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FORSE PER COLPA DELLA NOTTE


Anni fa, forse nel 2009 — se la mia memoria regge ancora —, ho letto di una ragazzina palestinese uccisa da una torretta di guardia da soldati israeliani, solo perché aveva oltrepassato erroneamente un reticolato. Stava tornando a casa da scuola, era assieme al fratellino e forse avevano sbagliato strada; lo zaino è stato il motivo per cui i soldati hanno deciso di sparare, uccidendola con una falciata di mitra.
Lo zaino poteva contenere esplosivo, hanno detto. Non si poteva rischiare. Resta il fatto che uno dei soldati, dopo aver sparato, ha raggiunto il piccolo cadavere della ragazzina, e ha continuato a spararle addosso per accertarsi che fosse davvero morta.
Non ho retto questa notizia, sono sensibile all'orrore.
E ho scritto questa piccola storia, di quel momento, come se fosse lei a parlare.

FORSE PER COLPA DELLA NOTTE

Certi giorni i passi sono pesanti.
È come quando ti lasci trascinare dalla poca voglia di fare, e il sole è complice della tua noia. Poi, quando non c'è davvero niente che andare a scuola, studiare e fare colazione al mattino che è ancora caldo per via del clima della Palestina, dico, poi, non c'è altro da fare che sognare che tutto è a posto.
Che tutto va bene. Che tutto funziona. Che nessuno ci odia. Che niente scoppia lontano in un fragore impossibile. Che il cielo è sempre tranquillo. Che io gli spari dei fucili come schiaffi nei timpani non li ho mai sentiti. Che non ho mai visto sangue per strada.
Io non volevo venire qui.
Non volevo passare da qui. Io ci sono finita qui, a sfiorare con le dita questo reticolato, qui. Ho sbagliato. Certe volte, quando trascini i passi perché sogni sogni che non puoi sognare, si sbaglia strada.
Chissà, forse se non avessi desiderato di vivere in giorni senza paura, non avrei sbagliato. Però era dolce lasciare dondolare lo zaino per seguire con gli occhi la sua ombra, e camminare piano, piano perché verso casa non mi va di andare. Ora.
Era dolce perché poi farò di tutto per vivere i miei sogni, per realizzarli e costruire la mia realtà.
Ho già qualcosa in mente.
Io non ci volevo venire qui. Oltre la rete c'è della gente. Forse contadini, forse soldati.
Ho paura, ma ho il privilegio di essere guardata come se fossi ancora bambina. Non una donna, io donna lo diverrò, inshallah. Ho paura. Le voci vengono verso di me.
Mi guardo attorno improvvisamente mi guardano: sono sola.
Forse contadini, forse soldati. Fosse anche un bambino di tre anni, gli ordini sono chiari, uccidete. Non ci puoi stare qua. Certe cose si sentono. Oltre la rete c'è gente. Oltre la rete c'è una torre con su qualcuno. Sono contadini, sono soldati. Adesso ho paura. E questa paura è la mia paura. Vengono verso di me. Qualcuno mi punta addosso il gelo delle sue vene.
Mi faranno del male. Certe cose si sentono dentro. Sparano.
Ed è qualcosa a bruciarmi dentro come quando ho ingoiato di getto il the nel bicchiere, ma tanto più forte da far girare la testa. E un caldo come quando ho immaginato il metallo fuso nello stomaco dei condannati all'inferno. Fosse anche uno di tre anni a passare di qui.
Il mio zaino dev'essere caduto, io non ci voglio andare all'inferno. I miei capelli mi si arruffano sul volto, il mio zaino è caduto, i miei capelli mi stuzzicano gli occhi, il mio zaino è caduto, non ci vedo più, io all'inferno non ci vado, io forse non sono più io, qui è tutto appannato. Il reticolato è svanito.
La torre con quei lampi è scomparsa.
Dei piedi mi stanno attorno, ma la strada non c'è. Non c'è. La strada si è dissolta in un fragore di luce. Sento solo delle voci. Ora il sapore della polvere.
Gridano, urlano. Li sento correre. È una bambina. I passi si fanno sempre più vicini, è morta. Zitti. Dicono che sono morta.
Io non ho voglia di morire.
Io da qui non ci volevo passare, ma si sbaglia sempre quando invece della strada si guardano i sogni, ma io li volevo guardare solo per un istante ancora, i miei sogni. E da qui non ci volevo passare, io ho solo seguito l'ombra del mio zaino.
La voce insiste che io sono morta. Ma non voglio morire.
Ne sono convinta, io.
Fosse anche un bambino di tre anni da qui, gli ordini sono chiari.
Adesso non ci vedo più. Forse per colpa della notte, che sa come sciogliere i duri contorni delle cose.
O forse ancora per il cupo suono di un mitra, forse.



Drawing


Drawing • Pencil on paper 50x70 cm


Iniziare un disegno, per me, è sempre qualcosa di spirituale.
Di solito comincio col tracciare una linea, un segno qualunque sul foglio, in un punto a caso, con uno stato d’animo a caso. Che però non è mai un segno qualunque, non è mai in un punto a caso.
Perché prima di prendere in mano la biro, la matita o il pennello, la mia anima deve comunicare con il foglio, deve stabilire un rapporto con la tela. Io e il supporto, così come con tutti gli strumenti, dobbiamo essere in perfetta armonia.
Devo annullare le distanze, e permettere al pennello, alle matite, di essere un prolungamento del mio pensiero.
Se ci riesco —e il più delle volte mi riesce —faccio arte. L’arte nasce e si forma, e sono io.
Alla fine.
Altrimenti provo ancora.
Un’altra volta.


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Il capitalismo è prodromo del fascismo e svela la sua natura nei periodi di crisi, quando non può più mascherarsi dietro la facciata della democrazia liberale. Non c'è quindi da stupirsi di quello che accade oggi riguardo all'Impero statunitense, di cui siamo vassalli e provincia, quanto dell'aver creduto alla favola dei liberatori che ci hanno portato in modo disinteressato libertà e democrazia.

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globalist.it/intelligence/2026…

Uccidono a sangue freddo e poi si auto-assolvono.
Prove tecniche di stato totalitario

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Over cephalophorie en haar problemen


Een cephalophoor (van het Griekse κεφαλή, "hoofd" en φέρειν, "dragen") is een heilige die na te zijn onthoofd weer opstaat, zijn hoofd oppakt en ermee wegwandelt.

Volgens de overlevering kwam dit fenomeen tamelijk veel voor in vroegchristelijke tijden.

Sint Dionysius (oftewel Saint Denis), de patroonheilige van Parijs, was er bijvoorbeeld eentje, maar ook in Nederland hebben we in de Oosterhoutse boerenheilige Sint Oelbert onze eigen cephalophoor.

Men zegt dat de cephalophorie een belangrijk probleem opleverde voor de kunstenaars die opdracht kregen zo'n heilige af te beelden: plaats je de halo (dat is die rare stralenkrans rondom heilige hoofden) op de plek waar het hoofd voorheen zat, of verhuis je het mee naar de nieuwe plek van het hoofd: in de armen van de hoofddrager?

Een cephalophorografische hersenkraker die menige Middeleeuwse kunstenaar 's nachts wakker moet hebben gehouden.

Questa voce è stata modificata (15 ore fa)

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Le politiche di Trump contro le persone trans sono estremamente preoccupanti
possibile.com/le-politiche-di-…
Trump sta utilizzando i corpi delle persone migranti e di quelle trans*, non binarie e intersex come strumenti politici, contribuendo ad anestetizzare l’opinione pubblica rispetto alla violenza

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ICE


Credo sia superfluo e limitativo affermare che una nazione capace di istituire una forza armata, pari quasi a quella dei suoi servizi segreti per numero di agenti, che contrasti l'immigrazione con i metodi discriminatori avallati dal suo presidente, capace di tutte le barbarie che stiamo leggendo — e non mi riferisco solo alla povera donna brutalmente uccisa, ma soprattutto ai modi con cui anche gli stranieri pacifici e che lavorano vengono arrestati ed espulsi, con tanto di gogna pubblica — sia una nazione capace di tutto.
E credo sia altrettanto inutile ritenerla "capace di tutto", quasi fosse una novità, dal momento che sono note le atrocità che ha perpetrato, impunite, nel corso della storia. Atrocità che hanno sempre indignato intellettuali, scrittori, poeti, artisti, le cui posizioni, romanzi, poesie, arte visiva, ci hanno sempre fatto riflettere.
E crescere intellettualmente.
Ciò che non è affatto inutile, vista la posizione delicata di "alleati" di questa moderna Babilonia (se non di servile dipendenza) in cui la nostra nazione si trova, è l'urgenza di porsi contro qualsiasi tentativo di imitazione.
In Italia il fenomeno dei "maranza", tanto attenzionato da qualche partito di destra, rischia di suscitare provvedimenti estremi — solitamente tipici di chi non sa gestire situazioni sociali complesse — che rischierebbero incidenti simili.
Sia chiaro che non sto paragonando i due problemi, posto che davvero possano definirsi tali; l’immigrazione in America non ha equivalenze con i fenomeni di migrazione che spingono gli africani a navigare verso l’Italia; sul piano antropologico sono aspetti molto diversi, e affiancarli, sia pur per una giusta causa, sarebbe un erroneo parallelo; ma non è affatto sbagliato mettere sullo stesso piano l’intolleranza e l’odio razziale che immotivatamente ne deriva.
Va detto: con il pretesto del furto culturale e la frottola della “sostituzione etnica”, non passa giorno che qualcuno non affermi pericolose assurdità, e che non faccia proseliti. Si prende quale scusa il crocifisso, per esempio, di cui non frega niente a nessuno se debba o meno stare negli uffici pubblici — se non a una manciata di esaltati — e si grida allo straniero che vuole impedirne l’esposizione al fine di imporre la sua cultura.
Ogni crimine che accade sul suolo Italiano, commesso da stranieri, diventa l’esemplificazione della cultura che questi stanno cercando di importare, e di cui saremo tutti quanti succubi se non si dovesse agire con le dovute contromisure; le tradizioni cattoliche sono diventate un pretesto per contrastare tutte le altre religioni, ahimè declassate a fenomeno culturale.
E qualunque cosa di negativo accada, è la scusa ideale per rimpiangere politiche totalitarie del passato che appartengono fortunatamente ormai al passato.
Per cui il rischio di incidenti simili a quelli di cui si sta parlando, è alto. Abbiamo importato tutto dall’America, dall’alimentazione tossica alla festa di Halloween.
Abbiamo importato il peggio del peggio.
Non importiamo pure l'ICE.
Restiamo umani.

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Untitled


Painting • Oil On Canvas 100x150 cm

La mente è come un elastico.
Si tende, si accorcia, vibra, stringe le parole e con le parole anche la gente che amiamo, i perimetri delle cose e le punte delle foglie, le circonferenze delle piazze e lo slancio verticale degli alberi. La luce, e i suoni.
Poi, si spezza.
Però, quando si spezza, accade qualcosa di strano: non può più legare, l’elastico si allunga, diventa una retta.
Si trasforma in una linea libera. Di una lunghezza infinita.
Forse è questa la vera rappresentazione del pensiero, dell’idea.



Renee Nicole Good


Lascia sgomenti l'uccisione di Renee Nicole Good — madre, poetessa e chitarrista —, colpita a bruciapelo alla testa da un agente dell'ICE, a Minneapolis.
Le sequenze video diffuse in rete mostrano chiaramente la donna, spaventata, che tenta di fuggire per sottrarsi a quella situazione di disordine che doveva evidentemente apparirle minacciosa; si vedono gli agenti rincorrere l'automobile sulla quale la giovane donna stava per allontanarsi terrorizzata, e sparare. Si sentono i colpi, si percepisce l'atrocità di quell'istante, si vede la morte. E il sangue innocente lacrimare sui sedili.
Poi, la macchina si ferma.
Nel silenzio.
Secondo quanto è stato riportato, pare che gli agenti abbiano addirittura impedito a un medico, che avrebbe voluto prestare aiuto, di avvicinarsi. Renee Nicole Good non era ancora morta, e Dio solo sa se quel medico avrebbe potuto salvarla con le sue operazioni di primo soccorso.
Orrore su orrore su orrore.
E nonostante l'evidenza, nonostante si capisca l'arroganza e la brutalità di chi ha probabilmente ricevuto direttive precise, ordini intransigenti che rispecchiano la protervia dei mandanti, l'amministrazione Trump continua, nella sua più preoccupante corenza "anti immigrazione", a sostenere l'agente che ha sparato.
Quasi a legittimare l'assassinio.
Questo è il mondo della rozza ignoranza, dell'ottuso razzismo, della incapacità di discernimento di chi, pur non rispettando la vita, il suo valore, la sua importanza, la sua sacralità, si trova ai vertici del potere, e uccide.
Questo è il mondo, quello che sta diventando. Un coacervo di brutture, di prevaricazioni, di azioni senza pudore né umanità.
E senza vergogna.