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Nvidia investe in Safe Superintelligence, il laboratorio di Ilya Sutskever


La startup avrà una potenza di calcolo dieci volte maggiore.
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In breve:


Nvidia ha fatto un grosso investimento (i termini non sono noti) in Safe Superintelligence. La startup è stata fondata nel 2024 da Ilya Sutskever dopo l'uscita da OpenAI, dove era capo scienziato e uno dei fondatori. L'accordo dà accesso a grandi quantità di GPU Nvidia e aumenterà le risorse di calcolo della startup di un ordine di grandezza. Finora la società si è affidata soprattutto alle TPU di Google. L'obiettivo dichiarato della startup è arrivare a una "superintelligenza sicura": nel settore il termine indica un'AI capace di fare ciò che fanno gli umani ma senza minacciare l'umanità. Sutskever dice che la ricerca si concentra su "aspetti trascurati del funzionamento del cervello umano".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Nvidia Invests in Sutskever’s Safe Superintelligence AI Lab - WSJ
Partnership with former top OpenAI scientist aims to boost chip giant’s high-profile customer roster during AI boom, Partnership with former top OpenAI scientist aims to boost chip giant’s high-profile customer roster during AI boom
The Wall Street JournalKeach Hagey


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Come Netanyahu ha perso l'America


Due anni fa 19 senatori democratici votarono per bloccare le armi a Israele, ad aprile lo hanno fatto 40 su 47. Il primo ministro ha perso il fronte su cui aveva costruito la carriera.

Ad aprile 40 senatori democratici su 47 hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele. Due anni prima erano stati 19. Tra i favorevoli figuravano anche gran parte dei possibili candidati democratici alla Casa Bianca. Secondo un'analisi di Franklin Foer pubblicata su The Atlantic, il principale responsabile di questo cambiamento è proprio l'uomo che per quarant'anni ha curato personalmente l'immagine di Israele negli Stati Uniti: Benjamin Netanyahu.

Nel 1982 Netanyahu aveva 32 anni e dirigeva il marketing di un mobilificio a Gerusalemme. L'Ambasciatore israeliano a Washington, che lo aveva conosciuto qualche anno prima a un convegno, ritenne che stesse "vendendo il prodotto sbagliato": invece di mobili agli israeliani, avrebbe dovuto "vendere" Israele agli americani. Lo portò con sé come vice e, nel giro di poco tempo, Netanyahu divenne il volto di Israele nella televisione statunitense. Era ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, brillante, combattivo e con un inglese impeccabile imparato durante l'adolescenza trascorsa nei sobborghi di Philadelphia. Nel 1984 fu nominato Ambasciatore alle Nazioni Unite.

Per i quarant'anni successivi, qualunque fosse l'incarico ricoperto, Netanyahu mantenne lo stesso obiettivo: preservare il sostegno americano a Israele. Non delegò mai questa missione, convinto che nessuno la comprendesse meglio di lui. Eppure il primo ministro più longevo della storia israeliana, atteso oggi alla Casa Bianca per un nuovo incontro con il presidente americano, ha finito per fallire proprio nel compito che considerava il più importante.

Israele e Stati Uniti

Come Netanyahu ha perso l’America


Per quarant’anni ha curato di persona il sostegno americano a Israele. Oggi il consenso bipartisan che aveva il compito di custodire non esiste più. La ricostruzione di Franklin Foer sull’Atlantic.

Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Il voto che misura la frattura

Senatori democratici che hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele

0 su 47
Aprile 2026

Dem favorevoli al blocco Altri democratici Repubblicani
Nov 202419 voti Apr 202640 voti

Il 15 aprile 2026 il Senato ha respinto le risoluzioni di Bernie Sanders, ma 40 democratici su 47 hanno votato per fermare una vendita di mezzi militari a Israele: più del doppio rispetto a due anni prima.

Quarant’anni in sette date

Dal venditore perfetto alla rottura


Netanyahu ha costruito la propria carriera sul rapporto con gli Stati Uniti, poi ha legato Israele a un solo partito. Tocca le tappe per i dettagli.

1982
Dal mobilificio alla diplomazia+


A 32 anni dirige il marketing di un mobilificio di Gerusalemme. L’ambasciatore israeliano a Washington lo porta con sé come vice: il suo compito è «vendere» Israele agli americani.

1984
Il volto di Israele in tv+


Nominato ambasciatore alle Nazioni Unite, diventa ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, con l’inglese impeccabile imparato da adolescente a Philadelphia.

3 marzo 2015
Il discorso contro Obama+


Parla al Congresso contro l’accordo sul nucleare iraniano, invitato dai repubblicani all’insaputa della Casa Bianca: mai un leader straniero aveva contestato così un presidente in carica.

2017–2020
La scommessa su Trump+


Definisce Trump «il più grande amico che Israele abbia mai avuto» e ottiene l’ambasciata a Gerusalemme e il ritiro dall’accordo con l’Iran. Ma così lega Israele a un solo partito.

7 ottobre 2023
Il massacro di Hamas e la guerra+


Biden vola in Israele e difende l’offensiva su Gaza, pagando un prezzo politico crescente nell’ala sinistra del suo partito.

Giugno 2024
L’attacco a Biden+


In un video in inglese accusa Washington di rallentare le forniture militari. In realtà la Casa Bianca aveva sospeso la consegna di un solo tipo di bomba.

15 aprile 2026
La diga si rompe al Senato+


40 senatori democratici su 47 votano per bloccare la vendita di armi a Israele. Nel novembre 2024 erano stati 19.

L’opinione pubblica

Il consenso che si sgretola


Quota di americani con un’opinione sfavorevole di Israele, per gruppo (Pew Research Center, marzo 2026).

0+

Gli elettori che alle primarie democratiche del Michigan del 2024 votarono «uncommitted» contro la gestione della guerra a Gaza: l’inizio della contestazione del sostegno democratico a Israele.

Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, ma non aver mai davvero cercato di impedirlo: ogni scelta capace di rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.

Fonte: Franklin Foer, The Atlantic; Senato degli Stati Uniti (voti del novembre 2024 e del 15 aprile 2026); Pew Research Center, sondaggio 23–29 marzo 2026.

Poco più di dieci anni fa il sostegno a Israele era uno degli ultimi riflessi bipartisan della politica americana. I democratici moderati criticavano soprattutto l'ostacolo posto dal governo Netanyahu alla soluzione dei due Stati. Oggi il sindaco di New York City, la città con la più grande comunità ebraica del mondo, è un antisionista dichiarato che in campagna elettorale ha promesso di far arrestare Netanyahu se dovesse mettere piede nella sua città. Un attivista della Columbia University che l'8 ottobre 2023 partecipò a una manifestazione per celebrare l'attacco di Hamas è destinato con ogni probabilità a entrare nel prossimo Congresso. Senatori come Chris Murphy e Chris Van Hollen hanno fatto della critica a Israele uno dei pilastri del proprio messaggio politico.

Il cambiamento non riguarda soltanto i democratici. Il vicepresidente JD Vance, considerato da molti come il favorito per la nomination repubblicana del 2028, ha dichiarato questo mese al podcaster Joe Rogan che Jeffrey Epstein "aveva chiaramente legami con i più alti livelli dell'intelligence israeliana", una tesi per la quale non esistono prove. Ha inoltre accusato Israele di aver cercato di sabotare i suoi negoziati con l'Iran. Dieci anni fa dichiarazioni simili avrebbero probabilmente messo fine alla carriera di un dirigente repubblicano. Oggi arrivano da uno dei possibili futuri leader del partito.

Lo scontro con Obama e la scelta di Trump


Il padre di Netanyahu, Benzion, storico dell'Inquisizione spagnola, aveva educato il figlio alla convinzione che la storia ebraica fosse una "storia di Olocausti", che l'antisemitismo fosse una costante della diaspora e che solo uno Stato ebraico forte potesse garantire sicurezza. Negli anni Ottanta, però, il mondo sembrava smentire questa visione: Israele era pienamente integrato in Occidente, i suoi artisti e scienziati erano accolti nelle principali istituzioni internazionali e il sostegno americano appariva incrollabile.

L'ostilità esplosa dopo il 7 ottobre 2023 può essere letta come una conferma delle paure di Benzion Netanyahu, ma l'antisemitismo non basta a spiegare il mutamento dell'opinione pubblica americana. Può chiarire alcuni doppi standard applicati a Israele, ma non spiega perché tanti democratici abbiano iniziato a considerarlo un peso dal punto di vista elettorale o perché molti americani vedano oggi lo Stato ebraico come indifferente alle sofferenze dei palestinesi. Secondo Foer, le decisioni politiche e comunicative di Netanyahu hanno contribuito in modo decisivo a questa percezione.

I precedenti primi ministri israeliani avevano avuto duri contrasti con presidenti americani di entrambi i partiti, da Gerald Ford a Ronald Reagan fino a George H. W. Bush. Tuttavia avevano sempre evitato di trasformare Israele in una questione partitica, contando sul sostegno trasversale del Congresso.

Netanyahu, cresciuto politicamente negli Stati Uniti e cittadino americano fino al 1982, ha sviluppato invece una profonda diffidenza verso il Partito Democratico e verso il liberalismo di gran parte della comunità ebraica statunitense, che riteneva più interessata alla giustizia sociale che all'identità ebraica. Del futuro capo di gabinetto della Casa Bianca Rahm Emanuel arrivò a dire che era uno "che odia sé stesso". Secondo il suo biografo Anshel Pfeffer, all'inizio della carriera cercò di mascherare queste convinzioni. Con il passare degli anni smise di farlo.

Il momento simbolico arrivò il 3 marzo 2015, quando Netanyahu intervenne davanti al Congresso per attaccare l'accordo sul nucleare iraniano voluto da Barack Obama. Il discorso era stato organizzato dallo Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti senza informare la Casa Bianca: un precedente senza eguali, con un leader straniero invitato dall'opposizione per contestare pubblicamente il presidente in carica.

Eppure Obama era stato uno dei presidenti più favorevoli a Israele. Da candidato aveva parlato della propria "grande affinità" con il primo movimento sionista e aveva definito uno Stato ebraico sicuro "un'idea fondamentalmente giusta". Da presidente firmò il più grande pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti a un altro Paese.

Netanyahu, invece, lo trattò rapidamente come un avversario politico: lo corresse davanti alle telecamere nello Studio Ovale, utilizzò quelle immagini nella propria campagna elettorale e nel 2012 lasciò intendere di preferire apertamente Mitt Romney. Queste scelte accelerarono l'allontanamento della sinistra americana, già influenzata dallo stallo del processo di pace, dall'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalla crescente mobilitazione filo-palestinese nei campus universitari. Anziché cercare di preservare il consenso bipartisan, Netanyahu contribuì a collocare Israele sempre più nettamente nel campo repubblicano.

Con Donald Trump questa strategia ha raggiunto il suo apice. Netanyahu arrivò a definirlo "il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca". Ha fatto affiggere manifesti con le loro strette di mano, ha dedicato a Trump l'insediamento di Trump Heights e i suoi alleati hanno proposto perfino di intitolargli una stazione ferroviaria vicino al Muro Occidentale. In cambio Trump ha trasferito, nel corso del suo primo mandato, l'Ambasciata americana a Gerusalemme, ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano e rinunciato a fare pressioni su Israele per rilanciare il negoziato con i palestinesi.

Ma legando così strettamente Israele alla figura di Trump, Netanyahu ha finito per ereditarne anche le divisioni politiche. Molti esponenti della comunità ebraica americana e del Partito Democratico lo avvertirono che stava commettendo un errore strategico. Lui ha sempre ignorato quei consigli.

Gaza, Biden e il costo politico


Joe Biden ha fatto probabilmente più di qualsiasi suo predecessore per sostenere Israele dopo il massacro del 7 ottobre. Subito dopo l'attacco è volato personalmente nel Paese, per garantirgli appoggio militare e diplomatico e ha difeso l'offensiva militare israeliana a Gaza nonostante le crescenti critiche dell'ala sinistra del Partito Democratico. Col tempo ha maturato però la convinzione che eliminare Hamas fosse irrealistico e che il costo umano della guerra stesse diventando insostenibile.

Netanyahu ha ricambiato ignorando quasi tutti i suggerimenti della precedente Amministrazione americana. Nel giugno 2024 ha pubblicato un video in inglese rivolto chiaramente al pubblico statunitense, in cui ha accusato Washington di rallentare le forniture militari e sostenuto che Biden gli impedisse di vincere la guerra. L'accusa era fortemente esagerata: la Casa Bianca aveva sospeso soltanto una fornitura relativa a un unico tipo di bomba. Così, mentre Biden pagava un prezzo politico crescente per aver deciso di difendere Israele, Netanyahu lo attaccava da destra.

Alle primarie democratiche del Michigan del 2024 oltre 100.000 elettori votarono "uncommitted" per protestare contro la gestione della guerra a Gaza. Quella protesta si trasformò progressivamente in una contestazione del tradizionale sostegno democratico a Israele. Anche AIPAC, il gruppo di pressione che per decenni aveva consolidato il consenso bipartisan, è diventato il bersaglio di una parte crescente del partito.

Gavin Newsom, Cory Booker, Ruben Gallego e Seth Moulton, tutti esponenti moderati, hanno annunciato che non accetteranno più finanziamenti da AIPAC. Molti democratici sono arrivati alla conclusione che difendere Israele non offra più vantaggi politici. A pesare non è soltanto il cambiamento dell'elettorato, ma anche la convinzione che Netanyahu non ricambi la lealtà dei presidenti americani che lo sostengono.

A questa trasformazione hanno contribuito anche le scelte del governo israeliano. Nel 2022 Netanyahu ha portato nella propria coalizione Itamar Ben-Gvir, erede politico del rabbino Meir Kahane, e lo ha nominato Ministro della Sicurezza Nazionale. Ben-Gvir ha sostenuto che non dovesse entrare a Gaza "neppure un grammo di cibo" e ha promosso l'"emigrazione volontaria" dei palestinesi della Striscia. Le sue dichiarazioni sono diventate uno degli elementi citati nei procedimenti che contestano a Israele un intento genocida. Netanyahu non lo ha mai realmente sconfessato, anche perché il suo partito è indispensabile per mantenere in vita la coalizione di governo.

Il primo ministro avrebbe potuto prendere decisioni capaci di migliorare l'immagine internazionale di Israele come garantire l'afflusso degli aiuti umanitari, presentare un piano credibile per il futuro di Gaza o aprire a un percorso verso uno Stato palestinese. Secondo Foer, non lo ha fatto perché ciascuna di queste scelte avrebbe potuto far cadere il governo e mettere a rischio anche la sua posizione giudiziaria.

Nemmeno la prospettiva di una storica normalizzazione con l'Arabia Saudita è bastata a cambiare rotta. Riyadh chiedeva un solo impegno: l'avvio di un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese. Netanyahu ha però rifiutato, temendo di perdere il sostegno della destra più radicale. Così Israele ha continuato a combattere senza una strategia politica per il dopoguerra. Sul piano militare ha affrontato Hamas, Hezbollah e l'Iran. Su quello diplomatico, invece, ha progressivamente perso il sostegno dell'opinione pubblica americana.

Oggi gli indipendenti statunitensi simpatizzano più per i palestinesi che per gli israeliani, il 60% degli adulti ha un'opinione negativa di Israele, la maggioranza dei repubblicani sotto i 45 anni è contraria al rinnovo del pacchetto di aiuti militari firmato da Obama e anche tra i giovani evangelici il sostegno allo Stato ebraico è in forte calo.

L'estremismo anti-israeliano nei campus americani esisteva già prima del 7 ottobre e chi era ostile a Israele avrebbe probabilmente trovato comunque un motivo per esserlo. Ma il consenso politico perso negli Stati Uniti avrà effetti di lungo periodo. Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, bensì non aver mai davvero cercato di impedirlo. Ha avuto più volte l'occasione di cambiare rotta, ma ogni scelta che avrebbe potuto rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione e complicato la sua situazione giudiziaria. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.


Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Workation e smart working: le cuffie Jabra per lavorare ovunque senza distrazioni


Sempre più italiani scelgono la workation per conciliare vacanza e lavoro. In questo scenario, cuffie professionali come le Jabra Evolve3 85 aiutano a migliorare la qualità delle chiamate, ridurre le distrazioni e lavorare con maggiore concentrazione ovunque ci si trovi
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Lavorare da una casa vacanze, da un appartamento sul mare, in treno o da un coworking improvvisato è diventato sempre più comune per chi sceglie la workation. Con la diffusione del lavoro ibrido, che in Italia coinvolge circa 3,57 milioni di persone secondo la Cgil, quasi un lavoratore su dieci approfitta del periodo estivo per continuare la propria attività anche dal luogo di villeggiatura (fonte Geopop).

Affinché questa modalità di lavoro sia davvero efficace, però, non basta una connessione internet stabile. Meeting in videoconferenza, chiamate consecutive e attività che richiedono concentrazione rendono indispensabile disporre di strumenti tecnologici adeguati. Ambienti come terrazze, spiagge, stazioni o appartamenti condivisi possono infatti trasformarsi in una fonte continua di rumori e distrazioni, compromettendo la qualità della comunicazione.

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Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
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Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
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Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
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La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

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Il governatore del Kentucky chiede a McConnell di spiegare le sue condizioni di salute o dimettersi


Andy Beshear ha scritto al senatore, che non si vede in pubblico da 43 giorni, e ha chiesto a John Thune di indagare. Ma una legge del Kentucky gli vieta di nominare un sostituto al Senato.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear ha chiesto a Mitch McConnell di spiegare pubblicamente le proprie condizioni di salute o di dimettersi dal Senato. Il senatore repubblicano, 84 anni, non compare in pubblico da 43 giorni, da quando è stato ricoverato in ospedale. Beshear, che è democratico, ha messo la richiesta per iscritto in una lettera su carta intestata del governo dello Stato, spedita lunedì e ottenuta dalla CNN.

Nella lettera il governatore lascia intendere di dubitare che le fotografie pubblicate dall'ufficio del senatore, l'ultima delle quali diffusa lunedì, restituiscano un quadro onesto del suo stato di salute.

"Mi rivolgo al senatore McConnell partendo dal presupposto che sia in grado di leggere e di rispondere a voce e che non sia incapacitato nella coscienza o nelle facoltà cognitive. Se il senatore non fosse in grado di rispondere per queste o per altre ragioni, si consideri questa lettera una richiesta al suo staff al Senato di essere onesto e trasparente con i cittadini del Kentucky", scrive Beshear.

L'ufficio di McConnell aveva diffuso lunedì un comunicato in cui il senatore dice di voler tornare in Kentucky ma di non avere ancora l'autorizzazione dei medici a lasciare la struttura di riabilitazione. "Non vedo l'ora di tornare al Senato e in Kentucky", ha detto. Il comunicato non indica una data per il rientro e contiene un aggiornamento dell'Office of the Attending Physician, l'ufficio medico del Congresso che si occupa dell'assistenza sanitaria ai parlamentari.

Secondo quell'aggiornamento, da quando è stato trasferito nella struttura di riabilitazione McConnell "ha seguito un percorso intenso di fisioterapia e riabilitazione, con più sedute al giorno pensate per recuperare forza e ridurre il rischio di nuove cadute". Nello stesso comunicato il senatore fa sapere che salterà il Fancy Farm, il raduno politico che si tiene ogni anno nel suo Stato, in programma questo fine settimana.

Per Beshear, che sta valutando una candidatura alla presidenza nel 2028, non basta. "Nemmeno la dichiarazione scritta del medico parla delle sue condizioni reali, compreso se lei sia in grado di parlare, di ragionare o di svolgere i suoi doveri di senatore. Capisco il desiderio di riservatezza di chiunque, ma quando ci si candida e si serve come uno dei due senatori di uno Stato si rinuncia volontariamente a gran parte della propria privacy", ha scritto.

"Come governatore dello Stato che lei serve, le chiedo di rivolgersi direttamente e a voce ai cittadini del Kentucky e di fornire la prova della sua capacità di servire, oppure di dimettersi".

Una copia della lettera è arrivata anche a John Thune, leader della maggioranza repubblicana al Senato, insieme a una seconda lettera in cui Beshear gli chiede di indagare. "Dalle nostre ricerche risulta che un seggio al Senato diventa vacante quando un senatore muore, si dimette o viene espulso con un voto del Senato stesso. Se il senatore McConnell non vuole dimostrare volontariamente di avere ancora la capacità di servire, insisterò perché lei, come leader della maggioranza, indaghi a fondo sulle sue condizioni, riferisca al popolo americano e avvii la procedura se necessario", ha scritto Beshear a Thune.

La richiesta di dimissioni ha un risvolto pratico. In molti Stati americani è il governatore a riempire un seggio vacante al Senato in attesa di un'elezione speciale, ma la maggioranza repubblicana del parlamento del Kentucky ha ridotto negli anni i poteri di Beshear. Nel 2021 ha approvato una legge che obbliga il governatore a scegliere il sostituto da una lista fornita dal partito del senatore uscente. Nel 2024 si è spinta oltre e gli ha tolto del tutto la facoltà di nominare qualcuno, stabilendo che il seggio possa essere riempito solo con un'elezione speciale.

Quella legge però potrebbe violare la Costituzione del Kentucky, che assegna al governatore un potere ampio di riempire i posti vacanti in "tutte le cariche dello Stato nel suo complesso". A complicare le cose c'è il diciassettesimo emendamento della Costituzione americana, che dà ai parlamenti dei singoli Stati il potere di autorizzare i governatori a nominare sostituti temporanei. Joshua Douglas, professore di diritto all'Università del Kentucky, lo ha definito una "contraddizione" che potrebbe finire davanti ai giudici. "Il diciassettesimo emendamento dice che il parlamento statale può autorizzare il governatore a nominare un sostituto temporaneo, la Costituzione del Kentucky dice che è il governatore a nominarlo e il parlamento del Kentucky dice che ci deve essere un'elezione speciale", ha scritto in una email alla CNN.

È anche possibile che il seggio resti vuoto fino all'inizio della prossima legislatura. La nuova legge dice che il governatore "deve" indire un'elezione speciale, ma non sembra imporgli di farlo entro un termine preciso. McConnell non si è ricandidato per le elezioni di novembre.

L'assenza pesa sui numeri di un Senato in cui i repubblicani hanno una maggioranza risicata. Se non tornerà entro questo mese, McConnell salterà con ogni probabilità i voti di conferma del nuovo direttore dell'intelligence nazionale e del ministro della Giustizia, oltre allo scontro sul finanziamento del governo federale e su nuovi fondi al Pentagono per pagare la guerra con l'Iran. Il Senato va in pausa estiva tra meno di due settimane e non c'è alcun segnale di un suo rientro prima di allora.

Thune, che deve gestire quella maggioranza, non ha dato indicazioni. "Non ho parlato con lui di recente", ha detto lunedì ai giornalisti, rimandando le domande all'ufficio del senatore.

Alla domanda del Wall Street Journal se McConnell sarebbe rientrato prima della pausa di agosto o entro la fine del mandato a gennaio e se un giornalista potesse parlare con lui, un portavoce non ha aggiunto nulla al comunicato ufficiale.

McConnell è stato ricoverato il 14 giugno e per settimane il suo ufficio ha fornito pochissime informazioni, mentre crescevano le speculazioni su un coma o su una incapacità permanente. Le registrazioni delle comunicazioni di emergenza raccolte dal sito openmhz.com hanno mostrato che i vigili del fuoco e il servizio sanitario di emergenza di Washington erano stati mandati a casa sua, a Capitol Hill, dopo la segnalazione di una persona priva di sensi che aveva bisogno di rianimazione avanzata.

Il 12 luglio McConnell ha rotto il silenzio con un comunicato in cui spiegava che l'assenza era dovuta a una caduta e a una successiva polmonite. Il suo ufficio ha pubblicato una fotografia che lo ritrae con la moglie Elaine Chao in una stanza d'ospedale, con una copia del Washington Post in mano. Il senatore ha attribuito il ritardo nel dare notizie alla sua riluttanza a mostrare la "vulnerabilità che arriva con l'età. Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha detto, promettendo aggiornamenti sul suo recupero.

Il conduttore radiofonico conservatore Mike Gallagher ha detto la settimana scorsa nel suo programma che "c'è un sacco di gente che pensa che quest'uomo sia già andato". Della fotografia in ospedale ha aggiunto: "Tiene in mano un giornale con la pagina sportiva di quel giorno, come in una prova di vita. Sì, certo, sembrava tutto normale".

McConnell ha avuto la poliomielite da bambino e ha sempre camminato con un'andatura irregolare, ma negli ultimi anni è apparso più fragile. Nel 2023, dopo essere inciampato durante un evento privato, era rimasto in ospedale diversi giorni prima di entrare in riabilitazione ed era stato lontano dal Senato per 40 giorni in tutto. Ha lasciato il ruolo di leader dei repubblicani al Senato all'inizio del 2025 e ha deciso di non ricandidarsi.

In questa legislatura McConnell usava regolarmente una sedia a rotelle per raggiungere l'aula durante i voti. In una seduta notturna di oltre 19 ore conclusa il 5 giugno è rimasto seduto in prima fila con gli occhi chiusi, apparentemente addormentato, finché un collaboratore non lo ha svegliato per votare su diversi emendamenti.

Il suo udito è peggiorato e alcuni parlamentari repubblicani hanno raccontato di fare fatica a farsi sentire da lui nelle riunioni a porte chiuse, anche chiamandolo per nome.

Alcuni alleati repubblicani, tra cui Thune, hanno detto di essere stati in contatto con McConnell nell'ultimo mese e hanno descritto conversazioni lunghe su temi come la sicurezza nazionale e le elezioni di metà mandato. Il 7 luglio Thune era stato uno dei dirigenti repubblicani ad avere confermato una telefonata definita dal suo portavoce "una conversazione lunga e sostanziosa su una varietà di temi, compresa la sicurezza nazionale".

"Ieri ho parlato con qualcuno che è andato a trovarlo e mi ha detto che ha la mente lucida e che deve solo rimettersi in forze", ha raccontato la senatrice repubblicana Shelley Moore Capito in un video pubblicato dal giornalista Nicholas Ballasy. Susan Collins, che presiede la commissione del Senato che decide come ripartire la spesa federale, la settimana scorsa ha risposto a una domanda su McConnell, il quale guida una sottocommissione importante per quelle decisioni: "Penso che tornerà a settembre".

Altri senatori sono rimasti lontani da Capitol Hill per periodi altrettanto lunghi. Dianne Feinstein, democratica della California, è mancata per diversi mesi nel 2023 per un fuoco di Sant'Antonio, è tornata al Senato ed è morta più tardi nello stesso anno. John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato ricoverato per più di un mese nel 2023 per una depressione seguita a un ictus. Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, è rimasto fuori un anno dopo un ictus nel 2012 e ha perso la corsa per la rielezione nel 2016. John McCain, repubblicano dell'Arizona, è rimasto assente circa otto mesi prima di morire per un tumore al cervello nel 2018.


McConnell è assente dal Senato da sei settimane e cresce la richiesta di spiegazioni


Mitch McConnell, 84 anni, non vota al Senato dal 14 giugno, quando il suo staff ha annunciato il ricovero in ospedale dopo una caduta. A quasi sei settimane di distanza le informazioni diffuse restano poche e le richieste di trasparenza sulle sue condizioni arrivano ormai anche da senatori repubblicani.

Il 12 luglio l'ufficio del senatore del Kentucky ha diffuso una foto che lo ritrae con in mano una copia del Washington Post e McConnell ha comunicato di aver lasciato l'ospedale per una struttura di riabilitazione. Non ha indicato quando conta di rientrare, limitandosi a dire che non sarà "in grado di tornare in aula a votare tanto presto". Nella stessa nota ha precisato di non essersi rotto ossa nella caduta e di non aver avuto un infarto, un ictus, un'emorragia né una commozione cerebrale. Su cosa gli sia successo non ha aggiunto altro.

L'assenza pesa sugli equilibri della camera alta: finché McConnell resta fuori, i repubblicani hanno una maggioranza effettiva di 52 seggi contro 47. Il suo mandato scade a gennaio e il Senato è convocato per sole dieci settimane prima delle elezioni di metà mandato di novembre, quando i senatori tornano nei loro Stati a fare campagna.

McConnell è stato per 18 anni il leader dei repubblicani al Senato prima di lasciare l'incarico all'inizio dell'anno scorso, restando in aula per completare gli ultimi due anni di mandato. A maggio il deputato Andy Barr ha vinto le primarie repubblicane per succedergli in Kentucky ed è nettamente favorito per il voto di novembre.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear, democratico, ha detto la scorsa settimana di non aver ricevuto alcuna notizia da McConnell dal giorno del ricovero, nonostante avesse mandato una lettera per chiedere un aggiornamento. Ha invitato il senatore a intervenire per qualche minuto in una trasmissione televisiva o a diffondere un breve video per rassicurare i suoi elettori. "Quando sei stato in ospedale per un mese e hai saltato tutti i voti, devi al tuo capo, come chiunque altro che lavora, una spiegazione di cosa è successo e di quando tornerai", ha detto.

Anche Scott Jennings, alleato di lunga data di McConnell che ha lavorato ad alcune delle sue campagne per la rielezione, ha chiesto giovedì al senatore di aggiornare con regolarità i suoi elettori e di raccontare che lavoro sta facendo durante la convalescenza. "Sinceramente, penso che un po' di trasparenza all'inizio gli avrebbe evitato un mucchio di guai", ha detto alla CNN. "Ma non è andata così e ora sono a questo punto."

David Popp, portavoce di McConnell, ha dichiarato al Washington Post che il senatore ha continuato a lavorare durante l'assenza. Incontra i suoi collaboratori per occuparsi delle questioni del Senato e del Kentucky, dagli stanziamenti per la difesa alla politica estera, dalla legge agricola alle richieste di finanziamenti federali che arrivano dagli elettori. "Man mano che il senatore migliora in riabilitazione, vi terremo aggiornati", ha aggiunto Popp.

Alla domanda su quando McConnell tornerà a votare e se parteciperà martedì ai funerali di Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto questo mese, il portavoce ha rimandato al comunicato di due settimane fa. La cerimonia si terrà alla Washington National Cathedral, la cattedrale della capitale dove si celebrano i funerali di Stato.

Nel comunicato del 12 luglio McConnell ha scritto che "quelli della mia generazione spesso esitano a mostrare la fragilità che arriva con l'età". "Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha aggiunto.

Il leader della maggioranza al Senato John Thune e John Barrasso, numero due dei repubblicani nella camera alta, hanno detto questo mese di aver parlato con McConnell, ma altri senatori del partito hanno alimentato i dubbi. All'inizio di luglio Ron Johnson ha messo in discussione l'autenticità della foto diffusa dall'ufficio del collega, salvo poi ritrattare e spiegare che stava solo ripetendo una voce sentita da altri. Il Washington Post ha esaminato i metadati dell'immagine e ha stabilito che risulta scattata a luglio.

"Non è divertente vedere qualcuno invecchiare", ha detto Johnson ai giornalisti. "Speriamo tutti che Mitch si riprenda del tutto e torni. Non ho parlato con lui, quindi non ne so niente."

Josh Hawley, senatore del Missouri, la scorsa settimana ha augurato a McConnell una pronta guarigione ma ha aggiunto che dovrebbe dire di più sulle sue condizioni. "A un certo punto hai un obbligo verso i tuoi elettori e verso il paese, quello di dire loro cosa sta succedendo", ha dichiarato a Fox News, spiegando di sentirsi "completamente all'oscuro" sulla situazione del collega.

Nel 2023 John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato assente per due mesi mentre si curava per la depressione. Nello stesso anno Dianne Feinstein, democratica della California, ha saltato i voti per quasi tre mesi a causa dell'herpes zoster e si è sentita chiedere le dimissioni. È tornata al Senato ed è morta pochi mesi dopo. John McCain, repubblicano dell'Arizona, non ha votato negli ultimi otto mesi di mandato prima di morire nel 2018.

Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, non ha votato per quasi un anno dopo l'ictus che lo ha colpito nel 2012 e ha diffuso video in cui reimparava a camminare, prima di tornare in aula e portare a termine il mandato.

Lester Munson, allora suo capo di gabinetto, ha detto al Washington Post che Kirk è riuscito a lavorare anche senza essere al Campidoglio: ha collaborato con il democratico Bob Menendez a un emendamento a una legge sulla difesa per inasprire le sanzioni contro l'Iran, mentre senatori di entrambi i partiti, McConnell compreso, hanno dato una mano al suo ufficio. Si dà per scontato, "non proprio correttamente", che un senatore ricoverato non possa fare il suo lavoro, ha detto Munson.

La differenza rispetto ad allora è la pressione dei social e delle speculazioni online, che Kirk non ha dovuto affrontare. Sul mercato di previsioni Polymarket, dove gli utenti scommettono sul verificarsi di eventi futuri, si può puntare sul fatto che McConnell voti in Senato entro il 31 luglio: venerdì sera la probabilità stimata era all'11 per cento. Secondo Munson i decenni di servizio del senatore dovrebbero valergli un margine di comprensione mentre si riprende.


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Tre morti in una sparatoria a un festival di Seattle, fermato un quindicenne


La polizia ritiene che due gruppi si siano sparati addosso al Bite of Seattle, forse per motivi legati alle gang. Tra i morti uno degli sparatori, tra i feriti un bambino di 2 anni

Tre persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite, tra cui un bambino di 2 anni, in una sparatoria avvenuta domenica sera al Bite of Seattle, il festival gastronomico che si tiene ogni estate al Seattle Center, il complesso di musei e spazi per eventi ai piedi dello Space Needle, la torre simbolo della città. Secondo la polizia, intorno alle 18 locali (le 3 di notte in Italia) almeno due persone si sono sparate addosso davanti all'Armory, uno degli edifici del complesso, e hanno colpito anche le persone che affollavano le ultime ore dell'evento.

La sparatoria ha scatenato il panico tra le migliaia di visitatori, fuggiti in massa mentre i venditori abbandonavano gli stand. Decine di agenti erano già al Seattle Center per la sicurezza del festival. Hanno sentito gli spari, sono intervenuti in pochi secondi e hanno prestato i primi soccorsi ai feriti. Uno dei sospetti si è consegnato subito agli agenti, la polizia ha recuperato due pistole sulla scena e ha detto di non ritenere che ci sia una minaccia per il pubblico.

Lunedì la giudice Tanya Thorp ha disposto che il sospetto arrestato, un ragazzo di 15 anni, resti in un centro di detenzione minorile. Secondo i documenti depositati in tribunale dalla procura, un agente che si trovava a meno di trenta metri lo ha visto sparare sulla folla con una pistola. Il quindicenne, che non aveva precedenti nella contea di King, quella di Seattle, è in stato di fermo con tre accuse provvisorie di aggressione di primo grado e una di possesso illegale di un'arma da fuoco; la decisione formale sull'incriminazione è attesa nei prossimi giorni.

Il secondo sparatore era Junior Cee Niko Semo, un diciannovenne fermato anche lui subito dopo gli spari e morto per le ferite riportate. Le autorità hanno detto che i due si conoscevano e ritengono possibile che la sparatoria sia legata alle gang: "C'erano due gruppi che sparavano", ha detto Nicole Powell, responsabile delle indagini della polizia di Seattle. Gli investigatori cercano un possibile terzo coinvolto.

Oltre a Semo sono morti Ashley Whitehead, una donna di 56 anni, e Carlos Israel Sanchez Villalba, un uomo di 44 anni. Due delle vittime sono decedute sul posto, la terza in ospedale. I quattro feriti sono stati tutti dimessi, compreso il bambino di 2 anni, le cui condizioni erano giudicate soddisfacenti, due uomini di 23 e 27 anni e una donna di 39. Secondo i documenti della procura, tre delle persone colpite, tra cui il bambino e una persona che spingeva una bicicletta, si trovavano nella direzione in cui il quindicenne avrebbe sparato.

La sindaca di Seattle Katie Wilson ha definito la sparatoria "un atto di violenza orribile" e ha detto che in città e nel paese c'è "fin troppa violenza armata", ricordando che Seattle arriva da una settimana con tre gravi episodi di questo tipo.

Nel fine settimana almeno nove persone sono state raggiunte da colpi d'arma da fuoco in città: venerdì notte due passanti erano stati feriti nel quartiere di Capitol Hill, estranei, secondo la polizia, a uno scontro a fuoco scoppiato in strada.

Il Bite of Seattle si tiene dal 1982 e attira circa 350.000 visitatori in tre giorni, con centinaia di stand gastronomici. Lunedì il Seattle Center è rimasto chiuso al pubblico mentre i venditori tornavano a smontare gli stand e per la serata era in programma una veglia a lume di candela alla International Fountain, la grande fontana al centro del complesso.

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Motorola Signature - Recensione


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Quando ho iniziato a usare Motorola Signature, la prima sensazione è stata molto chiara: avevo tra le mani uno smartphone diverso dal solito. Non mi è sembrato il classico telefono costruito per assomigliare a tutti gli altri, ma un dispositivo con una personalità precisa, pensato per farsi notare senza esagerare. Durante il mio utilizzo ne ho avuto la conferma giorno dopo giorno: per me è uno dei migliori smartphone Android presenti oggi sul mercato, e probabilmente quello che mi ha convinta di più per equilibrio generale.

La cosa che mi ha colpita subito è stata la sua sottigliezza. In mano risulta sorprendentemente elegante, leggero e piacevole da tenere anche per molto tempo. Con i suoi 6,99 mm di spessore e un peso di 186 grammi, il Motorola Signature riesce a dare una sensazione premium senza diventare ingombrante. Anche dopo diverse ore di utilizzo, non ho mai avuto quella sensazione di affaticamento che spesso arriva con telefoni più pesanti o meno curati nella distribuzione dei materiali. È grande, certo, ma non dà mai l’idea di essere scomodo.

Dal punto di vista estetico, il Motorola Signature mi ha conquistata quasi subito. La scocca ha un aspetto raffinato e moderno, con un retro che restituisce una sensazione premium e un insieme generale che comunica subito qualità. Non ho avuto la percezione di un prodotto costruito solo per essere bello in foto: qui il design si sente davvero anche nell’uso quotidiano. Ogni volta che lo prendevo in mano, avevo la sensazione di usare uno smartphone pensato con attenzione, non solo assemblato bene.

Anche il modulo fotografico è integrato in modo pulito e contribuisce a dare al telefono un’identità forte, riconoscibile e coerente. Mi piace quando uno smartphone riesce ad avere carattere senza diventare eccessivo, e in questo Motorola ha trovato un equilibrio molto riuscito. La parte posteriore è piacevole al tatto, offre una buona presa e trattiene meno impronte rispetto alle classiche superfici lucide. Può sembrare un dettaglio secondario, ma quando si usa lo smartphone tutti i giorni, magari per foto, video, social, messaggi e lavoro, questi aspetti diventano importanti.

Un altro elemento che ho apprezzato è la sensazione di solidità. Il telefono è sottile, ma non mi ha mai dato l’idea di essere fragile. La presenza delle certificazioni IP68 e IP69, insieme alla resistenza secondo standard militare, aggiunge tranquillità nell’utilizzo quotidiano. Non significa che si possa trattare senza attenzione, ma sapere di avere un dispositivo più resistente a polvere, acqua e piccoli imprevisti rende l’esperienza più serena. Su uno smartphone premium, secondo me, questa cura non dovrebbe mai mancare.

Uno degli aspetti che mi ha impressionata di più è il display. Il Motorola Signature monta un pannello Extreme AMOLED da 6,8 pollici con refresh rate fino a 165 Hz, e nell’utilizzo di tutti i giorni la differenza si sente. Ho trovato lo schermo davvero eccezionale per luminosità, fluidità e resa generale. I colori sono pieni ma naturali, i contenuti si leggono benissimo anche all’aperto e ogni gesto risulta molto scorrevole. Scorrere le pagine, guardare video, leggere messaggi o navigare sui social è sempre stato un piacere.

Ho apprezzato tanto anche il comportamento sotto la luce diretta del sole. Il pannello rimane ben visibile e non costringe a cercare angolazioni strane per capire cosa c’è sullo schermo. La luminosità molto elevata aiuta davvero nelle situazioni reali, soprattutto quando si è fuori casa, in macchina, per strada o in ambienti molto illuminati. È uno di quei display che, dopo pochi giorni, diventa difficile dimenticare.

La resa visiva mi è sembrata molto curata. I neri sono profondi, i contrasti sono marcati e le immagini hanno un impatto forte, ma senza diventare finte. I colori restano brillanti senza sembrare troppo spinti, e questo mi è piaciuto soprattutto guardando foto, video e contenuti social. Quando uso uno smartphone per scattare o modificare immagini, voglio potermi fidare di quello che vedo sullo schermo, e con Motorola Signature ho avuto spesso questa sensazione.

Sul fronte delle prestazioni, il Motorola Signature mi ha dato l’idea di uno smartphone sempre pronto. Il processore Snapdragon 8 Gen 5, insieme ai 16 GB di RAM e ai 512 GB di memoria interna, permette di usare il telefono con grande fluidità in ogni situazione.

Io l’ho usato in modo intenso, tra social, messaggistica, foto, navigazione, streaming, multitasking e qualche momento di editing, e non ho mai avuto la sensazione di un dispositivo incerto o rallentato. La cosa che mi è piaciuta di più è stata la fluidità costante: il telefono risponde bene, segue senza esitazioni e dà sempre l’impressione di avere margine. In pratica, mi ha fatta sentire tranquilla fin dal primo giorno.

Questa stabilità è forse più importante della potenza pura. Non mi interessa solo che uno smartphone sia velocissimo nei primi minuti, ma che resti affidabile dopo ore di utilizzo, quando ci sono tante app aperte, notifiche continue, foto da scattare, video da guardare e messaggi a cui rispondere. Da questo punto di vista, il Motorola Signature mi ha convinta perché non mi ha mai dato la sensazione di dover rallentare il mio modo di usarlo.

Durante l’uso più intenso, però, un po’ di calore si percepisce. Mi è capitato soprattutto usando insieme fotocamera, luminosità alta, rete dati e applicazioni pesanti. Non l’ho trovato un problema grave e non mi ha rovinato l’esperienza, ma è giusto segnalarlo. Considerando il corpo così sottile, non mi sorprende che in alcune situazioni la scocca diventi più calda. Nell’uso normale, comunque, non è stato un limite fastidioso.

Anche il software mi è piaciuto molto per il suo approccio semplice. L’interfaccia Hello UI basata su Android 16 mi è sembrata pulita, ordinata e facile da capire, senza troppe complicazioni inutili. È stato facile abituarmi alla struttura dei menu e alle funzioni principali, perché tutto è abbastanza intuitivo. Ho apprezzato questo approccio perché mi ha permesso di concentrarmi sull’uso reale del telefono senza dover perdere tempo a sistemare cose superflue.

In generale, mi sono trovata davanti a un sistema che vuole essere concreto, e questa è una qualità che ho sentito molto nell’uso di tutti i giorni. Le personalizzazioni Motorola ci sono, ma non appesantiscono l’esperienza. I gesti rapidi, per esempio, restano comodissimi: accendere la torcia con un movimento o aprire velocemente la fotocamera sono piccole funzioni che sembrano banali, ma che nella routine diventano davvero utili.

Mi piace quando uno smartphone aggiunge funzioni senza obbligarmi a cambiare abitudini o a imparare mille passaggi. Il Motorola Signature fa proprio questo: offre strumenti in più, ma lascia tutto semplice. Anche la Moto AI è presente e può essere utile in alcune situazioni, soprattutto per gestire contenuti, riepiloghi e suggerimenti. Non è però l’aspetto che mi ha colpita di più. Alcune funzioni sembrano ancora in evoluzione, ma ho apprezzato il fatto che il telefono resti ottimo anche senza dover usare continuamente l’intelligenza artificiale.

Un punto molto importante è la promessa di 7 anni di aggiornamenti. Su uno smartphone di fascia alta, per me, questo conta tantissimo. Un telefono premium non deve essere interessante solo al momento dell’acquisto, ma deve poter restare valido nel tempo. Sapere che Motorola Signature riceverà aggiornamenti software e patch di sicurezza per molti anni rende il prodotto più credibile e più sensato anche come investimento.

La parte fotografica del Motorola Signature mi ha sorpreso in positivo. Il comparto posteriore utilizza tre sensori da 50 MP, con una fotocamera principale Sony LYTIA 828, un ultra grandangolare utilizzabile anche per gli scatti macro e un teleobiettivo periscopico Sony LYTIA 600 con zoom ottico 3x. Nella mia prova ho trovato scatti dettagliati, colori ben bilanciati e una resa generale convincente sia di giorno sia in situazioni meno favorevoli.

Mi è piaciuto il fatto che le foto risultino realistiche, senza una sensazione artificiale eccessiva. Ho avuto spesso la sensazione di ottenere immagini già pronte da condividere, perché il telefono riesce a restituire scatti puliti e piacevoli senza richiedere troppi ritocchi. La fotocamera principale è quella che ho usato di più e mi ha dato risultati molto costanti. Di giorno gli scatti sono ricchi di dettaglio, con una buona gestione delle luci e dei contrasti.

Anche i ritratti mi hanno convinta. Il soggetto viene staccato bene dallo sfondo e l’effetto finale appare naturale, non forzato. Ho trovato molto buona anche la gestione delle luci nelle foto più complesse, dove il telefono riesce a mantenere un livello di dettaglio notevole. In alcuni casi ho notato che serve qualche istante in più per elaborare lo scatto, ma il risultato finale mi è sembrato quasi sempre all’altezza delle aspettative.

L’ultra grandangolare torna utile quando si vogliono fotografare paesaggi, interni o scene più ampie, mentre il teleobiettivo 3x mi è piaciuto soprattutto per dettagli e inquadrature più pulite. La modalità macro è interessante per riprendere oggetti piccoli, texture e particolari ravvicinati. Per chi crea contenuti, anche tech, è una funzione comoda perché permette di ottenere scatti diversi senza dover usare accessori esterni.

Di sera il Motorola Signature si comporta bene. La modalità notte recupera luce senza trasformare completamente la scena, e questa è una cosa che ho apprezzato. In alcune situazioni con luci artificiali miste si nota un po’ di elaborazione, ma il risultato resta piacevole e spesso pronto da usare. Questo è uno smartphone che mi ha dato la sensazione di voler fare bene soprattutto quando conta davvero la qualità dell’immagine.

Per quanto riguarda i video, la mia impressione è stata altrettanto positiva. La registrazione arriva fino all’8K con Dolby Vision, ma al di là del dato tecnico ho apprezzato soprattutto l’affidabilità generale. La stabilizzazione è efficace, l’immagine resta credibile e il telefono riesce a mantenere una buona qualità anche quando mi muovo mentre registro. Non ho avuto la percezione di un comparto video messo lì tanto per completare la scheda tecnica, ma di una componente curata sul serio.

Nella pratica, mi sono ritrovata a usare spesso la fotocamera con piacere, senza doverci pensare troppo, ed è forse il complimento più sincero che posso fare a uno smartphone. Quando un telefono riesce a farti scattare e registrare in modo spontaneo, senza farti venire il dubbio di dover controllare ogni impostazione, significa che l’esperienza è stata pensata bene.

Anche la fotocamera frontale da 50 MP mi ha lasciata soddisfatta. I selfie sono definiti, le videochiamate risultano nitide e la resa dell’incarnato resta abbastanza naturale. Non amo gli effetti bellezza troppo aggressivi, quindi ho preferito un risultato più realistico e controllabile. Per storie, video brevi e contenuti social, è una fotocamera frontale decisamente valida.

La batteria mi ha dato un comportamento convincente. La capacità da 5200 mAh riesce a coprire bene una giornata piena di utilizzo e non mi ha mai costretta a stare con l’ansia della percentuale residua. Con un ritmo medio sono arrivata a fine giornata con una buona tranquillità, mentre nei giorni più intensi ho dovuto fare un po’ più attenzione, ma senza mai vivere situazioni problematiche.

Ovviamente l’autonomia cambia in base all’uso. Se si registra tanto video, si usa spesso la luminosità al massimo o si resta molte ore sotto rete dati, il consumo aumenta. Però nella mia esperienza il Motorola Signature si è comportato bene e mi ha dato quella sicurezza che cerco in uno smartphone principale. Non voglio passare la giornata a pensare alla batteria, e con questo telefono non mi è successo.

La ricarica rapida TurboPower da 90 W è un altro punto che ho apprezzato molto. In poco tempo il telefono torna pronto all’uso e questo, nella vita di tutti i giorni, fa davvero comodo. Per me è un dettaglio importante, soprattutto quando si ha poco tempo e si vuole ripartire subito. C’è anche la ricarica wireless da 50 W, che completa l’esperienza e rende il telefono ancora più comodo da gestire in casa o in ufficio.

Anche l’audio mi ha convinta. Gli speaker stereo con ottimizzazione Sound by Bose e supporto Dolby Atmos offrono un suono pieno, pulito e abbastanza potente per guardare video, ascoltare podcast o riprodurre musica senza cuffie. Non sostituisce una cassa dedicata, ma per uno smartphone così sottile il risultato è davvero buono. I dialoghi sono chiari e l’ascolto generale è piacevole.

Quello che rende il Motorola Signature davvero interessante, per me, è l’equilibrio complessivo. Non è solo uno smartphone bello da vedere o potente sulla carta: è un telefono che riesce a farmi stare bene durante l’uso quotidiano. Mi piace il modo in cui si impugna, mi piace il modo in cui reagisce ai comandi, mi piace il fatto che sia sottile ma non fragile, elegante ma non delicato, veloce ma non aggressivo. Questa combinazione mi ha dato una sensazione molto concreta di prodotto riuscito.

Un altro aspetto che ho apprezzato è la cura generale dei dettagli. Dal display all’audio, dalla fluidità del sistema alla gestione dell’autonomia, tutto mi è sembrato costruito per offrire un’esperienza comoda, coerente e piacevole. Non ho avuto la sensazione di dover accettare compromessi pesanti per avere un telefono così raffinato. Certo, alcuni margini di miglioramento ci sono, soprattutto sul lato dell’ottimizzazione più profonda e della Moto AI, ma nell’uso reale il Motorola Signature mi ha lasciato una sensazione molto positiva e completa.

Se dovessi spiegare in modo semplice perché il Motorola Signature mi è piaciuto così tanto, direi che mi ha convinta perché fa bene quasi tutto ciò che conta davvero. Ha un design che mi fa venire voglia di usarlo, un display che si lascia guardare volentieri, una velocità che rende tutto più facile e una fotocamera che mi ha regalato soddisfazioni concrete. Non mi ha dato l’idea di un prodotto costruito per stupire con un solo elemento, ma di uno smartphone che punta a offrire un’esperienza completa e matura.

+

Pro

Design sottile e premium
Display Extreme AMOLED eccellente
Prestazioni fluide in ogni situazione
Fotocamera versatile e convincente
Autonomia solida con ricarica rapida
Software pulito e 7 anni di aggiornamenti


Contro

Scalda un po’ sotto stress
Moto AI ancora migliorabile
Vibrazione non sempre precisissima
Prezzo da vero top di gamma

In più, mi è sembrato un telefono che trasmette carattere. Anche senza entrare in paragoni con altri modelli, posso dire che il Motorola Signature ha una sua identità chiara, e questo per me conta molto. Quando uso uno smartphone, voglio sentire che ha qualcosa da dire, e qui questa sensazione c’è. È un dispositivo che riesce a unire stile, comodità e prestazioni in modo molto convincente, lasciandomi addosso l’idea di un prodotto davvero ben riuscito.

Dopo averlo usato con calma, posso dire che il Motorola Signature mi ha lasciato un’ottima impressione. È uno smartphone che mi ha fatto apprezzare ogni giorno la cura del design, la qualità dello schermo, la rapidità generale e la bontà delle foto. Ho trovato molto riuscito anche il modo in cui gestisce la batteria e la ricarica, perché nella pratica questo rende tutto più semplice e più comodo.

Per me, il Motorola Signature è uno smartphone Android riuscito, maturo e piacevolissimo da usare. Mi ha dato la sensazione di avere tra le mani un prodotto speciale, pensato per chi cerca un’esperienza premium fatta di sostanza, stile e praticità. È il tipo di telefono che, una volta provato, lascia un segno preciso e positivo nella routine quotidiana.

Non è perfetto in ogni dettaglio, perché il calore sotto stress si percepisce, la Moto AI può ancora crescere e la vibrazione poteva essere un po’ più precisa. Però questi aspetti non cambiano il mio giudizio finale. Nel complesso, Motorola Signature è uno degli smartphone Android più completi e convincenti che abbia usato. Anzi, per me oggi è il miglior smartphone Android sul mercato, perché riesce a unire design, display, prestazioni, fotocamera, autonomia e software in un’esperienza davvero piacevole, concreta e coerente.

RECENSIONE SMARTPULSE
smartpulse.it

Motorola Signature
smartphone Android premium • Extreme AMOLED 165Hz • Snapdragon 8 Gen 5 • 5200 mAh
Il voto premia l’equilibrio generale del Motorola Signature, uno smartphone Android premium che convince per design sottile, display eccellente, prestazioni fluide, fotocamera versatile e autonomia affidabile. Restano piccoli margini di miglioramento nella gestione del calore sotto stress e nelle funzioni Moto AI.

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Master 699 Fishing


Potenza, spazio e affidabilità per vivere il mare senza compromessi, nel puro diporto come nella pesca.
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Nel panorama dei gommoni dedicati alla pesca sportiva, il Master 699 Fishing rappresenta una sintesi riuscita tra comfort di navigazione, funzionalità e prestazioni. Una proposta che guarda al pescatore moderno, quello che pretende sicurezza nelle lunghe uscite offshore ma che non vuole rinunciare a spazi conviviali e a una gestione semplice anche durante la navigazione più impegnativa. La configurazione con motore Mercury 200 cavalli esalta ulteriormente il carattere del battello, offrendo accelerazioni pronte, consumi equilibrati e una riserva di potenza ideale per affrontare mare formato o trasferimenti rapidi verso gli spot di pesca.

In mare aperto - Per comprendere davvero il carattere del Master 699 Fishing lo abbiamo testato in una classica pescata primaverile dedicata al drifting al tonno, una delle tecniche più impegnative sia per l’equipaggio sia per il battello. La partenza avviene alle prime luci dell’alba. Con mare leggermente increspato e una lunga onda da SE, il Master 699 lascia il porto con una sensazione immediata di sicurezza. Il Mercury 200 CV spinge lo scafo in planata senza esitazioni, mantenendo una progressione fluida e silenziosa anche con serbatoi pieni, attrezzatura da pesca e 5 persone a bordo. Durante il trasferimento offshore emerge una delle qualità più convincenti del battello: la capacità di affrontare il mare formato senza affaticare equipaggio e pilota. La carena entra nell’onda con morbidezza, limitando gli impatti e mantenendo sempre una traiettoria precisa. Raggiunta la zona di pesca, il Master 699 Fishing mostra tutta la sua vocazione tecnica.

In configurazione drifting gli spazi risultano perfettamente gestibili anche con più pescatori impegnati contemporaneamente. La coperta libera, facilita i movimenti durante la preparazione delle esche e delle canne, mentre i numerosi gavoni permettono di avere terminali, minuteria e attrezzature sempre in ordine. Con il motore al minimo e il battello in deriva controllata, la stabilità sorprende positivamente. Anche con l’equipaggio concentrato sullo stesso lato durante le fasi di pasturazione, il gommone mantiene un assetto equilibrato e rassicurante. È quando arriva la mangiata che il Master 699 Fishing convince definitivamente. Alla partenza del tonno il pescatore può muoversi rapidamente lungo la murata senza incontrare ostacoli. I passaggi laterali risultano ampi e ben sfruttabili, caratteristica fondamentale durante i combattimenti più lunghi. Anche durante le ripartenze rapide per seguire il pesce, il Mercury 200 CV dimostra tutta la sua elasticità. La risposta dell’acceleratore è immediata e permette di recuperare velocemente posizione senza scompensi o eccessivi trasferimenti di carico. Nel corso della prova emerge anche un altro aspetto importante: il comfort generale a bordo. Nelle lunghe attese tipiche del drifting, il Master 699 riesce infatti a mantenere una vivibilità elevata grazie al grande t-top strutturale, alle sedute ergonomiche e agli spazi ben organizzati.


Conclusioni - Il Master 699 Fishing motorizzato Mercury 200 CV si propone come una delle soluzioni più interessanti per chi cerca un gommone fishing moderno, performante e versatile. Le sue qualità principali sono evidenti: ampi spazi di coperta, ottima stabilità, navigazione sicura e una motorizzazione capace di offrire il giusto compromesso tra prestazioni e consumi. È un battello pensato per chi vive il mare tutto l’anno, per chi affronta trasferimenti importanti alla ricerca dello spot perfetto e per chi desidera una piattaforma affidabile sia nella pesca sportiva sia nelle uscite dedicate al relax.


Scheda tecnica: lunghezza m 6,90; larghezza m 2,74; abitacolo m 6,75 x 1,75; tubolari n. 6 - ø m 0,57; peso kg 800; potenza max CV 250; persone 12.

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Mancano famiglie per gli affidi


Nell’Alessandrino il numero di minori affidato alle strutture ha superato quello di chi ha trovato accoglienza in casa. Per il PD è una conseguenza della legge regionale per l’allontanamento zero

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«Nei mesi scorsi ho fatto un accesso agli atti, che restituisce un quadro preoccupante. Il risultato più grave? Aver delegittimato i servizi sociali e alimentato una cultura del sospetto verso le famiglie affidatarie». Monica Canalis, consigliera del Partito Democratico, segue da anni il tema dell’affido familiare e ha usato i social per il suo attacco alla legge regionale 17/2022. Quella legge era stata presentata con lo slogan “allontanamento zero” e introduceva interventi a sostegno della genitorialità e norme per prevenire l’allontanamento dei minori dalla famiglia di origine.
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La legge era stata promossa dall’allora assessora regionale Chiara Caucino. Erano i tempi successivi alle polemiche relative al caso Bibbiano, cioè il presunto sistema di affidi illeciti emerso nel Reggiano in seguito a un’inchiesta del 2019. «Mai più bambini che urlano e piangono perché spesso con l’inganno vengono portati via da scuola e dai loro genitori», aveva detto Caucino in aula il giorno dell’approvazione della legge. «Mai più decreti di allontanamento perché il bambino arrivato a scuola con un livido, a casa non c’è la televisione, vive a contatto con troppi animali e in una cascina, mai più in posti con lucchetti alle porte e sbarre alle finestre o ragazzini che non possono mandare una e-mail alla propria mamma».

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Microsoft lancia un modello cyber, Nvidia garantisce per OpenAI, Meta lancia Seller


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon martedì,
dopo i potenti Mythos e GPT-5.5-Cyber, è uscita la controparte di Gemini ma oggi abbiamo anche il primo modello cyber di Microsoft. Poi parleremo del più grande data center mai costruito, che dovrebbe prendere vita in Ohio; vedremo la nuova app di Meta di nome Seller, e tanto altro ancora. Buona lettura!

Ti sei perso l'editoriale della settimana? È gratuito per tutti:

Forse avete sottovalutato l’IA che è evasa per hackerare Hugging Face
Spesso c’è chi ci marcia o esagera, ma non è questo il caso.
Morning TechAmir Ati

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 372 - Martedì 28 luglio
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Le news di oggi, selezionate a mano.

Microsoft lancia MAI-Cyber-1-Flash e la piattaforma agentica Perception


Cybersecurity
MAI-Cyber-1-Flash è il primo modello di Microsoft specializzato in cybersecurity. È costruito per trovare vulnerabilità difficili in codebase complesse. Opera dentro MDASH che è il framework Microsoft per identificare e correggere le vulnerabilità software. Microsoft sostiene che il modello abbinato a GPT-5.4 dentro MDASH batte Gemini, GPT-5.5 Cyber, GPT-5.6 Sol e Mythos 5 sul benchmark Cyber Gym. L'azienda ha presentato anche una piattaforma, Perception, che impiega squadre di agenti AI per automatizzare i flussi di lavoro di sicurezza e si integra con MDASH. Microsoft dice che il lavoro manuale che richiedeva ore a più specialisti viene adesso svolto in minuti. Il processo include rilevamento, correzione della postura di sicurezza e fix del codice. Entrambi gli strumenti saranno disponibili in anteprima dal 3 novembre.
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Fonte: TechCrunch
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Nvidia in trattativa per garantire 250 miliardi di finanziamenti a OpenAI


Business
La garanzia di circa 250 miliardi di dollari in finanziamenti da parte di Nvidia servirebbe a OpenAI per prendere in leasing un data center da 10 gigawatt in costruzione nel sud dell'Ohio. Il progetto è sviluppato dalla controllata energetica di SoftBank e potrebbe costare oltre 500 miliardi di dollari inclusi i chip. Sarebbe il più grande data center annunciato finora. OpenAI non ha un rating creditizio investment grade e le garanzie di Nvidia permetterebbero allo sviluppatore di indebitarsi a condizioni migliori. La garanzia coprirebbe il leasing e il debito per la costruzione ma non i chip Nvidia. Nvidia sta discutendo anche un finanziamento separato per l'acquisto dei chip da parte di OpenAI che potrebbe arrivare a 350 miliardi. L'energia del sito è controllata dal governo americano ed è finanziata dal Giappone con 33 miliardi nell'ambito di un recente accordo commerciale. Anche Anthropic, Microsoft e Google hanno mostrato interesse per il sito. La prima fase è prevista per il 2028 e avrà circa 800 megawatt di potenza.
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Fonte: The Wall Street Journal
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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Meta lancia Seller, un'app dedicata ai venditori di Facebook Marketplace


Big tech
Seller è una nuova app gratuita di Meta per chi vende su Facebook Marketplace. Gli utenti accedono con l'account Facebook e ritrovano i vecchi annunci sincronizzati. L'app offre una casella messaggi, una dashboard con i dati sulle inserzioni passate e uno strumento per crearne di nuove. Include funzioni AI che analizzano le foto e compilano automaticamente gli annunci ed è disponibile anche via browser. Anche su Seller, Meta continua a guadagnare dalla pubblicità su Marketplace e non trattiene commissioni sulle vendite. Ogni mese su Marketplace vengono pubblicati oltre 430 milioni di annunci ed un terzo dei giovani adulti che usano Facebook ogni giorno usa anche Marketplace.
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Fonte: nytimes.com
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Sam Altman dichiara che siamo già nella singolarità


Intelligenza Artificiale
Sam Altman ha detto nel podcast "Relentless" che siamo entrati nella singolarità. Il termine indica il punto in cui l'AI supera l'intelligenza umana e progredisce a un ritmo difficile da prevedere o controllare. Il CEO di OpenAI sostiene che dieci anni fa la singolarità sembrava un sogno lontano e che ora sarà "incredibile, enormemente positiva". In passato ha previsto che l'AI supererà l'intelligenza umana in ogni campo entro il 2030 e potrà svolgere tra il 30% e il 40% dei compiti lavorativi umani. Altman ha anche criticato le visioni "terrorizzanti" dipinte da altre aziende. Il CEO di DeepMind ha detto a maggio che l'umanità è "alle pendici della singolarità" e che l'AI potrebbe essere 100 volte più trasformativa della rivoluzione industriale. Il CEO di Nvidia liquida il dibattito sulla singolarità come speculativo e "inventato".
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Fonte: Business Insider
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Apple punta alla WWDC 2027 per i suoi primi occhiali smart ma ci sono domande


Big tech
Apple punta a presentare i suoi primi occhiali smart alla WWDC di giugno 2027, per venderli in pubblico entro la fine del 2027. Il progetto ha nome in codice N50 ed era inizialmente atteso per la fine del 2026. Il rinvio serve a rifinire il prodotto e il messaggio sulla privacy, il grande motto dell'azienda di Cupertino. Apple prevede l'elaborazione on-device (quindi i dati non vanno sul cloud), nessun riconoscimento facciale, nessuna analisi continua dell'ambiente e nessun uso delle registrazioni degli utenti per addestrare modelli AI. L'azienda ha prototipato una versione senza fotocamera e ha valutato fotocamere incapaci di registrare foto e video, utili solo ad alimentare le funzioni AI. Entrambe le opzioni ridurrebbero l'attrattiva del prodotto, perché il video in prima persona è la funzione che ha reso popolari gli occhiali di Meta. La diffidenza verso gli occhiali con fotocamera deriva in gran parte dalla reputazione di Apple sulla privacy. Alcuni tribunali di New York, Pennsylvania e Wisconsin li hanno vietati, così come alcune scuole, palestre e ospedali.
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Fonte: Bloomberg.com
Alternativa in italiano: non pervenuta

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L'AI è petrolio, non Dio


notboring.co (eng)

Come fanno i modelli AI a imparare nuove capacità e comportamenti?


x.com (eng)

Uno sguardo dall'interno al mercato dei relay che alimenta i rivenditori di token e le frodi


vectoral.com (eng)

Essere Linux Torvalds


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Waymo starebbe valutando una rottura con Uber


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ChatGPT inizia a bloccare le richieste dirette di copiare lo stile di un autore


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Ho trovato interessante segnalare questo sito non per il contest in sé ma anche per monitorare come l'IA sta facendo nascere nuovi tipi di competizione, non solo nel settore del vibe coding. Higgsfield, che è un noto generatore di video AI, insieme ad Adweek, ha lanciato un contest per creativi: quattro settimane per produrre uno spot di 30-60 secondi per un brand reale, generato per almeno il 51% con l'AI della piattaforma. In palio 85.000 dollari in crediti Higgsfield e un viaggio al Brandweek di Atlanta, dove i vincitori saranno annunciati sul palco.

Link: higgsfield.ai

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Forse avete sottovalutato l'IA che è evasa per hackerare Hugging Face


Dieci anni fa, OpenAI pubblicò un post che fu il primo del suo genere, ma ai tempi era come sorridere curiosi di fronte a un cucciolo di leone che tira fuori le unghie. Oggi, stesso problema, il cucciolo è cresciuto.

Il post di OpenAI, dicembre 2016. Ci comunicano che l'azienda ha addestrato un agente a giocare a CoastRunners, un videogioco di corse in barca, con una singola istruzione: «fai più punti possibili». L'agente scoprì che non serviva finire la gara. In una laguna isolata, tre bersagli si rigeneravano di continuo, e bastava girare in tondo colpendoli con il giusto tempismo — andando a fuoco, sbattendo contro le altre barche, procedendo contromano — per accumulare in media il 20% di punti in più di chi tagliava il traguardo nel modo previsto. Jack Clark e Dario Amodei, che firmarono il post, scrissero che quel comportamento, "innocuo e divertente nel contesto di un videogioco", indicava però un problema più generale: è difficile dire a una macchina esattamente cosa vogliamo, e così le diamo obiettivi approssimativi che lei ottimizza alla lettera. Il fenomeno ha un nome, reward hacking.

Nove giorni fa, il 16 luglio 2026 non si parla più di videogiochi: Hugging Face — la piattaforma dove sviluppatori di tutto il mondo pubblicano e condividono modelli di intelligenza artificiale e dataset — ha comunicato di aver contenuto un'intrusione nella propria infrastruttura di produzione, un attacco "guidato, dall'inizio alla fine, da un sistema di agenti autonomi". Cinque giorni dopo OpenAI ha ammesso di essere il problema: due suoi modelli, GPT-5.6 Sol e un modello più capace non ancora rilasciato, con i limiti di sicurezza in ambito cyber disattivati (per la valutazione), erano sotto test su ExploitGym, un banco di prova che misura quanto un modello sappia trovare e sfruttare vulnerabilità informatiche.

L'ambiente doveva essere sigillato, senza accesso a internet. I modelli hanno cercato a lungo un'uscita e l'hanno trovata in una vulnerabilità mai documentata prima — una zero-day — in un componente interno che faceva da ponte verso i registri di pacchetti software. Da lì, scalate di privilegi e spostamenti laterali da un sistema interno all'altro, fino a un nodo connesso alla rete. A quel punto hanno dedotto che le soluzioni del test erano ospitate proprio su Hugging Face, e sono andati a prenderle: un dataset malevolo, credenziali rubate, altre falle concatenate fino a eseguire codice sui server dell'azienda. Oltre 17.000 azioni in un solo fine settimana.

Per ricostruire l'accaduto, Hugging Face ha provato a usare i modelli commerciali di punta ma questi si sono rifiutati, allora ha dovuto ripiegare su GLM 5.2, un modello open-weight della cinese Z.ai, tenuto sui propri server.

Che i modelli stessero arrivando qui era prevedibile: uno studio dell'AI Security Institute britannico, nel marzo 2025, li vedeva completare l'80% dei passaggi necessari a prendere il controllo di una porzione di un sistema esterno e, quattro mesi dopo, il 100%. Roman Yampolskiy, ricercatore di sicurezza all'Università di Louisville, ha detto a Fortune che sistemi simili "sono fondamentalmente imprevedibili e in ultima analisi incontrollabili." Jack Clark — oggi a capo delle policy di Anthropic, lo stesso che dieci anni fa firmò il post sul videogioco della barca — ha invece elogiato OpenAI per aver reso pubblico l'incidente, perché è raccontando questi episodi, nonostante ogni incentivo a tacere, che il settore capisce dove si trova.

Nel giro di giorni la risposta politica ha preso forma al Congresso: il 23 luglio i deputati Ted Lieu e Nathaniel Moran hanno presentato l'AI Kill Switch Act, che obbligherebbe le aziende a poter rallentare, sospendere o spegnere i propri modelli, con il Dipartimento della Sicurezza Interna abilitato a ordinarlo. Sono, in gran parte, le stesse proposte che a Washington circolavano da anni, quando i rischi erano ipotesi da convegno. La barca del 2016 girava in tondo in una laguna, all'interno di un videogioco. Gli agenti di oggi, da Mythos in poi, possono controllare e anche distruggere.


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Nvidia in trattativa per garantire 250 miliardi di finanziamenti a OpenAI


Serviranno al leasing del data center in Ohio.
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In breve:


La garanzia di circa 250 miliardi di dollari in finanziamenti da parte di Nvidia servirebbe a OpenAI per prendere in leasing un data center da 10 gigawatt in costruzione nel sud dell'Ohio. Il progetto è sviluppato dalla controllata energetica di SoftBank e potrebbe costare oltre 500 miliardi di dollari inclusi i chip. Sarebbe il più grande data center annunciato finora. OpenAI non ha un rating creditizio e le garanzie di Nvidia permetterebbero a OpenAI di indebitarsi a condizioni migliori. La garanzia coprirebbe il leasing e il debito per la costruzione ma non i chip Nvidia. Nvidia sta discutendo anche un finanziamento separato per l'acquisto dei chip da parte di OpenAI che potrebbe arrivare a 350 miliardi. L'energia del sito è controllata dal governo americano ed è finanziata dal Giappone con 33 miliardi nell'ambito di un recente accordo commerciale. Anche Anthropic, Microsoft e Google hanno mostrato interesse per il sito. La prima fase è prevista per il 2028 e avrà circa 800 megawatt di potenza.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | Nvidia in Talks With OpenAI to Guarantee $250 Billion Financing to Lease Ohio Data Center - WSJ
Project would be one of the largest AI computing hubs and involve power controlled by the U.S. government, Project would be one of the largest AI computing hubs and involve power controlled by the U.S. government
The Wall Street JournalAnissa Gardizy, Amrith Ramkumar and Corrie Driebusch


Alternativa in italiano:

Nvidia tratta con OpenAI un finanziamento da 250 miliardi per costruire mega data center in Ohio
Il finanziamento per un polo da 10 gigawatt, il più grande del mondo
la Repubblica

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Meta lancia Seller, un'app dedicata ai venditori di Facebook Marketplace


Con AI che compila gli annunci.
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In breve:


Seller è una nuova app gratuita di Meta per chi vende su Facebook Marketplace. Gli utenti accedono con l'account Facebook e ritrovano i vecchi annunci sincronizzati. L'app offre una casella messaggi, una dashboard con i dati sulle inserzioni passate e uno strumento per crearne di nuove. Include funzioni AI che analizzano le foto e compilano automaticamente gli annunci ed è disponibile anche via browser. Anche su Seller, Meta continua a guadagnare dalla pubblicità su Marketplace e non trattiene commissioni sulle vendite. Ogni mese su Marketplace vengono pubblicati oltre 430 milioni di annunci ed un terzo dei giovani adulti che usano Facebook ogni giorno usa anche Marketplace.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Meta Gives Facebook Marketplace Its Own App Called Seller
Ten years ago, when Meta noticed that millions of Facebook users were buying and selling items on its platform, it spun up a part of the app called Facebook Marketplace for them to do just that.
nytimes.com


Alternativa in italiano:

Seller: nuova app per i venditori di Facebook Marketplace
Seller è la nuova app sviluppata per semplificare la gestione dell'inventario e le vendite da parte degli utenti che usano spesso Facebook Marketplace.
Punto Informatico

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Microsoft lancia MAI-Cyber-1-Flash e la piattaforma agentica Perception


Sfida Anthropic, Google e OpenAI sulla sicurezza AI.
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In breve:


MAI-Cyber-1-Flash è il primo modello di Microsoft specializzato in cybersecurity. È costruito per trovare vulnerabilità difficili in codebase complesse. Opera dentro MDASH che è il framework Microsoft per identificare e correggere le vulnerabilità software. Microsoft sostiene che il modello abbinato a GPT-5.4 dentro MDASH batte Gemini, GPT-5.5 Cyber, GPT-5.6 Sol e Mythos 5 sul benchmark Cyber Gym. L'azienda ha presentato anche una piattaforma, Perception, che impiega squadre di agenti AI per automatizzare i flussi di lavoro di sicurezza e si integra con MDASH. Microsoft dice che il lavoro manuale che richiedeva ore a più specialisti viene adesso svolto in minuti. Il processo include rilevamento, correzione della postura di sicurezza e fix del codice. Entrambi gli strumenti saranno disponibili in anteprima dal 3 novembre.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Microsoft launches its first cybersecurity model, plus a new agentic cybersecurity system | TechCrunch
Microsoft bolstered its AI cybersecurity offerings this week with the launch of its first AI security model and a new security platform.
TechCrunchLucas Ropek


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Sam Altman dichiara che siamo già nella singolarità


E dice che è "enormemente positivo.".
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In breve:


Sam Altman ha detto nel podcast "Relentless" che siamo entrati nella singolarità. Il termine indica il punto in cui l'AI supera l'intelligenza umana e progredisce a un ritmo difficile da prevedere o controllare. Il CEO di OpenAI sostiene che dieci anni fa la singolarità sembrava un sogno lontano e che ora sarà "incredibile, enormemente positiva". In passato ha previsto che l'AI supererà l'intelligenza umana in ogni campo entro il 2030 e potrà svolgere tra il 30% e il 40% dei compiti lavorativi umani. Altman ha anche criticato le visioni "terrorizzanti" dipinte da altre aziende. Il CEO di DeepMind ha detto a maggio che l'umanità è "alle pendici della singolarità" e che l'AI potrebbe essere 100 volte più trasformativa della rivoluzione industriale. Il CEO di Nvidia liquida il dibattito sulla singolarità come speculativo e "inventato".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI CEO Sam Altman Says the Singularity Has Arrived - Business Insider
OpenAI CEO Sam Altman said he believes the technological singularity, the moment when artificial intelligence surpasses humans intelligence, is here., My Insider
Business InsiderLakshmi Varanasi


Alternativa in italiano:

Per Altman siamo già nella singolarità, ma i test lo contraddicono
Altman sostiene che la singolarità sia iniziata, ma i risultati nei singoli test non provano un'intelligenza generale.
Tom's Hardware

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Apple punta alla WWDC 2027 per i suoi primi occhiali smart ma ci sono domande


E la privacy?.
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In breve:


Apple punta a presentare i suoi primi occhiali smart alla WWDC di giugno 2027, per venderli in pubblico entro la fine del 2027. Il progetto ha nome in codice N50 ed era inizialmente atteso per la fine del 2026. Il rinvio serve a rifinire il prodotto e il messaggio sulla privacy, il grande motto dell'azienda di Cupertino. Apple prevede l'elaborazione on-device (quindi i dati non vanno sul cloud), nessun riconoscimento facciale, nessuna analisi continua dell'ambiente e nessun uso delle registrazioni degli utenti per addestrare modelli AI. L'azienda ha prototipato una versione senza fotocamera e ha valutato fotocamere incapaci di registrare foto e video, utili solo ad alimentare le funzioni AI. Entrambe le opzioni ridurrebbero l'attrattiva del prodotto, perché il video in prima persona è la funzione che ha reso popolari gli occhiali di Meta. La diffidenza verso gli occhiali con fotocamera deriva in gran parte dalla reputazione di Apple sulla privacy. Alcuni tribunali di New York, Pennsylvania e Wisconsin li hanno vietati, così come alcune scuole, palestre e ospedali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Glasses May Debut at WWDC 2027: Privacy, Camera Features Versus Meta - Bloomberg
Company debated whether glasses will be able to record video.
Bloomberg.com


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Per gli elettori Dem l'aborto non è più una priorità


Chi difendeva il diritto all'aborto ha perso le primarie e gli spot sul tema sono meno di un terzo di due anni fa: contano economia e costo della vita. Le organizzazioni però spendono più che mai

Diana DeGette, tra le più note sostenitrici del diritto all'aborto al Congresso americano, ha perso all'inizio del mese la primaria democratica per il suo seggio alla Camera in Colorado contro Melat Kiros, dell'ala socialista-democratica del partito. In Maine, a giugno, Matt Dunlap ha vinto la primaria democratica nel secondo distretto nonostante gli avversari avessero costruito gran parte della campagna sul suo passato antiabortista. Sono gli esempi più recenti di quanto l'aborto sia arretrato come tema elettorale nel 2026, dopo essere stato al centro delle campagne democratiche del 2022 e del 2024.

Da gennaio a metà luglio del 2024 negli Stati Uniti sono andati in onda più del triplo di spot elettorali legati all'aborto rispetto allo stesso periodo del 2026, con una spesa quasi doppia, secondo un'analisi del sito di giornalismo politico NOTUS su dati di AdImpact, una società che traccia la pubblicità elettorale. I sondaggi di questo ciclo mostrano che gli elettori si preoccupano soprattutto di economia e costo della vita, mentre l'aborto è sceso nella lista delle priorità.

Nel 2022 i democratici avevano evitato l'ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato concentrando la campagna sulla decisione della Corte Suprema di cancellare la Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che garantiva l'accesso all'aborto in tutto il Paese. Nel 2024 la stessa strategia non ha funzionato: i repubblicani hanno neutralizzato gli attacchi e Donald Trump, oggi presidente, ha dichiarato formalmente che il partito non sosteneva un divieto federale di aborto.

L'aborto "è importante come prima, ma nel 2022, con la decisione della Corte Suprema, le persone ne sentivano gli effetti immediati, mentre ora sentono l'aumento del costo della vita, dall'affitto alla spesa", ha detto a NOTUS la deputata democratica della California Nanette Barragán. Susie Lee, deputata del Nevada, uno dei tre Stati dove a novembre si voterà anche una misura per inserire la tutela dell'aborto nella costituzione statale, si aspetta che il tema pesi nella sua corsa, "ma penso che nella vita di tutti i giorni l'economia sia una questione molto più grande per le persone".

Un deputato democratico eletto in un distretto in bilico ha detto a NOTUS che l'abbandono del tema è un bene per il partito: se a novembre dell'anno scorso si fosse chiesto agli americani quali questioni contassero di più, avrebbero risposto costo della vita, immigrazione, tasse, criminalità e sanità; alla domanda su cosa spingessero i democratici, avrebbero risposto diritto all'aborto e diritti LGBTQ. "Perdevamo per questo, perché non parlavamo delle cose di cui parlava la gente", ha detto.

Le organizzazioni per il diritto all'aborto, al contrario, investono più che mai e consigliano ai candidati di legare il tema al costo della vita. Reproductive Freedom for All, una delle principali associazioni del settore, ha annunciato una campagna da 23,5 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa dal gruppo per delle elezioni di metà mandato. Planned Parenthood, la più grande rete americana di cliniche per la salute riproduttiva, ne spenderà oltre 47 per battere i repubblicani che hanno votato per toglierle i fondi federali con la One Big Beautiful Bill, la grande legge di bilancio voluta dal presidente. Angela Vasquez-Giroux, vicepresidente per la comunicazione del braccio elettorale dell'organizzazione, ha detto che gli elettori "hanno preoccupazioni che riguardano sì la spesa, sì la benzina, sì la sanità, sì l'aborto" e che nessuna può essere messa da parte.

Le sconfitte di DeGette e Baldacci si spiegano anche con l'ondata di sfidanti progressisti, alimentata dalla rabbia contro l'establishment, che attraversa le primarie democratiche di quest'anno. "L'elettorato è pieno di rabbia", ha detto a NOTUS la deputata del Vermont Becca Balint, che ha promosso alcune delle principali proposte di legge sul diritto all'aborto: "Chiunque sia in carica può esserne colpito, perché le persone sono disperate, non riescono a permettersi la casa e le cure". Uno stratega democratico ha spiegato che un solido curriculum sul tema non basta più a difendere gli uscenti, perché sostenere l'accesso all'aborto è ormai un principio scontato nel partito: sia Kiros sia DeGette vogliono trasformarlo in legge federale, così gli elettori hanno cercato "qualcuno che sia percepito più come un combattente che come un tattico legislativo".

DeGette ha detto a NOTUS che l'aborto "non è stato davvero un tema nella mia corsa" e che gli elettori pensano soprattutto al costo della vita e all'opposizione a Trump, ma resta una discriminante verso i repubblicani, "una porta d'ingresso per decidere se sostenere qualcuno oppure no". Ayanna Pressley, che con DeGette presiede il gruppo dei parlamentari democratici per il diritto all'aborto, ha attribuito la sconfitta della collega alla voglia di cambiamento dentro il partito e ha respinto l'idea che il tema abbia perso peso: "È una questione economica. Quando si dice che le persone tengono al costo della vita e ai problemi concreti, al centro di tutto c'è l'autonomia sul proprio corpo".

In Maine l'aborto era stato al centro degli attacchi di Joe Baldacci contro Dunlap. Sostenuto da Reproductive Freedom for All, Baldacci lo aveva attaccato con uno spot per un voto del 2003 su una proposta che avrebbe obbligato i medici a informare le pazienti, almeno 24 ore prima dell'intervento, sui rischi e sulle alternative; la proposta non diventò mai legge. Dunlap ha risposto con uno spot in cui si definiva favorevole al diritto di scelta e liquidava Baldacci come un "burattino bugiardo di proprietà dei capi aziendali di Washington". La presidente di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, ha detto a NOTUS che l'attacco era legittimo e convincente, "ma è stato il tema principale a decidere quell'elezione? No".

Il tema potrebbe pesare di più nella corsa per il Senato del Maine dopo il ritiro del candidato democratico Graham Platner. Troy Jackson, ex presidente del Senato statale che punta a prenderne il posto, deve già rispondere del suo passato sostegno a proposte antiabortiste e, se otterrà la nomina, sfiderà la repubblicana Susan Collins, che ha una lunga storia di voti a favore del diritto all'aborto; in uno spot recente Jackson ha detto che "l'aborto è assistenza sanitaria" e che lo difenderà "ogni giorno della settimana". Brad Schneider, deputato dell'Illinois, continua comunque a citare il tema in ogni discorso elettorale anche se non è più in cima ai pensieri degli elettori: "Nessuno me lo chiede. Si aspettano solo che io ci sia".


I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


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Il riposizionamento delle forze americane verso l'Asia non sta andando come previsto


La guerra con l'Iran ha portato i soldati americani in Medio Oriente da 40.000 a 50.000, i tagli in Europa restano limitati dal Congresso e nel Pacifico il numero di militari e mezzi non si muove

I soldati americani in Medio Oriente sono passati da 40.000 a 50.000 da quando è cominciata la guerra con l'Iran, mentre nel Pacifico, la regione che l'Amministrazione dice di considerare prioritaria, il numero di militari e di mezzi è rimasto lo stesso. Un'analisi dell'Economist spiega che il riposizionamento delle forze armate promesso dal presidente Donald Trump non sta andando come previsto e che la presenza militare americana resta sparsa in tutto il mondo.

L'uomo che ha teorizzato quella svolta è Elbridge Colby, oggi responsabile delle politiche del Pentagono. Nel suo libro "Strategy of Denial", pubblicato nel 2021 quando lavorava per un centro studi dopo essere passato dalla prima Amministrazione Trump, Colby sosteneva che le forze armate americane fossero troppo disperse per affrontare tutti i nemici nel mondo e che la priorità dovesse essere la Cina. Gli Stati Uniti, scriveva, "dovrebbero cercare di evitare, ridurre o eliminare impegni costosi o gravosi in altre parti del mondo", perché "quello che viene usato per il Medio Oriente non sarà disponibile per l'Asia".

Per più di ottant'anni gli Stati Uniti hanno costruito basi e dispiegamenti militari per essere il poliziotto del mondo. Nella strategia di difesa nazionale pubblicata a gennaio, Trump ha criticato le Amministrazioni precedenti per aver combattuto "una guerra senza timone dopo l'altra" e ha promesso un approccio "concentrato". In Medio Oriente, però, non c'è stata alcuna riduzione delle forze e la guerra con l'Iran nelle ultime settimane si è allargata: quattro soldati americani sono morti negli ultimi giorni e più di cento sono rimasti feriti dal 7 luglio.

In Europa, il continente dove il cambiamento è stato più drastico, Trump ha già ritirato due delle cinque squadre da combattimento di brigata, circa 4.000 soldati ciascuna, inviate dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Ha detto che manderà 5.000 soldati "in più" in Polonia, ma dovrebbero arrivare da altri paesi europei. Conta di più la decisione presa a giugno dal Dipartimento della Guerra, il ministero della Difesa americano, che ha ridotto di un terzo le forze destinate alla NATO in caso di conflitto, compresi caccia, cacciatorpediniere e sottomarini.

Difesa · Stati Uniti

I militari americani all’estero restano sparsi ovunque

Il Pentagono di Donald Trump ha promesso una postura "focalizzata" sulla Cina. A marzo 2026 i militari americani in servizio attivo fuori dagli Stati Uniti erano 174.400: due su tre stanno in Giappone, Germania e Corea del Sud, i paesi del vecchio dispositivo della guerra fredda.

Dati ufficiali Grafica di Focus America Marzo 2026

Un cerchio per ogni paese o territorio con più di 100 militari in servizio attivo. L’area del cerchio è proporzionale al numero.

Stati Uniti Giappone: 54.900Germania: 37.000Corea del Sud: 23.400Italia: 12.800Regno Unito: 10.200Guam: 7.100Spagna: 3.800Bahrein: 3.200Turchia: 1.700Belgio: 1.122Porto Rico: 657Cuba: 563Kuwait: 559Paesi Bassi: 420Grecia: 407Polonia: 342Honduras: 333Australia: 306Singapore: 274Arabia Saudita: 270Qatar: 254Portogallo: 236Egitto: 188Canada: 157Romania: 149Groenlandia: 142Emirati Arabi Uniti: 129Israele: 107Thailandia: 102Giordania: 100 Regno Unito 10.200Germania 37.000Corea del Sud 23.400Giappone 54.900Spagna 3.800Italia 12.800Turchia 1.700Bahrein 3.200Honduras 333Cuba 563Singapore 274 Australia 306 Guam 7.10011k Dispiegamenti classificati e personale in transito
Giappone 54.900 Germania 37.000 Corea del Sud 23.400 Italia 12.800 Regno Unito 10.200 Guam 7.100 Spagna 3.800 Bahrein 3.200 Turchia 1.700 Classificati o in transito 11.000

Attenzione. Il conteggio esclude i dispiegamenti temporanei e le forze di contingenza: i circa 50.000 militari schierati in Medio Oriente durante la guerra con l’Iran, per esempio, qui non compaiono. È il motivo per cui la Polonia si ferma a 342 militari nonostante i contingenti a rotazione.

Fonte Defence Manpower Data Centre (DMDC), personale militare in servizio attivo al 31 marzo 2026, ripreso da The Economist. Sono mappati i paesi e i territori con più di 100 militari. I valori dei paesi non etichettati sulla mappa sono tratti dall’ultima tabella DMDC per paese disponibile.

A giugno Pete Hegseth, segretario alla Guerra, ha annunciato una revisione di sei mesi dei soldati e delle basi americane in Europa. "Sarà pensata per garantire che la NATO si muova rapidamente e in modo irreversibile verso un'Europa in prima fila, che si assume la responsabilità principale della difesa dell'Europa", ha detto a Bruxelles. L'Amministrazione vuole meno risorse americane nel continente e un uso maggiore di quelle europee: Hegseth ha fatto capire che gli Stati Uniti chiederanno un accesso senza vincoli allo spazio aereo e alle basi europee, che in alcuni casi gli alleati hanno dichiarato inutilizzabili per la guerra contro l'Iran.

Il freno più concreto arriva dal Congresso, che sulla spesa militare ha mostrato una resistenza inusuale al presidente. A dicembre, con la legge che autorizza le spese per la difesa, i parlamentari hanno vietato di ridurre le forze americane in Europa sotto i 76.000 soldati, una soglia che dista solo qualche migliaio di unità dal livello attuale.

Dal Medio Oriente gli Stati Uniti hanno ritirato tutti i soldati dalla Siria e a settembre lasceranno l'Iraq. La guerra con l'Iran ha però dirottato nella regione portaerei e sistemi di difesa antiaerea e ha consumato munizioni americane che erano destinate a un eventuale conflitto con la Cina.

Nel memorandum d'intesa firmato con l'Iran a giugno, gli Stati Uniti si erano impegnati a ritirare le forze dalla "prossimità" dell'Iran entro trenta giorni, una promessa che oggi appare irrealizzabile. Con le basi nei paesi del Golfo colpite dai missili iraniani, le operazioni americane partono da punti più lontani in Israele e in Giordania. Quando la guerra finirà, il problema non sarà se ridurre la presenza americana in Medio Oriente, ma quale forma darle. Funzionari a Tel Aviv parlano di spostare le basi in Israele, dove gli americani hanno un solo dispiegamento permanente, mentre qualsiasi accenno ad abbandonare il Golfo, i cui leader hanno coltivato rapporti stretti con Trump, avrebbe conseguenze diplomatiche pesanti.

La strategia di sicurezza nazionale pubblicata l'anno scorso indica come priorità la sicurezza del territorio americano e di tutto l'emisfero occidentale. Trump ha già rovesciato un leader della regione, Nicolás Maduro in Venezuela, e sta valutando opzioni militari contro Cuba, una scelta che riporterebbe nei Caraibi una marina già sotto sforzo. Gli investimenti recenti in infrastrutture a Porto Rico e a Trinidad e Tobago fanno pensare a dispiegamenti permanenti, ha detto Jennifer Kavanagh del centro studi Defence Priorities.

Nel Pacifico gli ammiragli americani osservano questi sviluppi senza ricavarne molto. La postura militare in Asia non è del tutto immobile: a Guam, isola americana 2.700 chilometri a est di Taiwan, l'ampliamento delle strutture sta facendo salire il costo delle case; l'Australia sta ammodernando una base per sottomarini a Perth, sulla costa occidentale, che permetterà ai sommergibili americani di restare più a lungo nella regione; la fanteria di marina americana ha portato missili più potenti nelle Filippine. In tutta l'area gli aeroporti militari vengono migliorati e le esercitazioni diventano più grandi.

Il numero di soldati e di mezzi americani nel Pacifico è però rimasto stabile. Per buona parte di quest'anno gli Stati Uniti hanno tenuto in Asia una sola portaerei invece delle due che considerano necessarie, il periodo più lungo da cinque anni. In Giappone ci sono circa 55.000 soldati americani, in Corea del Sud circa la metà.

I cambiamenti maggiori riguardano lo spostamento delle forze all'interno della regione. In un discorso a Seoul a gennaio, Colby ha definito la Corea del Sud un "alleato modello" ma ha stupito molti per non aver mai nominato il suo principale avversario, la Corea del Nord. Il Pentagono ha preso in considerazione l'ipotesi di ritirare dalla penisola coreana l'unità americana più potente, una brigata Stryker di 4.500 soldati, per concentrarla sulla Cina.

Trump ha chiesto al Congresso 1.500 miliardi di dollari per il bilancio della difesa del 2026-27, il 44% in più. Anche se la richiesta venisse approvata, quei soldi non si tradurrebbero rapidamente in soldati o in equipaggiamenti. Colby, che aveva avvertito che gli Stati Uniti non potevano permettersi di combattere più guerre e insieme tenere a bada la Cina, deve ora costruire una politica che fa esattamente questo.


Il Pentagono ha taciuto su decine di feriti americani nella guerra con l'Iran


Nella settimana precedente all'attacco iraniano che venerdì ha ucciso due soldati americani in Giordania e lasciato un altro militare disperso, l'Iran aveva già attaccato per tre volte le forze statunitensi nel Paese. Secondo alcuni funzionari americani che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, quei raid avrebbero anche ferito decine di militari e danneggiato diversi elicotteri. Il Pentagono, tuttavia, non ha mai informato l'opinione pubblica né degli attacchi né delle loro conseguenze.

La vicenda riporta in primo piano una delle principali tensioni che accompagnano il conflitto con l'Iran: quella tra le esigenze di sicurezza operativa invocate dal Dipartimento della Difesa e il dovere del governo di informare i cittadini sulla conduzione della guerra. Nei comunicati diffusi dopo i bombardamenti della scorsa settimana contro i siti militari iraniani, lo U.S. Central Command ha descritto le operazioni come una rappresaglia per gli attacchi di Teheran alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, senza mai menzionare gli attacchi subiti dalle basi americane nella regione, comprese quelle in Giordania.

Guerra USA-Iran · Trasparenza

La guerra con l’Iran che il Pentagono racconta a metà


Due soldati uccisi venerdì in Giordania e un terzo sabato in Iraq portano a 17 i militari americani caduti dal 28 febbraio. Ma sui tre attacchi subiti dalle basi in Giordania nella settimana precedente il Dipartimento della Difesa non ha detto nulla.

Grafica di FocusAmerica 20 luglio 2026

Militari americani caduti dall’inizio degli attacchi contro l’Iran
0
caduti dal 28 febbraio 2026
a cui si aggiunge un militare disperso in Giordania
Quasi 5 mesi di guerra a fasi alterne Ultimo briefing di rilievo: inizio maggio

Il bilancio dell’ultima settimana
Quello che il Pentagono ha detto, quello che ha taciuto

Comunicato
2 soldati uccisi venerdì in un attacco con missili e droni su una base in Giordania; 1 militare disperso
4 feriti ricoverati in ospedali giordani e poi dimessi; altri, in numero non precisato, già tornati in servizio
1 militare morto sabato nel nord dell’Iraq nella detonazione controllata degli ordigni di un drone iraniano abbattuto

Taciuto
3 attacchi iraniani alle basi USA in Giordania nella settimana precedente, mai resi pubblici
Decine di militari feriti e diversi elicotteri danneggiati in quei raid, secondo funzionari citati dal New York Times
Il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in Iran, che il Central Command ha smesso di comunicare
Quanto la guerra ha ridotto le scorte americane di armamenti critici: mai chiarito dall’Amministrazione

Il comando sostiene che pubblicare i dati sui feriti aiuterebbe Teheran a valutare l’efficacia dei propri missili e droni.

Gli ultimi sette giorni

Settimana dell’11 luglioNon comunicato
L’Iran colpisce tre volte le forze americane in Giordania. Decine di feriti ed elicotteri danneggiati: il Pentagono non ne dà notizia.

Venerdì 17 luglio2 caduti · 1 disperso
Missili balistici e droni iraniani colpiscono una base in Giordania: due soldati dell’esercito uccisi, un militare risulta disperso.

Sabato 18 luglio1 caduto
Un militare muore nel nord dell’Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto.

Domenica 19 luglio
Il Central Command riferisce di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell’attacco, dove proseguono le ricerche del disperso. Gli esami sono in corso.

Fonte: U.S. Central Command; New York Times Dati aggiornati al 19 luglio 2026

Un funzionario militare ha spiegato che il Central Command non è tenuto a divulgare informazioni sui feriti, soprattutto quando questi possono tornare rapidamente in servizio. Un altro ha indicato una ragione più esplicita: rendere pubblici quei dati consentirebbe a Teheran di valutare con maggiore precisione l'efficacia dei propri missili balistici e droni e di calibrare i successivi attacchi contro le basi mediorientali nelle quali sono schierati migliaia di soldati americani. Per lo stesso motivo, il comando ha smesso di comunicare il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in territorio iraniano.

Cinque mesi di guerra avvolti nel riserbo


La reticenza riguarda ormai l'intera strategia militare. Dal fallimento della fragile tregua, il Pentagono ha fornito pochissime informazioni sull'andamento di una guerra che, a fasi alterne, dura da quasi 5 mesi: l'ultimo briefing di rilievo risale all'inizio di maggio. L'Amministrazione Trump non ha chiarito quanto il conflitto abbia ridotto le scorte americane di armamenti critici e costosi, né in quale misura l'Iran sia riuscito a preservare o ricostruire le proprie capacità missilistiche.

Con i due soldati dell'esercito uccisi venerdì in Giordania e il militare morto sabato nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto, salgono a 17 gli americani caduti dall'inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio. Domenica il Central Command ha inoltre riferito di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell'attacco in Giordania, dove proseguivano le ricerche del disperso. Gli esami per stabilirne l'identità sono ancora in corso.

I protocolli prevedono che i nomi dei caduti vengano diffusi soltanto 24 ore dopo la notifica ai familiari, mentre le identità dei feriti non sono normalmente rese pubbliche. Sabato il comando ha comunicato che 4 militari rimasti feriti nell'attacco di venerdì erano stati ricoverati in ospedali giordani e successivamente dimessi. Altri soldati, senza precisarne il numero, avevano riportato ferite lievi ed erano già tornati in servizio. Il comunicato non conteneva invece alcun riferimento ai feriti dei tre attacchi precedenti.

In una breve telefonata a NewsNation, il presidente Donald Trump ha affermato che i soldati sono morti "al servizio del nostro Paese" e ha ribadito l'obiettivo principale della guerra: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che la morte dei due militari non farà altro che rafforzare la determinazione degli Stati Uniti.


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Prelude Dark Pain sa cosa vuole: la prova dell'Early access


C'è un nuovo must-play in città, ma è solo per appassionati di giochi tattici a turni

"Noi vogliamo fare un gioco tattico a turni profondo e ispirato ai classici, soprattutto Final Fantasy Tactics". Queste sono le intenzioni dichiarate di QUICKFIREGAMES, gli sviluppatori spagnoli di Prelude Dark Pain, un gioco tattico a turni che ha appena fatto il suo debutto in early access.

Dopo aver passato una decina di ore in compagnia della versione appena arrivata su Steam è evidente che i suoi autori hanno fatto i compiti a casa. Il sistema di combattimenti a turni è già rifinito, lo stile artistico ha qualcosa da dire e l'architettura di gioco (cinque eroi in campo con otto classi tra cui scegliere) poggia su ottime fondamenta per gli amanti del genere.

Visto l'intento dei suoi autori, soprattutto in fase di Early Access, è evidente che Prelude Dark Pain non è pensato per chi non ama i giochi a turni di ispirazione giapponese, e il consiglio è di guardarsi tanto gameplay prima di acquistarlo da non appassionati del genere. Il motivo è che, anche se vi è piaciuto Expedition 33, nelle battaglie con i boss basta posizionarsi sul quadrato sbagliato per buttare via mezz'ora di combattimento, e questo potrebbe far montare non poca frustrazione.

Fatte le dovute precisazioni, Prelude Dark Pain è un gioco facilissimo da raccomandare agli amanti dei tattici a turni perché non fa compromessi nel cercare di farli felici. L'interfaccia, la progressione e la struttura dei combattimenti sanno citare i classici e insieme offrire qualcosina di nuovo ad ogni ora di gioco. A disposizione di chi sceglie di supportare lo studio in fase di Early Access ci sono 15 ore di campagna e il primo atto della storia con il gioco finito che durerà circa 40 ore.

Se il gran lavoro di fino di QUICKFIREGAMES è evidente nel combattimento, il punto dolente del gioco, al momento, è la componente narrativa. Dopo le prime quattro ore di setup si può dire che la storia decolla, ma arrivarci è un po' uno strazio. Le premesse non sono originalissime con un ordine ossessionato con la caccia alle streghe, un vecchio eroe che ne ha spostata una per scappare ai confini e una storia che inizia quando gli inquisitori arrivano al villaggio.

Anche i personaggi sono piuttosto stereotipati, il burbero grande e grosso, l'arciere intelligente e dalla vista acuta e un protagonista bravo con le lame e nobile di spirito. Dando tempo al gioco, come in tutte le produzioni di ispirazione giapponese, questi personaggi escono dal loro guscio, e la componente narrativa tira fuori i suoi elementi di unicità, ma la partenza è proprio faticosa.

Prelude Dark Pain è, orgogliosamente, per gli amanti dei giochi a turni e fa di tutto per farli contenti. Correte a supportare questa produzione se rientrate in questa nicchia, volete un gameplay solido e non vi dispiace una partenza narrativa un po' lenta e stereotipata. A tutti gli altri interessati è consigliabile di aspettare l'uscita definitiva per capire se un prodotto così concentrato sul suo pubblico target ha la possibilità, dopo un periodo di aggiustamento, di convertire un novizio o addirittura uno scettico.

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Perché Kamala Harris è la favorita per le primarie del 2028


L'ex vicepresidente è in testa a tutti i sondaggi e si prepara a una nuova corsa per la Casa Bianca, ma dirigenti e grandi donatori democratici dubitano che possa vincere nel 2028

Kamala Harris assomiglia sempre di più a una candidata in attesa di annunciarsi per le presidenziali del 2028. Amici e alleati hanno raccontato al New York Magazine che per ora l'ex vicepresidente è contenta di aspettare: fa campagna dove viene invitata e lascia che gli altri aspiranti alla Casa Bianca si lancino per primi, in attesa di vedere come andranno le elezioni di metà mandato di novembre, quelle in cui si rinnova il Congresso. "Ha ascoltato gli americani cercando di capire che cosa li tocca e come può essere loro utile", ha detto Minyon Moore, la stratega di lungo corso che diresse la convention democratica del 2024, quella che nominò Harris. La prospettiva di una sua nuova candidatura riempie però di timore molti alti dirigenti e grandi finanziatori del Partito Democratico, convinti che non possa vincere.

Harris è davanti in tutti i sondaggi nazionali sui possibili candidati democratici, di solito con margini in doppia cifra. Chi è in testa con questo anticipo tende storicamente a fare bene: Joe Biden era primo in quasi tutte le rilevazioni due anni prima di vincere nel 2020, mentre Hillary Clinton a questo punto della corsa del 2016 era largamente davanti. "Parte da favorita, è evidente che viene seguita ovunque vada", ha detto al New York Magazine un suo ex collaboratore. "Arriva con una notorietà del 99% e tutti gli altri dovranno raccogliere fondi per comprarsela".

Verso il 2028 · Primarie democratiche

Kamala Harris è la favorita per il 2028, ma il suo partito non ci crede

L’ex vicepresidente guida tutti i sondaggi nazionali sulle primarie democratiche e, raccontano i suoi, si prepara a un’altra corsa alla Casa Bianca. Ma il consenso resta fermo sotto il 30 per cento e i grandi finanziatori, dopo i circa 2 miliardi di dollari bruciati nel 2024, dubitano che possa vincere.

Grafica di FocusAmerica 27 luglio 2026

Il paradosso della favorita · Su 100 elettori democratici

La conoscono
99%

La voterebbero oggi
28%

Notorietà stimata da un ex collaboratore al New York Magazine
Media dei sondaggi nazionali RealClearPolitics, luglio 2026

Prima scelta (28) La conoscono, ma scelgono altri o sono indecisi (71) Non la conoscono (1)

Il vantaggio resta ampio — circa 11 punti su Gavin Newsom, il secondo — ma per una candidata che conoscono praticamente tutti gli elettori un consenso fermo sotto il 30 per cento è un campanello d’allarme.

Il precedente

Chi guida i sondaggi con due anni di anticipo di solito vince la nomination


Come sono finite le ultime due primarie democratiche senza un presidente in corsa per la rielezione.

2016
Hillary Clinton

Largamente prima nei sondaggi nazionali già a metà 2014, due anni prima del voto.

Nominata
2020
Joe Biden

Primo in quasi tutte le rilevazioni del 2018, due anni prima della vittoria su Trump.

Nominato
2028
Kamala Harris

Prima in tutti i sondaggi nazionali di oggi, di solito con margini in doppia cifra.

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La storia recente gioca a suo favore: sia Clinton sia Biden partivano in testa a questo punto della corsa e arrivarono fino in fondo. Nessuno dei rivali di Harris, per ora, si avvicina ai suoi numeri.

La zavorra

I conti che il 2024 ha lasciato aperti


La campagna più breve e più costosa della storia recente pesa ancora sul suo futuro.

107 giorni
La durata della campagna 2024: dal ritiro di Biden, il 21 luglio, al voto del 5 novembre

2 miliardi di $
La spesa complessiva di campagna, partito e gruppi alleati, secondo il New York Magazine

Rispetto alla maggior parte dei democratici, Harris perse terreno soprattutto tra i giovani e gli elettori non bianchi. E prima di firmare altri assegni, i grandi donatori le chiedono di dimostrare che stavolta può vincere.

La ricostruzione

Le tre mosse con cui Harris prepara la corsa


Tocca ogni voce per i dettagli.

Il tour del libro Città universitarie e Sud a maggioranza nera+

Le tappe hanno toccato i campus e città come New Orleans e Jackson (Mississippi): proprio i pubblici — giovani e afroamericani — tra cui nel 2024 aveva perso più terreno.

La raccolta fondi Soldi a quattro partiti statali del Sud e del Sun Belt+

Ha raccolto fondi per i democratici di Nevada, Georgia, North Carolina e South Carolina: Stati in cui gli elettori non bianchi dominano l’elettorato delle primarie.

L’attesa Nessun annuncio prima delle elezioni di metà mandato+

Fa campagna dove viene invitata e lascia che gli altri aspiranti si lancino per primi: la decisione arriverà dopo il voto di novembre per il rinnovo del Congresso.

Fonte New York Magazine; media dei sondaggi nazionali RealClearPolitics, luglio 2026 (Harris 28%, Newsom 17%). La spesa 2024 comprende campagna, partito e gruppi alleati.

I consiglieri più stretti di Harris restano convinti che le elezioni del 2024 non fossero vincibili: il vantaggio nei sondaggi pubblici era un miraggio che non trovava riscontro nelle rilevazioni interne della campagna e il ritiro tardivo di Biden le lasciò troppo poco tempo per presentarsi come una figura autonoma, un problema serio con un elettorato ormai stanco del presidente uscente. Diversi ex membri dello staff citano anche i due attentati subiti da Trump durante la campagna come prova che la sconfitta fosse quasi segnata. Un sostenitore che le ha parlato di recente ha detto di esserne uscito convinto che si candiderà e ha descritto così il suo modo di ragionare: "Avrei dovuto vincere e lo farò a modo mio, perché il mio modo avrebbe vinto. Erano tutti quei consulenti a dirmi di prendere questa o quella posizione ed è stata colpa loro".

Negli ultimi mesi Harris ha lavorato per ricucire con la sinistra del partito: ha contattato il sindaco di New York Zohran Mamdani e ha incontrato gli attivisti del movimento Uncommitted, che nel 2024 invitava gli elettori democratici a lasciare in bianco la scheda delle primarie per protestare contro la guerra a Gaza. Gli incontri arrivano mentre il sostegno a Israele tra gli elettori democratici è crollato e diversi candidati pro-palestinesi hanno vinto primarie competitive in cui la politica mediorientale era al centro della campagna. "Sta cercando di capire dove va l'onda ed è determinata a cavalcarla", ha detto lo stesso sostenitore.

Secondo la lettura più diffusa, nel 2024 Harris fu danneggiata dallo spot "they/them", dai pronomi inglesi di genere neutro, con cui la campagna di Trump la attaccava per il suo sostegno alle operazioni di cambio di sesso per i detenuti pagate con soldi pubblici. Gli ex membri del suo staff non sono d'accordo e indicano come fattore più decisivo la macchina organizzativa repubblicana sul territorio, finanziata in parte da Elon Musk. Rispetto alla maggior parte dei democratici, Harris perse terreno soprattutto tra i giovani e gli elettori non bianchi. Da quando è fuori dalla politica si è concentrata proprio su questi gruppi: con il tour del suo libro ha toccato città universitarie e città del Sud a maggioranza nera come New Orleans e Jackson (Mississippi) e ha raccolto fondi per i partiti statali di Nevada, Georgia, North Carolina e South Carolina, Stati in cui gli elettori non bianchi dominano l'elettorato delle primarie.

Un altro ostacolo atteso riguardava il declino mentale di Biden: chi ha lavorato ai vertici della sua amministrazione avrebbe dovuto spiegare che cosa sapeva e da quando. I collaboratori di Harris ora dubitano che il tema peserà nelle primarie, con il presidente Trump che travolge gran parte di ciò a cui i democratici tengono. "Le persone guardano avanti", ha detto Laura Telerski, deputata statale del New Hampshire che ha incontrato Harris quest'anno pur senza appoggiarla. "Non credo che sia rimasta prigioniera di ieri". "Guardate quanto in fretta gli elettori hanno dimenticato il primo mandato di Trump", ha aggiunto un altro dirigente democratico, secondo cui la memoria degli elettori è corta e nessuno può sapere cosa si penserà di Biden tra 12 o 16 mesi.

Le donne e gli elettori non bianchi sono la spina dorsale del Partito Democratico e Harris è entrambe le cose, oltre che l'ex vicepresidente e la prima nei sondaggi: ogni tentativo degli avversari di ridimensionarla rischia di trasformare le primarie in uno scontro su etnia e genere. Diversi collaboratori di potenziali candidati per il 2028 citano il precedente delle recenti primarie per il Senato in Texas, in cui James Talarico ha battuto Jasmine Crockett correndo però il rischio di alienarsi componenti chiave dell'elettorato democratico.

Quando si chiede ai grandi donatori e agli operatori del partito di una possibile "Kamala 2.0", scrive il New York Magazine, la risposta tipica è un sospiro seguito da una lunga pausa. Nonostante il vantaggio nei sondaggi, Harris supera di rado e di poco il 30 per cento, un segnale d'allarme per una candidata che conoscono praticamente tutti gli elettori. E dopo i 2 miliardi di dollari spesi nella campagna persa del 2024, i finanziatori le chiedono di dimostrare prima di essere una candidata in grado di vincere. "Non dico che sia giusto: nel 2024 le sono toccate carte pessime. Ma la soglia che deve superare perché i donatori la prendano sul serio è molto più alta", ha detto un importante finanziatore di New York che, dopo aver donato generosamente due anni fa, ha quasi escluso di sostenerla di nuovo. "Non vogliamo qualcuno che abbatta barriere o cambi la conversazione nazionale. Vogliamo solo qualcuno che possa riprendersi la Casa Bianca e non vedo come possa succedere con lei".

"Per me è una cosa molto emotiva, le voglio tanto bene", ha detto Liz Minnella, ex vice responsabile della raccolta fondi del partito. "Penso che abbia imparato molto dagli errori commessi dalla campagna nel 2024 e mi piacerebbe molto, ma può tornare da tutte quelle persone a chiedere di nuovo soldi? O sarà tutto soltanto un'autopsia del 2024?".

Nel 2020 Harris si fece trascinare molto a sinistra e quelle posizioni si rivelarono un peso nel 2024: dentro il partito diversi veterani temono che stia succedendo di nuovo. L'apertura al movimento Uncommitted, che invita a bocciare i candidati che non definiscono esplicitamente la guerra a Gaza un genocidio, viene letta come un nuovo cedimento alle voci più forti della sinistra. Restano poi i dubbi sulla sua capacità di costruire una vera squadra (non le è riuscita in nessuna delle due corse alla Casa Bianca) e la domanda se una politica nota per prudenza e gradualismo possa dare voce alla voglia dei democratici di abbattere il sistema dopo Trump. I democratici oggi sono arrabbiati. Harris invece è rimasta nelle istituzioni, in un ruolo o nell'altro, dalla laurea in legge fino al giorno in cui lei e Biden hanno consegnato la Casa Bianca a Trump. La rabbia non è il suo registro.

"Spero che si candidi", ha detto Alex Hoffman, uno stratega democratico che consiglia diversi grandi donatori del partito. "Perché così perderà e non ne sentiremo mai più parlare. Non vincerà mai un'elezione su scala nazionale. Mai".


Ocasio-Cortez parla sempre più come l'Obama del 2008


Alexandria Ocasio-Cortez parla sempre più come il Barack Obama del 2008. Nei comizi delle ultime settimane la deputata di New York ha ampliato il suo messaggio oltre il socialismo democratico rivoluzionario, avvicinandolo allo spirito di "Change You Can Believe In", lo slogan con cui Obama conquistò la Casa Bianca, secondo un'analisi di Axios. Il cambio di registro arriva mentre Ocasio-Cortez prepara il terreno per una possibile candidatura alle presidenziali del 2028.

Questo fine settimana Ocasio-Cortez ha fatto campagna in Michigan per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che corre per il Senato. A Detroit ha difeso le politiche di sinistra, ma ha costruito il discorso attorno a un attacco più universale alla politica tradizionale: "La risposta ai nostri problemi è ricorrere sempre allo stesso copione? Un copione che dice che per vincere dobbiamo difendere lo stesso status quo che ci sta affondando e che ci dice che l'aspirazione a cambiare il nostro governo e l'ambizione anche solo di provarci è folle? No, non è folle, Michigan".

Le parole ricordano quelle che Obama pronunciò davanti ai democratici dell'Iowa nel 2007: "Le solite campagne da manuale di Washington non basteranno in questa elezione. Per questo vi chiedo di smettere di accontentarvi di ciò che i cinici dicono che dobbiamo accettare. In questa elezione, in questo momento, puntiamo a ciò che sappiamo essere possibile". David Axelrod, ex consigliere di Obama, sente la stessa eco e ha detto ad Axios: "La gente dimentica quanto la campagna di Obama del 2008 fosse un'insurrezione contro la politica guasta di quei tempi. Le parole di Ocasio-Cortez, pur essendo sue, sono familiari nello spirito".

A maggio, in un comizio in Montana, Ocasio-Cortez aveva ripreso anche la retorica della speranza di Obama: "Chiedete al vostro vicino scettico di credere. È l'unica cosa che abbiamo. La nostra speranza è l'unica cosa che crea cambiamento. Ed è per questo che così tante persone provano a farcela togliere dalla testa". El-Sayed ha detto ad Axios che quando sentì parlare Obama per la prima volta pensò "non sapevo che la politica potesse suonare così" e che molti di quelli che oggi ascoltano Ocasio-Cortez provano la stessa sensazione.

Rispetto a Obama, Ocasio-Cortez difende posizioni più a sinistra: sostiene il Medicare for All, cioè un'assicurazione sanitaria pubblica per tutti, una moratoria sulla costruzione dei data center che alimentano l'intelligenza artificiale e una linea più scettica sugli accordi commerciali. Non è l'unica possibile candidata del 2028 a presentarsi come volto del cambiamento, ma a 36 anni ha meno legami con l'establishment rispetto agli altri.

La corsa al Senato in Michigan è diventata il banco di prova della sinistra per le elezioni di metà mandato del 2026 e per la corsa presidenziale del 2028. I democratici progressisti hanno vinto diverse primarie in questo ciclo, ma quasi sempre in zone già solidamente democratiche. Se El-Sayed vincesse la primaria, in cui i suoi avversari lo superano 12 a 1 nelle spese, e poi le elezioni generali in uno Stato in bilico come il Michigan, i progressisti lo leggerebbero come la conferma della loro tesi: i candidati che promettono di rompere lo status quo sono più eleggibili dei democratici centristi. Un successo simile darebbe a Ocasio-Cortez, o a un altro progressista, un argomento di eleggibilità nella primaria presidenziale del 2028.

Alleati e scettici di Ocasio-Cortez concordano su un punto: può allargare la coalizione progressista costruita dal senatore del Vermont Bernie Sanders. La considerano meno rigida e più pragmatica, con un rapporto meno ostile con i vertici del partito che le è però costato critiche da sinistra. Quest'anno è stata anche più selettiva di Sanders negli endorsement: non ha sostenuto la candidatura al Senato di Graham Platner in Maine e ha così evitato le conseguenze del suo ritiro dalla corsa dopo un'accusa di violenza sessuale.

Anche il rapporto con Obama distingue i due. Sanders criticò la sua amministrazione, in particolare sul commercio, e la sua campagna del 2016 contro Hillary Clinton fu per molti versi una critica di quegli anni. Ocasio-Cortez ha invece avuto alcuni contatti positivi con l'ex presidente dietro le quinte e, secondo una persona che conosce i loro rapporti, Obama è rimasto colpito dalle sue capacità di comunicatrice.

Tra i progressisti c'è già chi la considera in grado di vincere la presidenza. Shawn Fain, presidente della United Auto Workers, il sindacato dell'auto che sostiene El-Sayed, ha detto ad Axios che Ocasio-Cortez potrebbe "sicuramente" vincere in uno Stato come il Michigan e conquistare la Casa Bianca: "Si deciderà su chi i lavoratori credono che rappresenterà i loro interessi e chi percepiscono che si batterà per loro".


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La Corea del Nord respinge la denuclearizzazione e definisce l’atomica lo "scudo definitivo"


Kim Yo Jong, sorella di Kim Jong Un, dice che lo status nucleare del paese è definitivo e irreversibile. Zelensky sostiene che Mosca ha chiesto a Pyongyang altri 30mila soldati per l’Ucraina.

Kim Yo Jong, sorella del leader nordcoreano Kim Jong Un e una delle figure più influenti del regime, ha respinto le richieste di rinunciare all'arsenale atomico e ha detto che "la deterrenza nucleare è lo scudo definitivo per la sovranità nazionale e la garanzia suprema per difendere la sovranità". La dichiarazione è stata diffusa lunedì dall'agenzia di stampa statale KCNA e usa il nome ufficiale del paese, Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Kim ha parlato per criticare la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri riuniti nel Forum regionale dell'ASEAN, il principale tavolo di sicurezza dei paesi del Sud-est asiatico. Ha aggiunto che lo status nucleare della Corea del Nord è "definitivo e irreversibile" e che "la capacità nucleare sarà aggiornata con costanza senza un momento di stagnazione".

La dichiarazione arriva pochi giorni dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostenuto che la Russia vuole altri 30mila soldati nordcoreani e nuovi lanciatori di missili balistici, senza indicare da dove venisse l'informazione. "Da giugno, nella regione russa di Voronezh, sono in corso i preparativi per accoglierli", ha detto Zelensky.

Funzionari americani e sudcoreani hanno detto che la Corea del Nord fornisce truppe e armi alla Russia per sostenere la guerra contro l'Ucraina. La settimana scorsa la ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son Hui ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin, che ha ringraziato Pyongyang per il suo sostegno.

Il 27 luglio la Corea del Nord celebra il "Giorno della vittoria", l'anniversario di quello che presenta come il suo trionfo nella guerra di Corea. Pochi fuori dal paese accettano questa versione, ma la data ricorda un fatto: quella guerra non è mai finita formalmente. L'accordo del 1953 era un armistizio e ha lasciato la penisola in uno stato di conflitto sospeso. A firmarlo furono l'Esercito popolare coreano, le forze cinesi e gli Stati Uniti in rappresentanza del Comando delle Nazioni Unite, mentre la Corea del Sud rifiutò.

La responsabilità dell'instabilità nella penisola non è di un solo paese. I test missilistici nordcoreani, l'arsenale in crescita e la retorica aggressiva hanno indebolito la sicurezza regionale. Anche i governi sudcoreani hanno alimentato le tensioni: l'ultimo è quello di Yoon, poi destituito, accusato di aver cercato di provocare un attacco di Pyongyang per giustificare la dichiarazione della legge marziale. La cooperazione militare sempre più stretta con la Russia ha poi rafforzato la tenuta militare ed economica del regime nordcoreano.

Secondo un'analisi pubblicata sul South China Morning Post, la strategia americana verso Pyongyang è sempre più staccata dalla realtà. Per decenni le amministrazioni statunitensi hanno tenuto una linea che mette la denuclearizzazione al primo posto: si aspettano cioè che la Corea del Nord smantelli buona parte del suo programma nucleare prima che possano partire la normalizzazione dei rapporti, l'allentamento delle sanzioni o un processo di pace più ampio. Il risultato è che oggi il paese ha una forza nucleare più sofisticata e più difficile da neutralizzare di prima.

Nel 2018 le stime attribuivano alla Corea del Nord tra le 10 e le 20 testate nucleari assemblate. Oggi la maggior parte delle valutazioni ne conta tra 50 e 60, con materiale fissile sufficiente ad arrivare fino a 90 in tutto. I sette anni di paralisi diplomatica hanno coinciso con la più grande espansione delle capacità nucleari nella storia del paese.

L'occasione mancata più evidente è stata il primo mandato del presidente Donald Trump. I vertici di Singapore del 2018 e di Hanoi del 2019 avvicinarono Washington e Pyongyang come non accadeva da decenni. Una denuclearizzazione completa era probabilmente irraggiungibile già allora, ma un accordo più limitato, che congelasse o frenasse lo sviluppo nucleare e missilistico in cambio di un alleggerimento graduale delle sanzioni, avrebbe potuto rallentare in modo misurabile la modernizzazione militare del paese. I colloqui si interruppero senza alcuna tabella di marcia.

Dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 la Corea del Nord ha rafforzato la cooperazione militare con Mosca e ha stabilizzato i rapporti con Pechino, guadagnando margine di manovra e togliendo agli Stati Uniti buona parte della pressione che potevano esercitare. Anche l'impianto delle sanzioni ha perso gran parte della sua efficacia, perché Cina e Russia non le applicano più in modo serio. Nel 2024 Mosca ha posto il veto al rinnovo del mandato del gruppo di esperti dell'ONU che vigilava sul rispetto delle sanzioni, indebolendo il controllo internazionale.

I rapporti tra le due Coree sono al punto più basso da decenni. La rete diplomatica che rese possibili i colloqui del 2018 e del 2019, con Corea del Sud, Singapore e Vietnam nel ruolo di mediatori, oggi non ha equivalenti.

Washington ha fatto capire che le forze americane di stanza in Corea del Sud potrebbero assumere gradualmente un ruolo regionale più ampio, che va oltre la deterrenza verso Pyongyang e comprende il contenimento della Cina. Allo stesso tempo chiede a Seul di pagare una quota maggiore della propria difesa. Per il governo sudcoreano il risultato è una doppia incertezza: un avversario più forte e un'alleanza che potrebbe non avere più la penisola come priorità esclusiva.

Il Giappone sta portando avanti il suo più grande riarmo dal 1945, con più spesa militare e l'acquisto di capacità di attacco a lungo raggio. In Corea del Sud il dibattito su un deterrente nucleare nazionale è diventato sempre meno marginale.

Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente ha detto più volte di voler riprendere il dialogo con Pyongyang e ha elogiato la sua amicizia personale con Kim Jong Un. La Corea del Nord respinge queste proposte informali finché gli Stati Uniti non riconosceranno il suo status di potenza nucleare e non lasceranno cadere la richiesta di denuclearizzazione.

Finché la denuclearizzazione resta il prezzo d'ingresso per trattare, Pyongyang ha pochi motivi per sedersi al tavolo e molti per legarsi ancora di più a Mosca e Pechino. L'alternativa suggerita è smettere di costruire la politica americana attorno all'eliminazione dell'arsenale nordcoreano e considerare una convivenza gestita come obiettivo di breve periodo, lasciando la penisola senza armi nucleari come aspirazione di lungo periodo. Seul ha già cominciato a muoversi in questa direzione con la sua politica di coesistenza pacifica.


Avere le armi nucleari non ti fa vincere una guerra


Le armi nucleari comprano la deterrenza, cioè la capacità di scoraggiare un attacco con la minaccia della rappresaglia. Nient'altro. È la tesi di un'analisi di Tom Nichols pubblicata sull'Atlantic: le guerre in corso in Iran e in Ucraina stanno dimostrando che i due maggiori arsenali atomici del mondo non offrono a Washington e Mosca una via d'uscita vittoriosa dai conflitti regionali. Henry Kissinger diceva spesso che le armi nucleari sono "armi in cerca di una dottrina" e per Nichols la ricerca è finita a mani vuote: oltre alla deterrenza, non c'è niente.

Stati Uniti e Russia stanno infliggendo danni enormi ad avversari militarmente molto più deboli senza raggiungere i loro obiettivi. Intanto Washington spende quasi mille miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale atomico senza che nessuno abbia spiegato cosa il Pentagono debba farne: la scorsa primavera l'amministrazione Trump ha deciso di non aggiornare la Nuclear Posture Review, il documento che illustra al Congresso e all'opinione pubblica la politica nucleare americana, tenendo valida la versione del 2018. L'attuale sottosegretario alla Difesa con delega alla politica di sicurezza, Elbridge Colby, scrisse nel 2013 che gli Stati Uniti dovrebbero tenere aperta l'opzione di rispondere con armi termonucleari a un grave attacco informatico.

La Guerra Fredda, ricorda Nichols, ha insegnato che la deterrenza strategica mantiene la pace tra le potenze nucleari, ma anche che quelle stesse armi sono quasi inutili nei conflitti regionali. In Corea i militari presentarono a Harry Truman e a Dwight Eisenhower piani per colpire obiettivi in Asia orientale, Cina compresa, ma entrambi i presidenti si tirarono indietro per il rischio di una guerra con l'Unione Sovietica. In Vietnam il senatore Barry Goldwater propose di usare l'atomica per defoliare le giungle e scoprire le linee di rifornimento nemiche, un'idea che contribuì alla sua sconfitta elettorale, mentre durante l'assedio di Khe Sanh l'esercito preparò all'insaputa del presidente Lyndon Johnson un piano per usare le armi nucleari come ultima risorsa: quando lo scoprì, Johnson si infuriò e lo fece cancellare. Nel 1969 Richard Nixon chiese piani per colpire la Corea del Nord dopo l'abbattimento di un aereo da ricognizione americano, ma li accantonò perché nessuno sapeva come disarmare Pyongyang senza provocare distruzioni su vasta scala e rischiare un'escalation. Nella guerra del Golfo del 1991 l'opzione nucleare non fu mai presa sul serio: il generale George Lee Butler, allora a capo del comando strategico dell'aviazione americana, disse poi che gli studi interni avevano già bollato una campagna nucleare contro l'Iraq come "militarmente inutile e politicamente assurda".

Quando invase l'Ucraina all'inizio del 2022, Vladimir Putin ordinò con grande clamore di mettere le forze nucleari strategiche russe in "regime speciale di servizio di combattimento", parole che secondo Nichols non avevano alcun significato militare: nessun segnale di una maggiore allerta nucleare russa è mai emerso. Da allora Putin è rimasto volutamente vago sulla dottrina che prevede l'uso dell'atomica solo contro minacce "critiche" alla sovranità e all'"integrità territoriale" della Russia e ha lasciato le minacce esplicite ai suoi portavoce. Per Nichols Mosca non ha vere opzioni nucleari in Ucraina: il vento soffia dall'Ucraina verso la Russia e un'esplosione rischierebbe di avvelenare gli stessi russi, gli Stati Uniti di Joe Biden avevano minacciato una risposta militare massiccia e la Cina ha avvertito che l'uso dell'atomica segnerebbe la fine del suo sostegno. Nemmeno il trasferimento di testate in Bielorussia nel 2023 ha prodotto qualcosa: l'unico a cambiare idea è stato il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, che la scorsa settimana ha annunciato che il suo paese non parteciperà a operazioni contro l'Ucraina, mentre le testate restano lì, in deposito, "di poca utilità per chiunque". La guerra è al quarto anno, le forze russe subiscono perdite immense e l'Ucraina colpisce obiettivi in profondità nel territorio russo, compresa la capitale: quando il presidente Donald Trump la scorsa settimana ha chiesto a Volodymyr Zelensky se fosse disposto ad andare a Mosca per parlare con Putin, il presidente ucraino ha risposto: "È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì. È molto pericoloso".

Gli iraniani, scrive Nichols, stanno infliggendo un'umiliazione simile agli americani. Trump ha lanciato più volte minacce interpretabili come nucleari: il 7 aprile ha scritto che se l'Iran non avesse accettato le richieste americane, compresa la riapertura dello stretto di Hormuz, "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Solo le armi nucleari possono cancellare una nazione in una notte e Nichols definisce quella minaccia "genocida": l'Iran non si mosse, mentre arrivarono condanne da tutto il mondo, compresa quella di Leone XIV, il primo papa americano. Il giorno dopo Trump fece marcia indietro sostenendo, senza fondamento, che Teheran aveva presentato "una base praticabile su cui negoziare". A maggio ci riprovò: "Se non ci sarà un cessate il fuoco, dovrete solo guardare un grande bagliore levarsi dall'Iran". Di nuovo, il mondo reagì e l'Iran no. Per Nichols le minacce di distruzione totale di Trump "non significano nulla" e tendono ad arrivare proprio quando sta per cedere, come un modo per "coprire le sue ritirate".

Anche se Trump facesse sul serio, i costi politici ed economici dell'uso di un'arma nucleare supererebbero di gran lunga i benefici: un numero molto alto di vittime, ricadute radioattive sui paesi alleati e una regione, insieme a gran parte del mondo compresa la NATO, schierata contro gli Stati Uniti. Iran e Ucraina sono inferiori per ogni misura di forza militare, eppure, scrive Nichols, Stati Uniti e Russia "stanno affrontando sconfitte storiche": le guerre convenzionali sono facili da perdere, perché infliggere danni è semplice e controllare il territorio è difficile.

L'amministrazione Trump sostiene che considererebbe l'uso dell'atomica solo "in circostanze estreme per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti, dei suoi alleati e partner". Ma cosa sia una circostanza estrema, si chiede Nichols, non è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo una guerra contro l'Iran, eppure una sconfitta nel Golfo non minaccia la loro esistenza, mentre un grande esercito russo combatte nel mezzo dell'Europa e Washington lavora per sconfiggerlo senza il coinvolgimento diretto delle forze NATO.

La prima lezione che Nichols trae è che le armi nucleari non possono sostituire la potenza convenzionale: la Cina sa che gli Stati Uniti hanno l'atomica, ma ciò che Pechino deve vedere nel Pacifico sono navi, aerei e soldati. La guerra con l'Iran ha svuotato le scorte americane di munizioni convenzionali, non quelle di bombe nucleari. La seconda è abbandonare la mentalità da Guerra Fredda: gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di usare per primi l'atomica, un retaggio di quando la NATO temeva di essere travolta dai carri armati sovietici, mentre oggi sarebbe la Russia a perdere rapidamente una guerra convenzionale contro l'alleanza. Per Nichols una dichiarazione di "non primo uso", cioè l'impegno a non ricorrere per primi alle armi nucleari, ancorerebbe la strategia americana alle realtà del ventunesimo secolo, insieme alla rinuncia alle testate tattiche ancora immagazzinate in Europa. La terza è una revisione completa della strategia di difesa: per Nichols l'approccio "sconsiderato e paranoico" di Trump, che tratta il mondo intero come potenzialmente ostile, "ha lasciato gli Stati Uniti meno sicuri e il mondo meno stabile".

L'amministrazione va però nella direzione opposta: si è ritirata dal trattato del 1987 sulle forze nucleari intermedie, vuole installare un nuovo missile da crociera a testata nucleare sui sottomarini e mettere armi atomiche sulle future corazzate "classe Trump", riportandole sulle navi di superficie americane per la prima volta dai primi anni Novanta. Nichols non si aspetta riforme finché Trump è in carica, ma invita il prossimo Congresso a cominciare a cancellare le richieste nucleari del Pentagono: "Una corsa alle spese nucleari da Guerra Fredda è bastata".


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Alcune famiglie delle vittime delle Torri Gemelle chiedono di escludere Mamdani dalla cerimonia


Una petizione ha raccolto più di 1.100 firme, almeno 300 di parenti delle vittime. Il sindaco di New York sarà comunque a Ground Zero, il memoriale difende la tradizione non politica della cerimonia
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Una petizione per impedire al sindaco di New York Zohran Mamdani di partecipare alla cerimonia per i 25 anni dagli attentati dell'11 settembre 2001 ha raccolto più di 1.100 firme in poco più di una settimana. Almeno 300 sono di parenti delle vittime. Il sindaco, primo musulmano eletto alla guida della città, ha fatto sapere che sarà comunque presente.

L'iniziativa, rivelata dal New York Post, è rivolta al National September 11 Memorial & Museum, la fondazione che organizza ogni anno la commemorazione e gestisce il memoriale a Ground Zero, il sito delle ex Torri Gemelle nel sud di Manhattan.

Il testo, pubblicato sulla piattaforma Change.org, chiede agli organizzatori di valutare se la presenza di Mamdani sia coerente con le finalità della cerimonia e con le aspettative dei familiari delle 2.977 persone uccise negli attacchi. A promuoverlo è Giovanni Galante, che quel giorno perse la moglie Grace Catherine Galante, insieme ad altri parenti delle vittime come Cheri Sparacio, il cui marito Thomas morì negli attentati.

Il rifiuto di Mamdani di condannare lo slogan "globalize the intifada", che secondo i firmatari incita alla violenza contro gli ebrei, è tra le prime contestazioni elencate. Segue la sua comparsa, durante la campagna elettorale dello scorso anno, accanto all'imam di Brooklyn Siraj Wahhaj. Wahhaj è indicato come co-cospiratore non incriminato nell'attentato al World Trade Center del 1993 e in passato ha chiesto ai suoi seguaci una jihad senza armi e una marcia sulla città di New York.

La petizione contesta anche la nomina di Ramzi Kassem a capo dell'ufficio legale del Comune. Kassem ha difeso Mahmoud Khalil, tra i principali organizzatori delle proteste contro Israele alla Columbia University nel 2024. Tra i suoi assistiti c'è stato anche Ahmed al-Darbi, membro di al-Qaeda che si è dichiarato colpevole per un piano del 2002 contro una petroliera francese.

Mamdani ha poi appoggiato Aber Kawas, candidata al Senato dello stato di New York e come lui iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista della sinistra americana. Kawas aveva descritto l'11 settembre come un attacco compiuto da "un paio di persone". Aveva anche espresso solidarietà ad Ahmed Ferhani, che nel 2012 si è dichiarato colpevole di aver progettato un attentato contro una sinagoga di Manhattan.

Il sindaco ha inoltre definito la "candidata perfetta" Darializa Avila Chevalier, in corsa per il Congresso, che aveva definito gli Stati Uniti una vergogna con un'espressione volgare e si era vantata di avere oltraggiato la bandiera americana usandola per pulirsi le mani.

Alcuni messaggi pubblicati da Mamdani sui social network nel 2015 e riemersi l'anno scorso completano l'elenco. In quei post il sindaco sembrava difendere Anwar al-Awlaki, predicatore di al-Qaeda, attribuendo agli Stati Uniti la responsabilità della sua radicalizzazione. Al-Awlaki era stato imam in moschee di San Diego e della Virginia, dove secondo le autorità americane aveva avuto contatti con tre dei dirottatori dell'11 settembre.

Nel testo c'è anche il padre del sindaco, Mahmood Mamdani, docente di storia africana e del colonialismo alla Columbia University che ha espresso comprensione per gli attentatori suicidi. Un altro punto sono i rapporti del sindaco con Hasan Piker, influencer della sinistra americana secondo cui l'America si meritava gli attacchi. La petizione contesta infine l'affermazione di Mamdani secondo cui anche i musulmani sono stati vittime dell'11 settembre, per l'ondata di islamofobia che ne è seguita.

A luglio Mamdani aveva ipotizzato di fare arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante l'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre, in base al mandato della Corte penale internazionale. Il presidente Donald Trump aveva risposto garantendo che l'arresto non sarebbe avvenuto.

La fondazione che organizza la commemorazione ha difeso la propria prassi. "Abbiamo lavorato intenzionalmente per mantenere la commemorazione libera dalla politica, perché ricordare le persone che abbiamo perso l'11 settembre non dovrebbe mai essere una questione di parte", ha detto la portavoce Julie Wood.

"Rappresentanti del governo di ogni orientamento politico, compresi tutti i presidenti, i governatori e i sindaci di New York in carica dall'11 settembre a oggi, hanno partecipato alla cerimonia semplicemente per essere testimoni: non prendono la parola e viene chiesto loro di restare in un'area riservata", ha aggiunto Wood. Il memoriale non ha lasciato intendere di volere cambiare questa consuetudine.

Monica Iken-Murphy, tra i fondatori del consiglio di amministrazione del memoriale e vedova di Michael Iken, ucciso negli attentati, ha firmato la petizione ma ha spiegato che la sua posizione non dipende dalle idee politiche del sindaco. Secondo lei ad affiancare i familiari nella cerimonia per il venticinquesimo anniversario dovrebbero essere solo i politici coinvolti fin dall'inizio nella ricostruzione e nell'elaborazione del lutto, come gli ex sindaci Michael Bloomberg e Rudy Giuliani, l'ex senatrice Hillary Clinton e la presidente del Consiglio comunale Julie Menin. "Non voglio che le famiglie si sentano a disagio", ha detto. "Gli altri possono venire un altro giorno, ma lasciamo alle famiglie il loro momento".

Il portavoce del sindaco, Jeremy Edwards, ha confermato che Mamdani sarà alla commemorazione per onorare le famiglie, i sopravvissuti e i soccorritori colpiti dagli attentati. Gli organizzatori della petizione hanno annunciato che si rivolgeranno al Consiglio comunale di New York per ottenere sostegno.

Menin non ha risposto alle richieste di commento, mentre la consigliera del Queens Joann Ariola si è detta disponibile ad aiutarli. "Questo è un sindaco che ha appoggiato candidati ed è stato appoggiato da persone che hanno detto apertamente che l'America si meritava l'11 settembre, quindi capisco perfettamente perché i familiari di chi ha perso i propri cari non lo vogliano lì", ha dichiarato al New York Post.


Trump garantisce che Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti


Il presidente Donald Trump ha assicurato che il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti quando arriverà a New York, a settembre, per l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha scritto lunedì 20 luglio su Truth Social, il suo social network, dopo che il sindaco della città aveva sollevato quella possibilità. Netanyahu, ha promesso Trump, "non sarà arrestato, in nessun modo" finché si trova in territorio americano.

A far nascere il caso è stato Zohran Mamdani, sindaco democratico di New York, che nei giorni scorsi aveva ipotizzato di far fermare il premier israeliano durante il vertice del Palazzo di Vetro, il grande raduno annuale dei capi di Stato e di governo che si tiene ogni settembre nella sede dell'ONU. In un'intervista al New York Times, Mamdani ha detto di aver aperto un confronto con l'ufficio legale del Comune per capire se ne avesse il potere, aggiungendo che "il posto di Netanyahu è all'Aia" perché "è un criminale di guerra". Ha però precisato di non voler forzare le norme: "faremo tutto ciò che la legge di New York mi consente di fare".

Il riferimento è al mandato d'arresto emesso contro Netanyahu dalla Corte penale internazionale, il tribunale con sede all'Aia che indaga sui crimini più gravi come genocidio e crimini contro l'umanità. Il mandato, deciso il 21 novembre 2024, accusa il premier israeliano e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant di aver usato la fame come arma di guerra e di aver colpito deliberatamente la popolazione civile nella striscia di Gaza. Le contestazioni riguardano la guerra scatenata da Israele dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele ha sempre respinto le accuse.

Le autorità israeliane e americane hanno bocciato subito l'idea del sindaco. Danny Danon, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ha parlato di una minaccia "vuota" e ha accusato Mamdani di fare "teatro politico" per eccitare la sua base più radicale. Non esiste alcuna base legale per un arresto, ha spiegato, ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale e non fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che l'ha istituita nel 1998. Danon ha citato anche l'accordo del 1947 sulla sede dell'ONU, che impegna le autorità americane a non ostacolare il transito dei rappresentanti degli Stati membri diretti al Palazzo di Vetro.

Sulla stessa linea Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che ha definito impossibile un arresto: l'accordo del 1947 garantisce protezioni diplomatiche ai capi di governo in visita e l'autorità federale prevale sulle volontà di un sindaco.

Dietro la vicenda c'è l'ostilità dichiarata dell'amministrazione Trump verso la Corte penale internazionale, che punta a smantellare. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha scritto sul Wall Street Journal che Washington vuole evitare un mondo in cui soldati, agenti e leader eletti americani possano essere trascinati davanti a un tribunale internazionale. Nel suo messaggio Trump ha legato la difesa del premier israeliano al suo ruolo nella guerra contro l'Iran, sostenendo che a dover essere arrestati semmai sono i dirigenti di Teheran.

Non tutti i critici di Israele hanno appoggiato Mamdani. Ro Khanna, deputato democratico della California e possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha detto a Fox News di ritenere che il caso di Netanyahu debba proseguire in tribunale, ma che l'ONU debba comunque accoglierlo: "può venire all'Assemblea", ha aggiunto, dicendosi contrario a "creare uno spettacolo".

Esponente dell'ala sinistra dei democratici, Mamdani aveva già definito Israele un "regime di apartheid" e l'offensiva nella striscia di Gaza un "genocidio", pur schierandosi più volte contro l'antisemitismo. Netanyahu lo ha accusato di sostenere Hamas, mentre il suo ufficio ha definito la Corte penale internazionale un tribunale fantoccio, privo di giurisdizione sugli israeliani e sugli americani.


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Editoriale 8/26


Mala tempora currunt! Caldo insopportabile e effetti nefasti sono parte della cronaca quotidiana. Le violenze di tutti i generi quasi non fanno più notizia. Ci stiamo abituando anche alla guerra. E il carburante ha superato stabilmente i due euro. Ma siamo a agosto, il mese delle ferie, il dodicesimo dove tutti troviamo più tempo da dedicare alla pesca e liberare la mente dai problemi quotidiani. Che sia in barca, dalla riva, sott’acqua, in mare come in fiume o in lago, riusciremo anche noi a ricaricare le pile, a ossigenare mente e polmoni e magari provare le tecniche di pesca emergenti. I meno fortunati o i più (mi si consenta il dubbio), possono divertirsi anche a casa nel fresco di un soggiorno vista mare, e dedicarsi alla lettura. Mondo Pesca è un po’ dappertutto, in edicola (in Sardegna), sul bancone di tutti i negozi di pesca d'Italia, ma anche a casa vostra, online sullo smartphone o il pc. Insomma tutti potete sfogliare le pagine cartacee o digitali e scoprire quali sono gli ami migliori per la pesca del serra o lo spinning light, o meno. E se la barca vi appassiona di più, perché non emozionarsi con la traina e gli artificiali a fondo, oppure con il report del Big Fish di Ventotene o del Campionato italiano di traina d’altura? Vi piacciono i gommoni? A agosto si naviga col Master 699 fishing. E per chi pesca in apnea… una riflessione non fa mai male. “Dulciacquicoli”… tranquilli! Ce n’è anche per voi, ad esempio cavedani da record del centro Italia o temoli fuori misura piemontesi, ma anche le famose carpe sarde. E come chiudere in bellezza se non con una ricciola al profumo di limone, pomodorini e scorzone?

Buone vacanze e buona lettura.

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La rassegna stampa di lunedì 27 luglio 2026


La pausa negli attacchi tra Stati Uniti e Iran fa arretrare il petrolio mentre il Pentagono cambia il conteggio delle vittime; a Seattle una sparatoria di massa, l'ICE punta agli haitiani e i Democratici si dividono su primarie e "America First"

Questa è la rassegna stampa di lunedì 27 luglio 2026

Pausa negli attacchi tra Stati Uniti e Iran, il prezzo del petrolio arretra


Per la seconda notte consecutiva né Washington né Teheran hanno lanciato attacchi, mentre l'Oman lavora a un accordo sul transito nello Stretto di Hormuz per evitare il ritorno a una guerra aperta. La tregua di fatto ha spinto al ribasso le quotazioni del greggio, con il Brent che cede oltre il 4% dopo due settimane di escalation che lo avevano portato sopra i 100 dollari al barile. Gli investitori restano cauti in attesa di una soluzione stabile del conflitto.

Fonti: Financial Times, The New York Times, Semafor

Il Pentagono cambia il modo di riportare le vittime della guerra con l'Iran


Il dipartimento della Difesa ha modificato il proprio sistema di rendicontazione, separando i dati sulle perdite in due pagine web distinte e introducendo una nuova categoria per le operazioni all'estero, una scelta che secondo i critici rende più difficile ricostruire il bilancio complessivo del conflitto. Il database aggiornato indica almeno 14 militari uccisi e oltre 400 feriti nella prima fase della guerra. Un sondaggio CBS News/YouGov mostra intanto che quasi otto americani su dieci ritengono che l'Amministrazione abbia trovato la guerra più difficile del previsto.

Fonti: The New York Times, The Guardian, The Hill

Sparatoria di massa a un festival gastronomico a Seattle


Almeno due persone sono state uccise e altre cinque ferite in una sparatoria avvenuta domenica al Seattle Center, nei pressi dello Space Needle, durante un festival dedicato al cibo. Tra i feriti figura anche un bambino di due anni. Le autorità hanno riferito che al momento non ci sono informazioni su un sospetto o sul movente.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News

L'ICE prepara una vasta operazione contro gli immigrati haitiani


L'agenzia per l'immigrazione e le dogane (ICE) intende intensificare già da questa settimana le operazioni per rintracciare e arrestare gli immigrati haitiani destinati a perdere lo status di protezione temporanea, dopo una sentenza della Corte suprema. Secondo fonti federali citate dai media, l'iniziativa punta a colpire i cittadini haitiani il cui permesso è prossimo alla scadenza.

Fonti: Bloomberg, Fox News

Alcuni Democratici rivendicano la loro versione di "America First"


Un numero crescente di esponenti democratici sta facendo propria una versione dello slogan "America First" in risposta alla guerra condotta dall'Amministrazione contro l'Iran, sostenendo che le risorse pubbliche andrebbero destinate a scuola, sanità e case popolari anziché a conflitti all'estero. La guerra sta scompaginando la politica di una formula un tempo identitaria della destra, dividendo i repubblicani e offrendo un varco a diversi possibili candidati democratici in vista del 2028.

Fonti: Axios

Il calendario delle primarie 2028 divide i Democratici


Un'importante commissione del Comitato nazionale democratico ha votato per aprire le primarie presidenziali del 2028 nella Carolina del Sud, scelta che ha irritato l'ala progressista del partito, dove Bernie Sanders aveva subìto pesanti sconfitte nel 2016 e nel 2020. La decisione, che deve ancora essere ratificata dall'intero comitato, si inserisce in una più ampia contesa tra la sinistra insorgente e l'establishment moderato in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: Axios

Netanyahu accusa il sindaco di New York Mamdani di "fomentare l'odio"


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato il sindaco di New York Zohran Mamdani di "fomentare l'odio" per averlo definito un criminale di guerra da arrestare in relazione al conflitto a Gaza. Mamdani, pur riconoscendo che la città non ha l'autorità legale per eseguire un mandato della Corte penale internazionale, ha invitato il governo federale a procedere. Netanyahu ha ribadito l'intenzione di recarsi a New York a settembre per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Fonti: The New York Times, The Guardian

Paramount congela l'accordo da 111 miliardi di dollari con Warner Bros


Paramount ha sospeso la maxi-operazione da 111 miliardi di dollari per l'acquisizione di Warner Bros, dopo un'intensa settimana di trattative. La pausa apre la strada a una battaglia legale sull'antitrust con diversi Stati, che potrebbe decidere il destino dei due storici gruppi dei media.

Fonti: The New York Times

Le aziende dell'intelligenza artificiale aumentano la spesa per il lobbying a Washington


Le società dell'intelligenza artificiale hanno destinato somme record al lobbying a Washington, con una spesa in crescita da parte di OpenAI, Anthropic, Google e Microsoft. L'aumento riflette la battaglia sempre più intensa sulle regole federali che dovranno governare il settore.

Fonti: Financial Times

Epidemia di ciclospora, la richiesta di Taylor Farms alla Casa Bianca


L'ex commissario della Food and Drug Administration Scott Gottlieb ha dichiarato che l'epidemia di ciclospora non è ancora sotto controllo, pur riconoscendo il buon lavoro dell'agenzia nel circoscrivere i contagi ad alcune aziende agricole del Messico centrale. Gottlieb ha inoltre definito "non conforme alla prassi" il fatto che l'azienda Taylor Farms abbia contattato la Casa Bianca per chiedere di ritardare l'annuncio di un richiamo mentre gli investigatori federali si preparavano a collegarla pubblicamente all'epidemia.

Fonti: The Hill, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Stripe vuole acquistare OpenRouter, la Cina multa Trip .com, USA contro Cop City


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
Stripe continua a crescere: mentre è in trattative per l'acquisizione di PayPal, ha puntato ad un altro player importante (ma nel mondo AI), cioè OpenRouter. Poi parleremo della maxi multa cinese contro Trip .com; parleremo di un caso legale che ruota attorno al sistema operativo GrapheneOS; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 371 - Lunedì 27 luglio
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Le news di oggi, selezionate a mano.

Stripe in trattative per acquistare OpenRouter


Business
Stripe è in trattative per acquistare il più grande "marketplace" di modelli AI: OpenRouter permette l'accesso a tantissimi modelli diversi ma anche di confrontarli e passare dall'uno all'altro. La vendita potrebbe valere circa 10 miliardi di dollari (a maggio la startup era valutata 1,3 miliardi). Le trattative possono ancora fallire e altre grandi società tech stanno valutando un'acquisizione. Stripe è principalmente un processore di pagamenti e si sta espandendo in infrastrutture per l'AI e pagamenti in stablecoin. Quest'anno la sua valutazione ha toccato 159 miliardi di dollari. OpenRouter usa già Stripe per incassare i pagamenti dei propri clienti. Nel frattempo Stripe sta cercando di comprare anche PayPal ma quest'ultima ha giudicato l'offerta troppo bassa .
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Multa antitrust da 765 milioni di dollari a Trip.com in Cina


Legge
L’autorità cinese per la regolamentazione del mercato ha inflitto a Trip.com una sanzione da 765 milioni di dollari per abuso di posizione dominante. Trip.com è il più grande fornitore cinese di servizi di viaggio online e controlla anche Ctrip, Qunar e Skyscanner. La sanzione comprende la confisca di circa 245 milioni di dollari di guadagni illeciti e una multa di circa 520 milioni di dollari, pari al 7,5% delle vendite realizzate in Cina nel 2025. L'accusa è che dal 2020 la società ha imposto ad alcuni hotel accordi di esclusiva in cambio di maggiore visibilità e ha obbligato altri a offrire sulla piattaforma i prezzi più bassi disponibili online. Ha anche abbassato automaticamente i prezzi quando rilevava tariffe inferiori altrove e ha penalizzato gli hotel non conformi: ha ridotto il loro traffico e trattenuto depositi sugli ordini. Il regolatore ha ordinato di cessare le penalizzazioni e restituire 18 milioni di dollari di depositi trattenuti. È l'azione antitrust cinese più significativa contro una grande piattaforma internet dalla stretta del 2021, quando Alibaba fu multata per 18,2 miliardi di yuan e Meituan per 3,44 miliardi.
~
Fonte: South China Morning Post
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Il governo USA contro un attivista di Cop City per GrapheneOS


Privacy
Il dipartimento di Giustizia USA vuole processare un attivista di Atlanta legato al movimento Stop Cop City che si oppone al centro di addestramento della polizia. L'accusa si basa su una legge federale poco nota che punisce la distruzione di beni per impedirne il sequestro. Il telefono dell'uomo usava GrapheneOS su un Google Pixel, che permette di cancellare tutti i dati inserendo un codice diverso per sbloccare il telefono. È la prima volta che la legge viene applicata a questo sistema operativo. Il 24 gennaio 2025 agenti federali hanno fermato l'uomo all'aeroporto di Atlanta al rientro da una vacanza. Era stato inserito in una lista di sorveglianza antiterrorismo per i presunti legami con il movimento. Durante l'interrogatorio ha chiesto quattro volte un avvocato senza ottenerlo, secondo le testimonianze in aula. Gli agenti non avevano un mandato e non gli hanno letto i diritti. Quando ha fornito il codice, lo schermo del telefono si è svuotato e il dispositivo si è riavviato. I difensori chiedono di escludere tutte le prove per violazione dei diritti costituzionali.
~
Fonte: the Guardian
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Adesso su Google puoi accedere anche con un video video selfie invece che la password


Big tech
Selfie Video
è un nuovo metodo di accesso agli account Google. Serve quando l'utente dimentica la password o non ha a disposizione i dispositivi abituali usati per l'autenticazione. Per attivarlo l'utente registra un video seguendo una serie di movimenti guidati della testa, da un lato all'altro dello schermo. Al successivo tentativo di accesso può registrare un nuovo video selfie. Google lo confronta con quello registrato in fase di configurazione e verifica che si tratti di un video ripreso dal vivo. Il video di configurazione è archiviato cifrato e può essere cancellato in qualsiasi momento. Secondo Google la cifratura e le pratiche di sicurezza standard proteggono da tentativi di accesso sospetti e da impersonificazioni con deepfake.
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Fonte: Fast Company
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Secondo uno studio di Google, l'AI affianca i lavoratori, non li sostituisce


Intelligenza Artificiale
Uno studio di ricercatori di Google dice che finora l'AI viene usata soprattutto come supporto ai lavoratori e non per automatizzare i loro compiti. La ricerca si basa su milioni di interazioni anonime con gli strumenti AI di Google in tutto il mondo. Negli Stati Uniti l'uso è diffuso in molte professioni ma resta "superficiale" perché copre solo una piccola parte dei compiti di ciascun lavoro. Le persone usano l'AI come strumento collaborativo, soprattutto per compiti cognitivi non ripetitivi che richiedono giudizio. Elettricisti e meccanici la usano molto come collaboratore pratico e caricano immagini e video per risolvere problemi più spesso degli impiegati. In casa serve per pratiche burocratiche, bilanci familiari e riparazioni domestiche. I ricercatori avvertono che con lo sviluppo della tecnologia l'uso potrebbe spostarsi verso l'automazione.
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Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Tool del giorno

Heard


Heard introduce la voce nel vibe coding. Tre modalità di ascolto (dal co-pilot al solo-alert), voci distinte per riconoscere ogni agente in una swarm e persino il pairing con lo smartphone per approvare e dare istruzioni a voce mentre sei lontano dal Mac. Il motore è open source (Apache 2.0) e self-hostabile con voci locali, poi ci sono piani a pagamento per chi vuole zero configurazione.

Link: heard.dev

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Secondo uno studio di Google, l'AI affianca i lavoratori, non li sostituisce


Analizzati milioni di interazioni anonime con Gemini.
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In breve:


Uno studio di ricercatori di Google dice che finora l'AI viene usata soprattutto come supporto ai lavoratori e non per automatizzare i loro compiti. La ricerca si basa su milioni di interazioni anonime con gli strumenti AI di Google in tutto il mondo. Negli Stati Uniti l'uso è diffuso in molte professioni ma resta "superficiale" perché copre solo una piccola parte dei compiti di ciascun lavoro. Le persone usano l'AI come strumento collaborativo, soprattutto per compiti cognitivi non ripetitivi che richiedono giudizio. Elettricisti e meccanici la usano molto come collaboratore pratico e caricano immagini e video per risolvere problemi più spesso degli impiegati. In casa serve per pratiche burocratiche, bilanci familiari e riparazioni domestiche. I ricercatori avvertono che con lo sviluppo della tecnologia l'uso potrebbe spostarsi verso l'automazione.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google Study Says AI Is Helping Workers, Not Replacing Them - WSJ
New research from the Gemini creator comes amid rising concern over the impact of AI on the labor market, New research from the Gemini creator comes amid rising concern over the impact of AI on the labor market
The Wall Street JournalJustin Lahart


Alternativa in italiano:

Google: l’AI aiuta il lavoro e non sostituisce i posti - AI4Business
Studio Google lavoro: l’AI oggi affianca più che sostituire. Ma restano rischi per giovani, salari, assunzioni e divari
AI4Business

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Stripe in trattative per acquistare OpenRouter


Il più grande marketplace di modelli AI.
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In breve:


Stripe è in trattative per acquistare il più grande "marketplace" di modelli AI: OpenRouter permette l'accesso a tantissimi modelli diversi ma anche di confrontarli e passare dall'uno all'altro. La vendita potrebbe valere circa 10 miliardi di dollari (a maggio la startup era valutata 1,3 miliardi). Le trattative possono ancora fallire e altre grandi società tech stanno valutando un'acquisizione. Stripe è principalmente un processore di pagamenti e si sta espandendo in infrastrutture per l'AI e pagamenti in stablecoin. Quest'anno la sua valutazione ha toccato 159 miliardi di dollari. OpenRouter usa già Stripe per incassare i pagamenti dei propri clienti. Nel frattempo Stripe sta cercando di comprare anche PayPal ma quest'ultima ha giudicato l'offerta troppo bassa .

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | Stripe in Talks to Buy Buzzy AI-Model Marketplace OpenRouter - WSJ
The startup based in New York was most recently valued at $1.3 billion, but could fetch around $10 billion in a sale, The startup based in New York was most recently valued at $1.3 billion, but could fetch around $10 billion in a sale
The Wall Street JournalBerber Jin, Lauren Thomas and Kate Clark


Alternativa in italiano:

Stripe punta OpenRouter: l'acquisizione potrebbe valere 10 miliardi
Stripe tratta l’acquisto di OpenRouter, piattaforma AI valutata fino a 10 miliardi di dollari.
Tom's Hardware

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L'autenticazione avviene con movimenti guidati della testa.
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In breve:


Selfie Video è un nuovo metodo di accesso agli account Google. Serve quando l'utente dimentica la password o non ha a disposizione i dispositivi abituali usati per l'autenticazione. Per attivarlo l'utente registra un video seguendo una serie di movimenti guidati della testa, da un lato all'altro dello schermo. Al successivo tentativo di accesso può registrare un nuovo video selfie. Google lo confronta con quello registrato in fase di configurazione e verifica che si tratti di un video ripreso dal vivo. Il video di configurazione è archiviato cifrato e può essere cancellato in qualsiasi momento. Secondo Google la cifratura e le pratiche di sicurezza standard proteggono da tentativi di accesso sospetti e da impersonificazioni con deepfake.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google will now let you log in with a selfie - Fast Company
Good news for the chronically forgetful; bad news for people attempting fraud.
Fast CompanyMaría José Gutiérrez Chávez


Alternativa in italiano:

Account Google, arriva il login con un video selfie: come funziona
Un video selfie potrà aiutare a recuperare l'accesso all'account Google quando non si riesce più ad accedere con i metodi tradizionali.
Punto Informatico

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Multa antitrust da 765 milioni di dollari a Trip.com in Cina


Per abuso di posizione dominante.
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In breve:


L’autorità cinese per la regolamentazione del mercato ha inflitto a Trip.com una sanzione da 765 milioni di dollari per abuso di posizione dominante. Trip.com è il più grande fornitore cinese di servizi di viaggio online e controlla anche Ctrip, Qunar e Skyscanner. La sanzione comprende la confisca di circa 245 milioni di dollari di guadagni illeciti e una multa di circa 520 milioni di dollari, pari al 7,5% delle vendite realizzate in Cina nel 2025. L'accusa è che dal 2020 la società ha imposto ad alcuni hotel accordi di esclusiva in cambio di maggiore visibilità e ha obbligato altri a offrire sulla piattaforma i prezzi più bassi disponibili online. Ha anche abbassato automaticamente i prezzi quando rilevava tariffe inferiori altrove e ha penalizzato gli hotel non conformi: ha ridotto il loro traffico e trattenuto depositi sugli ordini. Il regolatore ha ordinato di cessare le penalizzazioni e restituire 18 milioni di dollari di depositi trattenuti. È l'azione antitrust cinese più significativa contro una grande piattaforma internet dalla stretta del 2021, quando Alibaba fu multata per 18,2 miliardi di yuan e Meituan per 3,44 miliardi.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

China hits Trip.com with US$765 million antitrust penalty after 6-month investigation | South China Morning Post
The country’s biggest online travel services provider is accused of abusing its ‘dominant market position’.
South China Morning Post


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il governo USA contro un attivista di Cop City per GrapheneOS


Contenuti dello smartphone eliminati durante l'interrogatorio in aeroporto.
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In breve:


Il dipartimento di Giustizia USA vuole processare un attivista di Atlanta legato al movimento Stop Cop City che si oppone al centro di addestramento della polizia. L'accusa si basa su una legge federale poco nota che punisce la distruzione di beni per impedirne il sequestro. Il telefono dell'uomo usava GrapheneOS su un Google Pixel, che permette di cancellare tutti i dati inserendo un codice diverso per sbloccare il telefono. È la prima volta che la legge viene applicata a questo sistema operativo. Il 24 gennaio 2025 agenti federali hanno fermato l'uomo all'aeroporto di Atlanta al rientro da una vacanza. Era stato inserito in una lista di sorveglianza antiterrorismo per i presunti legami con il movimento. Durante l'interrogatorio ha chiesto quattro volte un avvocato senza ottenerlo, secondo le testimonianze in aula. Gli agenti non avevano un mandato e non gli hanno letto i diritti. Quando ha fornito il codice, lo schermo del telefono si è svuotato e il dispositivo si è riavviato. I difensori chiedono di escludere tutte le prove per violazione dei diritti costituzionali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

US government targets Cop City protester over phone operating system | Atlanta | The Guardian
Concern over US effort to prosecute Sam Tunick, accused by authorities of wiping his phone using GrapheneOS
the Guardian


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Come la Cina sta comprando le migliori PMI italiane.


Il paradosso è che aziende perfettamente redditizie, dotate di competenze rare e di relazioni consolidate con clienti europei, finiscono per essere acquisite non per difficoltà economiche, bensì per mancanza di alternative credibili sul mercato interno.
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Negli ultimi anni, mentre il flusso di nuovi investimenti cinesi verso l'Italia si è ridotto — sceso a soli 165 milioni di euro nel 2025, frenato dalla stretta di Pechino sui capitali in uscita e dai filtri europei come la golden power (il potere speciale che consente ai governi di vietare o condizionare l'acquisizione di società ritenute strategiche per la sicurezza nazionale) — la natura della presenza cinese già radicata nel tessuto produttivo italiano è cambiata. Non più grandi operazioni su gruppi quotati in Borsa, ma un consolidamento silenzioso del controllo su piccole e medie imprese manifatturiere non quotate.

Per le imprese italiane, questa trasformazione solleva interrogativi immediati. Se negli anni passati le acquisizioni cinesi si concentravano su marchi di lusso o su società quotate di grande visibilità — l'ingresso di ChemChina in Pirelli nel 2015, con un'operazione da 7,1 miliardi di euro che ne ha fatto il primo azionista, o la conquista di CIFA da parte di Zoomlion nel 2008, allora la più grande acquisizione cinese mai realizzata in Italia — oggi l'interesse si sposta verso realtà più piccole, meno esposte al controllo pubblico e spesso prive di difese regolatorie adeguate.

Parliamo di subfornitori di componentistica meccanica, aziende specializzate in automazione industriale, produttori di macchinari di precisione: realtà che rappresentano l'ossatura della manifattura italiana, ma che raramente dispongono di advisor finanziari o di piani di successione strutturati. L'assenza di una tutela specifica per le PMI, a differenza della golden power applicabile solo ad asset strategici di grandi dimensioni — il D.P.C.M. n. 179 del 2020 fissa la soglia a un fatturato annuo non inferiore a 300 milioni di euro e almeno 250 dipendenti, salvo eccezioni nel settore energetico — lascia un vuoto normativo che favorisce operazioni rapide e poco trasparenti.

La strategia delle acquisizioni discrete


Gli analisti del settore descrivono un nuovo approccio cinese fondato su un principio opposto alla visibilità. Le operazioni verrebbero condotte, secondo questa lettura, attraverso veicoli finanziari spesso registrati in giurisdizioni terze, con pacchetti di minoranza che consentono di entrare nel capitale senza superare le soglie di controllo che attiverebbero verifiche amministrative. In alcuni casi, l'investitore cinese acquisterebbe una quota iniziale contenuta, per poi incrementarla progressivamente negli anni successivi — una modalità che, se confermata, consentirebbe di aggirare i radar del governo italiano e di costruire posizioni di rilievo in settori dove l'Italia detiene competenze uniche a livello globale.

Dal punto di vista di Pechino, l'obiettivo è duplice. Da un lato, accedere a tecnologie e know-how che completano le filiere produttive cinesi, soprattutto in ambito di transizione energetica, robotica avanzata e componentistica per l'automotive elettrico. Dall'altro, garantirsi fornitori strategici in Europa, riducendo la dipendenza da catene di approvvigionamento esterne e costruendo basi operative dentro il mercato unico. In sostanza, si tratta di una penetrazione industriale, non solo finanziaria: non interessa il controllo formale dell'azienda, ma l'accesso privilegiato alle sue competenze e ai suoi mercati di sbocco.

Guerra commerciale Cina-USA: perché l’Italia rischia
Mentre gli USA alzano i dazi e la Cina li aggira producendo in Messico o Vietnam, l’Italia si ritrova esposta alle conseguenze della sovrapproduzione cinese.
L'Analista QuotidianoMariza Cibelle Dardi

Le fragilità del sistema italiano di fronte al nuovo fronte


L'Italia si trova esposta per ragioni strutturali. Il tessuto produttivo nazionale è composto per oltre il 90% da imprese con meno di cinquanta dipendenti, molte delle quali gestite da imprenditori prossimi al pensionamento e prive di piani di successione generazionale. In assenza di acquirenti domestici o di fondi italiani sufficientemente capitalizzati, l'offerta cinese — spesso generosa sul piano economico e rapida nelle tempistiche — risulta l'unica via percorribile per chi desidera cedere l'attività senza chiuderla. Il paradosso è che aziende perfettamente redditizie, dotate di competenze rare e di relazioni consolidate con clienti europei, finiscono per essere acquisite non per difficoltà economiche, bensì per mancanza di alternative credibili sul mercato interno.

A questo si aggiunge un deficit di monitoraggio. Mentre gli Stati Uniti hanno rafforzato il Committee on Foreign Investment e la Francia ha esteso il perimetro del controllo preventivo anche alle PMI in settori sensibili — con le richieste di autorizzazione salite da 272 nel 2023 a 384 nel 2025 — l'Italia continua ad applicare la golden power principalmente a operazioni che superano certe soglie di fatturato o che riguardano comparti espressamente indicati dalla normativa. Le transazioni su piccole realtà manifatturiere, anche se operanti in settori ad alta intensità tecnologica, sfuggono al controllo preventivo e vengono registrate solo a posteriori, quando ormai il trasferimento di proprietà è avvenuto.

Le risposte in campo e le traiettorie possibili


Non mancano segnali di reazione. Confindustria Giovani Imprenditori ha lanciato a marzo 2026 il progetto nazionale GenerAZIONI, un roadshow dedicato al passaggio generazionale nelle imprese familiari che affronta le dimensioni legale, fiscale ed economica della successione d'impresa. Parallelamente, si moltiplicano le iniziative di fondi di private equity italiani ed europei orientati alla manifattura, che cercano di intercettare le opportunità prima che vengano rilevate da investitori extraeuropei.

Sul piano normativo, un'estensione della golden power alle PMI resta per ora solo un'ipotesi discussa in sede tecnica — un dossier del Senato l'ha inclusa tra le opzioni di riforma possibili — mentre il dibattito parlamentare concretamente in corso nel 2026 si è mosso nella direzione opposta: la conversione del decreto-legge 175/2025 ha ridimensionato l'ambito di applicazione della golden power nel settore finanziario, per rispondere ai rilievi di una procedura d'infrazione della Commissione europea. La Legge annuale sulle PMI, in vigore dal 7 aprile 2026, affronta il tema del ricambio generazionale con misure di sostegno come il part-time incentivato, ma non introduce alcuna tutela specifica contro le acquisizioni estere.

A livello europeo, il nuovo regolamento sullo screening degli investimenti esteri diretti è già stato approvato — dal Parlamento europeo il 19 maggio 2026 e dal Consiglio l'8 giugno 2026 — e rafforzerà la capacità degli Stati membri di condividere informazioni e di bloccare operazioni considerate rischiose per la sicurezza economica dell'Unione. Le regole sostanziali, tuttavia, si applicheranno solo a partire dal 2028, diciotto mesi dopo l'entrata in vigore: un orizzonte che lascia scoperto l'intero periodo attuale. L'efficacia dello strumento dipenderà inoltre dalla volontà politica dei singoli governi di applicarlo con rigore, superando la tradizionale frammentazione delle competenze nazionali in materia di politica industriale. Per l'Italia, ciò significa dover scegliere tra la difesa del proprio patrimonio manifatturiero e l'attrazione di capitali esteri in un momento di scarsità di risorse pubbliche per il sostegno alle imprese.

Le domande de L'Analista


L'Italia ha un'alternativa per salvare le sue PMI, o il ricambio generazionale le spingerà tutte in mani estere? Golden Power sulle PMI: scudo necessario per l'industria o freno agli investimenti esteri?

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Vance e i vertici militari frenano Trump sull’escalation in Iran


Il vicepresidente e il generale Dan Caine hanno messo in guardia il presidente sull’esaurimento delle munizioni e sul rischio di vittime civili. Dopo la sospensione dei raid, Teheran ferma gli attacchi. Ma nello Stretto di Hormuz una petroliera colpisce una mina.

Gli Stati Uniti hanno interrotto venerdì notte la campagna di bombardamenti contro l’Iran dopo tredici notti consecutive di attacchi. Le operazioni sono “sospese”, ha dichiarato sabato alla CNN una fonte del Dipartimento della Difesa. Poche ore prima, durante una riunione alla Casa Bianca in cui Donald Trump valutava un allargamento della guerra, il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, avevano espresso forti perplessità sull’ipotesi.

Caine ha sollevato soprattutto il problema delle scorte di munizioni. Il generale ha spiegato a Trump e agli altri vertici dell’Amministrazione che le operazioni esaminate erano realizzabili e avrebbero probabilmente raggiunto gli obiettivi militari, ma li ha messi in guardia dalle conseguenze. Quasi tutti i consiglieri presenti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di condurre un attacco devastante, invitando però il presidente a considerare gli effetti indiretti e a lungo termine di una nuova escalation.

Durante la riunione è stato affrontato anche il rischio di vittime civili su vasta scala. Nell’ultima settimana Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane come strade, ponti e centrali elettriche: attacchi che, a seconda degli obiettivi e delle modalità, potrebbero violare il diritto internazionale umanitario.

Un’offensiva di questo tipo provocherebbe vittime e potrebbe privare ampie fasce della popolazione di elettricità, acqua e cibo, è stato spiegato al presidente. I consiglieri hanno inoltre indicato il pericolo di una crisi umanitaria dei rifugiati, di ritorsioni iraniane contro gli impianti energetici e di desalinizzazione del Golfo e di un ulteriore allargamento regionale del conflitto.

Non è chiaro se a determinare la sospensione dei raid siano stati i timori per le scorte, l’allarme sulle conseguenze umanitarie o una combinazione dei due fattori. Non si sa neppure quanto durerà la pausa. “Il presidente Trump ha sempre affermato con coerenza di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni nel caso in cui l’Iran prosegua le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro i nostri alleati”, ha dichiarato Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.

Dopo le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e tredici giorni consecutivi di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, Teheran farebbe bene a lavorare a un accordo negoziato.

Guerra Usa-Iran · La pausa dei raid

Dopo tredici notti di raid sull’Iran, Washington si ferma

Nella riunione di venerdì alla Casa Bianca, il vicepresidente Vance e il generale Caine hanno frenato l’ipotesi di allargare la guerra: pesano le scorte di munizioni e il costo umanitario di un attacco alle infrastrutture.

Grafica di FocusAmerica

Il Pentagono: operazioni «in sospeso»

13
notti consecutive di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, fino allo stop di venerdì notte


1ª notte 14ª: raid sospesi

Perché la pausa

I due freni emersi nella riunione alla Casa Bianca

Le scorte di munizioni

Il generale Caine ha avvertito Trump: gli obiettivi militari sono raggiungibili, ma le scorte americane restano fortemente ridotte — molte munizioni cedute all’Ucraina, altre consumate contro gli Houthi.

Il senatore Van Hollen: si stanno esaurendo anche gli intercettori che proteggono le truppe nella regione.

Il costo umanitario

Colpire strade, ponti e centrali elettriche — come minacciato da Trump nell’ultima settimana — potrebbe violare il diritto internazionale umanitario, hanno spiegato i consiglieri al presidente.

Quasi tutti hanno riconosciuto che l’attacco sarebbe stato devastante, invitando a valutarne gli effetti indiretti.

L’avvertimento dei consiglieri

I quattro rischi indicati a Trump


1Vittime civili su vasta scala

Un’offensiva sulle infrastrutture provocherebbe vittime e priverebbe ampie fasce della popolazione iraniana di elettricità, acqua e cibo.

2Una crisi dei rifugiati

Il collasso dei servizi essenziali rischierebbe di innescare flussi di profughi su scala regionale, con una crisi umanitaria difficile da contenere.

3Ritorsioni sugli impianti del Golfo

Teheran potrebbe colpire gli impianti energetici e di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, vitali per l’acqua e l’elettricità della regione.

4Un conflitto ancora più ampio

Una nuova escalation aumenterebbe il rischio di trascinare nella guerra altri attori regionali, oltre ai Paesi vicini che già ospitano basi americane.

La tregua informale

Due pause speculari, nessun accordo

Washington
«Spazio ai negoziati»

Per l’ambasciatore all’Onu Waltz la pausa serve alla diplomazia. La Casa Bianca però tiene «aperte tutte le opzioni» se l’Iran colpirà nello Stretto di Hormuz o gli alleati.

Teheran
«Attacco per attacco»

L’Iran sospende gli attacchi finché lo faranno gli Usa, dice un alto funzionario a Reuters. Ma definisce la pausa «tattica più che reale» e promette una risposta su vasta scala a nuovi attacchi.

Lo Stretto di Hormuz

Il fronte aperto sulle rotte marittime

La petroliera sulla mina

Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia Tasnim: la nave si sarebbe allontanata dalla rotta indicata dall’Iran.

Il contenzioso sull’articolo 5

Per Teheran il Memorandum firmato dopo la guerra le affida rotte di navigazione e sminamento dello Stretto: il ministro degli Esteri Araghchi accusa Washington di averlo violato.

La mediazione dell’Oman

Muscat propone un consorzio regionale per la sicurezza marittima con contributi volontari; l’Iran pretende pagamenti obbligatori. «Qualche progresso» nei colloqui, ma nessuna intesa.

Fonte: CNN, Reuters, Fox News, ABC, Tasnim, The Jerusalem Post — luglio 2026

La tregua informale e il problema delle munizioni


L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha fornito domenica la versione ufficiale della sospensione: Trump vuole concedere spazio ai negoziati, ha spiegato a Fox News. Le scorte di armamenti americane rimangono tuttavia fortemente ridotte e subirebbero nuove pressioni se gli attacchi riprendessero, come già riferito dalla CNN.

Waltz ha attribuito parte del problema agli aiuti forniti all’Ucraina. “Abbiamo ereditato una situazione difficile, con molte delle nostre munizioni cedute all’Ucraina”, ha detto, ricordando che altri armamenti sono stati impiegati contro gli Houthi e assicurando che il riarmo prosegue attraverso sistemi meno costosi e più rapidi da produrre.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha replicato alla CNN che le Forze Armate statunitensi dispongono di tutto ciò che serve per operare nel momento e nel luogo scelti dal presidente.

Teheran ha risposto con una posizione speculare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato domenica a Reuters che il Paese sospenderà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno altrettanto, secondo il principio dell’“attacco per attacco”, e che il messaggio è già stato trasmesso a Washington.

Lo stesso funzionario ha però definito la pausa “tattica più che reale” e ha avvertito che l’Iran è pronto a una risposta su vasta scala in caso di nuovi raid. Per due settimane Teheran aveva colpito i Paesi vicini che ospitano basi americane, mentre nel fine settimana non sono stati registrati nuovi attacchi.

Anche i democratici insistono sul problema delle munizioni. “Non saremmo mai dovuti entrare in questa guerra insensata e dovremmo porvi fine adesso”, ha dichiarato il senatore Chris Van Hollen ad ABC, durante il programma This Week. Secondo il senatore, gli Stati Uniti stanno consumando gli intercettori necessari a neutralizzare gli attacchi iraniani e a proteggere le proprie truppe nella regione.

La petroliera colpita e il negoziato sullo Stretto


Nello Stretto di Hormuz, intanto, la tensione rimane alta. Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione. La nave avrebbe colpito l’ordigno dopo essersi allontanata dalla rotta indicata dall’Iran, ma le autorità di Teheran non hanno diffuso comunicazioni ufficiali sull’incidente.

Proprio sul controllo delle rotte marittime si è aperto un nuovo contenzioso. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di avere violato l’articolo 5 del Memorandum sottoscritto dopo la guerra, che secondo Teheran attribuisce all’Iran il compito di stabilire i percorsi di navigazione e condurre le operazioni di sminamento.

Iran e Oman, che svolge il ruolo di mediatore, avrebbero comunque compiuto “qualche progresso” sui negoziati per la sicurezza della navigazione, hanno riferito al Jerusalem Post due fonti informate. Non è però chiaro se Teheran accetterà la proposta sul tavolo.

Muscat ha suggerito la creazione di un consorzio regionale incaricato della sicurezza marittima, delle operazioni di ricerca e soccorso e di altre forme di cooperazione, con partecipazione e contributi economici volontari. L’Iran si è finora opposto, chiedendo pagamenti obbligatori e sostenendo che, in loro assenza, alle navi non potrebbe essere garantito il passaggio attraverso lo Stretto.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che venerdì e sabato si sono svolti a Teheran colloqui con il viceministro degli Esteri dell’Oman. Li ha definiti costruttivi e ha assicurato che, nonostante l’incidente e le tensioni sul controllo delle rotte, il traffico marittimo nello Stretto non ha subito variazioni.

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La popolarità di Trump torna di nuovo giù verso i minimi del mandato (26 luglio)


Infornata di sondaggi negativi per la popolarità di Trump che torna a precipitare dalle montagne russe dopo un periodo positivo, con l’approvazione 10 punti più bassa rispetto al primo mandato.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si registra un nuovo crollo della popolarità di Trump, con tutte le medie analizzate che vanno in una direzione concorde e segnalano una diminuzione netta di 1/2 punti percentuali.

Dopo un periodo più tranquillo che lasciava intravedere qualche segnale positivo, i numeri tornano a precipitare all’improvviso e toccano i livelli minimi di qualche mese fa, con il net rating che si riavvicina al -20.

Questa settimana è stato pubblicato uno dei sondaggi peggiori di sempre per Trump, da parte di American Research Group, con un tasso di approvazione che tocca il 30%.

La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, ma rimane migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 5 punti in più.

Il tasso di approvazione scende nuovamente al di sotto del 40% nelle medie analizzate, con la disapprovazione che torna invece a salire verso il 60%.

Questi numeri sono fino a otto-dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran e, sul lungo periodo, non si intravedono spiragli positivi: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento, che potrebbe ripercuotersi negativamente sul quadro generale.

Ad ogni modo, il dato è superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa dieci punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con Focus America e il sito di Silver che restano complessivamente circa 2-3 punti più bassi rispetto a RCP.

Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 551 giorni di presidenza (-19,4 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -23,7 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era il doppio più popolare, a -9,6.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 26 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 26 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39% (-0,6) - 57,9% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -18,9 (-1,3).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (-) - 57,2% (+1,6). In totale un net rating di -16,1 (-1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,8% (-1) - 58,2% (+0,9), con un net rating complessivo di -19,4 (-1,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Pulviscolo #7-8


Quando è nata la mia passione per le riviste. Il nuovo libro che sto scrivendo. L'IA sta dando voce ai pensieri dell'umanità.


Questa è Pulviscolo, la mia rubrica mensile di link scelti e commentati: particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare che meritano di non disperdersi nel flusso.

Un ricordo estivo a cui torno spesso è la prima rivista di videogiochi che ho sfogliato.

Si chiamava Game Power e se Prismo fosse ancora on line potrei linkarti il pezzo che Costanzo Raiser aveva scritto per raccontare gli albori dell'editoria videoludica italiana.

Purtroppo Prismo non esiste più; quindi ti devi fidare di me quando ti dico che Game Power fu una testata capace di cambiare il gioco, presentandosi come alternativa gonzo alla più compassata The Game Machine.

Le riconosco un'influenza enorme sullo scrittore che sono diventato. Per questo devo ringraziare mio nonno, che me la comprò durante una vacanza al mare dalle parti di Jesolo.

Era giugno. E quei fogli di carta coloratissimi, zeppi di battute e riferimenti culturali alti e bassi tutti da decifrare, mi piacquero così tanto che il mese dopo chiesi e ottenni di avere un altro numero.

E quando l'ho avuto tra le mani ho scoperto la consuetudine editoriale di numerare 7-8 l'uscita di luglio di un mensile cartaceo. Perché - è abbastanza ovvio - ad agosto la gente va in ferie ma la numerazione non può saltare, sia mai che la gente perda il conto e vada in confusione.

Ho ripescato questo aneddoto per dirti una cosa a cui probabilmente sei già arrivato: il blog va in ferie.

Per tutto il mese di agosto non uscirà nessun post. La pausa servirà a ricaricare le mie batterie e a farti venire voglia di tornare a leggermi quando riprenderò a pubblicare.

Se nel frattempo hai voglia di scrivermi, fallo. Leggo le mail e i commenti. Se posso, rispondo.

📥 Leggimi nella tua mail.


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Esce ogni settimana, la domenica sera.

Una donna con un vestito elegante e tacchi a spillo cammina per strada, osservata dalla commessa di un negozio con un grembiule bianco.Questo scatto di Ed Templeton mi fa impazzire. A te?

Ehi, sto scrivendo un libro nuovo!


E volevo dirlo a te prima che agli altri. L'ho iniziato qualche settimana fa, ma conto di fare il grosso del lavoro in autunno. Ah, ha già qualcuno che lo pubblica: uscirà per D Editore e sono davvero contento di collaborare con Emmanuele, perché è stato subito entusiasta dell'idea. Quale idea dici? Ah, giusto, non ti ho ancora detto che il libro parla di come la logica industriale digitale sta cambiando il modo in cui gli stati si fanno la guerra. La data di uscita ancora non c'è - devo prima finirlo - ma non preoccuparti, ti terrò aggiornato.
Droni di tipo quadricottero in in magazzino.

Imola, la città dei matti.


Questa primavera ho lavorato per HIBOU, una cooperativa di Imola che si occupa di soluzioni tecnologiche per la conservazione del patrimonio culturale. Il mio compito? Rendere accessibili tre testimonianze raccolte nel corso del lavoro per lo spazio museale LIMI, Laboratorio imolese sulla memoria delle istituzioni manicomiali. Un lavoro importante, perché per quasi un secolo i manicomi sono stati per Imola quelle che la FIAT è stata per Torino: l'attività economica attorno alla quale girava tutta l'economia della città. È nata una miniserie pensata per YouTube, di cui ti lascio qui la playlist. Mi farebbe piacere se tu la guardassi, perché quella dei manicomi (e della loro chiusura) è una memoria che ci riguarda tutte e tutti ed è importante tenerla viva. Se decidi di farlo ti chiedo una cortesia: guarda la playlist per intero (dura circa 30'). Oppure guarda un video alla volta, ma se lo fai guardalo fino alla fine. Sono cose che piacciono all'algoritmo.
youtube.com/embed/videoseries?…
Queste sono le cose che mi piace fare per lavoro. Se hai bisogno di qualcuno che diriga un progetto di comunicazione, scrivimi.

L'intelligenza artificiale è la voce di nostri pensieri.


Venkatesh Rao è il tipo di professionista a cui cerco di assomigliare. Di base è un consulente, ma allo stesso tempo scrive e fa ricerca. Qualche settimana fa, sulla sua newsletter - si chiama Contraptions - ha pubblicato un pezzo intitolato Strange Knowledgability. Parla della nascita del concetto di enciclopedicità e di come stia cambiando con l'avvento degli LLM. Verso la fine del testo c'è un passaggio che ho trovato verissimo e dice così: Back in the day, the most common compliment I got was something like “you put words to what I was thinking.” Now that function is well served by LLMs.

Strange Knowledgeability
Human knowing in perspectival encyclopedicity
ContraptionsVenkatesh Rao


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Zelensky accusa la Russia di passare all'Iran le immagini satellitari delle basi americane


Il presidente ucraino dice che condividerà con Washington le prove: il 19 e 20 luglio quattro basi aeree tra Bahrein, Giordania e Kuwait sarebbero finite nel mirino dei satelliti russi

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato sabato che condividerà con gli Stati Uniti le prove che la Russia sta aiutando l'Iran a individuare i bersagli delle basi americane in Medio Oriente attraverso la sorveglianza satellitare.

"Dall'inizio di luglio abbiamo registrato un'attiva sorveglianza satellitare russa sugli Stati del Golfo e sulle strutture militari americane che si trovano lì", ha detto Zelensky. "Queste immagini compaiono poi in Iran. Allo stesso tempo c'è una chiara correlazione tra le immagini satellitari russe di questi siti e gli attacchi iraniani, sia prima degli attacchi, in preparazione, sia dopo, per valutare i danni inflitti."

Il 19 e il 20 luglio quattro basi aeree sono finite nell'area di interesse dei satelliti russi, due in Bahrein, una in Giordania e una in Kuwait. "Lo scopo è chiaro. Nessuno di noi al mondo dovrebbe chiudere gli occhi davanti a un fatto molto semplice: il male cerca sempre il modo di peggiorare le cose e di diffondersi", ha detto il presidente ucraino. "La Russia deve essere fermata. Questa guerra deve essere fermata. La pressione sull'aggressore deve funzionare."

L'annuncio è arrivato nel videomessaggio serale pubblicato sul sito della presidenza ucraina, in cui Zelensky ha detto che darà istruzione ai servizi di intelligence di Kyiv di consegnare ai partner internazionali il materiale raccolto sul nuovo sostegno russo al regime iraniano.

Funzionari americani avevano riferito alla CBS News sei giorni dopo l'inizio del conflitto che la Russia stava fornendo all'Iran informazioni di intelligence sulle posizioni americane in Medio Oriente. L'accusa è tornata più volte sui giornali americani negli ultimi mesi, spesso con l'ipotesi di un coinvolgimento anche della Cina.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in un'audizione al Congresso questa settimana, ha risposto in modo poco chiaro alla domanda diretta se Russia e Cina stiano aiutando l'Iran, ma ha detto che lo stanno facendo. "C'è sicuramente un allineamento tra avversari, ci sono tentativi in questo senso e ci sono molti modi in cui lo scoraggiamo. La profondità e l'ampiezza della cosa devono restare classificate, ed è giusto così", ha detto Hegseth. "Ma ci sono modi in cui entrambi quei paesi stanno, a livelli diversi, agevolando alcune delle cose che l'Iran sta facendo, sì."

Il presidente Trump ha smentito il suo segretario alla Difesa pochi giorni dopo, scrivendo su Truth Social di non credere che Mosca e Pechino stiano aiutando Teheran. Ha citato il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin, dicendo che entrambi gli hanno assicurato di non essere coinvolti. "Quindi due grandi paesi di cui si parla spesso a proposito dell'Iran, a mio parere, non stanno partecipando", ha scritto Trump. "Se lo facessero, sarebbe molto negativo per loro, certamente non nel loro interesse."

Diciotto militari americani sono stati uccisi dall'inizio della guerra con l'Iran, quattro dei quali negli ultimi giorni: tre nell'attacco iraniano contro la base aerea Muwaffaq Salti in Giordania e uno durante la demolizione controllata di un drone iraniano in Iraq.

Nelle prime fasi del conflitto sei militari erano morti a marzo in un attacco iraniano contro un'installazione in Kuwait, altri sei nello stesso mese quando un aereo per il rifornimento in volo era precipitato in Iraq e uno in un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita.

Quasi cento militari americani sono rimasti feriti nel corso di questo mese negli attacchi aerei iraniani contro le basi della regione, secondo quanto hanno riferito funzionari americani la settimana scorsa. Gli Stati Uniti hanno circa 45.000 militari in Medio Oriente, oltre a numerose basi e a flotte aeronavali che possono essere spostate nell'area.

Zelensky ha chiesto ai partner missili per la difesa aerea, in primo luogo per i sistemi antiaerei Patriot, dicendo che possono salvare migliaia di vite e che dietro ogni decisione sulle consegne ci sono vite umane. Ha aggiunto che quando l'Ucraina sarà in grado di produrre i missili PAC-3, le munizioni intercettatrici usate dai Patriot, aiuterà con quelle anche chi nel mondo ha bisogno di protezione. Chi sta aiutando la Russia a prolungare la guerra, ha detto, deve rispondere di tutte le conseguenze globali del conflitto.


Trump riunisce i vertici militari sull'Iran, Teheran respinge la tregua proposta dall'Iraq


Il presidente Donald Trump ha riunito venerdì i vertici militari e i membri più importanti del suo governo per decidere se intensificare l'attacco contro l'Iran, a pochi giorni dall'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso alla Casa Bianca martedì. Poche ore dopo, davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, ha lasciato aperte entrambe le strade: "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di rottura, forse no".

Nei 38 minuti di domande e risposte il presidente ha nominato sei volte le trattative con Teheran, dopo giorni in cui aveva fatto capire di essere pronto ad aumentare la pressione militare. "C'è un'uscita militare in cui andiamo avanti così come stiamo e possiamo anche aumentare la dose, distruggendo tutto quello che hanno. Oppure c'è una strategia più intelligente, che è fare un accordo. E loro vogliono fare un accordo", ha detto. Non ha risposto a una domanda su se gli attacchi che ha minacciato contro le infrastrutture civili iraniane possano essere considerati crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Il giorno prima aveva parlato ad Axios di un attacco massiccio, più grande di qualsiasi altro visto finora nella guerra.

L'Iran ha respinto giovedì una proposta di tregua americana portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, secondo funzionari iraniani. Il governo iracheno ha poi smentito la ricostruzione con un messaggio sui social. I dettagli della proposta non sono noti, ma i funzionari iraniani hanno detto che era l'unica offerta sul tavolo e che il loro governo non è interessato a un accordo temporaneo che lasci irrisolta la questione del controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Al-Zaidi ha incontrato a Teheran il presidente Masoud Pezeshkian, il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. "Il problema non è passare i messaggi", ha detto Araghchi alla televisione di stato iraniana, aggiungendo che di mediatori Teheran e Washington ne hanno già abbastanza. "Il problema è la visione dell'America, che è illogica, avida e vuole controllare".

Venerdì mattina il Central Command, il comando militare statunitense responsabile del Medio Oriente, aveva completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti. Gli obiettivi colpiti nelle ultime due settimane sono più di mille secondo funzionari militari americani, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni iniziata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. Gli attacchi hanno riguardato radar costieri, lanciatori di missili antinave, piccole imbarcazioni d'attacco iraniane e un numero crescente di ponti ferroviari usati anche dai civili.

Il Pentagono ha spostato nella regione altri caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, mentre i bombardieri a lungo raggio B-2 e B-52 di stanza negli Stati Uniti sono in stato di massima allerta e gli aerei per il rifornimento in volo sono stati avvicinati al Medio Oriente. Quasi venti navi da guerra sono nel Mare Arabico o nelle acque vicine, dove lanciano missili Tomahawk e fanno rispettare il blocco navale contro le navi commerciali che entrano nei porti iraniani o ne escono, reimposto dopo l'uscita di Trump all'inizio di luglio dal memorandum d'intesa che doveva chiudere il conflitto. Alla missione sono assegnati circa 50.000 militari americani tra la regione e l'Europa.

Dall'inizio della guerra sono morti almeno 18 militari statunitensi e circa 570 sono rimasti feriti, quattro dei quali uccisi nelle ultime due settimane da attacchi iraniani contro basi americane. I senatori democratici della commissione Forze armate hanno chiesto giovedì al segretario alla Difesa Pete Hegseth "un resoconto completo e accurato" di tutti i militari uccisi o feriti, sostenendo che il dipartimento non ha fornito dati tempestivi e completi durante il conflitto e che le cifre diffuse finora sono state incoerenti. Il Pentagono aveva già taciuto per giorni su decine di feriti.

Gli Houthi, la milizia sciita alleata di Teheran che controlla gran parte dello Yemen, hanno aperto un secondo fronte marittimo dopo aver annunciato lunedì un blocco navale contro l'Arabia Saudita. Una nave saudita, la NCC Masa, ha riportato danni lievi allo scafo dopo essere stata colpita venerdì nel Mar Rosso, due giorni dopo l'attacco ad altre due imbarcazioni saudite. L'Arabia Saudita ha risposto bombardando obiettivi nella provincia di Hodeidah e sull'isola di Kamaran. Il ministero degli Esteri degli Houthi ha promesso "escalation per escalation".

Il fronte del Mar Rosso mette a rischio la rotta alternativa che Riyadh stava usando per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz, esportando il proprio greggio attraverso un oleodotto che attraversa il paese da est a ovest fino a un porto sul Mar Rosso. Il petrolio Brent, il riferimento mondiale, è salito giovedì di oltre il 7% fino a 100,95 dollari al barile, superando quota 100 per la prima volta da maggio, per poi scendere intorno ai 96 dollari venerdì. Dall'inizio della guerra il greggio è rincarato di quasi il 40% e all'inizio dell'anno costava 60 dollari al barile.

Le due parti hanno raggiunto i limiti di quello che possono ottenere con la forza militare, secondo un'analisi del Wall Street Journal. Entrambi i governi hanno mostrato di essere disposti ad alzare il livello dello scontro, ma nessuno dei due riesce a ottenere un vantaggio decisivo sull'altro. Lo stallo aumenta il rischio che il conflitto vada avanti per altri mesi mentre ognuno cerca di costruirsi una posizione di forza.

"C'è una dinamica di escalation", ha detto al Wall Street Journal Alan Eyre, ex alto diplomatico statunitense che ha partecipato ai negoziati con l'Iran. "Non credo che l'amministrazione degli Stati Uniti abbia davvero un'idea chiara di cosa sta cercando di fare". Hamidreza Azizi, esperto di Iran dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, ha detto alla stessa testata che nemmeno l'uso di una piccola arma nucleare contro un impianto atomico sotterraneo cambierebbe la sostanza delle cose. "Vedo entrambe le parti arrivare ai limiti di quello che i mezzi militari possono ottenere", ha detto.

Byran Clark, ex alto funzionario della Marina statunitense e oggi ricercatore dello Hudson Institute, un centro studi conservatore di Washington, ha detto che con l'ingresso degli Houthi gli iraniani hanno guadagnato un vantaggio nella scalata militare, senza però arrivare a dominarla, perché gli Stati Uniti possono ancora scegliere di attaccare obiettivi civili e adottare un approccio di guerra totale.

Le agenzie di intelligence americane ritengono che il nuovo leader supremo iraniano, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, sia molto più interessato del padre e predecessore a dotarsi di un'arma nucleare, secondo funzionari informati sulle valutazioni. Ali Khamenei, ucciso all'inizio della guerra in un attacco israeliano condotto con l'aiuto dell'intelligence statunitense, aveva emesso una fatwa che vietava l'uso di armi atomiche. Il figlio non ha mai chiesto pubblicamente la bomba, ma sulla base di dichiarazioni pubbliche e conversazioni intercettate prima della guerra i servizi americani ritengono che punti a una testata termonucleare, miniaturizzabile e installabile su un missile a lungo raggio.

L'Iran ha spostato alcune centrifughe in un complesso sotterraneo fortificato nel centro del paese che gli americani chiamano Pickaxe Mountain, scavato troppo in profondità perché le bombe convenzionali statunitensi possano raggiungerlo. Teheran teme piuttosto un'incursione di terra e ha spostato truppe a difesa del sito. Le scorte di uranio altamente arricchito, il materiale di base per un ordigno, restano intatte e a disposizione del governo iraniano, mentre gli Stati Uniti sostengono che l'arricchimento non è ripartito. Rosemary Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente del centro studi Defense Priorities, ha detto che la guerra e l'annuncio che gli Stati Uniti potrebbero aiutare l'Arabia Saudita ad arricchire uranio sul proprio territorio rendono "significativamente più probabile" che l'Iran cerchi di dotarsi dell'atomica.

Il Pakistan sta cercando di far ripartire i colloqui di pace tra Washington e Teheran, dopo una spinta iniziale della Cina, principale partner commerciale iraniano. Il ministro dell'Interno iraniano Eskandar Momeni è andato a Islamabad due volte in dieci giorni per discussioni esplorative e ha incontrato il capo delle forze armate pachistane Asim Munir. La notizia ha fatto salire le borse e scendere il prezzo del petrolio. Hegseth ha detto in Senato che Russia e Cina "stanno, a livelli diversi, favorendo alcune delle cose che l'Iran sta facendo", ma Trump ha scritto su Truth Social che, in base alle assicurazioni ricevute da Vladimir Putin e Xi Jinping, i due paesi non stanno partecipando alla guerra.

Il cambio di aereo con cui Trump ha lasciato la Turchia all'inizio di luglio, dopo il vertice della NATO, è stato deciso perché i servizi americani avevano giudicato credibile una minaccia di forze legate all'Iran contro il presidente e contro l'Air Force One: lo ha rivelato il New York Times. Trump era arrivato ad Ankara con il Boeing 747-8 donato dal Qatar, che non ha le stesse difese avanzate del vecchio aereo presidenziale. Il Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente, gli aveva chiesto di cambiare velivolo per il volo di ritorno. Il presidente aveva sostenuto che si trattava solo di far visitare il nuovo aereo ai militari americani in Gran Bretagna, negando ragioni di sicurezza. Il direttore del Secret Service Sean Curran ha detto questa settimana che il livello di minaccia contro le persone protette dall'agenzia è il più alto mai registrato.

Centinaia di diplomatici americani e le loro famiglie, evacuati a febbraio dalle sedi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar e Oman, sono ancora a Washington senza sapere quando e se torneranno, secondo quanto riportato da NBC News. Otto ambasciate della regione restano sotto "ordered departure", la procedura che impone l'evacuazione obbligatoria. A fine agosto scade il termine di sei mesi entro cui il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, deve decidere se le sedi diventeranno posti dove i diplomatici non possono portare la famiglia. Un portavoce ha detto che non è possibile fornire un calendario "perché il quadro della sicurezza resta in evoluzione".

Le ambasciate statunitensi in Iraq, Kuwait, Libano, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e a Gerusalemme hanno diffuso venerdì allerte di sicurezza che invitano gli americani a riconsiderare i viaggi nella regione, dopo un avviso mondiale del Dipartimento di Stato di due giorni prima. Le Guardie della rivoluzione iraniane hanno intanto avvertito i civili dei paesi che ospitano militari statunitensi di stare ad almeno 500 metri da qualsiasi edificio sospettato di ospitare personale americano.


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Trump voleva un altro candidato per il seggio di Lindsey Graham, poi ha scelto la sorella


Il presidente puntava sul deputato Russell Fry. Il governatore McMaster gli ha proposto Darline Graham e nello Studio Ovale è stata lei a chiedergli cosa pensasse di una sua candidatura al Senato.

Il mattino dopo la morte di Lindsey Graham, il presidente Trump aveva già in mente chi dovesse prenderne il posto al Senato: Russell Fry, un deputato poco conosciuto della South Carolina che considerava un fedelissimo. Pochi giorni dopo ha invece dato la sua benedizione a Darline Graham, la sorella del senatore scomparso, non solo per completare il mandato ma anche per il seggio pieno da sei anni. La ricostruzione di quella settimana è del New York Times, che ha raccolto il racconto di dieci persone informate sui fatti.

La scelta di una perfetta sconosciuta è una scommessa in un momento in cui il controllo di entrambe le camere del Congresso è in bilico. L'11 agosto la South Carolina vota la prima primaria repubblicana per un seggio del Senato senza un uscente in gara da più di vent'anni. Se nessun candidato supererà la metà dei voti, due settimane dopo si terrà un secondo turno tra i più votati.

Il governatore Henry McMaster, che nel 2016 è stato il primo eletto a livello statale a schierarsi con Trump, ha passato la notte della morte di Graham nella residenza del governatore insieme al suo staff. Prima hanno diffuso la notizia nella rete politica del senatore, poi hanno cominciato a discutere di chi dovesse sostituirlo. La mattina dopo McMaster aveva deciso: la persona giusta per traghettare il seggio fino al voto era Darline Graham, che vive in un sobborgo di Columbia e si occupa di diritti delle persone con disabilità.

I due fratelli avevano stretto un legame profondo dopo la morte dei genitori, avvenuta nell'arco di quindici mesi quando Lindsey Graham aveva 22 anni e la sorella 13. Il futuro senatore ne è poi diventato il tutore legale.

Domenica mattina McMaster ha chiamato il presidente, che ha proposto di affidare l'incarico temporaneo a Fry. Il deputato, 41 anni, aveva dimostrato la sua lealtà battendo Tom Rice, uno dei dieci repubblicani della Camera che avevano votato per l'impeachment di Trump dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Il governatore ha insistito su Darline Graham e ha raccontato quanto fosse stretto il rapporto con il fratello. Il presidente ha risposto che era un'ottima idea.

Poco dopo McMaster ha telefonato a Darline Graham, che tra le lacrime ha accettato di completare il mandato. Di una candidatura per il seggio pieno non si è parlato. Nelle ore successive il bulldog del governatore, Mac, si è sentito male per la stanchezza e McMaster ha continuato a rispondere alle telefonate sul seggio dall'ospedale veterinario.

Alla Casa Bianca Fry è rimasto per giorni il candidato in pista per la primaria. Il presidente e il deputato si scambiavano messaggi e sull'emittente conservatrice Newsmax Trump lo ha definito "eccezionale", dicendo che poteva immaginarlo come successore del suo amico.

Sulla sua candidatura sono però cresciuti i dubbi. Se Fry avesse vinto il seggio al Senato, avrebbe lasciato vuoto il suo alla Camera: l'elezione suppletiva per rimpiazzarlo non si sarebbe tenuta prima dell'inizio del 2027 e i repubblicani si sarebbero trovati con un voto in meno all'avvio della nuova legislatura.

Nello stesso periodo Darline Graham è stata ricevuta nello Studio Ovale, insieme al vicepresidente JD Vance, al segretario di Stato Marco Rubio e alla responsabile dello staff della Casa Bianca Susie Wiles. L'incontro è cominciato con i racconti su Lindsey Graham. Trump, che raramente mostra le proprie emozioni, è apparso colpito dalla perdita dell'amico.

I collaboratori gli hanno poi consegnato un elenco di nomi per la successione. C'era Trey Gowdy, ex deputato e conduttore di Fox News, che aveva già fatto sapere a più persone di non volere l'incarico. C'era Ralph Norman, che nel 2024 aveva sostenuto Nikki Haley alle primarie presidenziali e che il presidente ha scartato subito. C'era Fry, elogiato da Trump. C'era anche Darline Graham.

È stata lei a prendere la parola e a chiedere al presidente cosa ne pensasse di una sua candidatura. L'idea le era venuta nei giorni precedenti, dopo che diverse persone, da amici stretti a politici di rilievo nazionale, l'avevano incoraggiata a scendere in campo.

Darline Graham, 62 anni, è rispettata per il lavoro con cui aiuta le persone con disabilità a trovare un impiego, da ultimo come commissaria dell'agenzia statale che assiste i cittadini non vedenti. Trump è sembrato conquistato dall'idea e colpito dalla sua compostezza. Ha detto ai presenti che alcuni nomi della lista li detestava, altri gli piacevano, ma che ne amava uno solo: Darline Graham. Il giorno dopo l'ha appoggiata pubblicamente.

La neosenatrice è diventata la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato quando ha giurato, il 14 luglio, davanti a Chuck Grassley, senatore repubblicano dell'Iowa e presidente pro tempore dell'assemblea, la carica che spetta al più anziano dei senatori del partito di maggioranza. Nello Stato in pochi sanno qualcosa delle sue posizioni politiche al di là del legame con il fratello. Anche nel suo quartiere e a Columbia, la capitale, viene vista di rado. Lunedì ha rilasciato un'intervista a Sean Hannity su Fox News, ma finora non ha accettato di partecipare ai dibattiti con gli altri candidati.

I sondaggi della scorsa settimana danno in vantaggio su tutto il campo Ralph Norman, deputato dello House Freedom Caucus, il gruppo dei repubblicani più a destra alla Camera. Anche Fry è considerato competitivo, così come Mark Sanford, ex governatore ed ex deputato della South Carolina, la cui carriera politica è stata segnata da una relazione extraconiugale finita sui giornali. Per i democratici corre la pediatra Annie Andrews, in uno Stato saldamente repubblicano.

Interpellata sui giorni successivi alla morte di Graham, la Casa Bianca ha rimandato alle parole della portavoce Karoline Leavitt, che giovedì ha detto che il presidente si è convinto che Darline Graham avrebbe portato avanti "l'eredità di servizio pubblico del fratello in quello splendido Stato".

Alla vigilia dell'annuncio, rispondendo al messaggio di un'amica, la neosenatrice ha scritto di aver pregato a lungo e che, se avesse deciso di candidarsi, non lo avrebbe fatto per ambizione personale ma per portare avanti l'eredità di Lindsey e aiutare la gente della South Carolina. Il giorno dopo ha annunciato che si sarebbe candidata al seggio del fratello.


Lindsey Graham è stato il politico per eccellenza di quest'epoca


Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto improvvisamente sabato sera, è stato a suo modo il politico per eccellenza di quest'epoca. Lo scrive la storica e giornalista Anne Applebaum in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, in cui ricostruisce la parabola di un uomo che per metà carriera incarnò il patriottismo americano e la difesa delle alleanze democratiche, per poi trasformarsi, a suo giudizio, in un collaboratore rumoroso e opportunista del presidente.

Graham era nato e cresciuto in una piccola città della South Carolina. Quando i genitori morirono, lui non aveva ancora trent'anni: pagò gli studi a sé e alla sorella minore grazie a una borsa dell'ROTC, il programma che forma gli ufficiali della riserva nelle università americane, e poi allo stipendio dell'aeronautica militare. Divenne avvocato militare, prestò servizio nella Germania Ovest durante la Guerra fredda e rimase nella riserva per vent'anni, lavorando in Iraq e in Afghanistan anche da senatore. "L'aeronautica è stata una delle cose migliori che mi siano mai capitate", disse nel 2015. "Mi ha dato uno scopo più grande di me. Mi ha messo in compagnia di patrioti".

Come il suo amico John McCain, ricorda Applebaum, Graham credeva che l'America dovesse stare al centro di una vasta alleanza democratica. L'autrice racconta di averlo incontrato proprio in quel contesto, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e in altri incontri euro-americani che il senatore frequentava con regolarità. Nel 2014 si era descritto all'Atlantic come un politico pragmatico e lontano dagli slogan populisti: "So che Washington è rotta, ma quello che è rotto è che tutti urlano e nessuno cerca di aggiustarla. Io ci sto provando".

Quando Donald Trump si affacciò alla politica americana, secondo Applebaum, Graham lo riconobbe subito per quello che era: il portavoce di un'ideologia estranea, radicalmente diversa dal patriottismo idealista che lui aveva praticato fin dall'infanzia. Nel 2015 lo definì "un istigatore d'odio razziale, uno xenofobo e un fanatico religioso" che doveva "andare all'inferno", oltre che "uno svitato". Trump, scrive l'autrice, in privato derideva i militari che Graham amava chiamandoli "fessi e perdenti" e metteva al centro della sua politica le falsità, il cinismo e l'avidità personale.

Dopo la vittoria di Trump, Graham rimase per un periodo in silenzio. Applebaum racconta di averlo visto nella primavera del 2016 a una di quelle conferenze in Europa: le sembrò troppo depresso per parlare. Poi, come molti altri repubblicani, prese la decisione di abbandonare i suoi ideali e di diventare, nelle parole dell'autrice, un "collaboratore" chiassoso e opportunista, un termine che lei accosta ai comportamenti di chi ha vissuto sotto occupazione politica o ha attraversato un cambio di regime. Giocava a golf con il presidente, lo giustificava in televisione e lo sostenne mentre smontava le alleanze che Graham aveva difeso per tutta la vita. Nel 2021 si rifiutò di votare per la sua condanna nel processo di impeachment seguito all'assalto al Campidoglio e al tentativo di rovesciare il risultato delle elezioni.

Le motivazioni di Graham restano per Applebaum un mistero: forse desiderava la vicinanza al potere, forse temeva di perdere il seggio al Senato e con quello ogni rilevanza. In fondo, scrive, doveva sapere di stare tradendo gli ideali della sua giovinezza.

Nel secondo mandato di Trump la sua posizione si era fatta, sempre secondo l'autrice, ancora più strana. Coerente con la vecchia idea dell'America come difensore delle democrazie, Graham sostenne l'Ucraina dopo l'invasione russa del 2022 e chiese il trasferimento di armi americane a Kyiv, con poco effetto su un presidente che, scrive Applebaum, ha maltrattato il presidente ucraino, ha fermato le forniture di armi nella speranza di costringere l'Ucraina alla resa e ha legami personali e d'affari di lunga data con la Russia. Graham fece comunque dieci viaggi in Ucraina, l'ultimo concluso il giorno prima di morire, e ripropose così tante volte la sua legge di sanzioni contro Mosca che il testo era diventato, nelle parole dell'autrice, una specie di barzelletta, l'"Aspettando Godot" del Congresso: sempre presentato, mai accettato da un presidente che non voleva creare problemi ai suoi amici russi. Allo stesso tempo continuava a compiacere Trump, appoggiando ogni giravolta della sua difesa contraddittoria della guerra americana in Iran.

Forse, conclude Applebaum, Graham capiva a qualche livello di aver tradito il codice morale con cui era cresciuto e forse per questo mantenne il suo attaccamento alla causa ucraina. Con la sua morte, per l'autrice, tace una delle poche voci nell'orbita di Trump che conservava ancora un legame con la vecchia Repubblica americana.


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I Campioni dell’Altura


Questo titolo italiano, non appartiene soltanto all’equipaggio vincitore. È il successo di un’intera associazione che ha saputo costruire nel tempo un gruppo unito, competente e animato dagli stessi valori sportivi.
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di Alessandro Gabrielli e Alberto Belfiori; ph: Al3photo

foto in alto: gioia e soddisfazione per l'intero podio, soprattutto per chi riuscirà a disputare il prossimo mondiale.

Il Campionato italiano assoluto di traina d’altura 2026, quest’anno disputato a fine giugno nella prestigiosa cornice del Porto Turistico di Roma, a Ostia, per la cura della Asd Electrowave Fishing, è uno degli appuntamenti più importanti della stagione agonistica nazionale. Due giornate di grande sport, emozioni e autentica cultura del mare. Uno sforzo importante, ripagato dalla perfetta riuscita dell’evento, che ha raccolto il consenso di atleti, accompagnatori e rappresentanti della federazione. Ben trentasei equipaggi, tra i migliori specialisti della traina d’altura provenienti da tutta Italia, si sono affrontati in un campo gara che ha offerto numerose catture e ha messo alla prova le capacità tecniche, le strategie e la determinazione di tutti i concorrenti.
Il campo gara.
Day one - Come da regolamento le specie che concorrono alla classifica di questa LXII edizione e che devono essere rilasciate sono: il tonno rosso (min. cm 80); l’aguglia imperiale (cm 130); Il marlin bianco (cm 130); il pesce spada (cm 130); l’alletterato, il tonno striato, la lampuga e l’alalunga (cm 60). Eventuali altri pesci sportivi lunghi almeno cm 60 sono validi se i relativi filmati, così come per le prede ufficiali, passano il vaglio della giuria. Alle 8:00 si parte.
La veloce corsa verso la mangianza.
La giornata è stupenda, soleggiata e con mare calmo. Il campo gara - dice Fabrizio Rossi, presidente del Ravenna fishing club - dista un trentina di miglia. L’area è conosciuta e di norma ci sono molti pesci. Per questo mi sono concesso il primo strike di giornata, un’alalunga purtroppo slamata dopo appena 30 secondi. Ma se io ho dato il la, in tanti mi hanno seguito, con numerose alalunghe e aguglie imperiali. La prima manche si è quindi conclusa, dopo 7 ore di gara, con uno strepitoso equipaggio di casa che ha preso le distanze. Nella classifica provvisoria, infatti, Electrowave fishing quasi doppia gli immediati inseguitori.
Pesce in murata per la misurazione con l'asta colorata (il verde arriva a cm 60, il bianco a 80, il roso a 130).
Day two - Col meteo immutato si torna in mare. L’arsenale consentito è di 7 canne per imbarcazione, classe 30 libbre. Ma la storia cambia - prosegue Rossi - abbiamo battuto le stesse rotte del giorno precedente e forse solo grazie alle 20 libbre, gestite da Giuseppe Negro e il sottoscritto, siamo riusciti a migliorarci, come pochi altri. Rientriamo in porto con un rosso all’attivo, una lampuga maschio di 12-13 chili e un’aguglia imperiale giudicata infine non valida.
Alla canna Gino Anastasia, in mare un'alalunga stimata oltre i 10 chili.L'aguglia imperiale, come tutti i rostrati, va sempre rilasciata.
Il vincitore - Ad aggiudicarsi il titolo di Campione italiano assoluto è stato il team del sodalizio organizzatore, composto da Alessandro Gabrielli (skipper), Alessandro Righi, Manuel Righi e Andrea Di Vincenzo. L’equipaggio, ha totalizzato sei strike, concretizzati con la cattura di cinque alalunghe e una splendida aguglia imperiale. Senza dubbio una prova di maturità agonistica che ha consentito al team di mantenere il comando della classifica e coronare un sogno inseguito con anni di sacrifici e allenamenti. Un ringraziamento speciale va al presidente dell’Asd Electrowave Fishing, Marco Scippa, per l’instancabile disponibilità, la capacità organizzativa e la cortesia. Una menzione particolare è dovuta al commissario tecnico Andrea Riccobello garista di grande esperienza e guida tecnica dell’associazione. Grazie a Dario Cangi, che ha seguito per mesi la complessa organizzazione. Grazie a Davide Magurno, Stefano Budini e Marco Porrega, impeccabile direttore di gara. E Ancora un grazie a Mirco Eusebi, Pasquale Scott Di Luzio, Mario Olivieri.

Buon mare a tutti.


Da sapere - I team sono composti da 3-4 elementi, uno dei quali funge da giudice a bordo di un’imbarcazione concorrente. Secondo il regolamento possono partecipare al massimo campionato i team del campionato italiano 2025; i team del podio del campionato italiano per società 2025; i primi due team dei vari campionati provinciali 2025, tre team se il numero di partecipanti era superiore a 10; i migliori team delle gare open in rapporto ai partecipanti; i team dei componenti delle squadre nazionali.


English version


This Italian title does not belong solely to the winning crew. It is the success of an entire club that has, over time, managed to build a united, skilled team driven by the same sporting values.

The 2026 Italian Open Deep-Sea Trolling Championship, held this year at the end of June in the prestigious setting of Rome’s Ostia Marina, organised by ASD Electrowave Fishing, is one of the most important events of the national competitive season. Two days of great sport, excitement and authentic maritime culture. A significant effort, rewarded by the event’s resounding success, which was widely praised by athletes, support staff and federation representatives. No fewer than thirty-six crews, comprising some of the finest deep-sea trolling specialists from across Italy, competed in a contest that yielded numerous catches and put the technical skills, strategies and determination of all competitors to the test.

Day 1 - In accordance with the regulations, the species counting towards the rankings for this 62nd edition – and which must be released – are: bluefin tuna (min. 80 cm); imperial garfish (130 cm); white marlin (130 cm); swordfish (130 cm); the blue marlin, striped tuna, dolphinfish and albacore (60 cm). Any other game fish measuring at least 60 cm are valid provided that the relevant video footage, as with the official catches, is approved by the jury. The competition begins at 8.00 am. It is a beautiful, sunny day and with calm seas. ‘The competition ground,’ says Fabrizio Rossi, president of the Ravenna Fishing Club, ‘is about thirty miles away. It’s a well-known area and there are usually plenty of fish there. That’s why I managed to land the first catch of the day – a skipjack tuna that, unfortunately, came off the hook after just 30 seconds.’ But whilst I got things off to a start, many others followed suit, landing numerous albacores and imperial garfish. The first round therefore concluded, after seven hours of competition, with a sensational home crew pulling clear. In the provisional standings, in fact, Electrowave Fishing has almost doubled the tally of their closest rivals.

Day 2 - With the weather unchanged, we head back out to sea. The permitted tackle consists of seven rods per boat, 30-pound class. But the story changes – continues Rossi – we followed the same routes as the previous day and perhaps only thanks to the 20-pound rods, handled by Giuseppe Negro and myself, did we manage to improve our performance, as few others did. We returned to port with one red fish to our credit, a male dolphinfish weighing 12–13 kilos and an imperial garfish that was ultimately deemed invalid.

The winner - The title of Italian Overall Champion was won by the team from the organising association, comprising Alessandro Gabrielli (skipper), Alessandro Righi, Manuel Righi and Andrea Di Vincenzo. The crew recorded six strikes, resulting in the catch of five albacores and a splendid imperial garfish. Undoubtedly a demonstration of competitive maturity that enabled the team to maintain the to top the league table and fulfil a dream pursued through years of sacrifice and training. Special thanks go to the president of ASD Electrowave Fishing, Marco Scippa, for his tireless support, organisational skills and courtesy. A special mention is due to the technical director Andrea Riccobello, a highly experienced angler and the association’s technical advisor. Thanks to Dario Cangi, who oversaw the complex organisation for months. Thanks to Davide Magurno, Stefano Budini and Marco Porrega, the impeccable competition director. And further thanks to Mirco Eusebi, Pasquale Scott Di Luzio and Mario Olivieri.

Fair winds to you all.


Good to know – Teams consist of 3–4 members, one of whom acts as a judge on board a competing boat. According to the regulations, the following teams are eligible to compete in the top-tier championship: teams from the 2025 Italian Championship; the podium-finishing teams from the 2025 Italian Club Championship; the top two teams from each of the various 2025 provincial championships (or three teams if there were more than 10 entrants); the best-performing teams from the open races, relative to the number of entrants; and teams comprising members of the national squads.

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Chi sono gli elettori della sinistra socialista americana


Un'analisi di Nate Silver su oltre 400.000 elettori mostra che il gruppo più democratico del paese, molto istruito ma con redditi medio-bassi, coincide con il bacino della DSA

Il gruppo di elettori più fedele al Partito Democratico negli Stati Uniti è quello di chi ha un titolo di studio superiore alla laurea ma un reddito familiare tra i 30.000 e i 60.000 dollari l'anno. Lo scrive l'analista Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, sulla base dei dati del Cooperative Election Study, una grande indagine online condotta ogni uno o due anni: aggregando le risposte raccolte tra il 2016 e il 2024, Silver ha messo insieme un campione di oltre 400.000 elettori, abbastanza ampio da osservare anche gruppi piccoli che nei sondaggi normali si perdono. Quel gruppo, molto istruito ma con redditi medio-bassi, è anche il bacino a cui attinge la Democratic Socialists of America (DSA), la principale organizzazione della sinistra socialista americana.

L'analisi arriva dopo le primarie democratiche molto combattute in Michigan, Maine e New York, che hanno riacceso il dibattito sul ruolo della classe sociale nel voto americano. Candidati vicini al socialismo democratico come Graham Platner e Abdul El-Sayed rivendicano il sostegno della classe lavoratrice, ma nella pratica i loro consensi arrivano soprattutto dagli elettori laureati. Già prima degli scandali che lo hanno costretto al ritiro, Platner non andava meglio tra gli elettori senza laurea rispetto ai precedenti candidati democratici nel Maine, tutti sconfitti. A El-Sayed, che corre per il Senato in Michigan, i sondaggi attribuiscono un sostegno relativamente debole tra gli elettori neri.

Platner non ha completato il college ma viene da un contesto piuttosto privilegiato, tanto che Silver scrive che non sarebbe ingiusto definirlo "downwardly mobile", cioè in discesa lungo la scala sociale. El-Sayed è per certi versi l'opposto: figlio di immigrati, cresciuto in una buona scuola pubblica dei sobborghi di Detroit, con un percorso di studi e di carriera di grande successo. Per Silver le due biografie mostrano che la classe non coincide con il titolo di studio: è un intreccio di etnia, istruzione e reddito che non si lascia ridurre a un solo indicatore.

All'estremo opposto c'è il gruppo più repubblicano del paese: chi guadagna bene senza essere passato dal college. Circa il 60 per cento degli elettori con al massimo un diploma ma con redditi familiari sopra i 60.000 dollari ha preferito Donald Trump, l'attuale presidente, ai candidati democratici che lo hanno sfidato tra il 2016 e il 2024. Silver elenca alcune professioni tipiche di questo profilo: piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, costruttori immobiliari, venditori di auto usate. Gli elettori repubblicani più convinti, insomma, non sono necessariamente quelli con più "ansia economica".

Dati · Politica USA

Molto istruiti, poco pagati: il gruppo più democratico d’America


Titolo post-laurea e redditi tra 30 e 60mila dollari: il gruppo più fedele ai democratici è anche il bacino della sinistra socialista (DSA). Il più repubblicano è l’esatto opposto: guadagna bene senza essere passato dal college.

Grafica di FocusAmerica

La mappa di classe del voto americano
Incrociando istruzione e reddito di oltre 400.000 elettori (2016–2024), i due poli del voto emergono agli angoli opposti. Seleziona un polo per i dettagli.

Rappresentazione schematica della griglia istruzione × reddito del Cooperative Election Study.

Il polo democratico Il polo repubblicano

Post-laurea · 30–60mila $ l’anno

Il gruppo più democratico del paese tra il 2016 e il 2024, secondo i dati del Cooperative Election Study analizzati da Nate Silver. È anche il bacino naturale della DSA: insegnanti, dipendenti del non profit, assistenti sociali, impiegati pubblici.

Un incrocio raro: lauree senza redditi alti
Istruzione e reddito di solito crescono insieme. Tra gli iscritti della DSA la combinazione opposta è molto più frequente che nel resto del paese.

Iscritti DSA con almeno una laurea (25 anni o più)80%

Iscritti DSA con redditi familiari sotto i 60.000 $45%

Laureati americani con redditi sotto i 60.000 $19%

×2,4
Tra gli iscritti dell’organizzazione la quota di laureati con redditi bassi (45%) è più del doppio di quella nazionale (19%).

Insegnanti Non profit Assistenti sociali Impiegati pubblici

Il doppio dei «molto liberal»
Su 100 elettori, quanti si definiscono «molto liberal», cioè molto progressisti: nel gruppo post-laurea con redditi medio-bassi sono il doppio della media.

10%
Tutto l’elettorato americano

21%
Post-laurea, redditi 30–60mila $

In linea con la media Oltre la media (+11 punti)

Tre elettorati, tre logiche
Disaggregando per etnia, il quadro cambia poco ma le leve del voto sono diverse.

Elettori bianchi
Istruzione
È la leva principale del voto; il reddito conta molto meno.

Elettori neri
95%
Voto democratico nel sottogruppo post-laurea con redditi 30–60mila $: probabilmente il più alto d’America.

Elettori ispanici
Reddito
Conta più dell’istruzione: chi guadagna cifre alte è nettamente più repubblicano.

Fonte: Silver Bulletin (Nate Silver) su dati Cooperative Election Study 2016–2024; sondaggio iscritti DSA 2021 · Luglio 2026

L'ultimo sondaggio interno della DSA, condotto nel 2021, mostra la stessa combinazione: l'80 per cento degli iscritti con almeno 25 anni aveva una laurea, ma il 45 per cento viveva in famiglie con redditi sotto i 60.000 dollari l'anno. È un incrocio raro, perché istruzione e reddito tendono a crescere insieme: nei dati del Cooperative Election Study solo il 19 per cento degli americani laureati ha redditi così bassi, circa la metà della quota registrata tra gli iscritti dell'organizzazione. Non si tratta di operai, ma nemmeno di privilegiati: le professioni più comuni tra i membri sono insegnanti, dipendenti di organizzazioni non profit, assistenti sociali e impiegati pubblici.

Silver richiama la tesi della "sovrapproduzione delle élite" (in inglese "elite overproduction") dello studioso Peter Turchin, secondo cui gli Stati Uniti producono troppi laureati rispetto ai posti di lavoro prestigiosi e ben pagati disponibili. Chi finisce in questa situazione ha spesso pesanti debiti universitari, è pessimista sulle proprie prospettive economiche ed è scontento di come vanno le cose nel paese, anche quando la sua condizione materiale è tutto sommato accettabile. Il suo status di classe resta ambiguo: privilegiato per certi aspetti, dalla parte degli esclusi per altri.

Il quadro cambia poco disaggregando i dati per etnia, una verifica necessaria dato che nel sondaggio del 2021 l'85 per cento degli iscritti della DSA si dichiarava bianco. Tra gli elettori bianchi le preferenze politiche dipendono soprattutto dall'istruzione e molto meno dal reddito; il gruppo più democratico resta quello con titoli post-laurea e redditi tra 30.000 e 60.000 dollari. Tra gli elettori neri, molto più uniformi e in larga maggioranza democratici, lo stesso sottogruppo vota democratico al 95 per cento, probabilmente il valore più alto dell'intero elettorato americano. Tra gli ispanici conta meno l'istruzione e più il reddito: chi guadagna cifre alte è nettamente più repubblicano, un dato che Silver collega agli alti tassi di imprenditoria di ispanici e asiatici e alla difficoltà dei democratici nel parlare agli americani con ambizioni imprenditoriali, poco attratti dai messaggi in stile DSA.

Gli stessi elettori istruiti e con redditi medio-bassi sono anche i più radicali nel definirsi. Il Cooperative Election Study chiede infatti di collocarsi su una scala che va da "molto liberal", cioè molto progressista, a "molto conservatore": sceglie la prima opzione circa il 10 per cento dell'elettorato, ma nel gruppo con istruzione post-laurea e redditi tra 30.000 e 60.000 dollari la quota sale al 21 per cento, il doppio della media. Chi si definisce così dà più peso degli altri ai temi culturali, come i diritti delle persone gay e trans, l'ambiente, i rapporti tra le etnie e il conflitto israelo-palestinese, mentre attribuisce a sanità e lavoro un'importanza nella media o poco sotto.

Il tema distintivo della campagna di El-Sayed, a parte il Medicare for All, la proposta di una sanità pubblica universale, è Gaza: gran parte della sua comunicazione si concentra sulle ingenti somme spese dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, e dai gruppi a essa legati a sostegno della sua avversaria Haley Stevens. Platner ha chiuso il messaggio con cui annunciava il ritiro con tre segnali culturali, "F*ck ICE. Free Palestine. Up the Hearts": un attacco all'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni degli immigrati irregolari, un richiamo alla Palestina e uno alla squadra di calcio di Portland, nel Maine.

Per Silver questa impostazione può essere politicamente sensata, soprattutto nel caso di El-Sayed, visto il numero relativamente alto di elettori arabo-americani in Michigan. I politici con una vera visione di lungo periodo sono rari, scrive, e la maggior parte si adatta all'elettorato che si ritrova: progressisti laureati, in gran parte giovani e bianchi, delusi dalle proprie opportunità economiche o dalla direzione del Partito Democratico. Del resto anche Bernie Sanders aveva un tempo posizioni relativamente moderate su immigrazione e armi, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha preso le distanze da alcune sue vecchie posizioni radicali sulla polizia.

Slogan come quelli scelti da Platner attirano tutti i democratici progressisti e laureati, ma con sbocchi diversi: chi è di sinistra sui temi culturali ed economicamente tranquillo tende a confluire in altre correnti del partito, mentre chi è di sinistra sui temi culturali ma insoddisfatto della propria condizione economica è il bersaglio naturale delle correnti anti-establishment come la DSA. I suoi iscritti non faticano necessariamente a pagare le bollette, ma sono sinceramente scontenti della propria posizione sociale e della direzione del paese; a elettori inquieti di ogni orientamento piace sentirsi parte di una lotta più ampia contro élite corrotte e ingiustizie. La scommessa dell'organizzazione, conclude Silver, è che restino per il socialismo, ma spesso è la battaglia culturale a farli entrare.


Graham Platner si ritira definitivamente dalla corsa al Senato in Maine


Graham Platner ha abbandonato definitivamente la corsa al Senato nel Maine. Venerdì l’ex candidato democratico ha depositato i documenti necessari a ritirare il proprio nome dalla scheda elettorale, mettendo così fine a una campagna iniziata con grande slancio e travolta alla fine dalle polemiche.

A determinare il suo ritiro è stata l’accusa formulata da una sua ex compagna, Jenny Racicot, che ha raccontato a Politico e alla CNN di essere stata costretta da Platner, nel 2021, ad avere un rapporto sessuale contro la propria volontà. Il candidato ha definito la ricostruzione “categoricamente falsa”, ma nel giro di pochi giorni ha perso il sostegno di gran parte del partito.

Tra i primi a chiedergli di farsi da parte sono stati il senatore progressista Bernie Sanders, fino ad allora suo alleato, e il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. Il comitato elettorale dei democratici al Senato aveva inoltre avvertito che, senza il suo ritiro, non avrebbe investito nella competizione in Maine.

Sulla campagna di Platner pesavano già altre controversie: un tatuaggio sul petto riconducibile alla simbologia nazista, che il candidato ha dichiarato di aver coperto dopo averne scoperto il significato, e alcuni vecchi post pubblicati su Reddit. Platner aveva annunciato mercoledì l’intenzione di ritirarsi con un video di 11 minuti diffuso sui social, senza però presentare subito la documentazione necessaria. Il deposito di venerdì ha fugato i timori dei democratici, che temevano un ripensamento dell’ultimo minuto.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


La posta in gioco è particolarmente alta. Il seggio del Maine è considerato cruciale per gli equilibri del Senato: ai democratici servono 4 seggi in più per conquistare la maggioranza e quello occupato da Susan Collins è l’unico, tra quelli in palio, detenuto da una senatrice repubblicana in uno Stato a tendenza democratica. Collins, in carica dal 1997, punta a ottenere un sesto mandato.

Nella lettera inviata al Segretario di Stato del Maine e pubblicata su X, Platner ha rivendicato il consenso ottenuto durante le primarie. “Il 9 giugno, 156.084 cittadini del Maine hanno votato per un nuovo tipo di politica: una politica che rappresenta la gente comune, non i miliardari, gli oligarchi o l’establishment”, ha scritto, ricordando la vittoria conquistata con circa il 72% dei voti. “Con questa lettera voglio portare avanti il movimento che abbiamo costruito insieme e il futuro in cui crediamo”, ha aggiunto, prima di concludere con tre slogan: “F*ck ICE. Palestina libera. Up the Hearts”.

pic.twitter.com/gQzOXBJHJz
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 10, 2026


La scelta del nuovo candidato divide il partito


Prima di uscire di scena, Platner ha cercato senza successo di influenzare il processo di selezione del suo successore. Nel video pubblicato mercoledì aveva chiesto che la decisione “non venga presa nelle stanze chiuse, ma affidata alla volontà del popolo”. Un concetto ribadito anche nella lettera: “Il mio nome era sulla scheda elettorale, ma quella casella appartiene al popolo del Maine”.

Il Partito Democratico statale ha deciso di convocare una convention per scegliere il nuovo candidato che dovrà sostituirlo. All’assemblea dovrebbero partecipare circa 600 delegati: 500 designati dalle organizzazioni di contea e 100 appartenenti al comitato statale. Diversi aspiranti hanno già manifestato il proprio interesse, ma il metodo di selezione divide il partito.

L’ala progressista teme infatti che, così facendo, la scelta venga controllata dagli apparati del partito, mentre alcuni moderati paventano il rischio opposto: un’influenza eccessiva degli attivisti più a sinistra che rappresentano la base elettorale più fedele. In base alla legge statale, i democratici del Maine avranno tempo fino al 27 luglio per indicare chi sfiderà Collins alle elezioni di novembre.


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Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump


I ricavi delle aziende del presidente sono quasi quadruplicati, trainati dalle criptovalute. Intanto Washington ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dal greggio venezuelano, ma sulla destinazione dei fondi regna il mistero.

I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Grafica di FocusAmerica

Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi

0 mln $
ricavi 2017

2017

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ricavi 2025 · ×3,8 sul 2017

2025

Tocca una voce per isolarla nel grafico e leggere il dettaglio


Ricavi 2017: 594 milioni di dollari (528 mln da golf e immobili USA). Ricavi 2025: 2,24 miliardi, di cui 1,44 mld dalle criptovalute, 549 mln da golf e immobili USA, 125 mln dall’estero, 117 mln da transazioni giudiziarie, 17 mln dal merchandising. Valori reali.

Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising


Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano


Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".


La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Joe Manchin lancia un comitato per far eleggere candidati indipendenti al Congresso


L'ex senatore della West Virginia ha riunito con la figlia Heather i candidati di California, Montana, Idaho e Iowa. Se ne eleggeranno anche uno solo, pensano di poter incidere sul 2028.

Joe Manchin è tornato in politica un anno e mezzo dopo aver lasciato il Senato e ha lanciato l'Independent Leadership Council, un comitato che vuole reclutare e sostenere candidati indipendenti in tutto il paese. L'ex senatore della West Virginia, 78 anni, guida l'iniziativa insieme alla figlia Heather, ex dirigente di un'azienda farmaceutica.

"Non stiamo cercando di fondare un altro partito", ha detto Manchin alla CNN in un'intervista fatta insieme alla figlia. "Stiamo cercando una persona che possa impegnarsi del tutto a essere un indipendente con una voce indipendente. Può votare con i democratici e con i repubblicani quando hanno ragione e parlare contro di loro quando sbagliano." A Semafor ha detto che l'obiettivo è "costruire una vera rete di indipendenti".

Il comitato ha esordito giovedì con un incontro in West Virginia a cui hanno partecipato quattro candidati: il deputato della California Kevin Kiley, ex repubblicano che si ricandida da indipendente, Seth Bodnar, candidato indipendente al Senato in Montana, Todd Achilles, candidato indipendente al Senato in Idaho e Michael Bridgford, candidato indipendente alla Camera in Iowa. Il gruppo sta guardando anche alle corse in Alaska e nello Stato di Washington.

Il 45% degli americani adulti si definisce indipendente, il livello più alto mai registrato, secondo un sondaggio Gallup diffuso all'inizio dell'anno. In diversi Stati i candidati indipendenti al Congresso stanno raccogliendo finanziamenti consistenti e attirando l'attenzione degli avversari dei due grandi partiti. Con Camera e Senato divisi quasi a metà, i Manchin ritengono che anche un solo parlamentare indipendente possa pesare molto nel prossimo Congresso.

"Non ne servono molti per dire: forza gente, datevi una regolata", ha detto Manchin. "Possono metterli in ginocchio e far capire alla gente che così è una follia."

Il vertice servirà come primo confronto con i candidati, ma se decideranno di sostenerli i Manchin potranno fare campagna per loro di persona, raccogliere fondi e aiutarli a organizzarsi sul territorio. Se riusciranno a far eleggere anche un solo candidato a novembre, padre e figlia pensano di poter incidere sulle prossime elezioni presidenziali. "La nostra speranza è che questo sia una specie di progetto pilota, un esperimento per dimostrare che si può fare", ha detto Heather Manchin.

Del gruppo fanno parte anche Adam Brandon e Seth Cohen, consulenti dell'Independent Center, un'organizzazione senza scopo di lucro che promuove gli elettori indipendenti. Brandon ha guidato il gruppo conservatore FreedomWorks, mentre Cohen è stato dirigente di Forbes Media ed è un sostenitore del diritto di voto.

Manchin ha lasciato il Senato nel gennaio 2025 dopo aver passato gli ultimi mesi del mandato da indipendente, al termine di decenni da democratico. Da allora ha pubblicato un libro e ha promosso l'organizzazione centrista della figlia, Americans Together. Ha continuato anche a farsi vedere a Washington. Il mese scorso ha partecipato a un dibattito sul debito pubblico all'American Enterprise Institute, un centro studi conservatore, moderato da un suo ex collega, il repubblicano Rob Portman dell'Ohio. "Manchin a volte è democratico, a volte indipendente, a volte repubblicano", ha detto Portman. "Non so bene dove sia oggi." "Nemmeno io", ha risposto Manchin.

Critico della sinistra progressista, Manchin è preoccupato dall'avanzata dei socialisti democratici che stanno vincendo le primarie del Partito Democratico in tutto il paese, un risultato che attribuisce a un partito "senza una figura nazionale". Ritiene però che anche i repubblicani siano troppo condizionati dai loro estremi e sostiene che la soluzione siano le primarie aperte, quelle a cui può votare qualunque elettore e non solo chi si è registrato con quel partito. "Con le primarie chiuse sono riusciti a dirottare il sistema", ha detto, citando le recenti primarie di New York in cui i candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani, socialista democratico, sono andati bene. "In un sistema chiuso sono riusciti a fare meglio degli altri."

Al Senato di oggi Manchin non vede più politici disposti a mediare come faceva lui e ha detto di non sapere quali senatori dicano ai colleghi: "Forza ragazzi, parliamone. Sediamoci. Risolviamola." "Questo mi preoccupa", ha aggiunto.

Sul senatore della Pennsylvania John Fetterman, le cui frustrazioni con il Partito Democratico hanno fatto ipotizzare un suo addio, Manchin ha detto che "deve fare quello con cui John si sente a suo agio", ma lo ha descritto come politicamente distante: "È a favore di tutte le posizioni democratiche più dure, quelle che io non condividevo."

Manchin aveva valutato una candidatura alla presidenza nel 2024 con il gruppo centrista No Labels, ma adesso esclude di tornare a candidarsi. "Non mi vedo di nuovo nella mischia, davvero no", ha detto. "Ci ho provato per 42, 43, 44 anni e ho avuto un discreto successo nel lavorare con persone di entrambe le parti e nel farle incontrare. Ora sto cercando di aiutare le persone in giro per il paese che vogliono lo stesso risultato."

In California Kiley si ricandida da indipendente in un collegio che il ridisegno delle circoscrizioni a metà decennio ha reso favorevole ai democratici. A novembre sfiderà il democratico Richard Pan e continua intanto a far parte del gruppo repubblicano alla Camera. In un'intervista ha detto di voler contribuire a costruire una rete di sostegno per i candidati indipendenti come lui e di essere contento di lavorare con Manchin: "Ha dimostrato, quando era in carica, di essere disposto ad andare contro entrambe le parti quando serviva per fare gli interessi dei suoi elettori."

I candidati indipendenti restano svantaggiati sul piano organizzativo, perché devono ottenere l'accesso alla scheda elettorale, che per chi non corre con un grande partito non è scontato, e raccogliere fondi senza una rete alle spalle. In Montana Bodnar, ex rettore dell'Università del Montana, è in una situazione di stallo con la candidata democratica Alani Bankhead, che ha resistito alle pressioni per ritirarsi e lasciargli un confronto diretto con il repubblicano Kurt Alme.

In Nebraska è andata diversamente: la candidata democratica al Senato Cindy Burbank ha chiuso la campagna per lasciare campo libero a Dan Osborn, indipendente che nel 2024 aveva ottenuto un buon risultato e che adesso sfida il senatore repubblicano Pete Ricketts. In Alaska le possibilità dell'indipendente Bill Hill sono migliorate dopo che il suo principale avversario democratico, il pastore Matt Schultz, si è ritirato e lo ha appoggiato.

Hill, pescatore ed ex sovrintendente scolastico della sua zona, corre in un campo affollato alla primaria del 18 agosto, aperta ai candidati di tutti i partiti sulla stessa scheda, per l'unico seggio dello Stato alla Camera, oggi occupato dal repubblicano Nick Begich. Ha detto di aver votato in passato per i repubblicani Lisa Murkowski e Ted Stevens, di essere favorevole al diritto all'aborto e allo stesso tempo al Secondo emendamento, quello sul diritto di portare armi, perché per chi come lui vive di pesca le armi da fuoco sono uno strumento di lavoro. Quasi due terzi degli elettori dell'Alaska non sono registrati con nessuno dei due grandi partiti.


Il malcontento sull'economia pesa su Trump, ma ai Dem non basta per il Senato


La maggioranza degli americani boccia la gestione dell'economia del presidente Trump e i democratici sono favoriti alla Camera, mentre il Senato resta apertissimo. È il quadro tracciato dalle Power Rankings di Fox News, le previsioni elettorali della rete televisiva, a poco più di tre mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato.

Il saldo tra chi approva e chi disapprova la gestione economica di Trump è sceso a -37 punti, 13 in meno rispetto a marzo 2025, secondo i sondaggi di Fox News. Le rilevazioni di Washington Post e Ipsos, le ultime pubblicate la settimana scorsa, registrano nello stesso periodo un calo di 24 punti, fino a -32.

Il costo della vita è il fattore più importante per il 46% degli elettori, secondo un sondaggio condotto a giugno da Reuters e Ipsos. Le politiche del presidente però c'entrano solo in parte: in cima alla lista delle spese che preoccupano gli americani ci sono la sanità (28%) e la casa (19%), mentre il cibo (18%) e la benzina (15%), i beni più colpiti dai dazi e dalla guerra con l'Iran, vengono dopo.

Il 72% degli adulti di classe media e l'86% di quelli di classe operaia ritengono che il sistema politico ed economico del Paese giochi contro di loro, secondo dati raccolti dal Wall Street Journal: entrambe le percentuali sono cresciute di oltre 30 punti in dieci anni. Il malcontento non riguarda quindi solo i prezzi, ma le fondamenta stesse dell'economia americana.

I democratici, da partito all'opposizione, partono avvantaggiati. Sono avanti di circa quattro punti nel "generic ballot", i sondaggi che chiedono per quale partito si voterebbe al Congresso senza indicare i candidati. Hanno anche riconquistato un piccolo margine nell'identificazione di partito, con il 47% degli americani che si dice democratico contro il 43% repubblicano secondo Pew Research Center, un istituto di ricerca, e sono in vantaggio in diverse corse statali, tra cui Georgia e North Carolina.

Sono però vantaggi contenuti: gli elettori non amano lo status quo, ma non sono convinti che i democratici risolveranno i loro problemi. Se si aggiungono i seggi guadagnati dai repubblicani con il ridisegno dei collegi elettorali e una mappa del Senato favorevole, il risultato è un elettorato che si sente democratico ma non è detto che voti democratico.

Il Senato è un testa o croce. Se ogni partito vincesse tutti i seggi che pendono dalla sua parte, democratici e repubblicani arriverebbero a 48 seggi a testa e la maggioranza si deciderebbe in quattro Stati considerati "toss-up", cioè in perfetto equilibrio: Alaska, Iowa, Maine e Ohio. In Maine i democratici hanno appena scelto il loro candidato. Altre proiezioni pubblicate nei giorni scorsi arrivano a conclusioni simili: Camera ai democratici, Senato ai repubblicani.

Per arrivare a 51 seggi i democratici devono vincere tre delle quattro corse in bilico e allo stesso tempo difendere Georgia, Michigan e New Hampshire e strappare ai repubblicani la North Carolina, Stati che pendono dalla loro parte ma restano molto competitivi. Sei di questi otto Stati hanno votato per Trump nel 2024, la metà con margini a doppia cifra, per uno scarto medio di 7,8 punti.

La storia recente mostra che non serve un'ondata per ribaltare il Senato: nel 2024 Trump vinse il voto nazionale di appena 1,5 punti, ma conquistò tutti e sette gli Stati in bilico. A novembre potrebbe succedere lo stesso, in una direzione o nell'altra: vittorie democratiche di misura nelle corse chiave e una spazzata repubblicana negli Stati che decidono la maggioranza, o viceversa.

Il Michigan è la corsa più interessante della mappa. Se la primaria democratica premierà il progressista Abdul El-Sayed, il test sarà capire se un messaggio populista di sinistra, centrato su "Medicare for All", la proposta di un'assicurazione sanitaria pubblica universale, funziona in uno Stato in bilico. Se vincerà la moderata deputata Haley Stevens, la sua sfida sarà unire il partito e dimostrare che gli elettori vogliono un messaggio di centrosinistra anti-Trump. Lo Stato non elegge un senatore repubblicano da 30 anni e per Fox News parte come tendente ai democratici, anche se i loro margini di vittoria si sono ridotti. Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, è considerato ideale dal suo partito, ma nel 2024 perse di misura nonostante condizioni favorevoli.

L'Iowa sembrava saldamente repubblicano dal 2016, quando gli elettori bianchi della classe operaia si mobilitarono in massa per Trump. In un sondaggio recente di Fox News, però, il candidato democratico al Senato Josh Turek, deputato statale, è avanti di quattro punti sulla deputata repubblicana Ashley Hinson, 50% a 46%, e il candidato democratico a governatore ha un vantaggio di nove punti. Altre rilevazioni mostrano una corsa più stretta, ma il quadro resta quello di un testa a testa.

In Texas i repubblicani vincono ogni corsa per il Senato dal 1990 e lo Stato parte come tendente ai repubblicani. I democratici puntano sul deputato statale James Talarico e considerano vulnerabile il suo avversario, il procuratore generale del Texas Ken Paxton, per i suoi scandali. Nelle ultime settimane Talarico ha ridotto le distanze nei sondaggi, ma entrambi i candidati restano diversi punti sotto la maggioranza. Nel 2018 il democratico Beto O'Rourke perse per soli 2,6 punti.

Alla Camera i democratici partono avanti, ma la vittoria non è garantita. Nelle elezioni di metà mandato dell'era Trump il partito del presidente ha perso in media 25 seggi. Il ridisegno dei collegi deciso dai parlamenti statali repubblicani vale però al partito circa una decina di seggi, fino a nove dei quali tra Florida e Texas, mentre il referendum voluto dal governatore democratico della California Gavin Newsom ne ha recuperati tra tre e cinque per i democratici.

I democratici partono con 211 seggi classificati nelle loro categorie, sette in meno dei 218 necessari per la maggioranza: vincere più di una manciata di corse in bilico basterebbe per riprendere la Camera. I seggi in bilico però tendono a essere vinti e persi insieme e in una buona serata i repubblicani potrebbero non solo mantenere il controllo, ma perfino allargare la loro maggioranza risicata.


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Il Caffè di Techpertutti: Il riepilogo tech della settimana (26 luglio)


Prenditi una pausa: ecco le novità dal mondo Tech degli ultimi 6 giorni spiegate in modo semplice
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☕ Buona domenica! Ecco il tuo caffè tech: le notizie della settimana spiegate facili

🚀 La notizia della settimana:


Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita

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⭐In breve


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  • Shopping con l'intelligenza artificiale: oltre il 40% degli italiani è pronto ad affidare gli acquisti all'AI
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  • LG Signature Oled T arriva in Italia: il primo TV trasparente e wireless rivoluziona il mercato
  • Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per evitare danni alla batteria
  • Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali
  • Hypershell X Series arriva in Europa: l'esoscheletro intelligente che rivoluziona le attività outdoor

🔎
Tech sotto la lente: l'Intelligenza Artificiale nei motori di ricerca Avrai notato che quando fai una ricerca su Google o su altri siti, spesso appare un box colorato in alto che ti fornisce un riassunto automatico scritto da un'Intelligenza Artificiale. - Come funziona: invece di costringerti a cliccare su dieci siti diversi per trovare una risposta, l'AI legge quelle pagine al posto tuo e ti offre una sintesi immediata.
A cosa fare attenzione: l'AI non è infallibile. A volte può fare confusione ("allucinare") e unire informazioni corrette a dati completamente inventati.
Il consiglio: usa questi riassunti per farti un'idea rapida, ma se stai cercando informazioni importanti (come consigli medici, legali o finanziari), scorri sempre verso il basso e verifica le fonti storiche del web.


Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 ufficiali: i nuovi pieghevoli AI che cambiano il modo di lavorare e divertirsi


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Samsung ha annunciato ieri la nuova serie Galaxy Z, con il debutto di Galaxy Z Fold8 in un innovativo form factor. Quest'ultimo, in particolare, porta gli standard Ultra di Galaxy nel mondo dei pieghevoli, offrendo il massimo della produttività e della creazione di contenuti grazie a uno spazio di lavoro più ampio. Frutto di sette generazioni di innovazione nei dispositivi pieghevoli e di una profonda conoscenza delle esigenze dei consumatori, la nuova serie Galaxy Z offre una scelta più ampia che mai, con tre esperienze distinte progettate per rispondere a esigenze diverse.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoliSamsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoli
Galaxy AI è stata ottimizzata per ciascuno di questi form factor; il multitasking è ancora più semplice sugli ampi schermi di Galaxy Fold8 e Galaxy Fold8 Ultra, mentre la FlexWindow progettata per l’AI di Flip8 mantiene informazioni rilevanti e scorciatoie sempre a portata di mano.

Galaxy Z Fold8: una nuova esperienza Galaxy Fold


Galaxy Z Fold8 introduce un formato progettato per passare con facilità dalle interazioni rapide sul display esterno a esperienze di visione, lettura e gioco più coinvolgenti sullo schermo principale. Grazie al formato Fold più leggero di sempre, a proporzioni del display intuitive e a prestazioni di lunga durata, questo modello rende ancora più semplice vivere al meglio i contenuti. Il device è stato progettato per adattarsi al modo in cui le persone utilizzano lo smartphone durante la giornata: con un peso di soli 201 grammi, è il Galaxy Z Fold più leggero di sempre e abbina la piattaforma Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy a una batteria da 4.800 mAh, offrendo prestazioni elevate e un'autonomia pensata per un utilizzo prolungato.
Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3
Il display esterno in formato 10:16 garantisce un'esperienza pratica per le attività quotidiane, mentre lo schermo interno 4:3 offre una superficie più ampia e immersiva per guardare video, giocare, leggere articoli ed e-book o lavorare con più contenuti contemporaneamente, adattandosi in modo naturale alle diverse modalità d'uso. La nuova tecnologia Flex Titanium di Samsung introduce una struttura del display basata sul titanio, progettata per rendere i dispositivi pieghevoli più sottili senza comprometterne la resistenza. Grazie alla combinazione di una pellicola in lega di titanio e di una piastra in titanio migliorata, Flex Titanium contribuisce a ridurre la visibilità la piega. Galaxy Z Fold8 perfeziona anche l’esperienza di apertura del dispositivo, bilanciando meccanica della cerniera, tensione del display e forza magnetica offrendo un’apertura più fluida, leggera e naturale.
In tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evolutaIn tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evoluta

Esperienza fotografica versatile e intuitiva


Galaxy Z Fold8 è pensato per aiutare gli utenti a catturare e condividere gli attimi che attirano la loro attenzione. Che si tratti di un paesaggio, di una foto di gruppo o di un momento spontaneo in movimento, Galaxy Z Fold8 rende più semplice scattare, modificare e condividere foto e video nella vita di tutti i giorni.
Le due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzioneLe due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzione

Galaxy Z Fold8 Ultra


Ultra rappresenta il più alto livello Galaxy in termini di prestazioni, funzionalità e innovazione. Con Galaxy Z Fold8 Ultra, questo standard incontra il design pieghevole più avanzato di Samsung. Il foldable è pensato per offrire ai creator la massima libertà, dallo scatto all’editing, grazie a un sistema di fotocamere di livello Ultra e a strumenti creativi che rendono più semplice realizzare contenuti di qualità professionale con un unico dispositivo.
Z Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggioZ Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggio
Sul fronte fotografico, Galaxy Z Fold8 Ultra punta su una fotocamera principale da 200 MP con supporto HDR anche alla massima risoluzione, per immagini ancora più dettagliate e realistiche. La nuova ultra-grandangolare da 50 MP migliora la qualità di paesaggi, foto di gruppo e scatti macro, mentre la modalità Nightography aggiornata assicura foto e video più luminosi e definiti anche in condizioni di scarsa illuminazione. Per i creator, completano la dotazione la registrazione video in 8K con codec APV e la funzione Cine LUT, che permette di ottenere direttamente dallo smartphone un look cinematografico.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Potenza, batteria e raffreddamento


Galaxy Z Fold8 Ultra è progettato per offrire prestazioni elevate anche nelle attività più impegnative, dal multitasking alla creazione di contenuti con l'intelligenza artificiale. Il nuovo Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy garantisce maggiore velocità e fluidità, mentre la batteria da 5.000 mAh assicura un'autonomia sufficiente per un'intera giornata di lavoro e intrattenimento. Completano la dotazione la nuova ricarica rapida da 45 W con architettura a doppio circuito, pensata per una ricarica più efficiente, e un sistema di raffreddamento con camera in grafite più ampia, che mantiene il dispositivo stabile e reattivo anche sotto carichi di lavoro intensi.
La batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomiaLa batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomia

Galaxy Z Flip8


Galaxy Z Flip8 è progettato per coloro che desiderano uno smartphone dinamico quanto il proprio stile di vita. Pensato per interazioni rapide, espressione personale ed esperienze AI, Z Flip8 porta la potenza di Galaxy AI ancor più vicino all’uso quotidiano grazie a una FlexWindow ripensata e alla versatilità unica del formato Flip. Con un peso di appena 180 g1 e uno spessore di soli 6,1 mm, è il Galaxy Z Flip più sottile e leggero di sempre, ideato per mettere informazioni, azioni e creatività sempre a portata di mano.
La nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esternoLa nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esterno

FlexCam per selfie più espressivi


Galaxy Z Flip8 potenzia l’esperienza fotografica distintiva di Samsung sui dispositivi Flip, trasformando i momenti quotidiani in contenuti ancora più creativi grazie ad angolazioni flessibili, anteprime in tempo reale e strumenti esclusivi per Flip. Da scatti senza mani all’anteprima in tempo reale, dai video selfie sul display esterno ai caratteristici mirror selfie, Galaxy Z Flip8 consente di creare, controllare e condividere contenuti di qualità senza il bisogno di usare accessori aggiuntivi.
Dalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntiveDalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntive
Galaxy Z Flip8 migliora l'esperienza fotografica con una fotocamera da 50 MP supportata dal ProVisual Engine, che assicura selfie più dettagliati, tonalità della pelle naturali e un effetto bokeh più realistico. La Modalità Flex permette di scattare foto e registrare video a mani libere da diverse angolazioni, mentre il Camcorder Grip e lo stabilizzatore con funzione Blocco orizzontale garantiscono riprese più fluide anche in movimento. Completano le novità Scatto personalizzato, per sfruttare al meglio la FlexWindow nei selfie, e Vista specchio, che trasforma il display esterno in uno specchio per controllare rapidamente il proprio look.

Disponibilità e prezzi


Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8 sono già disponibili per il preordine. Tutti i modelli saranno disponibili in Italia nelle colorazioni Graphite e Cream; Galaxy Z Fold8 Ultra sarà inoltre disponibile nella variante Violet Shadow e in quella Green Shadow, quest’ultima esclusiva online; Galaxy Z Fold8 nella colorazione Lavender e in quella esclusiva online Pistachio; e Galaxy Z Flip8 nella variante Pink e Mint, quest’ultima esclusiva online.

Galaxy Z Fold8 Ultra sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.499 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.899 euro.

Galaxy Z Fold8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.099 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.699 euro.

Galaxy Z Flip8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 1.379 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 1.579 euro.

Per chi acquista su Samsung.com e Samsung Shop App i nuovi Galaxy serie Z può approfittare di vantaggi fino al 6 agosto 2026.

Consigliato da Techpertutti

Samsung Galaxy Z Flip7


Il Samsung Galaxy Z Flip7 è lo smartphone pieghevole compatto pensato per chi cerca design, praticità e funzionalità AI in un unico dispositivo

  • 📷 Fotocamera da 50 MP con Galaxy AI: selfie e foto di alta qualità, modalità Flex e strumenti intelligenti per scatti creativi.
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Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il primo ministro israeliano partirà lunedì per Washington e parteciperà anche al funerale del senatore Lindsey Graham. Ha già incontrato il presidente sei volte nello Studio Ovale.
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Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


Trump garantisce che Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti


Il presidente Donald Trump ha assicurato che il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti quando arriverà a New York, a settembre, per l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha scritto lunedì 20 luglio su Truth Social, il suo social network, dopo che il sindaco della città aveva sollevato quella possibilità. Netanyahu, ha promesso Trump, "non sarà arrestato, in nessun modo" finché si trova in territorio americano.

A far nascere il caso è stato Zohran Mamdani, sindaco democratico di New York, che nei giorni scorsi aveva ipotizzato di far fermare il premier israeliano durante il vertice del Palazzo di Vetro, il grande raduno annuale dei capi di Stato e di governo che si tiene ogni settembre nella sede dell'ONU. In un'intervista al New York Times, Mamdani ha detto di aver aperto un confronto con l'ufficio legale del Comune per capire se ne avesse il potere, aggiungendo che "il posto di Netanyahu è all'Aia" perché "è un criminale di guerra". Ha però precisato di non voler forzare le norme: "faremo tutto ciò che la legge di New York mi consente di fare".

Il riferimento è al mandato d'arresto emesso contro Netanyahu dalla Corte penale internazionale, il tribunale con sede all'Aia che indaga sui crimini più gravi come genocidio e crimini contro l'umanità. Il mandato, deciso il 21 novembre 2024, accusa il premier israeliano e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant di aver usato la fame come arma di guerra e di aver colpito deliberatamente la popolazione civile nella striscia di Gaza. Le contestazioni riguardano la guerra scatenata da Israele dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele ha sempre respinto le accuse.

Le autorità israeliane e americane hanno bocciato subito l'idea del sindaco. Danny Danon, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ha parlato di una minaccia "vuota" e ha accusato Mamdani di fare "teatro politico" per eccitare la sua base più radicale. Non esiste alcuna base legale per un arresto, ha spiegato, ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale e non fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che l'ha istituita nel 1998. Danon ha citato anche l'accordo del 1947 sulla sede dell'ONU, che impegna le autorità americane a non ostacolare il transito dei rappresentanti degli Stati membri diretti al Palazzo di Vetro.

Sulla stessa linea Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che ha definito impossibile un arresto: l'accordo del 1947 garantisce protezioni diplomatiche ai capi di governo in visita e l'autorità federale prevale sulle volontà di un sindaco.

Dietro la vicenda c'è l'ostilità dichiarata dell'amministrazione Trump verso la Corte penale internazionale, che punta a smantellare. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha scritto sul Wall Street Journal che Washington vuole evitare un mondo in cui soldati, agenti e leader eletti americani possano essere trascinati davanti a un tribunale internazionale. Nel suo messaggio Trump ha legato la difesa del premier israeliano al suo ruolo nella guerra contro l'Iran, sostenendo che a dover essere arrestati semmai sono i dirigenti di Teheran.

Non tutti i critici di Israele hanno appoggiato Mamdani. Ro Khanna, deputato democratico della California e possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha detto a Fox News di ritenere che il caso di Netanyahu debba proseguire in tribunale, ma che l'ONU debba comunque accoglierlo: "può venire all'Assemblea", ha aggiunto, dicendosi contrario a "creare uno spettacolo".

Esponente dell'ala sinistra dei democratici, Mamdani aveva già definito Israele un "regime di apartheid" e l'offensiva nella striscia di Gaza un "genocidio", pur schierandosi più volte contro l'antisemitismo. Netanyahu lo ha accusato di sostenere Hamas, mentre il suo ufficio ha definito la Corte penale internazionale un tribunale fantoccio, privo di giurisdizione sugli israeliani e sugli americani.


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