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Dipinti trafugati in Italia rientrano nel nostro Paese grazie alle indagini dei Carabinieri TPC e delle Autorità della Romania


Dieci dipinti, rubati il 23 agosto 2024 in un'abitazione di Bassano del Grappa (Vicenza) e trasportati illegalmente in Romania, sono stati rimpatriati in Italia grazie all'azione congiunta dei #Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (#TPC) e delle autorità rumene. Le opere, attribuite a maestri della pittura italiana tra il XV e il XVII secolo, avevano causato un danno economico di oltre 90.000 euro al collezionista proprietario.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Vicenza e avviate dalla Sezione Antiquariato dei Carabinieri TPC, hanno beneficiato di una stretta collaborazione giudiziaria con il Tribunale di Costanza (Romania). Sul territorio estero, le operazioni sono state condotte grazie al canale di cooperazione internazionale attivo tra i Carabinieri TPC e il Servizio per la Protezione del Patrimonio Culturale Nazionale della Polizia Romena. Questa sinergia ha permesso non solo di identificare i responsabili del furto, ma anche di garantire il pieno recupero delle dieci preziose opere.

Per celebrare il successo dell'operazione, l'Ispettorato Generale della Polizia rumena, tramite la Direzione Investigativa Criminale, ha organizzato una cerimonia ufficiale di consegna dei dipinti ai rappresentanti del Comando Carabinieri TPC. Alla cerimonia hanno partecipato esponenti dell'Ispettorato Generale della Polizia rumena, della Procura estera, del Comando Carabinieri TPC, dell'Ufficio dell'Addetto agli Affari Interni presso l'Ambasciata d'Italia in Romania e del Museo del Comune di Bucarest.

Le indagini sono state avviate sulla base di informazioni investigative che indicavano la presenza delle opere rubate in Romania. Fondamentale si è rivelata la consultazione tempestiva della “Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti”, un sofisticato archivio digitale di esclusiva proprietà dei Carabinieri TPC, utilizzato per la ricerca e il confronto delle immagini delle opere da localizzare. I riscontri investigativi effettuati in Romania hanno confermato l'identità dei dipinti trafugati nel 2024 in Italia.

La cooperazione tra le autorità italiane e rumene è avvenuta attraverso i canali ufficiali di giustizia e polizia, con uno scambio sicuro di informazioni effettuato tramite gli strumenti condivisi di Europol. Il recupero e la restituzione di questi beni culturali dimostrano l'efficacia della collaborazione internazionale nella lotta alla criminalità transfrontaliera legata al traffico illecito di opere d'arte, confermando l'impegno del Comando Carabinieri TPC nella tutela del patrimonio e nel rafforzamento delle partnership internazionali. ```


noblogo.org/cooperazione-inter…


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Dipinti trafugati in Italia rientrano nel nostro Paese grazie alle indagini dei Carabinieri TPC e delle Autorità della Romania


Dieci dipinti, rubati il 23 agosto 2024 in un'abitazione di Bassano del Grappa (Vicenza) e trasportati illegalmente in Romania, sono stati rimpatriati in Italia grazie all'azione congiunta dei #Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (#TPC) e delle autorità rumene. Le opere, attribuite a maestri della pittura italiana tra il XV e il XVII secolo, avevano causato un danno economico di oltre 90.000 euro al collezionista proprietario.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Vicenza e avviate dalla Sezione Antiquariato dei Carabinieri TPC, hanno beneficiato di una stretta collaborazione giudiziaria con il Tribunale di Costanza (Romania). Sul territorio estero, le operazioni sono state condotte grazie al canale di cooperazione internazionale attivo tra i Carabinieri TPC e il Servizio per la Protezione del Patrimonio Culturale Nazionale della Polizia Romena. Questa sinergia ha permesso non solo di identificare i responsabili del furto, ma anche di garantire il pieno recupero delle dieci preziose opere.

Per celebrare il successo dell'operazione, l'Ispettorato Generale della Polizia rumena, tramite la Direzione Investigativa Criminale, ha organizzato una cerimonia ufficiale di consegna dei dipinti ai rappresentanti del Comando Carabinieri TPC. Alla cerimonia hanno partecipato esponenti dell'Ispettorato Generale della Polizia rumena, della Procura estera, del Comando Carabinieri TPC, dell'Ufficio dell'Addetto agli Affari Interni presso l'Ambasciata d'Italia in Romania e del Museo del Comune di Bucarest.

Le indagini sono state avviate sulla base di informazioni investigative che indicavano la presenza delle opere rubate in Romania. Fondamentale si è rivelata la consultazione tempestiva della “Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti”, un sofisticato archivio digitale di esclusiva proprietà dei Carabinieri TPC, utilizzato per la ricerca e il confronto delle immagini delle opere da localizzare. I riscontri investigativi effettuati in Romania hanno confermato l'identità dei dipinti trafugati nel 2024 in Italia.

La cooperazione tra le autorità italiane e rumene è avvenuta attraverso i canali ufficiali di giustizia e polizia, con uno scambio sicuro di informazioni effettuato tramite gli strumenti condivisi di Europol. Il recupero e la restituzione di questi beni culturali dimostrano l'efficacia della collaborazione internazionale nella lotta alla criminalità transfrontaliera legata al traffico illecito di opere d'arte, confermando l'impegno del Comando Carabinieri TPC nella tutela del patrimonio e nel rafforzamento delle partnership internazionali. ```


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Sicurezza senza confini: debutta l'unità congiunta tra Carabinieri e Gendarmeria francese


In occasione del #G7 di Evian-les-Bains, è scesa in campo per la prima volta l' #Uofi, l'Unità Operativa congiunta italo-francese. Un traguardo che va oltre il valore simbolico e misura, sul terreno, l'eccellenza della cooperazione europea in materia di sicurezza.

Ecco i punti chiave di questo storico debutto: 🔹 Chi: 40 militari in totale, in perfetto schema paritario: 20 Carabinieri italiani e 20 Gendarmi francesi, tratti da reparti. Nel dettaglio, la componente francese comprende: – 10 gendarmi della regione di gendarmeria Alvernia-Rodano-Alpi; – 10 gendarmi della regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. La componente italiana è invece formata da: – 10 carabinieri del reggimento Piemonte di Torino; – 10 carabinieri del battaglione Liguria di Genova. La distribuzione territoriale non è casuale. Coinvolge realtà direttamente legate all’area transfrontaliera e a territori in cui la collaborazione tra Francia e Italia è già, da tempo, una necessità pratica prima ancora che strategica. 🔹 Il battesimo: Il primo impiego operativo avviene in uno dei contesti più delicati, la protezione del summit del G7 in Francia. 🔹 Non solo grandi eventi: L'Uofi non sarà utilizzata solo per le massime occasioni. Opererà stabilmente per la sicurezza ordinaria e il controllo su entrambi i lati della frontiera franco-italiana. Formalizzata lo scorso maggio a Roma dai vertici delle due Istituzioni, questa unità è la prova concreta della solida fiducia reciproca che unisce le due Forze. Prima del debutto sul campo, un altro passaggio ufficiale si è svolto l’11 giugno in Francia, con la cerimonia di consegna dello scudetto dell’unità operativa franco-italiana a 12 ufficiali e sottufficiali delle due istituzioni.

#Carabinieri #Gendarmerie #G7 #Evian #Sicurezza #CooperazioneInternazionale #ItaliaFrancia


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Sicurezza senza confini: debutta l'unità congiunta tra Carabinieri e Gendarmeria francese


In occasione del #G7 di Evian-les-Bains, è scesa in campo per la prima volta l' #Uofi, l'Unità Operativa congiunta italo-francese. Un traguardo che va oltre il valore simbolico e misura, sul terreno, l'eccellenza della cooperazione europea in materia di sicurezza.

Ecco i punti chiave di questo storico debutto: 🔹 Chi: 40 militari in totale, in perfetto schema paritario: 20 Carabinieri italiani e 20 Gendarmi francesi, tratti da reparti. Nel dettaglio, la componente francese comprende: – 10 gendarmi della regione di gendarmeria Alvernia-Rodano-Alpi; – 10 gendarmi della regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. La componente italiana è invece formata da: – 10 carabinieri del reggimento Piemonte di Torino; – 10 carabinieri del battaglione Liguria di Genova. La distribuzione territoriale non è casuale. Coinvolge realtà direttamente legate all’area transfrontaliera e a territori in cui la collaborazione tra Francia e Italia è già, da tempo, una necessità pratica prima ancora che strategica. 🔹 Il battesimo: Il primo impiego operativo avviene in uno dei contesti più delicati, la protezione del summit del G7 in Francia. 🔹 Non solo grandi eventi: L'Uofi non sarà utilizzata solo per le massime occasioni. Opererà stabilmente per la sicurezza ordinaria e il controllo su entrambi i lati della frontiera franco-italiana. Formalizzata lo scorso maggio a Roma dai vertici delle due Istituzioni, questa unità è la prova concreta della solida fiducia reciproca che unisce le due Forze. Prima del debutto sul campo, un altro passaggio ufficiale si è svolto l’11 giugno in Francia, con la cerimonia di consegna dello scudetto dell’unità operativa franco-italiana a 12 ufficiali e sottufficiali delle due istituzioni.

#Carabinieri #Gendarmerie #G7 #Evian #Sicurezza #CooperazioneInternazionale #ItaliaFrancia


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Dalla diossina al barbecue: smantellata la "Filiera Nera" che ha ingannato...


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Dalla diossina al barbecue: smantellata la “Filiera Nera” che ha ingannato l'Europa

L’operazione a carattere internazionale “Carbone delle Alpi” ha rivelato come migliaia di consumatori siano stati ingannati da un sistema capace di spacciare scarti tossici per eccellenze ecologiche


Il cuore dell'inchiesta, coordinata dalla Procura di #Trento e condotta dal Nucleo Operativo Ecologico (#NOE) dei #Carabinieri, svela una sofisticata “alchimia cartolare”. L'organizzazione criminale ha messo in piedi una vera e propria “filiera nera” per gestire il traffico illecito di ceneri da piro-gassificazione, residui carichi di inquinanti organici che, per legge, richiederebbero procedure di smaltimento estremamente costose.

Invece di essere trattate come rifiuti, queste ceneri venivano “lavate” attraverso certificazioni di sostenibilità contraffatte e immesse sul mercato sotto diverse forme:

  • Bricchette per barbecue (il classico carbone pronto all'uso);
  • Ammendanti per terreni agricoli;
  • Additivi per calcestruzzo;
  • Quote di CO₂ fittizie, vendute come crediti ambientali.

Non siamo di fronte a un semplice smaltimento abusivo. È un'operazione di #greenwashing sistematico dove il crimine ambientale si sposa con la frode economica. Il rifiuto non viene nascosto sotto terra, ma viene “nobilitato” sulla carta per essere venduto a caro prezzo come risorsa rigenerativa.

Le analisi chimiche effettuate dagli inquirenti hanno restituito un quadro allarmante. Nelle bricchette e nei fertilizzanti è stata isolata una presenza massiccia di IPA (idrocarburi policiclici aromatici) e diossine, con concentrazioni che superano ampiamente i limiti di sicurezza sanitaria.

Il dato più scioccante riguarda la distribuzione: secondo le indagini, ben 70.000 sacchi di carbonella tossica sono stati venduti sul solo mercato italiano. Si tratta di migliaia di famiglie che, inconsapevolmente, hanno cucinato i propri cibi su una brace saturata da inquinanti industriali. L'ironia tragica è che il consumatore, scegliendo un prodotto etichettato come “biochar” o “naturale”, ha finito per contaminare il proprio cibo e il proprio terreno con sostanze cancerogene.

L'aspetto più inquietante di questa “filiera nera” non è solo l'ingegno dei trafficanti, ma la complicità dei controllori. L'inchiesta vede sotto la lente d'ingrandimento alcuni funzionari dell'APPA (Agenzia provinciale per l'ambiente) di Bolzano. Secondo l'ipotesi accusatoria, queste figure avrebbero tradito il proprio mandato istituzionale trasformandosi in veri e propri facilitatori del crimine.

Il loro contributo è stato tecnico e normativo, sfruttando le pieghe del regolamento REACh (la normativa europea sulle sostanze chimiche) per fornire una parvenza di legalità al traffico:

  • Redazione di note interpretative “su misura” per declassificare i rifiuti in sottoprodotti;
  • Ritardi strategici nell'emissione di sanzioni;
  • Suggerimenti operativi su come eludere i controlli nazionali ed europei.

Senza questo supporto amministrativo, il sistema sarebbe crollato ai primi controlli. È il fallimento del sistema di vigilanza: chi doveva proteggere la salute pubblica ha invece costruito lo scudo legale dietro cui il traffico ha prosperato per anni.

La rete non conosceva frontiere, estendendosi tra Italia, Austria, Germania, Croazia, Serbia e Svizzera. Per abbattere questo impero, è stato necessario un coordinamento massiccio: oltre 100 militari dell'#Arma, inclusi gli specialisti del #ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) e il supporto del 3° Nucleo Elicotteri di Bolzano, operando in sinergia con #Europol, #Eurojust e #OLAF.

L'inchiesta coinvolge attualmente 19 persone e 3 società, con 12 arresti già eseguiti. La dimensione transnazionale non è casuale: spostare i rifiuti attraverso diversi confini permetteva di sfruttare le asimmetrie normative e di “ripulire” la provenienza delle ceneri, rendendo il tracciamento quasi impossibile per i controllori ordinari.

Il gruppo criminale operava secondo una logica di doppio profitto. Da un lato, l'evasione totale dei costi di smaltimento delle ceneri tossiche (un risparmio stimato in centinaia di migliaia di euro). Dall'altro, la vendita di quello stesso scarto come prodotto di lusso o credito di CO₂. Il volume d'affari illecito complessivo si aggira intorno ai 4 milioni di euro.

Questo meccanismo non uccide solo l'ambiente e la salute, ma anche il mercato. Le aziende oneste, che investono realmente in tecnologie pulite e rispettano i costi dello smaltimento legale, subiscono una concorrenza sleale devastante. Il greenwashing qui non è un peccato veniale di marketing, ma un crimine economico strutturato che premia la frode e punisce la trasparenza.

L'operazione “Carbone delle Alpi” è una pietra miliare nella lotta al crimine ambientale moderno. Ci ricorda che la transizione ecologica non può basarsi solo su etichette accattivanti, ma richiede una vigilanza ferrea e un'impermeabilità totale alla corruzione istituzionale.

Il mercato dei prodotti sostenibili è oggi un terreno di caccia per organizzazioni criminali che vedono nella “sensibilità green” del consumatore un'opportunità di profitto facile. La trasparenza deve diventare un obbligo, non un'opzione commerciale.

In un mercato globale dove un rifiuto tossico può essere trasformato in “biomassa” con un semplice timbro corrotto, come possiamo essere davvero sicuri dell'origine dei prodotti che portiamo in tavola? La risposta non sta nell'etichetta, ma nella forza dei controlli che la sostengono.


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Dalla diossina al barbecue: smantellata la “Filiera Nera” che ha ingannato l'Europa

L’operazione a carattere internazionale “Carbone delle Alpi” ha rivelato come migliaia di consumatori siano stati ingannati da un sistema capace di spacciare scarti tossici per eccellenze ecologiche


Il cuore dell'inchiesta, coordinata dalla Procura di #Trento e condotta dal Nucleo Operativo Ecologico (#NOE) dei #Carabinieri, svela una sofisticata “alchimia cartolare”. L'organizzazione criminale ha messo in piedi una vera e propria “filiera nera” per gestire il traffico illecito di ceneri da piro-gassificazione, residui carichi di inquinanti organici che, per legge, richiederebbero procedure di smaltimento estremamente costose.

Invece di essere trattate come rifiuti, queste ceneri venivano “lavate” attraverso certificazioni di sostenibilità contraffatte e immesse sul mercato sotto diverse forme:

  • Bricchette per barbecue (il classico carbone pronto all'uso);
  • Ammendanti per terreni agricoli;
  • Additivi per calcestruzzo;
  • Quote di CO₂ fittizie, vendute come crediti ambientali.

Non siamo di fronte a un semplice smaltimento abusivo. È un'operazione di #greenwashing sistematico dove il crimine ambientale si sposa con la frode economica. Il rifiuto non viene nascosto sotto terra, ma viene “nobilitato” sulla carta per essere venduto a caro prezzo come risorsa rigenerativa.

Le analisi chimiche effettuate dagli inquirenti hanno restituito un quadro allarmante. Nelle bricchette e nei fertilizzanti è stata isolata una presenza massiccia di IPA (idrocarburi policiclici aromatici) e diossine, con concentrazioni che superano ampiamente i limiti di sicurezza sanitaria.

Il dato più scioccante riguarda la distribuzione: secondo le indagini, ben 70.000 sacchi di carbonella tossica sono stati venduti sul solo mercato italiano. Si tratta di migliaia di famiglie che, inconsapevolmente, hanno cucinato i propri cibi su una brace saturata da inquinanti industriali. L'ironia tragica è che il consumatore, scegliendo un prodotto etichettato come “biochar” o “naturale”, ha finito per contaminare il proprio cibo e il proprio terreno con sostanze cancerogene.

L'aspetto più inquietante di questa “filiera nera” non è solo l'ingegno dei trafficanti, ma la complicità dei controllori. L'inchiesta vede sotto la lente d'ingrandimento alcuni funzionari dell'APPA (Agenzia provinciale per l'ambiente) di Bolzano. Secondo l'ipotesi accusatoria, queste figure avrebbero tradito il proprio mandato istituzionale trasformandosi in veri e propri facilitatori del crimine.

Il loro contributo è stato tecnico e normativo, sfruttando le pieghe del regolamento REACh (la normativa europea sulle sostanze chimiche) per fornire una parvenza di legalità al traffico:

  • Redazione di note interpretative “su misura” per declassificare i rifiuti in sottoprodotti;
  • Ritardi strategici nell'emissione di sanzioni;
  • Suggerimenti operativi su come eludere i controlli nazionali ed europei.

Senza questo supporto amministrativo, il sistema sarebbe crollato ai primi controlli. È il fallimento del sistema di vigilanza: chi doveva proteggere la salute pubblica ha invece costruito lo scudo legale dietro cui il traffico ha prosperato per anni.

La rete non conosceva frontiere, estendendosi tra Italia, Austria, Germania, Croazia, Serbia e Svizzera. Per abbattere questo impero, è stato necessario un coordinamento massiccio: oltre 100 militari dell'#Arma, inclusi gli specialisti del #ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) e il supporto del 3° Nucleo Elicotteri di Bolzano, operando in sinergia con #Europol, #Eurojust e #OLAF.

L'inchiesta coinvolge attualmente 19 persone e 3 società, con 12 arresti già eseguiti. La dimensione transnazionale non è casuale: spostare i rifiuti attraverso diversi confini permetteva di sfruttare le asimmetrie normative e di “ripulire” la provenienza delle ceneri, rendendo il tracciamento quasi impossibile per i controllori ordinari.

Il gruppo criminale operava secondo una logica di doppio profitto. Da un lato, l'evasione totale dei costi di smaltimento delle ceneri tossiche (un risparmio stimato in centinaia di migliaia di euro). Dall'altro, la vendita di quello stesso scarto come prodotto di lusso o credito di CO₂. Il volume d'affari illecito complessivo si aggira intorno ai 4 milioni di euro.

Questo meccanismo non uccide solo l'ambiente e la salute, ma anche il mercato. Le aziende oneste, che investono realmente in tecnologie pulite e rispettano i costi dello smaltimento legale, subiscono una concorrenza sleale devastante. Il greenwashing qui non è un peccato veniale di marketing, ma un crimine economico strutturato che premia la frode e punisce la trasparenza.

L'operazione “Carbone delle Alpi” è una pietra miliare nella lotta al crimine ambientale moderno. Ci ricorda che la transizione ecologica non può basarsi solo su etichette accattivanti, ma richiede una vigilanza ferrea e un'impermeabilità totale alla corruzione istituzionale.

Il mercato dei prodotti sostenibili è oggi un terreno di caccia per organizzazioni criminali che vedono nella “sensibilità green” del consumatore un'opportunità di profitto facile. La trasparenza deve diventare un obbligo, non un'opzione commerciale.

In un mercato globale dove un rifiuto tossico può essere trasformato in “biomassa” con un semplice timbro corrotto, come possiamo essere davvero sicuri dell'origine dei prodotti che portiamo in tavola? La risposta non sta nell'etichetta, ma nella forza dei controlli che la sostengono.


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