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La Spagna chiede un esercito europeo al posto della NATO: "Liberiamoci dalla dipendenza dagli Stati Uniti"


Il Ministro degli Esteri José Manuel Albares lancia la proposta nel pieno dello scontro con Trump, che minaccia dazi e ritiro delle truppe per il rifiuto di Madrid di portare la spesa militare al 5% del Pil.

La Spagna vuole un esercito dell'Unione Europea capace di sostituire la NATO come principale garante della sicurezza del continente. La proposta arriva dal Ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che in un'intervista a Politico ha messo in dubbio la possibilità per Bruxelles di continuare ad affidare la propria difesa all'alleanza militare guidata da Washington. Secondo Albares, se l'Europa smettesse di dipendere dalla NATO, Donald Trump non potrebbe più usare la sicurezza europea come strumento di pressione politica.

"Non possiamo svegliarci ogni mattina chiedendoci cosa faranno gli Stati Uniti, i nostri cittadini meritano di meglio", ha detto il Ministro. "Questo è il momento della sovranità e dell'indipendenza dell'Europa. Sono gli stessi americani a invitarci a farlo. Liberi dalla dipendenza significa liberi dalla coercizione, sia sotto forma di dazi sia di minaccia militare".

Madrid è oggi uno dei punti più esposti dello scontro transatlantico tra Trump e gli alleati europei. Il presidente statunitense ha minacciato nuovi dazi contro la Spagna per il rifiuto di portare la spesa militare al 5% del Pil. Ha anche evocato il ritiro delle truppe americane dalle basi spagnole o persino una sospensione del Paese dalla NATO, dopo che il premier socialista Pedro Sánchez si è rifiutato di sostenere la guerra in Iran.

Il nodo dell'Articolo 5


Il cuore della proposta spagnola è la creazione di un meccanismo europeo equivalente all'articolo 5 della Nato, la clausola secondo cui un attacco contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. Per Albares, è quella garanzia a rendere credibile la deterrenza dell'Alleanza atlantica. "La magia della NATO è che sei nella NATO e non ti succede nulla, perché nessuno osa verificare se l'articolo 5 funzioni davvero", ha spiegato. "È questo che dobbiamo ricreare: la deterrenza".

L'Unione Europea dispone già di una clausola di difesa reciproca, l'articolo 42.7, che impegna gli Stati membri ad assistere un Paese dell'Ue vittima di un attacco armato. Secondo molti osservatori, però, Bruxelles non dispone ancora delle capacità militari necessarie per trasformare quella clausola in una garanzia davvero credibile. Anche per questo la maggior parte dei leader europei preferisce rafforzare le proprie Forze Armate all'interno della NATO, invece di costruire un percorso separato attraverso l'UE.

Su questa linea, i governi europei hanno già concordato un aumento della spesa militare e nuovi investimenti in settori considerati critici: difesa aerea, missili a lungo raggio, intelligence satellitare e capacità industriali comuni. L'obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, senza però rompere apertamente con l'architettura della NATO.

Il vertice europeo e il dossier Ucraina


I Ministri degli Esteri e della Difesa dell'Ue si riuniranno a Bruxelles questa settimana per discutere proprio di autonomia militare europea. Alla vigilia del primo incontro, l'Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha respinto la proposta di Vladimir Putin di affidare all'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder un ruolo di mediazione europea nei negoziati di pace sull'Ucraina.

"Se diamo alla Russia il diritto di nominare un negoziatore per nostro conto, sapete, non sarebbe molto saggio", ha detto Kallas. Poi ha ricordato i rapporti di Schröder con Mosca: "È stato un lobbista di alto livello per le società statali russe. È chiaro perché Putin lo vuole come negoziatore: starebbe seduto da entrambi i lati del tavolo".

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Garmin Forerunner 70 e Forerunner 170: i nuovi smartwatch GPS per correre con più continuità


Garmin amplia la sua famiglia di smartwatch dedicati alla corsa con i nuovi Forerunner 70 e Forerunner 170, due modelli pensati per accompagnare runner molto diversi tra loro: da chi sta iniziando a correre con calma, magari una o due volte a settimana, fino a chi vuole rendere l’allenamento più strutturato senza complicarsi troppo la vita.

La novità interessante è proprio questa. Con i nuovi Garmin Forerunner 70 e Forerunner 170, il brand non parla soltanto a chi prepara una maratona o cerca il miglior tempo personale, ma anche a chi vede la corsa come un modo semplice per stare meglio, liberare la mente e costruire una routine più sana. In questo senso, Garmin prova a rendere il running meno rigido e più accessibile, puntando su strumenti facili da leggere, consigli personalizzati e funzioni utili nella vita di tutti i giorni.

Due smartwatch per chi vuole iniziare o migliorare nella corsa


I nuovi smartwatch GPS Garmin nascono con un obiettivo chiaro: aiutare le persone a continuare. Perché spesso il vero problema non è fare la prima corsa, ma trovare la costanza nel tempo. Forerunner 70 e Forerunner 170 cercano quindi di trasformare i dati in indicazioni pratiche, evitando quell’effetto “troppo tecnico” che a volte può scoraggiare chi si sta avvicinando al mondo del running.

Entrambi i modelli integrano un display AMOLED da 1,2 pollici, con colori brillanti e una leggibilità pensata per accompagnare l’utente sia durante l’allenamento sia nella gestione quotidiana. Al touchscreen si affianca il classico design Garmin con 5 pulsanti fisici, una scelta molto utile quando si corre, si hanno le mani sudate o si preferisce gestire l’orologio senza dover sempre toccare lo schermo.

La filosofia è quella di offrire uno smartwatch sportivo completo, ma non intimidatorio. Le funzioni per la salute, il recupero e l’allenamento sono presenti, ma vengono proposte in modo più immediato, così da aiutare anche chi non ha grande esperienza con tabelle, zone cardio o metriche avanzate.

Garmin Forerunner 70: il modello per partire con il piede giusto


Il Garmin Forerunner 70 è il modello pensato per chi vuole usare la corsa come attività principale per stare meglio. Non è un semplice orologio GPS basico, perché porta con sé diverse funzioni derivate dai modelli Forerunner più avanzati, ma mantiene un’impostazione chiara e diretta.

Permette di monitorare i dati essenziali come GPS integrato, tempo, distanza, passo e frequenza cardiaca al polso. Sono informazioni fondamentali per capire come sta andando una corsa, senza perdersi in numeri difficili da interpretare.

Una delle funzioni più interessanti è quella degli allenamenti rapidi, pensata per chi vuole variare le proprie uscite senza dover creare programmi complicati. L’utente può indicare la durata e il livello di intensità desiderato, mentre lo smartwatch propone un allenamento adatto al proprio stato di forma. È una soluzione molto pratica per chi magari ha poco tempo, ma vuole comunque dare un senso più preciso alla sessione.

A questo si aggiunge Garmin Coach, con piani di allenamento che si adattano ai dati di salute e recupero. Oltre ai programmi più tradizionali, Garmin introduce anche piani con sessioni corsa/camminata e allenamenti a volume ridotto, una scelta intelligente per chi non vuole forzare troppo o sta cercando di costruire progressivamente la propria resistenza.

Allenamento, recupero e salute sempre sotto controllo


Pur essendo pensati per un pubblico ampio, Forerunner 70 e Forerunner 170 non rinunciano alle funzioni più evolute. Il Forerunner 70 include strumenti sviluppati dal Garmin Human Performance Lab, tra cui Training Readiness, Training Status, potenza di corsa rilevata dal polso e dinamiche di corsa.

Queste funzioni aiutano a capire non solo quanto ci si sta allenando, ma anche se il corpo è davvero pronto per sostenere un nuovo sforzo. Per chi tende a esagerare o, al contrario, si sottovaluta spesso, avere un’indicazione sul recupero può fare una grande differenza.

Non manca poi la parte legata al benessere quotidiano. Lo smartwatch offre il monitoraggio avanzato del sonno, il coach del sonno, lo stato della variabilità della frequenza cardiaca, le variazioni respiratorie, il Pulse Ox, la registrazione dello stile di vita e l’app Health Status. Tutti questi dati permettono di avere un quadro più completo del proprio equilibrio generale, andando oltre la singola corsa.

Il Forerunner 70 integra inoltre oltre 80 app sportive, tra cui nuoto, ciclismo e allenamento della forza. Questo lo rende adatto anche a chi non vuole limitarsi alla corsa, ma alterna diverse attività durante la settimana.

Garmin Forerunner 170: più funzioni per chi vuole qualcosa in più


Il Garmin Forerunner 170 parte dalla base del Forerunner 70, ma aggiunge alcune funzioni pensate per chi cerca maggiore versatilità. Tra le novità principali c’è l’altimetro barometrico, utile per ottenere metriche più precise quando si affrontano percorsi con salite, discese o variazioni di quota.

In più, il Forerunner 170 introduce i piani Garmin Coach dedicati al ciclismo, diventando una scelta più interessante per chi alterna corsa e bici o vuole seguire un percorso di allenamento più vario.

Un’altra differenza importante riguarda la presenza di Garmin Pay, il sistema di pagamento contactless che consente di pagare direttamente dal polso, a patto di utilizzare una banca e una rete di pagamento compatibili. È una funzione comoda soprattutto quando si esce a correre senza portare con sé portafoglio o telefono, ma si vuole comunque poter acquistare una bottiglietta d’acqua o uno snack.

Per chi ama correre con la musica, Garmin propone anche Forerunner 170 Music. Questa versione permette di scaricare brani, podcast e contenuti dai servizi musicali compatibili direttamente sull’orologio, così da ascoltarli con cuffie wireless senza dover portare lo smartphone durante l’allenamento.

Autonomia, colori e disponibilità


Sul fronte autonomia, Garmin Forerunner 70 arriva fino a 13 giorni in modalità smartwatch, un dato molto interessante per chi non vuole ricaricare l’orologio ogni sera. Il modello sarà disponibile nelle colorazioni Citron, Cool Lavender, Black e Whitestone.

Forerunner 170 e Forerunner 170 Music offrono invece fino a 10 giorni di autonomia in modalità smartwatch. Le colorazioni previste per Forerunner 170 sono Black con cinturino Black/Amp Yellow e Whitestone con cinturino Whitestone/Cloud Blue. La versione Music aggiunge combinazioni più vivaci, come Teal Green con cinturino Teal Green/Citron e Red Pink con cinturino Red Pink/Mango.

La disponibilità è fissata dal 15 maggio 2026 su Garmin.com. Il prezzo consigliato è di 249,99 euro per Garmin Forerunner 70, 299,99 euro per Garmin Forerunner 170 e 349,99 euro per Garmin Forerunner 170 Music.

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Calcio: Ufficiale, Derby Roma-Lazio posticipato a lunedì 18 maggio


Spostato alle 20:45 per motivi di ordine pubblico e concomitanza con gli Internazionali di Tennis. Lo ha deciso la Prefettura

Il derby della Capitale tra AS Roma e SS Lazio è stato ufficialmente posticipato a lunedì 18 maggio 2026, con fischio d’inizio fissato alle ore 20.45. La decisione è stata assunta dalla Prefettura di Roma a seguito delle valutazioni emerse in sede di Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica.

Il provvedimento, si legge nella comunicazione istituzionale, è stato adottato in considerazione delle esigenze legate alla gestione dell’ordine pubblico e della mobilità urbana, anche in relazione alla concomitanza di un evento di rilevanza internazionale quale gli Internazionali BNL d’Italia, in corso di svolgimento presso il Foro Italico.

Secondo quanto emerso, la sovrapposizione tra il derby capitolino e la manifestazione tennistica avrebbe comportato un significativo impatto sul piano della viabilità, della sicurezza e dell’impiego delle forze dell’ordine, rendendo necessario uno slittamento dell’incontro per garantire una gestione coordinata dei due eventi.

Il derby tra Roma e Lazio, tra gli appuntamenti più attesi della stagione calcistica italiana, si disputerà dunque in orario serale di lunedì, scelta che punta a ridurre le criticità organizzative e a garantire condizioni operative più agevoli per tutti i servizi coinvolti.

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Trump vuole abbassare le tasse sulla benzina


La proposta del presidente arriva dopo un aumento del 50 per cento dei prezzi alla pompa dall'inizio del conflitto, ma servirebbe il via libera del Congresso e l'impatto sarebbe minimo.

Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì un piano per ridurre i prezzi della benzina, schizzati dopo la decisione di entrare in guerra con l'Iran lo scorso 28 febbraio: sospendere le accise federali sui carburanti. L'idea, lanciata in una telefonata con un giornalista della CBS News e poi ripresa nello Studio Ovale, si scontra però con due ostacoli concreti. Il primo è procedurale: una misura del genere richiede l'approvazione del Congresso, passaggio che Trump non ha menzionato. Il secondo è di sostanza: anche se la sospensione venisse approvata, l'effetto sui consumatori sarebbe quasi impercettibile.

Le accise federali ammontano a poco più di 18 centesimi di dollaro al gallone per la benzina e a circa 24 centesimi per il diesel. I prezzi alla pompa sono cresciuti di circa il 50 per cento dall'inizio del conflitto, quindi l'eventuale taglio coprirebbe solo una frazione minima del rincaro. Lo stesso presidente lo ha riconosciuto parlando con i giornalisti: si tratta di una percentuale piccola, ma sempre di denaro. Interpellata su quando o se l'amministrazione intenda effettivamente rivolgersi al Congresso per portare avanti la proposta, la Casa Bianca si è limitata a rimandare alle dichiarazioni del presidente.

Le accise federali sui carburanti finanziano la costruzione e la manutenzione delle strade in tutto il paese, e questo è uno dei motivi per cui in passato proposte analoghe sono naufragate. Nel 2022 il presidente Joe Biden aveva avanzato la stessa idea per contenere i prezzi del carburante, ma il Congresso aveva bloccato l'iniziativa. I repubblicani, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal all'epoca, l'avevano definita una mossa di facciata e una cattiva politica economica.

L'ipotesi era stata lanciata in via informale dal segretario all'Energia Chris Wright domenica, durante la trasmissione Meet the Press della NBC. Wright ha sostenuto che l'amministrazione è favorevole a ogni misura utile per abbassare i prezzi alla pompa e ridurre i costi per i cittadini americani. Lo stesso Wright ad aprile aveva ammesso che i prezzi della benzina potrebbero restare alti per mesi, in contrasto con le promesse del presidente di un crollo imminente.

Le analisi mostrano che l'aumento dei prezzi del carburante ha colpito in modo più duro gli americani a basso reddito. Trump ha collegato il futuro andamento dei prezzi all'esito del conflitto con Teheran, sostenendo che appena la guerra con l'Iran finirà, benzina e petrolio scenderanno come un sasso. Le prospettive di una conclusione rapida appaiono però incerte. Nello stesso incontro con i giornalisti il presidente ha definito l'ultima controproposta iraniana una schifezza e ha descritto il cessate il fuoco come appeso a un filo. Ha aggiunto che l'Iran sarebbe nelle mani di una potente fazione di pazzi intenzionati a prolungare il conflitto il più possibile.

Resta il nodo di fondo: anche un'approvazione rapida e completa della sospensione delle accise restituirebbe ai consumatori meno di venti centesimi al gallone, a fronte di un aumento medio dei prezzi che è cinque o sei volte superiore. Il piano sembra rispondere più all'esigenza politica di mostrare un'iniziativa concreta sul caro carburante che a una reale capacità di incidere sul portafoglio degli automobilisti americani, almeno fino a quando il conflitto con l'Iran non troverà una soluzione.

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Derby Roma-Lazio alle 12.30 di domenica: la Lega decide, è polemica


De Siervo: “La sera non è percorribile”. Rocca e Onorato contro la scelta: meglio lunedì

Il derby della Capitale si giocherà domenica alle 12.30. La Lega Serie A ha sciolto ogni dubbio con un comunicato ufficiale, e l'amministratore delegato Luigi De Siervo ha chiuso la porta a qualsiasi alternativa, secondo quanto riportato da RaiNews: “Ogni altra ipotesi non risulta percorribile”.

La motivazione è legata agli scontri tra tifosi che avevano preceduto l'ultima programmazione serale: “La sera purtroppo nella città di Roma non è possibile giocare un derby, visto come alcuni tifosi l'hanno messa a ferro e fuoco dopo che eravamo riusciti a convincere le forze dell'ordine ad autorizzare la partita alle 20.30”. Tramontata anche l'ipotesi del lunedì, definita da De Siervo “fantasiosa”: coinvolgerebbe almeno cinque realtà diverse e 300mila persone in un giorno feriale, e si sovrapporrebbe alla finale degli Internazionali BNL d'Italia di tennis, in programma domenica al Foro Italico.

Roma-Lazio si inserisce nel gruppo delle partite con implicazioni europee che scenderanno tutte in campo domenica alla stessa ora: Como-Parma, Genoa-Milan e Juventus-Fiorentina. Ancora in bilico Pisa-Napoli: se gli azzurri si qualificano questa sera alla Champions, si giocherà alle 18; altrimenti si aggregherà al blocco delle 12.30.

Le critiche delle istituzioni romane


La decisione ha suscitato reazioni immediate. Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca non ha nascosto il disappunto: “L'annuncio di De Siervo mi lascia perplesso, per usare un eufemismo”. Rocca ha definito “assurda” la scelta di decidere a pochi giorni dalla partita, in concomitanza con la finale maschile degli Internazionali, e ha chiesto l'intervento del ministro Piantedosi e del prefetto Giannini per “correggere questa superficiale ed egoistica presa di posizione”. La sua proposta: spostare il derby a lunedì.

Sulla stessa linea l'assessore comunale ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, che ha rivendicato la capacità della città di gestire eventi complessi in simultanea: “Abbiamo gestito i funerali di Papa Francesco, non ci spaventano neanche la finale degli Internazionali e il derby”. Onorato ha suggerito, in caso di spostamento al lunedì, di fissare il calcio d'inizio alle 21 per consentire a tifosi e lavoratori di raggiungere lo stadio. E ha aggiunto: “A Roma non dobbiamo aver paura di fare un derby di sera a causa degli scontri. È ora che chi pensa di andare allo stadio per fare scontri sia assicurato alla giustizia”.

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I Dem hanno perso la battaglia delle mappe


L'analisi di Nate Silver mostra che la Corte Suprema e quella della Virginia hanno ribaltato la situazione. Ora i repubblicani hanno un vantaggio strutturale tra 2,5 e 3,9 punti.

I democratici americani hanno perso la guerra del ridisegno dei collegi elettorali in vista delle elezioni di metà mandato del novembre 2026. Lo sostiene Nate Silver, statistico e fondatore della newsletter Silver Bulletin, in un'analisi pubblicata l'11 maggio. Fino a tre settimane fa lo scontro sembrava finito in pareggio o addirittura con un leggero vantaggio democratico, ma due decisioni giudiziarie hanno cambiato il quadro.

Negli Stati Uniti i confini dei collegi elettorali della Camera dei rappresentanti vengono solitamente ridisegnati ogni dieci anni, dopo il censimento nazionale. Da alcuni anni però i singoli stati hanno cominciato a modificarli anche a metà decennio per favorire il proprio partito, una pratica nota come gerrymandering. Il partito che controlla il parlamento di uno stato può tracciare i confini in modo da concentrare gli elettori avversari in pochi collegi e distribuire i propri in tanti collegi a maggioranza risicata ma sicura.

La prima sconfitta per i democratici è arrivata due settimane fa con la sentenza Callais della Corte Suprema federale, che ha indebolito il Voting Rights Act, la legge sui diritti di voto che tutela le minoranze etniche. La seconda è arrivata venerdì scorso, quando la Corte Suprema della Virginia ha invalidato per motivi procedurali un referendum approvato dagli elettori dello stato per ridisegnare i collegi in senso più favorevole ai democratici. Nel frattempo altri stati a guida repubblicana, come la Florida, hanno modificato le proprie mappe elettorali.

Dopo l'approvazione del referendum in Virginia il collegio mediano risultava più repubblicano del paese nel suo complesso di appena 0,1 punti percentuali, un dato leggermente migliore per i democratici rispetto alla mappa del 2024. Ora invece il vantaggio repubblicano a novembre si colloca tra 2,5 e 3,9 punti percentuali, in attesa di ulteriori azioni legali e legislative. I democratici hanno presentato ricorso contro la decisione della Virginia alla Corte Suprema federale e starebbero valutando un piano per costringere i giudici dello stato al pensionamento anticipato, una mossa che Silver definisce piuttosto radicale.

La nuova mappa firmata dal governatore Ron DeSantis in Florida crea diversi collegi a tendenza repubblicana ma non sicuri, che in caso di forte ondata democratica o di inversione dello spostamento conservatore dello stato potrebbero non essere conquistati. Anche in Virginia, dove il referendum era stato presentato come un guadagno di quattro seggi per i democratici, il calcolo realistico parlava di 2,5 o 3 seggi.

Per ottenere la maggioranza alla Camera ora i democratici hanno bisogno di un margine sufficiente nel voto popolare. Attualmente sono avanti di 6,1 punti nel sondaggio aggregato sulla scelta del partito alla Camera. Una vittoria di sei punti sarebbe molto probabilmente sufficiente per conquistare l'aula anche con una mappa sfavorevole di tre o quattro punti. Tuttavia un errore di sondaggio simile a quello del 2024, quando i repubblicani superarono le previsioni, basterebbe a rimettere in bilico il risultato. Mancano ancora sei mesi alle elezioni e i sondaggi attuali sono condotti tra gli elettori registrati, senza tenere conto di un possibile vantaggio democratico nell'affluenza.

Il mercato delle previsioni Polymarket dava ai democratici l'87 per cento di probabilità di conquistare la maggioranza alla Camera qualche settimana fa, una stima ora scesa al 78 per cento.

Il problema strutturale per i democratici riguarda le corti. La Corte Suprema federale ha una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre, che nelle decisioni sul ridisegno dei collegi vota quasi sempre lungo linee partitiche. Anche la Corte Suprema della Virginia tende a essere repubblicana, perché tre dei sette giudici sono stati eletti dal parlamento statale quando il partito repubblicano controllava entrambe le camere.

Secondo un'analisi condotta nel 2020 dal sito Ballotpedia, fino a quell'anno le corti statali tendevano a essere prevalentemente repubblicane. Questo rifletteva una maggiore attenzione storica del partito repubblicano sulla magistratura e due tornate elettorali di metà mandato molto negative per i democratici nel 2010 e nel 2014. Da allora alcune cose sono cambiate: i democratici hanno conquistato la corte del Wisconsin nel 2023, ma hanno perso quella del North Carolina.

Tra i sette stati in bilico alle presidenziali del 2024 i democratici hanno un vantaggio di 4 a 3 nelle corti supreme statali, compresi i tre stati del cosiddetto Blue Wall, ovvero Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. I repubblicani compensano con le corti conservatrici di Virginia e New Hampshire.
Orientamento ideologico delle Corti Supreme Statali

Elezioni · USA
Orientamento ideologico delle Corti Supreme Statali
Le Corti Supreme Statali nel 2026 · 261 voti elettorali ai repubblicani, 255 ai democratici, 22 in bilico

Caricamento mappa…

Forte repubblicana 229 EV · 22 stati

Lieve repubblicana 32 EV · 4 stati

Incerta 22 EV · 3 stati

Lieve democratica 47 EV · 7 stati

Forte democratica 208 EV · 15 stati

261
Voti elettorali in stati con corti repubblicane

22
Voti elettorali in stati con corti incerte

255
Voti elettorali in stati con corti democratiche

Focus America su dati di Nate Silver (Silver Bulletin) · Stime basate sul comportamento delle Corti Supreme Statali nel 2026

I democratici potrebbero ancora ridisegnare in modo più aggressivo i collegi in stati come Colorado e New York, dove le corti statali probabilmente approverebbero mappe più partigiane. I parlamentari democratici di New York hanno però espresso scetticismo su una nuova revisione. La vera ragione della riluttanza in stati come New York e Maryland, secondo Silver, è la volontà dei deputati in carica di proteggere i propri seggi.

Resta il rischio della compiacenza. Nel 2022 i democratici ottennero un risultato accettabile alle elezioni di metà mandato considerando l'impopolarità del presidente Biden, ma persero comunque il controllo della Camera. Quel risultato bastò a convincere il partito che tutto andava bene con Biden, e l'allora governatore della California Gavin Newsom abbandonò la sua campagna informale per sostituirlo nel ticket del 2024.

Se i democratici vincessero a novembre con un margine di soli sei o sette punti nel voto popolare, la loro maggioranza non sarebbe affatto sicura nel 2028, quando tutti i 435 seggi della Camera saranno di nuovo in palio, alcuni con nuovi confini. Nelle elezioni presidenziali la corsa per la Camera tende a essere più equilibrata rispetto alle elezioni di metà mandato.

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Wall Street e il ritorno dell’insider trading. I mercati energetici trasformati in un casinò per pochi, mentre famiglie e imprese italiane pagano un conto sempre più salato in bolletta


Dietro le fiammate del prezzo del petrolio non c’è solo geopolitica: c’è anche chi usa informazioni riservate per fare cassa.
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Wall Street e l’ombra dell’insider trading sui mercati del petrolio
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

La Borsa di New York torna sotto i riflettori. Centinaia di milioni di dollari guadagnati grazie a informazioni riservate sui movimenti del petrolio iraniano. Operazioni sospette concentrate nei giorni precedenti agli annunci ufficiali sulla crisi del Golfo Persico. Un quadro che ricorda gli anni peggiori della finanza deregolamentata, quando l’insider trading – cioè l’uso di informazioni riservate per fare operazioni in Borsa prima che diventino pubbliche – era pratica diffusa e l’impunità la norma. Eppure siamo nel 2026, a diciotto anni dalla crisi dei subprime e dopo decenni di riforme che avrebbero dovuto rendere trasparenti i mercati finanziari.

Per l’Italia, che acquista all’estero oltre il 90% dell’energia che consuma e resta esposta alle oscillazioni del prezzo del greggio, la ricaduta è tutt’altro che teorica. Quando una ristretta cerchia di operatori altera le quotazioni grazie a informazioni privilegiate, l’onda d’urto arriva subito alle bollette delle famiglie, ai costi di produzione delle piccole e medie imprese, ai margini del sistema manifatturiero. La volatilità artificiale dei mercati energetici non è solo un tema di giustizia finanziaria: è un fattore di instabilità che attraversa l’economia europea, indebolendo chi produce e investe nel lungo periodo.

Deregulation negli Stati Uniti mentre Bruxelles alza l’asticella dei controlli sui mercati


Alcuni trader, in contatto con chi dispone di informazioni riservate sulla crisi iraniana – figure che potrebbero includere diplomatici, funzionari pubblici o consulenti di alto livello – riceverebbero in anticipo dettagli su decisioni politiche e mosse militari. Da lì, il passaggio ai mercati è immediato: quelle informazioni vengono trasformate in operazioni mirate sui futures del petrolio, contratti che consentono di scommettere su come si muoverà il prezzo del greggio nei prossimi giorni o mesi, amplificando i guadagni grazie all’effetto leva.

In pratica, chi conosce prima degli altri la direzione degli eventi può posizionarsi sul mercato poche ore prima di un annuncio ufficiale e incassare profitti enormi quando il prezzo reagisce alla notizia. Non serve una rete di operazioni complessa: basta un piccolo vantaggio temporale, moltiplicato da strumenti finanziari che consentono di muovere grandi volumi con capitale relativamente limitato.

Su questo sfondo colpisce il ruolo della Securities and Exchange Commission, l’authority statunitense incaricata di vigilare sui mercati: non emergono inchieste annunciate, procedimenti formali, segnali pubblici di intervento. L’assenza di azione – o persino di visibile attenzione – invia un messaggio chiaro agli operatori: chi sfrutta informazioni privilegiate difficilmente verrà chiamato a risponderne. È qui che si costruisce l’«impunità finanziaria»: non tanto in una norma esplicita, quanto nella combinazione di potere informativo, strumenti sofisticati e controlli deboli.

Il contrasto con l’Europa è marcato. Negli ultimi anni Bruxelles e le autorità nazionali hanno stratificato regole sempre più dettagliate: dalla MiFID II, che disciplina la prestazione dei servizi di investimento, alle norme sulla tracciabilità delle operazioni e sulla trasparenza delle posizioni sui derivati. L’obiettivo dichiarato è ridurre gli abusi di mercato e garantire condizioni eque tra gli investitori, professionali e retail. Negli Stati Uniti, al contrario, la nuova stagione di deregolamentazione sotto la presidenza Trump ha indebolito i controlli sui reati finanziari dei piani alti e ha inviato ai mercati un messaggio chiaro: chi sfrutta informazioni riservate ha poche probabilità di essere fermato. Alleggerendo vincoli e requisiti di vigilanza, si è creato un ambiente in cui chi detiene informazioni privilegiate può muoversi con maggiore libertà: le zone d’ombra aumentano, la probabilità di essere scoperti diminuisce, l’effetto deterrente si indebolisce.

Per l’investitore italiano che opera sui mercati globali, il rischio è duplice. Da un lato subisce gli effetti delle manipolazioni: prezzi del petrolio che si muovono non per ragioni economiche, ma perché qualcuno ha anticipato una scelta politica o una tensione militare. Dall’altro lato deve accettare di competere su piazze dove la parità di condizioni è spesso più teorica che reale. In apparenza valgono le stesse regole per tutti; nella pratica, chi siede vicino ai centri decisionali parte con un vantaggio informativo difficilmente colmabile.

Crisi Iran: perché il manifatturiero italiano è a rischio
Le Nazioni Unite avvertono: la guerra in Iran rischia di cancellare anni di benessere mondiale. Per l’Italia è un colpo durissimo. Le nostre fabbriche funzionano a gas e, se i prezzi esplodono, produrre diventa troppo caro. Siamo i primi a pagare il conto di questa crisi energetica.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Il conto più salato per i Paesi importatori


Quando il prezzo del petrolio sale perché alcuni operatori usano informazioni segrete per fare affari in anticipo, il problema non riguarda solo la finanza. Vuol dire che il prezzo non nasce da domanda e offerta «normali», ma da una manipolazione costruita a tavolino: c’è chi sa prima degli altri che arriverà una guerra, una sanzione o un annuncio politico, e compra o vende petrolio approfittando di questo vantaggio.

Per un Paese come l’Italia, che il petrolio deve quasi tutto importarlo, il risultato è semplice: si paga di più per un motivo che non ha nulla a che vedere con la reale scarsità del greggio. Il rincaro non serve a coprire costi maggiori di estrazione o di trasporto, ma a remunerare chi ha usato informazioni riservate per guadagnare. Una parte del conto energetico finisce così nelle tasche di chi ha speculato prima degli altri.

Le imprese che consumano molta energia – aziende chimiche, della plastica, dei trasporti, della logistica – si trovano a sostenere costi più alti senza un motivo economico chiaro. Devono pagare carburante e materie prime a prezzi gonfiati, mentre i concorrenti in altri Paesi, dove l’energia costa meno o lo Stato interviene a compensare, hanno un vantaggio immediato. Questo riduce la capacità delle aziende italiane di tenere i prezzi competitivi e di investire per innovare.

C’è anche un effetto più sottile. Se gli imprenditori pensano che il mercato del petrolio sia «pilotato» da chi ha informazioni in anticipo, fanno più fatica a programmare il futuro. Strumenti che dovrebbero aiutarli a stabilizzare i costi – come i contratti a lungo termine o i derivati per coprirsi dalle oscillazioni – diventano meno affidabili, perché temono che dall’altra parte del tavolo ci sia qualcuno meglio informato. Allora si rinviano investimenti, si accorciano gli orizzonti di pianificazione, si preferisce non rischiare.

Famiglie e imprese pagano bollette e carburanti più cari, senza benefici in termini di servizi, infrastrutture o occupazione. È denaro che esce dal circuito produttivo e finisce per gonfiare i profitti di pochi operatori finanziari. Per un Paese manifatturiero che ha bisogno di stabilità, prezzi prevedibili e capitali di lungo periodo, è un freno costante allo sviluppo.


Lo shock petrolifero che l'Italia non può permettersi: perché il 2026 rischia di essere peggiore del 1973


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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Il prezzo del petrolio ha superato i 120 dollari al barile nelle ultime settimane, trascinato dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Per l'Italia, che importa oltre il 93% del proprio fabbisogno energetico, si profila uno scenario simile alla crisi petrolifera del 1973: inflazione galoppante, perdita di potere d'acquisto delle famiglie e pressioni insostenibili sui bilanci delle imprese manifatturiere. Mentre i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali si riuniscono a Washington per gli incontri semestrali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, la priorità dichiarata è limitare i danni di quello che viene già definito il più grave shock energetico degli ultimi cinquant'anni.

Le istituzioni di Bretton Woods non affrontavano una situazione simile dalla loro fondazione nel 1944. Nemmeno gli anni Settanta, con l'embargo petrolifero arabo e la stagflazione che ne seguì, avevano visto una combinazione così esplosiva: conflitti multipli, catene di approvvigionamento ancora fragili dopo la pandemia, tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e ora una guerra aperta che coinvolge direttamente lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 21% del petrolio mondiale. Per l'economia italiana, dipendente dalle esportazioni e dalle importazioni energetiche, la tempesta perfetta è già realtà.

Il conto per le famiglie italiane: bollette e carrello della spesa


L'impatto sui consumatori italiani si manifesta su due fronti paralleli. Da un lato, le bollette energetiche tornano a crescere dopo la relativa stabilizzazione del 2024-2025. Dall'altro, l'inflazione dei beni alimentari accelera nuovamente: il trasporto su gomma, che in Italia muove l'80% delle merci, dipende direttamente dal prezzo del diesel, già aumentato del 38% rispetto a gennaio. Le famiglie italiane, che destinano mediamente il 9,2% del proprio reddito disponibile alle spese energetiche dirette e indirette, si trovano schiacciate tra bollette più salate e carrelli della spesa più costosi.

I dati Istat mostrano che l'inflazione generale ha ripreso a salire dopo mesi di moderazione: a marzo si attestava al 3,1%, ma le stime per aprile indicano un possibile 3,8%. Per un nucleo familiare medio, con un reddito annuo di 35.000 euro, significa una perdita di potere d'acquisto stimabile in circa 1.300 euro all'anno rispetto allo scenario pre-crisi. Le categorie più colpite sono i pensionati e i lavoratori a reddito fisso, che non possono negoziare adeguamenti salariali rapidi. Nel frattempo, il governo italiano si trova a dover decidere se reintrodurre misure di sostegno simili ai crediti d'imposta del 2022, con il rischio di appesantire ulteriormente un debito pubblico che viaggia al 137% del PIL.

La manifattura italiana sotto pressione


Le imprese italiane, soprattutto quelle energivore, affrontano una situazione insostenibile. Il settore ceramico, concentrato a Sassuolo, ha già annunciato riduzioni di produzione del 15-20%. Le acciaierie, dalla Lombardia alla Puglia, operano a capacità ridotta. Il settore chimico, che rappresenta il 10% delle esportazioni italiane, vede erodere i margini operativi a ritmi allarmanti. A differenza della Germania, che può contare su maggiori riserve strategiche e su un sistema di stoccaggio del gas più robusto, l'Italia dipende fortemente dalle forniture via gasdotto dall'Algeria e dalla Libia, entrambe vulnerabili a instabilità geopolitiche.

La competitività del Made in Italy si misura anche sui mercati internazionali. Con costi energetici più alti rispetto ai concorrenti asiatici e nordamericani, i produttori italiani rischiano di perdere quote di mercato. Il settore tessile lombardo e veneto, già sotto pressione per la concorrenza cinese, si trova ora a dover assorbire incrementi di costo che oscillano tra il 12% e il 18%. Le PMI, che costituiscono il 92% del tessuto produttivo italiano, non hanno la capacità finanziaria delle grandi corporation di coprire gli shock con riserve o hedging sofisticati. Il risultato è una compressione degli investimenti proprio nel momento in cui l'Europa spinge per la transizione verde e la digitalizzazione.

Washington cerca soluzioni, Roma aspetta


Gli incontri di Washington dovrebbero produrre linee guida coordinate per evitare che ogni paese adotti misure protezionistiche o sussidi distorti della concorrenza. La Banca Centrale Europea, rappresentata da Christine Lagarde, si trova in una posizione delicata: alzare i tassi per contrastare l'inflazione rischierebbe di soffocare una ripresa economica ancora fragile, soprattutto nei paesi mediterranei. Mantenerli bassi, però, significa accettare un'inflazione strutturalmente più alta, con conseguenze devastanti per i risparmiatori e per chi vive di redditi fissi.

Per l'Italia, la partita si gioca anche a Bruxelles. Il governo italiano preme per l'attivazione di clausole di flessibilità nei conti pubblici, giustificate dall'emergenza energetica. La Commissione Europea, tuttavia, mostra cautela: troppi paesi membri invocano eccezioni alle regole fiscali, rischiando di rendere il Patto di Stabilità e Crescita completamente inefficace. Nel frattempo, le famiglie italiane tagliano i consumi discrezionali, le imprese rinviano gli investimenti, e la crescita economica prevista per il 2026, già modesta allo 0,9%, potrebbe essere rivista al ribasso.

La memoria storica degli anni Settanta è ancora viva in Italia: inflazione a due cifre, svalutazione della lira, austerità. Quella crisi durò quasi un decennio e trasformò profondamente il tessuto sociale ed economico del paese. Oggi, con un debito pubblico più alto, una popolazione più anziana e una dipendenza energetica ancora maggiore, l'Italia ha meno margini di manovra rispetto ad allora. La capacità del sistema politico di adottare misure strutturali, non solo emergenziali, determinerà se questa crisi sarà un trauma passeggero o l'inizio di una recessione prolungata.

Le domande de l'Analista


Può l'Italia accelerare la diversificazione energetica senza compromettere la competitività industriale nel breve termine, oppure il paese è destinato a subire passivamente ogni shock proveniente dai mercati internazionali?

In che misura le istituzioni europee saranno disposte a tollerare deficit più alti per sostenere i paesi membri più esposti, o prevarrà la linea del rigore che rischia di amplificare le divergenze economiche tra Nord e Sud Europa?


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Roma, lite in casa finisce in tragedia: ucciso a colpi di appendiabiti nel quartiere Primavalle


La vittima è un 60enne. Arrestata la compagna 36enne: avrebbe tentato inizialmente di sviare gli investigatori parlando di una caduta accidentale
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Una violenta lite domestica degenerata in omicidio scuote il quartiere Primavalle, a Roma. Alberto Pacetti, 60 anni, è morto dopo essere stato aggredito nella sua abitazione dalla compagna Monica Belciug, 36 anni, di origini romene, ora arrestata con l’accusa di omicidio.

I fatti risalgono allo scorso 28 aprile. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la donna avrebbe colpito il compagno con estrema violenza utilizzando un appendiabiti e, secondo alcuni accertamenti, anche una cornice, infierendo soprattutto alla testa. L’uomo, soccorso in gravissime condizioni, è stato trasportato d’urgenza al Policlinico Gemelli, dove è morto dopo circa tre ore a causa delle lesioni riportate.

In un primo momento la 36enne avrebbe raccontato agli agenti che il compagno era caduto accidentalmente durante una discussione, sostenendo che entrambi avessero bevuto. Una versione che però sarebbe stata smentita dagli elementi raccolti dalla polizia e dagli esiti dell’autopsia, che avrebbero evidenziato ferite incompatibili con una semplice caduta.

Le indagini hanno portato rapidamente al fermo della donna, già nota alle forze dell’ordine per precedenti legati a reati contro la persona. Gli investigatori stanno ora lavorando per chiarire con precisione il movente e ricostruire i momenti precedenti all’aggressione.

L’ennesimo episodio di violenza consumato tra le mura domestiche riaccende l’attenzione su un fenomeno che continua a colpire senza distinzioni, trasformando luoghi di vita quotidiana in scenari di tragedia.

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MOVA P70 Pro Ultra arriva in Italia: il robot aspirapolvere premium ora costa meno


MOVA amplia la sua gamma di robot aspirapolvere con il nuovo P70 Pro Ultra, un modello che combina aspirazione potente, lavaggio intelligente e funzioni avanzate pensate per offrire un’esperienza premium a un prezzo più accessibile
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MOVA ha annunciato la disponibilità di P70 Pro Ultra, il nuovo robot di ultima generazione della serie P. Progettato per portare tecnologie avanzate in una fascia di prezzo più accessibile, questo modello offre una combinazione ben bilanciata di prestazioni potenti, funzionamento a bassa manutenzione e navigazione intelligente. Con una potenza di aspirazione fino a 30.000 Pa, un doppio panno rotante ad alta velocità e alta pressione, e un sistema di autopulizia con acqua calda a 100°C, P70 Pro Ultra permette di rimuovere efficacemente polvere, detriti e macchie ostinate, garantendo risultati costanti sia nelle pulizie quotidiane che in quelle più impegnative. Il prezzo è di 699 euro.

GPS tracker per cani e gatti: guida completa alla scelta e all’uso
Una guida completa ai GPS tracker per cani e gatti: cosa sono, come funzionano, quali tipologie esistono e quali caratteristiche valutare per scegliere il dispositivo più adatto e usarlo al meglio
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Aspirazione potente e pulizia più profonda


Rispetto al suo predecessore, P70 Pro Ultra vanta notevoli miglioramenti in termini di prestazioni di pulizia, efficienza di manutenzione e adattabilità ai tappeti. Dotato di una potenza di aspirazione fino a 30.000 Pa, questo robot promette di affrontare sia la polvere di tutti i giorni sia i compiti più complessi, come residui di cibo in cucina, peli di animali domestici e sporco incastrato nelle fessure del pavimento. Grazie al suo funzionamento silenzioso, aggiunge MOVA, il robot è particolarmente indicato per abitazioni di grandi dimensioni e sessioni di pulizia prolungate.
Il modello integra una rotazione ad alta velocità di 260 giri/min e una potente pressione verso il basso di 12 NIl modello integra una rotazione ad alta velocità di 260 giri/min e una potente pressione verso il basso di 12 N
Anziché limitarsi a una pulizia superficiale, il sistema è concepito per sciogliere e rimuovere lo sporco ostinato con maggiore efficacia, risultando particolarmente utile contro macchie incrostate, residui appiccicosi e lo sporco tipico di cucina, sala da pranzo e ingresso.
La stazione base all-in-one del P70 Pro Ultra La stazione base all-in-one del P70 Pro Ultra

Funzionamento e manutenzione semplici


Il sistema JetSpray Dryboard dotato di 20 ugelli distribuisce in modo uniforme l’acqua per una maggiore efficienza di lavaggio, e un filtro centrale aiuta a separare lo sporco per ridurre al minimo gli aloni. La stazione base all-in-one automatizza le principali attività di manutenzione, tra cui il riempimento del detergente, lo svuotamento della polvere, il lavaggio del mocio e la ricarica. In particolare, la funzione di lavaggio del mocio con acqua calda a 100°C riduce residui e odori dopo ogni ciclo di pulizia per garantire un’igiene costante; mentre l’asciugatura automatica del mocio completa la manutenzione in circa un’ora, rimuovendo fino al 99,99%* dello sporco per risultati impeccabili.
Combinando aspirazione e lavaggio in un unico sistema, P70 Pro Ultra offre una soluzione di pulizia completa ed efficienteCombinando aspirazione e lavaggio in un unico sistema, P70 Pro Ultra offre una soluzione di pulizia completa ed efficiente

Riconoscimento ostacoli basato su IA


P70 Pro Ultra integra una navigazione LDS e un riconoscimento degli ostacoli basato su IA per adattarsi meglio ai reali ambienti domestici. Inoltre, utilizzando un sistema a luce strutturata 3D monoculare e una visione RGB, è in grado di identificare ed evitare oltre 280 tipi di oggetti comuni, tra cui cavi, piccoli accessori e mobili. Ciò consente una navigazione più fluida e affidabile anche in planimetrie complesse, riducendo le interruzioni e il rischio di incagliarsi.

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Disponibilità


P70 Pro Ultra è disponibile al prezzo di 699 euro ed è venduto sul sito ufficiale MOVA e su Amazon.


GPS tracker per cani e gatti: guida completa alla scelta e all’uso


Basta un attimo — una distrazione al parco o un gatto che non rientra la sera — per capire come il monitoraggio degli animali domestici sia passato da semplice “extra” tecnologico a vera esigenza concreta. Con circa il 40% delle famiglie italiane che convivono con almeno un pet (dati ISTAT) e una crescente attenzione verso sicurezza e benessere, il segmento della pet tech sta vivendo un’evoluzione significativa: i GPS tracker per animali si stanno affermando come dispositivi sempre più diffusi, inserendosi in un mercato globale che, secondo le stime, potrebbe raggiungere i 3,5 miliardi di dollari entro il 2033. Ma come funzionano realmente queste soluzioni? Quali sono i loro limiti operativi e le reali aspettative d’uso? E soprattutto, quali parametri tecnici considerare prima dell’acquisto? A queste domande risponde Kippy, con una guida pratica basata su dati, casi d’uso concreti e un’analisi dei principali falsi miti.

“Nelle nostre recensioni, riceviamo spesso feedback di utenti convinti che un GPS tracker funzioni esattamente come il navigatore dello smartphone: sempre acceso, sempre preciso, in aggiornamento costante. Tecnicamente è possibile, ma non è quello di cui un cane o un gatto ha bisogno. Le loro abitudini sono molto diverse dalle nostre, e nella maggior parte dei casi un live tracking continuo non aggiunge sicurezza reale. Capire quando ha senso usarlo, e quando no, è il primo passo per trarre il massimo dal dispositivo, spiega Iacopo Buccarelli di Kippy.



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GPS vs Bluetooth tracker


La prima distinzione da fare è quella tra GPS tracker con SIM integrata e Bluetooth tracker AirTag, tecnologie complementari e non alternative. Nel particolare, i Bluetooth tracker funzionano solo in prossimità di altri dispositivi abilitati: in particolare, se il gatto si allontana esce il raggio utile (generalmente tra i 10 e i 30 metri) il segnale si perde. I GPS tracker con SIM integrata, come Kippy Cat V2 o Kippy Dog, utilizzano invece la rete dati cellulare per localizzare l'animale, a qualsiasi distanza, in tutta Europa. Essi, infatti, non dipendono dalla presenza di altri dispositivi nelle vicinanze e consentono di ricevere la posizione direttamente sull'app, anche quando il gatto è a chilometri da casa, registrando i suoi spostamenti nel tempo, permettendo così di ricostruirne le abitudini.

"Live al centimetro", perché è un'aspettativa da correggere


Uno dei fraintendimenti più diffusi riguarda il concetto di “real time”: molti utenti si aspettano un tracciamento continuo al secondo, simile a un navigatore, ma nella pratica si tratta di una modalità specifica — come la Live tracking — che aumenta la frequenza degli aggiornamenti a intervalli di pochi secondi, con un impatto diretto sul consumo energetico. È una funzione utile in scenari dinamici o ad alta criticità (ad esempio in aree sconosciute), ma non pensata per un utilizzo continuativo: dispositivi come Kippy Dog possono arrivare fino a circa 15 giorni di autonomia in modalità standard, mentre in Live tracking la batteria si riduce a poche ore. Parallelamente, è fondamentale distinguere tra qualità del segnale GPS e copertura di rete cellulare: una rete debole può rallentare la trasmissione dei dati senza compromettere la precisione del posizionamento. Il GPS, infatti, opera efficacemente in ambienti outdoor, con una precisione media compresa tra 5 e 15 metri, mentre in spazi chiusi o coperti (abitazioni, garage) può degradare sensibilmente, con scostamenti anche fino a 50 metri. Comprendere queste variabili consente di interpretare correttamente le performance del dispositivo e di adattarne l’uso al contesto reale.

Cosa significa davvero "libertà controllata"


Il valore reale di un GPS tracker non sta nell'inseguire il proprio animale secondo per secondo, ma in tre funzionalità che trasformano il monitoraggio in strumento di cura e benessere quotidiano:

  1. alert e geofence: la notifica che scatta quando l'animale esce da un'area sicura prestabilita dal proprietario, come il giardino, il cortile o il perimetro del quartiere. Secondo dati interni di Kippy, 1 proprietario su 4 ha attivato il geofence almeno una volta nell'ultimo mese, dimostrando che il valore cercato dagli utenti è la sicurezza proattiva e non il monitoraggio passivo;
  2. storico dei movimenti e mappe di calore: le mappe di calore che mostrano i percorsi preferiti dell'animale e i suoi schemi di comportamento abituali. Sapere dove il gatto va di solito aiuta a capire, e ad agire, quando qualcosa cambia. Altra informazione utile da sapere è che la funzione “Live” con storico dei movimenti non è presente per i Bluetooth tracker come gli Air Tag;
  3. monitoraggio delle abitudini: passi, minuti di attività, ore di sonno; i dati raccolti dai tracker Kippy diventano uno specchio delle abitudini quotidiane degli animali: dal primo gennaio 2025 al 25 febbraio 2026, i cani e gatti monitorati hanno percorso complessivamente oltre 60 miliardi di passi, equivalenti a più di 11 milioni di km. Variazioni improvvise, come un calo nell'attività o movimenti anomali di notte, possono essere i primi segnali di malessere, rilevabili prima ancora di una visita veterinaria.


Gatti e collare, le regole di sicurezza che molti sottovalutano


A differenza dei cani, molti gatti non sono abituati a indossare un collare e possono reagire con fastidio o agitazione. Ecco perché è essenziale scegliere un collare con dimensioni e peso ridotti, e sgancio di sicurezza anti-strozzo. Tuttavia, il dispositivo migliore non basta se il momento dell'introduzione viene gestito male; per questo è importante attendere che il gatto abbia almeno 12 mesi di vita e raggiunga il peso minimo di 4 kg. Poi, non bisogna lasciarlo mai solo nelle prime ore dall'applicazione del collare. Altro punto fondamentale è l’osservazione del comportamento durante la fase di adattamento: un gatto che rifiuta il collare può farsi del male. Infine, ricaricare il dispositivo nelle ore di sonno dell'animale, così da garantire un monitoraggio continuativo.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Cosa chiedersi prima dell'acquisto


Infine, prima di scegliere un dispositivo di tracciamento, è utile farsi alcune domande: “Il mio animale ha almeno qualche mese di vita e il peso minimo richiesto?”; “Vive principalmente in casa, in giardino, o outdoor?”; “Ho verificato la copertura di rete nella mia zona?”, e soprattutto, “Ho chiare le differenze tra GPS con SIM e Bluetooth tracker quale si adatta meglio alle mie esigenze e a quelle del mio pet?”.

“L'obiettivo non è tenere il proprio animale sotto sorveglianza costante, ma avere la serenità di sapere che, se qualcosa cambia, arriva subito un segnale. Conoscere le abitudini normali di un cane o di un gatto, ricevere un alert quando escono dall'area sicura, monitorare l'attività nel tempo, sono queste le funzioni utili ai proprietari e che trasformano un dispositivo tecnologico in uno strumento di cura quotidiana”, conclude Iacopo Buccarelli.



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Trump rinvia il taglio dei dazi sulla carne bovina dopo le proteste degli allevatori


L'amministrazione voleva sospendere i contingenti tariffari su tutti i Paesi esportatori per frenare l'inflazione alimentare, ma la pressione dei senatori repubblicani e dei produttori americani ha bloccato la firma.

L'amministrazione Trump ha rinviato un piano per abbassare i prezzi della carne bovina che avrebbe previsto la sospensione dei dazi sulle importazioni. Il presidente avrebbe dovuto firmare lunedì due ordini esecutivi per ridurre le tariffe sulla carne e alleggerire la regolamentazione per gli allevatori americani, ma in serata un funzionario della Casa Bianca ha comunicato che le misure sono state congelate mentre l'amministrazione ne definisce i dettagli. La notizia dell'imminente firma era stata anticipata dal Wall Street Journal.

Il rinvio è arrivato dopo le proteste di alcuni parlamentari repubblicani e degli allevatori di bovini, un settore che rappresenta tradizionalmente una componente solida della base elettorale di Trump. Il senatore repubblicano del Montana Steve Daines ha riconosciuto che ci saranno preoccupazioni tra gli allevatori. La senatrice Cynthia Lummis, repubblicana del Wyoming e lei stessa allevatrice, ha definito la questione una corda tesa difficile per l'amministrazione, avvertendo che se le modifiche tariffarie incidessero sui prezzi del bestiame nel momento in cui gli allevatori vendono i capi si perderebbero molti soldi.

Il piano prevedeva la sospensione del contingente tariffario annuale, il meccanismo che applica un dazio più alto una volta superata una certa soglia di importazioni, per tutti i Paesi esportatori. La sospensione avrebbe consentito l'ingresso negli Stati Uniti di maggiori quantità di carne a tariffe ridotte. Gli ordini esecutivi avrebbero inoltre incaricato la Small Business Administration di aumentare i prestiti e l'accesso al capitale per gli allevatori americani, ridotto le tutele per i lupi grigi e i lupi messicani previste dall'Endangered Species Act e alleggerito alcune regole del dipartimento dell'Agricoltura, comprese quelle che impongono l'uso di marche auricolari elettroniche sul bestiame.

L'apertura a maggiori importazioni rischiava di scontentare un elettorato fedele al presidente. Le associazioni di categoria degli allevatori americani si erano già opposte alla decisione dell'amministrazione di consentire più importazioni di carne dall'Argentina e lunedì hanno criticato la nuova mossa tariffaria, avvertendo che un afflusso di carne a basso prezzo danneggerebbe i produttori statunitensi. Secondo il Ranchers-Cattlemen Legal Action Fund, un aumento temporaneo delle importazioni spingerebbe gli allevatori americani a non incrementare le mandrie, a meno che l'amministrazione non si impegni a rivedere i limiti alle importazioni entro due o tre anni.

La carne bovina è una delle fonti più persistenti di inflazione per i consumatori americani negli ultimi diciotto mesi, in controtendenza rispetto a uova, latte e altri prodotti i cui prezzi si sono stabilizzati. Il prezzo della carne macinata è cresciuto del 40 per cento rispetto a cinque anni fa. A febbraio l'amministrazione aveva già autorizzato maggiori importazioni dall'Argentina nel tentativo di calmierare i prezzi interni.

La mossa rientra in una serie di marce indietro tariffarie che l'amministrazione sta attuando per ridurre i costi a carico dei consumatori in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Lo scorso autunno Trump ha esentato molti prodotti alimentari dai cosiddetti dazi reciproci e a gennaio ha rinviato gli aumenti previsti su legname e mobili. Il presidente ha anche riconfigurato i dazi su acciaio e alluminio per rendere più gestibile l'adempimento da parte delle aziende, anche se la modifica ha finito per aumentare i prelievi su alcuni prodotti metallici. Non ha invece dato seguito alla minaccia di alzare dal 10 al 15 per cento il dazio minimo globale.

I prezzi del bestiame negli Stati Uniti sono saliti molto negli ultimi anni dopo che gli allevatori hanno ridotto le mandrie al livello più basso degli ultimi settantacinque anni, secondo il dipartimento dell'Agricoltura. La domanda dei consumatori è rimasta robusta e ha contribuito a spingere verso l'alto i prezzi al supermercato. Trump ha incaricato i suoi consiglieri di trovare soluzioni e il dipartimento di Giustizia ha avviato un'indagine penale sui maggiori macellatori americani dopo che il presidente aveva chiesto un'inchiesta. Gli allevatori hanno iniziato a ridurre le mandrie quando i prezzi sono crollati durante la pandemia e la siccità ha bruciato i pascoli. Pur guadagnando ora più che mai, sono restii a ricostituire i capi, un processo che richiede anni.

Circa il 20 per cento dei 29 miliardi di libbre di carne bovina consumati negli Stati Uniti è importato. I macellatori americani e i produttori di hamburger hanno già aumentato gli acquisti da Paesi come Brasile e Australia nell'ultimo anno. Per il 2026 le importazioni statunitensi sono stimate in quasi 6 miliardi di libbre, un record. Il Brasile ha recentemente superato gli Stati Uniti come primo produttore mondiale di carne bovina, con il 20 per cento dell'offerta globale secondo i dati dell'USDA, ed è il Paese di JBS, la più grande impresa di macellazione al mondo. Lo scorso anno il Brasile ha esportato negli Stati Uniti 1,75 miliardi di dollari di carne bovina, una cifra record. L'Associazione brasiliana delle industrie esportatrici di carne ha chiesto al presidente Luiz Inácio Lula da Silva di sollecitare l'amministrazione Trump a rivedere il sistema dei contingenti. Trump e Lula si sono incontrati la settimana scorsa alla Casa Bianca, discutendo di commercio e dazi insieme a criminalità e possibili investimenti nei minerali critici brasiliani.

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Sony REON POCKET PRO Plus: il dispositivo termico indossabile diventa più potente e stabile


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Sony amplia la sua gamma di dispositivi termici indossabili con il nuovo REON POCKET PRO Plus, modello di punta pensato per offrire un controllo della temperatura personale più preciso, comodo e discreto. Il dispositivo arriva in un momento in cui la tecnologia wearable non riguarda più soltanto smartwatch, cuffie o fitness tracker, ma anche soluzioni pensate per migliorare il comfort quotidiano, soprattutto durante gli spostamenti, il lavoro fuori casa o le giornate più calde.

Il nuovo Sony REON POCKET PRO Plus si indossa alla base del collo e lavora a contatto con il corpo per offrire una sensazione di raffreddamento mirata. Non è un semplice ventilatore portatile, ma un dispositivo termico personale progettato per adattarsi all’ambiente e ai movimenti dell’utente. La novità principale riguarda proprio la combinazione tra un algoritmo di raffreddamento evoluto, una struttura più stabile e una nuova fascia da collo pensata per mantenere il dispositivo nella posizione corretta anche durante l’uso quotidiano.

Raffreddamento più efficace e gestione intelligente della temperatura


Rispetto al modello precedente, REON POCKET PRO Plus promette prestazioni di raffreddamento superiori fino al 20%. Il merito è di un algoritmo aggiornato e di un design termico più efficiente, studiato per migliorare la resa della piastra di raffreddamento senza compromettere il comfort.

In modalità SMART COOL, la superficie della piastra può raggiungere una temperatura inferiore di ulteriori 2 °C rispetto alla generazione precedente, offrendo così la sensazione di raffreddamento più intensa mai proposta dalla serie REON POCKET. Sony sottolinea anche la presenza di sensori ad alta precisione, utili per monitorare in tempo reale la temperatura della pelle e regolare il funzionamento del dispositivo in modo più sicuro e naturale.

Questo approccio rende il dispositivo interessante soprattutto per chi cerca una soluzione personale da usare in città, durante gli spostamenti o in ambienti caldi, senza dover dipendere esclusivamente da ventilatori o climatizzazione tradizionale. Il raffreddamento, infatti, non interviene sull’intera stanza, ma sul punto di contatto con il corpo, offrendo un’esperienza più diretta e personale.

Nuova fascia Adaptive Hold Design


Una delle modifiche più importanti riguarda la vestibilità. Sony ha introdotto una nuova fascia per collo con Adaptive Hold Design, sviluppata per migliorare la stabilità del dispositivo durante l’utilizzo.

Il diametro del tubo flessibile e regolabile è stato aumentato, permettendo una forza di tenuta superiore di circa il 40% rispetto alla fascia precedente. In pratica, il dispositivo dovrebbe restare più saldo e mantenere meglio il contatto con il corpo anche mentre si cammina o si svolgono attività leggere.

Questo dettaglio è particolarmente importante perché un dispositivo di questo tipo funziona al meglio solo quando rimane posizionato correttamente. Una fascia più stabile può quindi migliorare non solo il comfort, ma anche l’efficacia del raffreddamento, evitando spostamenti fastidiosi durante l’uso.

Design discreto anche sotto i vestiti


Sony ha lavorato anche sulla gestione del flusso d’aria. Il nuovo meccanismo di scarico è regolabile e orientabile, così da permettere all’utente di modificare la direzione e la lunghezza delle prese d’aria in base al tipo di abbigliamento.

Questo significa che REON POCKET PRO Plus può essere utilizzato anche con colletti più alti o capi diversi, mantenendo una buona dissipazione del calore senza risultare troppo evidente. L’obiettivo è rendere il dispositivo più pratico nella vita di tutti i giorni, anche in contesti lavorativi o in situazioni in cui si preferisce una soluzione meno visibile.

La discrezione resta infatti uno dei punti centrali della serie REON POCKET. Sony non punta su un accessorio appariscente, ma su un wearable pensato per integrarsi con l’abbigliamento e offrire comfort senza attirare troppo l’attenzione.

REON POCKET TAG 2 misura temperatura e umidità


Insieme al nuovo dispositivo principale arriva anche REON POCKET TAG 2, un sensore indossabile pensato per rilevare temperatura e umidità dell’ambiente circostante. Rispetto alla generazione precedente, il nuovo TAG 2 è circa il 18% più piccolo e introduce un design più versatile.

La clip posteriore lascia spazio a un foro per cinturino e a un gancio incluso, così il sensore può essere fissato a una borsa, a un passante della cintura o ad altri accessori. In questo modo può rilevare in maniera più accurata le condizioni ambientali, contribuendo a una gestione più intelligente del raffreddamento.

La presenza di REON POCKET TAG 2 rende il sistema più completo, perché permette al dispositivo di considerare non solo la temperatura percepita sul corpo, ma anche il contesto esterno in cui viene utilizzato.

Disponibilità di Sony REON POCKET PRO Plus


Sony REON POCKET PRO Plus è disponibile dal 12 maggio 2026 tramite Sony Store online e Amazon. Il prodotto si posiziona come modello di punta della gamma REON POCKET e punta a chi cerca una soluzione tecnologica evoluta per migliorare il comfort personale durante le giornate più calde.

Non si tratta di un prodotto pensato per sostituire un climatizzatore, ma di un dispositivo indossabile che porta il concetto di raffreddamento personale in una direzione più smart e mirata. Con il nuovo algoritmo, la fascia più stabile e il TAG 2 più compatto, Sony prova a rendere questa categoria ancora più concreta e adatta all’uso quotidiano.

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Nilox J6: la nuova e-bike city pensata per vivere meglio la città


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Con l’arrivo delle giornate più lunghe e della bella stagione, torna anche la voglia di muoversi in modo più leggero, pratico e piacevole. In questo contesto si inserisce Nilox J6, la nuova e-bike city con cui il brand italiano amplia la propria gamma dedicata alla mobilità urbana elettrica.

Il nuovo modello nasce per chi vive la città ogni giorno e cerca una bici a pedalata assistita semplice da usare, comoda nei tragitti quotidiani e adatta sia agli spostamenti casa-lavoro sia alle uscite più rilassate. Nilox J6 va così ad affiancare i modelli già presenti nella gamma city, composta da J1 PRO, J2, J5 PRO e J7, completando una proposta sempre più varia e pensata per esigenze differenti.

Una e-bike dal design urbano e dal carattere deciso


Dal punto di vista estetico, Nilox J6 punta su un design pulito, essenziale e riconoscibile. Il telaio a canna alta in acciaio richiama lo stile delle biciclette più classiche, ma viene reinterpretato con linee moderne e una finitura elegante, discreta e facile da abbinare a diversi contesti urbani.

È una scelta che rende J6 una bici adatta a chi vuole muoversi in città senza rinunciare a un look ordinato e contemporaneo. Non cerca effetti troppo aggressivi, ma punta su una presenza sobria, con un’impostazione pensata per inserirsi naturalmente nella routine quotidiana.

Ruote da 28 pollici e forcella ammortizzata per una guida più fluida


Uno degli elementi centrali di Nilox J6 è la presenza delle ruote da 28 pollici, una soluzione ideale per rendere la pedalata più scorrevole e stabile nei percorsi cittadini. Questo formato aiuta ad affrontare meglio piste ciclabili, strade asfaltate, piccoli dislivelli e tragitti più lunghi, offrendo una guida più continua e meno faticosa.

A migliorare il comfort contribuisce anche la forcella ammortizzata, utile per assorbire le irregolarità tipiche dell’ambiente urbano. Pavé, buche, tombini e tratti di asfalto non perfettamente regolari fanno parte della quotidianità di chi si sposta in città, e avere un supporto in più all’anteriore può rendere l’esperienza più piacevole e controllata.

Motore da 250W e batteria da 36V per la pedalata assistita


Il cuore tecnico della nuova e-bike Nilox J6 è rappresentato dal motore da 250W, alimentato da una batteria al litio da 36V – 10 Ah. La configurazione è pensata per offrire una pedalata assistita progressiva e naturale, riducendo lo sforzo nei tragitti più lunghi o nelle situazioni in cui serve una spinta in più.

La presenza di cinque livelli di assistenza, gestibili tramite display LED, permette di adattare il comportamento della bici al tipo di percorso. Si può scegliere un supporto più leggero per una guida tranquilla e rilassata, oppure aumentare l’assistenza quando il traffico, la distanza o la pendenza richiedono maggiore energia.

Questa flessibilità rende Nilox J6 una proposta interessante per chi cerca una bici elettrica da usare tutti i giorni, senza complicazioni e con un approccio immediato.

Praticità quotidiana: portapacchi, parafanghi, luci e freni a disco


Nilox J6 non punta solo sull’assistenza elettrica, ma anche sulla praticità. Il modello integra infatti portapacchi posteriore e parafanghi, due elementi molto utili per l’utilizzo quotidiano. Il portapacchi consente di trasportare borse, zaini o piccoli carichi, mentre i parafanghi aiutano a rendere la bici più utilizzabile anche quando l’asfalto è bagnato o sporco.

Sul fronte sicurezza, la nuova e-bike city di Nilox è dotata di luci e di freni a disco anteriori e posteriori. Le luci migliorano la visibilità nel traffico e nelle ore serali, mentre i freni a disco offrono un maggiore controllo nelle frenate, soprattutto nei contesti urbani più intensi, dove cambi di ritmo e stop improvvisi sono frequenti.

Prezzo di Nilox J6


Nilox J6 arriva sul mercato con un prezzo consigliato di 899,95 euro. Una cifra che la posiziona nel segmento delle e-bike city accessibili, pensate per chi vuole avvicinarsi alla mobilità elettrica urbana con un prodotto completo, ma senza entrare nella fascia più alta del mercato.

Il modello si rivolge soprattutto a chi cerca una bici a pedalata assistita per spostamenti quotidiani, commissioni, tragitti casa-lavoro o semplici giri in città durante la bella stagione.

“Torna il sole. Giro in bici?”: il messaggio della nuova campagna Nilox


Il lancio di Nilox J6 è accompagnato anche da un nuovo video diffuso sui canali digitali del brand. Il contenuto racconta la città attraverso scene di vita quotidiana, mostrando persone diverse accomunate dallo stesso desiderio di muoversi in modo più libero, spontaneo e leggero.

Il claim “Torna il sole. Giro in bici?” sintetizza bene lo spirito della campagna. È una frase semplice, immediata e molto vicina alla vita reale: basta una giornata più luminosa per cambiare ritmo, lasciare l’auto ferma quando possibile e riscoprire il piacere di muoversi su due ruote.

Con J6, Nilox rafforza quindi la propria presenza nel settore delle e-bike city, proponendo un modello equilibrato, pratico e pensato per accompagnare la routine urbana con naturalezza. Non una bici elettrica estrema, ma una soluzione concreta per chi vuole vivere la città in modo più agile, sostenibile e piacevole.

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Grasso e la tv senza filtri: in “Cara televisione” vent’anni di giudizi, querele e retroscena Rai


Il critico del Corriere ripercorre incontri, polemiche e trasformazioni del piccolo schermo tra memoria e autocritica
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Aldo Grasso è uno dei pochi critici televisivi italiani che vale la pena leggere con la penna rossa in mano per sottolineare le sue annotazioni sempre fulminanti. La sua penna non fa sconti, ogni programma di cui scrive è stato oggetto di una visione attenta dalla sigla iniziale ai titoli di coda. Ora ha deciso di riversare la sua esperienza ultraventennale e il suo metodo di lavoro in un delizioso e prezioso, per stile e formato, libro che racconta le sue peripezie. Dalle insolenze alle “minacce” alle querele di autori e conduttori scontenti fino al saluto negato.

Aldo Grasso

Grasso ha una conoscenza a trecentossessanta gradi dei format e dei programmi di ogni latitudine: non c’è personaggio o trasmissione italiana che sfugge al suo occhio: Maurizio Costanzo, Pippo Baudo, Maria De Filippi, Fiorello, Mike Buongiorno fino all’ex ballerino Stefano De Martino. Dove sta andando la televisione italiana, contribuisce o no alla formazione culturale dei cittadini, il funzionamento della Rai e i suoi meccanismi perversi che portano alla realizzazione del palinsesto (un gioco di pesi e contrappesi).

Queste e altre domande trovano risposte precise con la formulazione di pro e contro. Grasso non fa sconti a nessuno ma innanzitutto a se stesso, per questo nelle prime pagine del libro rivendica le lacune della sua cultura e della sua formazione. C’è da sottolineare che il volume è corredato da un prezioso indice dei nomi, ormai una rarità.

ALDO GRASSO
"Cara Televisione
Una storia d'amore e altri sentimenti"

RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2026

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DK10x30 - Fanfaroni e cantori


Il "manifesto di Palantir" si aggiunge alla lunga tradizione di fanfaronate di arricchiti che si credono pensatori. E la cosiddetta "intervista" a Claude di Walter Veltroni a quella dei cantori...

Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Prima di tutto una notiziola di servizio. Dopo anni mi sono deciso a mettere online gli script di DataKnightmare. C'è voluto un po', per trovare un software e un provider che dipendessero il minimo possibile dagli Stati Uniti. Soprattutto se siete come me e, se non siete incazzati, l'inutilità di tutto vi fa perdere d'animo. Non esattamente l'atteggiamento per un marketing vincente.

Per fortuna c'è Elena Rossini, che si è posta lo stesso problema e ha condiviso con me la sua soluzione. Quindi, da oggi, se DataKnightmare ha finalmente una casa testuale su dk.dataknightmare.eu, lo dobbiamo anche a Elena. Per ora ho caricato due stagioni in inglese e l'ultima in italiano. Ci vorrà un po', ma non altri dieci anni.

Veniamo a noi. Nel rumore infernale delle novità inutili che escono ogni quarto d'ora, mi è sembrato di cogliere qualcosa di interessante.

Avrete letto e straletto del cosiddetto "manifesto di Palantir", quella ventina di punti su Twitter che riassumono il libro di Alex Karp, CEO di Palantir. E avrete letto e straletto della cosiddetta "intervista a Claude" fatta nientemeno che da Walter Veltroni sul Corriere.

Prima che smettiate di ascoltare vi dico subito che non ho nessuna intenzione di entrare nel dettaglio dell'una né dell'altra. I tweet di Palantir li ho letti di sfuggita, e l'intervista di Veltroni, qualsiasi cosa contenga, non la valuto il tempo che mi ci vorrebbe per leggerla.

E quindi?

E quindi voglio parlare non dell'una o dell'altra cosa, perché sono chiaramente due stupidate, ma di quello che rappresentano, che invece secondo me è interessante.

Partiamo da lontano.

La mia generazione ha portato l'informatica in azienda. Siccome non ho combattuto a Waterloo, l'automazione in azienda c'era già, ma è la mia generazione che ha visto sparire macchine per scrivere e fax e arrivare prima Wordstar, Word e poi tutto il cucuzzaro.

Sono stati decenni tumultuosi durante i quali è stato digitalizzato tutto il digitalizzabile, alcune volte bene, altre così così, altre ancora, citando René Ferretti, a cazzo di cane.

È stato un periodo in cui ognuno ha sognato una propria versione della mitologica "organizzazione piatta" su cui le varie business school scrivevano interi scaffali di trattati.

Ma il punto è che un'organizzazione non è una struttura tecnologica. È una struttura socio-tecnica complessa, in cui la tecnologia gioca una parte. Il risultato è che il semplice arrivo di una tecnologia non determina cambiamenti automatici nei processi e nella struttura sociale dell'organizzazione, per via delle interazioni e delle retroazioni fra tutte le componenti del sistema.

Detto in termini più diretti: qualsiasi cosa ne pensino i tecnologi, non ci sono soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi di un sistema socio-tecnico.

Una delle dimostrazioni più lampanti può essere per esempio "il superamento della carta", tema sul quale personalmente ho speso molti anni e molto sangue. Credo che possiamo essere tutti d'accordo sul fatto che non c'è mai stata tanta carta negli uffici da quando i documenti sono diventati digitali.

E siccome i documenti sono diventati digitali, ne esistono innumerevoli versioni, tutte sottilmente incompatibili tra loro, che continuano la loro vita indipendente in diverse parti dell'organizzazione.

Per fare un esempio semplice, una volta esisteva la carta intestata (spoiler alert, esiste ancora, ma solo per i contratti firmati dai megadirettori); oggi ogni singola sede locale, e ogni ufficio dentro quella, ha la propria versione "ufficiale" della carta intestata, con una specifica versione del logo, diversa da tutte le altre.

Se invece vi sentite troppo tecnologici per la carta intestata, possiamo parlare di processi, software, API e della relativa documentazione, di cui esistono tante versioni quanti sono i gruppi di developer.

Ogni incompatibilità che emerge durante un progetto viene risolta ad hoc, e a volte documentata, dai diversi gruppi che devono collaborare, con il solo risultato che alla fine esisterà un'altra versione in più del codice, e a volte anche della documentazione. E non venitemi a raccontare che il vostro Confluence o il vostro github sono in ordine.

Quello che è successo con i documenti è successo con tutto, ovviamente. Processi, mansioni, gerarchie.

La questione della gerarchia è interessante. Dicevamo prima che tutti hanno sognato una propria versione della mitologica "organizzazione piatta" che le business school ci assicuravano essere il futuro.

Per me e per quelli come me, organizzazione piatta significava un vertice che avrebbe dettato le linee strategiche, e subito sotto una linea di operativi ad altissima competenza con completa autonomia, eliminando ogni intromissione del top management nelle decisioni tecniche e liberandosi dell'inutile terzo del middle management.

Per il middle management, "organizazione piatta" significava automatizzare o esternalizzare, ma comunque eliminare l'inutile terzo degli operativi, con la loro fissazione di avere obiezioni tecniche alle direttive strategiche del vertice e alle loro interpretazioni da parte del middle management.

Per i vertici, "organizzazione piatta" significava eliminare l'inutile terzo degli operativi e interfacciarsi esclusivamente con il middle management, così da superare finalmente il bisogno di considerare i cosiddetti "dettagli tecnici".

Se vi guardate attorno oggi, non è difficile capire chi ha vinto. I vertici sono ancora tutti lì, e il middle management ha ranghi più pieni che mai. L'appiattimento delle organizzazioni, se c'è stato, ha significato estromettere ed esternalizzare perlopiù le competenze tecniche.

Allo stesso tempo, c'è stata una evoluzione notevole nei ruoli apicali. Con l'avvento del venture capital dagli anni 2000 in poi, le figure apicali sono passate dall'essere figure gestionali ad essere figure sempre più performative. In nessun ruolo questo è più evidente che nel ruolo del CEO. Oggi, il CEO è sopratuttto qualcuno in grado di intessere una narrazione convincente della propria visione del futuro, per poter raccogliere, sul mercato o da investitori privati, i finanziamenti necessari a costruirlo.

Che quel futuro abbia tecnicamente o economicamente senso, che sia perfino possibile, o che abbia una qualche relazione col futuro raccontato nell'ultimo esercizio, non ha alcuna importanza.

Quello che conta è che la figura del CEO, e la narrazione che propone per questo semestre, continui a ispirare la fiducia degli investitori. Null'altro conta.

Il CEO oggi non deve essere capace di "fare", e nemmeno più di dirigere. Deve solo saper convincere. Incessamente, cambiando storia ogni volta che serve senza battere ciglio. Le sue qualità distintive sono la testardaggine e un'inflazionato senso del proprio valore, che purtroppo sono caratteristiche distintive anche del narcisista patologico.

Pensate a Zuckerberg, partito con l'idea geniale di fare un social dove i suoi compagni di corso potevano votare la scopabilità delle studentesse, fortuna che poi è arrivata Sheryl Sandberg a fargli fare davvero i soldi; poi ha cercato di reinventare il denaro (ricordate Libra?), poi ha venduto il metaverso, e adesso è in coda al carrozzone dell'AI dopo il disastroso esordio con chiusura in 72 ore di Galactica.

Pensate a Musk, che ha l'immaginario di un adolescente mediocre nel 1975, e alle puttanatein serie su macchine a guida autonoma, colonizzazione di Marte, e megacostellazioni di satelliti.

Pensate al migliore di tutti, Sam Altman, un altro che scrive un blog e sembra che Giovanni Evangelista abbia dato alle stampe una versione aggiornata. Altman ha imbonito l'intero mondo del venture capital con l'unica promessa di bruciare tutti i soldi degli investitori per poi raccoglierne ancora di più.

Da una fanfaronata alla successiva, tutti loro pensano che il proprio successo non sia frutto di fortuna, conoscenze, contratti pubblici e monopolio, ma del loro essere speciali e visionari. Quando Taleb ci insegna che mentre un buon successo si spiega con capacità e impegno, un successo travolgente si spiega con la varianza.

Non divaghiamo. Oggi un CEO del digitale deve poter sentenziare:

“Guidiamo l’evoluzione sinergica del nostro ecosistema valoriale attraverso un approccio olistico e data-driven, abilitando paradigmi scalabili di innovazione sostenibile orientata alla centralità del cambiamento.”


e farlo con un'aria di profonda convinzione. È ovviamente solo aria fritta, ma chi si mette a ridere o pensa che la frase non abbia alcun senso, non sarà mai un C-level, e non otterrà mai un'intervista.

Di pari passo con la virata performativa di CEO e founder, anche il sistema mediatico si è adattato. Con fallimenti, ristrutturazioni, acquisizioni, oggi i media sono, con poche eccezioni, marketing esternalizzato in mano agli stessi industriali che i media dovrebbero tenere sotto indagine. Intendiamoci, ogni potente ha sempre avuto sicofanti e agiografi in ogni testata, ma oggi ai media viene richiesto di limitarsi a dare risonanza alla narrazione aziendale.

A questo ha contribuito, e non poco, anche una certa lettura mitica, molto statunitense, del settore digitale e dei suoi attori. Dai "cowboy della tastiera" di William Gibson, agli "eroi della frontiera digitale" di Steven Levy, si è fatto ogni sforzo per riproporre il mito fondativo della frontiera, con tutto il suo bagaglio tossico, in salsa digitale.

Il risultato è che oggi sono gli stessi protagonisti a vedere se stessi in termini mitici. E d'altronde non potrebbe essere altrimenti, nessuno vuole pensare di essere soltanto un fortunato raccontatore di favolette semestrali, per quanto bravo.

No, sono invece tutti "visionari", "costruttori del futuro" quando non addirittura "rivoluzionari", ovviamente nel senso capitalistico del termine, ovvero distruttori di industrie e comunità a esclusivo vantaggio proprio e dei propri investitori.

Questo ci porta finalmente a Palantir e a Karp. Che non si accontenta di aver fondato un'azienda che si ingrassa di commesse militari, perché ai capitalisti lo Stato piace ridotto ai minimi termini tranne che come cliente, ma propone la propria immagine mitica di difensore di un occidente convenientemente assediato soltanto da quei problemi che i suoi prodotti dichiarano di affrontare.

E non, per dire, da una disparità economica e sociale senza precedenti, da mutamenti sociali e climatici globali e da una casta di miliardari esentasse in fregola oligarchica. Di nuovo, assistiamo alle fanfaronate di qualcuno che non ha un'idea originale in testa e per questo ha fatto fortuna.

Che Karp, come tutti gli altri miliardari amichetti suoi, ritenga di avere una "visione" da comunicare al pubblico, al di là della trimestrale di cassa, non stupisce. E non stupisce nemmeno che ribadisca i temi del libro in una serie di tweet, forse per compensare vendite meno che travolgenti: tutti, alla fine, vogliono essere visti.

Ma se si gratta appena la superficie delle narrazioni dei CEO, ci si accorge che la Silicon Valley produce soltanto variazioni sul tema di chi l'ha creata e finanziata da sempre: il Pentagono della Guerra Fredda.

Leggete fin che volete Amodei, Altman, Karp, Zuckerberg, Thiel. Ci troverete sempre supremazia statunitense attraverso la tecnologia, esportazione dei valori del capitalismo a stelle e strisce, controllo sociale, contenimento dello sviluppo di qualsiasi potenza concorrente sulla placca euroasiatica.

Roba che non è cambiata di una virgola dal 1946, scritta e sistematizzata da fior di cervelli come Bush (Vannevar, consigliere scientifico di Roosevelt e Truman, omonimo ma non parente dei successivi presidenti George Bush e George Bush il Minore), Kissinger, Brzezinski, Cheney, gente che ha guidato la politica statunitense per decenni mentre i presidenti di turno facevano i fighi in TV recitando le parole chiave di stagione.

Questo non significa che i deliri oligarchici di Karp e compagnia siano innocui, tutt'altro. Ma non sono geni del male. Sono solo attori che, fuori dal teatro, credono ancora di essere Giulio Cesare.

Questi finti campioni della libera iniziativa con i soldi pubblici questo autonominati "inventori del futuro", stanno solo scimmiottando le parole chiave di chi li ha fatti nascere e li mantiene.

Ora, il potere attira servi e sicofanti, l'ho già detto. Ma non si accontenta di quelli, che in fondo disprezza. Ogni potente, e a maggior ragione ogni fanfarone arricchito, ha bisogno di sentirsi validato da qualcuno di cui segretamente invidia la statura, sociale o culturale.

Ed ecco arrivare il cantore. Quello che nel XX secolo si chiamava "intellettuale organico", il cui compito è di usare la propria cultura per dare un po' di densità e di smalto alle narrazioni del potente di turno. Il cantore è più astuto del sicofante, e si può perfino permettere un atteggiamento superficialmente critico, perché il suo ruolo non è confermare punto per punto la narrazione del potente, quello lo fanno già servi e sicofanti, ma validarla dandola completamente per scontata, e distrarre l'attenzione dai problemi con una discussione molto colta su qualche dettaglio insignificante.

Così, mentre gli AI bro imboniscono gli investitori con favole di macchine senzienti e di eliminazione dei lavoratori, pardon, superamento del lavoro, il cantore non si abbassa a entrare nel merito, ma intervista l'intelligenza artificiale. Da Veltroni mi sarei aspettato, se non più dignità, almeno più tempismo. L'intervista con l'Intelligenza Artificiale fa tanto autunno-inverno 2023.

Il cantore è più subdolo del sicofante, perché non si spende pro o contro. Si limita a includere la narrazione del potente nel dibattito "colto".

Se il potente di turno parla di nucleare di nuova generazione, il servo griderà ai quattro venti che il solare e l'eolico sono superati, il sicofante farà notare che l'area verde attorno alla centrale è l'ideale per un picnic con la famiglia.

Il cantore, invece, si mette a discorrere di come le torri di raffreddamento possano rappresentare l'evoluzione dei cipressi del Carducci che "van da San Vito in duplice filar".

Il cantore del digitale, con tutta la sua cultura, non ha niente da dire di specifico, ma lo dice con parole ricercate e citazioni altisonanti. Il suo compito non è discutere o confutare la narrazione del potente, ma tagliare le gambe a ogni dibattito serio dandola per scontata e costruendo una apparente discussione dotta su dettagli completamente marginali.

E in questo, Veltroni ha fatto il suo lavoro. Il fatto stesso di "intervistare" (si sentono le virgolette?) un generatore automatico di testo, e scegliere di farlo su questioni che sarebbero profonde se l'interlocutore fosse un essere umano e non uno specchio retorico, è quanto di più devastante si possa mettere in campo a supporto dei deliri millenaristici dei fanfaroni del digitale.

Se ha ancora un senso l'intellettuale pubblico, il pezzo di Veltroni è il completo tradimento di quel ruolo, l'asservimento della cultura alle ragioni di chi cultura non ne ha nessuna, ma ha soldi a valanghe.

Mentre da sempre chi ha competenza sul tema fa notare quanto sia dannoso, e quali interessi sostenga, antropomorfizzare una tecnologia come la cosiddetta Intelligenza Artificiale, Veltroni arriva bel bello e l'Intelligenza Artificiale te la intervista sul senso dell'esistenza. Non importa che non abbia nulla da dire al riguardo, perché non ce l'ha. Importa solo che un generatore di testo improvvisamente passa per qualcosa con cui si può addirittura "parlare" del senso della vita.

Veltroni avrebbe potuto fare davvero l'intellettuale, e parlare di che senso abbia un'Europa che vuole rincorrere gli Stati Uniti in una bolla speculativa. Avrebbe potuto parlare dei problemi dell'uso dell'Intelligenza Artificiale nelle professioni, nei media, nell'istruzione.

Avrebbe perfino potuto fare l'intellettuale di sinistra e parlare di oligopoli e rendite di posizione, di tecnofeudalesimo, del ruolo politico dell'Intelligenza Artificiale nella demolizione del potere contrattuale del lavoro.

Avrebbe potuto parlare di tutto questo e di molto altro.

Invece ha scelto di fare il cantore dei fanfaroni arricchiti e, facendolo, credo abbia stabilito quale sia il suo posto nella gerarchia in cui Sciascia annoverava uomini, mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo e quaqquaraqquà.

Io un'idea ce l'ho.

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La Corte Suprema autorizza l'Alabama a eliminare un distretto a maggioranza nera


Con sei voti contro tre i giudici annullano l'ordine del tribunale federale e rinviano il caso. I repubblicani puntano a un seggio in più alla Camera nelle elezioni di novembre.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto la strada all'Alabama per eliminare uno dei due distretti congressuali a maggioranza nera prima delle elezioni di metà mandato di novembre, una decisione che potrebbe consegnare ai repubblicani un seggio in più nella Camera dei rappresentanti.

Il verdetto, arrivato l'11 maggio 2026 con sei voti favorevoli e tre contrari, ha annullato l'ordine di un tribunale federale dell'Alabama che imponeva allo Stato di mantenere due distretti a maggioranza afroamericana e ha rinviato il caso al giudice di primo grado perché lo riesamini alla luce di una recente sentenza che ha indebolito il Voting Rights Act del 1965.

I tre giudici progressisti della Corte, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, si sono opposti alla decisione. Nella sua opinione dissenziente di quattro pagine, Sotomayor ha scritto che l'ordine della maggioranza è inappropriato e provocherà confusione, perché l'Alabama ha le primarie in programma il 19 maggio e gli elettori hanno già iniziato a votare. La giudice ha osservato che il tribunale di primo grado aveva accertato anche una violazione del Quattordicesimo Emendamento, ossia una intenzionale diluizione del voto nero, una conclusione costituzionale indipendente dalle questioni affrontate nella sentenza più recente. Per questo motivo, secondo Sotomayor, non c'era ragione di rinviare il caso.

La decisione si inserisce nella scia della sentenza Louisiana contro Callais del 29 aprile, con cui la Corte Suprema aveva bocciato la mappa congressuale della Louisiana giudicandola un gerrymander incostituzionale. Quella pronuncia ha alzato l'asticella per le contestazioni legali fondate sul Voting Rights Act, richiedendo prove più solide di una discriminazione intenzionale e non del semplice tentativo di ottenere un vantaggio politico. La maggioranza conservatrice aveva motivato il cambiamento sostenendo che il mutamento sociale e il miglioramento dei rapporti tra le etnie giustificano criteri più stringenti.

In Alabama lo scontro va avanti da cinque anni. Dopo il censimento del 2020 lo Stato aveva approvato una mappa che distribuiva gli elettori neri del sud su tre distretti, lasciandoli in minoranza in ciascuno. Un gruppo di elettori afroamericani e organizzazioni per i diritti civili aveva fatto causa, ottenendo nel 2023 una conferma dalla Corte Suprema nel caso Allen contro Milligan. Una nuova mappa varata dalla legislatura nello stesso anno è stata anch'essa bloccata da un tribunale federale, che l'ha definita un tentativo intenzionale di diluire la forza elettorale dei cittadini neri dell'Alabama. Un commissario speciale nominato dal tribunale ha quindi disegnato la mappa attualmente in vigore, che ha creato un secondo distretto a maggioranza nera comprendente la capitale Montgomery, alcune contee della Black Belt rurale e parte di Mobile sulla costa del Golfo.

Sotto quella mappa, nelle elezioni del 2024, il deputato democratico Shomari Figures ha vinto il nuovo distretto, affiancando in Congresso l'altra deputata democratica afroamericana Terri Sewell. È stata la prima volta nella storia che l'Alabama ha inviato due rappresentanti neri alla Camera, in uno Stato dove i cittadini afroamericani sono oltre un quarto della popolazione. Con la decisione di lunedì, l'Alabama può tornare a usare la mappa del 2023, che concentra gli elettori neri in un solo distretto e rende il seggio attualmente occupato da Figures favorevole ai repubblicani.

Il procuratore generale dell'Alabama Steve Marshall ha rivendicato la vittoria affermando che per troppo tempo giudici federali non eletti hanno avuto più voce in capitolo degli elettori dell'Alabama sulle elezioni dello Stato. Marshall ha dichiarato in un videomessaggio che il suo compito è mettere la legislatura nelle condizioni di disegnare una mappa congressuale che favorisca i repubblicani sette a zero. Lo speaker repubblicano della Camera statale Nathaniel Ledbetter ha parlato di una vittoria enorme per l'Alabama e per i conservatori di tutto il paese.

Sul fronte opposto, Figures ha definito la sentenza profondamente sfortunata e ha avvertito che riporta indietro la rappresentanza politica nera in Alabama agli anni Cinquanta e Sessanta. Sewell ha parlato di un attacco diretto agli elettori neri dell'Alabama e ha accusato la maggioranza di destra della Corte di ignorare i propri precedenti per dare il via libera alle autorità statali nel sopprimere la rappresentanza nera. Derrick Johnson, presidente nazionale della NAACP, ha dichiarato che si sta assistendo a un ritorno alle leggi Jim Crow. Deuel Ross, l'avvocato della NAACP Legal Defense Fund che ha discusso il caso Alabama, ha annunciato che valuterà tutte le opzioni per proteggere i diritti degli elettori e mantenere in vigore la mappa ordinata dal tribunale.

La tempistica della decisione complica le primarie del 19 maggio. Le schede sono già stampate e prevedono, ad esempio, sette nomi nel primo distretto congressuale per i repubblicani. La legislatura dell'Alabama ha però approvato nei giorni scorsi una legge che consente di invalidare i risultati delle primarie nei quattro distretti coinvolti e di indire nuove primarie speciali. Toccherà alla governatrice repubblicana Kay Ivey fissare le date. Il senatore statale repubblicano Chris Elliott, promotore della legge, ha indicato come possibile data il 16 giugno, coincidente con il ballottaggio già previsto, per evitare i costi di un'elezione speciale aggiuntiva. La legge prevede primarie a turno unico, senza ballottaggio. Il segretario di Stato dell'Alabama Wes Allen ha confermato che le primarie del 19 maggio si svolgeranno comunque come da calendario.

In un atto depositato a nome del senatore statale democratico Bobby Singleton si legge che la legge approvata mentre le sirene dei tornado risuonavano e l'alluvione costringeva a evacuare le camere legislative è incostituzionale e mira ad annullare le primarie nei distretti di opportunità, dimezzando la rappresentanza nera dell'Alabama al Congresso. Il deposito definisce l'abbandono della mappa con due distretti a maggioranza nera a pochi giorni dalle primarie una ricetta per il caos per candidati, comitati elettorali, partiti ed elettori.

L'Alabama è uno dei diversi Stati impegnati in una ridefinizione dei confini elettorali in vista delle elezioni di novembre. I distretti vengono normalmente ridisegnati ogni dieci anni dopo il censimento, ma il presidente Donald Trump ha spinto i repubblicani del Texas a rivedere la mappa per mantenere la stretta maggioranza repubblicana alla Camera. I democratici della California hanno risposto con una loro operazione di redistricting e molti Stati a guida repubblicana hanno seguito. Secondo le stime riportate dall'Associated Press, i repubblicani contano di guadagnare fino a quattordici seggi grazie alle nuove mappe approvate in Texas, Missouri, North Carolina, Ohio, Florida e Tennessee. I democratici stimano di poterne conquistare fino a sei in California e Utah, ma hanno subito una battuta d'arresto quando la Corte Suprema della Virginia ha annullato un emendamento sul redistricting approvato dagli elettori che avrebbe potuto fruttare al partito altri quattro seggi.

In Louisiana il governatore Jeff Landry ha rinviato le primarie e la legislatura sta discutendo una nuova mappa congressuale. In Tennessee una coalizione di elettori e organizzazioni di Memphis ha presentato un ricorso contro la nuova mappa che ha smembrato un distretto democratico nella città a maggioranza nera.

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Garlasco, Io non ci casco


Tra talk show, social e pseudo-inchieste, il caso Garlasco diventa un processo permanente che travolge verità e persone
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Se c'è un evento di cronaca dal quale è necessario fuggire con determinazione sistematica, e che dovrebbe provocare repulsione è il delitto di Garlasco e i suoi sviluppi giudiziari che oramai durano da quasi venti anni. Perché tutto quello che gli gira intorno è un enorme circo mediatico giudiziario. Un buco nero di immagini, prove, rivelazioni, audio, testimonianze destinate a durare lo spazio di una giornata. Una voragine senza fondo di parole in libertà che inghiotte attraendolo per ipnosi chiunque vi si accosti. E' un Circo Barnum del quale siamo spettatori. E colpevoli. Anzi, sono colpevoli quelli che seguono gli aggiornamenti saltando da una trasmissione all'altra, da un podcast a una diretta Instagram sul tema.

Contenuti mediatici scritti e diretti (soprattutto quelli che girano sul web) spesso da eminenti sconosciuti che si autoproclamano giornalisti d'inchiesta che spesso concionano di "reato penale". Giocano con la vita delle persone come se fossero tessere del domino o figurine dei calciatori. Non è così che si fa giustizia, non è questa la giustizia. Spesso le tesi deliranti di questi soggetti vengono riprese da trasmissioni che dovrebbero avere nel loro dna il controllo delle fonti, anche da tg nazionali. Invece, pur di fare audience, si rincorre l'ultima fola. Sembra di assistere a un film della trilogia di Ritorno al futuro.

Ma i colpevoli anche se scagionati (o condannati) non riavranno mai indietro le loro vite. Sono stati macinati dal profluvio di interviste, domande, fotografie scattate da persone che li rincorrono con un telefono in mano quando sono in pausa pranzo. La corretta sequenza delle loro esistenze non verrà mai ripristinata. Ne usciranno, comunque vada, distrutti. Ogni bar è un'aula di tribunale, ogni telespettatore (giudicante!) crede di avere il potere di affibbiare una condanna o assolvere. Ogni tubo catodico, anzi schermo super piatto, oppure tablet o il vetro di uno smartphone ha davanti una persona che crede di essere un giudice. Una gigantesca aula di tribunale che ospita una legione di dannati che fanno poltiglia delle vite altrui. Sempio? No, scempio.

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Acqui sperimenta la nuova scuola di Valditara


A settembre il “Rita Levi Montalcini” inaugura il 4+2 voluto dal ministro per avvicinare il mondo della scuola alle esigenze del lavoro, ma i sindacati hanno qualche perplessità
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Sarà l’unico percorso della “filiera tecnologico-professionale” in provincia di Alessandria: l’Istituto di istruzione superiore “Rita Levi-Montalcini” di Acqui Terme, da settembre, inaugurerà l’indirizzo quadriennale di “Elettronica ed elettrotecnica con curvatura in Intelligenza Artificiale per l’automazione”. Il cosiddetto 4+2 è un progetto del Ministero dell’Istruzione e del Merito introdotto dal ministro Giuseppe Valditara nel 2024, che si propone di favorire «il raggiungimento degli obiettivi specifici di apprendimento e delle competenze previsti dai corsi quinquennali degli attuali ordinamenti, con il conseguimento in anticipo di un anno del diploma di istruzione secondaria di secondo grado in esito al superamento dell’esame di maturità».

Dopo i quattro anni di scuola, gli studenti appena maggiorenni possono frequentare il biennio (da qui il modello 4+2) nel sistema degli Istituti tecnologici superiori, noti come ITS Academy. Chi lo desidera invece potrà iscriversi all’università o iniziare subito a lavorare «con qualifiche particolarmente richieste e ben retribuite». Gli insegnanti sono affiancati nelle lezioni dagli esperti di settore, che compongono la filiera tecnologico-professionale che dà il nome al progetto, in modo da «offrire al territorio percorsi di istruzione e formazione coerenti con le esigenze dei diversi settori produttivi locali e nazionali e ridurre il disallineamento tra ciò che necessita il mondo del lavoro in termini di competenze e l’offerta di istruzione e formazione», si legge ancora sul sito del ministero. I programmi didattici sono improntati a laboratori pratici, discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneristica e matematica), nozioni utili a preparare i giovani per le aziende, competenze trasversali e di orientamento, internazionalizzazione e innovazione.

La scelta di Acqui

Elettronica ed elettrotecnica saranno le materie autorizzate ad Acqui. La presentazione è avvenuta a fine gennaio e i ragazzi hanno potuto già scoprire l’esperienza tecnologica nel “laboratorio di automazione e realtà aumentata”, dove sono stati accompagnati da studenti iscritti al corso nelle attività di sperimentazione. Le prove li hanno portati a realizzare sistemi personali, composti da pulsanti e sensori per dare comandi, un microcontrollore (il cervello che decide cosa fare), luci, suoni e motori. La dirigente scolastica, Sara Caligaris, all’epoca aveva detto a La Stampa che «con l’attivazione di questo nuovo indirizzo il nostro istituto compie un passo significativo verso una scuola capace di anticipare il cambiamento, offrendo agli studenti una formazione solida, innovativa e coerente con le reali esigenze del mondo produttivo e tecnologico». Si tratta, aveva aggiunto, «di un progetto strategico che rafforza il legame tra scuola, territorio e sistema produttivo». Della filiera acquese fanno parte università, istituti tecnologici superiori, enti di ricerca e imprese meccaniche di consolidato livello.

«Il percorso quadriennale “Curvatura AI per l’automazione” – si legge sul sito dell’istituto “Levi-Montalcini” – nasce con l’obiettivo di offrire agli studenti una formazione tecnico-scientifica avanzata in linea con le esigenze della transizione digitale e dell’industria 5.0, consentendo il conseguimento del diploma in quattro anni». È prevista una didattica integrata con lezioni in presenza, piattaforme e-learning, stage e tirocini dal secondo anno nelle aziende e negli enti partner, fino a 40 ore settimanali, per trasmettere competenze nell’automazione e nell’uso dell’intelligenza artificiale. I piani di studio saranno rimodulati per consentire di effettuare comunque, in un anno in meno del solito, lezioni di base per italiano, storia, inglese e matematica, potenziando l’interdisciplinarità di materie in compresenza per favorire «una visione sistemica dei saperi» e sviluppando un curriculum verticale per «modulare gli obiettivi formativi in coerenza con i profili di uscita e le competenze-chiave europee».

Le critiche al modello

Esistono tuttavia anche ombre in un’educazione così concepita e i critici della riforma Valditara le hanno evidenziate: per esempio, l’eventualità che le esigenze economiche delle aziende non corrispondano effettivamente agli interessi formativi dei giovani studenti.

Fra i diritti tutelati dalla Costituzione italiana c’è la promozione del pieno sviluppo della persona, come anche la sua centralità e l’acquisizione della responsabilità civica, dell’emancipazione sociale e del senso critico. Le opposizioni e i sindacati hanno espresso il timore che la scuola diventi una fabbrica di manodopera e venga meno alla sua funzione originaria di accompagnamento culturale e consapevole dei cittadini del futuro.

Una considerazione di carattere etico, specie in quest’epoca di guerre diffuse e disordini geopolitici internazionali, riguarda inoltre il pericolo di normalizzazione del settore bellico e dell’industria degli armamenti come mero comparto industriale (al progetto di Acqui, per esempio, ha aderito un’azienda – la Garbarino Pompe – che produce dispositivi su misura anche per settori strategici come quelli navali, petroliferi o militari). Il Piemonte e l’intero Nord-ovest sono un territorio peculiare in questo senso e la formazione tecnica legata alle produzioni locali potrebbe creare vincoli strutturali di filiera, per restare al termine usato nel definire il percorso, presentando come sbocchi lavorativi privilegiati mansioni che invece non sono neutre. Ed è bene che il dibattito pubblico ne renda conto in una riflessione che deve essere collettiva e trasversale.

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Le perplessità dei sindacati

Su questo tema, L’Unica ha chiesto un’opinione a Federico Demartino, sindacalista CISL Scuola per le province di Alessandria e Asti. «I percorsi 4+2 rappresentano una delle innovazioni più rilevanti degli ultimi anni nella filiera tecnico-professionale», ha detto. «L’idea è costruire un sistema integrato che colleghi scuola, formazione e mondo del lavoro. In teoria, si tratta di un’impostazione interessante, perché può rafforzare l’orientamento degli studenti e ridurre quella dispersione spesso silenziosa che colpisce in particolare gli istituti tecnici e professionali». L’argomento è sentito: «I dati ci dicono che una quota significativa di studenti percepisce la scuola come distante dalla realtà e oltre il 50 per cento chiede una didattica più concreta e orientata al lavoro. In questo senso, una filiera strutturata può aiutare a rendere più coerente il percorso formativo».

Inoltre, secondo Demartino, «c’è poi un tema importante legato agli ITS Academy, che già oggi mostrano tassi di occupazione molto elevati. Inserirli in un percorso organico fin dall’inizio può renderli più attrattivi e più efficaci». Le aspettative sono significative, ma la teoria dovrà essere tradotta in pratica. «Come CISL Scuola manteniamo un approccio prudente – ha precisato il sindacalista – poiché la qualità di questi percorsi sarà direttamente proporzionale alla progettazione e alla realizzazione concreta. Nel caso dell’istituto “Levi-Montalcini” di Acqui Terme va riconosciuto che la dirigenza ha mostrato una gestione attenta e consapevole, con una lettura equilibrata delle ricadute organizzative. Questo rappresenta certamente un elemento di rassicurazione, in una fase ancora sperimentale».

Un nodo rimane la riduzione del tempo di scuola nel senso più classico. Un aspetto da considerare è infatti la completezza della formazione culturale generale, in un momento unico di crescita personale molto significativa per i ragazzi, che è anche di condivisione con i compagni. Un ingresso anticipato nel lavoro o all’università è un vantaggio o un rischio? «Secondo noi il 4+2 non può essere letto semplicemente come un anno in meno, ma come un modello diverso», ha aggiunto Demartino. «Tuttavia, il rischio di una compressione dei contenuti esiste oggettivamente. Ridurre da cinque a quattro anni richiede una progettazione didattica molto rigorosa. Non basta togliere un anno, bisogna ripensare profondamente i curricola, le metodologie e il modo di insegnare. Alcune sperimentazioni precedenti hanno mostrato risultati non sempre equivalenti ai percorsi quinquennali, e questo impone cautela. C’è poi una dimensione educativa che non va sottovalutata: la scuola non è solo acquisizione di competenze tecniche, ma anche crescita personale, relazionale e culturale. Anticipare i tempi può essere un’opportunità per alcuni studenti, ma non necessariamente per tutti. Per questo è fondamentale che il sistema scolastico resti plurale, il 4+2 deve essere una possibilità, non un modello unico verso cui spingere tutti».

I rischi per gli studenti

È credibile che il progetto esprima un’eventuale direzione futura del sistema scolastico? «Siamo di fronte a una sperimentazione significativa, ma ancora troppo limitata nei numeri per trarre conclusioni definitive», ha detto ancora Demartino. «Parliamo di alcune centinaia di percorsi a livello nazionale, un campione statistico ancora molto ridotto per interpretare i dati. È evidente però la nascita di una politica scolastica che punta a rafforzare la filiera tecnico-professionale e ad avvicinarla di più al modello europeo. Questo può essere positivo, ma a condizione che non si crei una scuola a due velocità, con percorsi più brevi e più orientati al lavoro da una parte e percorsi più teorici dall’altra. La sfida è mantenere un equilibrio tra competenze tecniche e cultura generale, evitando una canalizzazione troppo precoce degli studenti».

Dal punto di vista degli sbocchi occupazionali, la provincia di Alessandria sembra avere una dinamica già tracciata, come dimostra anche un recente studio della stessa CISL. Si dovrebbe dedurre un allineamento tra scuola e lavoro, anche se non sono divulgati né noti dati sugli interessi espressi dai ragazzi, in rapporto alle esigenze di manodopera delle aziende.

«Il tema del rapporto tra formazione e lavoro è cruciale anche nel nostro territorio», ha proseguito Demartino. «In provincia di Alessandria esistono certamente ambiti con domanda di lavoro, penso al settore manifatturiero, alla logistica, ad alcune filiere tecniche e artigianali, ma il problema non è solo quantitativo. Spesso emerge un disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle di fatto possedute dai giovani. Tuttavia questo non si risolve semplicemente accorciando i percorsi scolastici. Serve un lavoro più profondo sull’orientamento, che oggi resta uno dei punti più deboli del sistema». Orientamento che dovrebbe aiutare i giovani a capire dove desiderano andare per esprimere al meglio sé stessi e non dove servono di più in un contesto già predestinato. «I dati nazionali dicono che molti studenti scelgono il proprio percorso senza una reale consapevolezza: e questo genera cambi di indirizzo, abbandoni o scelte poco coerenti con il mercato del lavoro. Per questo il 4+2 può funzionare solo se inserito in un sistema di orientamento continuo, serio e ben strutturato, che accompagni ragazzi e famiglie già a partire dal primo ciclo».

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Le sfide dell’Alessandrino tra lavoro e invecchiamento


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«Va bene lo sviluppo della logistica, ma deve essere governato per non creare zone marginali. In più, va integrato al valore produttivo delle tipicità della provincia. In caso contrario, tra vent’anni l’Alessandrino potrebbe diventare un contenitore vuoto». Marco Ciani, segretario generale della CISL di Asti-Alessandria, ha commentato così con L’Unica i risultati dello studio che il sindacato ha commissionato all’economista Mauro Zangola.

Il rapporto – intitolato Viaggio nella società e nell’economia della provincia di Alessandria – offre una fotografia precisa del territorio. Zangola sollecita riflessioni e proposte per guardare fin da oggi le possibili criticità del futuro in un’area dove si rischiano di sedimentare disuguaglianze, proprio perché un settore in crescita come la movimentazione delle merci sta attirando in una delle province più anziane d’Italia manodopera non specializzata, troppo spesso sfruttata e socialmente quasi invisibile.

Più anziani, meno giovani

La popolazione dell’Alessandrino riflette le dinamiche nazionali: il calo della natalità viene compensato dall’arrivo di nuovi residenti, provenienti da fuori provincia e dall’estero. Alessandria, in particolare, è un capoluogo che viaggia spedito verso i centomila abitanti. Ovviamente ci sono ombre. «Una provincia che invecchia molto rapidamente – si legge nella relazione di Zangola – cresce poco e con un livello di benessere discreto, garantito da una struttura produttiva diversificata e da una sostanziale tenuta dell’occupazione soprattutto femminile, non sufficiente tuttavia a ridurre in modo sostanziale il gender gap a svantaggio delle donne».

Secondo i dati ISTAT e INPS ripresi dalla ricerca, al 30 novembre 2025 i residenti della provincia erano 407.992, in crescita rispetto a gennaio. Le nascite nei primi undici mesi dell’anno sono state 1.890 (12 in meno sul 2024), i decessi 5.268 (meno 68). Il saldo naturale (nati meno morti) è ancora molto negativo: meno 3.378, diminuito dal 2024 di 56 unità. Un fenomeno degno di nota rimane quello degli arrivi: 12.549 persone si sono spostate da fuori provincia, a fronte di 11.372 residenti che si sono trasferiti, per un saldo migratorio positivo a più 1.177.

Dice il rapporto CISL che «nei primi undici mesi del 2025, 4.013 persone provenienti dall’estero sono venute a risiedere in provincia di Alessandria; nello stesso periodo, 1.032 alessandrini hanno trasferito la loro residenza all’estero. Il saldo migratorio con l’estero risulta quindi positivo per 2.981 unità. Rispetto all’analogo periodo del 2024, il saldo migratorio con l’estero è cresciuto di 255 unità».

Arriva manodopera non qualificata

Chi sono? «La popolazione cresce grazie a gente che lavora nella logistica, spesso immigrati con scarsa scolarità, che non conoscono l’italiano e sono poco qualificati», ha detto Ciani a L’Unica. «È la classica manodopera richiesta dal settore, che è a basso valore aggiunto: dobbiamo chiederci se ci sono soltanto dati positivi in questo genere di sviluppo, come sembrerebbe leggendo le comunicazioni istituzionali. I capannoni creano degrado ambientale, ci sono problemi di traffico, e se fra vent’anni le aziende non ci saranno più ci saranno fabbriche-fantasma. È per questo che è un processo che va governato con attenzione e lungimiranza, non solo cavalcato per le convenienze del momento».

In merito all’invecchiamento, l’indice di vecchiaia (il rapporto moltiplicato per cento fra chi ha più di 65 e meno di 15 anni) è 279,4: ci sono 2,7 anziani per un giovane. Fra le cause più rilevanti, l’aumento della speranza di vita e la diminuzione della fecondità nel lungo periodo. «Per speranza di vita si intende il numero di anni che al momento della nascita una persona può prevedere di vivere – illustra il rapporto CISL –. In Piemonte nel 1950 era di 60 anni. Da allora il livello della salute degli italiani è cresciuto grazie al miglioramento di condizioni igieniche e dieta, ai progressi della medicina e dell’economia. Oggi la speranza di vita degli alessandrini è di 82,6 anni, 85,1 per le donne e 82,8 per gli uomini». Ma l’invecchiamento si ripercuote su tenore di vita, equità fra le generazioni, composizione delle famiglie, politiche abitative e flussi migratori. Alessandria è la terza provincia più anziana del Piemonte, dopo Biella e Verbania.

La crescita del terziario

Il prodotto interno lordo dell’Alessandrino, stando ancora alla ricerca di Zangola, nel 2023 è stato di 14,3 miliardi di euro. Fra il 2015 e il 2023 è cresciuto del 25,3 per cento a prezzi correnti, del 6 per cento in termini reali. L’aumento si è concentrato dal 2020 al 2023, dopo il Covid. «Più interessante, anche ai fini del confronto con le performance delle altre province piemontesi, è il livello del PIL per abitante – ha spiegato l’economista –. Nel 2023 è di 35.500 euro, al quarto posto dopo Cuneo (40.500 euro), Torino (39.000) e Novara (36.200). Al fondo della graduatoria figurano Asti (30.500) e il Verbano-Cusio-Ossola (29.000)».

Questo dato può essere letto meglio se rapportato a un altro parametro. Come rileva lo studio, «negli ultimi decenni la struttura dell’economia della provincia di Alessandria è cambiata, come il contributo dei vari settori alla produzione di valore aggiunto. Oggi quello più importante è il terziario dei servizi, che fornisce il 62,2 per cento del valore aggiunto prodotto nel 2023; l’industria manifatturiera contribuisce con il 27,5 per cento; le costruzioni con il 7 per cento, l’agricoltura con l’1,5 per cento e il comparto delle aziende che forniscono luce, gas e acqua 1,7 per cento».

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Lo conferma l’occupazione: nel 2025, il 60,3 per cento dei lavoratori è impiegato nei servizi, il 28,2 per cento nell’industria, l’8,5 per cento nelle costruzioni e il 3 per cento in agricoltura. «Filtri per governare lo sviluppo della logistica devono accompagnarsi agli investimenti sui nostri punti di forza tradizionali, come le imprese metalmeccaniche, chimiche, della plastica e della gomma, il settore orafo a Valenza, l’outlet di Serravalle Scrivia, le terme di Acqui, le produzioni enologiche delle colline del Monferrato e dei colli tortonesi, che ad esempio registrano interesse crescente per il Timorasso», ha detto Ciani a L’Unica. «Alessandria ha la Cittadella con eccellenti potenzialità. Dobbiamo avere un’idea di futuro che non può essere solo quella di riempire la provincia di capannoni e magazzinieri».

Quale lavoro svolgono oggi le persone che vivono nell’Alessandrino lo spiega bene il rapporto. Innanzitutto, nel 2025 l’occupazione è cresciuta rispetto al 2024 di cinquemila unità (mille autonomi, quattromila dipendenti). Il tasso di occupazione è salito a 72,4 per cento, e questo pone l’Alessandrino al ventiduesimo posto in Italia. Però resta elevato il divario di genere: 7,9 punti, a svantaggio della popolazione femminile.

Il settore trainante è quello secondario, mentre gli addetti sono cresciuti poco nei servizi, rimasti stabili nell’agricoltura e diminuiti nelle costruzioni. Qualche preoccupazione, scrive Zangola, nasce dal «dato relativo alle persone in cerca di occupazione, cresciute in un anno di mille unità (da 8 a 9 mila) e costituite integralmente da uomini. Nello stesso arco di tempo, il tasso di disoccupazione è passato dal 2,5 al 4,3 per cento; un livello relativamente alto, che pone Alessandria al 42esimo posto nel ranking delle province italiane, al vertice del quale si collocano molte lombardo-venete con tassi di disoccupazione inferiori al 2 per cento». Secondo Ciani, «serve un patto sociale, per ragionare in una prospettiva di sviluppo da qui a una generazione e prendersi tutti insieme la responsabilità di governare il fenomeno senza subirlo. Quale direzione è più utile per questa provincia?».

La situazione dei giovani

Giovani e lavoro sono un indicatore di grande rilievo, per uno sguardo lungo sul futuro. I dati del 2025 dicono che i ragazzi da 15 a 24 anni, più impegnati negli studi, figurano fra gli occupati per il 21,4 per cento; da 25 a 34, l’80,6 per cento. Il tasso di occupazione tra i 15 e i 29 anni è superiore al 40 per cento: un dato che colloca la provincia di Alessandria al ventesimo posto in Italia, in una graduatoria che vede ai vertici Brescia, Bolzano e Cuneo. Fra 15 e 24 anni, il gender gap a svantaggio delle ragazze – mediamente più istruite – è di 11,9 punti, fra 25 e 34 anni è 11,8 punti, fra 15 e 29 anni a 7,9.

«Secondo i dati forniti dall’Osservatorio del mercato del lavoro dell’INPS, nei primi nove mesi del 2025 in provincia di Alessandria sono stati assunti 30.967 lavoratori alle dipendenze, in prevalenza uomini. Il 38 per cento ha meno di 29 anni, il 42,7 per cento un’età compresa tra i 30 e i 50, il 19,3 per cento ha più di 51 anni», si legge nel report. Le cessazioni per scadenze di contratti non rinnovati, dimissioni o licenziamenti sono state 28.212, con un saldo positivo di 2.755 unità.

I dati non sono drammatici, ma la preoccupazione per il futuro resta. «Il posizionamento geografico dell’Alessandrino è da sempre importante e interessante perché centrale», ha detto ancora Marco Ciani. «Negli anni Ottanta, una ricerca sociologica diceva che il capoluogo godeva di una “marginalità felice” in quanto baricentrico rispetto al famoso triangolo industriale di Genova-Milano-Torino, in un’epoca in cui la manifattura trainava l’economia in Italia e in questa zona». Come spiega Ciani, nell’Alessandrino «c’erano i benefici dell’indotto senza sforzo e senza i problemi delle grandi metropoli, come la diffusione della droga, il terrorismo, l’inquinamento, le criticità in merito alle abitazioni e al traffico. Oggi questi sono i problemi che hanno anche le piccole città. Il rischio, quindi, se non facciamo niente e lasciamo che le cose vadano nella direzione intrapresa senza reagire, è di diventare marginali e infelici».

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La rassegna stampa di martedì 12 maggio 2026


Trump respinge la proposta di pace iraniana e definisce il cessate il fuoco "in terapia intensiva" mentre si prepara al vertice con Xi Jinping. Il Senato avanza la nomina di Warsh alla Fed

Questa è la rassegna stampa di martedì 12 maggio 2026

Trump respinge la proposta di pace iraniana e dice che il cessate il fuoco è "in terapia intensiva"


Il presidente Trump ha duramente criticato l'ultima proposta di pace dell'Iran definendola "spazzatura" e affermando di non averla nemmeno finita di leggere. Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile è ora "in terapia intensiva" dopo aver respinto l'offerta di 14 punti di Teheran. Il presidente sta considerando di ripristinare le scorte militari statunitensi nel Golfo Persico.

Fonti: Financial Times, BBC News, Semafor

Trump si prepara a incontrare Xi Jinping per un vertice ad alto rischio


Il presidente Trump incontrerà il leader cinese Xi Jinping giovedì mattina a Pechino per un vertice cruciale dominato dalle discussioni su commercio e guerra in Iran. Xi dovrebbe fare pressioni su Trump per rallentare la vendita di armi a Taiwan, che Pechina considera il "nucleo dei suoi interessi fondamentali". L'incontro avviene mentre la Cina vede sempre più l'America di Trump come un impero in declino.

Fonti: Bloomberg, New York Times, New York Times

Il Senato avanza la nomina di Kevin Warsh per guidare la Federal Reserve


Il Senato ha votato 49-44 per far avanzare la nomina di Kevin Warsh al Board of Governors della Federal Reserve, mettendolo sulla strada per essere confermato questa settimana come successore di Jerome Powell. Il 56enne finanziere dovrà affrontare un'inflazione in ripresa e un Trump impaziente una volta confermato come presidente della Fed.

Fonti: The Hill, Financial Times, Bloomberg

L'amministrazione Trump ritarda la riduzione dei dazi sulla carne bovina


L'amministrazione Trump ha posticipato un piano per sospendere i dazi sulla carne bovina importata, che avrebbe dovuto affrontare i prezzi record della carne. La decisione arriva mentre il presidente cerca di affrontare l'inflazione crescente che minaccia il controllo repubblicano del Congresso. I prezzi della carne sono aumentati costantemente da quando Trump è entrato in carica.

Fonti: Bloomberg, Wall Street Journal

Trump supporta la sospensione della tassa federale sulla benzina


Il presidente Trump ha espresso sostegno per la sospensione della tassa federale sulla benzina in risposta all'aumento dei prezzi del carburante causato dalla guerra in Iran. Il senatore repubblicano Josh Hawley ha introdotto una legislazione in tal senso, anche se gli analisti avvertono che la misura costerebbe 3,5 miliardi di dollari al mese e avrebbe un impatto limitato sui prezzi.

Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, Bloomberg

La Corte Suprema elimina il blocco sulla mappa elettorale dell'Alabama


La Corte Suprema ha cancellato lunedì una decisione che bloccava la mappa congressuale dei repubblicani dell'Alabama, consentendo potenzialmente il suo uso per le elezioni di medio termine. Il progetto eliminerebbe uno dei due distretti a maggioranza nera dell'Alabama e darebbe ai repubblicani maggiori possibilità di vincere il seggio attualmente tenuto dai democratici.

Fonti: The Hill, New York Times

Kari Lake nominata ambasciatrice in Giamaica dopo controversie alla Voice of America


Il presidente Trump ha nominato Kari Lake come ambasciatrice americana in Giamaica, dopo il suo tumultuoso mandato alla guida dell'Agenzia statunitense per i media globali. Lake aveva precedentemente tentato e fallito nel licenziare centinaia di giornalisti della Voice of America e nel tagliare i fondi per altre organizzazioni giornalistiche finanziate dal governo federale.

Fonti: New York Times, The Hill, BBC News

Il Dipartimento di Giustizia emette citazioni al Wall Street Journal in un'indagine su fughe di notizie


Il Dipartimento di Giustizia ha emesso citazioni al Wall Street Journal come parte di un'indagine sulle fughe di notizie relative alla guerra in Iran. Trump si è lamentato privatamente con il procuratore generale ad interim riguardo alle fughe di informazioni sui media, spingendo il DOJ a perseguire aggressivamente queste indagini. I critici hanno sollevato preoccupazioni sulla libertà di stampa.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal

La sindaca di una città della California si dimette per accuse di agente straniero della Cina


Eileen Wang, sindaca di Arcadia in California, si è dimessa improvvisamente lunedì dopo che il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che era stata accusata di aver agito come agente straniero illegale della Cina. Wang, 58 anni, ha accettato di dichiararsi colpevole dell'accusa di crimine federale e potrebbe affrontare una condanna a 10 anni di prigione per aver pubblicato propaganda sotto la direzione di funzionari cinesi.

Fonti: The Guardian, New York Times, The Hill

I college americani registrano un calo del 20% degli studenti stranieri a causa delle restrizioni sui visti


Il numero di nuovi studenti universitari stranieri nei college americani è diminuito in media del 20% questa primavera rispetto all'anno precedente, secondo uno studio di una coalizione di gruppi educativi. Questo è l'ultimo segno che il confronto del presidente Trump con l'istruzione superiore sta colpendo duramente una fonte chiave di talenti e finanziamenti per le università americane.

Fonti: Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Apple torna da Intel, il rilancio di Digg, il TIG di Google


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Google dice di aver bloccato un gruppo hacker che voleva usare l’IA per colpire su larga scala


Cybersecurity
Google dice di avere bloccato un tentativo di usare l’IA per preparare attacchi informatici su larga scala. Secondo il suo Threat Intelligence Group, gli aggressori avrebbero usato un modello AI per trovare e sfruttare una vulnerabilità zero-day, cioè una falla non ancora nota agli sviluppatori, in questo caso capace di aggirare l’autenticazione a due fattori. Google non ha indicato il gruppo coinvolto e dice che non sarebbe stato usato Gemini ma un altro LLM.
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Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Perché è importante?

Perché ultimamente Mythos di Anthropic non è stato pubblicato proprio per questo tipo di rischi. A quanto pare...
[solo per supporter]

La Corea del Sud sta valutando di compensare la carenza di militari con robot Hyundai


Robotica
La Corea del Sud sta valutando l’uso di robot Hyundai per compensare il calo dei militari, scesi del 20% in sei anni a 450.000 e stimati a 350.000 entro il 2040 per la crisi demografica. L’esercito sta esaminando varie implementazioni robotiche: MobED per trasporto e logistica, l’esoscheletro X-ble Shoulder per aiutare i soldati a sostenere pesi e Spot di Boston Dynamics per sorveglianza e ricognizione. I robot non dovrebbero essere armati: l’obiettivo è usarli per compiti di supporto, pattugliamento e movimento, evitando il tema delle armi autonome.
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Fonte: Yahoo Finance
Alternativa in italiano: non pervenuta

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L'avanzata di Meta con l'IA sta rendendo i suoi dipendenti infelici


Big Tech
Meta sta spingendo i suoi 78.000 dipendenti a usare il più possibile strumenti AI e li sta valutando in base all'utilizzo. L’azienda ha annunciato negli Stati Uniti un sistema che registra ciò che digitano sulla tastiera, i movimenti del mouse, i click e i contenuti sullo schermo dei laptop aziendali, con l'obeittivo di addestrare i propri modelli AI su come persone reali lavorano al computer. Non è previsto opt-out. La decisione ha provocato proteste interne per la privacy. Zuckerberg risponde che i dati non servono a sorvegliare i dipendenti, ma ad addestrare i modelli. Nel frattempo Meta taglierà circa il 10% della forza lavoro, con licenziamenti previsti il 20 maggio, per compensare gli investimenti in data center e AI.
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Fonte: The New York Times
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Apple tornerà ad acquistare chip Intel


In breve:


Apple avrebbe raggiunto un accordo preliminare con Intel per far produrre alcuni chip disegnati internamente. Oggi Apple dipende soprattutto dalla TSMC, ma le linee più avanzate del gruppo taiwanese sono sempre più richieste da Nvidia, Broadcom e altri produttori legati all’AI. L’intesa non dovrebbe riguardare subito i chip principali degli iPhone, ancora legati ai processi più avanzati di TSMC, ma componenti per prodotti a volumi più bassi come Mac, iPad, Apple Watch, AirPods o AirTag.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Barron's - Apple May Become an Intel Customer Again. What This Means for Both Companies.

Riassunto completo:


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L'avanzata di Meta con l'IA sta rendendo i suoi dipendenti infelici


Troppi controlli e presunte violazioni della privacy.

In breve:


Meta sta spingendo i suoi 78.000 dipendenti a usare il più possibile strumenti AI e li sta valutando in base all'utilizzo. L’azienda ha annunciato negli Stati Uniti un sistema che registra ciò che digitano sulla tastiera, i movimenti del mouse, i click e i contenuti sullo schermo dei laptop aziendali, con l'obeittivo di addestrare i propri modelli AI su come persone reali lavorano al computer. Non è previsto opt-out. La decisione ha provocato proteste interne per la privacy. Zuckerberg risponde che i dati non servono a sorvegliare i dipendenti, ma ad addestrare i modelli. Nel frattempo Meta taglierà circa il 10% della forza lavoro, con licenziamenti previsti il 20 maggio, per compensare gli investimenti in data center e AI.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The New York Times - Meta’s Embrace of A.I. Is Making Its Employees Miserable

Riassunto completo:


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Digg torna sul mercato con un aggregatore di notizie


Dopo il fallimento del rilancio effettuato due mesi fa.
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In breve:


Digg torna con un aggregatore di notizie AI, dopo avere fermato a marzo il tentativo di rilancio come concorrente di Reddit. Il founder Kevin Rose è tornato a lavorare sul progetto e ha abbandonato il modello forum, giudicato troppo simile a Reddit e difficile da proteggere dai bot. La nuova versione importa contenuti da X, li raggruppa per tema e prova a misurare quali notizie stanno attirando più attenzione, anche in base agli interventi di figure influenti come Sam Altman o altri. Per ora il servizio è sperimentale, incompleto e senza discussioni interne.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Digg tries again, this time as an AI news aggregator | TechCrunch
In an email to beta testers, the company said the site’s goal is to “track the most influential voices in a space” and to surface the news that’s actually worth “paying attention to.”
TechCrunchSarah Perez

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Google dice di aver bloccato un gruppo hacker che voleva usare l’IA per colpire su larga scala


Ma non si tratta di Gemini.
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In breve:


Google dice di avere bloccato un tentativo di usare l’IA per preparare attacchi informatici su larga scala. Secondo il suo Threat Intelligence Group, gli aggressori avrebbero usato un modello AI per trovare e sfruttare una vulnerabilità zero-day, cioè una falla non ancora nota agli sviluppatori, in questo caso capace di aggirare l’autenticazione a due fattori. Google non ha indicato il gruppo coinvolto e dice che non sarebbe stato usato Gemini ma un altro LLM.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google says it likely thwarted effort by hacker group to use AI for ‘mass exploitation event’
Hackers are rapidly adopting AI to find previously unknown software flaws even without the help of Anthropic’s powerful Mythos model.
CNBCSamantha Subin

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La Corea del Sud sta valutando di compensare la carenza di militari con robot Hyundai


Non sarebbero armati comunque.

In breve:


La Corea del Sud sta valutando l’uso di robot Hyundai per compensare il calo dei militari, scesi del 20% in sei anni a 450.000 e stimati a 350.000 entro il 2040 per la crisi demografica. L’esercito sta esaminando varie implementazioni robotiche: MobED per trasporto e logistica, l’esoscheletro X-ble Shoulder per aiutare i soldati a sostenere pesi e Spot di Boston Dynamics per sorveglianza e ricognizione. I robot non dovrebbero essere armati: l’obiettivo è usarli per compiti di supporto, pattugliamento e movimento, evitando il tema delle armi autonome.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Yahoo Finance - South Korea May Deploy Hyundai Robots as Army Faces Demographic Crisis

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Apple tornerà ad acquistare chip Intel


Per ora, l'impiego riguarda solo i prodotti a basso volume.

In breve:


Apple avrebbe raggiunto un accordo preliminare con Intel per far produrre alcuni chip disegnati internamente. Oggi Apple dipende soprattutto dalla TSMC, ma le linee più avanzate del gruppo taiwanese sono sempre più richieste da Nvidia, Broadcom e altri produttori legati all’AI. L’intesa non dovrebbe riguardare subito i chip principali degli iPhone, ancora legati ai processi più avanzati di TSMC, ma componenti per prodotti a volumi più bassi come Mac, iPad, Apple Watch, AirPods o AirTag.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Barron's - Apple May Become an Intel Customer Again. What This Means for Both Companies.

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Egitto, piano graduale per la transizione ai veicoli elettrici nella pubblica amministrazione


Il Cairo punta sulla mobilità elettrica per tagliare i costi dei fossili e attrarre investitori, accelerando sull'industria locale

Il governo egiziano accelera sulla mobilità sostenibile e avvia un piano graduale per la sostituzione dei veicoli tradizionali a carburante con mezzi elettrici all’interno della pubblica amministrazione. L’iniziativa rientra nella strategia nazionale per la sostenibilità ambientale e punta a migliorare l’efficienza energetica, ridurre la spesa pubblica legata ai carburanti fossili e contenere le emissioni inquinanti, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile del Paese.

Secondo quanto riportato da Al Arabiya, il progetto rappresenta uno dei principali tasselli della più ampia trasformazione energetica avviata dall’Egitto negli ultimi anni, con particolare attenzione alla mobilità pulita, all’attrazione di investimenti internazionali e alla modernizzazione del settore dei trasporti.

Ahmed Zein, responsabile del Comitato per le energie pulite presso la Divisione Automotive, ha spiegato che l’iniziativa relativa ai veicoli elettrici non è recente, ma affonda le proprie radici in un percorso iniziato oltre dieci anni fa. Secondo Zein, il governo egiziano avrebbe tuttavia intensificato negli ultimi mesi gli sforzi per ampliare concretamente l’adozione dei mezzi elettrici, con l’obiettivo di adeguarsi alle trasformazioni globali del comparto automobilistico e ai nuovi standard ambientali internazionali.

L’utilizzo di veicoli elettrici da parte delle istituzioni pubbliche, ha aggiunto Zein, potrebbe favorire una maggiore fiducia da parte dei cittadini e del settore privato verso questa tecnologia, contribuendo alla diffusione di una nuova cultura della mobilità sostenibile. L’esperto ha inoltre evidenziato come il forte coinvolgimento dello Stato rappresenti un segnale positivo per gli investitori, grazie alla presenza di una strategia definita che comprende anche lo sviluppo delle infrastrutture di ricarica e l’introduzione di incentivi per le imprese del settore.

Tra gli obiettivi indicati figura anche il rafforzamento dell’industria locale. Secondo Zein, il mercato egiziano presenta significative prospettive di crescita nei comparti della produzione, dell’assemblaggio e dei servizi collegati ai veicoli elettrici. La posizione geografica dell’Egitto, crocevia tra Africa, Medio Oriente ed Europa, potrebbe inoltre favorire la nascita di un futuro polo regionale per la produzione e l’esportazione di automobili elettriche.

L’espansione della mobilità elettrica viene considerata dalle autorità egiziane come una misura dai benefici sia ambientali sia economici. Oltre alla riduzione delle emissioni e del consumo di carburanti tradizionali, il piano potrebbe contribuire a diminuire la dipendenza dalle importazioni petrolifere, sostenendo allo stesso tempo la creazione di posti di lavoro nei settori tecnologici e industriali legati alla transizione energetica.

Sul tema è intervenuto anche Walid Jaballah, esperto di affari economici, che ha sottolineato come il governo stia lavorando per localizzare l’industria delle auto elettriche attraverso incentivi e agevolazioni rivolti alle aziende impegnate nella produzione, nell’assemblaggio e nella fornitura di componenti. Secondo Jaballah, il rafforzamento degli acquisti pubblici di veicoli elettrici rappresenta uno strumento strategico per sostenere la domanda interna e aumentare i volumi produttivi del mercato locale.

Parallelamente, le autorità stanno portando avanti un programma di sviluppo infrastrutturale volto ad ampliare progressivamente la rete delle stazioni di ricarica nei diversi governatorati del Paese. Una misura ritenuta essenziale per garantire la diffusione capillare dei veicoli elettrici

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Crans-Montana, Zali attacca Italia e ambasciatore Cornado: “Rapporti ai minimi storici”


Tensione tra Berna e Roma dopo le accuse del consigliere ticinese sulle relazioni diplomatiche e il nodo frontalieri

Il presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, Claudio Zali, ha rivolto un duro attacco all’Italia e all’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, nel contesto delle tensioni diplomatiche seguite alla vicenda di Crans-Montana. La notizia è stata riportata da Dagospia, che ha rilanciato le dichiarazioni pubblicate dal settimanale ticinese “Il Mattino della Domenica”.

Secondo Zali, “i rapporti con l’Italia sono ai minimi storici”. Il consigliere di Stato ha criticato duramente quelle che ha definito “ripetute esternazioni” dell’ambasciatore Cornado sulla tragedia avvenuta nel Vallese, giudicandole “assolutamente inaccettabili” e incompatibili con i rapporti tra due Paesi considerati storicamente amici.

Nel suo intervento, Zali ha distinto tra il clima polemico nato dopo i tragici eventi di Crans-Montana e quello che, a suo avviso, rappresenterebbe il vero nodo politico tra Berna e Roma: la questione fiscale dei lavoratori frontalieri. Il presidente del Consiglio di Stato ticinese sostiene infatti che l’Italia starebbe tentando di modificare unilateralmente gli equilibri stabiliti dagli accordi bilaterali con la Svizzera, introducendo per i cosiddetti “vecchi frontalieri” un’imposta aggiuntiva presentata come contributo sanitario.

Secondo l’esponente ticinese, tale misura rischierebbe di compromettere ulteriormente i rapporti istituzionali tra i due Paesi e di avere ripercussioni dirette sul Ticino, territorio particolarmente sensibile al tema del frontalierato. Zali ha inoltre espresso preoccupazione per il possibile orientamento della Confederazione svizzera, accusata di mostrarsi troppo accomodante nei confronti delle richieste italiane.

Nel passaggio più duro del suo intervento, il consigliere di Stato ha affermato che Berna sarebbe pronta a “convalidare questa ennesima forzatura giuridica”, aggiungendo che “come sempre sarà il Ticino a doverne pagare il prezzo”. Da qui la richiesta formale di affrontare il dossier all’interno del Consiglio di Stato entro il mese di giugno.

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L'Europa scopre la dipendenza dai servizi digitali statunitensi


Il caso del giudice Nicolas Guillou, colpito dalle sanzioni Usa, rivela quanto la vita quotidiana europea dipenda da pagamenti, cloud, mail e piattaforme americane.

La dipendenza europea dai servizi digitali americani è diventata così profonda che la vita quotidiana nel continente si fermerebbe quasi del tutto senza di essi. Lo racconta il Financial Times attraverso la vicenda di Nicolas Guillou, giudice della Corte Penale Internazionale dell'Aja, colpito dalle sanzioni statunitensi nell'agosto 2025 dopo aver firmato i mandati d'arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra a Gaza.

Guillou si aspettava le sanzioni, ma non immaginava la loro estensione nella vita quotidiana. Nel giro di pochi giorni si è ritrovato tagliato fuori da tutti i servizi che dipendono da aziende americane. Non poteva più avere una carta di credito statunitense ed è dovuto ricorrere al contante e ai sistemi di pagamento nazionali come iDEAL nei Paesi Bassi. I bonifici venivano respinti, le prenotazioni su Booking.com ed Expedia annullate. Non poteva noleggiare una bicicletta dal servizio pubblico Vélib' di Parigi, che richiede una carta di credito come garanzia. I pacchi consegnati da UPS tornavano al mittente. La sua assicurazione sanitaria ha tentato di interrompere il rapporto. "Gli uffici di compliance hanno talmente paura di possibili conseguenze negli Stati Uniti che preferiscono non assumersi alcun rischio", ha dichiarato Guillou al Financial Times.

Il caso illustra una vulnerabilità più ampia. Gli Stati Uniti possono interrompere la vita quotidiana ben oltre i propri confini attivando quelli che vengono chiamati kill switches, ovvero la disattivazione improvvisa dei servizi tecnologici e dei sistemi di pagamento americani per gli utenti europei. L'ipotesi che Washington potesse arrivare a tanto è stata a lungo considerata implausibile, ma è diventata concreta da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno mostrando insofferenza verso i tradizionali alleati europei.

I numeri descrivono uno squilibrio strutturale. Nel 2023 l'Unione europea aveva un surplus di 156,6 miliardi di euro nello scambio di beni con gli Stati Uniti, ma un deficit di 108,6 miliardi nei servizi. Le merci viaggiano verso ovest, i servizi tornano indietro. "Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e ne sono perfettamente consapevoli", ha dichiarato al quotidiano un alto diplomatico europeo riferendosi alla dipendenza del continente.
L'Europa staccata dalla spina — FocusAmerica

Sovranità digitale

L'Europa staccata dalla spina:
quanto pesa la dipendenza dai servizi Usa


Il caso di Nicolas Guillou, giudice della Corte Penale Internazionale colpito dalle sanzioni di Washington nell'agosto 2025, ha mostrato concretamente cosa può fermarsi nella vita quotidiana europea quando gli Stati Uniti chiudono il rubinetto digitale.

Fonte: Financial Times Dati Eurostat 2023

Il rapporto commerciale UE-USA · 2023

Beni · UE → USA

+156,6
miliardi €
Surplus europeo nelle merci esportate negli Stati Uniti

Servizi · USA → UE

−108,6
miliardi €
Deficit europeo nei servizi importati dagli Stati Uniti

«Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e ne sono perfettamente consapevoli».Alto diplomatico europeo al Financial Times

Esplora l'analisi
1 La giornata 2 Il caso Guillou 3 Le alternative 4 Le leve UE

La simulazione del Financial Times

Un giorno in Europa senza servizi americani


Dal risveglio al pomeriggio, le attività quotidiane che rischierebbero di bloccarsi se Washington attivasse i cosiddetti kill switch, ovvero la disattivazione improvvisa dei servizi digitali statunitensi.

Mattina

Email e comunicazioni
Le caselle di posta non si caricano più. Le piattaforme di messaggistica e videoconferenza si bloccano.

Gmail Outlook Yahoo Mail Apple Mail Slack WhatsApp Signal Teams Zoom

Mattina

Pagamenti e prelievi
Contactless bloccati. Anche le carte nazionali risultano spesso inutilizzabili perché abbinate ai circuiti americani, da cui dipendono molti bancomat per i prelievi.

Apple Pay Google Pay Visa Mastercard PayPal

Lavoro

Cloud e documenti
I file condivisi diventano inaccessibili. Si fermano i servizi cloud aziendali e gli strumenti di intelligenza artificiale generativa.

Google Docs AWS Microsoft Azure ChatGPT Copilot Claude Gemini Dropbox

Pomeriggio

Viaggi, acquisti, intrattenimento
Prenotare un hotel, comprare online, vedere una serie, orientarsi in città: ogni gesto passa da un'azienda americana.

Booking.com Expedia Airbnb Google Maps Netflix Apple TV Prime Video YouTube

Cosa resta funzionante

Restano disponibili TikTok (Cina), Telegram (Russia), la posta nazionale, il corriere tedesco DHL, i fornitori cloud europei come OVHcloud, le mappe della svizzera MapTiler o della tedesca OpenCage, e i modelli di intelligenza artificiale come Le Chat della francese Mistral o Lumo della svizzera Proton. Tutti però basati sui chip dell'americana Nvidia.

Agosto 2025 · Il precedente

Cosa è successo al giudice Nicolas Guillou


Magistrato della Corte Penale Internazionale dell'Aja, sanzionato da Washington dopo aver firmato i mandati d'arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra a Gaza.

Gli uffici di compliance hanno talmente paura di possibili conseguenze negli Stati Uniti che preferiscono non assumersi alcun rischio.
Nicolas Guillou · Financial Times
Servizi e operazioni interrotte

Carte di credito statunitensi
Costretto a tornare al contante e ai sistemi di pagamento nazionali come iDEAL nei Paesi Bassi

Bonifici bancari
Respinti senza preavviso dai sistemi internazionali

Prenotazioni di viaggio
Booking.com ed Expedia hanno annullato gli ordini

Bike sharing pubblico
Vélib' di Parigi richiede una carta di credito come garanzia: noleggio impossibile

Consegne UPS
Pacchi tornati al mittente

Assicurazione sanitaria
Ha tentato di interrompere il rapporto contrattuale

La risposta europea

Le alternative in costruzione (anche se in ritardo)


Bruxelles accelera, ma i tempi restano lunghi. Nel frattempo i Paesi membri si muovono in ordine sparso con strumenti fiscali per ridurre l'asimmetria.

2026
Pacchetto sovranità tecnologica
Questo mese la Commissione Europea presenterà il piano per rafforzare cloud, intelligenza artificiale e chip, senza però escludere le aziende americane.

2027
Sistema di pagamenti paneuropeo
Un consorzio bancario lavora a pagamenti transfrontalieri senza interruzioni in Europa e creare una rete europea dei pagamenti digitali più integrata e meno dipendente da circuiti extraeuropei come Visa, Mastercard, Apple Pay o Google Pay. Coprirà inizialmente solo 13 Paesi.

2029
Euro digitale
Sviluppato dalla BCE, avrebbe corso legale nei 21 Paesi dell'area euro. Negoziato al Parlamento europeo complicato, avvio operativo non prima di 3 anni.

La leva fiscale: tassa sui servizi digitali

Già introdotta
Francia · Italia · Spagna · Austria · Ungheria · Polonia

Piani annunciati
Germania · Belgio · Lettonia · Slovenia

L'altra faccia della medaglia

I punti di forza dell'Europa nella catena tecnologica


La dipendenza non è a senso unico. In alcuni snodi cruciali dell'industria globale dei chip e delle telecomunicazioni, l'Europa controlla passaggi che gli Stati Uniti non possono aggirare facilmente.

ASML
Paesi Bassi
Domina il mercato globale delle macchine litografiche, necessarie per produrre i chip più avanzati.
Rifornisce Intel e la taiwanese TSMC, fornitore di Nvidia. Ma il 20% della sua forza lavoro è negli Stati Uniti.

Nokia
Finlandia
Ruolo strategico nelle infrastrutture di rete mobile a livello mondiale.
Tra i principali fornitori delle telecomunicazioni americane.

Ericsson
Svezia
Insieme a Nokia, snodo essenziale delle reti mobili globali e dello sviluppo del 5G.
Componente critica delle infrastrutture USA.

Il limite strutturale

Il mercato europeo conta 450 milioni di consumatori, il più ricco e ampio fuori dagli Stati Uniti: una leva potenziale enorme per limitare l'accesso alle big tech americane. Ma — ammette Alexandre Roure della Computer & Communications Industry Association — «l'Europa non ha prodotto una grande azienda tecnologica propria, nonostante ci provi da più di dieci anni». Senza alternative interne, ogni ritorsione rischia di ricadere sui consumatori europei.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su base Financial Times, Eurostat, Commissione europea, Banca Centrale Europea · novembre 2026

Una simulazione costruita dal giornale mostra cosa accadrebbe a un cittadino europeo in una giornata senza servizi americani. La mattina le email non si caricano perché Google, Microsoft, Yahoo e Apple Mail non funzionano. I pagamenti contactless come Apple Pay sono bloccati e anche le carte nazionali come la carte bancaire francese spesso risultano inutilizzabili perché abbinate a circuiti Visa o Mastercard. Persino i bancomat dipendono in molti casi da questi due circuiti per le operazioni di prelievo. Per le comunicazioni di lavoro non si può usare Slack, WhatsApp né Signal, e le videochiamate su Teams, Zoom o Slack non si avviano. I documenti condivisi su Google Docs diventano inaccessibili, così come i servizi cloud di Amazon e Microsoft. Anche ChatGPT è bloccato.

Nel pomeriggio si scopre che non si può prenotare un hotel su Booking.com, Expedia o Airbnb. Acquistare online diventa difficile perché molti marketplace europei si appoggiano a PayPal e i checkout passano per circuiti americani. Google Maps non funziona, Netflix, Apple TV, Amazon Prime, Hulu e YouTube nemmeno. Restano alcune alternative: TikTok di proprietà cinese, Telegram legata alla Russia, gli sms tradizionali, la posta nazionale o il corriere DHL, fornitori cloud europei come OVHcloud, motori cartografici come lo svizzero MapTiler o il tedesco OpenCage, modelli di intelligenza artificiale come Le Chat della francese Mistral o Lumo della svizzera Proton. Quest'ultime, però, dipendono comunque dai chip di Nvidia.

La dipendenza non è del tutto unilaterale. L'Europa controlla alcuni snodi cruciali della catena di fornitura tecnologica globale. La società olandese ASML domina il mercato delle macchine litografiche necessarie per produrre i chip più avanzati e rifornisce produttori come Intel e la taiwanese TSMC, che a sua volta fornisce Nvidia. Le europee Nokia ed Ericsson hanno un ruolo importante nelle infrastrutture di rete mobile a livello mondiale. "La dipendenza funziona in entrambe le direzioni. Se gli Stati Uniti provassero a disaccoppiarsi da progettisti di chip europei come ASML o da fornitori di reti mobili come Nokia ed Ericsson che sostengono le telecomunicazioni americane, l'impatto sull'economia statunitense sarebbe altrettanto severo", ha spiegato al Financial Times Alexandre Roure della Computer & Communications Industry Association, associazione che rappresenta molti grandi gruppi tecnologici.

Le catene di fornitura sono però intrecciate. ASML dipende da componenti americani e il 20 per cento della sua forza lavoro si trova negli Stati Uniti. "Se si guarda sotto il cofano, ASML ha una produzione significativa negli Stati Uniti", ha osservato Joris Teer, ricercatore dell'EU Institute for Security Studies. Questa interdipendenza rende qualsiasi escalation costosa e difficile.

Bruxelles sta accelerando la costruzione di alternative. Nel settore finanziario un consorzio bancario lavora a un sistema di pagamenti paneuropeo che punta a "pagamenti transfrontalieri senza interruzioni in Europa entro il 2027", ma coprirà inizialmente solo tredici Paesi. La Banca centrale europea sta sviluppando l'euro digitale, che avrebbe corso legale nei ventuno Paesi dell'area euro, ma il negoziato al Parlamento europeo è complicato e l'avvio operativo non è previsto prima del 2029. "Dobbiamo andare avanti con quello che chiamo l'Airbus dei pagamenti", ha dichiarato Aurore Lalucq, presidente della commissione affari economici del Parlamento europeo, evocando il modello del costruttore aeronautico controllato da Francia, Germania e Spagna. "Ci è voluto troppo tempo".

Questo mese la Commissione europea presenterà un pacchetto sulla sovranità tecnologica per rafforzare cloud, intelligenza artificiale e chip, senza escludere le aziende americane. La maggior parte dei funzionari riconosce che l'Europa non potrà replicare l'intera offerta digitale statunitense, ma può ritagliarsi nicchie strategiche nelle tecnologie emergenti come l'applicazione dell'intelligenza artificiale e il quantum. "La verità scomoda è che l'Europa non ha prodotto una grande azienda tecnologica propria, nonostante ci provi da più di dieci anni", ha ammesso Roure al Financial Times. "Prima ancora di pensare al protezionismo, Bruxelles dovrebbe chiedersi perché. La risposta è che costruire e far crescere un'azienda tecnologica nell'Unione resta troppo frammentato e complesso".

Alcuni governi puntano sulla leva fiscale. Francia, Italia, Spagna, Austria, Ungheria e Polonia hanno introdotto una qualche forma di tassa sui servizi digitali, mentre Germania, Belgio, Lettonia e Slovenia hanno annunciato piani analoghi. Ci sono però controindicazioni, tra cui le possibili ritorsioni americane e gli effetti sui consumatori europei. "Il problema principale per l'Unione europea nel tassare i servizi digitali è la mancanza di alternative europee in intelligenza artificiale, social media, cloud e altre componenti dell'industria digitale", ha spiegato l'ex ministro delle Finanze tedesco Jörg Kukies. "La domanda di servizi digitali nell'Unione è anelastica, il che significa che l'onere degli aumenti di prezzo dovuti alle tasse digitali tende a ricadere sui consumatori europei, sia privati sia aziendali".

Un'opzione più rischiosa sarebbe limitare l'accesso al mercato per le grandi aziende tecnologiche americane, i cui ricavi e valutazioni dipendono dai 450 milioni di consumatori europei, il mercato più ricco e ampio fuori dagli Stati Uniti. Durante la crisi sulla Groenlandia all'inizio di quest'anno, quando Trump minacciò di prendere con la forza il territorio danese, la maggioranza dei Paesi dell'Unione si è detta favorevole all'attivazione dell'Anti-Coercion Instrument, lo strumento ribattezzato informalmente "bazooka", che permette a Bruxelles di colpire le importazioni di servizi. L'Unione resta divisa: la Francia spinge per usarlo, la Germania e altri Stati mettono in guardia sui rischi.

Lo scarto tra dipendenza percepita e dipendenza reale rischia di ampliarsi con la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Capacità di calcolo, accesso agli utenti e dati esistenti garantiscono agli Stati Uniti un vantaggio strutturale nella corsa. "Ti rendi conto di quanto sei dipendente da queste cose", ha detto Guillou al Financial Times. "E di come in realtà qualcosa che pensi di controllare non è affatto sotto il tuo controllo".

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Scuola, firmato all'Aran il rinnovo contrattuale 2022-2024. Aumenti fino a 500 euro


Accordo per 8mila presidi e dirigenti di università ed enti: in arrivo arretrati medi da 6mila euro e valorizzazione del ruolo post-PNRR

Si chiude la stagione dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego relativa al triennio 2022-2024 per il comparto dell’Istruzione e della Ricerca. Nella giornata di oggi è stato infatti sottoscritto all’ARAN il nuovo Contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Area dirigenziale Istruzione e ricerca, che interessa complessivamente circa 8mila dirigenti tra scuola, università ed enti di ricerca.

L’intesa riguarda nello specifico 7.550 dirigenti scolastici, a partire dai presidi e 360 dirigenti delle università e degli enti di ricerca. La firma conclude formalmente l’intera tornata contrattuale del pubblico impiego relativa al periodo 2022-2024.

Secondo quanto comunicato dall’Aran, il rinnovo prevede incrementi economici differenziati per le diverse aree della dirigenza. Per i dirigenti scolastici sono stati stabiliti aumenti medi pari a 500 euro mensili lordi per tredici mensilità, con un incremento complessivo stimato nell’8,48%. Per i dirigenti delle università e degli enti di ricerca l’aumento medio sarà invece di 503 euro mensili lordi, sempre su tredici mensilità, corrispondente a circa il 6%.

Una parte significativa delle risorse destinate alla dirigenza scolastica deriva dagli stanziamenti aggiuntivi introdotti con la legge di bilancio 2022, finalizzati a sostenere la valorizzazione economica del ruolo dei dirigenti degli istituti scolastici.

Il contratto disciplina inoltre il riconoscimento degli arretrati maturati a decorrere dal 1° gennaio 2024. In base alle stime diffuse dall’Aran, i dirigenti scolastici riceveranno importi medi vicini ai 5.800 euro, mentre per i dirigenti delle università e degli enti di ricerca gli arretrati medi si attesteranno intorno ai 6mila euro.

L’accordo viene considerato un passaggio rilevante per il sistema pubblico dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sia sotto il profilo economico sia per il consolidamento del ruolo della contrattazione collettiva nella definizione degli assetti della dirigenza pubblica.

Nel comparto scolastico il rinnovo interviene in una fase caratterizzata da crescenti responsabilità organizzative e amministrative per i dirigenti, chiamati negli ultimi anni a gestire non soltanto gli aspetti didattici e formativi, ma anche le complessità legate all’innovazione digitale, all’attuazione dei progetti finanziati dal PNRR e alla gestione delle autonomie scolastiche.

Con la firma odierna si completa dunque il quadro dei rinnovi contrattuali della precedente tornata, mentre resta aperta la prospettiva del prossimo ciclo negoziale per il periodo successivo al 2024.

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Perché Obama è stato un presidente di successo


L'eredità del 44esimo presidente americano resta solida su politica interna, con risultati paragonabili a quelli di Lyndon Johnson, mentre sulla politica estera il bilancio è più contraddittorio.

L'Amministrazione Obama, nonostante le critiche provenienti da destra e sinistra, ha prodotto risultati concreti su politica interna paragonabili a quelli dei grandi presidenti democratici del Novecento. È la tesi sostenuta da Noah Smith, economista americano ed editorialista.

Il punto di partenza dell'analisi è un paradosso. Secondo i sondaggi Gallup, Obama resta molto più popolare di Trump, Biden, Bush o Clinton. Eppure tra gli appassionati di politica iperimpegnati le critiche all'ex presidente sono trasversali: i progressisti lo accusano di non essere stato l'eroe di sinistra dei loro sogni, i liberali moderati di non aver costruito le fondamenta di un successo elettorale duraturo per i democratici, i conservatori di essere stato il responsabile di tutti i mali americani dal 2008 in poi.

Smith definisce le critiche della destra americana come le più irrazionali. Sostiene che l'amministrazione Obama "è stata probabilmente la più scrupolosamente pulita della storia americana, l'esatto opposto di quella di Trump". Contesta anche l'idea diffusa negli ambienti conservatori che Obama sia un sostenitore della cultura woke, ricordando che nel 2019 l'ex presidente criticava la cancel culture, nel 2020 attaccava lo slogan "defund the police" e nel 2021 era tornato a criticare il wokismo.

Il cuore dell'analisi riguarda i risultati concreti della presidenza Obama, soprattutto sul fronte interno. Obama ereditò una situazione difficilissima: la crisi finanziaria del 2008 e l'inizio della peggiore recessione economica dalla Grande Depressione. La risposta fu l'American Recovery and Reinvestment Act, un pacchetto di stimolo fiscale che, secondo i dati della Brookings Institution citati nell'articolo, fu in percentuale del PIL più grande di qualsiasi cosa stessero facendo gli altri paesi ricchi. Smith afferma che "la maggior parte dei ricercatori che hanno esaminato la questione ha concluso che l'ARRA ha salvato milioni di posti di lavoro".

I numeri del confronto storico sono significativi. La disoccupazione raggiunse il 25 per cento nel 1933, mentre nel 2009-2010 disoccupazione e sottoccupazione combinate toccarono solo il 17 per cento. Bastarono sei o sette anni per recuperare il calo del PIL pro capite causato dalla crisi del 2008, contro gli undici anni necessari dopo la Grande Depressione. Smith attribuisce parte del merito anche alla Federal Reserve, ma sostiene che "la coraggiosa azione fiscale di Obama è parte del motivo per cui abbiamo avuto un mezzo decennio perso invece di un decennio perso".

Il secondo grande successo individuato dall'economista è l'Affordable Care Act, noto come Obamacare. Smith lo descrive come "il più significativo e ampio intervento di riforma sanitaria dai tempi di Medicaid nel 1965". La riforma si ispirò al cosiddetto modello Bismarck, che garantisce copertura universale attraverso assicuratori pubblici o privati, e più direttamente alla riforma sanitaria di Mitt Romney quando era governatore del Massachusetts. Smith riconosce anche i limiti della legge: non è riuscita a contenere la traiettoria al rialzo dei costi sanitari e ha lasciato comunque il 10-11 per cento degli americani senza assicurazione. Tuttavia sottolinea che la riforma "ha guadagnato popolarità negli anni successivi alla sua entrata in vigore".

Il terzo pilastro dell'eredità obamiana è il Dodd-Frank Act del 2010, la legge che ha trasformato la regolamentazione finanziaria americana. La normativa ha creato nuove agenzie governative, tra cui il Financial Stability and Oversight Council, l'Orderly Liquidity Authority, l'Office of Financial Research e il Consumer Financial Protection Bureau. Ha inoltre introdotto la cosiddetta regola Volcker, che vieta molti tipi di trading proprietario alle banche di importanza sistemica. Lo shock pandemico ha rappresentato secondo Smith un test importante per il Dodd-Frank: non si è verificata "nessuna grande ondata di insolvenze sui prestiti bancari" e le banche hanno continuato a prestare regolarmente. La creazione di nuove imprese, temuta come possibile vittima della nuova regolamentazione, ha invece iniziato a crescere dopo l'entrata in vigore della legge e ha avuto un picco durante la pandemia.

Una sezione dell'analisi è dedicata alle azioni esecutive intraprese dopo la vittoria del Tea Party alle elezioni di midterm del 2010, che resero impossibile far passare ulteriori grandi leggi. Nel 2012 Obama creò il programma Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), che ha protetto dall'espulsione "centinaia di migliaia di persone" portate illegalmente in America da bambini. Nel secondo mandato lanciò il Clean Power Plan, che ordinava agli Stati di ridurre le emissioni di carbonio. Il piano fu annullato da Trump dopo pochi anni, ma secondo Smith "probabilmente ha spinto gli Stati a iniziare a guardare con più attenzione all'energia solare ed eolica".

Sul fronte della politica estera il giudizio è più sfumato. Smith riconosce i successi nella guerra al terrorismo: l'uccisione di Osama bin Laden, il ritiro dall'Iraq, la riduzione della presenza in Afghanistan e la sconfitta dell'ISIS. Più critico il bilancio sulla Primavera araba e sui conflitti che ne seguirono, anche se l'economista sostiene di "non essere convinto che Obama potesse fare molto di più", dato che "l'appetito americano per ulteriori avventure militari in Medio Oriente era nullo".

Le critiche più severe di Smith riguardano la gestione delle grandi potenze rivali. "La debole risposta di Obama al sequestro russo del territorio ucraino ha finito per incoraggiare ulteriore avventurismo di Putin e ha portato all'attuale guerra catastrofica", scrive. Sulla Cina, l'economista sostiene che Obama "rifiutò di riconoscere l'importanza dell'ascesa di Xi Jinping e della concomitante svolta aggressiva e nazionalista del paese", restando "eccessivamente affezionato alla fallita idea clintoniana che l'engagement avrebbe reso la Cina più progressista". Il pivot verso l'Asia arrivò, secondo Smith, "troppo poco e troppo tardi".

La conclusione dell'economista è che Obama "ha fatto grandi progressi sui problemi che ha ereditato da Bush: un settore finanziario devastato, un'economia in collasso, un gran numero di persone non assicurate e una minaccia islamista ancora spaventosa". Obama viene definito "un presidente da crisi" che "ha respinto la crisi". L'amarezza dei progressisti viene attribuita alle loro "aspettative gonfiate" del 2008, quando agli stadi pieni dei comizi tutti parlavano di come Obama avrebbe cambiato tutto.

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Negli Stati Uniti la politica fa perdere gli amici


Uno studio pubblicato su PNAS Nexus rileva che il 37% degli adulti ha interrotto almeno una relazione di amicizia a causa di divergenze politiche. I democratici sono i più propensi a tagliare i ponti.

Negli Stati Uniti la polarizzazione politica non rende solo più tese le conversazioni: può anche costare relazioni personali. Il 37% degli americani dichiara di aver perso almeno un amico, un familiare, un collega o un partner romantico per divergenze politiche. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS Nexus e firmato dagli psicologi Mertcan Güngör e Peter H. Ditto, dell'Università della California, Irvine.

I ricercatori hanno analizzato 4 set di dati, per un totale di 3.791 partecipanti, integrandoli con quelli dell'American National Election Studies. Il campione più recente arriva da un sondaggio rappresentativo a livello nazionale condotto da YouGov nell'aprile 2025 su mille cittadini adulti adulti. Tra chi ha vissuto una rottura di una relazione a causa della politica, il 62% ha perso un amico, il 40% un familiare, il 29% un collega e il 10% un partner romantico. Più della metà ha interrotto più di un tipo di relazione.

Le amicizie risultano le più esposte a questo rischio: sono abbastanza strette perché la politica emerga nelle conversazioni, ma non hanno il cemento di figli, finanze condivise o legami di sangue che spesso tengono insieme coppie e familiari anche dopo un litigio per motivi politici.

Democratici più propensi a chiudere i rapporti


I dati mostrano una netta asimmetria tra i due schieramenti. Nel sondaggio YouGov, il 46% dei democratici dichiara di aver posto fine ad una relazione per motivi politici, contro il 29% dei repubblicani e il 39% degli indipendenti. La differenza resta significativa anche tenendo conto dell'intensità delle convinzioni politiche e delle variabili demografiche. I democratici risultano anche più inclini a prendere l'iniziativa della rottura.

In un secondo sondaggio, condotto su circa 950 cittadini adulti tramite la piattaforma Prolific il giorno prima delle elezioni presidenziali del 2024, il 66% dei democratici che avevano vissuto una rottura di una relazione a causa di moitivi politici affermava di aver chiuso personalmente il rapporto, contro il 27% dei repubblicani. Entrambi gli schieramenti tendono comunque a descrivere la persona da cui si sono separati come collocata all'estremo dello spettro politico.

Il fenomeno è esploso a partire dal 2016: il 96% di chi ha vissuto una rottura di una relazione colloca la più dolorosa nel 2016 o negli anni successivi, con picchi negli anni delle elezioni presidenziali. Dopo il voto del 2016, il 14% degli americani aveva dichiarato di aver posto fine ad una relazione a causa di quella campagna; un sondaggio condotto appena 5 mesi e mezzo dopo le elezioni del 2024 ha visto quella quota salire al 18%. I ricercatori parlano di una possibile accelerazione, pur invitando alla cautela perché i dati disponibili sono ancora limitati.

Meno contatti, più ostilità


Le rotture di relazioni per motivi politici sembrano modificare anche il modo in cui chi le vive percepisce l'altra parte. Su una scala di simpatia da 0 a 100, chi ha interrotto una relazione valuta gli elettori avversari quasi 8 punti più freddamente rispetto a chi non lo ha mai fatto. L'ostilità è ancora più marcata tra chi ha preso l'iniziativa della rottura e colpisce più i semplici elettori dell'altro schieramento che i leader politici.

Chi rompe una relazione tende anche ad avere una percezione più distorta delle idee altrui: in un sondaggio del 2017, i democratici reduci da una rottura sovrastimavano di 12,6 punti percentuali la quota di repubblicani d'accordo con i suprematisti bianchi rispetto agli altri. I repubblicani che avevano chiuso un rapporto, a loro volta, sovrastimavano di 14,6 punti percentuali la quota di democratici convinti che la maggior parte dei bianchi americani fosse razzista.

I due autori sospettano che il rapporto sia circolare: l'ostilità genera rotture, le rotture alimentano nuova ostilità. I ricercatori ipotizzano che tagliare i ponti con chi la pensa diversamente elimini anche una delle poche finestre sul ragionamento degli elettori dell’altra parte. Dopo la rottura, ciò può spingere ad affidarsi a rappresentazioni mediatiche più estremizzate per giustificare la propria scelta.

"Dato il ruolo dell'esposizione a opinioni opposte nel costruire la tolleranza politica, queste 'rotture per motivi politici' sono un segnale preoccupante per la salute di una democrazia", scrivono i ricercatori. "E data l'importanza delle relazioni per il benessere personale, rischiano di avere serie conseguenze anche sulla salute dei cittadini".

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UE, prima tranche del piano militare da 90 miliardi a Kiev attesa la prossima settimana


Bruxelles accelera sul sostegno all’Ucraina: primi fondi attesi entro pochi giorni dopo l’annuncio della commissaria Kos

La Commissione europea prevede di erogare già dalla prossima settimana la prima tranche del programma di finanziamento militare da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Lo ha dichiarato la commissaria europea per l’Allargamento e la Politica di Vicinato, Marta Kos, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea. La notizia è stata riportata dall'agenzia di stampa russa TASS

“Prevediamo di inviare la prima tranche già la prossima settimana”, ha affermato Kos rispondendo a una domanda dei giornalisti ucraini sulle tempistiche relative all’attuazione del programma di sostegno finanziario approvato da Bruxelles.

L’iniziativa rappresenta uno dei più rilevanti strumenti economici predisposti dall’Unione europea a sostegno di Kiev dall’inizio del conflitto con la Russia. Il piano da 90 miliardi di euro, articolato sull’arco temporale 2026-2027, punta a garantire continuità agli aiuti militari europei attraverso finanziamenti destinati alla difesa, al supporto logistico e all’assistenza strategica alle forze ucraine.

Secondo fonti europee, il programma dovrebbe prevedere un’erogazione progressiva delle risorse, suddivisa in più tranche. La prima quota, attesa nei prossimi giorni, viene considerata a Bruxelles un passaggio operativo cruciale per consolidare il sostegno comunitario all’Ucraina in una fase ancora caratterizzata da forte instabilità sul piano geopolitico e militare.

La dichiarazione della commissaria europea arriva nel contesto della riunione dei ministri degli Esteri dell’UE, durante la quale il tema del supporto a Kiev ha occupato una posizione centrale nel confronto tra gli Stati membri. Negli ultimi mesi le istituzioni europee hanno intensificato il coordinamento politico e finanziario sul dossier ucraino, parallelamente al rafforzamento delle relazioni tra Bruxelles e il governo di Kiev.

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Il bello di partecipare a uno mostra fotografica collettiva è condividere la propria passione con altri appassionati fuori dalla tua solita cerchia.

Se siete in zona Milano andate a visitare la 9a edizione di EsF a Cuggiono (MI), organizzata dal Collettivo Talpa.

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Pescasub: Bosa e Castelsardo


La stagione agonistica della pesca in apnea entra nel vivo con la quinta e sesta tappa del Campionato sardo: due appuntamenti ravvicinati che hanno messo in evidenza tecnica, adattamento e grande spirito competitivo.
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Quinta e sesta tappa del Campionato sardo di pesca in apnea

Bosa, 22 marzo

Nelle splendide acque di Bosa, prende il via la manifestazione organizzata dal Circolo Bosa Fishing, sotto la direzione dall’esperto Angelo Fresi. Le condizioni meteo in superficie sono ideali: sole primaverile e vento quasi assente. Tuttavia, sott’acqua la situazione è ben più complessa, con visibilità ridotta a causa delle piogge dei mesi precedenti.

Il campo gara di Turas si conferma affascinante e tecnico. Un luogo che richiama nella mia memoria ricordi importanti, con una storica vittoria in coppia con Simone Poma, quando, appena ventenni riuscimmo a imporci, sui migliori pescatori dell’epoca, con un carniere di venti pesci tra saraghi e corvine.

Dal punto di vista morfologico, il campo offre un imponente grotto verso Sud e zone di pietra isolate su sabbia e alghe verso Nord.

Al via, sotto il controllo del giudice Massimo Cogotti, i 36 concorrenti si distribuiscono rapidamente sul campo gara, con una netta preferenza per il settore Sud. La scarsa visibilità impone una strategia chiara: lunghe planate e catture immediate nello stesso tuffo. Nonostante le difficoltà, il pesce è presente e già a metà gara diversi atleti vantano più prede.

Alle 12:30 tutti sono a terra. I cavetti raccontano una gara equilibrata, con 5-6 atleti in lotta. Dopo un ottimo pranzo rigenerante presso il ristorante Il Patio Latino, si procede alla pesatura.

A trionfare è Edoardo Delrio della società Apnea Team Sassari, con uno splendido carniere di 7 prede e ben 5 specie diverse, tra cui un pesce civetta da oltre un chilo (che sarà anche la preda più grossa).
Edoardo Delrio
Seconda posizione per Pietro Uscidda (Smeralda Deep Sea), che grazie a qualche pietrina magica è autore di un carniere composto da ben 7 saraghi.

Chiude il podio Francesco Piras (Corallo Sub Alghero) con 5 pesci tra saraghi e corvine.
Francesco Piras
Castelsardo, 12 aprile

Eccoci alla sesta tappa, nonché il quarto memorial dedicato a Riccardo Satta e Daniele Giglio. Lo scenario è quello di Castelsardo, in località Lu Bagnu, con l’organizzazione curata dall’Apnea Team Sassari e dal presidente Augusto Vannucci.

Il campo gara è di assoluto livello, già teatro di un Campionato italiano vinto da Luigi Puretti con uno spettacolare carniere d’altri tempi di saraghi e corvine.

Fondale per tutti i gusti, dal granito, al grotto, alle lastre isolate che nei periodi migliori diventano vere e proprie oasi, ma le condizioni alla vigilia sono difficili: acqua sporca, poco pesce e vento di grecale.

Alla partenza, data dal giudice Lorenzo Migheli, le difficoltà si confermano e dopo poche ore già si capisce che le anticipazioni della vigilia non erano le solite “voci scaramantiche”, e i 32 partecipanti dovranno veramente sudarsi i pesci.

Dal campo gara arriva voce di poche catture e forse solo Sergio Oggiano dall'alto della sua esperienza e conoscenza della zona sta realizzando qualche cattura degna di nota, e infatti all’uscita è evidente che la maggior parte dei concorrenti ha pochi pesci e anche da pesare.

Ci si dirige verso il ristorante "Il venticello" di Sorso. Anche in questo caso ad attendere gli atleti un ottimo pranzo accompagnato come sempre da racconti di pesca e aneddoti. La vittoria va a Sergio Oggiano (La Tana Aggius) con 6 prede, che insieme alla vittoria di Baja Sardinia, si rilancia alla grande nella classifica generale. Secondo posto per Jacopo De Plano, Apnea Club Cagliari. Con 4 prede valide, sorpassa in volata , grazie a un peso maggiore, il terzo classificato Fabio Pes.
Fabio Pes
Considerazioni finali

Due gare molto diverse tra loro, accomunate però da un elemento chiave: la scarsa visibilità dell’acqua. A emergere sono stati ancora una volta gli atleti che hanno saputo meglio adattarsi a leggere il campo gara e sfruttare al massimo ogni occasione.

Il Campionato Sardo resta apertissimo e il prossimo appuntamento è domenica nelle acque di Vignola.

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Catania, estorcevano denaro a coetanei sotto minaccia di armi: arrestati due minorenni


Blitz della Digos nel capoluogo etneo: sequestrate pistole a salve e un coltello. I ragazzi bloccati dopo aver rapinato un piccolo gruppo

Due minorenni sono stati arrestati dalla Polizia di Stato a Catania con l’accusa di avere minacciato un gruppo di coetanei utilizzando armi per costringerli a consegnare del denaro. A renderlo noto è stata la Questura di Catania attraverso un comunicato pubblicato sulla propria pagina ufficiale Facebook.

Secondo quanto riferito dalla Polizia, i due giovani sarebbero stati notati dagli agenti della Digos mentre si avvicinavano con atteggiamento minaccioso ad alcuni ragazzi. Uno dei minorenni avrebbe nascosto sotto la maglietta una pistola priva del tappo rosso, mentre l’altro avrebbe simulato di essere armato mantenendo una mano in tasca per intimidire il gruppo.

Stando alla ricostruzione fornita dagli investigatori, i due sarebbero riusciti a costringere uno dei coetanei a consegnare 20 euro prima dell’intervento degli agenti, che hanno immediatamente fermato i sospetti.

Durante i controlli successivi, i poliziotti hanno sequestrato due pistole prive del tappo rosso e un coltello ad uncino. Sono in corso ulteriori accertamenti per chiarire la natura delle armi sequestrate e ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’episodio.

I due minorenni sono stati arrestati e affidati alle procedure previste dall’autorità giudiziaria minorile competente. Gli investigatori proseguono gli approfondimenti per verificare eventuali ulteriori responsabilità connesse alla vicenda.

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Perché le scommesse sono meno affidabili dei sondaggi


Piattaforme come Polymarket e Kalshi propongono probabilità in tempo reale sugli esiti politici, ma esperti di sondaggi avvertono che questi numeri non rappresentano l'opinione pubblica e rischiano di degradare l'informazione elettorale.

Le previsioni elettorali basate sulle scommesse stanno entrando nelle redazioni americane, ma analisti e statistici mettono in guardia dai rischi di trattare le quote dei mercati come fossero sondaggi. Lo segnala la Columbia Journalism Review in un'analisi pubblicata sul portale della rivista, dedicata al rapporto sempre più stretto tra giornalismo e piattaforme di scommesse come Polymarket e Kalshi.

Il punto di partenza è la differenza sostanziale tra tre strumenti diversi. I sondaggi misurano l'umore dell'opinione pubblica intervistando campioni rappresentativi della popolazione. Le previsioni politiche tradizionali, come quelle che resero famoso il sito FiveThirtyEight di Nate Silver, elaborano probabilità a partire dai sondaggi e da altri dati. I mercati delle scommesse invece pretendono di prevedere la probabilità di un evento sulla base delle puntate in denaro reale fatte da trader anonimi. Tre logiche distinte, che però rischiano di essere confuse dai lettori.

G. Elliott Morris, che ha guidato FiveThirtyEight prima della sua chiusura e oggi scrive su Strength in Numbers, ha dichiarato alla Columbia Journalism Review che l'accettazione acritica dei numeri di Polymarket e Kalshi come vere probabilità del mondo è incredibilmente irresponsabile. Quando si forniscono al pubblico le probabilità di un esito elettorale, ha spiegato, si offre qualcosa con cui giocare, e questo degrada parte del processo politico. I mercati delle scommesse, secondo Morris, amplificano questa degradazione.

Nathaniel Rakich, direttore di Votebeat e in passato senior editor di FiveThirtyEight, ha sottolineato un altro problema strutturale. I trader che scommettono sulle elezioni non costituiscono un campione rappresentativo della popolazione, come invece avviene nei sondaggi. Si tratta della saggezza convenzionale di un tipo molto specifico di persone, quelle che puntano soldi sui risultati elettorali. La distorsione del campione è quindi alla radice del meccanismo.
L'illusione della probabilità — FocusAmerica

Giornalismo · Previsioni elettorali

L'illusione della probabilità:
quando i mercati di scommesse entrano nelle redazioni


Polymarket e Kalshi sono sempre più citati come strumenti di previsione elettorale, ma non sono sondaggi né modelli statistici. Analisti e statistici avvertono: dati opachi, campioni distorti e una singola percentuale presentata come certezza.

Fonte: Columbia Journalism Review Analisi maggio 2026

Il nodo del dibattito

Accettare acriticamente i numeri di Polymarket e Kalshi come probabilità reali è incredibilmente irresponsabile.

G. Elliott Morris · ex direttore di FiveThirtyEight

Esplora l'analisi
1 Strumenti 2 Mercati 3 Lettura 4 Voci

Tre logiche diverse

Sondaggi, modelli e mercati: cosa misurano davvero


Tre strumenti distinti, spesso confusi nel racconto pubblico. Solo i sondaggi partono da un campione rappresentativo della popolazione; solo i modelli trasformano dati statistici in probabilità; i mercati, invece, registrano puntate in denaro reale effettuate da trader spesso anonimi.

01
Sondaggi
Misurano un umore
Intervistano campioni rappresentativi della popolazione per fotografare l'opinione pubblica in un dato momento.
RestituisconoPercentuali con margine di errore

02
Previsioni statistiche
Elaborano i dati
Aggregano sondaggi e altri indicatori in modelli probabilistici. Il caso più noto è stato FiveThirtyEight di Nate Silver.
RestituisconoProbabilità con incertezza dichiarata

03
Mercati di scommesse
Aggregano puntate
Polymarket e Kalshi pretendono di prevedere un evento sulla base del denaro scommesso da trader anonimi sulla piattaforma.
RestituisconoUna sola cifra, senza margine

Confronto strutturale

Chi viene rilevato
Campione rappresentativo
Aggregato di sondaggi
Solo chi scommette

Margine di errore
Dichiarato
Dichiarato
Assente

Metodologia verificabile


No

Modello di business
Ricerca / editoria
Editoria / accademia
Gioco d'azzardo

Il modello di business

Su Kalshi la politica resta una piccola appendice dello sport


I volumi di scambio del 2025 mostrano cosa muove davvero queste piattaforme: le scommesse politiche restano una quota minoritaria, ma sono quelle che entrano più facilmente nel lavoro dei giornalisti.

Sport ~90%
Volume di scambi 2025 · Kalshi
~90%
È la quota dello sport sul totale degli scambi della piattaforma. Le scommesse elettorali costituiscono la parte residua.

Sport
Altre categorie (incluse elezioni)

Il punto

Il modello di business si fonda su gioco d'azzardo ed engagement. La copertura giornalistica delle quote elettorali, dice Morris, fa leva su uno dei casi di marketing più riusciti della storia recente: l'attrazione della novità e l'apparenza di oggettività dei numeri.

L'errore di lettura

Una probabilità del 70% finisce per sembrare una certezza


Nathaniel Rakich, ex senior editor di FiveThirtyEight, indica il rischio più comune: il lettore arrotonda mentalmente quella quota al 100% e la interpreta come un esito già scritto. I giornalisti diventano complici quando rilanciano la cifra di sintesi senza spiegarne limiti e natura.

70%
Cifra reale

La probabilità riportata

Resta un margine ampio per esiti alternativi: 3 scenari su 10.

100%
Come viene letta

La probabilità percepita

Il lettore tende ad arrotondare e a leggere la cifra come un esito già deciso.

La conseguenza

Strength In Numbers, il nuovo sito fondato da Morris, non pubblica probabilità in tempo reale sulla vittoria dei candidati. Il nuovo progetto FiftyPlusOne le includerà, ma con un'impostazione pensata per ridurre il peso visivo delle quote nella pagina.

Il dibattito nelle redazioni dei giorni

Tre posizioni: critica netta, mediazione, apertura cauta


Tocca un nome per leggere la posizione integrale come riportata dalla Columbia Journalism Review.

M

G. Elliott Morris
Già direttore FiveThirtyEight · Strength In Numbers

Critico

"Nessuno è obbligato a riportare questi dati: se lo si fa, è perché ci si lascia ingannare. Trattare le quote di mercato come probabilità del mondo reale è irresponsabile e impoverisce una parte del processo politico."

R

Nathaniel Rakich
Direttore Votebeat · Già senior editor FiveThirtyEight

Mediano

"Esistono modi responsabili e irresponsabili di affrontare l'argomento. I trader non sono un campione rappresentativo: esprimono la saggezza convenzionale di un gruppo molto specifico di persone, quelle disposte a puntare denaro sui risultati elettorali."

G

Dustin Gouker
Esperto di gioco d'azzardo · Newsletter Event Horizon

Apertura

"I mercati delle scommesse possono avere spazio nell'informazione, con le dovute cautele: se trattati per quello che sono, possono integrare le previsioni tradizionali con segnali in tempo reale."

Fonte Elaborazione FocusAmerica su base Columbia Journalism Review · Tow Center for Digital Journalism (2022) · maggio 2026

I problemi di trasparenza sono un altro nodo cruciale. I sondaggi e le previsioni tradizionali si presentano accompagnati da un margine di errore, che comunica l'incertezza insita in qualsiasi stima su grandi gruppi di persone. I mercati delle scommesse riportano invece una probabilità unica, senza indicatori di incertezza. I giornalisti possono analizzare il volume totale di denaro scambiato o eventuali attività di trading sospette, ma al momento non esiste un modo per verificare perché i mercati esprimano un certo valore. Le previsioni statistiche tradizionali permettono invece di controllare la storia di chi le produce, eventuali finanziatori, metodi utilizzati. I mercati di scommesse hanno cominciato a essere oggetto di inchieste sull'insider trading, ma il processo resta molto più opaco.

Il modello di business di queste piattaforme si fonda sul gioco d'azzardo e sull'engagement, e riguarda prevalentemente lo sport. Nel 2025 i mercati sportivi hanno rappresentato quasi il 90 per cento del volume di scambi su Kalshi. Le scommesse elettorali sono una porzione minore del business, ma è proprio quella che interseca il lavoro giornalistico. Morris ha definito la diffusione di questi strumenti come uno dei più riusciti casi di marketing ottimizzato nella storia umana, sfruttando l'attrazione per la novità e l'apparenza di oggettività che i numeri trasmettono.

Anche le previsioni elettorali tradizionali, ha riconosciuto Morris, non sono uno strumento particolarmente utile per i lettori. La ricerca mostra che le persone hanno difficoltà a interpretare le probabilità in contesto elettorale. Rakich ha portato un esempio concreto: chi vede una probabilità del 70 per cento tende ad arrotondarla al 100 per cento, leggendola come una certezza. I giornalisti possono diventare complici di questa semplificazione quando enfatizzano i numeri di sintesi senza spiegarne la natura.

Per questo motivo Strength in Numbers, il sito di Morris, non pubblica probabilità in tempo reale sulla vittoria dei candidati. Un altro progetto cofondato da Morris, FiftyPlusOne, includerà probabilità elettorali aggiornate, ma con un'impostazione che riduce il peso visivo delle quote.

Il dibattito interno al giornalismo americano resta aperto. Dustin Gouker, esperto di gioco d'azzardo e autore della newsletter Event Horizon, in una recente intervista alla Columbia Journalism Review ha sostenuto che i mercati delle scommesse meritano uno spazio nell'informazione, con cautele, perché possono integrare le previsioni tradizionali con dati in tempo reale. Rakich ha adottato una posizione mediana, affermando che esistono modi responsabili e irresponsabili di trattare l'argomento, e che molto dipende dalla capacità del giornalista di essere un consumatore consapevole di queste informazioni. Morris è stato più netto: nessuno è obbligato a riportare questi dati, e se lo si fa è perché ci si lascia ingannare.

Nel 2022 il Tow Center della Columbia Journalism School aveva dedicato una ricerca al cosiddetto giornalismo predittivo, che all'epoca comprendeva sondaggi, previsioni e altri strumenti tradizionali di stima. Il rapporto sosteneva che incorporare le previsioni nel lavoro giornalistico richiede una progettazione centrata sull'utente, un editing rigoroso e un'attenzione particolare alla comunicazione dell'incertezza e delle probabilità. L'ingresso dei mercati delle scommesse aggiunge ora una sfida ulteriore, perché si tratta di strumenti opachi, non rappresentativi e legati a interessi economici diretti.

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MyHeritage Scribe AI: l’IA che riporta in vita i documenti storici


MyHeritage lancia Scribe AI, una nuova tecnologia basata su intelligenza artificiale potrebbe avere un impatto significativo nella digitalizzazione e valorizzazione degli archivi italiani
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MyHeritage ha annunciato il lancio di Scribe AI, una nuova soluzione basata sull’intelligenza artificiale progettata per trascrivere, interpretare e generare analisi avanzate a partire da documenti storici e fotografie d’epoca. Scribe AI rappresenta un significativo passo avanti nell’applicazione dell’AI al patrimonio storico e genealogico: la tecnologia combina infatti diversi modelli di intelligenza artificiale per analizzare contemporaneamente testi e immagini, aggiungendo un ulteriore livello di approfondimento storico.

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A differenza dei tradizionali strumenti di riconoscimento del testo, Scribe AI non si limita a trascrivere documenti, ma li interpreta in profondità.

Ad esempio:

  • In un certificato di naturalizzazione del 1913, il sistema non solo estrae i dati principali, ma individua anche elementi contestuali, come la separazione dell’individuo dalla famiglia al momento della cittadinanza, riconducendola a fenomeni storici più ampi come la chain migration.



  • In una lettera manoscritta del 1946, Scribe AI identifica mittente, data e contesto, rilevando persino annotazioni marginali in francese che indicano l’inoltro verso un cimitero, ricostruendo così il percorso del documento e la storia ad esso collegata.



  • In un ritratto familiare di fine Ottocento (circa 1897), analizza dettagli visivi come abbigliamento, acconciature e stile fotografico per stimare periodo e luogo dello scatto.


Un potenziale rilevante per l’Italia


In un Paese come l’Italia, caratterizzato da un patrimonio archivistico vastissimo e spesso frammentato – tra archivi comunali, parrocchiali e collezioni private – Scribe AI può rappresentare uno strumento innovativo per la valorizzazione della memoria storica. Le applicazioni di questa tecnologia risultano particolarmente significative nella digitalizzazione e interpretazione dei documenti storici locali, nella ricostruzione di storie familiari legate ai grandi flussi migratori italiani tra XIX e XX secolo e nell’analisi di epistolari e testimonianze storiche, come le lettere dei prigionieri italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. Un caso emblematico è quello di Daniele Israel, arrestato a Trieste nel 1943 e detenuto in una prigione sotto controllo nazista, che durante la prigionia riuscì a inviare oltre 250 lettere alla moglie e ai figli nascondendole nelle cuciture dei vestiti destinati alla lavanderia, mantenendo così un contatto clandestino con la famiglia.

Come funziona


Scribe AI di MyHeritage si basa su modelli di intelligenza artificiale specializzati capaci di riconoscere testo, pattern visivi e segnali storici, permettendo di analizzare documenti e immagini tipici della ricerca genealogica, dalle lettere alle fotografie, fino a lapidi e stemmi araldici. Il sistema trascrive testi manoscritti e stampati ed estrae automaticamente i principali dati genealogici, mentre per le immagini è in grado di stimare periodo e localizzazione a partire da indizi visivi, trascrivere iscrizioni su lapidi e interpretarne i simboli, oltre a spiegare gli elementi araldici e il loro significato storico.

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La piattaforma integra anche la traduzione automatica dei testi nella lingua dell’utente, riducendo le barriere linguistiche, e può essere applicata sia a nuovi contenuti caricati sia a quelli già presenti nel vasto archivio digitale di MyHeritage, che conta quasi 39 miliardi di documenti. Scribe AI è accessibile tramite una pagina dedicata sul sito ufficiale, con supporto ai formati JPEG, PNG e PDF, e sarà integrato in futuro nell’app mobile: il servizio è gratuito per un numero limitato di analisi, mentre per un utilizzo più esteso è richiesto un abbonamento.

Il futuro della memoria storica passa dall’intelligenza artificiale


In un contesto in cui la valorizzazione del patrimonio storico passa sempre più dalla digitalizzazione, soluzioni come Scribe AI di MyHeritage rappresentano un’evoluzione concreta nel modo in cui accediamo e interpretiamo il passato. L’integrazione tra intelligenza artificiale e ricerca genealogica non solo semplifica l’analisi di documenti complessi, ma apre nuove prospettive per studiosi, archivisti e appassionati, rendendo più accessibili storie che altrimenti resterebbero frammentate o difficili da ricostruire. Un approccio che, se applicato su larga scala, potrebbe avere un impatto significativo anche nella tutela e nella diffusione della memoria storica, soprattutto in un Paese come l’Italia ricco di archivi ancora in gran parte inesplorati.


SumUp Fedeltà arriva in Italia: il loyalty program per commercianti che sfida le grandi catene


In Italia, la diffusione dei programmi fedeltà è ormai consolidata: il 77% dei consumatori dichiara di utilizzarne almeno uno. Allo stesso tempo, la loyalty sta diventando una leva sempre più strategica per le imprese: il 64% la considera un centro di profitto e, nell’ultimo anno, il 55% ha registrato un aumento dei clienti. In questo scenario rendere questi strumenti accessibili anche ai piccoli business - commercianti, ristoratori, artigiani e professionisti - diventa un fattore chiave di competitività, ma le soluzioni di loyalty disponibili sul mercato sono di solito costose, complesse e pensate per i grandi retailer.

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SumUp Fedeltà cambia questo scenario, integrando i meccanismi di reward direttamente nel flusso di pagamento e offrendo agli esercenti uno strumento competitivo per incentivare il ritorno dei clienti e aumentare le vendite.

“Le piccole imprese non hanno mai avuto accesso agli strumenti di loyalty che le grandi catene danno per scontati - commenta Joseph Flynn di SumUp - abbiamo sviluppato SumUp Fedeltà affinché qualsiasi esercente possa premiare i propri clienti abituali in pochi minuti, senza dover sviluppare app o dotarsi di hardware aggiuntivi”.


Come funziona il programma Fedeltà di SumUp


Al centro dell’esperienza di SumUp Fedeltà c’è Local, una nuova app per i consumatori che consente di scoprire le attività locali aderenti, monitorare i propri premi e gestire i pagamenti in un unico spazio. Per gli utenti, rappresenta un modo semplice per sostenere i piccoli business del territorio, accumulando vantaggi sulle spese di tutti i giorni. Gli esercenti possono configurare in pochi minuti carte fedeltà digitali (a timbri) o programmi a punti direttamente dalla propria dashboard SumUp. I clienti scaricano gratuitamente l’app SumUp Local, collegando una sola volta una carta di pagamento: da quel momento, ogni acquisto presso un esercente aderente al programma genera automaticamente ricompense senza bisogno di scansioni, né digitali né cartacee, e senza passaggi aggiuntivi alla cassa.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
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SumUp Fedeltà mette, inoltre, a disposizione degli esercenti strumenti per restare in contatto con i clienti anche dopo l’uscita dal negozio: notifiche push e promozioni mirate mantengono alta la visibilità del business, mentre una funzione Autopilot identifica automaticamente i clienti inattivi e invia offerte personalizzate per riattivarli, trasformando visitatori occasionali in clienti abituali. Il lancio in Italia segue una fase di test di successo nei mercati del Regno Unito e dell’Irlanda, dove migliaia di esercenti hanno già aderito al programma.

SumUp Cassa: un sistema di cassa completo


A SumUp Fedeltà e SumUp Local si affianca SumUp Cassa: sistema di cassa “all-in-one” da banco pensato per i negozi, i bar, le strutture ricettive e la ristorazione dotato di doppio schermo. L’esercente utilizza un touchscreen da 13,3 pollici per la vendita e la gestione dell’attività; il cliente visualizza su un display da 8 pollici prodotti, prezzi e informazioni su SumUp Fedeltà durante il pagamento. Il design a doppio schermo abilita l’interazione con il programma di loyalty direttamente al momento dell’acquisto, in modo che i clienti possano visualizzare l’ordine, monitorare i progressi e pagare in un’unica esperienza fluida.

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SumUp Cassa viene fornito senza costi di noleggio hardware; gli esercenti che passano all’abbonamento Cassa Plus, sbloccano funzionalità avanzate, tra cui la sincronizzazione degli ordini su più dispositivi, ideale per i locali dove il personale prende comande e gestisce i pagamenti in movimento. Pensate in un’ottica integrata, SumUp Fedeltà, l’app SumUp Local e SumUp Cassa creano un ecosistema che aiuta le piccole imprese ad attrarre clienti, premiare la fedeltà e aumentare i ricavi.


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MSI Forge K210 Wireless Combo - Recensione


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La tastiera MSI Forge K210 Wireless Combo è una di quelle periferiche che non cercano di attirare l’attenzione con luci RGB, design aggressivo o promesse da prodotto gaming estremo. La sua forza è un’altra: offrire una tastiera wireless full size e un mouse senza fili in un unico pacchetto, con un’impostazione semplice, ordinata e adatta alla scrivania di tutti i giorni.

È una combo pensata per chi vuole eliminare qualche cavo dalla postazione, lavorare con più comodità e avere una soluzione pronta all’uso senza installazioni complicate. Non è una tastiera meccanica e non vuole esserlo. MSI Forge K210 Wireless Combo punta su un approccio più concreto, fatto di praticità, buona autonomia, tasti silenziosi e un mouse essenziale ma funzionale.
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Design e costruzione: sottile, pulita e discreta


La prima cosa che si nota della MSI Forge K210 Wireless Combo è il suo design molto sobrio. La tastiera ha un formato sottile, linee semplici e un layout completo con tastierino numerico, un dettaglio che torna utile soprattutto se si lavora spesso con documenti, fogli Excel, codici, password o dati numerici.

Non è una tastiera appariscente, e secondo me questo è uno dei suoi punti migliori. Sta bene in una postazione da ufficio, in uno studio domestico o accanto a un notebook utilizzato come computer principale. Le finiture argentate le danno un aspetto più curato rispetto alle classiche tastiere economiche completamente nere, senza però renderla troppo vistosa.

Il mouse incluso segue la stessa filosofia. È compatto, semplice e simmetrico, quindi può essere utilizzato anche da chi è mancino. Non ha una forma aggressiva da mouse gaming, ma un profilo più tradizionale, pensato per accompagnare bene l’uso quotidiano. Chi ha mani molto grandi potrebbe desiderare qualcosa di più generoso, ma per lavoro, navigazione e utilizzo generico si lascia usare senza problemi.
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Digitazione: silenziosa, leggera e adatta al lavoro


Uno degli aspetti più interessanti della tastiera MSI Forge K210 Wireless Combo è l’uso di switch a forbice, una scelta che la avvicina più alle tastiere da notebook che alle tastiere meccaniche tradizionali. Questo significa che la digitazione è più bassa, più rapida e generalmente più silenziosa, una caratteristica importante se si scrive molto o se si usa il PC in ambienti condivisi.

La tastiera MSI Forge K210 ha un profilo basso, quindi anche l’altezza dei tasti è contenuta. Questo la rende comoda per chi scrive molto e preferisce una digitazione leggera, simile a quella dei notebook. I tasti non richiedono molta forza e permettono di muoversi velocemente tra una lettera e l’altra, riducendo anche il rumore durante la scrittura. È una scelta che premia il comfort quotidiano più che il feeling “meccanico”: chi ama tasti alti, corsa lunga e feedback marcato potrebbe trovarla un po’ troppo morbida, mentre chi cerca una tastiera sottile, silenziosa e pratica probabilmente la apprezzerà subito.

A livello pratico, il layout completo è un vantaggio concreto. Il tastierino numerico torna utile non solo in ufficio, ma anche quando si gestiscono fatture, tabelle, codici o attività amministrative. È una tastiera che non sacrifica la funzionalità per essere compatta, e questo la rende più versatile rispetto a molte soluzioni mini o tenkeyless.
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Connessione wireless: semplice e immediata


MSI Forge K210 Wireless Combo utilizza una connessione wireless a 2,4 GHz tramite dongle USB. In pratica basta collegare la piccola chiavetta al computer e tastiera e mouse sono pronti all’uso. È una soluzione molto comoda per chi non vuole perdere tempo con abbinamenti Bluetooth, menu di configurazione o software aggiuntivi.

Questa semplicità è uno dei suoi punti forti. La combo è pensata per essere usata subito, senza complicazioni. Il rovescio della medaglia è che occupa una porta USB e non offre la stessa flessibilità di una tastiera Bluetooth multi-dispositivo. Se l’obiettivo è passare rapidamente da PC a tablet o da notebook a smartphone, questa non è la soluzione più completa. Se invece serve una combo stabile per una postazione fissa, la scelta del dongle wireless resta molto pratica.

Nel complesso, l’esperienza è quella di una periferica pensata per ridurre il disordine sulla scrivania. Meno cavi, meno ingombro e una configurazione pulita, soprattutto per chi usa il PC tutti i giorni per lavorare, studiare o navigare.
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Mouse: essenziale, comodo e adatto all’uso quotidiano


Il mouse incluso nella MSI Forge K210 Wireless Combo è un modello semplice, ma non troppo limitato. Offre tre livelli di sensibilità, con valori fino a 1600 DPI, e dispone di 6 pulsanti, quindi permette anche di gestire alcune azioni rapide durante la navigazione o il lavoro.

Nell’uso quotidiano è più che sufficiente. Si comporta bene tra finestre, browser, documenti e applicazioni da ufficio. Anche per un gaming leggero può andare bene, soprattutto se si gioca ogni tanto e senza pretese competitive. Dove mostra i suoi limiti è nel gaming più serio, quello in cui contano sensore avanzato, peso ridotto, polling rate elevato e personalizzazione completa.

Qui bisogna essere chiari: questa combo non sostituisce una tastiera meccanica dedicata e un mouse gaming di fascia alta. È più una soluzione ibrida da casa, ufficio e studio, con la possibilità di essere usata anche nel tempo libero. Vista così, ha molto più senso.
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Autonomia: ricaricabile e più comoda delle batterie usa e getta


Uno dei vantaggi più interessanti della MSI Forge K210 Wireless Combo è la presenza di batterie ricaricabili. La tastiera offre un’autonomia dichiarata molto buona, mentre il mouse ha una durata più contenuta ma comunque adatta all’utilizzo quotidiano. Il fatto di non dover usare pile AA o AAA è un punto a favore, soprattutto per chi usa il PC molte ore al giorno.

La possibilità di ricaricare tastiera e mouse rende tutto più pratico. Quando la batteria si scarica, basta collegare il cavo e continuare a usare la periferica. È un dettaglio semplice, ma nella vita di tutti i giorni fa la differenza, perché evita di dover cercare batterie di ricambio proprio quando servono.

Naturalmente l’autonomia reale dipende dal tipo di utilizzo, dalle ore giornaliere e dalle abitudini personali. In ogni caso, per una combo wireless di questa fascia, la scelta della batteria ricaricabile è sicuramente più moderna e comoda rispetto alle soluzioni economiche ancora basate sulle pile.

Tasti rapidi e funzioni utili


La MSI Forge K210 Wireless Combo include anche alcuni tasti rapidi pensati per semplificare l’uso quotidiano. Si possono gestire più velocemente funzioni multimediali, volume e controlli di base, mentre i pulsanti laterali del mouse aiutano nella navigazione tra pagine e finestre.

Non sono funzioni rivoluzionarie, ma sono quelle piccole comodità che si apprezzano con il tempo. In una combo di questo tipo contano soprattutto la semplicità e la praticità, e da questo punto di vista MSI ha scelto una strada abbastanza equilibrata.
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Esperienza d’uso: più produttività che gaming


La MSI Forge K210 Wireless Combo dà il meglio in un contesto di lavoro, studio e utilizzo quotidiano. È comoda per scrivere email, articoli, documenti, appunti, ricerche online e attività da ufficio. Il profilo basso della tastiera aiuta a mantenere una postura più naturale delle mani, soprattutto se si è abituati alle tastiere sottili.

Non è invece la scelta ideale per chi cerca una periferica gaming vera. Mancano il feedback meccanico, la personalizzazione avanzata, l’illuminazione RGB e tutte quelle funzioni che interessano a chi gioca in modo competitivo. Però sarebbe anche sbagliato giudicarla con quel metro. La MSI Forge K210 Wireless Combo nasce per essere una periferica semplice, ordinata e accessibile, non una tastiera da torneo.

A chi consiglio la MSI Forge K210 Wireless Combo


MSI Forge K210 Wireless Combo è un kit consigliato a chi cerca una tastiera e un mouse wireless semplici, eleganti e ricaricabili. È adatta a chi lavora da casa, studia, scrive molto o vuole rendere la propria scrivania più ordinata senza spendere troppo.

La consiglierei anche a chi usa un notebook come computer principale e vuole una postazione più comoda, magari con monitor esterno, tastiera full size e mouse dedicato. In questo scenario la combo MSI ha perfettamente senso, perché offre tutto il necessario in un unico pacchetto.

La consiglierei meno, invece, a chi cerca una tastiera meccanica, un mouse da gaming competitivo o funzioni avanzate di personalizzazione. In quel caso è meglio orientarsi su periferiche dedicate, anche spendendo qualcosa in più.

Prezzo e rapporto qualità/prezzo


Il valore del kit MSI Forge K210 Wireless Combo dipende molto dal prezzo a cui si riesce a trovare online. Se resta nella fascia economica, diventa una soluzione interessante per chi vuole una combo completa, ricaricabile e più curata delle classiche tastiere wireless base.

Il suo punto forte non è una singola caratteristica spettacolare, ma l’equilibrio generale. Tastiera full size, mouse incluso, connessione wireless semplice, batterie ricaricabili e design discreto formano un pacchetto sensato per chi vuole una periferica pratica e senza troppi fronzoli.
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Verdetto finale


MSI Forge K210 Wireless Combo è una combo wireless onesta, pratica e ben centrata. Non vuole essere la tastiera definitiva per gamer esigenti, ma una soluzione completa per chi cerca comodità, semplicità e una scrivania più pulita.

I suoi punti di forza sono il design sottile, la digitazione silenziosa, il layout full size, la presenza del mouse wireless incluso e la scelta di batterie ricaricabili. I limiti ci sono: il mouse è essenziale, la tastiera non offre il feeling di una meccanica e mancano funzioni avanzate. Però, per il pubblico a cui si rivolge, sono compromessi accettabili.

In definitiva, il kit MSI Forge K210 Wireless Combo è una buona scelta per lavoro, studio, smart working e uso quotidiano. Non emoziona come una periferica premium, ma fa bene quello che promette. E per una combo tastiera e mouse wireless, spesso è proprio questo ciò che conta di più.

RECENSIONE SMARTPULSE
smartpulse.it

MSI Forge K210 Wireless Combo
tastiera wireless • mouse incluso • profilo basso • batteria ricaricabile
Il voto premia la praticità della combo wireless, la digitazione silenziosa, il profilo basso della tastiera e la batteria ricaricabile. Il mouse resta essenziale e non è pensato per il gaming competitivo.

VOTO COMPLESSIVO
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Best Choice Smartpulse

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VOTO /10

smartpulse.it
Valutazione della redazione Smartpulse

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Belgio: sciopero nazionale del personale carcerario per sovraffollamento e violenza nelle carceri


Sindacati contro il governo dopo il fallimento dei negoziati: istituti oltre la capienza e tensioni in aumento

Il Belgio affronta una nuova emergenza nel sistema penitenziario. Il personale carcerario ha avviato uno sciopero nazionale per denunciare il crescente sovraffollamento degli istituti di detenzione e l’aumento degli episodi di violenza all’interno delle carceri del Paese. La mobilitazione è stata proclamata dopo il fallimento dei negoziati con il Ministero della Giustizia, che nelle ultime settimane aveva tentato di raggiungere un accordo con i rappresentanti dei lavoratori.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Anadolu Agency, le strutture penitenziarie belghe ospitano attualmente oltre 13.700 detenuti, nonostante una capacità complessiva stimata in circa 11.064 posti. Una situazione che, secondo i sindacati, starebbe aggravando le condizioni di lavoro del personale e aumentando i rischi per la sicurezza sia degli agenti penitenziari sia dei detenuti.

Lo sciopero coinvolge numerosi istituti di pena sul territorio nazionale e potrebbe avere ripercussioni significative sulla gestione quotidiana delle carceri. Le organizzazioni sindacali denunciano da tempo carenze strutturali, organici insufficienti e un numero crescente di aggressioni nei confronti degli operatori penitenziari. Tra le principali richieste avanzate figurano il rafforzamento del personale, interventi urgenti per ridurre il sovraffollamento e maggiori misure di tutela per gli agenti in servizio.

Il Ministero della Giustizia belga, pur riconoscendo le difficoltà del sistema carcerario, non è riuscito a trovare un’intesa con i rappresentanti dei lavoratori durante gli ultimi colloqui. L’interruzione delle trattative ha quindi portato alla proclamazione della protesta nazionale, che viene considerata una delle più rilevanti degli ultimi anni nel settore penitenziario del Belgio.

Organizzazioni per i diritti umani e osservatori internazionali hanno più volte richiamato l’attenzione sulle condizioni di detenzione negli istituti belgi, evidenziando come l’eccessiva presenza di detenuti possa incidere negativamente sulla sicurezza interna, sulla qualità della vita nelle strutture e sull’efficacia dei percorsi di reinserimento sociale.

Nel frattempo, le autorità stanno monitorando l’impatto dello sciopero per garantire la continuità dei servizi essenziali all’interno delle carceri, mentre resta aperta la possibilità di una ripresa del dialogo tra governo e sindacati nei prossimi giorni.

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Vasco Electronics Translator M4: il traduttore intelligente che elimina le barriere linguistiche in viaggio


Vasco Electronics amplia la sua gamma di dispositivi per la traduzione con Translator M4, un device pensato per aiutare viaggiatori e professionisti a comunicare facilmente in diverse lingue grazie a traduzioni vocali smart e funzioni avanzate dedicate alla mobilità internazionale
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Viaggiare va ben oltre la scoperta di nuovi luoghi: significa incontrare persone, scoprire nuovi sapori e immergersi in diverse culture. Ma cosa succede quando una barriera linguistica mina la propria sicurezza? Vasco presenta Vasco Translator M4: un traduttore elettronico portatile che rende il mondo accessibile a tutti, indipendentemente dalle competenze linguistiche. Facilità d’uso, interfaccia semplice e grazie all’intelligenza artificiale più avanzata, questo modello consente la traduzione istantanea di voce, testo e immagini.

Crypto nella vita quotidiana: come cambiano le abitudini digitali
Le criptovalute stanno entrando sempre più nella vita quotidiana, cambiando pagamenti digitali, acquisti online e abitudini tecnologiche
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Curiosità senza confini


La vera avventura inizia dove finiscono i percorsi più battuti. Vasco Translator M4 è stato progettato per chi apprezza l’indipendenza e desidera sentirsi sicuro ovunque. Non è l’ennesimo gadget complicato: è un dispositivo progettato per aiutare a comprendere davvero le persone, non solo a trasmettere informazioni.
Con un peso di soli 106 grammi, questo traduttore è un compagno indispensabile da portare comodamente in tasca.Con un peso di soli 106 grammi, questo traduttore è un compagno indispensabile da portare comodamente in tasca

Internet a vita senza abbonamenti e senza costi extra


Ciò che distingue Vasco Translator M4 dalle comuni app è la totale assenza di costi aggiuntivi. Il dispositivo è dotato di connessione Internet integrata per le traduzioni, valida in maniera illimitata per sempre in quasi ogni parte del mondo. Gli utenti possono dimenticare la ricerca di Wi-Fi, l’acquisto di SIM locali o le preoccupazioni legate al roaming. Basta accenderlo e iniziare a parlare. Il traduttore è pronto all’uso appena estratto dalla confezione, senza bisogno di configurazioni complesse né installazioni di ulteriori app.
Le funzioni di traduzione di foto e testo permettono di comprendere menù internazionali, orari dei trasporti o pannelli informativi con un solo clicLe funzioni di traduzione di foto e testo permettono di comprendere menù internazionali, orari dei trasporti o pannelli informativi con un solo clic
Design e qualità sono tra i maggiori punti di forza di questo traduttore. Gli altoparlanti sono abbastanza potenti da garantire traduzioni chiare anche nel bel mezzo di un mercato rumoroso o su una strada affollata. Un indicatore LED luminoso segnala esattamente quando il dispositivo è in ascolto. Inoltre, la personalizzazione dello schermo, inclusa la modalità a schermo intero e l’inversione dei colori, assicura una visibilità perfetta indipendentemente dalle condizioni di luce o meteo.
Un grande vantaggio è il pulsante fisico: chi non ama i touchscreen apprezzerà sicuramente questa soluzione touchUn grande vantaggio è il pulsante fisico: chi non ama i touchscreen apprezzerà sicuramente questa soluzione touch

Velocità, comodità e conversazioni naturali


Grazie alla modalità automatica intelligente, le conversazioni con gli abitanti di Tokyo o Bangkok diventano completamente naturali. Una volta selezionata la combinazione di lingue, il traduttore riconosce automaticamente quale lingua viene parlata, permettendo uno scambio continuo di parole e idee. Gli utenti possono regolare la velocità di riproduzione, attivare un filtro per il linguaggio inappropriato e consultare la cronologia delle traduzioni.

Dyson Supersonic Travel: phon compatto per viaggi
Dyson presenta Supersonic Travel, il nuovo asciugacapelli compatto pensato per chi viaggia. Più leggero e con voltaggio automatico, offre prestazioni elevate e styling preciso ovunque nel mondo
TechpertuttiGuglielmo Sbano


L’utilizzo di oltre 10 motori di traduzione garantisce la massima precisione (fino al 99% di accuratezza), aiutando a evitare fraintendimenti, situazioni d’imbarazzo e a creare legami autentici. Con il supporto di 86 lingue per la traduzione vocale, Vasco M4 consente di comunicare con oltre il 90% della popolazione mondiale.

Vasco Translator M4 è disponibile nello store ufficiale online: vasco-electronics.it/traduttor…


Crypto nella vita quotidiana: come le criptovalute stanno cambiando lo stile di vita digitale


Per anni le criptovalute sono state associate quasi esclusivamente al trading speculativo e alla volatilità dei mercati digitali. Oggi, però, lo scenario è profondamente cambiato: Bitcoin, Ethereum e gli asset digitali basati su blockchain stanno progressivamente entrando nella quotidianità, trasformandosi da semplici strumenti finanziari alternativi a veri e propri elementi dell’ecosistema digitale contemporaneo. Sempre più utenti utilizzano wallet crypto per effettuare pagamenti online, ricevere compensi in stablecoin, sottoscrivere servizi digitali o gestire trasferimenti internazionali senza intermediari bancari tradizionali. Parallelamente, l’espansione della finanza decentralizzata (l'ecosistema di applicazioni finanziarie costruite su reti blockchain), delle carte crypto collegate ai circuiti Visa e Mastercard e delle soluzioni Web3 sta contribuendo alla nascita di un nuovo modello di lifestyle digitale, sempre più connesso a blockchain, identità decentralizzate e pagamenti smart globali.

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I numeri di una rivoluzione quotidiana


Il fenomeno "vivere in crypto" (o Living on Crypto), che descrive lo stile di vita di chi ha scelto di utilizzare le criptovalute come mezzo primario, o esclusivo, per gestire le proprie finanze, pagare le spese quotidiane e accumulare risparmi, cercando di distaccarsi il più possibile dal sistema bancario tradizionale, non è più invisibile. Secondo i dati più recenti di Triple-A, nonostante i periodi di forte volatilità, la base utenti è cresciuta del 33% rispetto ai 420 milioni del 2023 e si stima che oltre 559 milioni di persone nel mondo possiedano attualmente asset digitali. Questo suggerisce che l'adozione non è più legata solo alla speculazione del momento, ma a una fiducia strutturale nel mezzo tecnologico. Questi numeri, a loro volta, sono supportati da un’infrastruttura reale, costituita da oltre 15.000 aziende a livello globale che accettano oggi pagamenti diretti in criptovalute.
In Europa il trend dell'adozione delle crypto valute è trainato dalle generazioni più giovani
In Europa la situazione è in una fase di trasformazione profonda. Infatti, se fino a pochi anni fa il continente era visto come un mercato frammentato, oggi è diventato il primo grande blocco economico al mondo a dotarsi di una legge organica: il MiCA (Markets in Crypto-Assets), grazie alla ogni operatore (exchange, fornitori di wallet, emittenti di token) deve avere una licenza europea ufficiale per operare. I dati evidenziano come una quota rilevante di professionisti under 40 — con una forte concentrazione nei settori tech, marketing e creativi — sia attivamente interessata a ricevere compensi, parziali o totali, in Bitcoin o Ethereum. In Italia, l’interesse per l’integrazione delle crypto nella finanza personale è tra i più alti del continente, riflettendo un desiderio di diversificazione che va oltre il semplice investimento e supportato dalla chiarezza fiscale introdotta nelle ultime leggi di bilancio.

L'evoluzione del nomadismo digitale


Se la prima generazione di nomadi digitali aveva come priorità una connessione Internet stabile e spazi di coworking efficienti, la nuova ondata di utenti “crypto-native” guarda invece a ecosistemi capaci di integrare finanza decentralizzata, pagamenti digitali e normativa favorevole agli asset virtuali. Negli ultimi anni città come Lisbona, Dubai e Singapore si sono trasformate in hub strategici per professionisti, creator e imprenditori legati al mondo blockchain, grazie a regolamentazioni più aperte verso criptovalute, Web3 e innovazione fintech. Vivere “in crypto” oggi significa poter contare su wallet decentralizzati, stablecoin e infrastrutture di pagamento globali che consentono di spostarsi tra diversi Paesi riducendo costi di conversione valutaria e dipendenza dai circuiti bancari tradizionali. Parallelamente, la diffusione di carte di debito collegate a wallet digitali e servizi crypto-friendly permette di effettuare pagamenti istantanei per spese quotidiane come hotel, ristoranti, trasporti e servizi online, rendendo le criptovalute sempre più integrate nella vita reale e nell’economia digitale globale.

Case vacanza nei borghi italiani: gli stranieri prenotano 20 giorni prima | TechPerTutti
Secondo l’analisi di Ruralis su 574 strutture in tutta Italia, i turisti stranieri prenotano le case vacanza nei borghi con quasi tre settimane di anticipo rispetto agli italiani.
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Un cambio di mindset sul denaro


Che si scelga un approccio radicale (zero banca) o un modello ibrido che affianca la finanza classica a quella digitale, il cambiamento è innanzitutto culturale. Il denaro non è più percepito come qualcosa di "depositato" presso un intermediario, ma come un asset direttamente controllato e gestito dal proprietario. Tuttavia, questa nuova libertà comporta una responsabilità inedita. Ignacio Aguirre di Bitget, sottolinea come l’integrazione quotidiana degli asset digitali richieda una consapevolezza superiore rispetto ai sistemi tradizionali.

"L'adozione di massa non può prescindere dall'educazione. Comprendere la tecnologia sottostante e i rischi di sicurezza è fondamentale: in un mondo dove sei 'la banca di te stesso', la responsabilità della protezione dei propri asset è totale”.


Il futuro della finanza quotidiana, quindi, sembra muoversi verso una coesistenza armonica: un mondo dove il portafoglio fisico lascia spazio a quello digitale, ridefinendo non solo come spendiamo, ma come intendiamo la nostra libertà di movimento nel mondo.


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Trump valuta Vance e Rubio come possibili successori per il 2028


Il presidente americano scherza con i suoi collaboratori sull'ipotesi di un ticket congiunto tra il vicepresidente e il segretario di Stato, mentre i due aumentano la loro visibilità in vista delle elezioni di metà mandato.

Donald Trump si diverte a sondare i suoi collaboratori sulla scelta del prossimo candidato repubblicano alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal New York Times, durante le conversazioni nello Studio Ovale, le cene con amici o gli incontri a Mar-a-Lago, il presidente pone spesso la stessa domanda: meglio JD o Marco? Il riferimento è al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio, i due nomi che il partito repubblicano osserva con maggiore attenzione in vista della corsa presidenziale del 2028. Trump, secondo persone vicine alla sua cerchia, suggerisce talvolta che i due dovrebbero candidarsi insieme sullo stesso ticket.

I collaboratori del presidente sostengono che si tratti soltanto di un gioco e che il 2028 non sia tra le sue priorità. Resta il fatto che i due uomini, che Trump chiama "ragazzi", stanno acquisendo profili sempre più rilevanti mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato.

Rubio è apparso nella sala stampa della Casa Bianca rispondendo alle domande sulla guerra con l'Iran. Il suo staff ha poi trasformato l'intervento in un video dal taglio elettorale. Il segretario di Stato si è quindi recato in Italia, dove ha incontrato Papa Leone XIV, al quale ha regalato un pallone di cristallo, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Entrambi sono stati oggetto di critiche da parte di Trump per la loro opposizione alla guerra. Il prossimo viaggio porterà Rubio in Cina insieme al presidente.

Nello stesso periodo, la macchina politica della Casa Bianca ha inviato Vance in una fabbrica di Des Moines per sostenere il deputato repubblicano Zach Nunn, considerato vulnerabile. Sul palco, il vicepresidente ha attaccato le politiche democratiche collegandole alla propria storia personale. "È straziante per un ragazzo cresciuto in una famiglia di democratici sindacalizzati rendersi conto che oggi i democratici sembrano preoccuparsi più delle transizioni di genere che del fatto che tu possa tenerti i soldi che hai guadagnato con il tuo lavoro", ha dichiarato Vance alla platea.

Secondo diverse persone vicine ai due, Vance e Rubio, che sono amici, non vogliono apparire come rivali per la nomination del 2028. Altri ritengono che sia troppo presto per prevedere come si configurerà la corsa, prima di vedere i risultati repubblicani alle elezioni di metà mandato. Il senatore repubblicano del Missouri Eric Schmitt, in un'intervista al New York Times all'inizio dell'anno, ha descritto il rapporto tra i due come una collaborazione fondata sull'amicizia personale e sulla consapevolezza del momento storico vissuto dal partito, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Rubio ricopre contemporaneamente più incarichi: oltre a quello di segretario di Stato, è consigliere per la sicurezza nazionale e per quasi un anno ha svolto anche le funzioni di archivista capo. Secondo i suoi alleati, questa onnipresenza potrebbe permettergli di ampliare il campo del movimento MAGA oltre la base più dura di Trump, in un momento in cui il partito repubblicano affronta serie difficoltà politiche sull'economia, sulla guerra e sulle politiche aggressive in materia di immigrazione. Whit Ayres, sondaggista repubblicano che lavorò alla campagna di Rubio per il Senato nel 2010, ha dichiarato al New York Times che il segretario di Stato potrebbe attrarre molti repubblicani che hanno sostenuto Trump senza particolare entusiasmo, grazie alla sua capacità di costruire argomentazioni persuasive sia in inglese sia in spagnolo.

Rubio stesso ha però chiarito la sua posizione in un'intervista a Vanity Fair lo scorso anno: se Vance deciderà di candidarsi, sarà lui il candidato repubblicano e sarà tra i primi a sostenerlo.

I numeri confermano il vantaggio del vicepresidente. Vance ha un indice di gradimento del 35 per cento secondo l'ultimo sondaggio Washington Post/ABC News/Ipsos. Una rilevazione del Pew Research Center condotta all'inizio dell'anno indica che tra le figure dell'amministrazione Trump, solo il presidente stesso e il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. sono più conosciuti del vicepresidente. Il 75 per cento degli elettori repubblicani ha un'opinione favorevole di Vance, contro il 64 per cento di Rubio. Il 19 per cento degli elettori repubblicani dichiara di non aver mai sentito nominare il segretario di Stato.

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Trump li chiama "ragazzi" e scherza sull'idea di vederli insieme nello stesso ticket. I sondaggi raccontano però una corsa ancora sbilanciata: il vicepresidente Vance resta il favorito in tutte le rilevazioni, mentre il Segretario di Stato Rubio cresce a ritmo sorprendente tra gli attivisti conservatori.

Fonti: Pew Research · Emerson · CPAC · RealClearPolling · NYT Aggiornato a maggio 2026

Gradimento tra elettori repubblicani — Pew Research

JD Vance
Vicepresidente
75%
Opinione favorevole tra gli elettori repubblicani

vs

Marco Rubio
Segretario di Stato
64%
Opinione favorevole tra gli elettori repubblicani

Un elettore repubblicano su cinque non ha mai sentito nominare Rubio. Tra i collaboratori dell'Amministrazione Trump, solo il presidente stesso e Robert F. Kennedy Jr. sono più conosciuti di Vance.

Esplora l'analisi
1 Sondaggi 2 L'ascesa 3 Profili 4 Le incognite

La corsa per la nomination

Cinque sondaggi, un unico favorito


Nelle rilevazioni nazionali e statali condotte negli ultimi mesi sulla nomination presidenziale repubblicana del 2028, Vance è stabilmente davanti a Rubio. Il distacco si riduce solo nello straw poll tra gli attivisti del CPAC.

JD Vance
Marco Rubio

Emerson College Marzo 2026

Vance

59%
Rubio

19%

Elettori repubblicani — primarie ipotetiche 2028

RealClearPolling — media nazionale Mag 2026

Vance

45,5%
Rubio

14,0%

Aggregato dei sondaggi sulla nomination repubblicana

Detroit Chamber — Michigan Apr 2026

Vance

53%
Rubio

27%

500 elettori repubblicani probabili in Michigan

CPAC — straw poll attivisti Mar 2026

Vance

53%
Rubio

35%

Distanza più contenuta nel campione di attivisti repubblicani

L'ascesa di Rubio

Rubio vola al CPAC: crescita del 3.200%


In 12 mesi, il Segretario di Stato è passato da presenza quasi irrilevante nello straw poll degli attivisti conservatori al secondo posto netto. È la crescita più rapida tra i potenziali candidati repubblicani per il 2028.

Primavera 2025
3%
Rubio al CPAC

+32 pt

Primavera 2026
35%
Rubio al CPAC

Nello stesso periodo Vance è invece sceso dal 61% al 53% al CPAC. Un avvicinamento, non un sorpasso: il vicepresidente resta nettamente in testa, ma il vantaggio non è più incolmabile.

Confronto al CPAC
Preferenza per la nomination 2028 nello straw poll annuale degli attivisti conservatori.

Vance — primavera 2025 61%

Vance — primavera 2026 53%

Rubio — primavera 2025 3%

Rubio — primavera 2026 35%

Anatomia dei due contendenti

Due profili diversi, due strategie diverse


Vance è l'erede naturale del movimento MAGA. Rubio punta a un'area più trasversale, capace di parlare anche ai repubblicani moderati e all'elettorato ispanico.

JD Vance
41 anni · Ohio

35%
Gradimento generale
Wash. Post/ABC/Ipsos

63%
Sostegno tra gli elettori MAGA
Detroit Chamber


Più conosciuto dopo Trump e Kennedy
Pew Research

Marco Rubio
54 anni · Florida

+32 pt
Crescita al CPAC in un anno
Da 3% a 35%

3
Incarichi simultanei: Dipartimento di Stato, Consigliere di Sicurezza Nazionale, Archivista capo

19%
Elettori repubblicani che ancora non lo conoscono
Pew Research

Punti di forza percepiti

Vance


  • Erede diretto dell'ideologia MAGA
  • Accesso privilegiato ai donatori come presidente del Comitato finanze del RNC
  • Unico possibile candidato in grado di fare campagna senza lasciare il governo
  • Ha già iniziato a sondare il terreno in Iowa
Rubio


  • Percepito nei focus group come "l'adulto nella stanza"
  • Capace di comunicare con efficacia sia in inglese sia in spagnolo
  • Potenzialmente attrattivo per gli elettori repubblicani meno entusiasti di Trump
  • Profilo internazionale in forte crescita


Le variabili decisive

Tre incognite che possono ridisegnare la corsa per la nomination repubblicana


Tra le midterm di novembre e le primarie 2028 passeranno 2 anni. Il quadro odierno può cambiare radicalmente — e tre fattori pesano più degli altri.

1

La guerra con l'Iran e il prezzo dell'energia
Inizialmente contrario all'attacco, Vance ora è stato costretto a difenderlo. La guerra è impopolare e ha fatto aumentare i prezzi dell'energia. Due cittadini dell'Iowa sono stati uccisi a marzo in un attacco con droni iraniani su una base in Kuwait.

2

Il risultato delle elezioni di midterm
Se i repubblicani dovessero subire una pesante sconfitta a novembre, Vance pagherebbe il legame con Trump più di qualsiasi altro possibile candidato. Rubio, rimasto lontano dalla campagna elettorale, ne uscirebbe invece meno esposto.

3

Il fattore Trump
Come osserva Marc Short, ex capo di gabinetto di Mike Pence, Trump pretende lealtà assoluta dal suo vice, ma non sembra costruirne il successo politico per il dopo. Una variabile imprevedibile per entrambi i candidati.

La posizione di Rubio

Se Vance deciderà di candidarsi, sarà lui il candidato repubblicano e io sarò tra i primi a sostenerlo.

— Rubio in un'intervista a Vanity Fair, 2025

Fonti Elaborazione FocusAmerica su fonti: Pew Research (gen 2026), Emerson College Polling (mar 2026), CPAC straw poll (mar 2025, mar 2026), RealClearPolling, Detroit Chamber of Commerce (apr 2026), Washington Post/ABC News/Ipsos, New York Times · Maggio 2026.

Esistono comunque segnali di crescente interesse verso Rubio. Sarah Longwell, stratega repubblicana anti-Trump, ha scritto in un articolo pubblicato sull'Atlantic in aprile che, sulla base dei focus group settimanali da lei condotti, gli elettori apprezzano la capacità di Rubio di gestire più ruoli contemporaneamente e tendono a percepirlo come "l'adulto nella stanza".

Vance, erede della base politica del presidente, resta l'unica figura dell'amministrazione che può fare campagna elettorale mentre contribuisce al lavoro di governo. In Iowa ha incontrato in forma riservata leader politici influenti, tra cui Jeff Kaufmann, presidente storico del partito repubblicano statale. Sean Spicer, ex portavoce di Trump, ha commentato nel suo podcast che il vantaggio logistico di Vance non può essere sottovalutato. Il vicepresidente è inoltre presidente del comitato finanze del Republican National Committee, posizione che secondo i suoi sostenitori gli garantisce un accesso privilegiato ai donatori in vista di una eventuale candidatura.

Restano però le incognite legate al costo politico ed economico della guerra con l'Iran. Se le elezioni di metà mandato dovessero andare male per i repubblicani, Vance risulterebbe legato alle decisioni di Trump in modo molto più stretto rispetto a qualsiasi altro potenziale candidato. Pur essendosi inizialmente opposto all'attacco contro l'Iran, il vicepresidente è ora costretto a difenderlo. La decisione è impopolare tra gli elettori e ha fatto aumentare i prezzi dell'energia. Durante la visita alla fabbrica di Des Moines, Vance ha ricordato che due cittadini dell'Iowa erano stati uccisi a marzo in un attacco con droni iraniani contro una base militare in Kuwait.

Un ulteriore elemento di complicazione, valido per entrambi i candidati e per chiunque altro decida di scendere in campo, è lo stesso Trump. Marc Short, ex capo di gabinetto del predecessore di Vance, Mike Pence, ha osservato che il presidente pretende lealtà assoluta dal proprio vice, ma non lo prepara al successo politico per il dopo.

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