Quel 10 maggio 1944 Mario Davide è a guardia del ponte di Sangonetto

Anche in Val Sangone nel Settembre del ’43, sotto la guida del Maggiore degli Alpini Luigi Milano, il 9, si raccolgono in vallata i primi gruppi partigiani. Tra gli altri, arrivano dei giovani ufficiali, quali: Giulio Nicoletta, Fassino, Magnone, Bertolani ed ex prigionieri alleati.
Inizia quasi da subito un’attiva partecipazione dei civili alla costruzione della Resistenza nella valle. Il 23 Settembre i tedeschi effettuano il primo rastrellamento, primo, perché nei venti mesi successivi, ne avrebbero effettuati ventisette.
Le prime vittime degli attacchi tedeschi, sono il pittore di Giaveno Guglielmino, ucciso nella sua casa al Colletto del Forno ed una valligiana che non si era fermata all’intimazione di alt dei tedeschi.
Questi episodi di barbarie suscitano nella popolazione, un sentimento di forte solidarietà con i partigiani e di sdegno per il nemico.
Nell’ottobre – novembre ’43, i gruppi partigiani si dispongono al Ciargiur con il Maggiore Milano, alla Dogheria con Cantelli e Bertolani, ed al Palè con Nicoletta e Fassino […]
Il 22 Ottobre, viene catturato il Maggiore Milano, ma non s’interrompono gli attacchi ai presidi ed ai depositi tedeschi, che rispondono con un duro rastrellamento.
Quando Milano fu catturato, l’ufficiale Giulio Nicoletta prese con sé tutti i gruppi di partigiani della vallata e si rifugiò in Val di Susa a Mon Benedetto. Dopo una ventina di giorni ritornarono in vallata e si divisero in quattro gruppi.
Quello di Giulio Nicoletta al Palè, quello di Sergio de Vitis alla Verna, quello di Nino Criscuolo alla Moncalarda e quello di Franco Nicoletta al Col Bione.
Nel Dicembre ’43, continuano gli attacchi ai presidi tedeschi e gli scontri contro i nazifascisti, durante le azioni partigiane per il recupero di armi, vettovagliamenti, ed equipaggiamenti.
Nella valle, le bande partigiane sono sorrette dalla attiva partecipazione dei gruppi di Resistenza civile. I tedeschi allora intensificano le azioni anti partigiane e di terrorismo sulla popolazione.
Nel Gennaio-Febbraio ’44 la vallata è sotto il controllo delle Forze di Liberazione, dopo l’eliminazione delle squadracce fasciste. Iniziano anche le operazioni in pianura.
Nel Marzo-Aprile ’44, le bande sono formate da centinaia di uomini ed includono anche ex prigionieri sovietici, polacchi, cecoslovacchi e angloamericani.
I problemi organizzativi diventano sempre più gravi, ma il CLN tenta in tutti i modi di aggiustare la situazione.
Vengono intensificati e diventano più efficaci i colpi, le imboscate ed i prelievi di materiale nemico. Fra le ritorsioni più inumane ci fu quella dell’eccidio di Cumiana, dove i tedeschi, con l’aiuto delle SS italiane, uccidono 50 civili ed un partigiano pochi minuti prima dell’arrivo del parlamentare partigiano, da loro stessi invitato per lo scambio. Questo scambio avverrà ugualmente, ma solo con i superstiti.
Nel Maggio ’44, vi furono le più gravi perdite subite dalla Resistenza militare e civile in Val Sangone. Le truppe nazifasciste si scatenarono in un enorme rastrellamento, il più grande. Attaccarono dal fondo valle, dalla Val Chisone, e dalla Val di Susa, accerchiando così i partigiani della Val Sangone.
Gli scontri più duri sono avvenuti al Col Bione, sotto il Colle della Russa ed al Pontetto. Si contarono più di un centinaio di morti.
Nel Giugno ’44 affluiscono nuove leve e le formazioni attaccano la polveriera di Sangano. Il comandante De Vitis, dopo aver conquistato la polveriera, ed aver catturato tutto il presidio, sostiene con un gruppo di coraggiosi, il contrattacco tedesco e cade per consentire la ritirata alla sua formazione.
Nel Luglio-Ottobre ’44 colpi, imboscate, sabotaggi e contro sabotaggi, diventano più numerosi. Gli effettivi delle bande sono più di un migliaio e l’organizzazione diventa più efficiente. La vallata è sotto il controllo partigiano. Gli alleati inviano anche una loro missione in vallata. Popolazione e clero, partecipano con entusiasmo all’opera delle bande.
Essendo molto vicini a Torino ed avendo diverse strade di comunicazione con la Francia, fu possibile compiere numerose spedizioni contro le caserme torinesi e ciò permise di catturare anche molti gerarchi fascisti e ufficiali tedeschi. Proprio per questo motivo furono molte anche le puntate del nemico, in una delle quali, venne catturato e impiccato il comandante “Campana” [Felice Cordero di Pamparato]. A comandare la sua brigata viene chiamato il professor Usseglio […]
Nel novembre-dicembre ’44 i nazifascisti iniziarono grandi rastrellamenti e vi sono molti scontri. Il 27 Novembre, vi fu una grossa operazione di rastrellamento, ma i partigiani seppero organizzarsi bene e non subirono gravi perdite.
Purtroppo, vi fu un lancio da parte degli alleati per rifornire i partigiani delle tre vallate, di armi, su alla Maddalena. Era stato stabilito che avrebbero dovuto farlo in situazione di calma, invece fu fatto all’improvviso e così i tedeschi presero tutto o quasi, il materiale. I tedeschi decisero allora di mettere dei presidi in vari paesi ed in varie borgate della vallata e diedero inizio ad uno stillicidio di azioni terroristiche contro civili e partigiani catturati.
Nel Gennaio-Maggio ’45, le formazioni partigiane estesero la loro influenza sulla popolazione con la quale vivevano in simbiosi sia in montagna, sia in pianura.
Veronica Ugazio, Sentieri partigiani in Val Sangone, in Careglio
Il gruppo di partigiani di Piossasco pur concentrato in Val Sangone si inserisce in diverse squadre partigiane attestate sulle montagne di Giaveno: l’Aquila, il Col del Vento, il Col della Russa, Forno di Coazze… Temendo eventuali attacchi da parte delle truppe nazifasciste in Val Sangone, le forze partigiane predispongono le difese.
Mercoledì 10 maggio 1944, alle ore 3,40, è l’allarme! È scattata una grande operazione di rastrellamento che investe contemporaneamente le Valli di Susa, Sangone e Chisone e vede impegnati, pare, diecimila uomini fra tedeschi e fascisti.
«La tecnica di attacco è fra le più perfezionate: bloccare il fondo valle e contemporaneamente scendere dai passi e dalle creste delle valli laterali per cercare di spingere i partigiani verso il basso e di insaccarli nel paese centrale della vallata, avvalendosi, oltre che della superiorità di uomini e mezzi, di un largo uso di cani poliziotto, di spie, di blocchi sistematici dei canaloni».
La sola Val Sangone è occupata da due reggimenti di Alpini, una Compagnia di «SS» italiani, una di Metropolitani ed un pattuglione di Carabinieri.
L’operazione, che dura dal 10 al 14 maggio, coglie di sorpresa i partigiani:
«Non c’è stata segnalazione, non è partita nemmeno la staffetta da Giaveno a venirci ad avvertire. Sono arrivati di sorpresa, siamo stati presi quasi nel sonno.» (B.P.)
I rastrellatori, «certo sicuri dei posti e delle forze nostre, guidati da molte spie», impegnano in combattimento le forze partigiane che lasciano sul campo centoventicinque caduti. L’azione, condotta con estrema ferocia e con atti di crudeltà inaudita, è la risposta ai primi atti di sabotaggio ed ai primi attacchi partigiani, ripresi con l’inizio della primavera, cui era seguita, il 4 aprile, la strage di cinquantasette civili a Cumiana, mentre si stava trattando la restituzione dei prigionieri e dopo che il parroco del paese aveva ottenuto dai partigiani ciò che i tedeschi chiedevano.
I nazifascisti fucilano sul posto i partigiani sorpresi con le armi in pugno, catturano e torturano i feriti, incendiano case.
Quel 10 maggio 1944 Mario Davide è a guardia del ponte di Sangonetto, da lui minato nelle giornate precedenti.
Nel corso della mattinata, mentre il nemico incalza, fa saltare il ponte, bloccando per un certo tempo l’avanzata e permettendo ai compagni di ritirarsi e di cercare scampo nella fuga.
Data la confusione e la tragicità del momento, le versioni dei testimoni sulle circostanze della sua morte sono contrastanti. La sorpresa ha disorientato i suoi compagni:
«È stato lì che qualche ragazzo, dopo i primi colpi si è ritirato, poi magari ha di nuovo attaccato, ma è mancato quel polso… Diciamolo pure, lui è rimasto solo, si è difeso molto bene, si è difeso come ha potuto, è stato colpito, è stato ucciso lì. Secondo quello che ho potuto sapere io, è stato ucciso lì. L’abbiamo trovato altrove, perché è stato spostato dai borghesi… Se avessero trovato dei morti, dei partigiani, avrebbero bruciato le case. » (B.P.)
«Ha tenuto testa da solo ai carri armati finché non sono scesi a guado nel torrente, poi è riuscito ad andarsene, che non aveva più munizioni… è risalito fino alla frazione Ruata, lì i tedeschi l’hanno incontrato… l’hanno ucciso lì. Per informazioni inesatte da parte dei valligiani è andato a finire in bocca ai tedeschi.» (A.C.)
Le testimonianze concordano sul fatto che Mario è rimasto praticamente solo a far fronte agli assalitori. Dei valligiani trovano il cadavere e lo nascondono seppellendolo sotto poca terra per evitare rappresaglie.
Alla testimonianza della madre, resa a quarantanni di distanza, diamo più spazio per l’intensità, la drammaticità e la comprensibile passione del racconto:
«L’ultima volta che l’ho visto, sono andata su a trovarlo e lui mi ha detto: ‘Ma, come mai mamma, sono andato soltanto domenica a casa…!’ Mi pareva proprio che il destino mi dicesse: “Vallo a vedere, vallo a vedere… ‘.
Mi ricordo sempre che abbiamo mangiato sotto un pergolato che c’era lì…
Era con una famiglia, marito e moglie già anziani, che lo tenevano come un figlio, gli volevano bene. ‘Se non torno’ – disse a quella famiglia – fatelo sapere ai miei!
‘Otto giorni dopo la disgrazia abbiamo ricevuto la notizia che era ferito gravemente. Siamo partiti nel pomeriggio, io e mio marito, a piedi, e siamo andati su cercandolo da una famiglia all’altra, dove potevo trovarlo ferito. C’erano tedeschi dappertutto, non han chiesto niente. Abbiamo camminato fino a sera, cercandolo; nessuno l’aveva visto, lo chiamavano il ‘Biondo di Piossasco’.
Era ormai notte, non ci restava che tornare indietro. Abbiamo ancora chiesto; c’era un bambino grande così: ‘Il biondo di Piossasco, mia mamma sa dov’è!’.
‘Vostro figlio è morto, l’ha sepolto mio marito!’
‘Ma hanno detto che…’
‘No, no, vostro figlio è morto. Vi indicherei dov’è, ma non osiamo uscire.
Ed io ho detto a mio marito ‘Guarda siamo venuti a trovare nostro figlio morto. Se ci uccidono non importa, andiamo finché lo troviamo.
‘Fateci soltanto vedere dov’è e poi tornate a casa!’ Quella donna ci ha accompagnati un pezzo e poi ci ha detto: Vostro figlio è sepolto lì!
‘C’era ancora la terra fresca; perché era sepolto da pochi giorni. Che fare. C’era il coprifuoco; non potevamo più venire via.
Abbiamo detto alla donna: ‘Vogliamo essere sicuri che sia proprio lui!’ ‘State sicuri, l’ho coperto io, ha poca terra sul viso’. Ma noi non eravamo tranquilli.
È venuto suo marito e l’abbiamo scoperto. Povero bambino, era proprio vero, era proprio lui, sepolto come si trovava, calzato e vestito, con un palmo di terra addosso.
Mio marito aveva una medaglia in tasca, gliel’ha messa in mano e poi gliel’ha chiusa.
Gli ho fatto il segno della croce, prima che lo coprissero. Lo abbiamo dovuto ricoprire come era prima.
‘E adesso dove andiamo. E notte, c’è il coprifuoco, non possiamo più andare né su né giù. ‘ Ci ha ospitati quell’uomo, nella stalla, sulla paglia, ci ha dato un po’ di pane, abbiamo dormito li. L’indomani mattina ci siamo incamminati giù.
Eravamo sicuri che era proprio nostro figlio, l’avevamo visto, l’avevamo toccato, era proprio lui! Ci siamo incamminati a piedi. Nessuno per la strada ci ha parlato; tutti quei tedeschi che erano là ci hanno lasciato fare la nostra strada, tranquilli, se ce l’avessero chiesto non avevamo un pezzo di carta in tasca.
Quando siamo stati giù per la strada di Bruino è uscita gente che ci ha chiesto:
‘Dove siete andati.’
‘Siamo andati a vedere nostro figlio morto’.
‘Ma no! Vostro figlio è scappato in Francia come tanti altri.’
‘Se non l’avessi visto io, di persona, crederei a quello che mi dite!’
Soltanto un anno dopo abbiamo ricevuto l’atto di morte spedito da Falzone.
Ci hanno detto che potevamo andarlo a vedere. Siamo andate io, una mia vicina e mia cognata che, per sua bontà, mi ha dato il lenzuolo per coprirlo.
Siamo arrivate su la sera, ci hanno accompagnato a dormire e al mattino presto siamo andate a disseppellirlo. L’abbiamo ancora visto.
Hanno portato su loro la bara. Nove ne hanno disseppelliti quel giorno!
Li hanno messi nella chiesa, le bare una sopra all’altra. Falzone ci ha sempre detto che ce lo avrebbero dato morto e invece dopo un anno mi ha detto: “Vivo era suo, morto è nostro“.
Quando hanno costruito l’ossario ci hanno di nuovo mandato a chiamare e ci hanno chiesto quali erano gli amici di nostro figlio per metterli vicini. Vicino a mio figlio c’è un suo amico.
I ventisette ragazzi sepolti sotto, sono morti sepolti vivi: hanno sparato loro alle gambe, poi li hanno coperti.
Due altri li hanno fatti uccidere dai cani sulla strada per andare a Sangonetto. Ci sono duecentosettantatre morti partigiani a Forno.» (L.G.).
Nei mesi successivi le bande partigiane, superata la crisi in cui erano cadute dopo il rastrellamento, ripresero e intensificarono la lotta, fino al 25 aprile 1945, quando le due divisioni della Val Sangone, la De Vitis e la Campana, parteciparono alla Liberazione di Torino. Dal libro:
Diario di Mario Davide
dopo l’8 settembre
Una scelta partigiana
Redazione, 1940-1945, 3 confiniGruppo di ricerca sulla storia e la cultura locale di Piossasco, 1982
Comune di Piossasco 3 Confini
Chi giungeva ieri mattina nei sobborghi di Giaveno aveva la subita impressione di trovarsi in un paese deserto: le prime strade erano silenziose, i portoni delle case erano serrati, le finestre chiuse, le serrande dei negozi abbassate, in segno di lutto. Poi, d'improvviso, nella piazza fulgida di sole, tra la chiesa parata di drappi purpurei e i vetusti torrioni striati di pietre grigie e cinti di edera, gli balzava agli occhi uno spettacolo imponente: tutto il popolo era il, silenzioso, commosso; brulicava all'intorno sino agli sbocchi delle vie, sotto i portici angusti, sui balconi, nelle terrazze. Nel centro, dinanzi ad un altare vivido di fiammelle, si scorgevano, chiare contro il bruno della terra, cinquantatre bare: sopra ognuna un nastro s'intrecciava ad un serto di fiori freschi. Ancora una volta Giaveno - cittadella del movimento partigiano piemontese - rendeva degne onoranze alle spoglie di eroici caduti con le armi in pugno contro gli oppressori nazifascisti. Assistevano alla pietosa cerimonia il Cardinale Arcivescovo, il presidente della Giunta regionale, il gen. Trabucchi, il vice-prefetto nonché numerose altre autorità italiane ed alleate. Erano pure presenti, a centinaia, patrioti della Val Chisone e della Val Sangone, giunti nella mattinata dalla città, dai borghi della pianura, scesi a gruppi dalle baite e dai villaggi alpestri - per accompagnare all'ultima dimora i fratelli di lotta. Terminata la messa, il Cardinale è avanzato tra le bare, le ha benedette, sostando a lungo in preghiera. Poi una solenne processione s'è svolta nelle vie centrali del paese. Dietro le associazioni religiose, le corone, gli stendardi, le bandiere dei cinque partiti, sono passate ad una ad una, lentamente, le bare, sorrette a spalla da alpini e da civili: e accanto ad ogni bara camminavano le madri le spose, le sorelle dei martiri, nascondendo tra i veli neri il viso rigato di pianto Sergio De Vitis… Giuseppe Costanzia di Costigliole… Giovanni Medici… Giorgio Galeazzo… Rinaldo Rosa… Molte donne al passaggio delle gloriose spoglie s'inginocchiavano singhiozzando. E gli uomini - mordendosi le labbra - s'irrigidivano sull'attenti. I bimbi, dalle braccia delle loro mamme, gettavano fiori. E altri fiori - tanti fiori - cadevano dalle finestre, venivano lanciati dai vani delle porte, dai ballatoi, dove, tra i gerani, apparivano sempre nuovi volti pallidi dall'emozione. Le campane suonavano a distesa. E nulla certo era più grandioso e più commovente di quella sfilata di morti, in strade strette, buie, affollate di umile popolo - nello sfondo delle grandi montagne già velate dalla dolce nebbia di settembre. - Abbiamo riesumato le salme da tutti i piccoli cimiteri della zona - ci ha detto un capo partigiano - e le tumuleremo definitivamente nell'ossario di Forno di Coazze. Alcune, per volere dei familiari, saranno Invece trasportate a Torino. - Le avete riconosciute tutte? - Purtroppo no. Diciotto ancora sono da identificare. Ci passavano dinanzi, infatti - in quello stesso Istante. Diciotto casse brune, fasciate da un tricolore, con una targhetta di metallo su cui spiccava una parola: «ignoto»… Ignoto tu. piccolo partigiano dai capelli biondi ritrovato supino sull'erba, con una gran rosa di sangue nel petto e gli occhi cerulei sbarrati verso il cielo: ignoto tu, vecchio partigiano, dai capelli grigi caduto riverso tra le rovine fumanti di una baita difesa sino all'ultima cartuccia: ignoto anche tu, martire trafitto ad un muro dalla scarica degli aguzzini, mentre con lo sguardo sereno, già trasumanato cercavi. tra monte e monte, il vasto piano ove tua madre, ignara, t'attendeva… Di questi eroi sconosciuti abbiamo poi scorto, a cerimonia ultimata, gli unici, labili ricordi terreni: un lembo di giacca, una cintura, un fazzoletto scarlatto, un pezzo di camicia grigioverde. Vicino a noi v'era una donna in lutto, che adagio adagio prendeva quel miseri resti di stoffa, li accarezzava, li portava alle labbra; e quasi a giustificare il suo atto, di tanto in tanto si volgeva e, mostrandoli ai presenti, mormorava con dolcezza «Vedete? Potrebbero essere del mio povero figlio…». Tra i valorosi caduti traslati da Giaveno a Torino vi sono pure due partigiani che provenivano dalle maestranze, del nostro giornale. Essi sono; Giovanni Maroncelli e Ugo Franco. Le salme hanno sostato nella notte nella scuola Pacchiotti, vegliate dal famigliari e da compagni di lavoro.Redazione, Il commosso saluto di Giaveno a cinquantatre salme di patrioti, La Nuova Stampa, 9 settembre 1945
Uno scorcio di Val Sangone - Fonte: Laboratorio Val Susa Sotto la guida del Maggiore degli Alpini Luigi Milano, il 9 settembre si raccolgono nella vallata
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