Per affrontare quello che sta succedendo in Iran all’interno del nostro contradditorio presente, dopo aver dialogato con Maysoon Majidi proponiamo un contributo di Mohsen Hamzehian, esponente del Unione Per la Democrazia in Iran che contiene molti spunti per comprendere meglio la situazione.
Mohsen Hamzehian, esponente del Unione Per la Democrazia in Iran, è un dottore iraniano che vive a Padova e che conosciamo da tempo per l’incessante impegno per la difesa dei diritti umani e la libertà nel suo paese.
CONTRIBUTO DI MOHSEN HAMZEHIAN Unione Per la Democrazia in Iran
La repubblica islamica uccide nell’ombra, rompiamo il silenzio
Sono trascorsi 47 anni, dalla istituzione della rivoluzione tradita in Iran.
Vorrei partire, anche per sgomberare il campo da alcuni fraintendimenti, proprio dal 1979 quando la monarchia dello scià Pahlavi venne spazzata via dalla rivoluzione del popolo iraniano. Ci stiamo dimenticando che ci sono dei punti di partenza per capire le dinamiche in atto in un grande paese dal valore geostrategico enorme com’è l’Iran.
Tra questi punti di partenza vi fu, nel lontano 1953, il colpo di stato contro il dottor Mossadeq, colpevole di portare la nazione in una direzione di maggior sovranità, osando anche la nazionalizzazione del petrolio, la più grande risorsa del paese. Il colpo di stato venne guidato dai servizi anglo-americani e favorì la centralizzazione del potere nelle mani dei Pahlavi. I quali è vero che spinsero per una modernizzazione del paese, ma lo fecero favorendo esigui strati della popolazione a scapito della maggioranza del paese.
L’idea dello scià, ben supportato dagli USA, era quella di diventare il gendarme militare dell’intera area e con questo obiettivo dissanguò il paese. E’ vero che per Teheran si girava con le minigonne, ma se reagivi alla povertà finivi incarcerato e ucciso. Tra il 1978 e il 1979 l’intero apparato dello scià crollava sotto la spinta delle lotte. L’esercito non appoggiava più la monarchia. Nel vuoto di potere, le uniche forze che avevano la capacità di connettere il paese e di trovare una direzione della rivolta erano quelle catalizzate dall’Ayatollah Khomeini.
La sequenza che non dobbiamo però dimenticare è che reprimere le spinte di autonomia nazionale dall’esterno ha favorito una leadership artificialmente innovatrice ma classista, incarnata dallo scià e ha reso le speranze di cambiamento di un grande popolo- un groviglio doloroso dove in mezzo al sangue si sta cercando di trovare finalmente uno sbocco verso la libertà.
Ricordo questo per chiarire un aspetto molto importante per il futuro dell’Iran. Chi fa riferimento oggi al figlio dello scià, che chiede un intervento armato a due genocidari, Netanyahu e Trump, che è contro l’autodeterminazione dei popoli, a favore dello sterminio del popolo palestinese, sta chiedendo alla storia di ripartire dallo stesso punto che ci ha portati sin qui. Come se si dicesse: abbiamo sbagliato ma adesso faremo meglio!
La costruzione di una società fondata sulla teologia e sui principi dello sciismo (da molti sunniti definito eretismo islamico) entra in contrasto con una parte della popolazione, in particolare le donne, che aspira a una società più moderna se non più laica. Contro il regime si sono sviluppate, sin dalla sua formazione, movimenti di opposizione e in particolare un movimento delle donne che rivendicava la modifica delle norme religiose che mettevano la figura femminile in secondo piano. I movimenti di piazza sono sempre stati repressi sanguinosamente.
Si sta duramente reprimendo anche quest’ultima grande ondata di proteste, forse la più ampia.
La popolazione in tutto l’Iran di oltre 150 città, la stragrande parte di regioni e province e di oltre 600 centri minori gridano slogan come “ne mullah e ne lo scià”. Gridano che la libertà non viene dall’esterno, che la via per la salvezza è l’autorganizzazione del popolo e la creazione dei consigli per la creazione di un governo democratico, cioè senza inquisitori e senza Re. Il popolo del Kurdistan è in prima linea nel movimento e ha dimostrato di possedere una vera solidarietà e organizzazione.
Il figlio dello scià rappresenta una posizione minoritaria, ma si comporta come se tutti fossero suoi sudditi. I suoi sostenitori hanno già deciso la bandiera del futuro Iran, aggredendo all’estero i manifestanti democratici e usando un lessico non politico. La famiglia di questo signore nel 1978 ha rubato 39.000.000.000 di dollari al paese e la sola collezione di Farah Diba, che comprende quadri di autori impressionisti e molti altri, vale diversi miliardi di dollari. Reza Pahlavi invita gli iraniani a scendere in piazza, quando i manifestanti hanno già riempito le piazze. Veramente ci vuole coraggio!
Nel 2022, in seguito all’uccisione della ventiduenne Jina Mahsa Amini per mano della polizia morale, sono state le donne a guidare il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Questo movimento ha rivoluzionato il mio paese, l’Iran.
Oggi la stragrande maggioranza delle donne esce vestendosi come vuole e in pubblico le vedi con i loro fidanzati.
Dopo le manifestazioni di “Donna, Vita, Libertà”, durante le quali insieme ad altri due attivisti, ho potuto partecipare a numerose iniziative pubbliche e nelle scuole del Veneto, sono arrivatemanifestazioni oceaniche che si differenziano dal passato.
Voglio condividere alcune informazioni e spunti per capire la situazione.
Le donne si sentono più libere, senza timore di presentarsi senza lo hijab islamico.
Le rivolte sono cominciate dalla borghesia interna dal bazar di Teheran, lo strato di piccola borghesia che non vuole pagare le tasse, anzi non ha mai pagato quello che avrebbe dovuto pagare.
C’è una svalutazione del rial molto evidente. 50 anni fa per avere un dollaro pagavi 70 rial oggi paghi 1.750.000 rial oppure 175.000 toman.
Il regime della repubblica islamica dell’Iran, produttore di materie prime – tra i primi tre produttori di petrolio a livello mondiale – e che offre il suo petrolio a basso costo per il mercato mondiale, è condannato ad essere arretrato, perché basso costo significa bassi salari, mancanza di libertà sindacali, bassi consumi, mercato nazionale fragile, sistemi sociali impoveriti e ricattabili, non riconoscimento dei partiti politici e corruzione totale degli amministratori. Il petrolio iraniano viene offerto a prezzo minore del prezzo del Brent, basta guardare il prezzo della vendita di petrolio alla Cina e non solo.
La Repubblica Islamica è ormai caratterizzata da un governo totalitario con funzionari inefficienti e corrotti che non sono in grado di risolvere i problemi quotidiani delle persone.
Anche subito dopo il 1979 al regime non era rimasto altro modo per sopravvivere se non la continuazione della politica con altri mezzi, cioè la repressione, l’intimidazione, la violenza, la tortura, la pena di morte tramite un personaggio come Khalkhali, un sanguinario messo al vertice del potere giudiziario religioso. Una corruzione mai vista nemmeno ai tempi della classe dirigente dello Scià.
La risposta del regime a queste ultime proteste è stata brutale.
Da fonti mediche, il “Sunday Times” parla di un rapporto che cita almeno 16.500 manifestanti uccisi e circa 330.000 feriti. Molte delle uccisioni sarebbero avvenute in un arco di soli due giorni, colpendo prevalentemente giovani sotto i 30 anni. Da fonti di ONG internazionali, Iran Human Rights (IHR) parla di una “carneficina” con circa 12.000 morti. Secondo l’agenzia di stampa Human Rights Activists, alla fine del 17° giorno di proteste erano state arrestate 18.434 persone e, finora, sono state trasmesse dalla televisione di stato 97 confessioni forzate.
Come forma di repressione si stanno bruciando le attività e anche i negozi nel bazar vecchio di Teheran, patrimonio dell’umanità. Si cerca di terrorizzare il popolo, pattugliando le strade dove è in corso il copri fuoco, minacciando le famiglie, dicendo loro di non far uscire i loro figli, sparando a vista d’occhio.
Nonostante le minacce le piazze sono piene di giovani che si battono per la libertà.
Il blocco/chiusura delle comunicazioni telefoniche, dei social e della radio e televisione, non avviene per la sicurezza del regime, ma perché il regime possa uccidere i manifestanti.
Ormai a tutti gli osservatori è noto quello che sta facendo il regime con l’assenza dell’intervento dell’ONU e i governi del mondo. I filmati amatoriali inviati mostrano la verità: rapine dei feriti dall’ospedale ad opera dei seguaci del regime, pasdaran, Basij e Guds, che operano bruciando negozi, macchine e i palazzi.
Riflettendo, dal 1979 ad oggi l’Iran non è mai uscito dalla guerra. L’idea di un nemico permanente rafforza il regime.
Noi esuli e non solo, soffriamo per un popolo che lotta da mezzo secolo per la libertà e che nonostante centinaia, migliaia di persone uccise continua a lottare per i propri diritti e non solo.
Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alle uccisioni, all’imprigionamento e alle torture dei prigionieri politici. Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alle esecuzioni capitali. Dobbiamo chiedere e rivendicare la libertà dei prigionieri politici. Tutta questa situazione dipende proprio dalla presenza del regime al potere!
A nome della mia associazione ringrazio veramente i cittadini di Padova e alcuni amministratori del Veneto che non girano la testa di fronte a tutto questo.
Il regime potrebbe superare anche questo snodo, ma solo nel sangue. Non ha altre cartucce. Il popolo iraniano, al contrario, ha la speranza di un futuro non peggiore dell’incubo che vuole lasciarsi alle spalle. A questa speranza va tutta la nostra solidarietà.
ALCUNE RICHIESTE AL GOVERNO ITALIANO
1. LIBERTA’ PER I PRIGIONIERI POLITICI SUBITO
2. RICONOSCIMENTO DEI PASDARAN COME ORGANIZZAZIONE TERRORISTA
3. INTERRUZIONE DI RAPPORTI COMMERCIALI CON L’ IRAN
4. CHIUSURA TOTALE DELL’AMBASCIATA E CONSOLATO DELL’IRAN
5. ESPULSIONE DEI GIORNALISTI GOVERNATIVI DELL’IRAN DALL’ITALIA
6. FAR RISPETTARE LA DECISIONE DELLA CORTE EUROPEA
Mohsen Hamzehian – UPDI
Cosa sta succedendo in Iran? Ne parliamo con Maysoon Majidi
Per comprendere cosa sta succedendo nella complessa situazione dell’Iran pensiamo sia utile ascoltare chi si è sempre opposto al regime per ampliare spazi di libertà reali. Preferiamo per questo dialogare con donne e uomini che abbiamo conosciuto in questi anni e con cui abbiamo condiviso momenti di iniziativa perchè l’Iran esca da un dominio oscurantista e possa aprirsi ad un futuro di libertà ed autodeterminazione.
Con questo spirito alcuni giorni fa abbiamo posto a Maysoon Majidi, regista ed attivista per i diritti umani curda-iraniana, alcune domande a cui ci ha risposto nello scorso fine settimana.
Ricordiamo che Maysoon Majidi fuggita dall’Iran per il suo impegno nel movimeno “Donna, vita e libertà”, dopo aver attraversato il Mediterraneo su uno dei tanti barconi carichi di esseri umani in cerca di una speranza di vita, sbarcata in Italia il 31 dicembre 2023, è stata arrestata con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”, in poche parole di essere una scafista. Rinchiusa per più di trecento giorni nel carcere di Reggio Calabria è stata poi assolta dal Tribunale di Crotone per non aver commesso il fatto. Nel suo periodo di prigionia in Italia ed anche ora continua ad essere in prima fila nella battaglia per la libertà in Iran e per i diritti dei migranti.
DIALOGO A DISTANZA CON MAYSOON MAJIDI
* Ci puoi aiutare a capire quel che è successo in Iran visto che si fa veramente fatica a comprendere a fondo la dinamica di quel che accade con le proteste, che all’inizio sono stata presentate come legate solo alla situazione economica del paese?
Scusate se rispondo con ritardo alle vostre domande ma sto lavorando molto. Purtroppo non riesco ancora a mettermi in contatto con l’interno del Paese, perché l’accesso a Internet continua a essere bloccato. Le domande che mi avete inviato sono importanti ed estremamente articolate. Rispondere in modo completo a tutte richiederebbe tempo e grande attenzione ma volentieri provo comunque a dire alcune cose.
Per quanto riguarda la situazione economica, il crollo del valore della moneta nazionale è un elemento centrale. Non è un caso che le proteste siano iniziate dai bazar, dagli stessi ambienti che nel 1979 ebbero un ruolo determinante nella Rivoluzione islamica. Oltre alle sanzioni del 2018, nuove misure sanzionatorie, che hanno colpito soprattutto la popolazione civile, si sono sommate al collasso di una delle principali banche del Paese nel mese di novembre. Tutto ciò ha prodotto un’inflazione estremamente elevata. A questo si aggiunge una grave crisi idrica che ha colpito il Paese nei mesi di ottobre e novembre e che non può essere ignorata.
Tuttavia, non si tratta di una rivolta dei poveri o degli affamati. Questa mobilitazione è la continuazione delle proteste precedenti.
Il gesto simbolico compiuto dalla popolazione di Ilam, dove sono stati presi di mira negozi legati alla distribuzione alimentare senza che venisse rubato alcun cibo, con il riso semplicemente sparso nelle strade, è la prova evidente di questo fatto.
Le persone non hanno fame di pane, ma di libertà.
Le proteste si sono svolte in tutte e 31 le province dell’Iran. Attualmente è in vigore una situazione di fatto assimilabile alla legge marziale e sono in corso arresti su larga scala. Non esistono dati ufficiali e certi sul numero delle vittime, ma sono stati riportati oltre 2.500 casi.
* Questa mobilitazione è in continuità, e come, con il movimento “Donna Vita e Libertà” ?
Il problema principale che abbiamo avuto e che continuiamo ad avere con altri gruppi in Iran è che non esiste una reale comprensione del significato di “Donna, Vita, Libertà”. Molti hanno tentato esclusivamente di appropriarsi di questo slogan del popolo curdo e oggi non sono nemmeno in grado di analizzarlo politicamente. Se mi chiedi una risposta diretta, la risposta è sì: in un Paese in cui non esistono democrazia, libertà di genere e giustizia sociale, l’unica via verso la libertà passa proprio da questo slogan e dalla sua ideologia, che rappresenta la matrice stessa di una filosofia della libertà e della giustizia.
* Sappiamo che è difficile fare previsioni, ma quali prospettive hanno mosso i manifestanti, se ne hanno avute, e quali prospettive esistono, secondo te?
Il problema fondamentale resta l’assenza di una leadership seria, credibile e affidabile.
All’interno dell’opposizione una delle voci critiche è quella di Pahlavi, e in particolare i suoi sostenitori, puntano al ritorno della monarchia, una monarchia indissolubilmente legata ai crimini della SAVAK, responsabile del massacro di circa 25.000 cittadini turcofoni in Iran e dell’esecuzione di importanti leader della lotta curda, tra cui Qazi Muhammad, presidente della Repubblica del Kurdistan. Basti ricordare che i movimenti del 1968 in Germania ebbero una delle loro scintille principali proprio in seguito alla visita dello Scià a Berlino. Per questo motivo, il rumore mediatico che circonda questa figura è sostenuto quasi esclusivamente da finanziamenti ingenti, provenienti anche da capitali sottratti all’Iran, e da una parte della diaspora a lui favorevole. All’interno del Paese e tra le altre comunità etniche, Pahlavi non gode di alcuna reale legittimità. I media a lui vicini hanno prodotto uno scandalo significativo manipolando video delle rivolte popolari e sovrapponendovi slogan come “Javid Shah”. Successivamente, anche i conflitti e le aggressioni verbali avvenuti durante le manifestazioni in Europa hanno contribuito, nel tempo, a svelare alla comunità internazionale il vero volto di questi gruppi.
Ciò che conta davvero è l’unità per porre fine alla Repubblica Islamica, andando oltre bandiere e simboli, con la speranza concreta che possa nascere un Iran democratico. È però necessaria molta cautela, perché si sa bene cosa si lascia alle spalle, ma non si può sapere con certezza cosa attenda alla fine del percorso.
prealpinux
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