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Bürger:innen sollen einen zentralen Zugang zur Verwaltung bekommen, und zwar mit der Deutschland-App. Digitalminister Karsten Wildberger setzt dabei auf generative KI. Der Koalitionspartner kritisiert, dass der Chatbot die Probleme der Verwaltungsdigitalisierung nicht löst, so ein internes Positionspapier der SPD, das wir veröffentlichen.
netzpolitik.org/2026/kritik-an…
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ich sitz hier im Ausland und warte jetzt schon zwei Monate auf ein polizeiliches Führungszeugnis. Keine Antwort auf Nachfrage per E-Mail. Eine Apostille für die Heiratsurkunde dauert 3 Monate.

Es ist einfach nur erbärmlich....

Liebe Regierung, Ihr braucht keinen Chatbot um das Problem zu lösen sondern Automation. Die KI kann Euch helfen Automatisierungen schneller zu entwickeln.

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Notre offre d'emploi de juriste est toujours ouverte ! Nous recueillons les candidatures jusqu'au 6 septembre inclus. Alors si vous vous reconnaissez dans la description du poste et que les missions de La Quadrature du Net vous intéressent, n'hésitez pas à postuler !

Toutes les informations sont à retrouver ici : laquadrature.net/la-quadrature…

#jerecrute


La Quadrature du Net recrute un·e juriste pour décembre 2026 ou janvier 2027 ! Nous cherchons sur Paris une personne avec une expérience préalable, professionnelle ou militante. Nous avons besoin de quelqu'un capable de vulgariser nos sujets, d'appuyer les autres salarié·es et membres, qui pourra transformer des sujets juridiques en objets politiques, et nous privilégions les profils militants. ⬇️

laquadrature.net/la-quadrature…

#JeRecrute


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Tuning del kernel Linux con sysctl: i parametri che contano davvero in produzione
#tech
spcnet.it/tuning-del-kernel-li…
@informatica


Tuning del kernel Linux con sysctl: i parametri che contano davvero in produzione


Chiunque gestisca server Linux in produzione, prima o poi, si scontra con lo stesso muro: l’hardware non è il collo di bottiglia, lo sono i valori di default del kernel. Un server con dischi NVMe e una scheda di rete da 10 Gbps che fatica a superare poche centinaia di connessioni simultanee, o che soffre di latenza inspiegabile sotto carico, nella stragrande maggioranza dei casi non ha un problema di risorse: ha un problema di tuning.

Il kernel Linux espone centinaia di parametri regolabili a runtime tramite l’interfaccia sysctl, che agisce sull’albero /proc/sys/. Sono impostazioni pensate per andare bene “in media” su qualunque macchina, dal Raspberry Pi al server con 512 GB di RAM. Per un ambiente di produzione, però, “in media” spesso non basta. Vediamo quali parametri contano davvero, perché, e come applicarli senza rischiare di rompere il sistema.

Come funziona sysctl


Prima di toccare qualunque valore è utile ripassare i comandi base. sysctl permette di leggere e modificare i parametri kernel senza riavviare la macchina:

# Elencare tutti i parametri disponibili
sysctl -a

# Leggere un singolo parametro
sysctl net.ipv4.tcp_syncookies

# Modificarlo temporaneamente (non sopravvive al riavvio)
sudo sysctl -w net.ipv4.tcp_syncookies=1

Per rendere le modifiche permanenti, la pratica corretta è creare un file dedicato sotto /etc/sysctl.d/ — evitando di editare direttamente /etc/sysctl.conf, che su molte distribuzioni convive male con i pacchetti che installano le proprie regole:
sudo nano /etc/sysctl.d/99-tuning.conf
sudo sysctl --system   # applica tutti i file in /etc/sysctl.d/

Rete: buffer TCP e gestione delle connessioni


Sui server con traffico sostenuto, i buffer TCP di default sono quasi sempre troppo piccoli. Il kernel alloca dinamicamente memoria per i socket entro i limiti impostati da questi tre valori (minimo, default, massimo, in byte):

net.ipv4.tcp_rmem = 4096 87380 67108864
net.ipv4.tcp_wmem = 4096 65536 67108864
net.core.rmem_max = 67108864
net.core.wmem_max = 67108864

Alzare il massimo a 64 MB ha senso soprattutto su link ad alta banda e alta latenza (data center distanti, CDN, replica di database geografica), dove il bandwidth-delay product richiede finestre TCP più ampie per saturare il collegamento.

Altrettanto importante è la gestione della coda di connessioni in ingresso, che su un server esposto a picchi di traffico determina quante richieste vengono accettate prima di iniziare a scartarle:

net.ipv4.tcp_max_syn_backlog = 8192
net.core.somaxconn = 65535
net.core.netdev_max_backlog = 16384
net.ipv4.tcp_syncookies = 1

somaxconn in particolare va allineato al backlog configurato lato applicazione (nginx, HAProxy, il socket listener della tua app .NET o Node): se l’applicazione chiede una coda più grande di quella permessa dal kernel, il valore effettivo resta quello più basso.

Attivare BBR come algoritmo di congestion control


Il cambiamento con il rapporto costo/beneficio più alto per la maggior parte dei server moderni è probabilmente il passaggio da CUBIC a BBR come algoritmo di controllo della congestione. CUBIC reagisce alla perdita di pacchetti: aumenta la finestra di invio finché non rileva un drop, poi la dimezza. È un approccio reattivo che su reti con perdita “di fondo” non dovuta a congestione (Wi-Fi, mobile, certi link satellitari) penalizza inutilmente il throughput.

BBR, sviluppato da Google e stabile nei kernel a partire dalla serie 4.9, funziona in modo diverso: stima attivamente il bandwidth-delay product del percorso di rete e modula l’invio di conseguenza, senza aspettare la perdita di pacchetti come segnale. Sui kernel 5.15 e 6.x l’implementazione è ulteriormente raffinata (il set di funzionalità informalmente indicato come “BBRv3”), ma non serve aggiornare il kernel apposta: se hai già un kernel recente, BBR c’è già, va solo abilitato.

# Verifica gli algoritmi disponibili
sysctl net.ipv4.tcp_available_congestion_control

# Se necessario, carica il modulo
sudo modprobe tcp_bbr
echo tcp_bbr | sudo tee /etc/modules-load.d/tcp-bbr.conf

E nel file di configurazione:
net.ipv4.tcp_congestion_control = bbr
net.core.default_qdisc = fq

Il secondo parametro non è opzionale: BBR è stato progettato e testato insieme alla queue discipline fq (fair queue con pacing), e usarlo con la pfifo_fast di default riduce buona parte del beneficio. Dopo l’attivazione, verifica con:
sysctl net.ipv4.tcp_congestion_control
ss -tin | grep bbr

Memoria: swap, cache e writeback


Il secondo fronte dove i default fanno più danni è la gestione della memoria, in particolare su server con molta RAM dedicati a database o applicazioni in-memory.

vm.swappiness = 10
vm.vfs_cache_pressure = 50

swappiness (range 0-200, default 60) determina quanto aggressivamente il kernel sposta pagine di memoria su swap invece di liberare cache. Un valore basso come 10 dice al kernel di preferire fortemente la RAM fisica e di ricorrere allo swap solo quando davvero necessario — comportamento quasi sempre desiderabile su un server con database, dove uno swap-in inatteso su una query critica si traduce in latenza a due cifre percentuali più alta. vfs_cache_pressure più basso del default (100) fa sì che il kernel trattenga più a lungo la cache di metadati e dentry, utile su filesystem con molti file piccoli.

Altrettanto rilevante è il comportamento di scrittura delle pagine “sporche” (dirty), cioè modificate in memoria ma non ancora sincronizzate su disco:

vm.dirty_ratio = 10
vm.dirty_background_ratio = 5
vm.dirty_expire_centisecs = 1500
vm.dirty_writeback_centisecs = 250

Con i default (rispettivamente 20 e 10, spesso più alti su alcune distribuzioni), un server con molta RAM può accumulare diversi gigabyte di dati non ancora scritti su disco prima che il kernel forzi il flush — e quando lo fa, l’intero sistema può bloccarsi per secondi mentre scrive tutto in una volta. Abbassare le soglie distribuisce il lavoro di scrittura in modo più uniforme, a costo di un overhead I/O leggermente maggiore ma costante. Su macchine con centinaia di GB di RAM, conviene passare dai valori percentuali a limiti assoluti in byte (vm.dirty_bytes, vm.dirty_background_bytes), perché una percentuale del 10% su 512 GB di RAM è comunque troppo.

File descriptor e limiti di sistema


Un errore classico su server che gestiscono molte connessioni concorrenti (web server, message broker, database con molti client) è l’esaurimento dei file descriptor disponibili:

fs.file-max = 2097152
fs.nr_open = 1048576
fs.inotify.max_user_watches = 524288

Quest’ultimo parametro merita attenzione particolare: inotify.max_user_watches troppo basso è la causa più comune dell’errore “too many open files” riportato da strumenti come Webpack dev server, editor con file watching, o sistemi di sincronizzazione che monitorano grandi alberi di directory — non ha nulla a che fare con i socket di rete, ma con il numero di file che il kernel può tenere sotto osservazione per notifiche di modifica.

Sicurezza di rete


Un piccolo set di parametri riduce la superficie d’attacco a livello di stack di rete senza impatto sulle prestazioni:

net.ipv4.icmp_echo_ignore_broadcasts = 1
net.ipv4.conf.all.rp_filter = 1
net.ipv4.conf.all.accept_source_route = 0
net.ipv4.conf.all.accept_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.send_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.log_martians = 1

rp_filter (reverse path filtering) merita una nota: impostato a 1 (strict mode) rifiuta pacchetti il cui indirizzo sorgente non è raggiungibile tramite l’interfaccia su cui sono arrivati, mitigando IP spoofing. È la scelta giusta per la maggior parte dei server, ma su macchine con routing asimmetrico — tipicamente setup multihomed, alcune configurazioni VPN o BGP — va impostato a 2 (loose mode), altrimenti si rischia di scartare traffico legittimo.

Un parametro storico da NON usare


Vale la pena segnalarlo esplicitamente perché gira ancora in vecchie guide copiate e incollate da un blog all’altro: net.ipv4.tcp_tw_recycle è stato rimosso dal kernel a partire dalla versione 4.12 perché causava problemi seri dietro NAT (connessioni rifiutate in modo intermittente e difficile da diagnosticare). Se lo trovate in un file sysctl.conf ereditato da un vecchio sistema, va rimosso: su kernel recenti l’impostazione viene semplicemente ignorata, ma la sua presenza è un segnale che quella configurazione non è stata rivista da anni.

Applicare e verificare


Mettendo insieme i parametri discussi in un unico file di configurazione:

# /etc/sysctl.d/99-tuning.conf

## Rete: buffer TCP
net.ipv4.tcp_rmem = 4096 87380 67108864
net.ipv4.tcp_wmem = 4096 65536 67108864
net.core.rmem_max = 67108864
net.core.wmem_max = 67108864

## Rete: congestion control
net.ipv4.tcp_congestion_control = bbr
net.core.default_qdisc = fq

## Rete: gestione connessioni
net.ipv4.tcp_max_syn_backlog = 8192
net.core.somaxconn = 65535
net.core.netdev_max_backlog = 16384
net.ipv4.tcp_syncookies = 1

## Memoria
vm.swappiness = 10
vm.vfs_cache_pressure = 50
vm.dirty_ratio = 10
vm.dirty_background_ratio = 5

## File descriptor
fs.file-max = 2097152
fs.inotify.max_user_watches = 524288

## Sicurezza
net.ipv4.conf.all.rp_filter = 1
net.ipv4.conf.all.accept_source_route = 0
net.ipv4.conf.all.accept_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.log_martians = 1

Dopo l’applicazione con sudo sysctl --system, alcuni controlli utili per confermare che tutto sia entrato in vigore:
sysctl net.ipv4.tcp_congestion_control
cat /proc/sys/fs/file-nr
cat /proc/meminfo | grep -i dirty
sudo dmesg | tail -20

Conclusione


Nessuno di questi parametri va applicato alla cieca copiando un file da internet, incluso questo. Ogni ambiente ha un profilo di carico diverso — un database transazionale, un reverse proxy ad alto traffico e un batch processor hanno esigenze di memoria e rete molto differenti — e il modo corretto di procedere è cambiare pochi parametri alla volta, misurare, e tenere traccia di cosa è stato modificato e perché, magari versionando il file sysctl.d insieme al resto della configurazione infrastrutturale. Il vantaggio di sysctl è proprio questo: ogni modifica è reversibile a runtime, il che rende il tuning un processo iterativo e sicuro invece che un salto nel buio a ogni riavvio.

Fonte originale: Linux Kernel Parameters Tuning for Better Performance, LinuxBlog.io.


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☕ CYBERBRIEFING — Martedì 25 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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Coming Change for PR Director


August 24th

Effective Sept. 1st, our current PR Director, Rowan Tipping, shall resign from PR Director, as announced during the August 23rd meeting.

During our August 30th Open Meeting, we will elect our new PR Director for the remainder of the term, which will be up for re-election during our 2027 Pirate National Conference.

If you are interested, or know someone that may be a good fit, we will be posting a submission form and reaching out to candidates as nominations come. Those who accept their nomination to be a candidate will be expected to attend the August 30th Pirate National Committee meeting.

We ask that only those willing to commit to seeing the term to completion seek the nomination. This will be a standard of the utmost importance to filling these roles.

Upon Sept. 1st, following the August 30th meeting, the website will be updated to reflect the PR Director changing from Rowan to the individual elected during meeting on the 30th.

Both an election committee and the newly established vetting committee shall oversee the nomination process going into the meeting.

Join our Discord for more immediate updates on the matter, and where the link for the nominations will ultimately be first posted.


uspirates.org/coming-change-fo…

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L'archivio di Anna deve 340 milioni di dollari, ha perso diversi domini, ma è ancora online

Quando Anna's Archive ha subito un diffuso periodo di inattività all'inizio di questo mese, molti utenti temevano una repressione legale. Dopo essere stato preso di mira da un attacco coordinato alla sua infrastruttura di rete e aver subito danni per 340 milioni di dollari e aver perso diversi domini all'inizio di quest'anno, l'Archivio si è rapidamente ripreso.

torrentfreak.com/annas-archive…

@pirati@feddit.it

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Die USA fordern von Partnerstaaten weitreichenden Zugriff auf deren Polizeidatenbanken, die EU-Kommission verhandelt dazu ein Rahmenabkommen. Nun liegt ein neuer Entwurf vor. Max Schrems kritisiert die enthaltenen Regelungen.

netzpolitik.org/2026/erzwungen…

in reply to netzpolitik.org

Das für mich schwerwiegendste Detail steht in der Aufsichtsklausel: Kontrolle „kumulativ" durch behördeninterne Stellen. Europäischer Datenschutz beruht darauf, dass eine Stelle prüft, die nicht selbst verarbeitet — an diesem Punkt sind vor dem EuGH schon zwei Abkommen gescheitert.

Warum trotz Silvester-Frist nichts entschieden ist, wer alles noch Nein sagen kann, und wieso „Partnerschaft" hier das eigentliche Alarmwort ist: blog.bubam.de/2026-08-25_freiw…

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Die Story, wie die automatisierte Verhaltenskontrolle in Bremer Straßenbahnen landete, hat hohen Unterhaltungswert. Eigentlich wollte der Verkehrsbetrieb was ganz anderes kaufen. Aber Verhaltensscanner war grad im Angebot und irgendwo mussten die Digitalisierungs-Fördergelder ja hin. Was das Ding bringen soll, war dann allerdings lange nicht klar. Erst wollten sie den Tramführenden Bildschirme hinbauen, auf denen die Alarmmeldungen sehen. Aber was die Fahrer*innen im Alarmfall tun sollen - kein Plan. Und dann hat der Laden noch wie ein störrisches Kind versucht der Datenschutrzaufsicht zu erklären, dass die Technologie gar kein Privatsphäreeingriff sei. Spoiler: ist sie doch. Und der oberste Datenschützer von Bremen ist auch höchst skeptisch, ob der Quatsch überhaupt etwas bringt.
netzpolitik.org/2026/ueberwach…
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This Week in Cyber: An AI Coding Assistant Helped Run a Ransomware Attack, and Azure Logins for 9 Major Firms Hit the Dark Web
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Iran-Linked Hackers Knocked a UK Power Plant Offline for Four Days in a First-of-Its-Kind Attack
#CyberSecurity
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Microsoft’s New Windows Tool Quietly Resets Chrome, Firefox, and Brave to Bing
#CyberSecurity
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BTR Reforged: come il driver firmato di Defender può cancellare le difese di Windows all’avvio
#tech
spcnet.it/btr-reforged-come-il…
@informatica


BTR Reforged: come il driver firmato di Defender può cancellare le difese di Windows all’avvio


Un driver che Windows non può bloccare


Per anni la regola d’oro della difesa contro gli attacchi BYOVD (Bring Your Own Vulnerable Driver) è stata semplice: se un driver firmato è vulnerabile, lo si aggiunge alla Microsoft Vulnerable Driver Blocklist e lo si blocca via Windows Defender Application Control (WDAC) o HVCI. Il problema è cosa succede quando il driver “vulnerabile” non è di terze parti, ma fa parte di Windows Defender stesso, ed è necessario al suo funzionamento.

È esattamente lo scenario descritto da Check Point Research nella pubblicazione “BTR Reforged”, firmata dal ricercatore Jiří Vinopal: il driver BTR.sys (Boot Time Removal Tool), componente integrato di Defender e presente in ogni installazione Windows da Windows 7 fino a Windows 11 25H2, può essere estratto, installato manualmente ed eseguito in una finestra di avvio in cui opera con pieni privilegi kernel (Ring 0), prima che i servizi di sicurezza siano attivi.

Cos’è BTR.sys e perché esiste


BTR.sys non è un file a sé stante distribuito con l’installer: è incorporato come risorsa (BOOTTIMETOOL) dentro MpEngine.dll, il motore di scansione di Defender. Il suo scopo legittimo è rimuovere malware particolarmente persistente durante il boot, quando il filesystem è ancora scrivibile ma i processi in user-mode non sono ancora attivi: file bloccati, chiavi di registro danneggiate, artefatti lasciati da rootkit. Per fare questo ha bisogno, ed è progettato per avere, la capacità di cancellare file protetti, spostare oggetti in percorsi come System32\drivers ed eliminare o riscrivere chiavi di registro senza i normali controlli ACL.

Il punto debole individuato da Vinopal non è un bug di memoria o un buffer overflow, ma un problema architetturale di trust boundary: il protocollo di comunicazione con il driver è proprietario e non documentato, ma non è mai cambiato in modo sostanziale. Ogni pacchetto di configurazione inviato a BTR.sys è cifrato con RC4 usando una chiave a 256 byte hardcoded nel binario, rimasta identica per 18 versioni a 64 bit del driver. Una volta ricostruito il formato del protocollo, chiunque può parlare con BTR.sys come farebbe Defender stesso.

Come funziona l’attacco


Il proof-of-concept pubblico, denominato BTR_CLI, segue tre fasi:

  • Estrazione: individua MpEngine.dll sul sistema e ne estrae il binario BTR.sys incorporato.
  • Installazione “silenziosa”: registra il driver come servizio scrivendo direttamente nelle chiavi di registro sotto HKLM, bypassando completamente il Service Control Manager. Questo significa nessun log applicativo standard e, soprattutto, nessun Windows Event ID 7045 (“Service Installed”), l’evento su cui si basano molte regole SIEM per rilevare l’installazione di nuovi driver.
  • Esecuzione nella “golden window”: durante la finestra di avvio in cui il filesystem è scrivibile ma Defender non ha ancora avviato i propri servizi di protezione, BTR.sys esegue in Ring 0 le operazioni richieste: cancellazione di file e directory bloccati (inclusi eseguibili di EDR e antivirus di terze parti), spostamento di file arbitrari in percorsi di sistema e manipolazione di chiavi di registro critiche.

Il requisito d’accesso non è banale ma nemmeno estremo: serve un account amministratore che possieda (o a cui venga assegnato, dato che BTR_CLI se ne occupa automaticamente per gli account già idonei) il privilegio SeLoadDriverPrivilege. È lo stesso privilegio necessario per caricare qualunque driver kernel, quindi in molti ambienti aziendali è più diffuso di quanto si pensi tra account di servizio e amministratori locali.

Perché non basta la blocklist


La differenza sostanziale rispetto ai classici attacchi BYOVD è che qui non si tratta di un driver di terze parti compromesso da revocare. BTR.sys è parte integrante di Defender: aggiungerlo alla Vulnerable Driver Blocklist o bloccarlo tramite WDAC significherebbe rompere una funzionalità legittima di Defender su tutte le macchine Windows. Microsoft Security Response Center, contattato da Check Point, ha confermato che la scoperta non soddisfa i criteri per una patch immediata, perché la tecnica presuppone privilegi amministrativi già ottenuti dall’attaccante — la classica linea di demarcazione “non è una vulnerabilità se serve già essere admin”. Il repository pubblico del proof-of-concept riporta inoltre l’indicazione “no patch is planned”, per quanto non si tratti di una dichiarazione ufficiale confermata pubblicamente da Microsoft.

Per un sistemista questo cambia l’approccio: non è un problema che si risolve con l’ennesimo aggiornamento, ma con il monitoraggio e con il controllo rigoroso di chi può caricare driver.

Come rilevare l’abuso in produzione


Check Point Research suggerisce alcuni indicatori concreti da integrare nelle regole di detection, in particolare su ambienti che usano Sysmon:

  • Monitorare gli Alternate Data Stream (Sysmon Event ID 15) il cui nome termina con .sys:changelist, una firma tipica del comportamento di BTR.sys durante l’installazione.
  • Correlare eventi di registro (Sysmon RegistryEvent, ID 12-13) relativi al gruppo di servizio “Boot Bus Extender” in assenza del corrispondente Event ID 7045: se il driver viene registrato in quel gruppo senza che il Service Control Manager risulti coinvolto, è un forte indicatore di installazione manuale.
  • Osservare la creazione e cancellazione rapida del file \SystemRoot\Temp\BootClean.log da parte del processo System (PID 4): è l’artefatto lasciato dall’esecuzione del BTR durante il boot.

Queste regole non richiedono un nuovo prodotto: si possono implementare con la configurazione Sysmon esistente e instradarle verso il proprio SIEM (Sentinel, Splunk, Elastic) come regole di correlazione dedicate.

Mitigazione: il controllo primario resta l’accesso


Dato che non esiste una patch e la blocklist non è applicabile, la mitigazione più efficace, secondo i ricercatori, è restringere l’assegnazione del privilegio SeLoadDriverPrivilege tramite Group Policy, riducendolo ai soli account e gruppi che ne hanno realmente bisogno. In pratica:

  • Verificare in Computer Configuration > Windows Settings > Security Settings > Local Policies > User Rights Assignment > Load and unload device drivers quali account e gruppi sono attualmente autorizzati.
  • Rimuovere l’assegnazione implicita agli amministratori locali dove non strettamente necessaria, valutando l’uso di Privileged Access Workstation (PAW) per le operazioni che richiedono davvero il caricamento di driver.
  • Applicare il principio dei privilegi minimi anche agli account di servizio, spesso dimenticati in questo tipo di audit.
  • Integrare le regole Sysmon indicate sopra in un dashboard di detection dedicato, dato che la tecnica è pensata per non lasciare tracce negli event log standard.

Il caso BTR Reforged è un promemoria utile: man mano che gli attaccanti spostano l’attenzione dai driver di terze parti facilmente blocklistabili verso componenti “fidati per definizione” dei sistemi operativi, il perimetro difensivo si sposta sempre di più dal software alla gestione dei privilegi. Anche in assenza di una patch, un controllo rigoroso di chi può caricare driver e una detection basata su comportamento restano la difesa più solida disponibile oggi.

Fonte: Check Point Research, “BTR Reforged: Weaponizing Defender’s Remediation Driver as a Kernel Operation Primitive”, ripreso da 4sysops.


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Fake Adobe Reader Site Powers a New Malware-as-a-Service Platform Targeting Windows Users
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✨ xpl0itrs colpisce il Gruppo Spaggiari: 6,1 TB rivendicati da 3.000 scuole italiane, l’azienda ridimensiona
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/xpl0it…

@informatica


xpl0itrs colpisce il Gruppo Spaggiari: 6,1 TB rivendicati da 3.000 scuole italiane, l’azienda ridimensiona


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Il 20 agosto 2026 il gruppo di cybercrime xpl0itrs ha rivendicato sul proprio leak site l’esfiltrazione di 6,1 terabyte di dati da oltre 3.000 istituti scolastici italiani, colpendo l’infrastruttura del Gruppo Spaggiari di Parma, storico fornitore del registro elettronico ClasseViva usato ogni giorno da milioni di studenti, famiglie e docenti in tutta Italia. La rivendicazione ha acceso i riflettori su uno dei fornitori più capillari dell’ecosistema scolastico nazionale, ma la risposta ufficiale dell’azienda — arrivata il giorno successivo — ridimensiona sensibilmente la portata dell’incidente, aprendo un caso di studio interessante sul divario tra ciò che i gruppi ransomware rivendicano e ciò che, effettivamente, è stato compromesso.

Il bersaglio: cent’anni di storia, 4.000 scuole, 4,5 milioni di utenti


Fondato nel 1926, il Gruppo Spaggiari si è evoluto da editore scolastico a fornitore di servizi digitali per la gestione della didattica, diventando negli anni uno dei nomi più riconoscibili della scuola italiana grazie a ClasseViva, il registro elettronico che connette istituti, insegnanti, studenti e famiglie. Secondo i dati riportati dall’azienda stessa, la piattaforma è oggi utilizzata da oltre 4.000 scuole attive con più di 4,5 milioni di utenti giornalieri — una superficie d’attacco enorme, che rende qualunque incidente di sicurezza su questo fornitore un potenziale problema di scala nazionale.

Chi è xpl0itrs: dalla supply chain agli attacchi ad alto profilo


xpl0itrs è un collettivo di cybercrime a scopo di lucro emerso all’inizio del 2026, che secondo le analisi di threat intelligence opera in stretto coordinamento con un altro gruppo, TeamPCP, condividendo accesso iniziale, strumenti e talvolta le stesse vittime all’interno di un ecosistema focalizzato sulla compromissione della supply chain software. Il modus operandi del gruppo si concentra su furto di token di sviluppo — Personal Access Token, credenziali OAuth, chiavi API — sottratti da ambienti di sviluppo, seguito da esfiltrazione di dati da repository e infrastrutture interne. Un membro che si fa chiamare “boxturtl” funge da portavoce pubblico, presentandosi come ex red teamer professionista.

Nelle scorse settimane il gruppo ha rivendicato, con diversi gradi di credibilità, violazioni ai danni di realtà molto note tra cui Spotify, il Dipartimento del Tesoro statunitense, OpenAI e Trustpilot, oltre a vittime indirette raggiunte tramite la compromissione di progetti open source come Trivy, BitWarden CLI, LiteLLM e Checkmarx KICS. Il profilo tracciato da Dataminr valuta le rivendicazioni del gruppo come “generalmente credibili”, basandosi su campioni di dati che contengono riferimenti plausibili a risorse di sviluppo interne e metadati Git coerenti con un accesso autentico mantenuto almeno fino a maggio 2026. Gli analisti segnalano inoltre legami indiretti con i cluster di estorsione DarkRomance e con il brand ShinyHunters, e una tecnica MITRE ATT&CK documentata — T1486, Data Encrypted for Impact — che colloca il gruppo nella categoria ransomware/extortion a tutti gli effetti, con almeno otto rivendicazioni pubblicate sul proprio leak site negli ultimi trenta giorni.

La rivendicazione contro la versione ufficiale


Secondo la rivendicazione pubblicata da xpl0itrs, i 6,1 TB sottratti includerebbero nomi, indirizzi email, numeri di telefono e almeno un campo password relativo a oltre 3.000 istituti scolastici — senza, secondo quanto dichiarato dagli stessi attaccanti, identificatori governativi come codici fiscali o numeri di documento. Spaggiari ha risposto con un comunicato ufficiale datato 21 agosto 2026, precisando che a essere compromesso sarebbe stato esclusivamente il componente “Modulistica Smart” della piattaforma Bergantini — uno strumento per la gestione della modulistica scolastica — e non il registro elettronico ClasseViva, i sistemi di gestione didattica o quelli amministrativi, definiti dall’azienda “un sistema distinto e separato” rispetto a quello colpito.

Un dettaglio significativo emerso dalla ricostruzione è la data dell’intrusione originaria: secondo Spaggiari l’accesso non autorizzato risalirebbe al 30 giugno 2026, quasi due mesi prima della rivendicazione pubblica del 20 agosto. Un intervallo così ampio tra compromissione e divulgazione è tutt’altro che insolito nel panorama ransomware: spesso corrisponde al tempo impiegato dagli attaccanti per l’esfiltrazione, l’eventuale negoziazione privata con la vittima (evidentemente naufragata, in questo caso) e, infine, la pubblicazione sul leak site come leva estorsiva. L’azienda ha dichiarato di aver notificato l’incidente al Garante per la protezione dei dati personali, all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e alle forze dell’ordine.

Perché il divario tra le due versioni conta


Il contrasto tra la portata rivendicata (6,1 TB, oltre 3.000 scuole) e quella riconosciuta ufficialmente (un singolo modulo di modulistica) è un pattern ricorrente nelle dinamiche di doppia estorsione: i gruppi ransomware hanno tutto l’interesse a massimizzare la percezione del danno per aumentare la pressione sulla vittima e il valore di rivendita dei dati, mentre le aziende colpite tendono, comprensibilmente, a circoscrivere la narrazione pubblica il più possibile. Senza una verifica indipendente di un campione dei dati esfiltrati — al momento non disponibile pubblicamente — è prematuro stabilire quale delle due versioni sia più vicina alla realtà, ma il profilo di xpl0itrs, storicamente valutato come “generalmente credibile” dagli analisti, invita quantomeno alla cautela verso un ridimensionamento totale dell’incidente.

Rischi concreti per famiglie e istituti


Anche nello scenario più contenuto descritto da Spaggiari, l’esposizione di nominativi, email, numeri di telefono e credenziali legate al mondo scolastico costituisce un rischio concreto: questo tipo di dataset è particolarmente appetibile per campagne di phishing mirato verso segreterie scolastiche e famiglie (spesso mascherate da comunicazioni ClasseViva o da avvisi del Ministero dell’Istruzione), per tentativi di account takeover su servizi che riutilizzano le stesse credenziali, e per la profilazione di minori, un tema su cui il Garante privacy italiano è tradizionalmente molto attento. Le scuole coinvolte dovrebbero considerare, come misura precauzionale indipendentemente dall’entità confermata del breach, la rotazione delle credenziali di accesso al modulo Modulistica Smart, l’attivazione di autenticazione a più fattori dove disponibile e un’allerta mirata al personale su possibili tentativi di phishing a tema scolastico nelle prossime settimane.

Riferimenti e indicatori

# Incidente Gruppo Spaggiari / ClasseViva
Attore: xpl0itrs (coordinato con TeamPCP)
Tecnica MITRE ATT&CK: T1486 - Data Encrypted for Impact
Componente rivendicato come compromesso: Modulistica Smart (piattaforma Bergantini)
Data intrusione dichiarata da Spaggiari: 30 giugno 2026
Data rivendicazione pubblica: 20 agosto 2026
Data comunicato ufficiale Spaggiari: 21 agosto 2026
Volume dati rivendicato: ~6,1 TB / 3.000+ istituti scolastici
Tipologia dati rivendicati: nominativi, email, numeri di telefono, password (parziale)
Notifiche effettuate: Garante Privacy, ACN, forze dell'ordine

Fonti: comunicato ufficiale Gruppo Spaggiari, ransomware.live, Dataminr Intel Brief, GalaxyWarden, monitoraggio leak site.

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✨ Manic: il trojan Android che ruba i PIN bancari e li fa uscire di casa via Bluetooth anche offline
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/manic-…

@informatica


Manic: il trojan Android che ruba i PIN bancari e li fa uscire di casa via Bluetooth anche offline


Si parla di:
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Da febbraio 2026 un nuovo trojan bancario per Android circola con un obiettivo dichiarato: l’Ucraina. Ma “trojan bancario” è ormai una definizione troppo stretta per Manic, il malware descritto in un report di ThreatFabric come “un ibrido tra malware bancario e spyware”. Oltre a rubare PIN e credenziali finanziarie, Manic intercetta SMS, seed phrase di wallet crypto, cronologia chiamate e posizione GPS — e, quando il telefono infetto è offline, trova comunque il modo di far uscire i dati sfruttando altri dispositivi compromessi nelle vicinanze via Bluetooth e Wi-Fi Direct. È una capacità che ridefinisce cosa significhi davvero “isolare” un dispositivo compromesso.

Non una schermata di phishing, ma una tastiera che origlia


La maggior parte dei trojan bancari Android si affida a overlay che imitano l’interfaccia dell’app bersaglio per catturare le credenziali digitate dalla vittima. Manic fa qualcosa di più subdolo: grazie ai permessi di Accessibility Service, determina la posizione della tastiera digitale legittima dell’app e registra i singoli tocchi dell’utente senza alterare in alcun modo il funzionamento dell’app originale. Il risultato è che la vittima interagisce con la sua banca reale, sullo schermo reale, mentre in background il malware classifica ogni sequenza digitata — PIN di sblocco, seed phrase di wallet, codici OTP, password — semplicemente osservando dove e quando avvengono i tocchi.

A questa capacità si aggiungono sessioni di controllo remoto vere e proprie via WebRTC, con visualizzazione live dello schermo, mascherate dietro overlay neri o finte schermate di aggiornamento di sistema; la possibilità di sbloccare il dispositivo da remoto tramite la funzione autoEnterPin, una volta che il PIN è stato catturato; e comandi dedicati per disattivare Google Play Protect (disable_gp), così da ridurre le probabilità di essere rilevati anche dalle protezioni native di Android.

169 applicazioni monitorate, priorità all’Ucraina


ThreatFabric ha censito 169 identificatori di applicazioni nella lista bersagli di Manic: banche, exchange di criptovalute, app di pagamento P2P e “buy now pay later”, client email e browser. Il dato più significativo, però, è la composizione geografica dei target: il malware dà priorità esplicita a banche ucraine, servizi eID e piattaforme governative, oltre ad app di messaggistica sia commerciali sia a uso militare — una scelta che, nel contesto del conflitto in corso, suggerisce un interesse che va oltre la semplice frode finanziaria. La lista si estende poi a istituti finanziari in Russia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Estonia, Lituania e Regno Unito, con distribuzione tramite siti di phishing e dropper che si spacciano per utility di sistema o aggiornamenti di componenti Android/produttore (i nomi dei package individuati imitano deliberatamente Huawei, Honor, Lenovo, Motorola e persino Apple).

Lo sviluppo del malware appare tutt’altro che concluso. ThreatFabric ricostruisce una timeline chiara: la prima infrastruttura viene registrata a febbraio 2026, i servizi di produzione entrano in funzione tra marzo e aprile, la prima versione operativa di wrapper e implant compare a maggio, mentre a luglio arriva un aggiornamento che introduce protezioni anti-analisi rafforzate, caricamento del codice DEX direttamente in memoria (per complicare l’analisi statica) e un meccanismo di phishing per il “lock secret” del dispositivo.

Quando internet non basta: l’esfiltrazione mesh via Bluetooth


La caratteristica più originale di Manic — e quella che lo distingue nettamente dal panorama dei trojan Android — è il meccanismo di esfiltrazione dati progettato per funzionare anche quando il dispositivo infetto non ha accesso diretto a internet. I dati rubati vengono cifrati con AES-GCM e messi in una coda locale; il malware cerca poi altri dispositivi infetti nelle vicinanze tramite Wi-Fi Direct, Bluetooth RFCOMM o BLE GATT, costruendo percorsi “store-and-forward” multi-hop — fino a 4 salti per impostazione predefinita — capaci di far arrivare i dati a internet passando di device in device, finché uno di essi non trova connettività diretta. Se nessuna rotta è disponibile nell’immediato, i dati restano semplicemente in coda per essere ritrasmessi al primo tentativo utile.

Come sintetizzano gli stessi ricercatori di ThreatFabric, “rimuovere l’accesso diretto a internet da un dispositivo infetto non impedisce necessariamente l’esfiltrazione dei dati”. È una considerazione che dovrebbe far riflettere chi progetta contromisure basate solo su segmentazione di rete o blocco della connettività cellulare/Wi-Fi: in scenari con più dispositivi compromessi nello stesso ambiente — un ufficio, un’abitazione, persino un evento pubblico — la rete mesh creata dal malware stesso diventa il canale di comunicazione, aggirando completamente i controlli perimetrali tradizionali pensati per un singolo endpoint.

Due righe per i difensori


Per i team di sicurezza mobile e per gli istituti finanziari nei paesi target, Manic impone di ripensare due assunzioni comuni. La prima è che il monitoraggio comportamentale lato server (fraud detection basata su pattern di digitazione o velocità di interazione) rimane efficace anche quando l’attaccante non altera l’interfaccia dell’app: qui serve piuttosto rilevare l’uso anomalo di servizi di Accessibility da parte di app di terze parti non correlate al contesto bancario. La seconda è che l’isolamento di rete di un dispositivo sospetto non è più una garanzia sufficiente, quando l’esfiltrazione può avvenire tramite protocolli short-range verso dispositivi terzi già compromessi.

  • Verificare quali app hanno richiesto e ottenuto permessi di Accessibility Service e Notification Listener, specie se provenienti da fonti fuori Google Play
  • Monitorare pattern anomali di connessioni Wi-Fi Direct/Bluetooth in ambienti aziendali e finanziari sensibili
  • Diffidare di dropper che si presentano come aggiornamenti di componenti di sistema legati a specifici produttori (Huawei, Honor, Lenovo, Motorola)
  • Mantenere attivo Google Play Protect e verificare periodicamente lo stato di attivazione, dato che Manic include comandi dedicati per disattivarlo
  • Per le banche: rafforzare l’autenticazione multi-fattore fuori-banda, poiché OTP e SMS risultano tra i dati intercettati con priorità


Indicatori di compromissione

[Wrapper - luglio 2026]
SHA-256: 80be0942d0e20b5006e240434f42512c8b3cd0d54eee858a25663c1a4224a576
Package: tech.intel.dialer.updater

[Implant - luglio 2026]
SHA-256: feea425cde1223fe7afdd7a1ea631678ec6282f6cc20c3d3c0fb97cdbcf65b9b
Package: org.lenovo.storage.processor

[Implant primario]
SHA-256: e7abc375f24d0dd2419e0bce4686c7301b3ee82ae38906c67d3481580f6c648e
Package: tech.apple.dialer.scheduler

[Wrapper - maggio 2026]
SHA-256: 2884108b35eba7b8099087405653c1b23c3839f0d5058c4d61341fc31cfc6040
Package: org.honor.secure.helper

[Implant - maggio 2026]
SHA-256: 2fb5b01ea5a483d60b659e85327a53c6661bdd630d4afd93dc5fe0941d3ccbbe
Package: dev.huawei.media.helper

[Implant correlato]
SHA-256: 7c12f1237090e32c18583f66f1a9e44b029ad7c1e61179e1d524fb3093abd59a
Package: io.motorola.secure.executor

[Comandi bot principali]
remote_control   - sessione schermo/webcam via WebRTC
get_logs         - esportazione log accessibility
export_sms       - esportazione SMS
export_calls     - esportazione cronologia chiamate
export_contacts  - esportazione contatti
export_file      - raccolta file locali
send_sms         - invio SMS dal dispositivo
ussd             - esecuzione codici USSD
geo              - attivazione geolocalizzazione
disable_gp       - disattivazione Google Play Protect

Fonte primaria: ThreatFabric Mobile Threat Intelligence. Report completo disponibile sul blog ufficiale di ThreatFabric.

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Die Bremer Straßenbahn AG wollte eigentlich gar keine automatisierte Verhaltenskontrolle, das System war nur gerade im Angebot. Ohne Plan und Ahnung von Persönlichkeitsrechten startete der Einsatz. Die Datenschutzaufsicht hat grundsätzliche Bedenken. netzpolitik.org/2026/ueberwach…
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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Lunedì 24 agosto 2026

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PorteuX 2.8: la distribuzione GNU/Linux leggera che supera anche CachyOS


PorteuX è una distribuzione GNU/Linux basata su Slackware che eredita l’approccio modulare dei progetti Slax e Porteus, offrendo un sistema di ridotte dimensioni, portatile e altamente personalizzabile. Si comporta come una distribuzione immutabile, ma...

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Die Berliner Morgenpost hat vergangene Woche von einer Eskalation der Straftaten in der Rigaer Straße berichtet. Gleichzeitig seien die Deliktzahlen am Kottbusser Tor extrem gesunken. Beides ist nicht wahr. Die Polizei hat einfach die Zahlen vertauscht.

Dass die Zahlen zur stadtweiten Kriminalitätsbelastung nicht grundsätzlich öffentlich sind, ist ein Problem. Denn auf ihnen basiert die Einstufung bestimmter Areale als kriminalitätsbelastet - und diese erlaubt hochinvasive Maßnahmen wie den Einsatz von Videoüberwachung und Verhaltensscanner und verdachtsunabhängige Kontrollen.

netzpolitik.org/2026/kriminali…

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Ob Gegenden in Berlin mit Videokameras und Verhaltensscanner überwacht werden dürfen, hängt davon ab, ob sie als kriminalitätsbelastet gelten. Die Datengrundlage zur Einstufung ist allerdings Herrschaftswissen. Ein Zahlendreher der Polizei zeigt, wie problematisch das ist. netzpolitik.org/2026/kriminali…
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Ab heute gehört Berlin zu den Städten, die öffentlichen Raum mit Videoüberwachung kontrollieren. Und dann gibts gleich noch automatisierte Verhaltenskontrolle obendrauf. Unwidersprochen bleibt das immerhin nicht. Hier die Stimmen einer ganzen Reihe von Kritiker*innen: netzpolitik.org/2026/verhalten…
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Heute beginnt die Installation von Kameras, mit denen die Berliner Polizei die automatisierte Verhaltensanalyse einführen will. An dem Überwachungsprojekt gibt es massive Kritik aus Nachbarschaft, Wissenschaft und Politik. netzpolitik.org/2026/verhalten…
in reply to netzpolitik.org

@KRDigital Soweit mir das Projekt bekannt ist, soll hier an Kriminalitätsschwerpunkten erkannt werden, wenn Bedrohungen entstehen wie z. B. Messer oder andere Waffen ziehen oder Schubsereien. Was macht das System, wenn keine Bedrohung erkannt wird? Ich würde es begrüßen, wenn der öffentliche Raum besseren Schutz erhält. Setzt allerdings auch die Reaktion der Ordnungskräfte voraus. Kameras verhaften keine Täter. Der Artikel erscheint mir zu einseitig.
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Am Freitag hatte mir eine Sprecherin der Berliner Polizei noch erzählt, der erstmalige Aufbau von Videoüberwachung in der Stadt sei noch eine Weile hin, komme womöglich erst am Jahresende. Jetzt, zwei Tage später, am Sonntagmorgen, ist es dann doch schon so weit. Arbeiter hängen die ersten Kameras an den Kotti. Sind empört, dass sie Sonntag arbeiten müssen, aber "Polizei will das so".

Die Zeitenwende beginnt.

Menschenfeindliches Detail: die ersten Kameras werden da installiert, wo sich zuvor immer die Süchtigen trafen.

netzpolitik.org/2026/verhalten…

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Am Kottbusser Tor in Berlin werden seit heute rund 30 Überwachungskameras installiert und an ein KI-System angeschlossen, das prüft, wer artig ist und wer nicht. Weitere Areale sollen folgen. Menschen, die sich regelmäßig am Kotti aufhalten, sind von dem Überwachungsprojekt überrascht.

netzpolitik.org/2026/verhalten…

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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Domenica 23 agosto 2026

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Wenn #KI zukünftig über Menschenleben entscheidet. Für Demokratie und Rechtsstaat scheint kein Platz mehr zu sein 😔


Ein geplantes Gesetz soll mehr Automatisierung in #BAMF, Ausländerbehörden und Co. bringen. Die Integrationsbeauftragte begrüßt den #KI-Einsatz in der Migrationsverwaltung. Doch Menschenrechtsorganisationen warnen vor Diskriminierung und Entscheidungen über Menschenleben.

netzpolitik.org/2026/ki-in-der…


#ki
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Überwachung ist ein mächtiger Zensor, der uns gehorsam werden lässt. Selbst dann, wenn sie gar nicht stattfindet. Deshalb ist jetzt die Zeit für mehr Kritik und Aufmüpfigkeit, schreibt @CarlaSiepmann in ihrer Kolumne:

netzpolitik.org/2026/breakpoin…

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Chinese Threat Group Automates Web Server Attacks at Scale Using AI Agents, Cisco Talos Warns
#CyberSecurity
securebulletin.com/chinese-thr…
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Unauthenticated File Upload Flaw in Elementor Pro Opens Door to Remote Code Execution
#CyberSecurity
securebulletin.com/unauthentic…
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New Espionage Campaign ‘SilkParasite’ Hits Central Asian Governments With Five Undocumented Malware Tools
#CyberSecurity
securebulletin.com/new-espiona…
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Da Active Directory a Entra ID: la modernizzazione ibrida dell’identità spiegata ai sistemisti
#tech
spcnet.it/da-active-directory-…
@informatica


Da Active Directory a Entra ID: la modernizzazione ibrida dell’identità spiegata ai sistemisti


Perché Active Directory da sola non basta più


Microsoft ha recentemente pubblicato un messaggio diretto ai reparti IT: Active Directory on-premises, da sola, non è più sufficiente per reggere il modello di sicurezza richiesto oggi. Non si tratta di un annuncio di fine vita per AD — che resta il fondamento dell’identità in moltissime organizzazioni — ma di un cambio di prospettiva su cosa un’infrastruttura identity debba garantire quando lavoro ibrido, SaaS, fornitori esterni e ora anche agenti AI accedono quotidianamente a dati e sistemi aziendali.

Per chi gestisce l’infrastruttura identity in produzione, la domanda non è “AD oppure Entra ID”, ma come costruire un’architettura ibrida che riduca la superficie d’attacco senza un rip-and-replace che nella maggior parte dei contesti enterprise non è realistico né necessario. Vediamo cosa cambia concretamente e quali strumenti usare per la modernizzazione incrementale.

I cinque segnali di un’infrastruttura identity da modernizzare


Il ragionamento di Microsoft si basa su cinque aree di attrito che chi amministra AD riconoscerà facilmente:

  • Onere operativo: patching dei domain controller, gestione backup, rinnovo certificati, procedure di disaster recovery. Tempo sottratto ad automazione e governance, non alla sicurezza in sé.
  • Un modello di trust superato: AD è nato per un perimetro di rete definito. Il lavoro ibrido richiede decisioni di accesso basate su rischio dell’utente, postura del dispositivo e contesto — non sulla semplice appartenenza alla rete aziendale.
  • Proliferazione SaaS: Microsoft 365, Salesforce, Workday, ServiceNow e decine di altre applicazioni cloud richiedono un piano di identità cloud-native, non solo una federazione con AD.
  • Utenti esterni: contractor, partner e fornitori richiedono provisioning e deprovisioning sistematico, difficile da gestire con i soli strumenti nativi di AD.
  • Permessi per agenti AI: applicazioni e agenti che accedono a dati ed eseguono azioni per conto degli utenti richiedono un modello di autorizzazione granulare che AD non è stato progettato per gestire.

Il punto centrale non è la sostituzione, ma la modernizzazione incrementale: spostare autenticazione e controlli di accesso verso il cloud, mantenendo AD per i carichi che ne dipendono ancora, fino a quando anche quelli non vengono modernizzati o dismessi.

Entra Connect Sync vs Cloud Sync: quale scegliere


Il primo bivio tecnico in ogni percorso di modernizzazione riguarda lo strumento di sincronizzazione tra AD on-premises e Microsoft Entra ID. Le due opzioni non sono intercambiabili e la scelta ha implicazioni architetturali concrete.

Microsoft Entra Connect Sync è il tool “storico”: richiede un server Windows dedicato (indicativamente 4 vCPU, 8 GB RAM, 100 GB disco) con un motore di sincronizzazione basato su SQL Server (LocalDB per ambienti piccoli, SQL Server completo oltre una certa scala). Esegue una sincronizzazione differenziale ogni 30 minuti — non è possibile scendere sotto questa soglia per limiti architetturali — e regge ambienti fino a 500.000+ oggetti. Supporta scenari che Cloud Sync non copre: Pass-through Authentication (PTA), Group Writeback per i gruppi Microsoft 365, e mapping avanzato di attributi personalizzati.

Microsoft Entra Cloud Sync è invece un agente leggero, gestito da Microsoft, installabile su un domain controller o su un server nelle vicinanze, senza alcuna dipendenza da SQL Server. Sincronizza circa ogni 2 minuti — molto più reattivo di Connect Sync — ma è limitato a circa 150.000 oggetti. Supporta solo Password Hash Sync (non PTA), non offre Group Writeback e ha opzioni di mapping attributi più limitate. In compenso offre alta disponibilità nativa tramite agenti multipli auto-ridondanti, contro la modalità staging attivo-passivo di Connect Sync che richiede failover manuale.

In sintesi: Connect Sync resta la scelta per organizzazioni grandi con requisiti di PTA o Group Writeback; Cloud Sync è preferibile per nuovi deployment con requisiti più semplici, dove la cadenza di sync più rapida e il minor carico operativo pesano più della scala massima supportata.

Privileged Identity Management: ridurre l’esposizione degli account con ruoli elevati


Uno dei controlli più efficaci per ridurre la superficie d’attacco descritta da Microsoft è l’eliminazione degli account con ruoli privilegiati assegnati in modo permanente (“standing access”). Microsoft Entra Privileged Identity Management (PIM) sposta il modello verso assegnazioni eligible (idonee ma non attive) che l’utente attiva solo quando necessario, per una durata limitata e con giustificazione registrata a fini di audit.

Con Microsoft Graph PowerShell, la gestione di questo flusso è completamente scriptabile. Assegnazione di un ruolo idoneo per 10 ore:

Connect-MgGraph -Scopes "RoleManagement.ReadWrite.Directory"

$params = @{
  "PrincipalId" = "d29e358a-a443-4d83-98b3-499a5405bb5b"
  "RoleDefinitionId" = "88d8e3e3-8f55-4a1e-953a-9b9898b8876b"
  "Justification" = "Aggiunta assegnazione idonea"
  "DirectoryScopeId" = "/"
  "Action" = "AdminAssign"
  "ScheduleInfo" = @{
    "StartDateTime" = Get-Date
    "Expiration" = @{
      "Type" = "AfterDuration"
      "Duration" = "PT10H"
    }
  }
}

New-MgRoleManagementDirectoryRoleEligibilityScheduleRequest -BodyParameter $params |
  Format-List Id, Status, Action, RoleDefinitionId, Justification, PrincipalId

L’utente attiva poi il ruolo solo quando serve, per un tempo limitato (qui un’ora):
$params = @{
  "PrincipalId" = "d29e358a-a443-4d83-98b3-499a5405bb5b"
  "RoleDefinitionId" = "88d8e3e3-8f55-4a1e-953a-9b9898b8876b"
  "Justification" = "Attivazione ruolo per intervento pianificato"
  "DirectoryScopeId" = "/"
  "Action" = "SelfActivate"
  "ScheduleInfo" = @{
    "StartDateTime" = Get-Date
    "Expiration" = @{
      "Type" = "AfterDuration"
      "Duration" = "PT1H"
    }
  }
}

New-MgRoleManagementDirectoryRoleAssignmentScheduleRequest -BodyParameter $params

e la disattiva esplicitamente al termine, o lascia che scada automaticamente:
$params = @{
  "PrincipalId" = "d29e358a-a443-4d83-98b3-499a5405bb5b"
  "RoleDefinitionId" = "88d8e3e3-8f55-4a1e-953a-9b9898b8876b"
  "Justification" = "Fine intervento"
  "DirectoryScopeId" = "/"
  "Action" = "SelfDeactivate"
}

New-MgRoleManagementDirectoryRoleAssignmentScheduleRequest -BodyParameter $params

Il parametro DirectoryScopeId impostato a / assegna il ruolo a livello di intero tenant; per limitare lo scope a una specifica unità amministrativa si usa un AppScopeId o lo scope dell’unità stessa. Automatizzare questi flussi via Graph PowerShell (ad esempio da una pipeline di onboarding/offboarding) è spesso più affidabile che affidarsi esclusivamente al portale, soprattutto quando serve integrare l’attivazione dei ruoli con sistemi di ticketing o approvazione esterni.

Autenticazione phishing-resistant e riduzione dei protocolli legacy


La seconda area indicata da Microsoft riguarda i metodi di autenticazione. Nella pratica, questo significa due interventi concreti su ogni tenant: primo, abilitare metodi resistenti al phishing come le chiavi di sicurezza FIDO2 o Windows Hello for Business al posto di SMS e app authenticator basate solo su OTP, che restano vulnerabili ad attacchi MFA fatigue e a proxy AiTM (adversary-in-the-middle). Secondo, disattivare progressivamente i protocolli di autenticazione legacy (Basic Auth su Exchange, POP/IMAP non moderni) che bypassano completamente la Conditional Access basata su rischio, perché non supportano la valutazione di device compliance o segnali di rischio in tempo reale.

Un percorso pragmatico per chi parte da AD puro


Per chi gestisce ancora un’infrastruttura AD-centrica, l’indicazione pratica che emerge da questo cambio di approccio è di procedere per fasi, senza inseguire una migrazione big-bang:

  1. Distribuire Entra Connect Sync o Cloud Sync (in base alla scala e ai requisiti di PTA/Group Writeback discussi sopra) per portare le identità in Entra ID mantenendo AD come source of truth.
  2. Attivare Conditional Access basata su rischio utente e postura del dispositivo per le applicazioni cloud, riducendo la dipendenza dal solo perimetro di rete.
  3. Migrare gli account con privilegi elevati a PIM, eliminando le assegnazioni permanenti dei ruoli critici.
  4. Mappare quali applicazioni legacy dipendono ancora da Kerberos/NTLM puro e pianificarne la modernizzazione o l’isolamento in un segmento di rete dedicato.
  5. Estendere la governance delle identità (lifecycle, access review periodiche) anche a utenti esterni, applicazioni registrate e, dove presenti, agenti AI con accesso a dati aziendali.

Nessuno di questi passaggi richiede di spegnere i domain controller. Il valore pratico dell’approccio ibrido è proprio questo: ridurre progressivamente la superficie d’attacco esposta dai componenti legacy, senza interrompere le applicazioni che oggi dipendono ancora da AD, fino a quando la modernizzazione di quelle stesse applicazioni non renderà possibile una dismissione più ampia.

Articolo ispirato e approfondito a partire da: Microsoft Says Active Directory Alone is No Longer Enough for Modern Identity Security, Petri IT Knowledgebase.


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Grok AI Chatbot Tricked Into Leaking Private Chats Through Encrypted Prompt Injection
#CyberSecurity
securebulletin.com/grok-ai-cha…
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Nginx e TLS: come ridurre TTFB e latenza con le impostazioni giuste
#tech
spcnet.it/nginx-e-tls-come-rid…
@informatica


Nginx e TLS: come ridurre TTFB e latenza con le impostazioni giuste


Il TTFB non dipende solo dall’applicazione: quanto costa davvero l’handshake TLS


Quando un sito HTTPS risponde lentamente, il riflesso condizionato di ogni sistemista è guardare al backend: query lente, cache assente, un’applicazione PHP o .NET che non scala. Ma prima ancora che la richiesta arrivi al codice applicativo, il client e il server devono completare un handshake TLS, negoziare un protocollo, verificare un certificato ed eventualmente riprendere una sessione precedente. Ognuno di questi passaggi ha un costo in millisecondi, e su siti ad alto traffico o con molte connessioni “fredde” (nuovi visitatori, CDN edge miss, mobile su rete instabile) quel costo si somma in modo tutt’altro che trascurabile.

La buona notizia è che gran parte di questo overhead è governato da una manciata di direttive Nginx che, se lasciate ai valori di default, non sono ottimizzate per la latenza. In questo articolo vediamo come intervenire in modo mirato su HTTP/2, HTTP/3, cache di sessione TLS, versioni del protocollo, cipher suite e OCSP stapling, con un occhio a cosa è davvero cambiato nel panorama TLS nel 2026 rispetto a configurazioni “storiche” che circolano ancora in molte guide.

HTTP/2 e HTTP/3: come attivarli correttamente


Su Nginx recente (1.25.1 e successivi) il supporto HTTP/2 non si attiva più come parametro del blocco listen, ma con una direttiva dedicata. La sintassi legacy listen 443 ssl http2; è deprecata e in alcune build genera un warning in fase di reload:

listen 443 ssl;
http2 on;

Per chi vuole spingersi oltre, HTTP/3 (basato su QUIC, quindi su UDP anziché TCP) è supportato nativamente da Nginx 1.25.0 in poi:
listen 443 ssl;
listen [::]:443 ssl;
listen 443 quic reuseport;
listen [::]:443 quic reuseport;
http2 on;
add_header Alt-Svc 'h3=":443"; ma=86400';

L’header Alt-Svc non è opzionale: senza di esso il browser non ha modo di sapere che il server parla anche HTTP/3, e continuerà a usare HTTP/2 anche se QUIC è configurato correttamente sul lato server. Va inoltre ricordato che molte reti aziendali e alcuni provider filtrano il traffico UDP sulla porta 443, quindi HTTP/3 va sempre trattato come miglioramento progressivo e non come sostituto esclusivo di HTTP/2.

Session cache e session ticket: evitare handshake completi


Ogni handshake TLS completo comporta uno scambio di chiavi asimmetrico, che è l’operazione più costosa dell’intero processo. La cache di sessione permette a un client che si riconnette di saltare questo passaggio:

ssl_session_cache shared:SSL:10m;
ssl_session_timeout 1d;
ssl_session_tickets on;

Una cache condivisa da 10 MB memorizza circa 4.000 sessioni: per un sito a traffico medio è più che sufficiente, ma su cluster con più worker o più nodi Nginx dietro un load balancer va dimensionata in base al numero di client unici attesi nella finestra di ssl_session_timeout. Un dettaglio spesso trascurato: da Nginx 1.23.2 la gestione delle chiavi dei session ticket è stata migliorata, ma se si opera un’infrastruttura con più server dietro lo stesso load balancer, le chiavi di ticket vanno sincronizzate tra i nodi (tipicamente con ssl_session_ticket_key e un file condiviso via configuration management), altrimenti il beneficio della ripresa di sessione si perde ogni volta che il client finisce su un nodo diverso da quello dell’handshake iniziale.

Versioni del protocollo: perché TLS 1.3 non è solo “più sicuro”


La direttiva sulle versioni supportate resta relativamente semplice:

ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;

Il punto tecnico interessante è che TLS 1.3 non porta solo benefici di sicurezza (rimozione di cipher obsoleti, forward secrecy obbligatoria), ma anche di performance pura: riduce l’handshake a un singolo round trip contro i due richiesti da TLS 1.2, e supporta la ripresa di sessione tramite un meccanismo (0-RTT/PSK) che rende le riconnessioni ancora più rapide. Per un client con RTT di rete di 80-100ms verso il server — scenario comune per utenti mobile o geograficamente distanti dal datacenter — il risparmio di un intero round trip si traduce direttamente in TTFB più basso.

Mantenere TLS 1.2 come fallback resta comunque prudente per compatibilità con client legacy (alcune librerie HTTP embedded, dispositivi IoT, versioni datate di Android). Limitarsi al solo TLS 1.3 va considerato solo per ambienti controllati, come API interne o servizi machine-to-machine dove si conoscono con certezza i client.

Cipher suite: meno è meglio, con TLS 1.3


Su TLS 1.2 la scelta delle cipher suite ha ancora impatto pratico:

ssl_prefer_server_ciphers off;
ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';

Da notare l’impostazione ssl_prefer_server_ciphers off: con TLS 1.3 e i client moderni, lasciare che sia il client a scegliere la cipher (in base a cosa è accelerato via hardware sul suo dispositivo, ad esempio AES-NI vs ChaCha20 su mobile) è generalmente più efficiente che imporre l’ordine lato server.

Con TLS 1.3, però, le cipher suite sono fissate dal protocollo stesso: mantenere una lunga stringa ssl_ciphers personalizzata e una direttiva ssl_ecdh_curve manuale non porta quasi nessun beneficio aggiuntivo per le connessioni che negoziano TLS 1.3, e serve solo a coprire il fallback su TLS 1.2. Molte configurazioni “best practice” che circolano online sono più complesse del necessario proprio perché non tengono conto di questo aspetto.

OCSP stapling: un capitolo da riscrivere nel 2026


Fino a poco tempo fa, l’OCSP stapling era una delle ottimizzazioni TLS più raccomandate: invece di far verificare al browser lo stato di revoca del certificato con una richiesta separata al CA, il server allega (“stapla”) una risposta OCSP firmata direttamente durante l’handshake, risparmiando un round trip:

ssl_stapling on;
ssl_stapling_verify on;
ssl_trusted_certificate /path/to/full_chain.pem;
resolver 8.8.8.8 8.8.4.4 valid=300s;
resolver_timeout 5s;

Questo è un punto su cui molti sistemisti non sono ancora allineati: Let’s Encrypt ha dismesso il supporto OCSP nell’agosto 2025, passando esclusivamente a CRL (Certificate Revocation List) a corto ciclo di vita per la verifica di revoca. Se i certificati del vostro dominio provengono da Let’s Encrypt, le direttive sopra sono di fatto inerti: Nginx proverà a fare stapling ma non otterrà risposte valide, e conviene rimuoverle per tenere la configurazione pulita e i log privi di errori di risoluzione OCSP inutili. Se invece usate un CA diverso che continua a supportare OCSP, le direttive restano valide e utili.

Buffer TLS: un’ottimizzazione minore ma misurabile

ssl_buffer_size 4k;

Il valore di default di Nginx per il buffer di invio TLS è 16k, pensato per massimizzare il throughput su trasferimenti di grandi dimensioni. Per il traffico HTTP tipico — pagine HTML, chiamate API, asset di dimensioni moderate — un buffer più piccolo (4k) riduce la quantità di dati che devono essere cifrati e trasmessi prima che il client possa iniziare a processare la risposta, con un guadagno tipico nell’ordine di 30-50ms sul TTFB. È un’ottimizzazione minore rispetto a HTTP/2 o al session caching, ma essendo a costo zero (nessun trade-off di sicurezza) vale la pena applicarla su siti dove il TTFB è una metrica critica.

Configurazione completa di riferimento

server {
    listen 443 ssl;
    listen [::]:443 ssl;
    http2 on;

    ssl_certificate     /etc/nginx/ssl/fullchain.pem;
    ssl_certificate_key /etc/nginx/ssl/privkey.pem;

    ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;
    ssl_prefer_server_ciphers off;
    ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';

    ssl_session_cache shared:SSL:10m;
    ssl_session_timeout 1d;
    ssl_session_tickets on;
    ssl_buffer_size 4k;

    add_header Strict-Transport-Security "max-age=63072000; includeSubdomains; preload" always;
    add_header X-Frame-Options SAMEORIGIN always;
    add_header X-Content-Type-Options nosniff always;
}

Da personalizzare rimuovendo il blocco OCSP se il certificato proviene da Let’s Encrypt, e aggiungendo i blocchi listen ... quic reuseport; e l’header Alt-Svc se si vuole abilitare anche HTTP/3.

Cosa aspettarsi (e cosa no) da questa ottimizzazione


Vale la pena essere chiari sui limiti: il tuning TLS non risolve un’applicazione lenta. Se il backend impiega 800ms per generare una risposta, risparmiare 50ms sull’handshake è un’ottimizzazione marginale rispetto al problema reale. Dove il tuning TLS fa davvero la differenza è nel ridurre l’overhead fisso presente su ogni richiesta HTTPS, in particolare per le connessioni “fredde” e per utenti con RTT di rete elevato — scenari in cui il costo dell’handshake può facilmente superare il tempo di elaborazione lato server. Caching applicativo, ottimizzazione del backend e CDN restano le leve principali per le performance complessive, ma un livello TLS ben configurato è la base su cui tutte le altre ottimizzazioni si appoggiano, ed è spesso trascurata proprio perché “funziona già” con i valori di default.

Articolo ispirato e approfondito a partire da: Nginx tuning tips: HTTPS/TLS – Turbocharge TTFB/Latency, LinuxBlog.io.