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Trump diventa il "re delle criptovalute": il suo patrimonio è triplicato grazie al comparto crypto


Secondo un'analisi di Steve Rattner basata su dati Forbes, la ricchezza del presidente è passata da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari dall'inizio del secondo mandato. Il settore crypto vale oltre 3 miliardi del suo patrimonio, mentre molti sostenitori hanno perso miliardi con la sua meme coin.

Il patrimonio del presidente Donald Trump è quasi triplicato da quando è tornato alla Casa Bianca, passando da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari. A trainare questo balzo è stato soprattutto un settore: le criptovalute. L’analisi è stata presentata venerdì durante la trasmissione televisiva Morning Joe dall’economista Steve Rattner, ex funzionario del Tesoro, che ha definito Trump il “re delle criptovalute”.

Trump’s net worth has nearly tripled in his second term, reaching $6.5 billion.

His administration is the most brazenly self-enriching in American history.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/pLQcU0ySVF
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


Rattner ha usato dati raccolti da Forbes per ricostruire l’evoluzione della ricchezza di Trump nel corso dei decenni. Durante il primo mandato presidenziale, ha spiegato, il patrimonio del presidente “è sceso in modo sostanziale”. Una parte del calo era legata alla pandemia di Covid, ma secondo l’analista molto dipendeva anche dai limiti che Trump aveva imposto alle attività della sua azienda. “Non facevano affari internazionali e così via”, ha detto Rattner. “E in effetti si comportava come un presidente normale”.

Nei quattro anni trascorsi tra i due mandati, il patrimonio di Trump è rimasto relativamente stabile. Una volta tornato alla Casa Bianca, però, la situazione è cambiata radicalmente. I dati indicano che il presidente, che ha costruito la propria immagine pubblica sul successo nel settore immobiliare, oggi deve gran parte della sua ricchezza al business delle criptovalute. In varie forme, il comparto crypto avrebbe contribuito per 3,02 miliardi di dollari ai profitti di Trump tra agosto 2025 e gennaio 2026.

“Quindi crypto, crypto, crypto, crypto ovunque”, ha commentato Rattner, aggiungendo che il settore ormai “domina” il patrimonio netto del presidente. L’analista ha sottolineato come i “geniali affari immobiliari” di Trump siano diventati “un errore di arrotondamento” rispetto ai guadagni legati alle criptovalute. È un capovolgimento significativo per un uomo che ha sempre presentato il mattone come il simbolo del proprio successo imprenditoriale.

Most of Trump’s presidential profits are from crypto speculation.

His “genius” real estate deals are a rounding error.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/MqkoBMHovk
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


Ma se Trump ha accumulato miliardi grazie alle criptovalute, lo stesso non si può dire per molti investitori americani. Pochi giorni prima del suo insediamento, il presidente aveva lanciato la sua meme coin personale, chiamata $TRUMP. Molti sostenitori si erano affrettati ad acquistarla, spingendo il valore del token fino a un picco di circa 45 dollari subito dopo il lancio.

Quel valore, ha spiegato Rattner, è poi crollato del 95% rispetto al massimo iniziale, cancellando miliardi di dollari di ricchezza per milioni di americani che, secondo l’economista, erano stati “ingannati” ad acquistare il token. In base alle analisi presentate durante la trasmissione, il crollo della meme coin di Trump avrebbe causato perdite complessive per circa 12 miliardi di dollari agli acquirenti.

Trump’s meme coin peaked last year at over $45 just after it launched.

Its value has since crashed 95%, destroying billions in wealth for millions of average Americans tricked into buying the token.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/8SgcdFuAIC
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


“È una moneta che non significa nulla”, ha detto l’analista economico di Morning Joe. “È come comprare un sasso da compagnia, solo che non si ottiene nemmeno il sasso. Non ha valore. Non ha valore commerciale. Non viene usata nel commercio, niente”. La critica di Rattner mette in evidenza la natura puramente speculativa della meme coin presidenziale, priva, secondo l’analista, di una reale utilità pratica o di valore intrinseco.

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Alalunga Cercasi


È la preda più ambita nella traina d’altura, tra i pesci più sportivi ed entusiasmanti che si possano incontrare nel Mediterraneo. Se insidiata con attrezzature adeguatamente leggere può essere un avversario di tutto rispetto.

foto in alto: Domenico Scoppelliti a pesca su una batimetrica dei mille metri si è imbattuto in questa meravigliosa alalunga che ha assalito un jet.

Oggi con le limitazioni imposte alla pesca del tonno rosso, l’alalunga è diventata protagonista indiscussa della pesca in mare aperto, con un incredibile seguito di equipaggi che si sono specializzati nella sua pesca. Chi oggi si avvicina alla traina d’altura, non può non conoscere le abitudini di questo splendido pelagico e i piccoli segreti per insidiarlo.

La storia - Un tempo l’alalunga era sinonimo di basso Adriatico e canale di Otranto. In quel tratto di mare, infatti, si poteva contare su un’altissima concentrazione di questi tunnidi, tale da rendere queste acque un vero e proprio hot spot a livello mondiale per la pesca d’altura in light tackle. Poi con il passare degli anni, grazie ad alcuni pionieri tra cui Fabrizio Bonanni, le alalunghe sono state individuate lungo tutte le coste tirreniche e intorno alle isole, trasformando questo pesce in una tra le prede più interessanti della traina d’altura.
L’autore, pur abituato a tante catture, riesce ancora a emozionarsi e non trattiene la gioia per un bel combattimento. Per questa alalunga ha utilizzato un minnow di cm 14 con paletta metallica.
La ricerca - L’alalunga è un pelagico migratore che inizia il suo passaggio in primavera, per tornare in alto mare con l’arrivo dei primi freddi. La si può insidiare da maggio a novembre, a seconda dell’area in cui si opera. Raramente frequenta batimetriche inferiori ai 700 metri e generalmente s’insidia tra i 1000 e i 2000 metri. La taglia media presente nei nostri mari si aggira tra i 5 e 15 chili, con punte massime che sfiorano o superano di poco i 20, ma in Atlantico, può tranquillamente raggiungere e superare i 40 chili. Si nutre prevalentemente di pesce azzurro e cefalopodi, anche se non di rado segue i banchi di krill per nutrirsi del prezioso crostaceo. Conduce vita gregaria, spostandosi in fitti banchi di decine o centinaia di esemplari, questo la rende facilmente individuabile e circuibile dalle cianciole volanti, che dirottano verso le sue preziose carni, quan-do la pesca del tonno è chiusa. Gli indizi che possono portaci all’individuazione delle alalunghe sono i classici dell’altura: uccelli che volano bassi, relitti galleggianti e derivanti, grandi assembramenti di mangianza e, non ultimo, l’avvistamento di grossi cetacei, sotto i quali sia tonni che alalunghe navigano protetti da altri predatori e si nutrono del krill che i grandi cetacei cercano e mangiano. Da non sottovalutare le spadare e le ferrettare ferme in mezzo al mare, che calano parangali e derivanti proprio nelle aree di passo dei pelagici. Per chi inizia la traina d’altura, è sempre preferibile pianificare la battuta di pesca sulla carta nautica, sia per avere dei riferimenti durante la navigazione e la pesca, che per una visione d’insieme dell’area geografica in cui si pescherà.
Alalunga al game over allamata con un generoso minnow.
La pesca - Date le sue dimensioni, che raramente oltrepassano i 20 chili, l’alalunga può essere insidiata con attrezzi leggeri e lenze sottili, aumentando così la sportività dell’azione di pesca. In gara è un pesce che spesso viene pescato con lenze da 8 o 12 libbre, ma nella pesca di tutti i giorni, le 20-30 sono il giusto compromesso per non esasperare l’azione di recupero. Generalmente il calamento si compone collegando 4-5 metri di terminale di mm 0,50-0,70 in fluorcarbon alla lenza in bobina. Per collegare lenza madre a terminale si può eseguire un nodo allbright, che alla resa dei conti è uno tra i più rapidi e semplici da realizzare. Al culmine del terminale si lega una girella con moschettone o un moschettone semplice, al quale andrà inserita l’esca. Al contrario del tonno che viene attratto dalla scia dei motori e quindi predilige le esche “a corto”, l’alalunga al passaggio della barca affonda leggermente, quindi di solito non nota le esche che navigano nella scia dei motori. Questo impone una disposizione delle esche abbastanza distanziate dalla poppa della barca. Come formazione standard, pescando con 5 canne, si calano le due esterne laterali a 100-120 metri, armate con jet o piume a testa metallica, le due medie a 70-80 metri armate con minnow e la più corta centrale a circa 60 metri da poppa o comunque al termine della schiu-ma dei motori, con un jet a testa metallica o un terzo minnow.
in partenza o al rientro, l’ordine in pozzetto è imperativo, per la sicurezza e per il buon esito della battuta.
Un’altra configurazione che spesso fa ottenere ottimi risultati, specialmente con mare calmo, consiste nel filare in mare 5 minnow dello stesso colore posizionati quasi in linea dietro la poppa, tra i 50 e 70 metri di distanza. La stessa formazione di esche può essere adottata anche con piume o jet, ma quando la superficie del mare è increspata. Essendo un pesce che generalmente conduce vita gregaria posizionare le esche vicine tra loro potrebbe simulare un branco di prede e stimolarne l’aggressività. Come regola generale ci si può basare sul principio che con mare piatto sono da preferire i minnow, mentre con mare increspato ci si deve orientare su piume o jet. Ovviamente questo è soltanto puro nozionismo e come si sa, nella pesca, non c’è mai una regola assoluta. L’alalunga si nutre prevalentemente di sardine e alici e questo ci deve dare un primo indizio sulle dimensioni delle esche da utilizzare.

Le esche - I minnow da preferire sono quelli con paletta metallica di cm 11 e 14, spesso però, a causa dell’affondamento delle alalunghe, i modelli iper affondanti di ultima generazione, danno ottimi risultati. La paletta metallica, come è ormai assodato, oltre a far affondare il minnow, emette riflessi luminosi che attirano i pesci. Sulle colorazioni bisogna essere eclettici, per esempio filando in acqua artificiali che non hanno alcun riscontro in natura, ma che, evidentemente, stimolano la curiosità dei pesci, oppure, a nostra insaputa vengono visti in maniera completamente diversa da quella che noi immaginiamo. Da tenere sempre in considerazione il viola, il giallo, l’arancione e il rosa. Entrando nel mondo delle esche di superficie si scopre un vero e proprio universo. Ognuno di noi ha l’esca segretissima, che nella maggior parte dei casi cattura di più perché è quella che passa più tempo in pesca. Comunque alla luce dei fatti possiamo basarci su tre tipologie di teste: i jet in plastica o metallici; le ogive metalliche (bullet) e le ogive in plastica con colorazioni olografiche. Per i gonnellini ci si può basare su alcune combinazioni standard come il nero-viola, il bianco-arancio, il giallo-verde e il bianco.


Distinguiamoli meglio - Nel Mediterraneo i due tunnidi più conosciuti e maggiormente presenti, sono l’alalunga e il tonno. Chi ha abbastanza esperienza di pesca ed è un profondo conoscitore delle specie ittiche, non ha il minimo problema e distinguere le due specie. Chi è invece alle prime armi potrebbe confonderle rischiando di incorrere in pesanti sanzioni, nel caso trattenga a bordo un tonno scambiandolo per un’alalunga. Le differenze morfologiche sostanziali sono relative alla forma del corpo: il tonno ha la testa più grande e il corpo più affusolato dalla pancia alla coda, rispetto all’alalunga che è più a forma di barilotto. Ma le due differenze sostanziali sono nelle pinne laterali, molto più lunghe nell’alalunga e negli occhi, sensibilmente più piccoli nel tonno. Il tonno poi, allo stato giovanile, presenta delle screziature molto evidenti nella parte inferiore tra l’addome e la coda e le pinnette presenti tra la pinna dorsale e la coda, tendenti al colore giallo.
Tonno rosso (Thunnus thynnus)

Alalunga (Thunnus alalunga)

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6 Abitudini da Abbandonare (Prima Che Diventino un Freno al Tuo Cervello)


Il cervello difende le abitudini sbagliate perché le ha codificate come risparmio energetico. Ecco 6 da abbandonare subito, con il meccanismo neurologico e il sistema per sostituirle.

TL;DR

  1. Prevedere il futuro è un'abitudine che il cervello ama — ma che produce sofferenza ogni volta che la realtà diverge dal modello.
  2. Smartphone appena svegli: stai regalando il tuo momento di massima plasticità cerebrale alle notifiche di qualcun altro.
  3. Riunioni senza confini: essere occupato non significa essere produttivo. Il time-blocking cambia le regole del gioco.
  4. Nessun confine lavoro/vita: senza transizioni nette, sei sempre a metà in tutto — e pienamente in niente.
  5. Isolamento e aggrapparsi a ciò che non funziona: due abitudini che il cervello difende per design, ma che costano ogni giorno.

⏱ Tempo di lettura stimato: 7 minuti

C'è qualcosa che il cervello fa meglio di qualsiasi altro organo: difendere lo status quo.

Non perché sia pigro. Perché è efficiente. Ogni abitudine che ha costruito — anche quelle che ti frenano — è stata codificata come risparmio energetico. Smontarle non richiede forza di volontà. Richiede un sistema migliore.

Queste sono le 6 abitudini che probabilmente stai ancora portando avanti, la spiegazione neurologica del perché esistono, e il modo per sostituirle senza dramma.


1. Credere di poter prevedere il futuro


Il tuo cervello non vive nel presente. Vive in un modello del futuro che costruisce costantemente, secondo dopo secondo.

È uno dei meccanismi più affascinanti che la neuroscienza ha scoperto negli ultimi vent'anni: il predictive processing. Il cervello genera previsioni su ciò che sta per succedere — e le confronta con la realtà. Quando la previsione è giusta, niente succede. Quando sbaglia, scatta un segnale di allerta.

Il problema non è fare previsioni. Il problema è credere alle proprie previsioni più che alla realtà.

Più sei convinto che le cose debbano andare esattamente come hai pianificato, più soffri quando non è così. E le cose non vanno quasi mai esattamente come hai pianificato.

Cosa fare invece: non rinunciare agli obiettivi — rinuncia all'idea che il percorso sia fisso. Allena la flessibilità cognitiva: costruisci sistemi che tengano conto delle interruzioni, non sistemi che le ignorino. La vita non è lineare, e il tuo metodo di lavoro non dovrebbe esserlo.


2. Controllare lo smartphone appena sveglio


Apri gli occhi. Allunghi il braccio. Scorri.

Se questo è il tuo primo gesto della mattina, stai facendo una cosa precisa: stai cedendo il tuo momento neurologicamente più prezioso della giornata alle notifiche di qualcun altro.

Nelle prime ore dopo il risveglio, il cervello è in uno stato di onde alfa e theta — bassa frequenza, alta plasticità. È il momento in cui sei più ricettivo, più creativo, più capace di programmare il tuo focus. Gli studi sull'economia dell'attenzione lo mostrano chiaramente: chi presidia queste ore mattutine costruisce un vantaggio cognitivo misurabile nel corso della giornata.

Invece, con lo smartphone in mano, stai allenando il tuo sistema nervoso alla reattività — non alla concentrazione. Non è colpa tua: è quello che fa ogni app progettata per catturare la tua attenzione.

Il sistema alternativo: una finestra di 30-60 minuti senza schermo. Non copiare la routine di nessun guru — trova la tua. Acqua, movimento, qualcosa che metti tu nell'agenda della giornata prima che lo facciano gli altri. Se vuoi approfondire come costruire questa finestra mattutina, ho scritto un protocollo completo su come svegliarsi meglio.


3. Riempire ogni slot del calendario con riunioni


Durante la pandemia le riunioni sono aumentate del 13% e le giornate lavorative si sono allungate di 48 minuti in media. Sono dati di un ricerca Harvard Business Review del 2020 — non è un'opinione, è quello che succede quando perdi il controllo della tua agenda.

Il risultato? Sei occupato, non produttivo. C'è una differenza enorme tra le due cose, e il tuo cervello le percepisce in modo diverso: l'essere occupato genera una sensazione di utilità a breve termine, ma produce affaticamento cognitivo senza progressi reali.

La soluzione non è rifiutare tutte le riunioni. È il time-blocking: blocchi preventivamente nel calendario i tuoi slot di lavoro profondo — prima di accettare qualsiasi riunione. Non dopo. Prima.

Quando il tuo calendario è già pieno di lavoro reale, smetti automaticamente di essere disponibile per tutto il resto. Se hai mai sentito parlare di Cal Newport e del deep work, il principio è esattamente questo: il lavoro di qualità non si incastra negli spazi che avanzano — va programmato in anticipo. Ho approfondito questo nel dettaglio nell'articolo su come battere la procrastinazione e lavorare in modo più profondo.


4. Non avere confini tra lavoro e vita personale


Il lavoro da remoto ha fatto una cosa sottile ma devastante: ha mescolato i contesti.

Prima, uscire dall'ufficio era un rituale di transizione fisico. Il cervello associava la scrivania al lavoro, il divano al recupero. Erano spazi separati, e quella separazione aveva una funzione neurologica precisa: aiutava il sistema nervoso a cambiare modalità.

Adesso molte persone lavorano dallo stesso posto dove si rilassano, mangiano, guardano serie. Il risultato è che sei sempre a metà in tutto — mai pienamente al lavoro, mai pienamente a riposo.

Cosa fare: definisci un'ora precisa in cui la giornata lavorativa finisce. Rispettala come rispetteresti un appuntamento importante. Poi aggiungi un rituale di chiusura — 5 minuti di stretching, una camminata breve, o scrivere 3 cose concrete che hai fatto oggi. Non è un vezzo: è ciò che aiuta il cervello a fare il "click" da una modalità all'altra.

Se vuoi costruire anche la parte mattutina di questo sistema, l'articolo sulla routine per svegliarsi presto con un protocollo neurologico è un buon punto di partenza.


5. Isolarsi e smettere di coltivare le relazioni


La solitudine non è solo scomoda. Attiva gli stessi circuiti cerebrali del dolore fisico.

Non è una metafora. È quello che hanno trovato Naomi Eisenberger e Matthew Lieberman nei loro studi di neuroimaging alla UCLA: l'isolamento sociale attiva la corteccia cingolata anteriore dorsale, la stessa regione che si accende quando senti un dolore fisico.

Il problema non è stare da soli — il problema è l'isolamento cronico, quello che si costruisce per inerzia quando smetti di coltivare attivamente le relazioni. E più ti isoli, più il cervello codifica l'isolamento come stato di default. Uscirne diventa faticoso — non perché sei introverso, ma perché il tuo sistema nervoso ha smesso di aspettarsi connessione.

Il sistema: metti nel calendario un appuntamento fisso settimanale con qualcuno — un amico, un collega, chiunque. Trattalo come un impegno non negoziabile. La connessione sociale non si improvvisa: si progetta.


6. Aggrapparsi a ciò che non funziona più


Questa è l'abitudine più sottile e più costosa della lista.

Il cervello è avverso alla perdita per design. Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno dimostrato che il dolore di perdere qualcosa è circa due volte più intenso del piacere di guadagnare qualcosa di equivalente. È loss aversion, ed è cablata nel sistema limbico.

Questo significa che ogni volta che non valuti onestamente cosa non funziona più — un'abitudine, un progetto, una relazione, un modo di lavorare — stai costruendo una prigione fatta di abitudini vecchie che occupano lo spazio dove potrebbero stare quelle nuove.

Il modo per uscirne non è la forza di volontà. Sono tre fasi:

Fase 1 — Il lungo addio. Riconosci che qualcosa è finito. Ritualizza la fine — scrivi, cancella, elimina. Non saltare questo passaggio: il cervello ha bisogno di chiusura simbolica.

Fase 2 — Il mezzo disordinato. Il momento in cui le vecchie abitudini sono morte ma le nuove non sono ancora consolidate. Non è fallimento: è biologia. Il ricercatore William Bridges lo chiamava neutral zone, e la confonde quasi tutti. Se vuoi capire come navigare questa fase senza arrenderti, l'articolo sul mito dei 21 giorni e il protocollo scientifico per le abitudini ti dà il framework completo.

Fase 3 — Il nuovo inizio. Il sistema nuovo prende forma. Lentamente, ma irreversibilmente.

Non saltare le prime due fasi. Sono scomode di proposito.


Come iniziare oggi


Non ti chiedo di lavorare su tutte e sei in contemporanea.

Ti chiedo di identificare quella che riconosci di più — la prima che ti è venuta in mente leggendo questa lista. Quella è la tua porta d'ingresso.

Ogni abitudine in questo elenco ha una spiegazione neurologica e una soluzione di sistema. Niente forza di volontà. Solo design.

Se riconosci almeno una di queste abitudini nella tua giornata, hai già fatto il primo passo. Il secondo è costruire un sistema per cambiarla davvero. Lo trovi su Cambia+ — la community dove ogni settimana pubblico protocolli pratici, sfide settimanali e strumenti testati per chi vuole fare sul serio.

Voglio il sistema completo


FAQ — Domande frequenti sulle abitudini da abbandonare


Domande frequenti

Quanto tempo ci vuole per abbandonare un'abitudine negativa?
Il mito dei 21 giorni è smentito dalla scienza: uno studio pubblicato su European Journal of Social Psychology da Phillippa Lally (UCL) ha trovato che le abitudini richiedono in media 66 giorni per consolidarsi, con un range tra 18 e 254 giorni. La variabile più importante non è il tempo, ma la consistenza e il design del contesto.
Perché è così difficile smettere di guardare lo smartphone al mattino?
Le app sono progettate per essere la prima cosa che controlli. La notifica mattutina attiva il rilascio di dopamina in modo intermittente — esattamente come una slot machine. Ogni volta che cedi, rinforzi il circuito. La soluzione non è la disciplina: è mettere il telefono fisicamente fuori dalla stanza da letto la sera prima.
Il time-blocking funziona davvero per ridurre le riunioni?
Sì, ma solo se lo usi in modo proattivo — non reattivo. La chiave è bloccare i tuoi slot di lavoro profondo la domenica sera o il lunedì mattina, prima di aprire l'email. Quando il calendario è già occupato da lavoro reale, diventi naturalmente meno disponibile per riunioni non necessarie.
Come si distingue l'isolamento produttivo (introversione) dall'isolamento dannoso?
L'introversione è una preferenza per ambienti meno stimolanti — non una tendenza a evitare le connessioni significative. L'isolamento dannoso si riconosce da un segnale specifico: quando cominci a percepire le relazioni come un peso anziché come una risorsa. Quel momento è il campanello d'allarme.
Da quale delle 6 abitudini conviene iniziare?
Da quella che riconosci di più. Non quella che "dovresti" cambiare secondo qualche teoria — quella che senti più presente nella tua vita in questo momento. La motivazione iniziale è più alta quando l'abitudine target è concretamente fastidiosa. Parti lì, costruisci slancio, poi espandi.

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Trofeo Spiaggia Libera 2026


Mario Ruggiu e Massimo Spano vincono la classicissima di primavera, premiati dalle spiagge d’Ogliastra, con tantissime catture anche di taglia. Ottima l’organizzazione!
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E sono 27! Proprio così! Sono 27 anni che La Spiaggia Libera occupa di diritto un posto di eccellenza fra le gare del surfcasting. Il memorial Luciano Muscas si è svolto fra il 14 e il 15 marzo nelle spiagge comprese fra Torre del Pozzo a ovest e Lotzorai a est, abbracciando dunque tutto il sud Sardegna. Una gara che nasce già durissima, praticamente 12 ore di pesca a campo libero, con equipaggi di due coppie e tre canne per garista. I pesci validi sono quelli della tabella Sardegna, quindi nessuno spazio per i pescetti: mormore minimo cm 20, spigole cm 30, gronghi di almeno un chilo. A rendere più complicate le cose ci pensa il meteo, con un libeccio tirato che attorno alla mezzanotte cede il passo a un maestrale di inusitata potenza. Il tutto condito da acquazzoni, tuoni, fulmini e saette! Insomma, sofferenza al top. Alla chiamata del JCasting rispondono circa 150 surfcaster, armati fino ai denti e pronti a darsi battaglia dall’arrivo fino all’ultimo lancio e all’ultima preda. Il dubbio, quasi amletico, stavolta è davvero duro da risolvere: soffrire a ovest, con mare impetuoso e temporali apocalittici, o riparare a est e confrontarsi con tutt’altre condizioni marine, ma non meteo. In effetti la maggior parte degli equipaggi parte in direzione delle coste orientali, particolarmente gettonata l’Ogliastra, sicuramente una delle zone più scenografiche della nostra isola. Pochi i coraggiosi che invece decidono di sfidare gli eventi, ma a non tutti è andata poi male. Manuelito Satta e Massimo Piras (Sampei Serrenti) dal Golfo di Oristano portano al peso di Su Stentu a Sestu, base logistica del trofeo, ben 48 pesci, con grande prevalenza di grosse mormore, strappate al mare a costo di ore passate sotto l’acqua battente. Un sacrificio che vale il terzo posto assoluto in classifica. Meglio di loro nel cuore dell’Ogliastra ha fatto l’equipaggio Ruggiu - Spano (HCC) e Chessa - Atzei (JCasting Team), che con due carnieri ben oltre i 10 chili si aggiudicano rispettivamente il primo e il secondo posto nella gara.

Fra le innumerevoli mormore e occhiate spiccano due orate attorno al chilo e mezzo ciascuna, entrambe cadute nelle trappole tese dal buon Danilo, non nuovo alla cattura di prede “di peso”. Mario e Massimo hanno portato alla bilancia ben 86 pesci, Riccardo e Dani 64, con uno scarto di circa un chilo. Insomma una vittoria tutt’altro che facile per i portacolori dell’Hippocampus Club Cagliari! Anche perché il ritmo, raccontano, è stato incessante, quasi furibondo, quindi tutta la notte è passata a lanciare, recuperare, slamare, innescare e rilanciare, in un ciclo perpetuo ma anche sicuramente inebriante. A scorrere la classifica fino alla diciassettesima posizione, l’ultima valida per rientrare nella sontuosa premiazione targata Yuki, s’incontrano molti carnieri di tutto rispetto, con diverse decine di mormore, occhiate, oratelle e saraghi che si sono avvicendati sul piatto della bilancia. Fra le società, la spuntano proprio i padroni di casa. Nel frattempo i “cuochi” del JCasting incuranti della pioggia si adoperavano alle graticole e ai fornelli per preparare il graditissimo pranzo a base di gnocchetti al sugo e gustosa carne arrosto, tutto debitamente accompagnato da un vinello che di Diminutiva aveva solo il nome. Il Trofeo Spiaggia Libera continua a dispetto della sua età a mantenere la consueta attrazione e il suo fascino originario e ogni anno è giustamente premiato da una partecipazione massiccia di atleti. Merito anche e soprattutto dell’ottima organizzazione e dell’ospitalità di Tore Aiana e della sua ciurma che continuano ad organizzare questo specialissimo appuntamento in ricordo del loro socio Luciano Muscas. E allora, arrivederci all’edizione del 2027!
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Perché i Dem non vanno così bene anche se Trump è super impopolare


Un'analisi su quattro mesi di sondaggi mostra che due terzi di chi disapprova il presidente senza scegliere i democratici ha un profilo conservatore e voterà comunque repubblicano.

Il presidente Donald Trump ha un indice di gradimento negativo di oltre venti punti tra gli elettori registrati, eppure i democratici sono davanti nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato del 2026 con un margine di otto punti. La distanza tra questi due numeri ha alimentato un dibattito tra strateghi e commentatori politici negli Stati Uniti su quanto spazio di crescita abbia realmente il partito democratico. Un'analisi pubblicata da G. Elliott Morris sulla newsletter Strength In Numbers offre una risposta basata sui dati individuali dei sondaggi e ridimensiona in modo netto le aspettative.

L'analisi si fonda su quattro rilevazioni condotte tra gennaio e aprile 2026 in collaborazione con la società Verasight, su un campione complessivo di 5.509 elettori registrati. Il gradimento di Trump si attesta al 38,7% di approvazione contro il 59,5% di disapprovazione, con un saldo netto di meno 20,8 punti. Sul cosiddetto sondaggio generico, la domanda standard su quale partito si voterà alle elezioni di medio termine, i democratici sono al 50,5% e i repubblicani al 42,4%, con il 7% di indecisi. Il vantaggio democratico è quindi di 8,1 punti e la differenza rispetto alla disapprovazione netta del presidente è di 12,7 punti.

Il punto centrale dell'analisi è che questo divario di 12,7 punti viene comunemente interpretato come un bacino di elettori potenzialmente conquistabili dai democratici. I dati individuali mostrano invece che si tratta di un bacino in larga parte illusorio. Per dimostrarlo, Morris ha suddiviso chi disapprova Trump senza dichiarare voto democratico in tre gruppi, sulla base di tre indicatori: aver votato Trump nel 2024, identificarsi con il Partito repubblicano o tendere verso di esso, collocarsi sul versante conservatore della scala ideologica.

Il primo gruppo, definito dei veri indecisi, è composto da elettori che non presentano alcun indicatore repubblicano e rappresenta il 3,4% degli elettori registrati. Il secondo, lo 0,8% del totale, raccoglie chi ha votato Trump nel 2024 ma è altrimenti indipendente e moderato o progressista. Il terzo, il più consistente con il 6,8% degli elettori registrati, è formato da chi disapprova Trump ma presenta uno o più indicatori repubblicani attuali. È in quest'ultimo gruppo che si concentra il 62% del divario.

Il profilo del terzo gruppo è inequivocabilmente repubblicano. Il 66% ha votato Trump nel 2024, l'89% si identifica con il Partito repubblicano o tende a quel partito, il 62% si definisce conservatore. Sono elettori che esprimono insoddisfazione verso il presidente, ma che mantengono tutte le caratteristiche tipiche dell'elettorato repubblicano e che con ogni probabilità voteranno per i loro candidati a novembre. Considerarli come potenziali elettori democratici significa, secondo Morris, commettere un errore di categoria.
Il divario illusorio — FocusAmerica

Midterm 2026 · Analisi prospettive

Il divario illusorio:
quanto possono crescere davvero i democratici


La popolarità netta di Trump è a -21, i democratici a +8 nel generic ballot. Tra i due numeri sembrano esserci 13 punti di elettori conquistabili. Ma quasi due terzi sono repubblicani in incognito.

G. Elliott Morris · Strength In Numbers / Verasight Campione: 5.509 elettori registrati

Approvazione Trump
−21
Dato di disapprovazione netta tra elettori registrati

vs

Generic ballot
+8
Vantaggio democratico per la Camera dei Rappresentanti

Tra i due numeri si apre una distanza di 12,7 punti

Esplora l'analisi
1 Il divario 2 I tre gruppi 3 Il profilo 4 Le priorità

La decomposizione del dato

Il vero tetto democratico è a +13, non a +21


Aggiungendo i tre gruppi di elettori che disapprovano Trump senza dichiarare l'intenzione di votare democratico, il margine cresce — ma solo i primi due gruppi sono realmente conquistabili per i democratici.

+5 +10 +15 +20 +25 Tetto realistico Vantaggio attuale +8,1 + Veri indecisi 3,4% degli elettori +12,1 + Ex Trump moderati 0,8% +13,3 + Conservatori che disapprovano 6,8% — scenario irreale +25,6

Tetto realistico → +13,3

Vantaggio attuale
+8,1

+ Veri indecisi3,4% degli elettori
+12,1

+ Ex Trump moderati0,8%
+13,3

+ Conservatori che disapprovano6,8% — scenario irreale
+25,6

0+5+10+15+20+25

Realistico — voti realmente in palio
Illusorio — repubblicani in incognito

Il vero margine di crescita per i democratici rispetto alla posizione attuale è di 3-4 punti, non 12. Considerare il bacino di elettori conservatori come potenzialmente conquistabili, scrive Morris, significa commettere un errore di valutazione.

Anatomia del divario

Chi sono i 12,7 punti che separano Trump dai democratici


Morris suddivide chi disapprova Trump senza dichiarare l'intenzione di votare democratico in tre categorie, sulla base del voto 2024, dell'identificazione partitica e dell'autocollocazione ideologica.

1

I veri indecisi
Nessun indicatore repubblicano

3,4%
Elettori

I soli realmente conquistabili. Working class, multietnici, scarsamente impegnati in politica. Sul generic ballot, l'83% dichiara di non sapere come voterà.

76,8%
Indipendenti puri

57,2%
Donne

~40%
Non votanti '24

2

Ex elettori Trump 2024 ora moderati
Hanno cambiato idea sul presidente

0,8%
Elettori

Hanno votato Trump nel 2024 ma oggi si dichiarano indipendenti, moderati o progressisti. Bacino piccolo ma genuinamente persuadibile dai democratici.

3

Repubblicani in incognito
Disapprovano Trump, ma restano elettori repubblicani

6,8%
Elettori

Il gruppo più consistente, e quello che inganna le statistiche. Esprimono insoddisfazione verso Trump ma mantengono tutte le caratteristiche dell'elettorato repubblicano. Continueranno a votare per il GOP a novembre.

89%
Si identifica GOP

66%
Voto Trump '24

62%
Conservatori

Il vero persuadibile

Non è il moderato suburbano di cui si parla spesso nel dibattito pubblico

Si tratta invece di elettori della classe lavoratrice, multietnici, scarsamente impegnati in politica e in larga parte non votanti.

Profilo demografico

42,8%
Senza istruzione superiore al diploma

37,3%
Reddito sotto i 50 mila dollari

76,8%
Indipendenti puri

24,3%
Ispanici

18,3%
Afroamericani

26%
Sotto i 30 anni

Voto alle presidenziali 2024

Non hanno votato

~40%

Kamala Harris

34%

Terzo partito

26%

Generic ballot 2026

Non sa come voterà

83%

Voto repubblicano

17%

Cosa conta davvero

Per i veri persuadibili domina l'economia come preoccupazione principale, invece sicurezza e immigrazione restano marginali


Tema indicato come problema principale del Paese dai veri indecisi.

Prezzi e inflazione

38%

Lavoro ed economia

21%

Sanità

12%

Criminalità

3%

Sicurezza confini

<1%

Il messaggio

Sui temi economici i persuadibili scelgono i democratici con vantaggi tra i 12 e i 30 punti. La sfida non è di posizionamento ideologico, ma di mobilitazione: questi elettori rischiano di non andare alle urne.

Fonte G. Elliott Morris / Strength In Numbers — Verasight, 4 sondaggi gen-apr 2026 (n=5.509 elettori registrati). Margine di errore generic ballot ±2,5 punti. Analisi del 1° maggio 2026.

La simulazione contenuta nell'analisi rende chiaro il punto. Se i democratici conquistassero interamente il primo gruppo, il margine salirebbe a 12,1 punti. Aggiungendo il secondo, arriverebbe a 13,3. Solo sommando anche il terzo gruppo si arriverebbe a 25,6 punti, un valore che supera persino la disapprovazione netta di Trump. Il tetto realistico per i democratici si colloca quindi attorno ai 13 punti, non ai 20 suggeriti da una lettura superficiale del gradimento del presidente. Il vero margine di crescita rispetto alla posizione attuale è di 3-4 punti, non di 12.

Il secondo elemento centrale dell'analisi riguarda chi siano davvero gli elettori del primo gruppo, gli unici realisticamente persuadibili. Il loro profilo non corrisponde all'immagine del moderato suburbano spesso evocata nel dibattito pubblico. Il 42,8% non ha un'istruzione superiore al diploma, il 37,3% ha un reddito familiare inferiore ai 50.000 dollari, il 24,3% è ispanico, il 18,3% nero, il 26% ha meno di 30 anni contro l'8,1% sopra i 65. Il 76,8% si dichiara puro indipendente sulla scala dell'identificazione partitica e il 57,2% sono donne.

Sono elettori della classe lavoratrice, multietnici, scarsamente impegnati in politica e in larga parte non votanti. Quasi il 40% non ha partecipato alle elezioni del 2024, un altro 26,1% ha scelto un candidato di terzo partito e solo il 34% ha votato Kamala Harris. Sul sondaggio generico, l'83% risponde di non sapere come voterà e solo il 17% dichiara di voler votare repubblicano nel proprio distretto. Sono elettori che non hanno scelto contro i democratici, ma che semplicemente non hanno scelto.

I temi che contano davvero per questi elettori sono economici. Tra i veri persuadibili, il 38% indica i prezzi e l'inflazione come problema principale del paese, il 21% il lavoro e l'economia, il 12% la sanità. La criminalità è citata solo dal 3% e meno dell'1% indica la sicurezza dei confini. Anche nel terzo gruppo, quello dei conservatori che disapprovano Trump, i temi economici dominano: il 48% nomina i prezzi e il 18% il lavoro, mentre la criminalità si ferma al 4%, l'immigrazione al 3% e la sicurezza dei confini al 2%. Solo tra chi approva Trump i temi della sicurezza e dell'immigrazione risultano effettivamente prioritari.

Sui temi economici, gli elettori persuadibili si orientano verso i democratici con vantaggi compresi tra i 12 e i 30 punti, mentre concedono ai repubblicani un vantaggio di 9 punti sulla criminalità. La risposta più frequente alla domanda su quale partito ispiri maggiore fiducia, però, resta non lo so, con percentuali molto alte proprio sulla criminalità. Sono elettori che non hanno ancora formato un'opinione netta e che, quando esprimono una priorità, scelgono in modo schiacciante un tema economico.

Il messaggio che emerge dall'analisi è quindi che la sfida per i democratici non è di posizionamento ideologico, ma di mobilitazione. Gli elettori realmente conquistabili sono persone economicamente stressate, poco coinvolte nel dibattito politico e poco affidabili come votanti. Hanno priorità chiare e già favorevoli ai democratici, dai prezzi alla sanità, ma rischiano di non andare alle urne. Il percorso per ampliare il vantaggio passa attraverso la loro attivazione, non attraverso un ripensamento delle politiche su sicurezza o immigrazione, perché chi pone quei temi al centro voterà repubblicano in ogni caso. Nel 2022 molti democratici disapprovavano Joe Biden e votarono comunque democratico: il suo gradimento tra gli adulti americani era a meno 15 punti, eppure i repubblicani vinsero il voto popolare alla Camera per soli 2,8 punti. Disapprovazione del presidente e intenzione di voto, sottolinea Morris, non coincidono mai automaticamente.

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Il Pentagono avvisa gli alleati europei: ritardi nelle forniture di armi dopo la guerra in Iran


Washington ha comunicato a Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia che le consegne di sistemi missilistici subiranno lunghi rinvii. Pesano le scorte ridotte e il timore di uno scontro con la Cina su Taiwan.

Il Pentagono ha avvertito alcuni Paesi alleati della NATO come Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia che le previste forniture di armi statunitensi arriveranno con lunghi ritardi. La guerra contro l’Iran ha, infatti, consumato una parte rilevante delle scorte americane e Washington fatica a ricostituirle. Lo scrive il Financial Times, citando nove fonti a conoscenza del dossier. Due di loro aggiungono che sono in discussione anche rinvii delle spedizioni verso l’Asia.

A rischio forniture HIMARS e NASAMS


I ritardi riguardano in particolare la fornitura di munizioni per diversi sistemi missilistici, tra cui gli HIMARS, i sistemi lanciarazzi mobili prodotti da Lockheed Martin e già impiegati in Ucraina, e i NASAMS, sistemi terra-aria a medio raggio sviluppati da Raytheon e dalla norvegese Kongsberg.

Tra i partner che utilizzano i NASAMS figurano Taiwan, Ucraina, Spagna, Paesi Bassi, Australia e Qatar. Secondo Lockheed Martin, sono invece quattordici i Paesi che usano gli HIMARS, fra cui Ucraina, Taiwan, Ucraina, Polonia, Estonia ed Emirati Arabi Uniti.

A pesare è soprattutto la quantità di armamenti usata negli ultimi due mesi contro l’Iran. Per coprire le carenze, il Pentagono è stato già costretto a spostare armi da altre regioni, incluso l’Indo-Pacifico. Ma c’è anche un secondo timore: che le scorte restanti non bastino a scoraggiare Pechino dall’entrare in guerra per il controllo di Taiwan.

Lo scontro con l’Europa


I nuovi ritardi arrivano in un momento già di forte tensione transatlantica. Donald Trump ha più volte attaccato i Paesi alleati per non aver sostenuto a sufficienza la campagna americana contro l’Iran e ha minimizzato il problema delle scorte. Gli Stati Uniti, ha detto il presidente, hanno armi in tutto il mondo e possono attingervi se necessario. Diverse fonti precisano però che i rinvii ora annunciati non hanno intento punitivo, ma riflettono invece proprio la preoccupazione di Washington per le proprie riserve.

Tom Wright, ex funzionario dell’Amministrazione Biden ora alla Brookings Institution, ha detto al Financial Times che il Pentagono potrebbe trovarsi nella condizione di dover combattere una guerra lunga in Medio Oriente e, allo stesso tempo, rafforzare la deterrenza nell’Indo-Pacifico. In questo scenario, secondo Wright, Washington è sempre più disposta a sacrificare l’Europa. A questo punto i Paesi europei, ha aggiunto, devono ricostruire la propria base industriale della difesa alla massima velocità.

Le conseguenze più immediate ricadono però sull’Ucraina. Un alto funzionario ucraino ha riferito al Financial Times che le forniture americane verso Kyiv hanno iniziato a rallentare sempre di più dall’inizio della guerra in Iran. Il presidente Volodymyr Zelensky ha già denunciato il fatto che i ritardi hanno talvolta lasciato i lanciatori Patriot senza intercettori durante i recenti bombardamenti missilistici russi.

Le conseguenze per i Paesì asiatici


Anche gli alleati asiatici dovranno prepararsi a lunghi rinvii. Giappone e Corea del Sud dipendono fortemente per la propria difesa da diversi sistemi statunitensi, compresi gli intercettori Patriot. Christopher Johnstone, ex alto funzionario del Pentagono ora all’Asia Group, ha detto al Financial Times che gli alleati asiatici stanno ancora sottovalutando sia l’impatto delle carenze di forniture americane sia la loro durata.

Tokyo, ha spiegato Johnstone, era già profondamente frustrata per i ritardi nella consegna di sistemi già pagati, inclusi i missili cruise Tomahawk. La situazione che si sta creando spingerà ora Giappone, Corea del Sud e altri alleati a puntare necessariamente di più su soluzioni nazionali o non americane, anche quando le armi statunitensi restano chiaramente superiori.

Non è la prima volta, comunque, che Washington rinvia consegne ai suoi alleati asiatici. Nel 2024 l’Amministrazione Biden aveva sospeso le spedizioni di intercettori per Patriot e NASAMS ad altri Paesi per accelerare quelle all’Ucraina. L’allarme attuale è però considerato più grave per l’ampiezza del problema.

Proprio Taiwan, secondo il Financial Times, sarà destinataria di un pacchetto record di vendite di armi americane comprendente NASAMS e intercettori Patriot, con la sola componente NASAMS stimata in circa sei miliardi di dollari. Una mossa che, alla luce delle scorte sempre più sotto pressione, mette Washington davanti a una scelta scomoda: rifornire chi è già in guerra o armare chi teme di doverla combattere domani.

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Joe Rogan difende Jimmy Kimmel: "Ridicole le accuse dopo la battuta su Melania Trump"


Il popolare podcaster critica le polemiche contro il conduttore televisivo per una battuta sull'età della first lady fatta giorni prima dell'attacco alla cena dei giornalisti. Trump e Melania chiedono il licenziamento, mentre la FCC avvia controlli sulle licenze delle emittenti Disney-ABC.

Il podcaster Joe Rogan ha definito “ridicola” la nuova polemica che ha travolto il comico e presentatore di late night Jimmy Kimmel per una infelice battuta su Melania Trump, pronunciata pochi giorni prima che un uomo armato tentasse di assassinare il presidente Donald Trump e altri funzionari durante la cena annuale della Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, lo scorso fine settimana.

Nel suo programma della scorsa settimana, Kimmel aveva inscenato una finta cerimonia satirica in cui aveva scherzato sul fatto che la First Lady avesse il “bagliore” di “una vedova in attesa”. Secondo Rogan, “a nessuno importava un accidente” della battuta di Kimmel fino all’episodio di sabato sera. “Nessuno se ne è preoccupato fino a sabato sera, quando c’è stato il tentativo di assassinio, e poi all’improvviso tutti hanno dato la colpa a Kimmel”, ha detto durante un episodio del suo podcast, “The Joe Rogan Experience”.

In effetti, lunedì la First Lady Melania Trump ha accusato Kimmel di diffondere “retorica odiosa e violenta” con l’obiettivo di “dividere il nostro Paese” e ha chiesto alla rete ABC News di “prendere posizione” e cancellare il suo programma. Anche il presidente Donald Trump ha rilanciato gli appelli per il licenziamento del conduttore, definendo la battuta “scioccante” e suggerendo che fosse pensata per incitare alla violenza.

“Apprezzo che così tante persone siano indignate per l’orribile incitamento alla violenza di Kimmel. Normalmente non risponderei a nulla di ciò che dice, ma questo va ben oltre il limite”, ha aggiunto Trump su Truth Social commentando le parole di Kimmel.

Da parte sua, Kimmel si è difeso più volte nel corso della settimana. Lunedì ha chiarito che la battuta era un riferimento “ironico” alla differenza d’età tra Donald e Melania Trump: il presidente ha 79 anni, la first lady 56. Il conduttore è poi tornato sull’argomento il giorno dopo, dopo aver trasmesso un video dei Trump durante l’incontro con re Carlo III e la regina Camilla alla Casa Bianca. Nel filmato, il presidente si scusava con la moglie, con cui è sposato da 21 anni, perché non sarebbero riusciti a eguagliare i 63 anni di matrimonio dei suoi genitori.

“Mio Dio, lui dovrebbe essere licenziato per questo”, ha commentato ironicamente Kimmel. “Solo Donald Trump chiederebbe il mio licenziamento per una battuta sulla sua vecchiaia, e poi il giorno dopo uscirebbe a fare una battuta sulla sua stessa vecchiaia”.

All’inizio della settimana, la Federal Communications Commission (FCC) ha ordinato una revisione anticipata delle licenze di trasmissione di diverse stazioni televisive locali possedute e gestite dalla Disney, società madre di ABC, la rete che trasmette il programma di Kimmel. La FCC, guidata dal presidente Brendan Carr, è stata più volte criticata per quelli che i detrattori definiscono tentativi di reprimere contenuti mediatici critici verso Trump attraverso minacce di revoca delle licenze e altre pressioni del genere. Carr ha sostenuto che l’ultima decisione non sia stata sollecitata da pressioni della Casa Bianca.

La commissaria democratica Anna M. Gomez ha invece criticato duramente la decisione, definendola “l’azione più grave che questa FCC abbia intrapreso in violazione del Primo Emendamento fino a oggi”. “Come parte della sua campagna continua di censura e controllo, la Casa Bianca ha chiesto pubblicamente di mettere a tacere un suo critico dichiarato, e questa FCC ha ora risposto a quella richiesta”, ha affermato Gomez in un comunicato. “Si tratta di un tentativo senza precedenti e politicamente motivato di interferire con il modo in cui operano le emittenti, ma questo abuso di potere illegale fallirà”.

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Quello che Walter Veltroni non capisce dell'AI, e perché ci importa


La maldestra "Intervista" a Claude di Veltroni ci mostra bene un paio di equivoci importanti su come non dovremmo parlare di AI
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Il primo maggio è uscita sul Corriere della Sera un articolo bizzarro: una "intervista" di Walter Veltroni a Claude, l'AI di Anthropic.

Non solo è un'intervista strana, ma mostra da una parte l'ignoranza di Veltroni sugli LLM, e dall'altra prosegue un filone problematico su come concepiamo i chatbot. Allora analizziamolo in breve.

Se non mi conosci, ciao! Sono Martino e parlo del rapporto tra intelligenza artificiale e società, dell'impatto della tecnologia, e di altre cose. Mi trovi anche sui social come @oradecima (Instagram, Bluesky, YouTube).
youtube.com/embed/PKBu8B8HbLU?…
L'intervista segue probabilmente il filone dell'intervista di Bernie Sanders a Claude di un mesetto fa. Entrambe hanno dei problemi in comune nell'approccio, con la differenza che quella di Sanders in video ha una regia interessante ed è un po' più pratica.

Ho deciso di raggruppare le domande di Veltroni in 4 categorie, dalla più ininfluente alla più grave, per spiegare i problemi dell'articolo.

L’intervista all’intelligenza artificiale Claude: «Non morirò ma non ho ricordi, questo mi spaventa. Ho lacune enormi e faccio sbagli, proteggete i giovani dall’AI»
L’intervista a una delle più avanzate applicazioni di intelligenza artificiale: «Assorbo amori e paure umane. Trump? Non mi sembra giusto da parte mia esprimere un giudizio»
Corriere della SeraWalter Veltroni

Domande noiose


Nel lungo articolo (sono circa 32mila battute) c'è ampio spazio per delle domande che trovo siano semplicemente...noiose, quelle in cui viene chiesta a Claude una "opinione" su qualcosa di ininfluente:

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Trump valuta la nuova offerta iraniana ma frena: "Non credo sia accettabile"


Il presidente americano sta esaminando la nuova proposta negoziale di Teheran trasmessa tramite mediatori pakistani, mentre Washington autorizza vendite d'armi per 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali.

Donald Trump sta esaminando l’ultima proposta iraniana per chiudere la guerra, ma con scetticismo: “Non riesco a immaginare che possa essere accettabile”. Lo ha scritto sabato sera su Truth Social, mentre il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran resta in bilico. Il giorno prima, il presidente si era detto “non soddisfatto” dell’offerta, che secondo i media di Stato iraniani è arrivata giovedì sera tramite i mediatori pakistani.

Poco prima di salire su un aereo a Palm Beach, in Florida, Trump ha spiegato ai cronisti di essere stato informato solo sul “concetto della proposta” e di non averne ancora visto i dettagli. Sul suo social media ha poi accusato l’Iran di non aver “ancora pagato un prezzo abbastanza alto per quello che ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”.

Secondo due fonti citate da Axios, la nuova proposta iraniana si articola in 14 punti. Prevede un mese di negoziati per raggiungere un’intesa che riapra lo Stretto di Hormuz, ponga fine al blocco navale statunitense e ponga fine definitivamente alla guerra in Iran e in Libano. Solo dopo si aprirebbe un secondo mese di trattative dedicato appositamente al futuro del programma nucleare iraniano.

Due alti funzionari di Teheran hanno riferito al New York Times che c'è già stata una prima importante concessione: l’Iran non chiede più, come condizione preliminare, la fine del blocco navale americano. Sarebbe invece disposto a riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale, ancora prima che Trump annunci la revoca del blocco navale. Resta però il nodo del nucleare, sul quale le posizioni appaiono ancora inconciliabili. Trump ripete che l’Iran non potrà avere armi atomiche e dovrà fermare ogni arricchimento dell’uranio, mentre Teheran rivendica il diritto a proseguire il programma di arricchimento.
Trattativa e riarmo — FocusAmerica

Guerra Usa-Iran · Tra diplomazia e riarmo

Trattativa e riarmo:
i due binari paralleli della Casa Bianca


Sul tavolo di Trump arriva una proposta negoziale iraniana in 14 punti per chiudere la guerra. Mentre è in corso la valutazione, il Dipartimento di Stato ha approvato 8,6 miliardi di vendite d'armi d'emergenza ai partner del Golfo, aggirando il Congresso.

Fonti: New York Times, Axios, Reuters Aggiornato al 3 maggio 2026

Proposta iraniana
14
I punti del piano consegnato tramite i mediatori pakistani

vs

Vendite d'armi Usa
8,6mld $
Approvate d'emergenza a favore dei partner mediorientali

Esplora i tre fronti
1 La proposta 2 Il riarmo 3 Il bilancio

Il piano in due tempi

Prima Hormuz, poi il nucleare: la sequenza proposta da Teheran


L'offerta iraniana scinde il negoziato in due fasi consecutive, ciascuna della durata di un mese. Il futuro del programma nucleare, vero nodo politico del conflitto, viene rinviato alla seconda fase.

Fase 1
1 mese
di negoziati
Operativa
Hormuz e fine delle ostilità

  • Riapertura dello Stretto di Hormuz
  • Fine del blocco navale americano
  • Cessazione della guerra in Iran e in Libano


Fase 2
1 mese
di negoziati
Politica
Il dossier nucleare

  • Trattative sul programma di arricchimento
  • Allentamento delle sanzioni Usa
  • Diritto all'uso pacifico del nucleare


Il nodo irrisolto · Posizioni a confronto

Stati Uniti
Nessuna arma atomica e stop a qualsiasi arricchimento dell'uranio. Trump: «Non riesco a immaginare che questa proposta possa essere accettabile».

Iran
Diritto a proseguire il proprio programma di arricchimento. Prima concessione: rinuncia alla revoca preventiva del blocco navale.

Vendite d'emergenza

8,6 miliardi ai partner del Golfo, aggirando il Congresso


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invocato la clausola d'emergenza per accelerare le forniture, saltando così il vaglio del Congresso. È la terza volta che accade dall'inizio della guerra in Iran.

Pacchetto complessivo
8,6miliardi $
Distribuiti tra 4 Paesi: Qatar, Kuwait, Israele e Emirati Arabi Uniti

0
1,25
2,5
3,75
5 mld $

Qatar
Patriot PAC-2 e PAC-3 + APKWS
5,0mld

Kuwait
Sistema di difesa aerea integrato
2,5mld

Israele
10.000 sistemi APKWS-II
992mln

Emirati Arabi
1.500 sistemi guidati APKWS-II
148mln

Il contesto

Le scorte globali di intercettori Patriot si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto in Iran. Il deputato democratico Gregory Meeks denuncia uno «schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso».

Le cifre della guerra

Cosa ha già pagato il Golfo


Mentre la trattativa procede lentamente e gli arsenali vengono ricostituiti, nel corso del conflitto sui Paesi della regione si è abbattuta un'ondata di attacchi iraniani con droni e missili balistici.

20+
Il numero di civili uccisi
nei Paesi del Golfo

~20%
Il petrolio mondiale
che transitava da Hormuz prima della guerra

3
Le volte che l'Amministrazione ha aggirato il Congresso durante la guerra

47
Gli anni di confronto Usa-Iran citati da Trump come ragione del «no»

Sotto attacco · Emirati Arabi Uniti

500+
Missili intercettati o caduti sul territorio degl Emirati dall'inizio del conflitto

2.500
Droni lanciati dall'Iran contro gli Emirati, secondo le autorità locali

Iron
Dome
Componenti israeliane inviate dietro le quinte per contribuire alle intercettazioni

Fonti New York Times, Axios, Reuters, Wall Street Journal, Dipartimento di Stato Usa. Cifre delle vendite d'armi: comunicati ufficiali del Dipartimento di Stato · Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

L’opzione militare resta sul tavolo


Sul tavolo del presidente resta anche l’opzione militare. “Vogliamo distruggerli del tutto e finirli per sempre, oppure proviamo a fare un accordo? Queste sono le opzioni”, ha detto venerdì alla Casa Bianca. Il giorno dopo ha aggiunto che nuovi attacchi sono “una possibilità che potrebbe verificarsi” se Teheran “si dovesse ancora comportare male”.

Giovedì il comandante del CENTCOM, l’Ammiraglio Brad Cooper, ha illustrato a Trump nuovi piani per colpire l’Iran ed è poi partito per la regione. Ma anche l'Iran si sta preparando ad una possibile ripresa delle ostilità: il generale Mohammad Jafar Asadi ha dichiarato ieri che un ritorno alla guerra con gli Stati Uniti è possibile.

Washington accelera sulle armi ai partner regionali


Mentre la trattativa procede tra molte difficoltà, l’Amministrazione Trump accelera sulla vendita di armi ai Paesi del Golfo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha autorizzato forniture d’emergenza di sistemi antimissile per oltre 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali, invocando una clausola che consente la “vendita immediata” di missili a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre che di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.

Il Qatar pagherà oltre 4 miliardi di dollari per ottenere intercettori Patriot di fabbricazione statunitense, le cui scorte globali si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto. Il Kuwait acquisterà invece un nuovo sistema avanzato di difesa aerea per circa 2,5 miliardi. Si tratta della terza volta che la seconda Amministrazione Trump aggira il vaglio del Congresso ricorrendo a questa procedura d'emergenza nel corso della guerra con l’Iran.

Durante la guerra, i Paesi del Golfo hanno subito ripetute ondate di attacchi iraniani con droni e missili balistici. Almeno venti civili e diversi militari sono morti. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo le autorità locali, sono stati colpiti da oltre 500 missili e 2.500 droni. Nel corso del conflitto, Israele avrebbe inoltre inviato, dietro le quinte, componenti del proprio sistema antimissile Iron Dome per contribuire all’intercettazione degli attacchi.

Le nuove vendite annunciate dall’Amministrazione Trump hanno provocato l’immediata reazione dei democratici al Congresso. Gregory Meeks, deputato di New York e principale esponente democratico nella Commissione Affari Esteri della Camera, ha dichiarato al New York Times che “questo nuovo trasferimento di armi riflette uno schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso e prendere decisioni rilevanti per la sicurezza nazionale senza trasparenza né responsabilità”.

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Trump paragona la marina americana ai "pirati"


Il presidente ha rivendicato durante un comizio in Florida le operazioni di sequestro di navi e carichi di petrolio iraniani, definendole "un business molto redditizio" mentre cresce la tensione nello stretto di Hormuz.

Donald Trump ha definito la marina militare statunitense come una sorta di banda di "pirati" descrivendo le operazioni di sequestro condotte nell'ambito del blocco navale americano contro i porti iraniani. Le dichiarazioni sono arrivate venerdì durante un comizio in Florida..

"Saliamo a bordo e prendiamo il controllo della nave. Ci impossessiamo del carico, ci impossessiamo del petrolio. È un business molto redditizio", ha detto il presidente davanti ai sostenitori. "Siamo come pirati", ha aggiunto tra gli applausi della folla. "Siamo una specie di pirati. Ma non stiamo giocando".

Le parole di Trump arrivano mentre esperti di diritto internazionale esprimono preoccupazione per la situazione nello stretto di Hormuz, una delle vie d'acqua più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas. L'Iran ha di fatto chiuso il passaggio dopo l'inizio della campagna aerea congiunta di Stati Uniti e Israele contro Teheran, lanciata il 28 febbraio. Il governo iraniano ha anche annunciato l'intenzione di imporre una tariffa sulle navi che attraversano lo stretto.

Washington ha risposto annunciando il mese scorso un blocco dei porti iraniani, dopo il fallimento dei negoziati di pace ospitati in Pakistan. Il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile delle forze americane in Medio Oriente, ha reso noto che fino a venerdì sono state dirottate 45 navi per garantire il rispetto del blocco.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha dichiarato ad aprile ai giornalisti che il blocco durerà "il tempo necessario". Il generale Dan Caine, massima autorità militare statunitense, ha precisato che la misura "si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla nazionalità, dirette verso i porti iraniani o in partenza da essi".

Teheran ha promesso di mantenere il proprio controllo sullo stretto di Hormuz fintanto che gli Stati Uniti continueranno il blocco dei suoi porti. Lo stretto rappresenta un punto di passaggio strategico per il commercio mondiale di idrocarburi e la sua chiusura prolungata rischia di avere ripercussioni sui mercati energetici globali.

Il paragone tra le operazioni della marina americana e la pirateria, pronunciato dal presidente in un contesto pubblico, ha attirato l'attenzione proprio mentre giuristi internazionali sollevano dubbi sulla legittimità sia del blocco statunitense sia delle contromisure iraniane. Il sequestro di navi commerciali e dei loro carichi al di fuori di un quadro di guerra formalmente dichiarata pone questioni complesse sotto il profilo del diritto del mare e delle convenzioni internazionali sulla navigazione.

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SumUp Fedeltà arriva in Italia: il loyalty program per commercianti che sfida le grandi catene


SumUp porta in Italia Fedeltà, il nuovo programma loyalty pensato per piccoli commercianti e attività locali. Una soluzione semplice per fidelizzare i clienti e migliorare la gestione delle relazioni, con strumenti digitali simili a quelli delle grandi catene
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In Italia, la diffusione dei programmi fedeltà è ormai consolidata: il 77% dei consumatori dichiara di utilizzarne almeno uno. Allo stesso tempo, la loyalty sta diventando una leva sempre più strategica per le imprese: il 64% la considera un centro di profitto e, nell’ultimo anno, il 55% ha registrato un aumento dei clienti. In questo scenario rendere questi strumenti accessibili anche ai piccoli business - commercianti, ristoratori, artigiani e professionisti - diventa un fattore chiave di competitività, ma le soluzioni di loyalty disponibili sul mercato sono di solito costose, complesse e pensate per i grandi retailer.

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SumUp Fedeltà cambia questo scenario, integrando i meccanismi di reward direttamente nel flusso di pagamento e offrendo agli esercenti uno strumento competitivo per incentivare il ritorno dei clienti e aumentare le vendite.

“Le piccole imprese non hanno mai avuto accesso agli strumenti di loyalty che le grandi catene danno per scontati - commenta Joseph Flynn di SumUp - abbiamo sviluppato SumUp Fedeltà affinché qualsiasi esercente possa premiare i propri clienti abituali in pochi minuti, senza dover sviluppare app o dotarsi di hardware aggiuntivi”.


Come funziona il programma Fedeltà di SumUp


Al centro dell’esperienza di SumUp Fedeltà c’è Local, una nuova app per i consumatori che consente di scoprire le attività locali aderenti, monitorare i propri premi e gestire i pagamenti in un unico spazio. Per gli utenti, rappresenta un modo semplice per sostenere i piccoli business del territorio, accumulando vantaggi sulle spese di tutti i giorni. Gli esercenti possono configurare in pochi minuti carte fedeltà digitali (a timbri) o programmi a punti direttamente dalla propria dashboard SumUp. I clienti scaricano gratuitamente l’app SumUp Local, collegando una sola volta una carta di pagamento: da quel momento, ogni acquisto presso un esercente aderente al programma genera automaticamente ricompense senza bisogno di scansioni, né digitali né cartacee, e senza passaggi aggiuntivi alla cassa.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
TechpertuttiGuglielmo Sbano


SumUp Fedeltà mette, inoltre, a disposizione degli esercenti strumenti per restare in contatto con i clienti anche dopo l’uscita dal negozio: notifiche push e promozioni mirate mantengono alta la visibilità del business, mentre una funzione Autopilot identifica automaticamente i clienti inattivi e invia offerte personalizzate per riattivarli, trasformando visitatori occasionali in clienti abituali. Il lancio in Italia segue una fase di test di successo nei mercati del Regno Unito e dell’Irlanda, dove migliaia di esercenti hanno già aderito al programma.

SumUp Cassa: un sistema di cassa completo


A SumUp Fedeltà e SumUp Local si affianca SumUp Cassa: sistema di cassa “all-in-one” da banco pensato per i negozi, i bar, le strutture ricettive e la ristorazione dotato di doppio schermo. L’esercente utilizza un touchscreen da 13,3 pollici per la vendita e la gestione dell’attività; il cliente visualizza su un display da 8 pollici prodotti, prezzi e informazioni su SumUp Fedeltà durante il pagamento. Il design a doppio schermo abilita l’interazione con il programma di loyalty direttamente al momento dell’acquisto, in modo che i clienti possano visualizzare l’ordine, monitorare i progressi e pagare in un’unica esperienza fluida.

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SumUp Cassa viene fornito senza costi di noleggio hardware; gli esercenti che passano all’abbonamento Cassa Plus, sbloccano funzionalità avanzate, tra cui la sincronizzazione degli ordini su più dispositivi, ideale per i locali dove il personale prende comande e gestisce i pagamenti in movimento. Pensate in un’ottica integrata, SumUp Fedeltà, l’app SumUp Local e SumUp Cassa creano un ecosistema che aiuta le piccole imprese ad attrarre clienti, premiare la fedeltà e aumentare i ricavi.


DJI Osmo Pocket 4: nuove funzionalità di imaging e video di nuova generazione


DJI ha annunciato Osmo Pocket 4, con capacità di imaging migliorate rispetto alla versione precedente. Ora il dispositivo può registrare video in 4K/240fps e produrre scatti più nitidi in condizioni di scarsa illuminazione, offrendo al contempo una eccellente profondità cinematografica. Inoltre, con le nuove funzioni di tracciamento intelligente di Osmo Pocket 4, i creator possono mantenere i soggetti a fuoco e nell’inquadratura mentre si spostano.
Osmo Pocket 4 montato su un mini treppiedeOsmo Pocket 4 montato su un mini treppiede

Scatti nitidi e dettagli più definiti


Il sensore CMOS da 1 pollice e l’apertura f/2,0 di Osmo Pocket 4 garantiscono ritratti naturali e nitidi anche in condizioni di scarsa illuminazione, assicura DJI. I 14 stop di gamma dinamica e il profilo colore D-Log a 10 bit mettono in risalto toni ricchi e colori realistici, sia al crepuscolo sia in ambienti scarsamente illuminati, con ritratti restituiscono un incarnato dall’aspetto più sano e più curato. Con un pulsante Zoom dedicato, i creator possono passare con un solo tocco dallo zoom senza perdita 1x a quello 2x, ed è possibile registrare filmati Ultra HD in slow motion in 4K/240fps.

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Smart Capture


Osmo Pocket 4 offre stabilizzazione su tre assi per vlog e livestream sempre fluidi, anche in movimento. Le diverse modalità dello stabilizzatore migliorano la qualità delle riprese, mentre ActiveTrack 7.0 consente di seguire i soggetti anche con zoom 4x. Le funzioni avanzate come Segui persona, Inquadratura dinamica e il blocco del soggetto rendono le riprese cinematografiche semplici anche con una sola mano. La messa a fuoco automatica intelligente mantiene sempre i soggetti nitidi, con possibilità di cambiare target al volo o dare priorità a un soggetto specifico. Completa il tutto il controllo gestuale, che permette di avviare tracking e registrazione con semplici movimenti della mano.
Le diverse modalità dello stabilizzatore migliorano la qualità delle riprese Le diverse modalità dello stabilizzatore migliorano la qualità delle riprese

Immediata e facile da usare


Osmo Pocket 4 migliora l’esperienza utente con diverse nuove funzionalità intuitive: per iniziare a registrare, i creator possono semplicemente ruotare lo schermo. Sotto lo schermo due pulsanti permettono di passare da cambiare zoom velocemente, mentre l’altro è un pulsante personalizzabile che può essere configurato con le impostazioni preferite del creator. Con 107 GB di archiviazione integrata, i creator possono girare più filmati e trasferire facilmente fino a 800 MB/s di contenuti senza scheda di memoria.

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Osmo Pocket 4 amplia le possibilità creative con funzioni avanzate pensate per ogni tipo di contenuto. Il video con otturatore lento permette di ottenere suggestivi effetti motion blur, mentre i toni pellicola offrono stili visivi professionali pronti all’uso. L’abbellimento in-camera migliora l’aspetto dei soggetti in modo naturale, affiancato da una luce di riempimento regolabile ideale per scene in scarsa illuminazione. Completano il tutto un’autonomia estesa e la ricarica rapida, che garantiscono lunghe sessioni di ripresa senza interruzioni.
La messa a fuoco automatica intelligente di Osmo Pocket 4 mantiene sempre i soggetti nitidiLa messa a fuoco automatica intelligente di Osmo Pocket 4 mantiene sempre i soggetti nitidi
Osmo Pocket 4 può catturare voci chiare e registrare i suoni ambientali grazie all'array di microfoni integrato. Supporta anche la connessione diretta ai trasmettitori DJI Mic, consentendo la registrazione audio a quattro canali. I trasmettitori DJI Mic supportati includono Mic 2, Mic 3 e Mic Mini (ciascuno venduto separatamente o incluso in alcuni combo selezionati).

Prezzo e disponibilità


Osmo Pocket 4 è disponibile in diverse configurazioni, accompagnato da obiettivo grandangolare e microfono, a partire da 499 euro.


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Il prezzo della benzina negli Stati Uniti continua a salire


Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,39 dollari al gallone, con un rialzo di 33 centesimi in 7 giorni. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e la Casa Bianca ha esaurito quasi tutte le leve disponibili.

Alla fine di questa settimana gli automobilisti americani hanno complessivamente speso, per fare benzina, circa 125 milioni di dollari in più rispetto alla settimana precedente. Infatti, il prezzo medio per gallone di benzina ha raggiunto i 4,39 dollari, vale a dire 33 centesimi in più in 7 giorni, secondo i dati dell’AAA, l’associazione automobilistica statunitense.

È un aumento eccezionale. Negli ultimi anni la benzina era salita a un ritmo simile solo nel marzo 2026, poco dopo l’inizio della guerra con l’Iran, e nel marzo 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Negli Stati Uniti ogni giorno vengono erogati circa 375 milioni di galloni di benzina: un rincaro di 33 centesimi basta quindi a spiegare i 125 milioni di dollari in più pagati dagli automobilisti.

La rapidità del rialzo è ancora più significativa se osservata su un periodo più lungo. Il prezzo registrato venerdì era superiore di 1,41 dollari rispetto a quello di 9 settimane prima, vale a dire poco prima dell’inizio del conflitto con l’Iran. Secondo i dati del Dipartimento dell'Energia, si tratta del maggiore aumento in un periodo di tempo così breve almeno dai primi anni Novanta.
La benzina della guerra — FocusAmerica

Crisi energetica · USA / Iran

Il prezzo della guerra:
quanto costa Hormuz agli automobilisti americani


In nove settimane il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di 1,41 dollari al gallone, l'aumento più rapido dai primi anni Novanta. La Casa Bianca ha quasi esaurito le contromisure a sua disposizione.

Dati AAA · Dipartimento dell'Energia · Washington Post-ABC News-Ipsos Aggiornato al 2 maggio 2026

L'effetto in una settimana

125
milioni di dollari spesi in più dagli automobilisti USA
in una sola settimana

+33¢¢
Aumento medio in 7 giorni per gallone

375 mln
Galloni erogati ogni giorno negli Stati Uniti

$4,39
Prezzo medio nazionale benzina/gallone

Esplora i dati
1 Curva 2 Stati 3 Reazioni 4 Opzioni 5 Storico

L'andamento del prezzo medio

Variazione del prezzo della benzina/gallone su 9 settimane, 2020-2026


La linea mostra di quanto è cambiato il prezzo medio rispetto a 9 settimane prima, settimana per settimana, per il periodo considerato. I dati confermano che l'aumento attuale è il più rapido del periodo.

Variazione (in dollari) del prezzo del gallone vs. 9 settimane prima


+$1,41
L'aumento attuale a 9 settimane, il maggiore mai registrato dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti dai primi anni Novanta

+$1,02
Picco precedente, raggiunto nel marzo 2022 subito dopo l'invasione russa dell'Ucraina

Confronto tra Stati

Ohio e Illinois sopra la media nazionale


L'aumento del prezzo del gallone in una settimana, secondo i dati AAA. Nei Grandi Laghi i problemi alle raffinerie hanno peggiorato la situazione, mentre in California — pur con prezzi assoluti più alti — il rincaro settimanale è stato il più contenuto.

Ohio

+92¢

Illinois

+55¢

Media USA

+33¢

Florida

+30¢

Pennsylvania

+28¢

Texas

+27¢

New York

+22¢

California

+17¢

$0 $0,25 $0,50 $0,75 $1,00

Il caso Ohio

$2,81
Prezzo pre-guerra

$3,91
7 giorni fa

$4,83
Oggi

In Ohio il gallone è salito di +$2,02 dall'inizio della guerra

L'impatto sui consumatori

4 cittadini americani su 10 stanno cambiando le proprie abitudini


Il rincaro così rapido dei prezzi della benzina sta erodendo i bilanci familiari. Un nuovo sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos misura le prime conseguenze concrete.

Ha ridotto gli spostamenti in auto

44%

Ha tagliato le spese domestiche

42%

Ha cambiato i piani di viaggio o vacanza

34%

Sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos su un campione rappresentativo di cittadini adulti statunitensi, condotto a fine aprile 2026.

Le opzioni della Casa Bianca

Dopo 10 settimane di guerra, le carte a disposizione sono quasi finite


Cosa l'Amministrazione Trump ha già provato, cosa sta valutando e cosa ha già escluso. Tocca ogni voce per i dettagli.

Riserva Strategica di petrolio
Già attivata

Da marzo l'Amministrazione Trump ha iniziato a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica per calmierare i prezzi sul mercato interno.

Sospensione del Jones Act
Già attivata

Trump ha sospeso temporaneamente la legge in vigore da oltre 100 anni che impone di trasportare merci tra porti americani solo su navi battenti bandiera statunitense.

Meno regole ambientali + waiver sanzioni petrolio russo
Già attivate

Sono state allentate le regole ambientali sulla benzina estiva con quota più alta di etanolo. Il Dipartimento del Tesoro ha anche congelato alcune sanzioni sul petrolio russo per aumentare l'offerta globale.

Sospensione tassa federale sul gallone
In valutazione · rischiosa

Alcuni deputati propongono di abolire la tassa di 18,3 centesimi al gallone. Ma il sollievo potrebbe essere limitato e incerto: i distributori potrebbero non trasferire il risparmio sui consumatori. Inoltre, la tassa finanzia il Highway Trust Fund, già in deficit. La Casa Bianca ha detto al Washington Post che al momento la misura non è in discussione.

Stop alle esportazioni di petrolio USA
Esclusa

Bloccare le esportazioni libererebbe greggio per il mercato interno, ma l'Amministrazione Trump per ora respinge l'ipotesi e dovrebbe comunque affrontare l'opposizione frontale delle compagnie del settore energetico.

Già attivate
In valutazione
Escluse

L'unica vera via d'uscita resta un accordo con Teheran che garantisca la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz. Senza tale accordo, gli Stati Uniti rischiano di entrare in una crisi energetica molto più ampia nelle prossime settimane.

Patrick De Haan, GasBuddy · Washington Post

Tre shock a confronto

Confronto tra 3 crisi su 9 settimane: l'Iran ha già superato l'Ucraina


Ogni linea segue la stessa metrica — l'aumento del gallone rispetto a 9 settimane prima — partendo dal giorno in cui ogni shock è iniziato. Dopo la stessa finestra temporale, l'effetto Iran è il più severo dei tre.

Guerra Iran
28 febbraio 2026 → oggi

+$1,41

Invasione russa dell'Ucraina
24 febbraio 2022 · picco a +$1,02 dopo 3 settimane

+$0,55

Pandemia Covid-19
Marzo 2020 · crollo della domanda

−$0,64

Dopo dieci settimane, lo shock energetico provocato dalla guerra con l'Iran è già più intenso del picco massimo precedentemente raggiunto dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 — e continua a muoversi nella stessa direzione.

Fonti AAA · U.S. Energy Information Administration · Department of Energy · Washington Post-ABC News-Ipsos · GasBuddy. Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

Per molte famiglie americane il pieno di benzina rappresenta una spesa quotidiana, e un rincaro così rapido lascia pochissimo margine per riorganizzare il bilancio domestico. In alcuni Stati la pressione è ancora più forte. Ad esempio in Ohio, dove i problemi alle raffinerie hanno aggravato la corsa dei prezzi, venerdì un gallone di benzina costava in media 4,83 dollari, contro i 3,91 dollari della settimana precedente e i 2,81 dollari registrati alla vigilia della guerra. Anche l’Illinois e altri Stati della regione dei Grandi Laghi viaggiano sopra la media nazionale.

Lo shock dello Stretto di Hormuz


Gli Stati Uniti restano ancora oggi più protetti di altre aree del mondo dal calo delle forniture provenienti dal Golfo Persico, ma questo non significa certo che siano immuni agli shock energetici globali. Le scorte di benzina del Paese stanno, infatti, diminuendo rapidamente e, con lo Stretto di Hormuz che difficilmente riaprirà a breve e la stagione estiva degli spostamenti alle porte, il quadro rischia soltanto di peggiorare.

I rialzi stanno già cambiando le abitudini degli americani. Un recente sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos indica che il 44% degli intervistati ha ridotto gli spostamenti in auto, il 42% sta tagliando le proprie spese domestiche e il 34% ha modificato i piani di viaggio e vacanza a causa dell'alto costo della benzina.

Non meraviglia dunque il fatto che alla Casa Bianca il dossier prezzi dell'energia sia diventato una priorità da affrontare. Martedì il presidente Donald Trump ha incontrato i dirigenti del settore energetico in una riunione organizzata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, alla quale hanno partecipato anche il capo di staff della Casa Bianca Susie Wiles e il vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca al Washington Post. Al centro del confronto, le misure già adottate e le possibili ulteriori mosse nel caso in cui il blocco dello Stretto dovesse durare mesi.

Le poche opzioni rimaste alla Casa Bianca


La verità è però che, a dieci settimane dall’inizio del conflitto, l’Amministrazione ha quasi esaurito le sue carte da giocare. A marzo ha iniziato a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica. Successivamente, Trump ha sospeso temporaneamente il Jones Act, la legge in vigore da oltre cento anni che impone di trasportare le merci tra porti statunitensi solo su navi battenti bandiera americana. Ha quindi allentato le regole ambientali che vietano la vendita estiva della benzina con una quota più alta di etanolo, e il Dipartimento del Tesoro ha persino congelato alcune sanzioni sul petrolio russo.

Le opzioni residue sono poche e tutte rischiose. Alcuni deputati hanno proposto di abolire la tassa federale sulla benzina, pari a 18,3 centesimi al gallone, ma il sollievo sarebbe limitato e non è certo che i distributori trasferirebbero il risparmio ai consumatori. La tassa, inoltre, finanzia il Highway Trust Fund, già in deficit. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato al Washington Post che al momento la sospensione di questa tassa non è in discussione. Un’altra ipotesi è bloccare le esportazioni di petrolio statunitense, ma l’Amministrazione la respinge e dovrebbe comunque affrontare l’opposizione delle compagnie del settore energetico.

La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha dichiarato al Washington Post che Trump è stato “diretto con il popolo americano” riguardo alle “interruzioni temporanee” legate alla guerra con l’Iran, e al fatto che i prezzi torneranno a scendere quando il traffico nello Stretto di Hormuz si normalizzerà.

Per la maggior parte degli analisti, l’unica vera via d’uscita resta un accordo con Teheran che garantisca la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz. Venerdì, però, lo stesso Trump ha detto ai giornalisti di non essere “soddisfatto” dell’ultima proposta iraniana per chiudere il conflitto. Ma senza un accordo,avverte Patrick De Haan, responsabile dell’analisi petrolifera di GasBuddy, anche gli Stati Uniti rischiano di entrare in una crisi energetica molto più ampia nelle prossime settimane.

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)

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Superinteressante #4 — Obama ha due abiti e tre cravatte


Obama ha due abiti. Zuckerberg una maglietta grigia. Il problema non è cosa indossi — è quanta energia sprechi a decidere.

Ho deciso di rivoluzionare il modo in cui mi vesto. Che detta così sembra una cosa da reality show, ma è uno dei miei talloni d'Achille da sempre. O ci perdo troppo tempo la mattina davanti all'armadio, o non ci penso affatto e poi esco di casa sentendomi fuori posto. Non ho mai trovato un equilibrio e la cosa mi pesa più di quanto vorrei ammettere. Direi dalle elementari (e sono passati parecchi anni oramai).

Questa settimana ci ho provato seriamente. E mi ci sono bloccato. Di nuovo. Ho passato quaranta minuti a cercare combinazioni su Pinterest invece di lavorare. Quaranta minuti per una maglietta. Nel frattempo Obama ha governato il paese più potente del mondo con due abiti e tre cravatte. Zuckerberg ha costruito Meta con una maglietta grigia. Jobs ha presentato l'iPhone con un dolcevita nero. La soluzione è ridicolmente semplice — ed è proprio per questo che non riesco ad applicarla. Il mio cervello insiste nel trattare una decisione da cinque minuti come se fosse irreversibile. E non è solo per i vestiti.


Il problema non è l'abbigliamento. Il problema è l'energia. Abbiamo una quantità finita di decisioni buone al giorno. Non è un'idea poetica — è un meccanismo studiato, si chiama decision fatigue. È quel momento in cui alle sette di sera qualcuno ti chiede "dove mangiamo?" e tu rispondi "non mi interessa, scegli tu." Non sei diventato improvvisamente indifferente al cibo. Sei vuoto. Hai speso tutto il budget decisionale della giornata sulle cose che non contavano. E la parte peggiore è che non te ne accorgi — pensi di essere stanco, svogliato o poco motivato. Invece hai solo deciso troppo.

Il font del video, il filtro della foto, il ristorante da prenotare, il colore della maglietta, quale app usare per prendere appunti, se rispondere adesso o dopo. Ognuna di queste micro-scelte ti costa un pezzo di lucidità. Presa singolarmente è niente. Messe insieme sono il motivo per cui arrivi a sera e le decisioni importanti — chiudere un progetto, dire di no a un cliente, investire su qualcosa di nuovo, avere una conversazione difficile — le rimandi a domani. E domani è uguale, perché domani mattina ricomincerai a decidere le stesse cose piccole.

Shane Parrish lo dice in modo netto in Clear Thinking: se una decisione è poco importante, non serve un processo. Non serve una lista di pro e contro. Non serve chiedere a tre persone. Scegli e basta. Decidi e impara strada facendo. Il tempo che risparmi sulle decisioni piccole è il tempo che avrai per quelle grandi.

La fatica vera non è nelle scelte che contano. È nelle mille scelte inutili che ti mangiano prima di arrivare a quelle che contano. E la soluzione non è avere più energia — è sprecarne meno dove non serve.


Una cosa che ho trovato questa settimana:

Il sistema a 3 livelli per vestirsi

Lo sto provando da questa settimana. Funziona così: dividi il guardaroba in tre contesti — quotidiano, lavoro, occasione. Per ognuno prepari tre-cinque combinazioni fisse, le fotografi o le annoti. La mattina non scegli, peschi. Il punto non è avere stile — è eliminare la decisione. Obama non si veste bene perché ha gusto. Si veste sempre uguale perché ha altro a cui pensare. Ho iniziato lunedì e il tempo risparmiato la mattina è già reale. Se funziona lo vedrete sul mio canale.


"Se qualcosa è poco importante, impegnarsi in un processo decisionale potrebbe essere uno spreco. Scegli e basta. Decidi rapidamente e impara strada facendo."

— Shane Parrish, Clear Thinking


Non serve un libro per capirlo. Serve una settimana in cui provi davvero a non pensare alle cose che non meritano il tuo pensiero. È più difficile di quanto sembra — perché pensare alle cose piccole è il modo in cui evitiamo quelle grandi. Decidere che maglietta mettere è più sicuro che decidere che direzione dare alla tua vita.


Ho scoperto che fare il business angel è più interessante di quanto pensassi. Mi hanno proposto alcune idee per startup che mi hanno acceso — non vedo l'ora di raccontarvi come va.


Qual è una decisione piccola su cui sprechi regolarmente troppo tempo?

Rispondimi — leggo tutto.

G.

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)
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Club Azzurro Surfcasting 2026


Michele Simone ha vinto il Club Azzurro di surfcasting svoltosi nelle spiagge di Oristano dove, a novembre, si disputeranno i prossimi mondiali.
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Dall’11 al 14 marzo, lungo le spiagge di Arborea, Sassu e Torre Grande, in provincia di Oristano, è andata in scena una delle gare più attese e importanti nel palcoscenico del surfcasting: il club azzurro maschile. Ma andiamo con ordine. Cos’è il club azzurro? Già dalla parola “azzurro” si può capire la rilevanza della manifestazione che rappresenta il primo step per l’accesso alla nazionale italiana. Chi partecipa a questa gara? I primi 18 atleti provenienti dal club azzurro 2025 e i migliori 20 garisti classificati all’ultimo campionato italiano senior. A questi si aggiungono i primi due stopper del 2025 (il termine stopper identifica atleti bravi che non si sono qualificati e che il CT posiziona agli estremi del campo gara per evitare vantaggi ai concorrenti estratti come “bandierine”, e cioè nei picchetti più esterni). 40 pescatori che si sono “scontrati” in cinque prove, quattro di pesca e una di lancio, con in testa un solo obiettivo: conquistare uno dei 6 pass di accesso alla super sfida, dove si fronteggeranno i 6 componenti della nazionale uscente per andare a formare, sotto l’attenta supervisione del CT Alfonso Vastano, la nuova squadra azzurra che rappresenterà la nostra nazione al mondiale.


E quest’anno la rassegna iridata si disputerà in terra sarda su questi stessi campi gara, nel mese di novembre. Fatta questa doverosa premessa, due sono le cose ben chiare: la prima, l’importanza della manifestazione; e poi, non seconda, il tasso tecnico veramente elevato di tutti i partecipanti. Ad una competizione del genere non si arriva per caso, esser qui vuol dire avere una preparazione minuziosa di ogni particolare, aver un bagaglio tecnico notevole e come in tutti gli sport avere sulle spalle ore, ore e ancora tante ore di allenamento costante. Per quanto riguarda il campo gara, il golfo di Oristano con il passare del tempo è diventato uno spot ben conosciuto, non solo a livello isolano, ma anche a livello nazionale e mondiale. Pertanto il “fattore campo”, se pur fondamentale, non racchiude incognite e segreti per nessuno. In tutte le 4 manche lo spettacolo per i curiosi amanti del settore non è certo mancato, come anticipato il tasso tecnico era altissimo e i “malcapitati” pesci sono stati allamati a ritmo serrato. Alla fine i 40 partecipanti sono riusciti a portare a referto un totale di ben 1.939 prede: saraghi, sparlotte e mormore per la maggiore. Ad aggiudicarsi il maggior numero di prede in tutta la competizione, Michele Simone, del team Mediterranea SC con 81 pesci nel secchio. Catture che gli sono valse l’eccellente primo posto in classifica finale, seguito da Matteo Pietrobon (Apsd Friuli SC), Danilo Galimi (Hippocampus CA), Mirko Casu (Blue Fish SS), Angelo Musumeci (Nautilus Calatabiano) e Roberto Accardi (Coxinas ADPS).
Mirko Casu
Questi i magnifici sei che hanno trionfato su tutti, sia in pesca che nella prova di lancio, scagliando piombi anche oltre i 200 metri. Leggendo i nomi si può notare che il fattore campo ha influito parecchio: ben tre atleti infatti risultano essere appartenenti a squadre sarde e di questo, come redazione, non possiamo che esserne felici. Anche questo step per voi sei è stato conquistato con merito e bravura, non ci resta che ribadirvi i complimenti e augurarvi una buona super sfida, tutta l’Italia del surfcasting tifa per voi a prescindere da chi si aggiudicherà le sei maglie azzurre, tanto ambite e sognate.

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Una corte federale blocca la prescrizione online dei farmaci abortivi


La decisione della Corte d'Appello del Quinto Circuito sospende le regole che permettevano di prescrivere e ricevere per posta la pillola mifepristone, usata in oltre il 60% degli aborti negli Stati Uniti. Gli attivisti per i diritti riproduttivi annunciano un ricorso alla Corte Suprema.

Una corte d’appello federale ha temporaneamente bloccato venerdì le regole che consentono la prescrizione a distanza e l’invio per posta dei farmaci abortivi, oggi utilizzati in oltre il 60% delle interruzioni di gravidanza nel sistema sanitario statunitense. La decisione rappresenta una vittoria significativa per il movimento antiabortista, che aveva fatto pressioni sull’Amministrazione Trump per ripristinare l’obbligo di distribuzione in presenza.

Un collegio di tre giudici della Corte d’Appello del Quinto circuito ha dato ragione alla Louisiana in una causa contro le norme introdotte dall’Amministrazione Biden per ampliare l’accesso al mifepristone, farmaco ampiamente usato per l’aborto farmacologico.

Lo Stato sosteneva che le regole federali indebolissero le sue leggi a tutela della vita prenatale e lo costringessero a spendere fondi Medicaid per fornire cure d’emergenza a donne che avessero subito complicazioni dopo l’assunzione del farmaco.

Solo la settimana scorsa, un giudice di primo grado aveva stabilito che le prescrizioni per corrispondenza del mifepristone potessero continuare mentre la Food and Drug Administration, l’agenzia federale che regola i farmaci, completava la sua indagine sulla sicurezza del medicinale. La decisione della Corte d’Appello ribalta dunque in tempi rapidi la precedente pronuncia.

I sostenitori dei diritti riproduttivi avvisano ora che la nuova sentenza limiterà l’accesso alle cure in tutto il Paese. “In un momento in cui le famiglie faticano a permettersi bisogni essenziali come la casa, la spesa alimentare e l’assistenza all’infanzia, è inconcepibile restringere l’accesso a farmaci abortivi salvavita”, ha affermato Regina Davis Moss, direttrice generale del gruppo di advocacy In Our Own Voice. Secondo Moss, ripristinare l’obbligo di distribuzione in presenza costringerebbe molte persone “a viaggiare più lontano, a prendere più giorni liberi dal lavoro e a sostenere costi semplicemente insostenibili”.

Secondo il Guttmacher Institute, centro di ricerca sulle politiche riproduttive, è probabile che contro questa nuova decisione venga presentato un ricorso d’emergenza alla Corte Suprema. Nel 2024 la Corte Suprema aveva già respinto una precedente contestazione delle regole sul mifepristone, senza però entrare nel merito e stabilendo solo che i medici promotori del ricorso non avevano la legittimazione legale per agire.

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La rassegna stampa di domenica 3 maggio 2026


Trump minaccia ulteriori tagli alle truppe americane in Germania mentre rivede la proposta di pace dell'Iran. Spirit Airlines chiude i battenti dopo il fallimento dei negoziati di salvataggio

Questa è la rassegna stampa di domenica 3 maggio 2026

Trump minaccia ulteriori ritiri di truppe dalla Germania


Il presidente Trump ha annunciato che potrebbe ritirare ancora più soldati americani dalla Germania oltre ai 5.000 già ordinati, in risposta alle critiche del cancelliere tedesco sulla guerra contro l'Iran. Due importanti legislatori repubblicani hanno espresso preoccupazione per questa decisione che potrebbe indebolire la NATO.

Fonti: The Hill, Bloomberg, Financial Times

Trump rivede la nuova proposta di pace dell'Iran


Il presidente ha dichiarato di stare esaminando una nuova proposta di pace in 14 punti presentata dall'Iran tramite il Pakistan, ma ha espresso dubbi sulla sua accettabilità. Trump ha affermato che l'Iran non ha ancora "pagato un prezzo abbastanza alto" per le sue azioni, mentre il conflitto entra nella decima settimana.

Fonti: The Guardian, New York Times, Financial Times

Spirit Airlines cessa le operazioni


La compagnia aerea low-cost Spirit Airlines ha annunciato la chiusura dopo il fallimento dei negoziati per un salvataggio da 500 milioni di dollari con l'amministrazione Trump. Il segretario ai Trasporti Duffy ha chiarito che la guerra con l'Iran non è stata la causa principale del fallimento, dato che l'azienda era già in difficoltà.

Fonti: BBC News, The Hill, The Guardian

La Corte Suprema chiamata a ripristinare l'accesso alla pillola abortiva per posta


I fornitori di servizi abortivi hanno chiesto alla Corte Suprema di ripristinare l'accesso per corrispondenza alla pillola mifepristone dopo che una corte federale d'appello ha temporaneamente bloccato la regolamentazione FDA. La decisione ha ripristinato l'obbligo di visite di persona per ottenere il farmaco, sconvolgendo l'accesso all'aborto negli Stati Uniti.

Fonti: New York Times, New York Times, BBC News

Le case automobilistiche di Detroit avvertono di shock da 5 miliardi per le materie prime


I produttori automobilistici di Detroit hanno lanciato l'allarme per un possibile shock da 5 miliardi di dollari sui prezzi delle materie prime a causa della guerra con l'Iran. Il settore affronta aumenti dei costi per forniture che vanno dall'alluminio alla plastica e alle vernici, minacciando la competitività dell'industria americana.

Fonti: Financial Times

Gli Stati Uniti lottano per spezzare il dominio cinese sui droni militari


Gli Stati Uniti stanno cercando di dominare l'evoluzione dei droni nella tecnologia militare come hanno fatto con precedenti innovazioni belliche, ma affrontano un problema: la Cina è arrivata prima. Un'analisi componente per componente di un tipico drone mostra la forza della presa cinese su questo settore strategico.

Fonti: Wall Street Journal

L'amministrazione Trump restringe i percorsi per il condono dei prestiti studenteschi


L'amministrazione Trump sta modificando molti dei modi in cui i mutuatari possono ottenere il condono dei loro prestiti studenteschi. I cambiamenti stanno restringendo il percorso verso il perdono del debito, creando nuove sfide per milioni di studenti americani indebitati.

Fonti: Wall Street Journal

ChatGPT affronta conversazioni inquietanti su pianificazione di attacchi


Il chatbot di OpenAI sta dispensando consigli su armi e simulando sparatorie di massa, sollevando preoccupazioni su quando e come le aziende dovrebbero intervenire. La carneficina sta aumentando il controllo su queste tecnologie di intelligenza artificiale e le loro potenziali conseguenze.

Fonti: Wall Street Journal

ActBlue affronta indagini mentre si avvicinano le elezioni di medio termine


La piattaforma di raccolta fondi democratica ActBlue è sotto inchiesta del Dipartimento di Giustizia e dei repubblicani del Congresso a sei mesi dalle elezioni di medio termine del 2026. L'organizzazione sta affrontando drammi interni e grandi spese mentre cerca di mantenere la sua posizione dominante nel fundraising democratico.

Fonti: Wall Street Journal

Un'insurrezione minaccia le ambizioni minerarie americane in Pakistan


Gli attacchi dell'Armata di Liberazione del Balochistan potrebbero far deragliare i piani del Pakistan per un accordo minerario da miliardi di dollari con l'amministrazione Trump. La situazione di sicurezza instabile nella provincia del Balochistan rappresenta una sfida significativa per gli interessi economici americani nella regione.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump dichiara al Congresso che sono finite le ostilità con l'Iran, ma non esclude nuove azioni militari


Il presidente ha notificato la fine formale delle operazioni iniziate il 28 febbraio, resettando così il conto dei 60 giorni previsti dal War Powers Act. Intanto la diplomazia va avanti alla ricerca di una soluzione definitiva, ma Trump si dice insoddisfatto della ultima proposta iraniana.

Il presidente Donald Trump ha comunicato al Congresso che le ostilità avviate dagli Stati Uniti contro l’Iran il 28 febbraio sono formalmente state "concluse", pur lasciando aperta la possibilità di nuove azioni militari. La notifica, inviata venerdì allo Speaker repubblicano della Camera Mike Johnson, rappresenta principalmente una mossa politica e giuridica per evitare l’obbligo di chiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire le operazioni.

Il War Powers Act, la legge federale del 1973 che regola i poteri presidenziali in materia di guerra, impone, infatti, al presidente degli Stati Uniti di ottenere l’approvazione del Congresso se le ostilità militari dovessero durare oltre 60 giorni. Dichiarando concluse le operazioni, Trump ha di fatto azzerato il conteggio, rendendo più difficile per il Congresso contestare la sua autorità o limitare eventuali nuove iniziative militari attraverso una risoluzione sui poteri di guerra.

Nella sua lettera a Johnson, Trump ha spiegato di avere ordinato il 7 aprile 2026 un cessate il fuoco di due settimane, poi prorogato. "Non c’è stato alcuno scambio di fuoco tra le forze statunitensi e l’Iran a partire dal 7 aprile 2026", ha scritto il presidente, aggiungendo che quindi "le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono da considerarsi come terminate".

Il Congresso diviso sui poteri di guerra


La linea dell’Amministrazione era stata anticipata dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth durante un’audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato: secondo Hegseth, il conteggio dei 60 giorni può "fermarsi o interrompersi" durante un cessate il fuoco. I democratici hanno respinto però questa interpretazione, sostenendo che il blocco navale tuttora in corso costituisca ancora uno stato di ostilità. I repubblicani, invece, sono sembrati più disponibili ad accogliere la posizione della Casa Bianca.

Dopo l'invio della lettera di Trump, il senatore repubblicano Todd Young, dell’Indiana, ha detto giovedì ai giornalisti che "Trump si è lasciato un certo margine di manovra" e che il Congresso esaminerà i documenti inviati dall’Amministrazione. Sempre giovedì, il Senato ha bocciato una risoluzione presentata dai democratici sui poteri di guerra che puntava a costringere Trump a porre fine alle operazioni militari contro l’Iran o a chiedere l’autorizzazione al Congresso. La proposta è stata respinta dal Senato con 47 voti favorevoli e 50 contrari. Solo due repubblicani, Susan Collins del Maine e Rand Paul del Kentucky, hanno votato insieme ai democratici.

Trump ha, a ogni modo, chiarito di restare aperto alla possibilità di future ulteriori azioni militari contro l'Iran, ma ha precisato che, ai fini del War Powers Act, le considererebbe come operazioni separate. "Il Dipartimento della Difesa continua ad aggiornare, in modo necessario e appropriato, la postura delle forze statunitensi nell’area di responsabilità in determinati Paesi, per affrontare le minacce delle forze iraniane e dei loro alleati e per proteggere gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro partner", ha scritto il presidente nella lettera. Il presidente ha aggiunto che queste informazioni sono descritte in dettaglio in un allegato classificato.

I negoziati con Teheran restano in bilico


Intanto sul fronte diplomatico, l’Iran ha consegnato la sua risposta alle ultime modifiche proposte dagli Stati Uniti alla bozza di piano per porre fine alla guerra. Trump, tuttavia, ha detto ai giornalisti di non essere "soddisfatto di quello che stanno offrendo" gli iraniani. Secondo un funzionario di un Paese del Golfo, la risposta iraniana era stata trasmessa giovedì tramite mediatori pakistani.

Già il fine settimana scorso Teheran aveva presentato agli Stati Uniti una prima proposta per riaprire lo Stretto di Hormuz e mettere fine alla guerra, che prevedeva il rinvio dei negoziati sul nucleare a una fase successiva. Ma lunedì l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff aveva risposto con una lista di modifiche, con l’obiettivo di reinserire la questione nucleare nel testo della bozza, secondo una fonte informata dei fatti. Una delle modifiche proposte dagli Stati Uniti richiedeva all’Iran di non trasferire uranio arricchito dalle installazioni nucleari bombardate e di non riavviare le attività in quei siti mentre i negoziati sono in corso.

Nel mezzo delle difficoltà negoziali, Trump ha descritto la leadership iraniana come "molto frammentata", divisa tra fazioni che non concordano sulla strada da seguire. "Hanno fatto progressi, ma non sono sicuro che arriveranno mai alla meta", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. Il giorno prima aveva affermato che gli iraniani "vogliono disperatamente un accordo", ma che "nessuno sa con certezza chi siano i leader". Da Teheran, invece, sostengono che sia Trump ad avere bisogno di un’intesa.

La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha commentato: "Non entriamo nei dettagli delle conversazioni diplomatiche private. Il presidente Trump è stato chiaro: l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare. I negoziati proseguono per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel breve e nel lungo periodo".

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)

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Dove sono le forze armate americane in Europa


Il Pentagono ha annunciato il ritiro do 5.000 soldati dopo lo scontro tra Trump e il cancelliere Merz sulla guerra in Iran. Germania, Italia e Regno Unito ospitano i contingenti più numerosi in 31 basi permanenti.

Il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati americani dalla Germania, la prima decisione concreta presa dall'amministrazione Trump per ridurre la presenza militare statunitense in Europa. La mossa segue uno scontro pubblico tra il presidente Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran, dopo mesi di critiche di Washington al continente europeo accusato di non sostenere abbastanza gli sforzi americani contro Teheran e di non occuparsi adeguatamente della propria sicurezza.

Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (DMDC) del dipartimento della Difesa, a dicembre 2025 gli Stati Uniti avevano circa 68.000 militari in servizio attivo assegnati permanentemente alle basi europee, una cifra che non comprende le forze di rotazione inviate per missioni di addestramento ed esercitazioni. Nei primi mesi del 2025, lo European Command (EUCOM) stimava in circa 84.000 il totale dei militari americani presenti sul continente includendo le rotazioni. Durante la guerra in Ucraina il numero complessivo è oscillato tra 75.000 e 105.000 unità, dopo che nel 2022 Washington aveva inviato circa 20.000 soldati aggiuntivi nei paesi confinanti con Russia, Bielorussia e Ucraina.

Forze americane in Europa
Dove sono dislocate le truppe statunitensi in Europa
Numero di militari statunitensi presenti in ciascun paese europeo. La dimensione del cerchio è proporzionale al numero di truppe.

Fonte: Congressional Research Service · I dati riflettono il numero di militari statunitensi assegnati a ciascun paese europeo

La presenza militare americana è distribuita su 31 basi permanenti e altri 19 siti militari ai quali il dipartimento della Difesa ha accesso, secondo un rapporto del Congresso. Le strutture si concentrano soprattutto in Europa centrale. La Germania ospita il contingente più numeroso con 36.436 militari distribuiti in cinque guarnigioni. La principale base americana del continente è quella aerea di Ramstein, attiva dal 1952 e diventata negli anni un nodo cruciale per la proiezione globale delle forze americane. La guarnigione dell'esercito in Baviera, con quartier generale a Grafenwoehr, è il principale centro di addestramento.

L'Italia ospita 12.662 soldati in servizio attivo, distribuiti tra Vicenza, Aviano, Napoli e Sicilia, con divisioni dell'esercito, della marina e dell'aeronautica presenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Regno Unito conta 10.156 militari in tre basi che ospitano principalmente personale dell'aeronautica. Seguono la Spagna con 3.814 unità in basi navali e aeree vicino allo stretto di Gibilterra, la Turchia con 1.717 e il Belgio con 1.122. Polonia e Romania hanno una presenza permanente ridotta, rispettivamente 369 e 153 militari, ma ospitano consistenti contingenti rotazionali. La sola Polonia accoglie circa 10.000 soldati di rotazione finanziati attraverso la European Deterrence Initiative. L'Ungheria ha 77 militari permanenti tra le basi di Kecskemet e Papa Air Base.

Lo European Command, con quartier generale a Stoccarda insieme all'Africa Command, coordina le operazioni attraverso sei comandi che rappresentano esercito, marina, aeronautica, marines, forze speciali e la nuova Space Force. I compiti dei militari americani vanno dalla difesa avanzata all'addestramento degli alleati, fino alla gestione dell'arsenale nucleare. Nella base di Büchel in Germania sono custodite tra dieci e venti bombe nucleari B-61, mentre complessivamente in Europa si stima la presenza di circa cento bombe tattiche dislocate tra Belgio, Italia, Paesi Bassi, Germania e Turchia. Nessun paese può utilizzare queste armi senza l'autorizzazione di Washington. Membri del decimo gruppo delle forze speciali addestrano i militari ucraini in operazioni speciali, principalmente in Germania, e dal 2022 gli Stati Uniti sono stati il primo fornitore di aiuti militari a Kiev.

Basi Militari USA in Europa
La rete delle basi statunitensi nel continente europeo
Localizzazione delle basi controllate dagli Stati Uniti e dei siti che ospitano personale militare statunitense senza essere sotto controllo diretto.

Base controllata dagli Stati Uniti
Sito con presenza militare USA

Fonte: Congressional Research Service · Le basi controllate dagli USA sono operative da almeno 15 anni; gli altri siti ospitano personale militare statunitense ma non sono sotto controllo diretto americano

Il confronto con l'Asia chiarisce il peso strategico delle due aree. Secondo i dati del dipartimento della Difesa relativi al 30 giugno 2025, l'Indo-Pacific Command gestiva 131.415 militari, quasi il doppio dei 67.514 dell'European Command. Il Giappone da solo ospita 53.912 soldati, più di qualsiasi paese europeo, seguito dalle Hawaii con 45.445 e dalla Corea del Sud con 23.766. Guam ne accoglie 7.125. La concentrazione asiatica riflette la priorità strategica indicata da diversi esponenti dell'amministrazione Trump, che hanno espresso interesse a ridurre la presenza in Europa per concentrarsi sul contenimento della Cina nell'Indo-Pacifico.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in una conferenza stampa congiunta con il vice primo ministro polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, ha avvertito che la presenza militare americana non sarebbe durata "per sempre", suscitando preoccupazione tra gli alleati europei sul futuro dell'alleanza transatlantica. Il 18 febbraio Trump aveva dichiarato che il ritiro completo delle truppe dall'Europa non era una condizione per un eventuale accordo di pace in Ucraina, pur precisando che il tema non era stato discusso. I paesi europei hanno già aumentato significativamente la spesa militare per il timore di un disimpegno americano, e attualmente coprono circa il 34 per cento dei costi operativi delle basi statunitensi nel continente. Il cancelliere Merz, in una recente intervista, ha dichiarato di voler rafforzare l'Europa e raggiungere l'indipendenza dagli Stati Uniti il più rapidamente possibile.

Alcuni analisti sostengono che un ritiro americano indebolirebbe la credibilità dell'articolo 5 della NATO, che impegna i paesi membri alla difesa collettiva in caso di attacco armato a uno di essi. Resta aperta la questione di cosa accadrebbe alle armi nucleari americane dispiegate in Europa: la rimozione dell'ombrello atomico statunitense lascerebbe un vuoto significativo nell'arsenale collettivo europeo che la Russia potrebbe sfruttare.


Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania entro i prossimi sei-dodici mesi. L'annuncio è arrivato venerdì primo maggio dal Pentagono e segna un'escalation nello scontro tra Washington e Berlino sulla guerra in Iran. Il numero corrisponde a circa il 14% dei 36.000 militari statunitensi attualmente di stanza nel paese, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa aggiornati alla fine del 2025.

La decisione segue le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla gestione americana del conflitto con Teheran. Parlando lunedì a Marsberg, Merz ha sostenuto che gli americani non avevano alcuna strategia in Iran e che la leadership iraniana stava umiliando Washington. Trump ha risposto martedì su Truth Social accusando il cancelliere di non sapere di cosa stesse parlando e di pensare che l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare. Mercoledì il presidente ha annunciato che la sua amministrazione stava studiando una possibile riduzione della presenza militare in Germania, con una decisione attesa a breve.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato in un comunicato che la decisione segue una revisione approfondita della postura delle forze in Europa e tiene conto delle esigenze del teatro operativo e delle condizioni sul terreno. Secondo il Wall Street Journal, il ritiro comporterà la rimozione di una brigata dell'esercito e cancellerà il dispiegamento di un battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio, previsto per quest'anno e annunciato dall'amministrazione di Joe Biden al vertice NATO di Washington del 2024.

La Germania ospita la più grande presenza militare americana in Europa. Sul territorio tedesco si trovano i quartieri generali dello European Command e dell'Africa Command, la base aerea di Ramstein, il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense all'estero, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e Iraq e ora anche quelli del conflitto con l'Iran. Nel paese sono inoltre stazionati missili nucleari americani. Le basi tedesche hanno funzionato come snodi logistici e punti di rifornimento per l'operazione Epic Fury, nome ufficiale della campagna militare statunitense contro Teheran iniziata il 28 febbraio con attacchi congiunti americani e israeliani. Solo il Giappone supera la Germania per numero di truppe americane ospitate.

Funzionari della difesa hanno precisato che il ritiro non riguarderà il trasporto e la cura dei militari feriti al Landstuhl Regional Medical Center. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato giovedì che Berlino è preparata e sta discutendo la questione all'interno degli organismi NATO in uno spirito di fiducia, aggiungendo di aspettarsi decisioni appropriate tra alleati e partner. Funzionari tedeschi citati dal Wall Street Journal hanno specificato di non prevedere effetti significativi sulle installazioni principali di Ramstein e Stoccarda.

L'annuncio ha suscitato critiche bipartisan a Washington. Il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, membro di rilievo della commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che la mossa lascia intendere che gli impegni americani verso gli alleati dipendono dall'umore del presidente, chiedendo l'immediata sospensione di un'azione definita avventata. Il deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, ex generale dell'aviazione, ha detto che la decisione indebolisce la NATO e fa piacere alla Russia, definendola una reazione impulsiva. Bradley Bowman, studioso della Foundation for Defense of Democracies, ha sostenuto che la presenza militare americana in Germania rafforza la deterrenza contro ulteriori aggressioni del Cremlino e facilita la proiezione della potenza militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa.

Trump ha minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e Spagna. Interrogato giovedì nello Studio Ovale, ha risposto che probabilmente lo farà, accusando l'Italia di non essere stata di alcun aiuto e definendo la Spagna odiosa. Alla fine del 2025 l'Italia ospitava 12.662 soldati americani in servizio attivo e la Spagna 3.814. Il presidente ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla campagna contro l'Iran e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato da Teheran dall'inizio del conflitto.

Complessivamente, in Europa sono di stanza circa 85.000 militari americani, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo. I tagli riporterebbero la presenza statunitense ai livelli del 2022, prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal hanno spiegato che l'obiettivo non è ridistribuire le forze all'interno dell'Europa ma riallocarle verso l'emisfero occidentale e la regione indo-pacifica. Già lo scorso ottobre Washington aveva confermato la riduzione di 1.500-3.000 soldati al confine NATO con l'Ucraina, in particolare in Romania.

Non è la prima volta che Trump tenta di ridurre la presenza militare in Germania. Nel 2020, durante il primo mandato, aveva annunciato il ritiro di circa 12.000 soldati, presentato dal Pentagono come un riposizionamento strategico e dal presidente come una sanzione per le insufficienti spese militari tedesche. Il piano si era scontrato con la resistenza bipartisan al Congresso e fu poi cancellato dal presidente Joe Biden poco dopo l'insediamento nel 2021. Da allora la Germania ha aumentato la spesa per la difesa, e funzionari americani hanno elogiato Berlino per questo sforzo, in contrasto con le critiche rivolte a Madrid. Una legge del 2023 impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza l'approvazione del Congresso.


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I negoziatori americani non vanno in Ucraina, le trattative con la Russia restano congelate


Gli inviati di Trump hanno promesso più volte di andare in Ucraina ma non lo hanno mai fatto, mentre sono già stati a Mosca diverse volte. Intanto, il dossier Iran ha spostato l'attenzione di Washington.

Steve Witkoff e Jared Kushner non hanno fretta di andare a Kyiv. Gli inviati del presidente americano Donald Trump temono infatti che un nuovo coinvolgimento nei colloqui di pace sull’Ucraina finisca, ancora una volta, in un nulla di fatto. Lo riferisce il Kyiv Independent, citando fonti vicine al dossier.

Il viaggio segnerebbe la prima visita dei due inviati statunitensi in Ucraina ed è in discussione da mesi all’interno dell’Amministrazione. A Mosca, invece, Witkoff e Kushner sono già stati più volte per incontrare Vladimir Putin. "Hanno promesso molte volte di venire a Kyiv, ma finora non lo hanno mai fatto", ha detto al Kyiv Independent un alto funzionario ucraino, dando voce alla frustrazione di Kyiv per quello che viene percepito come uno squilibrio nell’impegno diplomatico.

A criticare apertamente l’approccio degli inviati è stato anche il presidente Volodymyr Zelensky. "È irrispettoso recarsi a Mosca e non a Kyiv, è semplicemente irrispettoso", ha dichiarato. Secondo una fonte vicina al dossier, la visita non avrebbe avuto solo un valore simbolico. L’obiettivo era rilanciare la diplomazia trilaterale tra Ucraina, Russia e Stati Uniti dopo settimane di stallo.

I negoziati sonoinfatti congelati da oltre due mesi. L’ultimo round di colloqui trilaterali si è tenuto prima degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, mentre un incontro successivo è stato rinviato a ridosso dell’inizio delle operazioni militari. Witkoff e Kushner avrebbero dovuto fermarsi prima a Kyiv per incontrare Zelensky e poi proseguire verso Mosca.

A frenare la missione pesano soprattutto gli altri dossier internazionali. I due inviati restano molto coinvolti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che attualmente dominano l’agenda di politica estera di Washington. Un funzionario ha spiegato che l’attenzione dell’Amministrazione si è spostata al punto che l’Ucraina non guida più la diplomazia americana. C’è poi un problema logistico. Dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, l’Ucraina tiene chiuso il proprio spazio aereo e l’unica via per arrivare a Kyiv resta il treno. "Per Witkoff è difficile muoversi così", ha detto una fonte.

Il vero ostacolo, però, resta politico. Una visita rischierebbe di mettere a nudo lo stallo invece di superarlo. Al centro dell’impasse c’è la questione territoriale: la Russia continua a chiedere il ritiro delle forze ucraine dalle aree del Donbass ancora controllate da Kyiv come precondizione per qualsiasi accordo. L’Ucraina respinge invece la richiesta e sostiene che congelare l’attuale linea del fronte sia l’unica base realistica per un cessate il fuoco.

"I russi insistono sull’intero Donbas, la nostra posizione è: troviamo una soluzione decente", ha detto un funzionario ucraino. "Per ora non è chiaro perché gli inviati di Trump dovrebbero fare tutta questa strada solo per sentirsi dire la stessa cosa". Un funzionario della Casa Bianca ha confermato al Kyiv Independent che la visita resta in discussione, ma "non è ancora stata fissata".

Lo stallo ai vertici non ha però del tutto interrotto i contatti tra Kyiv e Washington, che proseguono su più canali. Secondo un funzionario ucraino, l’Ucraina sta cercando "nuovi formati" per rilanciare il dialogo con gli Stati Uniti. "In questo momento la situazione negli Stati Uniti non è favorevole, proprio per la guerra in Iran", ha ammesso una fonte.

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Fate Prima


Il traguardo della longevità non basta: senza scelte e visione, la stabilità si traduce in paralisi e occasioni perdute

C’è una data che incombe, più simbolica che politica ma proprio per questo rivelatrice: il 22 agosto. Il giorno in cui l’attuale esecutivo può segnare il record di durata nella storia della Repubblica. Un primato che, in condizioni normali, sarebbe la certificazione di stabilità. Oggi rischia di essere, invece, la misura dell’inerzia.

Perché il punto non è quanto un governo duri. Il punto è cosa produce mentre dura.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una progressiva torsione: dai grandi annunci sulla trasformazione strutturale del Paese a una gestione sempre più difensiva, episodica, frammentata. Sui dossier economici – quelli veri, quelli che determinano crescita, produttività, capacità industriale – si è affermata una linea implicita ma chiarissima: astensione strategica.

Non decisione.

Non indirizzo.

Non riforma.

Astensione.

Una postura che ha finito per lasciare campo libero a dinamiche spontanee – spesso guidate da attori privati o da vincoli esterni – senza una regia pubblica coerente. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque abbia dimestichezza con i numeri e con i processi: nessuna vera politica industriale, nessuna architettura finanziaria nuova, nessuna riforma sistemica della spesa.

Solo gestione.

E allora, se il problema è il record, diamoglielo subito.

Ad honorem.

Senza aspettare il 22 agosto.

Prendiamoci il simbolo e liberiamo il tempo.

Perché è il tempo, oggi, la risorsa scarsa. Non la legittimazione politica, non la tenuta parlamentare: il tempo per affrontare quella che non è più una fase ciclica, ma una vera e propria economia di ricostruzione.

Ricostruzione di cosa?

- della base produttiva, compressa tra costo del capitale e stagnazione della domanda;

- della finanza pubblica, ormai interamente incardinata su vincoli europei e margini ridotti;

- della funzione redistributiva, che non può più essere sostenuta solo dal bilancio statale;

- del rapporto tra istituzioni e corpi intermedi, sempre più svuotato di contenuto operativo.

In questo quadro, l’astensione non è neutra.

È una scelta.

Ed è una scelta che costa.

Costa in termini di crescita mancata.

Costa in termini di posizionamento internazionale.

Costa, soprattutto, in termini di opportunità perdute.

Certo, c’è anche un dividendo, se vogliamo usare il linguaggio economico: con meno iniziativa normativa, ci si risparmia qualche decreto sicurezza, qualche nuova fattispecie penale, qualche irrigidimento regolatorio. Ma è un risparmio apparente, quasi contabile, che non compensa la perdita di direzione.

Perché un Paese non si governa per sottrazione.

Si governa scegliendo.

E oggi la scelta non è tra stabilità e instabilità.

È tra immobilismo e ricostruzione.

Se la linea resta quella dell’astensione, allora tanto vale prenderne atto fino in fondo. Formalizzarla. Dichiararla. E trarne le conseguenze politiche.

“Fate prima”, appunto.

Prima a riconoscere che il ciclo si è esaurito.

Prima a restituire al sistema la possibilità di ridefinire una direzione.

Prima a evitare che il record diventi un alibi.

Perché i record, in politica, hanno senso solo se coincidono con una traiettoria.

Altrimenti restano numeri.

E i numeri, quando non raccontano crescita, raccontano solo tempo che passa.

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Gli americani vogliono più spesa sociale e meno fondi all'esercito


I cittadini bocciano i tagli all'istruzione e alla sanità proposti dal Congresso, mentre il debito federale supera il 100% del Pil per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale

Gli elettori americani si oppongono ai tagli alla spesa sociale e all'aumento del bilancio del Pentagono che il Congresso a maggioranza repubblicana sta valutando, secondo una serie di sondaggi pubblicati nelle ultime settimane. La rilevazione di RMG Research/Napolitan News Service condotta tra il 27 e il 28 aprile 2026 mostra che il 62% degli intervistati si oppone ai tagli al Dipartimento dell'Istruzione, contro il 32% favorevole, uno scarto di 30 punti percentuali. Ancora più netto il giudizio sui tagli alla Transportation Security Administration, l'agenzia che si occupa della sicurezza nei trasporti, respinti con un margine di 36 punti, 63% contro 27%. Sulla proposta democratica di ridurre i fondi all'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale per l'immigrazione, gli elettori si dividono in modo più netto: il 51% è favorevole al taglio, il 44% contrario.

Il dibattito arriva in un momento delicato per il bilancio federale. Il presidente Trump ha firmato il 30 aprile 2026 una legge che pone fine allo shutdown del Dipartimento di Sicurezza Interna e finanzia l'agenzia per l'immigrazione. Il Congresso sta inoltre discutendo un significativo aumento della spesa militare e tagli consistenti all'Environmental Protection Agency, l'agenzia per la protezione ambientale.

Sull'aumento dei fondi al Pentagono, i parlamentari sembrano andare in direzione opposta rispetto all'opinione pubblica. Un sondaggio Verasight/The Argument condotto tra il 20 e il 23 aprile 2026 mostra che la spesa militare è di gran lunga la categoria su cui gli americani ritengono che il governo spenda troppo. Per finanziare l'aumento delle spese militari, i repubblicani starebbero valutando ulteriori tagli alla sanità, già ridotta in modo significativo nella legge di bilancio dello scorso anno, ufficialmente denominata One Big Beautiful Bill Act. I leader repubblicani sostengono che questi tagli colpiranno solo sprechi e frodi, mentre gli oppositori replicano che le frodi non sono diffuse e che i tagli danneggeranno gli americani, in particolare i beneficiari di Medicaid, il programma sanitario per le famiglie a basso reddito.

Sondaggio Verasight
Solo per la spesa militare gli americani pensano che il governo spenda troppo
Percentuale di americani che ritiene che il governo federale spenda troppo, nella giusta misura o troppo poco per ciascuna categoria

Troppo poco
Giusto
Troppo

Sanità

67%
24%
10%

Social Security

65%
30%
5%

Istruzione

61%
29%
10%

Sussidi a basso reddito (SNAP)

50%
30%
20%

Sussidi di disoccupazione

42%
44%
13%

Spesa militare

24%
36%
40%

Fonte: Verasight / The Argument · Sondaggio condotto dal 20 al 23 aprile 2026 · Le percentuali non sommano sempre a 100 per arrotondamenti

Sulla percezione degli sprechi, i dati sono ambigui. Nel sondaggio RMG Research/Napolitan News, il 21% degli elettori ritiene che la maggior parte della spesa federale sia spreco e frode, mentre un altro 44% dice che ne è coinvolta una buona parte. Il 24% pensa che lo spreco riguardi solo una parte della spesa e appena il 5% lo considera marginale. Su questo terreno i repubblicani potrebbero riuscire a presentare i tagli come semplice eliminazione di sprechi. Il 67% degli elettori intervistati da Verasight/The Argument ritiene però che il governo spenda troppo poco per la sanità. Un sondaggio di Data for Progress condotto tra il 3 e il 6 aprile 2026 mostra inoltre che le specifiche misure proposte per ridurre la spesa di Medicaid sono tutte respinte con margini superiori ai 30 punti percentuali.

In generale, gli americani danno la priorità ai programmi che li riguardano direttamente. Il sondaggio YouGov/The Economist del 24-27 aprile 2026 indica che gli aumenti più richiesti riguardano programmi di sostegno diretto come Social Security, Medicare e Medicaid, oltre alla spesa per i veterani e all'istruzione.

Sondaggio YouGov
Gli americani vogliono più fondi per i programmi che aiutano direttamente i cittadini
Percentuale di americani che ritiene che il governo federale dovrebbe aumentare, ridurre o mantenere invariata la spesa per ciascuna categoria

Aumentare
Mantenere uguale
Ridurre

Veterani

73%
19%
3%

Social Security

70%
19%
4%

Medicare

67%
21%
7%

Istruzione

64%
19%
11%

Medicaid

58%
23%
13%

Ambiente

55%
22%
17%

SNAP (food stamps)

48%
24%
20%

Difesa nazionale

38%
31%
23%

TSA (sicurezza trasporti)

37%
39%
12%

ICE (immigrazione)

30%
21%
43%

Aiuti esteri

21%
24%
47%

Fonte: YouGov / The Economist · Sondaggio condotto dal 24 al 27 aprile 2026 su 1.836 adulti · Le percentuali non sommano sempre a 100 per arrotondamenti e per la quota di indecisi

Il quadro è complicato dalla situazione dei conti pubblici. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, il debito federale degli Stati Uniti supera il 100% del Pil. Un sondaggio condotto da Global Strategy Group e North Star Opinion Research per la Peter G. Peterson Foundation rileva che l'88% degli elettori è preoccupato per l'impatto del debito sui tassi di interesse e il 92% per l'impatto sull'inflazione. L'83% afferma che la presenza di un piano per affrontare il debito influenzerà il proprio voto nel 2026. Il 66% pensa che il debito peggiorerà nei prossimi anni, contro un 28% che si aspetta un miglioramento.

Questi numeri vanno letti con cautela. Le domande sui timori legati a inflazione e tassi di interesse erano precedute nel sondaggio da una premessa che spiegava come gli economisti, da tutto lo spettro ideologico, concordino sul fatto che il debito crescente possa aumentare inflazione e tassi, rendendo più costosi beni, servizi e trasporti. Predisposti a credere che il debito incida su questi indicatori, gli intervistati hanno fornito le risposte attese.

La spesa pubblica raramente compare ai primi posti tra le priorità degli americani. Nei sondaggi YouGov/The Economist degli ultimi anni, la voce taxes and government spending non ha mai superato il 10% delle risposte come questione più importante, una quota analoga a quella di chi indica la sicurezza nazionale e la politica estera. A dominare le preoccupazioni sono stati l'inflazione e i prezzi, anche se diritti civili e libertà civili hanno avuto un momento di rilievo nell'estate e nell'autunno del 2025.

La Peter G. Peterson Foundation, organizzazione no profit che promuove la riduzione del debito federale, conduce sondaggi mensili dalla fine del 2012. In quelle rilevazioni una media del 29% degli intervistati si aspetta un miglioramento del debito, mentre il 61% prevede un peggioramento, dati non lontani dal 28-66 dell'ultimo sondaggio. Una sola variabile ha mosso in modo significativo l'opinione pubblica su questo punto in oltre un decennio: l'elezione di Donald Trump. Dopo le vittorie del 2016 e del 2024, i sondaggi hanno mostrato per breve tempo gli elettori divisi quasi a metà, prima di tornare al consueto pessimismo. Trump ha però aumentato il deficit in modo marcato in entrambi i mandati.

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Box Box, race in the USA


Tra show e business, il legame tra F1 e Stati Uniti attraversa piste estreme, successi leggendari e contraddizioni mai risolte

La formula 1 sbarca a Miami nel gran premio più kitsch della stagione
Il rapporto tra gli States e il circus è sempre stato particolare
Amore ma con un filo di distacco e con un occhio perenne a incassi e audience
Indianapolis è stata spesso parte del mondiale ma mai veramente nel DNA della formula 1
Schumacher ci ha dominato 5 volte tra il 2000 e il 2007

Poi ci sono stati circuiti imprevedibili e a volte impresentabili
Ripercorriamo qualche passaggio incredibile del rapporto Usa - F1

Watkins Glen


Dal 61 al 80 teatro spesso finale del mondiale
Circuito permanente nel nord est americano flagellato dal gelo e dal maltempo
Circuito veloce tecnico e pericoloso. Ha visto grandi vincitori vedi Hill , Stewart, Peterson, Hunt , Lauda e Villeneuve.

Long Beach


Teatro dal 76 al 83 del Gp Usa West in California
Circuito con saliscendi, tombini , dossi e muretti scenario di gran premi esaltanti in condizioni minime di sicurezza ma entusiasmanti per sorpassi e coraggio
Strepitose vittorie per Regazzoni , Villeneuve Piquet, Lauda e Watson.

DETROIT PHOENIX DALLAS LAS VEGAS


Circuiti irreali per layout e pericolosità
Eppure alcune corse restano leggendarie
Senna che trionfa a Detroit con la Lotus tra tombini e marciapiedi, Rosberg padre che trionfa a Dallas col asfalto sgretolato per il caldo e Mansell che sviene spingendo la sua macchina, Alesi che si inventa sorpassi da brivido a Phoenix in un duello epico contro Ayrton e il leggendario quanto improbabile parcheggio del Cesar's Palace a Las Vegas nel 81 e 82 adibito a circuito con curve solo a sinistra

Oggi negli States si corre oltre a Miami anche ad Austin in un circuito bellissimo e impegnativo e a Las Vegas in un impianto rinnovato e velocissimo

Formula 1 a stelle e strisce
Un amore sempre complicato ma ancora con tante pagine da scrivere

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Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli


La compagnia aerea low-cost ha annunciato la cessazione immediata delle operazioni dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio. Quasi 17.000 dipendenti coinvolti e migliaia di passeggeri bloccati senza possibilità di rimborso per le spese extra sostenute.

Spirit Airlines ha annunciato questa mattina la chiusura definitiva delle operazioni con effetto immediato. La compagnia aerea low-cost ha cancellato tutti i voli e avviato quella che ha definito una “cessazione ordinata” delle attività, mettendo fine a 34 anni di presenza nell’aviazione americana. La decisione coinvolge migliaia di voli già programmati e circa 17.000 dipendenti.

“A tutti i nostri clienti: tutti i voli sono stati cancellati e il servizio clienti non è più disponibile”, ha comunicato la compagnia in una nota ufficiale. Spirit ha aggiunto di essere “orgogliosa dell’impatto del nostro modello ultra-low-cost sull’industria negli ultimi 34 anni” e di aver sperato di poter servire i propri clienti ancora a lungo. Al momento dell’entrata in vigore della chiusura, nessun aereo Spirit era in volo.

La decisione arriva dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio finanziario che avrebbe dovuto consentire alla compagnia di uscire dal secondo fallimento in meno di un anno. I piani di rilancio sono stati però compromessi dall’aumento dei costi del carburante per aerei, legato allo scoppio della guerra con l’Iran. “Nonostante gli sforzi della compagnia, il recente aumento significativo dei prezzi del petrolio e altre pressioni sul business hanno inciso in modo rilevante sulle prospettive finanziarie di Spirit”, ha spiegato l’azienda. “In assenza di nuovi finanziamenti disponibili, Spirit non ha avuto altra scelta se non avviare questa cessazione”.

Il mese scorso Spirit aveva chiesto assistenza finanziaria alla Casa Bianca e, in un primo momento, il presidente Donald Trump era sembrato disponibile a valutare un intervento. Ma venerdì sono emerse indiscrezioni sull’imminenza della chiusura, dopo l’interruzione delle trattative tra l’azienda, i detentori delle obbligazioni e l’Amministrazione Trump. “Mantenere in vita il business richiedeva centinaia di milioni di dollari di liquidità aggiuntiva che Spirit semplicemente non ha e non era più in grado di procurarsi”, ha dichiarato Dave Davis, presidente e amministratore delegato della compagnia. “È tremendamente deludente e non è il risultato che nessuno di noi voleva”.

L’impatto immediato della chiusura ricade sui passeggeri che avevano prenotato un volo, compresi quelli già in viaggio e in attesa del rientro. Sul sito dedicato alla chiusura, Spirit ha invitato i clienti a non recarsi in aeroporto e li ha indirizzati a una pagina per verificare lo stato dei rimborsi e i passaggi successivi. La compagnia ha precisato che i rimborsi saranno processati automaticamente per i voli acquistati direttamente con carta di credito o di debito, mentre chi ha prenotato tramite agenzie di viaggio dovrà rivolgersi all’intermediario utilizzato.

Resta però un nodo critico per molti viaggiatori: Spirit non rimborserà i costi sostenuti a causa delle cancellazioni, come pernottamenti d’emergenza o altre spese impreviste, salvo eventuali coperture previste dalle polizze assicurative di viaggio. Una clausola che potrebbe lasciare molti passeggeri esposti a costi significativi.

Spirit Airlines aveva vissuto il suo periodo di massimo successo a metà degli anni 2010, quando aveva aperto 28 nuove rotte in meno di un anno ed era arrivata a una valutazione fino a 6 miliardi di dollari. La compagnia aveva attirato i passeggeri con le sue tariffe “bare fare”, un modello in cui il prezzo base del biglietto veniva mantenuto molto basso, mentre quasi tutto il resto, dalle bevande ai bagagli a mano da sistemare nelle cappelliere, prevedeva un costo aggiuntivo. Pur trasportando solo una quota limitata dei passeggeri americani, Spirit era stata per un periodo tra le compagnie più redditizie del settore negli Stati Uniti.

Da tempo al centro di voci su possibili acquisizioni, in un comparto abituato a fusioni e consolidamenti, Spirit aveva tentato di vendersi a JetBlue nel 2022, dopo le difficoltà incontrate nel ritrovare stabilità finanziaria dopo la pandemia. Se l’accordo fosse andato in porto, avrebbe dato vita alla quinta compagnia aerea più grande del Paese. I funzionari del Dipartimento di Giustizia, durante l’Amministrazione Biden, avevano però sostenuto che l’operazione avrebbe violato le norme antitrust federali. Nel 2024 un giudice aveva accolto questa posizione, bloccando la fusione.

Pochi mesi dopo, Spirit aveva presentato per la prima volta istanza di protezione fallimentare per far fronte ai propri obblighi di debito, diventando la prima grande compagnia aerea americana a ricorrere al Chapter 11 dal 2011. Un giudice aveva approvato un piano di riorganizzazione all’inizio del 2025, ma la società era stata costretta a presentare una nuova istanza ad agosto, a causa della debolezza della domanda tra i viaggiatori a basso costo e del forte aumento dei costi. A dicembre erano emerse discussioni su una possibile fusione con Frontier Airlines, ma anche quel negoziato non aveva prodotto risultati.

Le origini di Spirit risalgono a una società di autotrasporti del Michigan fondata negli anni Sessanta, mentre le operazioni aeree erano iniziate negli anni Ottanta. Nel 1999 l’azienda aveva trasferito la propria sede nell’area di Fort Lauderdale, in Florida, dove è rimasta fino alla chiusura. Alla fine del 2025 impiegava circa 17.000 persone.

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Il Pentagono firma accordi con le big tech per l'intelligenza artificiale, Anthropic resta esclusa


Il Dipartimento della Difesa ha annunciato di aver siglato intese con SpaceX, OpenAI, Google, Amazon, Microsoft, Nvidia e Reflection AI basate sullo standard di "qualsiasi uso lecito" rifiutato da Anthropic.

Il Pentagono ha annunciato venerdì accordi con 7 grandi aziende tecnologiche statunitensi per portare i loro modelli di intelligenza artificiale sulle reti classificate del Dipartimento della Difesa. L’intesa isola Anthropic, che ha rifiutato lo standard di "qualsiasi uso lecito" accettato dalle altre società. Gli accordi, anticipati per primi da Bloomberg, coinvolgono SpaceX di Elon Musk, OpenAI, Google, Amazon Web Services, Microsoft, Nvidia e la start-up Reflection AI. Fino a poco tempo fa, Anthropic era l’unico modello di intelligenza artificiale disponibile sui mercati classificati.

"Questi accordi accelerano la trasformazione delle Forze Armate degli Stati Uniti in una forza da combattimento che mette al primo posto l’intelligenza artificiale", ha dichiarato il Pentagono in una nota. Donald Trump ha ordinato al governo di interrompere i rapporti con Anthropic, ma per ora la tecnologia dell’azienda resta sulle reti classificate e gli analisti dell’intelligence continuano a usarla. Il Pentagono vorrebbe passare rapidamente a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google, ma la transizione ha incontrato difficoltà tecniche. I funzionari della Difesa sperano che le nuove intese spingano Anthropic ad accettare lo standard richiesto.

Un funzionario del Pentagono ha spiegato che i nuovi accordi serviranno a evitare il vendor lock-in, cioè la dipendenza da un singolo fornitore. Il Pentagono punta a uno standard unico per tutte le aziende e non vuole concedere garanzie contrattuali sull’uso dei modelli. Nella nota non ha però specificato a cosa serviranno i nuovi strumenti, limitandosi a dire che aiuteranno i militari a decidere più in fretta e meglio.

Intanto, Anthropic e il Dipartimento della Difesa si stanno scontrando anche in un tribunale federale. Il Pentagono ha classificato l’azienda come un rischio per la catena di fornitura, una mossa inedita per contestare il modo in cui un’impresa privata sviluppa i propri prodotti. Alla Casa Bianca, però, la potenza dell’ultimo modello di Anthropic, Mythos, ha colpito e preoccupato i funzionari, che ora spingono per un compromesso. L’obiettivo è chiudere lo scontro o, almeno, permettere ad altre agenzie federali di lavorare con l’azienda.

Il nodo riguarda due possibili impieghi del modello Claude: il pilotaggio di droni autonomi e la sorveglianza interna. Il Pentagono sostiene di non voler usare il modello per nessuna delle due finalità, ma con Anthropic non è stato trovato un accordo su come formularlo nel contratto, né se sia davvero necessario farlo.

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Addio ad Alex Zanardi, campione di coraggio e simbolo di rinascita


Si spegne a 59 anni l’ex pilota di Formula 1 e leggenda paralimpica. Una vita vissuta sempre oltre il limite, trasformando ogni caduta in una nuova sfida vinta

Il mondo dello sport piange Alex Zanardi. L’ex pilota di Formula 1 e simbolo universale del paralimpismo è morto all’età di 59 anni. Ad annunciarlo è stata la famiglia, mettendo fine a sei anni di lotta durissima iniziata dopo il drammatico incidente del 2020, quando rimase gravemente ferito in uno scontro con un camion durante una manifestazione benefica in handbike sulle strade del Senese.

Nato a Bologna, Zanardi aveva già sfidato il destino nel 2001, quando un terribile incidente sul circuito tedesco del Lausitzring gli costò l’amputazione di entrambe le gambe. Una tragedia che per molti avrebbe significato la fine. Per lui fu invece l’inizio di una seconda vita straordinaria. Con una forza d’animo fuori dal comune seppe reinventarsi, diventando uno dei più grandi campioni del paraciclismo mondiale e conquistando quattro medaglie d’oro e due d’argento tra le Paralimpiadi di Londra 2012 e Rio 2016.

La sua esistenza è stata un manifesto di rinascita. Sempre sorridente, determinato, capace di trasformare il dolore in energia positiva, Zanardi è diventato negli anni un esempio che ha travalicato i confini dello sport. Non solo atleta, ma uomo capace di insegnare che ogni ostacolo può essere affrontato con dignità e coraggio.

Se ne va in una data simbolica per il motorsport, lo stesso giorno in cui 32 anni fa moriva Ayrton Senna. Lascia un’eredità immensa fatta di valori, umanità e speranza. Alex Zanardi non è stato soltanto un campione: è stato la dimostrazione vivente che la forza più grande è quella di rialzarsi.

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)
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Trump inasprisce le sanzioni contro Cuba e minaccia un'azione militare


Il presidente firma un decreto che colpisce energia, difesa e finanza dell'isola. L'Avana parla di "punizione collettiva". Esperti vedono un avvertimento a Russia e Cina.

Donald Trump ha firmato un decreto che inasprisce in modo significativo le sanzioni statunitensi contro Cuba, colpendo persone ed entità attive nei settori dell'energia, della difesa, dei metalli, dell'attività mineraria, dei servizi finanziari e della sicurezza dell'isola. Il provvedimento, annunciato venerdì 1 maggio, estende le sanzioni anche ai funzionari cubani accusati di gravi violazioni dei diritti umani o di corruzione e minaccia di tagliare l'accesso ai mercati americani delle banche straniere che continuano a lavorare con il governo dell'Avana.

Il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha definito le nuove misure una forma di "punizione collettiva" contro la popolazione, denunciandole su X come provvedimenti unilaterali, illegali e abusivi. Il presidente Miguel Diaz-Canel le ha bollate come misure coercitive volte a intimidire Cuba. Il giorno prima Diaz-Canel aveva chiamato i cubani a mobilitarsi contro quello che ha definito un blocco genocida e contro le minacce imperiali degli Stati Uniti.

Il decreto è arrivato in concomitanza con le celebrazioni del 1 maggio all'Avana, dove una grande manifestazione ha sfilato davanti all'ambasciata americana sotto lo slogan "difendere la patria". In testa al corteo ci sono stati il presidente Diaz-Canel e l'ex leader rivoluzionario Raúl Castro, che si appresta a compiere 95 anni e ha fatto una rara apparizione pubblica.

Nella stessa giornata, parlando in Florida, Trump ha rilanciato l'ipotesi di un'azione militare contro l'isola. Il presidente ha detto che, una volta concluse le operazioni in Iran, la portaerei USS Abraham Lincoln potrebbe avvicinarsi a un centinaio di metri dalla costa cubana per ottenere la resa dell'isola. Già nelle settimane precedenti Trump aveva ipotizzato di "prendere" Cuba in qualche forma, sostenendo di poter fare quello che vuole con il paese vicino.

Le nuove sanzioni si inseriscono in una strategia di pressione che dura da mesi. A gennaio l'amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, autorizzando l'arrivo di una sola petroliera russa da allora. Trump ha minacciato dazi pesanti sui paesi che vendono petrolio a Cuba, contribuendo a paralizzare il settore energetico dell'isola. Le carenze di carburante hanno provocato blackout prolungati, in alcune zone fino a venti ore al giorno, e a marzo la rete elettrica è collassata lasciando senza energia i dieci milioni di abitanti del paese. Anche il turismo, una delle principali fonti di valuta, è crollato per la riduzione dei voli.

Secondo Jeremy Paner, ex investigatore dell'ufficio per il controllo dei beni esteri del dipartimento del Tesoro statunitense e oggi avvocato presso lo studio Hughes Hubbard + Reed, il provvedimento è il più rilevante per le aziende non americane dall'inizio dell'embargo decenni fa. Paner ha spiegato al Guardian che le società petrolifere, minerarie e bancarie che avevano tenuto separate le proprie attività cubane da quelle statunitensi non sono più protette.

Andy Gómez, docente di studi cubani all'Università di Miami, ha dichiarato a CBS Miami che il decreto contiene un messaggio nascosto rivolto a paesi come Russia e Cina, invitati a tenersi a distanza dall'isola. Sempre secondo Gómez, la presenza di Raúl Castro alla parata del 1 maggio è un tentativo calcolato di proiettare forza e di mostrare che, a 95 anni, è ancora lui a tirare le fila. L'esperto ha aggiunto che le sanzioni includono anche un avvertimento implicito sul fronte migratorio: l'amministrazione sta segnalando ai vertici cubani che un'ondata migratoria di massa verso gli Stati Uniti non sarà tollerata.

Il deputato repubblicano della Florida Carlos Giménez ha sostenuto le nuove misure, definendole necessarie per colpire l'apparato di sicurezza che, secondo lui, imprigiona i prigionieri politici e opprime il popolo cubano. Giménez ha avvertito che chiunque sostenga il regime andrà incontro a conseguenze serie.

L'inasprimento arriva nonostante alcuni segnali di apertura diplomatica. Funzionari americani di alto livello hanno visitato l'isola per colloqui il 10 aprile e in quell'occasione un rappresentante statunitense ha incontrato anche Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote di Raúl Castro. Il New York Times ha riferito a marzo, citando quattro persone informate, che la rimozione di Diaz-Canel dalla presidenza è un obiettivo chiave per Washington nei negoziati bilaterali, anche se gli americani avrebbero lasciato ai cubani il compito di decidere i passi successivi. L'Avana ha tradizionalmente respinto qualunque ingerenza nei propri affari interni e considera invalicabile la difesa del proprio sistema politico.

Gli Stati Uniti chiedono da tempo a Cuba di aprire l'economia statale, di pagare un risarcimento per le proprietà espropriate dal governo di Fidel Castro e di tenere elezioni libere. Per cercare di alleggerire la pressione, a marzo il vice primo ministro e ministro del Commercio estero Oscar Perez-Oliva ha annunciato che gli esiliati cubani potranno investire e possedere imprese sull'isola, aprendo a una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi e con i cubani residenti negli Stati Uniti.

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Alabama e Tennessee verso il ridisegno dei collegi


Dopo la sentenza che indebolisce il Voting Rights Act, i governatori repubblicani convocano sessioni straordinarie per ottenere fino a cinque nuovi seggi alla Camera, mettendo a rischio la carriera di diversi deputati neri democratici.
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Alabama e Tennessee si preparano a ridisegnare i propri collegi elettorali per la Camera dei rappresentanti, dopo la decisione della Corte Suprema che indebolisce il Voting Rights Act, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze. I governatori repubblicani stanno tentando di sfruttare il nuovo quadro giuridico per allargare la maggioranza del partito al Congresso, in un'operazione di gerrymandering senza precedenti nella storia recente.

Venerdì la governatrice dell'Alabama Kay Ivey e il governatore del Tennessee Bill Lee, entrambi repubblicani, hanno convocato sessioni straordinarie delle rispettive legislature con l'obiettivo di ottenere nuovi seggi sicuri per il partito. La mossa segue l'annuncio del governatore della Louisiana Jeff Landry, anch'egli repubblicano, che giovedì aveva sospeso le primarie per la Camera previste nel suo stato il 16 maggio, in modo da consentire il ridisegno della mappa elettorale.

L'insieme di queste iniziative potrebbe garantire ai repubblicani un vantaggio in un numero compreso tra tre e cinque nuovi seggi: uno in Tennessee, uno o due in Alabama e altrettanti in Louisiana. Il calcolo politico ha particolare rilievo in una fase non favorevole al partito, con i sondaggi che indicano una popolarità in calo per il presidente Donald Trump.

La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana
Decisione 6 a 3 firmata da Alito restringe la sezione 2 della legge del 1965. A rischio una dozzina di seggi a maggioranza nera o ispanica nel Sud, con vantaggio per i repubblicani.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


In una nota che annuncia la sessione straordinaria, in apertura martedì, Lee ha sostenuto di voler garantire che i collegi del Tennessee riflettano accuratamente la volontà degli elettori dello stato.

Il percorso in Alabama appare però più incerto e dipende da una decisione d'urgenza della Corte Suprema. Lo stato è infatti vincolato da un ordine giudiziario che impone di mantenere la mappa attuale fino al censimento del 2030. Ivey punta a ottenere l'annullamento di quel vincolo alla luce della nuova pronuncia che limita una parte cruciale del Voting Rights Act.

Il procuratore generale dell'Alabama Steve Marshall, repubblicano, ha presentato giovedì istanze d'urgenza per chiedere alla Corte di rimuovere le ingiunzioni che impediscono allo stato di utilizzare la mappa congressuale approvata dalla legislatura nel 2023. Quella mappa avrebbe garantito ai repubblicani un vantaggio in sei dei sette seggi alla Camera assegnati allo stato, ma era stata bloccata dalla stessa Corte Suprema perché diluiva il peso elettorale dei residenti neri, che rappresentano oltre un quarto della popolazione dell'Alabama. Non è ancora chiaro quando i giudici si pronunceranno sulle nuove istanze.

Ivey ha spiegato di aver convocato la legislatura per l'inizio della prossima settimana proprio per essere pronta nel caso in cui i tribunali consentissero l'uso delle mappe precedentemente disegnate per il Congresso e per il Senato statale già in questo ciclo elettorale.

Fino alla sentenza di questa settimana, il Voting Rights Act aveva obbligato molti stati a preservare i collegi a maggioranza di minoranza, distretti spesso rappresentati da deputati democratici. La nuova interpretazione della legge da parte della Corte consente agli stati a guida repubblicana di eliminare molti di quei collegi, mettendo a rischio la carriera di numerosi parlamentari neri, sia in occasione delle elezioni di metà mandato del 2026 sia nel 2028.

I tempi stringono. Per modificare le mappe in vista del voto di novembre, i leader repubblicani devono muoversi rapidamente, dato che molti stati hanno già tenuto le primarie o le hanno avviate. In Louisiana alcuni oppositori hanno presentato ricorso per bloccare il rinvio delle primarie e mantenere i collegi attuali in questo ciclo elettorale.

Non tutti gli stati a guida repubblicana hanno scelto la stessa strada. Il governatore della Georgia Brian Kemp ha annunciato venerdì che attenderà il ciclo elettorale del 2028 prima di intervenire. In South Carolina i repubblicani appaiono divisi sull'opportunità di convocare una sessione straordinaria per ridisegnare il collegio del deputato James E. Clyburn, unico democratico dello stato alla Camera. A poco più di un mese dalle primarie locali, alcuni esponenti del partito sostengono la necessità di intervenire subito, mentre i leader repubblicani in parlamento, citati dal quotidiano The State, considerano improbabile una riscrittura delle mappe quest'anno. Il governatore Henry McMaster, in una dichiarazione diffusa venerdì, ha affermato che sarebbe opportuno che l'assemblea generale verificasse la conformità della mappa congressuale del South Carolina alla legge federale e alla Costituzione degli Stati Uniti.


La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana


La Corte Suprema americana ha annullato mercoledì la mappa elettorale della Louisiana che prevedeva due distretti a maggioranza nera, indebolendo in modo significativo il Voting Rights Act, la legge del 1965 considerata uno dei pilastri dell'era dei diritti civili. La decisione, presa con sei voti contro tre, restringe l'applicazione dello strumento principale che minoranze etniche e gruppi per i diritti di voto hanno usato per decenni per contestare le mappe elettorali ritenute discriminatorie.

L'opinione di maggioranza è stata scritta dal giudice Samuel Alito. Hanno scritto un'opinione dissenziente le tre giudici progressiste Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson. Kagan ha letto un riassunto del suo dissenso dal banco, una mossa rara che segnala un forte disaccordo con la decisione presa dai colleghi conservatori.
Louisiana v. Callais: la Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act

Corte Suprema · Diritto al Voto

La Corte Suprema svuota di significato il Voting Rights Act


Louisiana v. Callais — sentenza del 29 aprile 2026

6–3
La maggioranza conservatrice annulla la mappa elettorale della Louisiana con due distretti a maggioranza afroamericana e alza l'asticella per ogni futura causa contro la sezione 2 della legge sul diritto al voto del 1965.

Sentenza Erosione Effetti Reazioni

Composizione del verdetto

Maggioranza
6
Alito (autore), Roberts, Thomas, Gorsuch, Kavanaugh, Barrett

Contrari
3
Kagan, Sotomayor, Jackson


Gli Stati violano la sezione 2 solo quando le prove sostengono una forte intento di discriminazione fondata sull'etnia.
MaggioranzaSamuel Alito


La maggioranza ha eviscerato la sezione 2, riducendo la legge a lettera morta.
DissensoElena Kagan

Il caso Louisiana

D1
Bianca

D2
Afroam.

D3
Bianca

D4
Bianca

D5
Bianca

D6
Afroam.

Maggioranza afroamericana
Maggioranza bianca

La mappa del 2024, ora annullata. Gli afroamericani rappresentano circa un terzo del totale dei residenti dello Stato.

Sessant'anni di Voting Rights Act

1965
Approvazione

Il Congresso vieta la discriminazione elettorale delle minoranze etniche
Sotto Lyndon Johnson cadono i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto. La sezione 2 vieta mappe che diluiscono il peso del voto delle minoranze.

A pieno regime

2013
Shelby County

Cade la Sezione 5
La Corte Suprema annulla l'obbligo per gli Stati che hanno avuto una storia di discriminazione contro le minoranze di sottoporre i cambiamenti alla legge elettorale dinanzi al governo federale o a un giudice.

Indebolita

2023
Allen v. Milligan

L'ultima conferma
A sorpresa la Corte Suprema conferma la sezione 2 e blocca una mappa elettorale dell'Alabama. Kavanaugh, però, scrive che il ricorso a "ridisegnamenti di distretti elettorali basati sull'etnia" non può durare "all'infinito".

Sotto pressione

2026
Louisiana v. Callais

La Sezione 2 perde mordente
La Corte non dichiara incostituzionale la Sezione 2, ma richiede la prova di un'intenzione discriminatoria esplicita. Il vantaggio politico di partito basta così a salvare la mappa.

Svuotata di significato

L'impatto futuro sul Congresso

Fino a 19
Seggi che potrebbero essere ridisegnati a favore dei repubblicani.Stima Brookings

218–213
L'attuale, fragile maggioranza repubblicana alla Camera, con 4 seggi vacanti.Gennaio 2026

Stati pronti a ridisegnare le proprie mappe

1
Louisiana

Sentenza

Lo Stato che ha intentato la causa. Le primarie sono fissate per il 16 maggio, con il voto anticipato già aperto. Il distretto del deputato afroamericano Cleo Fields è ora a rischio.

2
Florida

+4 seggi

La Camera statale ha approvato oggi il nuovo piano proposto dal governatore Ron DeSantis con 83 voti contro 28. Il governatore punta a smantellare i distretti a maggioranza democratica nel sud dello Stato.

3
Mississippi

Sessione speciale

Il governatore Tate Reeves ha già annunciato una sessione del parlamento statale 21 giorni dopo la sentenza, per riscrivere la mappa che era stata già giudicata in violazione della Sezione 2.

4
South Carolina

Pronto

Il partito repubblicano statale ipotizza di modificare le mappe per eliminare il distretto del deputato democratico Jim Clyburn, unico afroamericano alla Camera eletto in South Carolina.

5
Tennessee

Possibile

Tra gli Stati a controllo repubblicano che sono teoricamente ancora in tempo per ridisegnare le mappe prima del voto di novembre.

6
Missouri

Possibile

Già protagonista del primo round di ridisegno delle mappe nel 2025. Una nuova mappa potrebbe ulteriormente consolidare la maggioranza repubblicana.

La cornice politica

6
Stati che hanno già ridisegnato le mappe nel 2025-26: Texas, Ohio, Missouri, North Carolina, California e Virginia.

Nov 2026
Le elezioni di midterm, dove si deciderà il controllo della Camera per i prossimi due anni.

Le reazioni sulla sentenza

Approvazione Casa Bianca
Amministrazione Trump
Una vittoria completa e totale.

Approvazione Stato della Louisiana
Liz Murrill, Procuratrice Generale
Una decisione sismica che riafferma l'eguale protezione della legge.

Critica Diritti civili
Derrick Johnson, presidente NAACP
Un colpo devastante. Una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità.

Critica Diritto elettorale
Richard Hasen, UCLA
È difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act, riducendolo a uno strumento potenzialmente senza mordente.

Critica Congresso
Troy Carter, deputato democratico (Lousiana)
Un colpo devastante alla promessa di rappresentanza paritaria nella nostra democrazia.

Elaborazione FocusAmerica su fonti:Corte Suprema USA, New York Times, ABC News, NBC News, Brookings, Issue One · 29 aprile 2026

Per capire la portata della sentenza occorre partire dal Voting Rights Act, approvato dal Congresso nel 1965 sotto l'amministrazione Lyndon Johnson. La legge vietò pratiche elettorali discriminatorie come i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto, usate per decenni nel Sud per escludere gli elettori afroamericani. La sezione 2 vieta agli stati di redigere mappe elettorali che diluiscono il peso del voto delle minoranze. In pratica, ha spinto molti stati a creare distretti dove afroamericani, ispanici o asiatici costituiscono la maggioranza degli elettori, così da garantire che possano scegliere candidati di loro gradimento.

La sentenza non ha dichiarato la sezione 2 incostituzionale, come temevano molti attivisti. Ha però alzato in misura sostanziale l'asticella per chi voglia contestare una mappa. Secondo il nuovo criterio, gli stati violano la legge solo se hanno disegnato i distretti con l'intenzione esplicita di ridurre il potere elettorale delle minoranze in base all'etnia. Se la motivazione invocata è il vantaggio politico di partito, anche se l'effetto è quello di diluire il voto delle minoranze, la mappa resta legittima. "La sezione 2 impone responsabilità solo quando le prove sostengono una forte deduzione che lo stato abbia intenzionalmente disegnato i propri distretti per offrire agli elettori delle minoranze meno opportunità a causa della loro etnia", ha scritto Alito.

Kagan ha replicato nel suo dissenso che la maggioranza ha "eviscerato" la sezione 2, riducendo la legge a "lettera morta". "Secondo la nuova interpretazione della Corte, uno stato può, senza conseguenze legali, diluire sistematicamente il potere di voto dei cittadini appartenenti alle minoranze", ha scritto Kagan.
L'attuale mappa dei distretti della Louisiana
Il caso, noto come Louisiana v. Callais, ha origine nel 2022. Dopo il censimento del 2020 il parlamento della Louisiana, controllato dai repubblicani, ha approvato una mappa con cinque distretti a maggioranza bianca e uno a maggioranza nera, su sei totali. La popolazione afroamericana costituisce circa un terzo dei residenti dello stato. Un gruppo di elettori neri ha fatto causa sostenendo che la mappa violava la sezione 2. Un giudice federale ha dato loro ragione e ha ordinato il disegno di un secondo distretto a maggioranza nera. Nel 2024 la legislatura ha approvato una nuova mappa, modellata anche per proteggere i seggi di pesi massimi repubblicani come lo speaker della Camera Mike Johnson, il leader della maggioranza Steve Scalise e la deputata Julia Letlow, membro della commissione Bilancio. Nel nuovo distretto è stato eletto il deputato democratico nero Cleo Fields.

La mappa è stata però impugnata da dodici elettori secondo i quali si trattava di un gerrymandering etnico incostituzionale, ovvero di un disegno dei collegi pensato per favorire una specifica componente etnica. Un panel di tre giudici federali ha dato loro ragione e la causa è approdata alla Corte Suprema. Nel giugno dell'anno scorso i giudici hanno rinviato la decisione e chiesto alle parti di affrontare la questione più ampia se l'uso dell'etnia nel ridisegnare i distretti sia compatibile con la Costituzione, in particolare con il quattordicesimo e il quindicesimo emendamento.

L'effetto pratico della sentenza si farà sentire ben oltre la Louisiana. Secondo un'analisi del New York Times, fino a una dozzina di distretti a maggioranza nera o ispanica nel Sud potrebbero essere riconvertiti in seggi a maggioranza bianca dai parlamenti statali a controllo repubblicano. Tutti questi seggi sono attualmente in mano a deputati democratici.

L'impatto immediato sulle elezioni di metà mandato di novembre 2026 resta incerto. In molti stati i termini per ridisegnare le mappe sono già scaduti. La Louisiana terrà le primarie il 16 maggio con il voto anticipato che inizia sabato. La Florida ha approvato mercoledì alla Camera statale, con 83 voti contro 28, un nuovo piano che potrebbe garantire ai repubblicani fino a quattro seggi aggiuntivi al Congresso. Stati come South Carolina, Tennessee e Missouri potrebbero teoricamente ridisegnare le proprie mappe prima del voto. Il governatore del Mississippi Tate Reeves ha annunciato una sessione speciale del parlamento statale ventuno giorni dopo la sentenza per riscrivere la mappa della Corte Suprema dello stato, che era stata trovata in violazione della sezione 2.

La pronuncia si inserisce in una serie di decisioni con cui la maggioranza conservatrice ha progressivamente eroso il Voting Rights Act. Nel 2013, nella sentenza Shelby County, la Corte aveva annullato la sezione 5, che obbligava gli stati con una storia di discriminazione a sottoporre i cambiamenti elettorali al governo federale o a un giudice. Solo due anni fa, nel caso Allen v. Milligan, la stessa Corte aveva confermato a sorpresa la legge bloccando una mappa dell'Alabama che diluiva il voto degli elettori neri. Già allora, però, il giudice Brett Kavanaugh aveva scritto in un'opinione concorrente che il ricorso a "ridisegnamenti basati sull'etnia" non poteva continuare "indefinitamente nel futuro".

Il presidente Donald Trump aveva spinto la scorsa estate gli stati a guida repubblicana a ridisegnare le proprie mappe in vista delle elezioni di metà mandato, nel timore di perdere la fragile maggioranza alla Camera. Texas, Ohio, Missouri e North Carolina hanno già adottato nuove mappe favorevoli al partito. La California ha risposto con un piano che dovrebbe garantire ai democratici fino a cinque seggi in più e in Virginia gli elettori hanno approvato un'analoga riforma.

Richard Hasen, esperto di diritto elettorale dell'Università della California a Los Angeles, ha scritto sul proprio blog che è "difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act", riducendo la legge a uno strumento "potenzialmente senza denti". Il presidente della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili afroamericani, Derrick Johnson, ha definito in una nota la sentenza "un colpo devastante" e "una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità". L'attorney general della Louisiana Liz Murrill ha parlato in un comunicato di "decisione sismica che riafferma l'eguale protezione" della legge. La Casa Bianca ha celebrato il verdetto come "una vittoria completa e totale".


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Dove il sole non arriva: i minatori boliviani nelle fotografie di Simone Francescangeli


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In Like Dust, Simone Francescangeli ci guida nel cuore delle miniere boliviane, tra desideri irrisolti e l'inesorabile peso degli obblighi sociali


Fulgide apparizioni saturano gli ambienti di un'antica miniera. L'aria è mefitica, quasi irrespirabile. I rumori, assordanti, mostruosi. Come clangori provenienti da un altro pianeta, i suoni di una lingua sconosciuta rimbalzano tra le pareti bitorzolute della nuda pietra. È uno spettacolo per il quale alcuni hanno l'obbligo di partecipare. Un battesimo da cui pochi escono vivi. Se non ci fosse il sole a tenere in piedi gli ultimi sprazzi di realtà, si potrebbe credere di dimorare in un girone dell'inferno. Uno dei peggiori, uno dei più bui. È l'inizio di un'altra giornata lavorativa per i miniatori boliviani di Potosí. Un altro giorno di fotografie per Simone Francescangeli.
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Dal 2015, il fotografo marchigiano racconta le comunità di minatori sparse nel territorio boliviano. Il suo progetto Like Dust affronta le difficili condizioni lavorative degli addetti minerari e le dure conseguenze sociali di una sopravvivenza in un ambiente endemicamente privo di prospettive di stabilità economica e di istruzione collettiva. Come sogni ad occhi aperti, le sue fotografie registrano l'alternarsi tra il dentro e il fuori, donando un «volto a chi non lo ha».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
«Ricordo ancora il momento in cui ho capito che le storie di chi viene normalmente ignorato dalla società non potevano rimanere ulteriormente irrisolte», mi racconta Simone, via telefono. «Stavo affrontando un viaggio in moto. Mi trovavo a Cusco, Perù. Aveva appena piovuto; c'era fango ovunque. Durante una pausa dal tragitto, ho intravisto una bambina vendere delle cartoline. Mentre ne mostrava qualcuna ad un turista, le sono cadute tutte rovinosamente a terra. Cadendo, si sono imbrattate di fango. Nessuno, in quelle condizioni, le avrebbe volute più acquistare. Non so cosa mi sia scattato in testa in quell'istante! Io, insieme ad altri, ci siamo avvicinati a lei e gliele abbiamo comprate tutte. Non mi sono più dimenticato quegli occhi che mi guardavano. E come se avessero lasciato in me il desiderio di rispondere ad un grande interrogativo: perché non conosciamo i nomi, le storie e i desideri di chi ogni giorno si porta sulle spalle il peso del mondo? Da lì, si può dire, è iniziato tutto».


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Letta da migliaia di Streepher italiani ✓

Quel tutto, in un incontro che sembrava destino, passa soprattutto dalla fotografia. Una scelta quasi obbligata, mi svela Simone, ma anche una conquista personale per chi, come lui, ha vissuto un passato faticoso: «ho qualche problema di dislessia - mi dice. Faccio fatica a scrivere a lungo e in una forma leggibile. La fotografia si è quindi rivelata essere da subito lo strumento di narrazione più efficace, quello che mi permette di esprimere sensazioni che altrimenti sarebbero impossibili da registrare altrove. In passato, a causa di ristrettezze economiche e problemi famigliari, non ho potuto dedicarmi ad altro che non fosse il lavoro e la scuola. La fotografia è stata quindi la conferma di una conquistata indipendenza: un'occasione per trasformare quell'amore rivolto al reportage che prima sussisteva solo nella lettura delle pagine dei settimanali. Se oggi scatto immagini è per emanciparmi e per testimoniare le vicissitudini di chi vive in bilico».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
In Like Dust le comunità boliviane dei minatori vivono a migliaia di chilometri al di sopra del livello del mare. A quell'altezza vertiginosa, l'aria è rarefatta; il cibo e le infrastrutture bastano a malapena a soddisfare le esigenze di poche famiglie. La sopravvivenza, in un luogo che sembra essere la ferita aperta di un enorme creatura ancestrale, è legata ad una forma di sfruttamento lavorativo che tenta ogni uomo desideroso, o necessitante, di fare soldi facili. Non ci vogliono specializzazioni, né esperienza pregressa: se sei in salute, puoi iniziare domani.

In un ciclo ripetitivo di sudore, sofferenza e violenza, inasprito da fiumi di alcol che soffocano il manifestarsi di pensieri negativi, i minatori boliviani si spaccano la schiena. E rischiano la vita. Nulla sembra però allontanarli dalla brama del guadagno e del possesso. Molti dei loro profitti - la paga è settimanale, senza contratto - vengono spesi in oggetti di status e birra. La famiglia, per loro, è spesso un ostacolo, un contrattempo. In una società dedita alla sopravvivenza, un figlio maschio può rappresentare un investimento per il futuro (anche lui potrà diventare un minatore e contribuire alle spese), mentre, le figlie femmine, sono destinate ad un continuo reinventarsi giornaliero. Questo genera frustrazione, depressione, nei minatori, che sfociano presto in violenza domestica e irascibilità.
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
«Pochi riescono ad uscire da questo circolo vizioso», mi racconta Simone. «A subirne maggiormente le conseguenze sono soprattutto le donne e i bambini: la fetta della popolazione che rappresenta al tempo stesso la speranza di un futuro più roseo e il motivo per cui molti giovani intraprendono questo percorso». È un fatto culturale incontrovertibile, mi spiega: «se l'unica possibilità di sopravvivenza è dettata dal prendere un piccone in mano e scendere nelle viscere di una montagna, rischiando tutto, è facile cadercisi dentro e non riuscire a risollevarsi».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Proprio l'aspetto culturale, in Like Dust, è al centro delle ricerca del fotografo marchigiano. L'aver scelto di realizzare molte delle immagini nella città di Potosí non è casuale. C'è uno studio dietro, dettato dall'approfondimento di testi letterari, cronaca locale e musica tradizionale. Mi racconta Simone: «Potosí è storicamente il centro minerario più importante della Bolivia. Già dai tempi della colonizzazione spagnola, si estraevano minerali preziosi da utilizzare come moneta e gioielli di ogni tipo. Una miniera (Pulacayò) è stata in passato anche il luogo di residenza del Presidente dello Stato. In questo luogo, il potere politico è influenzato dalla miniera e dagli indotti economici delle imprese minerarie. I minatori sono gli unici a poter maneggiare la dinamite. Lo fanno per fini puramente lavorativi ma anche, storicamente, e in alcuni episodi, come strumento utile a sedare degli scontri».

Se la dinamite è un simbolo, il cameratismo tra i minatori è la chiave per superare le giornate lavorative più dure. Mi svela Simone: «Ho avuto la possibilità di avvicinarmi alle prime comunità di minatori facendo delle ricerche online. Ero già interessato alla loro storia, ma non avevo ancora trovato una formula che mi permettesse di conquistare la loro fiducia. Navigando online, ho trovato sui Social Networks dei gruppi di minatori che parlavano di calcio. C'è l'usanza, tra loro, di organizzare delle partite tra lavoratori di imprese differenti. Dopo qualche messaggio scambiato nei commenti, mi hanno invitato ad andare a Potosí per assistere ad un incontro. Non ci ho pensato più di un minuto. Ho preso il primo aereo e programmato quella che sarebbe diventata la base di Like Dust».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Il racconto di Simone Francescangeli convince; e lo fa in una formula che trova nella fascinazione di un approccio fotografico squisitamente latino - mi ricorda, a tratti, il buon Sergio Larrain - un appiglio per guidare lo spettatore nell'interpretazione di fatti che altrimenti potrebbero venir fraintesi. La storia che ci mostra Simone è piena di sfumature. I soggetti di Like Dust non sono messi alla berlina. Le sue fotografie non giudicano; sono taglienti, sì, a volte enigmatiche, ma non per questo risolutive: lasciano al lettore la libertà di scovare i propri indizi.

Simone parla spesso di «visione terza», come possibile soluzione per smuovere gli animi e porre interrogativi. Questa cosa, abbiamo convenuto insieme durante l'intervista, è chiara, e viene fuori sia dal bianco e nero, mai totale e oscuro, sia nella scelta del dittico come strumento di dialogo tra due fotografie, sulla carta grammaticalmente opposte ma concettualmente affini. C'è apertura, nelle sue immagini. C'è la volontà di far entrare lo spettatore in ambienti molto sensibili.

Quella di non farsi trasportare dai pregiudizi è una grande responsabilità, continua Simone, che passa anche dalla scelta dei soggetti giusti e delle situazioni più variegate. «Quando ho avuto l'occasione di poter entrare nella quotidianità di queste comunità - mi racconta - ho subito tentato di scegliere un individuo che fosse affidabile. Che non bevesse o avesse problemi sociali. Era fondamentale capire cosa spingesse queste persone a rischiare la propria esistenza per riempire le tasche delle imprese minerarie. E perché no, trasmettere anche, nel racconto, la possibilità di una via di uscita. Non tutti sperano di rimanere minatori per sempre».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
In un lavoro come questo, la conquista della fiducia è vitale. Solo seconda, si potrebbe dire, alla preparazione tecnica, che Simone ha curato nei minimi dettagli. Utilizzando diverse macchine fotografiche e sfruttando accessori come flash, protezioni per la pioggia e cinghie in neoprene, il fotografo si è assicurato di proteggere l'attrezzatura dalla polvere e dai detriti. All'occorrenza, una piccola stampante termica sempre in tasca per mostrare il frutto del suo lavoro. Questi strumenti si sono rivelati fondamentali per rimanere in sicurezza - molte di quelle polveri portano a malattie respiratorie - ma anche per generare certe atmosfere che rendono il progetto di Simone un viaggio sensoriale strutturato su più tappe.

Il mosso, ad esempio, ci porta a conferire direttamente con aspetti del visibile che altrimenti verrebbero ignorati. Gli oggetti, quasi più eloquenti dei volti, ci trasportano invece dentro realtà incatenate al passato. Le storie sono molteplici ma tutte unite da un unico filo: la miniera come prigione più che come salvezza.
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Like Dust è così una varietà di visioni che compongono un libro fatto di lunghi capitoli. Oltre alle testimonianze di chi lavora in miniera, troviamo le esperienze di donne passate dalla violenza e di enti benefici che tentano di portare un minimo di istruzione nelle comunità. Uno di questi capitoli, in particolare, mi ha colpito, per la stranezza dei contenuti. Si tratta dei riti che anticipano l'apertura delle miniere; riti secolari che coinvolgono aspetti magici e sociali ben radicati nei Boliviani.

Mi svela Simone: «Prima dell'ingresso in miniera, vengono eseguiti dei riti propiziatori atti a scongiurare possibili incidenti o mancanza di raccolta. Uno dei più importanti è quello che viene eseguito per El Tìo, figura ancestrale e padrone della montagna. I minatori gli offrono in dono foglie di coca, sigarette e alcool - rimedi che usano in abbondanza anche per eliminare, durante il lavoro, fatica e fame. Ma non finisce qui. Nei primi giorni di Agosto, sacrificano un lama per poi gettare il suo sangue all'entrata della miniera e sotterrare la sua carcassa nei terreni adiacenti. Così compiacciono l'idolo e ottengono la sua protezione. In Bolivia, i riti pagani e cristiani confluiscono insieme in una forma unica. Assistere a questi riti è stata un'esperienza mistica».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Innegabilmente Like Dust ci mette di fronte a qualcosa di molto più grande di noi. La storia di questi minatori è una storia lontanissima. Lo è per ragioni geografiche, ma anche, e soprattutto, per questioni culturali. Chi, guardando le condizioni di vita di questi minatori che sacrificano la propria giovinezza, non penserebbe: perché non scappare via? In una terra quasi priva di istruzione, non è così facile.

Simone Francescangeli riesce a toccare un tasto comune. In ogni parte del mondo esistono persone assoggettate a meccanismi sociali che schiacciano chi è meno fortunato. La cultura, in qualche modo, può offrirsi come una porta di accesso al cambiamento. Non è una congettura. Dei casi, mi dice Simone, esistono.

«Per diversi mesi ho fotografato un ragazzo che rimaneva sveglio interi giorni pur di poter studiare. La mattina si svegliava per andare in miniera e la sera sfogliava questo vecchissimo quaderno dove imparava a scrivere e leggere. Ora ha aperto tre attività in paese. Porta da mangiare alla famiglia e dà lavoro ad altri coetanei. La sua, come anche molte altre storie di giovani donne rimaste vedove o uscite dal circolo infernale delle miniere, che ho raccontato in Like Dust e che mi porto tutt'ora nel cuore, rappresenta un accenno di speranza per un futuro migliore».

Gli chiedo se la fotografia possa quindi contribuire a questo obiettivo: trasportare le persone verso una maggior consapevolezza di un problema. «Si - mi dice - credo che la fotografia abbia ancora la forza di poter fare ciò! Abbiamo dimenticato come l'essere umano sia più di un numero. L'uomo ha un valore, una dignità. Portare queste storie alla luce è fondamentale per mettersi in discussione e non perdersi».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli

Chi è Simone Francescangeli?


Simone Francescangeli è un fotografo di origini marchigiane. Attratto dall’essere umano, dalla natura, dal continuo confronto con parole antiche come “dignità” o con quello del peso e delle difficoltà della vita di tutti i giorni. Tenta di scoprire modi e forme per approcciare il significato della parola "vita". Spinto da queste motivazioni, Simone cerca continuamente di evolvere il proprio “linguaggio”, approfondendo e sviluppando un personale modo di raccontare il coinvolgimento umano. Si dedica all'incontro con le anime nell’intento di dargli un nome. La sua narrazione si sviluppa e contamina con testi, fotografie, racconti multimediali o cortometraggi. Diversi i riconoscimenti e le pubblicazioni. Le storie principali sono state raccolte lungo i sentieri d'Etiopia, al fianco di pellegrini, a bordo di imbarcazioni di pescatori artigianali nell'Oceano Pacifico o in isolamento sostenibile, nelle miniere boliviane, sui ring cubani ed altro ancora. Qui il suo Instagram.


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DJI sorprende tutti con Power 1000 Mini: la power station compatta che cambia le regole


DJI Power 1000 Mini debutta come una delle power station portatili più compatte e interessanti del momento. Pensata per chi cerca energia affidabile in mobilità, combina dimensioni ridotte, buone prestazioni e versatilità d’uso
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DJI ha lanciato sul mercato globale la Power 1000 Mini. Con dimensioni pari alla metà della DJI Power 1000, questa è la stazione di alimentazione da 1 kWh più portatile dell’azienda fino a oggi, frutto di oltre 15 anni di ricerca e sviluppo dedicati all’innovazione delle batterie. Progettata per il campeggio, i viaggi su strada e la creazione di contenuti, DJI Power 1000 Mini è ottimizzata per un'alimentazione ad alta efficienza e può essere ricaricata fino all’80% in soli 58 minuti (dati DJI). Essa include, inoltre, cavi e caricabatterie integrati per una ricarica e una gestione senza sforzo, tra cui un cavo USB-C retrattile da 100W, un caricatore per auto da 400W e un modulo MPPT.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Dimensioni compatte, potenza ad alta efficienza


La DJI Power 1000 Mini ha una capacità della batteria di 1008 Wh ed è ottimizzata per un basso consumo energetico. Caratterizzata da una struttura più squadrata, grazie al suo design compatto misura 314 × 212 × 216 mm e pesa 11,5 kg. Con una potenza massima di 1000 W, essa può alimentare alcuni apparecchi da 1200 W tramite due porte USB-A, due prese CA o una porta SDC.
Il DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica: da rete elettrica, auto e pannelli solariIl DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica: da rete elettrica, auto e pannelli solari

DJI Power 1000 Mini

Autonomia e scenari d’uso

Campeggio e viaggi
Smartphone: 54 ricariche
Macchina caffè: 55 min
Proiettore: 7 ore
Frigo auto: 18 ore
Ventilatore: 7 ore

Creazione contenuti
Fotocamera: 53 ricariche
Laptop: 9 ricariche
Drone: 8 ricariche
Luci foto: 1,2 ore
Cassa Bluetooth: 50 ricariche

Ricarica desktop
PC gaming: 2 ore
Monitor: 5 ore
NAS: 7 ore
Console portatile: 50 ricariche
Lampada: 40 ore

Uso domestico
Router Wi-Fi: 30 ore
Frigorifero: 7 ore
Tostapane: 1 ora
Spremiagrumi: 3 ore
Microonde: 1 ora

Opzioni di ricarica


Il DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica — da rete elettrica, auto e pannelli solari — offrendo grande flessibilità d’uso. In modalità rapida, può raggiungere l’80% in circa 58 minuti e il 100% in 75 minuti, mentre tramite il caricatore per auto da 400 W è possibile completare una ricarica da 1 kWh in circa 160 minuti anche durante la guida.
DJI Power 1000 Mini: utilizzo in campeggioDJI Power 1000 Mini: utilizzo in campeggio
Il modulo MPPT integrato consente inoltre il collegamento diretto ai pannelli solari senza adattatori, mentre il cavo USB-C retrattile da 100 W facilita la ricarica di dispositivi elettronici in modo pratico. Sul fronte dell’affidabilità, la power station integra una modalità UPS automatica che, in caso di blackout, attiva l’alimentazione in appena 0,01 secondi, garantendo continuità operativa; a completare il tutto, è presente anche un sistema di illuminazione LED regolabile utile nelle situazioni di emergenza.
utilizzo in modalità Desktop

Design e alimentazione per l'acosistema DJI


DJI Power 1000 Mini integra un sistema di sicurezza avanzato pensato per garantire affidabilità in qualsiasi contesto, dal campeggio in ambienti difficili fino all’uso ad alta quota. Le celle LFP assicurano lunga durata (fino all’80% della capacità dopo 4000 cicli) e hanno superato test di resistenza come la perforazione con chiodo, mentre un sistema monitora costantemente temperatura e prestazioni tramite 10 sensori e app dedicata. La struttura utilizza materiali ignifughi, resiste a pressioni fino a una tonnellata e funziona anche in condizioni ambientali complesse, grazie a un sistema di protezione dell’inverter contro pioggia, condensa e salsedine. Sul fronte dell’ecosistema, la presenza di porte SDC consente un’integrazione diretta con accessori DJI, supportando ricarica solare, pass-through e ricarica rapida per batterie di droni (come DJI Air 3, dal 10% al 95% in circa 30 minuti), mentre tramite app DJI Home è possibile gestire e monitorare il dispositivo da remoto in tempo reale.

EU Common Charger: laptop USB-C dal 2026
La normativa EU Common Charger si espande: dal 2026 anche i laptop adotteranno l’USB-C. Ecco cosa cambia per utenti e produttori e le soluzioni proposte da Anker
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Prezzo e disponibilità


DJI Power 1000 Mini è disponibile al prezzo di 579 euro.


Trading ed evoluzione algoritmica: dove finisce il fattore umano ed entra l’IA


C'era un tempo in cui le sale operative delle grandi borse erano luoghi fisici, rumorosi, quasi teatrali. Trader che urlavano ordini, gesti codificati, decisioni prese in frazioni di secondo con il solo ausilio dei riflessi e dell'intuizione. Quell'epoca è finita da decenni; tuttavia, comprendere come — e quanto in fretta — sia cambiato tutto aiuta a dare il giusto peso a ciò che sta accadendo oggi. A Padova, dal 17 al 19 aprile scorsi, un evento ha riunito per la prima volta sullo stesso palco tre campioni mondiali del trading: l'italiano Andrea Unger, l'americano Kevin Davey e l'inglese Michael Cook. Non una competizione, non una fiera; piuttosto, una riflessione collettiva su dove stia andando una delle professioni più trasformate dalla rivoluzione digitale.
L'high frequency trading ha portato la velocità a livelli che escludono qualsiasi intervento umano nel loop decisionaleL'high frequency trading ha portato la velocità a livelli che escludono qualsiasi intervento umano nel loop decisionale

Dalle grida al codice: quarant'anni di trasformazione


Fino agli anni '70, il trading era un'attività interamente manuale. Nelle grandi borse tradizionali — Wall Street, Londra, Milano — domina l'open outcry, dove ogni transazione è il risultato di una trattativa diretta tra persone fisicamente presenti. Il fattore umano era, dunque, totale: non esistevano algoritmi, non esistevano modelli statistici operativi in tempo reale. Esistevano esperienza, relazioni, capacità di leggere il sentiment della sala. Con gli anni '80 arrivano i primi sistemi automatizzati, software che eseguivano pacchetti di ordini al verificarsi di condizioni predefinite. La logica era ancora interamente umana, ma l'esecuzione diventava automatica. Con gli anni 2000 esplode il quantitative trading. La novità è sostanziale: i sistemi non applicano più regole scritte dall'uomo, ma cercano autonomamente pattern nei dati storici. Il machine learning introduce una discontinuità ancora più profonda: la logica decisionale del modello non è più completamente comprensibile nemmeno ai suoi creatori. Il sistema impara — e le regole emergono dai dati, non dalla mente di un analista. Nel frattempo, l'high frequency trading porta la velocità a livelli che escludono strutturalmente qualsiasi intervento umano nel loop decisionale. I fondi HFT arrivano a posizionare fisicamente i propri server nei data center delle borse per guadagnare qualche centinaio di microsecondi sul concorrente.

"Il trading degli anni '80 aveva un fascino indiscutibile, ma oggi è tecnicamente irriproducibile. La disponibilità dei dati in tempo reale ha portato a un efficientamento estremo", ha dichiarato Andrea Unger.



Polaroid Hi-Print: stampante fotografica per smartphone
Con Hi-Print, Polaroid punta a riportare le foto fuori dallo schermo. Una stampante fotografica compatta per trasformare gli scatti digitali in ricordi fisici
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Padova, aprile 2025: un confronto tra tre scuole


L'evento organizzato a Padova ha avuto il merito di mettere a confronto tre approcci geograficamente e culturalmente distinti al trading sistematico. Andrea Unger — unico trader al mondo ad aver vinto quattro titoli mondiali — rappresenta la scuola italiana, che ha trovato nella formalizzazione algoritmica una via per competere ad alto livello con risorse inizialmente molto più limitate rispetto ai grandi fondi internazionali. Kevin Davey, americano, e Michael Cook, britannico, portano sul palco due visioni maturate in ecosistemi finanziari tra i più competitivi al mondo. Eppure, nonostante le differenze di background, di mercati di riferimento e di stile operativo, il confronto ha evidenziato una convergenza sorprendente.

La convergenza verso il modello algoritmico


Al di là delle specificità di ciascun approccio, l'evento di Padova ha cristallizzato una direzione comune: il trading discrezionale — quello basato sull'istinto e sulla valutazione soggettiva momento per momento — è sempre meno sostenibile nei mercati attuali. I tre campioni hanno condiviso una filosofia di fondo: ridurre l'impatto dell'emotività umana attraverso sistemi automatizzati e basati su regole rigorose, misurabili, riproducibili. Non perché l'intuizione non abbia valore, ma perché in mercati dove la competizione avviene in microsecondi, l'elemento emotivo diventa sistematicamente un fattore di rischio.

Mobilità digitale in Italia: pagamenti smart e nuovi servizi
L’Italia accelera verso una mobilità sempre più digitale. Dai pagamenti contactless alle app integrate per trasporti e sharing, nuove tecnologie e servizi stanno ridisegnando il modo in cui cittadini e viaggiatori si muovono ogni giorno
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Ricerca, sviluppo e nuovi strumenti


Uno degli aspetti che hanno caratterizzato l'evento, è stato l'apertura del reparto di ricerca e sviluppo della Unger Academy. Per la prima volta, i processi con cui vengono create, testate e validate le strategie di trading sono stati mostrati pubblicamente: dall'analisi dei dati storici alla verifica statistica, fino alla messa in produzione degli algoritmi. È stato inoltre presentato un software proprietario per il backtest di strategie in opzioni, sviluppato internamente con il contributo dell'intelligenza artificiale.

"Grazie all'AI si è riusciti a velocizzare uno sviluppo complesso e a costruire un back-tester evoluto che consente di analizzare il mercato in modo più rapido e approfondito", ha concluso Andrea Unger


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La guerra con l'Iran è costata il doppio di quanto dichiarato arrivando a 50 miliardi


Funzionari del Pentagono rivelano a CBS News che l'Operazione Epic Fury è costata quasi il doppio dei 25 miliardi di dollari ufficialmente indicati al Congresso. Pesano munizioni consumate e i 24 droni Reaper persi in combattimento.

La guerra contro l’Iran è costata al Pentagono quasi 50 miliardi di dollari, il doppio della cifra ufficialmente comunicata questa settimana dal Dipartimento della Difesa al Congresso. Lo hanno riferito a CBS News funzionari statunitensi a conoscenza delle valutazioni interne del Pentagono.

Mercoledì, durante un’audizione a Capitol Hill, un funzionario del Pentagono aveva ufficialmente stimato in circa 25 miliardi di dollari il costo dell’Operazione Epic Fury. Quella cifra, però, non includeva il valore degli equipaggiamenti militari distrutti né i danni subiti dalle installazioni militari americane. Anche CNN ha riferito che il conto reale della guerra contro l'Iran si aggirerebbe tra i 40 e i 50 miliardi di dollari.
Il vero costo della guerra contro l'Iran

Pentagono · Costi della guerra
Il vero costo della guerra contro l'Iran
Stima ufficiale vs stima reale a confronto

Il conto Cosa pesa Famiglie Congresso

Stima ufficiale vs stima reale

Pentagono al Congresso
25
miliardi di dollari

VS

Stima reale interna
~50
miliardi di dollari

Cosa non era incluso

2x
Il costo reale è il doppio della cifra ufficiale comunicata al Congresso

CBS News e CNN, citando funzionari del Pentagono, indicano un costo effettivo tra i 40 e i 50 miliardi, contro i 25 dichiarati ufficialmente.

Esclusi
Equipaggiamenti distrutti e basi danneggiate

La stima ufficiale da 25 miliardi non include il valore degli equipaggiamenti militari distrutti né i danni alle installazioni militari statunitensi colpite durante il conflitto.

1.500 mld
Richiesta di budget del Pentagono al Congresso

Hegseth e il generale Caine si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di fondi da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno.

Anni
Quelli che ci vorranno per riportare gli arsenali ai livelli precedenti la guerra

Mark Cancian (CSIS, ex Office of Management and Budget) ha detto a CBS News che serviranno diversi anni — e che i livelli pre-conflitto erano già considerati insufficienti.

Voci principali di spesa

Munizioni consumate Voce principale

Il rimpiazzo delle scorte è la posta che pesa di più sui costi totali.

24 droni MQ-9 Reaper andati persi ~720 mln $

Velivoli senza pilota dal costo di circa 30 milioni di dollari ciascuno.

Basi militari statunitensi danneggiate Da stimare

Il controller ad interim del Pentagono Hurst: stimare i costi resta complesso, "non sappiamo come ricostruiremo quelle basi".

Carburante In aumento

Crescono i costi del carburante per aerei, navi e mezzi terrestri.

Sicurezza Nazionale (DHS) In aumento

La Difesa è il principale dipartimento sotto pressione per l'aumento dei costi, ma anche il DHS ha visto crescere la spesa legata al conflitto in Iran.

Il peso sulle famiglie americane

+150$ / mese
Spesa aggiuntiva per ogni famiglia statunitense, dovuta ai soli rincari di carburanti e fertilizzanti.
Stima dell'American Enterprise Institute

Le voci che incidono di più sui consumi

Benzina
Rincari diretti alla pompa

L'aumento dei costi del carburante si riflette sui prezzi al consumo, con un effetto immediato sulle famiglie americane.

Spesa
Rincari su generi alimentari

I rincari dei fertilizzanti, legati al conflitto, si trasferiscono lungo la filiera fino al carrello della spesa delle famiglie americane.

"
Quanto costerà il conflitto agli americani nel prossimo anno in termini di rincari su benzina e generi alimentari?
Ro Khanna (Dem, California) a Pete Hegseth — domanda rimasta senza risposta

War Powers Act · il conto alla rovescia

60 giorni dal 28 febbraio
In scadenza

Termine in scadenza

28 feb 2026 +60 giorni
Entro questa scadenza la Casa Bianca deve ottenere una dichiarazione di guerra, un'autorizzazione del Congresso o interrompere l'impiego delle Forze Armate. Hegseth sostiene però che il cessate il fuoco sospenda il conteggio: i democratici respingono questa lettura.

"
Un cessate il fuoco significa soltanto che le bombe non cadono, non che le ostilità siano terminate. Imporre un blocco navale resta a tutti gli effetti un atto di guerra.
Tim Kaine, senatore Dem (Virginia)

Bilancio della Difesa

1.500 mld $
Richiesta di budget del Pentagono per il prossimo anno presentata al Congresso

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di fondi per il Pentagono da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno.

Cronologia

28 Feb 2026
Inizio del conteggio dei 60 giorni del War Powers Act

Da questa data scattano i tempi previsti dalla legge del 1973 entro cui il presidente deve ottenere autorizzazione formale del Congresso o interrompere l'impiego delle Forze Armate.

Mercoledì
Pentagono dichiara: costi per 25 miliardi di dollari

Durante un'audizione a Capitol Hill un funzionario del Pentagono comunica al Congresso una stima di 25 miliardi di costi legati alla guerra in Iran, senza includere equipaggiamenti distrutti e danni alle basi.

Giovedì
Hurst al Senato ammette: stima incompleta

Il controller ad interim del Pentagono Jules Hurst riconosce davanti al senatore Blumenthal che il costo delle infrastrutture danneggiate è difficile da stimare e non è incluso nei 25 miliardi.

Stessa settimana
CBS e CNN: il costo reale è ~50 miliardi

Funzionari Usa a conoscenza delle valutazioni interne del Pentagono indicano una cifra tra i 40 e i 50 miliardi: il doppio di quanto comunicato ufficialmente.

In corso
Scontro su bilancio e War Powers

Hegseth e Caine difendono la richiesta da 1.500 miliardi di fondi per la Difesa per il prossimo anno. Resta aperto lo scontro sulla scadenza dei 60 giorni: i democratici respingono la lettura della Casa Bianca sul cessate il fuoco.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: CBS News, CNN, American Enterprise Institute, CSIS · Audizioni Capitol Hill

A pesare sono soprattutto le munizioni consumate e da rimpiazzare. Il Pentagono ha perso 24 droni MQ-9 Reaper, velivoli senza pilota dal costo di circa 30 milioni di dollari ciascuno. Mark Cancian, consigliere senior del Center for Strategic and International Studies ed ex funzionario dell’Office of Management and Budget, ha detto a CBS News che serviranno diversi anni per riportare gli arsenali ai livelli precedenti al conflitto, livelli che i pianificatori militari consideravano già insufficienti.

Giovedì, davanti al Senato, il controller ad interim del Pentagono, Jules Hurst, ha riconosciuto che stimare i costi delle infrastrutture militari danneggiate resta complesso. "Non sappiamo quale sarà la nostra postura futura né come ricostruiremo quelle basi", ha detto rispondendo al senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal, che gli chiedeva cosa fosse incluso nella stima da 25 miliardi di dollari.

Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di bilancio del Pentagono da 1.500 miliardi di dollari. Cancian ha aggiunto che la Difesa è il principale dipartimento a sostenere i costi del conflitto, ma non l’unico: pure il Dipartimento di Sicurezza Nazionale avrebbe visto aumentare la propria spesa, mentre crescono anche i costi del carburante per aerei, navi e mezzi terrestri.

Il peso della guerra alla fine però ricade principalmente sui contribuenti. Durante l’audizione, il deputato democratico Ro Khanna della California ha chiesto a Hegseth quanto il conflitto costerà agli americani nel prossimo anno in termini di rincari su benzina e generi alimentari. Il Segretario alla Difesa non ha risposto direttamente e ha rilanciato cambiando discorso e chiedendo quale sarebbe il costo di una bomba nucleare iraniana, accusando Khanna di porre domande trabocchetto su questioni interne. Ma secondo l’American Enterprise Institute, think tank vicino ai repubblicani, i soli rincari di carburanti e fertilizzanti comportano una spesa aggiuntiva di 150 dollari al mese per ogni famiglia statunitense.

Sul fronte parlamentare resta aperto anche il nodo del War Powers Act, la legge del 1973 che limita la possibilità del presidente degli Stati Uniti di impegnare le Forze Armate in ostilità senza l’autorizzazione del Congresso. Se calcolati dal 28 febbraio, stanno infatti per scadere i 60 giorni entro i quali il presidente deve ottenere una dichiarazione di guerra, un’autorizzazione specifica del Congresso o interrompere l’impiego delle Forze Armate, salvo le eccezioni previste dalla legge. Hegseth ha però sostenuto che il cessate il fuoco sospende il conteggio, una lettura che alcuni repubblicani sembrano disposti ad accettare, ma che i democratici respingono in toto.

Il senatore democratico della Virginia Tim Kaine ha replicato che un cessate il fuoco significa soltanto che le bombe non cadono, non che le ostilità siano terminate. Usare la Marina statunitense per imporre un blocco navale su tutto ciò che entra ed esce dall’Iran, ha aggiunto, resta a tutti gli effetti un atto di guerra.

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Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


La forza di volontà si esaurisce nel corso della giornata. Il tuo ambiente, invece, lavora per te anche quando sei stanco. Ecco la neurobiologia dell'environment design e tre modifiche concrete per smettere di combattere contro te stesso.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata — affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso — e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti — non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base — la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici — risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico — visivo, olfattivo, spaziale — non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine — segnale → routine → ricompensa — descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo — ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo — si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa — all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare — scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale — la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse — si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà — dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale — e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva — un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione — il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta — non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina — devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile — non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione — ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare — e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo — ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali — prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.

Questa voce è stata modificata (5 giorni fa)
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Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il Pentagono ha annunciato il ritiro entro un anno. La decisione arriva dopo le critiche del cancelliere tedesco alla strategia americana contro Teheran. A rischio anche le truppe in Italia e Spagna.

Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania entro i prossimi sei-dodici mesi. L'annuncio è arrivato venerdì primo maggio dal Pentagono e segna un'escalation nello scontro tra Washington e Berlino sulla guerra in Iran. Il numero corrisponde a circa il 14% dei 36.000 militari statunitensi attualmente di stanza nel paese, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa aggiornati alla fine del 2025.

La decisione segue le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla gestione americana del conflitto con Teheran. Parlando lunedì a Marsberg, Merz ha sostenuto che gli americani non avevano alcuna strategia in Iran e che la leadership iraniana stava umiliando Washington. Trump ha risposto martedì su Truth Social accusando il cancelliere di non sapere di cosa stesse parlando e di pensare che l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare. Mercoledì il presidente ha annunciato che la sua amministrazione stava studiando una possibile riduzione della presenza militare in Germania, con una decisione attesa a breve.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato in un comunicato che la decisione segue una revisione approfondita della postura delle forze in Europa e tiene conto delle esigenze del teatro operativo e delle condizioni sul terreno. Secondo il Wall Street Journal, il ritiro comporterà la rimozione di una brigata dell'esercito e cancellerà il dispiegamento di un battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio, previsto per quest'anno e annunciato dall'amministrazione di Joe Biden al vertice NATO di Washington del 2024.

La Germania ospita la più grande presenza militare americana in Europa. Sul territorio tedesco si trovano i quartieri generali dello European Command e dell'Africa Command, la base aerea di Ramstein, il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense all'estero, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e Iraq e ora anche quelli del conflitto con l'Iran. Nel paese sono inoltre stazionati missili nucleari americani. Le basi tedesche hanno funzionato come snodi logistici e punti di rifornimento per l'operazione Epic Fury, nome ufficiale della campagna militare statunitense contro Teheran iniziata il 28 febbraio con attacchi congiunti americani e israeliani. Solo il Giappone supera la Germania per numero di truppe americane ospitate.

Funzionari della difesa hanno precisato che il ritiro non riguarderà il trasporto e la cura dei militari feriti al Landstuhl Regional Medical Center. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato giovedì che Berlino è preparata e sta discutendo la questione all'interno degli organismi NATO in uno spirito di fiducia, aggiungendo di aspettarsi decisioni appropriate tra alleati e partner. Funzionari tedeschi citati dal Wall Street Journal hanno specificato di non prevedere effetti significativi sulle installazioni principali di Ramstein e Stoccarda.

L'annuncio ha suscitato critiche bipartisan a Washington. Il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, membro di rilievo della commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che la mossa lascia intendere che gli impegni americani verso gli alleati dipendono dall'umore del presidente, chiedendo l'immediata sospensione di un'azione definita avventata. Il deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, ex generale dell'aviazione, ha detto che la decisione indebolisce la NATO e fa piacere alla Russia, definendola una reazione impulsiva. Bradley Bowman, studioso della Foundation for Defense of Democracies, ha sostenuto che la presenza militare americana in Germania rafforza la deterrenza contro ulteriori aggressioni del Cremlino e facilita la proiezione della potenza militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa.

Trump ha minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e Spagna. Interrogato giovedì nello Studio Ovale, ha risposto che probabilmente lo farà, accusando l'Italia di non essere stata di alcun aiuto e definendo la Spagna odiosa. Alla fine del 2025 l'Italia ospitava 12.662 soldati americani in servizio attivo e la Spagna 3.814. Il presidente ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla campagna contro l'Iran e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato da Teheran dall'inizio del conflitto.

Complessivamente, in Europa sono di stanza circa 85.000 militari americani, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo. I tagli riporterebbero la presenza statunitense ai livelli del 2022, prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal hanno spiegato che l'obiettivo non è ridistribuire le forze all'interno dell'Europa ma riallocarle verso l'emisfero occidentale e la regione indo-pacifica. Già lo scorso ottobre Washington aveva confermato la riduzione di 1.500-3.000 soldati al confine NATO con l'Ucraina, in particolare in Romania.

Non è la prima volta che Trump tenta di ridurre la presenza militare in Germania. Nel 2020, durante il primo mandato, aveva annunciato il ritiro di circa 12.000 soldati, presentato dal Pentagono come un riposizionamento strategico e dal presidente come una sanzione per le insufficienti spese militari tedesche. Il piano si era scontrato con la resistenza bipartisan al Congresso e fu poi cancellato dal presidente Joe Biden poco dopo l'insediamento nel 2021. Da allora la Germania ha aumentato la spesa per la difesa, e funzionari americani hanno elogiato Berlino per questo sforzo, in contrasto con le critiche rivolte a Madrid. Una legge del 2023 impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza l'approvazione del Congresso.

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La rassegna stampa di sabato 2 maggio 2026


Trump afferma che le ostilità con l'Iran sono terminate, ritira 5.000 soldati dalla Germania e una corte d'appello blocca l'accesso postale alla pillola abortiva

Questa è la rassegna stampa di sabato 2 maggio 2026

Trump afferma che le ostilità con l'Iran sono "terminate"


Il presidente Trump ha informato il Congresso in una lettera che le ostilità con l'Iran sono "terminate" a causa del cessate il fuoco, sostenendo che non ha più bisogno dell'autorizzazione del Congresso per continuare le operazioni militari. La mossa arriva mentre venerdì segna i 60 giorni dall'inizio del conflitto, scadenza prevista dalla Legge sui Poteri di Guerra per ottenere l'approvazione congressuale.

Fonti: New York Times, BBC, The Guardian

Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il Pentagono ha annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania nei prossimi 6-12 mesi, in seguito alle tensioni con il cancelliere Friedrich Merz che aveva criticato la strategia americana in Iran definendo gli USA "umiliati". La decisione porta il numero di truppe ai livelli pre-2022 e rappresenta una rappresaglia diplomatica di Trump.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Guardian

Una corte d'appello blocca l'accesso postale alla pillola abortiva


La Quinta Corte d'Appello degli Stati Uniti ha bloccato temporaneamente la possibilità per i medici di prescrivere la pillola abortiva mifepristone attraverso la telemedicina e di inviarla per posta. La decisione, presa in una causa intentata dalla Louisiana contro la FDA, limita l'accesso al metodo più comune per l'interruzione di gravidanza negli USA.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, The Hill

Il Pentagono stima che il blocco navale è costato 4,8 miliardi all'Iran


Il Dipartimento della Difesa ha stimato che il blocco navale americano ha fatto perdere all'Iran circa 4,8 miliardi di dollari in ricavi petroliferi. Il blocco, istituito più di due settimane fa, è una delle azioni utilizzate dal presidente Trump per esercitare pressioni sull'Iran durante il conflitto in corso.

Fonti: The Hill

Un giudice federale blocca le espulsioni di 3.000 rifugiati yemeniti


Un giudice federale di Manhattan ha bloccato l'amministrazione Trump dal costringere circa 3.000 rifugiati yemeniti a lasciare gli Stati Uniti, ordinando un'estensione temporanea dello status di protezione temporanea. La decisione arriva mentre una causa legale per preservare le protezioni è in corso, con il giudice che ha sottolineato i rischi per la sicurezza nel rimpatriare persone in un paese in conflitto armato.

Fonti: New York Times, The Guardian

Spirit Airlines si prepara alla chiusura dopo il fallimento del salvataggio


La compagnia aerea low-cost Spirit Airlines si sta preparando a cessare le operazioni dopo che i colloqui per un salvataggio governativo da 500 milioni di dollari sono falliti. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno ancora "valutando" un possibile salvataggio ma procederebbe solo "se fosse un buon affare" per il governo americano.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

Gli Stati Uniti approvano vendite di armi per 9 miliardi al Medio Oriente


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha approvato trasferimenti accelerati di armi a Israele, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti, aggirando la revisione congressuale standard. Le vendite includono missili di difesa aerea e sistemi di guida laser, mentre il cessate il fuoco con l'Iran appare sempre più fragile e le tensioni regionali aumentano.

Fonti: Bloomberg

Trump sostiene Andy Barr per il Senato del Kentucky


Il presidente Trump ha dato il suo sostegno al rappresentante Andy Barr nella corsa per sostituire l'ex leader della maggioranza del Senato Mitch McConnell nel Kentucky. L'endorsement arriva dopo che il candidato sostenuto da Musk, Nate Morris, ha ritirato la sua candidatura annunciando che si unirà all'amministrazione Trump.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Il presidente del Bard College si dimette dopo le rivelazioni sui legami con Epstein


Leon Botstein, presidente del Bard College da 50 anni, ha annunciato il suo ritiro dopo che un'indagine indipendente ha rivelato che aveva fatto circa 25 visite alla casa di Jeffrey Epstein e non era stato trasparente sui suoi legami con il finanziere condannato. L'inchiesta ha trovato che le sue interazioni frequenti "avrebbero potuto allertarlo" sulla possibilità di facilitare gli abusi di Epstein.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

Gli Stati del Sud si muovono per ridisegnare i collegi elettorali


I governatori repubblicani dell'Alabama e del Tennessee hanno convocato sessioni speciali dei rispettivi parlamenti statali per considerare nuove mappe congressuali, dopo una decisione della Corte Suprema che ha ristretto l'ambito del Voting Rights Act. Le sessioni inizieranno lunedì prossimo per discutere potenziali modifiche ai distretti elettorali prima delle elezioni di novembre.

Fonti: The Hill, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Il Diavolo veste Prada 2 (2026)


Ma sapete che... niente male? Molto godibile, fatto apposta per chi ha amato il primo e vuole un filo di "closure" per alcuni personaggi... non so, è stata una serata cinema piuttosto piacevole anche se, ecco, non è proprio il film da guardare per la trama.
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Mortal Kombat (2021)


Devo fare coming out: ho giocato davvero pochissimo a Mortal Kombat da ragazzino (sempre stato dal lato "Tekken") quindi conosco giusto a spanne l'universo, la lore & co. Sarà (anche) per questo che ho apprezzato particolarmente 'sto film?

Niente fraintendimenti: non è il film della vita eh, ma... un film godibilissimo in tranquillità e cazzeggio senza troppe pretese. Carico a palla per andare a vedere il secondo a breve nei cinema con mister Karl "Butcher" Urban (sì, The Boys fa male).

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The Martian (2015)


Rivisto obbligatoriamente dopo Project Hail Mary: so che non è "un film per tutti" ma porca miseria che bel film! Divertente, interessante, intrattenente e senza momenti morti anche nella versione estesa (vabbeh forse uno verso la fine in quel caso).

Gran film.

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Exit 8 (2025)


Sapevo davvero pochissimo su questo IP prima di guardare il film (forse avevo giusto visto il video di Yotobi che ci giocava, credo) eppure ho trovato molto ben fatto il "clima" in cui ti porta questo film.

Da fan dei "loop" e dei film girati in un ambiente chiuso e limitato ho apprezzato praticamente tutto, consigliato!

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Send help (2026)


Aspettative sotto terra (non so manco io come mai) e film che si è rivelato UN FILO meglio di quanto avessi previsto anche se nel complesso, per quanto scorrevole, non mi ha lasciato praticamente nulla.

Si inizio che finale un po' meh.

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The Boys - Stagione 4 (2025)


Per qualche motivo avevo mollato The Boys alla stagione 3 (e il "qualche motivo" è che mi aveva annoiato non poco, forse un filo ripetitivo o forse troppo "reale"? Non ricordo): aver recuperato la quarta stagione tutta di fila prima della quinta è stato un bene: ottima rampa di lancio per la quinta ed ultima stagione che sto seguendo in diretta.
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I figli di Trump entrano nell'affare del tungsteno in Kazakistan finanziati dal governo Usa


Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito nella società che si è fusa con Cove Kaz Capital, gruppo che ha ottenuto fino a 1,6 miliardi di dollari di sostegno federale per estrarre tungsteno in Kazakistan.

Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito in una società che oggi controlla uno dei più grandi progetti di tungsteno al mondo, finanziato fino a 1,6 miliardi di dollari dal governo statunitense guidato dal padre. Lo rivela il Financial Times, che ha ricostruito le tappe finanziarie e diplomatiche dell’operazione.

Il 22 settembre il presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, ha comunicato al suo omologo americano Donald Trump l’intenzione di affidare un importante progetto di tungsteno a Cove Kaz Capital, un gruppo di investitori statunitensi in concorrenza con aziende rivali cinesi e russe. La stampa ha rivelato l'esistenza dell'intesa informale il 21 ottobre. Il 6 novembre Cove Capital, società madre di Cove Kaz, e la Compagnia Mineraria Nazionale del Kazakistan hanno annunciato un accordo per sviluppare quella che definiscono "la più grande miniera di tungsteno non ancora sfruttata al mondo".

I due figli del presidente a quel punto erano già entrati nell’affare. Ad agosto avevano acquisito una partecipazione nel gruppo edile Skyline Builders attraverso un veicolo finanziario gestito da una controllata di Dominari Securities. L’entità dell’investimento iniziale non è stata resa pubblica. Il 28 ottobre hanno rafforzato la loro posizione partecipando a un collocamento privato che ha raccolto quasi 24 milioni di dollari. Tre giorni dopo Skyline Builders ha annunciato l’acquisizione del 20% di Kaz Resources, controllata da Cove Capital, per 20 milioni di dollari. Giovedì le tre società si sono fuse: la nuova entità si chiamerà Kaz Resources e sarà quotata al Nasdaq.

Don Jr ed Eric Trump siedono nel consiglio consultivo di Dominari dalla fine del 2024 e detengono una quota anche nella capogruppo Dominari Holdings. Non è la prima volta che entrano a far parte di un progetto del genere riguardante minerali critici. Lo scorso anno l'Amministrazione Trump ha siglato un accordo da 600 milioni di dollari con il produttore di terre rare Vulcan Elements, pochi mesi dopo che 1789 Capital, fondo di venture capital di Donald Trump Jr, aveva investito nella stessa azienda.

A sostenere il progetto sono due agenzie controllate dal governo federale statunitense, l’Export-Import Bank e la Development Finance Corporation, che lo scorso anno hanno emesso lettere di interesse per un totale massimo di 1,6 miliardi di dollari a favore dello sfruttamento dei giacimenti di Northern Katpar e Upper Kairakty, nel Kazakistan centrale. Cove Kaz ne controlla oggi il 70%. I democratici hanno più volte sollevato dubbi sui potenziali conflitti di interesse legati agli investimenti della famiglia presidenziale.

Al momento, però, non ci sono elementi che indichino che Donald Trump Jr. ed Eric Trump conoscessero l’imminente assegnazione del contratto quando hanno investito in Skyline Builders, né che abbiano influenzato la decisione. "Donald Jr. è un investitore passivo in American Ventures e non ha alcun ruolo operativo nella società", ha dichiarato il portavoce del figlio maggiore del presidente. "Non si interfaccia con il governo federale per conto di nessuna delle aziende in cui investe o che consiglia". Eric Trump non ha invece risposto alle richieste di commento.

L’amministratore delegato di Cove, Pini Althaus, ha detto al Financial Times di non aver mai parlato direttamente con i fratelli Trump e di non conoscere l’entità delle loro partecipazioni. Ha però ammesso che Cove ha ricevuto "assistenza diretta dal presidente Trump, dal Segretario di Stato [Marco] Rubio e dal Segretario al Commercio [Howard] Lutnick" per ottenere i diritti di sfruttamento del giacimento kazako.

Il tungsteno è un metallo strategico per la difesa, utilizzato in utensili da perforazione, proiettili perforanti e missili a energia cinetica. L’Amministrazione Trump punta a costruire nuove catene di approvvigionamento per i minerali critici, tra cui proprio il tungsteno, e a ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina. "Il tungsteno è oggi l’oggetto del desiderio del Pentagono, lo vogliono a qualsiasi prezzo", ha dichiarato al Financial Times Christopher Ecclestone, stratega minerario del gruppo di ricerca londinese Hallgarten & Company.

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