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Toy Story 5 e la tecnologia come restrizione o liberazione


La saga di Toy Story torna al cinema con un quinto capitolo che mette in discussione la tecnologia e allo stesso tempo la esalta, sfruttandone le possibilità per una resa visiva sbalorditiva.
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Toy Story 5 è in qualche modo il film della “restaurazione”, dopo che il precedente - il bellissimo e frainteso Toy Story 4 - aveva deciso di porre delle domande completamente nuove per la saga, mettendo in scena i giocattoli non esclusivamente in relazione a chi li possedeva, ma esplorando la possibilità (fino a quel momento preclusa) per loro di essere liberi e indipendenti (anche cinematograficamente: strada poi tentata maldestramente con Lightyear). Toy Story 4 sfruttava l’espediente Pixar più classico e abusato - quello di mettere i propri personaggi nella condizione di dover lottare continuamente per rimanere insieme - e lo disinnescava progressivamente, arrivando a mettere in discussione la necessità stessa di restare uniti per sempre e raccontando la perdita come un passaggio necessario per crescere (o addirittura come qualcosa da ricercare per ricominciare da capo). Emblematico di ciò era il nuovo giocattolo Forky, la cui aspirazione principale era quella di essere gettato nell’immondizia dalla quale proveniva. Toy Story 5, da questo punto di vista, è un film molto più convenzionale, che segue l’ormai ampiamente collaudata formula dei sequel Pixar e si “limita” a rimettere in scena una narrazione già familiare cambiandone alcuni elementi fondamentali. Come avvenuto ne Gli Incredibili 2 e in Alla ricerca di Dory (diretto dallo stesso Andrew Stanton), innanzitutto c’è un cambio di protagonista e di genere (sessuale): stavolta tutta l’avventura è nelle mani di Jessie, “woman in charge” che lotta contro l’obsolescenza dei giocattoli, sostituiti dai nuovi dispositivi elettronici e connessi in rete, che totalizzano l’attenzione di quei bambini che un tempo giocavano invece con bambole e pupazzi. Si ricompone la coppia con Woody e Buzz e si relegano tutti gli altri personaggi in ruoli assolutamente secondari (anche Forky e Bo Peep, che invece erano centrali nel precedente episodio).

Per ovvie ragioni, però, un film di Toy Story non può essere aprioristicamente contro la tecnologi”, neanche quando questa diventa il “villain” che i nostri eroi di pezza e di plastica devono sconfiggere. Non può farlo perché quella di Toy Story è la saga cinematografica che più di tutte le altre ha scommesso sull’avanzamento tecnologico (quello dell’animazione digiale) per poter raccontare le proprie storie, esaltandolo come strumento indispensabile per emozionare lo spettatore e facendosi sempre più complessa e sofisticata capitolo dopo capitolo. Il gusto del pubblico, però, negli ultimi anni è cambiato e gli spettatori hanno cominciato a premiare quei film animati che si allontanavano dal fotorealismo per proporre uno stile che contaminasse l’animazione digitale con tecniche di animazione più tradizionali. Questo è diventato ben presto il nuovo standard del cinema d’animazione e non è un caso che anche la Pixar si sia dovuta adattare, fino ad annunciare il suo primo lungometraggio (Gatto, in uscita nel 2027) con uno stile completamente differente rispetto a quello con cui era andata avanti dal 1995 a oggi. Toy Story 5, in qualche modo, presenta una conciliazione tra questi due modi di intendere l’animazione, spingendo come mai prima d’ora il pedale sul fotorealismo e sul miracolo tecnologico della sua animazione digitale, ma anche lasciando spazio a sequenze che hanno uno aspetto completamente differente e che per la prima volta nella saga “sporcano” la computer grafica con altre tecniche e aprono alla possibilità di una nuova resa visiva di quegli stessi personaggi che abbiamo imparato negli anni a conoscere esclusivamente nei loro sempre più immacolati e pulitissimi modelli poligonali.

Come esemplificato nella parabola di redenzione della “cattiva” Lilypad, tavoletta digitale che altera il benessere psicofisico di Bonnie, la tecnologia non è un male in sé, ma lo può diventare a seconda di come viene utilizzata e programmata. È per questo che tutti i dispositivi digitali con cui Jessie avrà a che fare nel corso della sua avventura si riveleranno alla fine davvero “utili” solo nel momento in cui verranno utilizzati al di fuori delle funzioni per cui erano stati inizialmente concepiti. Solo contravvenendo al proprio scopo “di fabbrica” potranno effettivamente offrire un proprio contributo alla storia. Uno stesso dispositivo può essere sfruttato per connettere davvero le persone, favorendo la creazione di legami reali, ma anche per schernire, bullizzare, alienare. Sta tutto qui il senso di questo quinto capitolo della saga Pixar, nell’affermare che la tecnologia può essere sia una costrizione che una liberazione. E questo è vero anche sul piano metacinematografico, se applichiamo lo stesso ragionamento nel campo del cinema d’animazione. Nessun film di Toy Story è stato così bello visivamente, così complesso, con così tanti personaggi ed elementi a schermo che si muovono simultaneamente. La tecnologia, in questo senso, intesa come sofisticazione degli strumenti digitali impiegati per la realizzazione del film, è una risorsa per i suoi protagonisti, che così possono compiere azioni che erano impossibili in precedenza. Ma anche per raccontare le emozioni con un’efficacia e un dinamismo prima inaccessibili (come evidente nella bellissima scena di un bacio sospeso) e per ampliare le possibilità di caratterizzazione, dove invece prima si rendeva necessario semplificare, omologare, standardizzare (il fatto che Blaze abbia quei riccioli lì sembra un dettaglio banale, ma non lo è, da un punto di vista tecnico).

Alla fine, quindi, come sempre accade nei film della Pixar, questo Toy Story 5 finisce per rivelare qualcosa anche di chi lo ha realizzato e delle sfide che i suoi animatori devono oggi affrontare, nel paradosso di avere a disposizione una tecnologia che permette loro di fare tutto, anche cose inimmaginabili fino a qualche anno fa, e comunque dover lottare affinché la loro immaginazione, la loro fantasia, la loro capacità di creare storie non venga soffocata e anestetizzata.
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Addio Destiny


Xbox sta affilando la mannaia, è arrivato lo Steam Next Fest e l'addio a Destiny 2
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Questa settimana Letter to a Gamer esce in versione leggermente ridotta perché iniziano le meritate ferie del vostro giornalista videoludico preferito. Nel numero di oggi, visto che le notizie della settimana sono quasi tutte a tema Xbox, la sezione news sarà un mega riassuntone di tutto quello che sappiamo, mentre la recensione e lo speciale sono tutte dedicate a Destiny 2, alla qualità del suo ultimo aggiornamento (ultimo nel senso che non ne arriveranno più perché il gioco smetterà di ricevere nuovi contenuti) e al ruolo che ha avuto nella vita di chi scrive.


News index


- Microsoft ha ipotizzato di vendere Xbox
+ Xbox perde due delle sue figure storiche
- Xbox inizierà a tagliare interi studi di sviluppo
+ Anche quelli con giochi appena annunciati
- Don't Nod finirà i soldi a novembre

Microsoft ha ipotizzato di vendere Xbox - Secondo quanto riportato da The Information, Microsoft avrebbe valutato la possibilità di scorporare Xbox da sé stessa e renderla una società interamente controllata, oppure di trasformarla in una joint venture con dei partner. Sappiamo dalle parole della Ceo Asha Sharma che una ristrutturazione di qualche tipo è imminente, e The Information sostiene che Microsoft abbia approvato nuovi piani per investire maggiormente nei suoi franchise di successo come Halo, Fallout e The Elder Scrolls.

Xbox perde due delle sue figure storiche - Craig Duncan, responsabile di Xbox Game Studios, si è dimesso. Anche Louise O'Connor, capa dello staff di Xbox Game Studios, ha lasciato l'azienda. Queste dimissioni giungono dopo diversi cambiamenti ai vertici di Xbox e fanno da apripista all'ondata di licenziamenti che colpirà l'azienda a luglio. Duncan è entrato in Xbox nel 2011 nel ruolo di responsabile di Rare, uno studio first-party di Xbox, fino al 2024. Durante la sua direzione, Rare ha lanciato e portato alle stelle il suo popolarissimo titolo live service Sea of ​​Thieves. Nel novembre 2024, Duncan ha sostituito Alan Hartman come responsabile di Xbox Game Studios supervisionando diversi studi, tra cui Halo Studios, Turn 10, The Initiative e Double Fine.

Xbox inizierà a tagliare interi studi di sviluppo - Double Fine, Ninja Theory e Compulsion Games rischiano la chiusura secondo fonti di Bloomberg. Sono in corso delle "negoziazioni attive" per consentire agli studi di trovare un modo di ricomprarsi la loro indipendenza dopo la notizia arriva dell'"Xbox Reset" di Asha Sharma che sarà accompagnato da licenziamenti di massa a partire da luglio 2026. Double Fine Productions (Psychonauts), Ninja Theory (Hellblade) e Compulsion Games (South of Midnight) non sono soli: secondo Jason Schreier, anche "diversi altri" studi Xbox, oltre ai tre citati, si trovano nella stessa situazione. Fonti interne affermano che ai dipendenti è stato "concesso il permesso di cercare un nuovo lavoro" visto che dei licenziamenti saranno inevitabili in ogni caso e che "la situazione degli studi è ancora incerta". Diversi sviluppatori degli studi a rischio hanno pubblicato sui social degli annunci in cui dichiarano di essere alla ricerca di nuove opportunità lavorative.

Anche quelli con giochi appena annunciati - Senua, il terzo gioco della serie Hellblade di Ninja Theory, è stato appena presentato all’Xbox Showcase, ma Xbox benissimo che lo studio sarebbe presto stato vittima di forti tagli o di una chiusura. Quindi perché annunciare il gioco? Secondo un report di Game File, la risposta è che Microsoft ha pensato che mostrare comunque Senua (a cui il team sta lavorando da due anni) avrebbe aumentato le possibilità di trovare un potenziale acquirente per Ninja Theory. L’obiettivo era attirare l'interesse degli investitori e facilitare una qualche forma di vendita piuttosto che una chiusura definitiva.

Don't Nod finirà i soldi a novembre - Le brutte notizie continuano al di fuori del mondo Xbox: i revisori dei conti dello sviluppatore francese Don't Nod, famoso per aver creato la serie Life is Strange, hanno pubblicato una relazione in cui affermano che lo studio esaurirà la liquidità entro novembre 2026 se non riceverà ulteriori finanziamenti. Secondo la relazione, il principale azionista di Don't Nod, Tencent, "non intende sottoscrivere un aumento di capitale a breve termine" per sostenere lo studio. Il presidente Oskar Guilbert ha avuto colloqui "con alcuni importanti attori del settore dei videogiochi", ma finora non si sono concretizzati "in alcuna offerta di finanziamento strutturato". Ne abbiamo parlato in fase di recensione: Aphelion, nonostante diversi lati positivi, ha mancato l'obiettivo e non ci sono grossi progetti in cantiere in grado di giustificare nuovi investimenti.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

É la settimana dello Steam Next Fest, questo vuol dire decine di demo gratuite da provare, ecco le migliori secondo noi.

Iron Nest: Heavy Turret Simulator - Avete mai sognato di fare da operatore a una torretta d'artiglieria pesante? É la vostra occasione: quella di Iron Nest è la demo più scaricata e meglio votata di questo Next Fest

The Sinking City 2 - A proposito di atmosfere lovecraftiane, non dimenticate di dare un'occhiata anche alla demo di The Sinking City 2. Frogwares sta scommettendo sugli aspetti survival horror del sequel, e questa demo vi mostrerà come lo studio si stia concentrando su una tensione palpabile, enigmi ingegnosi e un gameplay che sfrutta al massimo le risorse.

Maximum Thunderness - Per qualcosa di più tranquillo, potete provare la demo di Maximum Thunderness: un gioco d'azione cooperativo roguelike a scorrimento laterale in cui dovrete rispondere con estrema forza ai piccoli crimini della sinistra organizzazione SKULL, tutto in stile molto retrò.

Valor Mortis - C'è da aspettare ancora un po' per la versione completa di questo soulslike in prima persona dello studio di Ghostrunner, ma potete farvi un'idea di cosa vi aspetta con questa demo. Nei panni di un ex soldato dell'esercito di Napoleone, vi ritroverete su un campo di battaglia europeo pieno di mostri, creature che metteranno alla prova i vostri riflessi, la vostra abilità con le armi e i vostri poteri magici.

Empulse - Non ci aspettavamo che 1047 Games, lo sviluppatore di Splitgate, avesse in cantiere un successore spirituale di Titanfall, ma siamo felici che sia così! Unendo il talento dello studio per il gameplay ispirato ad Halo con mech giganti, Empulse si basa sulla strategia e sulla capacità di superare in astuzia gli avversari.

Toem 2 - Il Toem originale è un'ottimo connunbio di enigmi, logica e gusto artistico in un mondo monocromatico splendidamente progettato. Il sequel sembra voler ampliare queste idee prima della sua uscita nel terzo trimestre del 2026, e questa demo vi darà un assaggio di come documentare le piccole meraviglie di questo mondo.

SiN Reloaded - Nightdive Studios è diventato lo sviluppatore di remaster di classici di culto e ora si concentra su SiN. Sebbene non abbia ancora una data di uscita, questa demo vi darà un'ottima idea di come Nightdive abbia rimasterizzato lo sparatutto originale del 1998 e lo abbia migliorato con schemi di controllo moderni.

Star Trek: Outposts Unknown - Outposts Unknown si concentra sull'esplorazione dell'ultima frontiera di Star Trek e sulla creazione di una base su mondi lontani. Questo simulatore di vita coloniale offre numerosi ambienti unici da esplorare e le tecnologie tipiche di Star Trek da utilizzare.

Lost in Art - Una galleria d'arte è il luogo perfetto per un horror psicologico. Sebbene Lost in Art non sia un survival puro, il gioco sfrutta la sua ambientazione particolare per creare enigmi che richiedono pensiero creativo, nascondere minacce sinistre nell'ombra e avvolgere l'intera esperienza in una direzione artistica accattivante.

Tanuki Pon's Summer - Consegnate pacchi, fate amicizia e preparate il santuario cittadino per la festa dell'estate nella demo di Tanuki Pon's Summer. La demo offre uno sguardo sulle atmosfere ispirate allo Studio Ghibli che caratterizzano il gioco.

Penguin Colony - Giocherete nei panni del pinguino in questa fedele rivisitazione di "Alle montagne della follia" di H.P. Lovecraft. Sviluppato dallo studio Origame Digital (Umurangi Generation), il gioco segue gli eventi dell'iconico racconto horror cosmico, ma attraverso gli occhi di un pinguino.

Hack 95 - Sappiamo tutti quanto i moderni sistemi operativi facciano schifo al giorno d'oggi, ed è per questo che un gioco come Hack 95 potrebbe attirare la vostra attenzione. Ispirato all'epoca d'oro dei sistemi operativi, Hack 95 è un'esperienza di hacking informatico basata sulle carte in cui il vostro compito è quello di smantellare delle organizzazioni malvagie. Inoltre, un carlino virtuale sarà lì ad aiutarvi.

Feed the Giants - Nei panni di un grande gigante vi verrà data la possibilità di guidare un gruppo di bambini smarriti attraverso un mondo ostile o di sacrificarli per intrattenere i tuoi compagni titani. Ricordate, però, che ogni decisione ha una conseguenza in questa demo dai toni dark.

Cozy Game Restoration - Se avete mai trovato una vecchia cartuccia di gioco e vi siete divertiti un mondo a ripulirla, allora questo simulatore probabilmente vi piacerà. Riceverete cartucce di videogiochi dimenticate che hanno visto giorni migliori, tutti gli strumenti necessari per riportarle al loro splendore originale e un banco da lavoro dove godersi il ​​processo.

Link Cameras - I giochi di simulazione desktop sono in ascesa e Link Cameras offre la sua interpretazione di questo genere in crescita. Nei panni di un moderatore di un sito web di telecamere, il vostro compito sarà quello di monitorare dei video in diretta da diversi utenti, rivedere le trasmissioni e scoprire il sinistro segreto dietro ogni connessione, il tutto attraverso un'interfaccia informatica vecchio stile.

Washington Prime - Per cpire cosa ha da offrire questo sparatutto anni '90 basta la sinossi ufficiale del gioco: "Ci saranno sparatorie contro persone dall'aspetto estremamente realistico, potreste trovare una sigaretta in giro e bottiglie di alcolici in alcuni punti. Un sacco di parolacce". Il pubblico giusto saprà trovare questo videogioco.

Sprawl Zero - Un'estetica rozza tipica dei primi anni 2000 per un mondo cyberpunk con nemici che esplodono in mille pezzi e un combattimento realistico che richiede riflessi pronti. Anche qui poche cose fatte bene.

A Game About Breaking a Cube - Non ci crederete, ma A Game About Breaking a Cube è un gioco che consiste nel rompere un cubo. Questa nuova versione amplia il concetto con strumenti potenziabili, un senso di terrore esistenziale e lattine di carne da far bere al vostro personaggio.

Virtue and a Sledgehammer - E se i ricordi d'infanzia incontrassero la fisica distruttiva del vecchio Red Faction Guerrilla? Così nasce Virtue and a Sledgehammer, un gioco in cui esplorerete il vostro passato per poi distruggerlo a colpi di martello.


Destiny 2 Monumento al Trionfo: la recensione


É triste che la fine sia uno dei momenti migliori per tornare o addirittura iniziare a giocare a Destiny

Salutarsi col botto è meglio che salutarsi nella tristezza. Dopo due settimane di gioco, una run di Pantheon, e a un passo dal titolo, possiamo dirlo: Monumenti del Trionfo è uno dei migliori aggiornamenti mai arrivati su Destiny 2 e un addio tanto bello quanto doloroso.

Il cuore di questi “ultimi” nuovi contenuti è il senso: ora ha senso giocare praticamente ogni contenuto del gioco, dalle pattuglie in giro per i pianeti all’intero catalogo di dungeon e raid. Ogni set di armatura ora ha dei bonus, ogni arma esotica ora ha un catalizzatore e ogni attività ha delle ricompense che vale la pena andare a prendere visto che il nuovo endgame del gioco è il fashion.

Oltre al loot, Bungie ha aggiunto una serie infinita di trionfi, alcuni dei quali molto impegnativi, da andare a conquistare. Per sbloccare i set di decori per armatura più belli del gioco, infatti, è indispensabile non solo ottenere il titolo “immortale”, ma completare tutta una serie di trionfi specifici nelle attività più diverse. Dalla Lega delle Corse degli Astori ad Azzardo, dalle missioni della storia alle sfide dedicate agli armamenti, c’è qualcosa da fare, da collezionare o da scoprire in ogni angolo del gioco.

Chi non avesse mai provato l’MMO looter shooter decennale di Bungie, poi, può avere un’esperienza quasi completa grazie a Destiny 2 the Collection, un bundle con tutti i contenuti di gioco disponibili che ora costa meno di 25 euro. Campagne, segrete, armi esotiche e i meravigliosi raid di Destiny 2 aprono le loro porte ai nuovi arrivati e c’è un esercito di giocatori veterani che non vede l’ora di iniettare nuova linfa vitale e passione nel loro gioco preferito.

Per i prossimi due mesi, infatti, Destiny 2 avrà una popolazione di utenti che rivaleggerà con i suoi periodi di maggior successo. Il motivo è che la community vuole mandare un messaggio nella speranza di far approvare un sequel. Sognare non costa nulla, ma se siete nuovi giocatori vi incoraggiamo a cercare compagni di gioco sul canale Discord ufficiale (inglese) su quello italiano (link) e a provare il gameplay unico che questo gioco sa offrire.

Lo speciale di questa newsletter è dedicato la rapporto personalissimo di chi scrive con questo gioco. Giornalisticamente parlando, invece, è obiettivamente un peccato che questo giga-aggiornamento, con tanto di missione esotica e 2 cutscene di chiusura, sia l’ultimo. Non solo il gioco aveva ancora parecchie cartucce narrative da sparare. Ma se il nuovo Pantheon è un’indicazione della forma del team interno che si occupa di raid e dungeon, allora è molto probabile che in cantiere negli studi di Bungie ci siano esperienze di endgame sopraffine che non vedremo mai.

Molta della disperazione dei fan più sfegatati di Destiny 2 viene proprio dal fatto che nulla, sul mercato attuale, riesce a offrire la stessa esperienza sociale, scalare, personalizzabile e complessa dell’MMO di Bungie. Da nessuna parte c’è un qualcosa di simile a un raid di Destiny, da nessuna parte il sistema di looting e di shooting è così ben fatto e soddisfacente, e da nessuna parte l’aspetto sociale è una parte così importante del gioco.

Correte a dare al canto del cigno di Destiny 2 una possibilità: vi regalerà, anche se in modo distillato e sparso, attimi unici e indimenticabili per la vostra carriera videoludica. Soprattutto se lo avete abbandonato dopo la Forma Ultima o dopo I Confini del Destino, tornare su Destiny vi regalerà due mesi di avventure alla massima potenza, un ultimo tango che vi renderà tristi, ma che vi farà ringraziare le stelle per tutte le avventure, le amicizie e i trionfi che avete trovato all’ombra del Viaggiatore.


Destiny mi ha cambiato la vita


So che non sono solo a sentirmi così

Chi mi legge tutte le settimane potrebbe aver notato un cambiamento: i primi numeri di questa newsletter erano in prima persona, perché volevo dare un taglio più personale. Poi sono tornato alla terza, perché questa è prima di tutto un’opera giornalistica, e vorrei che quelle espresse siano analisi e opinioni il più possibile fattuali. Se dico che un gioco è una schifezza, non lo dico perché non piace a me, Riccardo Lichene, ma perché nemmeno analizzando il pubblico di riferimento, le ispirazioni, il gameplay o il lato artistico sono riuscito a immaginare qualcuno che dovrebbe spendere i suoi soldi per giocarlo.

Qui e ora devo tornare alla prima persona, perché Destiny ha cambiato la mia vita, e so che la mia non è una storia isolata.

Destiny non stato per me solo uno sparatutto, è stato un luogo, un vero e proprio posto fisico in cui andare restando davanti al computer. Un bar dove chiacchierare con gli amici, un parco avventura dove andare a esplorare (cadendo nell’abisso più volte di quante mi piacerebbe ammettere), una biblioteca dove leggere pagine e pagine di storia e, soprattutto, un rifugio sicuro in momenti della mia vita dove avrei di gran lunga preferito essere altrove.

Destiny 2 è stato anche un calendario. Con le sue stagioni ed espansioni a ritmo (quasi) cadenzato, ha fatto da metronomo e da consolazione a interi anni. Ha reso, di settimana in settimana, tutto un po’ più leggero perché i suoi compiti, le sue aspettative e le sue dinamiche sociali sono sempre state prevedibili (ma senza noia), consolanti e foriere di tsunami di divertimento.

Poi c’è la qualità di quello a cui ho giocato. Ci sono stati anni molto bui, come quando è uscita Ombre dal Profondo, o quando la storia de L’Eclissi non aveva senso, ma gli inganni della Regina dei Sussurri, la Cripta di Pietrafonda, la conclusione della Stagione degli Eletti, il passo narrativo di quella del Tecnosimbionte e poi il finale della Forma Ultima, una chiusura a dir poco squisita con tantissimi personaggi che arrivano ad avere un arco narrativo compiuto e autentico.

Destiny è quel gioco che ha preso il suo miglior personaggio, lo ha fatto uccidere da uno dei suoi cattivi più mediocri dando il via a una missione di vendetta che poi, nel corso di anni, ha trasformato quello stesso cattivo in uno dei personaggi principali del gioco usandolo come catalizzatore della resurrezione di quello stesso personaggio che aveva dato il via a tutto.

E infine ci sono gli amici. Sia gli amici d’infanzia cooptati nel gioco per ritrovarsi più spesso una volta finita la scuola, sia i nuovi amici, fatti sui server di Discord e poi incontrati nella vita reale, uno dietro casa e un’altro a Bologna a una fiera di carte collezionabili. C’era tutto in Destiny, e ora dei manager interessati solo a far salire un valore azionario hanno deciso che il gioco smetterà di ricevere contenuti, la base di utenti andrà scemando nei prossimi mesi e Destiny smetterà piano piano di essere quel piccolo punto fisso attorno a cui far ruotare settimane, mesi e anni.

La domenica sera con il raid, la partitella privata in crogiolo, la nuova corsa con gli astori, le segrete blind, i raid al day one e tutti quegli altri momenti iconici per cui valeva la pena grindare e prepararsi spariranno. E con loro tutte quelle persone, quegli amici, tenuti insieme solo dal gioco. Sparirà anche una delle mie attività preferite: fare da sherpa. Non sarò mai abbastanza grato a tutti coloro che mi hanno aiutato nei raid e nei dungeon più difficili e restituire quell’aiuto a chi era appena arrivato, a chi stava imparando e a chi voleva saperne di più è (quasi) sempre stato inebriante.

Ci sono state serate intere in cui sono rimasto bloccato a insegnare lo step di un raid a qualcuno che non riusciva ad impararlo, e ancora oggi rido con quella persona di quella serata. Il mito per cui non so fare le sezioni di platforming, il parkour in gergo, è così radicato nel mio clan che ad ogni attività di gruppo, quando prontamente muoio perché manco un salto, tutti (me compreso) iniziamo a ridere e le battute si sprecano. La Bungie sa che è in questi momenti che Destiny entra davvero nella leggenda e in quasi tutte le sue attività mette un modo con cui gli sherpa possono guidare i novizi a morte certa, e fanno tutti morire dal ridere.

Non sappiamo se un Destiny 3 è in sviluppo, non sappiamo quale futuro aspetta la serie, non sappiamo che piani ha Sony per lo studio che ha pagato 3,6 miliardi di dollari (e che all’ultimo anno fiscale ha ridotto la sua valutazione di 750 milioni) e l’industria è in crisi nera, quindi è improbabile che qualunque azienda abbia voglia di sborsare 500 milioni di dollari per fare Destiny 3. Eccomi quindi senza orizzonte, con la prospettiva che il posto sicuro sia destinato ad avvizzire e senza nulla a cui aggrapparmi.

Al momento sto cercando semplicemente di godermi al massimo tutto ciò che è arrivato con l’ultimo aggiornamento. Trionfo dopo trionfo, attività dopo attività. Sotto il lutto, la rabbia e la delusione per le storie che non verranno mai raccontate, però, ritrovo la gratitudine. Sono grato agli artisti che hanno creato le immagini e i suoni che mi hanno fatto innamorare di Destiny, sono grato ai programmatori che hanno forgiato l’fps con le armi migliori di sempre, sono grato ai designer che hanno ideato gli enigmi incredibili che hanno richiesto un’intera community per essere risolti, sono grato agli scrittori che hanno intrecciato così tante storie così bene e sarò per sempre grato agli amici che mi hanno accompagnato in questa avventura.

Nell’ignoto, nell’oscurità e nella difficoltà sarò sempre un Guardiano, sarò sempre un guerriero della Luce.

Ad Astra et Ultra


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Ci vediamo alla prossima lettera,
Riccardo "Tropic" Lichene

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Trump si è paragonato a Hitler e Stalin


Nel libro "Regime Change" dei reporter Maggie Haberman e Jonathan Swan, Trump esibisce un documento che lo dice più potente di Stalin e Mao, scritto in realtà dal caddie di un golfista.

In un'intervista di marzo, il presidente Donald Trump ha mostrato a due giornalisti del New York Times un documento secondo cui il suo potere supererebbe quello di alcuni tra i leader più temuti della storia, da Attila a Gengis Khan, da Napoleone a Stalin, Mao e Hitler. Lo raccontano Maggie Haberman e Jonathan Swan nel loro nuovo libro, "Regime Change", ottenuto in anticipo dalla CNN.

Trump aveva ricevuto la domanda su quanto potere stesse esercitando nel suo secondo mandato e sul posto che occuperà nella storia. Ha quindi chiesto a un collaboratore di andare a prendere un documento di due pagine che gli era stato consegnato, a suo dire, da "uno storico" durante un evento in onore del golfista Gary Player. Il testo sosteneva che ciascuno di quei leader, "per quanto temibile ai suoi tempi, non aveva una proiezione globale. Il loro potere era locale. Il suo no". Quei leader, ha detto Trump secondo il libro, "mantenevano il potere attraverso la paura. Chi mai farebbe una cosa del genere? Giusto?".

Quando i due giornalisti hanno cercato di rintracciare l'autore del documento, hanno scoperto che non era uno storico ma il caddie e confidente personale proprio di Gary Player. L'uomo ha raccontato di aver condiviso la sua valutazione del potere di Trump prima con Player e poi direttamente con il presidente, giocando a golf in Florida. Trump ha pubblicato il documento su Truth Social, il social network di sua proprietà, poco dopo la mezzanotte di giovedì, ora della costa est (le 6 del mattino in Italia), scrivendo che l'autore era uno "storico presidenziale".

Il libro offre un ritratto dei primi quattordici mesi del secondo mandato, in cui il presidente ha esercitato il potere senza vincoli, spesso in modo improvvisato, per colpire i suoi avversari, scuotere i mercati globali e fare la guerra all'estero. Si basa su oltre mille interviste raccolte in tre anni e su un colloquio di un'ora con Trump a marzo. Haberman e Swan precisano che le citazioni dirette provengono da chi ha pronunciato le frasi, da chi le ha sentite di persona o da appunti, registrazioni e trascrizioni dell'epoca.

Una mattina la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è entrata nello Studio Ovale e ha trovato Trump con in mano un tubetto di colla, intento ad attaccare decorazioni dorate sulla mensola di marmo del camino. Dopo essere tornato in carica, il presidente aveva trasformato l'aspetto dello Studio Ovale aggiungendo oro ovunque, dalle statuette agli specchi, fino a piccoli cherubini dorati arrivati dalla sua residenza di Mar-a-Lago.

Trump aveva inizialmente esitato sulla guerra all'Iran al fianco di Israele. Nei primi mesi del suo mandato aveva detto a un consigliere scettico verso Israele di non voler avere "alcuna parte" in una guerra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu contro l'Iran, e a un altro consigliere aveva definito lo stesso Netanyahu un "imbroglione", uno degli insulti peggiori del suo vocabolario. In un estratto del libro diffuso ad aprile dal New York Times, gli autori descrivono una riunione di febbraio nella Situation Room della Casa Bianca, la sala riservata alle decisioni di sicurezza, in cui Netanyahu espose le ragioni israeliane per attaccare l'Iran, una guerra che alla fine Trump decise di sostenere.

Sul fronte ucraino, dopo il duro scontro nello Studio Ovale del febbraio 2025 tra Trump, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il vicepresidente JD Vance, Trump ha detto a un consigliere di aver trovato il confronto perfino migliore di "The Apprentice", il programma televisivo che lo aveva reso celebre.

Il libro racconta anche il disprezzo del presidente verso alcuni membri del suo stesso governo. Nell'aprile 2025 il segretario al Commercio Howard Lutnick stava cercando di convincere Trump che i dazi non potessero penalizzare troppo le case automobilistiche americane. Il presidente gli ha risposto che un tempo era "un duro" ma che, arrivato a Washington, era diventato "debole". "Eri un killer, Howard. Ora hai la tua bella moglie, la tua grande casa, e sei diventato molle", gli ha detto secondo gli autori, rivolgendogli un insulto pesante. Mesi dopo, quando le entrate dei dazi cominciarono ad arrivare, fu lo stesso Lutnick a rigirargli l'insulto, definendosi davanti al presidente la sua fonte da venticinque miliardi di dollari al mese.

Una linea che Trump ha scelto di non oltrepassare è stata licenziare l'allora presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, Jerome Powell. Ha invece avviato una campagna per rendergli la vita difficile. Il direttore dell'ufficio del bilancio della Casa Bianca, Russ Vought, gli portò un piano per attaccare Powell sui costi di ristrutturazione della sede della banca centrale, che portò a una clamorosa visita del presidente al cantiere nel luglio 2025. "Voglio rompergli le scatole, onestamente", disse Trump di Powell durante una riunione, chiedendo se fosse possibile fermare i lavori. Quando un collaboratore rispose che avrebbe approfondito, il presidente replicò: "No, non approfondire. Portami un piano".

Il piano consistette nel nominare alleati di Trump alla National Capital Planning Commission, un organismo poco noto che si occupa delle costruzioni nell'area di Washington. Il presidente disse a James Blair, allora suo vice capo di gabinetto, di entrare nel consiglio: "È come una campagna elettorale di due settimane. Sai cosa fare. Divertiti, sii spietato, fai il lavoro". Blair fece entrare nel consiglio anche Will Scharf, segretario dello staff di Trump, che il giorno dopo presiedette una riunione in cui fu ordinata una revisione completa del progetto di ristrutturazione della Federal Reserve.

Nell'aprile 2025 Trump firmò ordini esecutivi per chiedere al Dipartimento di Giustizia di indagare su alcuni suoi avversari, tra cui Chris Krebs, ex capo dell'agenzia per la cybersicurezza del Dipartimento per la Sicurezza interna, licenziato nel novembre 2020 dopo aver dichiarato pubblicamente che le elezioni di quell'anno erano state "le più sicure nella storia americana". Secondo il libro, l'indagine arrivò perché Trump non ricordava nemmeno il suo nome. "Mi ricordo che c'era questo avvocato dell'amministrazione che disse che le elezioni erano regolari e che non c'erano brogli. Chi era?", chiese durante una riunione con alcuni collaboratori, tra cui il potente vice capo di gabinetto Stephen Miller. Un altro aiutante cercò il nome su internet. "Sì, Chris Krebs", disse Trump. "Che fine ha fatto? Era uno cattivo. Dategli un'occhiata". Miller fece poi preparare un memorandum presidenziale che, scrivono gli autori, scatenò le risorse del governo federale contro un uomo la cui unica colpa era stata attestare la sicurezza del voto del 2020.

Il libro racconta infine gli sforzi dell'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, per conquistare la fiducia del presidente russo Vladimir Putin e mettere fine alla guerra in Ucraina. Durante un incontro al Cremlino, Putin stava scarabocchiando su un suo foglio personale. Witkoff gli chiese cosa fosse e Putin mostrò il foglio, su cui era scritto "3+2", una sintesi dello schema territoriale che i due avevano discusso per fermare i combattimenti. "Puoi firmarmelo e posso portarlo a casa?", chiese Witkoff. Putin firmò il disegno, che Witkoff fece poi incorniciare.

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Obama inaugura a Chicago il suo centro presidenziale da 850 milioni di dollari


All'apertura erano presenti gli ex presidenti Bush, Clinton e Biden. Assente e non invitato il presidente Trump, che aveva definito il centro un "disastro totale".

Barack Obama ha inaugurato giovedì 18 giugno a Chicago il suo centro presidenziale, un complesso da 850 milioni di dollari (740 milioni di euro) costruito sulle rive del lago Michigan, con un appello a difendere la democrazia americana.

Sul palco con lui c'erano tre ex presidenti: il repubblicano George W. Bush e i democratici Bill Clinton e Joe Biden, insieme alle mogli Laura Bush, Hillary Clinton e Jill Biden. Davanti a loro sedevano Michelle Obama e le figlie della coppia, Malia e Sasha. Erano riuniti così tutti gli inquilini della Casa Bianca dal 1992 a oggi, con un'unica eccezione.

Quell'eccezione era il presidente Donald Trump, rivale politico di Obama e unico presidente vivente a non essere stato invitato. Trump prende spesso di mira il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti e a febbraio, in un messaggio sui social riportato dall'Associated Press, aveva definito il centro un "disastro totale". Il massiccio edificio di pietra grigia è stato da lui paragonato a una pattumiera.

"È facile cedere al cinismo e persino alla disperazione, smettere di provarci", ha detto Obama davanti a più di cinquecento invitati. Senza nominare i leader attuali, ha criticato la divisione e il rancore che dominano la politica di oggi. Quando si perde la fiducia reciproca, ha aggiunto, "apriamo la porta ai più spietati, ai più indifferenti o ai più impauriti tra noi, quelli che considerano alcuni gruppi e alcune persone più uguali di altri". Non sarà questa, ha detto, la storia dell'America a prevalere alla fine.

Obama ha difeso la sua idea degli Stati Uniti come una "innegabile forza al servizio del bene nel mondo", contrapposta a quella di un'America che "cerca di dominare, intimidire e cogliere ogni occasione solo perché può farlo". Ha elogiato democratici e repubblicani, citando i valori in cui credevano i suoi avversari repubblicani John McCain e Mitt Romney, e li ha definiti "la nostra più grande eredità".

Ricordando il suo arrivo a Chicago nel 1985, quando aveva 24 anni e faceva l'organizzatore di comunità nei quartieri popolari del South Side, Obama ha detto di non aver potuto costruire il centro in nessun altro luogo. È lì che ha conosciuto Michelle, che sono nate le figlie e che ha avviato la sua carriera politica, prima come senatore dello Stato dell'Illinois, poi al Senato federale dal 2004 e infine alla Casa Bianca, dove è rimasto per due mandati come quarantaquattresimo presidente.

Michelle Obama ha rivolto al marito parole personali, commuovendo parte del pubblico. "Otto anni nel crogiolo e non una sola volta ti sei sciolto al calore", ha detto, elogiando il suo "ottimismo testardo" e la sua "fibra morale incrollabile". Ha ricordato alcuni momenti del mandato, dall'ordine dell'operazione che portò all'uccisione di Osama bin Laden alla difesa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ha parlato anche dei tempi "ansiosi e divisivi" di oggi, in cui "tutto sembra capovolto", presentando il centro come un "rifugio".

Il centro sorge su un campus di quasi venti acri nel South Side di Chicago, dentro Jackson Park, e comprende una sede della biblioteca pubblica cittadina, un campo da basket e aree gioco. Il cuore del complesso è una torre di granito alta 69 metri, quasi priva di finestre e dall'aspetto brutalista, soprannominata da alcuni "Obamalisco" per la sua forma austera. Ai quattro piani di esposizioni i visitatori possono anche sedersi a una riproduzione della Scrivania Resolute nello Studio Ovale.

La cerimonia, durata tre ore, ha riunito musicisti di primo piano. Sul palco si sono alternati Bono, John Legend, Christina Aguilera, Marc Anthony, Eddie Vedder e Bruce Springsteen, prima del finale affidato a Stevie Wonder, che ha chiuso lo spettacolo con "Higher Ground" facendo ballare gli ex presidenti e la famiglia Obama.

Tra gli invitati c'erano l'ex vicepresidente Kamala Harris, sconfitta alle presidenziali del 2024, e Nancy Pelosi, ex presidente della Camera dei rappresentanti, oltre a Oprah Winfrey, all'attore Tom Hanks e ai comici David Letterman, Conan O'Brien e Stephen Colbert. Hanno raggiunto Chicago anche due ex leader stranieri, la ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l'ex primo ministro canadese Justin Trudeau.

Nei giorni precedenti, come ha raccontato Block Club Chicago, diversi ospiti erano stati avvistati nei ristoranti della città: Winfrey, O'Brien e il governatore della California Gavin Newsom da Tre Dita, locale italiano di lusso nel St. Regis Hotel, mentre Pelosi aveva condiviso un tavolo con l'ex deputata Gabrielle Giffords e il marito, il senatore Mark Kelly.

Il centro apre al pubblico venerdì, in coincidenza con il Juneteenth, la festa che negli Stati Uniti ricorda la fine della schiavitù. I biglietti sono esauriti fino alla fine di ottobre e la Fondazione Obama prevede oltre un milione di visitatori l'anno. Anche il presidente Trump ha già annunciato l'intenzione di costruire il proprio centro, a Miami, in Florida.

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OPPO Reno16 Series arriva in Italia dal 1° luglio con AI, design pop e BABYMONSTER


OPPO Reno16 Series si prepara al debutto globale e arriverà ufficialmente anche in Italia a partire dal 1° luglio 2026. La nuova generazione della famiglia Reno punta ancora una volta su un mix di design distintivo, creatività e funzioni legate all’intelligenza artificiale, con un’impostazione pensata soprattutto per un pubblico giovane, attento allo stile e alla produzione di contenuti da smartphone.

Il lancio della nuova serie sarà accompagnato anche da una collaborazione molto forte sul piano dell’immagine. OPPO ha infatti annunciato il gruppo K-pop BABYMONSTER come nuovo Reno Ambassador in alcuni mercati selezionati. Una scelta che si lega bene al posizionamento della serie Reno, da sempre orientata a chi usa lo smartphone non solo come strumento quotidiano, ma anche come mezzo per raccontarsi, creare contenuti e condividere momenti sui social.

OPPO Reno16 Series punta su creatività e intelligenza artificiale


Con la nuova Reno16 Series, OPPO vuole rafforzare l’identità di una linea che negli anni ha puntato molto su fotografia, design e semplicità d’uso. Al momento l’azienda non ha ancora svelato tutte le specifiche tecniche dei nuovi modelli, ma ha già anticipato che la serie porterà con sé nuove esperienze creative basate sull’AI.

Questo significa che le funzioni legate all’intelligenza artificiale avranno un ruolo importante nell’esperienza d’uso, soprattutto nella parte fotografica e nella creazione di contenuti. È un aspetto ormai centrale nel mercato smartphone, dove l’AI non serve più solo per migliorare automaticamente uno scatto, ma anche per semplificare editing, condivisione e personalizzazione delle immagini.

La serie Reno si è sempre rivolta a chi cerca uno smartphone equilibrato, curato nel design e adatto a un utilizzo quotidiano molto social. Con OPPO Reno16, questa direzione sembra diventare ancora più marcata, con un linguaggio visivo pensato per distinguersi e una maggiore attenzione all’espressione personale.

3D Pop Planet Design: uno stile più audace per Reno16


Uno degli elementi più particolari anticipati da OPPO è il nuovo 3D Pop Planet Design, una soluzione estetica che caratterizza la nuova serie e che prende ispirazione da immagini cosmiche e dall’idea di ogni persona come un piccolo pianeta vivace, unico e riconoscibile.

Il design sembra quindi avere un ruolo centrale nella comunicazione di OPPO Reno16 Series, non solo come dettaglio estetico, ma come parte integrante dell’identità del prodotto. L’obiettivo è proporre uno smartphone capace di parlare a chi vuole un dispositivo diverso dal solito, più personale e meno anonimo.

Va però precisato che il 3D Pop Planet Design sarà esclusivo della versione Pop White. Le altre varianti colore della serie Reno16 adotteranno soluzioni di design differenti. Questo dettaglio è interessante perché suggerisce una gamma pensata per offrire più stili, lasciando agli utenti la possibilità di scegliere il modello più vicino ai propri gusti.

BABYMONSTER diventa Reno Ambassador


Il debutto della OPPO Reno16 Series sarà accompagnato dalla collaborazione con BABYMONSTER, gruppo K-pop femminile di fama internazionale scelto come nuovo volto della serie Reno in alcuni mercati.

La scelta non è casuale. BABYMONSTER rappresenta energia, creatività e forte connessione con il pubblico più giovane, gli stessi valori che OPPO vuole associare alla nuova generazione Reno. La collaborazione punta quindi a rafforzare il legame tra smartphone, musica, cultura pop e contenuti social, elementi sempre più importanti nella comunicazione dei brand tech.

Per OPPO, Reno16 non è solo un nuovo smartphone da lanciare sul mercato, ma anche un prodotto costruito attorno a un immaginario preciso: giovane, dinamico, colorato e orientato alla condivisione.

Promozione Testa e Resta con sconto del 30%


In occasione del lancio, OPPO ha annunciato anche l’iniziativa Testa e Resta, pensata per permettere agli utenti di provare in anteprima uno smartphone della nuova Reno16 Series con condizioni particolarmente interessanti.

Dal 16 al 28 giugno 2026, gli utenti potranno registrarsi tramite il form dedicato su oppostore.it per accedere all’acquisto anticipato di un modello della serie Reno16 con il 30% di sconto. L’iniziativa include anche un periodo di reso esteso fino a 90 giorni, così da permettere agli utenti di testare il dispositivo con più tranquillità prima di decidere se tenerlo definitivamente.

È una formula interessante soprattutto per chi è incuriosito dalla nuova generazione Reno, ma preferisce provarla con più calma prima di confermare l’acquisto. Il reso esteso rende l’iniziativa meno vincolante e può attirare chi segue il brand ma vuole valutare concretamente prestazioni, fotocamera, autonomia e qualità d’uso quotidiana.

Voucher da 0,99 euro per ottenere 50 euro di sconto


Accanto alla promozione Testa e Resta, OPPO propone anche un voucher dedicato alla fase di lancio. Gli utenti potranno acquistare un voucher da 0,99 euro per ottenere uno sconto da 50 euro da utilizzare su tutta la Reno16 Series durante il periodo promozionale.

Il voucher sarà acquistabile dal 18 al 30 giugno 2026 e potrà essere utilizzato dal 1° al 31 luglio 2026 su oppostore.it per l’acquisto di uno dei prodotti della serie Reno16. OPPO segnala inoltre la presenza di offerte speciali dedicate agli studenti, rendendo il lancio ancora più interessante per un pubblico giovane.

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FRITZ!Box 7630 Edition International: Wi-Fi 7, DSL e fibra in un solo router


AVM amplia la propria gamma di router con il nuovo FRITZ!Box 7630 Edition International, un modello pensato per chi cerca una soluzione moderna, completa e pronta per le reti di oggi, senza necessariamente puntare subito ai dispositivi di fascia più alta. Il nuovo router si inserisce nella categoria entry-level, ma porta con sé alcune caratteristiche molto interessanti, a partire dal supporto al Wi-Fi 7, dalla compatibilità con le connessioni DSL fino a 300 Mbit/s e dalla possibilità di essere utilizzato anche con collegamenti in fibra FTTH tramite modem ottico esterno.

Il punto più interessante del FRITZ!Box 7630 è proprio questo equilibrio tra semplicità e prestazioni. Da una parte troviamo un modem integrato per le linee ADSL2+ e VDSL, dall’altra una porta WAN/LAN da 2,5 Gbit/s che permette di collegare il router a un ONT per sfruttare una connessione in fibra ottica. In questo modo il dispositivo può accompagnare l’utente anche in caso di cambio tecnologia, passando dalla classica linea DSL a una connessione più veloce senza dover per forza sostituire tutta la rete domestica.

Un router Wi-Fi 7 pensato per la casa connessa


Il nuovo FRITZ!Box 7630 Edition International porta il Wi-Fi 7 anche su una fascia di prodotto più accessibile rispetto ai modelli top di gamma. La velocità wireless complessiva arriva fino a 3.568 Mbit/s, con un massimo di 2.880 Mbit/s sulla banda a 5 GHz e 688 Mbit/s sulla banda a 2,4 GHz. Sono numeri che rendono il router adatto a un utilizzo domestico evoluto, dove ormai smartphone, notebook, tablet, Smart TV, console, videocamere, speaker e dispositivi smart home sono spesso collegati nello stesso momento.

Il supporto simultaneo alle bande da 2,4 GHz e 5 GHz consente di gestire meglio i diversi dispositivi presenti in casa. La banda a 2,4 GHz resta utile per coprire distanze maggiori e raggiungere dispositivi meno recenti, mentre la banda a 5 GHz offre prestazioni superiori per streaming, gaming, videochiamate e download più pesanti. La compatibilità con gli standard IEEE 802.11a/g/n/ac/ax/be permette inoltre al router di funzionare senza problemi anche con prodotti di generazioni precedenti.

Tra le novità legate al Wi-Fi 7 troviamo anche la tecnologia Multi-Link Operation, conosciuta come MLO. Questa funzione aiuta a rendere la rete più efficiente, migliorando la gestione del traffico dati e riducendo le possibili congestioni quando molti dispositivi sono collegati contemporaneamente. È una caratteristica particolarmente utile nelle abitazioni moderne, dove la connessione non viene più usata solo per navigare, ma anche per lavorare, guardare contenuti in streaming, giocare online e controllare dispositivi smart.

DSL, VDSL e fibra: un solo dispositivo per più scenari


Uno degli aspetti più pratici del FRITZ!Box 7630 è la sua versatilità. Il router integra un modem per tutte le connessioni DSL fino a 300 Mbit/s, incluse le linee VDSL e ADSL2+. Questo lo rende adatto a chi utilizza ancora una connessione DSL tradizionale, ma vuole comunque aggiornare la propria rete domestica con un Wi-Fi più moderno e stabile.

Allo stesso tempo, la presenza della porta WAN/LAN da 2,5 Gbit/s permette di usare il dispositivo anche con connessioni in fibra ottica fino a 2,5 Gbit/s, collegandolo a un modem ottico esterno. È una scelta utile soprattutto per chi vuole acquistare un router più duraturo, capace di adattarsi a un eventuale passaggio alla fibra senza diventare rapidamente obsoleto.

Accanto alla porta da 2,5 Gbit/s troviamo anche tre porte LAN Gigabit, pensate per collegare via cavo dispositivi come PC desktop, console, NAS, Smart TV o sistemi di videosorveglianza. La connessione cablata resta ancora oggi la soluzione più stabile per alcuni utilizzi, soprattutto quando si parla di gaming online, trasferimento di file pesanti o streaming ad alta risoluzione.

Sicurezza, controllo accessi e VPN


Come da tradizione AVM, anche il FRITZ!Box 7630 Edition International mette al centro la sicurezza della rete domestica. Il router supporta la crittografia WPA3/WPA2, integra un firewall Stateful Packet Inspection e include un assistente di sicurezza con strumenti diagnostici. In questo modo è possibile controllare più facilmente lo stato della rete, verificare eventuali impostazioni da migliorare e mantenere il dispositivo aggiornato nel tempo.

Non manca il supporto completo a IPv6, ormai sempre più importante per la gestione delle reti moderne, sia per Internet sia per la rete locale e la telefonia. Molto interessante anche la presenza delle funzioni di controllo accessi, utili per impostare limiti di utilizzo, gestire il parental control e creare liste di siti consentiti o bloccati. Sono strumenti pratici per le famiglie, ma anche per chi vuole avere un controllo più preciso sui dispositivi collegati.

Il router permette inoltre l’accesso remoto sicuro tramite VPN, con supporto a IPSec e WireGuard. Questo significa che è possibile collegarsi alla propria rete domestica anche quando si è fuori casa, ad esempio per accedere a file, dispositivi o servizi locali in modo più sicuro. È una funzione comoda per chi lavora spesso da remoto o vuole mantenere un canale protetto verso la propria rete.

FRITZ!OS e funzione FailSafe


Il cuore del dispositivo è FRITZ!OS, il sistema operativo sviluppato da AVM per i propri router. L’interfaccia resta uno dei punti di forza dell’ecosistema FRITZ!, perché consente di configurare e gestire la rete da browser, smartphone o tablet in modo abbastanza chiaro anche per chi non ha grande esperienza tecnica. Allo stesso tempo, gli utenti più esperti possono accedere a impostazioni avanzate per personalizzare la rete in modo più preciso.

Tra le funzioni più interessanti troviamo FailSafe, pensata per garantire una connessione più continua anche in caso di problemi sulla linea principale. Il FRITZ!Box 7630 può infatti passare automaticamente a una connessione di backup tramite una chiavetta USB 4G o 5G, oppure utilizzare una seconda connessione Internet collegata alla porta LAN. In questo modo, se la linea principale si interrompe, il router può mantenere attiva la rete riducendo al minimo i disagi.

È una funzione utile non solo in ambito domestico, ma anche per piccoli uffici, studi professionali e postazioni di smart working. Oggi perdere la connessione significa spesso bloccare videochiamate, servizi cloud, pagamenti, sistemi di sicurezza o dispositivi collegati. Avere una linea di riserva automatica può quindi fare la differenza, soprattutto quando Internet è uno strumento di lavoro quotidiano.

Wi-Fi Mesh, rete ospiti e gestione intelligente


Il nuovo router Wi-Fi 7 di AVM supporta anche il Wi-Fi Mesh, una delle funzioni più apprezzate dell’ecosistema FRITZ!. Collegando altri prodotti compatibili, come repeater o powerline FRITZ!, è possibile creare un’unica rete intelligente che copre meglio tutta la casa. Il vantaggio è che i dispositivi si collegano automaticamente al punto di accesso migliore, senza dover cambiare manualmente rete quando ci si sposta da una stanza all’altra.

La rete Wi-Fi può essere attivata e disattivata tramite pulsante fisico, telefoni collegati o programmazione oraria. Questa funzione può tornare utile, ad esempio, per spegnere automaticamente il Wi-Fi durante la notte o in determinate fasce della giornata. È presente anche una rete ospiti separata e protetta, pensata per offrire l’accesso a Internet ad amici, parenti o collaboratori senza condividere direttamente la rete principale.

Per semplificare il collegamento dei dispositivi compatibili è disponibile anche il supporto a WPS, mentre la sicurezza viene affidata alla crittografia WPA3/WPA2. L’obiettivo è offrire una rete moderna, ma anche facile da gestire nella vita quotidiana.

Telefonia integrata e base DECT


Il FRITZ!Box 7630 Edition International non è soltanto un router Internet, ma integra anche diverse funzioni dedicate alla telefonia. Il dispositivo include una base DECT per collegare fino a sei cordless, un centralino per connessioni basate su IP e una porta per telefono analogico, fax o segreteria telefonica.

Sono presenti anche cinque segreterie telefoniche integrate con funzione voice to mail, che permette di ricevere i messaggi vocali via e-mail. La rubrica può essere gestita localmente oppure online, con supporto ai contatti Google e Apple. Non mancano il registro chiamate, il blocco dei numeri indesiderati, la selezione rapida, la funzione fax con inoltro via e-mail e la possibilità di usare la telefonia VoIP tramite FRITZ!App Fon per iOS e Android.

Questa dotazione rende il router interessante anche per chi utilizza ancora molto la linea fissa o per piccoli ambienti professionali dove la gestione delle chiamate resta importante.

Smart Home, USB 3.0 e funzioni multimediali


Il nuovo FRITZ!Box 7630 integra anche le funzioni Smart Home dell’ecosistema AVM, utili per controllare dispositivi dedicati a corrente, riscaldamento e illuminazione. Tramite FRITZ!App Smart Home è possibile gestire i prodotti compatibili in modo semplice, anche da smartphone.

La porta USB 3.0 amplia ulteriormente le possibilità di utilizzo. Può essere sfruttata per collegare una memoria esterna, una stampante di rete oppure una chiavetta 4G/5G da usare come connessione mobile di backup. Con FRITZ!NAS, invece, una memoria collegata al router può diventare uno spazio condiviso accessibile dai dispositivi presenti nella rete locale.

Non manca il server multimediale, compatibile con DLNA e UPnP AV, che permette di rendere disponibili nella rete domestica musica, foto e video. Il router supporta anche memoria online, web radio e podcast, offrendo quindi una dotazione piuttosto completa anche dal punto di vista multimediale.

Prezzo e disponibilità


Il FRITZ!Box 7630 Edition International è disponibile al prezzo suggerito al pubblico di 299 euro IVA inclusa. Si tratta di un modello pensato per chi vuole aggiornare la propria rete domestica con il Wi-Fi 7, senza rinunciare al modem DSL integrato, alla compatibilità con la fibra tramite ONT, alla telefonia, al Mesh e alle funzioni avanzate di FRITZ!OS.

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Nelson Mandela: 6 lezioni di vita da ricordare


Mandela non è un poster motivazionale. È la prova di cosa fa il carattere sotto pressione estrema. Sei lezioni concrete da applicare oggi.

TL;DR

  • Nelson Mandela ha trascorso 27 anni in prigione e ne è uscito senza odio. Non è una storia motivazionale: è la prova di cosa può fare il carattere sotto pressione estrema.
  • Le sei lezioni che si ricavano dalla sua vita — perseveranza, perdono, unità, educazione, umiltà, continuità della lotta — non sono slogan: sono comportamenti documentati in decenni di scelte concrete.
  • Qui trovi le sei lezioni con il meccanismo psicologico dietro, e una domanda pratica per ciascuna.


Nelson Mandela non è un poster motivazionale. Non serve appiccicarlo su una lavagna o citarlo in apertura di una presentazione. Serve leggerlo per capire cosa succede quando una persona decide che i propri valori non sono negoziabili — nemmeno dopo 27 anni di carcere, nemmeno quando avresti ottimi motivi per diventare amaro.

Questa è la ragione per cui la sua storia rimane rilevante: non per l'ampiezza dei suoi risultati storici, ma per la coerenza con cui ha vissuto. Il carattere non si vede quando tutto fila liscio. Si vede sotto pressione. E Mandela è stato sotto pressione per decenni.

Chi era Nelson Mandela


Nelson Rolihlahla Mandela (1918–2013) è stato avvocato, attivista e primo presidente di colore del Sudafrica (1994–1999). Ha dedicato la vita alla lotta contro l'apartheid — il sistema di segregazione razziale che per decenni aveva negato diritti fondamentali alla maggioranza nera sudafricana.

Nel 1962 fu arrestato e nel 1964 condannato all'ergastolo. Trascorse 27 anni nel carcere di Robben Island e di altri istituti. Fu liberato nel 1990. Nel 1993, insieme al presidente sudafricano F.W. de Klerk, ricevette il Premio Nobel per la Pace per aver guidato la transizione pacifica verso la fine dell'apartheid. Nel 1994 fu eletto presidente del Sudafrica nelle prime elezioni a suffragio universale del paese.

Non è una storia semplice di vittoria. È una storia di decenni di sconfitte, resistenza e scelte difficili — il materiale su cui si costruisce il carattere.

Le sei lezioni in sintesi

LezioneCosa significaDomanda pratica
PerseveranzaRestare fedeli alla direzioneCosa non devo abbandonare?
Seconde possibilitàRiconoscere che le persone cambianoDove sto giudicando senza aggiornare il giudizio?
PerdonoNon lasciare che il passato ti possiedaCosa posso liberare?
UnitàCostruire ponti dove altri scavano fossatiCon chi devo parlare meglio?
EducazioneUsare la conoscenza come levaCosa devo imparare?
ContinuitàLa lotta non finiscePer cosa vale la pena lottare oggi?

1. Non mollare mai


Mandela fu arrestato nel 1962 e condannato all'ergastolo nel 1964. Durante i 27 anni di prigionia continuò a studiare, a comunicare con i compagni di lotta, a rifiutare le offerte di libertà condizionata che implicavano rinunciare ai propri principi. In un episodio noto, nel 1985, il governo sudafricano gli offrì la liberazione in cambio di un impegno pubblico a rinunciare alla violenza come tattica politica. Mandela rifiutò.

La perseveranza di Mandela non era testardaggine: era chiarezza su dove stava andando, anche quando il percorso sembrava bloccato. In termini di costruzione dell'identità, è uno degli esempi più estremi di coerenza tra valori e comportamento.

"Sembra sempre impossibile, finché non è finito." — Mandela aveva l'abitudine di ricordarlo ai compagni di detenzione.

2. Tutti meritiamo una seconda possibilità


La crescente pressione internazionale — sanzioni economiche, campagne globali, manifestazioni in tutto il mondo — portò al cambiamento. F.W. de Klerk, diventato presidente nel 1989, prese la decisione di liberare Mandela e negoziare la fine dell'apartheid. Nel 1990 Mandela uscì di prigione.

Quello che è significativo è come Mandela trattò chi aveva sostenuto il sistema che lo aveva perseguitato. Non come nemici irrecuperabili, ma come interlocutori necessari per costruire qualcosa di nuovo. Questa capacità di aggiornare il giudizio sugli altri — e di credere nella possibilità di cambiamento — è una delle lezioni più difficili da applicare nella vita quotidiana.

3. La forza del perdono


Quando nel 1990 Mandela uscì dal carcere dopo 27 anni, disse che sapeva che se non avesse lasciato indietro la sua amarezza e il suo odio, sarebbe ancora rimasto in prigione — dentro di sé. Non è una frase bella per un discorso: è una scelta operativa. Continuare a portare rancore verso chi ti ha fatto del male consuma energia che potresti usare per costruire qualcosa.

Come presidente, istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, guidata dall'arcivescovo Desmond Tutu: un processo pubblico in cui le vittime potevano raccontare le violenze subite e i responsabili chiedere amnistia. Non era impunità: era un meccanismo strutturato per affrontare il passato senza lasciarlo avvelenare il futuro.

Il perdono, in questo senso, non significa dimenticare. Significa scegliere di non lasciare che il passato decida per te. Gli stoici chiamavano questo la distinzione tra ciò che dipende da te e ciò che non dipende da te.

4. L'unità come strumento, non come slogan


Mandela divenne presidente di un paese spaccato. La tentazione sarebbe stata usare il potere per ribaltare la storia, ricompensare chi aveva sofferto e punire chi aveva beneficiato del sistema. Scelse invece di costruire ponti — il che non significava ignorare le ingiustizie, ma riconoscere che un paese diviso non poteva guarire.

Uno dei momenti più simbolici fu la Coppa del Mondo di rugby del 1995: Mandela indossò la maglia degli Springboks — il simbolo dello sport bianco afrikaner — per celebrare la vittoria del Sudafrica. Fu un gesto che il paese capì immediatamente. L'unità non era un'idea astratta: era un comportamento concreto, visibile, ripetuto.

5. L'istruzione come leva


Mandela era cresciuto nelle zone rurali del Transkei ed era diventato il primo studente nero a studiare legge all'Università di Witwatersrand. Credeva profondamente che l'istruzione fosse lo strumento più potente per trasformare una società — non perché lo dicesse in un discorso, ma perché lo aveva vissuto in prima persona.

La sua frase più citata su questo tema — "L'istruzione è l'arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo" — viene da un discorso tenuto nel 1990 alla Natal University. Non è metafora: è la conclusione diretta di chi aveva usato la conoscenza come forma di resistenza anche durante gli anni di prigione.

Come pratica quotidiana, l'educazione è anche il modo più concreto di lavorare sulla propria fiducia nelle proprie capacità: non aspettare di sentirsi pronti, ma acquisire strumenti per affrontare quello che viene.

6. La lotta continua


Mandela lasciò la presidenza nel 1999, a 81 anni, rispettando il limite costituzionale di un mandato. Avrebbe potuto restare. Non lo fece. Continuò a lavorare per cause globali — la lotta all'AIDS, la riduzione della povertà, i diritti dei bambini — fino alla fine della vita, morendo nel 2013 a 95 anni.

La lezione non è "combatti senza sosta fino all'esaurimento". È che le cose che valgono la pena richiedono impegno continuato. Non basta vincere una battaglia: ci sono sempre nuove sfide, nuove forme delle stesse ingiustizie, nuovi fronti da tenere. La domanda che resta aperta è: per cosa vale la pena lottare, oggi?

Cosa rimane, oggi


La lezione più scomoda di Mandela è questa: il carattere non si forma nei momenti facili. Si forma quando avresti ottime ragioni per cedere — per diventare amaro, cinico, vendicativo. La domanda non è solo "cosa mi è successo?", ma "che persona voglio diventare dopo quello che mi è successo?".

Non serve una prigione per trovare questa domanda. Basta un progetto che non decolla, una relazione che si rompe, un fallimento professionale che sembrava evitabile. Il lavoro sulle proprie abitudini è anche il lavoro su chi decidi di essere quando le cose non vanno come previsto.

Se ti interessa approfondire il lato pratico di questa resistenza, il Protocollo include un percorso dedicato all'identità e alla costruzione del carattere.

Cosa possiamo imparare da Nelson Mandela oggi?


Le lezioni di Mandela non richiedono di trovarsi in circostanze straordinarie per essere applicate. La perseveranza, il perdono, la capacità di costruire ponti invece di fossati — sono comportamenti che si esercitano nelle situazioni ordinarie. L'utilità di studiare vite straordinarie non è per identificarsi con chi ha fatto cose impossibili, ma per ricalibrare cosa è davvero possibile — e quanto spazio hai per scegliere come rispondere a ciò che ti succede.

Domande frequenti

Quali sono le lezioni più importanti di Nelson Mandela?
Le sei lezioni più documentate dalla sua vita sono: perseveranza (non abbandonare la direzione anche sotto pressione estrema), credere nelle seconde possibilità, il perdono come scelta operativa (non come debolezza), la ricerca dell'unità invece che della vendetta, il valore dell'istruzione come strumento di trasformazione, e la continuità dell'impegno per ciò in cui si crede.
Quanti anni è rimasto in prigione Nelson Mandela?
27 anni. Fu arrestato nel 1962 e condannato all'ergastolo nel 1964 per la sua attività contro l'apartheid. Fu rilasciato il 11 febbraio 1990 dopo negoziati con il governo del presidente F.W. de Klerk, con cui poi condivise il Premio Nobel per la Pace nel 1993.
Perché Mandela è considerato un esempio di perdono?
Perché scelse concretamente di non lasciare che il rancore per 27 anni di prigionia guidasse le sue decisioni politiche. Da presidente istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione — un meccanismo che permetteva alle vittime di raccontare le violenze subite e ai responsabili di chiedere amnistia. Non era impunità: era affrontare il passato senza lasciarlo avvelenare il futuro.
Qual è la frase più famosa di Nelson Mandela?
Tra le più documentate: "L'istruzione è l'arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo" (discorso alla Natal University, 1990) e "Sembra sempre impossibile, finché non è finito" (attribuita a discorsi durante gli anni di lotta). Molte citazioni attribuite a Mandela circolano in forma alterata: è sempre utile verificarne la fonte.
Cosa ha fatto Mandela da presidente del Sudafrica?
Eletto nel 1994 nelle prime elezioni a suffragio universale del paese, governò fino al 1999 rispettando il limite costituzionale di un mandato. Istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, promosse la riconciliazione nazionale tra comunità divise da decenni di apartheid e cercò di costruire una "nazione arcobaleno" basata sulla non-discriminazione. Lasciò il potere volontariamente.


Non cambi le abitudini. Cambi chi pensi di essere.


In breve

Riferimenti: Wendy Wood.

James Clear e cambiamento duraturo: piccole prove quotidiane coerenti con chi vuoi diventare, tracciamento e revisione — i comportamenti seguono la storia che racconti di te, non il contrario.

In sintesi


  • Cambi prima l'auto-immagine («sono il tipo che…»), poi i comportamenti seguono
  • Piccole prove ripetute rafforzano la nuova identità più dei grandi propositi
  • Il conflitto interno spesso è identità vecchia vs. comportamento nuovo
  • Protocolli settimanali ancorano il cambiamento a ruoli concreti, non a liste


Hai mai fatto una dieta, perso dieci chili, e ritrovato tutto entro un anno? Hai mai iniziato ad allenarti tre volte a settimana, tenuto duro per sei settimane, e poi smesso, senza un motivo preciso? Hai mai letto un libro sulle abitudini, trovato tutto sensato, applicato il sistema per un mese, e poi guardato te stesso tornare esattamente dove eri?

Il problema non era il piano. Non era la disciplina. Non era nemmeno la motivazione.

Era che hai provato a cambiare quello che fai senza toccare quello che pensi di essere.

Il modello standard del cambiamento, obiettivo, piano, disciplina, risultato, funziona benissimo per i problemi tecnici. Per quelli identitari, è quasi inutile. Non ti svegli tardi perché non hai la sveglia giusta. Ti svegli tardi perché da qualche parte nel tuo sistema di credenze esiste la frase "sono una persona che non riesce ad alzarsi la mattina". Cambi la sveglia, non cambi la frase. Dopo un po' la frase vince.

Perché i sistemi falliscono senza cambiamento identitario


Dan McAdams, psicologo della Northwestern University, ha passato trent'anni a studiare come le persone costruiscono il senso di sé. La sua teoria della narrative identity dice una cosa semplice e scomoda: il cervello non è un motore razionale che elabora dati. È una macchina per costruire storie. E la storia più importante che costruisce è quella su di te.

Questa storia non è un riassunto neutro della tua esperienza. È un racconto selettivo, costruito per essere coerente. Il cervello sceglie quali episodi ricordare, come interpretarli, e li organizza in una narrativa che abbia senso. Quella narrativa poi guida il comportamento futuro con una precisione inquietante.

Il punto cruciale è la direzione di causazione. Noi assumiamo: cambi il comportamento, ottieni risultati, cambi come ti vedi. McAdams e decenni di ricerca sulla psicologia dell'identità suggeriscono che funziona al contrario. Il comportamento è un'espressione dell'identità, non una causa. Prima cambia il racconto, poi cambia il comportamento, in modo sostenibile.

Cambiare le abitudini senza toccare l'identità è come potare le foglie di una pianta infestante. Le radici, alla fine, producono sempre le stesse foglie.

Il racconto che ti tiene fermo


Mi sono laureato con 46 esami sostenuti su 42 richiesti dal piano di studi. Quattro esami in più, non richiesti, non obbligatori, fatti per sentirmi legittimato. Per accumulare prove sufficienti a convincermi che ero abbastanza preparato.

Non è bastato.

La sindrome dell'impostore non è una sensazione passeggera. È una struttura identitaria. Il racconto che mi raccontavo, "non sono ancora abbastanza competente", sopravviveva tranquillamente ai dati oggettivi. Quegli esami extra non erano prove che ero preparato. Diventavano conferma che avevo bisogno di fare di più degli altri per essere alla pari.

Questo è il confirmation bias applicato all'identità. Leon Festinger, lo psicologo sociale che ha formulato la teoria della dissonanza cognitiva negli anni '50, ha mostrato qualcosa di fondamentale: quando il comportamento contraddice l'identità, il sistema non aggiorna l'identità. Preferisce reinterpretare il comportamento. È cognitivamente molto più economico.

Quindi invece di pensare "ho fatto 46 esami su 42, forse sono più capace di quanto credessi", il cervello produceva "vedi quanto ho bisogno di impegnarmi per stare al passo". Stesso dato. Racconto opposto. Il racconto era sempre il più forte.

Come si forma l'identità (e come si riscrive)


L'identità non è un dato di nascita. È un sistema di credenze costruito per accumulo di prove, la maggior parte delle quali arriva dall'infanzia e dall'adolescenza, quando il cervello è più plastico e più dipendente dalle valutazioni esterne.

Carol Dweck, psicologa di Stanford famosa per la ricerca sul growth mindset, ha mostrato qualcosa di più preciso di quanto spesso si citi: la differenza tra mindset fisso e mindset di crescita non è una differenza di ottimismo. È una differenza di ipotesi identitaria.

Chi ha un mindset fisso pensa "sono una persona che non è brava in matematica". L'identità è fissa. Chi ha un mindset di crescita pensa "sono una persona che sta imparando a ragionare in modo matematico". È una formulazione diversa di chi sei, ipotetica, in divenire, ma ancora identitaria.

"Sono una persona che non riesce ad alzarsi presto" non è un dato di fatto. È un'ipotesi basata su prove passate. E le ipotesi si possono aggiornare con nuove prove.

Il meccanismo del voto identitario


James Clear, in Atomic Habits, introduce un concetto tra i più utili: ogni azione è un voto per o contro una certa identità.

Non devi credere di essere già quella persona. Non devi "sentirti" diverso prima di agire diversamente. Devi fare una cosa coerente con l'identità che stai costruendo, registrare che l'hai fatta, e lasciare che quella prova vada ad aggiungersi al file.

Il sistema non è "diventa X, poi fai cose da X". È "fai una cosa da X, registra la prova, aggiorna l'ipotesi su chi sei".

Se il tuo obiettivo è "diventare una persona in forma", la distanza è così grande che il sistema cognitivo la interpreta come minaccia identitaria. Il sistema limbico oppone resistenza. Non perché sei pigro, perché stai chiedendo al cervello di aggiornare un'identità consolidata in blocco.

Se invece formuli la cosa come "sono una persona che oggi ha fatto dieci minuti di movimento", stai aggiungendo una prova. Una prova non cambia il racconto. Ma cento prove iniziano a riscriverlo.

Identità e sindrome dell'impostore


La sindrome dell'impostore è il caso limite di un'identità rigida che sopravvive alle prove contrarie. Una ricerca pubblicata sull'International Journal of Behavioral Science stima che il 70% delle persone la sperimenta in forma significativa almeno una volta nella vita.

Pauline Clance, che ha formalizzato il concetto negli anni '70, ha identificato cinque profili ricorrenti. Ognuno è una variante dello stesso meccanismo.

Il perfezionista fissa standard così alti che qualsiasi risultato sotto il 100% diventa prova di fallimento. È un sistema di difesa: se lo standard è irraggiungibile, il racconto "non sono abbastanza" non viene mai falsificato.

L'esperto accumula credenziali nella convinzione che ci sia ancora qualcosa da imparare prima di essere "abbastanza" pronto. La competenza acquisita non aggiorna l'identità, viene assorbita dal racconto come conferma di quanto ancora manchi.

L'individualista naturale deve fare tutto da solo. Chiedere aiuto o faticare è prova di inadeguatezza. Ogni sforzo diventa conferma del racconto.

Il superuomo o la superdonna sente di dover eccellere in tutto. Ogni area in cui si è nella media diventa una crepa nel racconto.

Il solista deve riuscire senza supporto esterno. Il successo ottenuto con aiuto non conta come prova.

Quello che accomuna tutti e cinque: il sistema identitario "non sono abbastanza" si è evoluto per non essere falsificabile. Uscire da questa struttura non è una questione di autostima o pensiero positivo. È diventare consapevoli del meccanismo e modificare le regole con cui il cervello seleziona le prove.

Come iniziare a riscrivere il racconto


Non esiste una tecnica rapida. Chiunque te ne venda una sta vendendo ottimismo confezionato. Ma esiste un processo, lento, iterativo, verificabile.

Passo uno: identifica il racconto attuale


Scrivi, in una frase sola, chi pensi di essere rispetto all'area che vuoi cambiare. Non chi vorresti essere. Chi pensi di essere adesso. Queste frasi sembrano descrizioni neutrali, non lo sono. Sono ipotesi identitarie che guidano il comportamento con la stessa efficacia di una convinzione consapevole.

Passo due: raccogli prove contradditorie


Non per convincerti che il racconto è falso. Per ampliare il campione su cui si basa l'ipotesi. C'è stato negli ultimi sei mesi almeno un momento in cui hai agito in modo diverso dal racconto? Scrivilo. Il cervello in modalità confirmation bias non va a cercare quelle prove da solo.

Passo tre: scegli il prossimo voto


Non l'obiettivo finale. Il prossimo comportamento minimo coerente con l'identità che stai costruendo. Un voto. Una prova. Un aggiornamento minuscolo all'ipotesi su chi sei. Poi un altro. Poi un altro ancora.

Il racconto non si riscrive in un giorno. Si riscrive in migliaia di prove accumulate nel tempo, ognuna delle quali dice al sistema: forse chi penso di essere non è l'unica versione possibile.

Approfondisci


Sul perché il cambiamento fallisce prima ancora di iniziare: Identità e cambiamento: perché non cambi.

Se ti sei riconosciuto in uno dei cinque profili: Sindrome dell'impostore.

Per un sistema di lavoro sull'identità in modo strutturato: Protocollo Identity Shift.

Questo articolo vive dentro un sistema più ampio. Le due pillar che reggono il tutto sono la pagina sulle abitudini e quella sulla procrastinazione, che a sua volta è quasi sempre un problema identitario mascherato da problema di gestione del tempo.

Se vuoi lavorare sul racconto, non solo sulle tecniche, il posto giusto è il Protocollo. Non è un corso di produttività. Non è un programma di self-help. È un percorso costruito esattamente sul meccanismo che hai appena letto.


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Trump dice che Meloni gli "ha fatto pena"


In una telefonata alla trasmissione di La7 "L'aria che tira" il presidente americano ha raccontato a modo suo l'incontro con la presidente del Consiglio al G7 di Evian
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni gli ha fatto pena e lo avrebbe "implorato" di fare una foto con lui durante il G7. Lo ha raccontato in una telefonata alla trasmissione di La7 "L'aria che tira", commentando a modo suo l'incontro con la premier italiana al vertice di Evian-les-Bains, in Francia, dove i capi di stato e di governo di sette tra le principali democrazie del mondo si sono riuniti tra il 15 e il 17 giugno.

La telefonata è stata condotta dal giornalista Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca, e non è stata trasmessa nella versione originale ma in una traduzione recitata per il programma. Nei giorni scorsi era circolato un video in cui si vedono Trump e Meloni parlare seduti su un divanetto a margine del summit, e Compatangelo ha chiesto al presidente cosa si fossero detti.

Trump ha risposto con tono risentito verso Meloni: "Probabilmente è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a parlarle". Non ha riferito il contenuto del colloquio, ma solo che la premier lo avrebbe "implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena".

Nel corso della telefonata Trump ha anche detto di non essere coinvolto nella questione dell'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea e ha ribadito di volere "soltanto la pace". Ha poi attaccato l'Europa su immigrazione ed energia: "Gli europei hanno sbagliato tutto sull'energia e hanno sbagliato tutto sull'immigrazione". Ha definito l'immigrazione "un disastro" e ha criticato le pale eoliche, a suo dire "un fallimento", avvertendo che se l'Europa non risolve questi problemi "non sarà mai più la stessa".

Meloni, nella conferenza stampa di chiusura del G7, aveva descritto il suo rapporto con Trump come "immutato". "Non c'è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non ci sono state tra noi recriminazioni", aveva detto, aggiungendo che entrambi hanno "un carattere abbastanza forte" e difendono con determinazione il proprio interesse nazionale.
Governo italiano
Le parole di Trump hanno provocato diverse reazioni nel mondo politico italiano. Carlo Calenda ha scritto su X che il presidente americano è "un mentitore seriale" e "un bullo da operetta", dicendo di non credere che Meloni abbia "implorato alcunché". Il senatore del Partito democratico Filippo Sensi ha espresso "solidarietà a Giorgia Meloni per le parole inqualificabili di Trump". Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, su Facebook, ha definito "del tutto inaccettabile" che un alleato parli così dei vertici istituzionali italiani. Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha detto di non sapere se preoccuparsi più "per un Trump ormai senza freni" o "per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale".

Anche dal governo è arrivata una replica. Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto che con le sue "uscite inopportune" Trump sta rovinando i rapporti storici tra Stati Uniti ed Europa, danneggiando "non solo l'Europa ma soprattutto gli Stati Uniti".


Di seguito la trascrizione completa della telefonata tra Daniele Compatangelo e il presidente Trump, nella versione tradotta diffusa dalla trasmissione.

Trump: Pronto.

Compatangelo: Buonasera, signor Presidente. Buonasera. Sono Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca.

Trump: Dimmi.

Compatangelo: Ho due domande sull'Ucraina e Hezbollah, se permette. Se l'Ucraina continuasse a mostrare interesse per una futura adesione all'Unione Europea, questo potrebbe complicare i suoi sforzi per raggiungere un accordo con il presidente Putin? L'Ucraina dovrebbe rimanere neutrale? Cosa può portare alla fine di questo conflitto?

Trump: Non sono coinvolto in questa questione. Noi vogliamo soltanto la pace. Come sta il suo primo ministro? Come sta?

Compatangelo: Beh, vi siete appena incontrati al G7. Cosa ne pensa? Cosa pensa della conversazione che avete avuto seduti su quel piccolo divano?

Trump: Cosa ha detto quando mi ha incontrato?

Compatangelo: Immagino fosse felice di incontrarla e di avere un amico come lei.

Trump: Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!

Compatangelo: Mi parli di quell'incontro.

Trump: Non so cosa dirle! Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!

Compatangelo: Cosa ha suggerito a lei e agli alleati europei di fare in Ucraina? Ha già risolto otto conflitti, cosa ha suggerito loro?

Trump: Gli europei hanno sbagliato tutto sull'energia e hanno sbagliato tutto sull'immigrazione, e se non risolvono questi problemi l'Europa non sarà mai più la stessa. Probabilmente non riusciranno a risolverli. L'immigrazione è un disastro e l'energia, con tutte quelle pale eoliche che sono un fallimento, è un disastro. Parlerei ancora, ma adesso devo andare. Grazie!

Compatangelo: Grazie, signor Presidente.

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La vasca del Lincoln Memorial è di nuovo verde a due settimane dal 4 luglio


Una settimana dopo il restauro da oltre 14 milioni le alghe sono tornate e l'acqua peggiora. Il New York Times rivela un appalto senza gara a un'azienda legata a un donatore di Trump.

La vasca riflettente del Lincoln Memorial, la lunga piscina rettangolare che si specchia davanti al monumento dedicato ad Abraham Lincoln a Washington, è tornata di un verde torbido poco più di una settimana dopo il restauro da oltre 14 milioni di dollari voluto dal presidente Donald Trump. L'acqua sta peggiorando, e mancano due settimane al 4 luglio, quando il governo celebrerà il 250esimo anniversario della nascita degli Stati Uniti proprio su quel tratto di parco.

I lavori erano stati completati da appena una settimana, con la vasca riempita di nuovo con oltre 24 milioni di litri di acqua pulita, quando le alghe sono ricomparse, facendo virare l'acqua dal blu acceso a un verde sempre più scuro. Nel fine settimana la colorazione è ulteriormente aumentata.

Per arginare il problema l'amministrazione ha mandato squadre con gli stivaloni ad aspirare i grumi di alghe e martedì ha versato nella vasca taniche di perossido di idrogeno. Il Dipartimento degli Interni, da cui dipende il National Park Service che gestisce i monumenti nazionali, sostiene di aver installato un sistema di filtraggio all'avanguardia basato su nanobolle di ozono, una tecnologia che immette nell'acqua minuscole bolle di gas per eliminare le alghe. Secondo un portavoce del dipartimento le alghe sono ormai morte e in via di rimozione, mentre il perossido di idrogeno è un "trattamento più blando" senza effetti dannosi per l'ambiente.

A questo si è aggiunto un secondo problema: il rivestimento color blu "bandiera americana" steso sul fondo si è in parte staccato ed è risalito in superficie, come ha mostrato ABC News. Mercoledì sera il Dipartimento degli Interni aveva dichiarato sui social che la tecnologia a nanobolle aveva ucciso le alghe e che l'acqua era "cristallina", aggiungendo che la squadra del National Park Service stava aspirando le alghe morte sul fondo "proprio come la marina iraniana distrutta che giace sul fondo del Golfo Persico".

Un'analisi indipendente dell'acqua condotta dalla CNN ha rilevato livelli di fosfati molto più alti di quelli consigliati per tenere a bada le alghe, calati ma ancora elevati nei giorni successivi. I fosfati sono il principale nutriente delle alghe e quando sono abbondanti ne favoriscono la crescita. Tim Auerhahn, presidente della società di consulenza Aquatic Council, ha detto alla CNN che, se le condizioni di fondo non cambiano, "è ragionevole aspettarsi una presenza continua di alghe per tutta l'estate e fino all'autunno".

Barrett Brooks, esperto di alghe del dipartimento di botanica del Museo di storia naturale, ha aggiunto che il trattamento all'ozono "sulla carta va bene" e dovrebbe funzionare solo se mantenuto nel tempo. La profondità della vasca e il caldo di Washington creano condizioni perfette per la proliferazione, ha detto, e l'attuale fioritura di alghe è "particolarmente grande". Se anche il sistema uccidesse tutte le alghe presenti, queste diventerebbero nutrimento per quelle successive.

Il costo dei lavori è salito dalla stima iniziale di 1,8 milioni di dollari agli attuali 14,2 milioni, oltre sette volte tanto. In aprile Trump aveva promesso di ripulire la vasca in una settimana e per circa un milione di dollari. "Non ci saranno perdite. Non ci sarà nulla. Sarà splendida, bellissima", aveva detto dopo aver percorso il bordo della vasca con il suo corteo di auto per ispezionare i lavori. Aveva fatto della pulizia e dell'abbellimento del monumento, che in passato aveva definito "disgustoso" e "non rappresentativo del paese", una sua priorità personale in vista del 4 luglio. Tra gli interventi c'è stata anche la riverniciatura del fondo dal grigio spento al blu acceso, una scelta criticata da storici e ambientalisti.

La vasca convive con le alghe da decenni. Nel 2012 l'amministrazione del presidente Barack Obama spese 34 milioni di dollari in un restauro durato 18 mesi, ma nel giro di un mese l'acqua si riempì di alghe e di escrementi di uccelli, e in due giorni il National Park Service trovò circa 80 anatre morte. I funzionari dell'attuale amministrazione sostengono che quell'intervento non risolse i problemi di fondo e che la vasca continuava a perdere 16 milioni di litri d'acqua all'anno.

Il restauro è finito sotto esame anche per come sono stati assegnati gli appalti. Il New York Times ha rivelato che il contratto da 1,7 milioni di dollari per il sistema di depurazione è andato senza gara a Greenwater Services, azienda dell'Ohio riconducibile a un trust di John Cafaro, donatore del presidente e vicino di casa di Mar-a-Lago, il club privato di Trump in Florida. Il National Park Service ha scavalcato la procedura di gara invocando l'urgenza delle celebrazioni per il 250esimo anniversario, e con la stessa motivazione ha assegnato senza gara altri 14,7 milioni all'azienda della Virginia Atlantic Industrial Coatings per il rivestimento blu del fondo. La Casa Bianca e il Dipartimento degli Interni hanno negato ogni coinvolgimento della presidenza nella scelta.

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Ami da Carpfishing


Ogni pescatore ha un suo amo preferito, quello che gli ha regalato il pesce più bello o che non lo delude mai. In questo articolo vediamo come scegliere l’amo in base allo spot o al tipo di paratura.
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foto in alto: l’autore con une bella carpa regina, pescata in un canale vicino a Cagliari.

L’amo è l'anello di congiunzione tra noi e il pesce che stiamo cercando di catturare. Per prima cosa assicuriamoci che la sua punta sia sempre in ottime condizioni. Sembra banale e superfluo ricordarlo ma è meglio controllare la punta ogni volta che questa esce dall'acqua. Troppo spesso poi si scarica sull’amo la responsabilità di una cattura fallita. Se si slama un pesce durante un combattimento o peggio ancora se abbiamo una partenza e non abbiamo la classica auto-ferrata la colpa è sua. Non si ammette che il più delle volte è il pescatore ad aver sbagliato nella preparazione del rig. Se ad esempio, durante un recupero importante, l’amo si apre, ciò succede perché l’allamata non è avvenuta sul labbro inferiore del pesce, ma sui lati della bocca dove la punta, seppur affilata, trova le pareti che sono molto più dure. L'amo non ha ruotato in maniera corretta e ciò accade quasi sempre per poca mobilità del rig oppure dell'esca, dovuta al sovradimensionamento dei materiali usati rispetto alla grandezza dell'amo, rendendo limitato il movimento. Certe volte non basta semplicemente costruire un air-rig con un “nodo senza nodo” e pensare che questo funzioni perfettamente. Magari va aiutato con un line aligner o del termorestringente per far si che ruoti correttamente e riesca a far presa sul labbro inferiore della carpa. Ovviamente sono situazioni che possono accadere anche se facciamo le cose per bene, purtroppo non siamo padroni di quello che succede sott'acqua, ma comunque si possono limitare. Detto questo è importantissimo scegliere l'amo giusto da usare nel posto in cui peschiamo.

Un amo per ogni situazione - Quando scegliamo uno spot dobbiamo chiederci “che tipo di amo è più adatto qui?”. È sempre meglio reperire più informazioni possibili sul tipo di fondale e sulla mole dei pesci presenti. Queste informazioni ci possono aiutare a scegliere il tipo di amo; possiamo scegliere la punta in base al fondale e alla presenza di ostacoli che incideranno su un eventuale combattimento. Sapere su che tipo di fondale si adagia il nostro terminale è importantissimo, sopratutto se adoperiamo degli inneschi affondanti, dove l'amo poggia sul fondo. Un fondale con pietre o ghiaia e ricco di vegetazione, ci suggerisce un amo a punta curva, perché meno soggetto a spuntarsi proprio per via della curva che protegge l’estremità. Una volta in acqua l’amo è esposto al disturbo da parte di piccoli pesci o crostacei che lo fanno muovere di continuo, rischiando di spuntarlo su dei sassi o sporcandolo con detriti rendendolo non funzionale.

Quando ci troviamo su un fondale pulito, sabbioso o limaccioso, vanno bene anche gli ami a punta dritta. Tutto questo è valido con le boilies affondanti. Diversamente, se utilizziamo esche di tipo pop-up non abbiamo bisogno di accorgimenti particolari. Una caratteristica importante è la robustezza che deve essere massima quando sappiamo che potremmo fronteggiare esemplari molto grossi che ci costringono a forzare il recupero. Il mercato degli ami da carpfishing è molto vasto, molte marche offrono un’ampia scelta e sta a noi scegliere il prodotto che più ci soddisfa. La robustezza di un amo in genere è siglata con una X; quelli XX sono estremamente più robusti. I modelli “normali” vanno bene in situazioni dove non c’è il grosso rischio di incagli e luoghi sgombri da pericoli nascosti sotto la superficie. Questi ami ci danno la possibilità di stancare il pesce senza che trovi ostacoli dove nascondersi. Gli ami siglati con la X sono invece più robusti e vanno bene in tutte quelle situazioni dove c'è il pericolo di avere degli ostacoli sommersi e quindi abbiamo necessità di forzare il pesce durante il combattimento. Per finire abbiamo i super robusti, siglati XX, con uno spessore veramente grosso. Questo tipo di amo è veramente difficile da aprire e si utilizza in fiumi e grandi laghi dove dobbiamo necessariamente pescare vicino a ostacoli o legnaie per cercare di stanare le carpe più grosse e combattive.


Ami wide gape e curve shank rivestiti in teflon per una migliore penetrazione, indispensabile per bucare bocche callose come quelle delle carpe di fiume.

Sempre affilati - Un amo deve necessariamente avere sempre la punta affilatissima. Possiamo avere il finale perfetto ma se l'amo è spuntato l’esca potrebbe non funzionare. Gli ami escono di fabbrica già ben affilati ma è sempre meglio sottoporli ad una affilatura. Esiste in commercio un kit di lime adatte a questo scopo e con un po' di pratica possiamo limare la punta rendendola più performante. Personalmente utilizzo gli ami così come la casa costruttrice li propone. Teniamo presente che comunque una punta più non rimane affilata per sempre e la durata dell’amo dipende da tanti fattori. Quindi è sempre meglio controllare la sua efficacia ad ogni cattura.


Quattro Ami Micidiali

Ogni tipo di amo ha una sua specifica forma e caratteristica che lo rende più adatta per uno scopo preciso. Ecco alcuni modelli molto usati nel carpfishing.

Il Wide Gape è un amo versatile con punta ricurva, gambo corto e occhiello rivolto verso l'interno. Si può usare in quasi tutte le presentazioni, sia pop-up che affondante. Perfetto per essere utilizzato con D-Rig e Blowback-Rig. È disponibile nelle versioni X e XX.

Il Curve Shank si presenta con punta dritta, estremamente affilata. Grazie all'occhiello angolato verso l'interno e alla sua forma curva, la carpa difficilemente riesce ad espellerlo. Si presta bene per costruire rig come Blowout-Rig e Spinner-Rig. Anch'esso è disponibile nelle versioni X e XX.

Il Long Shank ha il gambo lungo con punta dritta affilatissima e l'occhiello rivolto verso l'interno. La curvatura di quest'amo è molto stretta e questo lo rende meno idoneo a combattimenti gravosi. Può essere usato per tanti rig ma sicuramente offre il meglio su D-Rig, Blowback-Rig e Spinner-Rig.

Il modello Krank ha la punta ricurva, gambo corto e curva ampia. È maggiormente usato per la cattura di carpe erbivore, le amur. Va benissimo per la costruzione di semplici rig ma è più efficace con lo Spinner-Rig.

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Nuovo nubia Air Pro: lo smartphone sottile che punta su potenza, stile e durata


Grazie al design ultrasottile, alla struttura resistente e all'hardware affidabile, Nubia Air Pro punta a diventare un interessante punto di riferimento nella sua fascia di mercato
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Nubia ha presentato Air Pro, il nuovo smartphone progettato per tutti coloro che desiderano un dispositivo elegante e leggero, ma al tempo stesso resistente e affidabile in ogni situazione. Pensato per uno stile di vita attivo, Air Pro accompagna gli utenti durante tutta la giornata, dalle attività quotidiane allo sport, fino alle avventure outdoor più impegnative. Il risultato è uno smartphone che combina design ultrasottile, protezione avanzata, elevate capacità fotografiche e lunga autonomia, rispondendo ai principali compromessi tipici di questa categoria.

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Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Sottile, leggero e progettato per durare


Con uno spessore di 5,99 mm e un peso di 172 g, Air Pro si distingue per il suo design compatto e maneggevole. Nonostante il profilo ultrasottile, esso integra una batteria al silicio-carbonio da 5.000 mAh, capace di offrire una maggiore densità energetica rispetto alle soluzioni tradizionali. Questo si traduce in un’autonomia affidabile anche nelle giornate più intense. Il dispositivo supporta inoltre la ricarica rapida da 45 W, la funzione ypass charging per ridurre il calore durante l’utilizzo prolungato e la ricarica inversa da 10 W per alimentare altri dispositivi quando necessario. Le certificazioni IP69K, IP69 e IP68, leader del settore, assicurano protezione da acqua, polvere e condizioni estreme, rendendo il dispositivo adatto agli ambienti outdoor e agli utilizzi più dinamici, inclusa la fotografia subacquea.

Esperienza athleisure migliorata con Motion Key e fotocamera da 108MP


nubia Air Pro integra una fotocamera principale da 108 MP progettata per offrire immagini estremamente dettagliate e grande flessibilità in fase di ritaglio. Funzioni come Quick Snap, Burst Mode e Slow Motion consentono di catturare con precisione scene in movimento, come attività sportive o momenti outdoor dinamici.
La fotocamera frontale da 32 MP garantisce selfie di alta qualità anche in condizioni di luce difficiliLa fotocamera frontale da 32 MP garantisce selfie di alta qualità anche in condizioni di luce difficili. Sul bordo destro, in rosso, il tasto Motion key
Per semplificare l’esperienza di allenamento, nubia Air Pro introduce il Motion Key, un pulsante dedicato che consente di attivare la One-Tap Sports Mode con un solo tocco. Questa funzione avvia un’interfaccia dedicata allo sport, offrendo accesso rapido alle app fitness e alle statistiche di allenamento in tempo reale, permettendo di monitorare i propri progressi a colpo d’occhio senza interrompere il ritmo dell’attività.
La struttura in lega di alluminio ad alta resistenza del Nubia Air Pro, e il vetro rinforzato garantiscono una protezione efficace contro urti e cadute nell’uso quotidianoLa struttura in lega di alluminio ad alta resistenza del Nubia Air Pro, e il vetro rinforzato garantiscono una protezione efficace contro urti e cadute nell’uso quotidiano
Per supportare al meglio attività come corsa, ciclismo, trekking e kayak, lo smartphone può essere abbinato a una fascia da braccio leggera e resistente al sudore (venduta separatamente), che mantiene il dispositivo stabile durante allenamenti e uscite sportive. Per l’esplorazione outdoor e gli allenamenti serali, nubia Air Pro integra inoltre una suite di strumenti dedicata, con funzionalità pratiche come altimetro, bussola, livella digitale, goniometro e la nuova funzione Alarm Bell. Pensata per la sicurezza personale, questa modalità combina un allarme ad alto volume, una torcia a lampeggio rapido e un flash dello schermo ad alto contrasto, così da garantire maggiore visibilità e permettere agli utenti di attirare facilmente l’attenzione quando necessario.
Air Pro integra, inoltre una gamma di funzionalità basate sull’intelligenza artificialeAir Pro integra, inoltre una gamma di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale

Prestazioni elevate e esperienza visiva immersiva


nubia Air Pro è alimentato da un processore octa-core a 6 nm ad alte prestazioni, progettato per garantire fluidità e reattività anche negli scenari più impegnativi. Offre fino a 20 GB di RAM (8 GB + 12 GB virtuali) e fino a 512 GB di memoria, assicurando velocità e ampio spazio di archiviazione anche per un utilizzo intensivo. Il dispositivo è dotato di un display AMOLED da 6,77 pollici con cornici ultrasottili, refresh rate a 120 Hz e luminosità di picco fino a 4.500 nit, per una visibilità eccellente anche all’aperto. A completare l’esperienza contribuiscono i doppi altoparlanti stereo, che offrono un audio coinvolgente e immersivo. Air Pro integra, inoltre una gamma di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale, pensate per rendere le attività quotidiane più semplici e versatili. Il dispositivo è disponibile su Amazon nelle colorazioni Prime Black e Aero White al prezzo di 449,90 euro.

Estate 2026: il vademecum Roborock per una casa sempre pronta agli ospiti
L’estate è sinonimo di visite improvvise e momenti da condividere. Con il vademecum Roborock scopri come mantenere la casa sempre pulita e accogliente grazie alle più moderne tecnologie per la pulizia domestica
Techpertutti.comGuglielmo Sbano



nubia Neo 5 GT arriva in Italia: smartphone gaming con AI integrata e design futuristico


Nubia ha annunciato l’arrivo sul mercato italiano di nubia Neo 5 GT. Si tratta di un nuovo smartphone gaming progettato per offrire prestazioni elevate, raffreddamento professionale e funzionalità AI avanzate. Presentato in anteprima al MWC Barcellona 2026, nubia Neo 5 GT è ora disponibile in Italia in due versioni caratterizzate da design differenti, pensate per adattarsi a stili ed esperienze d’uso diverse: una variante dal look minimal, studiata per offrire comfort ed eleganza nell’utilizzo quotidiano, e una versione dal design più marcatamente gaming, arricchita da dettagli estetici dedicati e illuminazione RGB integrata.

Smartphone AI-centric: ricerche al 27% su Trovaprezzi.it
Secondo i dati diffusi da Trovaprezzi.it, l’interesse verso i modelli AI-centric è più che raddoppiato negli ultimi due anni, arrivando a rappresentare il 27% delle ricerche online nel settore mobile
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Pensato per i giovani gamer e per gli utenti che cercano potenza, fluidità e versatilità nell’utilizzo quotidiano, nubia Neo 5 GT si distingue per essere l’unico smartphone della sua categoria a integrare una vera ventola di raffreddamento attiva all’interno di un design completamente piatto, senza sporgenze della fotocamera, progettato per offrire una presa più stabile e confortevole durante il gioco.
Nubia Neo 5 Gt

Raffreddamento attivo e prestazioni stabili


Per assicurare prestazioni elevate e frame rate costanti anche durante le sessioni gaming più intense, nubia Neo 5 GT combina una ventola di raffreddamento attiva con un sistema di dissipazione termica da 29.508 mm² e uno speciale Through-Flow Duct Design che convoglia aria fresca direttamente verso CPU e batteria. Il sistema fa parte della piattaforma Cold-Core Trinity ed è supportato dal VC Cooling System, progettato per mantenere temperature stabili anche sotto stress. Il dispositivo è alimentato dal processore gaming MediaTek Dimensity 7400 a 4 nm, supportato da memoria dinamica LPDDR Max fino a 6.400 Mbps e dal motore di ottimizzazione NeoTurbo Engine, sviluppato per gestire in modo intelligente le risorse del sistema e offrire prestazioni fluide e stabili. Grazie alla tecnologia Memory Fusion, la RAM può essere espansa fino a 20 GB per migliorare ulteriormente multitasking e reattività.nubia Neo 5 GT è inoltre ufficialmente certificato per il gameplay fino a 120 FPS su Garena Free Fire e MLBB e supporta fino a 90 FPS su Delta Force. La connettività è ottimizzata dall’antenna gaming a 360°, progettata per mantenere una connessione stabile in qualsiasi posizione di impugnatura.
Nubia Neo 5 GT BlackNubia Neo 5 GT Black

Esperienza gaming immersiva


Per garantire un controllo preciso e immediato durante il gaming competitivo, nubia Neo 5 GT integra i Neo Trigger 5.0 a 550 Hz con supporto al controllo a quattro dita, una latenza inferiore a 5,5 ms e touch sampling istantaneo fino a 3.049 Hz.Il display OLED da 6,8 pollici con risoluzione 1.5K offre immagini dettagliate e una visibilità ottimizzata anche all’aperto, mentre la certificazione SGS Eye Care contribuisce a ridurre l’affaticamento visivo durante le sessioni prolungate. L’algoritmo Magic Touch 3.0 mantiene inoltre elevata la reattività del display anche nelle situazioni di utilizzo più intense.L’esperienza immersiva è completata dai doppi speaker stereo con DTS:X Ultra, da una risposta aptica più precisa e da un sistema di illuminazione dinamica sincronizzato con il gameplay. Per migliorare il comfort durante le lunghe sessioni di gioco, il dispositivo include inoltre un cavo con connettore a 90°, progettato per ridurre l’ingombro durante l’utilizzo in orizzontale.
nubia Neo 5 GT 5G - Obsidian Blacknubia Neo 5 GT 5G - Obsidian Black

AI integrata e utilizzo quotidiano


Attraverso AI Game Space 5.0, nubia Neo 5 GT integra AI Copilot Demi 2.0, un assistente intelligente pensato per supportare durante il gioco con informazioni in tempo reale, gestione smart delle notifiche e risposta automatica ai messaggi, così da non interrompere l’esperienza gaming. Oltre al gaming, lo smartphone è progettato per accompagnare gli utenti anche nelle attività quotidiane grazie a una batteria da 6.210 mAh con ricarica rapida da 45W e funzione Bypass Charging, che alimenta direttamente il dispositivo durante il gioco contribuendo a ridurre il surriscaldamento. Il comparto fotografico include una doppia fotocamera AI con sensore principale da 50 MP e sensore di profondità da 2 MP, oltre a una fotocamera frontale da 16 MP. nubia Neo 5 GT integra, inoltre, funzionalità AI dedicate alla produttività e alla creatività e supporta la tecnologia NFC.

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COSORI amplia la sua gamma kitchen con TwinFry Compact, una nuova linea di friggitrici ad aria Dual Blaze pensata per garantire cottura uniforme, praticità quotidiana e maggiore versatilità in cucina
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Prezzo e disponibilità


Il dispositivo Nubia è disponibile in Italia in due versioni, entrambe nella colorazione Black: la versione con design minimale configurazione 8 /256 GB al prezzo di 399,90 euro.La versione con design gaming dedicato, illuminazione RGB integrata e configurazione 12 /256 GB è disponibile al prezzo di 449,90 euro. Entrambe le versioni sono disponibili su Amazon, presso i principali negozi di elettronica di consumo e operatori telefonici.


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Trump dice che dopo la guerra con l'Iran al suo potere "non ci sono limiti"


Il presidente era entrato in guerra chiedendo la resa incondizionata e l'ha chiusa con un'intesa limitata, ma nega di aver imparato qualcosa sui confini del proprio potere.

Al suo potere "non ci sono limiti". Lo ha detto il presidente Donald Trump parlando del conflitto con l'Iran in un'intervista a "The Axios Show", il programma del sito di informazione americano Axios, condotto dal giornalista Marc Caputo. Trump ha respinto l'idea che la guerra abbia mostrato i confini della sua capacità di esercitare il potere.

Trump era entrato nel conflitto chiedendo la "resa incondizionata" dell'Iran, ma l'ha chiuso con un accordo molto più limitato, un memorandum d'intesa. Nell'intervista ha ammesso di aver negoziato quell'intesa per evitare che la guerra si trasformasse in una depressione economica globale. Eppure ha negato di esserne uscito ridimensionato. Alla domanda su cosa avesse imparato dalla guerra riguardo ai limiti del suo potere, ha risposto: "Non ci sono limiti".

"Non ho ancora imparato quella lezione. So che esistono, ma non ci sono limiti", ha aggiunto. Il presidente ha sostenuto di aver "sconfitto totalmente l'Iran sul piano militare" e ha definito il memorandum d'intesa qualcosa che "probabilmente è una resa incondizionata".

La guerra, secondo Trump, ha dimostrato la forza militare americana, non i suoi limiti. "Chi altro avrebbe potuto fare un blocco del genere? Ho fatto un blocco navale in cui nessuna nave è riuscita a passare", ha detto al sito. "Alcune ci hanno provato. Non è durata molto a lungo".

Trump si è irritato di fronte all'idea, avanzata dai suoi critici più favorevoli alla linea dura, che avrebbe potuto essere più duro con l'Iran. "L'unico modo per essere più duro è entrare lì dentro per altre due o tre settimane e continuare a bombardarli a più non posso. Giusto? Ma cosa ci guadagniamo? Lo stretto di Hormuz non sarà aperto", ha detto, riferendosi al passaggio strategico tra il Golfo Persico e il mare aperto attraverso cui transita gran parte del petrolio mondiale.

"Non avremmo petrolio per mesi. Finché continui a sganciare bombe, quel passaggio resta automaticamente chiuso", ha detto Trump, aggiungendo poco dopo: "È il genere di cosa che potrebbe provocare una depressione mondiale". In privato il presidente ha espresso preoccupazione per il fatto che le riserve mondiali di petrolio avessero iniziato a esaurirsi, con il rischio di uno shock se lo stretto fosse rimasto chiuso, secondo quanto riferito da una persona a conoscenza del suo ragionamento.

Sono questi timori a spiegare perché Trump abbia accettato l'accordo che poteva ottenere, invece di quello massimalista promesso prima della guerra. Il presidente ha però insistito sul fatto che il conflitto ha dimostrato l'ampiezza del suo potere, non i suoi confini.

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Vance difende l'accordo con l'Iran e avverte Israele di non criticare il suo unico alleato


Il vicepresidente ha difeso alla Casa Bianca l'accordo con l'Iran, attaccato da destra e da sinistra, mentre la stampa segnala sue affermazioni imprecise sui benefici per Teheran.

Il vicepresidente americano JD Vance ha difeso giovedì alla Casa Bianca l'accordo preliminare che ferma la guerra con l'Iran, definendolo una vittoria per gli americani, mentre la seconda fase del negoziato si è subito complicata. In serata la Casa Bianca ha annunciato che Vance non sarebbe partito per la Svizzera, dove erano in programma i colloqui tecnici, citando problemi logistici. Il ministero degli Esteri svizzero ha poi confermato che l'incontro di venerdì è stato cancellato.

L'intesa, firmata in settimana sotto forma di memorandum d'intesa, apre un periodo di sessanta giorni per arrivare a un accordo definitivo. Ha riaperto lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio, e ha portato un primo sollievo economico agli americani: i prezzi di petrolio e benzina sono scesi a livelli che non si vedevano dall'inizio della guerra. Vance ha insistito su questo punto nel suo ruolo crescente di difensore dell'accordo.

Davanti ai giornalisti Vance ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno in mano tutte le carte e che l'Iran otterrà poco se non accetterà le richieste americane nella prossima fase, quella dedicata al programma nucleare. "Le parole non contano", ha detto. "Noi puntiamo sulla verifica." Diverse sue affermazioni, analizzate dal New York Times, sono però risultate vaghe o imprecise.

Sul petrolio, Vance ha affermato che la revoca delle sanzioni non rappresenta un nuovo vantaggio per Teheran. L'affermazione ignora che le sanzioni costringevano l'Iran a vendere il greggio con forti sconti rispetto ai prezzi di mercato, soprattutto a raffinerie cinesi disposte a rischiare. Ora l'Iran potrà venderlo a un prezzo più alto, a una platea più ampia di acquirenti e ricevere pagamenti in valute più convenienti. È vero invece, come ha detto il vicepresidente, che senza il blocco americano le esportazioni torneranno ai livelli precedenti alla guerra, senza necessariamente superarli.

Sul nucleare il memorandum resta ambiguo. Non chiarisce se l'Iran manterrà il diritto ad arricchire l'uranio, che Teheran rivendica da sempre, né cosa accadrà alle sue scorte. Il testo chiede all'Iran di diluire le circa 11 tonnellate di materiale arricchito che possiede, comprese 970 libbre, circa 440 chili, arricchite al 60 per cento, poco sotto la soglia per costruire una bomba, ma non gli impone di consegnarlo e spedirlo fuori dal paese. Con l'accordo del 2015 negoziato sotto Obama, l'Iran aveva inviato circa il 97 per cento delle sue scorte in Russia. Vance ha detto che gli iraniani hanno promesso di non arricchire e di far entrare gli ispettori per distruggere lo stock più pericoloso.

Sul fronte economico il memorandum impegna gli Stati Uniti a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iran e apre alla liberazione di miliardi di dollari di beni iraniani congelati all'estero. Vance ha detto che gli Stati Uniti non verseranno denaro nel fondo e che i benefici scatteranno solo se l'Iran rispetterà pienamente le condizioni. Il testo del memorandum afferma però che gli Stati Uniti sbloccheranno i beni congelati al momento dell'attuazione dell'intesa. Vance ha aggiunto di non conoscere l'importo totale dei fondi congelati: ha riferito di aver sentito cifre superiori ai 100 miliardi di dollari e perfino oltre i 200 miliardi.

L'accordo preliminare non dice nulla sui missili balistici dell'Iran, una delle principali preoccupazioni di Israele e un obiettivo che l'amministrazione si era posta all'inizio della guerra. A marzo il segretario di Stato Marco Rubio aveva descritto la distruzione dei missili a corto raggio iraniani come uno degli scopi dell'operazione. Quell'obiettivo non è stato raggiunto: secondo un rapporto riservato dell'intelligence americana, a maggio l'Iran conservava ancora circa il 70 per cento del suo arsenale missilistico prebellico. Interrogato sul punto, Vance ha risposto che nessun paese può sentirsi dire di non potersi difendere e che conta più lo stato dei lanciatori che il numero dei missili.

La parte più dura dell'intervento di Vance ha riguardato Israele. Il vicepresidente ha rivolto un avvertimento netto ai membri del governo di Benjamin Netanyahu che hanno attaccato il presidente Donald Trump dopo la firma dell'accordo. "Donald Trump è oggi l'unico capo di Stato al mondo che mostra simpatia verso la nazione di Israele", ha detto. Se fosse un membro del governo israeliano, ha aggiunto, non attaccherebbe il solo alleato potente che gli resta al mondo. Ha detto anche che negli ultimi tre mesi due terzi delle armi difensive che hanno protetto il territorio israeliano sono state fabbricate negli Stati Uniti e pagate dai contribuenti americani.

Le parole di Vance sono arrivate mentre Israele continuava a colpire il Libano. Nella notte i raid israeliani sul sud del paese hanno ucciso almeno sedici persone, due giorni dopo la firma dell'accordo tra Washington e Teheran. L'esercito israeliano ha detto di aver risposto a ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto dall'Iran. Vance ha criticato l'offensiva israeliana, sostenendo che ha intralciato i negoziati e che alcuni attacchi non sono accettabili. Funzionari israeliani affermano di non essere vincolati dall'accordo tra Stati Uniti e Iran e di voler disarmare Hezbollah prima di ritirare le truppe.

Stati Uniti e Iran stanno intanto lavorando in segreto a proposte per attuare i quattordici punti dell'accordo, compreso il futuro del programma nucleare iraniano, come ha rivelato la CNN citando alcuni funzionari americani. Vance ha lasciato intendere che alcune intese aggiuntive, definite dall'amministrazione "accordi tra gentiluomini", sono in realtà messe per iscritto. L'Iran però non ha firmato alcun documento oltre al memorandum, e questo alimenta il dubbio che l'amministrazione abbia esagerato gli impegni ottenuti da Teheran.

Le critiche arrivano da entrambi gli schieramenti. A destra il senatore repubblicano Roger Wicker, presidente della commissione delle forze armate del Senato, ha attaccato il fondo da 300 miliardi per la ricostruzione dell'Iran, sostenendo che ridurrebbe a un'elemosina ciò che Teheran aveva ottenuto con l'accordo nucleare del 2015. A sinistra Susan Rice, ex consigliera del presidente Joe Biden, ha parlato di un documento di capitolazione sconcertante e ha definito la guerra il più grave errore di sicurezza nazionale da decenni. Il deputato democratico Adam Smith ha detto alla CNN che la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi e ha lasciato l'Iran in una posizione più forte.

Trump ha respinto le critiche sul suo social Truth Social, scrivendo che per gli Stati Uniti ci sono solo successo, prezzi del petrolio in calo e vittoria. Al vertice del G7 a Evian-les-Bains, in Francia, ha cercato di riprendere il controllo definendo Netanyahu un brav'uomo che a volte si agita troppo e descrivendo gli Stati Uniti come il partner grande e Israele come quello molto piccolo. L'Iran ha avvertito che reagirà con una risposta schiacciante a ogni violazione dell'accordo e ha annunciato che la nuova autorità incaricata di gestire il traffico nello Stretto di Hormuz non applicherà tariffe per sessanta giorni.

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DK 10x36 - SpaceX, ma anche i tramvieri laidi


SpaceX, o la corsa con i soldi in mano verso il baratro. La chat dei tramvieri laidi e le dichiarazioni improvvide di un membro del Collegio del Garante Privacy. Più le ultime notizie sul Weizenbaum/
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Giugno si è aperto molto male, ma come si dice, la morte risolve.

Spiego, perché mi dicono che taluni hanno a volte bisogno di un aiutino per apprezzare il mio finissimo umorismo.

In Germania hanno questa cosa che la maggioranza di SPA e saune vietano qualsiasi indumento. Ti porti dietro giusto l'asciugamano, perché sedersi su un asse rovente non è divertente nemmeno per i tedeschi, ma in generale tutti vanno in giro nudi, con momenti ampiamente surreali come a Erding, dove il bar della piscina è fisicamente dentro l'acqua, e tutti ciondolano in giro per la piscina nudi ma con un boccale di birra in mano.

Ora, il dilemma fondamentale del nudismo, è che la gente che vedi non è quella che vorresti vedere.

Questa premessa è per dire che ho scoperto che lo stesso dilemma si applica alla morte, non muoiono mai quelli che vorresti, e viceversa.

In quello che probabilmente è il non sequitur dell'anno, oggi parliamo di SpaceX e della chat dei tramvieri laidi.

E alla fine, come sempre, cronache dell'Odissea con il punto sulla situazione Weizenbaum.

Sigla.

SpaceX


Come avrete letto, venerdì scorso c'è stata la quotazione alla Borsa americana di SpaceX, ed è stata un successo.

Questa frase, seppur vera, è, diciamo così, largamente imprecisa.

  1. In Borsa è stato offerto solo il 5% della proprietà di SpaceX, rispetto al tradizionale 20%. Questo significa che SpaceX è a tutti gli effetti ancora un'azienda privata, in cui il cosiddetto "mercato" non ha alcuna voce
  2. le azioni vendute si chiamato di classe A e valgono un voto l'una. Le azioni detenute da Elon Musk sono di classe B, e valgono dieci voti l'una
  3. SpaceX è incorporata in Texas, e il suo statuto richiede il possesso di almeno il 3% del capitale per poter presentare una mozione per gli azionisti
  4. sempre lo statuto proibisce ogni class action e impone invece un arbitrato, e l'arbitro è scelto e pagato da SpaceX

Questo è il famoso libero mercato per cui la gente si spella le mani: tu investi dei soldi e in cambio non hai né controllo, né voce in capitolo né possibilità di rivalerti quando, o se per i fan, Musk dimostrerà ancora una volta di non avere idea di quel che sta facendo, ma di essere molto convinto di avere ragione.

Per la quotazione di SpaceX, in effetti, sono state ignorate tutte le regole e le consuetudini che fino ad oggi hanno accompagnato una quotazione in Borsa.

Fino ad oggi, prima di quotarsi un'azienda doveva avere realizzato profitti per almeno gli ultimi 3 trimestri. SpaceX non ha mai avuto un profitto.

Fino ad oggi, la quotazione iniziale era decisa dal partner bancario dopo un lungo processo di discovery. Ma per SpaceX Musk ha unilateralmente imposto una quotazione iniziale di 135$ per azione, sulla base esclusiva della sua convinzione di avere ragione.

Fino ad oggi, doveva passare almeno un anno dalla quotazione prima che un'azienda potesse essere inclusa nei principali indici. Ma SpaceX verrà inclusa nel NASDAQ 100 e nello S&P 1000 dopo solo quindici giorni dalla quotazione. Questo significa che fra due settimane i Venture Capital che hanno finanziato SpaceX fin qui potranno rivendere parte delle proprie quote con profitti enormi, mentre gli investitori dovranno aspettare che SpaceX generi utili.

Non è finita. Fino ad oggi, un'azienda si quotava in Borsa per raccogliere capitali da investire. Ma per SpaceX, 20 dei 75 miliardi collocati andranno a ripagare un prestito ponte, e il resto servirà a finanziare le operazioni in perdita di X, xAI e della stessa SpaceX. Perché va ripetuto perché si sappia: il conglomerato SpaceX è in perdita per miliardi di dollari.

Musk è riuscito a quotarsi perché sta sul palco come nessuno, ma anche i fanboi più sfegatati cominceranno a farsi domande quando scopriranno di avere investito in un'azienda di cartone.

Ovviamente quello che è valso per SpaceX non potrà essere negato a OpenAI o Anthropic, perché non ci facciamo mancare niente.

A latere della quotazione, adesso Musk è valutato personalmente oltre mille miliardi di dollari. Non riesco a dare un significato operativo a questa frase, a parte il fatto che Musk ha un valore personale superiore al PIL della Svizzera, il che ne fa a tutti gli effetti uno state actor, peraltro ostile all'Unione, che l'Unione dovrebbe cominciare a trattare come tale.

Io vedo questi problemi, fra i tanti:

  1. quella degli investitori è una corsa verso il baratro: l'oligopolio della cosiddetta Intelligenza Artificiale al momento in cui scrivo ha debiti per 613 miliardi di dollari e nessuna prospettiva di andare in attivo;
  2. i modelli linguistici sono una soluzione in cerca di un problema; dopo cinque anni, i casi d'uso si basano sul "per me funziona" e su prezzi al pubblico pesantemente sovvenzionati degli investitori
  3. le valutazioni di openAI, spaceX, e Anthropic sono puramente immaginarie; sono basate su alchimie contabili che tengono conto degli introiti e di previsioni di incasso autocertificate, da fare invidia all'oste che deve dire se il vino è buono
  4. i soldi per fornire i servizi in perdita come è stato fin qui sono già finiti, il breve periodo in cui si spingeva per consumare più token possibile è già concluso, Microsoft stessa sta limitando Claude e spingendo Copilot per contenere i costi.

I modelli linguistici sono la più stupida implementazione possibile nel campo dell''Intelligenza Artificiale: praticamente un attacco brute-force contro qualsiasi cosa; sono un fallimento, un disastro completo in termini di risultati, in termini economici, in termini ambientali, in termini sociali.

Non è un caso che tutti questi giganti di carta siano in ginocchio da Trump a spiegare che sono "troppo grossi per fallire" e a cercare di fare in modo che il pubblico paghi per le loro imprese in perdita perenne.

Questi cialtroni devono sparire nel baratro economico che hanno aperto con le loro mani, e passare i prossimi trent'anni a ripagare i debiti con cui si sono fatti miliardari.

La chat dei tranvieri laidi


Io cerco di non seguire la cronaca italiana, anche se è molto difficile perché ormai i quotidiani si occupano solo di quella. Se da una prima pagina togli: Garlasco, le ultime boutade della compagnia di giro del Parlamento, l'inchiesta per questa o quella corruzione, le puttanate della destra, le convulsioni della sinistra, la maturità, i Mondiali e l'imperdibile opinione di un prelato o del Papa su qualcosa che strettamente non è un articolo di fede, rimane poco.

Ragion per cui ho letto il titolo sulla chat dei tramvieri laidi.
E sarebbe finita lì, se non fosse che uno di voi, che chiameremo con lo pseudonimo BruttaPersona perché possa anonimamente vergognarsi, mi ha mandato il link a una dichiarazione di un membro del del Collegio del Garante, Agostino Ghiglia.

Che ha detto due cose giuste modo sbagliato, o riportate nel modo sbagliato ma questa gente dovrebbe anche sapere che se vuoi dire una cosa la devi dire precisa, oppure la stai dicendo male apposta, e poi finisce in caciara come con quello che veniva sempre frainteso.

Cosa ha detto Ghiglia:

  • anche la ragazza che ha fotografato il cellulare del tramviere ha commesso un illecito, e
  • in fin dei conti una chat di sette persone è come il gruppo del calcetto, siamo un Paese di 60 milioni di abitanti.

Ho già pre-invocato per voi il necessario numero di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia, per cui possiamo procedere.

Allora. Alla lettera Ghiglia non ha torto. Ma presentate così le cose non è che aiutino a diffondere una maggiore consapevolezza, fanno solo qualunquismo.

Allora, con ordine. Sì, fotografare qualcuno, o il cellulare di qualcuno, senza il suo permesso è in linea di principio illecito. Ciò non toglie che la passeggera del tram ha fotografato un illecito, non è che una cosa cancella l'altra.

Chiariamo, se io fotografo Piazza San Marco, e la gente passa e va come parte del paesaggio, va bene. Ma non posso fare il primo piano delle natiche della bionda atomica che passa.

Il problema è che se assisto a un illecito, riportarlo alla polizia è doveroso. In questo caso specifico il problema è stato che la prova dell'illecito, cioè la chat, non è stata passata alla polizia, ma ai giornali. E questo non va bene, Prima la polizia, poi, nel caso, i giornali.

Seconda cosa. È vero che una chat di poche persone è meno peggio di una chat con migliaia. Ma una chat di poche persone non è un'attenuante, l'illecito c'è tale e quale, è la chat di migliaia che è un'aggravante.

Anche nel GDPR ci sono molti punti in cui occorre valutare l'entità del rischio, per decidere per esempio se un data breach va notificato al Garante, o perfino ai media. Questo non toglie che il data breach ci sia a prescindere.

Come in questo caso, l'illecita raccolta di fotogrammi dai video di sicurezza, l'illecito c'è a prescindere.

Detto questo, facciamo un altro passo: non è che siccome c'è la videosorveglianza il primo pirla che passa se la guarda e raccoglie le figurine. Esiste un elenco di persone, ed è molto ristretto, che hanno la possibilità, in casi molto particolari, di accedere ai video di sorveglianza.

E nei posti governati da gente con un cervello, la procedura richiede sempre almeno due persone: tipicamente, un tecnico e un manager, per riesaminare i video. Quindi OK i tramvieri laidi, ma chi gli ha dato accesso ai video ha fatto ancora di peggio, perché gli incaricati della gestione dei video di sicurezza hanno gli stessi obblighi di riservatezza e confidenzialità degli amministratori di sistema, e infatti sono spesso le stesse persone.

Io direi che, oltre ai laidi, deve saltare pure la testa di qualcuno nell'area tecnica e qualche manager.

Certo, in Italia perfino gli amministratori di sistema delle banche si mettono a ficcare il naso nei conti correnti della gente, figuriamoci in un'azienda di trasporti pubblici.

Ma non è un problema. Le leggi esistono, si prende questa gente, si predono i loro superiori che hanno l'obbligo di sorveglianza, si prende la gente che ha fatto gli audit e garantito la compliance, si prendono quelli che hanno approvato un sistema di videosorveglianza dove gli accessi ai video non vengono loggati, o se vengono loggati non vengono auditati e li si accompagna tutti, gentilmente, alla porta.

A calci in culo.

Perché mi sono anche rotto il cazzo di questa privacy di carta dove per fare una foto della festa di Natale ufficio ci sono moduli in triplo originale, e poi il primo coglione con la password di amministratore fa il cazzo che gli pare.

Odissea Weizenbaum, a che punto siamo


E veniamo al Weizenbaum.

La CEO di Zanichelli mi ha gentilmente risposto che non sono interessati perché il loro target è l'editoria scolastica. Non condivido, ma accetto.

Rizzoli, che ho saputo per interposta persona essere potenzialmente interessata, deve trovare il modo di farsi viva e alla svelta, perché non sto seduto ad aspettarli. Quindi se avete dei link, per favore, attivateli.

Due gentili professoresse di Pisa mi hanno scritto di avere tentato un'operazione simile due anni fa, ma di non essere riuscite a contattare gli eredi detentori dei diritti, quindi non se ne è fatto niente.

Ci sarebbe una procedura per i titoli fuori catalogo da oltre dieci anni, ma richiede l'intervento di una biblioteca e almeno otto mesi di tempo.

A questo punto, chiedo di nuovo l'aiuto da casa: riusciamo a raggiungere la figlia di Weizenbaum? In alternativa, conosciamo qualcuno al Weizenbaum Institut di Berlino che magari possa metterci in contatto con chi detiene i diritti? Perché gli ho scritto due volte e devono ancora rispondermi.

Alla peggio, sto anche provando a contattare Penguin, che aveva i diritti dell'edizione inglese da cui è stata fatta la traduzione. Chiedere qualsiasi cosa a degli inglesi mi dà fastidio, ma è per una buona causa e mi turo il naso.

Resta il fatto che se non si riesce a trovare una maniera cristiana per resuscitare un libro fuori catalogo da 35 anni, ce lo rimettiamo a forza, in stampa.

Sarà un'estate di lotta.

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La ciclabile incompiuta che blocca il traffico


Della ciclovia “Superlavalle” lungo il Polcevera sono stati realizzati 3,2 chilometri su 14. Il test de L’Unica: code lunghissime, lunghi tratti a passo d’uomo. E pochissimi ciclisti
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La nuova pista ciclabile nella strada di sponda destra del Polcevera si chiama SuperlaValle, ma in realtà comincia nel nulla e finisce nel nulla. Se si arriva da Pontedecimo, questo nulla, almeno per ora, si trova davanti al supermercato Ekom di via Semini. Qui la ciclovia si materializza all’improvviso e prosegue per appena duecento metri, si interrompe per un lungo tratto e riprende all’altezza del Centro Sportivo San Biagio. E poi finisce addirittura in curva, all’incrocio, pericolosissimo, tra via Romairone e via Levati, accanto alla Metro. Rinascerà molto più avanti, sull’altro lato della carreggiata, all’incrocio con il ponte Luigi Ratto, per spegnersi poco prima del ponte di Teglia, anche qui nel nulla.
Coda a San Biagio verso Pontedecimo – Foto: Roberto Orlando
Il primo problema è che nelle intenzioni del Comune, nel 2022, sindaco Marco Bucci, la pista sarebbe dovuta iniziare a Fiumara per arrivare, 14 chilometri dopo, a Pontedecimo. Costo previsto: 2,17 milioni, attinti dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Tuttavia, al momento, è stata realizzata soltanto una parte del tracciato, circa quattro chilometri, e per il suo completamento non esiste il progetto esecutivo, figuriamoci i finanziamenti. Quindi andiamo per le lunghe. In compenso, questo eccentrico finire nel nulla sine die ha peggiorato drasticamente la qualità della vita di decine di migliaia di persone che, da ormai due anni, sono costrette a restare in coda a bordo dei loro mezzi di trasporto per un periodo di tempo tre, ma anche quattro volte superiore a quello che in realtà basterebbe. Lo strillano i residenti e lo conferma il semplice test che il cronista de L’Unica ha compiuto per provare a spiegare le cause di un disastro della mobilità facile da prevedere. Anticipiamo il risultato: per percorrere in auto quattro chilometri e mezzo il cronista ha impiegato 25 minuti (la velocità media è 10,8 km/h), in un orario che non si può nemmeno definire di punta. In assenza di traffico, di domenica sera per esempio, lo stesso tratto di strada si percorre in 8 minuti.

Dopo il nostro esperimento, raccontano le cronache, la situazione è peggiorata, a causa dell’attivazione di un nuovo semaforo all’incrocio tra il Ponte Divisione Alpina Cuneense e via Nostra Signora della Guardia. Tanto che il Municipio V ha chiesto di spegnerlo al più presto e lasciarlo in modalità lampeggiante per evitare il tracollo.

Sei un giornalista che vive nella zona di Genova e vorresti scrivere per L’Unica? Mandaci una proposta di articolo a info@lunica.email

Il nostro test

Partenza in direzione nord da via Evandro Ferri, all’altezza della concessionaria Audi. Sono le 17.17 e le prime auto condannate al surriscaldamento del motore in folle si avvicinano alla rotonda che immette in via San Donà di Piave. Lo sguardo scorre su panorami cui di solito non si bada, come ad esempio il “Campo Base Trasta Bis” del Terzo valico: è composto da tanti moduli sovrapposti, tutti uguali, improntati a criteri di razionalità estrema, una sorta di deposito di container dotati di porte e finestre, di un bel beige contornato leggiadramente da elementi marroncini. In coda, sbirciando nel villaggio, si procede così a rilento che per arrivare al ponte rosso sul Polcevera, cioè 800 metri più avanti, abbiamo impiegato 8 minuti, cioè cento metri al minuto, ovvero 6 km/h, cioè esattamente a “passo d’uomo”.

Passato il ponte, siamo tutti in trappola su quattro corsie, belle fitte di auto, furgoni, TIR, persino di scooter, ma ancora non se ne capisce la ragione, che si trova cinque minuti più avanti, alle 17.30: tradotto in metri, sono appena 250. È lì il primo tappo al flusso di lamiere arroventate dal sole di un maggio di fuoco, vicino all’imbocco della rotonda costruita per servire un nuovo centro logistico con la facciata decorata da grandi pannelli rettangolari di cemento di tutti i colori. In realtà il problema nasce un po’ prima, proprio all’inizio di via Polonio, dove il marciapiede – appena rifatto perché la ciclovia comincia proprio qui, poco dopo il ponte di Teglia – diventa un’autostrada mentre la strada si restringe con effetto caruggio.
Via Polonio – Foto: Roberto Orlando
Superata la rotonda, i successivi 800 metri risultano più fluidi: bastano due minuti per arrivare al ponte Divisione Alpina Cuneense, quello tutto bianco. Oltrepassiamo indenni anche un altro punto critico, ossia l’incrocio tra via al Santuario di Nostra Signora della Guardia e la strada che porta a Murta. Qui in precedenza le corsie erano due, ora è una sola – a favor di ciclabile – e si sdoppia soltanto nei cinquanta metri finali per consentire la svolta a sinistra dei veicoli diretti a Murta. Il più delle volte, questo incrocio è un inferno in cui gli automobilisti scontano pene anche senza peccato.

Al centro commerciale Ipercoop “L’Aquilone” si arriva in quattro minuti, alle 17.36, a causa di un rallentamento da semaforo all’incrocio con il ponte Luigi Ratto: si tratta di un chilometro e 400 metri percorsi alla velocità media di 21 km l’ora. Servono altri due minuti per arrivare al ponte Tullio Barbieri, 850 metri più in là. Occorreranno ancora sei minuti per raggiungere Pontedecimo, due chilometri e 700 metri più avanti.

Code infinite

In questo ultimo tratto del nostro viaggio, il problema è la rotonda di via Semini dove la pista ciclabile, interrotta all’Ipercoop, torna a farsi vedere davanti a un altro supermercato, quello di Ekom. La pista tronca qui è lunga circa duecento metri e come l’altra non porta da nessuna parte, né in un senso né nell’altro, ma almeno non dà fastidio a nessuno. Invece rallenta parecchio il traffico la rotonda che c’è subito dopo, perché il diametro è assai ridotto e i TIR, che devono quasi far manovra per entrare, la percorrono al ralenti.

Durante il test, il cronista de L’Unica ha potuto anche constatare il transito di ben tre persone in bicicletta: due sulla ciclovia, dalle parti dell’Ipercoop, e un terzo che, in tenuta da Tour de France, guidava il gruppo (di TIR) in mezzo a via Semini.

A margine, il cronista sente l’obbligo di segnalare una maxicoda in cui è incappato casualmente qualche giorno dopo il test: sabato 30 maggio alle ore 10.57 una colonna di veicoli di vario genere procedeva a passo d’uomo senza soluzione di continuità da Pontedecimo, all’altezza del ponte Ludovico Patrizi, fino al semaforo lumaca dell’Ipercoop. La coda ha raggiunto la lunghezza di tre chilometri e settecento metri, fenomeno che quando capita in autostrada viene segnalato dai pannelli luminosi a messaggio variabile.

La paralisi perenne del traffico in sponda destra, che ha pesanti ripercussioni anche sull’altra sponda del torrente, nel cuore dei quartieri della valle, ha finito per compattare la protesta, pacata ma ferma, di tutti i comitati della Valpolcevera che hanno firmato un patto di collaborazione al quale non fanno mancare il loro supporto i Comuni dell’alta valle (Mignanego, Serra Riccò, Sant’Olcese, Campomorone e Ceranesi), nonché il municipio Valpolcevera.

Protestano tutti

Il disastro del traffico fa scontenti tutti, persino, e non deve stupire, i potenziali beneficiari della pista, ossia i ciclisti che hanno più volte denunciato che così com’è l’opera è pressoché inutile e rischia di vanificare un piano per la mobilità green che invece ha le sue potenzialità.

La lunga strada della protesta parte da Ceranesi, dove è stato appena rieletto sindaco Claudio Montaldo, già vicesindaco di Genova nella giunta Pericu (1996-2002), per dieci anni assessore alla Sanità della Regione sotto la presidenza di Claudio Burlando (2005-2015).

Ha detto Montaldo a L’Unica: «L’aggravamento delle condizioni del traffico è dovuto in buona parte alla pista ciclabile, che a mio parere è stata progettata senza un’adeguata valutazione dei flussi. La pista di fatto ha tolto quella corsia in più che garantiva un po’ di elasticità alla circolazione nei due sensi di marcia. E poi, mi spiace dirlo per l’amico assessore Emilio Robotti [responsabile della mobilità sostenibile e del trasporto pubblico nella giunta Salis, ndr], ma è del tutto inutile: non la usa nessun ciclista».

L’analisi di Montaldo non si ferma. «Poi ci sono le nuove rotatorie: provocano forti rallentamenti e secondo me anche situazioni di pericolo. Poi certo, non è l’unico problema, ma per quanto ci riguarda direttamente stiamo cercando di risolverli», ha aggiunto. «Mi riferisco alla strada di Santa Marta, nata come opera di compensazione per il Terzo valico nel 2012. I lavori erano cominciati nel 2016 e poi si sono fermati. A fine 2022, soprattutto grazie al nostro impegno, i cantieri sono stati riaperti, pur tra mille intoppi, tra cui il cedimento di un argine. Adesso la strada è percorribile, ma ci saranno altri problemi per realizzare il tratto iniziale, a Pontedecimo, per il quale siamo riusciti a ottenere una modifica che scongiura una nuova chiusura».

Impegno comune

Sono necessari una serie di correttivi sulla viabilità di sponda destra, conclude Montaldo. Che ribadisce il suo appoggio ai comitati dei cittadini e al municipio V, in accordo con gli altri Comuni dell’alta valle.

Impegno comune, ribadisce il sindaco di Campomorone, Giancarlo Campora, rieletto per il suo quarto mandato nel 2024 con la lista unica “Campomorone - La nostra comunità”. «Con la nuova strada di sponda destra il problema del traffico in valle sembrava risolto», ha detto a L’Unica. «Oggi è peggio di prima. Tanto che ci sono state ripercussioni sull’economia: diverse aziende addirittura hanno chiuso perché qui non si circola più. E visto che delle piste ciclabili non si può fare a meno, abbiamo chiesto al Comune di Genova una serie di correttivi».

E come vi ha risposto? Campora sorride: «Diciamo che l’assessore Robotti si è dichiarato disponibile ad apportare alcune modifiche, ci aspettiamo che siano attuate». Ma è davvero tutta colpa della ciclovia? «Io non sono un tecnico – ha concluso Campora –. Dico solo che la Valpolcevera, e voglio lasciare sullo sfondo il tema del termovalorizzatore all’ex Colisa, è sempre stato un territorio nel quale piazzare cose, non sempre belle. È inevitabile però che, a forza di mettere cose, il traffico aumenti e allora ci vorrebbero nuove infrastrutture adeguate. Ma se invece si mettono cose e poi si restringono le uniche strade disponibili, anche senza essere un tecnico si capisce che la situazione non può che degenerare. Ammetto di essere un po’ sfiduciato».
Foto: Roberto Orlando
La posizione dei comitati

Simone Bona è uno dei componenti del Comitato San Biagio. «Il nostro comitato era nato dieci anni fa per la Gronda e poi si è adeguato alle nuove problematiche. Diciamo che allora la viabilità non era perfetta, però, salvo eccezioni, il traffico era scorrevole», ha spiegato Bona a L’Unica. «Dopo il tragico crollo del ponte Morandi è stato introdotto il doppio senso di marcia in entrambe le strade di sponda del torrente, ciononostante le condizioni del traffico erano ancora accettabili. Poi la precedente giunta comunale [sindaco Bucci al secondo mandato, poi rilevato dal suo vice Piero Piciocchi, 2022-2025, ndr] ha approvato il progetto della ciclovia finanziata dal PNRR, opera che oggi rappresenta una delle ragioni per cui in Valpolcevera la circolazione è diventata un problema quotidiano. Gli altri due ostacoli sono le rotonde in via Polonio, in corrispondenza del nuovo centro logistico di Sogegross, e in via Semini. Noi abbiamo sollevato il problema fin da subito, con i responsabili della mobilità della vecchia giunta, e continuiamo oggi con l’assessore Emilio Robotti e il suo staff tecnico, ai quali scriviamo con frequenza periodica».

Lo scopo, ha detto ancora Bona, «è quello di ottenere modifiche strutturali che possano snellire il traffico: eliminazione di aiuole non necessarie alla ciclovia e che restringono la carreggiata, revisione dei tempi semaforici, tolleranza zero contro la sosta dei mezzi pesanti all’ingresso del cantiere del Terzo valico di via Semini». Infine, secondo Bona sarebbero necessari dati certi sui flussi di traffico. «Anche perché il centro logistico Sogegross sta per aprire e si vocifera di 160 camion al giorno in transito: sarebbe un disastro anche se fossero soltanto la metà. Il nostro intento è quello di dialogare con le istituzioni per trovare insieme le soluzioni. L’assessore Robotti [che tre rappresentanti dei comitati hanno incontrato il 7 maggio, ndr] ci ha assicurato che aprirà un tavolo di confronto per discutere anche con i tecnici i correttivi. Restiamo in attesa».

I punti caldi dell’ingorgone

Luciano Giorgi, di Isoverde – frazione di Campomorone – non appartiene a nessun comitato, ma si è guadagnato credibilità sul campo, perché da tre anni studia il fenomeno-ingorgo. «Per andare e venire da casa devo affrontare ogni giorno un percorso a ostacoli, a cominciare dalla strada di Santa Marta, riaperta al traffico di recente: è lunga due chilometri, per realizzarla ci sono voluti 7 anni e ancora non è finita», ha raccontato a L’Unica. «E poi frane continue, i cantieri del Terzo valico, la riapertura della cava di Cravasco che ha incrementato il traffico di mezzi pesanti, anche di notte. Scendendo verso valle, la rotonda di via Semini, un’opera di compensazione per l’apertura di un supermercato Ekom complica la situazione. L’assessore Robotti ci ha spiegato che la rotonda serve anche a rallentare la velocità dei veicoli in un punto ritenuto pericoloso. Io ho qualche dubbio: mai visti incidenti lì».

La ciclovia? «Avrebbe un senso se servisse una zona residenziale non soggetta a una mole di traffico pesante così sostenuto», ha detto ancora Giorgi. «Paradossalmente, ha pure creato situazioni di pericolo: ci sono due incroci, attraversati dalla pista, dove i camion per immettersi in via Romairone sono costretti a invadere la corsia di marcia opposta a causa del restringimento della carreggiata. E poi la rotonda di via Polonio: si entra a due corsie e si esce su una sola, il contrario cioè di quello che dovrebbe essere. Una rotonda praticamente inutile perché la quasi totalità dei veicoli prosegue dritto, l’unica altra svolta è quella che porta al centro logistico Sogegross e allora forse sarebbe bastato un semaforo a chiamata per i camion in uscita».

La posizione del municipio Valpolcevera

Michele Versace dal maggio 2025 è il presidente, in quota Partito democratico, del municipio Valpolcevera. Era già consigliere fin dal 2017. «Il nostro primo atto, appena insediati – ha detto a L’Unica – è stata un’azione congiunta con i Comuni dell’alta valle chiedendo all’assessorato alla Mobilità di apportare delle modifiche alla viabilità di sponda destra che finora non è stato possibile ottenere perché l’opera è finanziata dal PNRR e deve essere ancora collaudata».

«Torneremo alla carica dopo il collaudo e non sappiamo nemmeno se sarà possibile realizzarle tutte: si tratterebbe di restringere i nuovi marciapiedi e ridurre l’impatto della ciclovia che in alcuni tratti è pericolosa per gli automobilisti ma anche per i ciclisti», ha continuato. «Intendiamoci su un punto: le nostre osservazioni non sono un modo per dichiarare la nostra ostilità alla mobilità sostenibile. In un mondo ideale sarebbe bellissimo poter andare tutti a lavorare in bicicletta e a cavallo. Ma noi per ora viviamo in un mondo reale e se per mobilità sostenibile si intende realizzare un’opera che penalizza migliaia e migliaia di persone è chiaro che di sostenibile non c’è proprio nulla. Nei quartieri il traffico pesante è aumentato a dismisura, anche per la presenza di grandi cantieri: tra Certosa, Rivarolo, Trasta e Fegino abbiamo l’ultimo miglio del Terzo valico, la metropolitana, la messa in sicurezza del rio Maltempo, il ponte in piazza Pallavicini».

Infine, ha concluso, «è urgente ripristinare i sensi unici nelle due strade di sponda. Lo chiediamo da anni: prima ci hanno risposto che era necessario attendere il completamento dello svincolo verso Fiumara, poi che bisognava aspettare la conclusione dei lavori per i quattro assi di forza del trasporto pubblico. Adesso però si deve accelerare: in bassa valle dal 2018 non ci si muove più».

E ora, dicono in molti, non si possono escludere forme di protesta clamorose.

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Diavolo e acqua santa, preghiere e discussioni, tenacia sostenuta dalla politica e (per chi ci crede) benedetta dalla Madonna. C’è un po’ di tutto questo nella storia che ha visto Claudio Montaldo, figura di spicco della sinistra ligure, diventare di nuovo sindaco di Ceranesi, borgo della Valpolcevera, sede del Santuario della Guardia e di grandi fabbriche oggi sempre in lotta per mantenere quei lavori che le grandi multinazionali provano a spezzettare o distruggere.

A Ceranesi la campagna elettorale era arrivata dopo una querelle degna di una metropoli. E così sono partite coltellate (politiche) dritte al cuore, tradimenti a sorpresa, dimissioni a catena di assessori e consiglieri. Vicende più personali che politiche, «riconducibili alla frustrazione di queste persone che non si sono mai espresse nel merito», aveva spiegato Montaldo in un’intervista a Primocanale. «Qualcuno di loro ha anche ribadito spesso che abbiamo lavorato bene, allora mi chiedo perché l’abbiano fatto. Si tratta di argomentazioni inesistenti, volevano che io prendessi posizione contro un consigliere che ci ha sempre sostenuto, mi imputano di non averlo tagliato».

Tradimenti, ex voto e schede elettorali

La frattura è diventata insanabile, fino alle dimissioni del sindaco – il giorno di Santo Stefano – seguite dalla decisione di ricandidarsi per queste elezioni appena archiviate. «È andata bene», ha detto il sindaco a L’Unica – forte del suo 59,2 per cento – prima di tornare in ufficio a firmare le carte rimaste indietro.

Intanto, se in Valpolcevera i suoi sostenitori festeggiano, qualcuno penserà che anche la Madonna si sia data da fare. Perché Ceranesi, 3.800 abitanti, è il comune del Santuario della Guardia, luogo da rispettare e visitare per tutti i genovesi, laici o religiosi che siano: per ringraziare, per raccomandare soprattutto bambini e marinai. Perché a Ceranesi – come pure a Genova – quando si deve ottenere qualcosa di importante, si accordano laici e cattolici, parroci e cardinali, sindaci e sindacati. E, quando è il caso, qualcuno si spinge fino alla Guardia, come tutti chiamano il Santuario. Perché, dopo i tradimenti e le coltellate, arriva sempre il momento di fare un passo lassù, dopo otto chilometri di salita. Magari per rilassarsi, o per confermare che la Madonna a volte interviene.

Tutto era cominciato una mattina di tanti secoli fa. È il 29 agosto del 1490 quando Benedetto Pareto, contadino di Livellato, borgo lì vicino, sta pascolando il suo gregge sul monte Figogna. D’improvviso appare la Madonna e gli chiede di costruire una piccola cappella. Lui è scettico, teme di non avere i soldi per farlo, quasi rinuncia, ma poi cade da un albero: si ritrova in fin di vita, ma la Madonna lo salva. Il contadino e la moglie certificano da un notaio che l’apparizione è vera, molti si offrono per aiutare. Il Santuario della Madonna della Guardia diventa per tutti solo “la Guardia”. Da allora ci sarà una seconda apparizione, nasceranno due piccole chiese, la stanza degli ex voto e soprattutto la fede incrollabile di una città. Fino al 1890, quando viene costruita la basilica attuale.

Da allora è nata la tradizione genovese per cui almeno una volta nella vita bisogna raggiungere la Guardia: il santuario che spicca in cima alla collina, quasi a proteggere Valpolcevera con le sue grandi fabbriche fiorenti negli anni Sessanta e Settanta e poi incalzate dalla crisi e dalla globalizzazione che a poco a poco le hanno erose. Sono tanti quelli che si fanno a piedi, o più spesso in macchina, gli otto chilometri che portano dalla Madonna che, con la sua storia popolare, da più di un secolo ha un suo spazio anche in Vaticano: nel 1917, infatti, la città di Genova donò una statua a papa Benedetto XV, genovese della famiglia Della Chiesa.
Ceranesi, il Santuario della Guardia
Dai vertici a un municipio di paese

Montaldo – che nella vita è stato vicesindaco di Genova, assessore regionale e membro della direzione nazionale del Partito democratico – è vissuto ai piedi del Santuario per sedici anni, dal 1983 al 1999. E ora abita sulla collina di fronte, a dieci minuti di macchina. Per capire bene perché uno come lui, che a Genova e in Liguria ha ricoperto tutti i ruoli di spicco, abbia scelto Ceranesi per continuare la sua attività politica, bisogna tornare alla battaglia, alle sciabolate con cui i suoi fedelissimi hanno provato a detronizzarlo. Perché? Faceva troppo il sindaco movimentista, ha raccontato, uno che lavora senza soste e si occupa di molti problemi: «Dicevano che mi occupavo di tutto e troppo», ha detto a L’Unica. «Ma il fatto è che il sindaco è la persona che per prima impatta con i problemi dei cittadini. E di questo si dovrebbe tenere conto qui, sul territorio ma anche nella Città metropolitana e a Roma. Perché la scelta, l’attenzione al vivere in un luogo che viene accudito e amato è fondamentale».

Montaldo, in politica, aveva cominciato presto: da adolescente si era iscritto alla FGCI, l’organizzazione giovanile del Partito comunista italiano (PCI). Suo padre, operaio e partigiano, la mattina comprava L’Unità, il giornale del partito, e la sera la portava a casa. «E io leggevo», ha ricordato. «E quando in Grecia sono arrivati i colonnelli, io ragazzotto, ho deciso di iscrivermi alla FGCI, di seguire a modo mio le idee di famiglia che erano diventate mie». È solo l’inizio di una lunga storia politica. Dopo la FGCI era arrivato il PCI, che si sarebbe trasformato in Partito democratico della sinistra (PDS) e poi in Democratici di sinistra (DS). È stato eletto segretario di Genova, l’ultimo del PCI. Poi, con il PDS, sceglieranno ancora lui per la segreteria regionale.

«Mi consideravano migliorista», ha detto. «Ma non era una diversità ideologica, diciamo che tra D’Alema e Veltroni mi sentivo più simile a Veltroni. Tutto qui». Da segretario entra nel consiglio di amministrazione di AMGA (Gas) e poi in altre aziende. «Mi è servito per capire come funzionavano dall’interno e poi per spiegarle», ha raccontato. Ma il suo destino politico è l’amministrazione della città: vicesindaco per un anno con Adriano Sansa, poi per altri cinque con Beppe Pericu. C’è un aneddoto che spiega bene che tipo di politico sia Claudio Montaldo: negli ultimi giorni del 1997, Genova è travolta e sconvolta da una nevicata terribile che imbianca e ghiaccia tutto. Piazza De Ferrari è deserta: lui è lì, a prendersi i rimbrotti dei pochi cittadini, quando qualcuno gli chiede come mai fosse rimasto, risponde semplicemente: «Ero di turno». Ecco, il carattere è questo.

Dal Comune era passato alla Regione: dieci anni, nei quali era stato nominato e poi riconfermato assessore alla Sanità: un groviglio che prova a districare. Poi la scelta: basta, si cambia mondo.

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Una sfida diversa

La prima volta di Montaldo candidato sindaco a Ceranesi, quattro anni fa, aveva lasciato tutti stupiti. Ma che ci fa qui, uno con quella carriera? «È stato un caso», ha detto. «Mi hanno chiesto se fossi disponibile a candidarmi a sindaco. Questi sono posti che conosco bene, mi son detto: perché no?». C’era (e c’è) un mucchio da fare, a partire dalle frane che minacciano l’abitato e poi la strada per il santuario. O lo scuolabus: «Ogni anno investiamo 180 mila euro per portare i bambini da casa a scuola e ritorno, ma sono frazioni sparse sul territorio, lo scuolabus è importante».

«Per me è stata una nuova sfida», ha aggiunto. «Perché governare una zona piccola non è facile come sembra. Intanto comporta un rapporto quotidiano con i cittadini che ti rovesciano tante idee per colmare necessità. E poi ogni giorno vai in giro, lavori e ascolti». La delusione del mandato interrotto? Montaldo non perde il sorriso. «Guardiamo un po’ i fatti. Nel 2022 ho preso 880 voti, tutti gli altri insieme non sono arrivati a superare i 300. Questa volta ne ho persi un po’, mi sono fermato a 839. E poi sono state elette due donne e una spero di convincerla a farmi da vice o da assessore».

Nessuna tentazione di tornare a Genova? «No, questa è una bella dimensione e poi mi son dato un obiettivo: lavorare perché la politica regionale e nazionale riconsideri il ruolo dei Comuni. Sono il primo contatto con i cittadini, eppure è stato calcolato che fra sette anni avremo il 46 per cento in meno del personale». Ma se la gente non sa che c’è chi lavora per obiettivi concreti, per migliorare la vallata, si allontana. Non va a votare, si disinteressa. «Ne ho parlato anche con il rettore della basilica, Andrea Robotti, 47 anni: giovane e con la mente aperta», ha raccontato Montaldo.

Intanto, la Madonna sorride e sembra ringraziare chi nella stanza degli ex voto ha lasciato un ricordo per mostrare la sua riconoscenza. E come se la caverà il sindaco laico? Lui dice benissimo, tra pellegrini, abitanti, il rettore. E non teme nuovi agguati? No: in fondo lui è il sindaco della Madonna ed è appena tornato superando un tradimento. Chi oserebbe mettersi contro?

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A Bosia il premio per chi sa osare


In un paese di appena 170 abitanti da dodici anni si accendono i riflettori sull’Ancalau, il torneo tra le migliori start up d’Italia

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Nel dialetto dell’Alta Langa la parola ancalau dice tutto. Indica chi vince la timidezza e, osando, sa innovare. Una parola che in molti, fuori da Bosia e dintorni, non avevano mai sentito prima che diventasse il nome di un premio.

Il 20 e 21 giugno prossimi, nel piccolo Comune di circa 170 abitanti nella provincia di Cuneo, va in scena la dodicesima edizione del Premio Ancalau, un evento pop e al tempo stesso culturale, capace di richiamare ogni anno imprenditori, intellettuali, artisti e soprattutto giovani startupper da tutta Italia. Nel tempo ha guadagnato un rilievo nazionale autentico, non costruito a tavolino, ma cresciuto con la forza delle idee e del territorio.

E se il Premio Ancalau esiste, è soprattutto merito di Silvio Saffirio. Creativo e imprenditore della pubblicità, grande protagonista degli anni d’oro degli spot televisivi, dodici anni fa ha dato vita all’associazione culturale Ancalau assieme al sindaco di Bosia, Ettore Secco, e coinvolgendo il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e il presidente di Banca d’Alba, Tino Cornaglia. Una squadra molto attiva, con Saffirio deus ex machina capace di sfornare idee a raffica. Tra le altre cose, è stato lui l’ideatore della Pinacoteca all’aperto di Bosia, ovvero i murali dedicati ai Grandi di Langa, dipinti dall’artista Silver Veglia sulle facciate degli edifici del paese. È lui che ogni anno sceglie i soggetti da immortalare.
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Questa straordinaria e peculiare hall of fame è diventata a tutti gli effetti una risorsa turistica per Bosia. «Non abbiamo quasi più spazi per ospitare nuovi murali, per la prossima edizione staremo a vedere. Costruiremo nuove pareti», ha detto a L’Unica lo stesso Saffirio. «A parte gli scherzi, di sicuro ogni opera avrà un QR code a cui si potrà accedere per leggere la storia del personaggio raffigurato. In quattro lingue». Ora Saffirio si appresta a inaugurare l’ultimo murale, quello che renderà omaggio a Carlin Petrini, l’ideatore di Slow Food, un ancalau di diritto che avrebbe dovuto essere presente alle premiazioni di domenica 21 giugno.

L’omaggio a Carlo Petrini

«Ci aveva dato la sua disponibilità, sarebbe venuto molto volentieri», ha detto ancora Saffirio. «Non ce l’ha fatta, purtroppo. Noi in realtà avevamo in mente di non realizzare un altro murale, ci saremmo fermati per un anno. Ma, appresa la notizia, abbiamo cambiato subito il programma e il nostro Silver Veglia si è messo al lavoro per realizzare un nuovo ritratto. Così è nato il murale di Petrini, che sarà ben visibile proprio a fianco dello spazio dedicato al presidente Luigi Einaudi. E il riconoscimento di Propheta in patria che avevamo pensato per Carlin, lo consegneremo al rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, Bruno Perillo».

Durante la presentazione del Premio Ancalau, al grattacielo della Regione Piemonte (dove L’Unica era presente), il sindaco di Bosia, Secco, ha ricordato un aneddoto a proposito di Petrini: «Ricordo che eravamo impegnati nella giornata finale della prima edizione, a un certo punto mia moglie mi avvisa: guarda che sta arrivando Carlin. Ci siamo tutti messi in agitazione, era già allora, nel 2016, un personaggio importante. Era venuto a seguire la nostra iniziativa, perché molto incuriosito dalla formula che legava il territorio e le startup innovative. E alla fine, a tavola, ci confidò che quei tajarin che stava assaporando, assieme alla piacevole sorpresa dell’Ancalau, erano effettivamente valsi il viaggio».

Una bella soddisfazione. Saffirio invece ha ricordato che «all’epoca noi dello staff eravamo ancora troppo poveri per permetterci un servizio fotografico. Così non abbiamo immagini della visita di Carlin. In altre successive occasioni, per un motivo o per l’altro, non fu possibile averlo ospite. Come quando facemmo il gemellaggio tra la nostra nocciola tonda gentile e il cacao della regione messicana della Chontalpa, alla presenza dell’ambasciatore messicano. Petrini era impegnato da un’altra parte».

Ora il murale di Veglia completa un lungo percorso. Oscar Farinetti, dell’amico e sodale Carlin parla ancora al presente: «Lui è un personaggio pazzesco. Ne parlo come fosse vivo. Ci aveva già dato l’ok, sarebbe venuto volentieri a Bosia e per tutti sarebbe stato un momento molto bello, perché Carlin, più di chiunque dalle nostre parti, ha segnato il territorio. E non solo: è riuscito a portarlo a un livello mondiale. Ha trasferito il think local all’act global, a un livello veramente globale. Sono rarissime le persone che sono state capaci di farlo».

Farinetti è il fantasista del “team ancalau” e il suo entusiasmo per l’evento non si è mai incrinato nel corso di questi dodici anni: «È stata una gran bella idea, perché abbiamo creato un metodo per dare spazio ai giovani che vogliono imporre le loro idee. Il Premio Ancalau porta con sé un carattere di estrema modernità e al tempo stesso propone il recupero di tradizioni antiche straordinarie, legate a Bosia, comune incastonato nell’Alta Langa che riesce a dare un senso a tutto questo».

Una vetrina per le startup

Tornando a Saffirio, è sempre lui che ha pensato il “Torneo delle idee” per i giovani startupper, focus principale della manifestazione, costruendo nel tempo una rete di partner e sostenitori capace di trasformare ogni edizione in qualcosa di più di una semplice cerimonia. «Ancalau è stato in primo luogo una scoperta storica e antropologica per il numero stupefacente di inventori, imprenditori, innovatori e anche avventurosi che ebbe Bosia tra fine Ottocento e il Novecento», ha spiegato a L’Unica. «Si guadagnarono la nomea popolare di Ancalau di Bosia e ci doveva pur essere un motivo. Da qui a pensare di far rivivere questa memoria di coraggio, inventiva, riscatto e intraprendenza e allargarla all’intero territorio virtuoso della Langa e del Roero, il passo è stato facile».

Nel tempo sono stati aggiunti tanti tasselli, tutti significativi. Ha detto ancora Saffirio: «È una festa popolare? Sì, vedi la gente serena e gioiosa e il buon cibo non manca. È un evento culturale? Certo, ma vivo, dinamico. Si rivive in chiave attuale il passato, si onorano i Padri e le Madri, si rievocano i Grandi di Langa». E poi c’è lo sguardo che volge al futuro con le startup: un primo premio da 20 mila euro «in soldi veri, che di solito vengono versati la sera stessa dell’annuncio. Lo sottolineo perché spesso altre rassegne promettono riconoscimenti che poi non sono così tangibili». I numeri confermano: in dodici anni il torneo delle startup di Bosia ha visto sfilare 615 progetti e più di 1.200 partecipanti, attribuendo complessivamente 127 mila euro in premi. Sei dei talenti premiati negli anni sono stati poi selezionati dalla rivista Forbes tra i giovani under 30 più influenti d’Italia.

Tra i protagonisti del premio l’Orchestra Filarmonica Bosconerese, fondata nel 1912 a Bosconero, nel Canavese, scoperta e “agganciata” da Saffirio. Una presenza a suo modo simbolica: in oltre un secolo di attività l’orchestra non si fermò nemmeno durante le due guerre mondiali, è cresciuta dai venti fondatori agli attuali cinquanta elementi ed è diventata una vera orchestra di fiati arricchita di recente da violoncelli e contrabbasso. Ha suonato all’Auditorium RAI, al Piccolo Regio, al Teatro Carignano, spaziando dal repertorio classico al jazz fino ai ritmi sudamericani. Con l’Ancalau condivide qualcosa di essenziale: entrambi affondano le radici in un piccolo paese di provincia e non si sono mai arresi alle difficoltà. In una parola, osano.

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L’ospedale che “ricovera” il paziente a casa è il sogno di tutti. A Torino c’è, e da più di quarant’anni. Si chiama OAD, Ospedalizzazione a domicilio, ed è un progetto “ad alta intensità assistenziale”, offre cioè un’assistenza molto simile a quella che si riceve in un ricovero convenzionale. Per ora purtroppo è una realtà circoscritta all’ospedale Molinette della Città della salute e della scienza, ma potrebbe essere estesa se l’amministrazione della sanità decidesse di investire su una intuizione medica all’avanguardia i cui effetti, sia clinici sia economici, sono tutti positivi. Nonostante da anni sia universalmente riconosciuto come un’eccellenza della sanità piemontese e il gradimento di pazienti e familiari sia altissimo, nessun direttore generale o assessore di nessun colore politico negli anni ha voluto garantire questa opportunità a tutti i torinesi, e ancora oggi è un privilegio dei soli cittadini che abitano nell’area Sud della città, il centro e la zona ospedali della Città della salute fino a Moncalieri.

Il servizio è nato nel 1984 da una lungimirante intuizione dei geriatri torinesi Fabrizio Fabris e Luigi Pernigotti e si è progressivamente sviluppato. Diversi studi – condotti su pazienti colpiti da eventi ischemici cerebrali, insufficienza cardiaca, patologie croniche riacutizzate ai bronchi o ai polmoni, malattie infettive e onco-ematologiche – ne hanno dimostrato efficacia e sicurezza. Il superamento della fase sperimentale è arrivato nel 2010, con una delibera di giunta (proposta da Eleonora Artesio, allora assessora alla Sanità nella giunta di centrosinistra presieduta da Mercedes Bresso), con cui si sono normate l’organizzazione e la remunerazione dell’attività di assistenza specialistica di ospedalizzazione domiciliare. Dopo, più nulla: quello che c’era è rimasto, e come spesso accade, non solo nella sanità, Torino è rimasta al palo. A realizzare il sogno sono stati altri.

Come funziona

L’accesso all’OAD può avvenire direttamente dal pronto soccorso delle Molinette, o su segnalazione dei medici dei reparti di degenza o del medico di famiglia. Condizioni imprescindibili la presenza in casa di almeno un caregiver (familiare convivente o badante a cui si affida un ruolo centrale nella gestione della cura) e l’assenza di condizioni di severa instabilità clinica. Il paziente ritenuto idoneo viene “ricoverato” a casa sua e la gestione clinica è in carico al personale medico e infermieristico delle Molinette, in grado di eseguire esami ematochimici, la diagnostica radiologica “trasportabile” (raggi RX, ecografie, ecocardio), telemonitoraggio, somministrazioni di farmaci ospedalieri e procedure strumentali e infusionali di base. Nulla è improvvisato: anche i familiari sono supportati e formati.

Responsabile dell’OAD torinese, operativa dalle 8 alle 20, è Renata Marinello e il servizio dipende dalla Geriatria universitaria dell’ospedale, diretta dal professor Mario Bo. La squadra dei sanitari a domicilio comprende quattro medici, undici infermieri e un coordinatore infermieristico. Con loro collabora un assistente sociale. Non è certo un servizio a costo zero, ma un ricovero ospedaliero convenzionale costa più del doppio. Una giornata di degenza ospedaliera in area medica alle Molinette costa in media 400-600 euro; per una giornata in OAD la Regione ha previsto una somma di 165 euro, quando il costo giornaliero stimato per l’ospedale è di 220 euro.

Il bilancio del 2025 è di 600 ricoveri in dodici mesi. «I pazienti seguiti sono in prevalenza anziani, con età media superiore agli ottant’anni, fragili, polipatologici e politrattati», ha raccontato a L’Unica Renata Marinello. «Ma non mancano malati di ogni età affetti da patologie ematologiche e oncologiche, insufficienze cardiache, epatiche o respiratorie, patologie neurodegenerative o ancora malattie congenite per cui sono necessari frequenti ricoveri ospedalieri, spesso di lunga durata».

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Perché al Servizio sanitario nazionale serve l’OAD

«Gli anziani in Piemonte rappresentano il 25 per cento circa della popolazione, ma contribuiscono alla maggior parte dei ricoveri in area medica», ha detto a L’Unica Mario Bo. «Il ricovero ospedaliero, per quanto spesso efficace nel risolvere l’evento acuto, è gravato da un consistente rischio di eventi avversi durante la degenza: allettamento e decondizionamento fisico, stato confusionale acuto (delirium), infezioni nosocomiali, cadute. Tutte condizioni che, soprattutto nei pazienti più fragili, possono peggiorare significativamente qualità e quantità della vita».

Nei pazienti ricoverati in OAD, al contrario, «queste complicanze, in particolare delirium e infezioni, sono molto ridotte, consentendo una miglior qualità di vita e meno ricoveri in Rsa o strutture di riabilitazione. Il risparmio dei costi sanitari è evidente». C’è poi un secondo motivo reso sempre più urgente dall’invecchiamento della popolazione, ha aggiunto il direttore della Geriatria universitaria della Città della salute: «Una sanità ospedalo-centrica non è più sostenibile per molti “grandi anziani” che spesso hanno severe limitazioni funzionali. Oltre alle difficoltà nelle prenotazioni di esami e visite in tempi utili, molti pazienti non sono in grado di andare alle visite ambulatoriali in ospedale. In questo contesto l’OAD potrebbe svolgere un controllo domiciliare periodico per prevenire recidive, riacutizzazioni e ridurre il numero di riospedalizzazioni». In un futuro prossimo, ha concluso il professore, «molte condizioni che oggi prevedono l’ospedalizzazione o il ricovero in Rsa o strutture per la riabilitazione potrebbero essere trattate al domicilio con vantaggio clinico ed economico».

Il modello catalano

Nato nel 1947 al Montefiore hospital di New York, il modello dell’Hospital at home si è diffuso negli Stati Uniti e in Canada, in Francia, in Australia e in Spagna. E proprio in Spagna, a Barcellona, è arrivato a gennaio dalle Molinette il geriatra e dottorando Roberto Presta, 34 anni, nel ruolo di “osservatore speciale” presso l’ospedale Parc sanitari pere Virgili, un centro pubblico catalano specializzato in cure intermedie e integrazione tra ospedale, territorio e domicilio. In Catalogna, ha spiegato, «vent’anni fa si è voluto investire sull’assistenza agli anziani e da allora l’ospedalizzazione a domicilio ha avuto una spinta fortissima».

Il modello – molto simile a quello che Torino aveva sperimentato già vent’anni prima – è stato messo a sistema: ora è routine in 27 ospedali in tutta la Catalogna e a diversi livelli di cura, ovvero non solo nel trattamento di casi acuti ma anche in fase di recupero o stabilizzazione. Nell’ospedale dove lavora Presta, la media è di settanta pazienti seguiti ogni giorno a domicilio e i medici che si spostano per visitarli in casa sono quattro.

In ospedali più grandi come l’Hospital clinic, con cui la Città della salute sta realizzando uno studio dedicato per valutare efficacia e sicurezza del modello, i medici sono nove, gli infermieri trenta. «Qui in Catalogna il paziente viene accompagnato in un percorso continuo che tiene conto dei diversi bisogni assistenziali – ha detto Presta a L’Unica –. Ciò è possibile anche grazie ad équipe interdisciplinari e cartelle cliniche elettroniche consultabili a tutti i livelli dell’assistenza». La sfida per Torino, se la si volesse cogliere, «è quella di rafforzare la dimensione di rete, rendendo più strutturati i collegamenti tra i livelli di cura dentro un sistema più ampio e accessibile. In questo senso la multidisciplinarietà rappresenta un punto di forza che dovrebbe diventare strutturale: accanto a medici e infermieri, servono competenze riabilitative, sociali, farmacologiche, nutrizionali e psicologiche». Se i software di ospedali e territorio non dialogano – è la sintesi – è facile immaginare quanti ostacoli si possono trovare sulla strada della cura.

I pazienti

A sostenere la promozione dell’OAD è attiva da tempo l’associazione “Promozione dell’Ospedale a casa”. La presiede da otto anni Laura Scarzello, un volto noto a Torino perché per anni è stata l’efficientissima segretaria di Rolando Picchioni, a lungo presidente del Salone del libro. «Ho avuto una mamma che è mancata a cento anni e che non ha passato un solo giorno in ospedale», ha raccontato a L’Unica. «Negli ultimi mesi è stata seguita a casa: un’esperienza fantastica. Anni fa è stato il mio turno, una brutta polmonite dopo un infarto. Non penso che possa esserci soluzione migliore per una famiglia che riesce a tenere a casa i familiari malati, soprattutto se anziani».

Dalla vita vissuta è partita la sua battaglia: «Anche Picchioni ci ha aiutati in questa causa e ci dava uno stand al Salone per pubblicizzare la nostra attività e il servizio». Un mese fa, la presidente Scarzello ha chiesto un incontro all’assessore regionale Federico Riboldi: «Ci ha ascoltato e con lui c’era anche il direttore regionale della sanità Antonino Sottile. Ci hanno parlato della possibilità di avviare un tavolo di lavoro su questo tema. Incrocio le dita, negli anni siamo andati a bussare a tutti, ma dopo le parole non sono mai seguiti i fatti». È anche una questione di principio: «Solo se abiti in centro o vicino alle Molinette hai diritto a questo servizio. Gli altri sono pazienti di serie B?».

La lezione del Covid

La necessità di superare l’organizzazione tradizionale a favore di modelli più flessibili e facilmente riorganizzabili in caso di necessità si è resa più evidente durante la pandemia, quando si è riscontrato con chiarezzache l’ospedale non è in grado di affrontare da solo la gestione sanitaria di una popolazione anziana in progressivo aumento.

In quegli anni anche l’OAD ha dovuto affrontare molte difficoltà logistiche e di sicurezza, superate in parte dal ricorso a strumenti di telemonitoraggio. È stato così possibile trattare al domicilio i pazienti che non necessitavano di procedure invasive evitando il ricovero nei reparti Covid, soprattutto per le persone ad alto rischio di eventi avversi, principalmente pazienti immunodepressi e più fragili, e riducendo i devastanti effetti negativi legati al ricovero ospedaliero in area Covid: senso di abbandono e isolamento sociale, depressione e depersonalizzazione.

Prospettive future

Quale potrebbe essere il ruolo dell’ospedalizzazione a domicilio all’interno del futuro Parco della salute, annunciato con ottimismo, al netto di inchieste e ritardi, per la fine del 2031? Da maggio 2018 ad aprile 2021, l’OAD ha preso parte al progetto “La casa nel parco”. «L’obiettivo era proporre soluzioni per l’e-health, la sanità digitale: applicazione di tecnologie ICT nella gestione dei processi sanitari, telemedicina e telemonitoraggio», ha spiegato a L’Unica Marinello. «Il perno del progetto è proprio la riflessione sullo sviluppo di tecnologie di avanguardia anche per le cure agli anziani nei due futuri grandi ospedali, Torino e Novara. Fondamentale, tuttavia, che il modello sia ripensato già in fase di progettazione con il suo inserimento all’interno della rete territoriale».

“La casa nel parco” è un lavoro da 11 milioni di budget finanziati da fondi FESR (Fondi europei per lo sviluppo regionale) 2014-2020, che ha coinvolto imprese, Università e Politecnico con otto diversi dipartimenti, dall’informatica all’ingegneria edile, da diritto e filosofia alla medicina e farmacia, e due enti di ricerca privati, il Collegio Carlo Alberto e la Fondazione ISI. Oltre a tre ospedali: la Città della salute e della scienza di Torino, l’Ospedale maggiore della carità di Novara, la Fondazione don Gnocchi a Torino.

Di recente, l’assessore alla Sanità del Piemonte Federico Riboldi ha voluto segnalare l’esperienza dell’OAD nelle sue Good news, la newsletter settimanale sulle buone notizie della sanità: una scelta che fa sperare nella volontà di potenziare il progetto. «La Regione guarda con grande interesse a queste esperienze innovative, che contribuiscono a rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e a utilizzare in modo sempre più appropriato le risorse disponibili», ha detto l’assessore a L’Unica. «Il nostro compito è continuare a monitorarne i risultati, valorizzare le buone pratiche e verificare come possano essere ulteriormente sviluppate all’interno della rete sanitaria piemontese, sempre mantenendo al centro la sicurezza e i bisogni dei pazienti».

Nei prossimi giorni Riboldi ha convocato un incontro per avviare una riflessione: «L’ospedalizzazione a domicilio è uno degli esempi più interessanti di come la sanità possa evolvere per rispondere ai cambiamenti demografici e ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e fragile», ha aggiunto. «L’esperienza della Città della salute, che da quarant’anni rappresenta un punto di riferimento nazionale in questo ambito, dimostra che in determinate condizioni è possibile garantire cure di livello ospedaliero direttamente a casa del paziente. La sfida dei prossimi anni sarà proprio portare sempre più cure vicino alle persone, soprattutto utilizzando al meglio le opportunità offerte dall’innovazione organizzativa e tecnologica».

Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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Dipendenti di Anthropic accusano la Casa Bianca di prenderli di mira


I motivi di sicurezza risultano "generici".
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In breve:


Venerdì scorso, la Casa Bianca ha intimato ad Anthropic di sospendere entro 90 minuti l'accesso ai suoi ultimi modelli AI, Fable 5 e Mythos 5, citando generici motivi di sicurezza nazionale. L'azienda non ha ricevuto spiegazioni dettagliate: solo dopo aver condotto indagini in autonomia ha scoperto l'esistenza di un report di Amazon che segnalava la capacità di Fable 5 di identificare falle nel codice (funzionalità proibita). Esperti di cybersecurity sostengono però che si tratti di una funzione utile alla difesa, non all'attacco, e che modelli concorrenti come quelli di OpenAI abbiano capacità analoghe. Oltre 150 esperti hanno firmato una lettera aperta al governo chiedendo di revocare le restrizioni. Sei giorni dopo l'ordine, Dario Amodei è ancora in trattativa con l'amministrazione Trump senza aver raggiunto alcuna intesa, mentre i circa 3.000 dipendenti di Anthropic restano in un limbo.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic Employees Accuse Trump Administration of Targeting Them

nytimes.com


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Wall Street sogna la mega-fusione tra SpaceX e Tesla


Un conglomerato da 4.000 miliardi di dollari.
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In breve:


Dopo la più grande IPO della storia, SpaceX potrebbe compiere un passo ancora più ambizioso: fondersi con Tesla per creare un conglomerato da circa 4.000 miliardi di dollari. Investitori, analisti e la stessa COO di SpaceX Gwynne Shotwell hanno già discusso pubblicamente i vantaggi dell'operazione, che unirebbe razzi, Starlink, auto elettriche, intelligenza artificiale, robot umanoidi e data center orbitali sotto un'unica entità. Musk controlla SpaceX con oltre l'82% dei voti e possiede circa il 20% di quelli Tesla, il che rende la fusione tecnicamente fattibile. Le leggi texane — dove entrambe le società hanno sede — rendono molto difficile per gli azionisti contestare la mossa: per fare causa serve il 3% delle azioni, che al valore attuale di Tesla equivale a 45 miliardi di dollari di titoli. Serve comunque l'approvazione dei due terzi degli azionisti Tesla, ma il board ha storicamente sostenuto Musk e molti azionisti retail sono suoi fedeli sostenitori. Il principale ostacolo rimane la valutazione: se i termini della fusione penalizzassero troppo gli azionisti Tesla, Musk rischierebbe di perdere consensi. Regolatori antitrust americani ed europei potrebbero teoricamente intervenire, ma gli esperti considerano un'azione concreta improbabile nell'attuale contesto politico.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Musk’s Next Move May Be a Megamerger of SpaceX and Tesla

nytimes.com


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iPhone Air 2 nel 2027, Anthropic contro la Casa Bianca, SpaceX che potrebbe fondersi con Tesla


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon venerdì,
ieri abbiamo parlato della line up di prodotti Apple per il 2027 ma oggi se ne aggiunge un altro: la seconda generazione di iPhone Air. Poi parleremo degli scontri tra Casa Bianca e Anthropic; della possibilità del merger tra SpaceX e Tesla, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Apple prepara un iPhone Air di seconda generazione per la primavera 2027


Tecnologia
Apple sta sviluppando una seconda generazione di iPhone Air, con nome in codice V62, prevista per la primavera 2027. Si aggiungerà una seconda fotocamera posteriore grandangolare — risolvendo la principale critica al modello attuale da 999 dollari — e miglioramenti all'autonomia della batteria. Il dispositivo sarà equipaggiato con una versione del chip A20 Pro, lo stesso che equipaggerà gli iPhone 18 autunnali. L'autunno 2025 è riservato ai soli modelli Pro e al primo foldable, mentre il nuovo Air e l'iPhone 18 standard arriveranno circa sei mesi dopo, nella primavera 2027.
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Fonte: bloomberg.com
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Dipendenti di Anthropic accusano la Casa Bianca di prenderli di mira


Politica
Venerdì scorso, la Casa Bianca ha intimato ad Anthropic di sospendere entro 90 minuti l'accesso ai suoi ultimi modelli AI, Fable 5 e Mythos 5, citando generici motivi di sicurezza nazionale. L'azienda non ha ricevuto spiegazioni dettagliate: solo dopo aver condotto indagini in autonomia ha scoperto l'esistenza di un report di Amazon che segnalava la capacità di Fable 5 di identificare falle nel codice (funzionalità proibita). Esperti di cybersecurity sostengono però che si tratti di una funzione utile alla difesa, non all'attacco, e che modelli concorrenti come quelli di OpenAI abbiano capacità analoghe. Oltre 150 esperti hanno firmato una lettera aperta al governo chiedendo di revocare le restrizioni. Sei giorni dopo l'ordine, Dario Amodei è ancora in trattativa con l'amministrazione Trump senza aver raggiunto alcuna intesa, mentre i circa 3.000 dipendenti di Anthropic restano in un limbo.
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Fonte: nytimes.com
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Wall Street sogna la mega-fusione tra SpaceX e Tesla


Business
Dopo la più grande IPO della storia, SpaceX potrebbe compiere un passo ancora più ambizioso: fondersi con Tesla per creare un conglomerato da circa 4.000 miliardi di dollari. Investitori, analisti e la stessa COO di SpaceX Gwynne Shotwell hanno già discusso pubblicamente i vantaggi dell'operazione, che unirebbe razzi, Starlink, auto elettriche, intelligenza artificiale, robot umanoidi e data center orbitali sotto un'unica entità. Musk controlla SpaceX con oltre l'82% dei voti e possiede circa il 20% di quelli Tesla, il che rende la fusione tecnicamente fattibile. Le leggi texane — dove entrambe le società hanno sede — rendono molto difficile per gli azionisti contestare la mossa: per fare causa serve il 3% delle azioni, che al valore attuale di Tesla equivale a 45 miliardi di dollari di titoli. Serve comunque l'approvazione dei due terzi degli azionisti Tesla, ma il board ha storicamente sostenuto Musk e molti azionisti retail sono suoi fedeli sostenitori. Il principale ostacolo rimane la valutazione: se i termini della fusione penalizzassero troppo gli azionisti Tesla, Musk rischierebbe di perdere consensi. Regolatori antitrust americani ed europei potrebbero teoricamente intervenire, ma gli esperti considerano un'azione concreta improbabile nell'attuale contesto politico.
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Fonte: nytimes.com
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Apple alzerà i prezzi: colpa della crisi dei chip di memoria


Big tech
Apple aumenterà i prezzi dei suoi prodotti per far fronte al rincaro dei chip di memoria e storage, lo ha dichiarato Tim Cook al Wall Street Journal. La causa principale è la domanda esplosiva da parte delle grandi aziende AI — Google, Microsoft, Meta, Amazon — che sta sottraendo forniture al mercato consumer: i prezzi di DRAM e NAND sono quadruplicati nell'ultimo anno e, secondo TechInsights, continueranno a crescere fino al 2027. L'impatto sull'iPhone 18 Pro potrebbe essere di circa 270 dollari in più rispetto al modello attuale. Cook non ha indicato tempi o prodotti specifici, ma aumenti su Mac e iPad potrebbero arrivare prima di settembre, quando è atteso il lancio della nuova lineup iPhone.
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Fonte: wsj.com
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Il Pentagono conferma: Grok di xAI usato negli attacchi contro l'Iran


Intelligenza Artificiale
Il Dipartimento di Giustizia americano ha rivelato, in un documento legale del 15 giugno, che Grok di xAI è già integrato in Project Maven, il programma militare di targeting assistito dall'AI. Secondo la dichiarazione giurata di Cameron Stanley, capo dell'AI al Pentagono, il sistema ha permesso alle forze statunitensi di colpire 2.000 bersagli distinti con 2.000 munizioni in 96 ore durante la cosiddetta Operation Epic Fury. Grok ha preso il posto di Claude di Anthropic, il cui contratto con il Pentagono era stato annullato a fine febbraio dopo il rifiuto dell'azienda di consentire l'uso del modello per attacchi completamente automatizzati o per la sorveglianza di massa dei cittadini americani.
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Fonte: lemonde.fr
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Apple alzerà i prezzi: colpa della crisi dei chip di memoria


L'iPhone 18 Pro potrebbe costare 270$ in più.
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In breve:


Apple aumenterà i prezzi dei suoi prodotti per far fronte al rincaro dei chip di memoria e storage, lo ha dichiarato Tim Cook al Wall Street Journal. La causa principale è la domanda esplosiva da parte delle grandi aziende AI — Google, Microsoft, Meta, Amazon — che sta sottraendo forniture al mercato consumer: i prezzi di DRAM e NAND sono quadruplicati nell'ultimo anno e, secondo TechInsights, continueranno a crescere fino al 2027. L'impatto sull'iPhone 18 Pro potrebbe essere di circa 270 dollari in più rispetto al modello attuale. Cook non ha indicato tempi o prodotti specifici, ma aumenti su Mac e iPad potrebbero arrivare prima di settembre, quando è atteso il lancio della nuova lineup iPhone.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple to Raise Prices Due to Memory Chip Crunch, Tim Cook Says

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Il Pentagono conferma: Grok di xAI usato negli attacchi contro l'Iran


Rivelato in un atto legale del Dipartimento di Giustizia.
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In breve:


Il Dipartimento di Giustizia americano ha rivelato, in un documento legale del 15 giugno, che Grok di xAI è già integrato in Project Maven, il programma militare di targeting assistito dall'AI. Secondo la dichiarazione giurata di Cameron Stanley, capo dell'AI al Pentagono, il sistema ha permesso alle forze statunitensi di colpire 2.000 bersagli distinti con 2.000 munizioni in 96 ore durante la cosiddetta Operation Epic Fury. Grok ha preso il posto di Claude di Anthropic, il cui contratto con il Pentagono era stato annullato a fine febbraio dopo il rifiuto dell'azienda di consentire l'uso del modello per attacchi completamente automatizzati o per la sorveglianza di massa dei cittadini americani.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Musk’s AI, Grok, was used in strikes in Iran, reveals Pentagon

lemonde.fr


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Apple prepara un iPhone Air di seconda generazione per la primavera 2027


Doppia fotocamera posteriore e batteria migliorata in arrivo.
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Apple sta sviluppando una seconda generazione di iPhone Air, con nome in codice V62, prevista per la primavera 2027. Si aggiungerà una seconda fotocamera posteriore grandangolare — risolvendo la principale critica al modello attuale da 999 dollari — e miglioramenti all'autonomia della batteria. Il dispositivo sarà equipaggiato con una versione del chip A20 Pro, lo stesso che equipaggerà gli iPhone 18 autunnali. L'autunno 2025 è riservato ai soli modelli Pro e al primo foldable, mentre il nuovo Air e l'iPhone 18 standard arriveranno circa sei mesi dopo, nella primavera 2027.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Prepares Second-Generation iPhone Air for Spring 2027

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Alternativa in italiano:

iPhone Air 2 arriva in primavera 2027 e corregge due difetti
Apple, iPhone Air
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Huawei lancia i PC desktop con HarmonyOS: debutto fissato a settembre


Presentati alla HDC 2026, i nuovi modelli HM740 e HM940 puntano al mercato aziendale con sicurezza avanzata e un ecosistema software indipendente.

In occasione della recente Huawei Developer Conference (HDC 2026), il colosso tecnologico cinese ha annunciato un passo decisivo verso l'indipendenza informatica nazionale: Zhu Dongdong, Presidente della linea di prodotti Terminal Tablet e PC di Huawei, ha annunciato che i primi PC desktop commerciali basati su HarmonyOS saranno lanciati ufficialmente sul mercato il prossimo settembre.

Dopo aver consolidato la sua presenza nel mercato smartphone e tablet nonostante i blocchi, il colosso cinese si appresta ora a sfidare i giganti del settore dei computer business con un'offerta che si concretizzerà inizialmente nei modelli HM740 e HM940, macchine progettate non per il mercato consumer generalista, ma specificamente per le rigorose esigenze delle imprese.

Questi dispositivi, infatti, non saranno semplici adattamenti delle versioni domestiche, ma integreranno chip di sicurezza dedicati e funzionalità avanzate per la protezione dei dati, rispondendo ai più elevati standard di conformità richiesti dalle grandi organizzazioni.

Tra le specifiche tecniche di rilievo del modello HM740 spiccano uno spessore di soli 14,5 millimetri e un peso piuma di 1,32 chilogrammi, caratteristiche che non sacrificano l'autonomia, capace di raggiungere le 21 ore di utilizzo. Il display OLED da 14,2 pollici con frequenza di aggiornamento a 120Hz garantisce inoltre un'esperienza visiva fluida e professionale. Il lancio di settembre sarà preceduto da una fase cruciale di test e programmi pilota che inizieranno tra i mesi di luglio e agosto, permettendo alle aziende interessate di valutare l'hardware e l'integrazione software in anteprima.

Un elemento distintivo di questi PC è l'inclusione della tecnologia di separazione digitale dual-space, una funzione studiata per mantenere rigorosamente distinti l'ambiente lavorativo e quello personale all'interno dello stesso hardware. Con questa iniziativa, Huawei mira a costruire un ambiente informatico sicuro e integrato che possa operare senza fare affidamento sui sistemi operativi occidentali tradizionali.

Fonte: Gizmochina

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The Witcher: in arrivo un RPG co-op free-to-play per PC e mobile


Secondo le ultime indiscrezioni, un nuovo titolo della saga ambientato nel 1230 permetterà di creare il proprio strigo personalizzato.

Il mondo degli strighi si prepara ad espandersi con un nuovo progetto che promette di portare l'universo di The Witcher su piattaforme finora meno esplorate dalla saga principale. Secondo recenti indiscrezioni emerse da un report di MP1st, infatti, sarebbe attualmente in fase di sviluppo un nuovo titolo d'azione RPG cooperativo, concepito come esperienza free-to-play destinata esclusivamente a PC e dispositivi mobile.

Sebbene manchi ancora una conferma ufficiale da parte di CD Projekt Red, le informazioni trapelate delineano un quadro piuttosto dettagliato su quello che potrebbe essere il futuro del franchise nel settore del gaming portatile e dei servizi gratuiti. L'ambientazione temporale del gioco ci porterebbe indietro nel tempo fino all'anno 1230, un'epoca in cui Geralt era ancora un giovane strigo.

La vera novità risiederebbe tuttavia nella possibilità per i giocatori di creare il proprio personaggio, scegliendo genere e aspetto estetico. Il fulcro dell'esperienza di gioco si baserebbe sull'accettazione di contratti per l'abbattimento di mostri, portando gli utenti a esplorare foreste, villaggi e rovine infestate.

Il sistema di combattimento sembrerebbe voler mantenere intatta l'essenza della serie, integrando abilità legate alle diverse scuole di addestramento, l'uso dei Segni e la preparazione di pozioni. Le meccaniche di gioco includerebbero poi un combat system dinamico basato sul tempismo, con blocchi, schivate, parate ed esecuzioni spettacolari.

Per quanto riguarda lo sviluppo, non è ancora stata confermata l'identità dello studio incaricato della realizzazione del progetto. Tuttavia, si ipotizza che il titolo possa essere legato alla collaborazione tra CD Projekt e lo sviluppatore Scopely, mirata alla creazione di un gioco basato su uno dei franchise di punta della software house polacca. Tuttavia, è importante non confondere questo nuovo rumor con il già noto Project Sirius, un altro titolo del mondo Witcher che prevede sia modalità single-player che multiplayer.

Fonte: VideoCardz

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Xbox Game Studios: Duncan si dimette mentre incombono nuovi licenziamenti


Dopo l'addio del leader di Xbox Game Studios, Microsoft si prepara a una drastica ristrutturazione per garantire la sostenibilità del business gaming.

Il panorama dei videogiochi in casa Microsoft sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata da cambiamenti significativi nei vertici aziendali e dall'ombra persistente di nuove ristrutturazioni.

Craig Duncan, che aveva assunto la guida di Xbox Game Studios nell'ottobre del 2024, ha annunciato le proprie dimissioni, lasciando vacante una posizione chiave per la terza volta in meno di due anni. Insieme a lui, anche Louise O'Connor, chief of staff della divisione, lascerà il suo incarico. Fino alla nomina di un successore, i principali studi di sviluppo come Halo Studios, The Coalition, Playground Games e Ninja Theory riporteranno direttamente a Matt Booty, attuale chief content officer di Xbox.

Questa instabilità al vertice non giunge in modo isolato, ma riflette un contesto aziendale complicato da un recente documento interno in cui Matt Booty e la CEO di Xbox Asha Sharma hanno parlato apertamente della necessità di un "reset" del business, giustificato da un calo dei ricavi.

I dirigenti hanno evidenziato come l'aumento dei costi dei componenti hardware e la crescente concorrenza per l'attenzione dei giocatori stiano mettendo a dura prova la divisione gaming. È emersa inoltre l'ammissione di una sovraesposizione mediatica e strategica: dopo anni di acquisizioni aggressive, Microsoft riconosce di essere eccessivamente estesa e di non aver finanziato adeguatamente tutti gli studi acquisiti per garantire la loro competitività.

La preoccupazione dei dipendenti è alimentata da indiscrezioni che suggeriscono una nuova ondata di licenziamenti di massa. Secondo quanto riportato da Bloomberg, i tagli potrebbero concretizzarsi subito dopo la fine dell'anno fiscale di Microsoft, prevista per il 30 giugno.

Questa prospettiva appare ancora più cupa se si considera la recente storia occupazionale dell'azienda, che ha già visto l'eliminazione di migliaia di posti di lavoro tra l'inizio del 2024 e il 2025. Molti di questi interventi hanno già portato alla cancellazione di progetti e alla chiusura di interi studi di sviluppo, lasciando presagire un ridimensionamento finalizzato al recupero dell'efficienza operativa perduta.

Fonte: Engadget

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MSI Claw 8 EX AI+: il nuovo handheld con Intel Arc G3 Extreme costa 1.799 dollari


Confermati i prezzi ufficiali per la console portatile MSI: lo store US fissa il listino a 1.799 dollari, superando le stime iniziali.

MSI ha ufficialmente svelato il posizionamento di mercato per la sua nuova console portatile, la Claw 8 EX AI+, e i dati che emergono delineano un prodotto di fascia estremamente alta, almeno sotto il profilo del costo.

Secondo quanto riportato dallo store ufficiale del produttore negli Stati Uniti, il prezzo di listino per il nuovo dispositivo equipaggiato con la piattaforma Intel Arc G3 Extreme è stato fissato a ben 1.799 dollari, allontanando le speranze di chi auspicava un lancio più aggressivo o allineato alla concorrenza meno costosa, posizionando l’hardware di MSI tra le soluzioni handheld più dispendiose mai apparse sul mercato globale fino ad oggi.

Le discrepanze tra i vari rivenditori offrono comunque un quadro leggermente più sfumato, sebbene il prezzo rimanga proibitivo per molti. Mentre lo store ufficiale di MSI indica la soglia dei 1.799 dollari, infatti, l’assistente virtuale per lo shopping di Newegg ha recentemente indicato un prezzo di 1.699 dollari, una cifra che sembra coincidere con quanto già riportato all'inizio del mese da Best Buy. Al momento non è chiaro se questo scarto di cento dollari sia giustificato da eventuali bundle speciali o accessori inclusi nella versione venduta direttamente dal produttore, poiché MSI non ha ancora fornito dettagli ufficiali in merito a promozioni che possano spiegare tale differenza di prezzo.

Il dato più significativo che emerge da queste conferme è il netto distacco dalle previsioni circolate durante lo scorso Computex, dove si ipotizzava un prezzo di lancio attorno ai 1.500 dollari. La realtà dei fatti mostra un incremento considerevole rispetto a quelle stime iniziali, probabilmente anche a causa dell'aumento generalizzato nei costi delle memorie.

Con un hardware che promette prestazioni elevate grazie al chip Arc G3 Extreme e a configurazioni che dovrebbero includere opzioni da 16GB e 24GB di RAM, la Claw 8 EX AI+ punta chiaramente a una nicchia di utenti enthusiast disposti a investire cifre paragonabili a quelle di un computer portatile da gioco di alto livello.

Fonte: VideoCardz

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Usa e Iran firmano il memorandum d'intesa: venerdì i negoziati a Burgenstock


Trump ha siglato l'accordo durante la cena a Versailles con Macron. Teheran: "Gli Usa costringano Israele a rispettare il cessate il fuoco"

Donald Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian hanno firmato mercoledì sera, in collegamento a distanza, il memorandum d'intesa che prevede la cessazione immediata delle ostilità. Trump ha siglato il documento durante la cena alla Reggia di Versailles con il presidente francese Emmanuel Macron, secondo quanto riporta RaiNews.

I primi colloqui tra le parti si terranno venerdì a Burgenstock, in Svizzera. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri svizzero, precisando che all'incontro parteciperanno, oltre a Usa e Iran, i mediatori Pakistan e Qatar e altri Paesi coinvolti. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha dichiarato di essere pronta a contribuire su "misure concrete" per l'attuazione dell'accordo.

Sul piano diplomatico, la Cina ha accolto con favore la firma attraverso una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, che l'ha definita un passo "con significato positivo per allentare le tensioni", auspicando che entrambe le parti affrontino la seconda fase dei negoziati "in modo razionale e pragmatico". Papa Leone XIV ha espresso soddisfazione per l'intesa. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha precisato che la Germania potrà partecipare a un'eventuale operazione di sminamento nello Stretto di Hormuz solo con l'approvazione di Iran e Oman e previa autorizzazione parlamentare.

Restano nodi aperti sul fronte israeliano. Teheran ha avvertito che una prosecuzione degli attacchi israeliani in Libano costituirebbe "una violazione degli impegni della controparte nel memorandum", chiedendo agli Stati Uniti di costringere Israele a rispettare il cessate il fuoco. Secondo il Wall Street Journal, durante i negoziati Trump avrebbe sollecitato il premier israeliano Benjamin Netanyahu a interrompere i bombardamenti. In un'altra conversazione avrebbe espresso preoccupazione per l'impatto economico del conflitto.

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Trump continua a smantellare il Dipartimento dell'Istruzione


L'istruzione speciale passa al dipartimento della Sanità e l'applicazione dei diritti civili nelle scuole alla Giustizia, un nuovo passo verso la chiusura del Dipartimento dell'Istruzione.

L'amministrazione del presidente Donald Trump sposterà funzioni centrali del Dipartimento dell'Istruzione verso altre agenzie federali, un nuovo passo verso lo smantellamento del ministero. I programmi per l'istruzione speciale, destinati agli studenti con disabilità, passeranno al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, il ministero che si occupa di sanità e welfare, mentre l'applicazione dei diritti civili nelle scuole andrà al Dipartimento di Giustizia, secondo quanto riportato da Politico.

Lo scorso giugno più di trenta tra Stati e territori avevano bisogno di assistenza per rispettare i requisiti della legge IDEA, la norma federale che garantisce l'istruzione gratuita agli studenti con disabilità dai 3 ai 21 anni. Circa venti tra Stati e territori non riuscivano a rispettare gli obblighi federali sui servizi di intervento precoce per neonati e bambini piccoli. Alcuni Stati hanno bisogno di un "intervento", che può significare la creazione di un piano di miglioramento o un accordo con il governo federale per mettersi in regola.

L'Ufficio per i diritti civili del Dipartimento dell'Istruzione è stato lo strumento principale con cui l'amministrazione Trump ha imposto le sue priorità politiche nelle scuole. Ha aperto indagini su istituti per le loro politiche di inclusione delle persone transgender, su presunti episodi di antisemitismo nei campus universitari e sulla discriminazione su base etnica nelle ammissioni all'università.

Con il nuovo accordo l'ufficio userà la divisione per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia, il ministero della Giustizia americano, per valutare, indagare e risolvere i reclami. L'Ufficio per i diritti civili manterrà alcuni compiti previsti dalla legge, come l'elaborazione delle linee guida e l'assistenza tecnica a scuole e Stati, e continuerà a gestire le mediazioni, a negoziare gli accordi e a decidere se procedere con un'azione amministrativa o trasferire i casi alla giustizia. I reclami però saranno risolti sulla base delle conclusioni e delle soluzioni proposte dal Dipartimento di Giustizia.

Lo spostamento del lavoro non avverrà subito e le discussioni con il Dipartimento di Giustizia proseguiranno nelle prossime settimane. Un alto funzionario del Dipartimento dell'Istruzione ha detto che la firma dell'accordo è solo il primo passo della collaborazione tra i due enti e che ora inizieranno i colloqui su tempi di assunzione del personale, risorse necessarie e organici. Lo stesso funzionario ha assicurato che le indagini in corso dell'ufficio non saranno toccate e che il personale addetto all'applicazione delle norme resterà disponibile.

Diversi parlamentari repubblicani ed ex funzionari della prima amministrazione Trump hanno appoggiato la mossa, sostenendo che potrebbe rafforzare le tutele. Kenneth Marcus, ex sottosegretario ai diritti civili durante il primo mandato di Trump, ha detto che il Dipartimento di Giustizia dispone di "potenti strumenti investigativi e di contenzioso" che possono rendere più efficace l'applicazione delle norme quando le istituzioni non le rispettano e che un approccio più integrato può portare maggiori risorse e più coerenza.

I critici del trasferimento temono che il Dipartimento di Giustizia non sia attrezzato per il lavoro dell'ufficio. Il suo compito è portare in tribunale i casi che il Dipartimento dell'Istruzione gli segnala, ma non conduce le indagini iniziali e non ha la struttura per gestire le migliaia di reclami per discriminazione nelle scuole presentati ogni anno, che spesso si risolvono prima che venga avviata una causa.

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Enasarco fa tappa a Lecce: confronto sul futuro degli agenti di commercio e della rete produttiva pugliese


La Fondazione porta sul territorio il dialogo su previdenza, welfare e formazione. Al centro dell’incontro il ruolo strategico dell’intermediazione commerciale per la crescita delle imprese
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Un confronto diretto con il territorio per ascoltare esigenze, raccogliere istanze e costruire nuove prospettive per il mondo degli agenti di commercio. È questo il senso dell’incontro promosso dalla Fondazione Enasarco alla Camera di Commercio di Lecce, appuntamento dedicato al rapporto tra previdenza, sviluppo economico e trasformazione del lavoro.

A partecipare all’iniziativa la presidente di Enasarco Patrizia De Luise, il direttore generale Antonio Buonfiglio e il consigliere di amministrazione Giuseppe Coppola, che hanno incontrato rappresentanti del mondo imprenditoriale e istituzionale pugliese.

La giornata ha acceso i riflettori su una regione caratterizzata da una forte presenza di imprese e da un sistema commerciale dinamico. La Puglia conta infatti oltre 327 mila attività produttive, con migliaia di realtà che si affidano agli agenti di commercio come figura fondamentale per collegare aziende, mercati e consumatori.

Un ruolo particolarmente evidente nei settori del commercio e della manifattura, comparti nei quali la rete degli agenti continua a rappresentare un elemento decisivo per sostenere le vendite, favorire relazioni economiche e accompagnare le imprese nei cambiamenti del mercato.

“Essere presenti nei territori significa conoscere da vicino le necessità degli iscritti e delle imprese”, ha spiegato Patrizia De Luise, sottolineando come la Fondazione punti a rafforzare un modello basato su servizi, ascolto e vicinanza agli agenti durante tutte le fasi della loro attività professionale.

Durante l’incontro sono state presentate anche le linee strategiche di Enasarco per il prossimo triennio. Tra gli obiettivi principali ci sono il rafforzamento della previdenza integrativa, l’ampliamento delle iniziative di welfare, la formazione continua e la digitalizzazione dei servizi.

“La sfida è costruire una Fondazione sempre più moderna, capace di utilizzare strumenti innovativi per rispondere ai bisogni degli iscritti”, ha evidenziato il direttore generale Antonio Buonfiglio, ricordando l’importanza della sostenibilità economica e della solidità patrimoniale dell’ente.

La Puglia, con la sua vocazione commerciale e produttiva, rappresenta dunque un territorio strategico. Un aspetto ribadito anche dal consigliere Giuseppe Coppola, che ha evidenziato come il dialogo tra istituzioni, imprese e professionisti sia fondamentale per accompagnare la crescita del sistema economico regionale.

L’incontro si è chiuso con un momento di confronto sulle evoluzioni della professione e sulle nuove esigenze degli agenti di commercio. Un settore chiamato a cambiare insieme al mercato, ma che continua a mantenere un ruolo centrale nel tessuto economico italiano.

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Bonelli perde la causa contro “L’Avvocato dell’Atomo”: il Tribunale respinge la richiesta di risarcimento


Il giudice riconosce il diritto di critica nel dibattito pubblico e condanna Europa Verde al pagamento delle spese processuali

Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Foglio, il Tribunale civile di Roma ha respinto la domanda di risarcimento avanzata da Europa Verde nei confronti del divulgatore scientifico Luca Romano, conosciuto sui social e nel dibattito pubblico come “L’Avvocato dell’Atomo”. La vicenda giudiziaria riguardava alcune dichiarazioni pubblicate da Romano nell’ambito del confronto sull’energia nucleare e sul ruolo dei movimenti ambientalisti.

Europa Verde, formazione politica guidata da Angelo Bonelli, aveva citato in giudizio il divulgatore sostenendo che alcune espressioni da lui utilizzate nei confronti dei Verdi e delle posizioni ambientaliste avessero arrecato un danno all’immagine, all’onore e alla reputazione del partito. Nella richiesta veniva inoltre prospettato un presunto danno patrimoniale collegato alla possibile perdita di consenso politico. La domanda risarcitoria ammontava complessivamente a 52 mila euro.

Con la propria decisione, il Tribunale ha tuttavia escluso che le affermazioni contestate avessero oltrepassato i limiti del diritto di critica. Nelle motivazioni, il giudice ha evidenziato come le dichiarazioni siano state formulate nel contesto di un dibattito pubblico e politico su questioni di rilevante interesse generale, tra cui la sicurezza della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia e le valutazioni sulle politiche energetiche.

La sentenza sottolinea che la critica politica può esprimersi anche attraverso toni particolarmente severi e un linguaggio definito “colorito e pungente”, purché non si traduca in una mera aggressione personale o in un attacco gratuito alla dignità dell’interlocutore. Secondo il Tribunale, le espressioni oggetto del contenzioso rientravano nell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero e del diritto di critica.

Un ulteriore elemento valorizzato dal giudice riguarda il destinatario delle dichiarazioni. Alcuni degli epiteti contestati, infatti, sarebbero stati rivolti genericamente ai Verdi o ai movimenti ambientalisti nel loro complesso e non specificamente a Europa Verde come soggetto politico. La decisione evidenzia inoltre che le posizioni espresse da Romano risultavano inserite in un confronto fondato anche su riferimenti tecnico-scientifici e su valutazioni elaborate da organismi internazionali indipendenti, tra cui l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale civile di Roma ha rigettato integralmente la domanda proposta da Europa Verde. Contestualmente, il partito è stato condannato al pagamento delle spese legali sostenute dalla controparte, quantificate in 7.616 euro oltre Iva e ulteriori oneri previsti dalla legge.

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Le banche centrali rimpatriano l'oro dagli Stati Uniti


Un sondaggio mostra che meno istituti custodiscono i lingotti a Londra e New York. India e Francia hanno rimpatriato grandi volumi tra timori geopolitici e dazi

Le banche centrali di tutto il mondo stanno togliendo oro dai caveau di Londra e New York, sempre più diffidenti all'idea di custodire i propri lingotti fuori dai confini nazionali. Lo mostra un sondaggio annuale del World Gold Council, l'associazione che rappresenta i produttori d'oro e gestisce un fondo quotato garantito da lingotti, ripreso dal Financial Times.

Tra gli istituti che nell'ultimo anno hanno riportato a casa grandi volumi di metallo ci sono le banche centrali di India e Francia, che hanno spostato l'oro fuori da Stati Uniti e Regno Unito per custodirne di più sul proprio territorio. È una tendenza che riguarda sia il rimpatrio dei lingotti sia la diversificazione dei luoghi in cui le riserve vengono conservate.

Da anni le banche centrali aumentano le loro riserve d'oro, che di recente hanno superato i titoli del Tesoro americano diventando la principale riserva al mondo, mentre molti istituti cercano alternative al dollaro statunitense, la valuta di riferimento dell'economia globale. Il sistema di scambio del metallo poggia in larga parte su Londra, dove i caveau della Banca d'Inghilterra custodiscono oltre 700 miliardi di dollari d'oro, e su New York, il più grande mercato dei contratti futures sul metallo.

Conflitti geopolitici, regimi di sanzioni e un calo di fiducia stanno mettendo sotto pressione questo sistema. Nel sondaggio il 19 per cento degli intervistati ha detto di aver aumentato la custodia domestica o diversificato i luoghi di stoccaggio all'estero negli ultimi dodici mesi, contro il 7 per cento dell'anno precedente.

Shaokai Fan, responsabile globale per le banche centrali del World Gold Council, ha spiegato che a guidare la tendenza sono i "timori geopolitici" e la "paura di mantenere il pieno accesso al proprio oro in ogni momento". "Sono preoccupazioni che covano da tempo, ma credo che le banche centrali le prendano ora un po' più sul serio, riflettendo su dove dovrebbero custodire il loro oro", ha detto Fan. "Vogliono ridurre il rischio, anche quando questo non significa necessariamente riportare l'oro a casa."

Uno dei più grandi programmi di rimpatrio recenti è quello francese. La Banque de France ha tolto 129 tonnellate d'oro dalla Federal Reserve di New York, la banca centrale americana, tra luglio 2025 e gennaio 2026 e ora custodisce tutto il suo oro sul territorio nazionale. L'istituto ha venduto quei lingotti negli Stati Uniti e ne ha acquistati di equivalenti in Europa, ottenendo un profitto di 11 miliardi di euro, in parte grazie a un sovrapprezzo sul metallo negli Stati Uniti dovuto ai dazi. La banca ha detto che l'operazione serviva a portare le sue riserve a uno standard di qualità più alto.

Anche la banca centrale indiana ha riportato a casa negli ultimi tre anni la maggior parte dell'oro che teneva all'estero presso la Banca d'Inghilterra e la Banca dei regolamenti internazionali, l'organismo che riunisce le banche centrali. La quota d'oro custodita all'estero dalla Reserve Bank of India è scesa al 22 per cento nel marzo 2026 dal 55 per cento del marzo 2023, secondo i dati dell'istituto.

Junlu Liang, analista della società di consulenza Metals Focus, ha detto che questi spostamenti mostrano come le banche centrali stiano ripensando il ruolo dell'oro nella gestione delle riserve. "In alcuni paesi considerazioni di politica interna hanno rafforzato le richieste di avvicinare le riserve d'oro al territorio nazionale", ha detto, aggiungendo che negli ultimi anni anche Austria, Paesi Bassi e Germania ne hanno rimpatriato una parte.

Il sondaggio, a cui hanno risposto 76 banche centrali tra febbraio e maggio, segnala un calo netto di chi conserva l'oro a Londra. Il 57 per cento lo custodisce presso la Banca d'Inghilterra, contro il 64 per cento dell'anno prima. Il 14 per cento lo tiene presso la Federal Reserve di New York, in calo dal 17 per cento, mentre è cresciuto leggermente il numero di chi lo deposita presso la Banca dei regolamenti internazionali.

La Banca d'Inghilterra resta il più grande depositario di oro delle banche centrali, con riserve totali a fine maggio superiori dell'8,6 per cento rispetto a un anno prima. Secondo dichiarazioni passate dei suoi funzionari, l'istituto custodisce oro per circa 70 paesi. Il primato di Londra negli scambi resta difficile da scalfire, con un volume di transazioni superiore a 200 miliardi di dollari al giorno il mese scorso, il mercato più liquido al mondo.

Tra le banche centrali che custodiscono oro presso la Federal Reserve di New York ci sono quelle di Germania, Italia, Paesi Bassi, Grecia e Svezia, secondo le ricerche di Metals Focus. I dati ufficiali della Fed mostrano un leggero calo delle riserve d'oro estere detenute negli Stati Uniti, scese del 2 per cento tra la fine del 2024 e l'aprile 2026.

In Germania e in Italia la pressione politica per spostare alcuni di quei lingotti è cresciuta. L'anno scorso politici dei due paesi hanno chiesto una revisione delle modalità di custodia dell'oro per il timore di possibili interferenze politiche statunitensi. Il presidente Donald Trump è stato molto critico verso l'ex presidente della Fed Jay Powell, alimentando i dubbi sull'indipendenza della banca centrale americana.

Ross Norman, amministratore delegato del sito specializzato Metals Daily e veterano del commercio d'oro, ha detto che "molte banche centrali potrebbero chiedersi se sia necessario tenere quantità significative di metallo negli Stati Uniti nel contesto attuale", pur osservando che la profonda liquidità del mercato di Londra resterà molto attraente. "È un tema tanto politicamente delicato quanto economicamente importante", ha detto. "C'è una certa dose di teatro politico attorno al luogo in cui si custodisce il proprio oro."

Nel frattempo Singapore e Hong Kong stanno lavorando per offrire servizi di custodia alle banche centrali che vogliono diversificare lo stoccaggio. Il vice primo ministro di Singapore ha annunciato che la città-Stato avvierà quest'anno un sistema di compensazione per l'oro scambiato fuori dai mercati regolamentati, insieme a un servizio di caveau dedicato alle banche centrali.

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Furto alla Festa dell’Unità di Roma, arrestati quattro stranieri


Rubano a una 71enne alla Festa del PD, poi la scoperta: nell’auto altre borse, coltelli e migliaia di euro

Doveva essere una serata di dibattiti, politica e partecipazione targata PD. Invece, alla Festa dell’Unità in corso a Villa Lazzaroni, nel quartiere Appio Latino, una donna di 71 anni è stata derubata della borsa mentre si trovava tra gli stand della manifestazione.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, il gruppo responsabile sarebbe composto da due donne peruviane, di 23 e 38 anni, e da due cittadini cubani, di 34 e 40 anni. Dopo aver sottratto la borsa all'anziana, contenente documenti, carte di credito e denaro contante, i quattro avrebbero tentato di allontanarsi a bordo di un'auto a noleggio.

La fuga è però durata poco. I militari del Nucleo Operativo della Compagnia Roma Centro hanno intercettato il veicolo e recuperato immediatamente la refurtiva, restituendola alla proprietaria.

Durante la successiva perquisizione dell'auto sono emersi ulteriori elementi: all'interno del mezzo sono state trovate altre quattro borse con portafogli e documenti riconducibili ad altre possibili vittime, oltre a 2.360 euro in contanti, carte di pagamento, valuta estera e un coltello da cucina con una lama di circa 30 centimetri. Per il possesso dell'arma i quattro sono stati anche denunciati.

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Meloni supera Macron su Instagram: 7 milioni di follower, prima tra i leader europei


Determinanti gli appuntamenti internazionali e un reel su Instagram con il premier indiano Narendra Modi diventato virale

L'account Instagram di Giorgia Meloni ha raggiunto oggi, 18 giugno 2026, quota 7 milioni di follower, superando Emmanuel Macron, fermo a 6,7 milioni, e diventando così il canale più seguito tra i leader europei. È quanto emerge dal report "Arcadia Mood" realizzato dalla società Arcadia, che analizza l’evoluzione dell’account dal 2022 a oggi.

La crescita non è stata lineare, ma ha seguito fasi di accelerazione in corrispondenza dei principali appuntamenti politici e internazionali della premier. Tra i fattori che, secondo il report, hanno inciso maggiormente ci sono la campagna elettorale del 2022, i principali vertici internazionali, gli interventi alle Nazioni Unite e alcune fasi di forte esposizione mediatica legate a temi di politica interna ed estera.

Il contributo più significativo alla crescita recente è arrivato da un singolo contenuto: il reel del 21 maggio 2026 in cui il premier indiano Narendra Modi consegna a Meloni una confezione di toffee con la scritta “Melodi”, riferimento all’hashtag virale legato ai due leader. Il video ha raggiunto 277 milioni di visualizzazioni, 13,2 milioni di like e oltre mezzo milione di commenti, configurandosi come uno dei contenuti politici più virali a livello globale sulla piattaforma.

Tra maggio e giugno, la combinazione tra eventi internazionali, in particolare la visita di Modi a Roma e il G7 di Evian, avrebbe contribuito, secondo Arcadia Mood, all’accelerazione finale che ha portato il profilo al traguardo dei 7 milioni di follower.

Secondo il report, oltre il 92% dei follower è italiano, con una prevalenza maschile (62,7%) e una fascia d’età dominante tra i 45 e i 64 anni. L’account pubblica in media poco meno di due post al giorno, con una maggiore attività nella seconda parte della settimana.

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Il dato che non aspetta: perché l'intelligenza artificiale ha bisogno di informazioni in tempo reale


Dal Confluent Current London 2026 alla pista di Formula 1: perché senza dati freschi e affidabili l'intelligenza artificiale rischia di accelerare le decisioni sbagliate invece di migliorarle
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Immaginiamo di chiedere indicazioni su un determinato luogo a qualcuno che incontriamo per strada ma questa persona non è a conoscenza di come, negli ultimi giorni, la viabilità abbia subito modifiche. Grazie ai suoi modi gentili la persona ci sta aiutando, ma le sue indicazioni potrebbero risultare fuorvianti portandoci in un posto diverso dalla nostra meta. Lo stesso vale per l'intelligenza artificiale che utilizziamo tutti i giorni: un sistema di IA è valido soltanto quanto i dati che riceve ed in particolare, se quei dati sono vecchi, incompleti o scollegati dalla realtà, anche la risposta più sofisticata rischia di essere, semplicemente, non esatta. È questo il nodo centrale attorno a cui ruota oggi uno dei temi più importanti nel mondo della tecnologia: la qualità e la freschezza del dato come fattore critico per l'intelligenza artificiale. Un tema che ha trovato una cornice autorevole a Londra, durante il Confluent Current London 2026, uno dei principali eventi mondiali dedicati al data streaming, tenutosi il 19 e 20 maggio scorsi presso l'ExCeL London.

Ricerche online: l’AI cambia le abitudini degli italiani
Sempre più utenti utilizzano chatbot e assistenti AI per trovare negozi, ristoranti e servizi attraverso domande naturali e conversazioni, segnando il passaggio dalle tradizionali keyword a un’esperienza di ricerca più intuitiva e personalizzata
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Cos'è il dato in tempo reale e perché conta


Tradizionalmente, le organizzazioni raccolgono i dati, li archiviano, li elaborano e infine li analizzano. Un processo che funziona bene per molte attività, ma che può diventare un limite ogni volta che il fattore tempo è determinante. In questo scenario, tecnologie come Apache Kafka (piattaforma open-source di data streaming) svolgono un ruolo che somiglia davvero a quello del sistema nervoso nel corpo umano: trasmettono i segnali nel momento in cui si generano, senza ritardi, senza perdite, mettendo in questo modo le organizzazioni in grado di reagire mentre i fatti si stanno ancora svolgendo. Così Peter Pugh-Jones di Confluent:

"Apache Kafka può essere descritto come una sorta di sistema nervoso digitale per le organizzazioni moderne. Si tratta di una tecnologia di data streaming progettata per catturare, trasportare ed elaborare informazioni in tempo reale. Ogni volta che accade qualcosa, un pagamento, un aggiornamento di consegna, la lettura di un sensore o un'interazione con un cliente, Kafka rende quell'evento immediatamente disponibile a tutti i sistemi che ne hanno bisogno."


Quando il tempo fa la differenza


Non tutti i contesti richiedono dati istantanei; tuttavia, in quei settori dove le decisioni devono essere prese in pochi secondi — o addirittura frazioni di secondo — la differenza tra un'informazione fresca e una in ritardo di qualche ora rivelarsi determinante:

"Kafka esprime il suo pieno potenziale nei contesti in cui il tempo è una variabile critica - ha dichiarato Peter Pugh-Jones - si pensi al rilevamento delle frodi, ai trasporti e alla logistica, al monitoraggio sanitario, all'e-commerce o all'Internet of Things: in tutti questi ambiti, il valore del dato si deteriora rapidamente se viene utilizzato ore o giorni dopo la sua generazione."


L'elenco si allunga se aggiungiamo i settori più critici per la vita delle persone: energia, infrastrutture, sicurezza pubblica. In questi ambiti, lo streaming dei dati non è soltanto un vantaggio competitivo, ma una necessità operativa.
Jay Kreps di Confluent sul palco dell'evento all'ExCel di Londra lo scorso maggioJay Kreps di Confluent sul palco dell'evento all'ExCel di Londra lo scorso maggio

L'intelligenza artificiale ha bisogno di contesto fresco


Uno dei messaggi più chiari emersi dal Confluent Current London 2026 riguarda il rapporto tra IA e qualità del dato. Gli esperti, infatti, rilevano come molte organizzazioni possano correre il rischio di investire in sistemi di intelligenza artificiale sofisticati, senza prima aver risolto il problema alla base che riguarda la qualità e la freschezza dei dati.

"L'intelligenza artificiale è efficace soltanto nella misura in cui il contesto che riceve è accurato e aggiornato. Se un modello lavora con dati obsoleti, incompleti o scollegati dalla realtà, può comunque produrre una risposta, ma quella risposta rischia di non riflettere la situazione attuale", ha aggiunto Pugh-Jones


Il parallelo con il mondo delle gare automobilistiche è stato tra i momenti più interessanti del Confluent Current London 2026Il parallelo con il mondo delle gare automobilistiche è stato tra i momenti più interessanti del Confluent Current London 2026

Il caso Formula 1: l'auto da corsa come sistema nervoso in miniatura


In Formula 1 non esiste il concetto di "elaborare i dati più tardi": una decisione sbagliata, assunta sulla base di informazioni vecchie anche di pochi secondi, può influenzare negativamente l'esito dell'intera gara e vanificare i sacrifici di un intero team. Il parallelo con il mondo delle gare automobilistiche è stato tra i momenti più interessanti del Confluent Current London 2026e rappresenta, probabilmente, l'esempio che più di ogni altro rende immediatamente comprensibile — anche a chi non lavora nel mondo della tecnologia — perché il dato in tempo reale faccia davvero la differenza. Ogni vettura di Formula 1, infatti, è dotata di oltre 300 sensori che misurano parametri vitali come pressione delle gomme, temperature, usura dei freni e flussi aerodinamici, e genera più di un milione di dati al secondo. Piattaforme di data streaming come Apache Kafka (Confluent nell'ottobre 2025 ha siglato un accordo pluriennale con il Visa Cash App Racing Bulls Formula 1 team) analizzano i dati istantaneamente, algoritmi di machine learning confrontano le informazioni con lo storico e forniscono agli ingegneri i dati necessari per suggerire via radio ai piloti le modifiche alle mappature del motore o avvisarli su come gestire le gomme. Grazie alla piattaforma di Confluent, questi dati riescono istantaneamente a circolare tra auto, box e Quartier Generale, dando vita a quel "sistema nervoso digitale" accennato dall'inizio di questo articolo — applicato, in questo caso, a una monoposto che corre a oltre 300 km/h. I dati raccolti diventano un vantaggio competitivo che orienta non solo le decisioni durante la gara, ma anche l'analisi successiva e la progettazione delle vetture future. Ciò che rende questo esempio efficace è il principio su cui esso stesso si fonda, alla base di ogni riflessione sull'importanza che i dati in tempo reale assumono per l'intelligenza artificiale e per le decisioni critiche in qualsiasi settore.
Il messaggio del Confluent Current London 2026 è stato chiaro: il data streaming non è soltanto una questione tecnica ma una priorità di business

Terremoti, vulcani e sensori: un'applicazione inaspettata


C'è un ulteriore campo di applicazione che, al pari della Formula 1, rende intuitivo il valore del dato in tempo reale: il monitoraggio delle catastrofi naturali. Peter Pugh-Jones ha così commentato al riguardo:

"Le catastrofi naturali rappresentano uno degli esempi più immediati e convincenti del motivo per cui i dati in tempo reale siano così preziosi. Terremoti, attività vulcaniche ed eventi sismici generano flussi continui di segnali provenienti da reti di sensori distribuiti sul territorio. Un'architettura di streaming è in grado di raccogliere, elaborare e correlare quei segnali nel momento stesso in cui vengono prodotti, supportando un rilevamento più rapido, una maggiore consapevolezza situazionale e, potenzialmente, un coordinamento delle risposte di emergenza più tempestivo ed efficace."


In questi scenari, anche un miglioramento minimo nei tempi di risposta può fare la differenza tra un intervento efficace e uno tardivo. I ricercatori e i team di emergenza potrebbero passare dalle osservazioni frammentate a una visione unificata e immediata di ciò che accade su un sito, con letture dei sensori, dati storici e segnalazioni di allerta combinate in un unico flusso continuo. L'obiettivo non è sostituire l'interpretazione scientifica, ma dotare chi lavora sul campo di un contesto più connesso e aggiornato per prendere decisioni con maggiore velocità e sicurezza.

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Il dato come priorità strategica


Il messaggio che ha attraversato l'intero Confluent Current London 2026 è stato chiaro e diretto: il data streaming non è soltanto una questione tecnica, ma una priorità di business. Senza dati puliti, affidabili e disponibili in tempo reale, l'intelligenza artificiale rischia di accelerare le decisioni sbagliate anziché migliorarle.

"Se vuoi creare vero valore di business, hai bisogno di dati puliti e affidabili. Il mio messaggio per i leader è questo: trattate il data streaming come una priorità di business, non soltanto come un argomento tecnico", conclude Pugh-Jones.


Questa è, in fondo, la lezione più importante che emerge dall'era del dato in tempo reale, nella quale non si tratta di avere la tecnologia più potente. Piuttosto, è fondamentale assicurarsi che quella tecnologia stia guardando il mondo com'è — adesso, in questo momento — e non com'era ieri.


Dalle parole chiave alle conversazioni con l’AI: così cambiano le ricerche online degli italiani


Quando scegliamo un ristorante, cerchiamo un professionista sanitario o un negozio in cui acquistare, raramente decidiamo da soli. Secondo un’indagine di Euroconsumers, il 65% dei consumatori consulta le recensioni online, e il 78% le considera determinanti nella scelta finale. A cambiare, però, è il modo in cui cerchiamo quelle informazioni: con la diffusione degli assistenti basati sull’intelligenza artificiale, la ricerca locale smette di essere una lista di parole chiave e diventa una conversazione.

Le ricerche sempre più dettagliate


Per anni la ricerca locale ha funzionato con formule essenziali: la sola espressione “vicino a me” genera ancora oggi oltre 7 milioni di ricerche al mese, secondo una rielaborazione di Local Strategy. Con i motori conversazionali come ChatGPT, Gemini o Perplexity, le ricerche diventano più lunghe e personali. Non si cerca più solo “ristorante vicino a me”, ma “viene a trovarmi il mio amico con la compagna, mi cerchi un posto tranquillo per quattro persone stasera?” o “dove portare qualcuno al primo appuntamento”. Sono richieste che racchiudono emozioni, aspettative e contesto, elementi che le tradizionali informazioni online faticano a interpretare.

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Dove si trovano, dunque, i testi da cui le AI estrapolano le informazioni per restituirci una risposta accurata? A rispondere è Luca Bove di Local Strategy:

Le informazioni emotive non vivono negli elenchi ufficiali, perché pochi documenti dicono se un locale è adatto a una serata romantica o se l’atmosfera è elegante o informale. Quelle sfumature esistono principalmente nella voce degli utenti, che si esprime, ad esempio, attraverso le recensioni. Lì le persone non raccontano cosa hanno mangiato, ma come si sono sentite”.


L’ 83% delle recensioni rimane senza risposta


Il problema è che questa materia prima è tanto ricca quanto trascurata. Analizzando oltre 875.000 profili Google italiani, Local Strategy ha rilevato che l’82% ha almeno una recensione, con una media di 153 recensioni per scheda e un voto medio di 4,38. Ma su quasi 49 milioni di recensioni analizzate, solo il 17,4% ha ottenuto una risposta dall’attività. Su questo tema, Perplexity ha siglato un accordo con Tripadvisor per integrare recensioni e valutazioni nelle sue risposte, e da ottobre 2025 Tripadvisor ha portato gli stessi contenuti dentro ChatGPT.

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A complicare il quadro c’è la pulizia automatica delle piattaforme: solo nel 2025 Google ha rimosso oltre 292 milioni di recensioni ritenute fasulle o non conformi, secondo il report sulla trasparenza di Google Maps. La fonte da cui l’AI attinge per descrivere un’attività è preziosa, ma va presidiata con continuità.

L'AI "capisce" attraverso le recensioni


L’intelligenza artificiale non “capisce” un luogo come farebbe una persona, ma costruisce le risposte partendo dalle informazioni che trova online. Quando la domanda è semplice, usa dati pratici come indirizzi, orari e descrizioni. Quando invece la domanda è più personale, cerca segnali nelle parole delle persone. Per questo le recensioni diventano sempre più importanti: aiutano l’AI a capire atmosfera, esperienza e contesto. La ricerca locale non è sparita, è solo cambiata: l’intelligenza artificiale si aggiunge agli strumenti già esistenti e legge le recensioni al posto nostro, rendendole ancora più decisive.

Cosa fare concretamente secondo gli esperti di Local Strategy


Per chi gestisce un'attività la conseguenza è concreta: la cura delle recensioni non incide più solo sulla reputazione verso i clienti, ma su come quell'attività verrà compresa, descritta e consigliata dagli assistenti AI. L'esperto Luca Bove individua tre fasi necessarie per presidiare il canale:

1. raccogliere senza filtri: chiedere le recensioni a tutti i clienti, seguendo delle opportune best practice e una strategia che varia da settore a settore. Più la base è ampia, più il quadro che restituirà ai motori di ricerca e ai sistemi AI sarà rappresentativo dell'esperienza reale di chi quell'attività l'ha già vissuta;

  1. rispondere a tutte e leggere il sentiment: anche la risposta è comunicazione, perché dimostra attenzione al cliente e, secondo diversi studi, le attività che rispondono in modo sistematico registrano tassi di conversione superiori. Attraverso sistemi AI con lettura automatica del sentiment, si possono analizzare migliaia di testi monitorando l'andamento di parole chiave come "prezzo", "personale", "negozio" o "esperienza". Si capisce così se un voto positivo dipende dalla cortesia dello staff o dalla competitività dei listini, e se una valutazione negativa è riconducibile a criticità strutturali del punto vendita;
  2. difendere e contestare: è la fase meno visibile ma sempre più cruciale. Proteggersi dalle recensioni fasulle, monitorare i competitor localmente e segnalare comportamenti scorretti è fondamentale. Le piattaforme usano sistemi di AI per moderare i contributi e cancellano, come già anticipato, le recensioni che non sembrano autentiche. Il filtro automatico, però, non è infallibile, e a volte cancella recensioni vere ottenute con fatica. In questi casi è opportuno monitorare le recensioni cancellate tramite appositi tool e interagire direttamente con le piattaforme per chiedere il ripristino.


“Le recensioni stanno diventando un patrimonio informativo, non più solo uno strumento di reputazione. Le macchine le leggono per rispondere alle persone, ma dietro ogni risposta servono ancora occhi umani capaci di cogliere il contesto: il rischio, altrimenti, è che a parlare delle attività siano dati che nessuno ha davvero ascoltato”, conclude Luca Bove.



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Cuba apre al mercato: il Partito comunista approva delle riforme economiche


Via libera a capitali privati, dollarizzazione parziale e investimenti della diaspora, mentre il blocco petrolifero di Trump spinge l'isola sull'orlo del collasso economico.

Il Partito comunista cubano ha approvato il pacchetto di riforme economiche del presidente Miguel Díaz-Canel, un cambio di rotta che apre l'isola al capitale privato e segna la revisione più profonda del modello socialista in decenni. Il comitato centrale del partito, l'unico legalmente riconosciuto a Cuba, ha dato il via libera mercoledì 17 giugno durante una sessione plenaria straordinaria, una convocazione rara decisa pochi giorni dopo l'annuncio del capo dello Stato. Per entrare in vigore le misure devono ancora passare dall'Assemblea nazionale del potere popolare, il parlamento cubano.

Le riforme ampliano le autorizzazioni alle imprese private, aprono ai capitali privati nazionali ed esteri, modernizzano il sistema bancario e introducono una dollarizzazione parziale dell'economia e una decentralizzazione territoriale. Il numero dei ministeri scenderà da 27 a un valore compreso tra 20 e 21. I comuni potranno importare, esportare e gestire valuta estera senza passare dagli intermediari statali, mentre i cubani residenti all'estero potranno investire alle stesse condizioni degli altri operatori economici.

Le imprese private, con un massimo di 100 dipendenti, sono permesse a Cuba dal 2021. Sono circa 10.000 e occupano un peso crescente nel tessuto economico, dando lavoro a un terzo della popolazione attiva. Díaz-Canel ha annunciato che i cubani, sull'isola o all'estero, avranno le stesse condizioni degli investitori stranieri, molti dei quali si sono ritirati di recente per timore delle sanzioni americane. Lo Stato avrà inoltre maggiore libertà di stringere accordi con il settore privato.

Díaz-Canel aveva presentato le riforme il 12 giugno, dicendo ai media statali, in dichiarazioni riprese dall'Associated Press, che è arrivato "il momento di cambiare" e che il paese "semplicemente non può continuare sulla rotta attuale". "Ogni opportunità nel mezzo di una crisi va colta come un momento di decollo, come un momento di crescita" ha detto. Ha indicato che il governo sta valutando interventi su commercio estero, esportazioni e logistica, fino a eliminare gli intermediari statali obbligatori e a concedere benefici sui dazi a chi porta materie prime nel paese per la produzione.

Il pacchetto è stato presentato al partito dal primo ministro Manuel Marrero Cruz, che ha insistito sul fatto che le riforme non segnano un abbandono del socialismo. "Queste trasformazioni non rappresentano una deviazione dal nostro progetto socialista, al contrario seguono la sua logica di sviluppo" ha detto. Ha aggiunto che le misure non implicano in alcun modo una rinuncia alla responsabilità sociale dello Stato.

A pesare sulla legittimità politica dell'operazione è stato l'appoggio di Raúl Castro. L'ex presidente, 95 anni, fratello minore di Fidel Castro e ormai senza incarichi ufficiali ma ancora al centro delle decisioni sul futuro dell'isola, ha partecipato in videoconferenza e firmato il documento. In una lettera presentata alla plenaria, riferita dal Le Monde, ha definito le riforme "ciò che più conviene alla rivoluzione in questo momento" e ha avvertito che conta tanto quanto la loro approvazione la corretta e tempestiva attuazione.

Le riforme arrivano nel mezzo di una crisi sempre più grave. Secondo le proiezioni della CEPAL, la commissione economica delle Nazioni Unite per l'America Latina e i Caraibi, riportate da Cuba Headlines, il PIL cubano calerà del 6,5% nel 2026, con una contrazione cumulata del 10,3% tra il 2025 e il 2026 e una perdita di quasi il 26% dal 2020. In alcune province i blackout superano le 20 ore al giorno, il raccolto di zucchero è rimasto sotto le 150.000 tonnellate, il dato più basso in oltre un secolo, e nel 2024 più di 250.000 cubani hanno lasciato il paese.

La causa immediata del peggioramento è il blocco energetico imposto dal presidente americano Donald Trump. A gennaio gli Stati Uniti hanno inasprito le restrizioni sulle forniture di petrolio all'isola per spingere il governo a cambiare il proprio modello politico-economico. Cuba produce solo il 40% del petrolio che consuma e questo l'ha lasciata semiparalizzata, con interruzioni di corrente diffuse. A fine gennaio Trump aveva minacciato dazi contro qualsiasi paese che venda o fornisca petrolio a Cuba.

Gli effetti ricadono soprattutto sulla parte più vulnerabile della popolazione, vicina ai 10 milioni di abitanti. I blackout persistenti, i tagli al sistema di razionamento alimentare statale e la carenza di acqua e medicine hanno reso la vita quotidiana un'impresa. Nelle ultime settimane diversi paesi hanno inviato aiuti umanitari: una nave partita da Cartagena è arrivata dalla Colombia con quasi 100 tonnellate di cibo, medicine e pannelli solari, su ordine del presidente Gustavo Petro, mentre pochi giorni prima un'altra nave aveva portato 1.700 tonnellate di beni essenziali da Messico e Belize.

Washington chiede a Cuba di liberare i prigionieri politici e di avviare una liberalizzazione politica ed economica in cambio della revoca delle sanzioni, in vigore con l'embargo dal 1962. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno colpito con sanzioni lo stesso Díaz-Canel e varie imprese cubane. A maggio Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti con accuse federali, tra cui omicidio, per l'abbattimento nel 1996 di due aerei civili pilotati da membri di un'organizzazione anticastrista.

L'iter è stato accelerato. Dopo il via libera del partito, l'Assemblea nazionale è stata convocata in seduta straordinaria per giovedì 18 giugno, a meno di una settimana dall'annuncio di Díaz-Canel. Diversi partecipanti al dibattito hanno avvertito che l'ostacolo principale non è politico ma culturale e riguarda un cambio di mentalità. La rettrice dell'Università dell'Avana, Miriam Nicado García, ha messo in guardia dal rischio che l'attuazione aumenti le disuguaglianze e concentri la ricchezza, chiedendo al governo di tenere ferma la giustizia sociale lungo tutto il processo.

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Leone XIV accoglie con soddisfazione l'accordo Usa-Iran e lancia un appello per la pace in Ucraina


Il Papa all'udienza generale in piazza San Pietro. Sull'intesa: "Paziente lavoro di dialogo". Sull'Ucraina: "Spegnere l'odio"

Papa Leone XIV ha commentato i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente al termine dell'udienza generale di mercoledì 17 giugno in piazza San Pietro, soffermandosi sui due dossier che lacerano lo scenario internazionale. Lo riporta Vatican News.

Sull'accordo tra Usa e Iran, che sarà firmato venerdì 19 giugno in una cerimonia al Burgenstock, sul Lago di Lucerna, Leone XIV ha espresso soddisfazione, definendolo "incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione". Ha ringraziato i Paesi che si sono impegnati per favorire l'incontro tra le parti e ha auspicato che l'accordo possa "contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli". Già ieri a Castel Gandolfo il Papa aveva detto: "Grazie a Dio, c'è questo accordo", auspicando che potesse rappresentare "veramente una soluzione alla guerra" e portare all'eliminazione delle armi nucleari.

Sul conflitto ucraino Leone XIV ha espresso dolore per le "notizie dolorose" che giungono in questi giorni, tra cui l'attacco missilistico russo della notte tra il 14 e il 15 giugno che ha provocato almeno 11 morti e devastato il tetto della Cattedrale della Dormizione a Kyiv, patrimonio mondiale dell'Unesco. Il Papa si è detto vicino "a quanti piangono i propri cari" e ha lanciato un appello: "Invito tutti a pregare perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegnere l'odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura".

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UniMarconi entra nella Top 2.000 del CWUR 2026: riconoscimento internazionale per l’ateneo digitale


Il posizionamento nella graduatoria globale conferma la crescita dell’università sul fronte della didattica, della ricerca e della presenza internazionale

L’Università degli Studi Guglielmo Marconi entra nella Top 2.000 mondiale del Center for World University Rankings (CWUR) 2026, collocandosi al 1.867° posto su oltre 21.000 istituzioni accademiche valutate a livello internazionale. Con questo risultato, l’ateneo romano si posiziona nell’8,8% delle migliori università del mondo secondo i parametri adottati dall’organizzazione che annualmente elabora una delle classifiche universitarie più diffuse a livello globale.

Il ranking CWUR prende in esame diversi indicatori, tra cui la qualità della formazione, l’occupabilità dei laureati, le performance della ricerca scientifica e l’impatto delle pubblicazioni accademiche. La presenza di UniMarconi nella graduatoria assume particolare rilievo nel panorama nazionale poiché l’ateneo risulta l’unica università telematica italiana inclusa tra le prime 2.000 posizioni della classifica.

Il risultato si inserisce in un percorso di sviluppo che negli ultimi anni ha visto l’università rafforzare le proprie attività didattiche e scientifiche, ampliando al contempo la dimensione internazionale delle proprie iniziative accademiche. L’ateneo, fondato come prima università digitale italiana riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca, conta oggi oltre 30.000 studenti e un’offerta formativa che comprende corsi di laurea, master e programmi di alta formazione.

Secondo quanto evidenziato dall’università, il riconoscimento ottenuto riflette il lavoro svolto nell’integrazione tra innovazione tecnologica e qualità accademica, con particolare attenzione allo sviluppo della ricerca e all’aggiornamento dei modelli formativi rivolti a studenti e professionisti.

"Questo riconoscimento rappresenta un’importante conferma del percorso intrapreso dall’Ateneo e del lavoro svolto quotidianamente dalla nostra comunità accademica. Essere presenti tra le migliori università del mondo e risultare l’unica università telematica italiana inclusa nella Top 2.000 del CWUR rafforza il nostro impegno nel continuare a investire nella qualità della formazione, nella ricerca e nell’innovazione", ha dichiarato il presidente dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, Alessio Acomanni.

La classifica CWUR viene pubblicata annualmente e rappresenta uno dei principali strumenti di valutazione comparativa delle università a livello internazionale. L’inclusione nel ranking costituisce per gli atenei un indicatore di visibilità e competitività in un contesto globale caratterizzato da una crescente attenzione verso la qualità della ricerca, l’efficacia della formazione e la capacità di attrarre studenti e collaborazioni scientifiche.

Per UniMarconi, il posizionamento ottenuto nell’edizione 2026 del ranking rappresenta un ulteriore elemento di consolidamento della propria presenza nel sistema universitario italiano e internazionale, in una fase di crescente sviluppo dell’offerta formativa digitale e delle attività di ricerca.

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Trump blocca il Senato e mette alle strette il suo partito


Trump pretende la fine delle tradizioni bipartisan del Senato e ha bloccato i lavori del Congresso a pochi mesi dal voto di metà mandato, in difficoltà il leader della maggioranza John Thune.

John Thune, leader della maggioranza repubblicana al Senato americano, si trova davanti a un ostacolo che non arriva dai democratici ma dal presidente Donald Trump. Il presidente pretende dal Senato la rinuncia alle sue ultime tradizioni bipartisan e ha di fatto bloccato i lavori del Congresso a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, quando i repubblicani rischiano di perdere la loro maggioranza.

La tensione è esplosa con un messaggio pubblicato su Truth Social mercoledì alle 3:54 del mattino, ora di Washington (le 9:54 in Italia), in cui Trump accusa i repubblicani di essere complici dei "Dumocrats", deforma il nome dei democratici, e li attacca per aver "ridicole" posizioni sulle regole interne del Senato e per essere "caduti in una trappola". Secondo un'analisi pubblicata sul New York Magazine, è una retorica da outsider che ricorda quella usata da Trump nella prima campagna presidenziale del 2016, quando attaccava entrambi i partiti.

Le richieste contenute in quel messaggio toccano tre pilastri del funzionamento del Senato. Il primo è il "blue slip", la consuetudine per cui ogni senatore può approvare o bloccare le nomine giudiziarie e i procuratori federali del proprio Stato. Trump chiede di archiviarla e di confermare un nuovo procuratore per il distretto sud di New York. Il secondo è il "filibuster", la regola che impone 60 voti su 100 per chiudere il dibattito e mettere ai voti una legge. Il terzo è il "parliamentarian", il funzionario non partitico che fa rispettare i regolamenti dell'aula.

Al centro dello scontro c'è la nomina di Jay Clayton, attuale procuratore del distretto sud di New York, che Trump vuole nominare direttore della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di spionaggio americane. Finché il Senato non sblocca la pratica, l'incarico resta ad interim a Bill Pulte, un alleato politico di Trump a capo di un'agenzia federale per la casa. Proprio la scelta di affidare l'intelligence a Pulte, come ha riferito Politico, ha fatto saltare un accordo triennale che era in costruzione per rinnovare il Foreign Intelligence Surveillance Act, la legge che regola la sorveglianza dell'intelligence americana.

Trump ha aggiunto che non rinnoverà quella legge sulla sorveglianza se non verrà agganciata al SAVE America Act, una proposta sull'identificazione degli elettori al momento del voto che i democratici considerano carica di norme inaccettabili. La conferma di Clayton sembrava vicina, con i repubblicani convinti che potesse arrivare già giovedì, passaggio che avrebbe sbloccato anche il prolungamento della legge sulla sorveglianza. L'amministrazione aveva sostenuto che quel rinnovo era cruciale per proteggere gli americani durante i Mondiali di calcio e le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Trump ha invece annullato all'ultimo la comparizione di Clayton davanti alla commissione intelligence del Senato.

Thune ha ripetuto pubblicamente che il SAVE America Act non ha alcuna possibilità di passare senza l'abolizione del filibuster, oppure senza smontare il processo di bilancio, operazione che a sua volta imporrebbe il licenziamento del parliamentarian. Dopo anni di sottomissione a Trump, Thune e altri senatori repubblicani stanno segnalando che queste sono linee rosse che non intendono superare.

Le frustrazioni nel partito sono uscite allo scoperto. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha annunciato il ritiro dopo aver rotto con Trump su alcune leggi, ha detto che questa dinamica sta "minando la nostra capacità di produrre i risultati che lui stesso vuole". "Non siamo il reparto produzione del ramo esecutivo, siamo il suo consiglio di amministrazione", ha aggiunto. "Se inizi a trattarci così, a coordinarti con noi così, non avremo questi imbarazzanti passi falsi."

Thune ha scelto toni più contenuti. Di solito disponibile con i giornalisti, mercoledì è apparso insolitamente cauto e ha detto che i repubblicani dovranno trovare la strada su Clayton e sulla legge della sorveglianza "un giorno alla volta", definendo "a posto" il suo rapporto con il presidente. "Il presidente ha la sua testa, prende le sue decisioni, e così facciamo noi", ha detto. In un'intervista ha spiegato che con la Casa Bianca c'è "una discreta quantità di coordinamento", ma che "a volte vieni sorpreso". "È un modello che la Casa Bianca usa, e abbiamo dovuto imparare a essere adattabili."

La Casa Bianca ha respinto la lettura di una rottura. In una nota, la portavoce Abigail Jackson ha ricordato che nell'ultimo anno Trump ha lavorato a stretto contatto con i senatori repubblicani, tra cui il taglio fiscale da 4,5 mila miliardi di dollari e la legge sull'applicazione delle norme migratorie approvata all'inizio di quest'anno. "Aspettiamo di continuare queste strette relazioni e di realizzare le priorità del presidente Trump che gli americani lo hanno eletto a portare avanti", ha aggiunto.

Lo scontro arriva mentre la maggioranza repubblicana al Senato, data per sicura a inizio anno grazie a un calendario elettorale favorevole e a ingenti risorse, è ora considerata in pericolo. Per molti osservatori il partito non può vincere le elezioni di metà mandato se non affronta il tema del costo della vita, mentre il braccio di ferro interno rischia di paralizzare la sessione del Congresso. La posizione di Thune resta delicata: è arrivato alla guida della maggioranza nel 2024 battendo di stretta misura il texano John Cornyn, poi travolto il mese scorso nelle primarie repubblicane del suo Stato da Ken Paxton, sostenuto da Trump.

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Jeremy Clarkson shock: “Ho un tumore aggressivo, mi fermo per le cure”


Il conduttore britannico rivela la malattia nell'ultima stagione di 'Clarkson's Farm': stop ai progetti in attesa della sesta serie

Jeremy Clarkson ha annunciato di essere affetto da una forma di tumore definita “aggressiva”, sebbene individuata in una fase iniziale. La rivelazione è arrivata nel corso degli episodi conclusivi dell’ultima stagione di Clarkson’s Farm, la serie televisiva che segue la gestione della sua azienda agricola e che negli ultimi anni ha riscosso un ampio successo internazionale.

Secondo quanto riportato da Fanpage, il giornalista e conduttore britannico, 66 anni, ha spiegato di essere a conoscenza della malattia dallo scorso maggio. Durante un collegamento dall’ospedale, Clarkson ha riferito che parte delle terapie intraprese non avrebbe prodotto gli effetti sperati, rendendo necessario un periodo di pausa dalle attività professionali per proseguire il percorso di cura.

Nel corso dell’intervento televisivo, il presentatore ha affrontato l’argomento con il tono diretto che da sempre contraddistingue il suo stile comunicativo. Commentando il futuro della serie, ha dichiarato: “Non so cosa succederà. Se tutto questo avrà successo, ci vediamo per la sesta stagione. Altrimenti, no. State bene, tutti”.

La notizia arriva a circa due anni dal delicato intervento cardiaco al quale Clarkson si era sottoposto dopo l’individuazione di gravi problemi alle arterie coronariche. In precedenti dichiarazioni rilasciate alla stampa britannica, il conduttore aveva raccontato di aver scoperto un’importante ostruzione a una delle arterie che irrorano il cuore, situazione che aveva richiesto un tempestivo intervento medico.

La diagnosi oncologica comporterà ora un rallentamento significativo dei suoi impegni lavorativi. Secondo quanto riportato da diversi media del Regno Unito, Clarkson dovrà attenersi a un regime particolarmente rigoroso durante il periodo delle cure, riducendo sensibilmente le attività professionali che negli ultimi anni lo hanno visto impegnato tra televisione, editoria e iniziative imprenditoriali.

Figura tra le più note del panorama televisivo britannico, Clarkson ha costruito la propria popolarità grazie a programmi di grande successo dedicati al mondo dei motori, tra cui Top Gear e The Grand Tour. Nel corso della sua carriera si è distinto per uno stile comunicativo diretto e spesso controverso, diventando uno dei volti più riconoscibili del settore automobilistico e dell’intrattenimento televisivo.

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Sean Penn farà un film sul 6 gennaio


Il regista, reduce dal terzo Oscar per One Battle After Another, ha scritto la storia di un agente travolto dall'assalto al Campidoglio. Warner Bros ha comprato il progetto.

Sean Penn, appena premiato con il terzo Oscar per One Battle After Another, dirigerà un film sulla storia di un poliziotto travolto dall'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, con Bradley Cooper in trattativa per il ruolo principale. Lo ha rivelato la testata di settore Deadline.

La pellicola, ancora senza titolo, è stata scritta dallo stesso Penn, che la dirigerà. Cooper, attore cinque volte candidato all'Oscar, è in trattativa per la parte da protagonista, ma per ora non c'è un accordo definitivo.

Il film riunisce Penn con Warner Bros, lo studio di One Battle After Another, che ha acquistato il progetto con la formula del cosiddetto negative pickup, un accordo con cui lo studio si impegna a comprare il film a lavorazione finita anziché finanziarlo dall'inizio. Penn sarà anche produttore insieme a John Ira Palmer e John Wildermuth, con la loro società Projected Picture Works. A negoziare l'intesa con Warner Bros è stata la divisione cinematografica dell'agenzia CAA.

L'inizio delle riprese è previsto per la metà del 2027, per via degli impegni già presi da Cooper sul prossimo capitolo della saga di Ocean's.

Il progetto è stato descritto come una storia inattesa di amicizia, capace di funzionare su più livelli. È ispirato a uno dei poliziotti realmente coinvolti nell'attacco al Congresso e ha l'approvazione della persona a cui è dedicato, la cui identità resta per ora riservata. Il racconto si concentra sul percorso iniziale del protagonista, quello che lo ha portato a diventare un eroe agli occhi di molti americani. Non è un film sul 6 gennaio in senso stretto.

Il 6 gennaio 2021 una folla di sostenitori di Donald Trump assaltò il Campidoglio di Washington, sede del Congresso, per impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden alle presidenziali. Penn, noto per le sue posizioni politiche, aveva assistito a un'udienza pubblica della commissione speciale della Camera che indagava sull'assalto. In quell'occasione disse di essere presente solo come "semplice cittadino", per vedere se sarebbe stata fatta giustizia. Sedeva accanto a diversi agenti che avevano difeso il palazzo, tra cui Michael Fanone, ex poliziotto di Washington gravemente ferito e picchiato quel giorno.

La somiglianza tra Cooper e Fanone è evidente, ma le fonti non hanno voluto confermare se sia lui il protagonista del film. La sua è comunque una vicenda significativa. Fanone è stato poliziotto dal 2001 fino al pensionamento nel 2021 e, come Cooper, ha origini italiane. Un tempo sostenitore di Trump, era entrato nella polizia del Campidoglio dopo gli attentati dell'11 settembre, salvo poi rompere con il presidente. Padre divorziato di quattro figlie e bersaglio di continue minacce da parte di estremisti politici, ha scritto un libro intitolato Hold The Line, in cui racconta diverse amicizie inattese, compresa quella con la cantante folk Joan Baez, nata da un ritratto che l'artista gli aveva dedicato mentre difendeva il Campidoglio.

Il terreno è familiare per entrambi. Cooper ha già interpretato la figura del patriota americano complesso, soprattutto in American Sniper. Penn ha diretto intensi ritratti di personaggi, tra cui Into the Wild, candidato all'Oscar, e il thriller con Jack Nicholson The Pledge, oltre a conoscere il genere come attore in film come Milk e Mystic River. I due hanno recitato insieme in Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson e condividono un episodio diventato celebre: nel 1994, durante una puntata del programma Inside the Actor's Studio, un Cooper ventiquattrenne, allora studente di recitazione, rivolse una domanda a Penn dal pubblico. Penn avrebbe poi sostenuto la carriera del collega, arrivando a definire A Star Is Born un trionfo.

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