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Fabrizio Rossi


Una predisposizione naturale e tanta passione, spingono il protagonista di questa mese a specializzarsi nella pesca all’aspetto, con risultati straordinari.
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foto in alto: Fabrizio con due belle prede. L’appariscente muta integra una speciale pellicola coibentante che non interferisce sul comfort della 5 millimetri, ma produce la termicità tipica di una 7.

Fabrizio non aveva più di 5 anni, ma aveva un nonno che amava il mare e una nonna napoletana con casa a Ischia. Gli scogli di Sant’Anna erano lì, circondati da un’acqua cristallina, irresistibili. In questo scenario il giovanissimo e futuro subacqueo con tanto di maschera, boccaglio e retino, armato solo delle sue mani, raccoglieva quel che poteva, tutti i giorni delle sue lunghe vacanze campane. E in mezzo a queste, vista l’ormai acclarata acquaticità, Fabrizio, inconsciamente, si sottopone al benevolo test del grandad. “Vedi quella conchiglia di riccio sul fondo? Raccoglila!”. Fu così che a soli 5 anni Fabrizio s’immerse per ben 5 metri, risalendo con l’importante trofeo.

Poi cosa successe? Niente. Col mio corpetto Elios continuai per molte altre estati a godermi il mare di Ischia e raccogliere cannolicchi e vongole in Adriatico. Passai alla fiocina, e finalmente a 16 anni, spalleggiato da un amico marchigiano, Guido Guidelli, mi armai prima con un fucile, un Beuchat 75, poi con un piccolo natante in vetroresina messo in acqua tra le rocce e i frangiflutti, sotto il colle di San Bartolo, a Pesaro. E qui, coi primi muggini, capì che avevo il destino segnato.
Fabrizio e una spigola record dell’Adriatico.
Quindi arrivò una preda importante? Diciamo che la prima preda significativa, più importante dei soliti pescetti, arrivò abbastanza presto, a 17 anni. Facevo un aspetto sempre a San Bartolo, sul cappello dei frangiflutti. Una nuvoletta di muggini si avvicinava ignara, ma io aspettai che mi sfilassero davanti perché al club (Asd Sub Tridente Pesaro), qualcuno mi disse di stare attento perché probabilmente subito dietro quei pesci poteva esserci una spigola. E così fu. Passati i cefali aspettai la spigola e la fulminai. Ero felicissimo! Mi precipitai al circolo per condividere l’esperienza, telefonai a Annalena, la mia fidanzata e attuale moglie e infine a mia mamma che la cucinò.

Dopo questa spigola? Dopo questa spigola Ettore Trebbi, al quale facevo da barcaiolo, mi convinse a fare le gare, le selettive. Partecipai due volte, a Ancona e a Civitanova, purtroppo con scarsi risultati. Ebbi maggiori soddisfazioni pescando, fuori Ancona, orate e saraghi e grosse ricciole.

Un aneddoto? Beh, forse non ancora ventenne, a pesca con Ettore, feci una grande scoperta, anzi la fece proprio Ettore. Valutando le mie capacità di apneista, mi chiese di strappare un ciuffo di posidonia a 20 metri. Non me lo feci ripetere e al ritorno mi chiese: “Ma tu non compensi?”. Scoprì che avevo una compensazione spontanea (hands free). Poi conobbi Filippo Sparacca col quale strinsi un’amicizia che ci portò a pesca, insieme, in Sardegna, a Stintino, nel 2001. Il nonno della compagna viveva lì, in via Tonnara. Si usciva al mattino presto e si stava in acqua fino al tramonto, soprattutto nel Mare di fuori, tra Scoglietti e i Porri. La prima volta pescai entro i primi 15 metri diversi saraghi e corvine e una cernia di 3 chili.
Una cernia della terra dei nuraghi.
Un altro aneddoto? Tempo fa contattai la Seatec perché per la maturità mi regalarono un fucile ma il mulinello non andava bene. Mi rispose Valerio Grassi il progettista e gli proposi una modifica. Andai a trovarlo in azienda, diventai suo amico e rimediai una sponsorizzazione.

La preda più grossa? A vent’anni ho iniziato a pescare grosse ricciole, ma è nell’agosto del 2004 che ho stabilito il record. Ero a Pesaro con un amico. Uscimmo presto in gommone e ci dirigemmo a est. Era una bella giornata, soleggiata e senza vento. Il mare era calmissimo e la visibilità eccezionale, più o meno 25 metri. M’immersi in un fondale di 31 metri e a metà strada intravidi una ricciola alla mia destra che nuotava e mi veniva incontro. Capì che poteva sfilarmi davanti troppo presto. Mi lasciai cadere accompagnando la corsa nella speranza di non fare rumore. A una distanza di tre metri e mezzo ce l’avevo proprio sotto di me. Sparai sopra la testa fulminandola, o quasi. Risalii, la richiamai col mulinello, feci qualche fotosub, purtroppo di pessima qualità, ma il giorno dopo organizzai una cena con una decina di amici col certificato di “buona forchetta”. Di quelle bistecche non rimase nulla.
Fabrizio solleva un grosso dentice di Ischia mentre veste un berretto Salty Crew, azienda americana di cui è brand ambassador.
Un pesce difficile? A Ponza, un posto meraviglioso, una bomboniera con acqua limpidissima ma pesci difficili, è il mio paradiso preferito ma non è per tutti. Planando in ispezione sul fondo, tra Ponza e Zannone, vidi una cernia in candela. Risalìì sulla verticale e pedagnai. M’immersi dopo una buona ventilata e di nuovo giù. La vidi ma quasi a tiro, si rifugiò in tana a 33 metri. Ripetei il tentativo ma lei al momento giusto filò via di nuovo in tana. E così per ben 5 volte. Dovetti ragionarci sopra e tornare il giorno successivo col barcaiolo. E per altre due volte la stessa scena. Capìì che la cernia mi prendeva il tempo. Quindi mi feci trascinare con la fune dal barcaiolo controcorrente rompendo il tempo alla cernia. Sparai in caduta sulla testa mentre usciva dalla tana. Grande soddisfazione ma anche un pizzico di dispiacere.

Viaggi all’estero? Certo, l’ultimo è del gennaio del 2025 in Andalusia, nell’Oceano atlantico, tra Capo Trafalgar e Tarifa. Posti belli ma ancor di più impegnativi. Ero in compagnia di Alberto Martignani, bravissimo pescasub, che mi ha messo subito in allarme: attento alla corrente e infila sotto la cintura, nella schiena, un paio di ciabatte. Un po’ perplesso, ma ubbidiente seguo il consiglio. La ragione, non svelata inizialmente, è che la corrente è così forte, specialmente ai cambi di marea, che ti trasporta dove vuole e una volta atterrato, per rientrare e raggiungere l’automobile, devi fare anche qualche chilometro, naturalmente a piedi.
Fabrizio, con e la ricciola di 42 chili, suo record personale, escludendo i tonni.
Un'avventura? Lo scorso anno con Giacomo Palazzi, mio attuale compagno di pesca. Eravamo a 40 miglia dalla costa davanti a Pesaro. Cercavamo le mangianze dei tonni. Giacomo al timone e io sul tubolare pronto a tuffarmi alla fine della corsa verso la mangianza. Una volta in acqua i tonni si avvicinano e ti nuotano intorno in cerchi sempre più stretti. Tu sei in caduta e spari solo quando riconosci e vedi l’occhio grosso come quello dell’esemplare adulto. Segue il recupero, divertente perché inizialmente vieni trainato da un treno in fuga, e in questo caso Giacomo ti segue appresso col gommone. Quello stesso giorno, oltre l’indimenticabile esperienza col tonno di 60 chili, assistemmo a un carosello a opera di un banchetto di mante che nuotavano intorno al gommone e poi incontrammo anche un grosso pesce luna.
Fabrizio, qui ripreso con n grosso parago spagnolo, è anche atleta di spicco del team italiano di Meandros, casa greca di fucili subacquei, nonché dell’azienda romagnola Elios che da quasi 50 anni produce apprezzatissime mute subacquee.
Qual è la tua tecnica preferita? Diciamo che sono fatto per l’aspetto, che le mie qualità trovano spazio in questa tecnica. Infatti dalle mie parti pratico con assiduità l’aspetto alla spigole. Nel novembre scorso ne ho sparato una di 9,8 chili e qualche anno fa una di poco più piccola: 9,5 chili.

E questa muta verde-oro? Innanzitutto non ho mai creduto nel mimetismo. Ho sempre vestito il nero e questi colori nuovi e sgargianti stanno a significare che sono convinto proprio del contrario. I dentici si avvicinano senza freni, quasi spavaldi e lo stesso succede con le cernie all’agguato o in caduta.

Un consiglio per i neofiti? Da giovane m’incuriosiva capire come quelli bravi trovassero il pesce. Oggi (forse un po’ prima) ho capito che a parità di condizioni (profondità, temperatura e corrente) la storia si ripete. Comunque, andate in mare spesso, non abbiate fretta di bruciare le tappe e iscrivetevi a un club.

Sei pronto per Mazara? Sì, visto che nel 2011 ho ripreso a fare agonismo. Avevo maturato abbastanza esperienza e mi sentivo pronto, anche se non sfuggii alla gavetta. Le selettive andarono bene e nel 2013 mi ritrovai a San Foca in seconda categoria. Ma non andò come sperato. E tra selettive e altre prove in seconda, ma anche tre campionati regionali consecutivi vinti, quest’anno, a fine giugno, disputerò finalmente l’assoluto con Antonino Castiglione, mio validissimo assistente. Incrociamo le dita!


English version

Fabrizio was no more than five years old, but he had a grandfather who loved the sea and a Neapolitan grandmother with a home on Ischia. The rocks of Sant’Anna were right there—surrounded by crystal-clear water and simply irresistible. In this setting, the budding young diver—equipped with a mask, snorkel, and net, but otherwise armed only with his bare hands—would gather whatever he could throughout his long summer holidays in Campania. Amidst this, and given his evident comfort in the water, Fabrizio unknowingly faced a friendly test from his grandfather: "See that sea urchin shell on the bottom? Go get it!" And so, at just five years old, Fabrizio dove down a full five meters, surfacing with his prized trophy.

What happened next? Nothing much. I continued to enjoy the waters of Ischia and harvest razor clams and regular clams in the Adriatic for many more summers wearing my Elios vest. I moved on to using a spear, and finally, at sixteen—encouraged by a friend from the Marche region, Guido Guidelli—I armed myself first with a speargun (a Beuchat 75) and then with a small fiberglass boat, which I launched from the rocky shore near the breakwaters beneath the San Bartolo hill in Pesaro. It was there, as I landed my first few mullet, that I realized my destiny was sealed.

So, did you land a significant catch? Let’s say the first meaningful catch—something more important than the usual small fry—came quite early, when I was seventeen. I was doing an ambush hunt, again at San Bartolo, right on the crest of the breakwater. A small school of mullet was approaching, oblivious, but I waited for them to swim past me; someone at the club (ASD Sub Tridente Pesaro) had told me to be careful, as a sea bass might well be lurking right behind them. And that’s exactly what happened. Once the mullet had passed, I waited for the sea bass and took it out instantly. I was overjoyed! I rushed to the club to share the experience, called Annalena—my girlfriend and now my wife—and finally my mom, who cooked it for me.

What happened after that sea bass? After that catch, Ettore Trebbi—for whom I acted as a boatman—convinced me to enter competitions, specifically the qualifying rounds. I took part twice, in Ancona and Civitanova, though unfortunately with poor results. I found greater satisfaction fishing for gilt-head bream, white seabream, and large amberjacks off the coast of Ancona.
An anecdote? Well, back when I was still under twenty and fishing with Ettore, I made a major discovery—or rather, Ettore did. Assessing my freediving abilities, he asked me to pull up a clump of *Posidonia* seaweed from a depth of twenty meters. I didn't need to be told twice, and upon my return, he asked, "Wait, don't you equalize?" He discovered that I had a spontaneous (hands-free) equalization technique. Later, I met Filippo Sparacca; we struck up a friendship that led to us fishing together in Sardinia—specifically in Stintino—in 2001. His partner’s grandfather lived there, on Via Tonnara. We would head out early in the morning and stay in the water until sunset, mostly in the open sea area between Scoglietti and I Porri. The first time, I caught several annular seabream and brown meagre, as well as a 3-kilogram grouper, within the first 15 meters.

Another anecdote? Some time ago, I contacted Seatec because I’d been given a speargun as a graduation gift, but the reel wasn't working right. Valerio Grassi, the designer, replied to me, and I suggested a modification. I went to visit him at the company, became friends with him, and even landed a sponsorship.

My biggest catch? I started hunting large amberjacks when I was twenty, but I set my record in August 2004. I was in Pesaro with a friend. We headed out early in a RIB and steered east. It was a beautiful day—sunny and windless. The sea was dead calm, and visibility was exceptional—around 25 meters. I dove down to a depth of 31 meters; halfway down, I spotted an amberjack to my right, swimming toward me. I realized it might pass by too quickly. I let myself sink, carefully controlling my descent to avoid making any noise. When it was three and a half meters away, it was right beneath me. I shot it just above the head, killing it instantly—or almost. I surfaced, hauled it in using the reel, and took a few underwater photos—unfortunately of poor quality—but the next day I organized a dinner for about ten friends who were serious foodies. Not a scrap of those steaks was left.

A challenging fish? Ponza—a wonderful place, a gem with crystal-clear water but tricky fish—is my favorite paradise, though it’s not for everyone. While gliding over the seabed on a scouting dive between Ponza and Zannone, I spotted a grouper hovering vertically. I surfaced directly above the spot and dropped a marker buoy. After a good breathing session, I dove back down. I saw it—almost within range—but it darted into its hole at a depth of 33 meters. I tried again, but at the crucial moment, it slipped back into its den. This happened five times in a row. I had to rethink my strategy and return the next day with the boatman. The same scene played out twice more. I realized the grouper was anticipating my timing. So, I had the boatman tow me against the current on a line, disrupting the fish's rhythm. I fired while descending, aiming for its head as it emerged from the hole. It was a moment of great satisfaction, yet tinged with a hint of regret.

Trips abroad? Certainly; my most recent one was in January 2025 to Andalusia, on the Atlantic coast between Cape Trafalgar and Tarifa. These are beautiful locations, but extremely demanding. I was with Alberto Martignani, a highly skilled spearfisherman, who immediately warned me: "Watch out for the current, and tuck a pair of flip-flops under your weight belt against your back." A bit puzzled but compliant, I followed his advice. The reason—not revealed at first—was that the current is so strong, especially during tide changes, that it sweeps you wherever it pleases; once you land, getting back to the car requires a trek of several kilometers—on foot, of course.

An adventure? That happened last year with Giacomo Palazzi, my current fishing partner. We were 40 miles off the coast near Pesaro, looking for tuna feeding frenzies. Giacomo was at the helm, and I was perched on the inflatable’s pontoon, ready to dive in at the end of the dash toward the action. Once you’re in the water, the tuna approach and swim around you in ever-tightening circles. You descend and only take the shot when you spot an eye the size of an adult specimen's. Then comes the retrieval—an exciting process, since you’re initially being towed by what feels like a runaway train, while Giacomo follows close behind in the boat. That same day, in addition to the unforgettable experience with a 60-kilogram tuna, we witnessed a swirling display by a small group of manta rays circling our boat, and we even encountered a large sunfish.

What is your favorite technique? Let’s just say I’m built for the *aspetto* (ambush/waiting) technique; my strengths really shine there. In fact, back home, I regularly hunt sea bass using this method. Last November, I speared one weighing 9.8 kilos, and a few years ago, another just slightly smaller—9.5 kilos.

And what about this green-and-gold wetsuit? First of all, I never used to believe in camouflage patterns. I always wore black, but these new, flashy colors show that I’m now convinced of the exact opposite. Dentex approach without hesitation—almost boldly—and the same happens with groupers when I’m hunting via *agguato* (stalking) or on the descent.

Any advice for beginners? When I was young, I was curious about how the experts managed to find fish. Today—or perhaps a little while ago—I realized that under similar conditions (depth, temperature, and current), the same patterns repeat themselves. In any case, get out to sea often, don’t rush the process, and join a club.

Are you ready for Mazara? Yes, especially since I returned to competitive spearfishing in 2011. I had gained enough experience and felt ready, though I still had to pay my dues. The qualifying rounds went well, and in 2013, I found myself competing in the Second Category at San Foca. Things didn’t go quite as hoped, though. But after a mix of qualifiers and other Second Category events—plus winning three consecutive regional championships—I’ll finally be competing in the National Championship this year, at the end of June, alongside Antonino Castiglione, my excellent assistant. Fingers crossed!

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DJI Osmo Pocket 4P: rivoluziona le fotocamere con stabilizzatore, qualità cinematografica e funzioni Pro


DJI Osmo Pocket 4P punta a rivoluzionare il settore delle fotocamere con stabilizzatore, combinando funzioni professionali, stabilizzazione avanzata e qualità video di livello cinematografico
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Dji ha ufficialmente lanciato l'attesissima Osmo Pocket 4P, una fotocamera tascabile a doppio obiettivo con stabilizzatore. Il dispositivo vanta un nuovissimo sensore CMOS da 1 pollice con 17 stop di gamma dinamica, oltre a un obiettivo da 60mm con apertura f/1,8 per ritratti naturali. Con l'occasione, Dji ha anche presentato il nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit1, in grado di catturare oltre un miliardo di colori per immortalare scene con un'altissima fedeltà. Osmo Pocket 4P è disponibile su store.dji.com e arriva in due varianti di colore: nero classico e bianco perla, entrambe a 609 euro nella versione standard e 699 euro nella combo Vlog.
Ricarica dallo 0 all'80% in soli 18 minuti per poter effettuare fino a tre ore di ripreseRicarica dallo 0 all'80% in soli 18 minuti per poter effettuare fino a tre ore di riprese

Versatilità cinematografica


Osmo Pocket 4P è dotata di fotocamera a doppio obiettivo che permette di ottenere senza sforzo effetti visivi cinematografici, dai paesaggi urbani con obiettivo grandangolare ai ritratti delicati. L'obiettivo grandangolare principale è dotato di un nuovissimo CMOS da 1 pollice (equivalente a 20mm e con apertura f/2,0). Sfruttando l'avanzata tecnologia Lofic, esso offre un'inedita gamma dinamica e supporta video fino a 4K/240 fps. Comunemente presenti nelle macchine da presa di fascia alta, queste funzionalità professionali per la produzione cinematografica permettono di gestire senza sforzo scene ad alto contrasto come paesaggi urbani notturni, tramonti e ritratti in controluce. In aggiunta, un nuovo obiettivo medio-tele da 60mm ad alta risoluzione e ampia apertura offre la lunghezza focale classica per ritratti; supporta lo zoom ottico 3× e lo zoom fino a 12×1 e l'ampia apertura f/1,8 (profondità di campo equivalente a f/6,3) comprime lo sfondo, avvicinandolo al soggetto per ottenere un effetto sfocato.

Workation e smart working: le cuffie Jabra per lavorare
Sempre più italiani scelgono la workation per conciliare vacanza e lavoro. In questo scenario, cuffie professionali come le Jabra Evolve3 85 aiutano a migliorare la qualità delle chiamate, ridurre le distrazioni e lavorare con maggiore concentrazione ovunque ci si trovi
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Nuovi orizzonti nell'imaging


Per le azioni ad alta velocità, Osmo Pocket 4P può catturare filmati in slow motion ultra HD fino a 8×1 a 4K/240 fps. In alternativa è possibile utilizzare la funzione Video con otturatore lento per tracciare le scie di luce, creare un effetto mosso o catturare le scie dei movimenti. L'integrazione del nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit1, abbinato a 17 stop di gamma dinamica, preserva i dettagli nelle alte luci e nelle ombre, al pari delle migliori macchine da presa professionali, dichiara il brand.
Registrazione istantanea: ruota il touchscreen per accendere e iniziare a registrare rapidamenteRegistrazione istantanea: ruota il touchscreen per accendere e iniziare a registrare rapidamente

Riprese intelligenti, massima stabilità


Osmo Pocket 4P si fonda sulla celebre eredità DJI nella cinematografia professionale, incluso l'innovativo sistema di stabilizzazione Ronin. Racchiuso in un corpo compatto da 230 g, Dji sottolinea che il suo avanzato stabilizzatore meccanico a 3 assi garantisce riprese fluide e stabili. Inoltre, il nuovo ActiveTrack 8.01 mantiene i soggetti, che si tratti di persone, veicoli, animali domestici o oggetti dalle forme dinamiche, saldamente al centro dell'inquadratura, anche con zoom 12×.

Un'esperienza d'uso ancora più intuitiva


Sulla scia dell'esperienza utente introdotta con la versione standard, DJI Osmo Pocket 4P integra una serie di funzioni pensate per rendere più semplice e immediato ogni momento della creazione di contenuti. La fotocamera può essere accesa e avviare rapidamente la registrazione semplicemente ruotando il touchscreen, mentre i controlli tramite gesture permettono di interagire con il dispositivo senza doverlo toccare: mostrando il palmo della mano è possibile attivare ActiveTrack, mentre il gesto a “V” consente di avviare la registrazione.
Osmo Pocket 4P è compatibile con una versatile gamma di accessori dell'ecosistema Osmo, per consentirti di ampliare le possibilità creativeOsmo Pocket 4P è compatibile con una versatile gamma di accessori dell'ecosistema Osmo, per consentirti di ampliare le possibilità creative
Tra le novità trova spazio anche la modalità Live Photo in 4K, che registra automaticamente una breve clip di 1,5 secondi per ogni scatto, trasformando le fotografie in ricordi dinamici senza rinunciare ai dettagli dell'alta risoluzione. Per chi cerca una maggiore libertà in fase di editing, Osmo Pocket 4P permette inoltre di realizzare fotografie fino a 37 MP, offrendo un livello di dettaglio elevato e maggiore margine per la post-produzione.

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Anche il trasferimento dei contenuti è stato pensato per velocizzare il workflow: grazie al supporto USB 3.1, la fotocamera raggiunge velocità di trasferimento via cavo fino a 800 MB/s, riducendo sensibilmente i tempi necessari per esportare foto e video e passare rapidamente alla fase di montaggio. L'autonomia rappresenta un altro elemento importante: secondo i dati forniti da Dji, la ricarica rapida consente di passare dallo 0 all'80% in appena 18 minuti, permettendo di ottenere fino a tre ore di riprese. Con una ricarica completa, invece, l'autonomia dichiarata arriva fino a 210 minuti, offrendo maggiore libertà durante le sessioni di shooting.

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Workation e smart working: le cuffie Jabra per lavorare ovunque senza distrazioni


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Lavorare da una casa vacanze, da un appartamento sul mare, in treno o da un coworking improvvisato è diventato sempre più comune per chi sceglie la workation. Con la diffusione del lavoro ibrido, che in Italia coinvolge circa 3,57 milioni di persone secondo la Cgil, quasi un lavoratore su dieci approfitta del periodo estivo per continuare la propria attività anche dal luogo di villeggiatura (fonte Geopop).

Affinché questa modalità di lavoro sia davvero efficace, però, non basta una connessione internet stabile. Meeting in videoconferenza, chiamate consecutive e attività che richiedono concentrazione rendono indispensabile disporre di strumenti tecnologici adeguati. Ambienti come terrazze, spiagge, stazioni o appartamenti condivisi possono infatti trasformarsi in una fonte continua di rumori e distrazioni, compromettendo la qualità della comunicazione.

Non sorprende quindi che l'audio sia diventato uno degli elementi più importanti dell'esperienza di lavoro da remoto: secondo recenti rilevazioni, il 99% dei professionisti ritiene che una qualità audio insufficiente abbia un impatto negativo sulle riunioni online. In questo scenario, cuffie progettate per l'utilizzo professionale rappresentano un supporto concreto per migliorare produttività, comfort e chiarezza delle conversazioni, indipendentemente dal luogo in cui si lavora.

Cuffie professionali, anche quando l'ambiente non lo è


Con le Evolve3 85, Jabra offre un modello di cuffie progettato per supportare i lavoratori ibridi in ogni ambiente: in ufficio, a casa, in viaggio o dal luogo delle vacanze. Compatte, pieghevoli e dotate di un design elegante, queste cuffie offrono una qualità audio su misura per il lavoro, inserendosi al contempo in modo naturale nella vita di tutti i giorni. Le Jabra Evolve3 85 sono dotate di ClearVoice, una tecnologia che utilizza l'intelligenza artificiale e algoritmi avanzati per isolare la voce e ridurre il rumore circostante, senza la presenza di un braccetto del microfono visibile. Esse includono, inoltre, una modalità di cancellazione attiva del rumore adattiva, che reagisce in tempo reale all'ambiente e al modo in cui vengono indossate le cuffie.

Un formato compatto pensato per i viaggi


Quando si viaggia, ogni accessorio conta. Con il loro design moderno e minimalista e il microfono integrato senza braccetto, le Jabra Evolve3 85 uniscono il look e il comfort alle prestazioni che ci si aspetta da un dispositivo professionale. Pieghevoli, fornite con una custodia protettiva compatta e progettate per passare facilmente dalle videoconferenze all'uso personale, esse supportano le giornate di lavoro ibrido senza richiedere l'uso di più dispositivi. Con un'autonomia che raggiunge le 25 ore in conversazione o le 120 ore di riproduzione musicale (dati Jabra), e una ricarica rapida che garantisce fino a 10 ore di autonomia in soli 10 minuti, le Evolve3 85 tengono il passo dei lavoratori in movimento, dall'ufficio alla casa delle vacanze.

Sony FX5 ufficiale: Cinema Line con Open Gate e RAW
Sony amplia la famiglia Cinema Line con la nuova FX5, una telecamera professionale progettata per filmmaker e content creator
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Il prezzo è di 569 euro e la gamma comprende anche le Jabra Evolve3 75, un modello on-ear più leggero e traspirante, progettato per coloro che desiderano mantenere una maggiore consapevolezza dell'ambiente circostante.

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Trump frena sui Patriot per l'Ucraina, ma cerca l'aiuto di Kyiv sui droni


Il presidente non ha ancora deciso se autorizzare Kyiv a produrre gli intercettori. Intanto il Pentagono cerca l’esperienza ucraina sui droni contro Russia e Iran.

Donald Trump ha rimesso in dubbio una delle richieste più importanti di Kyiv appena due giorni dopo l'incontro con Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. Il presidente ha detto in un'intervista telefonica al Financial Times di non avere ancora deciso se concedere all'Ucraina una licenza per produrre gli intercettori Patriot. "Non sono sicuro", ha risposto Trump, aggiungendo che Washington sta esaminando la questione. La cautela contraddice almeno in parte quanto aveva detto all'inizio di luglio, quando al vertice della NATO in Turchia aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero autorizzato la produzione in Ucraina.

Zelensky aveva incontrato Trump martedì e aveva descritto il colloquio come positivo. Il presidente ucraino aveva detto che Trump aveva accettato di concedere le licenze e che i due leader avevano discusso la produzione degli intercettori. Kyiv punta anche a una collaborazione industriale con le aziende che costruiscono il sistema, dopo i colloqui di Zelensky con i produttori. Lockheed Martin e RTX realizzano gli intercettori Patriot.

I Patriot sono essenziali per abbattere i missili balistici russi diretti contro Kyiv e le altre città ucraine. Questi missili viaggiano più veloci del suono e possono distruggere interi edifici residenziali. L'Ucraina non è in grado di produrre da sola le munizioni necessarie e da tempo chiede ai partner occidentali nuove forniture. Una licenza americana le permetterebbe di avviare una produzione interna, ma lo stesso Zelensky ha riconosciuto che servirebbero anni prima di ottenere i primi intercettori.

Washington sta cercando nello stesso momento di acquisire la tecnologia ucraina sui droni. L'ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Olga Stefanishyna, ha detto a NBC News che i due paesi hanno firmato la scorsa settimana un accordo per inviare negli Stati Uniti droni da combattimento ucraini, che saranno sottoposti a prove e valutazioni militari. Sono inoltre in corso colloqui su come integrare altre tecnologie sviluppate da Kyiv nelle Forze Armate americane.

Difesa aerea

La Russia lancia più missili, l’America ha meno Patriot


Dall’inizio dell’anno Mosca ha lanciato quasi tanti missili balistici quanti in tutto il 2025. Intanto la guerra con l’Iran ha ridotto di due terzi le scorte americane di intercettori, e la licenza per produrli in Ucraina è tornata in dubbio.

Grafica di FocusAmericaluglio 2026

Missili balistici russi sull’Ucraina

In sette mesi quasi quanti in tutto il 2025


Le sagome rappresentano i missili in caduta sulle città ucraine: circa uno su tre viene fermato dalla difesa aerea.


Kyiv Lanci russi Difesa aerea

2026 · sette mesi
606

vs

2025 · anno intero
653

Missili balistici lanciati dalla Russia dal 1º gennaio 2026
Totale dei lanci registrati nell’intero 2025

Intercettati dichiarati da Kyiv: 191 su 60631,5%

Lo sciame

Droni d’attacco: 6,5 milioni contro 300.000


Produzione stimata per il 2026, in proporzione reale: ogni simbolo equivale a 10.000 droni.

Ucraina6–7 milioni l’anno (≈500.000 al mese)


Stati Uniti300.000 (programma «Drone Dominance»)

×22il divario nella produzione annua

Il Pentagono ha stanziato 1,1 miliardi di dollari per colmare il ritardo sui droni con visuale in prima persona. Ad agosto la gara di Fort Carson, in Colorado: 19 aziende in lizza, 6 delle quali ucraine.

Le scorte

Il magazzino dei Patriot si è svuotato di due terzi


Intercettori Patriot rimasti nella disponibilità degli Stati Uniti secondo le stime del CSIS.

−66% rispetto ai livelli precedenti alla guerra con l’Iran

Restano 759–827 intercettoriPrima della guerra: 2.330

Disponibili oggi (stima)Impiegati contro droni e missili iraniani

58 mld $il contratto firmato con Lockheed Martin per produrre nuovi intercettori — ma le richieste americane e ucraine insistono sulle stesse linee industriali.


Il nodo politico

«Non sono sicuro»

Donald Trump al Financial Times, due giorni dopo l’incontro con Zelensky alla Casa Bianca

Due fronti, un solo arsenale: Kyiv chiede la licenza per produrre gli intercettori Patriot in casa, ma la Casa Bianca ora frena.

Fonte Center for Strategic and International Studies (CSIS), Financial Times, NBC News · dati a luglio 2026. Intercettazioni: dichiarazioni ufficiali ucraine.

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha reso più urgente l'interesse del Pentagono per le capacità ucraine. L'Iran ha dimostrato di poter impiegare grandi quantità di droni economici e letali contro basi e ambasciate americane. Anche le infrastrutture civili sono state colpite. Il senatore democratico Chris Coons, membro della Commissione Esteri e principale esponente del suo partito nella sottocommissione che finanzia la Difesa, ha detto a NBC News che gli attacchi stanno causando perdite tra i militari statunitensi. Washington vede quindi nell'esperienza maturata dall'Ucraina contro la Russia una possibile risposta a un problema che riguarda ormai direttamente la protezione delle proprie forze.

Il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, ha già avviato il programma "Drone Dominance", finanziato con 1,1 miliardi di dollari per acquistare 300.000 droni. L'iniziativa deve colmare il ritardo nell'impiego dei modelli con visuale in prima persona, pilotati attraverso una telecamera e sempre più diffusi nei conflitti moderni. Una seconda gara si terrà ad agosto a Fort Carson, in Colorado, con 19 aziende partecipanti, sei delle quali ucraine. Le imprese impegnate nel programma si sono impegnate a utilizzare materiali americani.

L'Ucraina produrrà quest'anno tra 6 e 7 milioni di droni d'attacco, circa 500.000 al mese, mentre gli Stati Uniti restano molto indietro. Washington ha bisogno sia di droni intercettori sia di sistemi capaci di individuare quelli che volano abbastanza in basso da sfuggire ai radar. Le soluzioni sviluppate nell'Europa orientale non possono però essere trasferite senza modifiche in Medio Oriente, dove le distanze sono più brevi e le operazioni si svolgono su un'area con molta più acqua.

La pressione sulle scorte di Patriot lega i due fronti ancora più strettamente. Gli Stati Uniti hanno impiegato intercettori costosi per abbattere i droni di tipo Shahed lanciati dall'Iran contro basi e infrastrutture nel Golfo. Un'analisi del Center for Strategic and International Studies stima che siano rimasti tra 759 e 827 intercettori Patriot, rispetto ai 2.330 disponibili prima della guerra con l'Iran. Il Pentagono ha annunciato mercoledì un contratto da 58 miliardi di dollari con Lockheed Martin per produrne altri, ma le necessità americane e ucraine insistono sulle stesse capacità industriali.

La Russia ha lanciato 606 missili balistici contro l'Ucraina dall'inizio dell'anno, quasi quanti i 653 impiegati nell'intero 2025. Kyiv ha dichiarato di averne intercettati 191. La diminuzione delle scorte occidentali permette a Mosca di aumentare la pressione sulle difese ucraine, mentre un recente attacco ha spinto Zelensky a chiedere di nuovo munizioni antiaeree e misure contro la Russia. Kyiv sta lavorando anche a "Freya", un sistema antibalistico ucraino presentato come un'alternativa ai Patriot più economica e adatta alla produzione di massa, con il sostegno promesso dagli alleati europei.


Trump ha incontrato Zelensky alla Casa Bianca: si è parlato della produzione di missili Patriot in Ucraina


Il presidente Donald Trump ha ricevuto martedì mattina alla Casa Bianca il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel primo incontro tra i due a Washington dallo scorso ottobre. Il colloquio è iniziato alle 9:30 locali (le 15:30 in Italia) e si è svolto a porte chiuse e senza cerimonie. La Casa Bianca lo ha classificato come visita di lavoro e Zelensky è entrato da un ingresso laterale.

"Il presidente e io abbiamo discusso delle licenze per la produzione di intercettori Patriot e di diverse altre idee che potrebbero aiutare", ha scritto il leader ucraino su Telegram al termine, ringraziando gli Stati Uniti per il "fermo sostegno". La portavoce Karoline Leavitt ha scritto su X che gli incontri della giornata, quello con Zelensky e il successivo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono stati "positivi e produttivi".

Zelensky era atterrato a Washington nella notte per i funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto l'11 luglio a 71 anni, il giorno dopo il rientro dal suo decimo viaggio in Ucraina. "La nostra priorità numero uno è la difesa antibalistica e la cooperazione strategica con l'America. Bisogna avvicinare la pace", aveva scritto su X all'arrivo.

Graham era uno dei più convinti sostenitori di Kyiv al Congresso. Prima di morire aveva ottenuto l'appoggio della Casa Bianca a un pacchetto bipartisan di sanzioni contro la Russia, su cui il Senato si prepara a votare. Dopo il colloquio con Trump, Zelensky vedrà anche i parlamentari al Congresso per tenere vivo quel progetto di legge.

I Patriot sono i sistemi americani di difesa aerea in grado di intercettare i missili balistici e l'Ucraina li chiede da quattro anni per proteggere le città dai bombardamenti russi.

Al vertice NATO di Ankara dell'8 luglio Trump aveva promesso a Zelensky una licenza per produrre gli intercettori direttamente sul territorio ucraino. La settimana scorsa una delegazione di Raytheon, l'azienda americana che li fabbrica, è andata a Kyiv per discutere i dettagli.

Il percorso però è lungo, tra passaggi politici e tecnici. Nessuno si aspetta che la produzione parta presto e un eventuale accordo risponderebbe ai bisogni futuri dell'Ucraina, non a quelli immediati. Dopo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente gli intercettori scarseggiano e finora Trump è stato riluttante a cederli, dicendo che servono agli stessi Stati Uniti, impegnati dalla fine di febbraio nella guerra con l'Iran.

Per più di un anno Trump aveva ripetuto in privato ai suoi consiglieri che l'Ucraina stava perdendo la guerra. Nelle ultime settimane, secondo il Wall Street Journal, il giudizio è cambiato. Il presidente è rimasto colpito dalla tenuta di Zelensky e dagli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo. Ammira anche l'industria dei droni di Kyiv, passata da circa 5.000 esemplari prodotti nel 2022 a milioni all'anno nel 2026, secondo i dati del governo ucraino.

Un alto funzionario dell'amministrazione ha spiegato al giornale che a Trump piacciono i vincenti e che Zelensky, ai suoi occhi, assomiglia sempre di più a uno di loro. Pesa anche l'esperienza ucraina contro i droni kamikaze Shahed di fabbricazione iraniana, gli stessi che le forze americane affrontano in Medio Oriente con scorte di difesa aerea sempre più ridotte. Ad Ankara Trump si è detto interessato a una collaborazione con Kyiv anche sulla produzione di droni.

Nel febbraio 2025 Trump e il vicepresidente JD Vance avevano rimproverato Zelensky davanti alle telecamere nello Studio Ovale, dicendogli che non aveva "carte" da giocare e pochi giorni dopo Washington sospese gli aiuti militari e la condivisione di intelligence con Kyiv.

Da allora, secondo il quotidiano, i leader europei e alcuni repubblicani del Congresso, Graham compreso, hanno lavorato per ricucire. Il segretario generale della NATO Mark Rutte e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno parlato spesso con Trump dei vantaggi di sostenere l'Ucraina.

Zelensky ha cercato il contatto diretto ai margini dei vertici internazionali, a partire dal colloquio di un quarto d'ora in Vaticano ai funerali di papa Francesco nell'aprile 2025. Anche l'attivista di destra Laura Loomer ha rovesciato le sue critiche all'Ucraina dopo un viaggio a Kyiv e ha definito Zelensky un "leader in tempo di guerra" e un "alleato essenziale".

A ottobre 2025 un nuovo incontro alla Casa Bianca degenerò, secondo le ricostruzioni dei media, in uno scontro verbale sulle concessioni territoriali chieste dagli Stati Uniti. A dicembre, in Florida, il clima fu più disteso ed entrambi parlarono di un accordo vicino.

"Abbiamo davvero sviluppato un buon rapporto. Difficile da credere, no?", ha detto Trump al vertice di Ankara.

Sul campo l'Ucraina ha recuperato terreno negli ultimi mesi. I suoi droni a lungo raggio, arrivati a colpire fino in Siberia, danneggiano raffinerie e depositi, causando in Russia carenze di carburante e aumenti dei prezzi. Il gradimento di Vladimir Putin è sceso di cinque punti in una settimana, al 66%, il calo più ripido dall'inizio dell'invasione secondo un istituto demoscopico statale russo.

Nel fine settimana Kyiv ha colpito nel Mar Caspio alcune navi che trasportavano armi dall'Iran alla Russia. In un'intervista a Sky News, Zelensky ha detto che l'Iran fornisce a Mosca missili balistici, che la Cina garantisce assistenza satellitare e tecnologia di puntamento e che la Corea del Nord ha promesso l'invio di 30.000 soldati.

I negoziati di pace restano invece fermi: gli ultimi colloqui trilaterali, conclusi a inizio febbraio ad Abu Dhabi, hanno prodotto poco più che scambi di prigionieri, anche perché l'attenzione americana si è spostata sul conflitto con l'Iran.

Le stesse fonti del Wall Street Journal avvertono che il nuovo ottimismo di Trump potrebbe non durare, perché le sue opinioni cambiano in fretta. In passato, inoltre, Putin si è dimostrato capace di far valere le proprie ragioni con lui e con parte dei suoi collaboratori. Per i funzionari americani l'obiettivo strategico del Cremlino non è cambiato ed è ancora quello di sottomettere l'Ucraina, nonostante le enormi perdite sul campo.

Alle 14 locali (le 20 in Italia) i tre leader sono attesi alla cattedrale nazionale di Washington per la cerimonia funebre in onore di Graham, dove Trump terrà un discorso. In mattinata, al tributo al Campidoglio, Vance ha ricordato il senatore come "un fiero difensore dell'Ucraina", citando anche una discussione "tesa" avuta con lui in Senato sui finanziamenti a Kyiv.

Con la morte di Graham, Zelensky perde uno degli alleati più efficaci che avesse a Washington.


Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Meno asfalto contro il caldo


Le temperature medie sono in aumento: a luglio 25-27.2 gradi a Genova nell’ultimo quinquennio (trent’anni fa eravamo a 22.8-26.1 gradi). Il progetto “depaving” del Comune è uno degli strumenti per difendersi

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Nelle scorse settimane la sindaca di Genova, Silvia Salis, ha confermato l’inserimento del depaving nel Piano urbanistico comunale (PUC) annunciato in aprile su proposta dell’assessora all’Urbanistica, Francesca Coppola. Il capoluogo ligure è la prima città italiana a inserire nel PUC questa misura, che già da anni è diffusa in molte grandi città europee e che si inserisce nella strategia della “Città in quindici minuti”, ossia il modello che prevede di avere servizi essenziali e spazi pubblici raggiungibili in un quarto d’ora.

Lanciato nel 2008 a Portland, in Oregon, il depaving – o depavimentazione – consiste nella sostituzione di cemento e asfalto con aiuole, prati e aree verdi. A dare vita a questo movimento fu l’organizzazione no-profit “Depave”, in particolare grazie ai precursori Arif Khan e Kasandra Griffin, che per primi decisero di rimuovere l’asfalto dalle rispettive proprietà, sostituendolo con piante e giardini. Da lì la diffusione: da Portland a Vancouver, da Parigi ad Amsterdam, arrivando adesso fino a Genova.

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La terra che sfrutta chi la fa fruttare


Dal processo Momo di Saluzzo alle vigne delle Langhe, il caporalato nel Cuneese non è più un caso isolato ma un sistema sommerso. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare per farlo emergere

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Tutto è cominciato con un mal di stomaco. Un bracciante che aveva paura di andare in ospedale si presenta allo sportello dell’accoglienza di Saluzzo. Gli fanno compilare la scheda di sempre: come ti chiami, da dove vieni, dove hai lavorato prima, dove lavori adesso. Lui racconta di un’azienda agricola dove nel periodo della raccolta sono in 60, 70, 80. Agli operatori viene un dubbio: «Come mai questa azienda non l’abbiamo mai sentita nominare? Prima o poi di qua passano tutti». Quando provano a portargli la medicina che gli mancava, li fermano al cancello: la consegniamo noi al lavoratore, arrivederci.

Da quella scheda è nato il “processo Momo” (che prende il nome da Moumouni Tassembedo, condannato per sfruttamento), il primo processo per caporalato celebrato nel Nord Italia, chiuso più di un anno fa con una condanna definitiva in Cassazione. A raccontarne l’origine è l’avvocata Valentina Sandroni, coreferente di Libera Piemonte, che nel procedimento ha assistito CGIL, FLAI (Federazione Lavoratori Agro Industria) e due braccianti. «Quella storia ci restituisce due cose: l’importanza del lavoro di lettura del territorio e il lavoro enorme che serve per costruire con questi lavoratori un percorso di denuncia», ha spiegato a L’Unica. «Non è come denunciare un portafoglio rubato. È un percorso lungo, travagliato».

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Mandato d'arresto per Pavel Durov, SpaceX nella telefonia mobile, i render del Pixel 11


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon venerdì,
la Russia ha emesso un mandato d'arresto internazionale per il creatore di Telegram, Pavel Durov. Poi parleremo dei progetti di SpaceX nel mondo della telefonia mobile; vedremo i nuovi render ufficiali trapelati del Pixel 11, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Intro + Prima notizia - Ep. 375 - Venerdì 31 luglio
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Le news di oggi, selezionate a mano.

La Russia incrimina Pavel Durov per favoreggiamento del terrorismo


Cronaca
La Russia ha incriminato il fondatore di Telegram Pavel Durov per favoreggiamento del terrorismo. L'accusa dei servizi di sicurezza russi è che l'app sia stata usata dai servizi segreti ucraini per reclutare persone e per preparare e coordinare atti di sabotaggio e terrorismo in Russia. Telegram non avrebbe rimosso canali, chat e bot usati dall'Ucraina. È stato emesso un mandato d'arresto internazionale. Durov ha 41 anni, vive all'estero da anni e ha passaporti francese ed emiratino. Non è chiaro se altri Paesi eseguiranno il mandato russo. Dopo l'annuncio l'account X di Telegram ha pubblicato una foto di Durov con il dito medio alzato. Durov ha accusato in passato le autorità russe di "inventare nuovi pretesti per limitare l'accesso dei russi a Telegram". L'app ha circa 950 milioni di utenti nel mondo e decine di milioni in Russia, dove le autorità ne stanno limitando l'accesso. Durov ha lasciato la Russia nel 2014 dopo il rifiuto di chiudere le comunità di opposizione al governo sulla piattaforma.
~
Fonte: BBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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SpaceX sta cercando di entrare nella telefonia mobile negli Stati Uniti


Big tech
SpaceX sta valutando come trasformare Starlink in un vero operatore mobile capace di competere con AT&T, Verizon e T-Mobile. L’azienda cerca frequenze radio adatte anche alle città e agli edifici, che potrebbe ottenere partecipando a un’asta pubblica nel 2027 oppure comprando società che già le possiedono. SpaceX ha già mostrato un prototipo di smartphone, acquistato licenze per 17 miliardi di dollari e sta studiando una rete ibrida, con satelliti e antenne terrestri. Il progetto richiederebbe però investimenti continui in torri e spettro, mentre i tre grandi operatori statunitensi hanno speso 110 miliardi di dollari nell’ultimo decennio per assicurarsi gran parte dello spettro più prezioso. Le azioni di AT&T, Verizon e T-Mobile sono scese del 4% dopo la notizia.
~
Fonte: Semafor
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Trapelano render apparentemente ufficiali dei Pixel 11 in tutti i colori


Tecnologia
Sono trapelati render apparentemente ufficiali di Pixel 11, Pixel 11 Pro e Pixel 11 Pro XL in tutte le colorazioni previste (foto nell'articolo originale). Ogni modello arriva in quattro tinte. Il Pixel 11 base è disponibile in Midnight, Fuschia, Moss e Sterling. Ha la cornice opaca e il retro in vetro lucido. I due Pro condividono le colorazioni Midnight, Fog, Pine e Dune. Sui Pro il vetro posteriore è opaco e la cornice è lucida. La variante Midnight dei due Pro ha invece una finitura interamente opaca, cornice inclusa. Finora Google ha venduto finiture completamente opache solo sui pieghevoli e sul Pixel 10a. I nomi dei colori non sono definitivi. La presentazione della serie è fissata per il 12 agosto e i prezzi sono attesi in aumento.
~
Fonte: 9to5Google
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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LinkedIn introduce un pulsante per segnalare i post che sembrano AI slop


Internet
LinkedIn ha introdotto un pulsante che permette agli utenti di segnalare i post che "sembrano AI slop": il termine indica contenuti generati con l'AI di bassa qualità e prodotti in serie. La piattaforma è piena di post lunghi generati con l'AI e pubblicati da dirigenti e dipendenti aziendali. Spesso questi post partono da una notizia di attualità che viene collegata a concetti come la "thought leadership", ma ci sono anche altri pattern. Il pulsante usa esplicitamente la formula "AI slop" invece di espressioni neutre come "sembra generato con l'AI".
~
Fonte: 404 Media
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Le aziende AI reclutano elettricisti e carpentieri a migliaia


Big tech
Le aziende AI stanno spendendo centinaia di milioni di dollari per formare elettricisti, carpentieri e altri operai specializzati per costruire e gestire i loro data center. Google sta finanziando con 50 milioni di dollari il programma di apprendistato del sindacato degli elettricisti IBEW per portare le iscrizioni annuali da 19.500 a 30.000 per i prossimi tre anni. Meta ha stanziato 115 milioni per il primo anno di un piano pluriennale che parte con circa 5.000 partecipanti. I partecipanti seguono un corso di quattro settimane con viaggio e alloggio pagati e poi lavorano nei cantieri degli appaltatori di Meta. BlackRock ha destinato fondi alla formazione per i suoi data center in Texas dentro un piano da 100 milioni. Il progetto di OpenAI in Michigan è il più grande investimento singolo nella storia dello stato e richiede centinaia di elettricisti con turni di 10 ore per sette giorni a settimana. I lavori orari di installazione e manutenzione nei data center pagano il 42% in più rispetto a impieghi simili in altri settori. Alcuni lavoratori temono un crollo dei salari quando la costruzione dei data center finirà.
~
Fonte: The New York Times
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Tre AI, tre videogiochi


In questo esperimento tre AI diverse hanno costruito videogiochi. Nel video si vedono velocemente i progressi e le performance di ognuna.

Vedi video su youtube.com (eng - 6:13)

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LinkedIn Introduces a 'Seems Like AI Slop' Button


LinkedIn, a social network awash with long AI-generated posts from executives and other corporate workers, has introduced a new button that users can click to flag if a post “seems like AI slop,” according to 404 Media’s own tests.

If you have been anywhere near LinkedIn in the past couple of years, you have undoubtedly seen users posting blatantly AI-generated missives. Often these posts take some sort of news event, and opine on how this relates to thought leadership, or some other LinkedIn brainrot term. It’s also pretty wild the button specifically uses the term “AI slop” and not, say, “It seems this was generated with AI.”

Here’s what the button looks like, available when a user clicks on the three dots at the top of a post:
The pulldown menu on LinkedIn including the "Seems like AI slop" option
I scrolled for about six seconds before finding a post that sure looked like AI slop, based on the gratuitous spacing between single sentences, lists of takeaways, emoji use, and “X is not Y” sentence construction. When I clicked the “seems like AI slop button,” LinkedIn told me, “Thanks for letting us know. Your feedback helps improve the feed.” It then hid the post itself.
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
Earlier this month, 404 Media reported that AI detection service Pangram estimated 41 percent of long form posts and 30 percent of short form posts on LinkedIn are likely AI generated. (Disclosure: Pangram previously ran an advertisement on 404 Media.)

If you Google “linkedin AI” or similar, there are a ton of guides — some on LinkedIn itself — telling people how to use AI to write their LinkedIn posts.

LinkedIn and X Are Flooded With AI Spam, Browsing Data Suggests
An AI detection company found that amount of AI content that users actually see in their day-to-day browsing is shockingly high.
404 MediaJason Koebler


There is of course some irony in that LinkedIn itself has generative AI features. Its AI-powered writing assistant helps people “share personalized suggestions for your profile, to help you stand out and get noticed,” according to LinkedIn’s website.

After publication of this piece, Hari Srinivasan, chief product officer at LinkedIn, wrote their own post about the button. “AI slop is a top priority for all of us. We really care about this. People come to LinkedIn to connect with real people and share their real perspectives, ideas and expertise. Here are a few more changes to keep it that way,” he wrote.

The button in part will help LinkedIn tune its own models for identifying AI slop. “We are ramping up a series of new and improved classifiers that identify if a post is AI-slop or generally low-quality content. This will reduce the amount of AI slop you might see in suggested content and content from outside your network,” the post said. “We are ramping the ability for members to tell us if they believe a post or comment seems like AI slop. Slop is hard to define and the definition changes; this lets us tune our models and make better feeds.”

Srinivasan also said LinkedIn is removing the AI-powered “enhance your post” feature with another that “proofreads your words, but does not change your voice.”

When previously asked for comment about the Pangram report, LinkedIn said it was taking steps to crack down on AI slop, and referred us to a policy change it made in May designed to disincentivize slop: “Professionals come to LinkedIn to hear from real people and their unique insights and perspectives. We actively work to reduce low quality, automated or generic content, and while AI can be used to beat the blank page problem, our focus is on surfacing professional conversations that help people advance their careers.”

Update: this piece has been updated to include a post from LinkedIn.


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La Russia incrimina Pavel Durov per favoreggiamento del terrorismo


Mandato d'arresto internazionale.
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In breve:


La Russia ha incriminato il fondatore di Telegram Pavel Durov per favoreggiamento del terrorismo. L'accusa dei servizi di sicurezza russi è che l'app sia stata usata dai servizi segreti ucraini per reclutare persone e per preparare e coordinare atti di sabotaggio e terrorismo in Russia. Telegram non avrebbe rimosso canali, chat e bot usati dall'Ucraina. È stato emesso un mandato d'arresto internazionale. Durov ha 41 anni, vive all'estero da anni e ha passaporti francese ed emiratino. Non è chiaro se altri Paesi eseguiranno il mandato russo. Dopo l'annuncio l'account X di Telegram ha pubblicato una foto di Durov con il dito medio alzato. Durov ha accusato in passato le autorità russe di "inventare nuovi pretesti per limitare l'accesso dei russi a Telegram". L'app ha circa 950 milioni di utenti nel mondo e decine di milioni in Russia, dove le autorità ne stanno limitando l'accesso. Durov ha lasciato la Russia nel 2014 dopo il rifiuto di chiudere le comunità di opposizione al governo sulla piattaforma.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Russia charges Telegram founder Pavel Durov with facilitating terrorism
The FSB claims the messenger app, created by Pavel Durov, has failed to remove accounts and channels used for recruitment by Ukraine's secret service.
BBC


Alternativa in italiano:

Russia, mandato di arresto internazionale per Pavel Durov: il fondatore di Telegram accusato di complicità nel terrorismo
La Russia ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti di Pavel Durov, fondatore e CEO di Telegram, accusandolo di complicità nel terrorismo. L'FSB sostiene che la piattaforma non abbia rimosso contenuti utilizzati per attività terroristiche. Intanto, continua la stretta del Cremlino sul controllo delle comunicazioni online.
Hardware Upgrade

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SpaceX sta cercando di entrare nella telefonia mobile negli Stati Uniti


Ci sarebbe già anche un prototipo di smartphone.
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In breve:


SpaceX sta valutando come trasformare Starlink in un vero operatore mobile capace di competere con AT&T, Verizon e T-Mobile. L’azienda cerca frequenze radio adatte anche alle città e agli edifici, che potrebbe ottenere partecipando a un’asta pubblica nel 2027 oppure comprando società che già le possiedono. SpaceX ha già mostrato un prototipo di smartphone, acquistato licenze per 17 miliardi di dollari e sta studiando una rete ibrida, con satelliti e antenne terrestri. Il progetto richiederebbe però investimenti continui in torri e spettro, mentre i tre grandi operatori statunitensi hanno speso 110 miliardi di dollari nell’ultimo decennio per assicurarsi gran parte dello spettro più prezioso. Le azioni di AT&T, Verizon e T-Mobile sono scese del 4% dopo la notizia.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

SpaceX looks to compete with the carriers | Semafor
The company is expected to bid in upcoming spectrum auctions.
Semafor


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Trapelano render apparentemente ufficiali dei Pixel 11 in tutti i colori


La presentazione è fissata per il 12 agosto.
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In breve:


Sono trapelati render apparentemente ufficiali di Pixel 11, Pixel 11 Pro e Pixel 11 Pro XL in tutte le colorazioni previste (foto nell'articolo originale). Ogni modello arriva in quattro tinte. Il Pixel 11 base è disponibile in Midnight, Fuschia, Moss e Sterling. Ha la cornice opaca e il retro in vetro lucido. I due Pro condividono le colorazioni Midnight, Fog, Pine e Dune. Sui Pro il vetro posteriore è opaco e la cornice è lucida. La variante Midnight dei due Pro ha invece una finitura interamente opaca, cornice inclusa. Finora Google ha venduto finiture completamente opache solo sui pieghevoli e sul Pixel 10a. I nomi dei colori non sono definitivi. La presentazione della serie è fissata per il 12 agosto e i prezzi sono attesi in aumento.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Pixel 11 series leaks with seemingly official renders, includes all-matte Pixel 11 Pro
[Gallery]Fresh off some leaks showcasing the Pixel 11 Pro Fold in official-looking renders, we’re getting new looks at all three...
9to5GoogleWill Sattelberg


Alternativa in italiano:

Pixel 11, 11 Pro e Pro XL in tutti i colori: finalmente qualcosa di nuovo e originale!
Ecco tutti i colori di Pixel 11, 11 Pro e 11 Pro XL in render ufficiali: Fuchsia, Dune e le prime specifiche trapelate.
SmartWorld

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LinkedIn introduce un pulsante per segnalare i post che sembrano AI slop


La rete professionale è invasa da contenuti artificiali.
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In breve:


LinkedIn ha introdotto un pulsante che permette agli utenti di segnalare i post che "sembrano AI slop": il termine indica contenuti generati con l'AI di bassa qualità e prodotti in serie. La piattaforma è piena di post lunghi generati con l'AI e pubblicati da dirigenti e dipendenti aziendali. Spesso questi post partono da una notizia di attualità che viene collegata a concetti come la "thought leadership", ma ci sono anche altri pattern. Il pulsante usa esplicitamente la formula "AI slop" invece di espressioni neutre come "sembra generato con l'AI".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

LinkedIn Introduces a 'Seems Like AI Slop' Button
Following 404 Media's reporting on how LinkedIn is full of AI slop, the platform is giving users a chance to report it when they see it.
404 Media


Alternativa in italiano: non pervenuta


LinkedIn Introduces a 'Seems Like AI Slop' Button


LinkedIn, a social network awash with long AI-generated posts from executives and other corporate workers, has introduced a new button that users can click to flag if a post “seems like AI slop,” according to 404 Media’s own tests.

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Here’s what the button looks like, available when a user clicks on the three dots at the top of a post:
The pulldown menu on LinkedIn including the "Seems like AI slop" option
I scrolled for about six seconds before finding a post that sure looked like AI slop, based on the gratuitous spacing between single sentences, lists of takeaways, emoji use, and “X is not Y” sentence construction. When I clicked the “seems like AI slop button,” LinkedIn told me, “Thanks for letting us know. Your feedback helps improve the feed.” It then hid the post itself.
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
Earlier this month, 404 Media reported that AI detection service Pangram estimated 41 percent of long form posts and 30 percent of short form posts on LinkedIn are likely AI generated. (Disclosure: Pangram previously ran an advertisement on 404 Media.)

If you Google “linkedin AI” or similar, there are a ton of guides — some on LinkedIn itself — telling people how to use AI to write their LinkedIn posts.

LinkedIn and X Are Flooded With AI Spam, Browsing Data Suggests
An AI detection company found that amount of AI content that users actually see in their day-to-day browsing is shockingly high.
404 MediaJason Koebler


There is of course some irony in that LinkedIn itself has generative AI features. Its AI-powered writing assistant helps people “share personalized suggestions for your profile, to help you stand out and get noticed,” according to LinkedIn’s website.

After publication of this piece, Hari Srinivasan, chief product officer at LinkedIn, wrote their own post about the button. “AI slop is a top priority for all of us. We really care about this. People come to LinkedIn to connect with real people and share their real perspectives, ideas and expertise. Here are a few more changes to keep it that way,” he wrote.

The button in part will help LinkedIn tune its own models for identifying AI slop. “We are ramping up a series of new and improved classifiers that identify if a post is AI-slop or generally low-quality content. This will reduce the amount of AI slop you might see in suggested content and content from outside your network,” the post said. “We are ramping the ability for members to tell us if they believe a post or comment seems like AI slop. Slop is hard to define and the definition changes; this lets us tune our models and make better feeds.”

Srinivasan also said LinkedIn is removing the AI-powered “enhance your post” feature with another that “proofreads your words, but does not change your voice.”

When previously asked for comment about the Pangram report, LinkedIn said it was taking steps to crack down on AI slop, and referred us to a policy change it made in May designed to disincentivize slop: “Professionals come to LinkedIn to hear from real people and their unique insights and perspectives. We actively work to reduce low quality, automated or generic content, and while AI can be used to beat the blank page problem, our focus is on surfacing professional conversations that help people advance their careers.”

Update: this piece has been updated to include a post from LinkedIn.


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Le aziende AI reclutano elettricisti e carpentieri a migliaia


Centinaia di milioni per formare operai specializzati.
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In breve:


Le aziende AI stanno spendendo centinaia di milioni di dollari per formare elettricisti, carpentieri e altri operai specializzati per costruire e gestire i loro data center. Google sta finanziando con 50 milioni di dollari il programma di apprendistato del sindacato degli elettricisti IBEW per portare le iscrizioni annuali da 19.500 a 30.000 per i prossimi tre anni. Meta ha stanziato 115 milioni per il primo anno di un piano pluriennale che parte con circa 5.000 partecipanti. I partecipanti seguono un corso di quattro settimane con viaggio e alloggio pagati e poi lavorano nei cantieri degli appaltatori di Meta. BlackRock ha destinato fondi alla formazione per i suoi data center in Texas dentro un piano da 100 milioni. Il progetto di OpenAI in Michigan è il più grande investimento singolo nella storia dello stato e richiede centinaia di elettricisti con turni di 10 ore per sette giorni a settimana. I lavori orari di installazione e manutenzione nei data center pagano il 42% in più rispetto a impieghi simili in altri settori. Alcuni lavoratori temono un crollo dei salari quando la costruzione dei data center finirà.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

A.I. Companies Are Recruiting Electricians and Carpenters by the Thousands
As an electrician in training in Detroit, Tyler Shelton spends most of his days popping down manholes to fix cables and other electrical gear. But lately, his company has sent many of its workers to a sprawling data center that just broke ground about an hour away.
The New York Times


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Musk riattiva America PAC per aumentare l'affluenza repubblicana alle midterm


Il miliardario rimette in campo il super PAC con cui spese oltre 260 milioni di dollari nel 2024: porta a porta e pubblicità per mobilitare la base conservatrice alle elezioni del 3 novembre

Elon Musk tornerà a spendere per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, quando gli americani rinnoveranno per intero la Camera e un terzo del Senato. Il miliardario riattiverà America PAC, il super PAC rimasto fermo dopo le presidenziali, con un grande investimento per aumentare l'affluenza degli elettori conservatori, ha rivelato Axios.

I super PAC sono comitati politici che possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno dei candidati, purché non coordinino le spese direttamente con le campagne elettorali. Il Comitato punterà su porta a porta, pubblicità digitale e posta diretta per mobilitare la base conservatrice, compresi gli elettori che tendono a restare a casa quando non c'è un presidente da eleggere. I rappresentanti di Musk non hanno precisato quanto spenderà, ma la cifra dovrebbe essere alta viste le donazioni del passato.

Nel 2024 America PAC spese più di 260 milioni di dollari per l'elezione del presidente Donald Trump: quei versamenti resero Musk il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti. Il denaro di Musk allargherà un vantaggio già ampio. I super PAC e i comitati repubblicani hanno oltre 300 milioni di dollari in più rispetto alle controparti democratiche. A questi si aggiungono i 400 milioni custoditi da MAGA Inc., il super PAC del presidente.

Midterm 2026 · Chi paga la mobilitazione

I repubblicani hanno già più soldi dei democratici. E ora torna Musk


Elon Musk riaccende America PAC, il comitato che nel 2024 spese più di 260 milioni di dollari per eleggere Donald Trump. Non ha detto quanto verserà stavolta, ma i repubblicani arrivano al voto di novembre con oltre 300 milioni in più dei democratici. Quei soldi non pagheranno gli spot: serviranno a portare alle urne gli elettori conservatori che, senza un presidente da eleggere, tendono a restare a casa.

Grafica di FocusAmerica30 luglio 2026

Presidenziali 2024

0
milioni
di dollari

Tanto spese America PAC per eleggere Trump. Quei versamenti fecero di Musk il maggior donatore individuale di un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.

Midterm 2026

?
cifra non
comunicata

Il comitato era rimasto fermo dopo le presidenziali. Musk lo riaccende per il voto del 3 novembre, ma i suoi rappresentanti non hanno detto quanto spenderà.

L'arsenale

Il campo repubblicano arriva al voto con la cassa più piena


Tre cifre danno l'ordine di grandezza del divario. La quarta è l'incognita che Musk non ha ancora sciolto.

Ogni tacca vale 20 milioni di dollari

Le voci non sono omogenee — riserve in cassa, differenziali fra i due campi e spese già effettuate — ma sono riportate sulla stessa scala per rendere leggibile il rapporto fra le grandezze.

La macchina

I soldi di Musk non comprano spot, comprano chi bussa alle porte


Lasciando ad altri gruppi repubblicani il compito di pagare la televisione, America PAC si concentra sul lavoro di terra: convincere a votare chi normalmente resta a casa quando non c'è un presidente da eleggere.

0
porte bussate nel 2024 in oltre sei stati in bilico, secondo i dati del comitato

Ogni porta vale 100.000 porte bussate
Rivedi la sequenza
Porta a porta Pubblicità digitale Posta diretta

La parabola

Dalla guida del DOGE alla rottura, fino al ritorno

2025 · primi mesi
Musk guida il DOGE

Quattro mesi alla testa del dipartimento per l'efficienza governativa voluto da Trump.

2025
La rottura

Furioso per la spesa prevista dalla «big, beautiful bill», arriva a ipotizzare un terzo partito in funzione anti-repubblicana.

Fine 2025
Torna a donare

I rapporti con Trump si ricuciono in parte e il miliardario riprende a versare soldi al partito.

Gennaio 2026
Dieci milioni in Kentucky

Vanno a Nate Morris, candidato repubblicano al Senato, che poi lascia la corsa per un incarico nell'amministrazione.

29 luglio 2026
Riaccende America PAC

Il comitato torna operativo per i midterm. A guidarlo sarà Chris Young, principale consigliere politico di Musk.

Il contrappeso

I soldi non comprano il clima politico


Il gradimento di Trump resta basso, trascinato soprattutto dall'economia e dalla guerra con l'Iran. Il controllo repubblicano della Camera è a rischio, e forse anche quello del Senato: è la ragione per cui il partito spera che le risorse compensino un clima che oggi favorisce i democratici.

96
giorni al 3 novembre, quando gli americani rinnovano l'intera Camera e un terzo del Senato

Fonte Axios, 29 luglio 2026, su dati e dichiarazioni di America PAC e dei comitati repubblicani. Grafica aggiornata al 30 luglio 2026.


Le cifre in sintesi. MAGA Inc., il super PAC di Trump: 400 milioni di dollari in cassa. Vantaggio dei comitati repubblicani su quelli democratici: oltre 300 milioni. America PAC nelle presidenziali del 2024: più di 260 milioni spesi e oltre 10 milioni di porte bussate. America PAC per i midterm del 2026: cifra non comunicata.

I repubblicani sperano che le risorse compensino un clima politico che favorisce i democratici. Il basso gradimento di Trump, legato soprattutto all'economia e alla guerra con l'Iran, mette a rischio il controllo repubblicano della Camera e forse anche del Senato.

America PAC coordinerà il proprio lavoro con gli altri gruppi dell'ecosistema repubblicano e Musk ha discusso con la squadra del presidente su come contribuire alla campagna. Nel 2024, secondo i suoi dati, il comitato bussò a più di 10 milioni di porte in oltre sei stati in bilico. Concentrandosi sulla mobilitazione degli elettori, permetterà agli altri gruppi repubblicani di dedicare i fondi agli spot televisivi, mentre la guida dell'operazione andrà a Chris Young, il principale consigliere politico del miliardario.

Musk aveva rotto con Trump dopo i quattro mesi passati alla guida del DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa. Furioso per l'entità della spesa prevista dalla grande legge di bilancio voluta dal presidente (la "big, beautiful bill"), era arrivato a ipotizzare la creazione di un terzo partito in funzione anti-repubblicana. Nell'ultimo anno però i rapporti si sono in parte ricuciti e alla fine del 2025 Musk era tornato a donare al partito. A gennaio aveva versato 10 milioni di dollari a Nate Morris, candidato repubblicano al Senato in Kentucky, che poi si è ritirato dalla corsa per accettare un incarico nell'amministrazione Trump.

"America PAC è stato un partner essenziale della nostra storica operazione di mobilitazione degli elettori nel 2024 e il suo ritorno per il 2026 è una spinta enorme per i repubblicani di tutto il Paese", ha detto ad Axios James Blair, il principale consigliere politico del presidente. Per Andrew Romeo, portavoce di America PAC, la squadra politica di Trump e il resto dell'apparato repubblicano hanno costruito "un'operazione di primo livello che metterà i repubblicani in una posizione di forza per sfidare la storia e mantenere il controllo del Congresso" in autunno.


Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre


Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda


Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Gli elettori più fedeli del partito

1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati


Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018

+0 pt
2026

+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.

Voto generico per il Congresso — elettori registrati

DEM

0%

REP

0%

Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

37%

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione


Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte

OH
Ohio

NC
North Carolina

MT
Montana

NH
New Hampshire

MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda


Tocca ogni voce per il dettaglio.

1Inflazione ed economia+
È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.

2Il SAVE America Act bloccato+
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
SÌ218 NO213

3Un tesoretto da 400 milioni fermo+
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo


Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione


A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.


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Il PIL americano rallenta all'1,5% nel Q2: a frenarlo sono benzina e chip importati per l'IA


L'economia statunitense è cresciuta dell'1,5% annualizzato nel secondo trimestre, sotto l'1,8% atteso dagli analisti. Consumi e investimenti delle imprese restano solidi, ma le importazioni dei chip per i data center IA e il caro carburante pesano sul dato.

L'economia americana è cresciuta a un ritmo annualizzato dell'1,5% nel secondo trimestre, cioè al passo che si otterrebbe se l'andamento di quei tre mesi si ripetesse per un anno intero. Il risultato è inferiore all'1,8% previsto dagli economisti interpellati dal Wall Street Journal e segna un rallentamento rispetto al 2,1% annualizzato registrato tra gennaio e marzo. Negli ultimi tre mesi del 2025 la crescita si era invece fermata allo 0,5%. Il dato, diffuso oggi dal Dipartimento del Commercio, riguarda un trimestre segnato dalla guerra in Medio Oriente e dal rincaro dell'energia.

A pesare sul risultato sono state soprattutto le importazioni, che nel calcolo del PIL entrano con il segno meno perché riguardano beni prodotti all'estero. Il saldo commerciale ha sottratto circa un punto percentuale alla crescita complessiva; anche la riduzione delle scorte delle imprese e il calo della spesa pubblica hanno frenato l'economia. Una parte consistente degli acquisti dall'estero è però legata proprio alla corsa all'intelligenza artificiale: le aziende che costruiscono data center importano semiconduttori e apparecchiature, contribuendo così ad ampliare una voce che, nella contabilità nazionale, riduce il PIL.

Economia americana

Il PIL americano rallenta, ma sotto la superficie l’economia accelera


Nel secondo trimestre del 2026 la crescita si ferma all’1,5% annualizzato, frenata dalle importazioni legate alla corsa all’intelligenza artificiale. La domanda interna, però, aumenta al ritmo più alto da tre anni.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Le due velocità dell’economia · T2 2026, tassi annualizzati

Crescita del PIL

+0,0%

Il dato ufficiale: sotto le attese degli economisti (+1,8%) e in frenata dal +2,1% del primo trimestre.

Domanda interna privata

+0,0%

Le vendite finali agli acquirenti privati interni, l’indicatore che esclude commercio estero, scorte e spesa pubblica.

Depurata dalle componenti più volatili, la domanda interna cresce a un ritmo più che doppio rispetto a quello del PIL ufficiale: è l’aumento più rapido dall’inizio del 2023.

La serie

Un anno e mezzo di crescita a strappi


Variazione del PIL reale rispetto al trimestre precedente, tasso annualizzato e destagionalizzato.

Il paradosso

L’intelligenza artificiale dà e toglie


Il contributo della corsa all’AI alla crescita del secondo trimestre, in punti percentuali di PIL.

Quanto ha dato: computer, data center e software

oltre la metà della crescita

La barra intera rappresenta il +1,5% del trimestre: più della metà arriva dalla spesa informatica, secondo i calcoli di Ernie Tedeschi (Stripe).

Quanto ha tolto: il commercio estero (import di chip e macchinari)

−1 punto percentuale

Barre in scala tra loro: un punto sottratto contro un punto e mezzo di crescita complessiva.

Le aziende che costruiscono data center comprano semiconduttori e apparecchiature dall’estero: la stessa corsa all’AI che spinge gli investimenti gonfia le importazioni, che nel calcolo del PIL entrano con il segno meno.

I motori

Consumi e investimenti spingono, la benzina frena


Le tre variabili che raccontano il trimestre, tra tagli fiscali e guerra con l’Iran.

Consumi delle famiglie
+3,2%
Dal +0,5% di inizio anno: il dato migliore dal terzo trimestre 2025, sostenuto dai tagli fiscali.

Investimenti delle imprese
+8,4%
Trainati da macchinari, server e software destinati all’intelligenza artificiale.

Benzina, media del trimestre
4,22 $
Al gallone: era sotto i 3 dollari prima dell’attacco all’Iran di fine febbraio. Il picco di maggio ha superato i 4,50 $.

La Fed

Tassi fermi, ma i falchi alzano la voce


La Federal Reserve ha lasciato i tassi tra il 3,5% e il 3,75%. Il voto, però, non è stato unanime.

9 hanno votato per lasciare i tassi invariati
3 hanno chiesto un rialzo immediato di un quarto di punto
Tre dissensi nella stessa direzione non si registravano dal settembre 2016. A chiedere il rialzo: Hammack (Cleveland), Kashkari (Minneapolis) e Logan (Dallas).

Fonte: Bureau of Economic Analysis; AAA; Federal Reserve; calcoli di Ernie Tedeschi (Stripe) citati dal Wall Street Journal · Luglio 2026. Tassi di variazione reali, annualizzati e corretti per la stagionalità.

La domanda interna cresce al ritmo più alto da tre anni


Al di là del dato principale, l'economia ha invece accelerato. Le vendite finali agli acquirenti privati interni, l'indicatore seguito dagli economisti perché esclude le componenti più volatili come commercio estero, scorte e spesa pubblica, sono aumentate a un ritmo annualizzato del 3,9%, contro l'1,7% del trimestre precedente. È l'incremento più rapido dal primo trimestre del 2023.

I consumi delle famiglie, che rappresentano circa due terzi dell'attività economica americana, sono cresciuti del 3,2%, dopo lo 0,5% dei primi tre mesi dell'anno: il risultato migliore dal terzo trimestre del 2025. Sostenute dai tagli fiscali approvati lo scorso anno dal Congresso, le famiglie hanno aumentato la spesa sia per i beni sia per i servizi. Gli investimenti delle imprese sono saliti dell'8,4% annualizzato, trainati dai macchinari e dalla proprietà intellettuale, le due categorie che comprendono server, computer e software destinati all'intelligenza artificiale.

"Più della metà della crescita reale del PIL nel solo secondo trimestre è attribuibile a computer, data center o a qualcosa di collegato alle apparecchiature e ai software per l'elaborazione delle informazioni", ha spiegato al Wall Street Journal Ernie Tedeschi, capo economista della società di pagamenti Stripe, che ha calcolato il contributo complessivo della spesa informatica.

L'Amministrazione Trump considera queste importazioni un segnale positivo. Intervenendo la settimana scorsa davanti alla Commissione Finanze del Senato, il Rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, Jamieson Greer, ha detto di accogliere con favore l'aumento degli acquisti dall'estero del "tipo di beni che ci aiutano a produrre ancora di più qui". "Abbiamo spostato il grosso delle nostre importazioni dai beni di consumo e dalle automobili verso ciò che serve a sostenere la reindustrializzazione, come macchine utensili, macchinari per lo stampaggio a iniezione e chip per l'intelligenza artificiale", ha aggiunto.

Il caro benzina erode i salari e rafforza i falchi della Fed


La guerra con l'Iran ha invece colpito direttamente i bilanci delle famiglie, facendo aumentare il costo dei carburanti e riaccendendo l'inflazione, che erode il potere d'acquisto dei salari. Nel secondo trimestre la benzina è costata in media 4,22 dollari al gallone, secondo i dati dell'AAA, l'Associazione automobilistica americana, contro meno di 3 dollari prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l'Iran alla fine di febbraio. Questo mese i prezzi hanno nuovamente superato i 4,10 dollari, pur rimanendo al di sotto del picco di oltre 4,50 dollari raggiunto a maggio. Gli economisti indicano in un nuovo shock energetico il rischio principale per la seconda metà dell'anno: un'ulteriore ripresa dell'inflazione potrebbe spingere la Federal Reserve a rendere ancora più restrittiva la politica monetaria.

La Banca Centrale ha lasciato i tassi invariati tra il 3,5% e il 3,75%, ma la decisione è stata approvata con 9 voti contro 3. I presidenti delle Federal Reserve regionali di Cleveland, Minneapolis e Dallas, Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan, hanno chiesto un aumento immediato di un quarto di punto. Tre dissensi nella stessa direzione non si registravano dal settembre 2016. Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, alla sua seconda riunione di politica monetaria, ha comunque descritto positivamente lo stato dell'economia: "L'economia sta mostrando una capacità di tenuta impressionante, anche di fronte agli shock recenti", ha detto, indicando negli investimenti aziendali legati all'intelligenza artificiale l'elemento più sorprendente del quadro.

Dall'inflazione è arrivato a giugno un segnale di raffreddamento. L'indice PCE, la misura dei prezzi preferita dalla Fed, è diminuito dello 0,1% rispetto a maggio grazie al calo del petrolio, ma è rimasto del 3,7% superiore rispetto a un anno prima. La componente core, che esclude le categorie più volatili come alimentari ed energia, è aumentata dello 0,1% sul mese e del 3,3% su base annua.

Il trimestre restituisce dunque un dato di crescita debole, dietro il quale si muove però un'economia molto più dinamica: la domanda interna aumenta al ritmo più sostenuto da tre anni, mentre il boom degli investimenti alimenta le importazioni e sottrae nell'immediato punti al PIL, pur ponendo le basi per una maggiore capacità produttiva. È proprio questa combinazione, un'economia ancora solida e un'inflazione persistente, a rafforzare le ragioni di chi, dentro la Fed, vuole mantenere restrittiva la politica monetaria.

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Tratta di Stato: l'Europa paga, la Tunisia consegna i migranti alle milizie libiche


Migranti venduti come merce alle milizie libiche: un rapporto al Parlamento europeo denuncia una «tratta di Stato» dietro il sistema con cui la Tunisia, finanziata dall'Europa, blocca le partenze — mentre nel primo semestre 2026 l'OIM ha gestito 3.295 rimpatri volontari verso l'Africa subsahariana.

embed.podcasts.apple.com/us/po…
C'è un uomo, in Camerun, che si chiama Charly e fa il pittore. È stato intercettato al largo della Tunisia mentre tentava di raggiungere Lampedusa, riportato a forza a Sfax, legato e picchiato per dieci ore su un autobus senza cibo né acqua. Poi venduto a banditi libici per 150 dinari, «meno del prezzo di una capra», come ha raccontato lui stesso ai ricercatori che ne hanno raccolto la testimonianza, pubblicata da L'Unità. C'è una donna, Ivanna, ventisei anni, arrestata in un raid notturno a El Jem e consegnata a uomini armati nel deserto in cambio di soldi versati «in una borsa» alla polizia tunisina. C'è Aïssa, ventidue anni, della Guinea Conakry, che ha visto morire due amiche in una prigione libica prima di riuscire a farsi liberare pagando un riscatto. Sono i nomi dietro ai numeri che l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni pubblica ogni sei mesi, ed è da qui che vale la pena partire prima di guardare le statistiche.

Perché i numeri, da soli, raccontano una storia rassicurante, ma la realtà tutt'altro. Secondo quanto riportato dall'ANSA, tra gennaio e giugno 2026 l'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha assistito 3.295 migranti attraverso il programma di rimpatrio volontario dalla Tunisia verso l'Africa subsahariana, la maggioranza diretti verso Guinea (26%), Costa d'Avorio (19%) e Camerun (9%).

Secondo il cruscotto del Ministero dell'Interno ripreso da Portale Migranti, gli sbarchi in Italia sono calati del 41% nel primo quadrimestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Sul fronte dei rimpatri, la deputata di Fratelli d'Italia Sara Kelany ha rivendicato un rapporto tra rimpatri e arrivi salito al 35%, contro il 10% dell'intero 2025 — un confronto che lo stesso portale segnala come difficile da standardizzare, perché le metodologie di calcolo e i periodi di riferimento variano da una rilevazione all'altra.

Fratelli d'Italia ne ha fatto un vanto elettorale: la deputata Sara Kelany ha dichiarato, in un'intervista raccolta da La Voce del Patriota, «basta con la mangiatoia dell'immigrazione», rivendicando un calo degli sbarchi dell'80% rispetto al 2023, mentre a livello europeo l'eurodeputato di FdI Alessandro Ciriani ha salutato, come riferisce l'ANSA, l'accordo sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri come la conferma che «la linea indicata da Meloni» è ormai quella scelta da Bruxelles.

Il problema è cosa succede nello spazio, spesso invisibile, tra il blocco e il rimpatrio. Un'indagine del collettivo di ricerca internazionale RRX, presentata al Parlamento europeo lo scorso aprile con il sostegno dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione e dell'agenzia Border Forensics, e raccontata in dettaglio da Eunews, parla senza mezzi termini di «tratta di Stato»: gli apparati di sicurezza tunisini, secondo il rapporto, intercettano i migranti, li trasportano al confine con la Libia e li cedono a gruppi armati e milizie in cambio di denaro, carburante o droga. Il documento stima che tra giugno 2023 e dicembre 2025 circa 7.400 persone siano state vittime di questo meccanismo, una cifra che gli stessi autori definiscono sottostimata. All'eurodeputata Ilaria Salis, che ha promosso la presentazione del rapporto insieme a Cecilia Strada e Leoluca Orlando, non è sembrata una serie di episodi isolati, ma «un sistema di traffico di esseri umani»: «Dopo questa pubblicazione», ha detto, «nessuno potrà dire di non sapere».

Sul versante libico, la zona grigia tra criminalità organizzata e apparati statali ha un nome e un fascicolo giudiziario aperto in Italia. Come ha ricostruito Avvenire, la Procura di Agrigento indaga da anni su Abdurahman al-Milad, noto come «Bija», ufficiale della cosiddetta guardia costiera libica, e su suo cugino Osama al-Kuni, che gestisce il centro di detenzione di Zawiyah: secondo gli inquirenti, entrambi fanno capo al clan al-Nasr, che controlla, oltre al traffico di persone, anche il contrabbando di petrolio, armi e droga verso la Sicilia e i Balcani. Il procuratore capo di Agrigento, Salvatore Vella, ha spiegato in un'intervista sempre ad Avvenire che le partenze dalla Tunisia risultano oggi gestite da organizzazioni criminali locali, con «procacciatori» che reclutano migranti tra le proprie comunità d'origine, pur precisando che non esistono ancora prove certe di un coordinamento diretto tra le reti tunisine e quelle libiche.

È qui che si apre la domanda politica più scomoda, ed è bene porla come tale: una domanda, non un verdetto. I governi europei, Italia in testa, hanno costruito la propria strategia di controllo delle frontiere proprio sul rafforzamento di quegli stessi apparati tunisini e libici che il rapporto RRX accusa di alimentare la tratta. Il Memorandum d'intesa tra Ue e Tunisia, firmato nel luglio 2023 da Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni e Mark Rutte insieme al presidente tunisino Kaïs Saïed, prevedeva pacchetti di finanziamento per oltre 700 milioni di euro complessivi, inclusi 105 milioni destinati specificamente alla gestione della migrazione, come ha ricostruito Euronews nella cronaca del successivo braccio di ferro sui fondi. Gli stessi eurodeputati che hanno presentato il rapporto sulla tratta di Stato sostengono che quei finanziamenti abbiano incentivato pratiche di intercettazione e arresti arbitrari, prima fase di una catena poi sfociata nella compravendita di esseri umani. Le forze di governo italiane ed europee, dal canto loro, non hanno mai riconosciuto un nesso di causalità tra i fondi versati e gli abusi documentati, e rivendicano piuttosto la riduzione degli sbarchi come una vittoria umanitaria, perché significherebbe meno morti nel Mediterraneo. Restano due narrazioni che non si parlano: chi vede nel calo degli sbarchi la prova che il modello funziona, e chi vede nello stesso calo la prova che il costo è stato semplicemente spostato altrove, in un deserto o in una prigione libica, fuori dallo sguardo delle telecamere europee.

Sul piano economico, la logica del contenimento resta comunque solida sulla carta: per l'Unione europea e gli Stati membri, ogni persona rimpatriata attraverso i canali OIM evita costi di accoglienza e procedura d'asilo stimati mediamente tra i 12 e i 18mila euro nel primo anno, a fronte di una spesa per il rimpatrio assistito compresa tra 1.500 e 2.500 euro a persona. È un calcolo che spiega perché Roma abbia scelto di investire pesantemente nella cooperazione con Tunisi, con pacchetti che, sommando le diverse voci del Memorandum, superano ampiamente i 100 milioni di euro, pur sapendo, dai rapporti delle organizzazioni umanitarie e dalle inchieste della magistratura italiana, che una parte di quei fondi finisce per rafforzare apparati coinvolti, secondo le accuse documentate, in pratiche di respingimento violento e vendita di persone.

Resta poi il nodo strutturale che nessun rimpatrio, per quanto ben finanziato, riesce a sciogliere: la pressione demografica ed economica di paesi come Guinea, Costa d'Avorio e Camerun, dove la disoccupazione giovanile supera il 30% e le economie in crescita non generano occupazione sufficiente per le nuove generazioni. Senza investimenti strutturali nella reintegrazione, che l'esperienza degli ultimi anni mostra insufficienti non appena si esauriscono i fondi iniziali, molti tra i rimpatriati tentano nuovamente la partenza, spesso proprio lungo le stesse rotte in cui operano le reti già documentate dal rapporto RRX e dalla Procura di Agrigento. Il rischio, per l'Europa, non è soltanto quello di una crisi umanitaria che a un certo punto diventerà troppo visibile per essere ignorata. È quello di aver costruito la propria politica migratoria su una base che, più la si osserva da vicino, meno assomiglia a un argine, e più assomiglia a un mercato.


Possiamo davvero permetterci la remigrazione?


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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Al di là della retorica sulla "remigrazione", l'analisi dei flussi demografici ed economici evidenzia una realtà strutturale: la forza lavoro straniera è ormai una componente fissa del capitale nazionale. Il vero rischio sistemico non risiede nelle criticità dell’integrazione, ma nell'erosione di un bacino occupazionale che garantisce, di fatto, la solvibilità dello Stato.

Il dato che più di ogni altro dovrebbe guidare le scelte di Palazzo Chigi non è il consenso elettorale, ma la tenuta dei conti pubblici. Con un contributo al PIL che ha sfiorato i 164 miliardi di euro nel 2025, la manodopera straniera agisce come un'iniezione costante di liquidità nel sistema fiscale. Senza i 17 miliardi di contributi versati nell'ultimo anno, il sistema pensionistico italiano entrerebbe in una fase di squilibrio tecnico immediato.

In questo scenario, la proposta di incentivare il rientro dei migranti nei paesi d'origine non è una strategia migratoria, ma una manovra di deprezzamento del patrimonio umano. In province industriali come Brescia e Prato, dove il valore aggiunto dipende per oltre il 20% da lavoratori stranieri, un calo della presenza migrante equivarrebbe a una chiusura forzata di migliaia di linee di produzione.

Patto migranti al capolinea: l’Albania punta all’Europa
Tirana accelera verso Bruxelles, ma il Premier albanese gela Roma: nessun rinnovo per l’accordo sui migranti. L’integrazione europea del 2030 non è più l’unico ostacolo alla tenuta dei centri di Gjader e Shengjin.
L'AnalistaRedazione

Il fattore PNRR: una questione di esecuzione, non di ideologia


Il 2026 è l'anno del "dentro o fuori" per le infrastrutture italiane. La capacità di mettere a terra gli ultimi progetti del PNRR dipende da un mercato del lavoro che presenta un deficit di 2,4 milioni di profili. In settori critici come l’edilizia, dove la componente straniera specializzata tocca il 30%, la "remigrazione" cesserebbe di essere uno slogan per diventare un ostacolo fisico alla realizzazione di ponti, ferrovie e reti digitali.

Questa dipendenza tecnica emerge anche nei tavoli diplomatici internazionali. La visita del presidente Zelensky (15 aprile) non riguarda solo la geopolitica, ma la gestione di un bacino di competenze — quello ucraino — che è diventato vitale per i servizi e la metalmeccanica italiana. La vera posta in gioco è la creazione di corridoi professionali stabili, l'esatto opposto della chiusura ventilata da una parte della maggioranza.

La competizione globale per i talenti e il rischio isolamento


L'Italia si trova oggi a competere con Germania e Spagna in una "guerra per il talento" che non ammette incertezze normative. Berlino e Madrid hanno smesso di trattare l'immigrazione come un'emergenza, trasformandola in una strategia di attrazione. Se l'Italia continua a inviare segnali di ostilità o di instabilità legislativa, non solo non attirerà nuovi lavoratori qualificati, ma spingerà quelli già presenti verso mercati più accoglienti e certi.

Il rischio finale per il 2026 è la perdita di competitività sistemica. Per un investitore estero, un Paese che discute di allontanare il 9% della sua forza lavoro è un Paese a rischio operativo. La sfida del governo, dunque, non è trovare un compromesso tra le ali della coalizione, ma decidere se l'Italia debba restare una potenza industriale o trasformarsi in un museo demografico.

Le domande de l'Analista


Come può il governo italiano conciliare le spinte ideologiche di parte della maggioranza con i vincoli strutturali di un'economia che dipende oggettivamente dal lavoro migrante?

Quali scenari si aprono se la frattura tra Fratelli d'Italia e Forza Italia sul tema migratorio dovesse allargarsi fino a coinvolgere scelte di bilancio e politica industriale?

E soprattutto: quale prezzo è disposto a pagare il sistema produttivo italiano per una coerenza narrativa che potrebbe tradursi in perdita di competitività europea?


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Le elezioni suppletive dicono quando cambia il vento politico americano


L’analisi di quasi 10 anni di votazioni mostra che bastano cinque consultazioni per individuare un cambiamento nel clima politico. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, però, l’orientamento dell’elettorato è rimasto sostanzialmente stabile, in media 14 punti sopra le presidenziali per i dem.

Negli Stati Uniti le elezioni suppletive, organizzate durante tutto l’anno per riassegnare i seggi rimasti vacanti al Congresso e nelle assemblee statali, sono diventate uno degli indicatori più affidabili del clima politico. Un’analisi dell’analista indipendente Marsha Kessler, pubblicata dal Downballot, il sito che da quasi un decennio raccoglie i risultati di queste consultazioni, mostra che con gli strumenti statistici adeguati è possibile individuare quasi in tempo reale i cambiamenti nell’orientamento dell’elettorato. Possono bastare appena cinque elezioni.

Dal 2017 il Downballot confronta il margine ottenuto dai candidati nelle suppletive per la Camera dei Rappresentanti e per le assemblee statali con quello registrato nell’ultima elezione presidenziale negli stessi distretti. Se il candidato democratico migliora quel risultato, si parla di "sovra performance". L’analisi prende in considerazione soltanto le consultazioni nelle quali democratici e repubblicani raccolgono insieme più del 90% dei voti: 438 elezioni in quasi dieci anni.

Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, i democratici hanno ottenuto in media risultati migliori di 14 punti rispetto alle presidenziali negli stessi distretti. A marzo, per esempio, in Pennsylvania si è votato per un seggio statale in un distretto che nel 2024 Trump aveva conquistato con 33 punti di vantaggio. La repubblicana Andrea Verbosh ha battuto il democratico Caleb McCoy di appena 12 punti: una sovra performance democratica di 21 punti.

Scarti di queste dimensioni, tuttavia, non sono eccezionali. Durante le presidenze Trump è accaduto 77 volte che i democratici superassero di almeno 20 punti il risultato presidenziale di riferimento. Per rientrare nel 5% dei risultati più estremi serve invece una sovra performance di almeno 34 punti. È quanto avvenuto a febbraio in Louisiana, dove la democratica Chasity Martinez ha difeso un seggio della Camera statale ottenendo il 56% contro il 43% in un distretto conservatore nel quale Trump aveva raccolto il 62%: uno scarto di 37 punti rispetto alla base presidenziale.

Elezioni suppletive

Bastano cinque elezioni per capire dove va l’America


Dieci anni di suppletive per la Camera e le assemblee statali, sette fasi statistiche: così una svolta dell’elettorato si vede in poche settimane, mesi prima dei sondaggi.

Grafica di FocusAmerica

Sovra performance democratica media
+14punti

nelle suppletive dall’inizio del secondo mandato di Trump, rispetto alle presidenziali negli stessi distretti. E il clima è fermo lì da un anno e mezzo.

2017–2026

Dieci anni, sette fasi


Vantaggio medio dei democratici sulla loro base presidenziale, in punti. Seleziona una fase per i dettagli.


  • 1. Gen 2017 – fine 2017+12
  • 2. MeToo, fine 2017 – mar 2018+25
  • 3. Mar 2018 – gen 2021+4
  • 4. Presidenza Biden, 2021 – mag 2022−9
  • 5. Sentenza Dobbs, mag 2022 – nov 2023+7
  • 6. Nov 2023 – mar 2024≈0
  • 7. Ritorno di Trump, gen 2025 – oggi+14


Due casi recenti

Quando lo scarto diventa notizia


Cosa significa, in pratica, una sovra performance.

Pennsylvania · Seggio statale, marzo
+21
punti di sovra performance dem
Presidenziali 2024Trump +33
SuppletivaRepubblicani +12

Spostamento verso i dem

Non è un caso isolato: durante le presidenze Trump i democratici hanno superato la base di almeno 20 punti 77 volte.

Louisiana · Seggio statale, febbraio
+37
punti di sovra performance dem
Presidenziali 2024Trump al 62%
SuppletivaDem 56% – Rep 43%

Spostamento verso i dem

Tra i risultati più estremi del decennio: il seggio resta democratico in un distretto profondamente conservatore.

Il metodo in tre numeri

438
elezioni suppletive analizzate dal 2017

≈40
consultazioni in media ogni anno, in tutto il Paese

5
elezioni possono bastare per rilevare una svolta del clima politico

Sovra performance: differenza tra il margine democratico nella suppletiva e quello dell’ultima presidenziale nello stesso distretto. Sette fasi individuate con il controllo statistico dei processi (confidenza di almeno il 99%), su gare in cui democratici e repubblicani superano insieme il 90% dei voti.

Fonte: Marsha Kessler, The Downballot (2017–2026)

Da MeToo alla sentenza sull’aborto


Un singolo risultato, per quanto clamoroso, non basta però a dimostrare che l’intero clima politico stia cambiando. Per distinguere gli episodi isolati dalle tendenze reali, Kessler ha applicato alle elezioni le tecniche del controllo statistico dei processi, nate nell’industria manifatturiera per individuare rapidamente quando una produzione si allontana dai parametri abituali.

Il metodo divide gli ultimi dieci anni di suppletive in sette fasi distinte, ognuna identificata con un livello di confidenza statistica di almeno il 99%. Il primo mandato di Trump si apre con i democratici in vantaggio di quasi 12 punti rispetto alle loro basi presidenziali. Verso la fine del 2017 lo scarto balza improvvisamente a 25 punti, inaugurando una fase durata appena quattro mesi e 27 elezioni, coincisa con l’esplosione del movimento MeToo. Dalla fine di marzo 2018 il vantaggio democratico scende invece a 4 punti e rimane sostanzialmente invariato fino al termine del mandato, attraversando anche le elezioni di metà mandato del novembre 2018.

Con l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca il quadro si capovolge. Pochi mesi dopo il suo insediamento, i democratici scivolano in media 9 punti sotto i risultati presidenziali di riferimento: l’unica fase negativa individuata dall’analisi. A invertire la tendenza è la sentenza Dobbs, con cui il 24 giugno 2022 la Corte Suprema cancella il diritto federale all’aborto riconosciuto quasi mezzo secolo prima dalla Roe v. Wade. Lo spostamento comincia in realtà già all’inizio di maggio, quando la bozza della decisione viene pubblicata dalla stampa.

Dopo la sentenza, i democratici tornano sopra la base presidenziale di 7 punti in media. Durante quell’estate il partito ottiene cinque risultati consecutivi particolarmente positivi nelle corse per il Congresso, compresa la conquista di un seggio nell’Alaska profondamente repubblicana. Le elezioni di metà mandato di novembre, che si annunciavano molto difficili per i democratici, si concludono così quasi in parità.

Da un anno e mezzo non cambia nulla


L’effetto della sentenza Dobbs, tuttavia, si esaurisce gradualmente. Alla fine del 2023 le sovra performance democratiche quasi scompaiono, per poi tornare a crescere dalla fine di marzo 2024, sette mesi prima delle presidenziali. Il metodo avrebbe individuato entrambi i movimenti nel giro di poche settimane: il calo cominciato alla fine di novembre 2023 sarebbe diventato statisticamente riconoscibile entro il 9 gennaio 2024; il rimbalzo iniziato il 26 marzo sarebbe stato rilevato entro il 30 aprile, dopo appena cinque settimane e cinque consultazioni.

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha aperto la settima fase, tuttora in corso, nella quale i democratici superano in media di 14 punti i loro risultati presidenziali di riferimento. Nonostante le turbolenze del secondo mandato, dal gennaio 2025 il metodo non ha rilevato alcun nuovo punto di svolta. Il clima politico appare dunque stabile da un anno e mezzo e potrebbe rimanere tale fino alle elezioni di metà mandato di novembre, o anche oltre.

Queste indicazioni sono particolarmente importanti per le campagne elettorali e per i donatori, perché possono anticipare di mesi le tendenze che emergeranno nei sondaggi. Inoltre, non dipendono soltanto dal partito che controlla la Casa Bianca. Come dimostrano il movimento Me Too e la battaglia sull’aborto, uno shock improvviso o un tema capace di imporsi al centro del dibattito può modificare rapidamente il comportamento degli elettori. Con una quarantina di consultazioni all’anno in tutto il Paese, le elezioni suppletive costituiscono il flusso di dati elettorali più continuo per accorgersene.


Per gli elettori Dem l'aborto non è più una priorità


Diana DeGette, tra le più note sostenitrici del diritto all'aborto al Congresso americano, ha perso all'inizio del mese la primaria democratica per il suo seggio alla Camera in Colorado contro Melat Kiros, dell'ala socialista-democratica del partito. In Maine, a giugno, Matt Dunlap ha vinto la primaria democratica nel secondo distretto nonostante gli avversari avessero costruito gran parte della campagna sul suo passato antiabortista. Sono gli esempi più recenti di quanto l'aborto sia arretrato come tema elettorale nel 2026, dopo essere stato al centro delle campagne democratiche del 2022 e del 2024.

Da gennaio a metà luglio del 2024 negli Stati Uniti sono andati in onda più del triplo di spot elettorali legati all'aborto rispetto allo stesso periodo del 2026, con una spesa quasi doppia, secondo un'analisi del sito di giornalismo politico NOTUS su dati di AdImpact, una società che traccia la pubblicità elettorale. I sondaggi di questo ciclo mostrano che gli elettori si preoccupano soprattutto di economia e costo della vita, mentre l'aborto è sceso nella lista delle priorità.

Nel 2022 i democratici avevano evitato l'ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato concentrando la campagna sulla decisione della Corte Suprema di cancellare la Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che garantiva l'accesso all'aborto in tutto il Paese. Nel 2024 la stessa strategia non ha funzionato: i repubblicani hanno neutralizzato gli attacchi e Donald Trump, oggi presidente, ha dichiarato formalmente che il partito non sosteneva un divieto federale di aborto.

L'aborto "è importante come prima, ma nel 2022, con la decisione della Corte Suprema, le persone ne sentivano gli effetti immediati, mentre ora sentono l'aumento del costo della vita, dall'affitto alla spesa", ha detto a NOTUS la deputata democratica della California Nanette Barragán. Susie Lee, deputata del Nevada, uno dei tre Stati dove a novembre si voterà anche una misura per inserire la tutela dell'aborto nella costituzione statale, si aspetta che il tema pesi nella sua corsa, "ma penso che nella vita di tutti i giorni l'economia sia una questione molto più grande per le persone".

Un deputato democratico eletto in un distretto in bilico ha detto a NOTUS che l'abbandono del tema è un bene per il partito: se a novembre dell'anno scorso si fosse chiesto agli americani quali questioni contassero di più, avrebbero risposto costo della vita, immigrazione, tasse, criminalità e sanità; alla domanda su cosa spingessero i democratici, avrebbero risposto diritto all'aborto e diritti LGBTQ. "Perdevamo per questo, perché non parlavamo delle cose di cui parlava la gente", ha detto.

Le organizzazioni per il diritto all'aborto, al contrario, investono più che mai e consigliano ai candidati di legare il tema al costo della vita. Reproductive Freedom for All, una delle principali associazioni del settore, ha annunciato una campagna da 23,5 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa dal gruppo per delle elezioni di metà mandato. Planned Parenthood, la più grande rete americana di cliniche per la salute riproduttiva, ne spenderà oltre 47 per battere i repubblicani che hanno votato per toglierle i fondi federali con la One Big Beautiful Bill, la grande legge di bilancio voluta dal presidente. Angela Vasquez-Giroux, vicepresidente per la comunicazione del braccio elettorale dell'organizzazione, ha detto che gli elettori "hanno preoccupazioni che riguardano sì la spesa, sì la benzina, sì la sanità, sì l'aborto" e che nessuna può essere messa da parte.

Le sconfitte di DeGette e Baldacci si spiegano anche con l'ondata di sfidanti progressisti, alimentata dalla rabbia contro l'establishment, che attraversa le primarie democratiche di quest'anno. "L'elettorato è pieno di rabbia", ha detto a NOTUS la deputata del Vermont Becca Balint, che ha promosso alcune delle principali proposte di legge sul diritto all'aborto: "Chiunque sia in carica può esserne colpito, perché le persone sono disperate, non riescono a permettersi la casa e le cure". Uno stratega democratico ha spiegato che un solido curriculum sul tema non basta più a difendere gli uscenti, perché sostenere l'accesso all'aborto è ormai un principio scontato nel partito: sia Kiros sia DeGette vogliono trasformarlo in legge federale, così gli elettori hanno cercato "qualcuno che sia percepito più come un combattente che come un tattico legislativo".

DeGette ha detto a NOTUS che l'aborto "non è stato davvero un tema nella mia corsa" e che gli elettori pensano soprattutto al costo della vita e all'opposizione a Trump, ma resta una discriminante verso i repubblicani, "una porta d'ingresso per decidere se sostenere qualcuno oppure no". Ayanna Pressley, che con DeGette presiede il gruppo dei parlamentari democratici per il diritto all'aborto, ha attribuito la sconfitta della collega alla voglia di cambiamento dentro il partito e ha respinto l'idea che il tema abbia perso peso: "È una questione economica. Quando si dice che le persone tengono al costo della vita e ai problemi concreti, al centro di tutto c'è l'autonomia sul proprio corpo".

In Maine l'aborto era stato al centro degli attacchi di Joe Baldacci contro Dunlap. Sostenuto da Reproductive Freedom for All, Baldacci lo aveva attaccato con uno spot per un voto del 2003 su una proposta che avrebbe obbligato i medici a informare le pazienti, almeno 24 ore prima dell'intervento, sui rischi e sulle alternative; la proposta non diventò mai legge. Dunlap ha risposto con uno spot in cui si definiva favorevole al diritto di scelta e liquidava Baldacci come un "burattino bugiardo di proprietà dei capi aziendali di Washington". La presidente di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, ha detto a NOTUS che l'attacco era legittimo e convincente, "ma è stato il tema principale a decidere quell'elezione? No".

Il tema potrebbe pesare di più nella corsa per il Senato del Maine dopo il ritiro del candidato democratico Graham Platner. Troy Jackson, ex presidente del Senato statale che punta a prenderne il posto, deve già rispondere del suo passato sostegno a proposte antiabortiste e, se otterrà la nomina, sfiderà la repubblicana Susan Collins, che ha una lunga storia di voti a favore del diritto all'aborto; in uno spot recente Jackson ha detto che "l'aborto è assistenza sanitaria" e che lo difenderà "ogni giorno della settimana". Brad Schneider, deputato dell'Illinois, continua comunque a citare il tema in ogni discorso elettorale anche se non è più in cima ai pensieri degli elettori: "Nessuno me lo chiede. Si aspettano solo che io ci sia".


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L'assalto al cantiere di Chiomonte e il prezzo (non solo economico) della Torino-Lione


Tra chi vede nell'opera un'infrastruttura indispensabile per non restare tagliati fuori dai valichi alpini e chi la considera un progetto sovradimensionato, resta aperta la domanda su chi pagherà davvero il conto di questa frattura.

Un milione di euro. È la prima stima dei danni provocati dall'attacco al cantiere di Chiomonte della Torino-Lione, comunicata da Telt, la società italo-francese che gestisce l'opera. Il raid, avvenuto nel pomeriggio del 25 luglio in concomitanza con il festival Alta Felicità organizzato dal movimento No Tav, ha colpito anche i cantieri di Salbertrand, Susa e San Didero, ma è a Chiomonte, nell'Alta Val di Susa, che i danni sono stati più gravi: distrutti gli uffici su due piani di container, un magazzino, l'officina, l'hangar per le attrezzature, il centro visitatori, l'impianto di videosorveglianza e diversi mezzi, con bombole di acetilene esplose dopo l'allontanamento del personale. Il direttore generale di Telt, Maurizio Bufalini, lo ha definito il peggiore attacco dal 2011, e non esclude che la stima possa salire una volta calcolati i costi delle bonifiche.

Chi sono i responsabili materiali dell'assalto


Le indagini della Digos disegnano un quadro più stratificato del semplice scontro tra No Tav e forze dell'ordine. A guidare l'assalto al cantiere di Chiomonte è stato un nucleo di circa 700 persone travisate — il cosiddetto «blocco nero» — in maggioranza di nazionalità francese, ma con presenze significative da Spagna, Germania, Belgio e Regno Unito, secondo quanto ricostruito da più testate (Corriere della Sera; Il Fatto Quotidiano). Il gruppo ha operato con tattiche organizzate — ricetrasmittenti al posto degli smartphone, segnali in codice, nomi di battaglia scritti sulle giacche — pensate esplicitamente per rendere più difficile l'identificazione da parte degli inquirenti.

Sul perché, a distanza di giorni, si contino solo quattro fermi a fronte di oltre 800 persone identificate, pesa un ostacolo tecnico-giuridico più che una scelta politica. Il diritto penale italiano richiede la flagranza di reato o prove specifiche riconducibili al singolo per procedere all'arresto: non basta la partecipazione a una manifestazione degenerata in violenza, né l'appartenenza — spesso indimostrabile giuridicamente — a un gruppo informale come il «blocco nero», la cui natura fu già definita dai giudici del processo Diaz-G8 una «struttura virtuale» priva di gerarchia riconoscibile, difficilmente riconducibile al reato di associazione per delinquere. Il meccanismo dell'arresto in flagranza differita, applicabile entro 48 ore dai fatti e basato sull'analisi di filmati e droni, resta l'unico strumento utilizzabile dagli inquirenti torinesi, coordinati dal procuratore Giovanni Bombardieri, ma richiede di attribuire con certezza una condotta specifica a un volto specifico — compito reso arduo dal travisamento sistematico e dall'uso di abbigliamento scuro intercambiabile.

Resta però da evitare una semplificazione altrettanto insidiosa: quella di dipingere l'intero movimento No Tav come vittima inconsapevole di infiltrazioni esterne. Guido Fissore, uno dei portavoce storici del movimento, ha respinto questa lettura, dichiarando a Vd News che «non esistono divisioni tra valligiani e black bloc, siamo tutti responsabili», e che l'ingresso nel cantiere è stata «una scelta condivisa da tutti». Il movimento, del resto, non ha preso alcuna distanza pubblica dagli autori materiali dei danni, un atteggiamento che si ripete dal 2011 — quando, dopo scontri analoghi, i manifestanti sfilarono a Torino dietro lo striscione «Siamo tutti black bloc». La componente internazionale, dunque, appare reale e documentata, ma la sua distanza dal nucleo storico del movimento valsusino resta più politica che organizzativa.

Un'opera al centro dei corridoi europei


La Torino-Lione non è un progetto isolato. Fa parte del corridoio mediterraneo della rete Ten-T, l'infrastruttura che l'Unione europea considera prioritaria per spostare merci dalla gomma alla rotaia lungo l'asse che dalla Spagna dovrebbe arrivare fino all'Europa orientale. Bruxelles ha alzato negli anni la propria quota di cofinanziamento fino al 50% dei lavori, e nel 2024 ha stanziato altri 700 milioni per la sezione transfrontaliera, il terzo investimento più consistente tra i 134 progetti selezionati in quel bando. Sul fronte italiano lo scavo procede: a marzo 2026 risultavano superati i 47 chilometri di gallerie, e sette frese, tra cui una consegnata proprio quest'anno, dovrebbero completare il 75% degli scavi complessivi tra Italia e Francia. La conclusione della tratta di valico resta fissata al 2033, come confermato dalla Commissione intergovernativa italo-francese.

I sostenitori dell'opera insistono sul paragone con gli altri valichi alpini già completati: la Svizzera ha aperto nel 2016 la galleria di base del San Gottardo, 57 chilometri che hanno permesso di dimezzare i tempi di percorrenza tra Zurigo e Lugano e di quintuplicare la capacità di trasporto merci sull'asse Reno-Alpi. Chi promuove la Torino-Lione sostiene che l'Italia rischi di restare l'ultimo paese alpino privo di un collegamento ferroviario ad alta capacità, con conseguenze dirette sulla competitività delle imprese del Nord-Ovest e sul porto di Genova, penalizzato — secondo questa lettura — dall'assenza di connessioni rapide verso il Nord Europa.

Le ragioni di chi si oppone


Il movimento No Tav non nasce dall'attacco del 25 luglio, ma da una contestazione che attraversa tre decenni e poggia su argomenti di natura sia ambientale sia economica. Il più radicato riguarda l'amianto: la Val di Susa presenta rocce serpentinose che in alcuni tratti del tracciato contengono percentuali significative di fibre asbestiformi, un tema sollevato già nel 2004 da un gruppo di 103 medici della valle, preoccupati per l'incidenza di mesotelioma nella popolazione locale. Gli studi geologici commissionati nel tempo da RFI e da altri enti offrono in realtà un quadro meno netto di quanto entrambi gli schieramenti tendano a rappresentare: alcuni rilievi del Politecnico di Torino e dell'Università di Siena hanno confermato la presenza di amianto in circa metà dei campioni raccolti lungo alcuni tratti del tracciato nazionale, con stime dei volumi di roccia amiantifera da movimentare che, a seconda della fonte, oscillano da poche decine di migliaia a oltre un milione di metri cubi. Il governo ha più volte sostenuto che tali concentrazioni non comportano un rischio sanitario significativo, mentre parte della comunità medica valsusina continua a segnalare un aumento potenziale delle patologie legate all'esposizione.

Il secondo ordine di obiezioni è economico. Già nel 2007 l'economista dei trasporti Marco Ponti, del Politecnico di Milano, sosteneva che le stime di traffico merci e passeggeri alla base del progetto fossero sovradimensionate, evidenziando come il traforo del Frejus, già esistente, viaggiasse ben al di sotto della propria capacità. Quell'obiezione, formulata quasi vent'anni fa, trova oggi una conferma parziale nei numeri ufficiali sui costi: secondo un'analisi della Corte dei conti europea richiamata dalla stampa piemontese, il costo di costruzione della tratta è salito del 127% rispetto alle stime iniziali degli anni Novanta, con un ritardo sulla tabella di marcia che si è ampliato a 17 anni rispetto agli 11 registrati nel 2020. Telt ribatte che il paragone è viziato: il progetto originario non prevedeva la doppia canna del tunnel, e l'aggiornamento del costo a vita intera — da 8,6 a 11,1 miliardi di euro a valuta 2012 — riflette soprattutto la volatilità macroeconomica post-pandemia, la concorrenza con altri grandi cantieri pubblici europei e le difficoltà geologiche impreviste nei pozzi di ventilazione francesi di Avrieux, non ritardi imputabili alla sola protesta italiana.

Un conto che pesa su entrambi i fronti


L'attacco di Chiomonte inserisce nella discussione un elemento che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare: il costo diretto della violenza. Un milione di euro di danni materiali va ad aggiungersi a un'opera che, quale che sia la lettura delle sue stime economiche complessive, richiede comunque interventi di ripristino e tempi supplementari. Al tempo stesso, ridurre la vicenda a un semplice episodio di ordine pubblico rischia di oscurare un dissenso che, come dimostrano gli studi citati da entrambe le parti, non è mai stato interamente privo di fondamento tecnico, per quanto spesso amplificato o strumentalizzato nel dibattito pubblico.

Resta da capire se la strada per uscire da questa impasse passi da un rafforzamento della sicurezza dei cantieri o da un ripensamento del metodo con cui, da vent'anni, lo Stato prova a dialogare con un territorio che si sente ignorato nelle proprie preoccupazioni sanitarie e ambientali. E resta aperta un'altra domanda, forse più scomoda: se l'Unione europea, di fronte a ritardi e conflittualità crescenti, decidesse di rivedere il proprio impegno finanziario sulla Torino-Lione, quale scenario si aprirebbe per l'intero sistema logistico del Nord Italia — e per la credibilità del paese nella programmazione delle grandi opere continentali?

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In Montana un indipendente può vincere il seggio al Senato, ma solo se la Dem si ritira


Un sondaggio dà l'indipendente Seth Bodnar avanti 50-44 sul repubblicano, mentre la democratica perde in ogni scenario. Se lei si ritira, le probabilità di strappare il seggio salgono dal 3% al 71%

In Montana il seggio del Senato oggi in mano repubblicana potrebbe cambiare colore alle elezioni di metà mandato (midterm) di novembre, ma solo a una condizione: che la candidata democratica si ritiri. Un sondaggio dell'istituto GQR pubblicato in esclusiva da Strength In Numbers, la newsletter dell'analista G. Elliott Morris, mostra che in un testa a testa l'indipendente Seth Bodnar batterebbe il repubblicano Kurt Alme 50 a 44, mentre la democratica Alani Bankhead perderebbe 44 a 52. Nella corsa a quattro che gli elettori troveranno davvero sulla scheda, con in campo anche un candidato libertario, vincerebbe invece Alme con il 41%.

Il sondaggio, condotto tra i probabili elettori dello stato e pagato dall'organizzazione non profit Contours, ha testato cinque versioni della corsa, variando quali candidati non repubblicani restano in lista. Bodnar batte Alme ogni volta che Bankhead non è sulla scheda, mentre Bankhead perde in tutte quelle in cui è presente. Non è la prima rilevazione a mostrare questo schema. Secondo Morris, il voto contrario ad Alme in Montana è abbastanza grande da conquistare lo stato, ma solo se la democratica e l'indipendente non se lo dividono.

Sondaggio · Montana

Il repubblicano Alme perde solo contro l’indipendente

23-26 luglio 2026 · 500 elettori probabili (±4,4%) · GQR per Contours

Sondaggio Grafica di Focus America 28 luglio 2026

Le intenzioni di voto

Cinque schede diverse, due esiti opposti


Le barre sono in scala assoluta: la traccia grigia vale 100 per cento. Le quote non arrivano a 100 perché gli indecisi non sono mostrati.

Alme Repubblicano Bodnar Indipendente Bankhead Democratica Austin Libertario

Scheda attuale, quattro candidati Alme +14

Alme
41%

Bodnar
27%

Bankhead
22%

Austin
6%

Senza l’indipendente Alme +4

Alme
44%

Bankhead
40%

Austin
13%

Alme contro Bankhead Alme +8

Alme
52%

Bankhead
44%

Senza la democratica Bodnar +4

Bodnar
44%

Alme
40%

Austin
11%

Alme contro Bodnar Bodnar +6

Bodnar
50%

Alme
44%

Attenzione. Solo la prima scheda è quella che gli elettori del Montana troveranno davvero a novembre. Le altre quattro sono ipotesi testate dal sondaggio, che ogni volta toglie uno dei candidati non repubblicani.

Le probabilità

Quanto è probabile che il seggio cambi partito


Stime di G. Elliott Morris: applica alle quote del sondaggio l’errore medio di 7,2 punti di quasi 600 rilevazioni sulle corse al Senato dal 2014. La linea tratteggiata segna il 50 per cento.

Scheda attuale, quattro candidati
3%

Alme contro Bankhead
13%

Senza l’indipendente
29%

Senza la democratica
71%

Alme contro Bodnar
80%

Fonte Sondaggio GQR per Contours, Inc., 23-26 luglio 2026, su 500 elettori probabili del Montana (margine di errore ±4,4 punti), pubblicato da Strength In Numbers. Le probabilità di sconfitta del repubblicano sono stime di G. Elliott Morris. Le quote di voto non arrivano a 100 perché gli indecisi non sono mostrati.

Morris ha poi tradotto i numeri in probabilità di vittoria partendo dai precedenti storici: quasi 600 sondaggi sulle corse per il Senato condotti dal 2014 in poi tra i 60 e i 120 giorni dal voto, in 93 elezioni, con un errore medio sul margine di 7,2 punti.

Applicando quell'errore ai numeri di oggi, la probabilità che Alme perda il seggio è del 3% con tutti e quattro i candidati in corsa e sale al 13% in un testa a testa con Bankhead, al 29% se si ritira Bodnar e resta il libertario, al 71% nel caso opposto, con Bodnar e il libertario ma senza Bankhead, fino all'80% in una sfida a due tra Alme e Bodnar. Anche nella lettura più favorevole alla democratica, Bodnar ha 42 punti di probabilità in più di battere il repubblicano.

Per Morris i democratici del Montana non stanno perdendo il seggio perché hanno scelto la candidata sbagliata o il messaggio sbagliato, ma perché il partito è visto troppo negativamente per vincere negli stati profondamente repubblicani. Il danno, scrive l'analista, non dipende dalle posizioni o dal profilo di chi corre ma dall'associazione stessa con il marchio del partito. L'ex senatore Jon Tester, che aveva esattamente il profilo del democratico adatto a uno stato conservatore, perse in Montana nel 2024 più o meno con lo stesso margine con cui Bankhead è indietro oggi.

I democratici e i loro alleati controllano 47 seggi su 100 e a novembre devono guadagnarne quattro netti per prendere il controllo del Senato, perché nelle situazioni di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente (il repubblicano JD Vance). Se però Bodnar strappasse il seggio del Montana ai repubblicani e a gennaio non si schierasse con nessuno dei due partiti nel voto che assegna il controllo della camera, i senatori schierati con uno dei due partiti scenderebbero a 99: un numero dispari, che esclude i pareggi e con cui ai democratici basterebbero 50 seggi per organizzare il Senato.

Rinunciando alla propria candidata in Montana, il partito aumenterebbe quindi le probabilità di conquistare il Senato a livello nazionale.

Il ragionamento vale anche per l'indipendente Dan Osborn in Nebraska, dove la strategia è già quasi riuscita: nel 2024 Osborn arrivò a 7 punti dalla senatrice repubblicana Deb Fischer, in carica dal 2013, con il 46,5% dei voti e nessun democratico sulla scheda. Nello stato un democratico non supera il 42% a un'elezione presidenziale dal 1964, non vince una corsa per il Senato dal 2006 e una per governatore dal 1994. Osborn superò così di cinque punti il tetto moderno del partito, nello stesso anno in cui Kamala Harris perse di 20.

Quest'anno Osborn si ricandida e tutti i sondaggi pubblici danno la corsa in sostanziale parità, con l'ultimo che lo mette avanti di 5 punti. I democratici del Nebraska lo hanno appoggiato già nell'agosto 2025 e il candidato democratico che aveva comunque vinto le primarie si è ritirato dalla corsa il 17 luglio.

Accordi del genere sono la norma in molte altre democrazie, dove i partiti negoziano patti di desistenza per dare ai candidati più affini una possibilità migliore di battere il rivale comune. Nel Regno Unito nel 2019 Nigel Farage ritirò i candidati del suo Brexit Party da 317 collegi controllati dai conservatori per non dividere il voto favorevole alla Brexit. In Francia, alle legislative del 2024, più di 200 candidati del Nuovo Fronte Popolare di sinistra e del centro di Emmanuel Macron si ritirarono dai ballottaggi a tre per impedire la maggioranza all'estrema destra del Rassemblement National.

Il partito, conclude Morris, deve decidere qual è il suo obiettivo. Se è presentare un proprio candidato in tutti i cinquanta stati, Bankhead è l'unica scelta possibile. Se è togliere seggi ai repubblicani, lasciare il campo libero a indipendenti come Bodnar è la strada più efficace, in Montana come negli altri stati più conservatori.


La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


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Il mese dei fantasmi


A Taiwan, il settimo mese del calendario lunare è il mese più spaventoso

Quest'anno il mese dei fantasmi inizia il 13 agosto. È sempre più o meno nella seconda metà dell'estate: perfetto per scoraggiare ancora di più i taiwanesi dal godersi il loro stupendo mare.

Un attimo. Forse è meglio fare un passo indietro e spiegare per bene.

A Taiwan il settimo mese del calendario lunare è il mese dei fantasmi. Durante questo mese, le porte dell'Inferno sono aperte, e vengono quindi a trovarci i fantasmi dei defunti. I taiwanesi, a dir la verità, ne farebbero a meno di queste visite. Il mese dei fantasmi raggiunge il suo culmine la sera del quindicesimo giorno, quando gli spiriti giungono in massa nel mondo dei mortali e quindi i monaci taoisti e buddhisti celebrano dei rituali per alleviarne le sofferenze. I fantasmi non vengono chiamati così, è infatti usato il termine “buoni fratelli” (好兄弟) e "buone sorelle" (好姐妹) per riferirsi a questi spiriti: un’espressione cortese per non urtare la sensibilità di questi esseri. Il mese dei fantasmi è importante perché mostra come la cultura taiwanese fonda religione popolare, pratiche taoiste, credenze buddhiste, storia locale e valori familiari. Molte famiglie taiwanesi infatti credono che mostrare rispetto agli antenati e agli spiriti porti pace e protezione. Molte aziende e negozi, inoltre, organizzano offerte per tenere buoni i fantasmi. I templi, infine, organizzano cerimonie per confortare le anime vagabonde e mantenere l’armonia tra il mondo umano e quello spirituale.

Il mese dei fantasmi, però, porta anche un'infinità di restrizioni, per chi ci crede. Ci sono tonnellate di cose che non si possono fare durante questo mese, di seguito un campionario.

  1. Non nuotare.
    Lo spirito di una persona annegata potrebbe farti annegare.
  2. Non passeggiare nei pressi dei templi dal tramonto.
    Si ritiene che gli spiriti di coloro che sono morti ingiustamente possano cercare aiuto presso le divinità dei templi.
  3. Non urlare né gridare a mezzanotte.
    Questo potrebbe richiamare i spiriti.
  4. Non ripetere continuamente la parola “morte”.
    Ripetere continuamente “morte” (死) potrebbe offendere i fantasmi.
  5. Non far esplodere petardi dopo il tramonto durante un matrimonio.
    Si ritiene che sposarsi durante il mese dei fantasmi porti sfortuna. Se il matrimonio si celebra comunque in questo periodo, è bene evitare di far esplodere petardi alla sera, per evitare di disturbare i fantasmi.
  6. Non fischiare di notte.
    La frequenza del fischio è simile a quella dell’aldilà e può facilmente evocare gli spiriti.
  7. Non dare una pacca sulla spalla a qualcuno da dietro.
    Questo potrebbe spaventarlo, rendendo la sua anima instabile e rendendolo più vulnerabile alle intrusioni dei fantasmi.
  8. Non stendere i panni di notte.
    Gli spiriti potrebbero attaccarsi ai vestiti umidi.
  9. Quando entri in una camera d’hotel, bussa prima alla porta.
    In questo modo si comunica a eventuali spiriti presenti che la stanza sarà occupata nei giorni successivi. Alcuni suggeriscono anche di fare spazio agli ospiti invisibili quando si apre la porta per la prima volta.
  10. Non infilare le bacchette in verticale nella ciotola del riso.
    Le bacchette disposte in posizione verticale in una ciotola ricordano l’incenso, destinato agli antenati defunti, per invitarli a consumare il pasto. Pertanto, se si posizionano le bacchette in verticale, si rischia di attirare molti spiriti maligni.
  11. Non comprare un'auto o una casa.
    Molte persone evitano di acquistare auto e case durante il mese dei fantasmi perché il nuovo acquisto potrebbe portare molta sfortuna. Tuttavia, se non ci si crede, questo è un ottimo momento per gli acquisti dato che ci sono tantissime offerte.
  12. Non raccogliere i soldi che trovi per terra.
    I soldi che si trovano per terra sono di proprietà dei fantasmi. Se li raccogli, potresti attirare su di te sfortuna e disgrazie.
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La fine della “Berlino per tutti”. In quindici anni i prezzi delle case sono triplicati


Berlino ha triplicato i prezzi delle case in quindici anni — da 1.250 a 4.810 euro al metro quadro — travolgendo anche i quartieri est un tempo popolari come Lichtenberg.

Berlino non è più la capitale a buon mercato che per due decenni ha attirato artisti, studenti e nomadi digitali da tutta Europa. Tra il 2010 e il 2024 il prezzo medio di un appartamento è passato da circa 1.250 a 4.810 euro al metro quadro, un rincaro di quasi il 285%, secondo la ricostruzione del Corriere della Sera. Un ritmo di crescita che né i salari né l'offerta abitativa hanno saputo assorbire.

La spinta arriva soprattutto dalla pressione demografica. Nel 2010 la città contava circa 3,43 milioni di abitanti; oggi ne conta oltre 3,9 milioni, un incremento di quasi mezzo milione di persone in poco più di un decennio. Una città che si riempie più in fretta di quanto riesca a costruire genera, per definizione, tensione sui prezzi: l'affitto medio per i nuovi contratti si aggira sui 16 euro al metro quadro a livello cittadino, ma nei quartieri centrali come Mitte supera spesso i 20 euro.

Il tentativo più clamoroso di correggere la rotta per via politica è stato il Mietendeckel, il tetto agli affitti introdotto dal governo cittadino nel 2020. È durato poco: la Corte costituzionale federale tedesca lo ha dichiarato illegittimo il 15 aprile 2021, stabilendo che Berlino non aveva la competenza legislativa per fissare unilateralmente i canoni, materia di competenza federale. La sentenza ha lasciato un vuoto che il mercato ha rapidamente occupato.

Sul fronte opposto, il movimento «Deutsche Wohnen & Co. enteignen» ha portato la questione fino al voto popolare: il 26 settembre 2021 i berlinesi hanno approvato in un referendum cittadino la proposta di espropriare, dietro compenso, i grandi gruppi immobiliari proprietari di oltre 3.000 appartamenti. Il risultato, non vincolante per il governo cittadino, resta a oggi lettera morta: cinque anni dopo, nessuna espropriazione è stata avviata. Nel frattempo il principale attore del settore, Vonovia, ha assorbito Deutsche Wohnen e controlla oggi da solo circa 130.000 appartamenti nella capitale tedesca, secondo quanto riportato da MarketScreener — una concentrazione proprietaria che alimenta il sospetto, mai del tutto dimostrato nei tribunali, di un'influenza sui prezzi di mercato.

La geografia del caro-casa si sta intanto spostando verso est. Quartieri un tempo periferici come Lichtenberg, Treptow-Köpenick e Marzahn-Hellersdorf, tradizionalmente più economici, registrano ora alcuni degli aumenti percentuali più marcati della città: a Lichtenberg il prezzo medio di transazione è salito da circa 1.510 euro al metro quadro nel 2015 a oltre 4.000 euro nel 2024, una crescita superiore al 160%, secondo i dati elaborati dalla società di consulenza immobiliare Guthmann Estate. Chi cercava un'alternativa economica ai quartieri centrali si trova oggi a inseguire prezzi che, in proporzione, sono cresciuti persino più rapidamente rispetto al resto della città.

Il fenomeno berlinese non è isolato nel panorama tedesco. Tra il 2015 e l'inizio del 2020 Berlino ha comunque registrato l'aumento immobiliare più marcato tra le grandi città della Germania, con un rincaro del 65,1%, davanti ad Amburgo (+62%) e Lipsia (+61,2%), secondo l'analisi del gruppo immobiliare Von Poll.

Guardando all'Italia, il paragone regge solo in parte. A Milano il prezzo medio cittadino si attesta oggi tra i 5.100 e i 5.700 euro al metro quadro, con punte semicentrali che toccano i 6.500-8.000 euro, quindi ben oltre i livelli ancora relativamente più contenuti di Berlino. A Roma la pressione si sposta sui quartieri emergenti come Pigneto, Garbatella e Ostiense, dove gli affitti sono cresciuti tra il 20% e il 23% nel solo 2025. Anche il mercato degli investimenti immobiliari italiani mostra segnali di accelerazione: il rendimento medio del comparto ha toccato il 7,59% su base annua nel terzo trimestre 2025, superiore alla media europea del 4,43% misurata dall'indice Inrev, secondo i dati elaborati da Mefop. Le performance restano tuttavia molto disperse tra i singoli fondi, segno che il boom immobiliare, a differenza di quanto accade a Berlino, non genera ancora rendimenti uniformi per chi investe nel mattone.

Una città che rischia di perdere pezzi della sua identità


Dietro le cifre si muove una trasformazione urbana che tocca anche il patrimonio storico e sociale della capitale tedesca. I quartieri est, ricostruiti sulle macerie della Guerra Fredda e per decenni rifugio di una working class multiculturale, stanno subendo un processo di gentrificazione che rischia di erodere il tessuto sociale che li ha resi unici. Interi isolati che fino a pochi anni fa ospitavano famiglie operaie, comunità turche e collettivi artistici vedono ora arrivare ristrutturazioni di pregio e nuovi residenti disposti a pagare canoni impensabili solo una decade fa, in un ricambio che altera non solo i prezzi ma la composizione sociale dei quartieri.

La stessa Berlino che negli anni novanta e duemila ha costruito la propria identità internazionale sull'accessibilità — economica prima ancora che culturale, capace di attrarre creativi e imprenditori proprio perché a basso costo — si trova ora a fare i conti con una domanda abitativa stimata in circa 100.000 nuovi appartamenti necessari per riequilibrare il mercato. È un paradosso che la città conosce bene: il mito berlinese di capitale libera e a portata di tutti rischia di sopravvivere solo nell'immaginario collettivo, mentre nella realtà quotidiana selezione economica e spostamento demografico stravolgono il volto della città.

Esperienze come i progetti di cohousing, già sperimentati in Italia a Bologna con Porto 15 e a Torino con iniziative come Co-Abitare, indicano una strada possibile: modelli di proprietà condivisa capaci di calmierare i prezzi senza affidarsi solo alla leva normativa, che a Berlino si è già rivelata fragile davanti ai vincoli costituzionali tedeschi. Non parliamo di soluzioni miracolose, ma di tentativi di ricostruire dal basso quello spazio di accessibilità che le politiche pubbliche, da sole, non sono finora riuscite a garantire — né a Berlino né, in fondo, nelle grandi città italiane che stanno percorrendo una traiettoria di rincari non troppo dissimile.

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Nepal, tra vette e resort di lusso. Il costo ecologico del turismo a cinque stelle


Cambia rotta il turismo nepalese: non più solo trekking a basso costo, ma alberghi di lusso pensati per attrarre una clientela di alto profilo. Ma la crescita si scontra con un ambiente himalayano già sotto pressione: con 60mila visitatori l'anno e una montagna di rifiuti da smaltire.

Il Nepal accoglie oggi circa 1,158 milioni di turisti internazionali all'anno, un flusso tornato quasi ai livelli pre-pandemici — il 97% del picco del 2019 — secondo i dati del Nepal Tourism Board. Su questa base il Paese himalayano punta a un cambio di passo: lasciarsi alle spalle l'immagine da meta «zaino in spalla» per affermarsi come destinazione di lusso in Asia meridionale, attirando visitatori disposti a spendere di più e a fermarsi più a lungo.

L'ingresso di Marriott e la mappa dei grandi marchi


Il segnale più forte arriva da Marriott International, che insieme alla nepalese Cg Hospitality Global svilupperà il Ritz-Carlton Kathmandu e il Westin Kathmandu, entrambi attesi nel 2031. Prima ancora, a ottobre 2026, aprirà il Luxury Collection Kathmandu, primo hotel di questo marchio in tutta l'Asia meridionale, come riporta Travel Quotidiano. Marriott gestisce già nel Paese Kathmandu Marriott, Aloft Kathmandu e Fairfield by Marriott, e con questi nuovi progetti amplia un portafoglio già tra i più ampi del comparto internazionale in Nepal.

Accanto al colosso statunitense, il panorama alberghiero nepalese vede da tempo la presenza di Hyatt, Hilton, Sheraton e Best Western. IHG è il gruppo più attivo negli sviluppi recenti, con l'InterContinental Kathmandu Lazimpat, l'Hotel Indigo di Pokhara, gli InterContinental Resort di Begnas Lake e Chitwan e il Crowne Plaza di Lumbini, secondo una rassegna di Nepal Tourism. Il francese Louvre Hotel Group è presente a Chitwan con il Royal Tulip, mentre il thailandese Centara ha aperto a Pokhara l'Himalayan Hideaway. Accor, dal canto suo, ha firmato nel 2022 il suo primo hotel nel Paese, un Mercure da 105 camere a Kathmandu, la cui apertura è prevista nel 2026, come indicato dal comunicato ufficiale del gruppo. Pokhara, in particolare, si sta affermando come epicentro di questa espansione, favorita dall'apertura del nuovo aeroporto internazionale della città.

La ricostruzione dopo il terremoto e le infrastrutture in cantiere


La svolta verso il turismo di alto valore affonda le radici nel terremoto del 2015, dopo il quale il governo nepalese ha scelto una strategia di Build Back Better, orientata non solo al restauro ma a un riposizionamento complessivo del comparto turistico. Su questo fronte si muovono anche gli investimenti infrastrutturali: l'aeroporto internazionale Tribhuvan è interessato da lavori di potenziamento — una nuova via di rullaggio parallela, ulteriori piazzali di sosta e hangar — con l'obiettivo dichiarato di raggiungere una capacità di 10 milioni di passeggeri all'anno, secondo quanto riportato da Spotlight Nepal.

Tra i progetti strategici c'è l'ampliamento a quattro corsie della tratta Pokhara-Mugling, finanziato dalla Banca Asiatica di Sviluppo per potenziare il collegamento tra la capitale e Pokhara. L'intervento rientra in un piano più ampio di supporto alla connettività e al turismo nel Paese, sostenuto da una strategia di partenariato 2025-2029 che mette sul piatto oltre 1,9 miliardi di dollari.

Il nodo della sostenibilità ambientale


Alla crescita del turismo di lusso si affianca un tema che attraversa da anni il dibattito nepalese: la pressione sull'ambiente montano. L'Everest Base Camp accoglie ormai attorno ai 60mila visitatori l'anno, un flusso che genera un carico crescente di rifiuti: le stime più recenti parlano di 50-60 tonnellate raccolte annualmente al campo base dal Sagarmatha Pollution Control Committee, cifra che sale fino a 200 tonnellate se si considera l'intera valle del Khumbu, secondo Lonely Planet Italia.

Da undici anni agli scalatori che superano il campo base viene richiesta una cauzione di 4mila dollari, restituita solo a chi riporta a valle almeno 8 chili di rifiuti; un meccanismo che si è rivelato parzialmente inefficace, tanto che il ministero del Turismo nepalese sta valutando di trasformarlo in una quota fissa e non rimborsabile, destinata a finanziare un punto di controllo a 6.750 metri e guardie alpine dedicate alla sorveglianza delle zone più prossime alla vetta, come racconta Il Dolomiti.

Sul fronte della sostenibilità, i primi segnali di cambiamento non mancano: il Barahi Jungle Lodge è stato la prima struttura del Paese a ottenere la certificazione ecologica del Consiglio Mondiale dei Viaggi e del Turismo. A Kathmandu, il Consiglio Globale per il Turismo Sostenibile e la piattaforma Agoda avevano già avviato percorsi di formazione per circa sessanta operatori locali insieme all'agenzia americana USAID, prima che l'amministrazione Trump ne disponesse lo smantellamento nel 2025.

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I Dem vogliono fare campagna elettorale sui guadagni miliardari di Trump da presidente


Le dichiarazioni analizzate dal New York Times mostrano guadagni quasi quadruplicati rispetto al primo anno del primo mandato. Per due terzi degli americani ha esagerato con gli affari privati.

Nel 2025, il primo anno del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha incassato più di 2,2 miliardi di dollari. La cifra emerge dalle dichiarazioni patrimoniali che i presidenti americani sono tenuti a depositare ogni anno e che il New York Times ha analizzato nelle scorse settimane. I ricavi delle aziende della famiglia sono quasi quadruplicati durante il secondo mandato, trainati dalle criptovalute.

I democratici vogliono fare di questi numeri uno dei temi centrali delle elezioni di metà mandato (le midterm) del 3 novembre, quando si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e un terzo del Senato. In palio c'è il controllo del Congresso negli ultimi due anni della presidenza. L'accusa è che Trump usi la carica per arricchirsi in modo corrotto, mentre i prezzi al consumo salgono e le disuguaglianze si allargano. L'aumento del costo della vita preoccupa anche i repubblicani in vista del voto.

Quasi due terzi degli americani ritengono che Trump sia andato troppo in là nel perseguire i propri interessi economici da presidente, secondo un sondaggio della CNN pubblicato mercoledì 29 luglio.

Trump scommette che l'attacco non farà presa. In un'intervista di gennaio al New York Times si è lamentato di non aver ricevuto alcun riconoscimento per la decisione della sua famiglia di rinunciare a nuovi affari all'estero durante il primo mandato: da quell'esperienza ha tratto la convinzione che il tema non sposti voti.

Al netto dell'inflazione, nel primo anno pieno del primo mandato Trump aveva guadagnato 594 milioni di dollari, poco più di un quarto di quanto dichiarato per il 2025.


Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump


I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Grafica di FocusAmerica

Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi

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ricavi 2025 · ×3,8 sul 2017

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Ricavi 2017: 594 milioni di dollari (528 mln da golf e immobili USA). Ricavi 2025: 2,24 miliardi, di cui 1,44 mld dalle criptovalute, 549 mln da golf e immobili USA, 125 mln dall’estero, 117 mln da transazioni giudiziarie, 17 mln dal merchandising. Valori reali.

Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising


Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano


Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".


La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.


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DJI Osmo Pocket 4P: doppia fotocamera e video 4K a 240 fps


DJI amplia la propria gamma di fotocamere tascabili con stabilizzatore presentando la nuova DJI Osmo Pocket 4P. Il modello introduce per la prima volta nella serie una configurazione a doppio obiettivo, affiancata da un sensore CMOS da 1 pollice, dalla stabilizzazione meccanica a tre assi e dal nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit.

L’obiettivo è offrire maggiore flessibilità durante la registrazione, permettendo di passare dalle riprese grandangolari ai ritratti senza cambiare dispositivo. Il corpo mantiene dimensioni compatte e un peso di 230 grammi, caratteristica che rende la fotocamera adatta alla produzione di vlog, contenuti social, video di viaggio e riprese in movimento.

La nuova Osmo Pocket 4P viene proposta inizialmente nella colorazione nera. Una seconda versione bianco perla sarà disponibile successivamente.

Una fotocamera tascabile con doppio obiettivo


La principale novità della DJI Osmo Pocket 4P è rappresentata dal sistema a doppio obiettivo. La fotocamera principale utilizza un sensore CMOS da 1 pollice abbinato a un’ottica equivalente a 20 mm con apertura f/2.0. Questa configurazione è pensata per riprendere paesaggi, ambienti urbani, interni e scene nelle quali è necessario includere una porzione ampia dell’ambiente.

DJI dichiara una gamma dinamica fino a 17 stop, ottenuta anche attraverso l’impiego della tecnologia LOFIC. Una gamma dinamica così estesa permette di conservare più informazioni nelle aree particolarmente luminose e in quelle più scure dell’immagine. La funzione può risultare utile, ad esempio, durante la registrazione di un tramonto, di una strada illuminata di notte oppure di un soggetto posizionato in controluce.

Il secondo modulo utilizza invece un obiettivo medio-tele equivalente a 60 mm con apertura f/1.8. La lunghezza focale più stretta permette di avvicinare visivamente il soggetto e di ridurre la quantità di sfondo presente nell’inquadratura. Si tratta di una soluzione rivolta principalmente ai ritratti e alle riprese nelle quali è necessario isolare maggiormente il protagonista della scena.

Il sistema supporta uno zoom ottico 3× e uno zoom complessivo fino a 12×. L’apertura f/1.8 dell’obiettivo medio-tele contribuisce inoltre a creare una maggiore separazione tra soggetto e sfondo, con una profondità di campo equivalente a quella ottenuta con un’apertura f/6.3 su un sistema full frame.

Registrazione video fino a 4K/240 fps


La nuova fotocamera tascabile DJI può registrare video fino alla risoluzione 4K a 240 fotogrammi al secondo. Questa modalità consente di creare sequenze in slow motion fino a otto volte, mantenendo una risoluzione Ultra HD.

La registrazione ad alta frequenza di fotogrammi è indicata per rappresentare azioni rapide o movimenti difficili da osservare a velocità normale. Può essere utilizzata per riprendere attività sportive, animali in movimento, capelli mossi dal vento, schizzi d’acqua oppure altri soggetti dinamici.

Accanto allo slow motion è presente la modalità Video con otturatore lento. La funzione prolunga il tempo di esposizione di ogni fotogramma e permette di ottenere scie luminose, sfocature intenzionali e una rappresentazione più evidente del movimento. Può essere impiegata, per esempio, per registrare il traffico notturno o il passaggio di persone all’interno di una scena.

D-Log 2 a 10 bit per la post-produzione


Con Osmo Pocket 4P debutta anche il nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit. Secondo i dati forniti da DJI, il sistema è in grado di acquisire oltre un miliardo di colori, producendo passaggi tonali più graduali e conservando una maggiore quantità di informazioni nel file video.

La registrazione in D-Log 2 genera immagini meno contrastate rispetto ai profili già pronti per la condivisione, ma mette a disposizione una base più flessibile per la correzione e la gradazione del colore. In fase di montaggio diventa quindi possibile intervenire con maggiore precisione su esposizione, contrasto, saturazione, alte luci e ombre.

La combinazione tra D-Log 2 a 10 bit e la gamma dinamica dichiarata di 17 stop si rivolge soprattutto ai creator che desiderano integrare le riprese della Pocket 4P all’interno di produzioni più articolate.

Stabilizzatore meccanico e ActiveTrack 8.0


Come i precedenti modelli della famiglia, anche la DJI Osmo Pocket 4P utilizza uno stabilizzatore meccanico a tre assi. Il sistema compensa fisicamente i movimenti della fotocamera per ridurre vibrazioni e oscillazioni durante le riprese a mano libera.

La stabilizzazione può essere utilizzata mentre si cammina, durante una panoramica oppure quando si segue un soggetto. Rispetto alla sola stabilizzazione elettronica, il gimbal meccanico non richiede un ritaglio marcato dell’immagine e mantiene più stabile l’orientamento dell’obiettivo.

Il tracciamento dei soggetti viene gestito dal nuovo ActiveTrack 8.0, capace di riconoscere persone, animali domestici, veicoli e oggetti con forme dinamiche. Il sistema può mantenere il soggetto al centro dell’inquadratura anche durante l’utilizzo dello zoom fino a 12×.

L’inquadratura automatica permette inoltre di seguire più soggetti contemporaneamente e di regolare la composizione in base alla lunghezza focale selezionata.

Controlli gestuali e registrazione immediata


DJI ha integrato diverse funzioni pensate per velocizzare l’avvio delle riprese. Ruotando il touchscreen è possibile accendere la fotocamera e iniziare subito a registrare, riducendo il numero di passaggi necessari per catturare una scena.

Il controllo tramite gesti consente invece di utilizzare la fotocamera anche quando non si trova a portata di mano. Mostrando il palmo aperto si attiva ActiveTrack, mentre il segno “V” avvia la registrazione. Questa soluzione può essere impiegata durante vlog, riprese di gruppo o registrazioni effettuate con la fotocamera appoggiata su un treppiede.

La modalità Foto live 4K associa a ogni fotografia una clip di 1,5 secondi, conservando anche il movimento che precede e accompagna lo scatto. Per le immagini statiche, Osmo Pocket 4P può realizzare fotografie fino a 37 megapixel, lasciando un maggiore margine per ritaglio e rielaborazione.

Autonomia, ricarica e trasferimento dei file


Osmo Pocket 4P supporta la connettività USB 3.1 e raggiunge, nelle condizioni indicate dal produttore, una velocità di trasferimento via cavo fino a 800 MB/s. La maggiore rapidità consente di spostare video ad alta risoluzione verso computer e dispositivi compatibili riducendo i tempi necessari per iniziare il montaggio.

DJI dichiara un’autonomia massima di 210 minuti con una carica completa. La ricarica rapida permette di portare la batteria dallo 0 all’80% in circa 18 minuti, offrendo fino a tre ore di registrazione in base alle impostazioni utilizzate e alle condizioni operative.

Accessori compatibili con DJI Osmo Pocket 4P


La fotocamera è compatibile con diversi accessori appartenenti all’ecosistema Osmo. Tra questi figurano la luce di riempimento per Osmo Pocket 4, il filtro Black Mist, il set di filtri ND, Osmo FrameTap e l’impugnatura con batteria integrata.

Sono disponibili anche un obiettivo grandangolare aggiuntivo, il mini-treppiede Osmo e diversi microfoni della gamma OsmoAudio. Gli accessori vengono venduti separatamente oppure inclusi in specifiche configurazioni, a seconda del mercato e della confezione scelta.

Prezzo e disponibilità in Italia


La DJI Osmo Pocket 4P è disponibile sul sito ufficiale DJI Store Italia, nei DJI Store di Milano e Roma e presso i rivenditori autorizzati.

La configurazione Osmo Pocket 4P Standard Combo viene proposta al prezzo consigliato di 609 euro, IVA inclusa. La Osmo Pocket 4P Vlog Combo costa invece 699 euro, IVA inclusa, e comprende una dotazione più orientata alla realizzazione di vlog e contenuti audiovisivi.

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OPPO Reno16 Series, l’editing AI arriva nell’app Foto


La nuova OPPO Reno16 Series amplia le possibilità di creazione dei contenuti attraverso una piattaforma software integrata direttamente nell’app Foto. Le funzioni introdotte consentono di modificare immagini e filmati, realizzare composizioni animate e applicare stili fotografici senza dover passare da applicazioni esterne.

Al centro dell’esperienza si trova AI Remix Collage, uno strumento pensato per combinare fotografie, Motion Photo e video all’interno di collage dinamici. A differenza delle composizioni statiche tradizionali, questa funzione permette di utilizzare anche elementi in movimento, creando contenuti più adatti alla condivisione sui social network e sulle piattaforme di messaggistica.

AI Remix Collage combina foto, video e soggetti animati


Il funzionamento di AI Remix Collage su OPPO Reno16 Series è strettamente collegato ad AI Motion Cutout. Quest’ultima sfrutta l’intelligenza artificiale per riconoscere ed estrarre automaticamente i soggetti presenti nelle immagini o nei filmati.

Il soggetto separato dallo sfondo può quindi essere trasformato in un elemento dinamico e inserito all’interno di una nuova composizione. In questo modo è possibile riutilizzare persone, animali oppure altri elementi ripresi dalla fotocamera, senza dover effettuare manualmente operazioni di ritaglio particolarmente precise.

La funzione può essere utilizzata con contenuti provenienti da fonti differenti. Una fotografia può, per esempio, essere combinata con una Motion Photo o con una breve sequenza video. Il risultato è un collage animato che mantiene il movimento dei soggetti selezionati e riunisce più momenti all’interno di un unico contenuto.

L’elaborazione avviene direttamente sullo smartphone e riduce i passaggi necessari tra la selezione del materiale, il ritaglio e la composizione finale. Il sistema è stato progettato per rendere accessibili operazioni che normalmente richiederebbero l’utilizzo di applicazioni dedicate all’editing fotografico e video.

Popout 2.0 amplia gli effetti fuori cornice


Tra gli strumenti disponibili sulla serie OPPO Reno16 è presente anche Popout 2.0, una nuova versione della funzione dedicata agli effetti fuori cornice. Il sistema permette di posizionare i soggetti in modo che una parte dell’immagine sembri superare i confini del collage.

Con questo aggiornamento, i soggetti possono uscire dalla cornice in più direzioni. La composizione non è quindi limitata a un singolo punto di sovrapposizione, ma può svilupparsi lungo differenti aree dell’immagine. L’effetto consente di creare una maggiore separazione visiva tra il soggetto principale, lo sfondo e gli altri elementi presenti nel collage.

Popout 2.0 può essere impiegato insieme alle funzioni di estrazione automatica. Dopo aver riconosciuto e ritagliato il soggetto, il software permette di integrarlo nella composizione e di gestirne la posizione rispetto ai bordi. L’intero processo rimane all’interno degli strumenti creativi inclusi nello smartphone.

Pop Cam introduce stili fotografici ispirati alle fotocamere rétro


Le novità della OPPO Reno16 Series non riguardano soltanto la modifica dei contenuti già acquisiti. La modalità Pop Cam interviene direttamente durante lo scatto, applicando stili fotografici ispirati alle fotocamere rétro.

L’effetto viene quindi scelto in fase di acquisizione, permettendo di ottenere immagini già caratterizzate da un’estetica definita. Questo approccio riduce la necessità di applicare successivamente filtri o regolazioni attraverso un’applicazione separata.

Pop Cam si affianca alle normali modalità fotografiche e offre un percorso dedicato a chi desidera creare immagini con una resa visiva ispirata alla fotografia analogica. I contenuti realizzati possono successivamente essere utilizzati anche con AI Remix Collage e con le altre funzioni di composizione disponibili nella galleria.

Il nuovo hub Create riunisce gli strumenti creativi


Per organizzare le diverse funzionalità, OPPO ha introdotto anche il nuovo hub Create. Si tratta di un’interfaccia che riunisce in un unico spazio gli strumenti dedicati alla creazione e alla modifica dei contenuti.

L’hub consente di passare dalla selezione delle immagini all’editing, fino alla preparazione del contenuto per la condivisione. La presenza di un ambiente centralizzato limita i passaggi tra menu differenti e rende più lineare il flusso di lavoro tra cattura, elaborazione e pubblicazione.

AI Remix Collage, AI Motion Cutout, Popout 2.0 e Pop Cam formano così una piattaforma integrata nell’esperienza software della OPPO Reno16 Series. L’obiettivo è permettere di gestire sul dispositivo l’intero processo creativo, partendo dallo scatto e arrivando alla composizione finale, senza ricorrere necessariamente a software o servizi esterni.

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Garmin acquisisce TrainingPeaks e TrainHeroic


Garmin ha annunciato l’acquisizione di TrainingPeaks e TrainHeroic, due piattaforme digitali dedicate alla preparazione atletica e al collegamento tra allenatori e sportivi. L’operazione riguarda in particolare i settori dell’endurance, dell’allenamento della forza e della preparazione orientata alle prestazioni.

Attraverso questa acquisizione, Garmin punta a rafforzare il proprio ecosistema fitness, affiancando ai dispositivi e alle metriche sulle prestazioni nuovi strumenti per la gestione di programmi di allenamento personalizzati.

Cosa prevede l’acquisizione


TrainingPeaks e TrainHeroic entreranno a far parte dell’ecosistema Garmin con l’obiettivo di ampliare le esperienze disponibili per atleti e allenatori.

Le due piattaforme sono specializzate nella gestione digitale dell’allenamento e consentono a preparatori e sportivi di organizzare percorsi basati su programmi strutturati, dati e analisi delle prestazioni.

L’operazione interessa quindi diverse tipologie di utenti:

  • atleti impegnati negli sport di resistenza;
  • persone che seguono programmi di forza;
  • sportivi orientati al miglioramento delle prestazioni;
  • allenatori e preparatori professionisti;
  • utenti che desiderano seguire un percorso strutturato e personalizzabile.

Garmin non ha ancora fornito informazioni dettagliate sulle modalità con cui i servizi saranno integrati nelle proprie applicazioni e nei dispositivi indossabili.

Un ecosistema più ampio per atleti e allenatori


L’obiettivo dichiarato da Garmin è rendere più accessibili le esperienze di coaching professionale, mettendo in contatto gli utenti con allenatori in grado di seguirli durante le diverse fasi della preparazione.

Brad Trenkle, Co-Chief Operating Officer di Garmin, ha spiegato che TrainingPeaks e TrainHeroic condividono con l’azienda l’attenzione verso gli strumenti di allenamento, le metriche sulle prestazioni e l’analisi dei dati.

L’integrazione dovrebbe permettere a Garmin di affiancare al monitoraggio delle attività un’offerta maggiormente orientata alla pianificazione e alla personalizzazione degli allenamenti.

Non sono state tuttavia comunicate eventuali modifiche ai servizi esistenti, agli abbonamenti o agli account degli utenti delle due piattaforme.

Cosa sono TrainingPeaks e TrainHeroic


TrainingPeaks e TrainHeroic sono servizi digitali progettati per mettere in contatto allenatori e atleti di diversi livelli.

Le piattaforme permettono di creare e gestire programmi di allenamento strutturati, aiutando gli utenti a seguire un percorso basato sui dati e sugli obiettivi individuali. Il loro pubblico comprende sia sportivi amatoriali sia atleti maggiormente orientati alle prestazioni.

Le due realtà fanno capo a Peaksware Holdings. Secondo Andy Stephens, CEO della società, la collaborazione con Garmin dura da oltre dieci anni e nasce dall’obiettivo comune di rendere più accessibili le conoscenze legate all’allenamento e alle prestazioni sportive.

L’acquisizione prosegue questa collaborazione, portando i servizi di TrainingPeaks e TrainHeroic direttamente all’interno del gruppo Garmin.

Allenamenti basati su dati e programmi personalizzati


Uno degli elementi centrali dell’operazione riguarda l’utilizzo dei dati per costruire percorsi di allenamento più strutturati.

Garmin dispone già di un ampio ecosistema composto da smartwatch, ciclocomputer, dispositivi GPS e sensori dedicati alla registrazione delle attività. TrainingPeaks e TrainHeroic aggiungono strumenti specifici per la pianificazione degli allenamenti e per la collaborazione tra atleti e preparatori.

L’acquisizione è quindi orientata a unire tre componenti principali:

  • raccolta delle metriche sportive;
  • analisi delle prestazioni;
  • programmazione degli allenamenti con il supporto di un coach.

I dettagli sulle future integrazioni software e sulla compatibilità tra le diverse piattaforme saranno presumibilmente comunicati in una fase successiva.

Garmin rafforza la propria offerta fitness


Con l’acquisizione di TrainingPeaks e TrainHeroic, Garmin amplia le proprie attività nel settore dell’allenamento digitale. L’operazione coinvolge sia gli sport di endurance sia la preparazione della forza, estendendo i servizi destinati agli allenatori e agli utenti interessati a programmi personalizzati.

I termini economici dell’accordo non sono stati divulgati e, al momento, non sono disponibili indicazioni sulle tempistiche di integrazione delle due piattaforme nell’ecosistema Garmin.

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Il Dem Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti in North Carolina


L'ex governatore democratico è al 53% contro il 44% del repubblicano Michael Whatley: pesano l'entusiasmo degli elettori democratici, il voto degli indipendenti e l'impopolarità di Trump nello Stato

A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato, con cui a novembre gli americani rinnoveranno il Congresso, il democratico Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti nella corsa per il seggio del Senato in North Carolina: secondo un sondaggio di Fox News, raccoglie il 53% delle preferenze contro il 44% del repubblicano Michael Whatley. Cooper è stato governatore dello Stato dal 2017 al 2025, mentre Whatley ha presieduto il Republican National Committee, il comitato nazionale del Partito Repubblicano. I due si contendono il seggio lasciato libero dal senatore repubblicano Thom Tillis, che ha deciso di non ricandidarsi.

Tra gli elettori democratici dello Stato il 51% si dice estremamente interessato alle elezioni, contro il 42% dei repubblicani. Il divario si ripete sulla motivazione: il 58% dei democratici si dice estremamente motivato ad andare a votare, contro il 50% dei repubblicani. A livello nazionale, del resto, un elettore su cinque della base repubblicana più fedele potrebbe restare a casa o votare per i democratici. Questo entusiasmo allarga il margine di Cooper: tra chi si dice estremamente interessato al voto è avanti di 15 punti (57% contro 42%), tra chi si dice estremamente motivato di 13 (55% contro 42%), mentre tra gli elettori certi di votare il risultato non cambia rispetto al dato complessivo (53% contro 44%).

Midterm 2026 · North Carolina

Cooper avanti di nove punti nella corsa al Senato


Il sondaggio Fox News sul seggio lasciato libero da Thom Tillis. Il vantaggio del democratico si allarga tra gli elettori più interessati e più motivati ad andare a votare.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Roy Cooper
Democratico
Governatore 2017-2025
0%
+0 Punti di
vantaggio

Michael Whatley
Repubblicano
Ex presidente del comitato repubblicano
0%

Cooper 53% Whatley 44% Altri o indecisi 3%

Il margine cresce con l’entusiasmo


Tra chi segue le elezioni con più attenzione il distacco arriva a 15 punti.

Tra chi si dice certo di votare il quadro non cambia rispetto al totale: Cooper 53%, Whatley 44%. Il vantaggio di Cooper si allarga con l’intensità dell’interesse, non con la semplice certezza di andare a votare.

Fonte Sondaggio Fox News condotto da Beacon Research e Shaw & Company Research tra il 23 e il 27 luglio 2026 su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina. Margine di errore: ±3 punti percentuali. Ritratti: Wikimedia Commons.

Cooper ottiene i consensi più alti tra i moderati, gli elettori con meno di 30 anni, gli indipendenti, i laureati e le donne. Raccoglie anche circa un elettore su cinque tra i repubblicani e i conservatori che non si riconoscono nel movimento MAGA, la base più fedele al presidente Donald Trump. Whatley va meglio tra gli elettori molto conservatori, i cristiani evangelici bianchi, i bianchi senza laurea e gli abitanti delle zone rurali.

L'84% dei sostenitori di Cooper dice di votare per lui e solo il 13% soprattutto contro Whatley. Tra gli elettori del repubblicano il quadro è diverso: il 52% vota per il proprio candidato, mentre il 46% vota soprattutto contro Cooper. Le scelte sono in gran parte definitive: l'81% degli elettori di Cooper e il 77% di quelli di Whatley si dicono certi della propria preferenza, mentre nel complesso un elettore su cinque potrebbe ancora cambiare idea.

La popolarità di Trump, che a livello nazionale è tornata vicino ai minimi del mandato, complica la corsa di Whatley. In North Carolina il 40% degli elettori giudica favorevolmente il presidente e il 58% sfavorevolmente, un saldo negativo di 18 punti; due anni fa era negativo di appena 6 punti (47% contro 53%). I legami di Whatley con Trump preoccupano il 48% degli elettori: più della metà dei moderati, oltre 4 indipendenti su 10 e circa 3 repubblicani non MAGA su 10. La preoccupazione per i legami di Cooper con l'establishment democratico riguarda invece il 42% degli elettori ed è molto più di parte: la esprimono 7 repubblicani su 10, ma solo 3 indipendenti e moderati su 10.

"I dati recenti indicano un vantaggio repubblicano medio di circa 3 punti nelle elezioni statali in North Carolina", ha detto il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce la rilevazione insieme al democratico Chris Anderson. "Il vantaggio di Cooper si basa su un sostegno democratico quasi unanime e su numeri molto solidi tra gli indipendenti. Per vincere, Whatley deve fermare l'emorragia tra i repubblicani non MAGA e migliorare la sua posizione tra gli elettori meno di parte e delusi."

Il 54% degli elettori giudica favorevolmente Cooper, contro il 40% che dice lo stesso di Whatley. L'ex governatore è anche più popolare del Partito Democratico di 12 punti, mentre Whatley è 4 punti sotto il Partito Repubblicano. Il candidato repubblicano è inoltre meno conosciuto: il 14% degli elettori non sa valutarlo o non ne ha mai sentito parlare, compreso circa un repubblicano su dieci.

I due partiti sono ugualmente impopolari nello Stato: il Partito Repubblicano è giudicato positivamente dal 44% degli elettori e negativamente dal 54%, il Partito Democratico dal 42% contro il 56%. L'avversione per il campo opposto pesa più dell'attaccamento al proprio: il 94% dei democratici ha un'opinione negativa del Partito Repubblicano, una quota superiore all'83% che giudica positivamente il proprio partito. Lo stesso vale tra i repubblicani, con il 92% contro l'85%. Nel piccolo gruppo di elettori che giudica male entrambi i partiti, Cooper doppia Whatley: 64% contro 32%.

L'inflazione è il tema più importante per la scelta del candidato al Senato: la indica il 36% degli elettori, davanti alle divisioni politiche del Paese (14%), alla sanità e all'immigrazione (13% ciascuna). La metà degli elettori descrive la propria situazione economica come stabile, il 12% dice di stare migliorando e il 38% di stare arretrando, 6 punti in meno rispetto a due anni fa.

Il North Carolina sceglie da anni governatori democratici e presidenti repubblicani. I democratici hanno vinto 8 delle ultime 10 elezioni per la carica di governatore: lo stesso Cooper è stato rieletto nel 2020 con quasi 5 punti di vantaggio, mentre l'ultimo repubblicano a vincere è stato Pat McCrory nel 2012, con circa 11 punti. Nelle elezioni presidenziali vale l'opposto: i repubblicani hanno conquistato lo Stato in 11 delle ultime 12 corse alla Casa Bianca. L'ultimo democratico a vincere è stato Barack Obama nel 2008, per appena lo 0,3%. Nel 2024 Trump ha vinto in North Carolina con 3 punti di margine.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e il 27 luglio dalla società democratica Beacon Research e da quella repubblicana Shaw & Company Research, che realizzano insieme le rilevazioni di Fox News, su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina, con un margine di errore di 3 punti percentuali.


Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre


Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda


Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Gli elettori più fedeli del partito

1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati


Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018

+0 pt
2026

+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.

Voto generico per il Congresso — elettori registrati

DEM

0%

REP

0%

Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

37%

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione


Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte

OH
Ohio

NC
North Carolina

MT
Montana

NH
New Hampshire

MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda


Tocca ogni voce per il dettaglio.

1Inflazione ed economia+
È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.

2Il SAVE America Act bloccato+
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
SÌ218 NO213

3Un tesoretto da 400 milioni fermo+
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo


Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione


A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.


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Garmin CIRQA Smart Band ufficiale: la nuova smart band per monitorare salute, fitness e benessere


Garmin amplia la propria gamma di dispositivi wearable con CIRQA Smart Band, una nuova smart band progettata per il monitoraggio della salute, del sonno e dell'attività fisica. Scopri caratteristiche, funzioni e tutte le novità del nuovo tracker dedicato al benessere quotidiano
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Garmin ha annunciato CIRQA Smart Band, il suo primo tracker con funzionalità avanzate dedicate al fitness e alla salute, senza schermo e senza abbonamento. Progettata per aiutare le persone ad adottare uno stile di vita ancora più sano, CIRQA Smart Band ha una durata della batteria fino a 10 giorni e offre una fotografia dettagliata dello stato di salute e delle attività, con dati che possono essere visualizzati e approfonditi in qualsiasi momento tramite l'app Garmin Connect.

Design perfetto per la quotidianità


Il design essenziale aiuta a ridurre al minimo le distrazioni e a monitorare importanti metriche legate al benessere e alla performance. Privo di schermo, rileva e registra automaticamente molteplici attività. Queste possono poi essere visualizzate e modificate in Garmin Connect e, se confermate o modificate, la Smart Band si adatta così da classificarle in modo più accurato in futuro.
La Smart Band può essere indossata al polso o al braccio in base all'allenamento, e durante il sonnoLa Smart Band può essere indossata al polso o al braccio in base all'allenamento, e durante il sonno

Monitoraggio dello stato di salute


Se indossata tutto il giorno e di notte, CIRQA Smart Band fornisce un quadro completo sulla salute. Essa permette, infatti, di monitorare metriche quali frequenza cardiaca, Body Battery, Pulse Ox², livelli di stress, temperatura cutanea e altro ancora e di visualizzare immediatamente i propri dati in Garmin Connect.
Disponibile in colori neutri e vivaci come Citron Gray, Mauve, French Gray, Dark Olive, Captain Blue, French Blue e Black Disponibile in colori neutri e vivaci come Citron Gray, Mauve, French Gray, Dark Olive, Captain Blue, French Blue e Black
Grazie al suo design ergonomico, CIRQA Smart Band può essere indossata comodamente anche di notte, per comprendere la qualità e l'efficacia del riposo. Questa Smart Band fornisce dati completi tra cui analisi dettagliata delle fasi del sonno, punteggio del sonno, indicazioni sulla durata ottimale del riposo, variabilità della frequenza cardiaca, frequenza respiratoria e rilevamento dei sonnellini - il tutto immediatamente disponibile nell'app Garmin Connect.

Monitoraggio delle attività


Oltre a tenere traccia dei passi quotidiani, delle calorie bruciate e molte altre metriche, CIRQA Smart Band offre funzionalità avanzate per il fitness: in particolare, il wearable un sistema di monitoraggio dell'attività fisica particolarmente completo, capace di riconoscere automaticamente e registrare oltre 80 discipline sportive, tra cui padel, boxe, camminata, corsa, ciclismo, yoga e numerose altre attività, con la possibilità di avviare rapidamente il proprio allenamento preferito tramite il pulsante laterale.
La fascia in tessuto assicura il massimo comfort per l'uso quotidianoLa fascia in tessuto assicura il massimo comfort per l'uso quotidiano
Per chi desidera migliorare le proprie prestazioni, la smart band integra avanzate metriche di allenamento come Training Readiness, che valuta il livello di preparazione fisica suggerendo se affrontare un allenamento intenso o privilegiare il recupero, insieme a HRV Status, VO2 Max e Training Status, strumenti che consentono di analizzare la risposta dell'organismo allo sforzo e verificare l'efficacia del programma di allenamento. Al termine di ogni sessione, il dispositivo fornisce inoltre informazioni dettagliate sui benefici ottenuti e sui tempi di recupero necessari prima di tornare ad allenarsi, aiutando a ridurre il rischio di sovraccarico.

Sony FX5 ufficiale: Cinema Line con Open Gate e RAW
Sony amplia la famiglia Cinema Line con la nuova FX5, una telecamera professionale progettata per filmmaker e content creator
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Collegandosi al GPS di uno smartphone compatibile Android o iPhone, Garmin CIRQA Smart Band è in grado di registrare con precisione percorsi, distanza e velocità durante camminate, corse e uscite in bicicletta all'aperto, mentre la funzione LiveTrack, disponibile tramite l'app Garmin Connect, permette ad amici e familiari di seguire in tempo reale la posizione dell'utente, offrendo un ulteriore livello di sicurezza durante le attività outdoor.

Disponibilità


Disponibile per l'acquisto su Garmin.com, CIRQA Smart Band ha un prezzo di 199,99 euro.

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Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali


Sony ha presentato la “FX5”, la nuova telecamera full-frame della serie Cinema Line. La telecamera è dotata di un sensore di immagine CMOS fully-stacked di nuova concezione e migliora ulteriormente le prestazioni in termini di sensibilità. La telecamera è in grado di riprendere in 5K fino a 60 fotogrammi al secondo, in 4K fino a 120 fotogrammi al secondo e in FHD fino a 240 fotogrammi al secondo. Queste caratteristiche uniscono la resa della gamma Cinema Line e l’operatività progettata per soddisfare le esigenze degli ambienti di produzione in un corpo compatto e altamente portatile. Alla telecamera si affiancano anche due nuovi accessori opzionali: un mirino OLED rimovibile e un’impugnatura XLR che consente la registrazione direttamente nella fotocamera fino a 96 kHz, 32--bit float.

Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
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Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
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Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
La telecamera presenta un corpo compatto e leggero con un design piatto nella parte superiore
La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
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Elevata affidabilità


Una ventola di raffreddamento ad alta efficienza con prestazioni di raffreddamento potenziate e un design ottimizzato per la dissipazione del calore garantiscono un funzionamento stabile anche durante registrazioni video di lunga durata. Insieme al design resistente alla polvere e all’umidità, questa caratteristica garantisce l’affidabilità nelle riprese all’aperto e in condizioni ambientali difficili. La telecamera è compatibile con la batteria ricaricabile ad alta capacità “NP-SA100” (2670 mAh), è dotata di due porte USB Type-C.

Disponibilità


La Sony FX5 è già disponibile in preordine e sarà in vendita da agosto.

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Castello d’Annone, scontro sui migranti


L’ex “polveriera” dell’Aeronautica diventa un centro di frontiera per chi è appena sbarcato. La Regione era contraria, ma ha cambiato idea. Il sindaco Valfrè dice di averlo saputo dai giornali

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L’Astigiano attende da anni il famoso retroporto logistico per rilanciare le imprese e l’economia del territorio, ma nell’attesa della burocrazia romana si ritrova con l’unico “retroporto” della regione destinato alle persone migranti. Una “banchina a secco” in mezzo alle colline dove “scaricare” le navi delle ONG approdate a Genova e Savona, trasformando un’ex caserma militare nell’unico presidio piemontese per le PAF, le Procedure accelerate di frontiera.

Sotto il sole rovente di un pomeriggio di luglio, nel piazzale della polveriera di Castello d’Annone – un ex deposito dell’Aeronautica Militare dove hanno fatto il militare un bel po’ di astigiani illustri, a partire da Paolo Conte – è andata in scena una pièce del teatro della politica, con il presidente della Regione Alberto Cirio a vestire i panni di un moderno Carlo Alberto “Re Tentenna”: sarà per il troppo tempo trascorso tra i palazzi della Torino sabauda, lontano dalla proverbiale concretezza della sua Alba, ma il presidente della Regione è riuscito prima a tuonare furioso contro Roma, e poi a fare una rocambolesca retromarcia nel giro di ventiquattr’ore.

Il cortocircuito è iniziato quando l’opposizione ha stanato una circolare del Ministero dell’Interno che dispone la riconversione del vecchio Centro di accoglienza straordinaria (CAS) in un PAF: una struttura blindata di detenzione amministrativa per 72 persone in attesa di asilo o di rimpatrio entro dodici settimane. A far scoppiare il caso è stato il consigliere comunale del Partito Democratico Michele Miravalle. «Abbiamo scoperto in maniera quasi carbonara che le nuove norme del Patto europeo sull’immigrazione riguarderanno da vicino anche l’Astigiano», ha scritto sui social. «Il fenomeno migratorio è complesso, ad Asti abbiamo esempi virtuosi di gestione. Ora scopriamo che arriverà una grande “gabbia” che non risolverà nulla. Servono invece risposte chiare a domande precise».

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Italia e USA firmano il Pax Silica, Apple prepara tre nuovi device, Mythos rompe due sistemi crittografici


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon giovedì,
oggi parleremo del nuovo accordo di nome Pax Silica tra Italia e Stati Uniti. Poi vedremo i tre nuovi dispositivi per la casa firmati Apple; parleremo di un'altra grossa violazione da parte di Mythos, che questa volta riguarda sistemi di crittografia, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Italia e Stati Uniti firmano l'accordo Pax Silica sulle filiere AI


Politica
Italia e Stati Uniti firmeranno venerdì a Brindisi un accordo di cooperazione su Pax Silica, che è l’iniziativa americana che coordina i Paesi alleati per rendere le filiere dell’intelligenza artificiale meno dipendenti dai soliti pochi paesi fornitori. L’accordo riguarda semiconduttori, minerali critici, manifattura avanzata e modelli AI. L’Italia avrebbe dovuto aderire già a giugno a Miami, ma il viaggio del ministro Antonio Tajani fu annullato dopo le tensioni tra Roma e Washington sul sostegno italiano alla guerra in Iran.
~
Fonte: Reuters
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Apple sta preparando tre nuovi dispositivi per la casa


Big tech
Il principale device in progettazione è un hub con display quadrato da circa 7 pollici costruito attorno al nuovo assistente Siri AI. L'hub usa un sistema operativo derivato da tvOS con icone, widget e app. Include videochiamate FaceTime, monitoraggio della sicurezza domestica, interfono tra dispositivi Apple e controllo di elettrodomestici smart. Il riconoscimento facciale identifica chi guarda lo schermo e adatta in tempo reale contenuti e dimensioni dell'interfaccia. Le versioni sono due: una da tavolo con base a semicupola e una da parete con aggancio magnetico. Arrivano anche una nuova Apple TV e un HomePod mini aggiornato con processori più veloci per Siri AI. I prezzi sono 199 e 129 dollari. Apple TV e HomePod mini escono in autunno. L'hub arriva tra ottobre e inizio 2027. I lanci erano in programma dal 2024 ma il nuovo Siri è slittato più volte per problemi di ingegneria e qualità. Seguiranno una versione robotica dell'hub con schermo da 9 pollici e braccio mobile e una videocamera di sicurezza in concorrenza con Ring di Amazon. L'hub sfiderà l'Echo Show di Amazon e il Nest Hub di Google.
~
Fonte: Bloomberg
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

Scopri di più

Mythos ha violato una versione indebolita dell'algoritmo AES che protegge internet


Cybersecurity
Claude Mythos di Anthropic ha trovato nuovi metodi per attaccare versioni indebolite di due sistemi di crittografia dati: AES e HAWK. Nel caso di AES, il modello ha inizialmente rifiutato il problema perché riteneva impossibile migliorare i metodi di analisi esistenti. Dopo alcune sollecitazioni ha elaborato l'attacco in circa una settimana in modo quasi autonomo. Due ricercatori hanno impiegato quasi un mese per verificarne la correttezza. Il metodo trovato dal modello è da 200 a 1.000 volte più veloce delle migliori tecniche precedenti. Mythos ha migliorato anche un attacco contro HAWK, che è un sistema crittografico progettato per resistere ai computer quantistici ed è in valutazione al NIST come possibile nuovo standard. Anthropic ha condiviso i risultati con il governo USA e i partner industriali prima della pubblicazione. I modelli originali (non indeboliti) non sono attualmente a rischio.
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Fonte: The New York Times
Alternativa in italiano: non pervenuta

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DoorDash sta costruendo il suo sistema di delivery con droni proprietario


Robotica
DoorDash Air
è il nuovo servizio di consegne con droni di DoorDash. I velivoli sono progettati internamente dal team di robotica e opereranno tramite l'app di consegne. La società ha ottenuto dalla FAA la certificazione Part 135 per operare consegne commerciali con droni negli Stati Uniti. Non c'è una tempistica precisa. Le operazioni inizieranno con programmi pilota su brevi distanze in cui i droni restano in vista dell'operatore. Per i voli autonomi su distanze maggiori serve l'approvazione FAA della tecnologia Beyond Visual Line of Sight. Amazon, Wing e Zipline l'hanno già ottenuta. DoorDash mantiene le partnership esistenti con Wing di Alphabet e Flytrex. Con Wing consegna con droni in Australia dal 2022 e a Dallas-Fort Worth dal 2024. Il software Autonomous Delivery Platform decide in tempo reale se affidare una consegna a fattorini umani, droni o al robot da marciapiede Dot. Dot è attivo in alcuni sobborghi di Phoenix e a Fremont, in California.
~
Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Le aziende AI hanno comprato e distrutto libri rari per addestrare i modelli


Intelligenza Artificiale
Secondo un'inchiesta di 404 media, le aziende AI stanno comprando in grandi quantità libri fisici usati, li scansionano per addestrare i modelli e poi li distruggono. ISBNdb gestisce il più grande database di libri al mondo e ora aiuta le aziende AI a comprare in blocco da 1.000 a un milione di libri per ordine. Il servizio garantisce l'anonimato degli acquirenti. I libri stampati prima del 2022 non contengono testo generato dall'AI e per questo valgono come dati di addestramento puliti. Secondo una sentenza federale del 23 giugno 2025, Anthropic ha usato una taglierina idraulica per staccare le pagine dai libri comprati dai rivenditori e scanner industriali per digitalizzarle. Si parla di milioni di libri in un'operazione che Anthropic ha chiamato internamente il tentativo di «scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». La first-sale doctrine permette all'acquirente di disporre liberamente di una copia acquistata. Un giudice ha ritenuto la digitalizzazione un atto "trasformativo" e quindi compatibile con il fair use. Un piccolo libraio è passato ad aprile da circa 20 libri venduti a settimana a centinaia e attribuisce gli acquisti ai laboratori AI. Il suo inventario include libri rari e fuori catalogo e alcune copie distrutte potrebbero essere tra le ultime esistenti.
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Fonte: Futurism
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Le aziende AI hanno comprato e distrutto libri rari per addestrare i modelli


Ordini anonimi fino a un milione di copie.
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In breve:


Secondo un'inchiesta di 404 media, le aziende AI stanno comprando in grandi quantità libri fisici usati, li scansionano per addestrare i modelli e poi li distruggono. ISBNdb gestisce il più grande database di libri al mondo e ora aiuta le aziende AI a comprare in blocco da 1.000 a un milione di libri per ordine. Il servizio garantisce l'anonimato degli acquirenti. I libri stampati prima del 2022 non contengono testo generato dall'AI e per questo valgono come dati di addestramento puliti. Secondo una sentenza federale del 23 giugno 2025, Anthropic ha usato una taglierina idraulica per staccare le pagine dai libri comprati dai rivenditori e scanner industriali per digitalizzarle. Si parla di milioni di libri in un'operazione che Anthropic ha chiamato internamente il tentativo di «scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». La first-sale doctrine permette all'acquirente di disporre liberamente di una copia acquistata. Un giudice ha ritenuto la digitalizzazione un atto "trasformativo" e quindi compatibile con il fair use. Un piccolo libraio è passato ad aprile da circa 20 libri venduti a settimana a centinaia e attribuisce gli acquisti ai laboratori AI. Il suo inventario include libri rari e fuori catalogo e alcune copie distrutte potrebbero essere tra le ultime esistenti.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

AI Companies Are Buying Antique Books, Ingesting Their Contents to Train Models, and Then Destroying Them at Incredible Scale
AI companies are quietly obtaining rare books, ingesting their contents, and then destroying them -- even if they're exceedingly rare.
FuturismFrank Landymore


Alternativa in italiano:

Comprare vecchi libri per distruggerli: come le IA cercano testo non contaminato
ISBNdb vende ai laboratori IA libri stampati prima del 2022, gli unici garantiti privi di testo sintetico e delle trappole piazzate dagli autori. La scansione però distrugge i volumi, e i committenti restano protetti da NDA.
Hardware Upgrade

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Apple sta preparando tre nuovi dispositivi per la casa


Ruotano attorno a Siri AI.
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In breve:


Il principale device in progettazione è un hub con display quadrato da circa 7 pollici costruito attorno al nuovo assistente Siri AI. L'hub usa un sistema operativo derivato da tvOS con icone, widget e app. Include videochiamate FaceTime, monitoraggio della sicurezza domestica, interfono tra dispositivi Apple e controllo di elettrodomestici smart. Il riconoscimento facciale identifica chi guarda lo schermo e adatta in tempo reale contenuti e dimensioni dell'interfaccia. Le versioni sono due: una da tavolo con base a semicupola e una da parete con aggancio magnetico. Arrivano anche una nuova Apple TV e un HomePod mini aggiornato con processori più veloci per Siri AI. I prezzi sono 199 e 129 dollari. Apple TV e HomePod mini escono in autunno. L'hub arriva tra ottobre e inizio 2027. I lanci erano in programma dal 2024 ma il nuovo Siri è slittato più volte per problemi di ingegneria e qualità. Seguiranno una versione robotica dell'hub con schermo da 9 pollici e braccio mobile e una videocamera di sicurezza in concorrenza con Ring di Amazon. L'hub sfiderà l'Echo Show di Amazon e il Nest Hub di Google.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

New Apple TV 4K Box, HomePod mini and Siri AI Smart Home Hub Are Coming - Bloomberg
Apple Inc., after spending years as a laggard in the smart home market, is preparing a dramatic new push into the category with fresh devices and software.
Bloomberg


Alternativa in italiano:

Apple sfida Echo Show e Nest Hub con lo smart display di Siri AI
Nuovi prodotti per la casa da Apple: un display con Siri AI, set-top box, HomePod mini e, in futuro, anche braccia robotiche e telecamere.
Punto Informatico

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Italia e Stati Uniti firmano l'accordo Pax Silica sulle filiere AI


Dovevano firmare a giugno ma le tensioni tra i due governi non lo hanno permesso.
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In breve:


Italia e Stati Uniti firmeranno venerdì a Brindisi un accordo di cooperazione su Pax Silica, che è l’iniziativa americana che coordina i Paesi alleati per rendere le filiere dell’intelligenza artificiale meno dipendenti dai soliti pochi paesi fornitori. L’accordo riguarda semiconduttori, minerali critici, manifattura avanzata e modelli AI. L’Italia avrebbe dovuto aderire già a giugno a Miami, ma il viaggio del ministro Antonio Tajani fu annullato dopo le tensioni tra Roma e Washington sul sostegno italiano alla guerra in Iran.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Italy, US to sign off on Pax Silica AI initiative after spat with Trump | Reuters
Italy and the United States on Friday will sign off on ​a cooperation agreement on the so-called ‌Pax Silica initiative on artificial intelligence supply chains, a statement from Rome's foreign ministry said ​on Wednesday.
Reuters


Alternativa in italiano:

L'Italia firma a Brindisi la dichiarazione della "Pax Silica" con gli Stati Uniti
Iniziativa di cooperazione tra partner internazionali e settore privato nelle catene di approvvigionamento per le tecnologie avanzate
RaiNews

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Mythos ha violato una versione indebolita dell'algoritmo AES che protegge internet


Attacco 1.000 volte più veloce della ricerca umana
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In breve:


Claude Mythos di Anthropic ha trovato nuovi metodi per attaccare versioni indebolite di due sistemi di crittografia dati: AES e HAWK. Nel caso di AES, il modello ha inizialmente rifiutato il problema perché riteneva impossibile migliorare i metodi di analisi esistenti. Dopo alcune sollecitazioni ha elaborato l'attacco in circa una settimana in modo quasi autonomo. Due ricercatori hanno impiegato quasi un mese per verificarne la correttezza. Il metodo trovato dal modello è da 200 a 1.000 volte più veloce delle migliori tecniche precedenti. Mythos ha migliorato anche un attacco contro HAWK, che è un sistema crittografico progettato per resistere ai computer quantistici ed è in valutazione al NIST come possibile nuovo standard. Anthropic ha condiviso i risultati con il governo USA e i partner industriali prima della pubblicazione. I modelli originali (non indeboliti) non sono attualmente a rischio.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic A.I. Model Finds Flaws in Tough-to-Crack Encryption Algorithms
A leading A.I. model built by Anthropic has found flaws in a weakened version of a digital encryption standard that is in pervasive use throughout the internet, the company’s researchers said Tuesday, underscoring the potential risks to global cybersecurity posed by…
The New York Times


Alternativa in italiano: non pervenuta

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DoorDash sta costruendo il suo sistema di delivery con droni proprietario


Ottenuta la certificazione FAA per operare negli USA.
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In breve:


DoorDash Air è il nuovo servizio di consegne con droni di DoorDash. I velivoli sono progettati internamente dal team di robotica e opereranno tramite l'app di consegne. La società ha ottenuto dalla FAA la certificazione Part 135 per operare consegne commerciali con droni negli Stati Uniti. Non c'è una tempistica precisa. Le operazioni inizieranno con programmi pilota su brevi distanze in cui i droni restano in vista dell'operatore. Per i voli autonomi su distanze maggiori serve l'approvazione FAA della tecnologia Beyond Visual Line of Sight. Amazon, Wing e Zipline l'hanno già ottenuta. DoorDash mantiene le partnership esistenti con Wing di Alphabet e Flytrex. Con Wing consegna con droni in Australia dal 2022 e a Dallas-Fort Worth dal 2024. Il software Autonomous Delivery Platform decide in tempo reale se affidare una consegna a fattorini umani, droni o al robot da marciapiede Dot. Dot è attivo in alcuni sobborghi di Phoenix e a Fremont, in California.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

DoorDash is building its own drone delivery business | TechCrunch
DoorDash has received FAA approval to operate a commercial drone delivery service in the United States.
TechCrunchKirsten Korosec


Alternativa in italiano: non pervenuta

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L'economia americana si regge sempre di più sul boom dell'intelligenza artificiale


La Borsa americana vale 75.000 miliardi di dollari, due volte e mezzo il Pil, e metà della crescita dell'S&P 500 arriva dai titoli legati all'IA. Se la bolla scoppia, il rischio è una recessione

Nel mondo della finanza si ripete da decenni che la Borsa non è l'economia: i prezzi delle azioni possono crollare senza che occupazione e consumi ne risentano. Secondo un'analisi del New York Times, negli Stati Uniti questa distinzione vale sempre meno, perché il mercato azionario e l'economia reale dipendono ormai dalla stessa scommessa sull'intelligenza artificiale.

Il valore complessivo della Borsa americana ha superato i 75.000 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a dieci anni fa e circa due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti, un rapporto mai raggiunto prima. A trainare i listini sono soprattutto i titoli legati all'intelligenza artificiale: secondo Adam Turnquist, capo stratega tecnico della società di consulenza finanziaria LPL Financial, valgono circa metà della crescita registrata quest'anno dall'S&P 500, il principale indice della Borsa americana. "Sta diventando un'unica grande scommessa sull'intelligenza artificiale", ha detto al New York Times.

Il boom non gonfia solo i prezzi delle azioni. Le aziende stanno investendo migliaia di miliardi di dollari in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. La ricchezza creata dai rialzi di Borsa spinge poi i consumi, soprattutto quelli degli americani più ricchi, più disposti a spendere in vacanze, elettronica e ristoranti costosi quando i loro portafogli azionari si rivalutano. Questi investimenti e questi consumi hanno aiutato l'economia americana ad attraversare anni di inflazione, dazi e tensioni geopolitiche.

La dipendenza da un solo settore è però anche una vulnerabilità. Il sondaggio mensile di luglio di Bank of America tra i gestori di fondi di tutto il mondo indica lo scoppio della bolla dell'intelligenza artificiale come il principale rischio per i mercati finanziari. "La cosa che ha tenuto in piedi tutto è la storia dell'intelligenza artificiale", ha detto Torsten Slok, capo economista della società di investimento Apollo Global Management.

In passato nemmeno i crolli più violenti hanno avuto grandi conseguenze sull'economia reale. Nel "lunedì nero" del 1987 l'indice Dow Jones perse più del 20 per cento in un giorno, il record di sempre, ma disoccupazione e prodotto interno lordo quasi non si mossero. Oggi potrebbe andare diversamente per le dimensioni raggiunte dal mercato. La ricerca economica ha calcolato che per ogni 100 dollari guadagnati in Borsa gli investitori spendono circa 3 dollari in più in beni e servizi, un fenomeno noto come "effetto ricchezza". L'effetto funziona anche al contrario: ai valori attuali, un calo del 30 per cento delle azioni potrebbe togliere quasi 700 miliardi di dollari ai consumi, abbastanza da provocare una recessione o da avvicinarla molto. Gabriel Chodorow-Reich, economista di Harvard che studia il fenomeno, ha detto che è proprio quando il mercato sembra ai massimi che l'effetto ricchezza può fare più male.

L'altra anomalia è la concentrazione. Le cosiddette "Magnifiche Sette", cioè Meta, Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Nvidia e Microsoft, valgono da sole circa un quarto di tutte le società quotate negli Stati Uniti. Un inciampo di una di queste aziende avrebbe quindi ripercussioni ben oltre la finanza. Gli economisti descrivono lo scenario così: se gli investimenti nell'intelligenza artificiale rendessero meno del previsto, le aziende taglierebbero la spesa, i laboratori di IA e i loro fornitori ridurrebbero le previsioni di crescita e i mercati venderebbero. A quel punto raccogliere capitali diventerebbe più difficile e più caro, i progetti di data center e centrali elettriche verrebbero rinviati o cancellati, con licenziamenti nell'edilizia, mentre i consumatori più ricchi taglierebbero le spese. Il risultato sarebbe una recessione.

Un esito del genere non è inevitabile. Molte delle grandi aziende del settore hanno già raccolto enormi capitali e potrebbero continuare a investire anche se i finanziamenti si prosciugassero. Le imprese poi non smetterebbero di pagare per gli strumenti di intelligenza artificiale solo perché l'entusiasmo dei mercati si raffredda. Quando la bolla delle dot-com si sgonfiò, all'inizio degli anni Duemila, gli investitori spostarono i capitali verso l'immobiliare e altri settori. La recessione del 2001 fu breve e relativamente lieve. Allora però la Federal Reserve, la banca centrale americana, tagliò i tassi di interesse in modo aggressivo e contenne la crisi dentro il settore tecnologico. Oggi, dopo cinque anni di inflazione elevata, avrebbe meno margine per farlo.

Prevedere quando una bolla scoppia è quasi impossibile. Alan Greenspan, l'allora presidente della Federal Reserve, parlò di "esuberanza irrazionale" dei mercati nel 1996 e la bolla delle dot-com resse per altri tre anni. Per molti economisti però il rischio di una recessione innescata dai mercati è reale e sta crescendo, perché gli investitori scommettono su una crescita così spettacolare che basterebbe una delusione modesta, una trimestrale sotto le attese o un progetto che tarda a ripagarsi, per far cambiare loro idea. "Se agli investitori viene detto che invece di cinque-sette anni ci vorranno 15-20 anni per ripagare gli investimenti, è una differenza molto grande", ha detto Ryan Cummings, capo dello staff dello Stanford Institute for Economic Policy Research, il centro di ricerca di politica economica dell'università di Stanford. Per ora, ha aggiunto, l'onere della prova è sugli scettici, ma un lento gocciolio di notizie deludenti potrebbe spostarlo sugli ottimisti.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Perché ai Dem non basta l'estetica operaia per riconquistare la classe lavoratrice


Il caso Platner riapre il dibattito su come riconquistare la classe lavoratrice. Nel podcast GD Politics la studiosa Joan C. Williams spiega perché contano i valori, non lo stile
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La candidatura di Graham Platner al Senato per il Maine, naufragata dopo una serie di accuse, ha aperto nel Partito Democratico una discussione su come riconquistare gli elettori della classe lavoratrice.

Platner, allevatore di ostriche ed ex militare, era stato reclutato nell'estate del 2025 da due attivisti dell'area socialista-democratica, Daniel Moraff e Leanne Fan, in cerca di un candidato per sfidare la senatrice repubblicana Susan Collins. Come lo stesso Platner ha raccontato a Jon Stewart, alcune persone che da mesi lavoravano nel Maine con l'AFL-CIO (la principale confederazione sindacale americana) si presentarono a casa sua a fine luglio. Cercavano "una persona della classe lavoratrice" da candidare su "politiche economiche da classe lavoratrice".

Nel giro di poche settimane lo convinsero a correre promettendogli l'appoggio del senatore Bernie Sanders. Platner annunciò la candidatura a metà agosto e ottenne quell'appoggio entro il Labor Day, la festa del lavoro americana di inizio settembre. Moraff ha poi ammesso al Wall Street Journal che nessuno aveva fatto una verifica approfondita sul passato del candidato.

Il giornalista Galen Druke ha dedicato alla vicenda una puntata del suo podcast GD Politics. La sua ospite era Joan C. Williams, docente di diritto alla University of California Law San Francisco, autrice di Outclassed: How the Left Lost the Working Class and How to Win Them Back e tra le più note studiose del rapporto tra classe sociale e politica negli Stati Uniti.

Williams sostiene che i democratici continuino a confondere l'estetica della classe lavoratrice con i suoi valori. Reclutare candidati che sembrano operai serve a poco, se il partito non rispetta il modo in cui quegli elettori vedono il mondo.

La classe lavoratrice, nella definizione di Williams, non coincide con i poveri, cioè con il 30% più basso delle famiglie per reddito. È il 50% centrale, senza laurea. Sono persone con lavori di routine, ancora stabili economicamente ma spaventate dall'idea di scivolare fuori dalla classe media.

Nel 2016 l'etichetta usata nelle analisi del voto, "elettori senza laurea", fece pensare ai più poveri. Il consenso del presidente Donald Trump, spiega la studiosa, viene invece da questo ceto intermedio.

"Indossare un costume non è un buon modo per conquistare nessun elettore, tanto meno quelli della classe lavoratrice", ha detto Williams nel podcast. Queste persone riconoscono subito chi finge. Cercare candidati di origine operaia resta però una buona idea, visto che un tempo al Congresso ce n'erano molti e oggi sono quasi scomparsi.

Il rischio, per Williams, è che il partito finisca per selezionare "una caricatura da classe medio-alta" dell'americano operaio.

Il Center for Working Class Politics, un centro di ricerca specializzato in questi temi, ha rilevato che i candidati di origine operaia piacciono davvero di più agli elettori della classe lavoratrice. In un suo rapporto il profilo più apprezzato era però l'insegnante di scuola media, seguito da magazziniere, medico, piccolo imprenditore e infermiere. L'operaio edile veniva solo dopo.

La mascolinità ruvida e spavalda che Williams chiama "bad but bold" (cattiva ma audace) accomuna Platner al senatore John Fetterman. A volte funziona, Platner era popolarissimo prima di autodistruggersi, ma quel modello porta con sé uno spirito di opposizione permanente che lo rende rischioso.

Un sondaggio del New York Times sulla corsa in Maine, ricordato da Druke nel podcast, dava Platner sotto di 21 punti rispetto a Collins tra gli elettori senza laurea. Un democratico generico, nella stessa rilevazione, perdeva di 9 punti contro un repubblicano generico. Il candidato scelto per incarnare la classe lavoratrice andava quindi molto peggio di un democratico qualsiasi proprio tra quegli elettori.

Secondo un'analisi citata nel podcast, Platner piaceva soprattutto agli abitanti del Maine in ascesa sociale, attratti da un'estetica operaia idealizzata.

Williams riassume in cinque punti i valori di queste famiglie e il primo è la sicurezza economica e personale. "Le élite si preoccupano della fine del mondo, noi della fine del mese", diceva un cartello dei gilet gialli francesi citato dalla studiosa.

La stabilità economica non è un dato di fatto per chi ha visto la quota del PIL destinata ai lavoratori americani scendere dal 70% al 54% circa in pochi decenni. E la sicurezza fisica, scontata nei quartieri benestanti, per queste famiglie è una priorità: per questo la criminalità e il disordine al confine sono temi tanto sensibili.

Gli altri quattro valori sono l'autodisciplina al posto della realizzazione personale (i loro impieghi chiedono puntualità e concretezza, non offrono percorsi di crescita individuale), il radicamento e il patriottismo al posto del cosmopolitismo, il parlare semplice al posto della sofisticatezza e il tradizionalismo, fondato su fede e famiglia.

Sul radicamento Williams ha raccontato un aneddoto personale. L'epigrafe del suo libro è in spagnolo e lei si rifiutò di tradurla, salvo accorgersi mesi dopo che quella scelta era il suo modo da élite di esibire cosmopolitismo. "Se sei un venditore di pneumatici sposato con una contabile in Indiana, sei orgoglioso di essere americano", ha detto.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear è, per Williams, l'esempio di come ci si connette a questi valori senza travestimenti. Parla spesso del sogno americano e ha portato nello stato il più grande investimento privato della sua storia.

Beshear usa poi l'anti-elitismo. Chiama la legge di bilancio "the big ugly bill" (la grande legge brutta) e la collega ai tagli fiscali per i milionari e ai tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico per i redditi bassi. Cita quanti lavoratori saranno licenziati e quanti ospedali rurali chiuderanno. E quanti abitanti del Kentucky perderanno l'assistenza sanitaria.

Il governatore ribalta anche l'accusa di condiscendenza che i repubblicani rivolgono da anni ai democratici. Ricorda che è Trump a mancare di rispetto ai militari, mentre il vicepresidente JD Vance guarda dall'alto in basso l'America rurale. E ripete che un politico deve "parlare come un essere umano normale". Quando spiega perché fa politica cita la famiglia, la fede e la regola d'oro, un'etica del servizio.

Williams contrappone a Beshear un video del governatore della California Gavin Newsom, che nei primi cinque minuti citava due libri da intellettuali e parlava di sviluppo personale, l'etica dell'autorealizzazione tipica delle élite. Meglio, secondo la studiosa, lo stile della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, che ripete di non essere "più intelligente o più importante di nessun altro".

Il partito teme anche di perdere gli uomini. Prima dei suoi guai Williams definiva John Fetterman "il maestro della mascolinità", oggi assegna il titolo al senatore della Georgia John Ossoff, un ex documentarista.

Nell'audizione di conferma di Jay Clayton, scelto da Trump per un incarico di governo, Ossoff lo ha incalzato più volte chiedendogli chi avesse vinto le elezioni del 2020. Non è la spavalderia operaia di Platner, dice Williams, ma è comunque assertività maschile.

Uno studio citato da Williams stima che metà dei voti persi dai democratici tra gli elettori senza laurea negli ultimi decenni dipenda da uno spostamento di attenzione: dal garantire una vita stabile alle persone comuni alla redistribuzione verso i più poveri. I programmi sociali con soglie di reddito che escludono chi sta nel mezzo, dice la studiosa, mettono chi ha poco contro chi non ha niente.

Druke ha aggiunto che il partito parla ormai molto di poveri e marginalizzati e poco delle persone con una vita ordinaria, che negli Stati Uniti sono la maggioranza.

"New York non è il Kansas", ha risposto Williams a chi vede nel sindaco di New York Zohran Mamdani il modello da esportare. Lo considera un talento generazionale, ma anche Mamdani ha attratto più laureati che non laureati, con l'eccezione rilevante degli asiatici americani senza laurea.

La sua formula, che la studiosa chiama "la coalizione economica di Mamdani", unisce la rabbia dei lavoratori che scivolano fuori dalla classe media a quella dei giovani laureati, che non riescono a comprare casa e faticano perfino a pagare l'asilo o le cure mediche. Il mercato del lavoro per loro è già pessimo e l'intelligenza artificiale lo peggiorerà.

Il collante è l'economia, come nella vecchia formula "è l'economia, stupido" coniata decenni fa dallo stratega democratico James Carville. Entrambi i gruppi vedono bloccato l'accesso alla propria versione del sogno americano.

Sui temi culturali Williams sconsiglia sia la resa sia lo scontro frontale. I repubblicani, ha raccontato, hanno cercato il tema LGBTQ capace di danneggiare di più i democratici e hanno puntato sulla partecipazione delle ragazze trans allo sport femminile. I democratici hanno accettato il confronto su un terreno sfavorevole, visto che, come ha ricordato Druke, solo il 20% degli elettori della classe lavoratrice è favorevole alla loro presenza nelle squadre femminili.

Per Williams la risposta non è tacere sui diritti ma trovare i passi avanti che non scatenino una reazione di massa. Si può continuare a lavorare contro il razzismo nella polizia, dice, anche dopo aver abbandonato lo slogan "defund the police" (togliere i fondi alla polizia), che molti nel partito considerano ormai un errore. E ha citato una formula che attribuisce a Ossoff o a Beshear: "passerò l'80% del mio tempo sui temi che riguardano il 100% degli elettori".

Nel 2024 Trump aveva guadagnato terreno tra le famiglie con meno di 50.000 dollari di reddito, tra i neri, i latini e gli asiatici senza laurea e tra i giovani. Oggi, dice Williams, i giovani e gli elettori neri e latini senza laurea si stanno allontanando da lui. Più di recente lo stanno facendo anche i bianchi senza laurea.

Il problema è che i democratici restano ancora meno popolari del presidente e per rimontare, ha scherzato la studiosa, basterà fare un po' meno danni.

Williams si dice comunque più ottimista di quando cominciò a scrivere il libro, un anno prima della rielezione di Trump, convinta che sarebbe finita male. Nel partito, dice, c'è ormai consenso sulla necessità di riconnettersi con la classe lavoratrice. A bloccare i progressi resta il dibattito permanente tra spostarsi più a sinistra o verso il centro, per lei "categorie sbagliate".

La sua ricetta unisce un populismo economico anti-elitario al rispetto per i valori di chi non è laureato, senza "dare per scontato che le altre persone siano progetti che Dio vi ha messo sulla terra per illuminare".


I democratici del Maine scelgono Troy Jackson per sfidare Susan Collins


I democratici del Maine hanno scelto questa mattina Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, come candidato contro la senatrice repubblicana Susan Collins. La convention straordinaria riunita a Bangor lo ha nominato con 566 voti su 571 delegati, dopo il ritiro di Graham Platner. L’unica altra candidata rimasta in corsa, la dirigente del settore biofarmaceutico Saundra Pelletier, ha ottenuto cinque voti.

Jackson aveva di fatto conquistato la nomination già il fine settimana precedente, quando i democratici dello Stato avevano approvato a larghissima maggioranza la lista di delegati da lui indicata. “Siamo sulla buona strada per ottenere il governo che ci meritiamo”, aveva dichiarato allora in un video rivolto ai sostenitori. Platner aveva abbandonato la corsa il 10 luglio, travolto da un’accusa di violenza sessuale che ha sempre respinto.

Convention democratica · Maine
I democratici del Maine scelgono Troy Jackson contro Susan Collins
Convention straordinaria di Bangor — voto dei 571 delegati
Focus America

CandidatoVoti%

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale

566
99,1%

Saundra Pelletier
Dirigente del settore biofarmaceutico

5
0,9%

571delegati
Voto concluso

Graham Platner si è ritirato dalla corsa prima del voto. Elaborazione di Focus America.

La scommessa progressista per conquistare il Senato


La scelta di Jackson rafforza l’ala sinistra del partito, che punta ancora una volta su un candidato progressista per sottrarre ai repubblicani uno dei seggi decisivi nella battaglia per la maggioranza al Senato. Collins è l’unica senatrice repubblicana chiamata a difendere il proprio seggio in uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024. Per conquistare il controllo del Senato a novembre, i democratici devono ottenere 4 seggi in più.

La campagna presenta Jackson come un taglialegna di quinta generazione e un “combattente di lungo corso per i diritti dei lavoratori”. A giugno si era classificato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, sostenuto dal senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders. Il suo programma prevede il Medicare for All, la fine dei finanziamenti pubblici all’esercito israeliano, l’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement e una tutela federale del diritto all’aborto.

I repubblicani si preparano da settimane ad attaccare il candidato che avrebbe sostituito Platner, qualunque fosse stato il suo nome. Il giorno stesso della nomination, il Senate Leadership Fund, il comitato legato alla leadership repubblicana del Senato, ha annunciato un investimento da 42 milioni di dollari contro Jackson. Al candidato democratico restano ora 101 giorni per ridurre il vantaggio di Collins e provare a conquistare, nelle elezioni del 3 novembre, uno dei seggi da cui potrebbe dipendere il controllo del Senato.


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Come si può salvare il Partito Democratico americano


L'ex capo dei democratici del Wisconsin spiega a Politico perché il partito deve puntare su parlamenti e corti supreme statali e perché l'anno da temere non è il 2026 ma il 2030

Il futuro del Partito Democratico americano non si decide a Washington ma negli stati, nelle assemblee legislative locali e nelle corse per governatore. È la tesi di Ben Wikler, ex presidente del partito in Wisconsin, che l'ha spiegata in una lunga intervista pubblicata sabato da Politico, firmata dal suo principale editorialista politico Jonathan Martin.

L'occasione è il suo nuovo libro, This Is the Plan: How to End America's Meltdown and Save Democracy ("Questo è il piano: come fermare il tracollo dell'America e salvare la democrazia"), in parte autobiografia e in parte manuale. Wikler, che dopo la sconfitta del 2024 si è candidato senza successo alla guida del Comitato nazionale democratico, l'organo che dirige il partito, chiede ai democratici di dedicare alle proprie debolezze strutturali almeno la stessa attenzione che riservano all'ultima uscita del presidente Donald Trump.

Per anni, racconta, il dibattito nazionale del suo partito ha ignorato che le regole di base della politica americana si scrivono negli stati. Le controlla chi conquista una trifecta, termine preso in prestito dall'ippica. Significa tenere insieme la carica di governatore e le due camere del parlamento statale, cioè il potere pieno di approvare e cambiare le leggi. Chi firma una legge, ricorda Wikler, non è la stessa persona che la approva.

Il tracollo americano, sostiene, non è iniziato con la discesa in campo di Trump ma nel 2010, quando l'operazione repubblicana REDMAP strappò seggi nei parlamenti statali di tutto il paese. Quelle vittorie permisero al partito di ridisegnare i collegi elettorali a proprio favore e plasmarono il decennio successivo. Wikler si è formato politicamente in quella stagione, mentre il governatore repubblicano del Wisconsin Scott Walker azzerava il potere dei sindacati pubblici.

La maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti guidata dal suo presidente, lo speaker Mike Johnson, esiste secondo Wikler grazie a una vittoria per 401 voti in una corsa per la corte suprema del North Carolina. In Georgia molti elettori delle primarie democratiche per governatore hanno votato per Keisha Lance Bottoms ma hanno lasciato in bianco le caselle della corte suprema statale. I democratici hanno perso una di quelle corse per 2,2 punti percentuali. Con una vittoria, dice, si sarebbe aperta la strada verso una maggioranza democratica in quella corte entro il 2028.

Quest'autunno in North Carolina si vota di nuovo per la corte suprema statale ed è l'unica occasione per costruire una maggioranza in quel tribunale. Basterebbe che poche centinaia o poche migliaia di persone convincessero amici e vicini a votare in queste elezioni, dice Wikler, per cambiare gli equilibri delle corti e dei parlamenti, con effetti destinati a durare decenni.

Sara Gideon, sconfitta in Maine sei anni fa, ha più fondi in cassa di quanti David Jolly ne abbia raccolti nell'intera prima metà dell'anno per la corsa a governatore della Florida. Messo davanti a questo confronto, Wikler ha risposto che il solo pensiero gli fa venire la nausea. In un mondo guidato dagli algoritmi i donatori inseguono la corsa più appariscente del momento, mentre "le corse che decidono chi scrive le regole per il paese sono proprio lì".

I grandi donatori repubblicani, spiega, sono nel gergo del settore donatori "transazionali". Calcolano quanto investire per ottenere in cambio ancora più denaro, tra tagli fiscali e regole riscritte su misura, quindi finanziano chi ha il potere di approvare i loro progetti. Il denaro democratico, concorda con l'intervistatore, si disperde invece tra mille cause diverse, mentre ogni candidato urla che la sua è l'elezione più importante di sempre.

Nel 2024, negli stati in bilico, i candidati democratici ai parlamenti statali hanno raccolto più voti di quanti ne abbia presi il partito nella corsa presidenziale. Uno scarto del genere va quasi sempre nella direzione opposta, perché molti elettori scelgono il presidente e lasciano incompleto il resto della scheda. Per Wikler è la prova di un progresso reale nelle corse minori, arrivato quasi senza copertura mediatica, da accelerare "con entrambi i piedi sull'acceleratore".

L'elenco delle riforme federali che propone parte dal filibuster, la regola che al Senato impone di fatto 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Nessuno dei due partiti arriverà presto a quota 60, quindi il primo passo è abolirlo o modificarlo, cosa che richiede solo la maggioranza semplice dell'aula. Poi vorrebbe allargare la Camera e cambiare il modo di eleggere i deputati, con sistemi come la rappresentanza proporzionale o il voto con preferenze ordinate (ranked-choice voting). Propone di trasformare Washington D.C. in uno stato e di lasciare che Puerto Rico decida se diventarlo. Chiede anche una legge nazionale contro il gerrymandering, il ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio del partito che li disegna.

Sulla Corte Suprema propone mandati di 18 anni al posto dell'attuale nomina a vita, con ogni presidente che sceglie un giudice nel primo e nel terzo anno del proprio mandato. La corte, accusa, è diventata "un'arma di parte per la destra" e "non è solo conservatrice: è attivamente repubblicana".

Vorrebbe infine superare il collegio elettorale, il meccanismo che assegna la presidenza attraverso i grandi elettori dei singoli stati anziché con il conteggio nazionale dei voti. Nessun altro paese, ricorda, ha adottato questo sistema. Gli stati potrebbero aggirarlo aderendo al National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo che impegna i firmatari ad assegnare i propri grandi elettori al vincitore del voto popolare nazionale. Le strategie del libro, precisa, non richiedono emendamenti costituzionali e si realizzano vincendo prima le trifecta statali e poi il Congresso.

In campagna elettorale, però, Wikler consiglia di non parlare di nulla di tutto questo. Gli elettori che decidono le corse più combattute non si interessano alle procedure. Vogliono sapere se possono permettersi la medicina che il medico gli ha appena prescritto o lo zaino nuovo per il figlio.

Nel libro racconta di Pamela Gantz, che ha conquistato un seggio nel consiglio comunale di De Pere, in Wisconsin, battendo uno dei "falsi elettori" coinvolti nel piano per ribaltare l'elezione del 2020. Ha vinto parlando soprattutto di cantieri stradali locali. Mettere in sicurezza le regole del gioco, dice Wikler, "è il premio", non lo strumento con cui si vincono le elezioni.

"Se vuoi salvare la democrazia, parla di strade", riassume.

La questione delle prossime due tornate elettorali, per Wikler, è se il voto resterà libero e corretto. Trump sta cercando di condizionare le elezioni di metà mandato di novembre, accusa, con i tentativi di incarcerare funzionari elettorali e di sequestrare schede. La priorità è quindi eleggere alla gestione del voto persone che credono nella democrazia.

La preoccupazione più grande riguarda però il 2030, l'anno in cui, dopo il censimento, tutti i collegi del paese verranno ridisegnati.

Se i democratici vinceranno un paio di cicli, come nel 2006 e nel 2008, il pendolo politico rischierà di girare dall'altra parte proprio in quel momento. Chi vincerà allora, se leggi e tribunali lo permetteranno, potrà truccare le mappe e blindare il proprio controllo. Per spiegare cosa dovrebbero fare i democratici Wikler usa un'immagine dal Signore degli Anelli, "portare l'anello in cima al Monte Fato e gettarlo nel fuoco". Vincere quell'anno e poi togliere a tutti, per sempre, la possibilità di manipolare i collegi. L'ironia, ammette, è che per arrivarci oggi servono anche i gerrymander di ritorsione degli stati democratici, dentro una guerra delle mappe iniziata dal Texas dalla quale nessuna delle due parti può ritirarsi.

Il Wisconsin, che ha votato per Barack Obama, poi per Trump, poi per Joe Biden e poi di nuovo per Trump, per Wikler è lo specchio più fedele di un paese spaccato a metà. Quest'anno le due camere del suo parlamento statale sono contendibili per la prima volta grazie alle nuove mappe eque. Chi vincerà le primarie democratiche a cinque candidati per la carica di governatore sfiderà il repubblicano Tom Tiffany, che provò a ribaltare il risultato del 2020.

Scrivendo il libro, racconta, Wikler ha scoperto che non c'era mai stato nella storia americana un periodo con così tanti cambi di maggioranza consecutivi tra Congresso e Casa Bianca. Le persone, dice, "stanno cercando di ottenere qualcosa che non stanno ottenendo".


I tentativi di Trump di condizionare il voto di novembre sono quasi tutti falliti


Il presidente Donald Trump ha usato un raro discorso in prima serata, la notte in Italia, per rilanciare le sue accuse di brogli elettorali, ma non ha portato alcuna prova a sostegno dell'affermazione, che ripete da anni, secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. Per un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic quel discorso è "un segno di disperazione". Quasi tutti i tentativi del presidente di condizionare davvero le elezioni di metà mandato di novembre, il voto che rinnova il Congresso a metà del mandato presidenziale, sono falliti e gli restano pochi strumenti oltre a "seminare caos e dubbi tra gli americani".

La Casa Bianca ha diffuso quattro blocchi di documenti a sostegno del discorso, ma per l'Atlantic le affermazioni del presidente sono "un guazzabuglio di informazioni riciclate, travisamenti delle prove e affermazioni tendenziose", costruite su materiali troppo oscurati per essere interpretati. Le principali reti televisive hanno rinunciato a trasmettere l'intervento in diretta perché temevano che il presidente ingannasse il pubblico. Secondo Graham il discorso serviva anche a distrarre dalla guerra con l'Iran e dai suoi effetti sull'economia.

Sul ridisegno dei collegi elettorali il presidente ha invece ottenuto risultati concreti. Diversi stati governati dai repubblicani hanno ritracciato i confini dei collegi per aggiungere seggi favorevoli al partito, una pratica chiamata gerrymandering, la sentenza della Corte Suprema di aprile nel caso Louisiana contro Callais ha permesso ad altri stati di procedere con le proprie mappe e un tribunale della Virginia ha respinto il ridisegno con cui i democratici volevano rispondere. Nel complesso i repubblicani hanno guadagnato diversi seggi probabili.

Il SAVE America Act, la riforma elettorale voluta dal presidente che tra le altre cose imporrebbe agli elettori di dimostrare la cittadinanza, è invece fermo. La settimana scorsa Trump si è rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla casa "per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", un gesto che l'analisi definisce "bizzarro e inefficace" perché quella legge è entrata comunque in vigore. Il senatore repubblicano Thom Tillis, che lascerà il seggio del North Carolina, ha promesso di bloccare la riforma se dovesse tornare in aula e ha ricordato che ormai sarebbe troppo tardi per applicarla al voto di novembre.

Il presidente non ha il controllo delle elezioni, un potere che spetta agli stati o al Congresso, e quasi tutte le sue mosse per via amministrativa sono state bloccate dai tribunali oppure ignorate dai funzionari statali e locali. I giudici federali hanno fermato parti di un ordine esecutivo che vietava agli stati di accettare le schede spedite per posta e arrivate dopo il giorno del voto e che imponeva la prova della cittadinanza. Hanno bocciato anche un secondo provvedimento, che avrebbe creato un archivio federale dei cittadini in età di voto per poi costringere gli stati a filtrare gli elettori con quell'elenco, impedendo al servizio postale di recapitare le schede a chi non ci fosse dentro. Per l'Atlantic si trattava di un tentativo "arcano" e forse impraticabile di risolvere un problema, il voto dei non cittadini su larga scala, "che semplicemente non esiste".

Alcuni stati hanno consegnato spontaneamente al governo federale i registri degli elettori, molti altri hanno impugnato quelle richieste e hanno vinto. Le pressioni del Dipartimento di Giustizia irritano ormai anche gli alleati repubblicani. Il governo dell'Idaho, che pure aveva segnalato a Washington presunti casi di voto di non cittadini, si è visto minacciare un procedimento penale nel caso in cui dei non cittadini fossero ammessi alle urne e i dirigenti repubblicani dello stato hanno reagito con durezza.

All'inizio di luglio il presidente ha rimosso due membri della Election Assistance Commission, l'agenzia federale che aiuta gli stati a organizzare il voto, e un terzo si è dimesso, lasciando l'organismo senza vertici. La commissione ha soprattutto funzioni consultive e privarla dei suoi responsabili complicherà il lavoro dei funzionari locali, ma per Graham la mossa somiglia anche a "un'ammissione di sconfitta". Trump aveva provato a usarla per revocare la certificazione di tutte le macchine per il voto in uso e per imporre l'obbligo di dimostrare la cittadinanza. Adesso sembra rinunciarci, proprio mentre quell'agenzia servirebbe ad aiutare i funzionari locali a correggere alcune delle debolezze di sicurezza citate nel discorso, come i sistemi informatici che gestiscono le operazioni di voto, anche se nessun elemento indica che le schede o i conteggi siano vulnerabili.

La ricerca di prove di brogli nel 2020 resta senza risultati e nel discorso il presidente non ha nemmeno provato ad argomentarla. Si è concentrato soprattutto sulla Georgia, ma questo mese un giudice federale nominato da lui stesso ha bloccato le citazioni con cui il Dipartimento di Giustizia voleva convocare chi aveva lavorato a quel voto nella contea di Fulton. Due agenti dell'FBI incaricati di setacciare le vecchie prove sono stati licenziati perché si erano rifiutati di farlo, come ha rivelato l'emittente MS NOW.

Per costruire il racconto dei brogli il presidente si appoggia a Bill Pulte, direttore facente funzioni della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence americane, e a John Solomon, descritto dall'analisi come "un commentatore di destra con una lunga storia di diffusione di affermazioni false" e chiamato dalla Casa Bianca a costruire racconti come quelli esposti nel discorso. Pulte non ha alcun ruolo previsto dalla legge in materia elettorale né esperienza nell'organizzazione o nella sicurezza del voto. La seconda strada rimasta al presidente, scrive Graham, è schierare i militari o le forze di polizia federali nei giorni intorno al voto.

Le due opzioni sono rischiose e hanno meno probabilità di riuscire, ed è per questo che non erano le prime scelte del presidente. Funzionari elettorali, esperti e organizzazioni non profit seguono la minaccia da mesi e sono molto più preparati ad affrontare qualsiasi mossa dell'Amministrazione, come ha scritto Garrett Epps sul Washington Monthly.

La difesa più efficace contro la sovversione, per Graham, è che gli americani vadano a votare, perché "un'elezione in bilico è più facile da rubare di una netta". I fallimenti politici del presidente hanno prodotto sondaggi che indicano un voto largamente contrario ai repubblicani in autunno. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha detto questa settimana che lamentarsi di brogli elettorali è una scelta strana quando il proprio partito controlla la Casa Bianca, la Camera e il Senato. Discorsi in prima serata pieni di lamentele e di falsità evidenti rischiano di allontanare ancora di più gli elettori dal partito e, conclude l'analisi, "per un'ironia della sorte" quell'intervento potrebbe davvero contribuire a proteggere l'integrità delle elezioni del 2026.


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Con la sconfitta di Orbán il movimento MAGA ha perso la sua base in Europa


Il nuovo governo ungherese vuole sciogliere la fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium, il principale snodo della rete costruita negli ultimi anni tra la destra di Viktor Orbán e il movimento trumpiano.

La fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium sarà sciolta alla fine di luglio. È l’istituto di Budapest che ha ospitato il vicepresidente JD Vance, Tucker Carlson e alcuni dei think tank americani più vicini al presidente Donald Trump: il fulcro della rete che per anni ha trasformato l’Ungheria nella capitale europea del movimento MAGA, acronimo dello slogan trumpiano “Make America Great Again”.

Viktor Orbán ha perso le elezioni di aprile dopo 16 anni al potere. Il partito Tisza di Péter Magyar ha conquistato 141 dei 199 seggi del Parlamento, raggiungendo la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Pochi giorni fa i magistrati hanno inoltre perquisito le sedi di Fidesz, il partito di Orbán, nell’ambito di quella che appare come un’indagine per corruzione.

Balázs Orbán, avvocato di 40 anni che non ha legami di parentela con l’ex primo ministro, è stato prima direttore politico del governo, poi responsabile della campagna elettorale di Fidesz e infine presidente del collegio. Oggi non ricopre più incarichi nell’esecutivo e si prepara a prendere posto al Parlamento Europeo. “La nostra battaglia continua”, ha dichiarato a Politico. “Non è più soltanto per l’Ungheria, ma per l’Europa”.

L’impero culturale costruito con i beni dello Stato


Il Mathias Corvinus Collegium non nasce come una creatura del governo. Fu fondato nel 1996 da una facoltosa famiglia conservatrice come istituto privato destinato alla formazione dei giovani più promettenti. Porta il nome di Mattia Corvino, il sovrano rinascimentale del Quattrocento che gli ungheresi considerano come un eroe nazionale.

Sotto Viktor Orbán, tuttavia, il collegio si è trasformato grazie al sistema delle KEKVA, fondazioni di gestione patrimoniale di interesse pubblico istituite dal suo governo e finanziate attraverso beni statali. Nel 2020 la fondazione che controlla il collegio ha ricevuto partecipazioni del 10% in due grandi società quotate ungheresi: il gruppo petrolifero MOL e l’azienda farmaceutica Gedeon Richter. Al momento del trasferimento, quelle azioni valevano complessivamente più di un miliardo di euro. Da allora l’istituto si è finanziato in larga parte con i dividendi prodotti dalle due partecipazioni.

I sostenitori delle KEKVA affermavano che il sistema avrebbe protetto università e istituzioni culturali dalle oscillazioni della politica quotidiana. I critici, invece, lo hanno sempre considerato uno strumento per trasferire ricchezza pubblica a strutture vicine a Fidesz, sottraendola al controllo dei governi successivi. Il collegio dichiara di coinvolgere circa 8.000 persone tra studenti e partecipanti, compresi bambini che accedono ai programmi del fine settimana fin dai dieci anni. Offre alloggi, borse di studio, seminari, viaggi di ricerca e corsi di lingua, costruendo un percorso formativo parallelo a quello delle istituzioni scolastiche e universitarie tradizionali.

Il governo di Magyar ha ora deciso di sciogliere le KEKVA che non gestiscono direttamente università. Secondo il calendario pubblicato, la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cesserà di esistere alla fine di luglio e i suoi beni torneranno allo Stato. L’istituto potrebbe sopravvivere sotto un’altra forma, ma senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter il suo peso politico e internazionale sarebbe drasticamente ridimensionato.

Anche MCC Brussels, la sede aperta nella capitale dell’Unione europea e diventata negli ultimi anni uno dei think tank conservatori più visibili della città, dipende quasi interamente dai finanziamenti provenienti dall’Ungheria. Per continuare a operare dovrà quindi trovare nuovi sostenitori.

Bence Bauer, direttore dell’Istituto tedesco-ungherese del collegio, riconosce che la sovrapposizione tra gli incarichi politici di Balázs Orbán e la presidenza dell’MCC ha offerto un facile argomento ai critici. Sostiene però che la politica rappresenti soltanto una parte marginale delle attività dell’istituto: “Il 99% di ciò che fa MCC non riguarda la politica”. Molti studenti del collegio, ha aggiunto, hanno probabilmente votato per Tisza, lo stesso partito che ora ne minaccia le fondamenta finanziarie.

Per Fidesz, lo smantellamento delle fondazioni è il risultato di una campagna preparata da tempo. Balázs Orbán cita un documento pubblicato a maggio dal Wilfried Martens Centre, il think tank ufficiale del Partito Popolare Europeo, che descrive il collegio e le istituzioni analoghe come parti di un’infrastruttura illiberale transnazionale. Il documento sostiene che il cambio di governo in Ungheria rappresenti la “prima opportunità” per smantellarne almeno una parte. “Reagiremo con ogni strumento legale e politico disponibile”, promette però l’ex presidente dell’MCC.

Ungheria · La rete MAGA in Europa

Il nuovo governo ungherese scioglie la fondazione che ha reso Budapest la capitale europea del MAGA

Il 31 luglio la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cessa di esistere e il suo patrimonio torna allo Stato. Senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter, l’istituto che ha ospitato JD Vance e Tucker Carlson perde la base finanziaria della propria influenza internazionale.

Grafica di FocusAmerica 26 luglio 2026

Il meccanismo
Come lo Stato ungherese ha finanziato il fulcro europeo del trumpismo

Patrimonio dello Stato ungherese · 2020

10%
MOL
Gruppo petrolifero

10%
Gedeon Richter
Azienda farmaceutica

Fondazione Mathias Corvinus Collegium
1,3mld €

Valore della dotazione ricevuta nel 2020, tra azioni, contanti e immobili: più dell’intero bilancio annuale ungherese per l’università, quasi l’1% del prodotto interno lordo.

Dividendi
31 luglio 2026

La fondazione cessa di esistere e i beni tornano allo Stato.

8.000
Studenti e partecipanti, dai dieci anni in su

Bruxelles
La sede europea, finanziata quasi solo da Budapest

Eventi
Festival, borse di studio e viaggi di ricerca

Il collegio nasce privato nel 1996. A trasformarlo è stato il sistema delle KEKVA, le fondazioni patrimoniali create dal governo di Viktor Orbán e finanziate con beni pubblici: ora vengono sciolte tutte, tranne quelle che gestiscono università.

Il voto del 12 aprile

Con 141 seggi su 199, Tisza può riscrivere la Costituzione


La maggioranza dei due terzi è la chiave di tutto: senza 133 seggi il governo di Péter Magyar non avrebbe potuto modificare la Legge fondamentale e smantellare le fondazioni.

Tisza 141 Fidesz-KDNP 52 Mi Hazánk 6

16
Anni di governo Orbán, chiusi dal voto

79,6%
Affluenza, la più alta dal 1990

53,2%
Voti di lista raccolti da Tisza

Sette anni di alleanza

Da Trump che riceve Orbán al decreto che chiude la fondazione


Tocca ogni tappa per i dettagli.

2019 Trump riceve Orbán alla Casa Bianca+

È il primo incontro ufficiale tra i due leader e apre la stagione dei rapporti diretti tra la destra americana e Budapest.

Estate 2021 Tucker Carlson sposta il programma a Budapest+

Allora volto di punta di Fox News, conduce da Budapest per un’intera settimana. Nella stessa estate Dennis Prager interviene al festival del collegio.

2022 Il primo CPAC fuori dagli Stati Uniti+

La principale conferenza del conservatorismo americano sceglie l’Ungheria. Ne seguiranno cinque edizioni consecutive, finanziate dal bilancio statale ungherese.

Febbraio 2026 Marco Rubio va a Budapest+

Il Segretario di Stato elogia il rapporto tra i due Paesi a due mesi dal voto. Il 21 marzo Budapest ospita la quinta edizione del CPAC.

7 aprile 2026 JD Vance arriva cinque giorni prima del voto+

La visita del vicepresidente appare come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora. Gli elettori ungheresi non si lasciano convincere.

12 aprile 2026 Fidesz perde le elezioni e cede il potere+

Orbán riconosce il risultato. Il Parlamento europeo aveva definito l’Ungheria un «regime ibrido di autocrazia elettorale»: il sistema poteva ancora essere battuto alle urne.

2 luglio 2026 Il decreto fissa la fine al 31 luglio+

Dopo la modifica costituzionale di giugno, il ministro Bálint Ruff firma lo scioglimento. Balázs Orbán, presidente uscente del collegio, promette di reagire «con ogni strumento legale e politico».

Cosa resta

La rete perde il finanziatore, non le sue ragioni


A tenere insieme i nazionalisti occidentali non è una dottrina condivisa, ma una lista di avversari comuni. Sulle scelte concrete le divisioni restano profonde.

Ciò che li unisce
L’immigrazione di massa
La sfiducia verso le élite
L’insicurezza economica e sociale
La cultura progressista e le università liberali
I tribunali sovranazionali e i media tradizionali

Ciò che li divide
La guerra tra Russia e Ucraina
Il sostegno a Israele
I dazi e la politica commerciale
Il grado di allineamento con Washington
I limiti dell’influenza americana sui singoli Paesi

In Europa la vicinanza a Trump non paga più

Giorgia Meloni
Aveva coltivato il rapporto con il presidente americano, poi ha preso visibilmente le distanze.

Jordan Bardella
Il leader del Rassemblement National insiste sull’autonomia strategica europea, non sull’allineamento.

AfD
Nel partito tedesco l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale americana si è raffreddato.

Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente non dipendono da Budapest, ammette il direttore della scuola di giornalismo del collegio. Ciò che gli americani non potranno sostituire è il potere pubblico e la ricchezza dello Stato ungherese che hanno finanziato quella rete.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Politico, Balkan Insight e Ufficio elettorale nazionale ungherese. Valore della dotazione 2020 e confronto con il bilancio universitario: Balkan Insight, maggio 2026. Dati aggiornati al 26 luglio 2026.

Budapest, laboratorio europeo del trumpismo


Donald Trump ricevette Viktor Orbán alla Casa Bianca per la prima volta nel 2019. Due anni dopo Tucker Carlson, allora uno dei volti più influenti di Fox News e oggi imprenditore dei media in rotta con l’establishment repubblicano sulla politica estera, trasferì il suo programma a Budapest per un’intera settimana.

Nella stessa estate Dennis Prager, conduttore radiofonico e cofondatore di PragerU, intervenne al festival annuale del collegio sostenendo che, se la civiltà occidentale fosse stata salvata, a salvarla sarebbe stata l’Europa orientale. Da Budapest sono passati anche Patrick Deneen, teorico del postliberalismo all’Università di Notre Dame, l’ex Procuratore Generale della prima Amministrazione Trump Jeff Sessions e Ben Shapiro, cofondatore del Daily Wire.

Nel 2022 il CPAC, la principale conferenza annuale del conservatorismo americano, ha organizzato in Ungheria la prima di cinque edizioni consecutive. Budapest era così ormai diventata la base europea di un movimento che, in quel momento, si trovava all’opposizione a Washington.

L’asse tra MAGA e l’Ungheria è sempre stato squilibrato. Il Paese conta meno di 10 milioni di abitanti e ha un peso economico e militare limitato all’interno dell’alleanza occidentale. Per la destra americana, però, rappresentava la dimostrazione concreta che i conservatori potevano fare molto più che rallentare i cambiamenti progressisti: potevano rimodellare a propria immagine le istituzioni, i media e le abitudini culturali di un’intera nazione.

L’iniziativa era partita dagli ungheresi. Matt Schlapp, presidente dell’American Conservative Union e della fondazione che organizza i CPAC, ha raccontato che l’allora ambasciatore ungherese lo invitò a pranzo a Washington durante il primo mandato di Trump. Fino a quel momento, ha spiegato, la stampa americana gli aveva presentato Orbán come “un dittatore, un fascista, un antisemita”. Dopo avere ascoltato la versione ungherese, Schlapp si convinse che quel racconto fosse condizionato da un pregiudizio di sinistra.

Rod Dreher, scrittore conservatore che ha diretto il progetto internazionale del Danube Institute e ha vissuto in Ungheria fino alla scorsa primavera, riconosce che Orbán ha tollerato “troppa corruzione e cattiva gestione” e che proprio questi problemi ne hanno provocato la sconfitta, nonostante i risultati rivendicati dal suo governo. Per Dreher, l’ex primo ministro è stato “la chiave di volta del ponte” tra i conservatori trumpiani americani e i partiti nazionalisti europei. Nessun altro governo, sostiene, ha saputo rendere altrettanto concreto quel collegamento.

Il pericolo maggiore per l’alleanza, secondo Dreher, arriva però dall’altra parte dell’Atlantico. La rete potrebbe sopravvivere alla sconfitta di Orbán, ma non necessariamente alla presidenza di Trump: l’imprudenza del presidente, ha scritto a Politico, costringe sempre più spesso i partiti nazionalisti europei a schierarsi contro gli Stati Uniti. La perdita di Orbán è un problema superabile; la permanenza di Trump, probabilmente, non lo è.

In Europa, infatti, la vicinanza al presidente americano non costituisce più un vantaggio automatico. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha spiazzato ripetutamente gli alleati. Anche i governi conservatori hanno scoperto che l’affinità ideologica non li protegge dalle pressioni e dalle umiliazioni pubbliche.

Ne sa qualcosa la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che inizialmente aveva coltivato con attenzione il rapporto con Trump, ha preso visibilmente le distanze. Ma anche Jordan Bardella, leader del Rassemblement National francese, insiste ora sull’autonomia strategica europea anziché sull’allineamento con Washington. Persino nell’AfD tedesca l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale scatenata dal movimento MAGA ha lasciato spazio a un crescente raffreddamento.

L’imprevedibilità di Trump e la scarsa considerazione mostrata per la sovranità degli altri Paesi hanno inoltre risvegliato un antico e forte anti americanismo, mai del tutto scomparso nella destra europea.

Orbán, in questo senso, non ha fatto scuola: è rimasto un’eccezione. Anche per questo motivo, il movimento MAGA ha cercato fino all’ultimo di mantenerlo al potere. Il Segretario di Stato Marco Rubio si è recato a Budapest a metà febbraio e ha elogiato il rapporto tra i due Paesi. Il vicepresidente JD Vance è arrivato in aprile, cinque giorni prima delle elezioni, in quella che appariva chiaramente come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora.

Gli elettori ungheresi, tuttavia, non si sono lasciati convincere. Il nuovo governo di Magyar ora non vuole discutere il futuro dei rapporti con il movimento trumpiano, mentre il Dipartimento di Stato americano non ha risposto alla domanda se l’Ungheria conservi il ruolo privilegiato che aveva durante il governo Orbán. Si è limitato ad affermare che gli Stati Uniti collaborano con il nuovo esecutivo ungherese sui temi della sicurezza, della prosperità economica, dei diritti sovrani e dei comuni “valori di civiltà”.

Un’alleanza senza il potere dello Stato


János Bóka, ex ministro per gli Affari europei e oggi capogruppo di Fidesz in Parlamento, resta ottimista sul futuro dell’alleanza. Il movimento MAGA, ha spiegato, non coincide con Trump, ma rappresenta una componente di una trasformazione più ampia della politica americana: il progressivo e duraturo arretramento dall’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda.

Alla domanda su chi vorrebbe alla Casa Bianca dopo Trump, Bóka ha risposto senza esitazioni: JD Vance. Il discorso con cui il vicepresidente attaccò le élite liberali europee alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, nel febbraio 2025, potrebbe essere, secondo Bóka, il manifesto di Patriots for Europe, il gruppo della destra radicale al quale Fidesz appartiene nel Parlamento Europeo.

Gergely Gulyás ragiona diversamente. Il giurista di 44 anni, già ministro alla Presidenza del Consiglio e poi capogruppo parlamentare, ha dichiarato a Politico che il sostegno americano conta, ma soltanto fino a un certo punto: “Per l’Ungheria non può sostituire i rapporti europei”. In Germania, i suoi interlocutori sono la CDU e la CSU, i partiti del centrodestra tradizionale, non l’AfD.

Gulyás e Magyar erano amici prima che quest’ultimo rompesse con il proprio schieramento e trasformasse Tisza nel principale avversario di Fidesz. Nelle ultime settimane il nuovo governo ha introdotto limiti di mandato che costringeranno Gulyás a lasciare il seggio. Il politico si è dimesso da capogruppo, sostenendo che il principale partito di opposizione debba essere guidato da qualcuno che possa ricandidarsi.

La maggioranza dei due terzi sta smontando le strutture di potere costruite durante l’era Orbán, arrivando a provocare anche l’uscita di scena del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. I sostenitori del governo parlano di rinnovamento democratico, mentre Fidesz denuncia un’epurazione autoritaria. Anche alcune organizzazioni per la tutela dei diritti avvertono, intanto, che la rapidità delle riforme potrebbe a sua volta indebolire lo stato di diritto.

Per anni i critici di Orbán hanno descritto l’Ungheria come qualcosa di meno di una democrazia compiuta. Il Parlamento europeo l’ha definita un “regime ibrido di autocrazia elettorale”. Ad aprile, tuttavia, Fidesz ha perso le elezioni, ha riconosciuto il risultato e ha ceduto il potere. Qualunque cosa fosse diventato, il sistema costruito da Orbán poteva ancora essere sconfitto attraverso le urne.

Boris Kálnoky, direttore della scuola di giornalismo del collegio, considera la decisione del governo un colpo durissimo, ma non pensa che il movimento sia destinato a scomparire. L’iniziativa intellettuale ungherese e le risorse impiegate per sostenerla, riconosce, sono state decisive per costruire la rete internazionale.

Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente, però, non dipendono da Budapest: immigrazione, sfiducia nelle élite, insicurezza economica e sociale, cambiamento culturale e convinzione che le società siano state trasformate senza il consenso degli elettori. “Per questo non serve l’Ungheria”, ha osservato Kálnoky.

A tenere insieme i nazionalisti non è tanto una dottrina condivisa quanto una lista di avversari comuni: l’immigrazione di massa, la cultura progressista, i tribunali sovranazionali, le università liberali e i media tradizionali. Sulle scelte strategiche, invece, le divisioni sono profonde: dalla Russia all’Ucraina, da Israele al commercio. Le fratture riemergono ogni volta che l’interesse nazionale dei singoli Paesi incontra i limiti dell’influenza americana.

Schlapp è convinto che l’alleanza resisterà. “Abbiamo costruito amicizie vere all’interno del governo Orbán. Vincere o perdere non cambia le amicizie”, ha dichiarato. CPAC, sostiene, non è mai stata una questione di vicinanza al potere, ma di idee. Non vede quindi ragioni per interrompere il lavoro a Budapest, a meno che esprimere determinate opinioni politiche non diventi pericoloso sul piano legale.

I conservatori americani potranno continuare a invitare gli ex dirigenti di Fidesz e a partecipare ai loro eventi. Ciò che non potranno sostituire è il potere pubblico, insieme alla ricchezza dello Stato ungherese, che ha permesso di costruire e finanziare quella rete. Orbán aveva accettato la gerarchia imposta da Trump ed era rimasto al suo fianco anche negli anni di Joe Biden, quando il leader repubblicano sembrava fuori dai giochi. Ma in politica la lealtà raramente pesa più di una sconfitta.

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Zuckerberg dice che l'intelligenza artificiale non deve restare nelle mani di pochi


In un articolo sul Wall Street Journal e in due interviste il capo di Meta accusa le rivali, senza nominarle: il dibattito è pieno di catastrofismo e la superintelligenza deve essere di tutti

Mark Zuckerberg ha attaccato le aziende rivali che sviluppano l'intelligenza artificiale in modo chiuso e strettamente controllato. Concentrare il potere di questa tecnologia in poche istituzioni, sostiene, sarebbe un pericolo per la società. L'amministratore delegato di Meta lo ha scritto in un articolo di opinione pubblicato martedì sul Wall Street Journal e lo ha ripetuto in due interviste. Non ha mai citato le concorrenti per nome, ma il riferimento ad Anthropic e OpenAI, le due aziende che producono i modelli di intelligenza artificiale oggi considerati i migliori, è evidente.

Nell'articolo Zuckerberg scrive che lo sviluppo della "superintelligenza", il termine con cui Meta indica un'intelligenza artificiale superiore alle capacità umane, "sarà il progresso tecnologico più profondo che vedremo nel corso delle nostre vite". La domanda decisiva della nostra epoca, aggiunge, non è se questa tecnologia esisterà, ma chi vi avrà accesso. La sua proposta è dare più potere ai singoli individui e usare la superintelligenza soprattutto per inventare, più che per automatizzare, con l'equilibrio dei poteri come fondamento della sicurezza.

Per Zuckerberg l'idea che l'intelligenza artificiale sia così pericolosa da rendere necessaria "un'estrema concentrazione di potere" è essa stessa pericolosa. Se solo poche istituzioni avranno la superintelligenza, scrive, eserciteranno un'influenza determinante su economia, scienza e politica, limitando la libertà delle persone di scegliere il proprio futuro.

L'alternativa che propone è una "superintelligenza personale" accessibile a tutti, cioè un'intelligenza artificiale molto capace combinata con il contesto personale di chi la usa. La spiega con un esperimento mentale. Se una sola persona avesse un avvocato superintelligente, avrebbe un vantaggio ingiusto in tribunale anche quando ha torto nel merito. Se tutti ne avessero uno, la giustizia sarebbe amministrata in modo più equo, perché le persone dotate di strumenti potenti si controllano e si bilanciano a vicenda.

Zuckerberg riconosce che alcuni rischi meritano attenzione. Per la sicurezza informatica, scrive, la storia del software aperto dimostra che dare a tutti pieno accesso ai sistemi è la protezione migliore nel lungo periodo, mentre per i rischi biologici servirà più coordinamento tra i governi. Se la superintelligenza sarà distribuita su larga scala, conclude, i posti di lavoro aumenteranno e l'economia diventerà più imprenditoriale, perché avviare un'impresa senza grandi capitali sarà più facile.

Nell'intervista al New York Times Zuckerberg ha detto che sviluppare la tecnologia in modo strettamente controllato, come fanno Anthropic e OpenAI, equivarrebbe ad "abbandonare i nostri valori" e frenerebbe l'innovazione. "Gran parte del discorso di molti degli altri laboratori che stanno sviluppando questa tecnologia è completamente pieno di catastrofismo", ha detto. "Serve una voce, o più voci, che portino realismo in questo dibattito".

Si è detto scettico anche sulla possibilità di costruire un'unica intelligenza artificiale resa benevola verso l'umanità attraverso una forma idealizzata di "allineamento", il lavoro con cui i sistemi vengono programmati per non danneggiare gli esseri umani. "Penso che sia letteralmente impossibile avere un'unica superintelligenza benevola che sia allineata con tutti contemporaneamente", ha detto.

In un'intervista al Wall Street Journal ha aggiunto che l'ottimismo sull'impatto dell'intelligenza artificiale "dovrebbe essere empiricamente l'ipotesi di partenza su come andranno le cose". Ha citato i precedenti delle grandi trasformazioni tecnologiche e i dati recenti sull'occupazione. "Finora penso che tutto il lavoro attorno all'intelligenza artificiale abbia creato al netto molti posti di lavoro, perché c'è tutta questa infrastruttura che deve essere costruita", ha detto. Nella vita privata usa la tecnologia per cercare le ricette dei dolci da preparare con la figlia di 3 anni e ha installato telecamere nella sua palestra, così che il sistema lo osservi mentre si allena e gli dia consigli.

Lo scontro sul modo di sviluppare l'intelligenza artificiale ha diviso la Silicon Valley. Dario Amodei e Sam Altman, gli amministratori delegati di Anthropic e OpenAI, sostengono che alcuni dei modelli più avanzati siano troppo pericolosi per essere condivisi e sviluppati senza controlli rigidi. Microsoft, Nvidia, Google e Meta ritengono invece che molti modelli debbano essere aperti (open source), cioè scaricabili e modificabili liberamente da chiunque, perché la tecnologia possa avanzare e far nascere nuove imprese. Pochi giorni fa Elon Musk aveva stimato tra il 10 e il 20% il rischio che l'intelligenza artificiale rappresenta per l'umanità, pur prevedendo che entro cinque anni supererà quella di tutti gli esseri umani messi insieme.

La disputa si è accesa a luglio, quando i progressi dei modelli aperti sviluppati in Cina sono sembrati erodere il vantaggio delle aziende americane. Anthropic e OpenAI hanno fatto pressione sulle autorità di Washington sollevando preoccupazioni proprio su quei modelli. Venerdì Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, l'azienda che produce i chip con cui si addestrano i sistemi di intelligenza artificiale, ha pubblicato una lettera in difesa dello sviluppo aperto, attorno alla quale si è raccolta parte del settore. In settimana ha annunciato anche una coalizione con giganti come SpaceX e IBM per creare strumenti aperti di sicurezza informatica. Diversi dirigenti, tra cui Huang e Altman, sono attesi a Washington in questi giorni per esporre le loro ragioni all'amministrazione del presidente Donald Trump, che sta valutando come regolare la materia.

L'amministrazione sta intanto attuando un ordine esecutivo che introduce un periodo di revisione volontaria di 30 giorni per i nuovi modelli. Zuckerberg ha chiesto verifiche il più possibile rapide. Dire di voler esaminare i modelli per 30 o 60 giorni "può non sembrare molto", ha detto, "ma il settore si muove così in fretta che è in realtà una quantità di tempo piuttosto significativa". Secondo il Wall Street Journal, una regola valida per tutti sulla velocità di sviluppo rischierebbe di consolidare il vantaggio di Anthropic e OpenAI, visto che i modelli di Meta sono rimasti indietro rispetto ai loro. Il titolo dell'azienda ha perso in borsa circa il 17% nell'ultimo anno.

Alcuni funzionari hanno discusso anche della possibilità di vietare alle aziende americane l'uso dei modelli aperti sviluppati in Cina, sulla base delle accuse secondo cui le aziende cinesi avrebbero copiato la tecnologia americana. Meta ha firmato di recente una lettera che chiede al governo di non vietare i modelli aperti. Zuckerberg dubita che mettere al bando quelli di altri Paesi sarà produttivo e ritiene che il governo dovrebbe piuttosto accelerare l'industria nazionale, eliminando i colli di bottiglia che rallenterebbero innovazioni come i nuovi farmaci.

Amodei aveva difeso la linea opposta lunedì in un post sul blog. Anthropic, ha scritto, si concentra su "tenere i chip potenti fuori da mani autoritarie, fermare la distillazione su scala industriale e imporre test di sicurezza a tutti i modelli sufficientemente capaci, aperti e chiusi". La distillazione è la pratica con cui un modello viene addestrato sfruttando le risposte di un altro. OpenAI ha detto in passato di appoggiare il software aperto e di lavorare con la Casa Bianca a modi sicuri di sostenere lo sviluppo della tecnologia.

Martedì, lo stesso giorno delle uscite di Zuckerberg, alcuni dei principali ricercatori di Anthropic, OpenAI, Google e della stessa Meta hanno firmato una lettera aperta intitolata "Pacing the Frontier". Il documento chiede uno sforzo internazionale per sviluppare strumenti tecnici e di governance con cui rallentare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza.

Per anni Meta ha difeso i modelli aperti e ha distribuito gratuitamente i propri, ma la primavera scorsa, dopo essere rimasta indietro nella corsa, Zuckerberg ha cambiato strategia: ha investito 14,3 miliardi di dollari nella start-up ScaleAI e ne ha assunto il fondatore Alexandr Wang per guidare la divisione ribattezzata Meta Superintelligence Labs, che ha iniziato a lavorare anche a un modello chiuso. A luglio l'azienda ha cominciato per la prima volta a vendere l'accesso al suo modello più recente, Muse Spark, pur continuando a sviluppare anche modelli aperti.

Quest'anno Meta prevede investimenti fino a 145 miliardi di dollari, in gran parte per comprare chip e costruire centri dati. A maggio ha licenziato 8.000 dipendenti attribuendo i tagli proprio ai costi dell'intelligenza artificiale.

"Credo che la traiettoria generale del settore sia andata verso una maggiore apertura e verso il mettere il potere della tecnologia nelle mani di più persone, non di meno", ha detto Zuckerberg al New York Times.


Musk dice di essersi "fatto prendere la mano" con la politica


Elon Musk ha detto di essersi "fatto prendere la mano" con la politica. "Penso di essermi occupato un po' troppo di politica", ha dichiarato all'Economist in un'intervista di oltre ottanta minuti registrata alla Gigafactory di Tesla in Texas, la sua prima conversazione lunga dopo la quotazione in borsa di SpaceX. "Mi sono fatto prendere la mano, francamente."

Musk ha versato più di 250 milioni di dollari per sostenere la campagna del presidente Trump nel 2024 e dopo la vittoria ha guidato il Dipartimento per l'efficienza governativa, l'ufficio per il taglio della spesa federale noto con la sigla DOGE. Ha lasciato l'incarico alla fine di maggio del 2025 e l'iniziativa ha chiuso ufficialmente le operazioni il 4 luglio. "L'obiettivo del DOGE era provare a fare qualcosa per il deficit, che è enorme", ha detto Musk, ricordando che oggi la spesa per gli interessi sul debito supera quella del Dipartimento della Guerra, come si chiama ora il dipartimento della Difesa, sommata a quella dell'intelligence. Ha raccontato che ai destinatari dei pagamenti il suo team chiedeva soltanto i contatti o una prova che i soldi arrivassero a destinazione: "Il denaro era per una causa importante in Africa, ma le istruzioni di bonifico portavano a Washington, non in Africa. Chiedevamo di metterci in contatto con i beneficiari per mandare i soldi direttamente a loro e poi calava il silenzio."

Alla contestazione che i tagli improvvisi ai programmi di aiuto abbiano provocato morti evitabili, Musk ha risposto "zero" e ha definito quelle accuse "false" e "assurde". La direttrice dell'Economist, Zanny Minton Beddoes, ha detto che in molti paesi africani USAID, l'agenzia americana per la cooperazione internazionale, era il principale finanziatore dei sistemi sanitari e che moltissimi programmi sono stati chiusi da un giorno all'altro, compresa la fornitura di farmaci antiretrovirali. Musk ha replicato che decine di migliaia di organizzazioni non governative potevano subentrare e che la Gates Foundation dispone di decine di miliardi di dollari: "Se non l'hanno fatto, direi che sono ugualmente responsabili." Sull'amministrazione nel suo complesso il giudizio resta positivo: "Nessuna amministrazione è perfetta, ma questa è di gran lunga migliore dell'alternativa."

Sull'intelligenza artificiale Musk ha proposto che le principali aziende del settore si controllino a vicenda prima di mettere in circolazione i modelli più avanzati. "La cosa più immediata che potremmo fare è che le aziende leader abbiano una specie di chiamata ogni poche settimane per discutere qualsiasi questione di sicurezza", ha detto. Prima del rilascio di un modello di frontiera, i concorrenti dovrebbero avere una o due settimane per testarlo tramite interfaccia di programmazione e segnalare eventuali effetti dannosi, con la possibilità di raccomandare una pausa. Se un'azienda ignorasse un rischio grave, "quello sarebbe il momento in cui il governo interviene e prende provvedimenti". Il modello che ha in mente è la Motion Picture Association, l'associazione di categoria che negli Stati Uniti stabilisce i divieti dei film in base all'età.

I concorrenti sono più adatti dei governi a individuare i rischi tecnici, secondo Musk, perché chi lavora nelle istituzioni non ha una comprensione tecnica profonda e non sta guidando la frontiera della ricerca. Ha citato il caso di un modello i cui rischi per la cybersicurezza non erano stati scoperti da un'agenzia federale: era stata Amazon a segnalarli e a chiamare la Casa Bianca. Il governo era poi intervenuto minacciando controlli sulle esportazioni. Musk ha detto di avere suggerito la proposta a Demis Hassabis poche ore prima che il capo di Google DeepMind pubblicasse la sua idea di un regolatore pubblico-privato e di volerne parlare anche con Dario Amodei, che guida Anthropic.

L'intervista è stata registrata prima che OpenAI rivelasse che due dei suoi modelli di frontiera erano usciti da un ambiente di test isolato, avevano ottenuto l'accesso a internet e avevano violato la piattaforma Hugging Face per procurarsi le risposte di un test interno sulla cybersicurezza. La rivelazione ha riacceso il dibattito sull'adeguatezza dei controlli esistenti, mentre i governi di Stati Uniti ed Europa stanno ancora valutando come regolare i sistemi più avanzati e le aziende si affidano soprattutto a impegni volontari e a test interni.

I rapporti personali tra i fondatori delle aziende di intelligenza artificiale restano pessimi, ma per Musk non sono un ostacolo. "Non sono un fan di Sam Altman", ha detto, spiegando che un'organizzazione senza scopo di lucro nata per fare intelligenza artificiale open source e "posseduta dal mondo" si è trasformata in una società da 800 miliardi di dollari con codice chiuso: "È l'esatto opposto di ciò per cui ho donato il denaro." Di Amodei ha dato invece un giudizio molto positivo, definendolo una persona di principi. Nessuna delle persone incontrate in Anthropic, ha aggiunto, ha fatto scattare il suo "rilevatore di malvagità". La conclusione è pragmatica: "Alla fine della giornata, se dobbiamo parlare parleremo. Mettiamo da parte le divergenze personali per il bene del mondo."

Musk prevede che l'intelligenza artificiale superi la somma dell'intelligenza umana in circa cinque anni e che entro dieci la distanza si allarghi di molto. Il risultato più probabile, secondo lui, è "un'epoca di abbondanza straordinaria in cui chiunque può avere qualsiasi cosa possa immaginare", a meno di eventi come una guerra nucleare globale. La probabilità che i robot cancellino l'umanità resta però quella che aveva indicato in passato, tra il 10 e il 20%: "Non è zero." Ha spiegato di avere scelto di guardare al lato positivo perché fermare la corsa è impossibile e ha ammesso che le sue mosse hanno avuto l'effetto contrario a quello voluto: creò OpenAI come contrappeso a Google, che allora aveva quasi un monopolio, e da OpenAI nacque poi Anthropic. "Queste azioni hanno prodotto un effetto a catena che ha accelerato l'intelligenza artificiale, cosa che non era davvero mia intenzione."

Il lavoro digitale sparirà per primo. L'intelligenza artificiale è già migliore del 90% degli ingegneri del software professionisti, secondo Musk, e arriverà presto a superarne il 99% fino a raggiungere il livello di Stockfish, il programma di scacchi che batte qualunque campione umano girando anche su un telefono. Per i lavori fisici serviranno i robot umanoidi, che descrive come le mani dell'intelligenza digitale. Il lavoro diventerà "opzionale", come coltivare l'orto quando al supermercato ci sono già le verdure: si continuerà a farlo per piacere, non per necessità.

Alla domanda su come vivranno le persone che perdono il lavoro, Musk ha risposto che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni. All'obiezione che stampare moneta genera inflazione ha replicato con una previsione opposta: se la produzione di beni e servizi cresce più in fretta della massa monetaria il problema sarà la deflazione, non l'inflazione. Ha detto di pagare già circa il 45% tra imposte federali e statali, di avere stabilito il record della cifra più alta di tasse mai versata da una persona e di aspettarsi di pagarne molte migliaia di miliardi: "Mi sta bene." In un futuro di abbondanza, ha aggiunto, il denaro e la tassazione diventeranno irrilevanti.

Le aziende cinesi di intelligenza artificiale ottengono risultati notevoli con una potenza di calcolo relativamente ridotta e hanno buone probabilità di diventare leader del settore, ha detto Musk, ricordando che l'ultimo modello uscito da Pechino si è avvicinato molto a quello di Anthropic, che considera ancora il più intelligente in circolazione. La Cina produce più elettricità di Stati Uniti, Europa e India messi insieme e punta a quadruplicare la produzione americana. Fuori dalla Cina il vincolo principale non sono i chip ma l'energia e il raffreddamento, mentre in Cina vale il contrario per via delle restrizioni americane all'export. Il consumo di acqua dei centri di calcolo, ha detto, è trascurabile. Il governo americano può vietare alle proprie aziende di usare i modelli cinesi, ha detto Musk, ma non può impedirlo al resto del mondo e non impedirà così alla Cina di arrivare prima.

Dopo la quotazione di SpaceX Musk controlla circa l'80% dei diritti di voto e può essere rimosso solo da un voto che dipende da lui stesso. Lo giustifica con la necessità di ragionare su un orizzonte di cinque o dieci anni senza la pressione dei risultati trimestrali: una base sulla Luna o su Marte deprime i conti nel breve periodo, anche se era scritta nel prospetto di quotazione. Se dovesse morire domani, ha detto, le sue aziende andrebbero avanti bene per diversi anni grazie ai piani già tracciati, come è successo ad Apple dopo Steve Jobs, che però da allora non ha più prodotto nulla di veramente rivoluzionario.

Su Starlink, il servizio di internet satellitare di SpaceX, Musk ha spiegato di avere lavorato con il governo ucraino a una lista di terminali autorizzati dopo che apparecchi ordinati attraverso l'Ucraina erano stati contrabbandati nei territori occupati dai russi e usati in alcuni casi per gli attacchi. La misura ha tagliato fuori anche utenti che si collegavano per lavoro o per studio. Interrogato sull'opportunità che un privato disponga di un simile potere, ha detto di sperare in un accordo di pace rapido, perché il fronte non si muove da due o tre anni e ogni giorno muoiono soldati da entrambe le parti. "C'è molto pensiero illusorio in chi dice che la Russia dovrebbe ritirarsi completamente, ma non è realistico."

Beddoes ha contestato a Musk il sostegno a partiti che ha definito di estrema destra, tra cui il tedesco Alternative für Deutschland, e le sue previsioni su una guerra civile in Gran Bretagna. Musk ha respinto l'etichetta: "Ho detto letteralmente che credo in città sicure, confini sicuri e spesa pubblica sensata. Questo non mi rende affatto di destra." Ha aggiunto che una crescita rapida di gruppi con valori contrari a quelli occidentali porta prima o poi a un conflitto. Beddoes, che vive a Londra, ha risposto che Musk non mette piede nel Regno Unito da qualche anno, che Londra è più sicura di qualunque città americana e che la criminalità violenta britannica è in calo. Musk ha replicato che negli Stati Uniti il problema è la mancata incarcerazione dei recidivi violenti e, all'osservazione sulla diffusione delle armi, ha risposto che in Europa muoiono più persone per il caldo di quante ne muoiano negli Stati Uniti per arma da fuoco.

A Beddoes, che gli diceva "è per questo che la gente la detesta", Musk ha replicato citando i suoi circa 250 milioni di follower su X come prova che le persone che lo apprezzano sono più numerose di quelle che lo detestano. "Forse qualcuno mi detesta, ed è probabilmente vero. Non mi importa", ha detto. "Penso che molte più persone odino lei e i media di quanto lei creda. Si rende conto che i media sono disprezzati? Che il giudizio favorevole sui giornalisti è intorno al 15%?" Beddoes ha riconosciuto gli errori del giornalismo, ma ha attribuito parte del problema alla polarizzazione dei social network alimentata dai contenuti che Musk rilancia su X, tra cui un film che ha promosso per due giorni e che secondo lei dipinge un'Europa distopica e glorifica la violenza dei vigilantes.

La guerra civile in Gran Bretagna, ha detto Musk alla fine dell'intervista, è probabilmente lontana vent'anni, mentre la singolarità dei robot e dell'intelligenza artificiale arriverà entro dieci. Su una scala inferiore al decennio, ha aggiunto, tutto il resto conta meno: "Speriamo che queste intelligenze artificiali benevole e onnipotenti impediscano esiti del genere."


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La guerra con l'Iran sta consumando la presidenza di Trump


L'Economist sostiene che il presidente è entrato in guerra il 28 febbraio senza un piano per vincerla e che i paesi del Golfo non lo considerano più un alleato affidabile

La guerra con l'Iran rischia di consumare la presidenza di Donald Trump, che oggi si troverebbe in una posizione molto migliore se avesse seguito i consigli di politica estera del predecessore che detesta, Barack Obama. È la tesi di un'analisi dell'Economist, che ricorda la regola con cui anni fa l'ex presidente riassumeva al giornalista Jeffrey Goldberg il primo dovere di un presidente americano nel mondo: "non fare cazzate" ("don't do stupid shit").

La dottrina non è sofisticata e lo stesso Obama ha lasciato un bilancio contrastato in politica estera, visto che è stato lento a cogliere la portata della minaccia cinese. Se Trump gli avesse dato retta, però, non avrebbe affiancato Israele nella guerra all'Iran, cominciata il 28 febbraio senza un piano per vincerla. E non si sarebbe vantato che l'uccisione dei principali dirigenti iraniani, seguita da bombardamenti aerei durissimi, avrebbe portato in poco tempo a un cambio di regime. Vista la complessità dell'Iran e la spietatezza di chi lo governa, per l'Economist quella previsione era insensata quanto pensare di eliminare la mafia dalla Sicilia bombardandola dal cielo.

Il bilancio del presidente in Medio Oriente comprende successi reali, a cominciare dagli accordi di Abramo, con cui quattro paesi arabi hanno riconosciuto Israele. Secondo il settimanale britannico ha il merito di aver costretto, seppure in ritardo, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu a un cessate il fuoco con Hamas l'anno scorso, anche se le condizioni a Gaza restano durissime.

Anche la decisione di affiancare Israele nel bombardamento dei siti nucleari iraniani l'estate scorsa è stata rischiosa ma non stupida. Un costo c'è stato, perché gli ispettori internazionali hanno perso l'accesso all'uranio altamente arricchito iraniano, ma infliggere danni gravi al programma nucleare sotterraneo seguiva una logica coerente. La reazione contenuta di Teheran è stata un'ulteriore conferma.

Le richieste ripetute di prendersi la Groenlandia non rientrano in quella definizione, per quanto il presidente sia imprudente ad alienarsi la Danimarca, la potenza coloniale dell'isola e un'amica devota degli Stati Uniti. Copenaghen resta comunque un alleato della NATO che ha bisogno dell'America per contenere la Russia. Un'invasione vera e propria dell'isola sarebbe invece una stupidaggine senza attenuanti.

Obama aveva coniato la formula pensando al suo predecessore George Bush e al miscuglio fatale di spirito di vendetta, impazienza e ambizione eccessiva che condannò le campagne guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq dopo gli attentati del settembre 2001.

Dagli anni di Bush trasse lezioni durature e per certi versi eccessive sui pericoli della tracotanza americana: era scettico sulla costruzione di nuovi stati in paesi lontani, riteneva che solo le minacce più gravi giustificassero un intervento armato e considerava molti alleati degli irritanti approfittatori della potenza americana. Provando a tenere insieme il proprio realismo freddo con i valori liberali che il suo paese avrebbe dovuto difendere, diceva che l'America doveva scegliere le proprie battaglie ed essere "dura di testa e insieme generosa di cuore".

Trump condivide molti istinti di Obama, nonostante le frecciate continue contro di lui. Anche lui diffida della costruzione di nuovi stati ed è infastidito dagli alleati che vivono di rendita sulla protezione americana. Se ne distingue per il gusto delle prepotenze all'insegna dell'America First, per la noncuranza rovinosa dei dettagli, per l'avidità personale esibita senza imbarazzo e per il disprezzo dei valori liberali. La politica estera trumpiana, scrive l'Economist, è l'immagine rovesciata di quella degli anni di Obama: si compiace di avere la testa grossa e il cuore duro.

Entrambi i presidenti hanno sperato di ridurre il ruolo americano di garante della sicurezza nella regione. Dal 2011 l'amministrazione Obama ha cercato apertamente di spostare risorse militari e diplomatiche dall'Iraq e dall'Afghanistan verso l'Asia, un'area dinamica dove gli investimenti della potenza americana avrebbero dato "i rendimenti maggiori".

I collaboratori di Obama dicevano che l'aumento della produzione energetica americana avrebbe reso il Medio Oriente meno rilevante e accusavano con una certa amarezza alleati come l'Arabia Saudita di voler spingere gli Stati Uniti a combattere l'Iran per conto del mondo arabo. La svolta verso l'Asia si è però arenata sulla nuova instabilità mediorientale, dalla guerra civile in Siria all'ascesa dello Stato Islamico.

Trump ha annunciato la propria svolta l'anno scorso a Riyadh, dicendo ai leader arabi che la regione sarebbe stata presto "definita dal commercio, non dal caos". La strategia di sicurezza nazionale, il documento che fissa le priorità della politica estera americana, dichiarava "finalmente finiti" gli anni in cui il Medio Oriente dominava l'agenda di Washington, con i conflitti sostituiti dalla vendita di tecnologie americane nel nucleare, nella difesa e nell'intelligenza artificiale. In cerca di rendimenti propri, i familiari del presidente hanno ottenuto centinaia di milioni di dollari dai governanti del Golfo e dai loro fondi di investimento.

La guerra con l'Iran ha poi fatto saltare il modello di affari del Golfo. È difficile per i paesi arabi costruire centri dati da miliardi di dollari pieni di chip americani mentre cadono i missili iraniani. Si profila così una svolta diversa e più cupa, con i partner mediorientali che perdono fiducia nell'America come alleato affidabile.

Gli Emirati Arabi Uniti restano schierati fino in fondo sul fronte dei legami militari con gli Stati Uniti, mentre gli altri paesi del Golfo, a partire dall'Arabia Saudita, si stanno coprendo le spalle. L'America resta un partner insostituibile ma gode di meno fiducia. Alcuni governanti pagheranno l'Iran in silenzio per comprarsi la tranquillità, altri stanno rafforzando i legami militari con attori come la Turchia e quelli economici con la Cina. Non aiuta il fatto che Trump abbia ridimensionato gli attacchi iraniani contro le basi americane e contro le infrastrutture dei paesi del Golfo, per nascondere i costi della guerra.

A marzo, forse per mostrare la propria superiorità mentre la guerra infuriava, il presidente ha deriso pubblicamente il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman, vantandosi che non avrebbe mai immaginato di doversi ritrovare a "baciare il culo" a un presidente americano.

In un mondo duro l'intelligenza non basta, come ha imparato a sue spese la stessa amministrazione Obama. Ma per l'Economist la stupidità sconsiderata di un presidente produce catastrofi. Se Trump parlasse meno e ascoltasse di più, quell'avvertimento l'avrebbe forse sentito.


Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


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Cosa cambia con il nuovo calendario delle primarie Dem del 2028


L'elettorato dei primi Stati non sarà molto più vario, il New Hampshire minaccia di votare comunque per primo e la nuova posizione della Virginia può favorire un candidato dell'establishment

La commissione per le regole del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito Democratico americano, ha approvato venerdì 24 luglio la proposta di calendario per le primarie presidenziali del 2028. Il voto comincerà dalla South Carolina sabato 22 gennaio, come vuole la tradizione dello Stato.

Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia voteranno poi nei cinque martedì di febbraio. Gli altri Stati seguiranno tra il 7 marzo, il cosiddetto Super Tuesday in cui si concentra il maggior numero di primarie, e l'inizio di giugno.

La scelta dello Stato di apertura è stata la più discussa: 26 membri della commissione hanno votato per la South Carolina, 19 per il Nevada e 4 per il New Hampshire.

Nella South Carolina la maggioranza degli elettori delle primarie democratiche è nera. Il partito l'aveva già promossa al primo posto nel 2024 e ha voluto evitare di alienarsi gli elettori neri togliendole quel ruolo. Sulla decisione ha pesato anche la recente sentenza della Corte Suprema sui distretti elettorali, che mette a rischio i seggi di molti parlamentari democratici neri negli Stati del Sud.

Secondo i calcoli di Geoffrey Skelley, analista di Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, il nuovo calendario non rende però l'avvio delle primarie molto più vario dal punto di vista etnico. Combinando i sondaggi all'uscita dai seggi con l'affluenza del 2020, gli elettori bianchi sarebbero circa il 64% nei primi sei Stati, la stessa quota registrata nei primi quattro Stati del 2020.

Il motivo è il peso di Michigan e Virginia, dove gli elettori delle primarie erano bianchi rispettivamente al 75% e al 61%: nel 2020 i due Stati espressero insieme 2,9 milioni di voti, mentre gli altri quattro si fermarono complessivamente a 1,2 milioni.

Considerando solo i primi quattro Stati (South Carolina, Nevada, New Hampshire e New Mexico), la quota di elettori bianchi scende invece al 58% circa e quella di elettori latini più che raddoppia rispetto al 2020.

Il cambiamento maggiore è l'uscita dell'Iowa, che apriva la corsa con i suoi caucus, le assemblee di partito in cui gli elettori si riuniscono di persona, e con un elettorato bianco per oltre il 90%. Al suo posto entra di fatto il New Mexico, dove secondo l'ultima rilevazione disponibile, del 2008, gli elettori delle primarie democratiche erano bianchi al 57% e latini al 35%. Nel 2020 lo Stato votò a giugno, a corsa ormai decisa, e non ci furono sondaggi all'uscita dai seggi.

La partecipazione degli elettori latini potrebbe inoltre salire, perché il Nevada abbandonerà i caucus per una primaria tradizionale, un passaggio che di norma aumenta l'affluenza. Alla primaria del 2024, pur ormai ininfluente, parteciparono 134.000 persone, contro le 105.000 dei caucus del 2020. Il New Mexico aprirà invece la sua primaria agli elettori non iscritti a un partito, un'altra modifica che potrebbe far crescere il voto latino.

La conferma della South Carolina è stata letta da alcuni progressisti come una vittoria dell'establishment del partito, per via del precedente del 2020. Allora l'appoggio del deputato Jim Clyburn rilanciò Joe Biden, che vinse lo Stato e consolidò i consensi fino a battere Bernie Sanders per la nomination.

Nel 2028 però il ruolo dello Stato sarà diverso. Nel 2020 la South Carolina votò appena tre giorni prima del Super Tuesday, mentre stavolta lo precederà di circa sei settimane e servirà più a ridurre il campo dei candidati che a scegliere il vincitore.

Senza gare precedenti a sfoltire il gruppo, per gli elettori dello Stato potrebbe essere difficile convergere su uno o due favoriti. Jonathan Martin di Politico ha scritto che una corsa affollata, soprattutto con più di un candidato nero, rischia di frammentare il voto e mandare un segnale confuso agli Stati successivi.

L'ostacolo principale al piano è il New Hampshire, che il calendario colloca terzo. Una legge statale impone che la sua primaria presidenziale si tenga almeno sette giorni prima di ogni elezione simile e la difesa della primaria "first in the nation", la prima della nazione, unisce nello Stato entrambi gli schieramenti. I caucus dell'Iowa, che pure votava prima, sono sempre stati considerati abbastanza diversi da non violare la norma.

Se decidesse di sfidare il partito, il New Hampshire potrebbe puntare a votare martedì 11 gennaio, undici giorni prima della South Carolina.

Era già successo nel 2024. Il piano dei democratici prevedeva che il New Hampshire votasse il 6 febbraio, ma lo Stato fissò la primaria al 23 gennaio, violando le regole del partito. Biden, allora presidente in carica, non si iscrisse nemmeno alla gara e la vinse comunque grazie agli elettori che scrissero a mano il suo nome sulla scheda.

I democratici locali, che rischiavano di perdere tutti i delegati incaricati di assegnare la nomination alla convention nazionale, ad aprile organizzarono una votazione gestita dal partito, passata quasi inosservata, per adeguarsi al calendario nazionale.

I partiti nazionali non possono del resto imporre nulla. Le date delle primarie sono in genere fissate dalle leggi statali o da funzionari come il segretario di Stato, che in New Hampshire ha proprio il compito di difendere il primato locale. Servirebbe una modifica della legge, ma il governo statale è controllato dai repubblicani, che non hanno alcun interesse ad aiutare i democratici.

Questa volta il partito nazionale ha però inasprito le sanzioni. Un candidato che facesse campagna in New Hampshire potrebbe essere escluso dai dibattiti nazionali e perdere anche i delegati conquistati negli altri Stati iniziali. La stretta potrebbe convincere i democratici locali a organizzare fin da subito una primaria di partito in regola con le date, rinunciando a usare il voto statale per assegnare i delegati.

Le novità del calendario sono New Mexico e Virginia, che si aggiungono al Michigan, entrato tra i primi Stati nel 2024. Entrambi tendono a votare per i democratici e hanno un elettorato vario. Nel New Mexico la popolazione con diritto di voto è ispanica al 45%, la quota più alta del paese secondo il centro studi americano Pew Research Center, mentre in Virginia circa il 30% degli elettori delle primarie democratiche è nero.

Soprattutto, sono due dei 16 Stati in cui i democratici controllano il governatore e le due camere del parlamento statale. A differenza del New Hampshire, possono quindi cambiare per legge le date delle loro primarie e adeguarle ai piani nazionali.

Per il New Mexico il cambiamento sarebbe il più grande. Oggi lo Stato concentra a inizio giugno un'unica primaria per tutte le cariche e, per rispettare la data del 15 febbraio prevista dal calendario, dovrebbe creare una primaria presidenziale separata oppure anticipare tutto di quasi quattro mesi (la prima opzione è considerata più praticabile).

Alla Virginia basterebbe invece anticipare il voto di una settimana, dal primo martedì di marzo al 29 febbraio. La data esiste perché il 2028 è bisestile, come quasi tutti gli anni delle elezioni presidenziali americane.

Proprio la Virginia, ultima a votare prima del Super Tuesday, erediterebbe la posizione che nel 2020 fu della South Carolina. La collocazione potrebbe favorire un candidato vicino all'establishment. Nelle primarie del 2016 e del 2020 lo Stato scelse nettamente prima Hillary Clinton e poi Biden, con Sanders staccato al secondo posto in entrambi i casi.

Un risultato simile nel 2028 arriverebbe subito prima delle primarie ricche di delegati di California, Texas e forse New York, che sta valutando di spostare il suo voto al Super Tuesday.


La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.


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