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NUR

Anni fa, sul muro antistante il molo del porto, dei ragazzi hanno scritto i nomi dei migranti che non sono riusciti a sbarcare. Quelli che sono morti in mare, uccisi dalla furia delle onde; e con loro sono affondati i sogni, i figli, la speranza di una vita migliore.
Un nome mi ha colpito: Nur.
È arabo e significa "luce". Non so perché, ma ho immaginato appartenesse a una donna giovane. Forse la mia idea immatura di misericordia si è rifiutata di associare un nome così bello a qualcuno che non rispondesse a una bellezza stereotipata. Una che, proprio perché bella, se la pensi morta ti fa gridare al peccato, all’ingiustizia della vita.
Bella, e magari con gli occhi neri nei quali si specchiavano il sole e i diamanti del mare, quel mare che schiuma sulle rocce di chissà quale terra tradita dalla poesia di un viaggio impossibile. Occhi che ancora non avevano visto la luce, quella vera, della vita, e che si sono trovati faccia a faccia con la spietatezza oscura della morte.
Quella luce che le è mancata era scritta nel suo stesso nome, in quel gesto di fede compiuto da chi glielo ha imposto appellandosi a Dio. Luce, come quella Sura del Corano, così nobile da descrivere il bagliore dell’Eterno.
Qualcosa di diverso da quella cometa disegnata sui nostri presepi, decorati a festa e coperti di brillantini di plastica. Una luce diversa, forse, anche da quella "luce vera che illumina ogni uomo" descritta nel prologo del figlio di Zebedeo o dal Giovanni apostolo.
Fate voi.
Qualcosa che, a differenza di un bue e un asinello o di un paio di statuette uscite da un lurido forno industriale — con lo sguardo fisso sul corridoio muto di una casa borghese — brillava forse di una gioia semplice. Di un amore di madre, di una voce chiara di bimba, della forza fortissima di una donna vecchia.
Di una speranza che stringeva le mani deboli di chi aveva paura del mare; di chi ha tremato quando la barca rullava, scricchiolava e infine si capovolgeva in un turbinare di voci e terrore.
Qualcosa che brillava di vita.
Non di tradizioni, di false identità o di ideali divisivi.
Non di squallida apparenza, di pretesti o di una carità malvagia perché falsa.
Splendeva chiara, brillava d’aria e di senso.
Ma ora questo nome sprofonda nel mare, implora preghiere, vive nel cuore di chi ne piange la luce ormai spenta e ne rinnova il ricordo nel clamore della morte. Mentre sulle nostre tavole rifulgono le bottiglie dei vini e la stagnola dei dolci.
Come ogni anno, in una ripetitiva, ottusa, sequenza morta.
E si gioca a carte, mentre il mondo finisce dentro un sacco a pelo, al freddo, sulle panchine gelide di una civiltà individualista e spregevole che mette in fila bocche affamate, ma non soccorre né accorre alle grida d'aiuto.
Una civiltà che sancisce diversità e differenze, culture ed etnie, razze inesistenti, gerarchie morali e valori.
Era Santo Stefano quando ho scritto tutto questo.
E mi sono sentito come se lo avessi lapidato anch'io.

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