Valutazioni discordanti sugli effetti del Piano Marshall in Italia

Gli obiettivi del piano Marshall furono molteplici: non solo vi era la necessità di prevenire il crollo del commercio e dei pagamenti internazionali, ma gli Stati Uniti volevano anche incoraggiare l’integrazione economica e militare dell’Europa.
La necessità di aiutare la ricostruzione economica dell’Europa aveva come scopo primario quello di evitare la guerra, aiutando le nazioni occidentali a risollevarsi e “irrobustire” la loro precaria economia.
Al fine di garantire il successo di questo piano di aiuti, gli Stati Uniti indicarono un accordo che sarebbe stato firmato dai Paesi beneficiari degli aiuti, il Foreign Assistance Act, il quale prevedeva che il paese beneficiario dovesse promuovere la produzione industriale e agricola in modo tale da poter tornare alla normalità ed essere indipendente dall’aiuto esterno nel minor tempo possibile. Oltre a ciò, venne richiesto che dovesse approvare quelle misure finanziarie e monetarie necessarie per stabilizzare la valuta, portare il bilancio in equilibrio e ridare fiducia nel sistema monetario. <110
[NOTA]110 F. Fauri, Il Piano Marshall e l’Italia, cit., pp. 52-53.
Erica Cavallini, Lo sviluppo dell’ENI negli anni del Piano Marshall, Università della Valle d’Aosta, Anno Accademico 2021-2022
Gli aiuti americani furono fondamentali per la rinascita economica italiana attraverso il “piano Marshall” proposto dal segretario di Stato degli Stati Uniti, George Marshall. Il programma venne annunciato nel giugno del 1947 e prevedeva un piano diaiuti economici verso i paesi Europei, consistente in più di 14 miliardi di dollari per un periodo di quattro anni. Lo scopo del piano fu quello di aiutare i paesi più colpiti dalla guerra in maniera organizzata, differentemente da tutti gli aiuti alimentari dati fino ad allora. Nel 1948 vennero istituiti l’Economic Recovery Program (ERP) e l’Economic Cooperation Administrator (ECA), organismi finalizzati al gestire al meglio i fondi destinati a ciascun paese. Più che permettere il semplice sostentamento delle popolazioni fu ideato per permettere la ripresa economica, il rilancio dell’attività imprenditoriale, ma soprattutto lo sviluppo di un’economia europea concorrenziale e aperta internazionalmente.
Per quanto riguarda l’Italia, gli aiuti che arrivarono furono circa di 1,3 miliardi di dollari, oltre ai 2 miliardi ricevuti dal 1943 al 1947, la stessa cifra ricevuta dalla Germania e metà di quella di Francia e Inghilterra.
Le industrie italiane trovarono molta difficoltà nel ripartire a causa di mancanza di materie prime e di un sistema di trasporto carente. Attraverso i fondi arrivati dagli USA ed insieme all’ammissione dell’Italia nel Fondo Monetario e nella Banca mondiale, con l’eliminazione dei contingenti sulle importazioni, con l’abbattimento dei dazi, le imprese ricominciarono a produrre ed esportare, permettendo all’economia italiana di tornare a respirare.
Il piano Marshall, terminato nel 1951, riuscì nel suo intento e non solo: i potenziali conflitti sociali, che sarebbero potuti nascere dopo la fine della guerra in Europa, vennero troncati sul nascere grazie al miglioramento delle condizioni sociali. Permise inoltre di far nascere forti legami con i governi dei vari paesi europei e allontanò la possibilità che si avvicinassero all’influenza dell’Unione Sovietica ❤.
[NOTA]3 J. L. Harper, L’America e la ricostruzione dell’Italia, 1945-1948, Il Mulino, Bologna 1987, p. 306.
Riccardo Rossi, Il miracolo economico italiano, Tesi di laurea, Università Politecnica delle Marche, Anno Accademico 2019-2020
Durante il periodo di attuazione del Piano Marshall, l’Italia ricevette, come gli altri paesi europei, l’85% degli aiuti concessi dagli Stati Uniti sotto forma di donazioni a fondo perduto.
Questi fondi furono utilizzati per finanziare una serie di progetti cruciali per la ricostruzione dell’Italia. Questi progetti includevano la modernizzazione delle infrastrutture, l’industrializzazione, la promozione dell’agricoltura, il miglioramento dei servizi pubblici e il sostegno allo sviluppo delle regioni più colpite dalla guerra.
In cambio l’Italia si impegnava ad acquistare beni e prodotti dagli Stati Uniti, in altre parole una parte degli aiuti ricevuti doveva essere spesa per l’importazione di attrezzature, macchinari e materiali prodotti negli Stati Uniti.
Questo contribuiva a stimolare l’economia americana e garantiva un ritorno economico per gli Stati Uniti.
In totale l’Italia ricevette di 1,485 miliardi di dollari, il 17% dell’intero pacchetto di aiuti del Piano Marshall destinato all’Europa, e per gestire gli aiuti finanziari, fu creato un fondo presso la Banca d’Italia, noto come “Fondo Speciale per la Ricostruzione” per la distribuzione e amministrazione dei finanziamenti.
Tale fondo finanziò numerosi progetti di importanza strategica, tra cui: – progetti di costruzione e ristrutturazione delle infrastrutture e dei trasporti, quindi strade, ponti, ferrovie e porti per migliorare la connettività e facilitare lo sviluppo economico; – progetti per la costruzione di impianti di produzione di energia, l’estrazione di risorse naturali, come carbone e petrolio, e lo sviluppo delle energie rinnovabili; – progetti volti a sostenere l’agricoltura italiana e lo sviluppo rurale, migliorando le pratiche agricole, aumentando la produttività e sviluppando le infrastrutture rurali; – progetti per la costruzione di nuove abitazioni e per la la ricostruzione delle aree colpite dai bombardamenti al fine di migliorare le condizioni abitative per la popolazione. Nel campo dell’istruzione e della ricerca vennero finanziati progetti per la costruzione/ristrutturazione di scuole, e investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica. Infine, si vararono progetti per la modernizzazione e sviluppo dell’industria italiana, per promuovere l’innovazione nei settori manifatturieri chiave, come l’automobilistico, il tessile, il chimico e l’elettronico.
I prestiti condizionati ad industrie italiane furono $ 260.214.404, di cui trassero vantaggio ben 1217 industrie italiane, che ebbero modo di acquistare nuove macchine e attrezzature, aggiornare le tecnologie produttive e introdurre metodi di gestione più avanzati per migliorare l’efficienza e la capacità produttiva.
In particolare: nell’industria automobilistica furono utilizzati per finanziare, produzione di automobili, costruzione di nuovi stabilimenti, e modernizzazione delle linee di produzione, contribuendo così alla rinascita del settore automobilistico italiano e all’incremento delle esportazioni di auto; nell’industria tessile e dell’abbigliamento italiano furono destinati all’acquisto di macchinari moderni per la filatura, la tessitura e la produzione di abbigliamento; nell’industria chimica, per l’aggiornamento delle infrastrutture e delle tecnologie produttive nel settore, favorendo lo sviluppo di nuovi prodotti chimici e migliorando la capacità produttiva complessiva.
Infine, furono finanziati progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con istituti di ricerca e università per favorire l’introduzione di nuove tecnologie e processi produttivi.
È tuttavia importante notare che l’Italia non ricevette solo aiuti finanziari diretti sotto forma di prestiti condizionati.
Parte degli aiuti era costituita da prestiti agevolati che dovevano essere restituiti nel corso degli anni con interessi inferiori rispetto a quelli normalmente applicati dal mercato; e crediti commerciali, cioè finanziamenti a lungo termine garantiti dal governo americano e destinati all’acquisto di beni e servizi statunitensi, che rappresentarono un importante sostegno per acquistare macchinari, attrezzature e materie prime di alta qualità a prezzi convenienti. <6
Infine, il Piano Marshall stimolò anche i privati americani ad investire in Italia, attraverso la creazione di filiali di aziende statunitensi nel paese oppure attraverso la partecipazione ad associazioni industriali italo-americane.
Questi investimenti favorirono la modernizzazione dell’industria italiana e il trasferimento di tecnologie avanzate nel paese.
Le imprese italiane e la coesione sociale
Dai rapporti dell’ECA (European Cooperation Administration) si rileva che, la maggior parte degli aiuti finanziari del Piano Marshall assegnati all’Italia fu destinata all’espansione delle industrie del nord del paese.
Questo perché, il principio di razionalizzazione del ciclo produttivo, basato sui principi del taylorismo, mirava a migliorare l’efficienza e l’ottimalità economica delle industrie.
Di conseguenza le industrie delle regioni settentrionali dell’Italia, già economicamente più sviluppate e produttive rispetto al sud, erano più promettenti e favorite per diventare settori tecnologicamente avanzati, seguendo il modello americano.
Qui i fabbricati e gli impianti fissi erano sopravvissuti alla guerra e rappresentavano quindi le fondamenta su cui il Paese doveva fondare la sua ripresa economica.
Tuttavia, si faceva sentire la mancanza di materie prime e combustibili e soprattutto il problema più urgente era la disoccupazione.
Durante quegli anni, infatti, i settori industriali con il maggior numero di occupati erano quelli legati all’industria chimica, meccanica e siderurgica, che erano stati fortemente coinvolti nella produzione bellica. Tuttavia, una volta terminato il conflitto, la domanda di tali settori diminuì e si creò un eccesso di manodopera, generando così una grave crisi di disoccupazione. <7
In questa cornice le imprese italiane hanno svolto un ruolo fondamentale non solo come motore di crescita economica, ma anche come elemento di coesione sociale.
Generando posti di lavoro, promuovendo la diversità e l’inclusione, e sostenendo progetti di sviluppo locale hanno contribuito a ridurre la disoccupazione, a migliorare il tenore di vita della popolazione, e favorire la stabilità economica.
Rispetto alle imprese europee, le imprese italiane si sono distinte fin da subito nell’attenzione alla qualità, al design e all’estetica, retaggio di un passato di arte, cultura e artigianato.
L’Heritage culturale e l’eccellenza artigianale hanno contribuito a creare marchi riconosciuti a livello internazionale nel settore del lusso, dell’automotive, della moda e dell’agroalimentare; questa enfasi sull’artigianalità e sulla cura dei dettagli ha contribuito a creare un vantaggio competitivo per le imprese italiane.
Fondamentale carattere distintivo delle imprese Italiane fu anche l’impronta familiare, le imprese familiari sono infatti una componente significativa del tessuto economico italiano, e questo tipo di imprenditorialità può favorire la continuità, la stabilità e la coesione all’interno dell’azienda.
[NOTE]6 S. Bartoletto, A. Garafolo, “Il ruolo del credito nell’economia italiana”, p.28, Mondadori, 2014.
7 Ennio De Simone, “Storia economica – dalla rivoluzione industriale alla rivoluzione informatica, L’economia italiana, Il miracolo economico”, p.295-305, FrancoAngeli, Quinta Edizione, 2014.
Giuseppe Vitti, L’etica nell’Impresa. Teoria e realtà aziendale tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023
Il giudizio più critico resta senza dubbio quello di D’Attorre, il quale sottolinea come «la “prosperità” promessa dalla propaganda statunitense era lontana» <187. Tuttavia, credo sia lecito l’interrogativo di Caruso, il quale si chiede se è possibile ascrivere all’Erp l’obiettivo di risanare l’equilibrio fra Nord e Sud <188; d’altronde fu un messaggio a lungo diffuso, soprattutto prima delle elezioni del 1948. L’allora Ministro dell’Industria e del Commercio, Giuseppe Togni, si fece portavoce di un messaggio tanto carico di speranze quanto scevro di pragmatismo: la precedenza assoluta al Mezzogiorno <189. Come riporta l’ex sindaco di Ravenna, dopo il noto esito plebiscitario del 18 aprile si placò l’ondata di promesse e di entusiasmo nei confronti delle realtà meridionali <190. È opportuno fare altre due considerazioni: il pensiero di D’Attorre è permeato di una vena molto critica e disillusa (forse realistica), sia nei confronti del piano Marshall e sia nei confronti di coloro i quali operarono intorno al piano Marshall, un esempio molto esplicativo riguarda la sua considerazione in merito al Convegno di Bari, il quale, secondo lo storico emiliano, «aveva sventato il pericolo di alimentare troppe speranze intorno al piano Marshall» <191 mentre, un giudizio totalmente positivo è quello espresso dalla Pellé, secondo la quale: « il confluire di così tante intelligenze e proposte al Convegno di Bari abbia forse rappresentato una decisiva fase di passaggio dal tradizionale meridionalismo, fatto di interventi legislativi anche di grande importanza, e tuttavia scollegati da un quadro generale, ad un nuovo meridionalismo che esigeva organismi ben strutturati di raccordo e promozione della diversificata legislazione meridionalistica» <192.
[…] E se citiamo il (neo)conservatorismo è impossibile non includere anche il giudizio di Togliatti su De Gasperi e sulla gestione del piano Marshall: «Dal ’47 in poi, espulsi dal governo i comunisti e i socialisti, “la ricostruzione economica” assunse il suo chiaro, definitivo carattere di restaurazione, escludendo qualsiasi velleità di rinnovamento. Alla testa dell’economia nazionale non soltanto ritornarono i vecchi gruppi dominanti, ma vi ritornarono le stesse consuetudini contratte sotto il fascismo, esigendo dal governo misure e interventi che ponevano a loro disposizione sia la ricchezza del paese che il bilancio dello Stato. I fondi americani furono utilizzati in modo caotico e senza controllo, a vantaggio prevalente dei privati, rivalutati i valori industriali a carico dello Stato, i profitti e i capitali presero a fuggire all’estero; l’evasione fiscale toccò i livelli più alti e il paese ne uscì con un bilancio dissestato e milioni di disoccupati totali e parziali permanenti. […] Emerge da tutta la ricerca, insomma, la figura di un De Gasperi non “ricostruttore” né, men che meno, rinnovatore dell’economia del nostro paese, ma soltanto restauratore della struttura economica tradizionale» <198.
[…] Senza entrare approfonditamente nel merito della discussione ricordiamo solamente come alla stregua di rilevare i risultati dell’Erp anno per anno, per Spagnolo è altrettanto importante «evitare la netta separazione tracciata da Milward fra l’Erp e gli altri aiuti provenienti dagli Stati Uniti» <208. Secondo lo storico barese senza «il piano Marshall probabilmente non ci sarebbe stato un Interim Aid per l’Italia e per la Francia» e che la tesi sopracitata può applicarsi forse soltanto al Regno Unito, «l’unico paese che con le sue colonie poteva disporre di un’alternativa all’importazione in dollari» <209. Egli in ultima istanza si astiene dal conferire un «giudizio di valore» <210 ma ricorda come il giudizio deve essere politico prima che economico, e tener conto dell’intera strategia postbellica dell’Europa e degli Usa. «Forse si può convenire che l’aiuto americano accelerò in modo decisivo la ricostruzione dell’Europa occidentale fra il 1946 e il 1947, evitò pesanti tagli alle importazioni e ai consumi nel 1947e nel 1948, ed ebbe effetti meno decisivi meno decisivi nel 1949. Per quanto riguarda gli anni fra il 1950 e il 1952 la questione è meno chiara. L’impatto deve essere giudicato caso per caso, tenendo conto della situazione dei singoli paesi dell’Oece» <211.
Tali conclusioni hanno il merito di lasciare ancora aperti i molteplici dibattiti sul tema anche grazie alla continua apertura degli archivi europei e americani ai quali spetta il compito di riversare nuova luce, previa curiosità degli storici, su un tema più che mai attuale.
[NOTE]187 Cit. Pier Paolo D’Attorre, Ricostruzione e aree depresse- Il piano Marshall in Sicilia, in “Italia contemporanea”, n. 164, settembre 1986, p.34.
188 Si veda nota n.171.
189 Cfr. Pier Paolo D’Attorre, Ricostruzione e aree depresse- Il piano Marshall in Sicilia, in “Italia contemporanea”, n. 164, settembre 1986, p.11.
190 Cfr. Ibidem.
191 Cit. Ivi. p.20.
192 Cit. Loredana Pellé, Il piano Marshall e la ricostruzione in Puglia, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma, 2004, p.163.
198 Cit. Palmiro Togliatti, Per un giudizio equanime sull’opera di Alcide De Gasperi, in “Momenti della storia d’Italia”, Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 190-191.
208 Cit. Carlo Spagnolo, La stabilizzazione incompiuta: il piano Marshall in Italia (1947-1952), Carocci Editore, Roma, 2001, p.131.
209 Cit. Ibidem.
210 In senso “weberiano”, come Spagnolo stesso aggiunge. Cit. Ivi, p.133.
211 Cit. Ibidem.
Giovanni Lacandela, Intorno al Piano Marshall. Linee di dibattito storiografico negli ultimi vent’anni (2000-2020), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, Anno Accademico 2019-2020
Il successo che l’organizzazione del piano Marshall seppe ottenere dal punto di vista della propaganda e della comunicazione politica fece sì che tramite gli aiuti le autorità americane presentassero all’Europa un modello di sviluppo, fondato essenzialmente sugli effetti del generale aumento della produttività sul tenore di vita di tutti gli strati sociali. L’Italia, almeno fino alla guerra di Corea, fu uno dei centri nevralgici di tale campagna informativa e propagandistica: la continuità nell’afflusso degli aiuti dagli Stati Uniti portò certamente molti italiani a fraintendere la natura dell’ERP, che spesso era considerato un programma di beneficenza e non di investimenti produttivi <1684, ma assicurò un’accoglienza generalmente positiva ai messaggi che dagli USA si cercava di veicolare con essi. Un piano di investimenti destinato a garantire l’aumento della produttività ed il generale miglioramento del tenore di vita era accompagnato da volantini slogan e articoli da parte della stampa amica: con essi gli americani intendevano dire agli europei «anche voi potete essere come noi», mentre l’intera percezione dei rapporti economici avrebbe dovuto essere mutata: «la guerra tra capitalisti reazionari e lavoratori rivoluzionari» sarebbe stata sostituita da «un rapporto dinamico tra produttori illuminati e consumatori soddisfatti» <1685. Tali obiettivi, in seguito alla loro diffusione e al generale interesse che suscitarono, divennero un elemento irrinunciabile nella presentazione all’opinione pubblica dei piani governativi di sviluppo economico. Sarebbe però semplicistico tratteggiare come un proposta dall’alto un fenomeno complesso, come lo sviluppo del “sogno americano” e della sua diffusione nell’Italia del dopoguerra.
[NOTE]1684 Alcune relazioni in proposito si trovano in ACS, DGPS, G 1944-1986, 210, G.1 362, ERP.
1685 Simili idee, espresse da D. Ellwood in “La propaganda del piano Marshall…” cit., pp. 161-162, furono poi riprese e sviluppate nei suoi lavori successivi. Il significato delle sue posizioni può essere pienamente compreso nel più ampio contesto delle analisi politico-economiche del piano: cfr. ad es. il già cit. La stabilizzazione incompiuta di C. Spagnolo, ma anche il classico A.S. Milward, The Reconstruction of Western Europe. 1947-1951, London, Methuen & C., 1984.
Andrea Mariuzzo, Comunismo e anticomunismo in Italia (1945-1953). Strategie comunicative e conflitto politico, Tesi di Perfezionamento, Scuola Normale Superiore – Pisa, 2006
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minioctt
in reply to minioctt • • •Mi sono accorta ora che la seconda schermata che ho allegato non era quella che volevo, l’avevo scattata perché mostra un bug, non per il numero di Pikmin inviabili…
Vabbe, skill issue, fatto sta che ormai posso selezionare solo una manciata di Pikmin per inviarli in missione, solo una o due decine, il resto sono tutti in stallo.