rinchiusi migliaia di palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Nel settembre 2025 la Corte Suprema ha stabilito che il servizio carcerario non garantiva loro il cibo necessario alla sussistenza.

Fuori dal suo ministero

Forze armate
L'esercito risponde al governo e allo Stato Maggiore. Il ministro può criticare le scelte militari, non modificarle.

Raid su Gaza
Dall'inizio di agosto ogni omicidio mirato richiede il via libera del capo di Stato Maggiore Eyal Zamir. Prima bastava l'autorizzazione dei comandi sul terreno.

Lo stallo

Due idee opposte sul futuro della Striscia


La Casa Bianca ha messo per iscritto una sequenza precisa. Ben-Gvir ne propone un'altra, che va nella direzione contraria.

Il piano della Casa Bianca
15 punti

  • Hamas consegna gradualmente le armi
  • Israele ferma i raid e comincia a ritirarsi
  • Poi arrivano le forze internazionali e la ricostruzione


Il programma di Ben-Gvir
Direzione opposta

  • Insediamenti in tutta Gaza, non solo a Gush Katif
  • Emigrazione di massa dei palestinesi
  • Nessuna riduzione dei raid: omicidi mirati ogni notte


Hamas accetta il disarmo solo dopo il ritiro israeliano e lega la consegna delle armi più pesanti alla nascita di uno Stato palestinese, ipotesi che il governo israeliano respinge.

Inizio agostoIsraele riduce i raid sulla StrisciaL'autorizzazione a colpire passa al solo capo di Stato Maggiore. È una concessione non dichiarata a Donald Trump. La destra di governo reagisce con furia. 9 agostoNetanyahu respinge la proposta del Board of PeaceIsraele non lascerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà completamente disarmata. Restano bloccati anche le forze internazionali e la ricostruzione. 27 ottobreGli israeliani vanno a votareI media israeliani hanno quasi ignorato le parole del ministro. Quel silenzio misura quanto posizioni un tempo marginali abbiano guadagnato terreno dopo il 7 ottobre 2023.

Il contesto in cifre

I numeri intorno a quelle parole

1.200
persone uccise in Israele nell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023

251
persone rapite e portate a Gaza quello stesso giorno

oltre1.250
palestinesi uccisi dai raid israeliani dall'entrata in vigore della tregua
Ministero della Salute di Gaza, legato ad Hamas

21
insediamenti israeliani smantellati nella Striscia nel 2005
Circa 9.000 coloni trasferiti

Dichiarazioni analoghe di esponenti israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia come prova di un intento genocida. Israele nega di aver commesso un genocidio a Gaza.

Fonte The Times of Israel e Associated Press (dichiarazioni del ministro e catena di comando), Ministero della Salute di Gaza (vittime dei raid dopo la tregua), Corte Suprema israeliana, Britannica e Nazioni Unite (disimpegno del 2005). Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Il peso politico di Ben-Gvir


I media israeliani, invece, hanno quasi ignorato quelle parole, ma paradossalmente il loro silenzio mostra quanto posizioni un tempo marginali, come quelle del Ministro, abbiano guadagnato terreno in vista delle elezioni del 27 ottobre. Dopo l'attacco del 2023, durante il quale i miliziani uccisero circa 1.200 persone e ne rapirono 251, figure come Ben-Gvir sono diventate sempre più popolari tra gli israeliani. Molti ostaggi hanno raccontato di aver subito fame prolungata, abusi fisici e psicologici e, in alcuni casi, violenze sessuali.

Il Ministro, in quanto responsabile della Sicurezza Interna, non esercita alcuna autorità sulle Forze Armate e non può ordinare attacchi contro Gaza. Dopo decenni trascorsi ai margini dell'estrema destra israeliana, è però diventato uno degli uomini più influenti del Paese. Controlla settori decisivi dell'apparato di sicurezza, dalla polizia nazionale alle carceri in cui sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. In passato si è vantato di aver ridotto fino al limite della fame le razioni alimentari destinate ai detenuti palestinesi. Nel settembre 2025 la Corte Suprema israeliana ha stabilito che il servizio carcerario posto sotto la sua responsabilità non garantiva loro nemmeno il cibo necessario alla sussistenza.

Fino a poche settimane fa Israele attaccava Gaza quasi ogni giorno. Secondo il Ministero della Salute della Striscia di Gaza legato ad Hamas, questi attacchi hanno ucciso più di 1.250 persone dall'entrata in vigore della tregua di ottobre. L'esercito israeliano, che sostiene di aver preso di mira miliziani di Hamas, ha poi ridotto i raid in una concessione non dichiarata a Donald Trump. Nickolay Mladenov, inviato per Gaza del "Board of Peace" voluto dal presidente statunitense, aveva infatti chiesto la sospensione degli attacchi per due settimane. All'inizio di agosto i media israeliani hanno riferito che l'autorizzazione a colpire era stata riservata al solo capo di Stato Maggiore dell'IDF, Eyal Zamir. La decisione ha provocato la reazione furiosa degli esponenti della destra, tra cui proprio Ben-Gvir.

Lo scontro sul futuro di Gaza


Nella stessa intervista il Ministro ultranazionalista ha chiesto anche l'emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza, una proposta che, secondo i giuristi internazionali, potrebbe configurare una vera e propria pulizia etnica. Ben-Gvir ha inoltre invocato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia. Vent'anni fa Israele si ritirò da Gaza, smantellando un blocco di 21 insediamenti ebraici noto come "Gush Katif". "Considero tutta Gaza parte del nostro territorio", ha detto.

"Dovremmo costruire insediamenti non soltanto a Gush Katif, ma in tutta Gaza, incoraggiando quanta più emigrazione possibile e mandandoli nei loro Paesi. Per i terroristi, invece, niente emigrazione: bisogna soltanto ucciderli uno per uno."


Il piano in 15 punti della Casa Bianca prevede invece che Hamas ceda gradualmente le armi mentre le forze israeliane interrompono gli attacchi e cominciano a ritirarsi dalla Striscia. Il gruppo terrorista palestinese si è detto disposto al disarmo, ma soltanto dopo il completo ritiro israeliano, e ha subordinato la consegna delle armi più pesanti alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, ipotesi che il governo israeliano e gran parte della classe politica del Paese respingono con decisione.

Il 9 agosto Netanyahu ha bocciato la proposta del "Board of Peace", ribadendo che Israele non abbandonerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà stata completamente disarmata. Finché questo nodo non sarà sciolto, resteranno bloccati anche il dispiegamento delle forze internazionali e la ricostruzione del territorio pressoché completamente distrutto durante la recente guerra. Ben-Gvir vuole superare a suo modo lo stallo, ma nella direzione opposta a quella invocata dalla Casa Bianca.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Il “folle” woke 1 e Jason Arday


Un pezzo dell’Atlantic aiuta a riflettere sulla vicenda dell’accademico e la stagione dell’inclusione.
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Nei discorsi sull’inclusione e il cosiddetto “politicamente corretto” visti dalla provincia dell’impero statunitense, c’è un meme (forse meglio dire una reaction image, per pignoleria) che da anni va per la maggiore: questo.

Signora mia, il wok! L’ho usato personalmente decine, se non centinaia di volte, e devo dire con soddisfazione: d’altronde era forse l’unico modo di rispondere alle lamentationes in malafede dei commentatori di destra, quelli che vedevano pericolose derive masochiste anche nella libera scelta di una tizia di regalare i suoi libri, e traslavano nella sonnacchiosa e gattopardesca provincia italiana discorsi e diatribe che potevano guardare solo col binocolo.

Al di là delle parti in commedia, sul totale ben poche persone sono mai state “cancellate” (e di certo nessuna in Italia) e ancora meno risultano essere le società occidentali messe in ginocchio dalle policy di casting di Netflix. Alla frizione tra questi dati di realtà e gli “al lupo” della propaganda reazionaria ho dedicato dozzine di articoli, almeno due capitoli di un libro e non so più quanti interventi pubblici.

Mentre noi assennati postatori di meme ci sollazzavamo sferzando le fesserie dei Charlie Kirk all’amatriciana, nel mondo però i loro piani discorsivi assumevano una dimensione sempre più centrale. Soprattutto negli Stati Uniti, la patria delle guerre culturali: Donald Trump ha scelto di puntarci per tornare alla Casa Bianca, attorniandosi di personaggi come lo stesso Kirk e affidando la sua rielezione a slogan trans-ossessionati come «Kamala is for they/them, Trump is for you» (non a caso, il mantra degli spot elettorali risultati più efficaci dell’intera campagna). E ha vinto.

Che l’arsenale propagandistico della destra avesse individuato bersagli facili era chiaro ai più, e non perché improvvisamente quella delle donne transgender nello sport – per dirne una – fosse diventata una questione più sentita del lavoro e della sanità americani, ma perché innervava discorsi saldati alle inquietudini e allo smarrimento delle classi subalterne: in un mondo di disuguaglianze accentuate, precarizzazione, rimpiazzo tecnologico e cambiamenti climatici, la dimensione comunicativa e simbolica diventa quella in cui “essere visti”.

Con un processo culminato nell’estate del 2020, le istituzioni e i media occidentali si sono messi a “vedere” – in buona parte legittimamente e finalmente – la società sotto la lente delle differenze etniche, linguistiche, religiose e di orientamento sessuale o identità di genere. Ma l’hanno spesso fatto con motivazioni afferenti al paradigma neoliberale – quello del marketing, della competizione per i fondi, in una parola del mercato – codificandole con un linguaggio per pochi; per diretta conseguenza, la maggioranza dei meno abbienti si è sentita esclusa.

La mia idea, oggi come ieri, è che a questi molti era urgente parlare, specie quando Trump e i suoi accoliti hanno fiutato l’occasione di farli sentire rappresentati, “visti”. Quasi nessuno a sinistra, però, ha voluto affrontare dibattiti complessi mettendo a disposizione contemporaneamente una buona dose di autocritica e una disponibilità a parlare una lingua per non-iniziati: per buona parte del progressismo “cancel culture” e “woke” marchiavano temi tabù, legati a doppio filo a xenofobia e intolleranza che si perpetuavano solo evocandone i significanti.

Ma intanto per molta gente i land acknowledgement dei costruttori milionari e il linguaggio inclusivo calato dall’alto diventavano cose indigeste e alienanti. E oggi buona parte dell’establishment Dem sembra essersi accorto dell’errore: Alexandria Ocasio-Cortez ha detto in un’intervista, riprendendo una sorta di meme e citando le parole di un imprecisato collega, che il «Woke 1» – la fase più intensa del fenomeno, coincidente col 2020 – «è stato folle»; lo stesso Zohran Mamdani, il sindaco di New York, rappresenta per molti versi un superamento di quel modello.

Quando Trump ha vinto, è successo quello che si immaginava sarebbe successo, ma in forma peggiore: il ras di Washington ha preso di mira i suoi avversari politici con metodi mai visti nella storia americana, dismettendo una lunga serie di garanzie e organismi federali, privatizzando il potere e, tra le altre cose, perseguitando attivamente certe demografie (soprattutto migranti). Non contento di tutto ciò, dichiara ormai candidamente di volersi ricandidare nel 2028 per un terzo mandato, infischiandosene delle regole della democrazia d’oltreoceano.

A quel punto, il discorso de relato in Italia sui fatti statunitensi ha preso una svolta paradossale: gli stessi che fino a prima delle elezioni si erano rifiutati di sporcarsi le mani con le intemerate retoriche della destra, ora sostenevano contemporaneamente che Trump non aveva vinto per la presa di quei discorsi, sostanzialmente irrilevanti, ma anche che a spianargli la strada erano stati alcuni – direi pochissimi, soprattutto in Italia – opinionisti di sinistra che si erano messi a passare al setaccio gli errori strategici del progressismo statunitense.

A ogni nuovo esempio di deriva fascistoide trumpiana – il giogo alle università, l’ICE usata come una milizia privata, la disgregazione delle missioni umanitarie all’estero – in Italia una classe di commentatori online ancora oggi, nel pieno di una catastrofe istituzionale e politica, fa rientrare a forza i segnali del tracollo della democrazia americana in beghe condominiali, attribuendone una parte sostanziale della responsabilità ai “paladini” dell’esegesi del woke, quei progressisti che erano caduti mani e piedi nella “truffa” della cancel culture, contribuendo a radicare una “trappola retorica” nel dibattito pubblico.

La domanda che di solito rimane regolarmente inevasa, in questi inquadramenti, riguarda il perché questa trappola truffaldina ha convinto abbastanza votanti da mandare i suoi architetti nei palazzi del potere; sì, certo, i media ci hanno messo del loro, la propaganda ci ha messo del suo e, non bastasse, certi utili idioti di sinistra hanno iniziato a parlare di woke, invece di fare gli struzzi e far coincidere l’elettorato intero con la propria bolla social... ma perché il trucco ha funzionato? Perché oggi casi come quello di Jason Arday – il sociologo a cui Cambridge ha messo sulle spalle il giogo di rappresentare il suo commitment per l’inclusione, e che poi è rimasto schiacciato da quel peso, perdendo la sua stessa vita – diventano ostaggio di branchi di iene alla perenne ricerca di una carcassa su cui accanirsi?

Nel suo ultimo numero, il magazine Atlantic ha dedicato la cover a un articolo che ci aiuta a mettere ordine, per provare a rispondere a questa domanda. L’ha scritto Tyler Austin Harper, un accademico afroamericano ora in forza al giornale, ma che ha lavorato per anni al prestigioso Bates College, piccolo e costosissimo liberal-arts college di Lewiston, nel Maine. Si intitola Confessions of a Token Black Professor, e non credo ci sia bisogno di traduzione.

La storia di Harper è quella di una carriera di successo: nel 2020, appena trentenne, ottiene una posizione tenure-track, cioè una cattedra ordinaria, a Bates: una rarità nell’università (statunitense e non) contemporanea, dove gli incarichi stabili continuano a diminuire. Quando arriva in Maine, ha posizioni socialiste e considera le polemiche conservatrici sulla “wokeness” robaccia da Fox News; quindi, scrive nel pezzo, è contento di entrare in un college dalla storia orgogliosamente progressista, proprio durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd.

Presto, però, scopre quale parte Bates gli abbia assegnato d’ufficio. La ricerca accademica di Harper si occupa di letteratura britannica, fantascienza e storia della scienza, ma viene reclutato per organizzare le celebrazioni del Martin Luther King Day: non per una particolare competenza, bensì perché è uno dei pochi professori neri del college. In un altro aneddoto riportato, durante una selezione per assumere un nuovo professore, un collega osserva a voce alta con preoccupazione che la ricerca sulla diaspora africana di un candidato al ruolo potrebbe risultare «troppo vicina a quella di Tyler»: siccome è nero, si occuperà di diaspora africana, no? (Beh, no – e queste pose non suonano nuove).

A turbarlo non è tanto la sua resa a figurina, quanto ciò che gli permette di vedere. Mentre Bates moltiplica le sue spese in commissioni e consulenti per iniziative reclamizzate che orbitano attorno alla diversità, il college d’élite continua a ignorare i docenti precari sottopagati e le loro richieste. Nell’autunno del 2021 il college obbliga ogni dipartimento a sottoporre i propri corsi a una valutazione sul razzismo, al fine di produrre un piano di «trasformazione». Per uno di quei casi della vita, proprio nello stesso giorno circa 650 lavoratori di Bates – docenti senza ruolo, bibliotecari, amministrativi, addetti alle mense e alle pulizie – annunciano la nascita di un nuovo sindacato.

Ma quell’università inclusivissima a parole, nei fatti si rivela ferocemente antisindacale. Alla richiesta di redistribuire concretamente il potere, il college reagisce in modo meno entusiasta rispetto ai simposi sulla white fragility: contesta la composizione della nuova union e assolda una società specializzata nel contrasto alle organizzazioni dei lavoratori, la stessa che in quel periodo presta i propri servizi ad Amazon per aiutare Jeff Bezos a stroncare le proteste dei lavoratori di Staten Island. Dopo quattordici mesi di ricorsi, il sindacato perde.

Nel frattempo, racconta Harper, l’Academic Affairs Council – influente organo decisionale del college, formato dal preside di facoltà e da quattro professori anziani, tutti bianchi – propone di obbligare ogni studente a frequentare due corsi su razza, potere, privilegio e colonialismo, a prescindere dalla facoltà. Quando Harper obietta, una collega (bianca) gli rammenta senza indugi che le sue idee sulla libertà e la ricerca accademica sono quelle di alcuni docenti «di orientamento libertario», come se la compagnia politicamente sconveniente bastasse a renderle sospette. A un giovane professore nero, nota amaramente l’autore, non viene contestata la sostanza della sua posizione: gli viene ricordato da quale parte ci si aspetta che stia.

Scrive Harper:

La storia delle pratiche di assunzione e di avanzamento di carriera dell’istruzione superiore d’élite e quella della sua deriva pluridecennale verso un certo estremismo liberal-progressista non sono separate, e nemmeno in contraddizione. Sono la stessa storia.


Anche la presunta «domanda» degli studenti, regolarmente portata dalla direzione del college a giustificazione di nuovi, massicci investimenti in una diversity da cartolina, viene di fatto smontata da una rappresentante del corpo studentesco, che racconta al professore come i discenti fossero stati portati a intendere che le modifiche erano già ampiamente condivise da faculty e personale accademico (ma così non era, nemmeno nella ricca e progressista Bates).

Harper definisce il sistema di Bates, comune ai maggiori e più costosi college d’America, «esclusione inclusiva»: l’amministrazione universitaria può salvare la faccia rinnovando la composizione demografica di chi occupa i pochi posti lavorativamente sicuri, pur senza concedere nulla: senza aumentare i suddetti posti, senza stabilizzare i precari e, soprattutto, senza cedere potere ai lavoratori. Questa diversità di facciata, insomma, ha un fine cosmetico, se non direttamente conservatore: serve a modificare la gerarchia, lasciandone intatte le regole.

Un corpo docente più fragile è anche più conformista e ricattabile; le politiche identitarie, quando sono applicate in questa forma ipocrita – che non è di certo l’unica, ma è quella più spinta dalle alte sfere economiche – consentono a chi controlla l’istituzione di presentarsi come agente del cambiamento senza intervenire sulle disuguaglianze materiali da cui dipende il suo potere.

Alla fine Harper – che descrive il suo profondo disagio di fronte a questa dissonanza cognitivo-accademica – nel 2024 ha lasciato Bates, rinunciando al suo sogno di una vita di una posizione stabile nell’accademia. Nel frattempo Trump è tornato al potere e ha preso di mira i fondi universitari; così il college ha risposto sospendendo fino al 2029 l’introduzione dei suoi nuovi corsi obbligatori su razza e privilegio, quelli che per lungo tempo aveva presentato come urgenti e indifferibili strumenti di avanzamento sociale. Appena ha comportato un costo vero, il proclama etico è diventato un orpello di cui privarsi.

In questa storia riecheggiano molte riflessioni sulla ciclicità della radicalizzazione delle élite liberal di Musa al-Gharbi, il sociologo statunitense che meglio di tanti altri ha saputo legare il wokismo di facciata delle istituzioni americane alla loro indisponibilità a ridistribuire risorse, ricchezza e potere (qui una chiacchierata che avevo fatto con lui l’anno scorso).

Quella di Tyler non è una storia così rara, nelle università più prestigiose del mondo anglofono. Ho letto, tra i vari take opinabili seguiti alla tragedia in queste ore, che non sarebbe vero che Jason Arday per l’Università di Cambridge era un poster boy della DEI, una mostrina da appuntarsi: ma tutto, dal comunicato della sua nomina a dozzine di sue apparizioni pubbliche, puntava decisamente in tal senso; che portasse con sé un buon numero di citazioni accademiche non indebolisce l’evidenza del suo sfruttamento simbolico.

Da dinamiche come quelle in azione in questi casi – che rimangono dinamiche connaturate a uno schema bianco-centrico che prova disperatamente a rimanere saldo con le mani sulle leve, è bene ripeterlo – Trump e sodali continueranno a ottenere altra legna da ardere per proseguire la loro lotta senza quartiere all’inclusione e alla libertà accademica.

Dicevamo di quell’annosa domanda inevasa, sul perché la destra abbia raccolto i dividendi delle culture wars. Abbozzerei una risposta che parte dal fatto che qualcosa, in effetti, in questi anni è successo; non certamente nei termini deliranti e fuorvianti dei reazionari, ma era proprio questo il punto: cercare di disinnescare quei discorsi voleva dire risalire al lontano granello di realtà per cui, con ogni evidenza, i loro allarmismi avrebbero avuto successo alle urne.

Quel granello di realtà aveva a che fare da vicino con centri di potere che si erano adagiati, per interesse o per ignavia, sulla forma di cambiamento più comoda, superficiale, innocua e controproducente: una «follia», per citare ancora la definizione che ne dà oggi AOC, non esattamente un’estremista xenofoba. Parlarne allora, tra il 2020 e il 2024, non significava essere cerchiobottisti, più o meno nella misura in cui un meteorologo non è “cerchiobottista” quando comunica la coesistenza di cieli sereni e nuvole nere all’orizzonte.

Se è proprio necessario (e non dovrebbe esserlo, specie in quest’era post-trumpocalittica) trovare colpevoli da additare, allora temo di avere una pessima notizia: le migliori pedine della Grande Guerra all’Inclusione della destra – e i peggiori alleati delle minoranze sfruttate per un pugno di punti-marketing – sono stati i compagni della mozione nothing to see here, per cui il discorso non esisteva, non meritava autocritica e non doveva essere toccato in alcun modo: queste persone non sapevano di cosa parlavano, confondevano i piani ed erano più interessate a trovare “nemici interni” che a risolvere una situazione che stava per rendere la vita tremendamente più difficile a chi non era maschio, bianco, etero e cisgender.

Il che suona problematico, se chiedi a me.

  • Sorpresa: anche Zoe Saldana vorrebbe essere trattata come attrice, non come token inclusivo;

  • La WNBA, la maggiore lega professionistica femminile di basket americano, è al centro di una lunare controversia sulle sue regole di ingaggio delle donne transgender;

  • La più celebre anti-woke (ma qui si potrebbe dire: nazi) tedesca ha chiesto fondi americani per finanziare un suo network mediatico reazionario.



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Un poster boy troppo perfetto


Jason Arday ha 41 anni e insegna (edit: sarebbe più corretto dire “insegnava”, perché si è appena dimesso; la notizia è giunta dopo la scrittura di questo articolo) Sociologia dell’educazione a Cambridge. Il suo nome per anni è stato quello di una vera e propria star dell’accademia britannica: nato da genitori ghanesi a Clapham, nella periferia di South London, è stato protagonista di una storia di riscatto e affermazione che ha conquistato i media del Regno Unito. Il problema, però, non è soltanto che quella storia era troppo bella per essere vera, ma risiedeva soprattutto in quanto l’Università di Cambridge aveva bisogno che fosse vera.

Quando, nel marzo del 2023, Arday è stato nominato professore, l’ateneo non si è limitato ad annunciare l’arrivo di un nuovo docente: ha costruito sulla sua investitura un apologo morale con cui appuntarsi una mostrina istituzionale. A 37 anni, Arday diventava il più giovane professore nero nella storia di Cambridge. Per una persona cresciuta in una casa popolare nel sud di Londra, che aveva ricevuto una diagnosi di autismo e non aveva imparato a parlare fino agli undici anni d’età, e a leggere e scrivere fino ai diciotto, era un risultato impensabile e di ispirazione.

L’annuncio ufficiale dell’università presentava esplicitamente l’incarico come una dimostrazione plastica dell’impegno dell’ateneo verso una maggiore inclusione di personale accademico proveniente da gruppi sottorappresentati. Arday non era soltanto un professore, insomma: per molti legittimi motivi, era il professore che provava un cambio di passo a Cambridge.

Le istituzioni progressiste contemporanee, non è un mistero, spesso ricercano attivamente personaggi come Arday: persone con una storia personale riassumibile, un volto spendibile nelle campagne di comunicazione e una biografia capace di parlare a questioni sociali irrisolte. Il docente-star, nel caso di una prestigiosa università che forma le élite, permette di chiudere un occhio – o, nei casi peggiori, di saltare a piè pari – le parti meno “raccontabili” dell’inclusione. Non occorre parlare di aumenti delle borse di dottorato, di rendere le carriere meno precarie, di correggere i meccanismi di selezione, o del perché le classi popolari arrivano così raramente ai vertici dell’università: a volte basta mostrare la figurina e dichiarare il cambiamento. Così fanno le aziende, e anche tante università-azienda.

Questa volta, però, la storia di Arday ha iniziato a venire smontata pezzo per pezzo, con una serie di accuse di gravità e campo variabili che hanno monopolizzato il discorso pubblico: decine di sovrapposizioni plagiarie tra la sua tesi di dottorato e lavori pubblicati in precedenza; articoli scientifici di rigore accademico traballante; affermazioni imprecise o false sulle sue modalità della ricerca o sulla sua biografia, personale e accademica; episodi di razzismo probabilmente inventati; addirittura racconti delle proprie imprese sportive e di raccolte di beneficenza che sarebbero stati gonfiati ad hoc.

Il Guardian ha ricostruito nel dettaglio la verità su diversi episodi che, nel tempo, avevano contribuito a cementare la sua immagine pubblica di eroe accademico, mettendoli a confronto con la realtà dei fatti accertati. C’è la cifra di oltre cinque milioni di sterline raccolte per beneficenza, da lui stesso indicata, ma che non era un risultato attribuibile a una sua iniziativa personale, bensì il totale aggregato di diverse campagne di fundraising a cui aveva preso parte; ci sono le 30 maratone che dice di aver corso in 35 giorni, in parte con una gamba rotta (!); c’è che ha sostenuto di aver partecipato da bambino a una popolarissima serie tv inglese, Up, girata vent’anni prima della sua nascita.

Ma questi sono solo contorni, e di importanza assai relativa: perché i problemi per Jason Arday sono venuti soprattutto dal versante accademico, a partire dalla sua tesi di dottorato discussa alla John Moores University di Liverpool, oltre ad alcuni articoli successivi. Decine di passaggi sarebbero molto simili a quelli di opere che non ha nemmeno citato, si diceva; due pubblicazioni sono state corrette, eliminando o modificando affermazioni sul processo di codifica dei dati, sull’impiego di un secondo ricercatore e su alcune citazioni dei partecipanti. L’università di Liverpool ha riesaminato il lavoro e ha detto di non aver ravvisato plagi; un accademico consultato da Retraction Watch, invece, ha parlato di “somiglianze” estese e difficili da liquidare come meri problemi formali.

La persona che per prima ha contribuito a portare il caso alla luce è il filosofo dell’etica Nathan Cofnas, il che non è un dettaglio: Cofnas si definisce un race realist, e in tempi recenti ha sostenuto che in un sistema integralmente meritocratico ad Harvard non ci sarebbe quasi nessun professore nero; per questo è stato allontanato dai corsi, dopo una lunga controversia pubblica. In seguito Cambridge ha concluso che le sue affermazioni non costituivano, secondo i regolamenti dell’ateneo, discriminazione o molestie, ma in ogni caso Cofnas – che al caso Arday ha dedicato un lungo approfondimento – ha con l’università un conflitto personale evidente.

Questa è una parte importante della controversia: c’è un fronte – che per comodità chiameremo “anti-woke” – che su storie del genere si getta a peso morto. Tra gli altri, nemici giurati del “woke” come Kathleen Stock e la testata UnHerd non hanno perso tempo prima di esprimersi sul caso, presentando Arday come il prodotto simbolo della decadenza woke dell’università britannica. Si insiste – con qualche sparuta ragione, seppellita da propaganda e falso prospettico – sul fatto che le università avrebbero progressivamente sostituito criteri di valutazione accademica con criteri identitari, generando pratiche di selezione opache e incoerenti.

Nel frattempo, vicende come quella di Arday non rimangono confinate al perimetro delle beghe da guerre culturali: la testata di settore Times of Higher Education l’anno scorso gli aveva dedicato un’inchiesta, salvo poi – come ricostruito da Retraction Watch – non pubblicarla a seguito di moniti legali inviati dagli avvocati di Arday; il Guardian ha raccolto documenti e testimonianze, comprese quelle di accademici neri e di studiosi delle disuguaglianze razziali che ritengono le domande su Arday meritevoli di approfondimento, e temono che il caso possa danneggiare il loro lavoro.

Blackademics in the United Kingdom need to brace for a reckoning they didn’t ask for. Scrutiny of labour & belonging in the academic extended in the most extreme fashion bcuz the system insists on a monolithic approach to collective punishment before a judgement has been reached.
— Chisomo Kalinga, PhD (@ChisomoWrites) July 30, 2026


Un commento di un accademico britannico nero.

Il punto di vicende come questa, di fatto, è proprio che non riguardano soltanto i Jason Arday di turno. Cambridge, di fronte alle prime contestazioni dei giorni scorsi, ha difeso il suo professore parlando di una «vile macchina del fango» e insistendo sul fatto che il docente era già stato scagionato dalle accuse a Liverpool. Molti colleghi hanno firmato lettere e appelli in sua difesa, descrivendo le accuse come parte di una campagna razzista tesa a screditare un accademico nero di successo. Intendiamoci: è possibile, o addirittura probabile, che nella mobilitazione contro Arday convivano domande lecite, antipatie personali, razzismo e anche il (piuttosto trasparente) desiderio di far saltare in aria un simbolo della DEI britannica.

Ma una delle conseguenze più velenose dell’inclusione costruita attorno ai poster boy è proprio questa: rende difficilissimo distinguere la normale valutazione del lavoro di un individuo da un attacco all’intera categoria che l’individuo è stato incaricato di rappresentare. Se Arday fosse stato presentato in un altro modo dal suo ateneo, le polemiche sulla sua tesi, sui suoi articoli e sulla sua biografia avrebbero potuto ricevere risposte circostanziate; ma siccome è stato reso la prova vivente delle virtù di Cambridge, trasformare ogni dubbio su di lui in un dubbio sull’inclusione risulta facile; e ogni difesa dell’inclusione, di conseguenza, finisce per trasformarsi in una difesa d’ufficio di Arday.

È una trappola discorsiva perfetta, se ci pensi: per gli avversari della DEI, la sua debacle dimostra che le università assumono sempre persone incompetenti o disoneste, purché appartengano alla minoranza giusta; per i suoi difensori, ammettere che alcune accuse di plagio possano essere fondate, in questo contesto significa offrire munizioni ai razzisti. E in questa spessa coltre di nebbia si perde la domanda fondamentale: perché mai il valore delle politiche contro la discriminazione dovrebbe dipendere dalla fallibilità di un singolo professore?

L’aspetto più oltraggioso che emerge da questa storia è la sensazione, alimentata più e meno involontariamente dalle reazioni istituzionali, che applicare agli accademici appartenenti a minoranze gli standard comuni gli faccia un qualche torto. Una forma di paternalismo che somiglia pericolosamente a ciò che pretende di combattere: il professore nero non può essere soltanto bravo o mediocre, rigoroso o approssimativo, onesto o vanitoso come qualunque altro collega; no: dev’essere l’incarnazione della diversity senza macchia oppure la prova del suo fallimento.

Quando un’università costruisce il proprio impegno (e la propria reputazione) attorno a una biografia straordinaria, trasferisce sul protagonista una quantità di capitale simbolico sproporzionata: la sua storia deve essere esemplare, ogni dettaglio deve confermare la parabola, ogni critica deve poter essere attribuita alle forze della reazione. Ma più l’istituzione usa quella persona per lavarsi la coscienza, più il conto dell’eventuale fallimento viene socializzato. E a pagarlo non saranno il dipartimento comunicazione che ha esagerato con i trionfalismi, o i dirigenti che hanno voluto la figurina: sono gli altri blackademics, come vengono detti gli accademici neri d’oltremanica. La prossima docente afro promossa a una posizione prestigiosa si troverà circondata da un sospetto di fondo rinforzato: è davvero lì per il proprio lavoro, o perché serviva un altro Jason Arday?
Jason Arday
Uno degli studiosi consultati da Retraction Watch ha sintetizzato bene il paradosso: Cambridge avrebbe potuto affrontare la questione in modo ordinario, evitando che a occuparsene fossero gli urlatori della destra radicale. Eppure non l’ha fatto – o non in modo abbastanza trasparente. Così è diventata appannaggio dei nemici dell’inclusione, che ora possono esibire ogni reticenza istituzionale come la prova di un insabbiamento.

E ci sono precedenti, in questo senso, perché la sinistra su questo fronte ha già commesso errori e lasciato voti. Nel 2019, quando Ibram X. Kendi stava diventando una delle massime autorità morali della diversity americana, l’autore Kelefa Sanneh scriveva sul New Yorker che la sua distinzione binaria razzismo/antirazzismo tendeva a comprimere vite, politiche e istituzioni complesse in un esame a risposta secca. Era una critica che non veniva da una rivista o una penna trumpiana, né ovviamente sosteneva che il razzismo fosse un’invenzione: però metteva in discussione un paradigma intellettuale-culturale orientato a una semplificazione controproducente.

Gli anni successivi ce l’hanno confermato, anche nel caso specifico di Kendi: è diventato il nume tutelare di un’enorme infrastruttura accademica, editoriale e filantropica; il suo Center for Antiracist Research della Boston University ha raccolto decine di milioni di dollari, finendo poi in acque burrascose fatte di licenziamenti e accuse di cattiva gestione, per poi essere chiuso quando Kendi si è trasferito alla Howard University. Anche qui, si è misurato lo scarto tra le aspettative messianiche concentrate su un intellettuale-star e la fragilità dell’istituzione costruita a sua immagine.

È questo il punto che una parte consistente del progressismo mainstream non ha voluto ascoltare nell’ultimo decennio. Le critiche al modello delle celebrity antirazziste, alla professionalizzazione dell’attivismo e alla sostituzione dei cambiamenti materiali con il capitale simbolico non sono nate dopo la vittoria della destra; esistevano già quando le aziende firmavano assegni e le università istituivano centri, cattedre e programmi intitolati a un antiracism di facciata, ma venivano spesso liquidate come tentativi di distogliere l’attenzione dal vero problema (o peggio, come forme mascherate di ostilità verso le minoranze).

Le persone nere rimangono gravemente sottorappresentate ai vertici dell’accademia britannica: secondo i dati raccolti da Advance HE, soltanto il 3,8 per cento degli accademici neri aveva raggiunto il rango di professore, e i docenti appartenenti alle minoranze etniche risultavano più frequentemente impiegati con contratti a termine rispetto ai colleghi bianchi. Sono numeri che non si cancellano facendo le pulci al curriculum di un singolo individuo, ma anche che rendono irresponsabile e crudele concentrare la battaglia per l’uguaglianza su pochi casi eccezionali.

La diversity da brochure preferisce la rappresentazione alla redistribuzione perché la prima costa meno, almeno politicamente. Una fotografia di Jason Arday davanti a un edificio prestigioso in stile gotico comunica immediatamente progresso; intervenire sulle scuole frequentate dai figli delle classi popolari, finanziare dottorati e stabilizzare ricercatori precari richiede invece denaro, conflitti e anni di lavoro. La razza non scompare riportando il discorso alla classe sociale, ma la classe ricorda quanto sia incompleta una politica che celebra l’accesso di pochi individui eccezionali lasciando intatti i meccanismi che escludono tutti gli altri.

A prescindere da quel che sarà il destino di Arday, una concezione adulta ed efficace dell’inclusione dovrebbe partire dall’idea opposta di quella coltivata da Cambridge. Gli accademici neri non devono essere rappresentanti plenipotenziari della loro etnia; non devono essere migliori degli altri per meritarsi una cattedra, né sottratti ai processi di verifica per timore di assist politici. Devono poter essere giudicati come individui, secondo standard chiari e condivisi, all’interno di istituzioni che riconoscano e correggano gli ostacoli strutturali senza trasformare chi li supera in una reliquia.

Altrimenti il messaggio implicito diventa proprio quello che la DEI dice di voler cancellare: che una persona nera arrivata ai vertici non può essere trattata normalmente. E a quel punto, tanti saluti all’inclusione.

  • La vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie Democratiche del Michigan potrebbe essere un punto di svolta per la sinistra americana;

  • La Casa Bianca ha ordinato allo Smithsonian National Museum of American History di mostrare un cartello che ammonisce i visitatori circa le «informazioni inaccurate» del museo: Trump cerca di controllare la storia.



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Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia: ecco cosa cambia con il nuovo robot aspirapolvere


Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia con nuove tecnologie e funzioni pensate per rendere la pulizia quotidiana più semplice ed efficace. Scopri caratteristiche, novità e prestazioni del nuovo robot aspirapolvere e lavapavimenti
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Roborock ha annunciato il lancio sul mercato italiano di Qrevo 2 Pro. Il modello si posiziona all'interno della gamma Qrevo come soluzione di fascia media, coniugando ottime prestazioni di pulizia ‘hands-free’ ad un prezzo contenuto e rivelandosi come dispositivo ideale per la gestione quotidiana di abitazioni con superfici miste, presenza di animali domestici e tappeti.

E-commerce ad agosto: gli italiani continuano a comprare
L’e-commerce non va in vacanza: anche ad agosto gli italiani continuano a fare acquisti online. Ecco come cambiano le abitudini di shopping durante l’estate
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

HyperForce da 25.000 Pa e sistema anti-groviglio


Per affrontare lo sporco quotidiano, la polvere fine e la pulizia dei tessuti dei tappeti, Qrevo 2 Pro conta su una potenza di aspirazione HyperForce da 25.000 Pa. Questa forza aspirante lavora in sinergia con il doppio sistema anti-groviglio, ideato per evitare che peli e capelli si attorciglino attorno agli elementi pulenti grazie all'azione combinata della spazzola principale DuoDivide.
Qrevo 2 Pro conta su una potenza di aspirazione HyperForce da 25.000 PaQrevo 2 Pro conta su una potenza di aspirazione HyperForce da 25.000 Pa

Mocio estensibile e cura dei tappeti


Qrevo 2 Pro introduce il braccio estensibile FlexiArm Edge Mopping, chespinge il mocio rotante destro fino a 1,85 mm dal battiscopa, garantendo una pulizia minuziosa lungo tutto il perimetro della stanza. Particolarmente avanzata è anche la gestione dei tappeti. Nella gestione dei tappeti, oltre a poter sollevare i panni fino a 15 mm, il robot integra la funzione Auto Mop Removal: prima di dedicarsi alle superfici tessili, il dispositivo torna alla base, sgancia e deposita qui i moci umidi per ripartire in modalità di sola aspirazione. In questa fase il robot attiva automaticamente la massima potenza di aspirazione e la funzione Deep Carpet Cleaning, che esegue una seconda passata con schema a griglia incrociata per raccogliere lo sporco più profondo.
Nella gestione dei tappeti, oltre a poter sollevare i panni fino a 15 mm, il robot integra la funzione Auto Mop RemovalNella gestione dei tappeti, oltre a poter sollevare i panni fino a 15 mm, il robot integra la funzione Auto Mop Removal

Dock multifunzione ridisegnata


La stazione di ricarica di Qrevo 2 Pro gestisce in totale autonomia l'intero ciclo di manutenzione del robot, limitando l’intervento umano. Il lavaggio dei moci avviene con acqua ad alta temperatura fino a 75 °C per sciogliere i residui di sporco, affiancato dalla nuova modalità di ammollo di 4 minuti per lo sporco più ostinato. Al termine del lavaggio, i moci vengono asciugati con aria calda a 45 °C, mentre il contenitore della polvere si svuota nel sacchetto antibatterico garantendo fino a 65 giorni di autonomia (dati Roborock).
Attraverso l'app Roborock e il sistema SmartPlan 3.0, il robot individua automaticamente la strategia di pulizia più efficaceAttraverso l'app Roborock e il sistema SmartPlan 3.0, il robot individua automaticamente la strategia di pulizia più efficace

Navigazione avanzata


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Caro vita: più staycation per gli italiani | Techpertutti
Il caro vita sta cambiando le abitudini estive degli italiani: sempre più persone scelgono staycation, attività da fare a casa e momenti di qualità in famiglia, secondo una nuova analisi di Temu
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E-commerce ad agosto, lo shopping online non va in vacanza: cosa comprano gli italiani


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Per molto tempo agosto è stato considerato un mese sospeso, quasi estraneo alle normali dinamiche economiche e commerciali, soprattutto in Italia. Oggi, però, questa immagine rispecchia sempre meno il modo in cui le persone vivono, si informano e acquistano. Le ferie continuano a modificare le abitudini quotidiane, ma non interrompono i bisogni, gli interessi e le decisioni di consumo. Lo shopping online, in particolare, non segue più necessariamente il calendario lavorativo tradizionale: resta accessibile in ogni momento e accompagna le persone anche durante gli spostamenti, nei luoghi di villeggiatura e nei momenti di maggiore libertà.

I dati raccolti da Trovaprezzi.it mostrano con chiarezza che agosto non è affatto il mese con il minor numero di ricerche dell’anno. Nell’agosto 2025 la piattaforma ha registrato oltre 18,5 milioni di ricerche, un volume superiore a quello registrato sia ad aprile che a settembre. Ciò significa che, persino nel mese simbolicamente associato alla pausa estiva, si effettuano in media quasi 600 mila ricerche al giorno. Non siamo di fronte a un picco paragonabile a quelli generati da periodi promozionali particolarmente intensi o dall’avvicinarsi del Natale, ma neppure a una scomparsa o a un crollo della domanda.

Gli italiani parlano con l’AI: come cambia il rapporto con la tecnologia
L’intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana di milioni di italiani, trasformando il modo di lavorare, informarsi e comunicare
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Ad agosto non cambia tanto la propensione all’acquisto, quanto il contesto in cui nasce la ricerca. Durante il resto dell’anno molti percorsi di acquisto sono inseriti all’interno di routine consolidate, mentre in estate diventano più frammentati, mobili e legati alle circostanze del momento. La ricerca può riguardare qualcosa dimenticato prima della partenza, un prodotto necessario per affrontare il caldo, un acquisto destinato al viaggio o al tempo libero, ma anche un’esigenza improvvisa e difficilmente rinviabile.

Si acquista tecnologia anche in vacanza


Non è un caso che le dieci categorie più cercate su Trovaprezzi ad agosto siano rimaste le stesse nel 2024 e nel 2025, pur con qualche variazione nell’ordine. Tra queste troviamo Integratori e Vitamine, Prodotti Salute, Farmaci da Banco, Prodotti per il Viso e Prodotti per il Corpo. Non mancano Cellulari e Smartphone, Frigoriferi e Congelatori, Condizionatori e Deumidificatori, Sneakers e Scarpe Sportive, Lavatrici e Asciugatrici. È una classifica interessante perché descrive uno shopping estivo molto più articolato; accanto ai prodotti stagionali e a quelli dedicati al benessere compaiono beni tecnologici ed elettrodomestici, spesso associati a necessità concrete. La continuità delle categorie maggiormente ricercate suggerisce inoltre che non si tratti di comportamenti puramente episodici, ma di una domanda che tende a ripresentarsi con caratteristiche riconoscibili.

Lo smartphone: il mezzo preferito per lo shopping


Il vero elemento distintivo dello shopping online estivo è il ruolo dei dispositivi mobili, e in particolare dello smartphone. Ad agosto 2025 il 77,9% delle ricerche effettuate su Trovaprezzi.it proveniva da dispositivi mobili, per un totale di oltre 14,4 milioni di ricerche. Il desktop ha rappresentato il 20,7%, mentre il tablet si è fermato all’1,4%. Lo smartphone si conferma così il principale strumento di accesso all’e-commerce: viene utilizzato sotto l’ombrellone, durante un viaggio, in una casa di villeggiatura o semplicemente in un momento libero. Si tratta di percorsi meno lineari rispetto a quelli che avvengono davanti a un computer, ma non per questo meno rilevanti né più lontani dalla decisione di acquisto.

DJI Mic Mini 2S: 28 ore e IA per il rumore
DJI Mic Mini 2S introduce la registrazione interna fino a 28 ore e una nuova cancellazione del rumore basata sull’IA avanzata, per audio più pulito in ogni situazione
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Per i retailer e i brand, questo scenario suggerisce una conclusione chiara. Considerare agosto un mese nel quale ridurre automaticamente la presenza e gli investimenti significa rischiare di lasciare scoperto un pubblico che continua a cercare, confrontare e valutare acquisti. Naturalmente non è sufficiente replicare le strategie utilizzate durante il resto dell’anno. Occorre adattare messaggi, assortimento e servizi alle caratteristiche specifiche del periodo, osservando attentamente l’andamento delle singole categorie e le motivazioni che guidano la domanda. La disponibilità immediata dei prodotti, la trasparenza sui tempi di consegna, la possibilità di indicare facilmente un indirizzo diverso da quello abituale o di scegliere un punto di ritiro possono diventare elementi decisivi.

La scelta consapevole dei prodotti


Mantenere una presenza efficace ad agosto significa anche garantire un’esperienza realmente pensata per lo smartphone, il cui utilizzo cresce ulteriormente rispetto alla navigazione tramite PC durante le settimane agostane. Pagine lente, informazioni poco leggibili e procedure di acquisto complesse rischiano di interrompere percorsi che nascono spesso in condizioni di attenzione limitata. Il consumatore estivo vuole capire rapidamente se il prodotto è disponibile, qual è il prezzo finale, quando verrà consegnato e quali alternative sono disponibili. La comparazione assume quindi un ruolo ancora più importante, perché consente di orientarsi in poco tempo e di prendere decisioni consapevoli anche in un contesto meno abituale.

L'e-commerce non va in vacanza


L’e-commerce ad agosto non va in vacanza perché non vanno in vacanza le esigenze delle persone. Cambiano i ritmi, i luoghi e le priorità, ma l’interesse resta vivo. La sfida per chi vende online non è convincere i consumatori a continuare a valutare acquisti: i dati dimostrano che già lo fanno. La vera sfida è farsi trovare nel momento in cui nasce un bisogno, offrendo un’esperienza semplice, veloce e coerente con un pubblico sempre più mobile.

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Perché Trump vuole tornare a parlare con Kim Jong-un


Il presidente non ha dato dettagli. Un giorno prima aveva ordinato di ridurre le esercitazioni con la Corea del Sud, accusata di non avere partecipato alla guerra contro l'Iran.

Il presidente ha detto lunedì nello Studio Ovale che Kim Jong-un ha risposto ai suoi tentativi di riaprire un canale diretto. A un giornalista che gli chiedeva perché il leader nordcoreano non si fosse fatto sentire, ha replicato: "lo ha fatto". Non ha aggiunto dettagli e ha definito la novità "molto positiva". La Casa Bianca non ha spiegato in cosa consista quella risposta e la missione della Corea del Nord alle Nazioni Unite non ha commentato.

Il giorno prima il presidente aveva ordinato al Pentagono di "ridurre in modo sostanziale" le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, alleato degli Stati Uniti nel Pacifico, che coinvolgono decine di migliaia di soldati. Su Truth Social aveva scritto che le manovre sono costose e mandano un segnale "totalmente inappropriato e ostile" verso un paese che, da quando lui è presidente, si è comportato in modo "non minaccioso e rispettoso". Nello stesso messaggio rimproverava a Seul di non avere partecipato alla guerra contro l'Iran.

Il Pentagono non ha chiarito come intende ridimensionare il proprio ruolo nell'esercitazione, che dura undici giorni. In una nota di una riga mandata ai giornalisti lunedì pomeriggio, il suo ufficio stampa si è limitato a dire che "il Dipartimento della Guerra sta lavorando attivamente per eseguire la direttiva del comandante in capo", usando il nome che l'Amministrazione ha dato al Dipartimento della Difesa. Il ministero della Difesa sudcoreano ha fatto sapere che le manovre, chiamate Ulchi Freedom Shield, sono cominciate lunedì come previsto.

Da mesi gli esperti di proliferazione nucleare si chiedono se il presidente finirà per abbandonare anche il tentativo di fermare il programma nucleare iraniano, dato che sembra più interessato a riaprire lo Stretto di Hormuz che a occuparsi delle scorte di uranio dell'Iran, sepolte sotto le macerie dopo i bombardamenti americani del giugno 2025. Bloccato in quel conflitto, ha ricominciato a guardare a Pyongyang, anche se gli analisti vedono poche possibilità di smantellare in tempi rapidi un arsenale che continua a crescere.

L'ultima volta che aveva promesso di fermare il programma nucleare di un paese, il presidente aveva incontrato Kim tre volte, aveva detto che tra i due si era creato un "grande rapporto" e se ne era andato senza ottenere nulla. Non solo il tentativo diplomatico è fallito, ma subito dopo il leader nordcoreano ha accelerato: oggi, secondo alcune stime, ha circa 60 armi nucleari e missili che sembrano in grado di raggiungere gli Stati Uniti, esattamente la combinazione che il presidente aveva promesso di smontare.

Robert Litwak, studioso della George Washington University che ha scritto sui programmi nucleari di entrambi i paesi, ha detto al New York Times che il contrasto tra i due atteggiamenti è "un'incredibile storia di due Stati canaglia". "Siamo in guerra con l'Iran, un paese sulla soglia nucleare", ha detto. "Ma con la Corea del Nord stiamo assecondando un dittatore che può colpire il territorio americano con armi nucleari".

Il taglio alle esercitazioni serve anche a punire i sudcoreani per il rifiuto di unirsi alla guerra contro l'Iran, una posizione che ha irritato molto il presidente. La Casa Bianca è convinta anche che Seul stia tardando a mantenere una promessa di investimenti negli Stati Uniti da 350 miliardi di dollari, in parte nella cantieristica navale, mentre Washington ha imposto dazi sui prodotti sudcoreani. Scott A. Snyder, presidente del Korea Economic Institute of America, ha detto al New York Times che il presidente "usa la relazione di sicurezza come leva per fare più pressione sul governo sudcoreano".

Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung aveva detto a giugno che il capo della Casa Bianca sembrava volere riprendere i colloqui con Kim. Sabato Trump ha pubblicato una foto del loro incontro del 2019 al confine tra le due Coree scrivendo che lui e il leader nordcoreano vanno molto d'accordo. Lunedì ha aggiunto un meme che mostra Kim al telefono con alcuni ufficiali alle spalle e la didascalia "Ehi Donald, siamo a posto, vero?".

Il programma nucleare nordcoreano preoccupa Washington dalla fine degli anni Ottanta, molto prima di quello iraniano. Nel 1994 l'Amministrazione Clinton discusse un attacco militare contro l'impianto di Yongbyon ma si fermò. Nello stesso anno l'ex presidente Jimmy Carter chiuse un accordo con Kim Il-sung (il nonno dell'attuale leader) per fermare il programma in cambio di aiuti nella costruzione di reattori civili. Anche quell'intesa saltò e nel 2006 la Corea del Nord fece il suo primo test nucleare, seguito da altri cinque, l'ultimo nel 2017.

Nel 2018, l'anno dopo avere chiamato Kim "piccolo uomo missile", il presidente lo incontrò a Singapore e disse a un giornalista del New York Times che il disarmo sarebbe arrivato in fretta. Il secondo vertice, in Vietnam, finì con la rottura delle trattative: secondo il suo consigliere per la sicurezza nazionale di allora, John Bolton, ci arrivò impreparato e tutto si bloccò quando Kim rifiutò di smantellare gli impianti fuori da Yongbyon.

Joel S. Wit, ex diplomatico del Dipartimento di Stato che partecipò ai primi colloqui con Pyongyang e ha scritto un libro sul fallimento americano nel disarmare la Corea del Nord, teme che accada di nuovo la stessa cosa e ha detto al New York Times che un altro vertice "potrebbe essere un disastro". "Trump non sembra rendersi conto che il Kim Jong-un di oggi non è interessato a rapporti migliori con gli Stati Uniti", ha detto. "È deciso a tenersi le armi nucleari, a mandare soldati in Ucraina per sostenere l'alleato russo e a minacciare la Corea del Sud".

Il senatore Jack Reed del Rhode Island, principale esponente democratico nella commissione Forze armate, ha definito quella del presidente "un'altra decisione insensata e improvvisata" che punisce la Corea del Sud "senza altra ragione che l'ego di Trump". Il presidente ha respinto lunedì l'accusa di mettere gli interessi degli avversari davanti a quelli degli alleati: "sto rendendo tutto molto più sicuro", ha risposto a un giornalista, aggiungendo che Kim "mi ha sempre trattato con grande rispetto" e che i due si capiscono.

Victor Cha, professore della Georgetown University che si è occupato di Asia alla Casa Bianca con George W. Bush, collega l'uscita del presidente alla frustrazione per l'Iran. "Sta andando in due direzioni opposte", ha detto. "Va verso una trattativa pragmatica con una Corea del Nord nucleare, ma nel caso dell'Iran ha preso una posizione assolutista". Secondo Cha una parte della motivazione era spostare i titoli dei giornali lontano dalle difficoltà della guerra. Non si aspetta comunque una risposta rapida da Pyongyang.

Dall'ultimo incontro del 2019 la Corea del Nord ha rafforzato molto i legami con la Russia, firmando due anni fa un trattato di mutua difesa con Vladimir Putin. I suoi soldati hanno combattuto a fianco dei russi in Ucraina e Kyiv ha detto la settimana scorsa che missili di fabbricazione nordcoreana sono stati usati in un attacco contro un'acciaieria a Zaporizhzhia. La sorella di Kim, Kim Yo Jong, aveva ammesso l'anno scorso che il rapporto tra il fratello e il presidente americano "non era male", ma aveva avvertito che usarlo per arrivare alla fine del programma nucleare sarebbe stato solo oggetto di "scherno". Pyongyang chiede a Washington di riconoscerla prima come Stato nucleare a tutti gli effetti.

Gli Stati Uniti tengono quasi 30.000 militari in Corea del Sud e più di 50.000 nel vicino Giappone. La guerra con l'Iran ha già costretto il Pentagono a spostare risorse dall'Asia al Medio Oriente: all'inizio del conflitto Washington ha trasferito intercettori missilistici dalla penisola coreana e la settimana scorsa ha annunciato che la portaerei USS George Washington (l'unica basata nel Pacifico occidentale) andrà nelle acque vicine all'Iran per dare il cambio alla USS Abraham Lincoln, che non tocca porto da più di 200 giorni.

Il leader nordcoreano intanto osserva la guerra contro l'Iran. Quel conflitto, secondo Cha, ha mostrato alla Corea del Nord "che hanno ragione a inseguire le armi nucleari per evitare un attacco militare".


Trump ordina di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud


Il presidente Donald Trump ha ordinato al Pentagono, il ministero della Difesa americano, di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti da più di settant'anni. Ha spiegato la decisione con il suo "ottimo rapporto" con il leader nordcoreano Kim Jong-un e l'ha annunciata domenica 16 agosto sul suo social network Truth Social, poche ore prima dell'inizio delle manovre.

Le esercitazioni, ha scritto Trump, "non sono soltanto costose, con gran parte di questi costi pagati dagli Stati Uniti d'America (come al solito!)", ma "inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile" a un paese che "per tutto il tempo in cui Donald J. Trump è stato presidente si è mostrato non minaccioso e rispettoso". Il presidente ha parlato di sé in terza persona.

"Dato che è troppo tardi per annullarle, ho dato istruzione al segretario alla guerra, Pete Hegseth, di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte", ha scritto Trump riferendosi al capo del Pentagono. Nello stesso messaggio ha collegato la scelta al rifiuto di Seul di partecipare alla guerra americana contro l'Iran: ha raccontato di aver chiesto al presidente sudcoreano se volesse unirsi agli Stati Uniti nella "denuclearizzazione della Repubblica islamica dell'Iran" e di essersi sentito rispondere "No grazie!", premettendo che la questione "in qualche modo non c'entra (?)".

Il ministero della Difesa sudcoreano ha fatto sapere che le manovre annuali sono cominciate lunedì come previsto. Si chiamano Ulchi Freedom Shield, durano undici giorni e coinvolgono 18.000 soldati sudcoreani insieme a una parte dei 28.500 militari americani di stanza nel paese. Le due forze armate si addestrano insieme dal 1955, due anni dopo l'armistizio che nel 1953 ha posto fine alla guerra di Corea.

Il Pentagono è stato colto di sorpresa dall'annuncio, come ha riferito il New York Times citando un alto ufficiale americano. La settimana scorsa un responsabile del comando congiunto tra Stati Uniti e Corea del Sud aveva spiegato ai giornalisti che le manovre avrebbero simulato il combattimento contro le truppe nordcoreane, che hanno acquisito esperienza combattendo per la Russia in Ucraina. Non è chiaro in che modo il Pentagono ridurrà la propria partecipazione a esercitazioni già cominciate.

"I soldati nordcoreani sono stati schierati e hanno combattuto in Ucraina e hanno riportato in Corea del Nord quello che hanno imparato", ha detto in una conferenza stampa il colonnello Ryan Donald, responsabile della comunicazione del comando congiunto. "Questo cambia le capacità della Corea del Nord e il nostro addestramento tiene conto di quella minaccia". Le manovre prevedono operazioni congiunte in scenari complessi, tra cui un'esercitazione a fuoco vivo per verificare la capacità di colpire con precisione, l'attraversamento di un corso d'acqua e la distribuzione di equipaggiamenti già posizionati sul territorio. I due paesi le hanno descritte come "di natura difensiva" e costruite su "minacce realistiche, comprese le lezioni apprese dai conflitti recenti".

Il senatore democratico Mark Kelly, ex pilota della Marina, ha criticato la decisione poche ore dopo l'annuncio, scrivendo sui social che "svuotare queste esercitazioni congiunte è miope ed è un errore". A maggio Hegseth aveva elogiato la Corea del Sud durante un incontro al Pentagono, citando il suo "impegno ad aumentare la spesa per la difesa" e la sua "leadership nell'assumersi la responsabilità primaria per la sicurezza della penisola coreana". Era, aveva aggiunto il segretario, un esempio di condivisione degli oneri dell'alleanza che tutti i partner degli Stati Uniti avrebbero fatto bene a seguire.

Il ministero degli Esteri nordcoreano aveva definito venerdì le manovre "una prova generale per una guerra di aggressione", promettendo di rispondere "a un nuovo livello di minaccia con un nuovo livello di deterrenza". Mercoledì la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico verso le acque al largo della sua costa orientale, sei giorni dopo un missile a corto raggio: sono stati i primi test balistici da fine giugno, in violazione dei divieti delle Nazioni Unite.

"Il Giappone sarà certamente preoccupato", ha dichiarato a Bloomberg Adam Farrar, ex responsabile per la Corea del Consiglio per la sicurezza nazionale, l'organismo che coordina la politica estera e di difesa alla Casa Bianca, sotto Trump e sotto Joe Biden. "Se questa scelta è stata determinata dall'Iran, anche loro sono a rischio, vista la loro indisponibilità a farsi coinvolgere". Una decisione dell'ultimo minuto di questo tipo, ha aggiunto, solleverà interrogativi sull'impegno americano verso gli alleati asiatici e potrebbe indebolire la deterrenza. Anche l'Australia ha un trattato di sicurezza con Washington e ha scelto di restare fuori dal conflitto con l'Iran.

La USS George Washington, unica portaerei americana nell'area dell'Asia-Pacifico, è stata intanto dirottata verso il Medio Oriente. Gli Stati Uniti tengono di norma almeno una portaerei nella regione per scoraggiare la Cina e la Corea del Nord, ma stanno esaurendo le armi più importanti e hanno spostato risorse militari dall'Asia al Medio Oriente.

Trump e la sua amministrazione hanno già attaccato i paesi della NATO per il sostegno che a loro giudizio non hanno dato alla guerra contro l'Iran, cominciata il 28 febbraio con i bombardamenti americani e israeliani. Il presidente si è lamentato più volte del rifiuto degli alleati europei di mettere a disposizione i propri aeroporti militari per gli attacchi. L'annuncio su Seul è arrivato pochi giorni dopo che la Corea del Sud aveva fatto sapere che i colloqui con Washington sui progetti di investimento strategico erano ancora in corso, in un momento in cui l'amministrazione americana spinge per accelerarli.

Dopo l'incontro con Kim a Singapore nel 2018 Trump aveva già definito le manovre "provocatorie" e aveva detto ai giornalisti: "Fermeremo i giochi di guerra, il che ci farà risparmiare un'enorme quantità di denaro, a meno che e finché non vedremo che i futuri negoziati non stanno andando come dovrebbero". Il presidente ha incontrato il leader nordcoreano tre volte durante il primo mandato, l'ultima nel 2019. Da quando è tornato alla Casa Bianca ha detto più volte di voler riprendere quei colloqui.

La trattativa si era interrotta nel 2019 senza alcun accordo sul programma nucleare nordcoreano. Da allora Pyongyang ha ampliato il suo arsenale atomico e missilistico e secondo gli esperti Kim ritiene che un arsenale più grande aumenti le possibilità di strappare concessioni agli Stati Uniti in futuri negoziati. "Questa volta la logica è meno chiara. Con il sostegno russo Kim è in una posizione più forte e finora ha mostrato poco interesse a un dialogo", ha detto Farrar, che oggi lavora per Bloomberg Economics.

Nel settembre 2025 il leader nordcoreano ha detto di conservare "bei ricordi personali" di Trump e ha lasciato intendere che potrebbe tornare al tavolo se gli Stati Uniti abbandonassero la loro "ossessione delirante per la denuclearizzazione" della Corea del Nord. Sabato il presidente ha pubblicato una foto che lo ritrae accanto a Kim nella zona demilitarizzata tra le due Coree nel giugno 2019, scrivendo che i due vanno molto d'accordo "nonostante l'aria poco amichevole in questa particolare foto". Nel 2017 i rapporti tra i due erano molto diversi: Kim aveva definito Trump un "vecchio rimbambito mentalmente squilibrato" dopo che il presidente, in un discorso alle Nazioni Unite, aveva minacciato di "distruggere totalmente" la Corea del Nord se gli Stati Uniti avessero dovuto difendere se stessi o i propri alleati.

Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, in carica da giugno 2025, ha offerto a Pyongyang colloqui senza condizioni preliminari senza ricevere risposta. Sabato, nel discorso per la festa della Liberazione, ha chiesto di nuovo il dialogo e ha promesso passi per ridurre le tensioni militari e costruire una convivenza pacifica nella penisola, dicendo che il suo paese farà la propria parte da "pacificatore".

La Corea del Nord ha un ruolo sempre più attivo nei conflitti internazionali, a partire dal sostegno militare alla Russia in Ucraina. Domenica i media statali di Pyongyang hanno riferito che Kim si è detto "fiero" del rapporto con Mosca in una lettera inviata al presidente russo Vladimir Putin.


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A Bedonia la LXXII Sagra della trota


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La manifestazione, organizzata dall'Associazione "Sagra della Trota", in collaborazione con l'Ufficio Turistico Alta Valtaro e Val Ceno, è tra le più longeve della regione Emilia-Romagna. Sarà una degustazione di trota fritta e polenta, con servizio ristoro a pranzo e cena con menù alternativi anche per chi non mangia pesce. L'orchestra Stefano Siena si esibirà in serata e per i bambini ci saranno i giochi gonfiabili. La giornata sarà anche l'occasione per andare a pescare nella vicina zona turistica delle Piane di Carniglia.

Nata quasi per caso nel 1954, da una pesca particolarmente abbondante che portò in piazza le prime trote fritte accompagnate da polenta e vino bianco, la Sagra della Trota di Bedonia è oggi una delle feste popolari più longeve e sentite dell'Appennino parmense. Domenica 23 agosto 2026 taglia il traguardo della 72ª edizione, confermando piazza del Municipio come cuore pulsante della tradizione.



Il programma della giornata prevede il servizio ristoro, curato dai volontari dell'Associazione "Sagra della Trota", con menù a base di trota e polenta a pranzo e a cena - sono disponibili anche menù alternativi per chi non mangia pesce - mentre la serata sarà allietata dalla musica dell'Orchestra Stefano Siena. Non mancheranno i giochi gonfiabili per intrattenere i bambini, per una festa pensata per tutta la famiglia.

Chi vuole vivere la giornata anche all'insegna della pesca può approfittare della zona turistica delle Piane di Carniglia, tra le mete più amate dagli appassionati dell'Appennino parmense: l'area è suddivisa nella Zona Cattura, dove vige l'obbligo di trattenuta, e nella Zona No Kill, riservata alla pesca a rilascio. Un'occasione in più per abbinare alla festa in piazza una giornata all'aria aperta lungo il Taro.

«La Sagra della Trota è una delle pagine più belle della storia di Bedonia» sottolinea il sindaco Gianpaolo Serpagli. «È un patrimonio che, come amministrazione, siamo orgogliosi di sostenere e tramandare».

La manifestazione è organizzata dall'Associazione "Sagra della Trota", che ogni anno mette in campo i propri volontari per garantire il servizio ristoro e l'accoglienza in piazza, custodendo lo spirito della festa fin dalla sua prima edizione. L'iniziativa è resa possibile anche grazie alla collaborazione con l'Ufficio Turistico Alta Valtaro e Val Ceno, che promuove la manifestazione tra gli appuntamenti di punta dell'estate in valle.

«Organizzare la Sagra della Trota è un impegno che sentiamo come nostro fin dalla prima edizione» dichiara Alex Biolzi, presidente dell'Associazione "Sagra della Trota". «Il lavoro dei nostri volontari, che ogni anno si mettono a disposizione tra cucina e servizio in piazza, è ciò che permette a questa festa di continuare a vivere: per noi è un piacere e un orgoglio portarla avanti insieme alla comunità di Bedonia».

«La Sagra della Trota è un biglietto da visita straordinario per il nostro territorio» spiega Letizia Benaglia, assessora al Turismo del Comune di Bedonia. «Vogliamo che chi arriva a Bedonia il 23 agosto porti a casa il ricordo di una giornata autentica, tra la festa in piazza e le occasioni che il nostro territorio offre».

ufficioturistico@comune.bedonia.pr.it - Tel +39 0525 824765

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La Sicurezza


Non sono solo le eliche a minacciare l’incolumità del subacqueo. Spesso sono pericolosi anche certi comportamenti, specialmente se non sono scoraggiati da alcuna norma.
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Foto in alto: Bruno De Silvestri, il fuoriclasse sardo, pluricampione italiano, a cui non è bastata un’immensa esperienza subacquea, per risalire in superficie dopo l’ultimo tuffo.

Al momento di scrivere ancora non si è svolta la presentazione della campagna “Eliche responsabili”, prevista per il 24 luglio ai Giardini del Molosiglio, a Napoli. Un’iniziativa della Lega navale italiana per la sicurezza in mare dei subac- quei e dei bagnanti, in collaborazione con la Fipsas e il patrocinio delle Capitanerie di porto - Guardia costiera. In particolare la campagna mira a prevenire gli incidenti causati dalle eliche delle imbarcazioni, spesso dovuti al mancato rispetto delle distanze di sicurezza e al mancato riconoscimento delle boe di segnalazione dei subacquei.

In generale - Il tema sicurezza però, non è circoscritto alle sole eliche estive “fuorigiri” che creano scompiglio tra i portatori di bandierina rossa (con striscia bianca). In campo agonistico per esempio e nella pesca in apnea in particolare, l’incolumità del garista è un aspetto, da sempre attuale che suggerisce una riflessione e che oggi riporta all’incidente (che per giorni ci ha tenuti col fiato sospeso), accaduto durante il recentissimo, nonché ultimo, Campionato assoluto di pesca in apnea, svoltosi a Mazara del Vallo. Il fatto è il malore occorso a un giovane atleta che ha perso i sensi sott’acqua e che ha rischiato le conseguenze più nefaste. Chiaramente, insieme alla preoccupazione generale e alla doverosa sospensione della gara decisa dalla Federazione e condivisa a gran voce da gran parte degli stessi atleti, sono montate anche le polemiche. È quindi nato un dibattito, su più tavoli e vetrine, che “fisiologicamente” approfondisce ma anche, inevitabilmente, vira alla ricerca delle responsabilità e di fatto divide il pensiero degli stessi atleti e forse per conseguenza, anche quello dell’opinione pubblica. L’indice è puntato sul regolamento di gara, che consente agli atleti di pescare sempre più in fondo e con una percentuale di rischio sempre più elevata, anche per l’oggettiva difficoltà di individuare aree idonee alla pesca in apnea, diverse da quelle acque profonde che oggi sono quasi abissali, Oggi, per fortuna, scampato il pericolo e a mente più serena, esprimiamo le nostre valutazioni, i nostri dubbi, le nostre esperienze. La cosa che sembra una strana e incomprensibile incongruenza, è che le norme di sicurezza che governano l’attività agonistica in Italia, nonostante la Fipsas (Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquee) aderisca al circuito Cmas (Confederazione mondiale delle attività subacquee), non siano le stesse, quelle ad esempio adottate ai mondiali di Arbatax del 2021. Nel mondiale ogliastrino ci fu un episodio simile a quello di Mazara, risolto nel migliore dei modi e nell’immediatezza, comunque auspicabile. In quell’occasione - ricorda Simone Mingoia, presidente dell’Asd Blue Life a cui fu affidata l’organizzazione dell’evento - il campo gara fu frazionato il più possibile e il centro di ognuna di queste aree era presidiato da un mezzo veloce dotato di attrezzature e professionalità (skipper, operatore subacqueo Dlsd, bombola di ossigeno), consigliate per un efficace assistenza sanitaria.
L’attuale e due volte campione italiano di pesca in apnea, nonché oro al mondiale di Arbatax, solleva insieme a Stefano Claut un carniere del Campionato del mondo del 2021.
L’occasione ha rispolverato anche un altro aspetto: il piombo mobile, ossia un peso di diversi chili che trascina velocemente l’atleta verso il fondo con gran risparmio di tempo e in teoria di energie. D’altra parte, però, aumentando nello stesso arco di tempo, il numero di immersioni, il calcolo delle energie spese, andrebbe verificato. Scampato il pericolo, auguriamo buon lavoro a chi di dovere certi di un prossimo Campionato assoluto “danger free”.


English version


Safety
It’s not just propellers that threaten a diver’s safety. Certain behaviors can also be dangerous, especially if they aren’t discouraged by any regulations.

At the time of writing, the launch of the “Responsible Propellers” campaign—scheduled for July 24 at the Giardini del Molosiglio in Naples—has not yet taken place. This initiative is organized by the Italian Naval League for the safety at sea of divers and swimmers, in collaboration with Fipsas and under the patronage of the Port Authorities—Coast Guard. Specifically, the campaign aims to prevent accidents caused by boat propellers, which are often due to failure to maintain safe distances and failure to recognize divers’ signal buoys.

In general - The issue of safety, however, is not limited solely to the “over-revving” propellers in the summer that cause chaos among those carrying red flags (with a white stripe). In competitive diving, for example—and in spearfishing competitions in particular—the diver’s safety is an ever-relevant issue that warrants reflection and which today brings us back to the accident (which kept us on the edge of our seats for days) that occurred during the most recent—and final—Italian spearfishing Championship, held in Mazara del Vallo. The incident involved a young athlete who suffered a medical emergency underwater, lost consciousness, and faced the risk of the most dire consequences. Clearly, alongside the general concern and the necessary suspension of the competition—decided by the Federation and strongly supported by most of the athletes themselves—controversy has also mounted. A debate has thus emerged, across various forums and platforms, which “naturally” delves deeper into the issue but also, inevitably, shifts toward assigning blame and, in effect, divides the opinions of the athletes themselves—and perhaps, as a result, those of the general public as well. The finger is being pointed at the competition rules, which allow athletes to dive deeper and deeper with an ever-increasing level of risk—not least because of the objective difficulty of identifying areas suitable for free diving other than those deep waters that are now almost abyssal. Today, fortunately, now that the danger has passed and our minds are more at ease, we express our assessments, our doubts, and our experiences.
What seems like a strange and incomprehensible inconsistency is that the safety regulations governing competitive diving in Italy—despite the fact that FIPSAS (Italian Federation of Sport Fishing and Underwater Activities) is a member of the CMAS (World Confederation of Underwater Activities) circuit—are not the same as those adopted, for example, at the 2021 World Championships in Arbatax. At the World Championships in Ogliastra, there was an incident similar to the one in Mazara, which was resolved in the best possible way and with the immediacy that is always desirable.
On that occasion - recalls Simone Mingoia, president of ASD Blue Life, which was entrusted with organizing the event - the competition area was divided into as many sections as possible, and the center of each of these areas was manned by a high-speed vessel equipped with the necessary gear and professional personnel (skipper, DLSD-certified diver, oxygen tank), as recommended for effective medical assistance.
The event also brought another aspect back into focus: the “mobile weight”, that is, a weight of several kilograms that rapidly pulls the athlete toward the bottom, saving a great deal of time and, in theory, energy. On the other hand, however, since the number of dives increases within the same time frame, the calculation of energy expenditure would need to be verified. Now that the danger has passed, we wish those in charge all the best in their work, confident that the next Championship will be “danger-free.”

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Il piano segreto della NATO per respingere un attacco russo nei Paesi baltici: usare i droni


Secondo la Bild, il nuovo concetto per la guerra terrestre punta su droni, sistemi senza equipaggio e attacchi contro le basi missilistiche e le linee di rifornimento russe.

La NATO avrebbe messo a punto un nuovo concetto operativo per un possibile conflitto con la Russia. Si chiama Nato Land Warfighting Concept e dovrebbe orientare l'impiego delle forze terrestri alleate in caso di guerra. A rivelarlo è stata la Bild, citando fonti non identificate. Secondo il quotidiano tedesco, il maggiore statunitense Andrew Pingrey avrebbe avuto un ruolo guida nella sua elaborazione. Il documento delineerebbe tre strategie basate sullo stesso scenario iniziale: un attacco russo contro Estonia, Lettonia e Lituania condotto con missili e droni, seguito dall'avanzata dei mezzi corazzati.

Una barriera affidata ai sistemi senza equipaggio


La prima strategia punta a neutralizzare le capacità di fuoco russe: caccia, missili e droni dovrebbero mettere fuori uso i sistemi missilistici avversari e le relative basi di lancio. Uno dei bersagli principali sarebbe la regione di Kaliningrad, l'exclave russa tra Polonia e Lituania, dove Mosca ha schierato numerosi sistemi missilistici e di difesa antiaerea. Neutralizzare quelle postazioni sarebbe essenziale per consentire all'Alleanza Atlantica di operare nello spazio aereo dei Paesi baltici.

La seconda strategia riguarda i confini con Russia e Bielorussia, lungo i quali il piano prevede la creazione di "zone autonome" concepite come una barriera difensiva. Non sarebbero presidiate da soldati dell'Alleanza, ma soltanto da droni e veicoli militari senza equipaggio. Il primo contatto con le forze russe avverrebbe quindi all'interno di queste aree, dove i sistemi autonomi dovrebbero rallentarne o arrestarne l'avanzata prima dell'intervento delle truppe alleate.

Sicurezza · NATO-Russia

Come la NATO intende difendere il Baltico

Le tre strategie del Nato Land Warfighting Concept, il piano operativo descritto dalla Bild per fermare un attacco russo contro Estonia, Lettonia e Lituania.

Grafica di FocusAmerica

Lo scenario di partenza

Un attacco russo con missili e droni contro i tre Paesi baltici, seguito dall'avanzata dei mezzi corazzati.

1Colpire i missiliMissili2La barriera di droniBarriera3Attacchi in profonditàAttacchi

ESTONIALETTONIALITUANIARUSSIABIELORUSSIAFINLANDIAPOLONIAKALININGRADMar BalticoTallinnRigaVilniusPskovSan Pietroburgo

Obiettivo principale: i sistemi missilistici di Kaliningrad

Strategia 1 di 3

Neutralizzare il fuoco russo


Caccia, missili e droni alleati mettono fuori uso i sistemi missilistici russi e le loro basi di lancio. Il bersaglio principale è Kaliningrad, l'exclave dove Mosca concentra missili e difese aeree: eliminarle apre lo spazio aereo dei Paesi baltici alle forze della NATO.

Mezzi impiegati

CacciaMissiliDroni

Strategia 2 di 3

Zone autonome lungo i confini


Ai confini con Russia e Bielorussia il piano prevede “zone autonome” senza soldati alleati, presidiate soltanto da droni e veicoli senza equipaggio. Il primo contatto con le forze russe avviene qui: i sistemi autonomi devono rallentarne o fermarne l'avanzata prima dell'intervento delle truppe alleate.

Mezzi impiegati

DroniVeicoli senza equipaggio

Strategia 3 di 3

Colpire i rifornimenti in Russia


Droni e forze speciali attaccano obiettivi militari in territorio russo: aeroporti, industrie della difesa, ponti e ferrovie che muovono truppe e rifornimenti. I mezzi robotizzati arrivano in profondità per via aerea; il piano conta anche su cittadini russi ostili al governo, con azioni di sabotaggio contro i rifornimenti.

Mezzi impiegati

DroniForze specialiSabotaggi

Nessuna conquista di territorio

L'occupazione di aree russe non rientra tra gli obiettivi: il piano punta a respingere le forze di Mosca oltre il confine del Paese alleato attaccato.

Un piano che parla anche a Mosca

La NATO non conferma né smentisce. Secondo la Bild, la diffusione dei punti chiave ha anche una funzione deterrente: far sapere in anticipo al Cremlino come reagirebbe l'Alleanza.

Fonte: Bild, 17 agosto 2026. Ricostruzione basata su fonti non identificate.

Attacchi in profondità contro i rifornimenti


La terza strategia prevede attacchi contro obiettivi militari e centri di rifornimento all'interno del territorio russo, affidati a droni e forze speciali. Tra i possibili bersagli figurerebbero aeroporti militari, industrie della difesa, ponti e infrastrutture ferroviarie utilizzate per spostare le truppe di Mosca. Droni e mezzi robotizzati verrebbero trasportati per via aerea in profondità nel territorio russo. Secondo la ricostruzione della Bild, l'Alleanza Atlantica conterebbe anche sul sostegno di cittadini russi ostili al governo, le cui azioni dovrebbero interrompere i rifornimenti e ostacolare le operazioni offensive.

L'occupazione di territorio russo non rientrerebbe tra gli obiettivi: lo scopo sarebbe fermare l'avanzata e respingere le forze di Mosca oltre il confine dello Stato alleato attaccato. Le autorità russe hanno più volte negato di voler colpire un Paese della NATO. Nel dicembre del 2023 Vladimir Putin, replicando all'allora presidente statunitense Joe Biden, definì questa ipotesi "una completa sciocchezza" e disse che la Russia non aveva alcun interesse geopolitico, economico o militare a entrare in guerra con l'Alleanza Atlantica.

Dalla NATO, finora, non sono arrivate né conferme né smentite sulla ricostruzione. Ma secondo la Bild, la diffusione dei passaggi centrali del documento avrebbe anche una funzione deterrente: far sapere in anticipo a Mosca come reagirebbe l'Alleanza. Il piano servirebbe quindi come messaggio prima ancora che come guida operativa.


I droni ucraini hanno eliminato una brigata americana in un'esercitazione in Germania


Gli operatori di droni ucraini hanno eliminato un'intera brigata corazzata dell'esercito americano durante un'esercitazione militare in Germania, dove hanno individuato e colpito senza difficoltà i mezzi blindati statunitensi. Lo ha rivelato il Wall Street Journal.

L'esercitazione, chiamata Combined Resolve, si è svolta tra aprile e maggio ed è durata due settimane. Vi hanno preso parte circa 3.500 militari americani, in gran parte della 3ª Brigata corazzata della 1ª Divisione di cavalleria, arrivata a turno da Fort Hood, in Texas. Il loro compito era attaccare una posizione difesa dal reparto che al poligono interpreta il nemico, rinforzato dai soldati ucraini del 412° reggimento dei sistemi senza pilota, chiamato Nemesis.

I mezzi corazzati pesanti mandati all'attacco sollevavano polvere e sono stati facili da individuare per i droni da ricognizione ucraini. Dietro quelli da ricognizione, sul campo di battaglia reale, arrivano i droni che sganciano esplosivo e quelli first-person view, pilotati a distanza con un visore che trasmette le immagini della telecamera di bordo e che si schiantano contro il bersaglio.

Nelle esercitazioni di questo tipo si usano raramente munizioni vere. Di solito un drone resta sospeso sopra un veicolo o gli si avvicina abbastanza perché un osservatore assegni l'abbattimento. I droni ucraini lo facevano così in fretta che i mezzi americani dovevano essere rimessi in campo come unità nuove, "re-spawned" nel gergo dei videogiochi, per non fermare l'esercitazione.

La guerra dei droni

I droni ucraini hanno «eliminato» una brigata corazzata americana


All’esercitazione Combined Resolve, in Germania, gli operatori del reggimento Nemesis hanno individuato e colpito i blindati statunitensi così in fretta da costringere i comandi a rimetterli in campo come unità nuove: il «respawn» dei videogiochi.

Grafica di FocusAmerica

Poligono di Hohenfels · aprile–maggio 2026 Eliminazioni e respawn


I mezzi pesanti sollevavano polvere ed erano facili da individuare. Nelle esercitazioni basta che un drone resti sospeso sul veicolo perché un osservatore assegni l’abbattimento: i blindati venivano eliminati così in fretta da dover rientrare in campo come unità nuove.

3.500
vs
412°
militari USA in campo, in gran parte della 3ª Brigata corazzata della 1ª Divisione di cavalleria
il reggimento ucraino di sistemi senza pilota «Nemesis», schierato con la forza avversaria

Catena d’attaccoL’attacco Sconfitte NATOSconfitte DivarioDivario

Tre ondate, un bersaglio


Sul campo di battaglia reale i droni lavorano in sequenza: prima gli occhi, poi le armi.

FASE 1
Ricognizione

Il drone osservatore individua i blindati dalla polvere che sollevano e trasmette la posizione.
All’esercitazione
A Hohenfels è bastata questa fase: i mezzi in movimento erano visibili senza difficoltà.


FASE 2
Bombardamento

Il drone d’attacco resta sospeso sopra il veicolo e sgancia l’esplosivo.
All’esercitazione
Qui niente munizioni vere: l’abbattimento lo assegna un osservatore, e i droni di Nemesis lo ottenevano in pochi istanti.


FASE 3
Impatto FPV

Il drone con visore in prima persona, guidato a distanza, si schianta sul bersaglio.
All’esercitazione
In Ucraina è l’arma che ha svuotato di blindati ampi tratti della linea del fronte.

Non è la prima volta


Da tre anni gli operatori ucraini vincono ogni confronto simulato con gli eserciti occidentali.

Droni ucraini
3
vittorie

Eserciti occidentali
0

  • 2023

    Fronte ucraino

    Un ufficiale americano capovolge la lezione

    Stati UnitiUcraina

    Impegnato nell’addestramento delle truppe di Kyiv, si convince che sono gli americani a dover imparare dagli ucraini. Il programma che mette a punto viene poi adottato da altri reparti dell’esercito.

  • 2025Maggio

    Area baltica

    Tre eserciti NATO battuti in una sola esercitazione

    Regno UnitoEstoniaStati Uniti

    Gli operatori ucraini superano senza difficoltà i reparti schierati contro di loro. Stesso esito nelle esercitazioni britanniche.

    Vittoria dei droni ucraini

  • 2026Primavera

    Esercitazione a guida svedese

    I team ucraini prevalgono di nuovo

    SveziaAlleati NATO

    Lo confermano ai media locali i responsabili svedesi che hanno diretto le manovre.

    Vittoria dei droni ucraini

  • 2026Aprile–maggio

    Hohenfels, Germania

    Una brigata corazzata americana «eliminata»

    3ª Brigata corazzata

    Il 412° Nemesis annienta reparti dotati dei sistemi standard di guerra elettronica e anti-drone. A metà esercitazione gli ucraini cambiano campo e insegnano agli americani l’attacco con i droni.

    Vittoria dei droni ucraini

L’esperienza che i soldi non comprano


Il Pentagono ha investito molto nei droni. Ma il vantaggio ucraino nasce al fronte.

Ucraina VS Stati Uniti

Quasi 4 anni e mezzo di guerra dei droni contro la Russia.
Esperienza
Primi a usare droni a lungo raggio in guerra, ma senza il fronte come palestra.

Velivoli a basso costo, riparati e adattati di continuo.
Investimenti
Miliardi di dollari del Pentagono in tecnologie e reparti specializzati.

Riparano e armano i droni in combattimento, sotto il fuoco nemico.
Sotto il fuoco
Nessuna esperienza di manutenzione dei droni al fronte.

Il fronte è quasi privo di blindati: i droni li distruggono in massa.
Sul campo
Colpiti dai droni iraniani in Medio Oriente: soldati uccisi e feriti.

La convergenza

Gli americani a Hohenfels hanno imparato in fretta: dispersione, occultamento, guerra elettronica, poi l’attacco con i droni insegnato dagli stessi ucraini. Washington sta ora provando droni ucraini da acquistare, ha usato in Iran sistemi anti-drone collaudati al fronte ucraino e, come riferito a maggio dal Segretario alla Difesa Hegseth, ha aumentato i militari inviati in Ucraina a studiare la guerra dei droni.

«È fondamentale che le Forze Armate americane lo imparino e finora, purtroppo, non sembra essere così.»

Eliot Cohen, Center for Strategic and International Studies

Fonte: Wall Street Journal, agosto 2026 Esercitazione Combined Resolve, Hohenfels (Germania)

I reparti in rotazione erano equipaggiati con i sistemi standard di guerra elettronica e anti-drone. Le nuove Mobile Brigade Combat Teams, che hanno l'equipaggiamento e le tattiche più recenti, se la sono cavata molto meglio in altre esercitazioni, ha detto un responsabile dell'esercito.

Nelle due settimane lo scenario è stato ripetuto più volte e le prestazioni americane sono migliorate, perché i soldati hanno imparato a disperdersi, a nascondersi e a usare i sistemi di guerra elettronica. A metà dell'esercitazione gli ucraini hanno cambiato schieramento e hanno insegnato agli americani a usare i droni in attacco, cosa che questi ultimi hanno poi fatto con efficacia.

Esercitazioni come Combined Resolve servono proprio a mettere i reparti in condizioni di combattimento realistiche e le sconfitte sono considerate parte dell'addestramento. I comandi americani in Europa negli ultimi anni hanno approfittato della presenza dei militari ucraini per trasferire ai soldati statunitensi e alleati l'esperienza accumulata al fronte.

Gli Stati Uniti sono stati i primi a usare droni a lungo raggio in guerra e il Pentagono, il Ministero della Difesa americano, ha speso miliardi di dollari per comprare nuove tecnologie di droni e anti-droni e ha creato reparti specializzati per impiegarle. In Medio Oriente le forze americane hanno però faticato a difendersi dai droni iraniani a lungo raggio, che hanno ucciso e ferito soldati e distrutto velivoli.

Eliot Cohen, studioso del Center for Strategic and International Studies, uno dei principali centri studi di Washington sulla politica internazionale, ha detto al Wall Street Journal che l'esperienza recente sui campi di battaglia mostra quanto i droni di ogni tipo siano ormai essenziali nella guerra moderna. "È fondamentale che le Forze Armate americane lo imparino e finora, purtroppo, non sembra essere così", ha detto.

I militari ucraini sono diventati esperti nell'uso dei droni in quasi 4 anni e mezzo di combattimenti contro la Russia: gli operatori e il personale di supporto sanno ripararli e adattarli di continuo. Anche le forze di Mosca hanno però acquisito capacità preziose in questo campo. Gli operatori americani non hanno invece esperienza di riparazione e armamento dei droni sotto il fuoco nemico.

In Ucraina i carri armati e gli altri mezzi corazzati vengono distrutti in numero così alto che ampie parti della lunghissima linea del fronte sono ormai quasi prive di blindati. Alcuni ufficiali americani ritengono però che i droni siano particolarmente letali in questa guerra perché il conflitto è arrivato a un punto di stallo, con poco movimento sul terreno. In una guerra di manovra, dicono, il carro armato tornerebbe a contare.

Valeriy Zaluzhniy, ex comandante in capo delle Forze Armate ucraine, sostiene invece che la tecnologia dei droni ha reso per ora impraticabile la guerra di manovra tradizionale e che questo spiega la staticità del fronte orientale. Russia e Ucraina stanno ora entrambe cercando la prossima svolta tecnologica o tattica capace di restituire movimento al campo di battaglia. Resta il fatto che, stante la situazione attuale, l’esercitazione svolta in Germania ha mostrato che gli Stati Uniti potrebbero avere serie difficoltà a proteggere i propri mezzi corazzati mentre avanzano.

Nel 2023 un ufficiale di fanteria statunitense impegnato nell'addestramento delle truppe di Kyiv si era reso conto che erano gli americani a dover imparare dagli ucraini e non il contrario, e aveva messo a punto un programma di addestramento poi adottato da altri reparti dell'esercito. Nel maggio dell'anno scorso gli operatori ucraini avevano già battuto senza difficoltà, in un'esercitazione nell'area baltica, i reparti della NATO schierati contro di loro: britannici, estoni e un contingente americano.

Questa primavera le forze svedesi hanno guidato un'esercitazione con gli alleati della NATO in cui i team ucraini di droni hanno di nuovo prevalso, come hanno detto responsabili svedesi ai media locali. Anche le esercitazioni britanniche si erano concluse con vittorie facili degli ucraini.

Nonostante i rapporti con Kyiv si siano più volte incrinati, l'Amministrazione del presidente Trump si sta avvicinando all'Ucraina sul terreno dei droni. Gli Stati Uniti stanno provando droni ucraini da acquistare e hanno usato in Iran, per difendere i propri soldati, sistemi anti-drone collaudati in quella guerra. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth a maggio ha detto ai senatori di aver aumentato il numero di militari americani mandati in Ucraina a studiare proprio la guerra dei droni.


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Test liveblog NewsLog


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Perché a Casale nascono tanti bambini


Dodici parti in un solo giorno il 21 luglio. Che cosa c’è dietro il “record” alla maternità dell’ospedale Santo Spirito

L’Unica è una newsletter gratuita che ogni settimana ti manda via mail una storia dal tuo territorio.

Abbiamo altre quattro edizioni: Asti, Cuneo, Torino e Genova.

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Quando a Casale Monferrato, martedì 21 luglio, sono venuti al mondo dodici bambini in poco meno di ventiquattr’ore, la notizia ha fatto subito il giro d’Italia, trovando spazio su giornali e televisioni nazionali. In un Paese dove il tasso di natalità continua a diminuire, una cittadina piemontese di 32 mila abitanti si muoveva in decisa controtendenza: la notizia c’era tutta, tanto più che non si trattava di un fenomeno isolato.

Già ad aprile, peraltro, Casale aveva conosciuto un altro giorno di nascite multiple: cinque neonati erano arrivati tutti insieme giovedì 30. «Un’emozione che ripaga di ogni sforzo», aveva commentato in quell’occasione Francesco Marchitelli, direttore generale di ASL Alessandria. I dati dell’anno confermano il trend: il punto nascite dell’ospedale Santo Spirito, da gennaio a luglio, ha fatto registrare 139 parti, il 40 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati 99.

Se Emily, Mia, Miram, Ahmed ed Enea (questi i nomi dei nati di aprile) erano sembrati tanti, dodici in un giorno erano davvero una cifra da record. Tanto più che il centro di Casale, appena pochi anni fa, sembrava essere a rischio chiusura perché non riusciva a raggiungere il numero minimo di nascite fissato dal ministero. C’era stata anche una marcia di protesta, con mamme e passeggini in prima fila.

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La rassegna stampa di martedì 18 agosto 2026


Il presidente minaccia di bombardare l'Oman mentre scade la tregua con l'Iran e taglia le esercitazioni con Seul, i tribunali frenano l'Amministrazione, il gradimento scende al 33 per cento e il Canada corre per evitare i nuovi dazi

Questa è la rassegna stampa di martedì 18 agosto 2026

Trump minaccia di bombardare l'Oman mentre scade la tregua con l'Iran


Con la scadenza della tregua con Teheran e le opzioni sempre più ristrette, il presidente ha alzato i toni promettendo di "bombardare" l'Oman se il sultanato dovesse ostacolare la riapertura dello Stretto di Hormuz. L'Oman, alleato di Washington, aveva finora fatto da mediatore per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran. I democratici al Congresso, con il senatore Tim Kaine, hanno annunciato una risoluzione sui poteri di guerra per limitare l'azione dell'Amministrazione.

Fonti: New York Times, Axios, Semafor

Il taglio alle esercitazioni con la Corea del Sud alimenta i dubbi sull'impegno americano in Asia


La decisione dell'Amministrazione di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte con Seul, accompagnata dagli elogi a Kim Jong-un, ha scosso l'alleato sudcoreano e preoccupato i partner asiatici. La mossa arriva mentre il Pentagono sposta navi dall'Indo-Pacifico al Medio Oriente e mentre il presidente cerca un nuovo contatto con la Corea del Nord dopo l'impasse iraniana. Diversi osservatori temono che le scelte indeboliscano la credibilità delle garanzie di sicurezza statunitensi nella regione.

Fonti: Financial Times, New York Times, The Hill

I tribunali frenano le strategie giudiziarie e istituzionali dell'Amministrazione


Una corte d'appello federale ha respinto il metodo usato dall'Amministrazione per lasciare in carica procuratori federali ad interim aggirando l'approvazione del Congresso, la seconda decisione in questo senso, e un altro panel ha confermato la squalifica di Sigal Chattah dal ruolo di procuratrice in Nevada. Un giudice ha inoltre stabilito che l'Amministrazione non può cancellare il trasferimento del quartier generale dell'Fbi in Maryland. Si tratta di battute d'arresto giudiziarie su più fronti.

Fonti: New York Times, The Hill

Il dipartimento di Giustizia schiererà mille osservatori per le elezioni di midterm


Il dipartimento di Giustizia ha annunciato l'invio di mille osservatori per monitorare il voto delle elezioni di metà mandato di novembre, una cifra storica per un'Amministrazione repubblicana. L'iniziativa, illustrata dall'assistente procuratrice generale Harmeet Dhillon, si accompagna a un'espansione delle attività di controllo elettorale e alle richieste di accesso ai registri degli elettori. Tra i democratici cresce il timore di interferenze federali ai seggi.

Fonti: Bloomberg

L'indice di gradimento del presidente scende al 33 per cento


Un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos colloca l'approvazione dell'operato del presidente al 33 per cento, con il 64 per cento degli intervistati che si dice contrario, in calo di due punti in due settimane. La rilevazione, condotta tra venerdì e lunedì su 1.166 persone, ha un margine di errore di tre punti percentuali. Il dato segna uno dei punti più bassi da inizio mandato.

Fonti: The Hill

Aumentano le esenzioni dai vaccini tra i bambini delle scuole americane


Secondo i nuovi dati dei Centri per il controllo delle malattie, nell'anno scolastico 2025-2026 la copertura vaccinale tra i bambini dell'asilo è calata per tutti i vaccini monitorati, mentre le esenzioni sono salite al 4,2 per cento dal 3,6 dell'anno precedente, in aumento in 41 Stati. Il calo coincide con l'ordine esecutivo firmato dal presidente per ridimensionare il calendario vaccinale infantile. Gli esperti temono che la sfiducia possa erodere ulteriormente l'immunità di gregge contro il morbillo.

Fonti: New York Times, Axios, The Hill

Nvidia garantisce fino a 100 miliardi di dollari per un centro dati di OpenAI in Ohio


Nvidia ha raggiunto un accordo per fornire fino a 100 miliardi di dollari a sostegno di un nuovo centro dati di OpenAI in Ohio, mentre i colossi tecnologici accelerano gli investimenti nell'intelligenza artificiale finanziati con il debito. Il produttore di chip ha inoltre investito 1,5 miliardi di dollari in una società energetica nata nell'orbita di SoftBank. L'intesa è un ulteriore segnale dell'enorme flusso di capitali diretto verso le infrastrutture per l'intelligenza artificiale.

Fonti: Financial Times, Semafor

Il Canada corre per evitare nuovi dazi statunitensi in scadenza a mezzanotte


Il premier canadese Mark Carney è impegnato in un tentativo dell'ultimo minuto per raggiungere un'intesa ed evitare l'entrata in vigore di nuovi dazi decisi dall'Amministrazione, attesi a mezzanotte di martedì. Ottawa cerca di scongiurare ulteriori danni economici, ma resta da capire a quale prezzo. Il negoziato mette alla prova i rapporti commerciali tra i due Paesi confinanti.

Fonti: New York Times, Financial Times

Kushner incontra Netanyahu in Israele per sbloccare l'intesa su Gaza


Jared Kushner ha incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in Israele nel tentativo di superare lo stallo sulla tregua a Gaza. Netanyahu ha ribadito il rifiuto di ritirare l'esercito finché Hamas non si sarà disarmata completamente, mentre l'Amministrazione è sotto pressione per mostrare progressi. La missione punta a rilanciare il percorso negoziale.

Fonti: New York Times

Sospesa la costruzione del muro di confine nel parco nazionale di Big Bend in Texas


L'Amministrazione ha sospeso i lavori di costruzione del muro di confine all'interno del parco nazionale di Big Bend, in Texas, dopo le critiche suscitate dall'arrivo dei bulldozer in un'area di grande valore naturalistico. Verranno temporaneamente fermati i lavori su una strada di accesso, sulle tecnologie di rilevamento e sulle barriere per i veicoli, ha reso noto il responsabile della polizia doganale e di frontiera. L'opera rientrava nella stretta sull'immigrazione voluta dal presidente.

Fonti: New York Times, Axios, Wall Street Journal

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La Corte Suprema chiude il caso Carroll: definitiva la condanna per Trump


Diventa definitiva la condanna a pagare 5,6 milioni di dollari per abusi sessuali e diffamazione. Resta ancora aperta la causa parallela da 83,3 milioni.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto oggi l’ultimo tentativo di Donald Trump di ribaltare la condanna al pagamento di 5,6 milioni di dollari a E. Jean Carroll. Tre anni fa una giuria lo aveva ritenuto civilmente responsabile di abusi sessuali e diffamazione ai danni dell’ex giornalista. La decisione non contiene alcuna motivazione e non registra opinioni dissenzienti. La Corte aveva già respinto un primo ricorso del presidente il 29 giugno. All’inizio di luglio i suoi avvocati avevano quindi presentato un’istanza di riesame, uno strumento ammesso dal regolamento soltanto in presenza di sostanziali "circostanze sopravvenute".

Secondo i legali di Trump, la riapertura del caso era necessaria perché la causa parallela da 83,3 milioni di dollari avrebbe sollevato "questioni fondamentali sull’immunità presidenziale per le dichiarazioni ufficiali". Trump aveva comunque già versato la somma a luglio, in seguito all’ordine di un tribunale di grado inferiore. I 5,6 milioni comprendono il risarcimento stabilito dalla giuria e gli interessi maturati dopo la sentenza. I legali di Carroll avevano comunicato che la loro assistita avrebbe conservato il denaro su un conto fruttifero fino alla decisione sull’istanza di riesame.

"Siamo lieti che la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia rifiutato ancora una volta di occuparsi di questo caso", ha dichiarato Roberta Kaplan, l’avvocata di Carroll. "Il verdetto unanime della giuria, secondo cui Donald Trump ha aggredito sessualmente e poi diffamato E. Jean Carroll, è ora definitivo e non può più essere contestato davanti ad alcun tribunale".

La causa più più recente è arrivata per prima al processo


Carroll ha intentato due cause contro Trump. La prima, avviata nel 2019, riguardava esclusivamente la diffamazione. La seconda risale al 2022, quando lo Stato di New York approvò l’Adult Survivors Act, la legge che aprì temporaneamente la possibilità di presentare cause civili per abusi sessuali i cui termini di prescrizione erano già scaduti. Quest’ultima causa comprendeva sia l’accusa di diffamazione sia quella di aggressione sessuale.

Il procedimento avviato nel 2022 è però arrivato per primo davanti a una giuria, che nel maggio del 2023 ha riconosciuto a Carroll un risarcimento di 5 milioni di dollari. La causa del 2019 si è invece conclusa con una condanna da 83,3 milioni di dollari. Anche quest’ultimo caso è arrivato alla Corte Suprema, che deve ancora decidere se esaminare il ricorso. Carroll sostiene che Trump l’abbia aggredita sessualmente a metà degli anni Novanta nei grandi magazzini Bergdorf Goodman di Manhattan e che in seguito l’abbia diffamata, accusandola di essersi inventata tutto per vendere un libro. Il presidente ha sempre negato ogni addebito e contestato la conduzione del processo civile.

Secondo i suoi avvocati, il giudice federale Lewis Kaplan avrebbe commesso numerosi errori, tra cui consentire alla giuria di ascoltare le testimonianze di altre due donne che accusano Trump di averle aggredite sessualmente anni prima. Il giudice, hanno sostenuto, non avrebbe inoltre dovuto mostrare ai giurati il filmato di Access Hollywood, la registrazione del 2005 in cui Trump, senza sapere di avere il microfono aperto, si vantava di baciare e palpare le donne senza chiederne il consenso: "Quando sei una star, te lo lasciano fare".

Alla fine del 2024, la Corte d’Appello federale del secondo circuito aveva confermato il verdetto da 5 milioni di dollari, stabilendo che il giudice non aveva commesso errori tali da giustificare un nuovo processo. Nel giugno 2025 Trump aveva poi fallito anche il tentativo di ottenere un riesame del ricorso da parte di tutti i giudici della corte riuniti in seduta plenaria. Pochi mesi dopo si era rivolto alla Corte Suprema, che aveva inserito più volte il caso all’ordine del giorno delle proprie camere di consiglio, rinviando però ogni volta la decisione senza fornire spiegazioni. Il pronunciamento di oggi chiude definitivamente la vicenda giudiziaria.

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L'AI come leva


La caratteristica fondamentale che dovrebbe guidarci quando stiamo scegliendo se usare uno strumento AI è questa: funziona come una leva?

Sam Altman, CEO di OpenAI, ha recentemente twittato un'idea per cui è stato ampiamente deriso: far fare a ChatGPT un podcast da sentire con i propri figli.
Tweet di Sam Altman sull'idea di creare con ChatGPT un podcast per la famigliaIl tweet di Sam Altman su X
La scena di una famiglia che ascolta un podcast fatto con l'AI la mattina prima di andare a scuola sembra effettivamente l'inizio di una puntata di Black Mirror. Ma non deve essere per forza così.

Se non mi conosci ciao! Sono Martino e parlo del rapporto tra intelligenza artificiale e società, e di altre cose. Mi trovi anche sui social come @oradecima (Instagram, YouTube).

Nel mio video provo a immaginare una versione "buona" di questo podcast (ditemi se vi convince):

Visualizza questo reel su Instagram

Vorrei espandere sul paradigma che voglio definire “AI come leva”.

Quando ho letto il tweet ero pronto a scrivere un video che si limitasse a ridicolizzare l'idea assurda di Altman; più ci pensavo però, più mi rendevo conto che poteva esserci una versione costruttiva di questa idea, e limitarmi quindi a puntare il dito e dire "guarda che scemo" non mi soddisfaceva.

Questa non vuol essere una apologia di Altman, che ha un bagaglio di dichiarazioni distopiche non indifferente ed è chiaramente in una bolla di Silicon Valley piena di proposte bislacche e molto problematiche per vari sistemi AI.

È piuttosto un riconciliarmi con la mia posizione generale che sia possibile immaginare e costruire sistemi di AI generativa che siano utili e di beneficio, nonostante le miriadi di problemi che ci sono con i modelli di AI attuali.

Dunque, ragioniamo:

La distinzione fondamentale tra l'esempio di Altman e il mio è che in un caso è possibile utilizzare l'AI in modo passivo, mentre nell'altro è necessariamente un uso attivo che mantiene il protagonismo umano.

Nello specifico, nella versione potenzialmente peggiore di quello che propone Altman, una volta integrati i calendari il podcast può proseguire indefinitamente senza ulteriore intervento umano. Ci si può semplicemente limitarsi ad ascoltarlo, e finisce lì.

La mia proposta è invece di un processo che richiede di essere protagonisti: tu e la tua famiglia fate da redazione, decidete i segmenti del podcast e ci lavorate attivamente.

Un segmento potrebbe essere "la curiosità della settimana" in cui prendete una domanda complicata e la esplorate, magari scrivendo un breve articolo che poi ChatGPT leggerà. O l'audio lo registrate voi e ChatGPT lo monta, e così via.

Oppure un segmento "la parola della settimana" in cui si imparano nuove parole, magari creando una lista da cui poi ChatGPT estrae e trova la definizione.

Se la tua famiglia è la redazione, il podcast non può uscire da solo. Ecco che l'AI diventa una leva, che non funziona da sola, ma richiede la tua forza.

Mi si potrebbe dire che allora si può fare proprio senza l’AI: vi prendete qualche ora in più e imparate insieme come registrare e montare un piccolo podcast amatoriale?

Bellissima idea!

La modalità specifica che può funzionare per ciascuno sarà diversa (e qui c'è l'inghippo in cui Altman è caduto, ora ci torniamo), ma il punto cruciale è il principio.

AI come leva significa che l'utilizzo dell'AI deve funzionare da moltiplicatore dello sforzo umano, come una leva reale. Una leva non funziona da sola, richiede il tuo sforzo, ma c'è una bella differenza tra averla e non averla.

Quello che non funziona nell'esempio di Altman è il fatto che si possa interpretare con l'AI non come leva, ma come sostituzione dello sforzo umano.

La complicazione è che ci sono dei casi in cui questa sostituzione è opportuna, e qui arriviamo al punto centrale.

Tra le azioni che facciamo come umani, ce ne sono alcune di significato, e alcune che facciamo per necessità.

Per me, per esempio, lo scrivere è di significato; non me ne verrebbe niente a far scrivere le newsletter a ChatGPT, perché scrivere mi serve per pensare, come scrivo nella mia AI policy (che a breve verrà aggiornata ed espansa).

Ci sono, al contrario, alcune azioni che invece non sono di significato: trascrivere una registrazione audio o tagliare i silenzi nei miei video non sono di particolare significato. Queste azioni si possono automatizzare in modo "passivo" senza perdere umanità.

La distinzione tra quali azioni siano di significato e quali no è complessa, perché totalmente personale e situazionale. Se, per esempio, non avessi mai tagliato i silenzi nei miei video manualmente da solo, forse avrei meno comprensione di come mi piace che i video siano tagliati. Oppure no, magari avrei potuto acquisire quella comprensione in un altro modo.

Ecco perché anche il mio esempio che considero "buono" non è necessariamente corretto e applicabile a tutti così com'è.

Se hai un figlio adolescente o quasi adolescente che vuole diventare un podcaster, diventa utile che il montaggio lo impari a fare lui invece di ChatGPT; magari l'AI può essere usata per trovare i comandi giusti o dei tutorial. E così via.

Il principio però rimane: avere chiaro l'obiettivo attivo che abbiamo e capire come usare degli strumenti per aiutare i nostri sforzi.

Tu come lo faresti questo podcast?

Parleremo ancora di questo paradigma prossimamente. Se ti va, condividere questa riflessione con qualcuno mi aiuta molto!

A presto!

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
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Dopo sette anni di DeSantis la Florida non è più uno Stato in bilico


Il 18 agosto si vota alle primarie per il governatore: il favorito repubblicano Byron Donalds erediterebbe uno Stato dove ora il problema principale sono i prezzi delle case e delle assicurazioni.

Il 18 agosto gli elettori della Florida scelgono i candidati democratico e repubblicano alla carica di governatore, in uno Stato che dieci anni fa era il più incerto d'America e oggi è una roccaforte repubblicana. Il favorito è Byron Donalds, deputato repubblicano, che dovrebbe vincere senza difficoltà le primarie del suo partito e che i sondaggi danno in vantaggio anche per il voto di novembre.

Ron DeSantis governa la Florida da sette anni e ritiene di aver già fatto tutto quello che poteva. Parlando a febbraio davanti a un circolo politico di Naples, in Florida, il governatore ha detto che il primo giorno di mandato si era ripromesso di ottenere il massimo possibile, così che chiunque gli fosse succeduto non avrebbe avuto molto da fare. "È quello che abbiamo fatto", ha aggiunto.

La trasformazione dello Stato in terra MAGA si deve in parte al presidente Donald Trump, con cui DeSantis ha avuto un rapporto tormentato. Durante la campagna presidenziale del 2024 il presidente liquidava il rivale di allora chiamandolo "Ron DeSanctimonious", un gioco di parole tra il suo cognome e l'aggettivo inglese che indica chi è moralista. Da allora ha scelto diversi politici della Florida tra i suoi principali consiglieri e ha fatto del suo resort di Mar-a-Lago la sede meridionale non ufficiale della Casa Bianca.

Prima della pandemia di covid i democratici registrati in Florida erano più numerosi dei repubblicani e le elezioni si decidevano per pochi voti. Il cambiamento è iniziato quando, nel pieno dell'emergenza sanitaria, DeSantis ha rotto con gran parte del paese e ha dichiarato lo Stato aperto agli affari. In due anni la Florida ha guadagnato quasi un milione di residenti netti (al ritmo di 1.500 al giorno). La maggior parte dei nuovi arrivati era registrata come repubblicana.

Restare aperti è costato caro in uno Stato con molti anziani: durante l'ondata di covid tra luglio e novembre 2021 il tasso di mortalità per abitante della Florida è stato più che triplo rispetto alla media nazionale. DeSantis non ha però pagato un prezzo politico duraturo. I democratici dello Stato facevano fatica a trovare candidati e a raccogliere fondi. Nel 2022 il governatore è stato rieletto con 19 punti di vantaggio, il margine più ampio mai ottenuto da un repubblicano in Florida. Il suo partito ha conquistato tutte le cariche statali e una supermaggioranza nel parlamento locale.

Il controllo totale di un solo partito ha aperto la strada a una raffica di provvedimenti. DeSantis ha vietato l'aborto dopo la sesta settimana di gravidanza e ha proibito le terapie di transizione di genere per i minori. Ha creato il più grande programma di buoni scuola d'America, che permette alle famiglie di usare fondi pubblici per pagare le rette delle scuole private. Ha riscritto i programmi delle università statali. Ha poi revocato a Disney il regime fiscale speciale di cui godeva, dopo che l'azienda si era opposta a una legge contro l'insegnamento dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere nelle scuole. Lo scontro è diventato un monito per le aziende americane tentate di esporsi politicamente.

Per consolidare la nuova identità politica dello Stato DeSantis ha respinto la mappa dei collegi per la Camera dei rappresentanti disegnata dal parlamento della Florida e ne ha imposta una propria. Ha rimosso due procuratori democratici, che negli Stati Uniti vengono eletti dai cittadini. Ha convocato sessioni straordinarie del parlamento locale per costringere i deputati a votare le sue priorità. Ha rifatto la magistratura dello Stato, nominando sei dei sette giudici della Corte Suprema della Florida e quasi 200 altri magistrati. Quando i parlamentari non accettavano le sue richieste, poneva il veto sui loro progetti o sosteneva gli sfidanti alle primarie. Nick Iarossi, stratega che ha lavorato alle campagne di DeSantis, ha detto all'Economist che in Florida nessuno vuole mettersi contro il governatore.

Sotto DeSantis la crescita del prodotto interno lordo della Florida ha superato la media nazionale. Quest'anno l'economia dello Stato ha raggiunto 1.800 miliardi di dollari ed è diventata la quattordicesima al mondo (superando quelle di Australia e Messico). Grandi società come Citadel e Palantir hanno spostato la sede in Florida. Il gradimento del governatore è poco sopra il 50 per cento, più alto di quello del presidente nello Stato.

Donalds ha una storia molto diversa. Cresciuto a Brooklyn da una madre single, da ragazzo è stato arrestato per possesso di marijuana. Racconta che la sua vita è cambiata quando si è affidato a Gesù nel parcheggio di un ristorante della catena Cracker Barrel. Ha fatto carriera nel settore bancario, poi è stato eletto al Congresso. Nel 2023, quando i repubblicani più intransigenti alla Camera hanno rimosso Kevin McCarthy dalla presidenza dell'assemblea, si sono raccolti attorno a Donalds e ne hanno fatto una figura nazionale del movimento MAGA. Il presidente lo apprezza e l'anno scorso lo ha spinto a candidarsi con un messaggio sui social: "Corri, Byron, corri".

DeSantis ha detto in tono ironico che Donalds "non ha fatto parte di nessuna delle vittorie che abbiamo ottenuto qui contro la sinistra", ma il deputato ha solo parole di elogio per il governatore uscente. "Ha fatto un lavoro fenomenale", ha detto agli elettori all'inizio di agosto, aggiungendo che tra i due non c'è alcuna distanza sui contenuti. L'unica presa di distanza pubblica ha riguardato la revisione dei programmi di storia afroamericana nelle scuole della Florida, secondo cui gli schiavi "svilupparono competenze" che "potevano essere applicate a loro personale beneficio". Donalds, uno dei pochi repubblicani afroamericani al Congresso, ha definito quella affermazione "sbagliata".

Il prossimo governatore dovrà occuparsi più di costi che di battaglie culturali. Dal 2020 i prezzi delle case in Florida sono saliti del 50 per cento e i premi delle assicurazioni del 75, più rapidamente che nella maggior parte degli altri Stati, mentre i redditi sono cresciuti solo del 30 per cento. La crescita della popolazione sta rallentando in modo netto. Donalds indica come priorità principale l'affordability, cioè la sostenibilità dei costi per le famiglie: è la stessa promessa che fanno i governatori in tutto il paese, in una campagna elettorale in cui il costo della vita è diventato il primo problema per gli elettori americani.


Per gli elettori americani il costo della vita ora conta più che nel 2024


Oggi il 36% degli americani indica l'inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese. Nell'ottobre 2024, poche settimane prima del voto che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca, a dare la stessa risposta era il 24%. La quota è cresciuta con regolarità nell'ultimo anno: a maggio era al 30% ed è salita al 36% nell'ultima rilevazione diffusa questa settimana dal sondaggio periodico di YouGov e dell'Economist sulle priorità degli americani.

A maggio il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,48 dollari al gallone, poco meno di quattro litri. Nello stesso mese l'inflazione è salita al livello più alto degli ultimi tre anni, spinta soprattutto dalla guerra con l'Iran, che si trascina da mesi e ha interrotto le rotte delle forniture. Dal 2022 gli americani considerano l'inflazione uno dei problemi più gravi del Paese e ne hanno tenuto conto anche nelle urne. Nel 2024 il carovita e le condizioni dell'economia sono stati tra i principali fattori che hanno favorito l'elezione di Trump.

Più della metà degli intervistati in un sondaggio Ipsos del 2 e 3 giugno ha dichiarato di aver tagliato le spese non essenziali dopo l'aumento del prezzo della benzina e del costo della vita. Più di un terzo ha rinviato gli acquisti più costosi o scelto marche meno care. Proprio sull'inflazione e sul costo della vita Trump registra il giudizio peggiore tra tutti i temi monitorati: il saldo tra chi approva e chi disapprova il suo operato su questo fronte è quasi 20 punti inferiore al suo saldo complessivo ed è peggiorato di oltre 40 punti dall'inizio del mandato, secondo la media dei sondaggi raccolta da FiftyPlusOne e calcolata da G. Elliott Morris.

Il prezzo politico del carovita

L’inflazione presenta il conto a Trump


Prezzi e costo della vita sono tornati in cima alle preoccupazioni degli americani e stanno ridisegnando la corsa alle elezioni di metà mandato.

Grafica di FocusAmericaDati al 6 agosto 2026

La salita

Un problema che cresce da un anno


Quota di americani che indica l’inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese (YouGov/The Economist).

4,48 $
Prezzo medio della benzina al gallone a maggio, quando l’inflazione ha toccato il massimo degli ultimi tre anni

1 su 2
Più di un americano su due ha tagliato le spese non essenziali dopo i rincari (Ipsos, giugno)

Il punto debole

Sull’inflazione Trump riceve il giudizio più severo


Saldo fra chi approva e chi disapprova la gestione del carovita da parte del presidente (media dei sondaggi FiftyPlusOne).


Oltre
−40punti
Il calo del saldo dall’inizio del mandato: nessun altro tema è peggiorato così tanto.

Sul carovita il giudizio è quasi 20 punti più severo di quello complessivo sul presidente.

Il sorpasso

Per la prima volta in dieci anni l’economia premia i Democratici


«Di quale partito ti fidi di più sull’economia?» — Ipsos/Reuters, 29 luglio–3 agosto 2026.

37%DemocraticiDem.

27%Né l’uno né l’altroNessuno

36%RepubblicaniRep.

Un solo punto separa i due partiti — e oltre un quarto degli americani non ne sceglie nessuno

Dall’insediamento di Trump il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

La posta in gioco

A novembre i Democratici partono avvantaggiati


Intenzioni di voto per la Camera e gradimento del presidente, medie FiftyPlusOne al 6 agosto.

Generic ballot — elettori probabili

Democratici 49,0%+6,5

In lieve calo dal 49,4% del 31 luglio, ma il distacco resta ampio.

Repubblicani 42,5%

In discesa dal 43,5% del 31 luglio.

Gradimento del presidente — adulti

Approva 36,8%

In lieve risalita dal minimo del 36,1% toccato il 31 luglio.

Disapprova 59,9%

Era al 61% una settimana fa.

Fonti: YouGov/The Economist; Ipsos (2–3 giugno 2026); Ipsos/Reuters (29 luglio–3 agosto 2026); FiftyPlusOne, media dei sondaggi elaborata da G. Elliott Morris.

L'economia diventa un problema politico per i Repubblicani


Per la prima volta in dieci anni, più americani si fidano dei Democratici che dei Repubblicani sulla gestione dell'economia. Nell'ultimo sondaggio Ipsos per Reuters, condotto tra il 29 luglio e il 3 agosto, il 37% ha indicato i Democratici e il 36% i Repubblicani. Da quando Trump si è insediato, il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

I deputati democratici hanno scelto il carovita come tema centrale della campagna per le elezioni di metà mandato. Alcuni parlamentari repubblicani temono invece che il loro partito non stia facendo abbastanza per contrastare l'aumento dei costi. I candidati di entrambi gli schieramenti cercano così di presentarsi come i migliori difensori del portafoglio degli elettori.

Nel 2024 i Democratici avevano cercato di prendere le distanze dai giudizi negativi sull'economia dell'allora presidente Joe Biden e dall'inflazione che aveva segnato gran parte del suo mandato, senza riuscirci: persero la presidenza e il Senato. Per i Repubblicani il compito potrebbe essere ancora più difficile, perché dovrebbero prendere le distanze da un presidente in carica mentre il giudizio sulla sua gestione dell'inflazione continua a peggiorare.

Non tutti gli elettori, naturalmente, decidono il proprio voto sulla base di un solo tema. Nei sondaggi restano ai primi posti anche la sanità, la previdenza sociale e lo stato della democrazia. E chi disapprova la gestione dell'inflazione non voterà necessariamente per i Democratici a novembre. Il vantaggio democratico nel generic ballot — la domanda con cui i sondaggisti chiedono quale partito si voterebbe alle elezioni per la Camera senza indicare i nomi dei candidati — è comunque arrivato a circa 7 punti. La quota di elettori probabili intenzionati a votare repubblicano è scesa dal 43,5% del 31 luglio al 42,5%, mentre quella democratica è passata dal 49,4% al 49%. I dati sono aggiornati alle 13 del 6 agosto sulla costa orientale degli Stati Uniti, le 19 in Italia.

Gli altri segnali dai sondaggi


L'indice di gradimento del presidente tra gli adulti americani è leggermente risalito dopo il minimo della settimana scorsa: il 31 luglio era al 36,1%, con il 61% di giudizi negativi; ora è al 36,8%, contro il 59,9% di disapprovazione. La popolarità di Trump è crollata molto più di quanto siano cresciuti i Democratici nel generic ballot, che tende comunque a spostarsi verso il partito all'opposizione negli ultimi mesi della campagna elettorale.

Il 55% degli americani ritiene che l'Amministrazione si sia spinta troppo oltre nell'inviare agenti federali dell'immigrazione nelle città, in calo rispetto al 62% di febbraio, secondo un sondaggio AP-NORC condotto dal 23 al 27 luglio. La quota di chi pensa che il governo abbia ecceduto nel limitare l'immigrazione legale è scesa dal 54% al 51%, mentre quella di chi ritiene eccessive le espulsioni degli immigrati che vivono illegalmente nel Paese è passata dal 52% al 47%.

Il 68% degli americani ritiene che la guerra in Iran non sia valsa i costi sostenuti, secondo un sondaggio Ipsos per il Chicago Council on Global Affairs, centro studi di politica estera, condotto dal 10 al 21 luglio. Lo pensa il 91% dei Democratici e il 76% degli indipendenti. Tra i Repubblicani, invece, il 63% ritiene che la guerra sia valsa i suoi costi e il 36% che non lo sia stata. Nel complesso, la quota di americani che considera il programma nucleare iraniano una minaccia critica è scesa al 49%, mentre tra i Repubblicani è salita dal 56% del 2023 al 68% di oggi.

Infine, il 16% degli americani dichiara di aver vissuto almeno un periodo da senzatetto, secondo un sondaggio YouGov condotto dal 28 al 30 luglio. Il 61% considera il fenomeno un problema molto serio e un altro 29% abbastanza serio. Il 77% chiede che il governo federale faccia di più, mentre il 70% rivolge la stessa richiesta agli Stati e alle amministrazioni locali. Solo l'11% ritiene che il problema sia al di fuori del controllo della politica.


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Un impostore si è spacciato per Susie Wiles e ha scritto al premier britannico


Il primo ministro britannico si è insospettito dopo pochi messaggi. Londra ha segnalato l'episodio alla Casa Bianca, temendo una nuova violazione del telefono del capo di gabinetto della Casa Bianca.

Il primo ministro britannico Andy Burnham ha scambiato alcuni messaggi con una persona che si è spacciata per Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca di Donald Trump e una delle consigliere più vicine al presidente. Burnham si è poi insospettito e ha scoperto che il contatto non era autentico. Lo hanno riferito quattro funzionari a Politico. Non è chiaro di che cosa abbiano parlato Burnham e l'impostore, né quando siano stati inviati i messaggi. L'episodio è stato mantenuto strettamente riservato.

Downing Street si è limitata a dichiarare che "non commentiamo questioni di sicurezza nazionale", ma una persona informata sui fatti ha riferito a Politico di "pochi messaggi", inviati dopo l'insediamento di Burnham come primo ministro, e li ha definiti "privi di qualsiasi rilevanza". L'ambasciata britannica a Washington ha tuttavia considerato l'episodio abbastanza serio da segnalarlo alla Casa Bianca, secondo due dei funzionari. All'interno del governo britannico si è quindi temuto che il telefono di Wiles fosse stato violato una seconda volta.

Il precedente e i timori di Londra


L'anno scorso la Casa Bianca e l'FBI avevano già aperto un'indagine dopo che senatori, governatori e dirigenti d'azienda statunitensi avevano ricevuto messaggi e telefonate da una persona che si era presentata falsamente come la capo di gabinetto del presidente. Il Wall Street Journal aveva riferito che Wiles aveva raccontato ai suoi interlocutori di aver subito una violazione della rubrica del cellulare. Chi vi aveva avuto accesso aveva così ottenuto i numeri di telefono di alcune delle persone più influenti del Paese.

Burnham si è insediato a Downing Street il 20 luglio, ma già il 18 giugno, quando aveva vinto l’elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, era apparso chiaro che avrebbe sostituito Keir Starmer alla guida del governo. L’impostore, dunque, non ha contattato un politico qualunque, ma l’uomo destinato a diventare di lì a poche settimane il nuovo primo ministro britannico. Un episodio che mostra quanto a lungo possano protrarsi le conseguenze di una compromissione informatica e quanto in alto possano arrivare i tentativi di manipolazione costruiti sfruttando i contatti sottratti.

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Kushner incalza Hamas sul disarmo, ma Netanyahu, alle prese con il voto, non cede


In poco più di due ore a El-Alamein il movimento palestinese promette passi avanti concreti sul disarmo, purché Israele rispetti il piano di ritiro da Gaza. L’inviato di Trump arriva in Israele mentre il premier affronta le primarie del Likud.

I dirigenti di Hamas hanno ribadito ieri il loro impegno a disarmare e a smilitarizzare Gaza durante un incontro tenutosi a El-Alamein, sulla costa egiziana, con Jared Kushner, consigliere e genero del presidente Donald Trump. A riferirlo ad Axios è una fonte a conoscenza diretta del colloquio, durato poco più di due ore e descritto come "molto produttivo" perché avrebbe permesso di definire i passi concreti che il movimento palestinese dovrà compiere. Kushner ha approfittato dell'incontro, il primo con i vertici di Hamas dall'accordo su Gaza dello scorso ottobre, per avvertirli che Israele non si fida delle loro promesse. "Li abbiamo ringraziati per l'impegno, ma vogliamo vedere sforzi reali e non soltanto parole", ha spiegato la fonte.

Oltre a Kushner, secondo Axios, al tavolo sedevano l'alto rappresentante del Board of Peace Nickolay Mladenov, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, membro dello stesso organismo, e i consiglieri del Board, Aryeh Lightstone e Liran Tancman. Hamas invece era rappresentato dal dirigente politico Khalil al-Hayya, affiancato dal capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad, dal diplomatico qatarino Ali al-Thawadi e da un alto funzionario turco. Il Board of Peace è l'organismo internazionale previsto dal piano in venti punti della Casa Bianca per sovrintendere alla transizione nella Striscia.

Gaza · Il piano americano

Il disarmo di Hamas si è incagliato su chi deve muoversi per primo

A El-Alamein, in Egitto, Jared Kushner ha incontrato i dirigenti di Hamas per la prima volta dall’accordo su Gaza dello scorso ottobre. Il movimento conferma che consegnerà le armi, ma solo se Israele si muoverà per primo. Netanyahu risponde che le truppe non si ritirano finché le armi non sono deposte.

Grafica di FocusAmerica 17 agosto 2026

Il nodo della seconda fase

Israele
Nessun ritiro finché Hamas non consegna le armi
Netanyahu, dopo aver respinto la tabella di marcia

Stallo

Hamas
Nessuna consegna di armi finché Israele non si ritira
Al-Hayya a Kushner, incontro del 16 agosto

Hamas ha accettato il piano di disarmo il 30 luglio. 18 giorni dopo, la consegna delle armi non è ancora cominciata: ogni condizione aspetta che si muova prima l’altra.

Lo scambio La sequenza Il voto

Lo scambio

Quattro mosse da una parte, quattro dall’altra


A El-Alamein Kushner ha messo nero su bianco i due elenchi. Al momento nessuno dei due è partito.

Hamas si è impegnato a
1Consegnare le armi e le infrastrutture militari
2Cedere il governo della Striscia all’esecutivo tecnico palestinese
3Restare fuori dalla futura amministrazione di Gaza
4Non interferire con il lavoro del nuovo governo

In cambio Israele dovrebbe
1Lasciare entrare la forza internazionale di stabilizzazione
2Avviare la ricostruzione nell’area di Rafah
3Discutere un primo ritiro delle truppe
4Accelerare l’ingresso degli aiuti umanitari

Nel comunicato diffuso al termine dell’incontro, Hamas ha elencato le proprie condizioni — cessate il fuoco permanente, ritiro completo, aiuti, ricostruzione — ma non ha mai nominato il disarmo.

La sequenza

Dieci mesi per arrivare a un tavolo


Dall’accordo di ottobre al primo faccia a faccia tra Kushner e i vertici di Hamas.

Ottobre 2025

Cessate il fuoco

Entra in vigore l’accordo su Gaza: si ferma la guerra e parte la prima fase del piano in venti punti della Casa Bianca.

30 luglio 2026

Disarmo

Hamas accetta il piano di disarmo del Board of Peace, l’organismo internazionale che sovrintende alla transizione nella Striscia.

Agosto 2026

Ritiro

Netanyahu respinge la tabella di marcia in quindici punti: le truppe non lasceranno Gaza finché Hamas non avrà deposto le armi. I raid riprendono.

16 agosto 2026

Negoziato

A El-Alamein, in Egitto, Kushner incontra i dirigenti di Hamas: è il primo faccia a faccia dall’accordo di ottobre. Al tavolo anche Tony Blair, Nickolay Mladenov e i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia.

17 agosto 2026

Politica internaOggi

Kushner vola in Israele per discutere con Netanyahu i passi che spettano a Israele. Lo stesso giorno il Likud vota alle primarie per comporre la lista elettorale.

27 ottobre 2026

Voto

Gli israeliani eleggono la nuova Knesset. Da qui in avanti ogni mossa di Netanyahu passa dal calendario elettorale.

71 I giorni che separano l’incontro di El-Alamein dal voto israeliano. Fino ad allora Netanyahu deve giustificare davanti ai propri elettori ogni passo verso Hamas.

Il voto del 27 ottobre

Netanyahu tratta mentre perde seggi


Media dei tre sondaggi più recenti, uno per istituto (10–16 agosto). La Knesset ha 120 seggi: per governare ne servono 61.

Maggioranza: 61 seggi
Opposizione sionista 59 Partiti arabi 11 Coalizione di Netanyahu 50

I partiti arabi Hadash-Ta’al e Ra’am non sono schierati con nessuno dei due fronti: sono loro, a cavallo della linea, a decidere se qualcuno arriva a 61.

Testa a testa

Likud e Yashar sono appaiati


Kan16 agosto
Likud23
Yashar23

Maariv / Lazar14 agosto
Likud21
Yashar23

Channel 12 / Midgam10 agosto
Likud22
Yashar24

Media dei tre sondaggi10–16 agosto
Likud22
Yashar23

Quanto pesa il calo

Oggi alla Knesset
32

Media dei sondaggi
22
Seggi del Likud nella legislatura uscente

Dieci seggi in meno rispetto a oggi

Chi preferiscono come premier
Eisenkot 41%
Netanyahu 36%

Sondaggio Kan del 16 agosto. Sette giorni prima lo stesso istituto dava Netanyahu avanti con le cifre rovesciate, 41 a 36: il confronto tra i due oscilla di settimana in settimana.

140.000
Iscritti al Likud chiamati alle urne per le primarie

9 su 29
I posti della lista che Netanyahu assegna di persona

4.500
I membri del comitato centrale del Likud che gliene hanno dato il potere

Fonte Axios, Times of Israel, Al Jazeera e CBS News per l’incontro di El-Alamein del 16 agosto 2026. Seggi: media dei sondaggi Kan (16 agosto), Maariv/Lazar Research (14 agosto) e Channel 12/Midgam (10 agosto), un istituto per rilevazione. Preferenza sul premier: Kan, 16 agosto 2026.

Il nodo del disarmo di Hamas


Sul disarmo, ha spiegato la fonte, Kushner non ha lasciato margini: "Ha detto ai dirigenti di Hamas che l'asticella è alta perché Israele non crede che disarmeranno davvero. Ha chiarito che il disarmo non è negoziabile, ma che, se compiranno passi concreti, gli Stati Uniti faranno il possibile perché anche Israele faccia la sua parte". Hamas si è impegnato a consegnare il potere al governo tecnico palestinese, restare fuori dalla futura amministrazione della Striscia e cedere armi e infrastrutture militari.

In cambio, Israele dovrebbe consentire il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione, avviare la ricostruzione nell'area di Rafah, discutere un primo ritiro delle truppe e accelerare l'ingresso degli aiuti umanitari. L'impegno di Hamas, tuttavia, non è incondizionato. Secondo il Times of Israel, durante lo stesso incontro i suoi dirigenti hanno chiarito che cominceranno a consegnare le armi soltanto se Benjamin Netanyahu si impegnerà pubblicamente a rispettare i termini del piano.

Il primo ministro israeliano ha però già respinto la tabella di marcia in quindici punti approvata dal Board of Peace, ribadendo che le truppe israeliane non lasceranno la Striscia finché Hamas non avrà prima deposto le armi. È questo il principale ostacolo all'avvio della seconda fase del processo di pace: Israele subordina il ritiro al disarmo di Hamas, mentre Hamas pretende che sia Israele a ritirarsi per primo.

I dirigenti di Hamas si sono inoltre lamentati della condotta di Israele a Gaza, a cominciare dalla prosecuzione dei raid militari. Kushner ha replicato ricordando che il movimento ha impiegato 4 mesi per accettare il disarmo. I suoi rappresentanti si sono comunque dichiarati pronti a cedere il governo della Striscia all'esecutivo tecnico e a non interferire con il suo operato, una volta insediato. Hanno anche ringraziato l'Amministrazione statunitense per il miglioramento della situazione umanitaria. Kushner, a sua volta, li ha ringraziati per la collaborazione nel recupero dei corpi degli ostaggi israeliani morti.

Nel comunicato diffuso al termine dell'incontro, Hamas ha ribadito la propria adesione alla tabella di marcia per la seconda fase, citando come condizioni il cessate il fuoco permanente, il completo ritiro israeliano, l'ingresso degli aiuti e l'avvio della ricostruzione. Ha poi accusato Israele di non aver rispettato la prima fase e ha chiesto ai mediatori di costringerlo a onorare gli impegni. Nel testo, tuttavia, il disarmo non è mai menzionato apertamente.

Netanyahu alla prova delle primarie


Oggi Kushner è atteso in Israele per discutere con Netanyahu proprio quei "passi corrispondenti" richiesti da Hamas. La visita coincide con le primarie del Likud: i 140 mila iscritti al partito sono chiamati alle urne dalle 10 alle 21 di oggi per scegliere i candidati della lista elettorale per la Knesset, nonostante il premier avesse cercato di annullare la consultazione e di affidare la selezione a un comitato di sua nomina.

Il mese scorso il comitato centrale del partito, composto da circa 4.500 membri, gli ha comunque concesso il potere di riservare a candidati di sua scelta 9 dei primi 29 posti in lista. La decisione ha ridotto drasticamente il numero delle posizioni contendibili, trasformando il resto della corsa in una battaglia tra i dirigenti che aspirano a un seggio. Alcuni posti sono così già stati assegnati al Ministro degli Esteri Gideon Sa'ar, al presidente del comitato centrale Haim Katz e al Ministro della Difesa Israel Katz.

Il tempismo è importante perché il margine di manovra di Netanyahu si sta sempre più restringendo. In vista delle elezioni del 27 ottobre, i sondaggi assegnano da tempo al Likud tra 22 e 24 seggi, contro i 32 attuali. Una rilevazione dell'emittente pubblica Kan attribuisce 23 seggi sia al Likud sia a Yashar, il partito dell'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, ora considerato favorito per diventare il prossimo premier israeliano. Seguono B'Yachad con 14 seggi e Yisrael Beytenu, I Democratici e Otzma Yehudit con 10 ciascuno.

Nello stesso sondaggio Eisenkot supera Netanyahu come primo ministro preferito, con il 41% contro il 36%. Sommando gli alleati, il blocco di opposizione arriverebbe a 57 seggi, contro i 52 della coalizione uscente. A decidere gli equilibri potrebbero essere i partiti arabi Hadash-Ta'al e Ra'am, che non sono formalmente schierati con nessuno dei due fronti. Nessuno dei due blocchi, insomma, disporrebbe di una strada semplice verso la maggioranza.

Netanyahu ha invitato gli elettori a votare "per una lista vincente che impedisca a Eisenkot e a Yair Golan di formare un governo di minoranza con i partiti arabi, come hanno promesso". Finora, tuttavia, soltanto Golan, leader dei Democratici, si è dichiarato favorevole alla partecipazione del partito islamista Ra'am a un futuro governo. Eisenkot e gli altri leader dell'opposizione contraria a Netanyahu hanno invece escluso pubblicamente questa possibilità.

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La polizia anti-immigrazione ha raccolto il DNA di quasi un milione di persone, bambini compresi


Le impronte genetiche di chi è detenuto per una violazione civile finiscono per sempre nel database criminale dell'FBI. La quasi totalità di queste persone non ha condanne penali.

Nel 2025 l'ICE, la polizia federale statunitense per l'immigrazione, ha prelevato con un tampone il DNA di quasi un milione di persone che aveva in custodia e lo ha consegnato all'FBI. La stima arriva da una ricerca del Center on Privacy and Technology della facoltà di legge della Georgetown University, secondo cui il ministero della Sicurezza interna è diventato la prima fonte di nuovi profili genetici del sistema americano di identificazione criminale. Solo l'ICE potrebbe averne aggiunti circa 920.000 in dodici mesi.

I profili finiscono in CODIS, il Combined DNA Index System, l'archivio genetico nazionale costruito per le indagini penali. Una volta caricato, il profilo di una persona detenuta può essere confrontato dalle forze di polizia di tutto il paese con le tracce trovate sulla scena di crimini irrisolti, comprese quelle che verranno raccolte fra dieci o vent'anni. Il campione fisico, che contiene l'intero genoma della persona, resta conservato in un laboratorio federale a tempo indeterminato.

La grande maggioranza di chi si trova in custodia dell'ICE non ha condanne penali e vivere negli Stati Uniti senza documenti è di norma un illecito civile, non un reato. Il tampone riguarda comunque quasi tutte le persone che l'agenzia tiene in custodia.

I registri dell'FBI mostrano che l'indice dei "detenuti" di CODIS, la sezione dove confluiscono i campioni raccolti dal ministero della Sicurezza interna, ha raggiunto 3.345.692 profili a dicembre 2025, con un aumento di circa 995.000 nel solo arco dell'anno. Sono più di 2.700 persone al giorno, tutti i giorni, per dodici mesi.

Per quasi tutta la storia del programma i prelievi si concentravano al confine, dove la CBP, la polizia doganale e di frontiera, faceva il tampone alle persone che fermava. Il contributo dell'ICE era marginale. Le slide di formazione interne ottenute dai ricercatori di Georgetown con il Freedom of Information Act, la legge americana sull'accesso ai documenti pubblici, mostrano 3.609 campioni raccolti dall'ICE nell'anno fiscale 2020 e altri 16.392 fino a metà maggio dell'anno fiscale 2021, circa 20.000 in tutto. Nello stesso periodo la CBP viaggiava su un altro ordine di grandezza: i suoi fogli di calcolo indicano almeno 1,36 milioni di persone il cui DNA è stato trasmesso all'FBI tra ottobre 2020 e la fine del 2024, oltre dieci volte il ritmo dell'ICE.

Chi rifiuta il tampone rischia il processo. Il 13 marzo 2025 Hugo Moreno-Mendez si è presentato all'ufficio della libertà vigilata della contea di McLennan, a Waco in Texas, per un controllo di routine e ha trovato ad aspettarlo gli agenti dell'ICE, che lo hanno arrestato e portato in un ufficio dell'agenzia poco distante. Tre funzionari, uno dopo l'altro, gli hanno chiesto di aprire la bocca per il prelievo. Ogni volta ha rifiutato. Quattro giorni dopo è stato incriminato per non essersi registrato come cittadino straniero e per essersi rifiutato di fornire il DNA in custodia federale, un reato minore che nel 2021 la stessa ICE diceva di non sapere fosse mai arrivato davanti a un giudice. Moreno-Mendez ha scelto il processo su entrambi i capi di imputazione e il 18 agosto 2025 un giudice federale di Waco lo ha dichiarato colpevole di tutti e due, condannandolo alla pena già scontata.

La raccolta si è estesa alle famiglie trattenute nei centri di detenzione per migranti e ha prodotto cause legali di manifestanti e di altre persone che sostengono di non essere mai dovute finire nel programma. Il Congresso ha iniziato a occuparsene dopo che alcuni parlamentari hanno scoperto che nel centro per famiglie di Dilley, in Texas, il tampone veniva fatto anche ai bambini.

I deputati Joaquin Castro, Greg Stanton e Nanette Barragán hanno dichiarato a Wired, che ha rivelato la vicenda, che "nessuna delle famiglie a Dilley è stata condannata per un reato". Quelle persone, hanno aggiunto, "non appartengono a un database pensato per criminali violenti, tanto meno i bambini".

Il ministero della Sicurezza interna ha difeso il programma come strumento di sicurezza dei confini e di identificazione, spiegando che la CBP preleva campioni dalle persone arrestate con accuse federali e dagli stranieri detenuti che vengono sottoposti a rilievi delle impronte digitali e non rientrano in una delle esenzioni previste. Sui bambini i cui profili sono stati inviati a CODIS ha rimandato a un programma separato di test genetici usato per verificare i legami di parentela dentro i nuclei familiari, che è però una cosa diversa dalla raccolta al centro dell'inchiesta. Sulla stima di Georgetown il ministero non ha risposto.


La polizia anti-immigrazione vuole usare guanti che danno scosse elettriche


L'ICE, la polizia federale che negli Stati Uniti si occupa dell'immigrazione, vuole dotare i suoi agenti di guanti capaci di rilasciare scosse elettriche dolorose. Il piano prevede una spesa tra i 10 e i 20 milioni di dollari per acquistare entro marzo migliaia di dispositivi che l'avviso ufficiale chiama conductive distraction and de-escalation devices, cioè strumenti conduttivi pensati per distrarre e ridurre la tensione. L'avviso è stato pubblicato lunedì dal Dipartimento della Sicurezza interna ed è stato rivelato per primo dall'Associated Press.

I dispositivi si chiamano G.L.O.V.E. (sigla di Generated Low Output Voltage Emitter) e restano normali guanti da pattuglia finché l'agente non preme un interruttore che ne attiva la modalità elettrica. Devono essere appoggiati direttamente sulla pelle e la scarica provoca un dolore pensato per ottenere in pochi secondi la sottomissione di chi oppone resistenza. A differenza del Taser, la pistola a impulsi elettrici in dotazione a molte polizie americane, non lasciano bruciature né segni di contatto.

A produrli è Compliant Technologies, un'azienda di Lexington, in Kentucky, i cui guanti negli ultimi anni sono stati adottati da alcune carceri e da alcuni dipartimenti di polizia. La dimensione dell'acquisto lascia pensare che l'ICE voglia distribuirli alla maggior parte dei suoi agenti, se non a tutti. L'avviso indica che il bando per un contratto senza gara poteva uscire già venerdì e che l'accordo durerebbe fino al 31 marzo 2027. Il fondatore e amministratore delegato dell'azienda, Jeff Niklaus, ha risposto via email di non poter parlare dell'argomento.

"Siamo indignati", ha detto mercoledì in conferenza stampa la procuratrice generale dello Stato di New York, Letitia James, che ha avvertito gli agenti dell'ICE: chi userà male i guanti nel suo Stato rischia conseguenze penali e civili. La deputata democratica Pramila Jayapal ha scritto su X che il dispositivo "non renderà nessuno più sicuro e anzi darà all'ICE un altro strumento pericoloso per prendere di mira cittadini e immigrati". Il deputato Maxwell Frost ha accusato il governo di spendere venti milioni di dollari dei contribuenti per armare agenti mascherati che operano senza rispettare la legge.

Jenn Rolnick Borchetta, vicedirettrice del programma sulla polizia dell'American Civil Liberties Union, la principale associazione americana per le libertà civili, ha detto che gli americani non hanno motivo di credere che gli agenti useranno i guanti in modo appropriato e ha chiesto perché servano in un'attività di controllo dell'immigrazione, che è di natura amministrativa. Chi riceve la scossa, ha aggiunto, può non avere alcun preavviso: "L'ICE ha passato l'ultimo anno a dimostrare al Paese di essere troppo rapido nell'uso della forza. Ora potrà somministrare scosse elettriche con una leggera pressione di un pulsante che forse nessun altro riesce a vedere".

Tom Homan, responsabile della Casa Bianca per il confine, ha difeso il piano giovedì in un'intervista a "Fox & Friends", la prima presa di posizione pubblica dell'Amministrazione sulla vicenda. "È un altro strumento per far diventare collaborativo qualcuno che non lo è", ha detto. "Non si può andare da 0 a 100 e ricorrere subito alla forza letale". Homan ha aggiunto che passerà del tempo prima che i guanti arrivino sul campo, perché l'agenzia sta ancora definendo i protocolli di addestramento e altre questioni di regolamento. Il Dipartimento della Sicurezza interna ha replicato alle critiche dicendo che l'ICE valuta di continuo le esigenze dei suoi agenti sul terreno per assicurarsi che abbiano gli strumenti necessari ad arrestare ed espellere in sicurezza gli stranieri irregolari con precedenti penali.

Il manuale d'uso del dispositivo ne vieta l'impiego come punizione, per tortura o per gioco e contro chi mostra soltanto "sfida verbale o insolenza". Il produttore avverte anche di non usarlo su categorie a rischio come bambini piccoli, donne incinte, anziani e persone con disabilità gravi, cioè proprio parte della popolazione con cui gli agenti dell'immigrazione hanno a che fare ogni giorno. Per poterlo indossare gli agenti devono completare un corso e ricertificarsi ogni due anni.

John Sandweg, ex direttore facente funzione dell'ICE durante la presidenza di Barack Obama, ha detto in un'intervista all'emittente MS NOW che è troppo facile che lo strumento finisca per essere usato male "contro una popolazione che non rappresenta una minaccia". Non serve molta immaginazione, ha aggiunto, per vederlo impiegato contro una madre che oppone un po' di resistenza mentre viene separata dal figlio. Il problema, secondo lui, è distribuire una tecnologia del genere senza un vero investimento nella formazione degli agenti.

Michael Mannheimer, professore di diritto alla Northern Kentucky University che ha studiato l'uso della forza nelle operazioni federali, teme che i guanti facciano saltare i passaggi intermedi. "Se gli agenti dell'ICE ce l'hanno immediatamente a disposizione, lo useranno più di quanto dovrebbero?", ha detto. "Scavalcheranno una forza minore che potrebbe essere appropriata ed efficace per ottenere obbedienza, usando invece questo per primo?"

Una causa ancora aperta sostiene che un uomo di 43 anni è morto nel 2024 dopo aver ricevuto 27 scariche con i guanti e altre 13 con un Taser in un carcere di Richmond, in Kentucky, anche se il dispositivo viene presentato come non letale e innocuo per il cuore. Un'indagine interna del Madison County Detention Center ha accertato che due delle scariche erano durate 45 e 99 secondi ciascuna, molto oltre il limite di 15 secondi raccomandato dal produttore. Quelle azioni, si legge nel rapporto citato negli atti giudiziari, avevano inflitto dolore inutile aumentando il rischio di complicazioni sanitarie gravi. Il produttore del Taser ha eliminato di recente la funzione "drive-stun", uno strumento simile per ottenere obbedienza attraverso il dolore che alcuni agenti avevano usato in modo improprio.

Geoffrey Alpert, professore di criminologia all'University of South Carolina, ha detto che converrebbe partire da un acquisto più piccolo e studiare l'uso dei dispositivi prima di distribuirli su larga scala, visto quanto poco ancora se ne sa. "State vendendo all'ingrosso a un gruppo di agenti che potrebbero non essere addestrati ad altre strategie come la de-escalation, o a interagire con il pubblico in modi diversi dall'applicazione della legge, come fanno quasi tutti i poliziotti locali", ha detto. L'errore umano, ha aggiunto, è quasi prevedibile.

John Peters, presidente dell'Institute for the Prevention of In-Custody Deaths, che sta studiando come il dispositivo è stato usato finora, lo ha paragonato a una puntura d'ape: "È immediato e acuto, e ti distrae". Secondo Peters l'acquisto dell'ICE sarebbe di gran lunga il più grande mai fatto dall'azienda e i guanti servirebbero soprattutto a far scendere dalle auto o dalle case le persone che non collaborano e a spostarle dentro e fuori dai centri di detenzione. Si aspetta che una minoranza di dipendenti ne abusi, come accade con le altre tecnologie di polizia, ma ritiene improbabile che provochino lesioni.

Finora i guanti sono stati usati più nelle carceri che per strada, mentre gli agenti dell'ICE ricorrono sempre più spesso alla forza per tirare fuori le persone dalle automobili. Da poco più di un anno almeno sei persone sono state uccise a colpi d'arma da fuoco da agenti dell'immigrazione, tra cui due automobilisti il mese scorso in Maine e in Texas. Nessuna di quelle scene era stata ripresa e l'agenzia ha poi deciso di dotare tutti i suoi agenti di una bodycam entro agosto. A gennaio la morte di due manifestanti americani uccisi a Minneapolis dai colpi di agenti dell'ICE aveva provocato un'ondata di indignazione in tutto il Paese.

A luglio l'ACLU ha reso noto di aver presentato più di 50 denunce per possibili abusi degli agenti dell'immigrazione in tutto il Paese. Nello stesso mese l'ICE ha arrestato oltre 51.000 persone per violazioni delle leggi sull'immigrazione, il numero più alto da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025.


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Ocasio-Cortez prende le distanze dal "Woke 1" mentre si prepara per il 2028


La deputata di New York ha definito una follia la stagione del progressismo culturale dei primi anni Venti, ma non ha detto dove si colloca oggi su polizia, immigrazione e temi sociali.

Alexandria Ocasio-Cortez ha definito "una follia" la stagione del progressismo culturale dei primi anni Venti, quella che negli Stati Uniti viene chiamata "Woke 1", in un'intervista alla ABC che segna il suo spostamento verso il centro. La deputata democratica di New York, indicata tra i favoriti per le primarie presidenziali del 2028, prova così a contenere i danni delle sue posizioni passate su polizia, immigrazione e temi sociali.

Nell'intervista Ocasio-Cortez ha attribuito gli eccessi di quegli anni della sinistra americana in parte alla pandemia di Covid e ai lockdown. Alcune delle sue dichiarazioni più controverse però sono arrivate prima che il virus raggiungesse gli Stati Uniti, nel 2020.

Nei primi anni Venti la deputata è stata una delle sostenitrici più note del definanziamento della polizia, cioè del taglio dei bilanci dei dipartimenti di polizia per spostare quelle risorse su servizi sociali e prevenzione, un'idea che i sondaggi hanno sempre mostrato impopolare. Nell'estate del 2020 ha attaccato il governo di New York City perché proponeva di tagliare il bilancio della polizia di appena un miliardo di dollari. "Definanziare la polizia significa definanziare la polizia", disse allora. "Non significa trucchi di bilancio o matematica creativa". E aggiunse: "La battaglia per definanziare la polizia continua".

Nel 2019 Ocasio-Cortez ha scritto sui social che "dobbiamo aprire una discussione seria sulla decarcerazione e sull'abolizione delle prigioni in questo paese". Lo stesso anno ha detto che alcune comunità emarginate "non hanno altra scelta che rivoltarsi" e nel 2021, a un evento pubblico, ha dichiarato: "Voglio abolire il nostro sistema carcerario, che è costruito per intrappolare gli uomini neri e di colore".

Sull'immigrazione la deputata ha presentato nel 2021 e nel 2023 una proposta di legge per depenalizzare l'attraversamento della frontiera, cioè per cancellare il reato penale a carico di chi entra nel paese senza autorizzazione. Nel 2019 il New Yorker le ha chiesto se avrebbe eliminato il Dipartimento della Sicurezza Interna, il ministero che si occupa di frontiere e polizia dell'immigrazione. Lei ha risposto: "Credo di sì. Credo di sì".

Anche il linguaggio della deputata è stato quello in voga negli ambienti liberal di quegli anni. Ha usato più volte il termine di genere neutro "Latinx" al posto di latino o latina, che la grande maggioranza degli ispanici americani non usa. Nel 2021 ha parlato di "persona che mestrua" invece che di donna, per includere le persone transgender.

Ocasio-Cortez ha cambiato il modo in cui parla di questi temi ma non ha spiegato dove si colloca oggi su molti di essi, né che cosa l'ha portata a cambiare idea sul "Woke 1". I suoi portavoce non hanno risposto alle domande su quale sia la sua posizione attuale sul definanziamento della polizia, sulla depenalizzazione dell'attraversamento della frontiera e sul fatto che le rivolte siano a volte giustificate. Nell'intervista alla ABC ha detto di non condividere alcune proposte dei Democratic Socialists of America, l'organizzazione che riunisce la sinistra socialista statunitense, come l'abolizione di polizia e prigioni, il taglio dei fondi al Dipartimento della Difesa e l'amnistia per tutti gli immigrati.

Le posizioni passate rischiano di pesare soprattutto tra gli elettori culturalmente più moderati, ha detto ad Axios Yemisi Egbewole, ex consigliera della Casa Bianca con Joe Biden: "Questo la ostacolerà davvero". Egbewole ha citato gli elettori afroamericani del Sud, che pesano molto nelle primarie presidenziali democratiche.

Alcuni repubblicani ritengono che Ocasio-Cortez sarebbe una candidata temibile nonostante le posizioni controverse del passato. Il sondaggista repubblicano Brent Buchanan l'ha definita "incredibilmente pericolosa", ricordando che ha una notorietà altissima e un gradimento notevole per una figura nazionale attaccata da anni. I suoi dati la danno al 39% di giudizi positivi contro il 42% di giudizi negativi (un rapporto simile a quello del segretario di Stato Marco Rubio). La moderazione culturale di queste settimane, ha aggiunto, dimostra che è una buona politica, perché lo sta facendo adesso invece che l'anno prossimo.

Lo stratega democratico James Carville ha detto ad Axios che "è sempre stato evidente che ha più talento di tutti gli altri messi insieme", riferendosi agli altri membri della "Squad", il gruppo di deputati progressisti della Camera. Secondo Carville non ha bisogno di spiegare troppo i suoi cambi di posizione: le basta dire "sono cresciuta" e la gente capisce.

Le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin hanno mostrato quanto il progressismo culturale possa essere un peso per la sinistra, anche in una fase in cui il populismo economico guadagna terreno. La socialista Francesca Hong ha perso per poco meno di 4.000 voti dopo aver faticato a spiegare perché in passato avesse chiesto di cancellare il Ringraziamento, la festa nazionale americana di fine novembre. Ocasio-Cortez non l'ha appoggiata, l'ultimo segnale del suo spostamento verso il centro.

Ocasio-Cortez non è l'unica esponente democratica che vorrebbe far dimenticare agli elettori le proprie posizioni culturali dei primi anni Venti. Il governatore della California Gavin Newsom ha detto l'anno scorso che nel suo ufficio nessuno ha mai usato la parola "Latinx", anche se lui stesso l'aveva usata più volte nel 2020. Abdul El-Sayed, che corre per il Senato in Michigan, e il sindaco di New York Zohran Mamdani hanno entrambi preso le distanze dal loro sostegno passato al definanziamento della polizia.


Ocasio-Cortez è per la prima volta la favorita dei mercati previsionali per le primarie 2028


Alexandria Ocasio-Cortez è diventata per la prima volta la favorita per la nomination democratica alle presidenziali del 2028 su Polymarket, la piattaforma che consente di scommettere denaro reale sull’esito di eventi politici. Mercoledì sera la probabilità attribuita dal mercato alla deputata progressista di New York era salita al 21%, davanti al governatore della California Gavin Newsom, fermo al 17%. Al terzo posto figurava il senatore della Georgia Jon Ossoff, intorno al 16%, mentre Kamala Harris era quotata all’8%.

Su Kalshi, piattaforma concorrente, Ocasio-Cortez e Newsom risultavano invece appaiati. Soltanto il giorno precedente, le quotazioni vedevano ancora il governatore californiano al primo posto e la deputata newyorkese al secondo. Il quadro cambia sostanzialmente nei sondaggi politici tradizionali citati dall’Independent: per questi in testa resta l’ex vicepresidente Kamala Harris, seguita da Newsom, mentre Ocasio-Cortez si colloca per ora molto più indietro.

La deputata non ha neppure annunciato la propria candidatura, ma non l’ha neppure esclusa. Domenica, ospite di This Week su ABC News, si è detta grata per il sostegno ricevuto e ha lasciato aperta ogni possibilità. All’Independent ha tuttavia spiegato che, per il momento, la sua attenzione è concentrata sulle elezioni di metà mandato: “In questo momento penso soprattutto alle midterm: dobbiamo assicurarci di riconquistare la maggioranza”.

Primarie democratiche 2028

I mercati scommettono su Ocasio‑Cortez, i sondaggi ancora no


Su Polymarket la deputata di New York ha superato Gavin Newsom per la prima volta. Su Kalshi i due sono appaiati, mentre nei sondaggi tradizionali lei resta indietro. Tre strumenti, tre classifiche diverse.

Grafica di FocusAmerica Dati aggiornati al 14 agosto 2026

Polymarket — nomination democratica 2028

Ocasio-Cortez
21,4%

contro

Newsom
17,0%

PrimaProbabilità attribuita dal mercato
SecondaEra in testa fino a metà agosto

Su questo mercato gli scommettitori hanno impegnato 1,26 miliardi di dollari: è il contratto politico più scambiato della piattaforma.

La rimonta

Due mesi e mezzo per ribaltare il campo


Il 1° giugno Newsom valeva il 27% e Ocasio-Cortez il 9%. Poi il governatore ha annunciato di essere sotto indagine federale, mentre la deputata ha incassato un sondaggio favorevole dopo l’altro.

Ocasio-Cortez Newsom

Variazione in punti percentuali rispetto al 1° giugno.

17 giugno

Newsom rende pubblica l’indagine federale che riguarda lui e la moglie, e la definisce una ritorsione politica. Il mercato lo riporta sotto il 25%.

3 luglio

Il vicepresidente JD Vance pronostica che sarà Ocasio-Cortez la candidata democratica. In pochi giorni le sue quotazioni passano dall’8% al 14%.

Fine luglio

Un sondaggio dell’Università del New Hampshire, primo Stato del calendario, mette Ocasio-Cortez davanti a tutti gli altri democratici.

12 agosto — il sorpasso

Ocasio-Cortez supera Newsom per la prima volta, 18% contro 17%. In due giorni sale ancora, fino al 21,4% attuale.

Trascina il dito sul grafico, o usa le frecce della tastiera, per leggere i valori di ogni settimana. I quattro punti cerchiati segnano i passaggi chiave.

Il campo

Il mercato non riesce a indicare un favorito


I primi tre nomi si tengono in meno di sei punti e nessuno di loro supera il 22%. A due anni dalle primarie la corsa democratica resta apertissima.

Sulla piattaforma sono quotati oltre quaranta nomi: tutti gli altri restano sotto il 4%.

Tre termometri

Cambi strumento, cambia la classifica


Le due piattaforme di scommesse e i sondaggi misurano cose diverse: i mercati pesano il denaro di chi scommette, i sondaggi contano le preferenze degli elettori.

Polymarket
Scommesse — 14 agosto
1Ocasio-Cortez21,4%
2Newsom17,0%
3Ossoff15,6%

Qui il sorpasso è già avvenuto.

Kalshi
Scommesse — 14 agosto
1Ocasio-Cortez17%
1Newsom17%
3Ossoff14%

Qui i due sono appaiati in testa.

Emerson College
Sondaggio — 19-20 luglio
1Buttigieg18%
2Newsom16%
3Ocasio-Cortez11%

Qui lei è terza, e altri sondaggi nazionali mettono ancora davanti Kamala Harris.

Ocasio-Cortez non ha annunciato alcuna candidatura e ripete che pensa alle elezioni di metà mandato. I mercati previsionali non prevedono il futuro: registrano l’attenzione del momento, e in questo momento l’attenzione è tutta su di lei.

Fonte: Polymarket e Kalshi, quotazioni del 14 agosto 2026; Emerson College Polling, sondaggio del 19-20 luglio 2026. La serie storica giugno-agosto è una ricostruzione settimanale dal registro eventi di Polymarket e non riproduce le oscillazioni infragiornaliere.

La scelta di congelare gli ovuli e il messaggio sui diritti


Sabato Ocasio-Cortez aveva annunciato su Instagram di avere iniziato il percorso per congelare i propri ovuli. Ha raccontato di avere risparmiato per anni, poiché la sua assicurazione sanitaria non copre la procedura, collegando poi questa scelta personale alla condizione della salute femminile negli Stati Uniti. La deputata ha accusato l’Amministrazione Trump di voler “politicizzare i corpi delle donne, privarci della possibilità di scegliere e punirci tanto per la decisione di avere una gravidanza quanto per quella di non averla”.

Secondo Ocasio-Cortez, l’attuale Amministrazione ha reso la gravidanza più pericolosa di quanto non fosse in qualsiasi altro momento degli ultimi trent’anni. “Ci riprenderemo il nostro potere”, ha promesso rivolgendosi ai propri follower.

Durante la stessa intervista ad ABC News citata in precedenza, le è stato chiesto anche delle vecchie posizioni di Francesca Hong, candidata democratica sconfitta alle primarie per la carica di governatore del Wisconsin, che ha preso le distanze dai propri post del 2020 in cui chiedeva l’abolizione della polizia. Ocasio-Cortez ha risposto con una risata e, citando un consigliere comunale di New York, ha osservato: “Woke 1 era una follia”.

A suo giudizio, ciò che conta è valutare le posizioni espresse oggi dai candidati. I dibattiti di quegli anni furono “piuttosto fruttuosi”, ha riconosciuto, ma “la retorica di quel periodo”, maturata durante il lockdown, non sarebbe più valida oggi.

La sfida per l’identità del Partito Democratico


Un’eventuale candidatura di Ocasio-Cortez nel 2028 misurerebbe la disponibilità del Partito Democratico a spostarsi ulteriormente a sinistra oppure, al contrario, a tornare verso il centro. Nell’area progressista stanno intanto acquistando peso i socialisti democratici e figure come il sindaco di New York Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, che in Michigan ha sconfitto la deputata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato.

Il partito continua a fare i conti anche con la sconfitta del 2024, quando Harris subentrò a Joe Biden nelle fasi finali della campagna elettorale e fu battuta da Donald Trump, nonostante le cause giudiziarie e le inchieste a carico del candidato repubblicano. Restano profonde le divisioni interne sulla riforma sanitaria, sul sostegno americano a Israele e sull’immigrazione.

In vista delle elezioni di metà mandato diversi modelli considerano ora i democratici favoriti per riconquistare almeno la Camera, ma ancora alla pari nella corsa per il Senato. A pesare sui repubblicani sono soprattutto l’impopolarità della guerra in Iran e il rincaro della benzina, il cui prezzo ha superato i 4 dollari al gallone, pari a poco meno di quattro litri. Secondo un sondaggio dell’Economist e di YouGov, il 57% degli americani considera il conflitto in Iran come una scelta sbagliata.


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Il Brasile di Flavio Bolsonaro: cosa significa per le imprese italiane la svolta a destra


La candidatura di Flávio Bolsonaro per il PL segna una svolta per il Brasile. Per l'Italia, principale partner economico, la partita elettorale apre importanti interrogativi su commercio, investimenti e nuovi equilibri in America Latina.

Il Partito Liberale brasiliano ha ufficializzato, il 25 luglio a San Paolo, la candidatura del senatore Flavio Bolsonaro alla presidenza della Repubblica per le elezioni del 4 ottobre. La scelta del figlio maggiore dell'ex presidente arriva dopo mesi di incertezza politica e segna un punto di svolta per il panorama latinoamericano. Per l'Italia — secondo fornitore europeo del Brasile dopo la Germania e terzo partner commerciale assoluto del Paese dopo Cina e Stati Uniti, con un interscambio che nel 2025 ha superato gli 11 miliardi di euro (Osservatorio economico MAECI) — la partita elettorale assume una rilevanza immediata. Le oltre 1.100 imprese italiane presenti nel Paese secondo i dati ICE guardano con attenzione a un possibile ritorno della famiglia Bolsonaro al Planalto.

La candidatura di Flavio rappresenta una soluzione di continuità dopo l'ineleggibilità del padre, sancita dal Tribunale Superiore Elettorale nel 2023 per abuso di potere durante la campagna del 2022 . Jair Bolsonaro sconta oggi la detenzione domiciliare a Brasília, dopo la condanna a 27 anni infertagli l'11 settembre 2025 dalla Corte Suprema per il tentativo di ribaltare l'esito del voto 2022. Il senatore quarantaduenne ha costruito la propria base politica nello stato di Rio de Janeiro, dove controlla una rete di alleanze locali che integra settori della sicurezza, del commercio e delle milizie urbane. A differenza del genitore, tuttavia, Flavio ha evitato lo scontro diretto con le istituzioni giudiziarie, preferendo una strategia più cauta e una comunicazione meno polarizzante sui social media.

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Milei e Lula spaccano il Sudamerica, Argentina e Brasile ai ferri corti


Tra Milei e Lula non c'è più dialogo, solo insulti scambiati a distanza. La crisi tra Argentina e Brasile blocca il Mercosur e mette a rischio le catene produttive dove l'Italia ha investito miliardi, dall'automotive all'energia.

Un nuovo battibecco diplomatico tra Argentina e Brasile viene liquidato con un'alzata di spalle. Il portavoce presidenziale argentino Adrian Ravier ha definito gli insulti reciproci tra le due capitali come «qualcosa che c'è sempre stato da entrambi i lati», aggiungendo che «almeno l'Argentina non ha mai portato queste controversie in sede diplomatica». Una frase che minimizza l'incidente e, al contempo, ne rovescia la responsabilità su Brasilia, in un rapporto bilaterale che negli ultimi mesi ha accumulato tensioni come mai era accaduto dai tempi delle dittature militari. Per l'Italia, che con l'Argentina condivide legami storici e una comunità di quasi un milione di oriundi, e con il Brasile intrattiene relazioni commerciali per oltre 11 miliardi di euro l'anno, questa frattura sudamericana non è un dettaglio folkloristico ma un segnale di instabilità in un'area dove le imprese italiane hanno investito fortemente nell'automotive, nell'energia e nell'agroalimentare.

La normalizzazione dell'insulto come strumento di relazione internazionale rappresenta una novità nella storia recente del Mercosur, il blocco commerciale che dal 1991 lega Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Milei, economista libertario eletto nel dicembre 2023 con un programma di dollarizzazione e smantellamento dello Stato, ha costruito gran parte del suo consenso interno attaccando frontalmente il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Sabato 26 luglio 2026 a San Paolo, durante un comizio a sostegno della candidatura presidenziale di Flávio Bolsonaro, Milei ha definito Lula «carcerato» e «ladro», rivolgendo inoltre al giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes l'epiteto di «calvo spazzatura». Il Brasile ha reagito richiamando il proprio ambasciatore a Buenos Aires per consultazioni e convocando l'ambasciatore argentino Daniel Raimondi a Brasilia. Milei, ha poi rilanciato accusando il governo brasiliano di aver finanziato una «campagna antiargentina», senza fornire alcuna prova. Lula, per parte sua, evita contatti diretti con la Casa Rosada e delega la gestione del dossier argentino ai ministri — una forma di isolamento diplomatico che di fatto congela ogni dialogo politico di alto livello tra i due maggiori paesi del Sudamerica.

Il Brasile di Flavio Bolsonaro: cosa significa per le imprese italiane la svolta a destra
La candidatura di Flávio Bolsonaro per il PL segna una svolta per il Brasile. Per l’Italia, principale partner economico, la partita elettorale apre importanti interrogativi su commercio, investimenti e nuovi equilibri in America Latina.
L'Analista QuotidianoMariza Cibelle Dardi


Colombia: perché ha vinto «El Tigre»
Nessun mandato, nessun partito, nessuna esperienza di governo. Eppure Abelardo de la Espriella ha vinto il primo turno delle presidenziali colombiane. La domanda non è come ci sia riuscito — è cosa dice della Colombia che ci sia riuscito.
L'Analista QuotidianoMariza Cibelle Dardi

Il Mercosur paralizzato tra ideologia e pragmatismo


La frattura personale tra i due leader si traduce in paralisi istituzionale. L'accordo di libero scambio tra Mercosur e Unione europea, negoziato per vent'anni e giunto a un'intesa politica nel 2019, è stato formalmente firmato ad Asunción il 17 gennaio 2026, ma resta ancora soggetto alla ratifica nei parlamenti nazionali — un processo che l'incapacità di Buenos Aires e Brasilia di coordinarsi su un fronte comune rende più incerto. L'Italia, che pure ha espresso riserve sulle clausole agricole dell'intesa, guarda con preoccupazione a un blocco sudamericano incapace di parlare con una voce sola. Le esportazioni italiane verso il Mercosur valgono circa 7,5 miliardi di euro, concentrate in macchinari industriali, chimica e farmaceutica: settori che beneficerebbero di tariffe ridotte e standard comuni, ma che oggi devono navigare in un arcipelago di regolamentazioni nazionali contraddittorie. Secondo le stime del ministro degli Esteri Antonio Tajani, l'intesa potrebbe portare all'Italia fino a 14 miliardi di euro di export aggiuntivo a regime, con un risparmio di oltre 4 miliardi di euro l'anno in dazi doganali.

Il paradosso è che, mentre i presidenti si ignorano o si insultano, le economie reali restano profondamente integrate. Il Brasile è il primo partner commerciale dell'Argentina: gli scambi bilaterali tra i due paesi hanno toccato i 31,2 miliardi di dollari nel 2025, il valore più alto dal 2013, secondo i dati dell'INDEC argentino e della Camera di Commercio di Rosario. Le catene produttive dell'automotive attraversano il confine del Rio de la Plata: Fiat Chrysler, Volkswagen e Renault hanno impianti su entrambi i lati, progettati per funzionare come un sistema unico. Stellantis, il gruppo italo-francese nato dalla fusione con PSA, produce in Argentina modelli destinati al mercato brasiliano e viceversa. La guerra fredda diplomatica tra Milei e Lula rischia di trasformarsi in barriere doganali indirette, ritardi burocratici, incertezza normativa: costi invisibili che erodono la competitività delle filiere integrate.

Lula contro i dazi USA: «Un errore strategico». E il Brasile guarda a Oriente
Per le imprese italiane operanti in Brasile — oltre 800 stabilimenti produttivi, con un fatturato aggregato superiore a 25 miliardi di euro — la frizione tra Brasilia e Washington impone una ricalibrazione strategica.
L'Analista QuotidianoMariza Cibelle Dardi

La scommessa italiana tra Buenos Aires e Brasilia


Per Roma, la questione assume una dimensione strategica che va oltre il commercio. L'Argentina di Milei ha espresso interesse a entrare nel G7 come osservatore permanente e ha cercato sponde nelle capitali europee più scettiche verso le politiche climatiche stringenti. Il Brasile di Lula, invece, si propone come potenza regionale verde, capofila del Sud Globale nelle trattative sul clima e sulla riforma del multilateralismo. L'Italia, che nel 2024 ha ospitato il G7 e mantiene un profilo pragmatico nelle relazioni con l'America Latina, si trova nella posizione scomoda di chi deve scegliere tra due interlocutori che si rifiutano di parlarsi.

Le imprese italiane operano in entrambi i paesi con logiche diverse. In Brasile, gigante da oltre 213 milioni di abitanti e tra le prime dieci economie mondiali per PIL nominale, l'interesse si concentra su infrastrutture, energia rinnovabile e agribusiness. In Argentina, paese con circa 46 milioni di persone ma risorse naturali straordinarie — litio, rame, gas di scisto — prevale la logica estrattiva e quella della manifattura leggera. Eni ha firmato nel giugno 2026 l'acquisizione del 32% in tre blocchi upstream del bacino non convenzionale di Vaca Muerta, in Argentina, nel quadro del progetto integrato Argentina LNG condotto con YPF e XRG; Enel, dal suo lato, produce energia eolica nello stato brasiliano di Bahia. La frammentazione politica tra i due paesi non facilita la pianificazione di lungo termine: ogni cambio di governo a Buenos Aires o Brasilia può ribaltare le regole del gioco.

Eppure, sotto la superficie degli insulti e delle polemiche, emerge un dato strutturale: né Milei né Lula possono permettersi una rottura definitiva. L'Argentina ha bisogno del mercato brasiliano per esportare auto, cereali e prodotti industriali. Il Brasile ha bisogno dell'Argentina come partner nel Mercosur per mantenere peso negoziale con Cina, Stati Uniti ed Europa. La minimizzazione dell'incidente diplomatico da parte del portavoce di Milei potrebbe essere letta come un tacito riconoscimento di interdipendenza: si può insultare il vicino, ma non si può ignorarlo. Per l'Italia, la sfida è capire come operare in un contesto dove la diplomazia tradizionale cede il passo al populismo comunicativo, ma le interdipendenze economiche continuano a tessere legami che nessun tweet può recidere.


Il Brasile di Flavio Bolsonaro: cosa significa per le imprese italiane la svolta a destra


Il Partito Liberale brasiliano ha ufficializzato, il 25 luglio a San Paolo, la candidatura del senatore Flavio Bolsonaro alla presidenza della Repubblica per le elezioni del 4 ottobre. La scelta del figlio maggiore dell'ex presidente arriva dopo mesi di incertezza politica e segna un punto di svolta per il panorama latinoamericano. Per l'Italia — secondo fornitore europeo del Brasile dopo la Germania e terzo partner commerciale assoluto del Paese dopo Cina e Stati Uniti, con un interscambio che nel 2025 ha superato gli 11 miliardi di euro (Osservatorio economico MAECI) — la partita elettorale assume una rilevanza immediata. Le oltre 1.100 imprese italiane presenti nel Paese secondo i dati ICE guardano con attenzione a un possibile ritorno della famiglia Bolsonaro al Planalto.

La candidatura di Flavio rappresenta una soluzione di continuità dopo l'ineleggibilità del padre, sancita dal Tribunale Superiore Elettorale nel 2023 per abuso di potere durante la campagna del 2022 . Jair Bolsonaro sconta oggi la detenzione domiciliare a Brasília, dopo la condanna a 27 anni infertagli l'11 settembre 2025 dalla Corte Suprema per il tentativo di ribaltare l'esito del voto 2022. Il senatore quarantaduenne ha costruito la propria base politica nello stato di Rio de Janeiro, dove controlla una rete di alleanze locali che integra settori della sicurezza, del commercio e delle milizie urbane. A differenza del genitore, tuttavia, Flavio ha evitato lo scontro diretto con le istituzioni giudiziarie, preferendo una strategia più cauta e una comunicazione meno polarizzante sui social media.

Il fronte economico: privatizzazioni e protezionismo selettivo


Sul piano economico, il programma del Partito Liberale mantiene la linea tracciata durante la presidenza Bolsonaro senior: privatizzazioni nel settore energetico, deregolamentazione del mercato del lavoro, incentivi fiscali per l'agribusiness. Introduce però anche elementi di tutela per settori considerati strategici, in particolare l'industria manifatturiera e le tecnologie digitali. Per le aziende italiane attive nel Brasile meridionale — dove si concentra il tessuto produttivo legato all'automotive, alla meccanica e ai beni di consumo — la sfida si gioca sulla capacità di negoziare esenzioni fiscali e accesso privilegiato ai programmi di reindustrializzazione.

Il settore agricolo resta il terreno di maggiore convergenza tra interessi italiani e agenda bolsonarista, sebbene con dinamiche più articolate di quanto si tenda a raccontare. Su scala globale, le esportazioni brasiliane hanno segnato record storici nel 2025: la carne bovina è cresciuta del 42,5% e il caffè verde del 31,1% rispetto al 2024. Verso l'Italia, però, il quadro recente è disomogeneo: nel trimestre più critico del 2025 le importazioni italiane di caffè brasiliano sono scese del 29%, mentre quelle di carne bovina hanno tenuto meglio. Un eventuale ritorno della famiglia Bolsonaro potrebbe comunque accelerare le concessioni di nuove licenze agricole, ma anche inasprire le frizioni con Bruxelles sulla clausola ambientale dell'accordo Mercosur-UE, ancora in sospeso dopo anni di negoziati. Per l'Italia, che ha sempre sostenuto la ratifica dell'intesa, si apre un dilemma: sostenere un partner commerciale strategico o allinearsi alle richieste francesi e tedesche di condizionalità più stringenti?

L'asse con Milei e la nuova geografia sudamericana


La presenza del presidente argentino Javier Milei alla convention del Partito Liberale, il 25 luglio all'Arena Pacaembu di San Paolo — la sua terza visita in Brasile da fine 2023 — non è un dettaglio coreografico. Segna la formalizzazione di un asse politico tra Buenos Aires e San Paolo che potrebbe ridisegnare gli equilibri regionali. Milei, eletto nel 2023 con un programma di dollarizzazione e smantellamento dello stato sociale, ha trovato nel bolsonarismo un alleato naturale nella sfida al progressismo latinoamericano incarnato da Lula, dal presidente colombiano Gustavo Petro e dal governo messicano.

Per l'Italia, la riconfigurazione sudamericana apre scenari inediti. Da un lato, un asse Brasile-Argentina a guida liberista potrebbe facilitare accordi bilaterali più flessibili, soprattutto nei settori dell'energia rinnovabile e delle infrastrutture. Dall'altro, rischia di complicare le relazioni con il Mercosur nel suo insieme, riducendo il potere negoziale dell'Unione europea e frammentando le catene di fornitura regionali. Le imprese italiane attive in entrambi i Paesi potrebbero trovarsi a gestire regimi fiscali e normativi sempre più divergenti. È il caso di Enel, i cui asset legati alla concessione elettrica di San Paolo — valutati circa 3,3 miliardi di euro (quasi 4 miliardi di dollari), più 595 milioni di euro di avviamento — risultano a rischio secondo i revisori del gruppo, in attesa del rinnovo della concessione. Anche Techint, gruppo italo-argentino leader nella siderurgia regionale, non è esente da attriti: proprio Milei ha attaccato duramente il conglomerato negli ultimi mesi su dazi e politica industriale, segno che l'asse liberista non è privo di crepe interne.

La questione cinese e il posizionamento italiano


Un elemento sottovalutato nel dibattito europeo riguarda il rapporto tra un eventuale governo Flavio Bolsonaro e Pechino. Durante il mandato del padre, il Brasile aveva mantenuto una linea ambigua: retorica anti-cinese in campagna elettorale, pragmatismo commerciale una volta al governo. La Cina resta il primo partner commerciale del Brasile, con un interscambio superiore ai 150 miliardi di dollari annui, e ha investito massicciamente nelle infrastrutture portuali, nelle miniere e nelle reti 5G. Flavio Bolsonaro ha lasciato intendere di voler rivedere alcuni accordi tecnologici con Huawei, ma senza rompere i legami economici fondamentali.

Per l'Italia, la partita si gioca sul fronte delle telecomunicazioni e della transizione energetica. Aziende come Leonardo e Terna hanno progetti in fase avanzata per l'ammodernamento della rete elettrica brasiliana e la sicurezza informatica. Un governo bolsonarista potrebbe favorire partner occidentali a scapito di quelli cinesi, ma solo se l'offerta europea sarà competitiva in termini di costi e tempi di realizzazione. La storia recente mostra che il pragmatismo economico prevale spesso sulle dichiarazioni ideologiche, soprattutto in un Paese dove la pressione inflazionistica e la disoccupazione giovanile restano emergenze quotidiane.


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Dalle isole di Sazan ai terreni di Zvërnec, il piano di Kushner travolto da arresti e licenze revocate


Tra l'isola-demanio di Sazan e i terreni privati di Zvërnec, un progetto legato a Jared Kushner accende la protesta più intensa degli ultimi anni: licenze revocate, arresti e un'inchiesta della procura anticorruzione sui titoli di proprietà.
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Da fine maggio l'Albania vive la sua stagione di piazze più intensa degli ultimi anni. Migliaia di persone manifestano a Tirana e sulla costa di Vlora contro un progetto turistico miliardario legato ad Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Lo slogan che accompagna i cortei — «Albania is not for sale», l'Albania non è in vendita — è diventato il simbolo di un movimento che i media locali hanno battezzato «Revolucioni i Flamingove», la Rivoluzione dei fenicotteri, in omaggio agli uccelli che popolano le lagune minacciate dal cantiere.

Il racconto che circola in Italia tende però a comprimere in un'unica «isola di Zvërnec» due progetti distinti, con superfici, proprietà e stadi autorizzativi molto diversi tra loro. Separarli è indispensabile per capire cosa sia realmente contestato.

Due progetti, non uno: Sazan e Zvërnec


Zvërnec non è un'isola: è un villaggio costiero sulla terraferma, vicino a Vlora, affacciato sulla laguna di Narta, area protetta come «paesaggio protetto» di categoria V IUCN dal 2004, come chiarisce il governo albanese nel documento «Fakte dhe informacion mbi Sazanin dhe Zvërnecin». Qui si trovano terreni di proprietà privata, acquistati da investitori legati al progetto, sui quali è prevista la costruzione della componente più estesa del complesso turistico, con una capacità stimata fino a diecimila stanze, come riportano Politico e Realtor.com.

Sazan è invece un'isola vera e propria, disabitata, di circa 1.400 ettari, ex base militare sovietica e poi albanese, al largo di Valona. Il governo di Tirana ne ha approvato la trasformazione in resort di lusso il 30 dicembre 2024, con un investimento stimato in 1,4 miliardi di dollari e la creazione di circa mille posti di lavoro, tramite la società Atlantic Incubation Partners LLC, secondo quanto riportato da Reuters. L'isola resta demanio statale: secondo il governo albanese non è stata venduta, ma concessa in una negoziazione ancora in corso.

I due siti fanno capo, oggi, a soggetti societari diversi: l'operazione complessiva è passata da Affinity Partners a una nuova entità, Sazan Real Estate Development LLC, che include partner statunitensi, il fondo qatariota Assets Group e il gruppo albanese Kastrati, come racconta The American Prospect.

Le cifre: quanto vale davvero il progetto


Sulle stime finanziarie circolano numeri non sempre coerenti tra loro, e il testo in verifica ne è un esempio: si passa da «oltre un miliardo di dollari» a «oltre quattro miliardi di euro» senza chiarire a cosa si riferiscano esattamente le due cifre. I dati disponibili permettono di distinguerle. Il solo Sazan vale circa 1,4 miliardi di dollari, secondo Reuters; Al Jazeera cita invece 1,6 miliardi di dollari per la stessa componente. Il progetto complessivo, che comprende anche Zvërnec, è stato quantificato dal primo ministro Edi Rama in circa quattro miliardi di euro, cifra ripresa sia da Deutsche Welle che da France 24; Reuters, in un servizio più recente, parla invece di un investimento complessivo salito a circa cinque miliardi di euro.

Quanto al peso sull'economia albanese, l'affermazione secondo cui l'investimento equivarrebbe a «un terzo del Pil» non trova riscontro nei dati ufficiali. Il Pil albanese si attesta oggi attorno ai 27 miliardi di euro, con l'obiettivo dichiarato da Rama di arrivare a 35 miliardi entro la fine del decennio, secondo quanto riporta Tirana Diplomat. Un investimento di quattro miliardi di euro corrisponde dunque a circa il 15% del prodotto interno lordo, non a un terzo: la proporzione indicata nel testo originale va corretta.

La scintilla: il filo spinato sulla spiaggia


Le proteste sono nate da un episodio preciso, non da un clima di tensione generico. Il 23 maggio 2026 alcuni residenti e attivisti ambientali hanno trovato la spiaggia di Pishë Poro, nella laguna di Narta, recintata con filo spinato che ne impediva l'accesso pubblico; l'hanno divelto, come ricostruisce la cronologia curata dal sito The Flamingo Revolution. Il 30 maggio, nell'area di Portonovë, vicino a Zvërnec, un nuovo presidio si è concluso con scontri tra manifestanti e personale della sicurezza privata incaricato di sorvegliare il cantiere.

Un manifestante identificato con le iniziali E.S. è stato trascinato con la forza all'interno del perimetro del cantiere da addetti della sicurezza privata e ha subito lesioni fisiche, secondo quanto riferito dalla Direzione di polizia di Valona e ripreso da intellinews. Le immagini dell'episodio, diffuse sui social, hanno acceso l'indignazione pubblica e sono indicate da Deutsche Welle come il detonatore delle proteste di massa a Tirana.

Le società di sicurezza, le licenze revocate, gli arresti


Sui provvedimenti amministrativi e penali seguiti all'episodio del 30 maggio, la Direzione generale della polizia di Stato albanese ha diffuso una ricostruzione dettagliata, ripresa testualmente da VOX News. Le società «Myrto Security 1.3A» e «Major Security» — incaricate della sicurezza del cantiere per conto del proprietario del terreno — hanno visto revocata la licenza il 1° giugno 2026, per non aver rispettato le procedure di controllo degli accessi al sito e per la condotta violenta di propri addetti nei confronti dei manifestanti.

Le indagini della polizia hanno accertato che due dei tre uomini coinvolti nel trascinamento del manifestante E.S. — identificati come A.G., 35 anni, e G.V., 41 anni — non risultavano affatto registrati né autorizzati da alcuna società di sicurezza privata, pur avendo agito all'interno del cantiere di «Major Security»; sono stati arrestati il 3 giugno con un'ordinanza del tribunale di Valona, riporta Albania Daily News. Un terzo uomo, Gerald Biba, indicato dalla stampa albanese come il proprietario di fatto di «Major Security» — formalmente registrata a nome della suocera — era stato arrestato in precedenza per aver colpito con un pugno lo stesso manifestante, secondo Gazeta SI. In totale, la polizia ha avviato procedimenti penali contro quindici manifestanti per accuse legate a danneggiamenti, partecipazione a un assembramento illegale e lesioni volontarie di lieve entità.

Sul fronte delle forze dell'ordine, la Direzione generale della polizia ha sospeso il direttore della polizia di Valona, dopo aver riconosciuto che le prime informazioni diffuse sull'episodio erano inesatte. Nelle settimane successive, la protesta si è spostata a Tirana e ha assunto un carattere più ampio: il 2 luglio, durante scontri davanti al Parlamento, sono state fermate oltre venti persone, due delle quali poste agli arresti domiciliari, mentre dodici agenti sono risultati feriti da lanci di uova, pietre e altri oggetti, secondo quanto denunciato dal ministro dell'Interno albanese Besfort Lamallari e riportato da Deutsche Welle.

La difesa di Rama e la posizione del governo


Il primo ministro Edi Rama, al potere dal 2013, ha condannato pubblicamente la condotta delle guardie private riprese nei video, definendola «disgustosa», ma non ha arretrato sul progetto, riferisce Deutsche Welle. Rama ha respinto le richieste di dimissioni e ha difeso la legge n. 21/2024, che consente la realizzazione di resort a cinque stelle in aree protette: «Sì, abbiamo modificato la legge — ha dichiarato, secondo Deutsche Welle — ma non ne abbiamo cambiato la sostanza, e le nostre modifiche non violano gli standard e i criteri europei». Secondo il governo albanese, inoltre, lo status di area protetta della zona di Pishë Poro-Narta non è mai stato modificato: resta «paesaggio protetto» di categoria V IUCN dal 2004, e il progetto si trova ancora in fase di permesso di sviluppo — non di costruzione —, ottenuto il 30 marzo 2026, con un successivo permesso di recinzione, limitato a rilievi tecnici, concesso il 29 aprile.

Patto migranti al capolinea: l’Albania punta all’Europa
Tirana accelera verso Bruxelles, ma il Premier albanese gela Roma: nessun rinnovo per l’accordo sui migranti. L’integrazione europea del 2030 non è più l’unico ostacolo alla tenuta dei centri di Gjader e Shengjin.
L'AnalistaRedazione L’Analista

L'inchiesta SPAK e il caso Shehu


Il fascicolo giudiziario più delicato riguarda la provenienza dei terreni. Il governo albanese conferma, nel documento ufficiale già citato, che la SPAK aveva già un'indagine aperta su uno dei venditori dei terreni di Zvërnec, e che un tribunale, su richiesta della procura, ha ordinato che la somma pagata dagli investitori per quella porzione di terreno fosse depositata su un conto bancario congelato invece di essere trasferita al venditore — senza però specificare l'importo.

È Reuters, in un'inchiesta più recente e circostanziata pubblicata l'11 luglio 2026, a fornire nome e dettagli: il venditore in questione è l'imprenditore Artur Shehu, basato a Miami, sospettato dalla SPAK non solo di aver falsificato gli atti di proprietà dei terreni di Zvërnec — con titoli contraffatti o dimensioni dei lotti gonfiate artificialmente — ma di aver riciclato, attraverso l'acquisto e la successiva rivendita di quei terreni, i proventi di un giro di traffico di cocaina sudamericana verso porti europei. Secondo l'agenzia, la SPAK ha emesso un mandato d'arresto nei suoi confronti per riciclaggio di denaro legato al narcotraffico; il suo avvocato, Kujtim Cakrani, ha reso noto che Shehu respinge tutte le accuse. Il terreno è stato venduto, sempre secondo Reuters, per circa 110 milioni di euro ad Albania Land Development, società partecipata dagli sviluppatori del progetto legato a Kushner, Sazan Real Estate Development, insieme ad altri investitori; è questa somma — non altre — a risultare congelata su un conto notarile. Reuters precisa inoltre che i fascicoli della SPAK non contengono accuse di illecito né contro Kushner né contro Sazan Real Estate Development, Albania Land Development o altri investitori, e che non ha trovato indicazioni secondo cui questi fossero al corrente dei sospetti su Shehu al momento dell'acquisto.

Il paragone con l'Italia


Il caso albanese richiama, per certi versi, i dibattiti ricorrenti sulle coste italiane — dalla cementificazione della Sardegna alle concessioni balneari di Puglia e Sicilia — ma con una differenza di scala e di velocità politica che merita di essere sottolineata: in Albania la contestazione ha già prodotto un movimento di piazza capace di paralizzare Tirana per settimane, una sospensione di licenze aziendali, arresti e un'inchiesta della magistratura speciale, tutto nell'arco di poche settimane. Il paragone diretto con l'Italia, tuttavia, resta più una suggestione giornalistica che un termine di paragone tecnico, viste le enormi differenze tra i quadri normativi sulle aree protette e sulle concessioni turistiche dei due Paesi.

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