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Raimbaut, vida e cansos


Concerto recitato, in lingua provenzale con traduzioni proiettate: la vita e le sette canzoni di Raimbaut raccontate e cantate da Matteo Zenatti, da solo in scena con la sua arpa salterio, nel suo castello immaginario di ricordi della vita in Monferrato a
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Concerto recitato, in lingua provenzale con traduzioni proiettate: la vita e le sette canzoni di Raimbaut raccontate e cantate da Matteo Zenatti, da solo in scena con la sua arpa salterio, nel suo castello immaginario di ricordi della vita in Monferrato accanto al marchese Bonifacio e la sorella di lui Beatrice – un lungo viaggio, dal paese di origine, al Monferrato, a Costantinopoli, narrato da lui stesso nella sua bella lingua.

Il concerto è la conclusione di una residenza di 10 giorni che si terrà a Dronero, il tempo per la preparazione, due incontri con le scuole, workshop con musicisti locali, una conferenza con i filologi Andrea Giraudo e Francesco Carapezza (come viene spiegato qui[color="#000000"]).[/color]


in scena Matteo Zenatti, canto, recitazione, arpa salterio
regia di Paola Tortora, Vintulera Teatro
consulenza filologica di Andrea Giraudo
luci di Teatro del Vento
costumi di Gaetano Miglioranzi
sartoria Caprara

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oggi, 15 ottobre / today, october 15th : an online meeting about a “wunderkammer” of contemporary italian poetry


casaitaliananyu.org/events/ita…

italian poets in wonderland

Wednesday, October 15, 2025
11:00 am – 1:00 pm (New York) // 17:00 – 19:00 (Italy)

as a part of
Settimana della Lingua Italiana nel Mondo
in collaboration with
Italian Cultural Institute in New York

Zoom Webinar
Italian Poets in Wonderland
Presenting the Digital Wunderkammer of Contemporary Italian Poetry


On Zoom
(register here)

Featuring:
Stefano Albertini, NYU
Luigi Ballerini, UCLA Emeritus
Fabrizio Bondi, Suor Orsola Benincasa University, Naples
Valerio Lo Bello, NetSeven

With the participation of:
Cecilia Bello, Università di Roma La Sapienza
Stefano Colangelo, University of Bologna
Ugo Perolino, University of Chieti
Vincenzo Frungillo, poet
Gianluca Rizzo, Colby College
Beppe Cavatorta, University of Arizona

In ENGLISH and ITALIAN:
casaitaliananyu.org/events/ita…


What if Italian poets were like those animals that, from a distance, seem like flies? Almost invisible at first glance, yet impossible to ignore once you find yourself in the same room with them. From this thought—and from a quotation by Jorge Luis Borges in The Analytical Language of John Wilkins—comes Itpoetry.org, the first digital platform dedicated to contemporary Italian poetry. The site is inspired by the bilingual anthology Those Who from Afar Look Like Flies, edited by Luigi Ballerini and Beppe Cavatorta, whose second volume will be released in November.

On this platform, a variety of voices—academic and beyond—connect online to discuss contemporary poets. The project was launched under the auspices of Casa Italiana Zerilli-Marimò at New York University, on the initiative of Luigi Ballerini and Fabrizio Bondi. Itpoetry.org was developed by the NetSeven studio in Pisa, which translated the structure of Flies into an interactive online experience, giving artistic form and digital animation to the often acrobatic and ironic ideas of Ballerini (UCLA emeritus) and Bondi (Suor Orsola Benincasa University, Naples).

The long flight of the “flies,” carried weightlessly by digital bits, aims to connect not only the two sides of the Atlantic but also the languages of new media with those of poetry—reaching unexpected and diverse audiences. All this stems from the belief that poetry, with its non-instrumental and therefore non-aggressive logic, “takes no prisoners.” Poetry can thus become a vehicle for peace; and it is our ongoing task to translate it—to interpret it, embody it, and carry it forward.

#asAPartOfSettimanaDellaLinguaItalianaNelMondo #BeppeCavatorta #CasaItalianaZerilliMarimò #CeciliaBello #ColbyCollege #contemporaryItalianPoetry #DigitalWunderkammerOfContemporaryItalianPoetry #FabrizioBondi #GianlucaRizzo #ItalianCulturalInstituteInNewYork #ItalianExperimentalism #ItalianPoetry #ItalianPoetsInWonderland #ItpoetryOrg #LaSapienza #letteraturaItaliana #LuigiBallerini #NetSeven #NetSevenStudio #NYU #poems #poesiaItalianaContemporanea #poetry #poets #SapienzaUniversitàDiRoma #SettimanaDellaLinguaItalianaNelMondo #StefanoAlbertini #StefanoColangelo #SuorOrsolaBenincasaUniversity #theDigitalWunderkammerOfContemporaryItalianPoetry #traduzione #traduzioni #translation #translations #UCLA #UgoPerolino #UniversitàDiRomaLaSapienza #UniversityOfArizona #UniversityOfBologna #UniversityOfChieti #ValerioLoBello #VincenzoFrungillo #webinar #wunderkammer #zoom

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E allora è arrivato!


Finalmente: domani parto per Dronero (provincia di Cuneo), 9 giorni di residenza, preparazione, incontri e workshop, e il 25 metto in scena Raimbaut, vida e cansos, concerto in assolo, recitato interamente in provenzale (con traduzioni proiettate), con le
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Finalmente: domani parto per Dronero (provincia di Cuneo), 9 giorni di residenza, preparazione, incontri e workshop, e il 25 metto in scena Raimbaut, vida e cansos, concerto in assolo, recitato interamente in provenzale (con traduzioni proiettate), con le canzoni e le vicende di Raimbaut de Vaqeiras, opera che completa il percorso iniziato col [color="#000000"]cammino di Trovatore in transito[/color]: torno da dove ero partito, a Dronero, grazie a Espaci Occitan, che ha deciso di prendersi carico di questa residenza, cui sempre sarò grato.

È il progetto che mi ha impegnato negli ultimi anni, compresa la registrazione delle sue sette canzoni rimaste, che è ancora in preparazione (colpa mia che non mi fido di me), ma entro qualche mese dovrebbe arrivare.

Credo di non essere mai stato tanto compromesso come questa volta: lo vivo come un raggiungimento per me, sperando che sia una bella riuscita: un’avventura per la memoria di così tante pagine in provenzale, per la buona esecuzione delle musiche di Raimbaut, per il tentativo di far passare storie così lontane a un pubblico attuale. Ce la metto tutta.

Paola Tortora mi ha condotto registicamente alla messa in scena.
Gaetano Miglioranzi mi ha disegnato il costume di scena, e la sartoria Caprara lo ha completato

Sulla pagina dedicata di Espaci Occitan [color="#000000"]puoi l[/color]eggere tutti gli appuntamenti di questa residenza, compresa una conferenza con due valenti filologi che son sicuro mi bacchetteranno per le mie scelte linguistiche e tutto quel che ne consegue, Andrea Giraudo e Francesco Carapezza 🙂

Insomma, faccio la valigia (lo spettacolo è progettato per stare tutto intero dentro un contenitore trasportabile anche via aereo, vorrei portarlo davvero dovunque) e parto.

Ci vediamo a Dronero.

matteozenatti.net/wp-content/u…

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Credere, obbedire, combattere. La propaganda della guerra nel 2025


Carri armati, droni, elicotteri da combattimento, veicoli blindati e mezzi storici hanno occupato dal 2 al 5 ottobre l’area attorno al teatro Politeama, cuore di Palermo. Il “Villaggio dell’Esercito”, allestito per volontà del ministro Crosetto con il beneplacito del sindaco Lagalla e la presenza “rassicurante “ del presidente della Regione, è stato presentato sul sito del Comune […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/15/cred…

#armiDaGuerra #OsservatorioControLaMilitarizzazioneDelleScuole #Palermo #RegioneSiciliana #RenatoSchifani #UfficioScolasticoRegionale

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gli inutili pensieri personali noiosi sulla discrepanza uniscolastica dell’octo…


Ultimamente stavo pensando (ahia…), quasi rimuginando a riguardo, per qualche motivo, che questo terzo anno di università, in termini di vibe, in alcuni specifici frangenti mi riporta un po’ al liceo… e non so se è una cosa buona. Mi sono tenuta questa pazzia per un po’, ma veramente più ci penso e più mi sembra valida, quindi eccola qui come al solito per chi non ha paura di subirla… 😈

Innanzitutto, l’ambiance. Questa è particolarmente interessante, perché come vibe si divide in più punti, eppure resta consistente con la premessa; tolta l’aula dove si tengono i corsi facoltativi quest’anno, che non mi riporta a nulla di antico:

  • Il lunedì mattina, si va nel laboratorio al primo piano… che, quando le tapparelle sono aperte, ed entra la luce, mi riporta spaventosamente all’ora di informatica al liceo; dove, a dire il vero, si faceva forse anche di più di cosa facciamo in questo laboratorio con le due materie di questa mattina… cioè, io faccio le mie robe come allora, e gli altri perdono tempo col telefono o videogiocano in ogni caso come allora, ma il professore lì a scuola non stava solo a spiegare da delle diapositive come qui all’università. Sarà perché anche al liceo il laboratorio di informatica era al primo piano, e non sotterraneo come gli altri laboratori di PC all’università, e più o meno le dimensioni sono comparabili, anziché esagerate con file lunghissime?
  • Il giovedì e venerdì mattina, invece, si sta nell’aula normale, alquanto ampia ma fredda di inverno… (me ne sono già lamentata abbastanza, non aggiungerò altro…) come al liceo, finché non accendono i termosifoni, lì a dicembre. Però, come al quinto anno di liceo in particolare la mia era una delle poche aule senza termosifoni, qui all’università questa è una delle poche aule dove i condizionatori sembrano non riuscire a fottutamente funzionare… che è quantomeno curiosa, come corrispondenza. Non bella, ma ci sta.
  • Il mercoledì, ad orario di merda purtroppo, come già detto anche questo, ci sono le conferenze delle aziende in un’aula che non è presa a caso, ma è apposta per le conferenze, con una specie di palco seppur non profondo e le sedie a salire… che, con facilità ovvia, riporta subito all’aula magna del liceo, e a tutte le ore felicemente perse (perché erano di mattina, in quel caso) lì dentro nel corso di 5 anni, ad ascoltare la gente yappare per assemblee di istituto o per i soliti eventi con ospiti da fuori. Peccato non abbia lo stesso odore di polvere, e sia molto più piccola, altrimenti le vibe erano veramente spiccicate uguali.


Questa è una foto del laboratorio, comunque… Chi andava al liceo con me E leggerà questo post, cioè nessuno, noterà anche una certa somiglianza per come dalle finestre si vede l’altro fabbricato, con il cortile sotto… che magia… 🤩
Poi, una nota piccola ma importante ci sarebbe da fare sui professori… e questa non è buona, principalmente. Per quanto di personaggioni in questi 2 anni già passati me ne siano capitati, e più volte in passato ho fatto paragoni mentali con alcuni del liceo, con quest’anno siamo veramente ad un bel livello!

  • C’è il professore di Android che si incazza se la gente bisbiglia — e oh, in realtà per questo lo rispetto, tecnicamente ha ragionissima — e, per quanto non urli come a scuola invece è prassi, questo suo lamentarsi continuamente del rumore mi fa per forza pensare alle ore di scuola… con la differenza che lì eravamo tutti obbligati a stare, mentre qui, chi non vuole seguire la lezione se ne può andare fuori a parlare; oltre al fatto che il suo è uno dei corsi a scelta, quindi basta.
  • C’è poi il professore di non dico quale delle due materie obbligatorie (sia mai ‘sto blog giri proprio quando non voglio, poi succede che me lo sogno la notte…) che, vi giuro, è attualmente il nuovo yapping final boss, definitivo. Per carità, l’anno scorso ne ho avuto uno mooolto peggiore sotto questo punto di vista, e del primo anno non parliamo nemmeno, ma questo… mi appare, fisicamente e come attitudine, un misto tra il prof. di chimica e quello di educazione fisica del liceo, e parla e straparla aggiungendo dettagli superflui quando spiega che è un mal di testa…

Ahimè, le similitudini coi vecchi tempi — dove ero allo stesso tempo più tormentata ma più spensierata, nonché c’è da dire che non era ancora arrivato il mio glow-down, seppure il mio glow-up non c’è mai stato prima e sta arrivando solo ora (…lasciate stare, sono normali paranoie da ragazza magica…) — finiscono qui. O quasi: ero tanto socialmente inetta allora come ora, e tutto sommato ugualmente poco cagata, ma ora è per certi versi anche peggio sotto questo aspetto, come tra l’altro sospettavo prima di iniziare l’università… almeno al tempo c’era nella stessa mia classe gente che conoscevo circa bene e con cui scambiare delle parole di vario tipo, mentre ora no… c’è appena qualcuno in altre classi, in alcuni momenti, che non è per niente la stessa cosa. Ah e, letteralmente dimenticavo… al liceo non c’era nessun piano di studi da presentare, mentre qui mi tocca, ed entro questo venerdì… l’altro ieri pensavo fosse inizio ottobre, mentre invece siamo a metà. Il tempo sta proprio volando!!! 😩


Un’altra cosa nata al liceo e poi svanita è, probabilmente, il sitoctt; Scopri come mai è morto, nel nuovo articolo paradossalmente ma piacevolmente pubblicato sullo stesso sitoctt: sitoctt.octt.eu.org/it/blog/20…. (Messaggio promocttionale, leggere attentamente il foglietto illustrocttivo.)

#pensieri #università


giornata cacata per fattori multiuniversali (analisi delle mie ultime paturnie, applicate a oggi ma non solo)


Io, in fondo in fondo un minimo scherzavo, pazziavo, sulla storia per cui sono tremendamente distrutta oltre ogni limite dalle cose susseguentesi… un minimo, perché comunque la storia di base è assolutamente vera… eppure, oggi mi rendo conto che non ero per niente pronta per il momento in cui tutto questo sarebbe diventato reale per davvero, al di là dei miei sottili ma ampi e ben impilati strati di ironia… Ed esattamente come le mie lagne sono un combinarsi di cose per formare il racconto di esperienze assolutamente non invidiabili, questo mio progressivo sfaldamento è da imputare a fin troppi fattori combinati, quindi non c’è una singola particolare cosa che se cambiata risolvererebbe tutto. (No, neanche il dormire 13 ore in un giorno… anche se spero di comunque riuscire a fare proprio questa fine sabato!) 🐭

1, il sempre presente: Il freddo. Ormai lo sto dicendo ad nauseam, ma veramente… mi distrugge tipo da dentro, mi consuma e mi rende una persona più vuota, a fatica permettendomi di finire la giornata!!! Ed è un ciclo continuo e subdolo, seppur con un po’ di variazione da un giorno all’altro, per via di come sono strutturati i miei orari… Esco di casa e, se è mattina presto, tengo freddo (beh, in realtà anche solo a stare in casa a quell’ora fa il freddo, ma quando mai non è stato così in case di letteralmente il secolo scorso… e vaffanculo alla società di 50 anni fa che ignorava totalmente il concetto di efficienza energetica). Bisogna aspettare a più tardi, all’orario comodo di sveglia che io preferisco ma non sempre posso permettermi, per non piangere… e poi sorprendentemente si sta bene, anche fuori; addirittura oggi, non essendoci quel vento bruttissimo di giorni fa, fuori si stava proprio bene, c’era un gustoso tepore… ma anche un’escursione termica da spavento tra l’ombra e il sole, al punto che non ironicamente dovevo prepararmi mentalmente per entrare in un edificio, essendoci il portico. E poi, la sera… giuro, dal momento in cui il sole tramonta, da che sto bene inizio a fottutamente tremare; ma non fuori alla strada eh, dico proprio dentro casa (si torni al punto delle case di merda.)… NON ce la faccio!!! 🥀

Le mattine di giovedì e venerdì, specialmente, sono particolarmente traumatiche, comunque. Questo perché l’aula di merda in cui in quelle mattine ho lezione — che è merda per lo stesso motivo della casa, e infatti mi risulta sia stata costruita circa nello stesso periodo (non so come, visto che l’edificio ha la seconda numerazione più recente, ma così ci disse il prof molto vecchio l’anno scorso, ed è l’unica fonte disponibile, seppur credo una per niente affidabile… quindi non si può fare altro che credergli) — dove, a differenza delle altre aule, i climatizzatori attualmente mi risultano spenti, e l’edificio fa schifo e proprio lo percepisco come se fosse posseduto ed emettesse freddo verso dentro… ma forse sarà solo il vento gelido da fuori che entra pure con tutto chiuso, forse perché essendo per metà finestre sarà fisicamente per metà spifferi. Poi, ovviamente, non aiuta che il professore della seconda materia abbia aperto metà delle imposte per “far cambiare aria“… poi qualche decina di minuti dopo qualcuno ha chiuso almeno quelle che stavano direttamente dietro di me, però intanto il vento è entrato prepotente a rompere ancora di più l’anima; in qualche modo demoniaco e fisicamente incomprensibile riuscendo a soffiarmi pure all’altezza delle caviglie!!! 😭

Tra l’altro, stamattina mi sono pure svegliata con una gola atrocemente secca, non so perché. Durante la giornata poi mi è salito a tutti gli effetti proprio il mal di gola, con ogni tanto pure il coff coff… solo nella sera mi è sembrato un po’ meglio, ma sento comunque la gola fatta di carta vetrata fine (oh, poteva essere molto peggio… a granula grossa…). E durante il pranzo mi è venuto pure il raffreddore, o comunque qualunque cosa porti a far uscire il muco dal naso, e che palle veramente… già in primavera devo stare con questi porca puttana di fazzoletti per l’allergia; se ora a inizio ottobre già riesce fuori la merdata del muco divento una bestia. 🤧

E ok, un (1) fattore quantomeno l’ho decodificato per bene, ma non ci posso fare granché; se mi vestissi invernale già ora, sarebbero problemi. Il resto rimane poco chiaro, invece… Mi distrugge così tanto andare 5 giorni su 7 in culandia a semplicemente sentire sciroccati yappare? Perché stress vero e proprio non ne ho… o almeno, non ho motivi per pensare di starne subendo un’accumulazione; non ho esami di mezzo, sto prendendo tutto per i cazzi miei, alla fine la verità è che comunque ‘sto nel chill. Quindi, 2 e oltre: ancora boh, per ora. 😑

L’unica cosa buona della giornata, almeno, è che ho detto vaffanculo e sono andata al ristorante a pranzare (anche perché oggi in giro a quell’ora non ho intravisto nessuna persona che non mi detesta, quindi sarei stata piantata lì per niente), dunque a pranzo ho certamente goduto, e non indifferentemente… ma l’ho fatto perché già con soli 2 giorni di fila a mangiare solo pane e acqua fino a quando non arriva la cena, che è ben 7-8 ore dopo, finisco a casa che un altro po’ cado per terra — non subito, a dire il vero, ma appena cala il sole e arriva il freddo di cui sopra si — 3 volte una dietro l’altra mi sa mi sa che sono proprio un suicidio, manco fossi detenuta in un campo di lavoro forzato di uno qualsiasi dei tanti famosi paesi poco democratici esistenti nel nostro mondo… quindi bene spendere dei soldini per sopravvivere. 😇

Comunque, anche in questo c’è una cosa bizzarra: bono e saziante il pranzo, con primo e secondo, e ho speso appena 15 euro in totale, quindi non posso proprio lamentarmi… ma comunque dopo un po’ mi è salito quell'”aaaaa” di stanchezza di mezza giornata… no, non è abbiocco post-pranzo, perché quello in genere non mi viene, almeno non quando pranzo per bene. Ho fatto tutto con estrema calma, godendomi i momenti della goduria, quindi ho passato più di 1 ora al ristorante, muovendo i piedini con pazienza nell’andare e tornare, e prendendo il caffè al bar dell’università (e non alle macchinette, stavolta, vaffanculo agli stronzi ladri criminali!!!) pur di perdere altro tempo… però alla fine dei conti mi sono trovata comunque con mezz’ora bucata e nulla di particolarmente infognante da fare sul PC nel restante spicchio di pomeriggio, quindi mi è salito comunque quel sentimento di vuoto di stomaco misto a vuoto dell’anima… 😬

Inspiegabile, tutto ciò, davvero. Almeno, ora che sono a casina (cioè, da ore, come l’altra volta, poi ho avuto altro da fare), comunque la differenza con il fatto che ho pranzato veramente si vede, perché non mi sento sul punto di morte… evviva!? E in realtà, tra scrivere questo stesso post e finirne altri per il blog della stufa, ho smesso di sentirmi cacata come a prima… Aspe… miiinchia… ma vuoi vedere che, sotto sotto, il professore con l’accento siciliano ha ragione, e l’aria dell’università è realmente viziata (in tutte le aule, non solo quella di stamattina) e peggiora magicamente l’umore??? Si vede che sarebbe probabilmente il caso di abbatterli proprio, ‘sti palazzi schifosi, e fare direttamente lezione all’aperto, a questo punto, basta. 👻
Lore update:I have officially lost the plot. Idkwhat's happening anymore…Comunque, questo fatto è sempre più vero!!!
#giornate #paturnie #pensieri #problemi


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Treno Intercity Notte 794 con E464.193 + E464.234 in transito a Castagneto Carducci (30/01/2024)


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17 ottobre: open day per i nuovi corsi 2025-26 del centroscritture


venerdì 17 ottobre, ore 18:30 | Evento online:
Presentazione dei corsi e delle attività della nuova stagione 2025-2026 del CentroScritture

locandina Open Day di centroscritture.it - corsi / eventi / edizioni _ 17 ottobre 2025 locandina Open Day di centroscritture.it - corsi / eventi / edizioni _ 17 ottobre 2025

centroscritture.it/event-detai…

Presentazione della quinta stagione 2025-2026 di corsi e attività del CentroScritture in un evento online aperto a tutti trasmesso in diretta sul canale YouTube del CentroScritture.

Sarà ripercorsa la storia del Centro, attivo dal 2018 e nella nuova, attuale veste dal 2021, la filosofia che guida le sue iniziative, e verranno chiarite le modalità di partecipazione. Un’occasione per avvicinarsi al primo centro culturale interamente dedicato alle scritture poetiche contemporanee, di cui si impegna a fornire gli strumenti – dagli autori alle opere, dalle idee agli stili e alle tecniche – per orientarsi al meglio nel vasto e complesso panorama della poesia di oggi.

Sarà illustrata la programmazione didattica, 10 nuovi corsi da ottobre 2025 a giugno 2026, insieme ai seminari, gli eventi, le edizioni ECS e i progetti in partnership.

Interverranno:
Valerio Massaroni – Direzione generale
Marco Giovenale – Coordinazione didattica
Emanuele Franceschetti – Eventi e progetti

Parteciperanno inoltre alcuni iscritti che presenteranno le loro recenti pubblicazioni:
Giancarlo Busso, Campagne (Fallone Editore, 2025)
Paola Parolin, Necessità e grazia (Arcipelago Itaca, 2024)
Cristian Ponsillo, RAL 9005 (Puntoacapo, 2025)
Giorgio Rafaelli, Il colore basso di un saluto (Arcipelago Itaca, 2024)

VENERDÌ 17 OTTOBRE 2025
ORE 18:30
Diretta online sul canale YouTube del CentroScritture

→ Vai al canale YouTube

→ Vai alla nuova programmazione 2025-2026

#CentroScritture #centroscrittureIt #corsi #CristianPonsillo #EmanueleFranceschetti #GiancarloBusso #GiorgioRafaelli #MarcoGiovenale #MG #openDay #PaolaParolin #poesia #poesie #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #ValerioMassaroni

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Un paio di cuffie e un podcast per scoprire l’Universo

edu.inaf.it/news/per-la-scuola…

Torna Martina Tremenda, con il suo podcast multimediale di 12 episodi pensato per accompagnare bambini
e bambine dalla Terra ai pianeti più lontani, tra alieni curiosi, alla scoperta dei misteri dell’Universo.

#Astrokids #MartinaTremenda #podcast

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scheletri negli armani


trovo – o meglio trovavo, un mese fa – su fb questa frattaglia tra il servile e l’efferato, che non bisogna essere a sx per giudicare – come minimo – apologetica degli anni più demmerda del Novecento, (in)seminatori dei decenni successivi.

poi io commento, in calce, con Balestrini.
apologia dell'armanismo
“il regno dei sarti” (Nanni Balestrini):

Nel maggio del 1984 si è concluso il processo 7 aprile. Le mie incriminazioni erano state pesantissime: associazione sovversiva, banda armata e 19 omicidi tra cui quelli di Aldo Moro e della sua scorta. L’accusa aveva chiesto per me 10 anni ma la sentenza è stata di assoluzione. Dopo tanti anni sono così potuto rientrare in Italia, ma la mia prima impressione è stata di sgomento. Ritrovavo un paese in piena restaurazione, le vicende del passato più recente erano state ipocritamente rimosse, nessuno parlava più di politica, il consumismo era all’ordine del giorno, Milano da capitale dell’industria e della cultura era diventata il regno dei sarti. La moda dominava, tutti si vestivano di etichette.


(slowforward.net/wp-content/upl… – da slowforward.net/2022/08/23/pos…)


[quello sul giorgio è proprio un trafiletto mortuario: “oggettificazione”? del potere maschile? “fluidificazione della geopolitica”? “capitali liberati”? “La potenza fisica”? “il nuovo Medio Oriente” (!!!) ??? … ma siamo pazzi? ma l’anima de li mejo tatcher vostri…]

[ma quanti morti ci devono essere, di fame, sul lavoro, di perdita del lavoro e della casa, di smantellamento dello stato sociale e della sanità pubblica, per capire da dove viene il presente?]


un addendum:
https://www.facebook.com/share/1D3KATb6PW/

#111 #anni80 #anniDemmerda #anniNovanta #anniOttanta #anniottanta #Balestrini #etichette #GiorgioArmani #ilRegnoDeiSarti #moda #NanniBalestrini #nuoviPoteri #politica #poteri #processo7Aprile #restaurazione #sarti #scheletriNegliArmadi #scheletriNegliArmani #tatcherismo #unPaeseDiSarti #unPaeseInPienaRestaurazione


“inno ai nuovi poteri”


trovo su fb questa frattaglia tra il servile e l’efferato, che non bisogna essere a sx per giudicare – come minimo – apologetica degli anni più demmerda del Novecento, (in)seminatori dei decenni successivi.

poi io commento, in calce, con Balestrini.

“il regno dei sarti” (Nanni Balestrini)
slowforward.net/wp-content/upl…

(da slowforward.net/2022/08/23/pos…)

(“fluidificazione della geopolitica”? “capitali liberati”? ma l’anima de li mejo tatcher vostri)

#anni80 #anniDemmerda #anniNovanta #GiorgioArmani #nuoviPoteri #poteri #sarti


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niente gaming attraverso nintendo se si sta senza la u (non si può giocare quasi a niente su WiiU senza Gamepad)


So che forse non dovrei farmi questo tipo di domande, perché con Nintendo da un lato è inutile, e dall’altro è pericoloso, lo sappiamo, la mafia, i ninja, wewe tu devi solo aggiocare non sia mai che ti preoccupi di qualcosa… però, dall’altra sera questa cosa non la riesco a mandare giù. Per quale cavolo di motivo su Wii U, se non si vuole usare il Gamepad, si può praticamente fare appena un decimo del gaming altrimenti possibile, a giudicare a occhio? 😐

Putiamo il caso, giusto per fare un esempio, che voi siate me… ok, no, non serve andare così in là. Putiamo magari il caso che il Gamepad sia scarico — situazione plausibile, visto che tutti i controller Nintendo wireless drenano malamente da spenti se hanno batterie collegate, e con il Gamepad una carica dura poco gaming, quindi in pochi anni la batteria si degrada parecchio con questo giochetto di scarica e ricarica, finendo per durare sempre di meno — e non si voglia sclerare per ricaricarlo in quel momento. Oppure, ancora, magari si vorrebbe giocare con un comando più compatto e leggero in quel momento, per comodità o quel che è… ma no. 🥱

Oh, io posso accettare che non si possano usare le impostazioni della console, o il browser web, o il che cavolo ne so, senza il Gamepad (nonostante non ci sia alcuna ragione tecnica per cui quei malati di Nintendo non potessero implementare il supporto completo a qualsiasi controller nelle app e nei menu…), ma il punto è che un sacco di giochi sono completamente inagibili! E non solo quei giochi gnammy basati interamente attorno al Gamepad, come per esempio Nintendo Land (che io possiedo in copia fisica, supergnammy), ma anche altri che proprio non capisco perché siano in questa situazione.🎳

Non posso dare troppi esempi specifici, perché non ho provato ogni singolo gioco immaginabile, bensì ho provato giusto ad aprire vari titoli alla bene e meglio, ma di cose assurde ce n’è una varietà infinita. Molti giochi che semplicemente non partono proprio senza il Gamepad collegato, facendo comparire un popup nel menu home… altri che si avviano, ma subito chiedono che sia collegato il Gamepad; giusto qualcuno concede almeno il Pro Controller, ma il Wiimote quasi mai… e altri ancora, principalmente quelli di terze parti (ma non solo eh, anche Nintendo ha cagato qui), che sembrano partire normalmente, ma poi non rispondono a nessun comando; di nuovo, almeno non con i Wiimote, al massimo con il Pro Controller. Poteva andare anche peggio di così, a pensarci, eh… ma ciò non significa che la situazione non sia brutta. 😾
Da qui in poi devi usareil Wii U GamePad.Accendi il GamePad....Per avviare questo gioco,sincronizza un Wii U GamePad,un Wii U Pro controller oun controller tradizionale.Impossibile comunicare conil Wii U GamePad. Controllanelo schermo.Se la batteria del Wii U GamePadè quasi scarica, ricaricala.
La cosa veramente peggiore poi è che, quando una app finisce in questo stato per cui internamente, e non al menu home, chiede che il Gamepad sia collegato per proseguire, oppure semplicemente non dice niente, i controller alternativi non supportati sono spesso disconnessi e non si ricollegano più… quindi, in tal caso, l’unico modo per chiudere cosa si è avviato è spegnere la console col tastino, da vicino (o, se, come nel mio caso, il tastino è stronzino, scollegare e riattaccare il cavo di alimentazione… sigh). Se invece il controller non supportato è il Wiimote, e rimane collegato, collegando il Pro Controller ovviamente questo finirà come G2… ma diversi giochi così non lo leggono, quindi va pure cambiato a mano l’ordine. C’è da impazzire nello sperare di semplicemente giocare alla mordi e fuggi, insomma!!! ☠️

I giochi ufficiali che ho visto sicuramente funzionare almeno col solo Wiimote, per ora, sono meno di 10… wow, che palle. Li metto qui, assieme ad un’altra lista che ho trovato, ed eventualmente quelli che non funzionano che ugualmente segnerò, poi, se non mi secco: memos.octt.eu.org/m/eBqVHkeFgE…. Poi, a intuito, credo ci siano i giochi Virtual Console NES che funzionano, ma non ne ho nessuno, mentre SNES e GBA vogliono almeno il Pro Controller, e quelli DS il Gamepad; e i giochi originali Wii ovviamente fanno testo a parte. 🔪

Vabbè, basta: a questo punto non si gioca, si rotta. Anche perché poi al Wii U piace in generale dare comunque sempre le sue rogne che rubano tempo e fanno incazzare, come tutti i freeze e i softlock che a caso capitano per via di glitch software (anche su console non moddate, figurarsi), e non c’è niente da fare. (Però… semmai questo rottame non mi muore, ed eventualmente non muore neanche il vostro, ricordo che qui ci sono i miei codici amico per fare il gaming attraverso la rete… magari è meno miserabile.) 💥

#gaming #lamentele #Nintendo #problemi #WiiU

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La rivoluzione al punto zero

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La rivoluzione al punto zero

Collana Nextopie

Silvia Federici

Saggistica

D Editore

29 maggio 2025

Brossura

460

Il cuore pulsante del capitalismo non batte solo nelle catene di montaggio delle fabbriche o sulle scrivanie degli uffici, ma anche nelle nostre case. Il lavoro domestico e di cura sono il motore di un sistema che ha costruito il proprio dominio sul lavoro invisibile delle donne, appropriandosi del loro tempo, dei loro corpi e delle loro emozioni. Senza salario, senza riconoscimento, senza diritti. Se non quelli “amorevolmente” concessi.
Dopo Oltre la periferia della pelle, Federici torna in Italia, con un’opera fondamentale, finalmente in edizione completa: La rivoluzione al punto zero. In questo libro, sono stati condensati decenni di lotte e analisi su temi che vanno dallo sfruttamento del lavoro riproduttivo, alle conseguenze per le donne del colonialismo, diventando nelle sue varie edizioni un pezzo fondamentale della storia del femminismo e del pensiero radicale contemporanei.
La Rivoluzione al Punto Zero è un’arma teorica per chi vuole comprendere, ma soprattutto trasformare, il presente in cui ci troviamo a lottare. (Dalla pagina di presentazione)

Silvia Federici


Silvia Federici è una saggista di lungo corso, Di impostazione marxista, si è sempre occupata di arricchire la complessità del dibattito anticapitalista dimostrando teoricamente quella che ne è la radice stessa. Lo sfruttamento del lavoro di cura e come questo sia considerato “naturale”. Autrice e docente, da oltre 50 anni attivista nei movimenti femministi (Wages for housework). Nei suoi scritti ha sempre dimostrato come il controllo dei corpi delle donne sia alla base, ancora oggi e anzi oggi forse ancora di più, del sistema di potere capitalista.

La rivoluzione al punto zero


Il libro è una raccolta di testi scritti dall’autrice tra gli anni ’70 e gli anni ’10 del 2000. Personalmente lo ritengo un testo fondamentale che non mi limiterò solo a consigliare ma anche a diffondere. Leggendolo ho potuto riscontrare quanto anche tra i millennial bianchi e di sinistra, siano ancora diffuse convinzioni introiettate dal patriarcato. Il libro ribalta il paradigma secondo cui il lavoro domestico sia da considerarsi “naturale” e riporta al centro del dibattito la necessità di un suo riconoscimento.

Attualità bruciante


Federici analizza e smonta punto per punto tutte le contraddizioni che stanno alla base tra ciò che vogliamo essere e ciò che il sistema e il mercato ci impongono di essere. Esplorando i concetti di maternità, sessualità, riproduzione, migrazione e violenza istituzionale si vedono le radici di queste spinte contraddittorie. Nella nostra quotidianità viviamo sempre più in una tortura psicologica simile allo strappamento medievale. Se all’epoca erano gli arti ad essere tirati in direzioni opposte oggi sono le nostre identità, le emozioni e le volontà e ciò avviene in maniera subdola, costante e impercettibile. Un girone infernale chiamato capitalismo con 8 miliardi di torturati e un torturatore. Uno stile di vita i cui beneficiari sono i produttori di psicofarmaci e di sostanze da dipendenza.

Contro il mito del progresso


Come mi capita spesso di ripetere il capitalismo non potrebbe esistere senza patriarcato, cosi come i fascismi non potrebbero esistere senza capitalismo. Abbattere mattone per mattone il sistema patriarcale significa agire sulle fondamenta di quel millenario controllo dei corpi umani e in particolare dei corpi femminilli (aggiungo io di qualsiasi specie, l’autrice non parla di specismo). In questo modo la cura potrà essere restituita alla comunità e condivisa. Liberata dal dovere e dalle tassonomie di genere. Il capitalismo richiede la distruzione di qualsiasi attività economica non subordinata all’accumulazione e per farlo usa, spesso e volentieri, la guerra. Il libro cita esempi di donne che questo lo hanno compreso e hanno attuato forme di resistenza. Sono raccontati gli esempi delle cucine comuni in Cile e Perù e varie forme di gestione femminile della terra, in ottica anticapitalista, che mi riportano alla mente la poesia di James Connolly; “Vogliamo solo la terra”.

Riflessioni personali


Leggere oggi, nel 2025, di fronte a tutte le lotte sociali necessarie e urgenti non può che spingermi a fare delle considerazioni. Mi sono fermato spesso, durante la lettura, a riflettere su quanto il lavoro di cura (in particolare per sè stessi) e il tempo siano concetti correlati e quanto siano sempre più risicati e rosicati dalla società attuale.

Lavorare per vivere?


Penso a quanto sia sempre più maggiormente e obbligatoriamente delegato il lavoro di cura per i soggetti deboli (bambin*, anzian*, persone con disabilità). Assumere e pagare colf, baby sitter e badanti crea un nuovo soggetto discriminatorio e ovviamente un discriminato. Inoltre il soggetto “curato” diventa spesso un prodotto de-umanizzato. Senza considerare che chi lavora in questi settori finisce per privare se stess* e la propria famiglia dal lavoro di cura o comunque a doverlo fare doppiamente essendo pagat* la metà.

Vivere per lavorare


Tutta la vita è organizzata in maniera funzionale alla società capitalista. Affinchè questo si perpetui è necessario che il lavoro di cura non venga riconosciuto.

“Avere un salario significa far parte di un contratto sociale chiaro: lavori, non perchhè ti piace o perché ti viene naturale, ma perché è l’unica condizione sotto cui ti è permesso vivere”

dal libro


Conclusioni


Una lotta che spinga gli Stati a riconoscere il lavoro di cura (come quella portata avanti dal movimento wages for housework) libererebbe da diverse ipocrisie e potrebbe avere effetti reali positivi sulla cultura e la società. Da uomo ritengo che libererebbe gli uomini dall’essere strumento attivo del potere patriarcale.

Guardiamo all’Italia. Quando i genitori lavorano entrambi fuori ed entrambi a casa (con il lavoro di cura condiviso) fanno la scelta più difficile ed economicamente meno conveniente. Per assurdo converrebbe economicamente, anche per via del gender gap, che l’uomo lavori di più e la donna di meno o che non lavori fuori per lavorare full-time (anzi extra time se consideriamo anche il servizio psicologico, sessuale etc. che serve per far accettare al marito i mali palesi del sistema capitalistico).

Inoltre l’impossibilità di curare se stess*, va a beneficio dello stesso capitalismo. Mangiare male e di fretta cibi pronti – spesso pagati più di quanto il rider che li consegna guadagna in un giorno, o serviti velocemente da camerieri sottopagati – è spesso causa problemi di salute.

Ma si sa, per i problemi causati dal capitalismo la soluzione la offre…il capitalismo. Se infatti la sanità pubblica si indebolisce e viene privata di fondi, riconvertiti al militarismo, ecco pronta per curare i mali di una vita che non è vita, una bella assicurazione sanitaria privata.

#capitalismo #femminismo #patriarcato #rivoluzione #sfruttamento #SilviaFederici


Questo lavoro non è vita

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Questo lavoro non è vita. La lotta di lasse nel XXI secolo. Il caso GKN

Dario Salvetti e Gea Scancarello

Libro intervista

Fuoriscenalibri

15 novembre 2024

Brossura con alette

192

Il 9 luglio 2021, i 422 dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio (Firenze), fabbrica che produce semiassi per l’industria automobilistica, ricevono una email con la quale viene comunicato l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per cessazione di attività. Lavoratrici e lavoratori non restano immobili nella rassegnazione, reagiscono immediatamente, raggiungono i cancelli dell’azienda, presidiati da guardie private, e riescono a entrare. Non lo fanno per rabbia, ma per difendere un diritto e per proteggere il proprio territorio dalla delocalizzazione e dall’impoverimento.
Comincia così la lotta operaia più lunga e più strutturata degli ultimi decenni. Una lotta allo stesso tempo potente e fragilissima, che va conosciuta e sostenuta perché ci riguarda tutti. La mobilitazione, da un lato, vuole opporsi a un abuso e, dall’altro, avvia un corpo a corpo con il capitale di straordinaria forza e intensità. Un corpo a corpo non isolato ma in convergenza con movimenti e lotte che attraversano tutto il Paese, seppur spesso sottotraccia.
Mentre questo libro va in stampa, lavoratrici e lavoratori sono ancora lì, hanno costituito un Collettivo di fabbrica, hanno allestito un loro piano industriale credibile e hanno avviato la procedura di azionariato popolare per sostenerlo, che si è chiusa con oltre un milione di euro di sottoscrizioni.
In questi ultimi anni sono stati pubblicati molti libri che hanno raccontato la crisi e le falle del modello capitalistico di produzione e sviluppo, mancava però ancora un libro sul lavoro, che raccontasse la lotta di classe nel XXI secolo.
Questo libro non è solo la storia di una singola battaglia, ma un manifesto che parla a ciascuno di noi, trasversalmente al proprio mestiere. Perché il lavoro è vita. Ma questo lavoro, sfruttato, sottopagato, che ammala il corpo e la mente, in cui puoi essere licenziato in tronco con una email, non lo è più. È necessario gridarlo con consapevolezza, e farlo collettivamente. (dalla pagina del libro)

Il collettivo di fabbrica GKN


Questo libro è frutto delle lotte del collettivo di fabbrica GKN. Una sottolineatura fondamentale per cercare di entrare dentro questo modo di pensare un mondo nuovo. Un mondo sbocciato come un fiore ribelle nato dal letame di un capitalismo sempre più arido e avido. Un fiore seminato dalla coscienza di classe e che sta convergendo, con altri semi, nel vento di una nuova umanità sempre più necessaria. Recensendo su questo blog pensatori come Graeber e Chomsky, capita spesso di leggere i loro inviti a immaginare forme alternative di lotta. La storia, il presente e mi auguro il futuro della ex GKN (ora GFF) ci offre spunti pratici in questo senso.

Come scrivo qualche riga sopra, questo è un libro collettivo. Anche se sulla copertina risulta il nome di Dario Salvetti, accompagnato nel dialogo e nelle riflessioni da Gea Scancarello, faremmo un torto e probabilmente un dispiacere a Salvetti stesso cercando in una persona (o peggio in un personaggio) il leader o l’uomo da seguire. Svuoteremmo, abbruttiremmo e impoveriremmo l’essenza stessa, la specificità e la bellezza collettiva di questa lotta. Lotta che ha saputo andare oltre GKN. Grazie anche alla sua convergenza con la fase storica che viviamo ormai da troppo tempo.

Narrazioni nuove, nemici vecchi


Il libro fornisce al lettore, soprattutto a chi meno conosce la vicenda, nuovi punti di vista e inversioni di paradigma. Riappropriarsi della narrazione è tanto più necessario quanto più il capitale, come sta facendo con forza da decenni, svilisce e svuota quelli che sono i concetti chiave della lotta di classe. Un pensiero che abbraccia ogni aspetto della vita quotidiana. Sono interessanti alcuni passaggi in cui si prende coscienza della trasposizione dell’importanza della lotta nella realtà giornaliera.

Come se il potere conducesse costantemente una lotta contro ogni singola persona, trattandola come una microazienda da sottomettere al suo volere. In questo modo vince sempre, poiché già essere costretti a giocare al gioco di chi fa le regole è una sconfitta. Il potere alimenta il potere in un continuo parossismo perchè “se la terra è tonda e se il mare è blu, da che mondo e mondo il forte vince e non sei tu (Cangaceiro – Litfiba)”.

[…]È ovvio che hanno dalla loro parte alcuni strumenti importanti, tra cui il fatto di essere lo status quo: a volte possono semplicemente ritirarsi e aspettare che le cose facciano il loro corso. Hanno dalla loro parte anche e innanzitutto il tempo. Ma soprattutto hanno dalla loro parte una verità: per il lavoratore la lotta è qualcosa che va oltre la “normale” vita quotidiana, è un’eccezione, un momento di grosso sacrificio che si fa sperando che qualcuno a un certo punto lo raccolga. Per loro, invece, la lotta contro il lavoratore è la vita quotidiana.[…]

dal libro



Inoltre, in questa fase storica, ci stanno anche convincendo che se perdi, la colpa è tua. Fateci caso:

“La lotta impedisce la ripartenza della fabbrica.”

“Eh! Ma se usciva vestita in quel modo? Cosa pretende?”

“I giovani non vogliono fare sacrifici.”

“Nessuna crisi climatica! La colpa è di chi non pulisce i letti dei fiumi.”

“I vegani inquinano perché mangiano la soia e fanno fallire i piccoli allevatori che amano i loro animali.” (Anche se, mi si permetta la mia personale postilla, li sgozzano, stuprano e vendono per soldi).


La lotta crea, la lotta insegna


[…] Dobbiamo essere bravi a inventare ogni volta qualcosa di nuovo. A continuare in questa eterna azione pedagogica che è la lotta.[…]dal libro

Mi sono ritrovato molto in questa frase. Ho sempre pensato, riflettendo sulle vicissitudini del lavoro in Italia, che uno dei mali principali è stato proprio quello di abbandonare la pedagogia della lotta. Qualcosa che se ci pensiamo è collegata anche all’antifascismo. Ci dicono che sono concetti vecchi, che c’è bisogno di “pacificazione”, che il fascismo è morto 80 anni fa e intanto continuano a reclutare servi, impedire manifestazioni antifasciste e scioperi e proteggere commemorazioni di assassini. Il potere può farlo perchè senza pedagogia della lotta manca la coesione sociale.

Riprendere la pedagogia della lotta è fondamentale per offrire ragionamenti, cause e risposte ai problemi reali delle persone. La lotta crea e insegna che nessuno si salva da solo e che attaccare chi sta peggio porterà solo ad avere due persone che stanno peggio di prima mentre chi li ha messi contro ci guadagna. Inventare e reinventare la lotta di classe, internazionalizzarla nell’intersezionalità allontana le persone in difficoltà dal pensare che il fascismo possa essere una risposta. La lotta addensa la società liquida e disgregata, funzionale al capitale, e crea mutuo aiuto e libertà. Lottare insieme attorno agli stessi bisogni reali, comuni per tutti gli sfruttati, è anche l’unico modo possibile di fare vera integrazione.

“Puzziamo di incontrollabilità”


Per questo motivo la ex GKN, e soprattutto il suo esempio, ha molti nemici. In quattro anni ha mantenuto una coerenza encomiabile non permettendo a nessuna istituzione di mettere il cappello per vincere un’elezione o crescere nei sondaggi. Ha realizzato tre edizioni del festival di letteratura working class. Ha predisposto un piano di reindustrializzazione dal basso credibile e dettagliato e continua a creare valore in tanti modi. Partendo dal presidio ancora attivo a Campi Bisenzio e in giro per l’Europa. Soprattutto sta diffondendo un’idea pericolosissima per sottrarsi e sottrarci alle regole del potere: “immaginare il tempo altro per uscire dal qualunquismo consumista del salario”. Mi auguro che questa lotta rimanga il più orizzontale possibile resistendo alla tentazione di cercare la risposta in una classe dirigente verticale o qualcosa di simile. Solo imparando dalla storia si può scrivere una nuova storia.

La libertà non è un lusso


Per questo paragrafo finale metto a confronto due citazioni che stimolano una riflessione.

La libertà inizia quando riusciamo a liberarci dal regno delle necessità.

Dario Salvetti tratta dal libro

“Il lusso è la necessità che inizia quando la necessità finisce.”


attribuita a Gabrielle Coco Chanel

Notiamo certamente un punto in comune; la necessità. Ma considerando che la seconda frase è spesso utilizzata (forse superficialmente) per giustificare la tendenza verso bisogni indotti e per loro natura effimeri, potremmo riflettere su cosa davvero è importante. La pienezza e la ricerca dell’evoluzione individuale che può darci il tempo liberato dalle necessità o la creazione di necessità che tali non sono e che ci mantengono prigionieri?

#autogestione #collettivoDiFabbrica #gkn #lottaDiClasse


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“l’intellettuale è inutile?”: crisi della critica (d’arte, e d’altro) in una risposta di nicolas martino a gian maria tosatti


operavivamagazine.org/come-fun…

“la mancanza di una resistenza all’invasione della logica economica è un fenomeno provinciale tipicamente italiano” (N.M.)

#art #arte #crisiDellaCritica #critica #criticaDArte #GianMariaTosatti #HalFoster #intellettuale #intellettuali #NicolasMartino #OperaViva #OperaViva #storiaDellArte

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Profughi stranieri in Italia nel 1945


Il responsabile dell’Ufficio per i Dp [Displaced Persons: persone profughe] Camps Unrra [United Nations Relief and Rehabilitation Administration] a Roma era Antonio (Tony) Sorieri, Chief of Bureau of Relief Service, presentato dal Nuovo Notiziario Luce del 1945 come il “Signor Sorieri, dal quale dipende l’organizzazione dei campi degli sfollati” <81. Sorieri era anche il Deputy Chief of Mission in Italy, il cui ufficio era in una piccola sede in Via Toscana, in una traversa alle spalle dell’Ambasciata statunitense a Via Veneto. Nella struttura piramidale secondo la quale era organizzata l’Unrra egli si trovava ai vertici della missione italiana: prima di lui vi erano il Chief of Mission, Keeny, gli Uffici dell’Unrra in Europa con sede centrale a Londra (Ero) e la direzione generale di Washington <82. Il Bureau of Relief Service aveva ricevuto mandato dal Sacmed [Comando Supremo Alleato nel Mediterraneo] di occuparsi degli Unrra Camps della zona di Lecce (Santa Cesarea, Tricase, Santa Maria a Bagni e Santa Maria di Leuca), della zona di Milano e del nord Italia (Torino, Cremona e Genova) e dei campi di Bari e Cinecittà. I campi rimasti sotto la tutela dell’Acc [Commissione Alleata di Controllo] raccoglievano le Dps ritenute ineleggibili o pericolose <83.
La sede di Roma, oltre ad essere il punto di riferimento per tutti gli Uffici Unrra della penisola, era anche il tramite tra le Dps e i paesi d’appartenenza o di elezione per l’emigrazione, attraverso l’istituzione di canali preferenziali con le ambasciate e i consolati, dei quali teneva un’agenda degli indirizzi sempre aggiornata <84. Si verificavano, inoltre, alcune situazioni particolari in cui cittadini stranieri displaced in stati diversi dall’Italia erano costretti a contattare le proprie rappresentanze diplomatiche sul territorio italiano che, a loro volta, si incaricavano di far da tramite con le nazioni di appartenenza. Stando ai documenti, ad esempio, si presentò il caso dell’Albania. Nel 1946 a Tirana non era presente una rappresentanza diplomatica polacca, così gli assistiti polacchi dell’Unrra in Albania furono costretti a far passare dagli uffici consolari polacchi a Roma le proprie richieste per l’emigrazione in Palestina <85.
Nel caso delle JDps [profughi ebrei], l’Unrra di Roma era anche l’organizzazione meglio connessa con altre istituzioni ebraiche e non, a partire dall’Icgr, alla Croce Rossa Internazionale, al Joint, all’Hebrew Immigrant Aid Society e alle Comunità cittadine, fino agli uffici della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei (Delasem) ancora aperti nelle città italiane. A Roma la Delasem, finita la guerra, aveva trovato posto negli uffici di Via Principe Amedeo 2, vicino alla Stazione Termini <86. Come ricorda nelle sue memorie Settimio Sorani, direttore della Delasem romana, la primissima sede degli uffici era stata in Lungotevere Raffaello Sanzio, vicino alla sede dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) e aveva continuato la sua attività nel dopoguerra <87. Proprio per questo doppio legame diplomatico e assistenziale, gli uffici di Roma erano stati i primi ad essere interessati da comunicazioni provenienti da alcuni paesi delle Nazioni Unite, volte ad avere informazioni sui propri connazionali displaced in Italia, o dalle richieste dei governi di prendere in carico i propri cittadini sotto il mandato dell’Unrra <88. Tale legame era anche il motivo principale per cui molte Dps si ammassavano in città, alla ricerca di un contatto con gli uffici consolari per le pratiche di emigrazione, per aspettare il rilascio dei visti o per chiedere notizie dei propri congiunti.
Le attività dell’Ufficio di Roma erano cominciate successivamente alla firma dell’Accordo dell’8 marzo 1945 tra l’Unrra e il Governo. Uno dei primi provvedimenti presi nei confronti delle Dps era stato, se eleggibili per l’assistenza internazionale, di fornirle di un certificato di garanzia rilasciato dall’Unrra. Da un Memorandum dell’Italian Mission del gennaio 1945, nei territori liberati, si contavano già 1.406 certificati rilasciati in varie città dai Local Assistance Office. Le città con il numero più alto di certificati rilasciati furono Bari (213), Bologna (313) e Roma (395) <89 e non stupisce che fosse proprio l’Ufficio di Roma ad accorgersi delle irregolarità che si erano verificate nei rilasci dei “Grant Certificates”. Giunsero, infatti, alla responsabile dell’ufficio Displaced Persons Division, Helen Montgomery, “rumors” sullo spostamento di richiedenti assistenza da un ufficio, che precedentemente aveva negato
il certificato, ad altri che invece successivamente lo avevano concesso. Il problema riscontrato non era certamente inusuale: l’eleggibilità di una Dp veniva determinata, in mancanza di documentazione certa, sulla base dei racconti delle stesse Dps e sui pochi dati anagrafici a disposizione delle autorità. Il racconto della Dp, qualora non fosse valso al rilascio di un certificato una prima volta, cambiava per poter aderire ad alcuni criteri <90. La soluzione proposta consisteva nell’applicare sul certificato il numero di pratica del richiedente, il luogo, la data e di fornire tutti gli uffici di un elenco aggiornato giornalmente dei nomi di coloro cui non era stato concesso. L’ufficio era perfettamente consapevole che ciò non avrebbe evitato che si riproponessero episodi simili, in una situazione in cui le Dp non erano per la maggior parte fornite di documenti d’identità, ma si augurava che il provvedimento avrebbe reso più difficile il passaggio da un ufficio all’altro <91.
Nel marzo 1945, seguendo un trend in ascesa, in base al numero totale dei “cases”, ossia delle pratiche di assistenza aperte in diversi Local Office, si registravano a Roma 1.095 Dps in provincia e 977 Dps in città: nello specifico si contavano 118 Dps a Cinecittà <92. Nelle immediate vicinanze di Roma si contava uno sparuto numero di Dps che non superava la decina. Dopo quattro mesi, l’Ufficio di Via Toscana segnalava a Sorieri che il numero degli assistiti era salito a 3.000 Dps, quasi il doppio rispetto alla primavera <93. Nel settembre 1945 la situazione di sovraffollamento degli Uffici di Via Toscana divenne insostenibile, tanto che Sorieri chiese invano che all’Ufficio di Roma venisse data una nuova sistemazione che potesse ospitare il doppio del personale (salito da 10 a 20 persone) e più del doppio di assistiti che giornalmente giungevano presso l’Ufficio (divenuti più di 4.000). Chiese, inoltre, che fosse data agli uffici romani l’autorizzazione a rilasciare certificati per la distribuzione di vestiario e autorizzazioni per l’assistenza medica, oltre alle mansioni già espletate del rilascio di tessere per razioni di cibo e gestione delle richieste di sussidi in denaro. L’ufficio, in aggiunta a ciò, era stato coinvolto anche dalla Repatriation Division per censire le Dps presenti sul territorio e organizzare i convogli. Lo spazio non bastava, soprattutto in previsione della stagione invernale e delle nuove direttive del Consiglio di Londra che autorizzavano l’Unrra a farsi carico, eventualmente, anche delle richieste dell’Italia nei confronti dei propri assistiti <94. La situazione di precarietà non riguardava solamente la sede romana: anche in altri uffici si registrava spesso l’inadeguatezza degli spazi e dell’attrezzatura. A Torino, nel novembre 1945, si lamentava l’assenza di corrente elettrica e di riscaldamento di qualsiasi tipo, tanto che i dipendenti erano stati costretti a lavorare al gelo e al buio <95.
All’inizio del 1946, nei documenti degli uffici di Roma, si comincia a cogliere uno scarto importante tra la politica di rimpatrio e di assistenza. Sin dall’inizio del suo mandato l’Unrra era stata il principale attore non governativo incaricato del rimpatrio delle Dps in Europa. Grazie al suo lavoro nell’anno 1945-1946, come ricordato, le Dps in Europa erano passate da più di 8 milioni a poco meno di 1 milione, con un margine di scarto abbastanza contenuto, dovuto al saldo tra il totale delle partenze e il totale degli arrivi <96. Nei campi Unrra il rimpatrio era stato fortemente incoraggiato e l’organizzazione aveva concesso ai rappresentati dei governi nazionali il libero accesso alle strutture Unrra per “propagandare” i benefici di un prossimo rientro in patria. La stessa organizzazione, per incentivare il rimpatrio, aveva proposto premi in razioni di cibo e sussidi a chi avesse deciso di tornare nel proprio paese di origine. Per i polacchi, in particolare, la macchina pubblicitaria messa in moto dal Governo Provvisorio polacco per riappropriarsi di un’ingente percentuale di “materiale umano” era stata martellante <97. In questo senso l’assistenza non era stata affatto disgiunta dal rimpatrio, anzi, ne costituiva il necessario complemento per un rientro veloce, con l’offerta di soldi e cibo per il viaggio: nel 1950, la Civil Affairs Division dello United States European Command aveva stimato che sul totale delle Dps assistite nel dopoguerra l’83% degli 8 milioni di Dps europee era stato rimpatriato dagli Alleati, mentre solo l’11% era stato in grado di procedere al resettlement o all’emigrazione con mezzi propri <98.
Nel gennaio 1946, però, in una nota dell’Italian Mission a firma del Chief of Repatriation Office, indirizzata alle direzioni del Bureau of Relief e della Dp Division, si faceva presente la netta distinzione che si doveva operare tra “repatriation” e “immigration”, e quindi fra le forme di assistenza per l’una o per l’altra soluzione. Si avvisava che la Repatriation Branch non poteva farsi più carico dell’assistenza anche di coloro che non desideravano tornare al proprio paese <99. Questa netta distinzione dei due ambiti assistenziali, scaturita dal calo delle richieste di rimpatrio, si affiancava alla conseguente necessità di implementare una gestione marcatamente territoriale delle Dps da parte del Bureau, facendo ricorso a campi ben strutturati, piuttosto che all’organizzazione di strutture temporanee per l’organizzazione dei convogli in uscita dall’Italia.

[NOTE]81 Ail, Roma. Conferenza dell’UNRRA, Nuovo Notiziario Luce, NL00406, b/n, 1945.
82 E. Miletto, Assistere, rimpatriare, reinsediare. L’Unrra, l’Iro e I profughi del dopoguerra (1945-1951), in E. Miletto, S. Tallia (a cura di), Vite sospese. Profughi, rifugiati e richiedenti asilo dal Novecento a oggi, Franco Angeli, Milano, 2021, pp.42-43.
83 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1479-0000-0001 – Dpo – Italy – Agreements, Item: Dp Operations (Italy), Agreement General, From 1945 to July 1946, Transfer of Administrative Responsibility for DP Camps to UNRRA, 13 June 1946.
84 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0046-00001, Displaced Persons Division (da qui in avanti Dpd) – Italy, Rome, List of United Nations Consular Officers in Liberated Italy, enclosed communication of 1 August 1945.
85 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder: S-1479-0000-0047-00001 – Dpo – Italy – Jewish Refugees, Comunication from Repatriation and Records Branch to Palestine Office, Via Catalana, Rome, Jewish Refugees Anna Matusevic, Vera Matusevic, Ariana Dzkeziolsk, 30 April 1946.
86 Ivi, Delasem in Italy enclosed communication of 1 August 1945.
87 S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1941). Contributo alla storia della Delasem, Carucci, Roma, 1983.
88 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0046-00001, Dpd – Italy, Rome, carte sciolte.
89 Ivi, UNRRA Italian Mission Memorandum, Jennuary 2, 1945.
90 Ivi, UNRRA Displaced Persons Division, Control of rejected applicants, Rome, 3 Jan. 1946.
91 Ibidem.
92 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0046-00001, Dpd – Italy, Rome, Number of Assistance Cases by Source by Location, March 1945.
93 Ivi, Unrra Italian Mission Memorandum, from Maurice Rosen to A. A. Sorieri, Transport – Assistance Office, 6 July 1945.
94 Ivi, New quarters for our Rome Local DP Assistance Office, 7 September 1945.
95 Ivi, Report for November 1945, from Rudolph Loewenthal to Walter Schlein, Displaced Persons Assistance Office, Turin, Via Vincenzo Vela1, December 13, 1945.
96 S. Salvatici, Senza casa e senza paese, op.cit., pp.159-163.
97 L’invito al rientro delle Dps in Polonia era rivolto soprattutto ai non ebrei. Cfr. Ivi, p.170 e segg.; P. Gatrell, The Unsletting Europe…op.cit.
98 Ivi, p.167.
99 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0045-00001, Dpd – Italy, Rome, UNRRA Italian Mission, from R. L. Brookbank to Bureau and Division Heads, Functions of Repatriation Branch, 11 January 1946.
Caterina Mongardini, Gli ebrei stranieri a Roma nell’immediato dopoguerra (1944-1950): tra il displacement e l’assistenzialismo postbellico, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo, Anno accademico 2022-2023

#1945 #alleati #CaterinaMongardini #Delasem #DisplacedPersons #dopoguerra #ebrei #Italia #profughi #roma #stranieri #Torino #Unrra

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Antifascisti cattolici arrestati tra Milano e Lecco a primavera 1944


Mentre sull’orizzonte politico si stavano profilando tali importanti cambiamenti, la lotta, in Lombardia, nella primavera del 1944, era nel pieno del suo “suo corso” <655 e si stava ulteriormente inasprendo.
Il 26 aprile venivano arrestati Carlo Bianchi e Teresio Olivelli, due antifascisti cattolici collegati al Cln di Milano e ispiratori del foglio clandestino «Il Ribelle». La loro cattura era stata dovuta alla delazione di un conoscente, il medico Giuseppe Jannello che, frequentatore come Bianchi della Fuci, era stato fermato dalla polizia lo stesso giorno. Durante un interrogatorio in carcere, il dottore aveva ceduto a seguito di quello che avrebbe più tardi definito un “atto di viltà”, del quale avrebbe chiesto venia <656. Sottoposto alle pressioni degli inquirenti, che minacciavano ritorsioni contro la madre malata, si era piegato a confessare i nomi dei responsabili del giornale di ispirazione cattolica. I fatti sono stati minutamente ricostruiti dalla figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono, la quale, in “Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana”, ha scritto che Giuseppe Jannello, nel tardo pomeriggio del 26 aprile, sotto costrizione, aveva telefonato all’abitazione di Via Villoresi (n.24), di proprietà dell’ingegner Bianchi, chiedendogli un appuntamento urgente in Piazza San Babila per la mattina successiva alle 12.30. Contestualmente, Jannello lo aveva invitato a condurre con sé anche Teresio Olivelli, suo ospite – come prima di lui Jerzi Sas Kulczycki – nonché fondatore con Luigi Masini e Carlo Basile delle Fiamme Verdi. I due amici, recatisi all’incontro, erano stati arrestati dai militi dell’Ufficio Politico Investigativo, comandati dal “dottor Ugo”, ed erano stati ristretti nel VI° raggio del carcere di San Vittore, rispettivamente nella cella n.19 e n.142, con l’accusa di propaganda a mezzo de «Il Ribelle». A una settimana dall’arresto, due funzionari dell’Ufficio speciale di polizia – dipendenti di quello stesso Luca Ostèria – avevano bussato alla porta dell’abitazione di Bianchi per procedere a una perquisizione: gli inquirenti speravano di trovare in casa sua ulteriori prove d’accusa, ma erano riusciti a sequestrare solo volantini della Fuci. Bianchi e Olivelli, tenuti rigorosamente separati l’uno dall’altro per più di venti giorni, avevano scovato ugualmente un modo per comunicare. A dimostrazione dei contatti intercorsi tra i due amici, c’era il primo messaggio, fatto recapitare da Bianchi alla propria famiglia, che portava sul retro uno scritto di Olivelli. Non solo: Bianchi era riuscito addirittura a incontrare “[Agostino] Gracchi” in una situazione del tutto eccezionale: “Ho potuto perfino fare una scappatina nella cella di Gracchi [Olivelli] (è stato arrestato insieme a me) e abbiamo fatto una chiacchierata molto utile: vi saluta tanto anche lui, dice che i suoi non sanno ancora niente, di non avvertirli però per evitar loro il dolore, se mai venissero a cercarlo da voi preparate suo padre
con bei modi e ditegli tutto. La sua posizione non è grave per ora, e spero se la cavi con poco” <657. Il 9 giugno i due prigionieri sarebbero stati condotti nel campo di Fossoli, da dove Bianchi non avrebbe mai più fatto ritorno e Olivelli sarebbe stato deportato prima a Bolzano, poi a Hersbruck, per morire in quel campo di concentramento tedesco il 17 gennaio del 1945.
Anche il gruppo del Cln di Lecco e quello della missione americana dell’Oss sarebbero caduti nel mese di maggio nella rete dei nazifascisti e portati il 9 giugno a Fossoli, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione Reseaux Rex e ai militari del Vai detenuti a San Vittore.
Una “domenica mattina” <658, a Maggianico, nell’abitazione di Giulio Alonzi, si era presentato da solo Antonio Colombo, uno dei suoi collaboratori lecchesi (insieme a Franco Minonzio, impiegato presso la ditta Badoni, e Luigi Frigerio, detto “Signur” <659, meglio conosciuto come il “Cristo” <660). Colombo aveva avvertito Alonzi che due russi, ex prigionieri, lo aspettavano in casa di gente amica, al Garabuso, sopra Acquate. Inforcate le biciclette, Colombo e Alonzi erano giunti a villa Ongania, di proprietà delle sorelle Villa (Caterina, detta “Rina”, Angela, Erminia e Carlotta), dove avevano trovato, “in compagnia del Frigerio” <661, i due russi. Erano così venuti a sapere da questi della
disponibilità, manifestata da una cinquantina di loro connazionali impiegati alla Todt a Milano, a far parte di una formazione partigiana e a “trasportare a Lecco un certo quantitativo di esplosivo e di bombe a mano” <662. Si erano infine congedati dai russi in attesa di prendere una decisione a riguardo. A loro parere, gli ex prigionieri in questione avrebbero dovuto raggiungere la città auspicabilmente “a scaglioni di sei per volta per ragioni di opportunità” <663. Pensando che il capo naturale della costituenda formazione non potesse che essere Voislav Zaric <664, un sottufficiale serbo, ex-prigioniero delle truppe italiane, a capo di un piccolo raggruppamento di dieci uomini, prevalentemente serbi e croati, attivo nell’alta Valle Brembana e in Val Taleggio, Alonzi si era fatto combinare con lui un appuntamento da Mario Colombo, il sarto antifascista di Zogno, che faceva per quella zona “da trait d’union del Comitato” <665. Zaric era rimasto entusiasta all’idea di poter ingrossare le fila della sua formazione onde “fare qualche azione nella valle” <666. Di qui la programmazione di una riunione da tenersi in casa Villa per il successivo 12 maggio, allo scopo di “concretare le modalità per mettere in salvo gli ex prigionieri” <667. All’incontro sarebbero stati presenti anche i tre paracadutisti della missione radio clandestina americana, lanciati dall’Oss in Val Brembana alcune settimane prima: Emanuele Carioni, Piero Briacca, e l’italo-americano Louis Biagioni. Questi ultimi, però, assistettero “casualmente alla riunione perché erano solo ospiti dalle Villa, tanto che non avrebbero preso parte “alle […] trattative e agli accordi” <668. Louis Biagioni, newyorkese di nascita, era stato formato in America, “a Sioux Falls S. Dakota” <669, come radiotelegrafista. Spinto dal “desiderio di curiosità e dell’avventura”, aveva accettato sin dal 1942 di entrare nell’Oss, “senza sapere precisamente quali scopi e lavori” ne sarebbero derivati “per una tale appartenenza” <670. Sbarcato a Palermo, dopo due settimane di addestramento alla radio trasmittente e ricevente, era stato trasferito a Brindisi, dove era rimasto per quattro mesi, fino alla partenza per l’Italia del Nord, avvenuta ai primi di aprile 1944. Emanuele Carioni, suo compagno di missione, era un ragazzo di soli ventidue anni, alto e biondo, nativo di Misano di Gera d’Adda. Egli aveva frequentato il corso allievi ufficiali di complemento a Nocera e ne era uscito con il grado di sottotenente. Chiamato alle armi, il 27 febbraio 1941 aveva prestato servizio presso il 24° Reggimento artiglieria Piacenza. Inviato poi in forza del 184° Reggimento di artiglieria “Nembo” in Albania, aveva avuto modo di verificare lì la politica sconsiderata del fascismo. Era stato proprio in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, in Russia che, a fronte delle efferatezze perpetrate dal regime nazifascista, molti soldati italiani avevano conosciuto la guerra partigiana. Già nel giugno 1942, scrivendo una lettera alla sorella Ersilia dal fronte jugoslavo, Emanuele si esprimeva in questo modo: “da un momento all’altro noi potremo dover guardare a questa bandiera che sventola come al simbolo di un nemico. Tutto ciò non mi sgomenta e con calma penso alla casa, alla Patria lontana. Ti dico questo non per drammatizzare le cose, ma perché tu sappia quale sarà la mia linea di condotta nel caso che tali eventi dovessero succedere” <671.
[…] I guai per i protagonisti della vicenda erano ormai “maturati”. I russi si sarebbero in breve rivelati spie, con il conseguente collasso dell’intera rete clandestina che aveva avuto base a villa Ongania. Il 17 maggio sera erano a casa delle Villa, oltre a Emanuele e Louis, “undici partigiani” che poi sarebbero risultati nazifascisti. “Tra questi c’erano spie della SS tedesca”, avrebbe ricordato Caterina Villa in una memoria depositata oggi presso l’archivio dell’Anpi di Lecco: “Mirko e Boris e Resmini, quest’ultimo spia italiana al servizio dei tedeschi al comando SS di Bergamo” <688. E così, mentre il giovedì 18 mattina Mirko aveva accompagnato Emanuele Carioni per Milano e lì lo aveva fatto arrestare con Maria Prestini, contestualmente Sandro Turba, presentatosi in casa di Colombo, lo aveva avvertito che presso le donne erano sopraggiunti “alcuni individui da convogliare verso la montagna […] accompagnati dal Boris” <689. Giunto sul posto, Antonio non aveva però trovato la persona indicata, ma un triestino del tutto sconosciuto. Non sapendo come regolarsi, era tornato indietro, pregando le sorelle di ricontattarlo all’arrivo del russo. Di sera, ricevuta la telefonata, era così tornato in casa delle Villa dove il Boris <690, in compagnia di Mirko, gli aveva comunicato l’arrivo a Lecco di un camion con armi e munizioni diretto in Val Taleggio. I due russi, mentre si accingevano, insieme a Colombo, a recarsi in città, si erano qualificati di fronte all’uomo come agenti della polizia tedesca e lo avevano fatto arrestare. All’alba del 19 tedeschi delle SS, guidati dai due russi, dopo aver iniziato una sparatoria, avevano poi preso nella rete l’americano Louis, e le sorelle Rina, Erminia e Carlotta. Si erano salvati Angela, che era a Barzio, e Pietro Briacca, mentre era rimasta piantonata ad Acquate l’anziana madre delle Villa la quale, malata,
era stata costretta a lasciare l’abitazione <691. Ha raccontato Alonzi poi circa la conseguente cattura di Voislav Zaric e di Candida Offredi: “Avvenne che una sera Antonio fu chiamato al Garabuso e arrivato al Caleotto, lo arrestarono. Poi i tedeschi arrestarono le tre sorelle Villa Ongania e si insediarono nella loro casa. Arrivò Zaric e la partigiana di collegamento, Candida [Offredi]. Presi anche loro. Antonio riuscì a farmi sapere che dovevo filare subito. […] Tutti finirono a Fossoli. Zaric e le donne furono poi mandati in un lager. Zaric passò per il Cellulare e in una cella del Quinto raggio aveva graffito il suo nome sui muri, più e più volte. In quella cella finii anch’io più tardi e i graffiti mi ricordarono tante cose” <692. Boris e Mirko, che avevano condotto le SS tedesche al Garabuso, si erano insediati in casa delle donne in attesa dell’arrivo di Zaric e della Offredi, sua accompagnatrice; solo Alonzi si sarebbe salvato, avvertito all’ultimo momento da Colombo. Emanuele Carioni, entrando il 19 maggio nel portone della Casa circondariale, con sua grande sorpresa, si era trovato così davanti l’amico Louis, ivi tradotto dalle guardie. Emanuele “era un po’ pallido come eravamo tutti noi presi in quella retata” – avrebbe ricordato Biagioni -, a causa del pensiero “della sorte che ci aspettava. Ci demmo uno sguardo di incoraggiamento, ma non si poté parlare” <693.

[NOTE]655 Una lotta nel suo corso: così Ragghianti aveva suggerito di intitolare la raccolta di saggi pubblicati da Neri Pozza Editore nel 1954.
656 “Il dottor Jannello sarebbe poi liberato il 10 giugno, giorno successivo all’invio del gruppo de «Il Ribelle» al campo di Fossoli. Il suo tradimento era stato premiato con la libertà. La lettera scritta da Jannello il 28 maggio con la confessione del suo atto di viltà non è reperibile. Il suo contenuto però trova conferma nell’intervista rilasciata dalla prof. Nina Kaucisvili il 25 gennaio 1995: “[…]. Secondo la Kaucisvili, Jannello appena uscito dal carcere, verso la fine di giugno, si recò a una riunione della Fuci, raccontò tutto chiedendo perdono e giustificandosi dicendo che non si era reso conto della gravità di ciò che aveva fatto. Don Ghetti in seguito invitò tutti a evitarlo perché lo riteneva un elemento pericoloso per l’organizzazione”. C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, Milano, Morcelliana 1998, pp. 125-6.
657 C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, cit., p. 130.
658 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
659 ibidem.
660 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni e di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
661 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2. Si veda anche G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
662 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
663 ibidem.
664 Voilsav Zaric era stato catturato a Lubiana nel 1941 dalle truppe italiane, inviato a Gorizia, in Sardegna e poi nel campo per prigionieri di guerra della Grumellina (n.62) a Bergamo da dove era evaso il 10 settembre con altri slavi sulle montagne vicine.
665 Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, in copia. Archivio privato famiglia Carioni.
666 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
667 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
668 Verbale di interrogatorio di Zaric Voislav. Archivio privato famiglia Carioni.
669 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
670 ibidem.
671 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942. Archivio privato famiglia Carioni.
688 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
689 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
690 Era Boris un ragazzo di 24 anni, “piccolo, naso dritto, capelli bruni, occhi chiari”, mentre il suo compagno, Mirco, di 30, detto “il biondino”, “piccolo, biondo, occhi chiari, naso normale”. Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, Archivio privato famiglia Carioni.
91 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
692 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, pp. 79.
693 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942, Archivio privato famiglia Carioni.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

#1944 #Acquate #alleati #antifascisti #Bergamo #Brembana #CarloBianchi #cattolici #EmanueleCarioni #ex #fascisti #FiammeVerdi #FrancescaBaldini #Garabuso #GiulioAlonzi #guerra #IlRibelle #Lecco #Lombardia #LouisBiagioni #LucaOsteria #maggio #Milano #missione #OSS #partigiani #prigionieri #province #ReseauxRex #Resistenza #russi #sorelle #spie #Taleggio #tedeschi #TeresioOlivelli #VAI #Valle #VillaOngania

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20 ottobre, roma, libreria tomo: i nuovi ‘domani’ di aragno – e… il domani dei domani


i nuovi 'domani' di aragno - e... i domani dei domani
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a Roma, alla libreria Tomo (via degli Etruschi 4), lunedì 20 ottobre alle 18:30, incontro sui nuovi tre libri della collana ‘i domani‘ (Aragno): saranno presenti gli autori, Mariano Bàino, Antonia Paolini, Lidia Riviello.
interventi di Andrea Cortellessa, Maria Grazia Calandrone, Carmen Gallo e Laura Pugno

i libri:
Mariano Baino, Pinocchio (moviole)
Antonella Antonia Paolini, Il macello moderno)
Lidia Riviello, Stati di salute

#AndreaCortellessa #AntoniaPaolini #Aragno #CarmenGallo #iDomani #LauraPugno #libreriaTomo #LidiaRiviello #MariaGraziaCalandrone #MarianoBàino #poesia #Tomo

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[Photo] Ed eccoci con una collezione di foto vecchie che raffigurano un po’ il passato delle ferrovie!


Ed eccoci con una collezione di foto vecchie che raffigurano un po' il passato delle ferrovie!Possiamo vedere:• Principalmente il treno regionale per Grosseto (13:30-13:40) a Campiglia Marittima con carrozze medie distanze e semipilota UIC-X e in una dell
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Ed eccoci con una collezione di foto vecchie che raffigurano un po’ il passato delle ferrovie!
Possiamo vedere:
• Principalmente il treno regionale per Grosseto (13:30-13:40) a Campiglia Marittima con carrozze medie distanze e semipilota UIC-X e in una delle foto si può vedere una unità messa bene con la pellicola e priva di graffiti

• La rimorchiata Le682.016 con ancora gli interni originali, si può vedere il muso pulito e il lato in cui si intravedono i sedili originali

• Carrozza Eurofima in livrea XMPR sull’Intercity 657 per Grosseto a Campiglia Marittima, con lo schermo che mostra una numerazione sbagliata, ovvero IC* 1534

• Un regionale a Livorno Centrale con sempre una Semipilota UIC-X, quest’ultima con gancio e respingenti tradizionali

• Sempre il nostro Intercity 657 con composizione di carrozze GC e UIC-Z, ancora prima della trasformazione in quelle a salone. In testa una E402B anziché della classica E444R in quel periodo

• Classica automotrice ALe642 a Castagneto Carducci

Periodo 2017

Post originale: treni.creeperiano99.it/tg/1479

treni.creeperiano99.it/2025/10…

Questa voce è stata modificata (8 mesi fa)
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Lo scudo di Talos — Valerio Massimo Manfredi


Lo scudo di Talos è stato il libro che, per anni, mi ha tenuto lontano dalla lettura. Ricordo che ci era stato assegnato a scuola come libro per l’estate e ho sempre pensato fosse l’estate tra la quarta e la quinta elementare, ma forse ero già alle medie.

Fatto sta che all’epoca lo odiai. Profondamente. A dirla tutta, non lo capii; anzi, nella mia memoria il libro terminava alla battaglia delle Termopili (che in realtà copre meno di un terzo del libro) e seguisse la storia di due personaggi diversi. Non era per niente vero: Talos e Kleidemos sono in realtà la stessa persona, solo che il primo è il nome da Ilota, mentre il secondo è il suo nome da Spartano.

Comunque il libro tutto sommato mi è piaciuto, ha una trama molto interessante ed è molto scorrevole. Soprattutto, non ha troppi termini tecnici, ma tiene un registro molto semplice.

Sono contento di avergli dato una nuova possibilità, perché è un romanzo che parla di molte cose, non è solo il racconto di un qualsiasi spartano: parla di difficoltà a capire il proprio posto nel mondo, difficoltà nelle scelte da prendere, decidere quale strada seguire, sapendo che entrambe avranno i propri problemi e strascichi a lungo termine. È un peccato che non l’abbia capito la prima volta che l’ho letto, forse non ero abbastanza maturo, forse non era il momento giusto per leggerlo.


Altre informazioni sul libro su OpenLibrary.

#BibliofiliIncurabili #libri #Recensioni

Questa voce è stata modificata (8 mesi fa)
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‘letterature d’america’ n. 204: saggi sulla language poetry (con un’intervista a g.bortolotti e mg)


copertina del n. 204 (2025) della rivista 'Letterature d'America', dedicato alla "language poetry", con un'intervista a Gherardo Bortolotti e Marco Giovenale
cliccare per ingrandire

È uscito presso l’editore Bulzoni (e si può richiedere a questo indirizzo) il nuovo fascicolo della rivista trimestrale dell’università La Sapienza, ‘Letterature d’America’, dedicato alla Language Poetry, con contributi di Charles Bernstein, Salvatore Marano, Floriana Puglisi, Luigi Ballerini, e un’intervista sul tema – a cura di Cristina Giorcelli – a Gherardo Bortolotti e MG. Qui in immagine la copertina con l’indice.

bulzoni.it/it/riviste/letterat…
(sito in aggiornamento)

#Bernstein #bgmole #Bulzoni #CharlesBernstein #CristinaGiorcelli #differx #FlorianaPuglisi #HarryetteMullen #LaSapienza #langpo #languagePoetry #languagePoets #LarryEigner #LetteratureDAmerica #LuigiBallerini #MG #RayDiPalma #rivista #SalvatoreMarano #SapienzaUniversitàDiRoma

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“erano giorni stupendi”: giuseppe garrera sull'”esame come regista” di pasolini


Pasolini per le primissime volte dietro la macchina da presa: un libro di Giuseppe Garrera
cliccare per accedere alla scheda editoriale

Per la prima volta si presenta al pubblico l’inedito servizio fotografico che ritrae Pier Paolo Pasolini mentre sta girando i due provini per il suo primo film, Accattone, da sottoporre al giudizio di Fellini e ricevere il finanziamento e il battesimo da regista. In scena la Roma del Pigneto e del Prenestino, le mitiche vie Formia e Fanfulla da Lodi, gli attori “presi dal vero”, la prima apparizione di Franco Citti. La felicità dell’impresa. La bocciatura.

“Erano giorni stupendi”
Pasolini al suo esame come regista: due provini per il film “Accattone”, di Giuseppe Garrera
Ronzani Editore, 2025
Collana Cataloghi di mostre
pp. 52

ronzanieditore.it/acquista/era…

#Accattone #cinema #Fellini #foto #fotografie #FrancoCitti #GiuseppeGarrera #Pasolini #PierPaoloPasolini #PPP #servizioFotografico

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cinturanza rinnovistica di grado 3 per la banda ximi numero 9 (i nuovi cinturini arrivati)


Alla fine, a ritirare i fantasmagorici cinturini per la mia povera Mi Band 9 castigata ci è andato mio padre ieri sera, che doveva fare la spesa con mia madre, e allora è passato al bloccatore Amazon… e ora si gode? Non saprei, a dire il vero, ma l’emergenza è sicuramente passata, e ora posso di nuovo indossare il mio orologino magico cinese come un orologio, anziché come una collanina strana come ho fatto per questi giorni — perché alla fine, in realtà, devo dire che quell’idea non è stata terribile, e almeno come ripiego base ha funzionato, riuscendo a contarmi quantomeno i passi e permettendomi di vedere l’ora senza ricorrere ad altri oggetti… 😯
Foto dei 3 cinturini un po' a caso sulla mia scrivania, quello rosa ha la mia Mi Band agganciata
Beh, i cinturini a questo giro sono ben 3 — …che sono in realtà pochini per essere venduti in blocco, ma questo passa il convento nel nostro sistema economico malato — perché, con un budget ridotto, ho preferito comprarne una serie di uguali, anziché uno solo con gli stessi soldi… Cioè, partendo dalla condizione di avere 0 cinturini da parte, è meglio comprarne qualcuno in più di soltanto 1, perché, se se ne compra solo uno, e poi pure quello si rompe, si è punto e a capo nella stessa vecchia rogna… cinturini simpatici più pazzi, che da soli costano abbastanza, li posso sempre comprare poi, magari su AliExpress addirittura. 👌

E allora, boh! Solita marca assolutamente sconosciuta, e un totale di 9,99 euro… quindi, 10 euro… però con uno sconto del 5% al momento dell’ordine… quindi di 50 centesimi… quindi 9,49 euro… e ok, va: amazon.it/-/en/Msksjer-Compati…. Devo dire però che i colori nelle immagini non rispecchiano per niente bene quelli effettivi (mentre nei dettagli testuali dell’inserzione sono giusti, stranamente)… il bianco è più bianco, senza quella strana tinta giallognola che percepisco (e direi che è un bene), quello che sembra marrone è in realtà un rosa “secco” (gradevole, ringraziamo il cielo, altro che marrone), e il verde nella realtà mi appare più pallido (e questo è sia un pro che un contro a seconda dei casi, penso io). Non rendono al 100% nemmeno nelle mie foto, a dire il vero, anche se ho fatto il meglio che potevo, quindi si abbia pazienza… 🔪

Appena tolti dalla confezione ultraminimale che non permette una goduriosa esperienza di unboxing, però, questi cosi mi hanno fatto decisamente scoppiare il cervello, perché ci avrò messo, tra capire come fare a regolarlo in primo luogo, e poi come regolarlo per il mio braccio, non meno di 7 minuti buoni… Perché, a differenza di quelli che comprai per la Mi Band 3 l’anno passato, che semplicemente usano il velcro, questi sono di un qualche tessuto elastico (anche qui, dicono nylon, ma io che ne so) per permettere di essere tolti e rimessi, e per la regolazione usano un ferretto… che è però persino meno intuitivo di quelli che si usano negli zaini, quindi ecco; ma questo non è un problema del prodotto, è semplicemente un problema di skill (e quando mai…). Chissà se, col bonus di niente velcro, ma col malus dell’elasticità, possano durare di più o di meno… 🤥

L’importante è che, avendone provato uno da ieri sera fino a stamattina, e ovviamente ancora ce l’ho addosso in questo momento, sembrano boni. Di tutti, ho per ora messo quello rosa (e c’erano dubbi?), per cui casualmente una delle watchface che avevo già installate si abbina in misura sublime (anche se, ahinoi, in foto si nota poco), quindi l’esperienza mibandica è stata in un istante potenziata. È abbastanza comodo, lo percepisco più sottile e meno ingombrante di quello ufficiale di gomma che si è spaccato (e beh, in effetti lo è), e mi da decisamente molto meno fastidio di quello, quando sto alla scrivania… in tutti gli altri casi è semplicemente buono, non noto differenze, va benissimo!!! E chiaramente, grazie alla regolazione a ferretto anziché a buchi, e all’elasticità della stoffa, sta regolato perfettamente al polso, senza essere né troppo lasco né troppo stretto… Vabbé, dai, a questo punto è giusto dirlo: godo. 🥰
La Mi Band con il cinturino rosa al polso e la watchface con toni rosa, scatto frontale, filtrato con OldRoll.
#acquisti #cinturini #MiBand #MiBand9


mibanda coi colori


Stasera, consigli per gli #acquisti. È l’altro dei due prodotti ordinati la settimana scorsa, e si, stavolta non sono pisciata off, genuinamente non ho roba da lamentarmi, perché non essendo un acquisto tech c’è poca roba che può andare storta… ma solo per ora perché, trattandosi di braccialetti per la #MiBand (3, ma detti compatibili con anche altri modelli), da #Amazon per giunta, l’allegria non può durare all’infinito!!! 😻️
Sono 6 in totale, nei #colori: nero, turchese/acquamarina, viola medio-scuro, bianco+grigio, bianco+arcobaleno, rosso+arcobaleno. Questa grande varietà è una gran #goduria… anche per questo non ho comprato su AliExpress; avrei risparmiato non più di 2 euro, su un ordine di circa 9 euro, ammazzandomi per trovare colori belli da comprare separati. 🥴️ (L’inserzione dovrebbe essere: amazon.it/Cinturino-Cinturini-….)
Il motivo per cui ho comprato questi di tessuto (di #nylon, ma non so come capire se è una bugia) è semplice: i #cinturini di gomma che comprai anni e anni fa (dopo che si ruppe quello stock!), si sono via via distrutti, tutti a gradi diversi, al punto che me ne rimangono due paia scarse di ancora utilizzabili (su 20 totali?). E, anche stavolta, credevo di aver postato, ma pare di no, da nessuna parte… 😩️ (Evidentemente l’ho sempre creduto, perché ricordo vagamente di aver più di qualche volta pensato di postare a riguardo, per poi fermarmi pensando che “ah l’ho già fatto”… il dottor Alzheimer ve lo presento un’altra volta, per adesso pensiamo ai bracciali.)

Ecco, ho preso questi, e non altri di gomma, perché con questo materiale parevano un po’ più premium (beh, e il prezzo per singolo oggetto in effetti è più alto)… e mi sa che sono più premium in generale: non solo l’aggancio per la #smartband (che è comunque in gomma) sembra più robusto e resistente, ma ‘sta stoffa è abbastanza comprimibile, quindi al polso è molto più comodo appoggiandomi, per esempio, sulla scrivania, riesco a tenerlo meglio. E ora, per quanto 6 non siano tantissimi, posso comunque sfiziarmi a cambiare colore ogni tot giorni. 🙊️

Non ho fatto esperienza di svantaggi, e anche la chiusura a velcro mi piace, è bella comoda… ma ho paura che, a furia di aprire, inevitabilmente si consumerà. Se non fossi una ragazza magica, direi che a quel punto dovrei comprarne di nuovi… e invece, avendo notato che il #tessuto è uguale da entrambi i lati, so già che il brutto giorno lo taglierò al contrario per poi ricucirlo, raddoppiandone la vita! Certamente, un aspetto negativo è che questi se si bagnano si inzuppano, ma… sorprendentemente poco, stando al mio test sotto al rubinetto (non ho ancora testato a mare o sotto la doccia, che pessima #recensione che sto facendo). 👿️
Foto delle 6 band in confezione di cartone anonima, mischiate così, con le pellicole omaggio nella loro protezione spostate fuori.Il video stupido ci doveva essere (non unboxing, skill issue), ma la fotina della scatola appena aperta eccola comunque (anche perché, sennò, WordPress non genera l’anteprima bene). In confezione ci sono anche 3 pellicole di plastica omaggio… che sulla mia #band non applicherò, perché rendono lo schermo abbastanza più scuro, pensa te che gentili. Altra cosa che mi piace di questa stoffa, qui si nota un po’: le cuciture danno più profondità al colore, per come riflettono la luce. ✨️
#acquisti #Amazon #band #braccialetti #cinturini #colori #fitness #Goduria #MiBand #nylon #recensione #smartband #tessuto #watch #Xiaomi


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Il contesto in cui si formò la Banda della Magliana


Destrutturata sul finire del 1976 l’epopea marsigliese, rea di aver ostentato pubblicamente trasversalità e connivenze occulte del proprio agire <665, saranno ancora i sequestri di persona la chiave di volta per il riassestamento dei vuoti originatisi all’interno del network. Complici l’endemica conflittualità <666 a cui fu relegato sin da genesi il circondario romano, e la predominanza di un meticciato malavitoso sintesi dell’orizzonte frontaliero su cui andarono a stabilirsi quelle che il sociologo Martone ha brillantemente definito “mafie di mezzo” <667, Roma assistette alla germinazione del primo sodalizio di matrice autoctona. Si trattò di un processo tutt’altro che spontaneo, il cui movente va ricercato nelle fotografie sbiadite della periferia a sud della capitale. Un filo nero preesistente alle notorie gesta della tanto romanzata Banda della Magliana e la cui veemenza simbolica è raccolta nelle fondamenta del Fungo, noto ristorante del quartiere Eur e luogo di ritrovo di rampolli neofascisti e ambasciatori della mala nostrana. Un rapporto di P.S datato 18 ottobre 1975, ed il cui sunto è riportato – per bocca del funzionario Ferdinando Guarino – nelle “eccedenze” <668 del procedimento Olimpia <669, esprime la cifra dei personalismi condensati nell’epicentro laziale: “Altre alleanze le aveva stipulate … con Giuseppe Nardi la banda della Magliana. Infatti, vorrei ricordare a riguardo che nel 1975 Paolo De Stefano, elemento della famiglia De Stefano, vale a dire Paolo e … ed altri importanti esponenti della ‘ndrangheta, della … di Reggio Calabria vennero sorpresi al ristorante il Fungo, vennero sorpresi al
ristorante … da personale della Squadra Mobile che era ivi in servizio per la cattura del latitante Saverio Mammoliti. Insieme a Paolo De Stefano vi era, appunto, Giuseppe Nardi, vi era anche Giuseppe Piromalli e Pasquale Condello. […] A Roma. Ristorante all’EUR di Roma. E … addosso al Piromalli fu anche rinvenuta una banconota proveniente dal riscatto di Paul Ghetty junior, una banconota di 50 mila lire…” <670.
Con Nardi, Piromalli, Condello e i De Stefano, al Fungo furono identificati anche altri uomini, delinquenti autoctoni dalle spiccate qualità intermediatorie. Saranno loro, assieme agli esuli mafiosi sbarcati nella metropoli in cerca di fortune, a costituire quel capitale sociale che renderà unica l’esperienza del cartello maglianese. Si tratta di una questione di primaria importanza negli studi sulla malavita romana, assunta a metronomo della sua coriacea vivacità politica in ragione della varianza di legami ponte raffigurabili da suddetti individui. Si può notare, quindi, come in virtù di tale ragionamento sia fallace – e anacronistica – l’interpretazione maggioritaria che scorge nel sequestro del Duca Grazioli Lante della Rovere (1977) la conditio sine qua non del sistema “Magliana”. Siffatta impostazione è percepibile nel vizio metodologico alla sua base, inficiante l’erroneo posizionamento di prospettiva nel campo. Ad un’indagine sui motivi del riuscito condizionamento territoriale (power syndacate) <671 da parte dei gruppuscoli rionali convogliati nella Banda, non è seguita un’altrettanta metodica esplorazione sul versante organizzativo dei traffici illeciti (enterprise syndacate) <672, rendendo parziale il tentativo di porre in risalto le ambivalenze organizzative <673 insite nel suo gene. Ecco perché, in considerazione del nostro quesito di ricerca, diviene centrale comprendere di quali meccanismi intermediatori si sia popolata l’anticamera maglianese ed in quali termini operativi l’eversione nera abbia inciso nell’organizzazione delle attività criminali. In tale prospettiva vanno inquadrate le condotte di certe figure cerniera, la cui versatilità nel network funse da sintesi nell’interlocuzione tra sodalizi storici e criminalità comune. È il caso di Gianfranco Urbani detto “er pantera”, commensale del romanissimo Manlio Vitale nella riunione dell’Eur, e riconosciuto da personalità del calibro di Maurizio Abbatino e Antonio Mancini quale anello di congiunzione con le cosche del mandamento centrale e della Piana di Gioia Tauro. Un oscuro consigliere il cui operato intersecò anche l’assassinio del giudice Occorsio, legatosi nel suo ultimo periodo di vita al confidente ‘ndranghetista Totò D’Agostino, stroncato anch’esso poche settimane (2 novembre del ’76) dopo la morte del magistrato da una raffica di mitra esplosa da uomini del clan Papalia <674. In un contesto a forte radicamento sociale, i maglianesi hanno rimarcato scelte tipiche delle esperienze criminali indo-asiatiche, prediligendo la costruzione di due livelli di capitale sociale: quello bridging <675, il cui accesso sarebbe stato garantito a gruppi eterogenei in collegamento reciproco; e quello linking <676, indispensabile per il drenaggio di risorse economico-politiche con i soggetti muniti di forte autorità nella scala sociale. Dunque, non sembrerebbe lasciata al caso la scelta di imbastire relazioni anche con gli altri due sodalizi tradizionali, rappresentati sul territorio con paradossale antiteticità. Mentre la camorra cutoliana, interessata alla preservazione di fette di controllo sul litorale tirrenico, investì della dote di ambasciatore lo spregiudicato Nicolino Selis, futuro leader della batteria di rapinatori proveniente da Acilia, Cosa Nostra si interfacciò con le neofite formazioni autoctone riproponendo lo schema bidirezionale tipico della mafia palermitana. Il livello d’interlocuzione politica fu delegato al gruppo di faccendieri orbitante attorno a Domenico Balducci, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Danilo Sbarra e Francesco Pazienza. Il gradino inferiore, invece, vide la primazia di un uomo transitato in ogni fase della storia criminale capitolina. Per via della sua pubblica vocazione fascista, Danilo Abbruciati, detto “er camaleonte”, si rivelò un fedele servitore del federalismo sovversivo citato nelle pagine che ci precedono <677. Racconta Maurizio Abbatino in un interrogatorio del 18 novembre 1992 <678: “Qualche tempo prima dell’omicidio Balducci, su invito di Danilo Abbruciati, io, lo stesso Abbruciati, Edoardo Toscano e Renato De Pedis, avevamo incontrato Ernesto Diotallevi, il quale, se non ricordo male, aveva un banco presso i mercati generali, dove avvenne l’incontro. Abbruciati ci presentò al Diotallevi come esponenti della Banda della Magliana. L’incontro, per quanto noi ne sapevamo, aveva lo scopo di istituire, in funzione dell’approvvigionamento di eroina a noi necessaria, un contatto con dei siciliani, facenti capo, a Roma, a Pippo Calò, il quale li rappresentava. Infatti, il Diotallevi era in rapporti con Calò e dunque l’incontro poteva esserci di una qualche utilità, tanto che, proprio a seguito di esso, apprendemmo che il gruppo di Testaccio aveva aperto un suo canale di rifornimento di eroina con la famiglia Bontate di Palermo, eroina che dividevano con noi. In realtà, per Abbruciati, il farci incontrare con il Diotallevi aveva anche lo scopo di dimostrare un suo peso specifico nell’ambito della malavita romana, necessario a lui onde porsi come interlocutore, su Roma, della mafia stessa” <679.

[NOTE]665 Albert Bergamelli pagherà con la vita le rivelazioni seguenti al suo arresto. Il 31 agosto 1982 verrà assassinato nel carcere di Ascoli Piceno dall’ex brigatista Paolo Duongo. Jacques Renè Berenguer, invece, venne ritrovato senza vita nel carcere di Nizza il 14 dicembre 1988.
666 E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 95.
667 V. MARTONE, Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio, Donzelli, Roma, 2017.
668 B. TOBAGI, L’uso delle fonti giudiziarie per la ricerca storica: problemi di metodo, di conservazione, di accessibilità, Archivi memoria di tutti le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo direzione generale per gli archivi, 2014.
669 Tribunale Di Reggio Calabria Corte Di Assise Seconda Sezione P.P. Olimpia Sentenza Procedimento Penale Olimpia Nr. 46/93 R.G.N.R. D.D.A. Nr. 72/94 R. G.I.P. D.D.A N. 3/99 Sentenza N. 18/96 R.G. Assise, p. 676. Deposizione dott. Guarino Ferdinando, funzionario di P.S.
670 Ibidem.
671 A. BLOCK, East West Side. Organizing crime in New York 1930-1950, University College Cardiff Press, Cardiff, 1980.
672 ibidem.
673 R. SCIARRONE, Il capitale sociale della mafia. Relazioni esterne e controllo del territorio, Quaderni di Sociologia, n. XVIII, 1998.
674 Il nesso tra l’omicidio Occorsio e la morte di D’Agostino e ben centrato dal testo di E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 101. Di pregevole fattura anche il contributo di A. BECCARIA, F. REPICI, M. VADUDANO, I soldi della P2, Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli, Paper First editore, Roma, 2021, pp. 30-33.
675 T.W. LO, Beyond Social Capital: Triad Organized Crime in Hong Kong and China, The british Journal of criminology, 50, n. V, pp. 851-868.
676 Ibidem.
677 Il collante fra questi due livelli va ricercato nelle speculazioni edili avviate sul finire degli anni Settanta in Sardegna. Le rivelazioni di Flavio Carboni dinnanzi al Tribunale penale di Roma in data 5 giugno 1994 raccontano della possibilità di investire i capitali di provenienza illecita in attività formalmente lecite, convogliando ingenti somme di denaro versate da Diotallevi, Abbruciati, Giuseppucci e piccoli esponenti del terrorismo nero. Le operazioni si sarebbero svolte sotto l’egida di Domenico Balducci, noto usuraio vicino a Danilo Sbarra, al finanziere italo svizzero Lay Ravello e al Carboni stesso. Il Balducci, in questa sua opera di intermediazione, sarebbe così divenuto referente
privilegiato di Calò, latitante a Roma sotto il falso nome di Mario Agliarolo (o Mario Salamandra) e futuro padrino di battesimo proprio del figlio di Ernesto Diotallevi.
679 Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pag. 93.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021

#Ndrangheta #1975 #1976 #1977 #banda #camorra #CosaNostra #droga #eversione #GiulianoBenincasa #Magliana #nera #rapimenti #roma

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L’aspirazione di Reinhard Gehlen di porsi a capo della rinascente intelligence tedesco-federale non si era formata gradualmente


La stessa logica utilizzata da Angleton in Italia per Borghese e Dollmann, si ritrova del resto in un’operazione dello stesso tipo che fu messa a punto in Germania, dove il generale Reinhard Gehlen, capo del Fremde Heeren Ost, la sezione del servizio segreto militare nazista che si occupava del fronte orientale, venne immediatamente assunto nelle fila dell’intelligence americana, pochi giorni dopo la resa incondizionata dichiarata dalla Germania.
[…] Uno dei fattori che resero Gehlen <370 e i nazisti della sua rete molto importanti per gli interessi strategici americani fu la loro esperienza e le loro conoscenze di intelligence maturate nella guerra contro l’Urss: tutto il lavoro di raccolta di informazioni e di penetrazione nel territorio, insieme alla conoscenza dei servizi segreti sovietici, e tutta la documentazione da loro raccolta, si rivelavano ora preziosi per gli Stati Uniti. Il generale Gehlen, dopo essere stato per quattro anni alle dipendenze dell’esercito statunitense, nel 1949 passò direttamente sotto il controllo della Cia, la quale aveva deciso di subentrare come “Gehlen’s main patron” <371.

[NOTE]370 Documento intitolato Report of Initial Contacts with General Gehlen’s Organization, compilato dall’agente John R. Boker e datato 1 maggio 1952. Il documento fa parte del report Forging an Intelligence Partnership: CIA and the Origins of the BND, 1945-1949. A Documentary History, stilato dal CIA History Staff, Center for the Study of Intelligence, European Division, Directorate of Operations nel 1999, declassificato nel 2002. Opening of CIA Records under Nazi War Crimes Disclosure Act, U.S. National Archives and Records Administration, pubblicato a cura del National Security Archive della George Washington University, alla pagina gwu.edu/~nsarchiv. Questo documento fa parte della serie Nazi War Crimes Disclosure Act.
371 Ibidem. Contemporaneamente all’inserimento di Gehlen nelle fila dell’intelligence statunitense, venivano arruolati dall’Oss anche cinque stretti collaboratori di Adolf Eichmann, l’uomo che aveva concepito e portato avanti la politica di sterminio degli ebrei […]
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010

E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.
Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana su La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013

Le cose cambiarono successivamente per la prima volta, come si è visto, con l’arrivo della CIA a Pullach, quando Reinhard dovette per forza fare i conti con l’imposizione di un più rigido controllo esterno sul proprio servizio segreto. Di conseguenza anche la pressione sul gruppo romano aumentò, soprattutto perché il cambio dall’USFET alla CIA coincise con un’ulteriore sconfitta personale di Johannes Gehlen, attraverso il fallimento della missione SMOM e lo “scandalo” del ’49. Ne fu prova il lungo documento “Tätigkeiten in Rom” (Attività a Roma), redatto da Johannes, che va dunque interpretato come tentativo di salvataggio dell’ODEUM Roma di fronte alle indagini della CIA, che in quel momento stava addirittura valutando la totale liquidazione della base estera romana <644. Ulteriore prova di come l’entrata in scena della nuova agenzia di spionaggio statunitense a Pullach avesse costretto Reinhard Gehlen a “scoprire parzialmente le proprie carte” rispetto all’ODEUM Roma, furono le nuove missioni assegnate al gruppo romano nel ‘50, individuate da lui sotto supervisione della CIA <645. Tuttavia, sulla base dei documenti qui analizzati, una volta superato il “terzo grado” dell’intelligence statunitense, i fratelli Gehlen sembrano aver continuato in maniera più o meno analoga a prima, comunicando direttamente fra di loro e coinvolgendo solo di rado terzi.
È a tal proposito interessante osservare come l’aumento dell’isolamento di Johannes e dei suoi collaboratori per mano di Reinhard sia coinciso quasi sempre con l’affacciarsi di critiche esterne nei confronti dell’ODEUM Roma. Ciò era accaduto già in seguito al “caso Krause”, ma emerse soprattutto durante il già descritto “affare dei report” del ’52. Il trasferimento dell’ODEUM Roma all’“Archivio” o “Servizio Strategico” di Langkau mise in evidenza non solo il grado di protezione di cui Johannes Gehlen godeva grazie alla propria posizione privilegiata di fratello del capo dell’Organisation Gehlen, ma anche come questa stessa protezione fosse diventata, col passare degli anni, una sorta di “sintomo collaterale” della politica di consolidamento del potere di Reinhard Gehlen, in vista del suo avvicinamento al governo di Bonn. È infatti mio parere che la base estera romana non può essere vista solamente come emblematica della politica nepotistica gehleniana, ma anche come lente d’ingrandimento per osservare gli sforzi di Reinhard nel mantenere intatto il proprio potere su una parte dell’Organisation Gehlen distaccandola progressivamente dalla CIA. In tal senso, il nepotismo gehleniano, l’isolamento dell’ODEUM Roma e la crescente “sete di potere” di Reinhard andarono mano nella mano.
Come già detto, l’aspirazione di Reinhard Gehlen di porsi a capo della rinascente intelligence tedesco-federale non si era formata gradualmente, ma era stata presente sin dalla nascita dell’Organisation Gehlen. Sin dall’inizio i tentativi di avvicinamento a Bonn portarono a frizioni con la CIA, che nel biennio ’50-’51 prese addirittura in considerazione l’ipotesi di lasciar cadere Reinhard e il suo servizio, proprio a causa della sua predilezione per il governo della RFT rispetto al rapporto di collaborazione con l’intelligence statunitense <646. Anche se uno “scontro frontale” tra le due parti non ebbe mai veramente luogo, in quanto Reinhard Gehlen era pur sempre consapevole di aver bisogno delle risorse statunitensi, il suo rapporto con la CIA non fu dei migliori per tutti gli anni Cinquanta. In tal senso, come si è già sottolineato, anche la creazione del “Servizio Strategico” s’inserisce all’interno della strategia complessiva gehleniana di allontanarsi dai suoi partner e “sponsor” statunitensi, cercando invece sempre di più la vicinanza ad Adenauer e al suo governo.
La vicenda dell’ODEUM Roma è dunque sostanzialmente quella di una piccola pedina all’interno di una strategia più ampia, che tuttavia ne fa emergere con chiarezza i singoli elementi e la graduale evoluzione. Una volta collocato Johannes come persona di fiducia a Roma, il capo dell’Organisation Gehlen si rese presto conto di aver in tal modo creato un’importante risorsa per i propri obiettivi strategici nella penisola. Egli era probabilmente consapevole del fatto che la CIA, disponendo già di canali propri in Italia, non avesse stringente necessità dell’ODEUM Roma e che di conseguenza, nel caso di un’attività manchevole da parte dell’organismo romano, questo sarebbe potuto essere facilmente liquidato dal servizio d’intelligence statunitense. Da parte sua, per Reinhard Gehlen, invece, la costituzione di una rete spionistica in Italia posta sotto il suo controllo e la sua protezione rappresentava un importante passo verso la realizzazione del proprio “sogno nel cassetto”: diventare il futuro capo del servizio d’intelligence estero tedesco. A tale scopo egli avrebbe infatti dovuto dimostrare al governo della RFT che disponeva di un servizio segreto estero già ben avviato e capace di assicurare alla cancelleria federale uno stabile flusso di informazioni, indipendentemente dalla CIA. In tal senso, i numerosi contatti costituiti dall’ODEUM Roma, fra cui quelli con gli ambienti vaticani, lo SMOM e il SIFAR, avevano per Reinhard Gehlen un’ importanza che andava al di là degli esiti immediati delle singole missioni, in vista di future operazioni spionistiche del BND in Italia. Si spiega in questo modo non solo la sua tendenza a isolare il gruppo romano dal resto dell’Organisation Gehlen e dalla CIA, ma anche la sua prontezza a sorvolare sugli errori commessi dal fratello e dai suoi collaboratori, pur di mantenere intatto il proprio controllo sul gruppo romano.
Quanto tale politica fosse rischiosa e ambigua dal punto di vista tattico, lo riconobbero già gli stessi colleghi di Reinhard Gehlen. Nel ’50 Heinz Danko Herre, stretto collaboratore di Gehlen a Pullach, si chiedeva se il suo capo intendesse essere «politico o professionista d’intelligence», visto che i suoi occhi si illuminavano ogni volta che si facesse riferimento a Bonn, ma mai «quando si trattava della risoluzione di un problema di natura spionistica» <647. Alla fine però la determinazione di Reinhard, spesso interpretabile come vera e propria testardaggine, lo portò alla meta da lui auspicata nel ’56 con la nascita del BND. Anche Johannes Gehlen, protégé numero uno del fratello, approfittò senza dubbio, come si è visto, della politica gehleniana. Da “spia per caso” l’ex fisico nucleare si trasformò in un impiegato statale della RFT a tempo indeterminato e rimase, fino al ’69, nella posizione di capo della base estera del BND a Roma. La sua lealtà nei confronti del fratello minore aveva infine contribuito a portare i frutti sperati per entrambi: Reinhard realizzò il proprio sogno di una carriera d’intelligence nella giovane RFT e Johannes riuscì a ottenere una posizione prestigiosa e sicura in Italia, senza mai interrompere però i legami con la sua “seconda patria”, la Germania.

[NOTE]644 Cfr. sottoparagrafo 3.2.2.
645 Cfr. paragrafo 4.1.
646 R.D. Müller, Reinhard Gehlen, cit., p. 693.
647 Citazione tratta dal diario di Heinz Danko Herre, in Ivi, p. 663.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

#1949 #1950 #1952 #1956 #1969 #BND #CIA #ClaudiaCernigoi #ex #Federale #Germania #JohannesGehlen #nazisti #Odeum #OrganisationGehlen #ReinhardGehlen #Roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #segreti #servizi #SIFAR #SiriaGuerrieri

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17 ottobre, roma: “debord”, di anselm jappe


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#AnselmJappe #Debord #GuyDebord #Mimesis #NicolasMartino #Situazionismo

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al cipm, questo mese: corsi di … “écriredessiner” (o, come neologizzavo io, “drawriting”)


les samedis 18 et 25 octobre 2025, de 10h à 13h,

Bibliothèque de poésie contemporaine du Cipm

Cycle de 2 séances de 3 heures

L’écriredessiner


Fabienne Yvert


“Mina Loy”, Liliane Giraudon

Travailler le voisinage entre le dessin et l’écriture ; ou comment l’écriture est/fait geste.
Avec, entre autre, pour guide les œuvres de Liliane Giraudon exposées au Cipm, et cette phrase de Myriam Suchet dans Sismographies du manque : Traduire, c’est mener la même exploration à travers un milieu différent. Les lignes s’agencent en lettres, les traces forment des mots. Ne pas prétendre réduire l’incompréhension ni franchir la barre de l’illisible. Plutôt cheminer avec, c’est-à-dire tout contre : […]

Inscriptions:
04 91 91 26 45 / steffen@cipmarseille.fr

#asemia #asemic #asemicWriting #écrireDessiner #écriredessiner #écriture #cipM #dessin #drawriting #exploration #FabienneYvert #illisible #lIllisible #LilianeGiraudon #presqueAsémique #scrittura #scritturaAsemica #traduire

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Donald Trump e il capovolgimento dei valori


Ingiustizie sociali e discriminazioni sono state definite recentemente, insieme al cambiamento climatico, “sciocchezze ideologiche”. Da chi? Dal segretario alla Difesa degli USA, Pete Hegseth. Anzi, segretario non più alla Difesa, ma alla Guerra, come è stato ribattezzato il relativo dipartimento.

Ci sembra opportuno ricordarlo in un momento in cui Trump si presenta, anche in Medio […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/12/dona…

#cambiamentoClimatico #disuguaglianze #pace #speseMilitari #UnioneEuropea #Usa

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Crisi della sinistra, astensionismo e il blocco libertario per la pace

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La paralisi della politica e il vuoto della rappresentanza


C’è un grande vuoto che attraversa la politica contemporanea.
Da una parte, l’avanzata globale delle destre radicali — da Trump agli ultraconservatori europei — che cavalcano paura, rancore e identità ferita. Dall’altra, una sinistra ormai prigioniera del proprio linguaggio istituzionale, incapace di parlare alle persone reali.
Nel mezzo, milioni di cittadini che hanno smesso di crederci.

Astensionismo record e crisi della sinistra libertaria in Italia


In Italia, questo vuoto si vede con una chiarezza spietata: l’astensionismo record è diventato il vero partito di maggioranza. Non è disinteresse, è un voto di sfiducia. È la risposta di chi ha visto la sinistra gestire le stesse politiche neoliberiste della destra, privatizzare i beni comuni, precarizzare il lavoro e chiamarlo “modernizzazione”.

​Il mercato che ha colonizzato la democrazia


Come direbbe Noam Chomsky, la democrazia è stata svuotata dall’interno, mentre il potere economico ha continuato a dettare le regole del gioco. Non serve più un colpo di stato quando il mercato ha già colonizzato la politica.

E così, di elezione in elezione, ci ritroviamo davanti allo stesso bivio finto: o l’autoritarismo di una destra che promette ordine e sicurezza, o la gestione “più umana” di un sistema che resta ingiusto.
Ma il risultato non cambia: il conflitto si sposta dai palazzi ai margini della società, dove cresce la rabbia, la paura e la solitudine politica.

Intanto, i governi — di qualunque colore — spingono nella stessa direzione: più spese militari, più riarmo, più fedeltà ai blocchi economici e strategici dominanti.
È come se l’intero pianeta fosse intrappolato in una logica binaria, uno scontro tra potenze che si autoalimentano. Eppure, mentre i blocchi si consolidano, l’unica alternativa credibile — un fronte popolare, democratico e libertario — non riesce nemmeno a emergere.

E allora, la domanda è inevitabile: esiste ancora uno spazio per la speranza politica?
O siamo destinati a scegliere solo tra due versioni dello stesso dominio?

L’eclissi delle alternative progressiste


La crisi della sinistra libertaria in Italia non è solo elettorale: è culturale, etica, perfino linguistica.
Per anni, i partiti riformisti hanno scelto di convivere con il capitalismo estremo, limitandosi a gestirlo “con più sensibilità”. Ma la gestione non è cambiamento. Così, il risultato è stato un progressivo svuotamento della propria base sociale, un allontanamento dei lavoratori, dei precari, delle classi popolari.

Perché la sinistra parlamentare non convince più


La sinistra parlamentare italiana, nella sua forma attuale, non propone un’alternativa radicale al neoliberismo, ma una sua versione “umanizzata”. Il problema è che il neoliberismo, anche nella versione soft, continua a produrre disuguaglianze, precarietà e perdita di diritti. È per questo che l’astensionismo record e l’avanzata della destra radicale sono le due facce della stessa crisi: la prima è il rifiuto, la seconda è la fuga in avanti.

L’ambivalenza geopolitica e il rifiuto della libertà


Come ricordava Noam Chomsky, quando la politica non offre alternative, “la rabbia popolare viene catturata e indirizzata verso bersagli falsi”. Ed è proprio ciò che accade oggi: la frustrazione sociale viene trasformata in rancore contro i migranti, l’Europa, i poveri stessi. È una fabbrica del consenso al contrario, che alimenta la destra mentre svuota la democrazia.

Sul fronte più radicale, la sinistra extraparlamentare resta prigioniera di un’ambivalenza geopolitica: simpatizza per regimi autoritari solo perché anti-occidentali, ma dimentica che la libertà non è negoziabile. Si parla di BRICS e di “mondo multipolare”, ma un multipolarismo senza diritti e democrazia non è un progresso — è solo un’altra forma di dominio.

E allora, la domanda torna centrale: può esistere una sinistra libertaria e non allineata che rifiuti allo stesso tempo la logica dei blocchi e la complicità con il potere economico?
Perché senza una proposta etica, popolare e coerente, la crisi della sinistra e il fallimento delle politiche neoliberiste continueranno a lasciare campo libero a chi promette soluzioni autoritarie.

Geopolitica del conflitto e logica dei blocchi


Viviamo dentro una geopolitica del conflitto e del dominio globale.
Le grandi potenze — Russia, Cina, Stati Uniti, e l’Europa al seguito — hanno trasformato la politica internazionale in un campo di battaglia permanente. La corsa al riarmo non è più solo un riflesso della paura, ma un vero modello di sviluppo.
In Italia e in Europa si parla ormai di portare le spese militari al 5% del PIL, come se la sicurezza potesse essere comprata a suon di missili e droni. Ma ogni euro speso per la guerra è un euro tolto a sanità, istruzione, ambiente, e al diritto a una vita dignitosa.

È una militarizzazione globale che serve a mantenere in piedi un sistema economico in crisi. Lo spiegava già Noam Chomsky: quando il consenso democratico vacilla, i governi usano la paura e il conflitto per riconquistare legittimità. L’“altro” — che sia il migrante, il nemico estero o il dissidente interno — diventa lo strumento con cui il potere si giustifica.
Oggi la fabbrica del consenso passa attraverso la fabbrica della paura.

Dallo scontro tra NATO e BRICS alla militarizzazione globale


Ma il rischio non arriva solo dall’Occidente militarizzato. Anche i blocchi alternativi, come Russia, Cina o Turchia, mostrano un volto autoritario e repressivo. La logica dei blocchi alimenta l’estremismo su scala globale: lo vediamo nel sostegno acritico di molti governi occidentali a politiche estreme, come quelle del governo Netanyahu, anche di fronte ad accuse di genocidio. ​Questo estremismo si riflette anche nelle società: assistiamo a una fascistizzazione del dibattito politico che rende intollerabile la critica. In diverse comunità, incluse alcune comunità ebraiche, chi non accetta l’operato del governo israeliano viene marginalizzato e aggredito. Contemporaneamente, in paesi come i Paesi Bassi, le autorità arrivano a vietare organizzazioni antifasciste (Antifa), equiparando di fatto la resistenza all’estrema destra al terrorismo.​ L’obiettivo è sempre lo stesso: disciplinare il dissenso. Che si tratti di militarizzazione o di repressione interna, l’effetto è di soffocare la possibilità di un dibattito democratico e radicale.

La contesa tra poteri: nessun blocco è giusto


In questo scenario, le strategie di pace contro la logica dei blocchi diventano la sfida politica più urgente del nostro tempo.
Come difendersi da paesi autoritari pacificamente?
Come opporsi alla guerra senza restare disarmati di fronte all’aggressione?

Una risposta possibile è quella che alcuni movimenti definiscono “sicurezza umana e non armata”: costruire difese civili, sociali e tecnologiche che non passino per l’escalation militare. La difesa civile nonviolenta come strategia di sicurezza non è utopia — è visione realistica per un mondo dove le guerre non si possono più vincere, ma solo moltiplicare.

Serve un pensiero capace di andare oltre i blocchi, un non-allineamento etico che rimetta al centro i diritti umani, la sovranità democratica e la cooperazione internazionale.
E qui si apre la prospettiva di una Terza Via politica ed economica, non come compromesso, ma come rifiuto di entrambe le logiche di dominio.

Una via che unisca libertà e giustizia, etica e solidarietà, riprendendo la lezione di chi — da Chomsky a Bookchin — ci ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio della paura, ma dal potere condiviso delle comunità libere.

Verso una terza via libertaria e popolare


Ogni crisi è anche un’occasione.
Se la sinistra è prigioniera del proprio linguaggio e la destra si nutre di paura e disuguaglianza, allora serve una nuova grammatica politica, un linguaggio capace di restituire senso, speranza e potere alle persone.

Costruire un blocco democratico, non allineato e pacifista


Questa nuova visione potremmo chiamarla “Terza Via”, ma non nel senso del compromesso blairiano o del centrismo riformista: parliamo di una Terza Via politica ed economica che unisca libertà, democrazia diretta, giustizia sociale ed ecologia.
Un blocco democratico, popolare e libertario che rifiuti tanto il capitalismo estremo quanto l’autoritarismo di Stato, proponendo un’alternativa reale al dominio dei blocchi di potere globali.

Economia popolare e sovranità sociale


Il primo pilastro è l’economia solidale e la sovranità sociale.
Non un’utopia, ma una direzione concreta: cooperazione locale, filiere etiche, comunità energetiche, mutualismo, autogestione del lavoro.
Significa superamento del neoliberismo e della guerra come strumenti economici e culturali, sostituiti da un modello che valorizzi i beni comuni, la redistribuzione e la dignità.
È la risposta a un sistema che ha trasformato tutto in merce, anche la vita.

Geopolitica etica: rifiuto dei blocchi (NATO-BRICS)


Il secondo pilastro è la politica di non-allineamento etico.
Non si tratta di neutralità, ma di rifiuto dei blocchi NATO e BRICS, perché entrambi fondati sulla stessa logica di dominio e sfruttamento.
Una nuova internazionale dei popoli per la pace e il benessere, basata su cooperazione, giustizia ambientale e autodeterminazione democratica.
La vera pace non si costruisce con le armi, ma con reti di solidarietà e con un modello di sicurezza civile condiviso.
Come suggeriva Chomsky, la libertà dei popoli passa dal controllo collettivo delle risorse e delle decisioni, non dalla dipendenza da superpotenze.

Municipalismo e coerenza morale: Bookchin e la base


Il terzo pilastro è quello che Murray Bookchin chiamava “municipalismo libertario”: una politica che nasce dal basso, dai territori, dalle comunità.
Bookchin sosteneva che la democrazia reale non si costruisce nelle istituzioni centrali, ma nei luoghi in cui le persone si incontrano, discutono, decidono insieme.
È qui che si intrecciano economia popolare, difesa civile nonviolenta e autogoverno locale: tre strumenti che possono liberare le società dal ricatto dei blocchi globali.

Ma tutto questo richiede coerenza morale.
Non si può chiedere libertà senza praticarla, né giustizia senza metterla in atto ogni giorno.
La vera alternativa politica nasce quando il discorso pubblico ritrova una dimensione etica, capace di unire pensiero e vita.
Serve una cultura della responsabilità, capace di guardare oltre le ideologie morte per ritrovare un principio semplice: la libertà è collettiva, o non è.

La Terza Via: la forma più radicale di speranza politica


In questo orizzonte, la Terza Via non è un partito, ma una visione in atto:
una rete di comunità, movimenti, lavoratori e cittadini che scelgono di costruire un’economia del bene comune e una politica della pace.

Non serve aspettare che qualcuno la fondi: esiste già in embrione nelle cooperative sociali, nei gruppi di acquisto solidale, nelle reti di mutualismo, nei municipi che sperimentano forme di autogoverno.
Sono i semi concreti di una democrazia dal basso, i primi laboratori di libertà collettiva.

La nuova internazionale dei popoli che immaginiamo non ha eserciti né confini. Ha valori, pratiche e persone che scelgono la coerenza invece della paura.
Solo così si può unire libertà democratica e giustizia sociale, superando tanto il neoliberismo quanto la deriva autoritaria.

La “Terza Via” non promette salvezza, ma restituisce possibilità.
Ed è forse proprio questa — oggi — la forma più radicale di speranza politica.

#anarchia #autogestione #Internazionale

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12 ottobre, bologna: presentazione di “retriever”, di june scialpi (tic, 2025)


MarSalotto, via Marsala 14/a, Bologna

il libro: ticedizioni.com/collections/ul…

#AnnaPapa #JuneScialpi #MarSalotto #marsalottoPassalibro #presentazione #prosa #ProsaInProsa #proseBrevi #prose_ #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca

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la maledizione delle viscere liquidose e le conseguenze troppo umane (ho il raffreddore o qualcosa del genere e sto esplodendo)


Da stamattina, purtroppo, regna la tristezza!!! Questo perché non sono riuscita a dormire 15 ore stanotte, bensì solo 10 scarse (facendo i conti senza Mi Band, visto che sto ancora senza cinturino)… Almeno, credo siano non più di 10 ore nette di sonno, contando approssimativamente anche le tante volte che mi sono svegliata perché non respiravo, e una in cui sono dovuta andare stranamente in bagno, nonostante sono abbastanza sicura di non aver dimenticato di fare pipì prima di andare a dormire, e in genere quello basta per non dovermi alzare, che è cosa scomoda e pallosa. Alle 11 proprio non ce l’ho fatta più a stare nella mia caverna odorante di marcio, dove pure stando dritta nel letto a quel punto respiravo a fatica, e allora ho dovuto alzarmi. 😾
How I feel in my ownhouse:
Tutto ciò, però, non è accaduto dal nulla… bensì, in fondo si è verificato solo perché si è avverato il mio vero incubo peggiore a parte tutti i meme, ossia che mi è ufficialmente venuta quella cosa per cui produco quintali di muco dal niente e non solo inutilmente, ma in modo grandemente dannoso; che non è allergia, perché non è stagione, ma non sono nemmeno sicura al 100% che sia raffreddore, perché il flusso degli eventi non mi convince riguardo tale teoria… per ora la chiamerò maledizione delle viscere liquidose, semplicemente. Non solo di giorno coi fazzoletti, però, cosa che già di suo è terribile… ma di notte a morire, perché il muco mi cola malamente stando stesa, soprattutto sul lato come mi è davvero comodo dormire, e quindi finisco col naso otturato, e mi sembra di finire all’altro mondo… quindi devo allungare il braccio per prendere il fazzoletto lurido, che se va male non sta al lato del cuscino bensì sul comodino, e soffiare, e pur soffiando e cacciando muco ancora non si respira… Non ha aiutato nemmeno fare la doccia bella calda ieri sera; o meglio, per qualche ora mi ha spurgata un po’, ma poi al momento di dormire si è rivelato tutto inutile. E tra ieri e oggi avrò buttato già 7 fazzoletti, che è tanto considerato quanto io li riuso fino all’essere impregnati, oltre a vari strappi di carta igienica, quando mi trovo a soffiarmi con quella. 😰

Per fortuna, da vecchia femcel socialmente isolata quale sono, il fine settimana non devo mai uscire (se non per boh, momenti rapidi per comprare cose magari… e dovrei anche ritirare il pacchetto con i cinturini della Mi Band, a dirla tutta), e questo fine settimana in particolare credo idem, quindi almeno la situazione dovrebbe non peggiorare, credo… cioè, lo spero sinceramente. Su una cosa non scherzo minimamente, e cioè che il muco è veramente il mio nemico non-umano numero 1 (si, è peggio degli spiriti malevoli); il freddo in sé dà fastidio, ma alla fine si va avanti… il problema è quando inizia questa maledizione, e tutto quello che comporta. E ormai quasi ogni anno è così da quando esisto, una tarantella allucinante… ora inizio a prendere lo sciroppo, ma questo sistemerà il problema solo per stavolta, mentre al prossimo incidente si ripeterà, e l’unica cosa che riesco a chiedermi è… perché cazzo non c’è una soluzione permanente a ciò??? Sono una ragazza magica, io, dovrei in qualche maniera poter riuscire ad hackerare pesantemente la mia biologia per non finire mai più in condizioni del genere… e, invece, continuamente sono sconfitta. È davvero così troppo chiedere di smettere di soffrire, ma allo stesso tempo non voler morire? 🧸

#freddo #inverno #muco #raffreddore

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15 ottobre / october 15th : an online meeting about a “wunderkammer” of contemporary italian poetry


casaitaliananyu.org/events/ita…

italian poets in wonderland

Wednesday, October 15, 2025
11:00 am – 1:00 pm (New York) // 17:00 – 19:00 (Italy)

as a part of
Settimana della Lingua Italiana nel Mondo
in collaboration with
Italian Cultural Institute in New York

Zoom Webinar
Italian Poets in Wonderland
Presenting the Digital Wunderkammer of Contemporary Italian Poetry


On Zoom
(register here)

Featuring:
Stefano Albertini, NYU
Luigi Ballerini, UCLA Emeritus
Fabrizio Bondi, Suor Orsola Benincasa University, Naples
Valerio Lo Bello, NetSeven

With the participation of:
Cecilia Bello, Università di Roma La Sapienza
Stefano Colangelo, University of Bologna
Ugo Perolino, University of Chieti
Vincenzo Frungillo, poet
Gianluca Rizzo, Colby College
Beppe Cavatorta, University of Arizona

In ENGLISH and ITALIAN:
casaitaliananyu.org/events/ita…


What if Italian poets were like those animals that, from a distance, seem like flies? Almost invisible at first glance, yet impossible to ignore once you find yourself in the same room with them. From this thought—and from a quotation by Jorge Luis Borges in The Analytical Language of John Wilkins—comes Itpoetry.org, the first digital platform dedicated to contemporary Italian poetry. The site is inspired by the bilingual anthology Those Who from Afar Look Like Flies, edited by Luigi Ballerini and Beppe Cavatorta, whose second volume will be released in November.

On this platform, a variety of voices—academic and beyond—connect online to discuss contemporary poets. The project was launched under the auspices of Casa Italiana Zerilli-Marimò at New York University, on the initiative of Luigi Ballerini and Fabrizio Bondi. Itpoetry.org was developed by the NetSeven studio in Pisa, which translated the structure of Flies into an interactive online experience, giving artistic form and digital animation to the often acrobatic and ironic ideas of Ballerini (UCLA emeritus) and Bondi (Suor Orsola Benincasa University, Naples).

The long flight of the “flies,” carried weightlessly by digital bits, aims to connect not only the two sides of the Atlantic but also the languages of new media with those of poetry—reaching unexpected and diverse audiences. All this stems from the belief that poetry, with its non-instrumental and therefore non-aggressive logic, “takes no prisoners.” Poetry can thus become a vehicle for peace; and it is our ongoing task to translate it—to interpret it, embody it, and carry it forward.

#asAPartOfSettimanaDellaLinguaItalianaNelMondo #BeppeCavatorta #CasaItalianaZerilliMarimò #CeciliaBello #ColbyCollege #contemporaryItalianPoetry #DigitalWunderkammerOfContemporaryItalianPoetry #FabrizioBondi #GianlucaRizzo #ItalianCulturalInstituteInNewYork #ItalianExperimentalism #ItalianPoetry #ItalianPoetsInWonderland #ItpoetryOrg #LaSapienza #letteraturaItaliana #LuigiBallerini #NetSeven #NetSevenStudio #NYU #poems #poesiaItalianaContemporanea #poetry #poets #SapienzaUniversitàDiRoma #SettimanaDellaLinguaItalianaNelMondo #StefanoAlbertini #StefanoColangelo #SuorOrsolaBenincasaUniversity #theDigitalWunderkammerOfContemporaryItalianPoetry #traduzione #traduzioni #translation #translations #UCLA #UgoPerolino #UniversitàDiRomaLaSapienza #UniversityOfArizona #UniversityOfBologna #UniversityOfChieti #ValerioLoBello #VincenzoFrungillo #webinar #wunderkammer #zoom

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oggi, 11 ottobre, a roma: magdalo mussio @ bianco contemporaneo: “il segno dell’essere sulla traccia del tempo”

Il segno dell’essere sulla traccia del tempo
di
Magdalo Mussio


presso la galleria BIANCO CONTEMPORANEO

introduzione al testo di Loredana Finicelli e testo critico di Paola Ballesi

Vernissage oggi, 11 ottobre 2025, ore 17:30

la mostra prosegue fino all’ 8 novembre – dal martedì al sabato 16:30 – 19:30

Via Reno 18/a Roma


mostra
cliccare per ingrandire

In mostra una serie di 15 opere dell’artista scomparso nel 2006, che mostrano l’ultima fase della sua ricerca: il periodo nel quale egli sembra trovare tenui indizi di alle sue indagini di una vita. Un’ esistenza finalizzata alla comprensione dell’Umano, utilizzando il segno grafico, sia sotto forma di scrittura che di immagine, come medium privilegiato di ricerca.

*

Evento facebook: facebook.com/events/4180873065…

#art #arte #asemic #asemicWriting #BiancoContemporaneo #LoredanaFinicelli #MagdaloMussio #materialiVerbovisivi #PaolaBallesi #scritturaAsemica

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La commissione giudicatrice ha concluso la valutazione delle tesi concorrenti al bando di quest’anno.

Il premio non è stato assegnato.

Il verbale dei lavori della commissione, composta da Daniela Tafani, Paola Galimberti e Silvia Bello, con la consulenza esterna del prof. Maurizio Tirassa (Università di Torino), è visibile qui.

aisa.sp.unipi.it/premio-per-te…

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giuseppe garrera sulle gioconde di luca maria patella


https://antinomie.it/index.php/2025/10/02/sa-e-te-parla-al-culo-le-gioconde-di-patella/

qui la mostra (fino al 29 ottobre): slowforward.net/2025/09/16/gio…

#art #arte #cartoline #conferenza #Duchamp #Ferrobedò #Garrera #Gioconda #gioconde #GiuseppeGarrera #JeanMichelRibettes #locandine #LucaMariaPatella #Patella #ritagli #santini #souvenir


19 settembre, milano: “le gioconde di patella”, incontro con giuseppe garrera al ferrobedò


Gioconda con la mosca al naso (particolare) 1985 Museo Ideale Leonardo da Vinci, Vinci (FI)
Gioconda con la mosca al naso (particolare) 1985 Museo Ideale Leonardo da Vinci, Vinci (FI)

Venerdì 19 settembre 2025, alle ore 18:30
@ Ferrobedò / via Moscova 40, Milano

Le Gioconde di Patella

a cura di Giuseppe Garrera

In mostra, a Ferrobedò, le innumerevoli Gioconde (santini, cartoline, souvenir, locandine, ritagli da giornali) rinvenute dappertutto sulle pareti e nel riordinare i cassetti di quella che fu l’ultima abitazione di Luca Maria Patella a via Reggio Emilia a Roma. Attestazioni di una magnifica ossessione e di un culto privato, ma anche indagine ininterrotta di Patella sulle ragioni, le ragioni d’ombra, di tale fissazione.

Le tante Gioconde di Patella sono infatti capitoli e pezzi di un puzzle disperso per la decriptazione di una presenza e di un sogno. Accanto alle operazioni artistiche ufficiali di Patella sulla Gioconda (Gioconda con la mosca sul naso o Gioconda in fronte), e alla partecipazione ad importanti esposizioni sul tema (ricorderei qui almeno la grande mostra giapponese itinerante del 2000 Les 100 sourires de monna Lisa a cura di Jean-Michel Ribettes con tappe a Tokio, Shizuoka e Hiroshima) a illuminare l’oscurità ci sono anche queste intimità personali e apotropaiche. Intanto si parte sempre da Duchamp e sempre si torna a Duchamp. C’è, ad esempio, un ritaglio dell’orinatoio – Fontana – di Duchamp che Patella conservava gelosamente nel cassetto del suo comodino: scontornato, ridotto a sagoma, sovrapposto alla Gioconda, l’orinatoio rivela, in maniera fulminante, essere l’ombra della Gioconda. È solo l’inizio di un viaggio che ci porterà alla scoperta di Gioconde purgative e per la diarrea, di Gioconde con la mosca al naso, o sedute su sedie “comode” per defecare, o per minzioni attese dai suoi ammiratori a bocca aperta; o ancora Gioconde scomparse (le immaginette devozionali, le riproduzioni kitsch sono in realtà sempre segnali di tale terrore), fuggite di casa, perché “siamo stati cattivi”; o ancora, sorridenti dopo essersi arrabbiate o che ritornano a sorriderci ma con pizzo e baffi in faccia o ammiccanti e che si denudano il petto davanti a noi.

La collezione di Gioconde di Patella si rivela una delle ricerche, e uno dei repertori di conforto, più perturbanti e intimi intorno ad un’immagine e all’inseguimento di una apparizione.

#art #arte #cartoline #conferenza #Duchamp #Ferrobedò #Garrera #Gioconda #gioconde #GiuseppeGarrera #JeanMichelRibettes #locandine #LucaMariaPatella #Patella #ritagli #santini #souvenir


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Treno Intercity 657 con E444.104 – Arrivo & Partenza – Campiglia Marittima (26/01/2017)


Composizione Intercity con E444R e ancora le carrozze a scompartimenti! Nel periodo di transizione della livrea IC Sun e carrozze UIC-Z a salone----------------------------------------------------------------------------👍 Se il video ti è piaciuto lascia
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Sto lavorando per voi


Sto lavorando su un po’ di codice che mi semplifica la vita nella lotta contro lo #spam

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Una cavità antropica negli Orti della Susanna, la grotta Lucenti


Nell’area degli Orti della Susanna non ci sono solo una ricca vegetazione arborea e arbustiva, e una fauna selvatica quasi invisibile ma della cui esistenza sono testimoni i predatori, greppi e poiane, sempre in volo di perlustrazione. Non ci sono soltanto i muretti a secco (proclamati dall’Unesco patrimonio dell’umanità) e le opere di canalizzazione, raccolta e sollevamento […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/10/una-…

#CentroDirezionaleCibali #FrancoPolitano #GiovanniVerga #OrtiDellaSusanna

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oggi, 10 ottobre, a roma, alla casa della memoria e della storia: “vite, carte, memorie. archivi di donne in toscana”, vol. 1


FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane
Oggi, venerdì 10 ottobre 2025, alle ore 16:00
Casa della Memoria e della Storia
Via San Francesco di Sales, 5 – Roma

Presentazione del volume
VITE, CARTE, MEMORIE. ARCHIVI DI DONNE IN TOSCANA, vol. I
curato da
Rosalia Manno, Aurora Savelli, Anna Scattigno, Monica Valentini

Saluti di:
Bianca Cimiotta Lami – Vicepresidente FIAP

Intervengono:
Caterina Del Vivo – già Responsabile del Gabinetto di G.P. Vieusseux, Firenze
Monica Valentini – Responsabile degli Archivi del Consiglio Regionale della Toscana
Patrizia Severi – Direttrice degli Archivi – Associazione Archivia Archivi Biblioteche, Centri di Documentazione delle Donne, Roma

Iniziativa a cura di FIAP in collaborazione con
Archivia – Casa Internazionale delle Donne

Il volume

Il libro, raccoglie i contributi presentati in alcuni incontri promossi dall’Associazione Archivio per la memoria e la scrittura delle donne “Alessandra Contini Bonacossi”, che ha sede in Firenze presso l’Archivio di Stato, incontri on line che si sono svolti tra il marzo e il dicembre del 2022.

Il ciclo, che ha coinvolto diverse istituzioni culturali toscane, ha inaugurato un itinerario a più voci attraverso gli archivi di Gina Gennai (presso la Biblioteca comunale di San Gimignano), di Lara-Vinca Masini (al Centro Pecci di Prato), di Mirella Scriboni (presso la Biblioteca Franco Serantini di Pisa), di Oriana Fallaci (nell’Archivio storico del Consiglio regionale e Biblioteca della Toscana), di Bruna Talluri (nell’Archivio storico del Movimento operaio senese – ASMOS), di Verita Monselles (nell’Archivio Fotografico Toscano a Prato), di Rossana Rossanda (nell’Archivio di Stato di Firenze).

Sono stati affrontati i percorsi di vita e di lavoro di intellettuali che hanno conservato e organizzato le proprie carte, ritenendole meritevoli di memoria e di trasmissione, e che hanno nutrito il proprio archivio delle loro curiosità e della loro intensa attività di studio e lavoro, consapevoli del rilievo culturale del loro operato. L’intreccio di biografie, scritture, carte restituisce anche attraverso un ricco apparato iconografico profili e sguardi inediti, frammenti di vite e di opere.

Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili in sala

L’iniziativa verrà trasmessa in diretta streaming sulla Pagina Facebook della FIAP: facebook.com/FIAPItalia

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Scavando negli #archivi delle #foto (anno 2012)

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lavorare d'agosto 2008

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