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Promuovere il fediverso nel fediverso è inutile


Sono passati 3 anni dal mio primo approdo nel fediverso, e credo che sia abbastanza per farmi un idea generale su cosa sia e delineare dei pregi e difetti. sicuramente la cosa che mi piace è che è in costante evoluzione anche se devo dire molto lenta. In

Promuovere il fediverso nel fediverso è inutile


namirblog.altervista.org/promu…

in reply to Peppe Namir

Re: Promuovere il fediverso nel fediverso è inutile


Non avevo letto il tuo post namirblog@namirblog.altervista.org (ti menziono anche come peppenamir@www.foxyhole.io perché non so se funziona il commento a wordpress) ma mi è capitato di vederlo ora, a poch ore dal lancio di questo nostro progetto citiverse.it

Sono d'accordo con la tua analisi: il Fediverso va promosso fuori dal Fediverso e, possibilmente, bisognerebbe anche evitare di chiamarlo Fediverso 😀

Chissà se il nostro citiverse riuscirà ad avvicinare un po' di gente?

PS: intanto sono molto contento di aver potuto "prendere" il tuo post di Wordpress e averlo "spostato" all'interno della categoria "Discussioni sul Fediverso"

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Astrocampania organizza una visita guidata su prenotazione presso l’Osservatorio Astronomico S. Di Giacomo in Agerola, un viaggio tra le stelle di inizio estate nel cielo dell’alta costiera amalfitana.

Un coinvolgente spettacolo al Planetario per scoprire i segreti di remote stelle, emozionanti osservazioni degli ammassi stellari più distanti con l’ausilio di un potente telescopio da campo, il tutto sotto la guida esperta dei divulgatori di Astrocampania.

[…]

oasdg.astrocampania.it/2025/07…

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nuovo testo di mg sul ‘cucchiaio nell’orecchio’


screenshot frammento di pagina de Il cucchiaio nell'orecchiograzie a Gaetano Altopiano per la (costante) ospitalità sul suo sito:
ilcucchiaionellorecchio.it/202…

#IlCucchiaioNellOrecchio #MarcoGiovenale #MG #prosa #prosaBreve #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

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Decameron – Boccaccio


Reading teatrale con musica e canto dal vivo, novelle di Giovanni Boccaccio, musiche del Codice Rossi (XIV secolo).

Lisa Ferrari e Tiziano Manzini – Pandemonium Teatro

Matteo Zenatti – canto e arpa gotica

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Cosa faccio tutte le mattine quando leggo la/le casella/e di posta?


Rendo la vita un po’ più difficile alle agenzie di #spam italiane 😎

marco-acorte.github.io/antispa…

#spam

#spam
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notte infernalizzata tra caldo sudato e incubi dello stanco


Mi sa che l’estate è proprio arrivata in via definitivamente ufficiale anche per me, perché stanotte ho veramente sofferto le pene dell’Inferno infuocato, da cui stamattina sono stata congendata più inzuppata di sudore liquido del solito… e quindi mi toccherà togliere il piumino. Si, il piumino a luglio, vietato giudicare. Questo è terribile, come tutti gli anni, perché vorrà dire che il letto non avrà più quella solita classica pesantezza accogliente che bla bla bla, e io mi sentirò ihhhhhChe grandi, gigantesche palle mosce! 😩

Ma, ovviamente, non è tutto così semplice; oltre ai danni, ci stanno le beffe. Avrò perso forse un’oretta di sonno complessivamente a causa della sofferenza, perché prima ci avrò messo almeno 3 quarti d’ora a prendere sonno definitivamente, poi mi sono svegliata credo una o due volte, di cui sicuramente l’ultima un’oretta prima della sveglia… che ne parliamo a fare, è banalmente il mio incubo peggiore che si avvera; magari marcisse soltanto il mio corpo nella pozza sottocoperta di acqua salata puzzolente ma lasciando in pace la mia anima… 🥀

Ah no, il mio incubo peggiore è avvenuto stanotte, ma è un altro. Senza approfondire troppo il contesto, ma ho sognato di essere stanca (nel mentre che lo ero davvero, visto che ho dormito come la cacca sciolta) tutta la mattinata fuori casa… quindi nel sogno mi sono chiesta come fosse possibile, e mi è venuto in mente: “ah, ero di fretta e ho dimenticato di prendere il caffè!” (cosa che, in un sogno non lucido, quindi percepito come reale, automaticamente mi ha pure peggiorato l’umore). Ora, sarebbe tanto simpatico sapere come mai il mio cervello ha generato quella come risposta al dubbio da lui stesso generato, visto che da un mese a questa parte la mattina sto bevendo sempre una quantità microscopica di caffè, visto che dormo abbastanza e rimango sempre a casa a marcire, e nel mentre (almeno consciamente, ma evidentemente solo lì) sapevo perfettamente di aver perso sonno… ma io giuro, in quei momenti la stanchezza l’ho sentita tutta. Potrei fottutamente cadere per sbaglio dal decimo piano in un sogno e non sentire alcun dolore, ma la stanchezza e la confusione mentale assolutamente si. E in effetti questa è la più perfettissima sintesi della stagione estiva. (Nonché degli effetti dei colpi di calore notturni sul cervello.) 🐡
i cannot sleepwithout a blanketpinterest.com/pin/759279437150…
#caldo #dormire #estate #heat #incubo #night #nightmare #notte #sleep #sonno #summer #sweating

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Amor scortese


Ritorna finalmente Amor Scortese, a Gorizia per il festival MusicaCortese! La sofferenza d’amore, che incatena gli innamorati in una prigione più o meno dorata, è stata, è e sarà molto probabilmente rappresentata, cantata e dipinta nell’arte di ogni temp
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Ritorna finalmente Amor Scortese, a Gorizia per il festival MusicaCortese!


La sofferenza d’amore, che incatena gli innamorati in una prigione più o meno dorata, è stata, è e sarà molto probabilmente rappresentata, cantata e dipinta nell’arte di ogni tempo.

Un vagabondaggio musicale e temporale, partendo dal XII secolo fino alla New Wave del secolo scorso, alla ricerca di musiche che sostengano questa tesi.

Due musicisti che, partendo dal prog come base musicale degli anni più giovani, hanno poi effettuato un lungo e fruttuoso percorso nella musica medievale.

Elisabetta de Mircovich voce, vielle, symphonia, violoncello barocco

Matteo Zenatti voce, arpe, tamburello

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Di quando leggevo poesie sotto le stelle

edu.inaf.it/rubriche/astrograf…

In questa nuova astrografica, un tuffo nel passato per ricordare Franco Piperno e la sue attività di divulgazione della scienza

#costellazioni #FrancoPiperno #infografica #osservazioneDelCielo

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Fine Vita, una legge popolare per garantire dignità e tempi certi


Della legge di iniziativa popolare sul Fine Vita, per la quale è in corso una impegnativa raccolta di firme, ci parla Massimiano Aureli dell’Associazione Luca Coscioni

In questi giorni la stampa nazionale illustra quotidianamente le iniziative della maggioranza parlamentare per presentare un disegno di legge sul fine-vita. Le numerose pressioni della cittadinanza, fortificate dalla […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/07/03/fine…

#AssociazioneLucaCoscione #fineVita #leggeDiIniziativaPopolare #UAAR

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Star Wars – Darth Plagueis — James Luceno


Questo libro era nella lista “Da leggere” da ormai troppi anni, però, avendolo letto ora, capisco qualcosona in più della terza trilogia di Star Wars.

A differenza di Kenobi, questo romanzo è leggermente più fruibile anche a chi non è un grande fan dell’universo di Star Wars questo perché, sebbene i nomi citati siano importanti e i vari personaggi compaiano in vari media legati al franchise, si colloca in una zona temporale precedente a tutta la serie cinematografica e quindi ha vaghi rimandi che non sono importanti per la trama.

Tuttavia non lo definirei più facile da comprendere rispetto a Kenobi, anzi: siccome la storia è la spiegazione di come Palpatine diventi senatore, prima, e cancelliere, poi, è un romanzo piuttosto politico, con poche scene di azione. In sé non è una brutta storia, ma poco accattivante e, a tratti, persino noiosa, tanto che ho faticato a portarlo a termine, nonostante sapessi già come sarebbe finito il tutto. Inoltre, nonostante il titolo sia Darth Plagueis, questo personaggio diventa, pagina dopo pagina, un elemento di sfondo, dato che l’autore si concentra maggiormente – forse troppo – su Palpatine.

Non è un romanzo imprescindibile per i fan del franchise, e per chi non è fan del franchise non è decisamente un punto di ingresso ideale per avvicinarsi alle storie di questo universo. Meglio partire dai film.


Maggiori informazioni sul libro su OpenLibrary.

#BibliofiliIncurabili #libri #Recensioni


Kenobi — John Jackson Miller


Kenobi è un romanzo uscito nel 2017. Io lo acquistai, poco dopo, in sconto su Amazon e da allora è rimasto nella mia lista dei libri da leggere. Ha aspettato fin troppo e devo dire che ho trovato un libro che mi ha piacevolmente sorpreso, per quanto non sia niente di rivoluzionario.

Come scritto dall’autore nella prefazione, Kenobi era iniziato come sceneggiatura per una serie a fumetti, evolutasi poi in romanzo vero e proprio. Chi conosce l’universo di Star Wars sa quanto sia vasto e, alle volte, frammentario. Ma Miller parte da un punto ben noto ai fan della serie: l’arrivo di Kenobi su Tatooine per portare Luke agli zii (praticamente il finale de La vendetta dei Sith). Da qui si evolvono le vicende del primo anno (o giù di lì, non c”è una vera e propria posizione temporale indicata) di Obi-Wan (ora Ben) sul pianeta desertico. E la storia, per quanto semplice e un pochino telefonata verso il finale, si regge bene e crea una buona base per eventuali storie successive (che ci sono di sicuro state, perché il libro è del 2017 e l’avevo nella pila dei libri da leggere praticamente da allora). Infarcito di citazioni più o meno evidenti, è un buon romanzo dell’Universo espanso di Star Wars (quello che, in gergo, viene indicato con “Legends” per differenziarlo dal “Canon”).

Penso che, in fin dei conti, sia il classico libro che piace a chi è già amante di Star Wars, anche grazie alle numerose, numerosissime citazioni (anche per me, che mi reputo un medio conoscitore dell’Universo di Star Wars, alle volte oscure, tanto che avevo sempre vicino il telefono per cercare creature e personaggi minori che vengono nominati tra una vicenda e l’altra), ma per chi non è un appassionato probabilmente è un libro qualsiasi e nemmeno troppo interessante. Cioè, la vicenda è interessante e la narrazione è lineare e accattivante, ma forse fa un po’ troppo rivolta agli appassionati, più che diretta a chi vuole avvicinarsi a Star Wars.


Maggiori informazioni sul libro su OpenLibrary

#libri #Recensioni


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“IMPARO il CINESE in 30 GIORNI” (JumboDrillo è meglio di noi…)


Sembra strano, e non pensavo si sarebbe mai potuto dire (e per giunta in questa economia…?), ma probabilmente a proposito dell’imparare le lingue c’è qualcosa di buono che si può prendere persino da quel fallito di JumboDrillo…! (Che chiamo così solo perché è la singola proprietà attorno alla quale tutto il suo canale è sviluppato, non perché penso sia un fallito… certamente io sono più fallita di lui, insomma, sia ben chiaro.)

youtube.com/watch?v=v-4ntXPLOF…

Lui da assoluto pazzo, ma indubbiamente più bravo di noi, ha deciso di imparare il cinese in 30 giorni… e per soli 30 giorni (e mi chiedo se poi abbia continuato… ma temo si sia fermato) non sembra essere andato per niente male. Il suo motivo certamente è poco condivisibile… voleva praticamente solo rimorchiare in discoteca… però bisogna apprezzare l’impegno. Purtroppo, per quanto il metodo poi sia stato relativamente efficace, c’è anche da piangere, perché non è per tutti: a parte Duolingo, qualche canale YouTube apposito, e il fatto che nel mentre di tutto ha preso tanti appunti vari (“tra l’altro con i colori come le ragazze“), una parte della storia si è sviluppata con lui che si è messo un po’ a frequentare Chinatown e aveva 2 coetanei cinesi con cui studiare… e sono questi ultimi dettagli il problema, insomma. Almeno nell’imparare qualcosa che non sia il cinese, perché il quartiere strambo non esiste per altre nazionalità, e quindi nemmeno le persone. Vabbè, pace, gli altri elementi sono comunque buoni per sfuggire ad una morsa troppo totalizzante del gufo.

#cinese #imparare #JumboDrillo #lingue

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nel comparto “exlet” di ‘ahida’, un saggio di gian luca picconi su “statue linee” (pièdimosca, 2022)

immagine di Dominique Evrard
ahidaonline.com/post/exletgiov…

grazie a Gian Luca Picconi per il testo che ha dedicato al mio Statue linee nel sito ‘ahida’ (comparto “exlet”, curato da Massimiliano Manganelli)

#ahida #exlet #prosa #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #StatueLinee

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Partigiani sulle Grigne a settembre 1943


I Piani d’Erna visti dal monte Resegone. Fonte: Wikipedia

Per quanto riguarda Erna, abbiamo la testimonianza di Giulio Alonzi, l’amico di Parri, il quale, dalla “domenica successiva all’occupazione di Milano” <198, era sfollato a Maggianico-Lecco – “via Martelli (n.7)” <199 -, alle spalle del Resegone e di fronte alle Grigne. Poiché egli aveva avuto notizia che nella zona di Campo de’ Boj gravitavano taluni nuclei partigiani, aveva voluto sincerarsi della loro presenza recandosi personalmente in loco. Alonzi si era potuto così accertare del fatto che sul vicino Pizzo d’Erna e ai Pian dei Resinelli si erano effettivamente raccolte diverse centinaia di uomini, saliti sui monti al solo scopo di combattere. Tra di loro figuravano anche gruppi di prigionieri di guerra alleati – “inglesi per lo più, con qualche francese, dei serbi, dei bosniaci e alcuni russi” <200 -, i quali, evasi dai campi di detenzione fascisti, nutrivano la speranza di riparare in Svizzera. E, tuttavia, giunto a destinazione, ne avrebbe riportato un’impressione “quasi desolante”: “Ci arrivai solo, senza che nessuno mi fermasse. Vidi armati e prigionieri, confusi insieme, sentii un gran chiacchierare, mi apparve un gran far niente. Mi accompagnarono al comando. Era installato in una graziosa villetta e guardato da una sentinella. Mi annunziarono e il comandante uscì: era Corrado de Vita, molto impacciato, che incaricò un ex miliziano di Spagna di istruirmi sulla situazione. Poi mi pregò di tacere sulla sua presenza lassù e si eclissò. C’era poco da istruirsi: in quelle condizioni nessuna possibilità d’azione” <201.
Anche il colonnello Carlo Basile, bloccato l’8 settembre a Merano, “al comando del 102° reggimento Alpini, complementare della Divisione Tridentina” <202, a seguito dell’avvenuta occupazione tedesca dell’Italia indossati gli abiti civili, aveva raggiunto i Pian dei Resinelli. Qui, tra lo stupore, aveva sorpreso “una ventina di ‘ribelli’, uomini e donne, intenti a giocare a bocce” <203. Indignato per il comportamento poco “militare” degli aspiranti combattenti, aveva subito fatto ritorno a Milano, dove si era incontrato con l’avvocato Giustino Arpesani, membro del neocostituito Cln per il Pli, e con altri esponenti di partito <204. Anche Basile, come l’Alonzi, non aveva mancato di giudicare
inappropriato e pericoloso l’entusiasmo iniziale, garibaldino e improvvisatore, di quelle giovani reclute che, inesperte e per di più insofferenti di guida e di disciplina, erano ritenute insomma poco affidabili. Non a caso molte di loro, fatta esperienza del clima di confusione che regnava nel campo, dopo un breve periodo di tirocinio, non avevano esitato a tornarsene a casa, senza neppure sentire l’esigenza di avvertire i compagni.
Un quadro abbastanza dettagliato della situazione caotica che regnava in Erna ci è offerto anche da Vera Ciceri, prima donna partigiana arrivata in zona, la quale avrebbe scritto: “[…] subito dall’inizio […] ci scontrammo con i militari che facevano parte del Cln di Lecco. A sentir loro dovevamo dare alla formazione un carattere militare, che prendesse gli ordini dal loro Comando. Noi sostenevamo che la nostra era una formazione partigiana, non militare: tutta un’altra cosa. I militari non volevano azioni a Lecco e dintorni; non volevano il commissario politico. Noi non volevamo chiamare la formazione Pisacane, volevamo essere una delle formazioni Garibaldi. Figuriamoci loro! C’è stata una prima riunione coi pesci grossi dei militari su in Erna, poi una seconda in città, s’è avuta una discussione animata. Nino [Gaetano Invernizzi, nda] non ha ceduto: ‘No! Qua formiamo le nostre formazioni partigiane. Se non siete d’accordo faremo per conto nostro’” <205.
Avvertita l’entità del problema, il Cln di Lecco aveva deciso così di affidare la guida del Comitato militare locale al colonnello Umberto Morandi. Questi, ufficiale degli Alpini, nonché “fratello di un caduto nella Prima grande guerra” <206, era solito tenere le sue riunioni – “con [Pino] Marni, Giulio Alonzi e [Alberto] Prampolini, un ufficiale che faceva parte del battaglione ‘Vestone’ nella campagna di Russia” <207 e che “aveva lavorato in precedenza per l’ufficio informazioni dell’Esercito” <208 – in casa dell’amico Antonio Colombo, in via Digione <209. Il 20 settembre [1943] <210 Morandi, nome di battaglia “Lario”, nella sua qualità di comandante, aveva pensato bene di emanare una circolare, nella quale erano contenute delle direttive che avrebbero potuto essere “dettate da un ufficio di Stato Maggiore a un esercito regolare impegnato al fronte” <211. Egli, rivolgendosi “agli ufficiali e ai gregari”, era infatti intenzionato a organizzare i vari settori operativi, compreso quello di Erna, secondo una modalità “prettamente militare” <212, da cui avrebbe dovuto “esulare ogni idea politica” <213.
All’interno del locale Cln, queste sue scelte furono però subito contestate dai comunisti che, restii per indole e per ideologia ad accettare una mentalità da caserma, rivendicavano, al contrario, il diritto di porre quella zona sotto il loro esclusivo controllo. Nel campo, del resto, erano già impegnati soprattutto loro uomini, tra cui “Carenini, che funge[va] da comandante, De Vita e Abele Saba, dei gruppi clandestini milanesi, e Gaetano Invernizzi, il sindacalista di Calolzio” <214.
E tuttavia, al di là dei contrasti, il gruppo ivi operante – definito “del dissenso” in ragione della sua refrattarietà alla disciplina -, continuava a mantenere stetti legami con il Cln di Milano, da cui provenivano alcuni componenti appartenenti al 3° Gap della città. A indicare Bernardo Carenini come nuovo capo era stato il dirigente operaio Gaetano Invernizzi – meglio conosciuto nell’ambiente come “Bonfiglio” <215 – che fungeva in quella banda partigiana da commissario politico. Il gruppo, che operava nell’area tra il Resegone e l’alta Val Brembana, era in stretto contatto con gli uomini raccolti intorno al comunista bergamasco Ettore Tulli. E, tuttavia, i motivi di contrasto all’interno del Cln di Lecco erano stati tali che l’Alonzi, il quale si era adoperato non poco a svolgere un’opera moderatrice nei confronti dei gruppi di sbandati che propendevano per la causa comunista, si era recato a Milano per riferirne all’amico Parri. Questi, da parte sua, lo aveva indirizzato a Poldo Gasparotto, che l’Alonzi avrebbe rivisto allora per la seconda volta dopo i fatti del 25 luglio: “Lo ritrovai ottimista, direi entusiasta. Conosciutone il recapito, andai da lui e parlammo di Erna: ne era appena tornato, aveva portato lassù del denaro e progettava la costituzione di un campo trincerato, con il Resegone alle spalle e gli strapiombi su Lecco e sulla Valsassina a difesa. Vi avevano già impiantato una linea telefonica che arrivava al passo del Fô” <216.
A conferma del progetto, ci sono anche le parole di “un tal Capretti” ricordate da Antonio Fussi: “Ma porca miseria ma Poldo cosa fa, sta organizzando anche le trincee, sulla Grigna, e vuole fare i collegamenti telefonici…” <217. Poldo Gasparotto, da esperto alpinista, aveva scavato la roccia – come tante altre volte aveva fatto – per installare in essa i cavi telefonici <218. Sapeva benissimo che un tale lavoro sarebbe stato utile per una guerra di trincea, non di movimento. Eppure egli sosteneva che quel collegamento avrebbe potuto rendere il passaggio di informazioni più rapido e agevole per i suoi “giovani amici” <219 ivi raggruppatisi. Giunto in Erna, Poldo vi aveva poi portato le prime
50000 lire messe a disposizione dal Comitato militare milanese <220.
Avrebbe affermato Gaetano Invernizzi: “La visita dei rappresentanti del Cln milanese, che ci lasciarono 50000 lire, ci permise d’acquistare alcune mucche. Un colpo effettuato su un ospedale di Calolziocorte che l’indomani doveva essere occupato dai tedeschi, ci consentì di procurarci zucchero, olio, formaggio, marmellata e coperte di lana. Man mano che l’organizzazione della formazione procedeva, squadre di partigiani effettuarono alcune operazioni fra cui la cattura di un posto di segnalazione antiaerea che consentì di fare cinque prigionieri e rientrare in formazione con un mulo carico di vettovaglie e armi. Un gruppo liquidò in pieno centro città uno dei capi repubblichini lecchesi. Un altro gruppo ebbe durante una ricognizione uno scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri al servizio dei repubblichini nel corso della quale i carabinieri ebbero un morto e i partigiani un ferito. Ma mentre ci preparavamo ad azioni di più largo raggio i tedeschi preparavano l’attacco alla nostra formazione con una divisione austriaca composta da tremila cacciatori delle Alpi” <221

[NOTE]198 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
199 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
200 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
201 ivi, p. 60.
202 F. Lanfranchi, L’inquisizione nera (banditismo fascista), Nibbio, Cremona 1945, p. 227.
203 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 280.
204 ivi, p. 281.
205 F. Alasia, Gaetano Invernizzi, dirigente operaio, Vangelista, Milano 1976, p. 100.
206 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, Grafiche Stefanoni, Lecco 1981, p. 12.
207 S. Puccio, Una resistenza, Nuova Europa, Milano 1965, p. 44.
208 Archivio Anpi Lecco, Registrazione – dott. G. Alonzi, f. 2.
209 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 44.
210 Il territorio di Lecco fu sottoposto al comando di Umberto Morandi dal 20 settembre 1943 al 12 gennaio 1945, data del suo arresto. U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 13.
211 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 46.
212 ibidem.
213 Col. U. Morandi (Lario), Costituzione formazioni partigiane nel lecchese, 20 settembre 1943, documento conservato tra quelli di U. Morandi nella Biblioteca civica di Lecco, si veda U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43
all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 119 ss.
214 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
215 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 83.
216 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 60.
217 P. Gasparotto, Intervista con Fussi. Archivio privato famiglia Gasparotto.
218 ibidem. I cavi collegavano telefonicamente i piani di Erna con la postazione di Ballabio. Si veda G. Fontana, La banda Carlo Pisacane, NodoLibri, Como 2010, pp. 31-2.
219 Ha sostenuto F. Parri, Il Cln e la guerra partigiana, in D. Bidussa, C. Greppi (a cura di), Ferruccio Parri. Come farla finita con il fascismo, Editori Laterza, Bari-Roma 2019, p. 105: “giovani amici di Leopoldo Gasparotto si raggrupparono al Pian dei Resinelli sotto le Grigne”.
220 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
221 Appunti autobiografici citati in F. Alasia, Gaetano Invernizzi dirigente operaio, cit., pp. 101-2.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

#1943 #20 #alleati #Alta #bande #Bonfiglio #Brembana #CarloPisacane #CLN #colonnello #ex #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #GabrieleFontana #GaetanoInvernizzi #GiustinoArpesani #Grigna #Lecco #LeopoldoGasparotto #Lombardia #Milano #militari #Monte #operaio #partigiani #Pian #PizzoDErna #prigionieri #provincia #Resegone #Resinelli #Resistenza #serbi #settembre #tedeschi #UmbertoMorandi #Val #Valsassina #VeraCiceri

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Duolingo 365, l’inizio della fine…


Mi era passato di mente il dato a dir poco pazzo e avvilente di aver raggiunto il fantomatico slancio di 365 fottuti giorni su Duolingo… e la cosa è assolutamente terribile, perché se ne viene con il suo bel malloppo di implicazioni scomode. (A parte il fatto che non ho iniziato a usare il servizio il 29 giugno 2024 come sembrerebbe, ma una o due settimane prima, perché nel corso dell’anno qualche volta ho perso dei giorni… cazzo di gufo.)
June 29:[I'm on a365 day learning streak!duolingo]> però ora basta.
Innanzitutto… ora ho lo stato di “VIP”… che pare una roba da pazzi detta così, ma in realtà semplicemente aggiunge una scrittina “🔥 1+ year” sotto il nome nelle classifiche. Molto meh, ma… è ancora peggio il fatto che in un anno ho imparato relativamente pochissimo!!! Non poco quanto i tizi super anti-Duolingo dicono, ma comunque… フクロウのせいで、私の生命が危ない!!! Purtroppo non ho sia tempo che voglia di fare gamin’ a quanto pare, quindi sono nella cacca, e l’unika a parte usare anke Anki sarebbe di procurarsi qualche manga tipo per i bimbi dell’asilo, non lo so… ☠️

#Duolingo

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Nell’Alto Casentino, sul Monte Morello, così come nell’area delle Colline Metallifere e della Bassa Maremma vedevano la luce sin dal settembre-ottobre 1943 le prime formazioni ribelli


Il rovinoso dissolversi dell’autorità di governo – «lo stato italiano non c’era più», ricorda laconicamente l’azionista Enzo Enriquez Agnoletti, «di questo tutti ne erano testimoni» <187 – permetteva infatti alle pur deboli forze dell’antifascismo organizzato di proporsi come un’alternativa chiara e netta al risorgere dell’ultimo fascismo, «accetta[ndo] la sfida della guerra civile» lanciata con la costituzione della Repubblica sociale e il tentativo di mobilitazione dell’intero corpo sociale da questa imposto <188.
Sin dalle prime settimane seguenti l’armistizio, il nascente movimento resistenziale si sarebbe comunque dimostrato fenomeno eterogeneo e dai contorni quanto mai sfuocati, destinato inevitabilmente a subire, al pari dell’azione repressiva volta a contrastarlo, i contraccolpi della guerra combattuta sul fronte meridionale, che «non poco influirono» sulla «formazione, l’incremento o la dispersione delle bande partigiane» <189. Al pari dell’intenso lavorio condotto dai partiti antifascisti per gettare le basi delle future formazioni partigiane, era la stessa società civile toscana, superato il trauma iniziale, a mostrarsi tutt’altro che immobile: fondamentale sarebbe infatti apparso, in primo luogo, il diffuso aiuto e sostegno materiale spontaneamente offerto dalla popolazione locale ai militari italiani sbandati e ai prigionieri di guerra alleati evasi dai campi di detenzione, rifugiatisi in gran numero nelle campagne. Dalla sua tenuta nei pressi di Chianciano, appuntava il 19 settembre 1943 la scrittrice inglese Iris Origo, attenta testimone del conflitto combattutosi in Toscana:
“Ogni giorno [prigionieri alleati] arrivano in fattoria o alle varie case coloniche, a piccoli gruppi; chiedono la strada per il Sud, si fanno dare da mangiare e poi proseguono. La maggior parte dei coloni, pur essendo consci del pericolo che corrono, li accolgono e li ospitano con gioia” <190.
Pur non configurandosi necessariamente come un consapevole moto di resistenza civile, questa insostituibile «rete protettiva» si sarebbe ben presto estesa alle prime formazioni partigiane, garantendo in alcuni casi un radicamento sul territorio tale da permetterne la sopravvivenza durante il primo, difficile inverno alla macchia. Un rapporto, quello tra comunità locali e Resistenza, comunque complesso e non privo di diffidenze e battute d’arresto, impostesi in particolare a seguito della prime stragi e violenze perpetrate da fascisti e truppe occupanti, tese in alcuni casi a spezzare il sostegno della popolazione isolando di conseguenza le bande <191.
In queste fase aurorale erano comunque le aree più interne e appartate della regione, lontane dall’occhiuta sorveglianza nazifascista, a costituire l’habitat delle prime aggregazioni di uomini datisi alla macchia. Nell’Alto Casentino, sul Monte Morello, così come nell’area delle Colline Metallifere e della Bassa Maremma – per limitarci ad alcune della località più precocemente interessate dal fenomeno resistenziale – vedevano la luce sin dal settembre-ottobre 1943 le prime formazioni ribelli, passate in alcuni casi immediatamente all’azione. Comprensibilmente più lento si sarebbe invece dimostrato lo sviluppo di un’opposizione armata al nazifascismo nelle province costiere, anche in virtù della maggior presenza tedesca <192.
Accanto a una sparuta ma significativa presenza di militanti antifascisti, alcuni dei quali reduci dalle decisive esperienze vissute nel conflitto civile spagnolo o nel maquis francese <193, queste prime bande si componevano inizialmente soprattutto dei molti militari sbandatisi dopo l’8 settembre, ben intenzionati a sottrarsi agli insistenti bandi di presentazione disposti dalle autorità tedesche e poi italiane <194. A una tale ossatura si sarebbero aggiunti, nel corso dei mesi successivi, i sempre più numerosi renitenti alle leve fasciste e al servizio del lavoro, creando quella base di massa indispensabile per lo sviluppo della resistenza armata <195. Per la gran parte di questi uomini, l’aggregarsi, anche casualmente, in piccoli gruppi rispondeva comunque almeno inizialmente a motivazioni di conservazione e di autodifesa, ben sintetizzabili – nella penetrante definizione di Santo Peli – in una vera e propria «resistenza alla guerra», presupposto spesso indispensabile a una «partecipazione diretta alla guerra partigiana vera e propria» <196. Il nascondersi, sottraendosi a una netta scelta di campo in condizioni di semiclandestinità, si sarebbe infatti dimostrata una «condizione […] scomoda, pericolosa e umiliante», spesso accettata «perché ritenuta provvisoria». Da qui, precisa Maurizio Fiorillo, la «volontà» per alcuni di «uscire dalla passività» e dall’inazione, contrapponendosi alla minaccia nazifascista attraverso la resistenza armata <197.
A questa miriade di gruppi «che potremo definire prepolitici», animati da un diffuso spontaneismo ma spesso incapaci di condurre forme di lotta non episodiche, si sarebbe nel corso dei mesi saldata la febbrile attività organizzativa e di coordinamento portata avanti dagli esponenti locali dei partiti antifascisti, sempre più decisiva per infondere continuità, direzione e visibilità al movimento resistenziale <198. Un confronto certamente non privo di reticenze e tensioni, destinato a ricomporsi solo a ridosso della liberazione: a una mentalità della guerriglia «sull’uscio di casa», espressione di necessità di autodifesa marcatamente localistiche, si contrapponevano le potenzialità di una lotta di più ampio respiro e politicamente consapevole, gravata però da maggiori incertezze e crescenti rischi per la popolazione locale, esposta alla dura reazione nazifascista <199.
Portatrici di progetti politici assai diseguali, da raggiungersi attraverso forme e metodi di lotta diversi, le stesse forze politiche antifasciste avrebbero comunque impostato la loro azione nella consapevolezza – già lo ricordavamo – di «rendere irreversibile una radicale discontinuità rispetta al regime fascista» <200, in netta opposizione al concomitante tentativo di radicamento portato innanzi del fascismo repubblicano, «arma pericolosissima in mano ai tedeschi» <201.
Alle autorità del tradimento – precisava Enriques Agnoletti in un importante contributo pubblicato sul primo numero della rivista Il ponte – bisognava opporre l’autorità, clandestina ma conosciuta, degli organi della rivolta popolare e democratica, […] bisognava insomma in qualche modo partecipare all’autorità governativa <202.
«Combattere subito i fascisti», al pari e più dei tedeschi, era la posizione espressa a chiare lettere già nel novembre 1943 da Carlo Ludovico Ragghianti, responsabile militare del Partito d’Azione (PdA) a Firenze <203. Ma se per i vertici del PdA l’impegno sul campo si sarebbe in special modo concretizzato, almeno inizialmente, in una forte azione propagandistica e organizzativa, per il Partito comunista l’«agire subito», opponendosi frontalmente all’autorità fascista in quella guerra civile pur formalmente rigettata dalla propaganda comunista, avrebbe rappresentato un imperativo non più dilazionabile <204.

[NOTE]187 E. ENRIQUES AGNOLETTI, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, cit., p. 417. Sulle ricadute di un tale «venir meno di riferimenti non solo istituzionali, ma anche ideologici ed etici» cfr. S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 18.
188 S. NERI SERNERI, Guerra, guerra civile, liberazione, cit., pp. 543-546. Sulla «costituzione della RSI» quale «origine» della guerra civile si veda R. DE FELICE, La guerra civile, cit., p. 69.
189 G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., pp. 76-77. Pur in assenza di un aggiornato lavoro d’insieme, che rilegga criticamente la storia della Resistenza toscana, disponiamo comunque di un’amplissima bibliografia di contributi di taglio locale, cui daremo via via conto, e di alcuni validi saggi di respiro regionale. Limitatamente a questi ultimi, si segnalano in particolare i contributi pubblicati in M. PALLA (a cura di), Storia della Resistenza in Toscana, cit. Meno recenti, seppur non privi di utili spunti, sono invece G. VERNI, La Resistenza in Toscana, cit. e L. CASELLA, La Toscana nella guerra di liberazione, cit.. Per una più ampia rassegna bibliografica si rimanda a N. LABANCA, Resistenza/resistenze. Un bilancio tra discorso pubblico e studi storici, in C. FUMIAN – M. FIORAVANZO (a cura di), 1943: strategie militari, collaborazionismi, resistenze, cit., pp. 27-75.
190 I. ORIGO, Guerra in Val d’Orcia, cit., p. 78.
191 Su questi aspetti un solido punto di partenza rimane A. BRAVO, Resistenza civile, in E. COLLOTTI – R. SANDRI – F. SESSI (a cura di), Dizionario della Resistenza, Vol. I. Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000, pp. 268-282. Riguardo al «problema dei “costi” umani della Resistenza», su cui torneremo più volte a confrontarci, cfr. S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 238-249 e ID., La Resistenza difficile, Franco Angeli, Milano 1999, pp. 35-57.
192 G. VERNI, La resistenza armata in Toscana, cit., pp. 204-206. Per un’agile ma attenta ricostruzione sulle «origini» del movimento partigiano vedi S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 15-54.
193 S. PELI, Storie di Gap, cit., pp. 39-42. Cfr. inoltre E. ACCIAI, Ieri in Spagna, oggi in Europa. Le rotte dei reduci italiani delle Brigate Internazionali in un continente in Guerra (1936-1945), in F. BERTAGNA – F. MELOTTO (a cura di), Resistenza e guerra civile, cit., pp. 21-41.
194 «I militari italiani di qualsiasi grado – si legge in una delle prime ordinanze emesse da Kesselring – inclusi quelli i cui reparti sono già stati disciolti, debbono presentarsi immediatamente in uniforme al più vicino comando militare tedesco. Ogni militare che non eseguisce il presente ordine verrà giudicato dai tribunali militari tedeschi», in Un bando del Comando Supremo delle truppe germaniche, «La Nazione», ed. di Firenze, 17 settembre 1943.
195 Sulla «scelta partigiana», non scontata e spesso travagliata, vedi in particolare C. PAVONE, Una guerra civile, cit., pp. 23-41 e L. BALDISSARA, I “resistenti” prima della Resistenza, in L. ALESSANDRINI – M. PASETTI (a cura di), 1943: guerra e società, Viella, Roma 2015, pp. 17-33.
196 Le citazioni sono rispettivamente tratte da S. PELI, La Resistenza difficile, cit., p. 37 e S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 6. In tal senso si veda anche G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., p. 87 e, per un interessante caso locale, R. GIACOMINI, La Resistenza come rifiuto della guerra, «Storia e problemi contemporanei», VIII (1995), n. 15, pp. 275-295.
197 M. FIORILLO, Uomini alla macchia. Bande partigiane e guerra civile. Lunigiana 1943-1945, Laterza, Roma 2010, p. 51.
198 Per il contesto toscano si richiama in particolare G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., pp. 91-95. Più in generale vedi S. PELI, La Resistenza difficile, cit., pp. 34-54.
199 G. VERNI, Appunti per una storia della Resistenza nell’aretino, in I. TOGNARINI (a cura di), Guerra di sterminio e Resistenza. La Provincia di Arezzo 1943-1944, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1990, p. 126.
200 S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 6.
201 E. ENRIQUES AGNOLETTI, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, cit., p. 417.
202 Ibid..
203 Rapporto al Comitato Centrale del Partito d’Azione in Roma, cit., p. 4. Sulla figura di Ragghianti e l’organizzazione del PdA a Firenze cfr. C. FRANCOVICH, La Resistenza a Firenze, cit., pp. 76-80.
204 S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 44-45. Per una concettualizzazione e contestualizzazione di lungo periodo della categoria di guerra civile, tra antifascismo e Resistenza, si veda S. NERI SERNERI, «Guerra civile» e ordine politico. L’antifascismo in Italia e in Europa tra le due guerre, «Italia contemporanea», (2002), n. 229, pp. 601-623.
Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

#1943 #alleati #Alto #Aretino #bassa #CarloLudovicoRagghianti #Casentino #CollineMetallifere #EnzoEnriquesAgnoletti #ex #fascisti #Firenze #IrisOrigo #LorenzoPera #Lunigiana #Maremma #militari #Monte #Morello #ottobre #partigiani #prigionieri #province #Resistenza #settembre #tedeschi #Toscana

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OpenDay@IASF-Mi: alla scoperta del Cosmo

edu.inaf.it/news/eventi/report…

L’INAF IASF di Milano apre le sue porte alle Università.

#IASFMIlano #openDay #OpenDay #studenti #università_

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festival di ‘inverso’, roma, 5-6 luglio: dati, programma e biglietti


sono stato invitato al festival che vedete qui: t.ly/VX3-R

vi aspetto per un reading collettivo con confronto/dibattito il 5 alle ore 16, e poi anche alle 18 per parlare (contribuendo a modo mio al dialogo) della Scuola delle cose. qui di séguito il cronotopo (ma il programma intero è assai ricco e – per completezza – suggerisco di cliccare sul primo link).

cronotopo di Inverso festival - parte del pomeriggio del 5 luglio 2025
cliccare per ingrandire

Elementi essenziali, dal post di ‘Inverso’ su fb:

Sabato 5 e domenica 6 luglio
Ex mercato di Torre Spaccata, nella struttura di Associazione Calpurnia
(Viale dei Romanisti 45 / Via Filippo Tacconi 11 – Roma)

Talk, laboratori, presentazioni e performance

N.B.: biglietto singola giornata e accesso ai laboratori per adulti e accompagnatori: €10
Biglietto valido per sabato e domenica: €15
*Nel biglietto sono inclusi il tesseramento all’Associazione Calpurnia e alla futura Inverso APS

Localizzazione:
maps.app.goo.gl/ozJeMvsSZdhx8A…

(watch out: avrò con me inoltre copie di NZ, di Antonio Syxty, èdito da IkonaLíber)

#AssociazioneCalpurnia #carotaggi #CentroScritture #DimitriMilleri #EmanueleFranceschetti #FedericoItaliano #GildaPolicastro #InVerso #InversoAPS #LaScuolaDelleCose #laboratori #lettura #letture #LucaRizzatello #Lyceum #MarcoGiovenale #Mudima #NikolaMadzirov #performance #presentazioni #reading #readingCollettivo #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #talk #TommasoDiDio #ValerioMassaroni


un inquadramento della scrittura di ricerca: nel n. 19 della ‘scuola delle cose’ (lyceum/mudima)


post in continuo aggiornamento

La scuola delle cose, n. 19, aprile 2025, SCRITTURA DI RICERCA (pubbl. Mudima / Lyceum)
cliccare per ingrandire

forse per la prima volta dopo oltre 20 anni di non disonorevole attività, un certo modo di fare sperimentazione letteraria ottiene un inquadramento teorico-critico complessivo, pur sintetico.

esce cioè il n. 19 del periodico ‘La scuola delle cose’, dell’associazione Lyceum (grazie alla Fondazione Mudima), interamente dedicato alla SCRITTURA DI RICERCA.

lo si sa e lo si è ripetuto assai: la (formula) “scrittura di ricerca” ha una storia di lunga durata, attraversando un po’ tutto il Novecento, almeno dagli anni Quaranta-Cinquanta, e in maniera nemmeno troppo carsica.
d’accordo. tuttavia questo numero della “Scuola delle cose” non è una disamina storica integrale, semmai un lavoro sugli ultimi venti-venticinque anni di ricerca letteraria, o scrittura complessa. con (ovviamente, immancabilmente) puntuali affondi nel passato e nella produzione di certi autori a dir poco fondativi, soprattutto Corrado Costa e Jean-Marie Gleize.

*

prima occasione di presentazione: 19 giugno, Milano, Fondazione Mudima:
slowforward.wordpress.com/wp-c…

audio della presentazione a Milano (19 giu. 2025):
slowforward.net/2025/07/01/pod…

audio di una successiva presentazione, a Roma (5 lug. 2025):
slowforward.net/2025/07/24/pap…

RadioTre Suite: presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – “La scuola delle cose” (24 ago. 2025):
slowforward.net/2025/08/25/rad…
= https://www.raiplaysound.it/audio/2025/08/Radio3-Suite—Magazine-del-24082025-aef7d6cc-546a-474c-bcbb-3db0019727f8.html

podcast della prima presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (25 ago. 2025):

= open.spotify.com/episode/25Xmn…

podcast della seconda presentazione ospitata da La Finestra di Antonio Syxty (10 nov. 2025):
slowforward.net/2025/11/10/fin…
= open.spotify.com/episode/2PcrJ…

*

e, rapidamente descrivendo (dal primo comunicato realizzato):

dettaglio de La scuola delle cose n 19_ 2025__ foto di Antonella Anedda
dettaglio da una foto di Antonella Anedda. cliccare per ingrandire

l’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo – come detto sopra – si perde già nelle “profondità” del Novecento.
tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto.
ha dunque senso ed è forse addirittura indispensabile iniziare a fare il punto della situazione.
un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de ‘La scuola delle cose’, che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

*

queste le autrici e gli autori dei saggi, e i titoli degli interventi:

Gian Luca Picconi,
Scrittura di ricerca, prosa in prosa, letteralità

Massimiliano Manganelli,
Appunti sulle scritture procedurali

Luigi Magno,
Cinque nomi (più uno) e dieci titoli. La poesia di ricerca francese (oggi) in Italia

Chiara Portesine,
Il compromesso fonico: l’eredità di Corrado Costa

Renata Morresi,
Il movimento chiamato Language Poetry in Italia oggi

Chiara Serani,
Scritture non convenzionali e intermedialità (2000-2025)

Luigi Ballerini,
Intervento sulla poesia che si potrebbe fare

Daniele Poletti,
Scritture complesse. Il superamento dell’appartenenza

*

il tabloid gratuito è disponibile a Milano in Fondazione (via Tadino 26); a Roma presso la Libreria Tic (piazza San Cosimato 39), la Libreria Tomo (via degli Etruschi 4) e in Camera verde (via G Miani 20, chiamando prima il numero 3405263877); a Perugia nella libreria Mannaggia (via Cartolari 8); a Bologna da Modo Infoshop (via Mascarella 24/b); a Napoli alla libreria Luce (piazzetta Durante 1).

*

incontri, presentazioni e altre occasioni legate alla rivista:

22 maggio 2025: intervista a Rai RadioTre Fahrenheit

25 maggio: presenza del tabloid alla Serata del Premio Pagliarani al Palazzo delle Esposizioni (Roma)

31 maggio: presenza al reading collettivo “Roma chiama poesia”, Teatro Basilica (Roma)

3 giugno: presenza allo Studio Campo Boario (Roma), in occasione della presentazione di NZ, di A. Syxty

8 giugno: presenza nella libreria Tic di piazza San Cosimato (Roma)

17 giugno: presenza al reading di Giovenale e Perinelli allo Studio Campo Boario

19 giugno: prima presentazione ufficiale del tabloid presso la Fondazione Mudima (Milano), con Luigi Ballerini, Laura Di Corcia e Giancarlo Sammito

26 giugno: ex Discoteca di Stato in via Caetani (Roma), dialogo sulla memoria delle avanguardie

Da luglio 2025: presenza alla Libreria Luce, Napoli

5 luglio: presentazione della rivista in occasione del festival Inverso, a Roma

24 agosto: a RadioTre Suite, presentazione di Prima dell’oggetto, di MG, e – in conclusione – del tabloid

25 agosto: va in onda il podcast della presentazione ospitata da ‘La Finestra di Antonio Syxty’

5-6-7 settembre: presenza di molte copie del tabloid ai tre giorni dell’incontro ‘Esiste la ricerca’, presso lo Studio Campo Boario

26 settembre, accenno di presentazione + distribuzione del tabloid in occasione dell’incontro sul libro Prati, di Andrea Inglese, alla Libreria Tic

dal 2 ottobre: presenza del tabloid presso La camera verde (Roma, via G. Miani 20)

18 ottobre, Parma, copie della rivista sono presenti all’Associazione Remo Gaibazzi in occasione di un incontro dedicato a Corrado Costa e Patrizia Vicinelli, organizzato da Daniela Rossi

24 ottobre, Roma, numerose copie presso l’Istituto Tedesco di Villa Massimo, in occasione di una lettura multilingue di poesie e prose, in italiano e in tedesco

10 novembre: è online il secondo podcast ospitato da La Finestra di Antonio Syxty

da novembre il tabloid è disponibile anche presso la Libreria Tomo, a Roma, in via degli Etruschi.


Lyceum _ Scuola delle Cose _ dati editoriali e redazionali
cliccare per ingrandire

Fondazione Mudima
FONDAZIONE MUDIMA

Via Tadino 26, Milano
info@mudima.net
mudima.net

*

in collaborazione con
l’associazione dipoesia
logo dell'"associazione dipoesia"

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Scontri fra terroristi ed esercito in 7 città del Mali.


Secondo l’esercito sono sarebbero stati uccisi 80 jihadisti.
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Le forze armate del Mali hanno annunciato di aver ucciso 80 militanti legati ad al-Qaeda a seguito di una serie di attacchi terroristici simultanei e coordinati contro posti militari nelle regioni centrali e occidentali del paese. Gli ufficiali hanno riferito che gli scontri si sono verificati in sette città, situate vicino al confine con il Senegal ed anche a nord, nei pressi del confine con la Mauritania: Kayes, Niono, Molodo, Sandaré, Nioro, Diboli e Gogui.
bandiera Malibandiera Mali
L’esercito ha divulgato questa informazione tramite un comunicato trasmesso sul canale televisivo delle forze armate. Il gruppo jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) ha rivendicato la responsabilità per quelli che ha definito “attacchi coordinati e di alta qualità”, affermando di aver preso il controllo di tre caserme dell’esercito e di decine di postazioni militari, oltre ad aver colpito con artiglieria la caserma di Molodo. Tuttavia, l’AFP non ha potuto confermare queste informazioni e non è stato diffuso un numero preciso di vittime.

Questi incidenti presentano le caratteristiche di altre operazioni recenti condotte dai militanti, che hanno attuato assalti simili a posizioni militari in Mali e Burkina Faso.

A giugno, i miliziani del Gruppo di Supporto per l’Islam e i Musulmani (Gsim) avevano già condotto due attacchi significativi contro le forze armate maliane. Il primo avvenuto il 1 giugno, quando i combattenti del Gsim hanno assaltato una zona militare situata a Boulikessi, un’operazione che ha portato alla morte di almeno trenta soldati maliani. Il giorno successivo, il 2 giugno, il Gsim ha intensificato le proprie operazioni militari attaccando una base militare a Timbuctù. Durante questo attacco, sono state lanciate granate contro l’aeroporto della città, creando ulteriori preoccupazioni riguardo alla sicurezza dei trasporti aerei e alla stabilità della zona. Questi eventi dimostrano una strategia ben coordinata da parte dei miliziani, che mirano a destabilizzare ulteriormente le già fragili istituzioni maliane. Appare piuttosto evidente che i mercenari russi al soldo del governo maliano non abbiano poi una così ampia influenza sulla lotta al terrorismo in quell’area.

Nel mese di maggio, il comandante del Comando africano degli Stati Uniti, AfriCom, aveva ammonito che il Sahel, che comprende Mali, Burkina Faso e Niger, è diventato l’”epicentro del terrorismo globale”. Il generale Michael Langley aveva dichiarato che i gruppi islamisti stanno cercando di estendere la loro influenza fino alla costa dell’Africa orientale, permettendo loro di incrementare significativamente le entrate attraverso il traffico di esseri umani, il contrabbando e il commercio di armi.

Fonti:africanews.com, internazionale.it, AFP

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104 / michele marinelli. 2025


la neve ha sepolto Hui-k’o,
oltre il volere i futuri incontri
cauto 33 vetebrae quanto ha perso quanto ha vinto succisa praemorsa aschers si sveglia (a tutto questo va aggiunto il fatto che io nella vita …)
back in 2019, Dickie, il pane è pronto.

#MicheleMarinelli #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #testo

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“Inside Tokyo’s STRANGEST Retro Apartment” — “Nell’Appartamento Retrò PIÙ STRANO di Tokyo”


youtube.com/watch?v=VEuZCaUMcG…

Questo complesso condominiale di Tokyo (e di che città, sennò) è così assolutamente pazzurdo… nemmeno in uno dei miei sogni iperconfusi avrei mai potuto vedere una cosa del genere. E pensare che, a quanto si vede da vari elementi sparsi nell’appartamento, è pure tipo del secolo scorso, è vecchio! Ma ha fin troppe cose particolari… queste sono solo le più belle per me:

  • L’ambiente di ingresso del condominio è indescrivibile, con questa forma circolare di nudo cemento, e due diverse scale che ci girano attorno… ricorda fin troppo uno degli ambienti iniziali di Mirror’s Edge, anche se a confronto questo è più stretto.
  • Le due scale del condominio (non guardate sotto…) dividono gli appartamenti in standard, che comunque non sono male, e costosi, che sono fin troppo lussuriosi anche per gli standard occidentali… questi ultimi sembrano cosa sarebbe una fottuta camera di hotel se fosse sviluppata come una casa intera.
  • È altissimo relativamente ad altri edifici (sempre abitativi) nelle vicinanze, quindi da alcune finestre si vede un panorama di tutto il distretto di Ikebukuro e anche ben oltre…
  • Per l’appartamento di lusso, c’è pure una doccia sul tetto! Cosa??? (Fa paura, un po’…)
  • I piani bassi, invece, includono una scaletta di metallo di emergenza, che si piazza e si ripone; top per uscire di casa senza incontrare i vicini, o quando si rischia di essere in ritardo.

L’unica cosa che non capisco è, appunto… perché mai è vecchio? Non si fanno più queste cose assurde? Molto triste, ed ennesimo indicatore di recessione eppure, secondo me, bisognerebbe costruirla in Italia sta roba… così (possibilmente, auspicabilmente…) per legge di mercato gli appartamenti normali noiosi nelle vicinanze scenderanno di prezzo, e le persone normali si potranno permettere almeno quelli. (Anche se, visto che in questo appartamento di lusso ha un valore di 90 milioni di yen, circa 531mila euro, credo sia già più economico di un appartamento seppur scrauso ma in città come Milano, Torino, Bologna… ops.)

#apartment #appartamento #condominio #lusso #Tokyo

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Il Comandante partigiano “Amedeo” catturato e fucilato


Il 26 gennaio 1945 una delazione fu fatale al Comandante “Amedeo” ed a cinque suoi compagni. Le cause che portarono alla loro cattura furono diverse.
Tra il 24 ed il 25 gennaio 1945 i Battaglioni Nuotatori Paracadutisti e Sagittario della Decima Mas organizzarono insieme un rastrellamento contro la ricostituita Mazzini. I primi, sfruttando l’abbondante nevicata, attaccarono a sorpresa il gruppo del bolognese “Gianni” (Primo Cavicchi) e del mestrino “Danton” nei pressi di un bivacco nella zona di Pianezze di Miane, perdendo 13 uomini (tra i quali il Sergente Vincenzo Aniparides), ma uccidendo “Danton” ed un altro partigiano; i secondi, beneficiando delle informazioni di una staffetta, che si faceva chiamare “l’Americana” e che era stata arrestata dal Battaglione Nuotatori Paracadutisti, compirono un rastrellamento a Premaor di Miane; dove, in una stalla, erano nascosti quattro partigiani armati <146.
Sulla base di quanto affermano la storiografia resistenziale e le deposizioni dei fascisti processati dalla Corte d’Assise straordinaria di Treviso, la cattura di Marino Zanella (Amedeo) e della sua staffetta Salvatore Pontieri (Totonno) non fu frutto di un piano organizzato, ma avvenne in modo del tutto casuale. Le nipoti di “Amedeo” ritengono, invece, che l’arresto dello zio sia stato tutt’altro che fortuito, visto che la Brigata Mazzini continuò ad essere il principale obiettivo delle rappresaglie fasciste anche dopo il rastrellamento del Cansiglio. Hanno inoltre sostenuto che la discesa a valle di “Amedeo” avvenne con un motivo ben preciso: la notte del 23 gennaio 1945 il Comandante della Mazzini si recò a Guia di Valdobbiadene per assistere la partoriente cognata Assunta De Rui. Quest’ultima, infatti, dopo il rastrellamento di Segusino, trascorse circa un mese in montagna con i partigiani e, successivamente, grazie ad un accordo tra Curzio Frare (Attilio) ed il parroco di Guia, venne ospitata insieme alla figlia presso l’abitazione di tre benestanti signore di quel paese. Infine, il 24 o il 25 gennaio 1945, prima di ritornare in montagna, “Amedeo” doveva recarsi ad un incontro concordato con il macellaio di Miane Giuseppe Bortolini: accordo che prevedeva il pagamento di una somma di 135.000 lire, in cambio di un rifornimento di carne per la Brigata Mazzini.
È possibile che “l’Americana” – di lì a poco giustiziata dai partigiani – o chi per essa, al corrente dei piani di Marino Zanella, vuoi per ricevere un elevato compenso alimentare ed economico, vuoi per motivazioni di altro genere, avesse informato i fascisti; i quali, dopo aver arrestato i quattro partigiani, intercettarono anche “Amedeo” e la sua staffetta “Totonno” lungo la strada tra Miane e Follina.
Anche il fatto che gli uomini della Decima Mas non sapessero di avere tra le mani il Comandante della Mazzini, ricercato politico fin dagli anni ’30, appare una ricostruzione poco convincente. Potrebbe anche essere vero che, a causa di un atto di ingenuità di “Amedeo”, l’arresto fosse avvenuto in modo inaspettato e che i militi che lo intercettarono non avessero riconosciuto il prigioniero, ma appena fu condotto nelle carceri del Municipio di Pieve di Soligo e, visti i segni delle pesanti torture che furono trovati sul suo corpo dai familiari, non è ragionevole pensare che i vertici del Battaglione Sagittario (il vicecomandante Tenente Angelo Rossellini ed i Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso) non fossero ben consapevoli di aver ottenuto un successo strategico fondamentale.
Venendo ai fatti, dopo un violento interrogatorio e la condanna a morte senza processo, attorno alle ore 11 del 26 gennaio 1945 (venerdì) i sei partigiani, assistiti da monsignor Domenico Martini, locale arciprete, furono fucilati tre alla volta sul lato nord-est del muro di cinta del cimitero di Pieve di Soligo, dove, ancor oggi, si trovano una scultura bronzea realizzata da Augusto Murer ed una lapide che ricorda il loro sacrificio. All’interno del cimitero, in tempi più recenti, è stato realizzato un grande monumento in onore dei sei caduti, del vicecomandante “Cirillo” e delle vittime pievigine del nazifascismo.
Elenco dei partigiani giustiziati con Marino Zanella (Amedeo) <147: 1. Antonio Bortolini (Bepi), nato a Miane il 6 gennaio 1922, partigiano combattente dal 18 ottobre 1943; 2. Salvatore Pontieri (Totonno), nato a Savelli di Crotone l’11 dicembre 1922; 3. Giovanni Possamai (Lavaredo/Ravanello), nato a Mura di Cison di Valmarino l’11 giugno 1922, soldato di Fanteria; 4. Leone Sasso (Resistere), nato a Cison di Valmarino il 6 gennaio 1894, in precedenza Alpino del 7° Reggimento Alpini di Belluno; 5. Maurizio Violini (Mario/Violini), nato a Sassari il 5 novembre 1910 e residente a Valmareno di Follina, Carabiniere.
Lo stesso giorno della fucilazione, opponendosi alla presa di posizione del Comando del Battaglione Sagittario di scavare una fossa comune per far passare sotto silenzio la vicenda, l’arciprete di Pieve di Soligo contattò i familiari delle vittime; cosicché, nei giorni seguenti, le salme furono trasferite e sepolte nella rispettive parrocchie.
Il 1° febbraio 1945 la Brigata Mazzini riservò al suo Comandante una partecipata cerimonia funebre a Segusino; dove, dimenticato o sconosciuto ai più, riposa ancor oggi nella tomba di famiglia <148.
Negli anni successivi alla fine della guerra, i dirigenti provinciali del Pci organizzarono delle cerimonie pubbliche in occasione degli anniversari dalla morte del fondatore della Brigata Mazzini, ma, nel contesto della Guerra Fredda e della lunga contrapposizione tra i blocchi americano e sovietico, la Democrazia Cristiana (Dc) ed il clero misero in cattiva luce la figura di Marino Zanella, facendolo passare alla storia come colui che era «autore di più di 500 condanne capitali, eseguite nelle nostre montagne» e che «con la sua propaganda, più a suon di denaro, ha attecchito nelle teste di un gruppo, fortunatamente esiguo, di giovinotti e di ragazze della stessa risma» <149. Al contempo, nonostante fosse già stata molto danneggiata, non ci furono remore nel mettere in difficoltà la famiglia Zanella con le più varie offese; trascurando il fatto che, seppur durante la liberazione e la “resa dei conti” le opportunità fossero state all’ordine del giorno, i familiari di “Amedeo” non vollero trarne alcun beneficio, preferendo il perdono all’immorale arricchimento dell’ultim’ora <150.
I responsabili del plurimo omicidio di Pieve di Soligo furono processati dalla sezione speciale della Corte d’Assise di Treviso. La sentenza del 13 luglio 1946 ebbe il seguente esito: Angelo Rossellini fu condannato all’ergastolo ed alla confisca a favore dello Stato di tutti i beni di sua proprietà, poiché ideatore e primo esecutore della rappresaglia; Aldo Grosso alla pena di 15 anni di reclusione per la sua partecipazione diretta al fatto; Alfredo Bonichi fu assolto per amnistia. Rossellini e Grosso furono inoltre condannati all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed al pagamento delle spese processuali. Nei successivi gradi di giudizio furono entrambi assolti: Grosso dalla Corte di Cassazione con sentenza del 1° aprile 1948, Rossellini dalla Corte di Assise di Appello di Venezia il 27 maggio 1953, nonostante pendessero su di loro le accuse di omicidio aggravato e continuato e di collaborazionismo <151.
Di certo, in tempi brevi prevalse la pace, ma non avrebbe dovuto essere questa la soluzione migliore per ottenerla: chiudere gli occhi non sempre aiuta a dimenticare.

[NOTE]146 ACASREC, b. 57, Archivio CRV, f. Documenti vari schedati, sf. Relazione sull’attività militare svolta dalle Brigate della Divisione “N. Nannetti” dal mese di dicembre 1943 al mese di maggio 1945; Albo nazionale caduti e dispersi della RSI, edizione aggiornata per l’anno 2015; AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini e altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, pp. 12-13; BIZZI, Il cammino di un popolo, vol. II, cit., pp. 151-153; MAISTRELLO, La Decima Mas in provincia di Treviso, cit., pp. 55-59; MASIN, La lotta di liberazione nel Quartier del Piave, cit., pp. 144-145; SERENA, I fantasmi del Cansiglio, cit., pp. 41-42.
147 AISRVV, II sez., b. 64, f. 3 sf. 1 Pratiche per pensioni di guerra, doc. 18, 88, 89, 96, 114; Archivio della Parrocchia di Miane, Registro dei morti; ASCM, b. Anno 1946 – Pratiche dalla 1a alla 4a, f. II (Elenco partigiani e caduti partigiani), sf. Bortolini Antonio, in particolare vedi: atto di notorietà del 1° luglio 1946.
148 Archivio della Parrocchia di Segusino, Registro dei morti (1936-1961), anno 1945; ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, s.d. (senza data); AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, a p. 22 la deposizione di monsignor Domenico Martini, alle pp. 24-27 le deposizioni dei Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso.
149 ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, senza data.
150 Testimonianze di Fiorentina e di Silvana Zanella, 6 febbraio e 7 marzo 2015.
151 AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale del luglio 1946 e sentenze successive; in particolare si veda la sentenza n. 46 del 13 luglio 1946.
Luca Nardi, Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, 2016

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Sospesa per 3 mesi l’associazione Sant’Egidio in Burkina Faso.


Dietro la sospensione, la volontà del governo burkinabè di controllare le ONG.
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Sant'Egidio.pngBy santegidio.org/, Fair use

La Comunità di Sant’Egidio è stata recentemente sospesa dalle autorità del Burkina Faso per un periodo rinnovabile di tre mesi. La decisione, comunicata dal Ministero dell’Amministrazione Territoriale il 25 giugno 2025, riguarda presunte violazioni relative alla raccolta di dati personali e al loro trasferimento all’estero senza autorizzazione preventiva. Da notare che le piattaforme social come Facebook ed X (ex Twitter) operano regolarmente in Burkina Faso, raccogliendo valanghe di dati personali degli utenti senza alcun’eccezione da parte del governo di Ibrahim Traoré.

La Comunità di Sant’Egidio, fondata nel 1968 e attiva in oltre 70 Paesi, operava legalmente in Burkina Faso dal 2019, in particolare nel settore dell’azione sociale e della riconciliazione. Le autorità del Paese hanno motivato la sospensione con esigenze di sicurezza nazionale e sovranità, nel quadro di un controllo più rigido sulle attività delle ONG. Il concetto tradotto significa che evidentemente Sant’Egidio, come la gran parte delle ONG presenti sul territorio, dà fastidio alla junta militare al potere, che sta tentando di fare piazza pulita Alcuni giornali burkinabè, come 24heures.bfe Libre Info, hanno riportato la notizia sottolineando che la sospensione è parte di una strategia governativa per rafforzare il controllo sulle attività delle ONG straniere, soprattutto in un momento di forte pressione interna legata alla sicurezza nazionale.

La Comunità di Sant’Egidio ha espresso sorpresa e rammarico per la decisione del governo del Burkina Faso. In una dichiarazione ufficiale, ha sottolineato che le sue attività nel Paese sono sempre state trasparenti e orientate alla pace e alla solidarietà, in particolare nel campo del dialogo interreligioso e della riconciliazione sociale. In passato, essa aveva avuto rapporti positivi con le autorità burkinabè, come dimostrato da incontri ufficiali nel 2021 con l’allora presidente Roch Kaboré, per discutere del processo di riconciliazione nazionale. Questo rende la sospensione ancora più significativa sul piano simbolico.

Sant’Egidio ha anche ribadito il proprio rispetto per la sovranità nazionale, ma ha auspicato un chiarimento con le autorità locali per poter riprendere le attività umanitarie quanto prima. La comunità ha infine ringraziato i partner locali e internazionali per il sostegno ricevuto in questo momento delicato.

Fonti: lefaso.net, libre.info, 24heures.bf

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pod al popolo, #072: audio completo della presentazione de “la scuola delle cose” @ fondazione mudima, milano, 19 giu. 2025


Il numero 19 de “La scuola delle cose” (Lyceum/Mudima, apr. 2025), dedicato alla scrittura di ricerca, è stato presentato nella sede della Fondazione Mudima il 19 giugno scorso. Con interventi di Laura Di Corcia, Luigi Ballerini, Giancarlo Sammito, e del curatore, MG. L’audio completo è ora su Pod al popolo. Podcast irregolareed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.
locandina della presentazione de "La scuola delle cose", tabloid n. 19, "Scrittura di ricerca" - a Milano, Fondazione Mudima, 19 giu 2025cliccare per ingrandire
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Nigeria, demolito il Memorial Park di Owo a ricordo della strage di cristiani.


Il sito era stato edificato in memoria delle vittime di un attacco terroristico del 5 giugno 2022.

La Diocesi Cattolica di Ondo ha espresso la propria ferma condanna e considera inaccettabile l’improvvisa e inaspettata demolizione del Memorial Park di Owo. In una dichiarazione rilasciata il 25 giugno, Mons. Jude Ayodeji Arogundade, Vescovo di Ondo, ha lamentato la decisione del Governatore dello Stato di Ondo, Lucky Aiyedatiwa, di abbattere il parco commemorativo eretto in memoria delle vittime dell’attentato alla chiesa di San Francesco di Owo, avvenuto domenica 5 giugno 2022.

Il Vescovo ha sottolineato che questa azione rappresenta una “violazione del nostro comune rispetto per la dignità della vita e del ricordo che condividiamo dei nostri 41 fratelli e sorelle ingiustamente uccisi”. La realizzazione del Memorial Park era stata un atto di riconciliazione e di supporto alle famiglie delle vittime, un’iniziativa del governo statale mirata a creare uno spazio neutrale e comunitario per la memoria, la riflessione e la guarigione collettiva dopo il tragico attacco terroristico.

Mons. Arogundade ha ricordato che il parco commemorativo era stato progettato e costruito dall’amministrazione del precedente governatore di Ondo, Arakunrin Oluwarotimi Akeredolu, con lavori iniziati a marzo 2023 e completati entro giugno dello stesso anno. Durante tutto questo periodo, non erano state espresse obiezioni né proteste da parte di alcun ente. Inoltre, è stato chiarito che il sito era stato legittimamente acquisito e sviluppato dal governo statale, designato pubblicamente come parco commemorativo per onorare le vittime, e benedetto dalla Chiesa.

In risposta a questa distruzione, Mons. Arogundade ha indicato che “non appena abbiamo appreso della demolizione, la Diocesi ha redatto una lettera indirizzata al Governatore dello Stato di Ondo, richiedendo un’udienza ufficiale per comprendere le ragioni sottostanti all’abbattimento del Memorial Park”. Tuttavia, al momento della presente dichiarazione, sono trascorse oltre 72 ore senza ricevere alcuna risposta dall’ufficio del Governatore.

La Diocesi di Ondo rinnova il proprio appello affinché venga rispettata la memoria delle vittime e si ripristini la dignità delle loro famiglie, auspicando un dialogo costruttivo e rispettoso tra le autorità e la comunità.

Fonte: fides.org

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Fuggire per non morire.


La storia vera di un “minore non accompagnato” africano e cristiano.
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LA STORIA VERA DI UN “MINORE NON ACCOMPAGNATO” AFRICANO E CRISTIANO

La storia di René (nome di fantasia per ragioni di sicurezza) è incredibilmente drammatica, toglie il fiato. Un ragazzo che non ha mai sognato, né pensato, né deciso, né voluto venire in Italia. Eppure ci è arrivato, nel maggio 2016, a soli 17 anni, costretto da un susseguirsi di fatti inimmaginabili, quasi assurdi ma terribilmente veri, per i quali lui non ha alcuna colpa né responsabilità. Il libro non racconta solo le vicende che si snodano come la sceneggiatura di un film, ma entra nelle pieghe nascoste del cuore di un ragazzino che nel 2013 vede crollarsi il mondo addosso, perché uno sconosciuto lo avvicina insinuandogli il dubbio che suo padre non è il vero padre… Costretto a sottoporsi a ritualità ‘magiche’ che lui rifiuta, non ha scampo: chi avrebbe dovuto difenderlo si accanisce contro di lui. Minacciato e bastonato, non ha altra soluzione: fuggire per non morire! Dopo mesi trascorsi come ‘bambino di strada’ alla capitale, dopo incontri con persone ‘buone’ che poi saranno uccise o lo spingeranno ad andarsene via, si ritroverà in mano ai trafficanti di uomini, attraverserà il deserto del Ténéré, arriverà in Libia, lavorerà e perderà tutto, soldi e lavoro, ma resterà in vita. Attraverserà il Mar Mediterraneo e tutta l’Italia da Sud a Nord, fino a Bolzano. E qui la vita ricomincia, colma di speranza. Una storia di un “minore straniero non accompagnato”, uno tra le migliaia che partono, arrivano e talvolta scompaiono! Ma è anche una storia di coerenza con la propria fede cristiana. Una storia di accoglienza ben riuscita, una promessa di vita piena. In questo periodo in cui l’Italia si trova divisa tra chi rifiuta e chi accoglie, questo libro è una provocazione che spinge ragazzi, giovani e adulti a riflettere: se tutto questo fosse successo a me?

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Il cielo di luglio: Vega, la stella di Contact

edu.inaf.it/rubriche/il-cielo-…

Il cielo di luglio: la Luna, i pianeti, le Sud Delta Acquaridi, la stella Vega tra scienza e fantascienza, la ISS e la Tiangong sui cieli italiani!

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oggi, 1 luglio, a roma, al muciv: “quel che non puoi vedere / tentativi di visione”

Quel che non puoi vedere/Tentativi di visione


presentazione e discussione a più voci del video e del volume Quel che non puoi vedere / Tentativi di visione

Incontro parte del programma Storie d’EUR_Asia
Ingresso gratuito. Prenotazione consigliata


Intervengono:
Pierfrancesco Fedi, curatore delle collezioni cinesi e giapponesi delle Collezioni di Arti e Culture Asiatiche del MUCIV;
Anna Imponente, storica dell’arte;
Giuseppe Garrera, storico dell’arte e collezionista;
Alex Kerr, scrittore, esperto di arte e cultura giapponese, collezionista:
Federica Luzzi, artista;
Marcello Sambati, poeta e drammaturgo;
Naoya Takahara, artista;
Monica Vacca, psicoanalista membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi (SLP cf) e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP);

Modera:
Anna Imponente, storica dell’arte

museodellecivilta.it/events/qu…

“Quel che non puoi vedere/Tentativi di visione 試行、イメージへ”, Federica Luzzi, Naoya Takahara (a cura di), Edizioni Cambiaunavirgola, Roma 2025. Patrocinio Fondazione Italia Giappone.

“Quel che non puoi vedere/Tentativi di visione 試行、イメージへ”, è la restituzione in forma cartacea di cofanetto che raccoglie, oltre ai contributi degli artisti ideatori Federica Luzzi e Naoya Takahara, quelli di Gabriella Dalesio, Giuseppe Garrera, Alex Kerr, Monica Vacca, e degli artisti coinvolti – Flavio Arcangeli, Melissa Lohman, Simone Pappalardo, Marcello Sambati, Pasquale Polidori. Il cofanetto invita il lettore ad associare liberamente i vari materiali: oltre al libro, 22 foto, 3 haiku di Bashō e 3 racconti tradizionali giapponesi.

#AlexKerr #CuratoreDelleCollezioniCinesiEGiapponesiDelleCollezioniDiArtiECultureAsiaticheDelMUCIVAnnaImponente #Bashō #EdizioniCambiaunavirgola #FedericaLuzzi #FlavioArcangeli #FondazioneItaliaGiappone #foto #GabriellaDalesio #GiuseppeGarrera #haiku #MarcelloSambati #MelissaLohman #MonicaVacca #MuCiv #MuseoDelleCiviltà #NaoyaTakahara #PasqualePolidori #PierfrancescoFedi #poetaEDrammaturgoMonicaVacca #raccontiTradizionaliGiapponesi #SimonePappalardo #storicaDellArteGiuseppeGarrera

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filippo balestra oggi a roma: al goethe institut, con “parole in tutti i sensi”

https://www.artescienza.info/it/programma-it/parole-in-tutti-i-sensi-improvviso-teatro.html
Via Savoia, 15
Roma

goethe.de/ins/it/it/sta/rom/ve…

artescienza.info/it/il-festiva…

#FestivalArteScienza #FilippoBalestra #GoetheInstitut #performance #poesia #teatro

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Donne e violenza di guerra. Anche nel mondo antico


Ancora una volta l’archeologa e saggista Francesca Valbruzzi ci propone l’intervista ad un/una collega che ha di recente pubblicato un testo che può interessare non solo gli specialisti ma anche il grande pubblico. Nel caso del libro presentato oggi, il tema trattato è di scottante attualità. Si tratta di “Donne e violenza di guerra. Uno sguardo sull’età antica” di Mariarosaria Barbera, […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/07/01/donn…

#archeologia #donne #FrancescaValbruzzi #Grecia #Guerra #letteratura

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Decreto Sicurezza: note sulla relazione della Corte di Cassazione


A cura Antonello Ciervo – Giuristi Democratici
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Di seguito note a cura di Antonello Ciervo – esecutivo Associazione Nazionale Giuristi Democratici.

Con la relazione n. 33/2025 del 23 giugno scorso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione ha svolto una prima analisi sul contenuto del “Decreto legge sicurezza”, evidenziandone le criticità ed i potenziali profili di illegittimità costituzionale, oltre che di contrasto con il Diritto UE. In estrema sintesi, la Corte di Cassazione, seppur in sede non giurisdizionale, ha evidenziato quanto segue:

a) il “Decreto legge sicurezza” è radicalmente privo dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza di cui all’art. 77, secondo comma Cost., in considerazione del fatto che si tratta di un testo precedentemente inserito in un ddl di iniziativa governativa, già approvato dalla Camera dei Deputati e che, discusso in Commissione Affari Costituzionali al Senato, stava per essere approvato anche nel secondo ramo del Parlamento, tra l’altro con modifiche minime rispetto al testo originario;

b) il Decreto legge, anche in ragione del particolare – se non unico – iter di trasformazione da ddl a provvedimento di straordinaria necessità ed urgenza su cui è stata apposta la fiducia da parte del Governo, sia alla Camera che al Senato, ha leso le prerogative dei parlamentari ad emendare, discutere ed approvare il testo. La Corte, al riguardo, registra anche una violazione della c.d. “riserva di assemblea”, in ragione del contenuto eminentemente costituzionale della materia trattata (le norme penali contenute nel Decreto legge, infatti, riducono drasticamente la libertà personale ed i diritti civili dei consociati);

c) anche per questo motivo, numerosi principi costituzionali in materia penale sembrano essere violati dalle norme del Decreto legge e, in particolare, secondo la Cassazione:

– il principio di sussidiarietà e di extrema ratio della normativa penale;

– il principio di necessaria offensività;

– il principio di sufficiente determinatezza e precisione della fattispecie incriminatrice;

– il principio di personalità della responsabilità penale, il quale esige che la pena irrogata costituisca una risposta non soltanto non sproporzionata, ma anche il più possibile individualizzata, dovendo essere calibrata sulla situazione del singolo condannato, nonché il principio del finalismo rieducativo della pena;

– il principio di proporzionalità delle pene;

d) la Cassazione ha poi evidenziato come le nuove fattispecie introdotte con il Decreto legge sicurezza tendano a criminalizzare l’esercizio di una serie di diritti civili come la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), la libertà di riunione (art. 17 Cost.), nonché il diritto di sciopero (art. 40);

e) con specifico riferimento al nuovo reato di occupazione di immobili, la Cassazione ha evidenziato il rischio di una criminalizzazione anche dei semplici conduttori senza titolo, facendo rientrare in ambito penale situazioni che quotidianamente vengono risolte in sede civile, ossia privatamente. Invece, con riferimento alla nuova procedura di reintegrazione dell’immobile occupato e rilasciabile coattivamente a seguito di intervento delle forze dell’ordine (c.d. “sfratto di polizia”), la Cassazione ha osservato come desta perplessità la mancata previsione di un intervento in via di urgenza del P.M. prima dell’avvio della procedura, rendendo quest’ultima di fatto arbitraria. In ogni caso, osserva la Cassazione, il concetto di immobile “destinato a domicilio altrui” appare generico e non tassativo, in quanto riferito non solo alla destinazione del bene alle necessità abitative della persona offesa, ma anche eventualmente di altre persone non determinabili – parenti del proprietario o soggetti terzi. Inoltre, anche il concetto di “destinazione” del bene al domicilio risulta essere difficile da ancorare a dati oggettivi, potendo dipendere dalla volontà, eventualmente solo dichiarata, del proprietario dell’immobile di (cominciare ad) utilizzare il bene a fini abitativi (ad esempio, si potrebbe verificare un caso di occupazione a fini abitativi anche con riferimento ad un immobile utilizzato saltuariamente o di rado come “domicilio” dal proprietario, ovvero come case di vacanza o seconde case, temporaneamente sfitte). In ogni caso, osserva la Cassazione, la fattispecie potrà avere ad oggetto anche beni avente carattere pubblico, purché destinati all’uso abitativo, escludendosi così che la “destinazione a domicilio” possa riguardare immobili abbandonati o in disuso, privi di forniture elettriche o di acqua attive e/o di altri elementi idonei a soddisfare necessità quotidiane di carattere abitativo;

f) con riferimento alla nuova formulazione del reato di tutela di beni immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche (art. 639, secondo comma c.p.), la Corte di Cassazione ha espressamente riconosciuto che la riformulazione della fattispecie ha il chiaro obiettivo di criminalizzare gli attivisti di Ultima Generazione (e, aggiungiamo noi, anche di XR e FFF) che – com’è noto – per protestare contro i cambiamenti climatici prendono di mira le opere d’arte in maniera inoffensiva;

g) con riferimento al nuovo reato di rivolta carceraria, la Cassazione osserva come questa sia la norma probabilmente tra le più controverse del Decreto legge sicurezza: innanzitutto, non si fa alcun riferimento alla “legittimità degli ordini impartiti per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza”, con il rischio di criminalizzare anche il detenuto che si rifiuta di obbedire ad un ordine ingiusto/illegale della polizia penitenziaria. Al riguardo la Cassazione considera “aberrante” che la rivolta “possa realizzarsi mediante la mera mancata esecuzione di un ordine: detto diversamente, che la rivolta possa concretarsi nel non obbedire” ad un ordine ingiusto della polizia penitenziaria. A ciò si aggiunga poi che la norma criminalizza persino la resistenza passiva, non minacciosa e non violenta, dunque di per sé non offensiva perché pacifica. Per la Cassazione si tratta di una novità senza precedenti nel nostro ordinamento penale e prospetta, al riguardo, persino una violazione dell’art. 3, secondo comma della Costituzione, ossia il principio di uguaglianza sostanziale oltre che il “principio democratico in sé considerato”, trattandosi di una ipotesi punitiva “integrante una chiara violazione dei diritti costituzionali che presidiano l’espressione della protesta” e la libertà di manifestazione del pensiero, in quanto “si assisterebbe alla compressione di un diritto fondamentale, già necessariamente limitato dallo status detentivo, a fronte di condotte connotate da scarsa offensività e asseritamente lesive di un bene giuridico dai contorni poco definitivi”;

h) con riferimento alla criminalizzazione del blocco stradale, la Cassazione fornisce da subito un’interpretazione costituzionalmente orientata di questo “nuovo” reato, osservando come “si potrebbe ritenere che la condotta di chi impedisce la libera circolazione non si sia realizzata nel caso di turbative di minima rilevanza, quale quella di porsi davanti ad un’auto tenendo uno striscione per alcuni secondi, oppure quella di realizzare con il proprio corpo un ostacolo al traffico stradale, ma che sia in concreto facilmente superabile o aggirabile con una manovra non pericolosa. Del resto, il riferimento contenuto nella norma ad una condotta di ostruzione della strada, idonea ad “impedire” la libera circolazione, impone di considerare rilevanti, ai fini della consumazione del reato, esclusivamente condotte tali da ostacolare in modo significativo la circolazione, così da cagionare una effettiva, rilevante e apprezzabile dal punto di vista temporale, turbativa al traffico stradale e ferroviario”. In ogni caso, aggiunge la Cassazione, si tratta di una fattispecie che criminalizza la libertà di riunione e la libera manifestazione del pensiero, oltre che il diritto di sciopero, con l’effetto di incidere profondamente sull’attività di pubblica manifestazione del dissenso dei consociati. Al riguardo, aggiunge la Cassazione – citando autorevole dottrina costituzionalistica (Algostino) – si incriminano indirettamente forme di protesta che, per quanto possano risultare moleste, sono sempre forme di espressione di dissenso che andrebbero affrontate sul piano del dialogo più che su quella della incriminazione, considerato che il blocco stradale (o ferroviario) costituisce uno strumento utilizzato in occasione di scioperi o manifestazioni di protesta e come tale è un mezzo attraverso il quale si esprimono il dissenso, il disagio sociale, il conflitto nel mondo del lavoro;

i) infine, con riguardo alle norme che chiudono la filiera agroindustriale della canapa, la Cassazione osserva come esse siano pacificamente incostituzionali e in contrasto con il diritto europeo: l’improvviso divieto della raccolta delle infiorescenze di una coltura agricola autorizzata per anni, infatti, impattando su un mercato persino incentivato dalla UE, violerebbe – ad avviso della Corte – il principio di libertà di iniziativa economica privata ex art. 41 Cost., provocando gravi danni economici agli imprenditori e agli operatori coinvolti, poiché la sostanza non può essere considerata una droga ma appunto una “merce agricola”. La Cassazione, pertanto, osserva come la norma si ponga in evidente contrasto con il principio della libera circolazione delle merci all’interno dell’UE (artt. 34 e 36 TFUE) in maniera non proporzionale, “non essendovi evidenze scientifiche che provino che le infiorescenze di canapa e i derivati di varietà di canapa con un contenuto di THC inferiore allo 0,3 per cento siano una minaccia per la sicurezza e la salute pubblica”. Del resto, aggiunge la Corte, il recente Regolamento UE n. 2021/2115 annovera ed incentiva, ai fini del diritto all’aiuto finanziario, una serie di coltivazioni tra cui la pianta di Cannabis sativa, stabilendo che le superfici utilizzate per la produzione di canapa sono considerati ettari ammissibili al pagamento del contributo europeo se il tenore di tetraidrocannabinolo delle varietà coltivate non supera lo 0,3%. A ciò si aggiunga che, a livello europeo, la canapa è oggetto di normale attività di coltivazione e i prodotti ottenuti dalla stessa circolano liberamente: pertanto, osserva la Corte, è del tutto incompatibile con il diritto UE il divieto introdotto dal Decreto legge. La Cassazione, al riguardo, ricorda la sentenza della Corte di giustizia UE (Kanavape), relativa alla messa in commercio in Francia di una sigaretta elettronica il cui liquido conteneva CDB. Ebbene la Corte di Giustizia ha osservato come “gli artt. 34 e 36 TFUE devono essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale che vieta la commercializzazione del CBD legalmente prodotto in un altro Stato membro, qualora sia estratto dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza e non soltanto dalle sue fibre e dai suoi semi, a meno che tale normativa sia idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo della tutela della salute pubblica e non ecceda quanto necessario per il suo raggiungimento”. Pertanto, eventuali provvedimenti restrittivi a tutela della salute pubblica devono basarsi su “dati scientifici disponibili” e non su “considerazioni puramente ipotetiche”. Per la Corte di Lussemburgo, infatti, la decisione di vietare la commercializzazione, “la quale costituisce, l’ostacolo più restrittivo agli scambi aventi ad oggetto prodotti legalmente fabbricati e commercializzati in altri Stati membri, può essere adottata soltanto qualora l’asserito rischio reale per la salute pubblica risulti sufficientemente dimostrato in base ai dati scientifici più recenti disponibili al momento dell’adozione di siffatta decisione” e “nell’esercizio del loro potere discrezionale in materia di tutela della salute pubblica, gli Stati membri devono rispettare il principio di proporzionalità. I mezzi che essi scelgono devono essere pertanto limitati a quanto effettivamente necessario per garantire la tutela della salute pubblica, e devono essere proporzionati all’obiettivo così perseguito, il quale non avrebbe potuto essere raggiunto con misure meno restrittive per gli scambi intracomunitari”. La Cassazione osserva, infine, come oltre all’esclusione degli effetti psicotropi del CBD, che non può essere considerato sostanza “stupefacente”, la sentenza della Corte UE riconosce in maniera univoca la natura agronomica della pianta di canapa, affermando che l’estrazione del CBD può avvenire direttamente dalla piantagione considerata nella sua interezza e non soltanto dalle sue fibre e dai suoi semi. Osserva quindi la Cassazione come “Sulla base di questo stesso principio di diritto, l’art. 18 d.l. sicurezza, nella parte in cui pone un divieto generalizzato (importazione, lavorazione – eccetto quella per la produzione agricola dei semi, – detenzione, cessione, distribuzione, commercio, trasporto, invio, spedizione, consegna, vendita al pubblico e al consumo) di prodotti costituiti da infiorescenze di canapa (anche in forma semilavorata, essiccata o triturata) o contenenti tali infiorescenze (compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati), siccome costituente misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative delle importazioni, potrebbe risultare vietato dall’art. 34 TFUE, quindi porsi in contrasto con la disciplina unionale, come autoritativamente interpretata dalla Corte di giustizia, la quale consente ai prodotti derivati dalla canapa industriale nella sua interezza di circolare liberamente all’interno degli Stati membri ai sensi degli artt. 34 e 36 TFUE”.

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Note dal Convegno “Legge Sicurezza”: contro le Legge spinte autoritarie, questioni di costituzionalità e tutela dei diritti umani a Padova il 21 giugno 2025


Partecipata ed appassionata la presenza al Convegno “Legge Sicurezza”: contro le spinte autoritarie, questioni di costituzionalità e tutela dei diritti umani , promosso da Associazione Nazionale Giuristi Democratici e Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, Università di Padova che si è svolto a Padova il 21 giugno 2021.

La qualità degli interventi nei diversi momenti dell’incontro attesta l’impegno di chi è intervenuto nel portare un contributo utile a tracciare un percorso collettivo di opposizione al Decreto Sicurezza oggi Legge, proprio a partire dalle diverse specificità e competenze come nelle migliori jam session musicali.

Proponiamo solo alcune brevissime note a caldo. Quanto prima saranno disponibili a cura del Centro Diritti Umani le registrazioni video integrali degli interventi e sarà cura dei GD far circolare in forma di opuscolo le interessanti relazioni svolte.

La giornata si è aperta con le brevi introduzioni dei promotori.

Il primo a prendere la parola è stato il Marco Mascia a nome del Centro Diritti Umani. Al centro del suo intervento la pericolosità dell’attacco al diritto, che dovrebbe essere bussola della politica, sul piano internazionale e locale. Nel tempo della presa di potere di sovranisti, nazionalisti e populisti questa connessione va analizzata nella sua complessità per alimentare forme di contrasto capaci in maniera innovativa di saldare quel che accade nel mondo con i fatti di casa nostra.

Roberto Lamacchia, copresidente GD ha ricordato i motivi che hanno portato a elaborare l’idea dell’iniziativa a fronte delle preoccupazioni che fin dall’inizio l’associazione ha avuto nei confronti del Decreto Sicurezza poi diventato legge attraverso una forzatura di iter anch’essa preoccupante, a dir poco. L’obiettivo che ci è proposti era quello di realizzare nella stessa giornata un approfondimento dottrinario e un momento di confronto per rafforzare la volontà comune di opporsi in maniera concreta nelle aule di tribunale alle norme approvate attraverso le questioni di illegittimità costituzionale.

Aurora D’ Agostino, copresidente GD ha esordito dicendo che la presenza al Convegno non solo di avvocati o giuristi ma anche esponenti di realtà associative, studenti e studentesse è importante proprio per lanciare il messaggio che ritrovarsi insieme, aprire spazi di approfondimento ed azione fuori e dentro le aule di Tribunale è fondamentale per scardinare l’autoritarismo alla base delle norme della nuova Legge Sicurezza. Automatismi, eccessività della pena, il tabù del tema della gestione di Pubblica Sicurezza sono alcuni degli aspetti che vanno affrontatati per contrastare anche attraverso lo strumento della legittimità costituzionale l’intera Legge Sicurezza e le sue singole norme. “Difendersi e contrattaccare con il sistema democratico” ha concluso augurando buon lavoro per la giornata.

E’ seguito il saluto di benvenuto fatto da Francesca Venturini a nome dell’Associazione Giuristi Democratici di Padova che ha sottolineato l’importanza di una discussione comune sui profili problematici dell’impianto normativo e le ricadute che possono avere sull’intero tessuto democratico.

La mattinata si è articolata in due panel coordinati con maestria dalla Professoressa Paola Degani del Centro di Ateneo per i Diritti Umani – Università di Padova che ha ospitato l’iniziativa.

Ad apertura della prima sessione Paola Degani ha sottolineato l’importanza del confronto nel momento in cui stiamo assistendo a torsioni antidemocratiche che si inseriscono in una sorta di anti umanesimo legislativo in cui si usano volutamente orientamenti targhetizzanti per un attacco complessivo ai diritti soggettivi ed umani.

Alessandra Algostino dell’Università di Torino non ha usato mezzi termini nel definire un atto eversivo il passaggio del Decreto Sicurezza in Legge visto che l’inter di trasformazione deve avere precisi requisiti di necessità ed urgenza oltre al fatto che ci dovrebbe essere omogeneità nel provvedimento. Questi aspetti inquietanti insieme all’uso spregiudicato della fiducia portano ad una deriva autoritaria che , squilibrando i poteri, incide sulla forma stato. Per questo è importante guardare con le lenti costituzionali alle norme per incidere sugli aspetti di repressione del dissenso, la forzatura del passaggio da stato sociale a stato penale, l’introduzione di privilegi istituzionali. L’intervento puntuale si è soffermato su tutti questi temi per chiudersi sull’importanza di impostare con chiarezza le tante questioni di legittimità costituzionale da presentare.

Fabio Corvaja dell’Università di Padova, partendo dagli spunti presentati, ha approfondito la libertà di riunione come un presupposto del sistema democratico che spetta ai cittadini, tutti nell’accezione più piena e il nesso tra esercizio della libertà di riunione e la sovranità popolare. Aspetti già toccati dalla giurisprudenza costituzionale che vanno sempre tenuti presenti. Altro punto toccato è stato quanto norme presenti nella Legge Sicurezza che agiscono ex ante e non ex post si inseriscano nel solco di limitazioni autoritarie della libertà di riunione con un effetto intimidatorio sull’intera azione sociale. L’imbrattamento dei muri da pura espressione del pensiero diventa comportamento che può portare in carcere come per reati ben più gravi in contraddizione con il principio della congruità della pena, l’uso di norme che trasformano in reati condotte inserite nel diritto riconosciuto di sciopero lede un diritto fondamentale preminente, l’eccessiva tutela delle Forze dell’ordine crea un vulnus ai principi di eguaglianza. Sono tutti aspetti che portano a carichi sanzionatori molto cupi da maxi processi. “Il Re è nudo” ha concluso e speriamo che “non finisca come nella favola di Andersen in cui il bambino che dice la verità viene preso a bastonate”.

Antonello Ciervo di Unitelma, Sapienza Università di Roma ha aperto il suo intervento collocando le vicende italiane nel contesto internazionale, citando le contraddizioni del Consiglio dei Ministri sui dazi di Trump proprio nello stesso momento in cui si decideva la trasformazione del Decreto Sicurezza in Legge per “reprimere oggi quelli che domani protesteranno quando i dazi saranno applicati”. Ha continuato soffermandosi su punti particolarmente contradditori presenti in vari articoli della Legge che forzano sistematicamente aspetti legislativa all’interno di una logica che non è solo una patologia securitaria ossessiva ma il punto di partenza per un complessivo disegno di modifica costituzionale verso uno stato autoritario.

Paolo De Stefani dell’Università di Padova ha illustrato approfonditamente le preoccupazioni contenute nelle comunicazioni dei Relatori speciali dell’ONU in riferimento al Decreto Sicurezza. Un intervento molto utile sia per capire meglio le dinamiche sottese all’operato di questi esperti indipendenti che agiscono all’interno delle strutture dell’ONU sia per riflettere su come utilizzare efficacemente il piano internazionale nelle vicende giuridiche nostrane. La relazione ha illustrato in maniera precisa in particolare l’operato del Relatore Internazionale in tema di diritto all’abitare.

A seguire si è svolto il secondo panel in cui sono intervenuti esperti penalisti sempre coordinato da Paola Degani che ha intervallato gli interventi sottolineando gli spunti per analizzare i problemi posti dalla Legge in maniera efficace a contrastare il clima politico complessivo.

Il primo a prendere la parola è stato Antonio Cavaliere dell’Università di Napoli constatando positivamente come sui punti critici della Legge ci sia attenzione comune da parte di professori di Diritto penale, magistrati come quelli dell’ANM e avvocati delle Camere Penali. Voci critiche da fronti diversi che fanno ben sperare per un contrasto articolato alle logiche sottese dalla legge. Si tratta di mettere in campo un piano culturale per affermare il valore di una sicurezza reale non solo di misure atte a rassicurare in maniera simbolica l’opinione pubblica. Approfondire la critica sul piano legislativo complessivo afferente all’uso dei decreti legge che ha ricordato dovrebbero essere basati su necessità e urgenza come fondamenti non solo da enunciare ma da dimostrare. Riaffermare l’uso del diritto penale come arma estrema non come supplenza ad un generico concetto di legalità usato per altri fini. L’intervento ha affrontato i temi come il principio di offensività, la proporzione della pena per affrontare non in maniera generica gli aspetti di legittimità costituzionale delle norme approvate.

Gian Luigi Gatta dell’Università Statale di Milano, Presidente dell’Associazione dei Professori Penali ha aperto il suo intervento analizzando come ci troviamo in un contesto di populismo non solo in Italia e come viviamo in un tempo di campagna elettorale permanente che porta alla continua enfatizzazione mediatica degli argomenti. I penalisti dovrebbero diventare nuovi virologi a cui si chiede di risolvere ogni male in una situazione in cui l’obiettivo per i politici è creare, mantenere il proprio consenso nell’opinione pubblica. Mantenere saldi principi fondamentali come la libertà del dissenso, la necessità della legittimità costituzionale delle norme è quanto mai importante in un momento in cui si vuol far valere una sorte di delegittimazione 2.0 della Carta Costituzionale così come della Magistratura.

La mattinata è stata chiusa dall’intervento di Chiara Pigato dell’ASGI che ha portato l’attenzione su alcune norme specifiche riguardanti i migranti nell’accezione più ampia. In particolare ha ben illustrato come la norma riferita alla vendita di SIM telematiche a cittadini stranieri colpisca i richiedenti asilo, una categoria che internazionalmente è riconosciuta come da tutelare. Ha poi concluso toccando anche il tema della criminalizzazione delle proteste nei CPR. Aspetti inquietanti nel tentativo costante di esternalizzare fino all’invisibilità soggetti specifici per spostare problemi reali sempre più lontano dai nostri occhi.

Alla conclusione della mattinata abbiamo chiesto a Paola Degani un breve commento sui lavori.

PAOLA DEGANI

Il convegno ha proposto una riflessione sul DL sicurezza, oggi Legge sicurezza che si è declinata sul piano concettuale, teorico ed anche esaminando le potenziali implicazioni dal punto di vista dei profili di legittimità costituzionale nonchè dal punto di vista del profilo penalistico delle nuove norme.

Il primo panel ha riguardato una serie di interventi inerenti i profili costituzionali che vengono toccati dalla Legge. Profili che peraltro intersecano la rilevanza penale. Proprio il tema della rilevanza penale è stata oggetto specificamente del secondo panel che si è concluso con un intervento specifico in materia di migrazione visto che anche questo Decreto legge oggi Legge non ha omesso di prendere in considerazione in chiave restrittiva talune condizioni che riguardano esplicitamente i soggetti stranieri presenti nel nostro territorio.

Due momenti di approfondimento contigui assolutamente prossimi l’uno all’altro e direttamente correlati. Il primo più attento alle norme costituzionali e ad una loro lettura alla luce del Decreto legge introdotto e la seconda parte invece più vicina, direttamente esplicitativa delle questioni rilevanti sul piano penale.

Il pomeriggio sarà dedicato ad un confronto tra avvocati su quali possono essere le strategie con cui affrontare la casistica che si sta già creando con questa nuova Legge.

Dopo la pausa con il buffet curato dalle storiche Cucine Popolari di Padova allestito negli accoglienti spazi del Centro è iniziata la parte pomeridiana, in cui i numerosi interventi hanno dimostrato la voglia di contendere nelle aule di Tribunale dotandosi degli strumenti e suggerimenti stimolati dalla prima parte della giornata.

A Giuseppe Romano, che insieme a Aurora d’Agostino ha coordinato i lavori pomeridiani abbiamo chiesto un veloce commento.

GIUSEPPE ROMANO

Abbiamo cercato di tradurre da un punto di vista concreto le numerose ed interessanti sollecitazioni della mattina.

Come primo punto da affrontare ci pare utile cercare di capire la tempistica di presentazione delle questioni di legittimità costituzionale. Tecnicamente si potrebbero presentare anche nell’udienza detta pre-dibattimentale, una specie di udienza filtro, dove però c’è il rischio che alcuni giudici ritengano di non poter procedere rimandando la questione all’esito. Questo comporterebbe lo scivolamento anche di anni; il che vale in assoluto anche per altri fasi del dibattimento. Sollevare davanti ai giudici territoriali dei dubbi che le norme siano in contrasto con la Carta Costituzionale significa che se un giudice accoglie le eccezioni, le deve trasmettere a Roma alla Corte Costituzionale per vagliare la legittimità delle disposizioni e sappiamo che per vari motivi l’iter diventa molto lungo. Questo è un problema reale nel momento in cui queste norme vengono applicate e creano inevitabilmente un tentativo di influenzare le proteste nelle piazze etc… La tempistica di presentazione diventa fondamentale e c’è la necessita di accelerare la discussione per capire dove proporre le questioni.

Abbiamo poi affrontato diversi temi sullo stimolo degli interventi della mattina.

Il principio di offensività in riferimento ad esempio al blocco stradale o alla resistenza passiva in carcere come condotte che potrebbero essere sospette proprio di mancare di quella offensività che la Costituzione richiede nella normazione penale.

La tassatività, chiarezza e determinatezza di scrittura delle norme. Noi stessi, che ci occupiamo spesso di processi contro attiviste e attivisti del diritto all’abitare, non abbiamo capito se colui che entra in una casa abbandonata, magari forzando la porta, elemento questo di violenza richiesta dalla norma, risponderà del vecchio reato di invasione o del nuovo reato di occupazione di domicilio. La nuova norma parla non solo di domicilio, il che farebbe pensare che chi entra in una casa abbandonata non commette reato, ma anche di immobile destinata a domicilio. Possiamo supporre che per qualche Pubblico ministero anche una casa abbandonata potrebbe essere ritenuta destinata a domicilio. Si capisce bene che c’è un reale problema di interpretazione. Se noi che siamo tecnici di questo tipo di reati abbiamo dei dubbi tanto più il cittadino sarà in grave difficoltà a capire in quale norma potrebbe ricadere. Si crea un vulnus che a potrebbe avere a che fare con la violazione proprio del principio di conoscibilità e determinatezza fondante quando si scrivono le norme. Una scrittura volutamente opinabile, che si presta a interpretazioni discutibili, vale per altri aspetti della legge e va sottolineata tanto più se si creano sovrapposizioni normative di difficile comprensione.

L’importanza di capire e socializzare le forme migliori con cui utilizzare la normativa internazionale nelle nostre attività difensive.

I molti interventi di colleghe e colleghi hanno arricchito il dibattito aggiungendo altri temi importanti. Ne citiamo solo alcuni.

La questione delle body cam della polizia: non essendoci una chiara normativa sulla loro attivazione questo potrebbe inquinare i vari procedimenti con una narrativa puramente accusatoria ed in più c’è l’aspetto della non accessibilità delle registrazioni nella loro completezza.

L’ installazione delle Zone Rosse già impugnata da alcune Camere penali.

L’esercizio del diritto ad usare le scriminanti. Per esempio per i blocchi stradali nelle lotte della logistica esiste già una giurisprudenza favorevole sulla contrapposizione tra alcuni diritti riconosciuti come quello di sciopero e alcuni fatti che si inseriscono in questo diritto. Non occorre andare in Corte Costituzionale perché ci sono già sentenze di assoluzione in cui il giudice ha proceduto con l’assoluzione perché i sindacati esercitano il loro diritto allo sciopero anche se fermano dei mezzi di trasporto. Queste sentenze vanno conosciute e fatte circolare.

E’ emerso un tema di profonda preoccupazione in merito alla questione casa-occupazioni quando il legislatore vede come reati l’intromissione e cooperazione, perché se per la prima fattispecie si può forse intuire che ci si riferisca a chi partecipa ad iniziative di sostegno alle occupazioni o a blocchi degli sfratti la seconda non si capisce se è riferita addirittura a forme come gli sportelli di consulenza. Un pomeriggio ed una giornata intera caratterizzata da un buon clima di condivisione fondamentale nel momento in cui diversi attori del mondo del diritto, del mondo penale si stanno confrontandosi su questi temi.

La giornata si è chiusa con gli interventi dei Co-Presidenti dei GD Aurora d’Agostino e Roberto Lamacchia.

ROBERTO LAMACCHIA

Per trent’anni quando se ne presentava il caso non ho mai smesso di sollevare la questione che prima di caricare i manifestanti ci doveva essere un preventivo avviso di scioglimento della manifestazione, per la precisione accompagnato da squilli di tromba, avviso al megafono, fascia tricolore.

Per dovere di cronaca in trent’anni ho visto solo una volta in cui un Pubblico ufficiale si è messo la fascia tricolore, ha preso un megafono, dato l’avviso e poi ha massacrato i manifestanti. In tutti gli altri casi non è mai stato dato nessun avviso, le cariche ci sono sempre state e i manifestanti sono stati massacrati ugualmente. Ho sollevato la questione per trent’anni e mi sono sentito dire che gli squilli di tromba erano anacronistici come lo stesso megafono. Ho tenuto il punto perché anche se squilli e megafono non c’erano almeno bisogna dirlo a voce. Ma in ogni caso l’eccezione veniva respinta.

Due anni fa circa incredibilmente ho trovato un giudice che ha detto che non c’era nulla che impedisse al pubblico ufficiale responsabile di dire “la vostra manifestazione in questo momento è diventata illegittima vi dovete sciogliere se non vi sciogliete caricheremo” e per questo il Tribunale ha assolto tutti gli imputati.

Questo per dire che tenere il punto penso sia importante perché qualcuno mi deve dire la ragione per la quale non abrogano il Testo Unico di Pubblica sicurezza visto che se il Testo continua ad esistere mi pare che sia pacifico che deve essere applicato laddove dice che è illegittimo qualunque uso della forza che non sia preceduto dall’invito ai manifestanti a demordere dal loro comportamento.

Ho fatto questo esempio per invitare tutti ad insistere sulle nostre teorie che riteniamo fondate. A mio avviso è questo lo spirito che ci deve animare.

AURORA D’AGOSTINO

Sono molto contenta dell’incontro di oggi, perché è stato un incontro tra il formale e l’informale che ha approfondito molti aspetti.

In sintesi mi pare di poter affermare che ci troveremo davanti nella nostra attività legale a scontrarci con norme a favore della poliziai e a sfavore qualunque forma di opposizione. Faremo più che altro processi per resistenza e lesioni aggravate a Pubblico ufficiale. In trent’anni ne ho fatti molti di processi per resistenza pubblico ufficiale però oggi cominciano ad avere una piega, una pesantezza diversa.

Credo che se il nostro obiettivi in quanto legali sia evitare la prospettiva della pena e del carcere per più gente possibile sia anche necessario oggi più che mai fare un lavoro anche culturale. Sottolineo l’aspetto del piano culturale complessivo, che veniva richiamato negli interventi di questa mattina, perché ci sono aspetti che perfino noi abbiamo introiettato con il passare del tempo. La questione manifestazione autorizzata o non autorizzata, il fatto che sia legittimo o meno manifestare e altri aspetti che abbiamo lasciato passare. Su questo non esito a fare autocritica. Mi riferisco a Daspo, fogli di via che oggi vediamo applicati in molte situazioni e che all’inizio quando venivano sperimentate per prima cosa sulle tifoserie non abbiamo affrontato con la dovuta attenzione perché riguardavano soggetti diversi di cui francamente non ci occupavamo. Proprio perché una determinata prassi, un determinato istituto si consolida su un soggetto specifico e poi viene esteso a molti è importantissimo bloccare alcune cose fin dal principio.

Due giorni di prognosi per un Carabiniere – e sappiamo che due giorni al Pronto Soccorso non si negano a nessuno – valgono due anni di carcere per un imputato. In questo scenario dobbiamo riportare l’attenzione su concetti base, affrontare con caparbietà il discorso sul valore di autorità, sull’autoritarismo, sulla legalità e illegalità.

E’ importante fare anche un discorso riguardo alle forme della resistenza. Nel nostro recente passato ci sono state ben altre espressioni di piazza, di manifestazioni e se si fossero usati i parametri che vogliono imporre oggi avrebbero dovuto “fucilare in pubblica piazza” un sacco di gente. Per cui riacquistare un minimo di sano ragionamento su aspetti come la penalizzazione della resistenza passiva, della resistenza non violenza penso sia un elemento utile per scardinare immediatamente quello che vogliono imporre con le norme di cui stiamo parlando. Anche perché se lasciamo passare queste norme che cercano di inserire per i carceri e i migranti non tarderemo a vedere che verranno estese a tutte quante le situazioni.

Dobbiamo fare dei veri picchetti contro la deriva autoritaria che sta avanzando, se no non ne usciamo.

Vi ringrazio di questa giornata in cui si è percepito un interesse, una passione reale.

Ricordo per chi ancora non lo sapesse che c’è anche un buon numero di avvocate ed avvocati, impegnate ed impegnati a vario titolo nella difesa delle diverse forme di movimento, che sta cercando di creare una rete che possa essere utile quantomeno a fare circolare le sentenze positive e a far conoscere anche i provvedimenti negativi per ragionare insieme sulle forme di critica da portare.

Si percepisce un bel clima di collaborazione. Non lo vedevo da parecchio tempo, l’ultima volta che ho visto qualcosa di simile penso sia stato all’epoca del processo di Genova o sulla Tav che essendo processoni collettivi costringevano a ragionare insieme. La differenza è che oggi non stiamo parlando necessariamente di processoni collettivi ma invece di difesa collettiva di situazioni analoghe, magari anche individuali. E’ importante proprio oggi la condivisione e per questo ringrazio chi si è fatto maggiormente carico di avviare questo percorso.

Usciamo da questa giornata con la contentezza del bel clima tra di noi che va coltivato e mantenuto.

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cari amici moderati


src: instagram.com/p/DLiNdNYoO1y/

cari amici moderati, amici “7 ottobre!”, amici “che però israele”, amici “antisemitismo!”, “equidistanza”, “genocidio non è la parola”, eccetera, capite?

o non capite?

da quasi due anni condivido valanghe di #prove .
cosa vi serve ancora? esattamente, cosa deve fare ancora lo stato colonialista razzista e genocidario per farvi posare la forchetta e profferire un “oh”?

non mi fate ripetere quello che è chiaro a tutto il mondo tranne che a voi.

dunque. mettiamoci d’accordo, ora:
qui su slowforward.net andate nella barra della ricerca e digitate “Palestina”.

quando avrete letto e visto tutto quello che ho letto e visto e (lo sapete) condiviso in questi anni, potremo parlare. penso che vi troverò diversi. o vi troverò meno amici.



qui di seguito solo pchissimi aggiornamenti recenti

l’estremismo genocida di yehuda vach: facebook.com/share/p/1AiRrHHqv…

Francesca Fornario: 700 Rabbini, oltre 50 sinagoghe, più di 21mila ebrei hanno comprato una pagina del Nyt e cartelloni luminosi in giro per Ny per chiedere a Israele di fare entrare gli aiuti umanitari a Gaza. facebook.com/share/v/18GSaY1Za…

Arwa Mahdawi: ‘Gaza must be eliminated’: Israel’s airwaves are filled with pro-genocide propaganda (The Guardian, 27 Jun 2025): theguardian.com/commentisfree/…

baby rescued from the rubble: instagram.com/reel/DLe5CvhqXGk…

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+30% di attacchi da parte dello squadrismo sionista in Cisgiordania

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a girl under the age of six, almost killed by an israeli airstrike

slowforward.net/2025/06/30/a-g…

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after the israeli bombing of the osama bin zaid school, in gaza (short video)

slowforward.net/2025/06/30/aft…

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l’orrore è indescrivibile. i bambini colpiti alla testa: instagram.com/reel/DLfPmDZobKI…


#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #bombing #bombedschools #bombedshelters #charredbodies #peopleburnedalive #haaretz

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+30% di attacchi da parte dello squadrismo sionista in cisgiordania


src: facebook.com/share/p/1AY5ybFeT…

Attacks by illegal Israeli settlers on Palestinians in the occupied West Bank have surged by 30% this year, Israeli figures showed on Sunday.

Israel’s Army Radio, citing government data, said the first half of 2025 saw 414 settler attacks, up from 318 in the first half of last year.

“This represents a significant increase of about 30% compared to the same period last year,” it said.

“This increase is reflected not only in the number of attacks but also in their severity, as the attacks are becoming more and more severe,” the radio said, citing a senior military official.

#bambini #children #Cisgiordania #coloni #coloniIllegali #colonialism #Gaza #genocide #genocidio #IDF #illegalSettlers #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #settlers #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #WestBank #zionism


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alcuni podcast recenti (pod al popolo, 60-71)


alcuni podcast recenti:

pod al popolo, #060: audio integrale dell’incontro all’università di padova: “scrittura di ricerca, tra verbale e non verbale” (17 apr. 2025)
@ archive: archive.org/details/pap060_com…

pod al popolo, #061: audio integrale della presentazione di “senza riparo”, di guido mazzoni (laterza, 2025) @ libreria tomo
@ archive: archive.org/details/pap061_gui…

pod al popolo, #062: audio di parte del primo giorno di dialoghi @ blocco 13, sul lavoro artistico di alberto d’amico e l’attività dello studio campo boario
@ archive: archive.org/details/pap062__il…

pod al popolo, #063: audio del secondo giorno di dialoghi @ blocco 13, sul lavoro artistico di alberto d’amico e l’attività dello studio campo boario
@ archive: slowforward.net/2025/06/09/pod…

pod al popolo, #064: notille sulla scrittura asemica, (1) antonio francesco perozzi
@ archive: archive.org/details/pap-064-an…

pod al popolo, #065: lettura di mg da “prima dell’oggetto” (déclic 2025), villa lais, roma, 28 mag. 2025
@ archive: archive.org/details/pap-065-le…

pod al popolo, # 066: presentazione di “nz”, di antonio syxty (ikonalíber) a roma, studio campo boario, 3 giu. 2025
@ archive: archive.org/details/pap066_pre…

pod al popolo, # 067: vincenzo ostuni, “faldone” (il saggiatore), presentazione a milano, 11 giu. 2025
@ archive: archive.org/details/pap-067-pr…

pod al popolo, #068: audio del terzo giorno di dialoghi @ blocco 13, sul lavoro artistico di alberto d’amico e l’attività dello studio campo boario
@ archive; archive.org/details/pap-068-bl…

pod al popolo, #069: lettura di mg @ ‘roma chiama poesia’, teatro basilica, 31 mag. 2025
@ archive; archive.org/details/pap069_Rom…

pod al popolo, #070: reading perinelli giovenale @ studio campo boario, 17 giu. 2025
@ archive: archive.org/details/pap-070-pr…

pod al popolo, #071: “un’apocalisse che accompagna un ritorno all’ordine che era già in corso”
@ archive: archive.org/details/pap-071-un…

#060 #068 #069 #070 #071 #60 #71 #alcuniPodcastRecenti #audio #PAP #podAlPopolo #podcast


pod al popolo, #060: audio integrale dell’incontro all’università di padova: “scrittura di ricerca, tra verbale e non verbale” (17 apr. 2025)


Audio completo dell’incontro dedicato alle scritture di ricerca, nell’ambito del modulo ‘Laboratorio poesia’: Elisa Barbisan in dialogo con MG. Su Pod al popolo. Il podcast irregolare, ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

#asemic #asemicWriting #audio #ElisaBarbisan #gammm #JeanMarieGleize #LaboratorioDiPoesia #MarcoGiovenale #materialiVerbovisivi #mp3 #Oggettistica #PAP #pap060 #pap060 #podAlPopolo #podcast #prosa #ProsaInProsa #proseInProsa #ricercaLetteraria #scritturaAsemica #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #seminariDiPoesia #slowforward #sperimentalismo #Tic #TicEdizioni #UltraChapbook #UltraChapBooks #UniversitàDiPadova


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Anglismi o anglicismi? Il teatrino dei linguisti tra bufale e fisime snobistiche


Di Antonio Zoppetti

Meglio parlare di anglismi o di anglicismi?
Voglio tornare su una questione già affrontata qualche anno fa (→ “Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?”) raccontandone un po’ meglio la storia con spirito critico. Perché è una storia densa di assurdità quasi comiche e allo stesso piuttosto significativa per descrivere lo strano atteggiamento di certi linguisti.

Anglismi, anglicismi e inglesismi sono sinonimi in uso

La premessa è che è perfettamente lecito parlare sia di anglismi sia di anglicismi: sono sinonimi del tutto equivalenti e scegliere una forma o l’altra non ha a che fare con il vocabolario o la grammatica ma con le scelte sociolinguistiche dei parlanti. La terza via sarebbe quella di usare inglesismi, la forma più popolare, più immediata e comprensibile, e proprio per questo oscurata dalle varianti considerate più dotte e sfoggiate dagli addetti ai lavori che però si dividono in due scuole, o correnti, ma forse bisognerebbe parlare di religioni.

Se analizziamo le occorrenze delle tre espressioni sull’archivio di Google Libri, vediamo che inizialmente – tra il Settecento e l’Ottocento – prevaleva la forma più popolare inglesismo, poi nel corso del Novecento si è fatta strada l’alternativa anglicismo seguita dalla meno frequente variante anglismo, che sono entrambe voci dotte.

Appare significativo che, stando al grafico, negli ultimi tempi la forma popolare stia guadagnando terreno sulle voci specialistiche, e forse non è un caso.

Anglicismo” è attestato dal Settecento

Passando dalle frequenze alla letteratura, la prima attestazione della parola “anglicismo” era solo una provocazione, una boutade fatta nell’epoca in cui era il francese a essere la lingua dominante dell’Europa: nel 1764, sulla rivista la Frusta letteraria, Giuseppe Baretti (dietro lo pseudonimo di Aristarco Scannabue) scriveva:

“Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche l’inglese! Allora sì che si potrebbero sperare de’ pasticci sempre più meravigliosi di vocaboli e di modi nostrani e stranieri ne’ moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina!”

A quei tempi di anglicismi non ce n’erano ancora, e i puristi che predicavano l’immobilismo linguistico basato sul toscano si scagliavano invece contro le infinite voci infranciosate, anche se non si trattava di parole francesi crude, ma quasi sempre italianizzate e adattate. La battuta di Baretti era però destinata a diventare profetica, perché nell’Ottocento anche gli inglesismi hanno cominciato a penetrare nella lingua italiana, inizialmente sempre adattati, poi sempre più nella loro forma integrale.

Lo scherzoso neologismo di Baretti, che in seguito è stato ripreso o reinventato da altri e si è affermato come la scelta più frequente, era una coniazione istintiva che non solo ricalcava il modello di francesismo, ma si appoggiava all’analoga voce francese anglicisme, che poi si ritrova anche in spagnolo (anglicismo) e nello stesso inglese (anglicism). Queste forme a loro volta derivano dal latino anglicus con la suffissazione che in italiano è –ismo. E si potrebbero considerare “europeismi”, come li chiamava Leopardi, cioè delle varianti tra loro coerenti e intercomprensibili che riprendono la medesima formazione adattata nelle rispettive lingue.

La storia avrebbe potuto finire qui, se fossimo esseri dotati di un po’ di buon senso, con due parole per indicare la stessa cosa, quella popolare e immediata – inglesismo – e quella dotta preferita dagli studiosi e dagli addetti ai lavori. Ma ecco che, all’improvviso, qualcuno ha cominciato a sostenere che fosse più corretta la forma “anglismo” rispetto a quella in uso e dunque ha cominciato ad adoperarsi per diffondere la terza forma.

Anglismo” si fa strada almeno dagli anni Sessanta

Alla base di queste inutili diatribe (almeno a mio avviso) c’è il fatto che, per indicare le popolazioni inglesi, nell’italiano storico esiste una doppia forma che risale al latino, e si trovano occorrenze sia di “popolo anglico” sia di “popolo anglo”, con la sottile differenza che anglico è di solito solo aggettivo, mentre anglo può essere usato anche come nome (dunque c’erano gli angli, ma non gli “anglici”). Sulla base di questa pedanteria, qualche linguista ha cominciato così a parlare di anglismi, per distinguersi dagli altri e per snobismo.

Secondo le datazioni dei dizionari – per esempio il Devoto Oli – ciò sarebbe avvenuto nel 1970, ma ho provato ad andare alle fonti ed è evidente che si tratta di una datazione da anticipare: il fenomeno si può far risalire almeno agli anni Sessanta, visto che consultando l’archivio storico di un giornale come La Stampa, la forma anglismo si trova in un articolo del 1965 (“L’abuso delle parole ricercate per innocente smania di distinguersi” dello scrittore e linguista Leo Pestelli, 06/04/1965, numero 81, pagina 3) che la ripropone anche in un altro pezzo del 1969 (“I dispetti al participio”,14/09/1969, numero 215 pagina 3).

Le riflessioni agli antipodi di Migliorini e De Mauro

Ho cercato di indagare sul fenomeno per capire chi e quando ha cominciato a spingere per la soluzione nuova, e una delle prime riflessioni sulla maggior correttezza di anglismo rispetto ad anglicismo si ritrova in Bruno Migliorini (1896-1975), considerato uno dei maggiori linguisti della sua epoca. Era il teorico del cosiddetto neopurismo, che al contrario del purismo storico non era affatto contrario alle parole di provenienza straniera, ne proponeva invece l’italianizzazione attraverso gli adattamenti (gol invece di goal) o le traduzioni (lampo invece di flash). Le sue proposte di italianizzare – per esempio ebbero successo regista e autista al posto dei francesismi régisseur e chauffeur in voga ancora durante il fascismo – si basavano sulla “glottotecnica”, un approccio che proponeva soluzioni linguistiche normative basate sull’italiano storico che doveva evolversi senza snaturarsi.

Questo approccio prevedeva che nella formazione delle parole si dovessero seguire anche dei criteri di semplificazione e uniformità, dunque anche se anglicismo era per lui “più corretto dal punto di vista della morfologia tradizionale”, anglismo era invece da preferire perché rispondeva all’esigenza di “semplificazione e brevità”, esattamente come automazione aveva la meglio su automatizzazione e (a suo dire) lemmazione era preferibile a lemmatizzazione (cfr. Giacomo Devoto, Il linguaggio d’Italia, Rizzoli 1974, p. 350).

Queste proposte di Migliorini caddero però nel vuoto, e lo stesso autore nei suoi libri usava la forma anglicismo. Il suo discepolo Ignazio Baldelli, al contrario ricorreva ad anglismi, e il paradosso della Breve storia della lingua italiana che quest’ultimo aveva riassunto e continuato partendo dall’opera maggiore scritta dal maestro, è che si ritrovano entrambe le forme: nella parte compendiata ricorre anglicismi (anche nell’indice analitico), mentre nelle aggiunte scritte ex novo da Baldelli si legge anglismi. È un particolare che non va trascurato, perché i revisori editoriali spingono per uniformare i testi e di solito evitano di utilizzare forme doppie. Dunque si può ipotizzare che quelle parole siano state lasciate in modo ponderato e non casuale, come una scelta autoriale rispettosa di due diverse prospettive.

Ora, che un neopurista teorico della glottotecnica preferisse anglismo per motivi normativi – benché poi non lo impiegasse seguendo l’uso più in voga – è del tutto comprensibile. Lo è molto meno la posizione dei linguisti successivi, che si proclamano descrittivi, e dunque dovrebbero limitarsi a descrivere e seguire ciò che si afferma nell’uso, invece di volerlo cambiare.

E con questo arriviamo alla posizione più recente espressa da un altro gigante della linguistica, Tullio De Mauro, che non si limitava a usare anglismo ma ne prescriveva l’uso in varie occasioni. Nel 2017, per esempio, intervistato dall’Agenzia Dire in un convegno nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, corresse la giornalista che avrebbe chiamato “impropriamente” anglicismi i prestiti dall’inglese. Secondo De Mauro, che aveva ribadito la stessa cosa in più occasioni, la derivazione corretta della parola dovrebbe partire da “anglo” e l’inserimento di “ci” sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism). E infatti, per lo studioso, chi studia l’inglese e la sua letteratura è un anglista, non un anglicista, il che è vero ma non dimostra nulla – a parte il fatto che la lingua si evolve in modo caotico e tortuoso – visto che poi si parla di anglicizzazione e non certo di anglizzazione… tanto che il lessicografo Giovanni Nencioni, che scriveva “anglismi”, parlava però di “anglicizzazione”. La questione della coerenza, insomma, è un po’ più complessa.

L’attuale prevalenza di “anglismo” tra i linguisti

Il fatto che Migliorini e De Mauro avessero opinioni opposte in merito alla “correttezza” di anglicismo e anglismo, oltre a stupire, aiuta a riflettere sulla presunta “scientificità” della linguistica, una disciplina che spesso non ha affatto il rigore che dovrebbe contraddistinguere le branche scientifiche. Nel caso particolare, ogni giudizio sulla “correttezza” di anglicismo/anglismo ha a che fare con le interpretazioni soggettive e opinabili dei singoli autori.

Sostenere che anglicismo sia a sua volta un inglesismo appare come una provocazione priva di fondamento; non è certo per interferenza diretta dell’inglese che si è imposto anglicismo, bensì per una serie di ragioni storiche più articolate che hanno a che fare anche con l’interferenza del francese, oltre che con la ripresa degli elementi latini. Non è un caso che sul dizionario di Oxford la voce “anglicism” sia considerata una derivazione del francese anglicisme che a sua volta nasce dal latino medievale anglico.

Ma soprattutto, che ne è della retorica dei linguisti che si proclamano descrittivisti? Perché, invece di accettare una parola come anglicismo attestata sin dal Settecento – e che ha i suoi corrispondenti in francese, spagnolo e inglese – la vogliono cambiare con un’altra proclamata più “corretta”?

La verità è che il descrittivismo di certi linguisti è invocato quando fa comodo e nascosto sotto al tappeto in altri casi. Quando si devono giustificare gli anglicismi entrati in uso prevale la storiella dell’uso che fa la lingua su cui non si deve – ne può – intervenire; quando si tratta di cambiare l’uso storico in nome di presupposti ideologici (dalle parole politicante scorrette alle femminilizzazioni delle cariche) ecco che gli stessi linguisti bollano anglicismo come inappropriato e tornano a essere prescrittivi, entrando a gamba tesa sull’uso storico per cambiarlo a loro capriccio. E per elevarsi dal popolino che di sicuro comprende meglio la parola inglesismo la evitano come la peste (non compare quasi mai tra gli addetti ai lavori) con il risultato che gli stessi autori che non di rado ci vorrebbero far credere che la lingua arrivi dal basso sono i primi a introdurre – dall’alto – la propria nomenclatura dotta invece che adeguarsi all’uso delle masse. Il che è lecito e normale, ma suona piuttosto contraddittorio rispetto ai principi sbandierati.

E così la trovata di De Mauro ha fatto presa su molti linguisti moderni, che tendono a elevarsi e a distinguersi parlando di anglismi e spesso ripetono la sua storiella in modo acritico e poco veritiero, anche se prima di loro specialisti come Arrigo Castellani o Gaetano Rando parlavano esclusivamente di anglicismi. Cito un esempio tra i tanti che se ne possono fare (tratto da un articolo di Cristina Lavinio del 2021, “Inglese e anglismi: allarmismi fondati?”, che si prefigge di negare che l’interferenza dell’inglese sia un problema):

“Forse un po’ provocatoriamente, parto dalla segnalazione di un paradosso: se si deplorano i tanti anglicismi che invadono il nostro italiano sarebbe meglio parlare di anglismi, dato che anglicismo ricalca pari pari la forma dell’inglese anglicism ed è dunque un anglismo esso stesso, per quanto di più antica data e più diffuso rispetto ad anglismo. Tra l’altro anglicismo ha una sillaba in più, e una volta tanto il calco dell’inglese anglicism è meno economico della parola italiana anglismo. Ed è divertente che Google, che ormai permette di leggere anche fatti linguistici documentando, per esempio, la diffusione in rete di parole o espressioni, se scrivo anglismo mi dice che forse cercavo anglicismo (di cui anglismo è sinonimo, come qualunque dizionario recita), ma poi mi rimanda a un articolo di Tullio De Mauro dove si parla proprio di anglismi fin dal titolo”.

Alla base di questo “paradosso” c’è però un equivoco di fondo in cui i linguisti sono spesso impantanati. Anche se anglicismo derivasse davvero direttamente dall’inglese, in questo ragionamento non si distinguono le parole adattate (per es. resilienza) da quelle crude (per es. computer), come se fossero tutte sullo stesso piano. Al contrario, la provenienza di una parola – la sua etimologia – non ha alcuna importanza: se si tratta di una forma adattata è a tutti gli effetti una parola italiana (anche se condannata dai puristi e anche se si tratta di un neologismo) e poco importa che ci arrivi dall’inglese, dall’arabo o dal cinese. Mettere sullo stesso piano resilienza e computer, perciò — come mischiare le mele e le pere — non ha alcun senso. Il paradosso, dunque, nasce dalla terminologia in uso tra i linguisti che è ambigua e poco rigorosa. È questa che alimenta la confusione: ammesso e non concesso che anglicismo derivi dell’inglese, chi se ne frega? Il criterio di demarcazione tra una parola straniera o italiana sta nella forma (adattamento di grafia e suono) non nel pedigree (anglicismo crudo) e un inglesismo sarebbe caso mai anglicism (se a qualcuno in futuro verrà in mente di preferirlo all’italiano) non il suo derivato perfettamente adattato in uso da secoli. Ma certi linguisti non distinguono le due cose, e si muovono nell’orizzonte purista del passato che considerava i “prestiti integrali” (cioè non adattati) e quelli adattati alla stessa stregua.

Intanto, mentre c’è chi polemizza su simili quisquilie che sembrano appartenere solo ai propri ombelichi, la tecnologia offre alle masse risposte diverse, anche se strampalate.

Lo zampino della tecnologia

La cosiddetta intelligenza artificiale, che applicata alla scrittura per il momento è foriera di enormi idiozie e strafalcioni, privilegia la forma anglicismo, forse sulla base delle frequenze storiche e attuali, e addirittura Chatgpt dispensa bufale per cui anglicismo sarebbe la forma “corretta e più usata” e che in linguistica è “il termine standard accettato” concludendo:

anglicismo: corretto? Sì. È il termine da usare
anglismo: corretto? No (o discutibile). Talvolta usato informalmente, meno preciso. Meglio evitarlo, preferire “anglicismo”.

Anche il mio correttore ortografico mi segnala anglismo come “errore”, e benché non sia vero, credo che l’impatto delle nuove tecnologie, se non cambieranno l’attuale impostazione, sarà di sicuro più incisivo nell’uniformare il modo di parlare della gente. Ed è interessante notare come questi nuovi supporti diffondano e considerino corretto anche il popolare inglesismo, che non viene sanzionato come errore, al contrario della variante snobistica che caratterizza la maggioranza degli addetti ai lavori. Viene da chiedersi se Chatgpt, nel suo trarre conclusioni a vanvera sulla base delle frequenze, non segua un approccio ben più descrittivo dei linguisti che dicono di esserlo, ma preferiscono perdere tempo a questionare se sia più nobile parlare di anglismi o di anglicismi; come se invece di preoccuparci della nostra lingua che si sfalda e regredisce schiacciata dall’inglese (un fatto che ancora in troppi sottovalutano o addirittura negano), sia più importante discutere sul fatto se si stia anglicizzando o anglizzando

#anglicismi #anglicismiNellItaliano #inglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano


Europeismi e forestierismi: la lezione del Leopardi linguista che non dovremmo dimenticare


Di Antonio Zoppetti

Un tempo molti grandi scrittori – da Dante sino a Manzoni o Leopardi – erano anche linguisti, nel senso che avevano una ben precisa idea di cose fosse per loro l’italiano, e nello scrivere o nel poetare la mettevano in pratica, partecipando ai dibattiti sull’eterna questione della lingua anche da un punto di vista teorico.

Lo Zibaldone, per esempio, è pieno di interessantissime riflessioni linguistiche di grande spessore e modernità, in cui si ritrovano spunti attualissimi, a proposito dei forestierismi e dell’interferenza del francese, che era all’epoca la lingua dominante in Europa almeno quanto oggi lo è l’angloamericano. E il pensiero del Leopardi linguista contiene delle speculazioni utili anche per valutare e comprendere l’attuale interferenza dell’inglese, pur con le grandi differenze storiche che nel frattempo sono sopraggiunte.

Quella più macroscopica sta nel fatto che all’inizio dell’Ottocento l’italiano non era ancora una lingua unitaria, ma solo una lingua letteraria impiegata da secoli per scrivere, ma che non esisteva nel parlare, visto che le masse si esprimevano nei propri dialetti.

Nello Zibaldone questa situazione è raccontata in modo molto chiaro: mentre il francese era una lingua “unica” – cioè unificata sotto l’egida di uno Stato nazionale che noi non avevamo – l’italiano era definito come un “aggregato” o “complesso di lingue” più che una sola. Anche se la nostra lingua era particolarmente amata all’estero, ciò derivava dal fatto che “gli stranieri non conoscono, si può dire, altra letteratura nè lingua italiana scritta, se non l’antica” perché una lingua italiana media non esisteva fuori dalla letteratura di Dante o Boccaccio, mentre la letteratura moderna non aveva avuto un analogo successo internazionale, non era ancora “formata, riconosciuta e propria”.

Dunque l’italiano era allora una lingua di classe, “la lingua scritta degli scrittori” che differiva dalla parlata “più che in qualunque altro paese culto, certamente Europeo.” Questo italiano scritto era basato sul toscano o il fiorentino dei grandi classici, che i puristi e il Vocabolario della Crusca avevano fissato come il canone da seguire, ma non coincideva con le parlate moderne dei toscani, era una lingua un po’ arcaica e artificiale, che se ne differenziava.

I puristi e i cruscanti ammettevano solo le parole dei classici del passato, ma una lingua moderna ha bisogno continuamente di creare nuove parole, sottolineava Leopardi, e il modello teorizzato dal purismo rendeva l’italiano qualcosa di arcaico, una lingua vecchia dove il guardare al passato rappresentava un impoverimento:

“Questo accade in ogni lingua; tutte si vanno rinnovando, cioè dismettendo delle vecchie, e adottando delle nuove voci e locuzioni. Se questa seconda parte viene a mancare, la lingua non solamente col tempo non crescerà nè acquisterà, come hanno sempre fatto tutte le lingue colte (…) ma per lo contrario perderà continuamente, e scemerà, e finalmente si ridurrà così piccola e povera e debole, che o non saprà più parlare nè bastare ai bisogni, o ricorrerà alle straniere”.

Da questi presupposti arrivava a riflessione sul ruolo dell’interferenza delle lingue straniere, che era lucidamente analizzata nelle sue componenti positive e negative, con argomentazioni inoppugnabili che pare che i linguisti moderni abbiano dimenticato, e che dovremmo invece tenere ben presenti a proposito dell’attuale interferenza dell’inglese, se non vogliamo che sia distruttiva, e che invece di arricchirci finisca con l’impoverirci.

Il francese come modello di svecchiamento dell’italiano

Nel Settecento si era radicata l’idea che il francese fosse una lingua ben più adatta alla chiarezza dell’italiano anche dal punto di vista dello stile, cioè del periodare e della sintassi, perché seguiva l’ordine soggetto-predicato-complementi che veniva considerato più lineare rispetto alla prosa in italiano dove le collocazioni erano meno rigide e più libere, e spesso dominavano le costruzioni arcaiche, tipiche della lingua di Boccaccio che a sua volta ricalcava lo stile dell’ipotassi latina, dove il verbo era collocato a fine frase. I puristi difendevano questi modelli che dominavano soprattutto nella poesia e tra i classicisti, ma chi voleva essere più lineare e moderno seguiva invece il modello del francese, più semplice ed efficace soprattutto per ragionare, filosofeggiare, scrivere articoli di giornale o scientifici.

Leopardi era favorevole a ricalcare il periodare francese in italiano e a farlo divenire un modello di svecchiamento dell’italiano. E criticava chi invece preferiva scrivere direttamente in francese, per porsi come internazionale:

“Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, (…) riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo”.

Questo svecchiamento non riguardava soltanto lo stile e la prosa, ma anche il lessico. Mentre i puristi respingevano le parole nuove, quelle tecnico-scientifiche, quelle non toscane o di origine straniera definite come “barbarismi” e voci “infranciosate”, Leopardi aveva una visione ben più moderna e precisa, in proposito. E la netta linea di confine che distingueva l’imbarbarimento di una lingua dalla sua più sana evoluzione stava nell’adattamento e nel non violare “l’indole” di una lingua (che nel Settecento era spesso indicato attraverso un francesismo che proveniva dalle speculazioni degli illuministi: il genio della lingua).

“Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di sapore, e ripugna sì dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua, e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocchè se noi usassimo p.e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare perchè questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei barbarismi quali sono p.e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi italianizzati, e non già trasportati p.e. colle stesse forme e terminazioni e pronunziazioni francesi, chè questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E domando perchè il barbarismo così definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle scritture”.

La differenza con gli approcci puristici stava dunque in questa semplicissima e chiarissima considerazione che molti linguisti moderni hanno rimosso, visto che come i puristi di una volta fanno di tutta l’erba un fascio e una gran confusione. Spesso parlano di forestierismi – che però ormai coincidono quasi esclusivamente con le parole inglesi – senza distinguere le parole adattate da quelle crude; come se una parola come “resilienza” (che deriva dall’inglese, ma è italiana nella forma) e “governance” (che al contrario di “governanza” è in inglese crudo) fossero la stessa cosa e avessero lo stesso impatto. E così, se parecchi linguisti danno del “purista” a chi denuncia la moltiplicazione selvaggia di espressioni in inglese crudo, sono invece loro a fare come i puristi, quando considerano gli anglicismi adattati e non adattati in un’unica categoria. E bisognerebbe ricordar loro che l’idea di adattare e di non violare l’indole della nostra lingua apparteneva proprio ai più grandi oppositori del purismo di ogni epoca: da Muratori a Cesarotti, dai fratelli Verri a Leopardi… chi riconosceva ed era favorevole all’arricchimento che proviene dalle lingue straniere non si sarebbe mai sognato di legittimare l’adozione di forestierismi crudi che possiedono un’altra forma e un’altra pronuncia rispetto all’italiano basato sul toscano.

Leopardi, come gli altri autori citati, insisteva sul fatto che persino il padre dell’italiano aveva fiorentinizzato in un’unica lingua uniforme parole regionali, latine e straniere, rendendole a questo modo perfettamente italiane:

“E p.e. di Dante, si vede chiaramente ch’egli si studiò di parlare a’ suoi compatrioti co’ modi e vocaboli provenzali, a cagione che la nazion provenzale era allora la più colta, ed aveva una specie di letteratura, abbastanza nota in Italia, e che rendeva la lingua provenzale così domestica agl’italiani colti, che le sue parole o frasi, italianizzandole, non erano enigmi per loro, e così poco volgare che le dette voci e frasi non erano ordinariamente nella loro bocca (come non lo sono ora le latine che p.e. i poeti derivano di nuovo nell’italiano, e che tutti intendono)”.

Gli europeismi di Leopardi: il modo più sano per essere internazionali

Leopardi distingueva chiaramente le paroledai termini. Le prime “non presentano la sola idea dell’oggetto significato, ma quando più quando meno immagini accessorie (…). Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perchè determinano e definiscono la cosa da tutte le parti.” Se le parole sono caratterizzate da una certa elasticità, possiedono tanti significati a seconda dei contesti e oltre a designare un oggetto o concetto possiedono una connotazione, diremmo in termini moderni, i termini sono invece neutri e univoci. Per il poeta di Recanati, in linea di massima, “quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di termini, dico quando questa abbondanza noccia a quella delle parole”. E il francese, la lingua allora internazionale, nel suo essere chiaro e adatto all’esposizione per esempio scientifica, filosofica o argomentativa, correva anche dei grossi rischi: “Il pericolo grande che corre ora la lingua francese è di diventar lingua al tutto matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini in ogni sorta di cose, e dimenticanza delle antiche parole. Benché questo la rende facile e comune, perch’è la lingua più artifiziale e geometricamente nuda ch’esista oramai.”

Il francese internazionale – oggi rimpiazzato dall’inglese – possedeva dunque elementi di chiarezza molto positivi, ma allo stesso tempo rischiava di diventare una lingua un po’ piatta e sterile fuori da questi impieghi.

Venendo alla lingua per esempio della scienza o della filosofia, Leopardi notava che ormai esisteva una terminologia europea:

“Da qualche tempo tutte le lingue colte di Europa hanno un buon numero di voci comuni, massime in politica e in filosofia (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene. (…) Così che vengono a formare una specie di piccola lingua, o un vocabolario, strettamente universale.” Questi termini possedevano degli elementi di modernità e chiarezza molto utili, e l’Italia non doveva porsi al di fuori di questa tendenza.

“Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese, e ciò stante la somma influenza di quella lingua e letteratura nelle lingue e letterature moderne (…). Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo (…) anche per l’Italia, che sta pure nel mezzo d’Europa. (…) Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi.”

Questi europeismi di cui veniva esaltata l’importanza non erano come gli anglicismi crudi che oggi sono proclamati “internazionalismi”, erano radici comuni che spesso arrivavano dal francese, ma anche dalle radici soprattutto greche, oltre che latine, che si utilizzavano per coniare nuovi termini scientifici. E queste radici comuni e comprensibili a tutti gli europei venivano adattate nelle desinenze e nella pronuncia secondo l’indole di ogni lingua, dunque erano un arricchimento che non imbarbariva le lingue locali, ma al contrario le arricchiva.

Leopardi avrebbe addirittura voluto creare un vocabolario di questi europeismi, e tra questi c’erano parole come egoismo, immaginazione, fantasia, e ancora:

Genio, sentimentale, dispotismo, analisi, analizzare, demagogo, fanatismo, originalità ec. e tante simili che tutto il mondo intende, tutto il mondo adopera in una stessa e precisa significazione, e il solo italiano non può adoperare (o non può in quel significato), perchè? perchè i puristi le scartano”. E invece, “sarebbe opera degna di questo secolo, ed utilissima alle lingue non meno che alla filosofia, un Vocabolario universale Europeo che comprendesse quelle parole significanti precisamente un’idea chiara, sottile, e precisa, che sono comuni a tutte o alla maggior parte delle moderne lingue colte. (…) Questo Vocabolario che sarebbe utilissimo a tutta l’Europa, lo sarebbe massimamente all’Italia, la quale dovrebbe vedere quanta copia di parole che tutta l’Europa pronunzia e scrive, e riconosce per necessarie, ella disprezzi e proscriva, senz’averne alcuna da surrogar loro. E la lingua italiana dovrebbe adottare le dette voci senza timore di corrompersi più di quello che si sieno corrotte coll’adottarle, tutte le altre lingue europee. E non dovrebbe volere, anzi vergognarsi, che un tal vocabolario essendo Europeo, non fosse italiano quasi che l’italiano non fosse Europeo”.

In questa visione europeista ante litteram – intorno al 1821 quando il poeta scriveva queste cose l’Italia politica non esisteva affatto – l’italiano avrebbe dovuto ancorarsi agli europeismi, invece di guardare solo al modello dei puristi, e davanti a un europeismo come commercio, per esempio, avrebbe fatto meglio a impiegarlo, invece di ricorrere ad analoghe voci storiche esistenti come per esempio mercatura o traffico, proprio in nome di un internazionalismo che rendeva comprensibile una voce perfettamente italiana come “commercio” a tutta l’Europa.

Dagli europeismi al globish

Oggi l’interferenza dell’inglese globale non è paragonabile, a quella del francese dei tempi d’oro. Leopardi aveva individuato molto bene anche che il ruolo delle lingue dominanti dipendeva da motivazioni coloniali, e la presunta “universalità” di una lingua deriva dal fatto da essere parlata “in molte parti del mondo”, oltre che nei confini nazionali, e “nell’essere anche introdotta presso molte nazioni col mezzo di quelli che la parlano naturalmente, sia coll’abolire la lingua dei vari paesi (…), sia coll’alterarla o corromperla più o meno per mezzo della mescolanza”.

L’italiano, da allora, è ormai diventato unitario, ed è una lingua naturale. E l’inglese, nel frattempo, ha scalzato il francese come lingua internazionale che veicola tutta la nuova terminologia. Ma penetrando in modo crudo, determina il sorgere dell’itanglese, del franglais, del Denglisch e via dicendo. Tutto ciò è causato da una mentalità provinciale per cui gli anglomani ritengono l’inglese la nuova lingua internazionale prestigiosa, e questo fenomeno si intreccia con l’espansione neocoloniale della lingua dei mercati e delle multinazionali. Spesso qualche linguista se ne esce con affermazioni per cui “adattare” non sarebbe più di moda, ma questo è semplicemente falso: non si adatta l’inglese perché è considerata una lingua superiore da non snaturare. E infatti molti linguisti che sostengono che il nuovo italiano policentrico non si basa più sul toscano e accoglie molte parole di provenienza anche regionale, non la raccontano tutta. È vero, per esempio, che una parola veneta come giocattolo ha avuto la meglio sul toscano balocco, ma quello che non si spiega è che nel vernacolo di partenza era “zugatolo,” cosi come in milanese c’era il “panetun” (o “paneton”) poi italianizzato in “panettone”. Dunque, nel suo diventare policentrico, l’italiano aperto ai regionalismi allo stesso tempo li addomestica, più che recepirli con le proprie caratteristiche. In sintesi le parole dialettali si adattano istintivamente all’indole dell’italiano – come dovrebbe essere naturale nelle lingue sane – e vengono in questo modo assimilate, mentre quelle inglesi vissute come più prestigiose penetrano quasi sempre in modo crudo.

Ma non fare altro che importare anglicismi crudi non può che portare alla regressione dell’italiano che Leopardi – e tutti gli altri illuminati avversari del purismo – denunciavano.

Per essere davvero “internazionali” ci converrebbe invece seguire l’europeismo leopardiano, e cioè adattare le voci internazionali – inglesi e di ogni altro idioma – all’indole delle lingue locali. E invece di importare parole come lockdown o creare pesudoanglicismi con smart working, ci converrebbe legarci alle soluzioni delle nostre lingue sorelle e parlare di confinamento o di telelavoro esattamente come fanno in Francia o in Spagna. La via indicata da Leopardi, che è stata dimenticata, è invece l’unica via che permetterebbe all’italiano, e a tutte le altre lingue europee, di crescere senza snaturarsi e di mantenere, e creare, una forte coesione.

#anglicismiNellItaliano #europeismi #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #UnioneEuropea


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il niente rottico che si avvera nelle cose


Ieri ho dovuto sforzarmi un pochino più del solito, per riuscire a iniziare e poi (soprattutto…) subito finire un articolino dell’indubbia utilità avanzata, nonché senz’altro gusto impareggiabile, che a questo punto vi consiglio di leggere, per approfondire oltre quello che dirò ora: Tutorial per Non Fare Niente. 👻

…Ma, questo post non è una becera scusa per spammare l’ennesimo mio pezzo di letteratura postmoderna, come in realtà non faccio da molto; scriverlo è bensì una becerissima scusa per sentire di star facendo qualcosa, quando, in realtà, da stamattina non sto davvero facendo assolutamente nulla… e quindi, a posteriori mi accorgo di quanto cazzo è vero ciò che ieri ho scritto con occhi luccicanti e mani frementi ma contemporaneamente anima marciscente, e come ormai con le ultime settimane ci sono finita dentro a tal punto da sguazzarci in automatico senza nemmeno accorgermene troppo. 🥴

Illustrerò precisamente la mia desolante giornata odierna fino ad ora, così da capirci meglio. Dopo aver dormito le mie bellissime 8-quasi-9 ore, circa alle 10:30 mi alzo, a fatica ma non troppo. Faccio colazione mentre guardo con dovuta attenzione un (1) episodio di Kidou Senshi Gandamu: Suisei no Majo, dopodiché vado alla mia postazione di dislavoro. Provo a prendere in mano l’ennesima idea pazza venuta tardi la sera, che in questo caso è di creare delle specie di modelli planner, tracker e così via, con stili grafici particolari (da videogiochi, anime, ecc…), con l’idea che strumenti di carta colorata e decorata possano aiutarmi, sia scrostandomi tutta quell’ultima muffa inazionativa e disorganizzativa di dosso, sia nel senso che sono cose originali utili da caricare sui miei sitini per attirare attenzione, fama ed amore; e questa è un’altra storia, ma il punto è che da stamattina ad ora il tempo è volato via solo in ricerca di informazioni e testing preliminare per cui adesso, a fine pomeriggio, non ho ancora fatto un bel niente se non pensare a vuoto, cliccare in giro su LibreOffice Calc, e fare domande scomode a ChatGPT. Nel frattempo, però, per distrarmi dal mio dolore esistenziale, stamattina mi sono lavata (anziché arrivare fino al tardo pomeriggio!), ho rifatto il letto, e tra metà e fine pranzo ho spolverato la stanza (che, dopo una settimana, andava fatto). E così siamo ad ora. 😱

È decisamente molto interessante, anche se ormai la cosa sta diventando oggettivamente ripetitiva, vedere come oggi ho eseguito perfettamente il Livello 1 del mio tutorial di ieri, “Distrazione del Nulla“. A parte il momento in cui mi sono volontariamente presa del tempo libero per guardare 24 minuti di anime stamattina (e qualcosa ora, se proprio vogliamo contare la scrittura di questo post come tempo di svago)… non ho fatto assolutamente niente di produttivo, eppure non mi sono nemmeno messa a divertirmi o a riposarmi propriamente. Tra un click e l’altro, distraendomi a fare cose che non costituiscono un bel niente ma che sono necessarie al fare più di niente, metà del tempo di oggi è già a tutti gli effetti evaporato, proprio come il mio sudore in questi ultimissimi giorni di giugno, dove l’umidità a dire il vero è accettabile, giusto prima che… 🥱

CAZZO! Giugno è completamente svanito, e adesso c’è già luglio… E no, non lo sto affatto realizzando in questo momento, ma questo è più o meno cosa ho pensato quando invece l’ho fatto, proprio ieri sera, o forse l’altro ieri. Quindi tocca fare anche il punto del mese… e questo è mille volte peggio! 😭

  • Lato personale, c’è davvero pochissima roba fatta, se non una ventina scarsa di articoli sul sito della robba e il nuovo sito TomoStash; non mi viene in mente praticamente nient’altro.
  • Il fronte spacciversità è però davvero terrificante… Ci sarebbero 2 esami completi che penso sia impossibile fare adesso, perché durante il corso non ci ho capito una mazza e quindi anche volendo sarebbe impossibile studiare a luglio (a maggior ragione visto che non riesco a fare neanche le cose che io voglio…) per tirare fuori qualcosa giusto alla fine del mese… mentre ho poi 1 orale dove dovrei ripetere bene la teoria altrimenti andrà a ramengo, e 1 altro orale per cui il problema è che ho ancora da finire il progetto.


me when i remember how much of a loser i amPoi attenzione, non sto dicendo che quello appena passato sia stato un mese inutile e da buttare, affatto; cose personali positive, alcune che non ho scritto qui, sono successe, oltre a vari momenti neutri… però insomma, sulla carta c’è comunque tanto da piangere; e lo farei, se solo le lacrime uscissero. Idem per la mezza giornata di oggi, credo; è comunque un giorno di quelli dal sapore chill nonostante il retrogusto amarissimo, quindi non lo cancellerei, ma comunque non è bello… e mi sento assolutamente come dice la figura: sto perdendo. 😿
(…E se ancora è difficile capire come sto, ricordatevi che io odio spolverare — mi secca profondamente per qualche motivo che non riesco a capire — eppure prima ho preferito fare quello, piuttosto che vivere altri minuti ininterrotti di disperazione, quindi rendetevi conto della gravità della situazione… soprattutto perché l’ho fatto senza nel frattempo distrarmi con video su YouTube, musica, o quanto altro; l’ho fatto e basta… con di mezzo il pranzo, certo, ma comunque… 🦴)

#girlfailure #loser #rotting #tempo


nuovo sito della roboctt — attenzione alle parole inscatolate!


Dopo che i miei tanti — anzi ahimè tantissimitentativi di scrittura creativa estremo-alternativa sono malamente falliti, nelle ultime 2 settimane scarse mi era saltata in mente una nuova via che, forse, potrebbe funzionare… o forse no, solo il tempo ce lo dirà. Fino ad ora, però, qualcosa sta effettivamente uscendo fuori, quindi sento che è passato abbastanza tempo da poterlo dire anche qui, senza paura che vada tutto in fumo dopo pochi giorni come ahimè i miei precedenti dettano… 🙏

Ero in un pomeriggio così, in cui, visto che non mi andava di programmare o fare altre magie varie, come peraltro ho raccontato nel post introduttivo, ho deciso di provare un piccolo CMS per fare un sitino secondario, in cui raccogliere articoli così su roba più colì. Questo, dal profondo della mia infinita fantasia, giustamente si è chiamato da subito stuffoctt, perché l’idea è che contenga la mia roba… ma in maniera idealmente meno disordinata e meno da consumare al momento, rispetto al mio fritto misto, che nel bene o nel male è molto alla giornata. Quindi eccolo qui, online da tanto: stuff.octt.eu.org. 🕸️

Sembra di per sé un’idea cagosa, senza alcun beneficio se non farmi sprecare la giornata che volevo sprecare, il costruire l’ennesimo sito, visto che ho già il sitoctt fatto alla perfezione… ma purtroppo, riguardo quello inevitabilmente mi continua ad arrivare addosso e non si schioda il problema del troppo attrito dello scrivere lì sopra, essendoci il casino di Git di mezzo — e più di così a riguardo non riesco ad elaborare. Volente o nolente, il mio culo è estremamente pesante, e quindi pretendo un CMS — e che sia performante e senza strani glitch, a differenza di WordPress — altrimenti semplicemente finisco per non scrivere; c’è veramente poco da fare. 🤥

In queste settimane ho dunque già scritto diversi articoli, più o meno lunghi ma comunque tutti abbastanza contenuti e scorrevoli, che ruotano attorno a diversi argomenti, da guide tecniche (ed è bene che io le faccia, perché da ragazza magica è bene che io diffonda il sapere che gli dei mi hanno concesso per il bene dell’umanità mortale) a cose più pazze. Tipo, tra qualche minuto finisco l’articolo recensione di un manga doujinshi che ho letto ieri sera mentre, come detto stamattina, marcivo… e per il resto ho messo altre cose, che vi invito (vi supplico…) di andare a recuperare. 🥰

Non volendo fare l’ennesimo sito duplicato per niente confondendo già più del mio solito la gente, comunque, ho deciso di variare un po’ target rispetto al mio solito: mi sono fatta sopraffare dal demone dell’internazionalizzazione, e quindi ho deciso di scrivere in inglese, sperando che questo possa magari portarmi tutto quel pubblico che fino ad oggi non mi ha cagata di striscio non per qualcosa, ma perché non legge cose scritte in italiano. Se poi mi verrà da usare questo strabenedetto CMS per scrivere anche nella lingua migliore… non lo so, mi inventerò qualcosa; magari uscirà la versione 3 del sitoctt… (Non fatemici pensare, che sennò già mi dispero.) 🎗️

Ad ogni modo, è comunque purtroppo necessario da parte mia rimanere sul chi vive e non pensare di aver appena vinto. Infatti, se a questo punto è difficile che vada tutto in fumo per mano mia (cioè, per tecnicamente sua assenza, per mia inazione) se i motori di ricerca non si spicciano ad indicizzare, o comunque eventuale traffico esterno a venire, questa roba sarà praticamente mezza per niente. Certo, rimane sempre un’ottima distrazione dalla vita, e forse a lunghissimo andare anche materiale riciclabile (anche se, vai a capire come)… boh dai, a parte fare gli articoli devo davvero iniziare a spammare anche questo sito malamente; come il fritto misto, però più in grande, visto che è in inglese. 🧨

#blog #blogging #HTMLy #new #personal #personale #site #sito #web #website


Questa voce è stata modificata (1 anno fa)
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Non rompere l’incanto?

Quando evitare il metagioco crea più danni che benefici


“Non mi piace interrompere l’atmosfera con discussioni offgame.”
“Preferisco non rompere il flusso.”
“Poi vediamo a fine sessione.”

Sono frasi che sentiamo spesso, dette con le migliori intenzioni. Il timore è sempre lo stesso: che parlare fuori gioco, anche solo per chiarire un dubbio o esprimere un disagio, rompa l’incanto. Che il gioco perda tensione, che l’immedesimazione si spezzi, che il momento si rovini.

Ma questa visione è pericolosa.
Perché confonde due piani distinti – quello della fiction e quello della comunicazione reale – e finisce per proteggere la narrazione a scapito del gruppo.

Immersione ≠ silenzio


Essere immersi in una storia non significa restare zitti a ogni costo.
L’immersione è una dinamica emotiva, non un vincolo comportamentale. Può coesistere con brevi interruzioni, chiarimenti, commenti laterali.
Anzi, spesso ne ha bisogno, perché aiuta a riallineare aspettative, intenzioni, toni.

L’idea che il flusso narrativo non vada mai spezzato è un mito da palcoscenico.
Funziona in un monologo teatrale, non in un gioco collettivo dove la coerenza si costruisce insieme.
E se nessuno può mai dire “aspetta un attimo”, allora stiamo facendo performance, non gioco di ruolo.

La fiction non è più importante delle persone


Un errore diffuso è pensare che “se la sessione sta andando bene, meglio non sollevare questioni”.
Ma cosa vuol dire “sta andando bene”?
Sta piacendo a tutti? Tutti sono a proprio agio? Nessuno si sente scavalcato, escluso, frainteso?

Se non c’è spazio per dirlo durante la sessione, allora non lo sapremo mai.
E se lo sapremo dopo, potrebbe essere troppo tardi.
Meglio una breve pausa per chiarire che due ore a covare disagio in silenzio.

Anche il GM ha diritto a fermarsi


In molte conversazioni, emerge un’aspettativa implicita: il GM deve tenere su lo spettacolo.
Deve gestire tutto con eleganza. Non deve mai “rompere l’atmosfera”. Se qualcosa lo turba, deve gestirlo in fiction, con nemici più forti, plot twist, complicazioni.

Ma il GM è un giocatore come gli altri.
E se qualcosa non va – se una scelta lo mette in difficoltà, se si sente forzato, se ha bisogno di tempo per riflettere – ha il diritto di fermarsi.
Non per punire. Non per dettare legge. Ma per chiarire.

Chi non si prende questo spazio, finisce per portare il peso da solo. E prima o poi, lo scarica sulla fiction. Con punizioni implicite, svolte oscure, “giustizia narrativa”.
Lo abbiamo già visto: è lì che nascono le dinamiche tossiche.

Parlare non rompe il gioco. Lo salva.


La paura di interrompere è figlia di un equivoco culturale: l’idea che il GDR debba funzionare come racconto.
Ma il GDR è una conversazione strutturata, non una storia predefinita.
E come ogni conversazione, ha bisogno di pause, chiarimenti, feedback reciproci.

Parlare fuori gioco non rompe l’immersione.
Rompe le zone d’ombra dove nascono i malintesi.
E se fatto con rispetto, non toglie nulla alla fiction. Al contrario: la rafforza.

Conclusione


Proteggere il clima narrativo non deve significare zittire i problemi.
Il vero incanto non è la continuità del racconto. È la fiducia tra i giocatori.
Quella fiducia che permette a tutti – GM compreso – di dire:
“Fermiamoci un attimo. Parliamone.”

Perché il GDR non è uno spettacolo da non interrompere.
È un luogo che va curato. E la cura passa, sempre, dalla parola.

#gdr #giochiDiRuolo #tecniche

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Se l’insegna Generali minaccia di buttarsi giù dalla Torre

Il logo della Torre Generali a Milano, simbolo del capitalismo assicurativo italiano, si è staccato parzialmente, diventando una metafora visiva delle fragilità del sistema economico e manageriale del Paese

informapirata.it/2025/06/30/se…

#CityLife #TorreGenerali #ZahaHadid

informapirata.it/2025/06/30/se…