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[r] _ un articolo del 2022 su “the reappearing pheasant”, il convegno/reading svoltosi a novembre a new york


articolo di Luciana Capretti:


lavocedinewyork.com/arts/2022/…


in video: Francesco Muzzioli; al tavolo, da sinistra a destra: Fabrizio Bondi, Marco Giovenale, Daniele Poletti; foto di Terry W. Sanders

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#CasaItalianaZerilliMarimò #CasaZerilliMarimò #CharlesBernstein #convegno #incontro #IstitutoItalianoDiCultura #LaVoceDiNewYork #LucianaCapretti #LuigiBallerini #NewYork #NewYorkUniversity #NYU #poesiaAmericanaContemporanea #poesiaItalianaContemporanea #StefanoAlbertini #TheReappearingPheasant #traduzione #traduzioni

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su autoproduzione e autogestione nei centri sociali negli anni ottanta e novanta (1995)


“Su ahida online, la rielaborazione di un testo scritto a seguito di un convegno sul tema dell’autogestione e dell’autoproduzione organizzato presso il Forte Prenestino all’inizio del 1995. Nonostante i trent’anni trascorsi credo che i suoi contenuti abbiano ancora una qualche attualità.
In contemporanea alla diffusione di quel testo la rivista ‘DeriveApprodi’ realizzò un numero speciale dedicato ai Centri sociali in quel periodo in rilevante espansione. Il suo coordinamento editoriale vedeva la presenza oltre che di Sergio Bianchi e Mauro Trotta anche quella di Marco Philopat. Per l’occasione la grafica della rivista Andrea Wöhr realizzò un progetto speciale che non venne ripreso nei numeri successivi. La tiratura in mille copie andò presto esaurita e quel numero non fu più ristampato.
Si tratta quindi, a suo modo, di una piccola rarità ora scaricabile e consultabile nel PDF a piede di pagina” (Sergio Bianchi)

ahidaonline.com/post/archivisu…

#ahida #ahidaonline

#ahida #ahidaonline #centriSociali #cs #cso #csoa #DeriveApprodi #FortePrenestino #MarcoPhilopat #MauroTrotta #pdf #rivistaAndreaWöhr #SergioBianchi

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dal 5 settembre @ paradiso (svizzera): pasolini+callas / a cura di silvia de laude e giuseppe garrera


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PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS. CRONACA DI UN AMORE
in collaboration with @spazioferrobedo

An exhibition on rare documents, original photographs, magazines, and manuscripts retracing the unique and controversial bond between two extraordinary figures – suspended between myth, gossip and history.

Opening: 5 September, 6:00 pm
Artphilein Library, via San Salvatore 2 CH-6900 Paradiso

On view until October 3rd 2025

The exhibition accompanies the publication of the book “Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Cronaca di un amore”, edited by @silviadelaude and Giuseppe Garrera.

Part of Swiss Photomonth @swissphotomonth

#ArtphileinLibrary #CollezioneGarrera #CollezioneGiuseppeGarrera #documenti #documentiRari #Ferrobedò #foto #fotoOriginali #fotografie #GiuseppeGarrera #magazines #mostra #originalPhotographs #PasoliniECallas #PierPaoloPasolini #rareDocuments #SilviaDeLauda #SwissPhotomonth

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31 agosto, pescara, fondazione la rocca: “conversazioni sulle parole”


conversazione sulle parole_ Garrera su Fato
cliccare per ingrandire

Conversazioni sulle parole
Talk con Gianni e Giuseppe Garrera, Matteo Fato, Simone Ciglia.
Ultimo appuntamento del Public Program nell’ambito della mostra Il difficile è dimenticare ciò che si è visto per casa. (Ritratto di Pescara per caso)
domenica 31 agosto – ore 18:30
Fondazione La Rocca
Via Raffaele Paolucci, 71

Ore 18.00 passaggio della paranza in navigazione in collaborazione con Mario Campione: Lungofiume Pescara, di fronte alla fondazione

Ingresso libero, posti limitati
Prenotazione obbligatoria
segreteria@larocca.foundation


Gianni Garrera, filologo e Giuseppe Garrera, storico dell’arte e collezionista, si confrontano in un dialogo sulle parole e sulle molteplici letture possibili dell’opera di Matteo Fato.
Gianni Garrera accompagna il lavoro di Fato dal 2010, partecipando con contributi teorici nella forma di assunti.

🔸Giuseppe Garrera è storico dell’arte e collezionista. È coordinatore scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della 24ORE Business School di Roma e di Milano, dove insegna “Strategie e modalità del collezionismo”. Per il centenario di Pasolini ha curato insieme a Clara Tosi Pamphili e Cesare Pietroiusti la grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal titolo “Tutto è santo. Il corpo poetico”. Recenti sono le uscite di un saggio, Pasolini il femminile, per le edizioni Cambiaunavirgola; e del catalogo Pasolini e Maria Callas.

🔸Gianni Garrera, filologo musicale, traduttore e drammaturgo, è il curatore del Diario del seduttore e del Don Giovanni di Kierkegaard per i ‘Classici del Pensiero’ BUR e, per Morcelliana, della nuova edizione dei Diari di Kierkegaard.
Tra i suoi lavori: Indagini sulla musica dei cani e dei topi; Musicalità dell’Intelligenza
demoniaca; Saggio sulla musica della fine del mondo; Anacoresi animale e circense; Esercizi di spiritualità demoniaca; Il male musicale; Maledizione armonica; Finismundi ars musica; Antigrammatica; Ortografie del nome di Dio; Esplorazione del canto degli angeli; Rivelazione divina e genialità; Sacramenti per animali.

#art #arte #FondazioneLaRocca #GianniGarrera #GiuseppeGarrera #MarioCampione #MatteoFato #PublicProgram #SimoneCiglia #talk

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Kinmen Island Life Festival – 金門島嶼生活節 2025


L’evento si svolgerà da ottobre di quest’anno fino a febbraio del prossimo.
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Nel 2025 Kinmen ospiterà un nuovo e straordinario evento culturale: il “Kinmen Island Life Festival” 金門島嶼生活節.

Il governo della contea ha tenuto lo scorso 29 agosto 2025 una conferenza stampa presieduta dal segretario generale Zhang Ruixin. Durante il suo discorso, Zhang ha sottolineato che si tratta del primo grande festival artistico interdisciplinare mai organizzato a Kinmen. L’evento si svolgerà da ottobre di quest’anno fino a febbraio del prossimo, coinvolgendo i cinque distretti della contea. Sarà un’esplosione di musica, arte, gastronomia, mercatini e cultura locale, trasformando Kinmen in un’“isola che respira” e offrendo ai visitatori un’esperienza profonda e inedita.

Il direttore dell’Ufficio del Turismo, Xu Jixin, ha dichiarato che il magistrato Chen Fuhai ha da tempo a cuore lo sviluppo culturale, musicale e ricreativo della regione, e ha incaricato il team di pianificare il festival con i principi di “interdisciplinarità, innovazione e radicamento locale”. L’obiettivo è mostrare la ricchezza culturale e il fascino contemporaneo di Kinmen, attirando non solo l’attenzione di Taiwan, ma anche dei turisti internazionali, promuovendo il turismo e l’economia locale.

Il festival prevede tre tipi di eventi principali:

  • 10 concerti
  • 10 mercatini
  • 10 cosiddette “esperienze inebrianti”

Per la musica, si esibiranno gruppi di idol e cantanti famosi da Taiwan e Corea, insieme ad artisti locali, creando un palcoscenico di scambio internazionale. I mercatini offriranno piatti creativi a base di sorgo, cocktail artigianali e prodotti artistici locali, creando un’atmosfera unica e rilassata. Le installazioni artistiche immersive saranno realizzate da artisti internazionali e locali. Tra le opere più attese c’è “Dream Cloud” dell’artista giapponese Yosuke Yamauchi, ispirata alla lontra eurasiatica e all’upupa euroasiatica: di giorno sarà uno spazio per rilassarsi guardando il cielo, di notte si trasformerà in una nuvola luminosa che si fonde con le stelle, regalando una sensazione “inebriante anche senza bere il famoso liquore locale Gaoliang / Kaoliang”.

L’evento inaugurale si terrà il 5 ottobre presso il lago 莒光湖 – Juguang a Jincheng, con una performance spettacolare che vedrà la partecipazione di star internazionali:

  • Il gruppo idol coreano 13Found
  • Il gruppo giovanile taiwanese Ozone
  • Il “principe delle ballate” Bii
  • L’attore e cantante premiato ai Golden Horse Awards Xin Gan
  • La nuova promessa dei Golden Melody Awards Chen Yongxi
  • La cantante Chen Peiyin
  • Il cantautore Huang Shaogu
  • Inoltre sarà presente un gruppo di amatissime cheerleader, che apriranno lo spettacolo con energia e fascino!

Le cheerleader, come sa chi vive a Taiwan, Giappone, Corea, sono parte integrante delle manifestazioni sportive di altro livello, a partire da baseball e pallacanestro, e sono state dunque invitate a partecipare per come collegamento alla cultura sportiva locale. Inoltre, la presenza di gruppi idol coreani rafforza lo scambio culturale tra le due sponde dello Stretto e diventa un punto di attrazione per il turismo internazionale.

Il festival si svolgerà nei cinque distretti di Kinmen, con location che spaziano dal lago Juguang alle piazze cittadine, spiagge e porti. Sarà collegato ad altri eventi annuali come il Capodanno 2026, la Festa delle Lanterne e la Maratona di Kinmen, creando un’atmosfera festiva che intreccia sport, cultura e turismo. L’inizio coincide con le vacanze di metà autunno e la “settimana d’oro” cinese, sfruttando la popolarità delle band coreane per attirare visitatori da tutta l’Asia.

Il governo locale spera che il “Festival della Vita sull’Isola” diventi un marchio turistico stagionale, invitando i viaggiatori a riscoprire Kinmen attraverso musica, arte, gastronomia e uno stile di vita lento. L’evento è organizzato dal governo della contea di Kinmen, con il supporto dell’Ufficio del Turismo e la sponsorizzazione di aziende come Kinmen Kaoliang Liquor Inc. e l’hotel Jinhu. Tutti i turisti, locali e internazionali, sono calorosamente invitati a partecipare e vivere un’indimenticabile stagione autunnale e invernale immersi in musica e arte.

Date e luoghi principali del festival:

  • Periodo: Ottobre 2025 – Febbraio 2026
  • Distretti coinvolti: Jinsha, Jinhu, Jinning, Jincheng, Lieyu
  • Evento inaugurale: 5 ottobre (domenica), ore 17:00–20:00, prato presso il lago Juguang a Jincheng

Programma dettagliato per ciascun distretto:

  • Jincheng: 5 ottobre (lago Juguang), 18 ottobre (piazza Zongbing)
  • Lieyu: 15 novembre (parco Xishan), 22 novembre (spiaggia Shuangkou)
  • Jinning: 6 dicembre (ponte Kinmen, lato lago), 20 dicembre (parco commemorativo della pace)
  • Jinsha: 3 e 10 gennaio (cinema Jinsha)
  • Jinhu: 7 febbraio (galleria Gaodong), 28 febbraio (parco Xinshi)
Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti dei disertori tedeschi


Il contributo che i disertori [tedeschi] diedero alla lotta di Liberazione è di difficile valutazione dal punto di vista strettamente militare, perché per molti di loro non si hanno sufficienti informazioni, mentre in molti altri casi le informazioni disponibili provengono da un’unica fonte (ovvero partigiana) e furono prodotte spesso in momenti particolari che ci costringono per lo meno ad interrogarci sulla loro attendibilità (vale a dire in previsione cioè del rimpatrio nei paesi d’origine o in vista del lavoro delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche partigiane).
Si deve comunque considerare come molto spesso ad unirsi alle forze ribelli furono soldati che avevano già in passato combattuto su diversi fronti; la loro esperienza poté quindi rappresentare un valido aiuto, per un esercito come quello partigiano che era in buona parte costituito da civili con scarsi precedenti di guerra.
Deve essere valutato anche il contributo offerto da quanti, pur non lasciando le fila del proprio esercito, collaborarono in modi differenti fornendo, ad esempio, armi e materiale o informazioni di carattere militare (spostamenti delle truppe, loro armamento, nominativi circa le persone con ruoli di comando, morale all’interno delle formazioni). Degni di ulteriori ricerche sono anche gli episodi che videro il supporto della popolazione civile e degli enti religiosi a questi soldati in fuga in Italia, sia durante che al termine del conflitto.
Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti di quanti si consegnarono alle formazioni ribelli. La diserzione venne sicuramente considerata un fattore importante, sia da parte dei partigiani che degli alleati per lo svolgimento della guerra, come dimostrano i vari appelli lanciati in tal senso tramite volantini o altro materiale. Non mancarono però atteggiamenti di diffidenza, in particolare verso i disertori di origine germanica, motivati dal timore che tra di esse si potessero nascondere spie e infiltrati. Fondamentali per il giudizio dei partigiani erano anche le condizioni nelle quali questi soldati disertavano (ad esempio portando o meno con sé le armi) o venivano fatti prigionieri (opponendo o meno resistenza).
In alcuni casi, soprattutto negli ultimi mesi di guerra, si provvide a far loro “passare il fronte”, consegnandoli cioè agli alleati, sia perché essi stessi non intendevano continuare a combattere a fianco dei partigiani, sia perché il loro numero era aumentato in modo eccessivo e ciò poteva rappresentare un ostacolo a livello organizzativo, trattandosi spesso di persone che avevano disertato principalmente perché avevano riconosciuto come ormai persa la guerra.
Sicuramente le scelte dei disertori della Wehrmacht contribuirono anche al fatto che si iniziasse a valutare il nemico non più come un blocco omogeneo, ma a riconoscerne le specificità e le differenze (provenienza geografica, carriera militare, ruolo nell’esercito). Tali dettagli vennero a volte utilizzati come elemento discriminante nel decidere riguardo la prigionia, l’ingresso nelle formazioni o ancora l’uccisione di quanti venivano catturati, ma vennero anche sfruttati proprio per indebolire il fronte avversario, come nel caso degli specifici appelli alla diserzione lanciati da partigiani e alleati.
Questa differenziazione su base etnica ebbe però anche la conseguenza di relegare ai margini il riconoscimento nei confronti di quei soldati provenienti dalla Germania che decisero di ribellarsi al nazifascismo in Italia e di continuare la guerra all’interno delle formazioni partigiane. Ad essere riconosciuto, al contrario, fu il contributo soprattutto di sovietici e jugoslavi, sia perché rappresentavano una maggioranza all’interno di queste formazioni, sia perché facenti parti di nazioni che uscirono come vincitrici dalla guerra, sia infine per le affinità ideologiche di molti di questi con le bande partigiane di ispirazione comunista. Ricordare il contributo dei soldati provenienti dal blocco sovietico significava (anche) contrapporsi alla forza politica e militare americana, che nei nuovi equilibri creatisi in seguito alla guerra aveva nella Germania federale uno dei suoi primi alleati strategici in Europa. Come già riportato al termine del V capitolo, furono poi gli stessi soldati provenienti da questi paesi ad aver maggior interesse a veder riconosciuto, anche tramite i certificati prodotti nel dopoguerra, il ruolo che essi avevano svolto all’interno delle formazioni partigiane italiane, attestati che avrebbero anche dovuto avere una funzione riabilitativa rispetto alla loro passata militanza nell’esercito nazista.
Anche questo aspetto, come gli altri messi in luce nel VI capitolo, fece sì che molte delle esperienze di lotta dei soldati tedeschi andarono perse nel dopoguerra; circostanza questa che contribuì così al consolidarsi nella storiografia italiana di un’immagine che identificava il nemico nel “cattivo tedesco” <632 e che non contemplava la possibilità che ci potesse essere, anche tra questi soldati, chi si fosse ribellato alla guerra nazista.
Ricostruire la storia di quanti decisero di abbandonare le fila dell’esercito nazista, pur con la molteplicità di motivazioni che fu alla base di tali scelte, ci permette viceversa di porre in discussione questa costruzione e di ribadire il ruolo di internazionalità della lotta al nazifascismo.
Ci aiuta però anche a ricordare come, anche nelle condizioni più difficili, ci furono persone capaci di interrogarsi e riflettere sulla giustezza o meno del proprio comportamento e di quanto veniva loro ordinato di fare, insegnamento questo in grado di superare ogni limite temporale e geografico.
Forse le loro storie ci aiutano anche a rispondere a quanto affermò alcuni anni fa Nuto Revelli, che aveva prima combattuto in Russia ed era poi stato partigiano in Italia, il quale ripensando alla sua esperienza in guerra scrisse: “Non provo alcuna pietà nei confronti dei tedeschi. Ma se è esistito anche un solo tedesco diverso dall’immagine che io mi ero fatto di loro, vorrei proprio conoscerne la storia” <633.

[NOTE]632 Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, cit. Su questo tema anche Massimo Castoldi (a cura di), 1943-1945: i «bravi» e i «cattivi». Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi, Donzelli Editore, Roma, 2016.
633 Nuto Revelli, Il disperso di Marburg, Einaudi, Torino, 1994, p. 35.
Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni di soldati tedeschi rimase contenuto


I documenti ancora disponibili negli archivi hanno permesso un’analisi sistematica [n.d.r.: relativa ai disertori dell’esercito tedesco in Italia] solamente per la 10ª armata tedesca. Anche in questo caso però le informazioni non coprono tutto l’arco di tempo in cui l’armata fu presente in Italia, ed è presumibile che i dati riportati rappresentino per difetto, più che per eccesso la reale consistenza numerica (a causa ad esempio di fattori come la mancanza, il ritardo o ancora la perdita delle segnalazioni).
Si può comunque ritenere che il fenomeno abbia avuto una dimensione limitata, se rapportato al milione di soldati circa dell’esercito tedesco che furono presenti tra il 1943 e il 1945 in Italia <619. Qui i soldati della Wehrmacht si trovavano in un paese straniero, circostanza questa che di per sé poteva rappresentare un deterrente per i disertori, per un’insieme di motivi che andavano dalle difficoltà linguistiche alle conoscenze geografiche insufficienti, alla presenza di formazioni partigiane e alleate.
Appare cosi corretto affermare che gli episodi di diserzione dei soldati non furono in grado di costituire un rilevante pericolo per la tenuta delle forze militari della Germania in Italia; ciò sembra confermare il giudizio espresso da Carlo Gentile, secondo il quale: “Fino al crollo del Terzo Reich le truppe tedesche presenti in Italia non andarono soggette a tendenze disgregative degne di nota, per cui nel marzo del 1945 le autorità della Wehrmacht poterono rinunciare per buone ragioni a instaurare un sistema di repressione interna simile a quello messo in atto nel territorio del Reich per punire i disertori e i disfattisti […] In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni rimase contenuto” <620.
Diversi furono comunque i provvedimenti assunti per contrastare gli episodi di diserzione; esemplificative sono in tal senso le azioni dei reparti di polizia militare e degli altri reparti di disciplina dell’esercito tedesco.
Già nell’autunno del 1943 in un interrogatorio alleato si fece menzione della presenza nella zona di Napoli di un Jägerbattaillon il cui compito principale era il mantenimento dell’ordine tra i soldati tedeschi. Alcuni militari trovati in abiti civili, erano stati uccisi dal battaglione, mentre si riferiva che altri soldati scaricavano nell’aria le loro munizioni, così da poter finger di aver esaurito i proiettili e di aver combattuto fino all’ultimo nel caso di un loro arresto <621.
Come ricorda lo stesso Gentile inoltre nei primi mesi estivi del 1944 venne inviato in Italia un reggimento di Feldjäger, adibito alla repressione della diserzione <622.
Nella primavera del 1945 si procedette a organizzare delle linee di controllo, che dovevano servire per evitare che i soldati si intrattenessero nelle retrovie o commettessero atti di indisciplina <623. Ancora ad inizio aprile il comandante supremo del gruppo d’armate C (Oberbefehlshaber Südwest), in una sua comunicazione dai toni chiaramente propagandistici e destinata a essere diffusa tra i soldati, affermava come coloro i quali erano passati nelle fila dell’esercito angloamericano venivano considerati come “ehrlose Verräter”, traditori senza onore. La circolare riportava infatti quanto avevano riferito alcuni soldati al loro ritorno in Germania, ovvero che non appena avevano terminato di fornire informazioni di carattere militare erano stati trattati non più come normali prigionieri di guerra, ma senza alcun rispetto ed onore, con livelli minimi di assistenza e non adeguati alle norme internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra, proprio perché disertori <624.
Osservando le cifre di quanti tra i fuggitivi vennero ricatturati appare però come tali tentativi furono piuttosto limitati nella loro efficacia. In tal senso va fatta una considerazione anche sull’operato dei tribunali militari tedeschi e sull’efficacia del loro modus operandi. I procedimenti penali che vennero condotti nei confronti dei disertori intendevano non solo punire i colpevoli, ma tramite l’esemplarità rappresentata dalle condanne a morte anche dissuadere il resto dei soldati da questo tipo di comportamenti.
Erano però molti anche coloro i quali, colpevoli di reati minori, proprio per evitare le conseguenze di un eventuale condanna sceglievano di fuggire e abbandonare le formazioni, rendendosi però così a loro volta colpevoli di diserzione, così come emerge anche da alcuni casi presentati nel IV capitolo <625. Dai procedimenti penali dei tribunali emergono gli sforzi che questi attuarono per individuare e giudicare i comportamenti ritenuti contrari alla disciplina militare da parte dei soldati. Nei casi di diserzione alcuni elementi (la falsificazione dei documenti, l’abbandono della divisa e l’utilizzo di abiti civili, il contatto con le formazioni partigiane, l’aiuto ottenuto da persone esterne) venivano valutati dai giudici come dettagli che testimoniavano la volontà degli accusati di allontanarsi in maniera definitiva dalla propria unità. L’assenza, in alcuni casi, di queste aggravanti era invece sottolineata nelle arringhe dei difensori per mettere in risalto al contrario le buone intenzione degli imputati.
Ancora sulla base dei dati presentati nel III capitolo emerge come la maggior parte di coloro i quali si resero colpevoli di diserzione o di essersi allontanati dalle proprie formazioni non fossero nati in Germania ma provenissero invece da “paesi dell’Est”, reclutati spesso forzatamente, da persone appartenenti alla “Deutsche Volksliste III” o ancora da austriaci, jugoslavi, francesi. Ne è una conferma anche il fatto che, nei dati presentati nelle tabelle del terzo capitolo, il maggior numero di diserzioni è attribuibile alla 5ª Gebirgs-Division e alla 44ª Infanterie-Division, composte proprio da soldati di origine austriaca e slovacca, nei confronti dei quali particolarmente attiva era la propaganda partigiana.
Un’ulteriore conferma arriva anche dalla preponderante presenza di questi soldati all’interno delle bande partigiane italiane, rispetto ai loro camerati germanici; si deve però ricordare come questi gruppi etnici rappresentassero una minoranza nel numero complessivo dei soldati della Wehrmacht, che si dimostrarono invece pronti a combattere fino agli ultimi giorni di guerra. A simili risultati, per quanto riguarda i disertori dell’esercito tedesco passati a combattere con le formazioni partigiane nella provincia di Parma è giunto anche Marco Minardi, come abbiamo visto nel paragrafo conclusivo del III capitolo.
Come emerge dagli interrogatori condotti dagli alleati, i timori che i soldati tedeschi nutrivano per la propria sorte e per quella della Germania, che in caso di sconfitta si riteneva potesse andare incontro a distruzione materiale e culturale, rappresentarono un fattore di forza (insieme all’indottrinamento ideologico, alla propaganda e alla repressione interna) <626 dell’esercito nazista, anche quando la disfatta appariva ormai inevitabile.
Le fonti alleate riportavano anche come le classi di soldati più giovani e quelle più anziane apparivano quelle dal morale più basso durante la guerra <627. Sarebbero però necessarie ulteriori ricerche per ricostruire con più precisione i profili biografici di un più ampio numero di disertori, per valutare l’esistenza o meno di una relazione tra la frequenza degli episodi di diserzione e l’impiego che venne fatto in guerra delle divisioni dalle quali essi provenivano. Ciò ci permetterebbe di mettere in relazione le scelte di quanti disertarono con, ad esempio, alcuni dei risultati raggiunti da Carlo Gentile, il quale individuava in alcuni fattori, come la giovane età dei soldati, un elemento chiave negli episodi di violenza di cui si resero responsabili alcune formazioni, rivalutando al contrario l’incidenza dell’“Osterfahrung”. È possibile rintracciare un’incidenza di questi due aspetti anche per quanto riguarda i casi di diserzione? Appaiono comunque corrette le considerazioni espresse da Ziemann, già richiamate nell’introduzione e che emergono dall’analisi di diversi studi, secondo le quali le motivazioni politiche in senso stretto rappresentavano solo in un ridotto numero di casi l’elemento decisivo che spingeva alla diserzione i soldati <628. Ciò appare naturale per quanto emerge dai documenti dei tribunali militari, nei quali gli imputati intendevano dissimulare le loro reali intenzioni, adducendo scuse e presentando delle giustificazioni ai loro comportamenti, per poter in qualche modo rendere meno pesante la loro condanna. Altri elementi apparivano così più decisivi nella scelta della diserzione, come le
preoccupazioni per la propria famiglia, la volontà di avere del tempo libero, le relazioni sentimentali. In alcuni casi emerge anche dai casi presentati in questa tesi come diffusi fossero i casi di quanti intendevano sottrarsi alla giustizia militare, prendendo la decisione di fuggire. I dati riportati nelle tabelle a conclusione del III capitolo non permettono di distinguere tra quanti, dopo aver disertato, si consegnarono agli alleati e quanti invece ai partigiani. È però necessario ricordare come entrare in contatto con gli alleati rappresentasse senza dubbio una circostanza più favorevole rispetto al consegnarsi alle formazioni partigiane e che offriva maggiori garanzie, quali la possibilità di essere trattati come prigionieri, di non dover continuare a combattere e di tornare alle proprie famiglie.
Allo stesso modo Ziemann affermava che non erano conosciute le cifre e i motivi di quanti decisero di consegnarsi agli alleati in Italia <629. Circa le loro scelte emerge però dagli interrogatori alleati e da quelli fatti dai partigiani come, tra le motivazioni che venivano espresse, più frequenti fossero quelle di natura politica, legate all’opposizione al regime nazista. Anche in questo caso è però necessario interrogarsi sulla genuinità di tali confessioni, che non poterono non essere condizionate dalla situazione in cui vennero rilasciate.
Ad influenzare il fenomeno della diserzione furono anche alcune valutazioni di carattere “militare” come il fattore della ritirata continua, spesso in condizione di caos, che favorì così la fuga dei soldati, la perdita di fiducia nella vittoria, la supremazia aerea degli alleati. A rendere possibile, o perlomeno più semplice da realizzare e con maggiori possibilità di successo, l’abbandono della propria formazione, potevano però anche essere le favorevoli condizioni meteorologiche o il trovarsi in un ambiente adatto a nascondersi o a ricevere aiuto da attori esterni (popolazione, formazioni alleate, strutture religiose); al contrario, questi elementi potevano anche trasformarsi in fattori di dissuasione. Ciò trova conferma anche nei dati che vedono per l’Italia nell’estate-autunno del 1944 e negli ultimi mesi di guerra nella primavera del 1945 i periodi in cui si verificarono la maggiore parte dei casi di diserzione. Per l’estate del ’44 questi dati si possono spiegare sia in riferimento alla ritirata disordinata delle armate tedesche che ebbe luogo tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, conseguente allo sfondamento della linea Gustav e alla presa di Roma da parte degli alleati, sia con la crescita di attività delle formazioni partigiane, che causò il dilagare tra i soldati tedeschi di una sorta di “psicosi delle bande” <630.
Per quanto riguarda la primavera del 1945 un fattore decisivo fu invece rappresentato dalla consapevolezza sempre crescente che la guerra stava per terminare. Di conseguenza la presenza di disertori fu più alta nelle formazioni partigiane che operavano nelle regioni dove il fronte di guerra si fermò più a lungo e dove la presenza di militari della Wehrmacht fu maggiore (Emilia Romagna, Toscana, ma anche Piemonte e Veneto).
Un’analisi del fenomeno della diserzione nei vari fronti sui quali l’esercito tedesco fu impegnato deve necessariamente tenere conto di questi diversi fattori (temporali, ambientali, politici). Nei primi anni di guerra i successi tedeschi, la fiducia nella vittoria, ma anche la minaccia rappresentata dal movimento partigiano rappresentarono un motivo di coesione per le forze armate tedesche, sul fronte orientale così come in Africa. Soprattutto a partire dalla metà del 1944 però, con il crollo del gruppo d’armate Mitte, l’avanzata sovietica verso la Germania e lo sbarco alleato in Francia, divenne chiaro che la guerra sarebbe terminata con una sconfitta, che l’esercito alleato e quello sovietico erano militarmente superiori e che la fuga rappresentava una buona possibilità, per i soldati, di poter sfuggire ai combattimenti e tornare a casa, nonostante questo significasse sfidare la giustizia militare o un periodo di prigionia <631.

[NOTE]619 Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia, in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino (a cura di), Zone di guerra, cit., p. 131.
620 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 391-392.
621 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch I.N.C., Subject: Weekly Reports on P/W’s, 14/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
622 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., p. 138.
623 BA-MA, RH 19-X/47. Si veda anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, p. 285.
624 Der Oberbefehlshaber Südwest (Oberkommando Heeresgruppe C), Betr: Behandlung deutscher Überläufer in anglo-amerikanischer Kriegsgefangenschaft, 03/04/1945, BA-MA, RH 19X/47.
625 Rimane comunque ancora da valutare, come anche Ziemann osservava, quale fosse l’effettiva capacità deterrente, all’interno delle truppe, rappresentata dalle condanne a morte e da altri tipi di punizioni, Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., pp. 599-600.
626 Thomas Kühne, Gruppenkohäsion und Kameradschaftsmythos, cit.
627 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch, Subject: Morale interrogations of German prisoners. Weekly report, 23/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
628 In tal senso anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 268.
629 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., p. 597.
630 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 136-146.
631 Cfr. Manfred Messerschmidt, Die Wehrmachtjustiz, cit., p. 161 e ssg. Qui è offerta anche un’analisi comparativa del numero dei reati documentati per quanto riguarda l’esercito tedesco, quello giapponese, americano, inglese, francese e sovietico. Per la partecipazione di soldati tedeschi ai movimenti di resistenza europei anche Gerhard Paul, Die verschwanden einfach nachts, cit.
Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

#1943 #1944 #1945 #44ªInfanterieDivision #5ªGebirgsDivision #alleati #austriaci #disertori #fascisti #Feldjäger #FrancescoCorniani #francesi #interrogatori #Italia #jugoslavi #partigiani #repressione #Resistenza #tedeschi #tribunali #Wehrmacht


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In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni di soldati tedeschi rimase contenuto


I documenti ancora disponibili negli archivi hanno permesso un’analisi sistematica [n.d.r.: relativa ai disertori dell’esercito tedesco in Italia] solamente per la 10ª armata tedesca. Anche in questo caso però le informazioni non coprono tutto l’arco di tempo in cui l’armata fu presente in Italia, ed è presumibile che i dati riportati rappresentino per difetto, più che per eccesso la reale consistenza numerica (a causa ad esempio di fattori come la mancanza, il ritardo o ancora la perdita delle segnalazioni).
Si può comunque ritenere che il fenomeno abbia avuto una dimensione limitata, se rapportato al milione di soldati circa dell’esercito tedesco che furono presenti tra il 1943 e il 1945 in Italia <619. Qui i soldati della Wehrmacht si trovavano in un paese straniero, circostanza questa che di per sé poteva rappresentare un deterrente per i disertori, per un’insieme di motivi che andavano dalle difficoltà linguistiche alle conoscenze geografiche insufficienti, alla presenza di formazioni partigiane e alleate.
Appare cosi corretto affermare che gli episodi di diserzione dei soldati non furono in grado di costituire un rilevante pericolo per la tenuta delle forze militari della Germania in Italia; ciò sembra confermare il giudizio espresso da Carlo Gentile, secondo il quale: “Fino al crollo del Terzo Reich le truppe tedesche presenti in Italia non andarono soggette a tendenze disgregative degne di nota, per cui nel marzo del 1945 le autorità della Wehrmacht poterono rinunciare per buone ragioni a instaurare un sistema di repressione interna simile a quello messo in atto nel territorio del Reich per punire i disertori e i disfattisti […] In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni rimase contenuto” <620.
Diversi furono comunque i provvedimenti assunti per contrastare gli episodi di diserzione; esemplificative sono in tal senso le azioni dei reparti di polizia militare e degli altri reparti di disciplina dell’esercito tedesco.
Già nell’autunno del 1943 in un interrogatorio alleato si fece menzione della presenza nella zona di Napoli di un Jägerbattaillon il cui compito principale era il mantenimento dell’ordine tra i soldati tedeschi. Alcuni militari trovati in abiti civili, erano stati uccisi dal battaglione, mentre si riferiva che altri soldati scaricavano nell’aria le loro munizioni, così da poter finger di aver esaurito i proiettili e di aver combattuto fino all’ultimo nel caso di un loro arresto <621.
Come ricorda lo stesso Gentile inoltre nei primi mesi estivi del 1944 venne inviato in Italia un reggimento di Feldjäger, adibito alla repressione della diserzione <622.
Nella primavera del 1945 si procedette a organizzare delle linee di controllo, che dovevano servire per evitare che i soldati si intrattenessero nelle retrovie o commettessero atti di indisciplina <623. Ancora ad inizio aprile il comandante supremo del gruppo d’armate C (Oberbefehlshaber Südwest), in una sua comunicazione dai toni chiaramente propagandistici e destinata a essere diffusa tra i soldati, affermava come coloro i quali erano passati nelle fila dell’esercito angloamericano venivano considerati come “ehrlose Verräter”, traditori senza onore. La circolare riportava infatti quanto avevano riferito alcuni soldati al loro ritorno in Germania, ovvero che non appena avevano terminato di fornire informazioni di carattere militare erano stati trattati non più come normali prigionieri di guerra, ma senza alcun rispetto ed onore, con livelli minimi di assistenza e non adeguati alle norme internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra, proprio perché disertori <624.
Osservando le cifre di quanti tra i fuggitivi vennero ricatturati appare però come tali tentativi furono piuttosto limitati nella loro efficacia. In tal senso va fatta una considerazione anche sull’operato dei tribunali militari tedeschi e sull’efficacia del loro modus operandi. I procedimenti penali che vennero condotti nei confronti dei disertori intendevano non solo punire i colpevoli, ma tramite l’esemplarità rappresentata dalle condanne a morte anche dissuadere il resto dei soldati da questo tipo di comportamenti.
Erano però molti anche coloro i quali, colpevoli di reati minori, proprio per evitare le conseguenze di un eventuale condanna sceglievano di fuggire e abbandonare le formazioni, rendendosi però così a loro volta colpevoli di diserzione, così come emerge anche da alcuni casi presentati nel IV capitolo <625. Dai procedimenti penali dei tribunali emergono gli sforzi che questi attuarono per individuare e giudicare i comportamenti ritenuti contrari alla disciplina militare da parte dei soldati. Nei casi di diserzione alcuni elementi (la falsificazione dei documenti, l’abbandono della divisa e l’utilizzo di abiti civili, il contatto con le formazioni partigiane, l’aiuto ottenuto da persone esterne) venivano valutati dai giudici come dettagli che testimoniavano la volontà degli accusati di allontanarsi in maniera definitiva dalla propria unità. L’assenza, in alcuni casi, di queste aggravanti era invece sottolineata nelle arringhe dei difensori per mettere in risalto al contrario le buone intenzione degli imputati.
Ancora sulla base dei dati presentati nel III capitolo emerge come la maggior parte di coloro i quali si resero colpevoli di diserzione o di essersi allontanati dalle proprie formazioni non fossero nati in Germania ma provenissero invece da “paesi dell’Est”, reclutati spesso forzatamente, da persone appartenenti alla “Deutsche Volksliste III” o ancora da austriaci, jugoslavi, francesi. Ne è una conferma anche il fatto che, nei dati presentati nelle tabelle del terzo capitolo, il maggior numero di diserzioni è attribuibile alla 5ª Gebirgs-Division e alla 44ª Infanterie-Division, composte proprio da soldati di origine austriaca e slovacca, nei confronti dei quali particolarmente attiva era la propaganda partigiana.
Un’ulteriore conferma arriva anche dalla preponderante presenza di questi soldati all’interno delle bande partigiane italiane, rispetto ai loro camerati germanici; si deve però ricordare come questi gruppi etnici rappresentassero una minoranza nel numero complessivo dei soldati della Wehrmacht, che si dimostrarono invece pronti a combattere fino agli ultimi giorni di guerra. A simili risultati, per quanto riguarda i disertori dell’esercito tedesco passati a combattere con le formazioni partigiane nella provincia di Parma è giunto anche Marco Minardi, come abbiamo visto nel paragrafo conclusivo del III capitolo.
Come emerge dagli interrogatori condotti dagli alleati, i timori che i soldati tedeschi nutrivano per la propria sorte e per quella della Germania, che in caso di sconfitta si riteneva potesse andare incontro a distruzione materiale e culturale, rappresentarono un fattore di forza (insieme all’indottrinamento ideologico, alla propaganda e alla repressione interna) <626 dell’esercito nazista, anche quando la disfatta appariva ormai inevitabile.
Le fonti alleate riportavano anche come le classi di soldati più giovani e quelle più anziane apparivano quelle dal morale più basso durante la guerra <627. Sarebbero però necessarie ulteriori ricerche per ricostruire con più precisione i profili biografici di un più ampio numero di disertori, per valutare l’esistenza o meno di una relazione tra la frequenza degli episodi di diserzione e l’impiego che venne fatto in guerra delle divisioni dalle quali essi provenivano. Ciò ci permetterebbe di mettere in relazione le scelte di quanti disertarono con, ad esempio, alcuni dei risultati raggiunti da Carlo Gentile, il quale individuava in alcuni fattori, come la giovane età dei soldati, un elemento chiave negli episodi di violenza di cui si resero responsabili alcune formazioni, rivalutando al contrario l’incidenza dell’“Osterfahrung”. È possibile rintracciare un’incidenza di questi due aspetti anche per quanto riguarda i casi di diserzione? Appaiono comunque corrette le considerazioni espresse da Ziemann, già richiamate nell’introduzione e che emergono dall’analisi di diversi studi, secondo le quali le motivazioni politiche in senso stretto rappresentavano solo in un ridotto numero di casi l’elemento decisivo che spingeva alla diserzione i soldati <628. Ciò appare naturale per quanto emerge dai documenti dei tribunali militari, nei quali gli imputati intendevano dissimulare le loro reali intenzioni, adducendo scuse e presentando delle giustificazioni ai loro comportamenti, per poter in qualche modo rendere meno pesante la loro condanna. Altri elementi apparivano così più decisivi nella scelta della diserzione, come le
preoccupazioni per la propria famiglia, la volontà di avere del tempo libero, le relazioni sentimentali. In alcuni casi emerge anche dai casi presentati in questa tesi come diffusi fossero i casi di quanti intendevano sottrarsi alla giustizia militare, prendendo la decisione di fuggire. I dati riportati nelle tabelle a conclusione del III capitolo non permettono di distinguere tra quanti, dopo aver disertato, si consegnarono agli alleati e quanti invece ai partigiani. È però necessario ricordare come entrare in contatto con gli alleati rappresentasse senza dubbio una circostanza più favorevole rispetto al consegnarsi alle formazioni partigiane e che offriva maggiori garanzie, quali la possibilità di essere trattati come prigionieri, di non dover continuare a combattere e di tornare alle proprie famiglie.
Allo stesso modo Ziemann affermava che non erano conosciute le cifre e i motivi di quanti decisero di consegnarsi agli alleati in Italia <629. Circa le loro scelte emerge però dagli interrogatori alleati e da quelli fatti dai partigiani come, tra le motivazioni che venivano espresse, più frequenti fossero quelle di natura politica, legate all’opposizione al regime nazista. Anche in questo caso è però necessario interrogarsi sulla genuinità di tali confessioni, che non poterono non essere condizionate dalla situazione in cui vennero rilasciate.
Ad influenzare il fenomeno della diserzione furono anche alcune valutazioni di carattere “militare” come il fattore della ritirata continua, spesso in condizione di caos, che favorì così la fuga dei soldati, la perdita di fiducia nella vittoria, la supremazia aerea degli alleati. A rendere possibile, o perlomeno più semplice da realizzare e con maggiori possibilità di successo, l’abbandono della propria formazione, potevano però anche essere le favorevoli condizioni meteorologiche o il trovarsi in un ambiente adatto a nascondersi o a ricevere aiuto da attori esterni (popolazione, formazioni alleate, strutture religiose); al contrario, questi elementi potevano anche trasformarsi in fattori di dissuasione. Ciò trova conferma anche nei dati che vedono per l’Italia nell’estate-autunno del 1944 e negli ultimi mesi di guerra nella primavera del 1945 i periodi in cui si verificarono la maggiore parte dei casi di diserzione. Per l’estate del ’44 questi dati si possono spiegare sia in riferimento alla ritirata disordinata delle armate tedesche che ebbe luogo tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, conseguente allo sfondamento della linea Gustav e alla presa di Roma da parte degli alleati, sia con la crescita di attività delle formazioni partigiane, che causò il dilagare tra i soldati tedeschi di una sorta di “psicosi delle bande” <630.
Per quanto riguarda la primavera del 1945 un fattore decisivo fu invece rappresentato dalla consapevolezza sempre crescente che la guerra stava per terminare. Di conseguenza la presenza di disertori fu più alta nelle formazioni partigiane che operavano nelle regioni dove il fronte di guerra si fermò più a lungo e dove la presenza di militari della Wehrmacht fu maggiore (Emilia Romagna, Toscana, ma anche Piemonte e Veneto).
Un’analisi del fenomeno della diserzione nei vari fronti sui quali l’esercito tedesco fu impegnato deve necessariamente tenere conto di questi diversi fattori (temporali, ambientali, politici). Nei primi anni di guerra i successi tedeschi, la fiducia nella vittoria, ma anche la minaccia rappresentata dal movimento partigiano rappresentarono un motivo di coesione per le forze armate tedesche, sul fronte orientale così come in Africa. Soprattutto a partire dalla metà del 1944 però, con il crollo del gruppo d’armate Mitte, l’avanzata sovietica verso la Germania e lo sbarco alleato in Francia, divenne chiaro che la guerra sarebbe terminata con una sconfitta, che l’esercito alleato e quello sovietico erano militarmente superiori e che la fuga rappresentava una buona possibilità, per i soldati, di poter sfuggire ai combattimenti e tornare a casa, nonostante questo significasse sfidare la giustizia militare o un periodo di prigionia <631.

[NOTE]619 Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia, in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino (a cura di), Zone di guerra, cit., p. 131.
620 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 391-392.
621 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch I.N.C., Subject: Weekly Reports on P/W’s, 14/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
622 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., p. 138.
623 BA-MA, RH 19-X/47. Si veda anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, p. 285.
624 Der Oberbefehlshaber Südwest (Oberkommando Heeresgruppe C), Betr: Behandlung deutscher Überläufer in anglo-amerikanischer Kriegsgefangenschaft, 03/04/1945, BA-MA, RH 19X/47.
625 Rimane comunque ancora da valutare, come anche Ziemann osservava, quale fosse l’effettiva capacità deterrente, all’interno delle truppe, rappresentata dalle condanne a morte e da altri tipi di punizioni, Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., pp. 599-600.
626 Thomas Kühne, Gruppenkohäsion und Kameradschaftsmythos, cit.
627 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch, Subject: Morale interrogations of German prisoners. Weekly report, 23/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
628 In tal senso anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 268.
629 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., p. 597.
630 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 136-146.
631 Cfr. Manfred Messerschmidt, Die Wehrmachtjustiz, cit., p. 161 e ssg. Qui è offerta anche un’analisi comparativa del numero dei reati documentati per quanto riguarda l’esercito tedesco, quello giapponese, americano, inglese, francese e sovietico. Per la partecipazione di soldati tedeschi ai movimenti di resistenza europei anche Gerhard Paul, Die verschwanden einfach nachts, cit.
Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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L’Ordine Templare: Un romanzo epico che nasce dal cuore

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L’ordine templare

Giuseppe Carlo Delli Santi

romanzo storico

422

L’autore


Romanziere appassionato di storia e di spiritualità, l’autore de L’Ordine Templare ha dato vita a una trilogia che esplora la nascita, la caduta e la rinascita del mito templare:
L’Ordine Templare (romanzo d’esordio della saga)
I Templari e il Graal, diviso in La caduta dei Templari e La rivincita del Graal.
La sua scrittura si distingue per la capacità di unire rigore storico, profondità psicologica e poesia narrativa. Nei suoi romanzi si avverte il respiro dell’epica, ma anche l’intimità dell’esperienza personale: la figura femminile di Laurenziana, ad esempio, è modellata sul ricordo della moglie Sola, prematuramente scomparsa.
Un autore che, più che raccontare la storia, la fa rivivere, trasformandola in un’esperienza letteraria capace di emozionare e far riflettere.

Due note sull’autore

Giuseppe Carlo Delli Santi: un autore eclettico e prolifico


Giuseppe Carlo Delli Santi è un autore estremamente prolifico, con ben 52 opere all’attivo, tra romanzi, raccolte di poesie, sceneggiature, saggi, racconti e libri brevi. Molte di queste sono autopubblicate, disponibili sia in formato ebook sia cartaceo attraverso piattaforme quali Ilmiolibro e Kobo Writing Life .
Vanta una carriera professionale diversificata: iniziata in ambito pubblicitario (come titolare di un’agenzia a Milano), proseguita nel giornalismo freelance (anche per Il Sole 24 Ore), e poi approdata alla narrativa con uno stile personale, spesso contraddistinto da forte intensità emotiva e apertura culturale.
A livello umano, è descritto come figura ricca di esperienza di vita: viaggi, dolore, gioie, sensibilità culturale e affetti. Padre e nonno, con un passato tra marketing e creatività, ha scoperto tardi la passione per la scrittura, che coltiva con costanza e varietà espressiva.

Nota sulla collaborazione con Cristina Desideri


Delli Santi ha collaborato con la dott.ssa Cristina Desideri, psicologa, scrittrice e illustratrice, per la realizzazione di un’opera illustrata: “Piccole fiabe”, una raccolta illustrata che unisce narrativa per l’infanzia e sensibilità psicologica, con illustrazioni appunto, curate da Cristina Desideri. Questo lavoro dimostra l’attenzione dell’autore all’infanzia, alla dimensione educativa e al coinvolgimento emotivo dei lettori più giovani.

Nota biografica su Cristina Desideri


La dott.ssa Cristina Desideri è una psicologa, scrittrice e illustratrice italiana. Ha collaborato con Giuseppe Carlo Delli Santi nella realizzazione di un testo illustrato come “Le Piccole Fiabe”, dove le sue illustrazioni arricchiscono la narrazione con una sensibilità psicologica ed educativa. La sua formazione in psicologia le consente di creare contenuti che stimolano la crescita emotiva e cognitiva dei bambini, rendendo le sue opere strumenti preziosi per genitori, educatori e piccoli lettori.

Alcune opere di Giuseppe Carlo Delli Santi: storia, spiritualità, teatro, avventura

Profilo e stile


Giuseppe Carlo Delli Santi è noto per:
Ricerca storica accurata, spesso intrecciata a elementi fantastici e mitici.
Profondità psicologica dei personaggi, che riflette i dilemmi, le passioni e le sfide umane.
Versatilità narrativa, passando dal romanzo storico, al fantasy, al teatro, fino alla narrativa per l’infanzia.
Autopubblicazione consapevole, con controllo completo sulle opere e distribuzione digitale e cartacea.

Alcune opere di Giuseppe Carlo Delli Santi


Romanzi ambientati tra i Nativi Americani

1. Wambli Woitope for President!
Un romanzo di fantapolitica che esplora le sfide e le speranze di un leader nativo americano in un contesto contemporaneo.
2. Matui Eram
Un’opera che approfondisce le tradizioni e le lotte dei Nativi Americani attraverso la storia di un giovane guerriero.
3. Noah
Il protagonista, Noah, è un nativo americano che affronta le sfide del suo popolo in un periodo di cambiamenti radicali.
4. Leha Muran
Storia di una giovane donna nativa americana che cerca alleanze per proteggere la sua tribù dalle minacce esterne.
5. Squaw delle Pianure
Ultimo capitolo di una trilogia che narra le vicende delle donne native americane, basato su eventi storici reali.
6. Alidewee
Un racconto che esplora la vita di una giovane nativa americana e le sue interazioni con il mondo esterno.

Altri romanzi significativi

Nefertari
Un romanzo storico che racconta la vita della regina Nefertari nell’antico Egitto.

Il Corsaro René
Serie di romanzi che seguono le avventure del pirata René in diverse ambientazioni storiche.

Dubitaverunt
Un’opera teatrale che esplora temi spirituali e filosofici attraverso il dialogo e la riflessione.

Un pittore a Roma
Storia di un artista che cerca di farsi strada nel mondo dell’arte nella capitale italiana.

Rwanda
Un romanzo che affronta le tragedie e le speranze del popolo ruandese.

Le incredibili gesta di Adam Freeman
Avventure di un eroe moderno che affronta sfide straordinarie.

Aux armes, citoyens
Un’opera che esplora temi di rivoluzione e cambiamento sociale.

Opera per l’infanzia e illustrata

Le Piccole Fiabe
Raccolta di fiabe illustrate, illustrata dalla dott.ssa Cristina Desideri, che unisce narrazione e psicologia per bambini.

In sintesi


Giuseppe Carlo Delli Santi è un autore innovativo, prolifico e poliedrico, con una produzione che spazia tra romanzo storico, fiction religiosa, teatro, avventura, introspezione filosofica. Utilizza soprattutto l’autopubblicazione tramite piattaforme italiane come Ilmiolibro, DSR Editore o Lulu, Kobo e distribuisce le sue opere in digitale e cartaceo.

Romanzo da vivere: L’Ordine Templare


Ci sono romanzi che si leggono e altri che si vivono. L’Ordine Templare appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un libro che non solo racconta, ma avvolge, accompagna, trascina dentro un mondo epico in cui la storia medievale si intreccia con il mito del Graal, la spiritualità con la passione, la cavalleria con l’amore.
L’autore, con una scrittura intensa e poetica, ci conduce negli ultimi anni dell’Alto Medioevo, poco dopo il 1190, quando il giovane cadetto ligure Errico De Mari si trova investito di una missione più grande di lui: dalla Terra Santa a Seborga, da Genova a Gerusalemme, fino ai Pirenei e a Santiago di Compostela, il suo destino diventa la trama stessa della nascita dell’Ordine Templare.

Un romanziere che unisce storia, mito e vita vissuta


Non siamo davanti a un semplice narratore di cronache medievali, ma a un romanziere capace di fondere rigore storico, fantasia poetica e autobiografia. La genesi del romanzo è rivelatrice: l’autore ringrazia le fonti storiche, la Massoneria di Rito Scozzese Antico Accettato – che gli ha trasmesso documentazioni preziose sulla nascita templare – e soprattutto la moglie Sola, scomparsa prematuramente e divenuta il modello ispiratore di Laurenziana, la co-protagonista del romanzo. Questo legame intimo trasforma la narrazione in un atto di memoria e amore, rendendo Laurenziana non solo un personaggio letterario, ma anche un tributo personale.
La forza narrativa dell’autore si coglie anche nella vastità del progetto: L’Ordine Templare non è un’opera isolata, ma il primo atto di una trilogia che prosegue con I Templari e il Graal, suddiviso in La caduta dei Templari e La rivincita del Graal. Un vero e proprio ciclo epico, che unisce fedeltà storica e dimensione mitica, destinato a restare come una delle saghe più originali sulla cavalleria templare.

I personaggi: un coro di voci memorabili


Il cuore del romanzo è Errico De Mari, un eroe giovane, a tratti inesperto, ma capace di incarnare le contraddizioni dell’epoca: fede e paura, desiderio d’amore e spirito di sacrificio, fragilità e coraggio. Il lettore lo segue nella sua crescita, nei suoi dubbi e nel suo martirio finale, che lo porterà a incontrare il divino in una dimensione ultraterrena.
Accanto a lui spicca Laurenziana Cicala, amatissima moglie e compagna, figura luminosa e profondamente umana. Non è solo “la donna dell’eroe”, ma un personaggio che incarna la forza salvifica dell’amore, la resilienza femminile e la spiritualità capace di superare la morte. In lei si specchia l’esperienza personale dell’autore, che le dona un’intensità emotiva unica.
Il romanzo è popolato da un’ampia galleria di personaggi storici e immaginari: dal nobilissimo Ugo de Payens, al tragico Ruiz di Siviglia, fino al piccolo Marcello, all’anziano Fra Grisante e a cavalieri come Gotfried di Magonza, Geoffrey Bisol, André de Montresor. Tutti contribuiscono a creare un affresco corale, dove i grandi della storia e gli “umili” si intrecciano senza gerarchie: ciascuno ha un ruolo nella nascita dell’Ordine.

La chiave storica: Medioevo tra fede e leggenda


L’autore ci trasporta dentro l’atmosfera degli ultimi anni dell’Alto Medioevo con grande ricchezza di dettagli. Genova, Seborga, Lérins, Gerusalemme, Costantinopoli non sono semplici sfondi, ma veri luoghi vivi, resi con cura storica e passione narrativa. Le Crociate, le tensioni tra la Cristianità e l’Oriente, il fragile equilibrio politico dell’epoca emergono con forza, senza mai soffocare la trama romanzata.
Il Santo Graal diventa il nucleo simbolico: ritrovato e poi nascosto, perché troppo pericoloso per l’umanità, è al tempo stesso reliquia, mito e monito. Qui il romanzo si avvicina alle leggende arturiane, ma con un ancoraggio più saldo alla storia delle Crociate e alla spiritualità cristiana medievale.

La chiave psicologica: l’uomo, la donna, il sacro


Uno degli aspetti che più mi ha colpito è la profondità psicologica con cui i personaggi sono costruiti. Errico non è un eroe perfetto: è un uomo che sbaglia, soffre, ama, e proprio per questo diventa vicino al lettore moderno. In lui si riflette la tensione di ogni essere umano chiamato a confrontarsi con un destino più grande.
Laurenziana, a sua volta, è la personificazione della femminilità che salva, dell’amore che trasfigura e resta oltre la morte. Non solo figura storica, ma simbolo eterno.
Il Graal assume anche qui un valore psicologico: non soltanto oggetto sacro, ma specchio dei desideri e dei pericoli dell’animo umano. È la tentazione dell’assoluto, il sogno di possedere Dio, ma anche il monito sulla fragilità dell’uomo di fronte al divino.

L’importanza dell’opera


L’Ordine Templare è importante perché non è né puro romanzo né mera ricostruzione storica: è epica moderna. La sua forza sta nella capacità di parlare a diversi livelli: agli appassionati di storia medievale, agli amanti delle saghe cavalleresche, a chi cerca un racconto d’amore e sacrificio, ma anche a chi vuole riflettere sulla condizione umana e sul rapporto con il mistero.
È un libro che dimostra come la narrativa storica possa essere molto più di un esercizio erudito: può diventare un canto, una leggenda nuova, una parabola universale.

Considerazioni personali


Devo dire che questo romanzo mi è piaciuto molto. Non solo per l’avventura e la coralità dei personaggi, ma per l’intensità emotiva e psicologica che trasmette. Ho amato la figura di Errico, con le sue debolezze e il suo coraggio, ma soprattutto Laurenziana, presenza dolce e luminosa, capace di restare impressa come simbolo eterno di amore e resilienza.
La scrittura dell’autore alterna pagine di grande azione a momenti poetici e contemplativi, e proprio questo equilibrio lo rende speciale: è un libro che conquista sia la mente sia il cuore. Alla fine della lettura resta una sensazione rara: quella di aver compiuto un vero viaggio, insieme ai personaggi, dentro la storia e dentro l’animo umano.

Conclusione


L’Ordine Templare è un romanzo che unisce storia, mito, poesia e psicologia in un unico respiro epico. È l’inizio di una saga che proseguirà con I Templari e il Graal e che promette di restare a lungo nella memoria dei lettori.
Per chi ama i Templari, le Crociate, il mito del Graal, ma anche per chi cerca un romanzo che sappia emozionare profondamente, questo libro non è solo una lettura: è un’esperienza.

#recensioneLibri #romanzoStorico #templari


Istantanee: frammenti di vita tra memoria e sguardo interiore

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Istantanee

Title:
Istantanee

Author:
Piera Caivano

Publisher:
GD Edizionei

Release Date:
2025

Source:
gdedizioni.it/prodotto/istanta…

Illustrazioni di Cristina Desideri

Introduzione


Istantanee è un’opera che nasce dall’urgenza di custodire e trasmettere memorie, voci e paesaggi interiori. Le parole di Donato Verrastro nella presentazione, ci conducono all’origine del percorso dell’autrice: dai banchi universitari alla costruzione di una voce letteraria radicata nella sua terra, la Basilicata, ma capace di elevarsi a dimensione universale. Nei racconti che compongono questo volume, l’intreccio fra storia personale, memorie collettive e riflessione sul tempo, diventa spazio di incontro tra psicologia e antropologia, letteratura e testimonianza.

Biografia dell’autrice


Piera Caivano è scrittrice, poetessa ed educatrice. La sua formazione universitaria a Salerno ha rappresentato il primo terreno in cui ha coltivato la vocazione all’insegnamento e alla narrazione. La sua produzione letteraria si è consolidata attraverso poesie, racconti e opere in cui la parola si fa strumento di resistenza e di appartenenza. Nei suoi testi è costante il legame con le radici, con la memoria dei luoghi del Sud, con la voce delle donne e con le tracce di una storia che si intreccia alla vita quotidiana. La Caivano appare, così, come “sentinella del tempo”, capace di restituire dignità a frammenti dimenticati, trasformandoli in narrazione esemplare.

Biografia dell’illustratrice


Ad accompagnare le parole, i disegni e la copertina sono affidati a Cristina Desideri, illustratrice e psicologa, che porta nel suo tratto una sensibilità duplice: estetica e conoscitiva. Le sue illustrazioni non sono meri ornamenti, ma aperture di senso. Con linee essenziali e suggestioni minimaliste, gli elementi grafici traducono le parole di Caivano in immagini interiori, restituendo al lettore uno spazio di riflessione visiva. La copertina, in particolare, diventa una soglia, un invito a entrare in un mondo di memorie intime e collettive: una figura femminile, voltata di spalle, avvolta in un abito che non è stoffa ma costellazione di punte di matite colorate. Ogni punta è una voce, ogni colore un’anima: insieme si intrecciano come fili di un coro silenzioso, dove l’arte diventa veste e la pluralità si fa poesia.

I racconti: memoria, psicologia e antropologia


I racconti di Istantanee sono fotografie dell’anima. Si muovono tra eventi della storia lucana – dal terremoto del 1980 alle migrazioni, dalle condizioni femminili alle difficoltà sociali – e riflessioni esistenziali, in cui il dolore, la perdita, la nostalgia e la speranza si intrecciano. La dimensione psicologica emerge nella rappresentazione degli stati emotivi che accompagnano la vita comunitaria: la malinconia come sentimento fondante, il bisogno di appartenenza, la resilienza delle donne, la forza dei legami familiari.
Dal punto di vista antropologico, i testi restituiscono la Basilicata come luogo simbolico: non solo contesto geografico, ma matrice culturale e identitaria. I riti domestici, gli oggetti, i paesaggi e le pratiche del mondo contadino diventano archetipi, che rimandano a dinamiche universali di sopravvivenza, resistenza e migrazione. La casa, costantemente evocata, rappresenta un porto sicuro, ma anche una metafora della memoria collettiva che custodisce radici e tradizioni.

Temi centrali della sua scrittura


1. Radici e appartenenza
Forte legame con la Basilicata: paesaggi, case, luoghi marginali diventano metafore di identità e resistenza.
Le radici come forza contro corrente che trattiene anche l’incontenibile.

2. Memoria e Storia collettiva
La scrittura intreccia la vita personale con gli eventi storici: terremoto del 1980, emigrazione, disastri ferroviari, condizione femminile, povertà.
Narrazione che unisce microstorie e macrostoria, trasformando eventi locali in esperienze universali.

3. Il gioco degli opposti
Presenza/assenza, pace/violenza, pazienza/rivolta.
Contrasti che producono emozione, nostalgia e riflessione.

4. Dimensione domestica
La casa come simbolo di sicurezza e continuità, legata alla famiglia.
Oggetti e simboli domestici evocano un tempo ancestrale, diventando porti sicuri della memoria.

5. Emigrazione e transnazionalità
Il migrare non è mai isolamento: esiste sempre un filo con la terra d’origine.
Lingua e memoria collettiva come eredità intergenerazionale.

6. Stile e tono emotivo
Scrittura segnata da malinconia e nostalgia.
Trasforma le vicende individuali in topoi universali, con un valore formativo ed educativo.
Il tempo del narrare diventa al tempo stesso strumento e metodo didattico.

Visione psicologica e simbolica


Ukeireru (accettazione): nel testo emerge la capacità di accogliere il dolore storico e personale trasformandolo in memoria condivisa.
Resilienza narrativa: la scrittura diventa strumento di elaborazione del lutto e di ricomposizione identitaria.
Nostalgia creativa: il filo nostalgico non paralizza, ma cuce insieme frammenti sparsi, trasformando il passato in occasione di crescita.
Casa come base sicura (in senso bowlbiano): luogo reale e simbolico che permette l’apertura al mondo senza perdere le radici.

Le illustrazioni: psicologia dello sguardo


I disegni di Cristina Desideri si collocano come veri e propri specchi emotivi: non cercano di riprodurre il reale, ma di evocarlo, restituendone l’essenza. La linearità delle forme e la scelta di un tratto sobrio e nitido creano spazi vuoti che il lettore riempie con il proprio vissuto. Psicologicamente, questa scelta grafica invita all’introspezione: il non detto e il non rappresentato diventano luoghi di proiezione personale, permettendo a chi legge di dialogare con la propria memoria. La copertina stessa, con il suo carattere evocativo, si pone come sintesi tra parola e immagine, memoria e identità.

Riflessione finale


Istantanee è più di una raccolta di racconti: è un’esperienza di attraversamento. La scrittura di Caivano, intrecciata alle illustrazioni di Desideri, costruisce un ponte tra memoria personale e collettiva, tra psicologia del ricordo e antropologia della cultura. Ogni pagina, ogni immagine, diventa un tassello di un mosaico che racconta non solo la Basilicata, ma l’umano universale: la fragilità, la resilienza, la nostalgia e la forza delle radici.
Il libro si configura dunque come un’opera di resistenza poetica, che invita il lettore a riflettere su cosa significhi appartenere, ricordare e tramandare.


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[r] _ the complete videos of “the re-appearing pheasant”: an encounter of american and italian poets and critics, new york, 11-12-13 nov 2022

youtube.com/embed/sDTTTR_NA8k?…

youtube.com/embed/xvaeAWWbjxY?…

youtube.com/embed/OxhMrOef8TA?…

The Re-Appearing Pheasant
An Encounter of American and Italian Poets and Critics
New York, November 11-12-13, 2022

Convened by
Luigi Ballerini

Presented by
Casa Italiana Zerilli-Marimò at New York University
Stefano Albertini, Director

In Cooperation with
The Italian Cultural Institute of New York
Fabio Finotti, Director


#AmericanAndItalianPoetsAndCritics #AmericanPoets #CasaItalianaZerilliMarimò #criticism #critics #event #FabioFinotti #ItalianPoets #LuigiBallerini #NewYorkUniversity #poems #poetry #poets #proseInProse #prosePieces #StefanoAlbertini #TheItalianCulturalInstituteOfNewYork #TheReAppearingPheasant

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mikulogicoso inufficiale programmato con l’asciaflissa (rilascio “MikuLogi: Octt Unofficial Edition”)


Ultimamente mi succede una cosa stramba, ossia che da un lato posto le cose e poi non le faccio… e dall’altro, faccio le cose ma poi non le posto!!! Ebbene, prima che anche quest’ultima cosa fatta cada nel nonpostatoio (o forse, prima che passi talmente tanto tempo che io nel frattempo faccia numerosi aggiornamenti), ecco all’intero mondo il giochino che nemmeno troppo velatamente avevo detto avrei costruito clonando malamente il Picross di Miku lì: https://octt.itch.io/mikulogi-octt (giocabile nel browser!) 🧨

Insomma, in appena qualche giorno MikuLogi Octt Unofficial Edition è diventato reale, e già giocabile per sempre… nonostante sia una versione ancora sperimentale, decisamente sia meno curata che meno piena, non solo in confronto a quello che programmo di fare ancora, ma anche rispetto all’originale… vabbè. Ed è la prima robina in assoluto che creo con HaxeFlixel, che sembra decisamente un motore di gioco molto gustoso, e che col tempo farò bene ad esplorare per bene. Forse non sembra così buono giocando con una build web del mio gioco, perché le prestazioni lasciano a desiderare su alcuni dispositivi, ma a parte fare alcune ottimizzazioni a breve pubblicherò anche delle build native, quindi si abbia pazienza. 🤥

Il bello è che di base, a parte i bug pazzurdi intrinseci del programmare videogiochini, e diverse cose non proprio convenienti che devo ancora sistemare, programmare un giochino di Picross è stato a dire il vero semplicissimo… dato che nel mio caso si è trattato appunto di pura programmazione, visto che tutti gli asset li ho gentilmente prelevati, ma (di nuovo) vabbé. E il codice… beh, è pubblico come al solito (anche se ancora non ho deciso la licenza), ma terribile in culo… per chi non ha paura, però, eccolo: gitlab.com/octospacc/MikuLogi-…. ❗

Ci sarà a questo punto sicuramente chi dirà che questo giochino non è affatto supermiao, perché non scala a qualsiasi rapporto d’aspetto, e perché ancora l’unico metodo di input per le caselle è il click semplice, e perché ho per il momento incluso solo i primi 150 puzzle dal gioco che ho copiato, e perché non c’è un menu di selezione per essi, ma se ne può scegliere solo uno a caso per volta per difficoltà, e perché non si sbloccano le immaginine dei Vocaloid… e ok, onesto abbastanza. Ma allora, se le cose stanno così… semplicemente lasciatemi cucinare, e avrete non solo il piatto a base di Miku, ma anche qualcosa di più, a lungo andare, sempre con gusto picrossoso. (Ma penso comunque che il gioco sia già ora divertente… il contenuto è sufficiente e la UX è passabile!) 🤗
Ah e, a proposito: ringraziamo lo Ximi che, come al solito, si dimostra merda, stavolta avendo creato una registrazione schermo del #gameplay che include il suono solo dopo un bel po’ dall’inizio… mamma che monnezza.
#gamedev #gameplay #HatsuneMikuLogicPaint #HaxeFlixel #MikuLogi #OcttUnofficialEdition #picross


disegni picrossici con miku, fuori dal telefono escono sorprese (asset rip giochino Mikulogi)


Prima (cioè, l’altro ieri, ormai si sa come va la roba qui) ho voluto estrarre gli asset da un giochino che ho sul telefono (forse il più gustoso che ho lì, a dire il vero), Hatsune Miku Logic Paint… cioè la fusione delle mie due più grandi passioni — almeno, dopo il rotting, l’avere segreti, ed un’altra che non dirò. Difatti, il Picross con Miku è alquanto sfizioso, ma prenderne i file per altri usi lo è ancora di più, e nel farlo si scoprono svariate cose. 🤗

Innanzitutto, il gioco è fatto in Unity; chi mai lo avrebbe potuto immaginare? È buono però, perché è bastato dare in pasto ad AssetRipper la cartella estratta dall’APK per ottenere tutti i bei PNG, la musica, e… tutte le griglie dei puzzle in formato TXT (con 0 per indicare caselle vuote, 1 quelle piene, e virgole per fare da padding), evviva!!! (Oltre ad altri metadati in CSV, come i nomi dei puzzle e stringhe varie.) Questi torneranno sicuramente utili per fare una cosa che per motivi octosi non voglio spoilerare (e che per motivi legali non potrei fare, ma dalle cose octose non deriva mai lucro, quindi me ne sbatto il mikuleek). 🤪

Poi, però, ho visto una cosa meno divertente… tutti, e dico tutti, gli asset grafici, proprio gli elementi UI, sono rovinati dalla compressione, almeno in qualche misura! Ci sono ovunque piccoli artefatti di compressione che, a dire il vero, giocando sul telefono non si notano, ma che sono così evidenti anche solo ficcando il naso tra i file, senza zommare chissà quanto per alcuni, che sono pronta a scommettere che giocando sul mio tablet da 10 pollici li vedrei. (Attenzione, sono pronta a scommettere ma non a provare, mi secco ampiamente.) La cosa bella è che sono tutti PNG, non JPEG o WEBP o VFFNCL, quindi… a meno che non sia AssetRipper ad averli forzati in PNG, chi ha lavorato al gioco non è proprio del mestiere. Persino in una manciata di file che nel nome hanno “Uncompressed” (come questo) trovo artefatti, anche se non di tipo JPEG classico. 😪
I vari asset estratti, mostrate su Pignio la cartella root e quella Texture2D, mostrata zoomata l'immagine di sfondo della schermata del titolo; evidenziati con freccette rosse gli artefatti nelle varie immagini visibili. La cartella degli asset estratti, tolta molta monnezza, è circa 200 MB.
Insomma, lo hanno fatto un pochino sciatto questo coso… e a dire il vero forse torna tutto, vedendo le altre sviste di design che ci sono, come la musica che si ripete ad appena qualche secondo, cosa che da alquanto sui nervi, o che completando i picross si sbloccano delle immaginine dei vocaloid (con nessun tasto per condividere o boh, impostare come sfondo) anch’esse molto compresse (e per queste si, lo si nota anche dal telefono). Lato codice francamente penso sia ben fatto, perché bug non ne ho trovati e la UX è ben rifinita… anche se una svista pure lì c’è, e cioè che lo stato in corso di un livello non è salvato se non premendo indietro; in altre parole, se blocco lo schermo del telefono per qualche minuto, e quindi la MIUI di merda uccide la app, quando vado per continuare devo puntualmente ricominciare da capo, perché ho scordato di chiudere per bene. 😶

Boh, veramente boh, però comunque è un giochino okei. Ha 25 puzzle 5×5, 25 10×10, 100 15×15, e 4 compositi di 25 puzzle 25×25, quindi per chi ha 2,79€ in punti premio Google da spendere (“oggi offre Alphabet“) consiglio di provarlo… altrimenti, per i pirati c’è l’APK… o, ancora altrimenti, per gli octosi c’è—NO SPOILER! (E per chi vuole semplicemente frugare tra gli asset, come si nota in foto li ho caricati su Pignio, su pignio.octt.eu.org/item/mikulo…… e si, dovrei sia aggiungere un tasto per scaricare un’intera cartella come ZIP, che in generale migliorare la vista delle cartelle supportando le sottocartelle, ma per ora godetevi il miscuglio disordinato e pace.) 👾

#assets #game #HatsuneMikuLogicPaint #MikuLogi #mobile #picross #puzzle


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Treno Merci “Il Biancone” con E652.123 + G2000.02 in transito a Castagneto Carducci (20/02/2024)


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De Mita intendeva riportare la politica italiana su binari consueti


Dopo le elezioni regionali del 1985, tra DC e PSI i rapporti iniziarono a peggiorare: cresceva e diventava sempre più forte infatti, la conflittualità fra i due partiti. Il principale obiettivo democristiano rimase lo stesso: vincolare il PSI ad un rapporto più stretto con la DC, e a tale obiettivo si sarebbe aggiunta la contesa per riconquistare la Presidenza del Consiglio <117. Il 13,3% ottenuto dal PSI evidenziò la mancanza di un “effetto Craxi”, ossia il significativo balzo in avanti elettorale trainato dal primo governo a guida socialista dell’Italia Repubblicana e di tutta la storia unitaria <118. Proprio questa mancanza di una spinta provocata dal primo governo Craxi incoraggiò i democristiani: se la pesante sconfitta del 1983 aveva spinto la DC ad accettare un ruolo subalterno rispetto al PSI e a cercare una collaborazione vera con il segretario socialista, il risultato del 1985 la spinse ad assumere un
atteggiamento più conflittuale <119.
Dopo le elezioni, il segretario democristiano De Mita cercò innanzitutto di mutare la natura del governo, trasformando il pentapartito in una vera coalizione politica. Contemporaneamente preparò l’elezione del nuovo presidente della Repubblica coinvolgendo anche i comunisti. Il segretario democristiano intendeva riportare la politica italiana su binari consueti, riaffermando il primato politico della DC e iniziando un’opera di correzione “dell’anomalia” craxiana <120. Nel Congresso del 1986, De Mita rilanciò la sua prospettiva <121 affermando: “senza un obiettivo comune non è possibile tenere insieme una maggioranza. In questo senso abbiamo parlato e continuiamo a parlare di strategia. Una visione comune non è un desiderio: è una necessità” <122. Non erano posizioni nuove, ma ora la DC era più forte e dal Congresso uscì rafforzata anche la segreteria di De Mita, che fu rieletto con il 75% dei voti. In tale contesto, si aprì una nuova contesa per la riconquista della Presidenza del Consiglio. Il segretario della DC dovette però anche constatare due novità in contrasto con la sua linea: da un lato, Cossiga, della cui elezione De Mita era stato il principale artefice con il consenso dei comunisti, non sposò gli interessi democristiani e mostrò attenzione verso le richieste socialiste, dall’altro lato, Andreotti, che pure aveva difeso a lungo la politica di solidarietà nazionale, polemizzando apertamente con Craxi, si spostò verso una linea di collaborazione con il PSI. Proprio ciò che spingeva De Mita e la maggioranza della DC a rivendicare la Presidenza del Consiglio, in altre parole, suggerì viceversa ad Andreotti un atteggiamento più possibilista verso le richieste del PSI <123. Il conflitto tra democristiani e socialisti portò alla fine del governo Craxi cui però non seguì una “staffetta” e cioè la riconquista della guida del governo da parte della DC. Si andò nuovamente ad elezioni anticipate nel 1987, da cui ebbe inizio l’ultima legislatura della Prima repubblica. La DC riuscì a recuperare una parte dei consensi perduti, mentre il PCI post-berligueriano subiva un crollo pesante e il PSI otteneva un buon risultato alla Camera <124. De Mita tornò a rivendicare la guida del governo democristiano, i numeri effettivamente gli davano ragione: si trattava del partito di maggioranza relativa, rafforzato dal risultato elettorale. Malgrado il rafforzamento del segretario democristiano, Craxi si oppose ad un governo da lui guidato, nel silenzio di Forlani ed Andreotti. Cossiga allora chiamò Goria, già ministro del Tesoro nel governo Craxi, a formare il nuovo esecutivo.
Mentre continuava il braccio di ferro con i socialisti, i leader della DC si trovarono in modo sempre più evidente davanti ad un dilemma insolubile: da un lato cresceva l’insofferenza verso “l’egemonia democristiana” ma, dall’altro lato, “la stabilità del governo continuava ad essere garantita dall’impegno della DC” <125. Ciononostante, De Mita sperò di poter realizzare un governo in grado di affrontare problemi cruciali, a partire dal risanamento della finanza pubblica, e di avviare una riforma politico-istituzionale, e nel 1988 raggiunse l’obiettivo di assumere la Presidenza del Consiglio. Questo tentativo sarebbe durato solo pochi mesi: nella primavera del 1989, De Mita venne sostituito da Forlani alla guida del partito e, poco dopo, da Andreotti a quella dell’esecutivo.

[NOTE]117 Il risultato si prestò a più letture. Quattro milioni di elettori, sottolinearono i socialisti, avevano lasciato i due partiti maggiori. In questa luce le elezioni sancivano una sconfitta del duopolio DC-PCI, mentre si modificarono i rapporti di forza tra i due partiti di sinistra a vantaggio dei socialisti. Cfr. Colarizi, Gervasoni, La cruna dell’ago, Editori Laterza, 2005, cit. p. 185.
118 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 187.
119 A. Giovagnoli, La Repubblica degli Italiani 1946-2016, Editori Laterza, Bari, 2016, pp. 124-147.
120 Craxi “non si comportava da presidente del Consiglio ma da capo autoritario del governo” Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 275; Il PSI non gestiva il potere in base a un’investitura ricevuta, ma adoperava il potere per cambiare la politica chiedendo a posteriori la legittimazione di un arbitrio, ivi p. 281; Craxi, che governava con la DC e preparava l’alternativa alla DC, teneva i piedi in due staffe, ibidem
121 De Mita voleva tornare al centro-sinistra tradizionale. A suo avviso “affidare la guida del governo a un uomo del partito di maggioranza relativa era la regola non l’eccezione”; l’alleanza di pentapartito doveva essere intesa come impegno pluriennale esteso anche alla legislatura successiva; da vent’anni c’erano rapporti positivi tra DC e PSI, anche se molte cose erano cambiate e occorreva tener conto dei problemi specifici di un partito di sinistra al governo; il PSI doveva mostrare coerenza con la politica nazionale nelle scelte a livello locale. A. Giovagnoli, La Repubblica degli Italiani 1946-2016, Editori Laterza, Bari, 2016 cit. p. 93.
122 Ibidem
123 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005.
124 Risultati Camera dei Deputati: DC 34,31%, PCI 26,57%, PSI 14,27% Risultati Senato della Repubblica: DC 33,62%, PCI 28,33%, PSI 10,91% dati presi dall’ archivio del portale dell’Istituto Cattaneo cattaneo.org/archivi/archivio-…
125 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 435-459.
Isabella Alfano, 1968-1994: dalla prima repubblica alla “discesa in campo” di Berlusconi, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

#1985 #1987 #amministrative #ArnaldoForlani #BettinoCraxi #CiriacoDeMita #Cossiga #DC #elezioni #GiulioAndreotti #governo #IsabellaAlfano #PCI #politiche #presidente #PSI #repubblica

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Craig Jone vs Mikey Musumeci – moderatore Mighty Mouse


E alla fine il dibattito è arrivato, con perfetto tempismo e con un moderatore di eccezione. Si parla di TANTE cose, da UFC BJJ, e i suoi contratti di esclusività, alla cintura nera di Moneyberg Ecco il video, sotto un mega riassuntone [url=https://www
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E alla fine il dibattito è arrivato, con perfetto tempismo e con un moderatore di eccezione.

Si parla di TANTE cose, da UFC BJJ, e i suoi contratti di esclusività, alla cintura nera di Moneyberg

Ecco il video, sotto un mega riassuntone

youtube.com/watch?v=wOfRv88NNb…

Craig Jones vs Mikey Musumeci: Il Dibattito su UFC BJJ e CJI


Un confronto acceso ma rispettoso: Craig Jones e Mikey Musumeci si sono seduti al tavolo per discutere del futuro del Brazilian Jiu-Jitsu professionistico.
Al centro: i contratti esclusivi, la nascita di UFC BJJ e il ruolo di CJI (Craig Jones Invitational).
Fra aneddoti, battute e momenti seri, emerge un quadro complesso: più soldi e visibilità per gli atleti, ma anche rischi di monopolio e promesse non mantenute.


Intro


Un’apertura leggera, tra sponsor e saluti, prepara il terreno. L’atmosfera sembra rilassata, ma l’attesa per il dibattito vero è palpabile.

  • time stamp: 0:00


The Debate Begins


Craig e Mikey iniziano a scaldarsi: tono ancora scherzoso, ma la direzione è chiara. Sta per arrivare la prima domanda pesante.

  • time stamp: 1:31

Are Exclusive Contracts Good for BJJ?


Craig solleva dubbi sull’impatto dei contratti esclusivi: rischiano di bloccare gli atleti, privandoli di opportunità.
Mikey ribatte che l’esclusività può dare stabilità, a patto che ci siano soldi veri e garanzie concrete: “Se ti legano, devono darti match, soldi e visibilità”.
DJ aggiunge il rischio più grande: il monopolio UFC, che eliminerebbe la leva contrattuale degli atleti.

  • time stamp: 3:02

Did UFC BJJ Steal CJI’s Rules and Pit?


Craig accusa: “Hanno preso il nostro format, cambiando solo un minuto”. Mikey riconosce i meriti: “Craig ha creato il miglior ruleset”.
UFC BJJ ha adottato regole e persino il concetto del pit. Per Craig è plagio, per Mikey è ispirazione inevitabile.

  • time stamp: 10:05

Why Craig Jones Didn’t Sign with UFC BJJ


Craig racconta delle offerte UFC: volevano metterlo come coach accanto a Mikey in un reality.
Quando rifiuta, improvvisamente gli atleti di CJI vengono bloccati: “False promises, breaking my heart”.
Mikey ammette che l’accordo c’era, ma sarebbe stato sotto pieno controllo UFC.

  • time stamp: 17:25

Are Exclusive Contracts Good for BJJ? PT 2


Il dibattito si accende: Mikey porta esempi concreti di match saltati per infortuni in eventi extra. “Ecco perché a volte serve l’esclusività”.
Craig ribatte: un evento all’anno non giustifica il blocco totale. DJ insiste: se l’esclusività diventa monopolio, gli atleti perdono ogni leva.

  • time stamp: 20:19

Is Derek Moneyberg a LEGIT Black Belt?


Tema insolito ma virale: Derek Moneyberg e la sua cintura nera.
Mikey chiarisce: “Non gliel’ho data io. Ha conoscenze, ma fisicamente non sembra un black belt”.
Craig ironizza, trasformando la discussione in siparietto, ma Mikey rilancia: “Forse serve un test standard per il grado di cintura”.

  • time stamp: 26:56

Craig Asks Mikey to Take an Autism Test


Craig provoca Mikey con un test sull’autismo, richiamando accuse precedenti.
Mikey reagisce con sincerità, spiegando la sua ADHD e i fraintendimenti durante eventi live.
Tra battute e ironia, il discorso vira sul rapporto con UFC: “Devono dimostrare di mantenere le promesse”.

  • time stamp: 34:44

Did UFC BJJ Steal CJI’s Rules and Pit? PT 2


Craig insiste sul plagio: “Hanno preso regole e nomi parola per parola”.
Mikey riconosce che il pit e le regole portano la firma Craig Jones: “Meriti credito”.
Craig scherza: “Almeno datemi la Hall of Fame”.

  • time stamp: 39:42

Why Mikey Didn’t Compete in CJI 1


Craig lo accusa di non aver letto il contratto. Mikey ammette: “L’avevo letto, ma ho mentito per non dirti subito di no. Ci tenevo a esserci”.
Nonostante il vincolo con One Championship, Mikey aveva persino proposto un seminario gratuito per supportare CJI.

  • time stamp: 41:39

DJ’s Take on Why Exclusive Contracts are BAD for BJJ


DJ prende posizione: “Se gli atleti fossero pagati benissimo, ok. Ma spesso restano bloccati senza possibilità”.
Rischio concreto: promesse non mantenute e carriere ferme.

  • time stamp: 45:51

Claudia Gadelha Boring Match Comments REACTION


Craig e Mikey reagiscono alle critiche di Claudia Gadelha, che aveva definito “noioso” un match.
Mikey: “È sbagliato mettere pressione agli atleti: nei match di altissimo livello non sempre c’è una finalizzazione”.
Craig aggiunge ironicamente: “Tipico, aspettative irrealistiche”.

  • time stamp: 46:33

Why Some High-Level BJJ Matches Are “Boring”


Gli atleti spiegano: a livello top, gli incontri possono sembrare lenti, ma è il risultato di strategie raffinate e parità tecnica.
Mikey sottolinea: “Il nostro compito è vincere, non fare show a tutti i costi”.

  • time stamp: 49:40

Is UFC BJJ Steroid Testing Legit?


Craig dubita della credibilità del nuovo sistema antidoping UFC. DJ difende USADA: “Era l’unica agenzia che ti trovava ovunque, anche in piscina o al supermercato”.
Mikey spera che UFC introduca test seri per professionalizzare il BJJ, pur riconoscendo che al momento “non hanno ancora testato nessuno”.

  • time stamp: 50:34

Are Craig’s Antics Bad for BJJ?


Gli viene chiesto se le sue provocazioni danneggiano l’immagine del BJJ.
Craig risponde netto: “Il nostro sport era troppo macho e omofobo. Io bilancio con ironia e leggerezza. Non sono un modello per i bambini, ma serviva un contrappeso”.
Mikey ribadisce l’importanza di rendere lo sport più professionale con regole e controlli.

  • time stamp: 54:40

Should BJJ Athletes Make Lots of Money?


DJ lancia una provocazione: “Forse gli atleti BJJ non sono destinati a guadagnare tanto”.
Craig ribatte con sarcasmo, Mikey spinge sull’importanza di costruire il proprio brand: social, seminari, instructionals.
La realtà: nel BJJ non bastano i titoli, servono numeri e visibilità.

  • time stamp: 57:28

Why UFC BJJ is Good for Athletes


Mikey difende la scelta UFC: “In pochi mesi la mia pagina è cresciuta da 500k a 1M. Questa esposizione porta opportunità economiche”.
Craig rimane scettico: “Non basta essere UFC per crescere davvero, serve impegno anche da parte loro”.

  • time stamp: 59:41

Is the UFC Good at Promoting Athletes?


DJ porta la sua esperienza: “UFC non sempre promuove gli atleti, spesso ricade tutto su di noi. Ti dicono che ti faranno crescere, ma non è garantito”.
Craig aggiunge: “CJI sacrifica immagine personale per promuovere davvero i ragazzi”.

  • time stamp: 1:05:03

Is Mikey Picking Easy Opponents?


Craig lo punzecchia: Mikey evita i nomi più duri?
Mikey si difende: “Scelgo match che abbiano senso per la mia carriera e la mia crescita”.

  • time stamp: 1:08:26

Craig’s Biggest Problem with UFC BJJ


Craig espone la critica centrale: troppe promesse non mantenute, soprattutto la libertà per gli atleti.
“Ti dicono che sei libero, poi ti bloccano al primo no”.

  • time stamp: 1:12:56

Is Mikey Ducking Tough Opponents?


Ancora accuse di avoidance, ancora difese: Mikey ribadisce che le scelte dipendono da contratti ed esposizione, non dalla paura.

  • time stamp: 1:15:48

Why UFC BJJ Doesn’t Let Their Fighters Compete at CJI


Craig denuncia la mossa punitiva: dopo il suo rifiuto, UFC ha bloccato gli atleti dal partecipare a CJI.
Per lui è un danno non solo personale, ma per lo sport intero.

  • time stamp: 1:16:26

The UFC BJJ Executives Don’t Care About BJJ?!


Craig lancia l’accusa più dura: “Ai dirigenti UFC non importa del BJJ, solo del controllo”.
Mikey è più diplomatico: “Se mantengono le promesse, possono aiutare lo sport a crescere”.

  • time stamp: 1:20:18

Mikey’s Honest Thoughts on the UFC BJJ Belt


Mikey chiude con sincerità: il titolo UFC BJJ non ha ancora la storia di IBJJF o ADCC, ma può diventare importante se supportato da eventi solidi.

  • time stamp: 1:30:22

Craig Jones’ Closing Statement


Craig chiude con tono sarcastico ma diretto: “Almeno datemi credito per quello che ho creato”.

  • time stamp: 1:32:44

Mikey’s Closing Statement


Mikey sottolinea la sua speranza: “Voglio che UFC mantenga le promesse e che il nostro sport cresca davvero”.

  • time stamp: 1:33:51

Will there be a CJI 3?!


Craig lascia intendere che ci sarà un CJI 3, mantenendo viva la sfida alternativa a UFC BJJ.

  • time stamp: 1:39:38

Craig asks to corner Mikey in UFC BJJ!


Momento ironico: Craig si propone come cornerman di Mikey in UFC BJJ.

  • time stamp: 1:41:18

Who is Gable Steveson’s replacement?!


Discussione rapida su chi prenderà il posto di Gable Steveson.

  • time stamp: 1:41:55

CJI President Seth Belisle’s argument for CJI


Seth Belisle difende la visione di CJI: un’alternativa libera, senza vincoli e più vicina agli atleti.

  • time stamp: 1:42:18

Induct DJ into UFC Hall of Fame!


Battuta che diventa coro: “DJ merita la Hall of Fame UFC”.

  • time stamp: 1:45:27

CJI 2 is this weekend!


Craig ricorda che CJI 2 è imminente, sottolineando la forza dell’evento libero su YouTube.

  • time stamp: 1:48:51

Mikey promotes CJI 2!


Nonostante il suo contratto UFC, Mikey promuove l’evento di Craig: “Voglio che cresca, se cresce lo sport vinciamo tutti”.

  • time stamp: 1:49:17

Mikey competes at UFC BJJ 3!


Mikey conferma la sua prossima apparizione con UFC BJJ.

  • time stamp: 1:50:11

DJ recaps The Mighty Debate!


DJ chiude l’episodio con un riassunto leggero e un brindisi finale.

  • time stamp: 1:50:55

Conclusione


Il dibattito tra Craig Jones e Mikey Musumeci non ha vincitori netti, ma mette in luce il nodo cruciale del BJJ moderno:

  • più soldi e visibilità grazie a UFC,
  • ma rischio di monopolio e perdita di libertà per gli atleti.

CJI rappresenta la via indipendente, UFC BJJ quella istituzionale.
Forse la verità sta nel mezzo: servono piattaforme forti, ma anche la possibilità per gli atleti di scegliere.
Il futuro del BJJ si giocherà proprio su questo equilibrio.

Conclusione 2


hanno parlato. tanto di personal branding e citato anche dei lottatori che stanno facendo un buon lavoro

Match e lottatori citati


  • Andrew Tacket ? Craig racconta che dopo il suo rifiuto a UFC, Tacket non ha più potuto fare CJI (17:25).
  • Mika (probabilmente Galvão) ? menzionato come atleta di Who’s Number One / One Championship (19:14 e 20:00).
  • Baby Shark (Diogo Reis) ? Mikey dice che avrebbe dovuto affrontarlo in One, ma l’infortunio lo ha bloccato (20:36).
  • Kade Ruotolo ? citato più volte, incluso il match mancato con Mikey per infortunio da CJI (20:24).
  • Bruno Malfacine, Diego Pato ? Mikey li cita come grandi avversari del suo passato in IBJJF (23:36).
  • Kennedy Maciel ? collegato alle critiche di Claudia Gadelha su un match “noioso” (46:33).
  • Claudia Gadelha ? ex fighter UFC che critica direttamente un match di BJJ (46:33).
  • Nicky Rod (Nick Rodriguez) ? citato da Mikey come esempio di livello che Derek Moneyberg non potrebbe mai reggere (28:47).
  • Alex Volkanovski ? Craig e Mikey raccontano di un possibile match/esibizione (42:40).
  • Morab Dvalishvili e Sean O’Malley ? citati come esempi di gestione del brand in UFC MMA (1:06:30).
  • CM Punk ? paragonato a UFC BJJ: più pagato nonostante risultati inferiori (1:01:48).
  • Gable Steveson ? discussione sul suo sostituto (1:41:55).
Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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letter / serse luigetti. 2025


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#abstract #abstrasemic #art #arte #arteAstratta #asemic #asemicWriting #astrazione #letter #scritturaAsemica #SerseLuigetti

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La mappa del potere locale cambia radicalmente nel 1975


Nella primavera del 1975 però è la procura di Milano che comincia a lavorare sugli appoggi politici a Sindona, in particolare su un finanziamento di due miliardi fatto alla Dc (secondo alcuni in cambio della nomina di Mario Barone a consigliere di amministrazione del Banco di Roma, circostanza confermata anche da Aldo Moro nel “memoriale” scritto durante il sequestro operato dalle Br nel 1978), su cui i magistrati intendono sentire l’On. Micheli, responsabile amministrativo del partito, che però si dice disponibile solo dopo le elezioni amministrative di giugno. Successivamente però Micheli non chiarirà l’origine dei due miliardi che la Dc non può negare di aver ricevuto, mentre i magistrati milanesi inviano una comunicazione giudiziaria anche a Carli, governatore della Banca d’Italia, per l’autorizzazione data al salvataggio (rivelatosi poi inutile) della Banca Privata.
La procura di Milano fin dal gennaio 1975 aveva inviato la richiesta di estradizione di Sindona al ministero di Grazia e giustizia per l’inoltro negli Usa (dove il bancarottiere era stato intanto tratto in arresto per il fallimento della banca USA Frankin, acquistata da Sindona pochi anni prima) ma, nel meccanismi della burocrazia qualcosa si era inceppato e la domanda non aveva ottenuto esiti. Secondo la denuncia dei comunisti si era trattato di una mossa deliberata per aiutare Sindona; inoltre si era prospettata anche la possibilità che emissari della Dc avessero contattato il finanziere per indurlo a dichiarare di aver ricevuto la restituzione dei due miliardi <211. In seguito, nel febbraio 1976, Giovanni Guidi, amministratore del Banco di Roma, affermerà ai magistrati di Milano che erano stati Fanfani e Andreotti a propiziare il finanziamento di 100 milioni di dollari da parte del Banco di Roma a Sindona <212, imponendo Mario Barone come consigliere e amministratore delegato della banca. Guidi spiegherà anche che il prestito era stato deciso in autonomia dalla banca e che Carli era stato informato solo dopo, a luglio.
Nel seguire tutte le vicende l’Avanti non usa particolari cautele nei confronti dell’alleato di governo. Già nell’ottobre del 1974 aveva parlato, sebbene in termini generali, “delle compiacenze di cui ha goduto” Sindona <213; ma fra maggio e giugno del 75, con l’avvicinarsi delle amministrative, e quando il ruolo di esponenti della Dc appare pienamente documentato, un paio di articoli di Ugo Intini segnano un affondo del Psi <214. Afferma Intini che «La particolare caratteristica del crimine nel nostro Paese trova le sue radici […] nella corruzione del potere», inoltre il giornale attacca la politica di law & order promossa da Fanfani e dalla Dc, affermando che in realtà il pericolo per la legalità viene dal legame tra criminali e potere e cita ad esempio il caso Sindona. La Dc sui propri giornali quasi non si occupa della questione, in alcune delle poche circostanze in cui lo fa sostiene che l’operazione del Banco di Roma, tutto sommato è stata vantaggiosa e comunque era stata autorizzata dalla Banca d’Italia <215; molto simili nei loro contenuti le dichiarazioni del ministro del Tesoro Colombo su La Discussione <216.
La definizione di “terremoto” <217 elettorale per le amministrative del giugno 1975, in un paese in cui lo spostamento di consensi da un partito all’altro è sempre stato piuttosto ridotto, sembra decisamente azzeccata. La Dc perde due punti e mezzo rispetto alla tornata del 1970, i socialisti guadagnano quasi due punti. Ma è soprattutto l’affermazione del Pci, il quale passa dal 27,9% al 33,5 e si trova quindi a meno di due punti dai democristiani, che crea sensazione. La mappa del potere locale cambia radicalmente, comincia la stagione delle “giunte rosse” che, per alcuni, potrebbero costituire un anticipo dell’affermarsi dell’”alternativa” anche al livello del governo centrale. Eppure i comunisti sono coerenti nel portare avanti la strategia del “compromesso”, che la grande affermazione contribuisce semmai a confermare. Tra i socialisti, nonostante l’incremento di voti, traspare una certa delusione perché l’altro partito della sinistra ha guadagnato ben di più, un dirigente socialista fa notare che «noi abbiamo scosso l’albero ma i comunisti hanno raccolto i frutti» <218; l’adesione al governo, è la riflessione di molti, penalizza il partito. In occasione del comitato centrale che ha luogo a luglio <219 comincia un periodo di riflessione che dura fino al CC successivo, nel mese di ottobre; in questa fase «si consuma la completa conversione del gruppo dirigente di quel partito alla linea dell’alternativa» <220, cambiamento di rotta poi formalizzato in occasione del congresso del marzo 1976.
Ma chi subisce il travaglio più significativo all’indomani delle elezioni di giugno 1975 sono i democristiani i quali, per usare le parole di Moro, si rendono conto che il destino «non è più, in parte, nelle [loro] mani» <221. Fanfani, nonostante la sua strenua resistenza, perde la segreteria e dopo alcune convulsioni da parte delle correnti prevale la soluzione patrocinata con grande abilità tattica dal presidente del consiglio: il nuovo leader diviene Benigno Zaccagnini, almeno in via provvisoria, in attesa del congresso previsto per il 1976 <222. La sua figura <223 diverrà il simbolo del rinnovamento del partito e del tentativo di liberare dalla sua immagine l’associazione con una serie di episodi torbidi contrassegnati da corruzione, collusione con la criminalità organizzata e, secondo molti, anche con le vicende eversive in funzione anticomunista. Anche le strategie del partito per quanto riguarda le alleanze subiscono cambiamenti; quando Aldo Moro tiene il suo noto discorso in occasione della Fiera del Levante a Bari, a settembre, diviene chiaro che la Dc sta mutando atteggiamento nei confronti dei comunisti: «nessuno può disconoscere la forza e il peso del Pci nella vita del Paese. Nessuno può oggi sottrarsi ad un confronto serio, non superficiale né formale con la massima forza di opposizione…» <224
Tuttavia il nuovo corso della Dc è ben lungi dall’essere accettato da tutte le sue componenti e le abilità di mediazione di Moro non impediscono alla nuova segreteria di essere oggetto di attacchi, soprattutto da parte dei dorotei <225.
Ma le tensioni non si limitano al partito di maggioranza relativa: anche nell’ambito delle forze che sostengono il governo Moro il malcontento viene espresso in maniera sempre più esplicita, in particolare dai socialisti che alla fine dell’anno giungono a provocare la crisi, quando il loro segretario dichiara la «morte» del centrosinistra e reclama un governo che coinvolga in qualche modo i comunisti. Ma una simile mossa non viene raccolta dalla Dc e i socialisti non riescono ad ottenere un epilogo a loro favorevole. Moro può quindi costituire il suo ultimo governo, al quale questa volta partecipa il Psdi al posto del Pri, che pure assicura, come i socialisti, il sostegno parlamentare.

[NOTE]211 “Sindona doveva asserire che la Dc gli aveva restituito i due miliardi” Unità del 13 settembre 1975
212 “Il banchiere Guidi chiama in causa la Dc e Fanfani per il crack Sindona”, Unità del 20 febbraio 1976.
213 “Nel sistema le radici del caso Sindona”, Avanti del 10 ottobre 1974.
214 “Crimine, mafia, banche e politica”, Avanti del 09 maggio 1975, e “Il volto inquietante del potere” Avanti del 12 giugno 1975.
215 “Piena luce sul caso Sindona”, Il Popolo del 12 ottobre 1974.
216 “Colombo sul caso Sindona”, La Discussione N. 1044 del 11 novembre 1974.
217 L’espressione viene introdotta nel dibattito pubblico per indicare gli esiti delle elezioni amministrative del 1975 da C. Ghini, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano, 1976.
218 G. Galli, Ma l’Italia non cambia, Studio Tesi, Pordenone, 1978. Pag. 146
219 Vedi l’Avanti del 29/07/75, “Una via democratica per rinnovare il Paese”, nella sua relazione al partito De Martino afferma chiaramente che è necessario “superare il centrosinistra”
220 G. Amato e L. Cafagna, Duello a sinistra. Cit. pag. 106
221 La nota frase viene pronunciata in occasione del discorso detto “della terza fase”, in occasione del Consiglio nazionale del luglio 1975.
222 G. Galli, Mezzo secolo di Dc. Cit. Pag.285.
223 Zaccagnini aveva sorpreso non pochi osservatori quando, alcuni mesi prima, nel corso di un’intervista, (apparsa su Panorama del 26 settembre 1974) aveva espresso l’opinione che il partito doveva rinnovarsi profondamente e abbandonare la ricerca del potere ad ogni costo, ricerca che era divenuta l’«elemento primario».
224 Passaggi del discorso sono riportati su l’Avanti del 13/09/75, “Bilancio di Moro sulla situazione politica”.
225 Vedere “Situazione pesante all’interno della Dc”, l’Avanti del 09 ottobre 1975 e “Piccoli attacca la segreteria e rilancia la centralità”, Avanti del 09 novembre 1975
Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

#1975 #1976 #alternativa #amministrative #Banco #congresso #EdoardoMFracanzani #MicheleSindona #PCI #PSI #Roma

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The Passenger, per esploratori dell’universo

edu.inaf.it/rubriche/libri/the…

Riflessioni sull’esplorazione della spazio, tra passato e futuro, in un volume particolare all’interno della serie The Passenger di Iperborea.

#esplorazioneDelloSpazio #Iperborea #Marte #saggiEtAl

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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“no other land”: proiezione a piazza vittorio, roma, 4 settembre

NO OTHER LAND


Giovedì 4 settembre proiezione speciale all’Arena

Notti di Cinema a Piazza Vittorio
in memoria di Awdah Hathaleen

No Other Land

youtube.com/embed/XUsgLip_eoY?…

Giovedì 4 settembre alle ore 20:30, Notti di Cinema a Piazza Vittorio ospiterà la proiezione di No Other Land, vincitore dell’Oscar 2025 come Miglior Documentario. Ad introdurre la proiezione saranno: Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’organizzazione per i diritti umani che ha dato il patrocinio al documentario, e Massimo Righetti, in rappresentanza di ANEC AGIS Lazio.

L’evento vuole ricordare il coraggio e il sacrificio di Awdah Hathaleen, co-autore e protagonista del film, brutalmente ucciso il 28 luglio scorso da un colono israeliano, colpevole solo di difendere pacificamente la propria terra.

La sua uccisione è parte di uno sterminio senza fine, che viola sistematicamente ogni diritto umano previsto anche dal codice Internazionale.

No Other Land è oggi più che mai un’opera necessaria per contrastare lo sterminio del popolo Palestinese e lo fa attraverso lo sguardo diretto di chi, come Hathaleen, non ha mai smesso di credere nel potere del dialogo e del confronto pacifico.

Padre di tre figli, insegnante, giornalista ex attivista politico, Hathaleen era un punto di riferimento per tutta la sua comunità. La sua vita – e la sua tragica morte – incarnano le tematiche centrali del documentario: la resistenza, il conflitto multigenerazionale, l’ingiustizia sistemica e il potere della testimonianza.

L’obiettivo della serata è offrire uno spazio pubblico di memoria, denuncia e consapevolezza, per restituire dignità alla figura di Awdah Hathaleen e non permettere che la sua voce sia messa a tacere. Un’occasione anche per riflettere, insieme, sul significato profondo di No Other Land e sull’urgenza di trasformare lo sdegno in responsabilità.

Un grido di dolore per dire BASTA FERMATEVI!!!!

Maggiori informazioni su: www.cinevillageroma.it

NOTTI DI CINEMA A PIAZZA VITTORIO, è un progetto realizzato da ANEC Lazio con il contributo di Regione Lazio, Arsial e Camera di Commercio di Roma, con il sostegno di: Roma Capitale – Assessorato alla Cultura ed ACEA; In collaborazione con Agis Lazio Srl e CNB Comunicazione; con il patrocinio di ENPAM; con il supporto di: Associazione Piazza Vittorio APS; Mobility partner ATAC; Media partner: Radio Core de Roma, Radio Centro Suono, Antenna 1, Mymovies.it, Radio Roma (Radio Roma News e Radio Roma TV).

#AmnestyInternational #AmnestyInternationalItalia #apartheid #AwdahHathaleen #BaselAdra #cinema #Cisgiordania #film #genocidio #HamdanBallal #MassimoRighetti #NoOtherLand #occupazione #Palestina #proiezione #puliziaEtnica #RachelSzor #RiccardoNoury #YuvalAbraham

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Dibattito del 15.8.2025 alla Festa Rossa parte 2: Conflitti, sanzioni e riarmo


Gli eventi di fine febbraio-inizio marzo del 2022 costituiscono uno spartiacque storico che ha determinato una profonda frattura geopolitica e geoeconomica nell’Europa Orientale e l’apertura di una nuova fase caratterizzata da crescenti tensioni internazi
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Seconda tranche degli atti del dibattito del 15 agosto alla Festa Rossa 2025:

Conflitti, sanzioni e riarmo


Tra rallentamento economico, crisi industriale e perdita di potere d’acquisto dei salari dove, ci stanno portando l’Ue e la Nato?

________________

Lo scacchiere europeo epicentro delle tensioni globali: il ruolo della Nato


Nel contesto del quadro delineato nella prima parte della presente relazione, l’escalation delle tensioni fra le principali potenze trova origine in seno allo scacchiere europeo, sostanzialmente a seguito della trasformazione della Nato, da organizzazione politico-militare difensiva in strumento di ampliamento della sfera d’influenza statunitense, avvenuta dopo la fine della Guerra Fredda (1989). Tale passaggio è stato sancito, secondo il generale Mario Arpino ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate italiane, dalla “Dichiarazione di Londra” sulla trasformazione dell’Organizzazione, la quale sottolineava l’esigenza di cooperazione politica, economica e militare con i paesi dell’Europa centro-orientale.(1)

Tuttavia, gli atti formali più significativi che stabilirono le linee di sviluppo del nuovo corso della Nato presero corpo con l’approvazione della “Dichiarazione di Roma” e del “Nuovo Concetto Strategico” durante il summit di Roma del novembre 1991, a pochi mesi dallo scioglimento del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) e uno prima di quello dell’Unione Sovietica (25 dicembre 1991).

A questi iniziali, fondamentali eventi, che segnarono il passaggio dall’ordine internazionale strutturato su base bipolare a quello unilaterale a egemonia Usa/Nato, ne seguirono, in ambito Nato, altri negli anni successivi che sfociarono nel primo ampliamento ad est nel 1999 con l’ingresso di Polonia, Repubblica ed Ungheria (carta 1).

Fino a quel momento, anche alla luce del ridimensionamento economico e geopolitico della Federazione russa durante la presidenza Eltsin, si era venuto a creare, peraltro su base asimmetrica, un certo clima di collaborazione fra le parti che portò all’istituzione del Consiglio permanente Nato-Russia a Parigi nel 1997. Processo successivamente consolidato a Pratica di Mare nell’estate 2002 con la firma, da parte di George W. Bush e Vladimir Putin, del documento “Nato-Russia Relations: A New Quality” che sancì la normalizzazione “formale” delle relazioni bilaterali, anche dal punto di vista strategico-militare, al termine di un decennale percorso di avvicinamento. Tuttavia, di lì a poco gli sviluppi successivi, lasceranno intendere che probabilmente si era stati al cospetto di una effimera stagione.

Infatti, alla fine dello stesso anno, il 2002, al Vertice Nato di Praga venne data nuova enfasi alla politica delle “Porte Aperte”, già contemplata nell’art 10 dello Statuto della Nato, con l’invito a divenire paese membro offerto a Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. I 4 paesi ex Patto di Varsavia ed i 3 ex Urss, entrarono ufficialmente nell’Alleanza Atlantica nel 2004, portando a 10 gli stati dell’ex blocco Orientale in seno alla Nato. Ciò al netto della Germania Est che vi fu inglobata a seguito della cosiddetta Riunificazione tedesca del 1990, in realtà un’annessione della DDR da parte della Repubblica Federale (2) (carta 1).
Carta 1: le tappe dell’ampliamento della Nato
Questo secondo, imponente ampliamento iniziò a destare serie preoccupazioni a Mosca ove, già dal 2000, Vladimir Putin era asceso alla presidenza con un progetto politico teso a ristabilire adeguato ruolo internazionale alla Federazione Russa, dopo circa un decennio di profonda crisi(3).

Le preoccupazione russe vennero ufficialmente esternate nel 2007 alla 43esima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera dal presidente Putin, quando denunciò l’egemonia monopolistica degli Stati Uniti nelle contesto globale e il suo “uso eccessivo e quasi incontrollato della forza nelle relazioni internazionali”. Evidenziando come a seguito di tale dominio “nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può sentire che il diritto internazionale è come un muro di pietra che lo proteggerà. Naturalmente una tale politica stimola una corsa agli armamenti”. Inoltre, il presidente della Federazione Russa citò, a sostegno, il discorso del 1990 di Manfred Womer, Segretario Generale della Nato dell’epoca, nel quale promise che la Nato non si sarebbe espansa verso est: “il fatto che siamo pronti a non posizionare un esercito della Nato al di fuori del territorio tedesco (unificato. ndr) dà all’Unione Sovietica una solida garanzia di sicurezza”. Per poi chiedere retoricamente ai leaders occidentali: “dove sono ora queste garanzie?”(4).

Nonostante le apprensioni e gli avvertimenti del Cremlino, al Vertice Nato del 2008 a Bucarest, il disaccordo fra i leaders europei e il presidente statunitense George Bush Jr, portò al compromesso della promessa di quest’ultimo ad un impegno dell’Organizzazione per una futura adesione di Ucraina e Georgia (5). Una dichiarazione che assunse un’influenza significativa nel determinare la presa di coscienza del Cremlino che la Nato stava implementando una politica ostile per la sicurezza strategica della Federazione, vista la posizione geografica a ridosso della stessa, e che occorreva preparare le adeguate contromisure.

La delicata vicenda, ormai significativo passaggio storico nell’escalation della crisi Ucraina, è stata così descritta dall’allora cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo recente libro autobiografico in relazione soprattutto alla percezione russa: “il fatto che Georgia e Ucraina non abbiano ricevuto lo status di candidati per l’ingresso nella Nato fu un no alle loro speranze. Il fatto che la Nato abbia offerto loro la prospettiva di un impegno generale per l’adesione è stato, per Putin, un sì all’adesione alla Nato per entrambi i Paesi, una dichiarazione di guerra”(6). In sostanza il clima di distensione e di collaborazione di Pratica di Mare era stato archiviato e si stava aprendo una nuova fase.

La Nato, incurante delle preoccupazioni di Mosca, ha continuato ad implementare la sua politica espansiva tant’è che l’anno successivo, il 2009, fecero il loro ingresso nell’Alleanza Croazia e Albania, e successivamente nel 2017 il Montenegro e nel 2020 la Macedonia del Nord, portando i membri effettivi a 30, dai 16 del 1990 (carta 1). Ulteriore ampliamento che rafforzò i timori di Mosca rispetto ai rischi per la propria sicurezza strategica.

Ciò anche a seguito degli sviluppi delle vicende ucraine, con la destituzione nel febbraio 2014 del legittimo presidente, il “neutralista“ Victor Janukovich, con il pucth filooccidentale di piazza Maidan, l’avvicinamento di Kiev alla Nato dei successori Oleksander Turcynov e Petro Poroshenko con ingresso di istruttori militari e armamenti nel paese dal 2014 (7), la revoca dell’autonomia linguistica nel Donbass, l’annessione russa della Crimea confermata da un referendum, la dichiarazione di indipendenza delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk e l’attacco delle Forze armate ucraine contro queste ultime. Guerra che negli 8 anni successivi provocherà 13.000 morti, in prevalenza civili del Donbass.

L’escalation della crisi ucraina


La decisione, presa al Vertice Nato di Bruxelles del giugno 2021, di rendere operativa la promessa fatta a Bucarest nel 2008 di effettivo ingresso di Kiev nell’Alleanza, tramite l’attivazione del Piano d’azione per l’adesione (Map) (8), spinse la Russia a chiedere un vertice internazionale per la definizione degli assetti geopolitici nell’Europa orientale che tenesse di conto delle esigenze di sicurezza di tutti gli attori regionali. Il rifiuto statunitense e Nato del dicembre 2021, anche di sottoscrizione di Accordo di pace Usa-Russia in 9 punti (9), portò il Cremlino alla convinzione che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, col suo corollario di basi militari con strutture missilistiche, andasse scongiurato per salvaguardare la sovranità e la sicurezza della Federazione.

La Russia schierò quindi una parte delle sue Forze Armate ai confini dell’Ucraina per esercitare pressioni per l’apertura in extremis di una trattativa, fino a che il 23 febbraio i paesi occidentali comminarono la prima tranche di sanzioni economiche contro Mosca.

Il giorno successivo, il 24, il Cremlino dette avvio all’Operazione Militare Speciale in Ucraina con lo scopo di ottenere la neutralità militare di Kiev, vale a dire il non ingresso nella Nato, lasciando tuttavia facoltà di adesione all’Ue. Nei giorni e nei mesi seguenti gli stati occidentali hanno comminato nuovi pacchetti sanzionatori contro Mosca, arrivando quelli europei addirittura al 18° a luglio 2025, nel tentativo di strangolarne l’economia e indurla al ritiro dall’Ucraina. Ma anche in questo caso, come vedremo, gli sviluppi riserveranno risvolti inattesi per i leaders occidentali (10).

In definitiva, gli eventi di fine febbraio-inizio marzo del 2022 costituiscono uno spartiacque storico che ha determinato una profonda frattura geopolitica e geoeconomica nell’Europa Orientale e l’apertura di una nuova fase caratterizzata da crescenti tensioni internazionali, conflitti di varia natura, e, all’interno dell’Ue, significative ripercussioni economiche con crisi industriali, ripresa dell’inflazione, rialzo dei tassi di interesse, perdita di potere d’acquisto dei salari, crisi sociale ed ulteriore, significativa spinta alle politiche di riarmo e alle spese militari.

Un disastro indubbiamente evitabile, in presenza di una classe politica nazionale e comunitaria all’altezza del proprio ruolo e meno asservita agli interessi di Washington.

Andrea Vento

13 agosto 2025

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE:

1 limesonline.com/limesplus/nato…

2 “L’Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacchè. Imprimatur.

3 “Russia: alla ricerca della potenza perduta, Dall’avvento di Putin alle prospettive future di un paese orfano dell’Urss” di Alessandro Fanetti. Eiffel editore 2021.

4 https://www.fivedabliu.it/wp-content/uploads/2022/04/Discorso-di-Putin-alla-Conferenza-di-Monaco-di-Baviera-sulla-Politica-di-Sicurezza.pdf

5 ilfattoquotidiano.it/2024/11/2…

6 “Libertà” di Angela Merkel. Rizzoli novembre 2024

7 Come dichiarato dallo stesso Segretario Generale della Nato Stoltemberg

tg24.sky.it/mondo/2022/11/29/g…

kulturjam.it/news/stoltenberg-…

8 https://it.wikipedia.org/wiki/Relazioni_Ucraina-NATO

9 ansa.it/sito/notizie/topnews/2…

10 codice-rosso.net/crisi-ucraina…

codice-rosso.net/crisi-ucraina…

marx21.it/internazionale/lecon…

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Le sciare di Catania, perchè dobbiamo proteggerle


La proposta, avanzata dalla Soprintendenza. di porre il livello di tutela 3 (il più alto) sulle lave affioranti in città, potrebbe rappresentare un segnale positivo di attenzione a quegli elementi del nostro territorio che dovrebbero essere protetti e valorizzati. Tra questi, appunto, le lave, che svolgono – tra l’altro – un ruolo di raccolta delle acque piovane e di depurazione, che è […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/29/le-s…

#CentroDirezionaleCibali #ComuneDiCatania #depurazioneDelleAcque #lava #SoprintendenzaCatania #verdePubblico #verdeUrbano

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quasi un “vecchio posseduto sclera” momento in questa sera altrimenti silente


Stavo quasi in procinto, forse, di andare a dormire… quando a un certo punto, stando in bagno, da giù per strada sento scatenarsi la più assoluta pazzia; e stavolta non in senso figurato. Infatti, dal nulla si è iniziato a sentire questo tizio — che credo sia uno dei pazzi della città, per l’appunto, anche se non lo riconosco di faccia e non so come si chiami (ho sentito un “Carmine”, magari era lui? non che cambi molto) — che ha iniziato a tirare bestemmie e porconi, non è ben chiaro perché. 😶

Anche se non ho idea di cosa ci sia dietro, la situazione è certamente molto divertente, anche perché non è la prima volta che sento questo preciso tizio. Giuro di averlo sentito almeno un’altra volta in passato, tanti mesi fa, se non addirittura più di un anno fa, e questo suo tono è inimitabile… Tira i jastemoni, e lo fa con questa enfasi assurda, che addirittura gli richiede diversi secondi di cooldown. Però non gli basta una sola volta, e quindi ripete la stessa identica frase almeno altre 3 o 4 volte, per poi fermarsi… ma solo prima di passare poi ad una diversa espressione a dir poco colorita. 😻

Per fortuna, anche se ho perso forse i primi 20 secondi di “mannaggia a Dio veramente” a causa del lag dello Xiaomi di merda, lo #sclero è durato abbastanza da permettermi di registrarlo al volo… e, adesso che è arrivata una volante della Polizia (chiamata da qualcuno) e lui ci stava parlando, e si è apparentemente calmato del tutto, riascoltare l’audio fa specialmente pisciare dal ridere. Mannaggia a questo, #mannaggia quello… mannaggia alla quiete pubblica violata all’una di notte, direi io! Prima di questo lieto fine, per un paio di minuti c’è stata pure una signora che gli ha urlato contro ma, ripeto, non ho capito la lore. 😏

Ma allora, ecco che concedo a tutti di vivere questo misticismo, allegando qui la registrazione audio del casino; dopo aver opportunamente cancellato le parti di solo rumore, cosa che lo ha fatto pure scendere da 3 minuti e 46 ad appena 1 minuto e 37 (per quanto ho limitato il taglio dei momenti morti silenziosi, che sono fondamentali all’atmosfera), ed aver amplificato un bel po’ tutto (perché, per quanto il microfono del telefono sia capace di catturare suoni lontani, lui stesso non ci crede abbastanza). 💣

Comunque sia, wow. Il tutto è molto magico, e mi sono sentita un po’ Zeb89 che registra gli atti di “vecchia posseduta sclera” in tale momento, perché è così assurdo… anche se, in questo caso, gli scleri finalmente da me archiviati sono solo audio; sia perché voglio evitare di doxxarmi ora che sono sul balcone, e sia perché prima dal bagno non si vedeva niente comunque. Ah, a proposito… questo è in assoluto il primo file audio che carico in un post, da quando ho il sito del fritto misto di octospacc! Insomma, poteva essere qualunque audio, e invece abbiamo avuto, in ordine, insulti a Dio, a “tutti i santi”, alla Maronn’ e Pumpej, e degli “oh” che sembrano rigurgiti. Quindi, buonanotte così!!! 🥰

#città #Mannaggia #pazzi #pazzo #rumore #scleri #sclero

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Riapertura del Centro Visite di Rushan: esplorare la natura di Kinmen.


Un centro educativo e ricreativo dove scoprire l'ecologia dell'arcipelago.
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L’ufficio di gestione del Parco Nazionale di Kinmen ha riaperto il Centro Visite di Rushan con un volto completamente rinnovato. Questa inaugurazione segna un’importante evoluzione nell’approccio educativo e interattivo alla scoperta della biodiversità unica dell’isola. Il centro non solo ha ottimizzato i contenuti espositivi, ma ha anche incorporato la filosofia della “lettura condivisa tra genitori e figli”, creando spazi dedicati alla lettura e presentando filmati tematici sulla biologia delle zone intertidali, insieme a nuove esposizioni di campioni di uccelli. Questi elementi multiformi mirano a guidare i visitatori nel cuore dell’ecologia di Kinmen, permettendo loro di vivere appieno le meraviglie della natura.

Dal suo avvio nel 2003, il Centro di Rushan ha assunto un ruolo fondamentale nella promozione dell’ecosistema naturale di Kinmen. Inizialmente, le esposizioni si concentravano sull’interazione tra flora e fauna e l’ambiente, utilizzando metodi vivaci e coinvolgenti per educare adulti e bambini sulla diversità ecologica dell’isola. Nel 2017 si era già registrato un grande aggiornamento, focalizzato sulle peculiarità botaniche di Kinmen. Oggi, il centro ha nuovamente orientato le sue esposizioni, ponendo l’accento su un equilibrio tra educazione e svago, specialmente per quanto riguarda la creazione di un’atmosfera per l’apprendimento condiviso tra genitori e figli.

Uno degli aspetti più innovativi è lo spazio dedicato alla lettura condivisa, che raccoglie albi illustrati e libri specialistici pubblicati da vari parchi nazionali taiwanesi. Attraverso immagini raffinate e testi chiari e coinvolgenti, i visitatori possono immergersi nelle storie di montagna e mare. I bambini hanno l’opportunità di scoprire le abitudini e gli habitat delle diverse specie animali e vegetali, mentre gli adulti possono ampliare la loro visione ecologica attraverso la lettura. La lettura diventa così un’attività interattiva, trasformando l’esperienza in un momento di condivisione familiare.

Oltre allo spazio di lettura, un altro punto saliente dell’aggiornamento è la nuova area dedicata agli organismi delle zone intertidali. La posizione geografica singolare di Kinmen ha dato vita a un ecosistema costiero ricco, popolato da creature come il pesce saltafango, il granchio fantasma, il granchio violinista e il limulo. I visitatori possono apprendere attraverso video e spiegazioni accessibili, scoprendo forme, comportamenti e habitat di questi affascinanti esseri. Le immagini vivide e le descrizioni chiare offrono un’esperienza immersiva, permettendo di comprendere l’adattamento e la resilienza di queste specie alle maree.

Il secondo piano, dedicato all’esposizione dei campioni di uccelli, ha subito anch’esso una ristrutturazione significativa. Molti di questi campioni provengono da individui sfortunati salvati, ma che non sono riusciti a sopravvivere. La loro esposizione serve a perpetuare il significato delle loro vite e a sensibilizzare il pubblico sulla conservazione ecologica. Tra gli oggetti più notevoli c’è il campione di piumaggio del martin pescatore, un uccello che possiede addirittura 2.451 piume. Ogni piuma è stata classificata e ordinata in base alla funzione: volo, impermeabilità, isolamento termico e mimetizzazione. Non si tratta solo di una gioia per gli occhi, ma anche di un riflesso della saggezza evolutiva delle specie, suscitando ammirazione per la complessità del design naturale.

Come sottolineato dall’ufficio di gestione, il rinnovamento del Centro Visite di Rushan si basa sui principi di “calore, comfort e apprendimento divertente”. Grazie a letture, audiovisivi e campioni, il centro offre un’ottima opportunità per l’apprendimento condiviso tra famiglie e per esplorare la natura. Specialmente durante questa stagione calda, il centro rappresenta un rifugio fresco dove si può apprendere in un’atmosfera rilassata, aumentando la comprensione dell’ambiente e della biodiversità di Kinmen.

Il rinnovamento del Centro Visite di Rushan non è solo un aggiornamento delle strutture espositive, ma rappresenta anche un approfondimento del valore educativo. Questo luogo ci ricorda che l’ecologia non è solo oggetto di studio per esperti, ma è parte integrante della nostra vita quotidiana. Inoltre, la lettura condivisa in famiglia trascende l’essere un semplice momento ricreativo, diventando una finestra per conoscere i parchi nazionali e connettersi con la terra e la natura. L’ufficio di gestione invita calorosamente famiglie e visitatori a entrare nel Centro Visite di Rushan, esplorare i segreti delle zone intertidali, ammirare la meraviglia delle piume e vivere la straordinaria potenza della natura.

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Non so se questa modifica diventerà permanente ma, ogni tanto, fa bene pasticciare.

Cliccando su “Liaison” (sul menu in alto) dovrebbe comparire una pagina che contiene, in modo non bellissimo, tutte le stupidaggini che pubblico su mastodon, perché – ogni tanto – qualcosa di interessante la scrivo.

pepsy.noblogs.org/2025/08/28/p…

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chiavina terminifera che non fa più uai fai (Netvip chiavetta WiFi morta a caso)


Poco fa era appena tarda mattina e, come si suol dire, se non bestemmio guarda… la giornata non comincia in maniera ufficiale. A quanto pare, la chiavettina WiFi che in questi ultimi giorni stavo usando temporaneamente sul PC fisso ha deciso di morire per sempre stamattina, o qualcosa del genere, semplicemente dal nulla (e quando mai le mie cose si rompono con cognizione di causa…), quindi eccomi a lamentarmene inutilmente. 😾
Chiavetta smontata in 3 pezzi: la scheda e la plastica
È una chiavetta merdosissima che comprai quando assemblai il PC fisso (nell’era del gran Covid!!!), perché mettere una scheda WiFi interna avrebbe significato avere una ricezione terribile (oltre al fatto che, se ricordo bene, avrei dovuto spendere di più; lasciamo stare il fatto che, col senno di poi, a furia della tirchiaggine sono finita per spendere ancora di più per vari prodotti schifosi), mentre la chiavetta potevo portarla in un punto buono usando una prolunga… Fatto sta che è sempre stata merda fumante, relativamente instabile su Windows e completamente instabile su Linux, e quindi alla fine dovetti comprare il bridge Ethernet TP-Link che ancora adesso uso, anche se pure quello a modo suo è terrificante. 😩

Beh, in questi giorni stavamo facendo lavori in casa, quindi per un paio di giorni mi sono dovuta spostare col PC fisso in un’altra stanza e, per comodità, ho riesumato quella chiavetta… Che, in realtà, su Windows e a distanza più ravvicinata col router, funzionava pure quasi bene, superando addirittura i 200 mbps in upload e download (che è ben più di quanto il TP-Link sciordiaco fa in camera mia)… pur se ho dovuto sclerarci un quarto d’ora buono, perché (col driver automatico di Windows) per qualche motivo non riusciva a mantenere la connessione con il router configurando la rete normalmente… ma appena ho usato un IP statico al posto del DHCP ha deciso di collaborare… 🥱

Ribadisco che è talmente sgocciolante questo affare che, collegato direttamente alle porte posteriori del PC, dato quanto è minuscolo, prende così tanta interferenza (probabilmente dagli altri dispositivi USB collegati, maremma maiala!) che in tale modo nella stessa stanza farebbe non più di qualche megabit al secondo, e facendo cadere una quantità imbarazzante di pacchetti… Ma comunque, una volta ritrasferitami nella mia stanza l’altro ieri, sul momento non sapevo se poi dovessi spostarmi di nuovo, quindi non ho voluto ricollegarmi subito al TP-Link, mentre ieri mi è passato di mente (nonostante nella mia stanza senza prolunga la chiavetta faccia non più di 20 mbps, maremma cara, ma non dovevo scaricare niente ieri)… e quindi, così si arriva ad oggi. 🙄

Ho acceso il PC prima, e, dopo aver notato di non avere Internet, ho notato che la chiavetta non stava lampeggiando. Non voglio prolungare la miseria più del dovuto a questo punto, quindi, detto in breve: la scollego e ricollego svariate volte, provando tutte le porte libere, inserendola più piano o più veloce, con diversi angoli (visto che si ruppe il pezzo di metallo di sopra dell’USB, quindi ci può pure stare che non faccia subito contatto bene, visto che balla un po’), ma non succede assolutamente niente! Ogni tanto (nemmeno sempre…) esce un messaggio di “dispositivo USB non riconosciuto” di Windows, e basta… e nel frattempo noto che, al tatto, la chiavina diventa sempre caldissima a stare collegata così, nonostante appunto non stia lavorando. 😭

Provo pure qualche altra volta, con in mezzo anche una procorta (una prolunga corta; si, la possiedo, anche se non è USB 3.0), smuovo un po’ la schedina unica minuscola che compone effettivamente l’aggeggio, e niente… se non che ora ogni tanto esce pure un altro messaggio su Windows, “power surge on the USB port“, che semplicemente significa “c’è un cortocircuito”!!! Quindi, ormai, mi sa proprio che è morta oltre ogni ragionevole dubbio… e oh, menomale che lo ha fatto stamattina e non prima. Però certo che ci vuole un coraggio per mettere sul mercato un accessorio così fottutamente fumante (non letteralmente, per fortuna, ci mancava solo che prendesse fuoco…) e chiamarlo “Netvip“… se questo coso è da VIP, allora io sono la dittatrice dell’universo… 🌋

#broken #issues #NETVIP #WiFi

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cipm: incontri e iniziative imminenti


straordinarie iniziative del Centro di poesia di Marsiglia.

al sito cipmarseille.fr/cipm

oppure in questo pdf: cipm_ lettre d’info_ 26-8-2025

#CentroDiPoesiaDiMarsiglia #ChristopheHannah #cinema #cipM #letture #LilianeGiraudon #mostre #proiezioni #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca

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L’egemonia cattolica nel Veneto determina rapporti di forza peculiari tra la DC e il PCI


Il Veneto è una regione popolata da piccole città, piccole imprese, agricoltura contadina ed è permeata dalla devozione al cattolicesimo. <35 La chiave di successo della sua economia, che decollò negli anni ’50 per poi svilupparsi negli anni ’60 e raggiungere l’apice negli anni ’70, fu il basso costo del lavoro derivante dall’impegno part time nell’industria e dal lavoro domestico, ossia la cosiddetta “economia sommersa”.
Alla base della politica del dopoguerra che predominò in Veneto, vi fu il controllo della riproduzione della forza lavoro, dal punto di vista materiale e ideologico, e soprattutto, quello delle condizioni di vita al di fuori della fabbrica. Questo fu possibile dalla frammentazione e dalla dispersione e, conseguentemente, dalla debolezza organizzativa della classe operaia; in secondo luogo, dalla presenza delle istituzioni sociali della Chiesa, una serie di organizzazioni collaterali come le cooperative, le casse di mutuo soccorso, l’Azione Cattolica, tutte facenti capo alla parrocchia, il cuore della vita religiosa.
Nel 1945 il governo italiano scelse un tipo di sviluppo guidato dalle forze del mercato, specialmente da quello internazionale, garantendo così l’incremento dei consumi interni moderni e la compressione dei salari. Questa modello portò un ritardo allo sviluppo della classe operaia nell’industria, lo spostamento di massa dalla campagna alla città e quindi un rapido sviluppo del terziario e dell’ingrossamento delle fila dei ceti medi, sia in ambito produttivo che in quello distributivo. Il cardine di questo percorso era la mobilità individuale e, quindi, lo sfruttamento proprio delle disuguaglianze nel sistema al fine di incentivare la partecipazione ai profitti che il sistema poteva elargire.
Considerando che l’Italia faceva parte del blocco occidentale e si trovava sotto la tutela statunitense che impose, nel 1947, l’esclusione dal governo del PCI (il partito che rappresentava la classe operaia), e dall’altro lato, l’apparato produttivo del paese era quello di un paese in via di sviluppo e si basava sull’eccesso di manodopera a basso costo, si capisce perché il governo del tempo abbia optato per questo tipo di modello di sviluppo.
La svolta che portò alla concretizzazione del miracolo economico del 1958-1962 fu l’attuazione di una politica basata su grandi profitti derivanti dai bassi salari che stimolavano gli investimenti necessari ad assicurare un buon livello di produttività, il quale a sua volta garantiva la crescita, la competitività dell’economia italiana a livello internazionale. Due elementi fondamentali di tale processo furono la produzione industriale di beni di largo consumo a bassa tecnologia e i salari bassi (conseguenza dell’elevato tasso di disoccupazione e della debolezza dei movimenti operai organizzati nel periodo della Guerra Fredda).
Questo scenario spiega, in un certo modo, il successo del settore della piccola impresa nel Veneto, la quale ha contribuito a mantenere costante il benessere della regione e della piccola industria, dove il lavoro a tempo parziale e il lavoro domestico avevano mantenuto relativamente basso costo della manodopera. Ricordiamo che, oltre al conflitto scatenato dagli uomini se ne aggiunse in quegli anni uno provocato dalla natura <36: nel 1951, una devastante alluvione sconvolse il Polesine, allagando oltre la metà della provincia, causando più di 100 vittime e 180mila sfollati (80 mila persone lascerà la regione per sempre). Mentre nel 1963, una frana dal monte Toc, ai confini tra le province di Pordenone e Belluno, piomba nel lago artificiale creato dalla diga del Vajont; provocando la morte di 1917 persone e distruggendo gli abitati del fondovalle. <37
Nonostante le guerre e disastri naturali, la capacità e la voglia di ripresa riescono farsi largo. L’avvio vero come detto è degli anni Sessanta, quando il reddito nazionale netto aumenta del 54 per cento, e il risparmio del 170. Nel 1961, le aziende con meno di 100 addetti assorbono il 72 per cento dell’occupazione. È un salto di qualità progressivo anche se rapido: l’operaio che lavorava giorno e notte in fabbrica, un po’ alla volta si mette in proprio diventando imprenditore di successo, scrivendo storie di tante crescite tipicamente venete. A renderlo evidente è il tasso di natalità delle imprese dell’epoca, di gran lunga superiore a quello della crescita occupazionale: segno evidente che molti ex dipendenti hanno deciso di fare il salto di qualità, avviando un’attività autonoma.
Negli anni Settanta, avviene uno storico sorpasso, gli addetti all’industria hanno superato il fatidico 50 per cento. Se negli anni Sessanta il reddito pro capite del Veneto è stato nettamente inferiore a quello della media nazionale, nel 1970 si verifica l’aggancio, merito di un’industrializzazione che marcia di pari passo con il potere d’acquisto. Inizia, come già annunciato, a decollare anche il settore terziario: una persona su tre, nella popolazione attiva, opera in questo settore. Per il resto dell’economia di questa regione, la seconda parte degli anni Settanta, è quella del grande balzo, con un trend che si dimostrerà costante fino ai primi anni Ottanta.
Pur la Chiesa subendo negli anni ’70, pressioni di una crescente e generale secolarizzazione, l’amministrazione locale con i suoi provvedimenti, in particolar modo nei settori dell’edilizia e della previdenza sociale, divenne un elemento fondamentale per il conseguimento e il mantenimento dell’egemonia di quel partito che per quasi l’intero dopoguerra governò questa regione, la DC.
Durante la dittatura, con la soppressione dei partiti e dei principali corpi intermedi, i poteri locali attuano ovunque in Italia forme di “resistenza” e di salvaguardia della propria collocazione nella struttura sociale. <38 Nel Veneto rurale operano in tale direzione fattori specifici, legati al ruolo della Chiesa che sembrano mitigare l’impatto del fascismo sulla società locale. Non si può non notare che, anche in Veneto l’effetto delle politiche di fascistizzazione della società e di formazione delle nuove generazioni concepite da Mussolini per l’intera nazione (con l’aiuto della stampa, radio, scuola e corpi intermedi creati ad hoc), hanno avuto un forte impatto. Infatti, sarebbe errato attribuire al Veneto del primo dopoguerra una cromatura “bianca”, talmente spessa da riemergere, intatta, dopo la caduta del fascismo. <39 Dalla fine dell’Ottocento, oltre all’associazionismo cattolico, compare e si diffonde anche quello di aspirazione socialista: nei primi anni del Novecento in molti centri urbani del Veneto si formano alleanze comprendenti socialisti, radicali e repubblicani che, dando vita alla stagione delle cosiddette giunte bloccarde, spezzano l’egemonia moderata in ambito amministrativo. <40 Una parte dell’associazionismo mutualistico Veneto urbano favorisce il radicamento del Partito socialista nel territorio, secondo un progetto basato sulle trasformazioni di capitale sociale sedimentato nelle associazioni mutualistiche in risorsa politica, mediante la presenza del partito e il controllo del municipio. Il Partito socialista in Veneto si rivela incapace di saldare le proprie lotte nelle campagne, a differenza delle realtà urbane. In Veneto, nel biennio 1919-20 la mobilitazione delle classi subalterne raggiunge livelli ineguagliati. <41 La contrapposizione fra organizzazioni “bianche” e “rosse” pregiudica la possibilità di successo dei contadini, ma rivela l’eterogeneità degli orientamenti politici nel Veneto d’inizio secolo. In Veneto, la devozione dei contadini ha reso possibile l’incapsulamento nella filigrana “bianca” delle plebi rurali mobilitate a seguito della crisi agraria di fine Ottocento. La storia elettorale del Veneto vede emergere il cromatismo “bianco” già agli inizi del Novecento. Ma l’incidenza della frattura città-campagna discrimina l’insediamento elettorale dei cattolici (rurale) da quello dei socialisti (urbano): il bianco, quindi, è dominante solo in campagna. Lungi dal costituire soltanto “una parentesi”, il fascismo modificherà in profondo il profilo politico lasciando sopravvivere, alla sua caduta, solo le realtà organizzative più forti, ossia solo il capitale sociale “bianco”. Per capire le caratteristiche di fondo della subcultura “bianca”, e al contempo, i motivi per i quali essa ha potuto attraversare il fascismo senza esserne sradicata: dobbiamo immaginare una sorta di sfera immutabile, dove vigevano “leggi” stabilite probabilmente attorno al Settecento, custodite dagli uomini di Chiesa che, creavano una specifica cultura paesana, dove contadini e artigiani erano gli attori principali.
L’apparente immutabilità che sembra caratterizzare il Veneto “bianco” nel passaggio dal fascismo alla democrazia è data dalla centralità della Chiesa nella cultura politica locale e dalla sua capacità di riproporsi quale schermo protettivo nei confronti di qualunque intervento esterno ritenuto pericoloso dalla società locale. Senza più il fascismo e con uno Stato molto diverso da quello scaturito dal Risorgimento nulla più osta alla trasformazione del suo capitale sociale anche in una risorsa politica. È prevalsa l’interpretazione secondo cui in Veneto l’egemonia politica cattolica fosse acquisita fin dal primo dopoguerra. Possiamo sostenere invece che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento la Chiesa abbia consolidato l’egemonia <42 nei contesti rurali, mentre è solo durante il ventennio fascista, in virtù della libertà di iniziativa ottenuta mediante il compromesso che il regime, che essa riesce a divenire fulcro anche dell’ambiente urbano. Il passaggio attraverso il fascismo può essere identificato come una fase di mutamento del capitale sociale “bianco” sia per effetto dell’annichilimento delle forme organizzative altre e minori ad opera della dittatura, sia in seguito al riposizionamento operato dalla Chiesa nella struttura delle linee di frattura. Con la nascita della DC e la sua posizione dominante nel corso della seconda metà del Novecento la frattura Stato-Chiesa può essere gestita da posizioni molto favorevoli per il Vaticano, che può concentrare la propria forza politica nel proporsi come ancora di salvezza contro il comunismo. Lo spostamento nella struttura delle linee di frattura comporta un cambiamento nelle modalità di azione per la Chiesa: dall’intervento sociale, contro lo Stato liberale e in concorrenza con il movimento socialista fino all’avvento del regime, al controllo del perimetro ideologico in funzione anticomunista nel secondo dopoguerra.
L’egemonia cattolica nel Veneto determina rapporti di forza peculiari tra la DC e il PCI segnati dal preponderante dominio elettorale della prima sulla seconda, e accompagna la trasformazione di un’area preminentemente rurale in zona ad alta densità di sviluppo industriale di piccola impresa. In Veneto, le fratture connesse alla formazione dello Stato nazionale (centro periferia e Stato-Chiesa), unitamente al cleavage città-campagna, hanno preceduto e contenuto la frattura capitale-lavoro, mentre il conflitto di classe si è manifestato in presenza di forme di controllo sociale capaci di impedirne una riproduzione in termini partitici significativi. <43 Questo incapsulamento della struttura di cleavages prevalenti funziona anche nel dopoguerra, quando la frattura principale diventa quella che contrappone il mondo “bianco” al comunismo, il quale condivide con i “nemici” storici, il “centro” del sistema politico, lo Stato, ma anche “il centro urbano”, l’essere percepito quale minaccia esterna in grado di depauperare la filigrana della società locale. Per almeno i primi decenni del secondo dopoguerra, in Veneto, il criterio decisivo di alleanza sarà il legame tra localismo e la sua cultura prevalente, si vota allo stesso modo della comunità a cui si fa parte e dei suoi leader, senza tener conto della propria posizione economica.44 Il localismo non si traduce in posizioni eversive e pericolose, in quanto la dimensione simbolica e organizzativa della Chiesa danno linfa ad un capitale sociale che garantisce la coesione, l’articolazione, l’aggregazione e la soddisfazione delle domande individuali e collettive (responsiveness) e la presenza della DC assicura l’accesso al sistema politico e il rispetto delle sue regole. <45 Il fattore religioso incide sul piano morale e, su quello dell’integrazione, dell’identità sociale e su quello materiale dell’organizzazione, della rappresentanza e della mediazione con le istituzioni. <46 Negli anni Cinquanta su iniziativa delle ACLI venne svolta un’indagine presso i giovani della provincia di Vicenza, dove emerse la rilevanza di tali elementi, quale la premessa e fondamento degli orientamenti politici nella subcultura “bianca”. <47 Dalla ricerca risulta che nella società veneta di quel periodo, il rapporto con la politica era complesso, come i rapporti di forza elettorali. I partiti considerati come attori non troppo amati né apprezzati, cui vengono attribuiti ruoli ben precisi: la DC appare attenta alla tutela della Chiesa e della libertà, ma indifferente ai problemi di chi lavora; mentre il PCI e PSI figurano come nemici della religione, ma sostenitori dei lavoratori. La religione costituisce la filigrana “bianca” che collega gli orientamenti di fondo, è nel nome della religione che la DC viene legittimata come protagonista delle scelte. L’appartenenza alla Chiesa viene ritenuta una premessa sufficiente per attribuire il consenso ad un partito che pure non gode di molta fiducia. La Chiesa rafforza questo aspetto, grazie alla capacità di gestire e riprodurre un sistema di valori e significati incardinato alla vita quotidiana, all’interno della quale è la stessa istituzione ecclesiastica a fornire alla società una peculiare concezione del mondo. Inoltre, la Chiesa produce anche risorse organizzative e beni materiali (assistenza sociale, sostegno economico e organizzazione territoriale), garantendo così, forme di accountability sociale nei confronti dei governanti, attraverso la pressione svolta dal mondo cattolico locale sui parlamentari veneti e l’opera di mediazione svolta dalle parrocchie, compensa il deficit di responsiveness della DC. <48 Adesione o rifiuto della dimensione religiosa comporta anche appartenenza o antagonismo rispetto ai valori e alle logiche dello sviluppo locale. L’alternativa fra DC e PCI non sembra, per i veneti degli anni Cinquanta, porsi come alternativa fra Chiesa e lavoro, ma fra due modelli di sviluppo differenti.
Dimensione religiosa e sviluppo territoriale costituiscono aspetti complementari, dai quali la DC attinge risorse di consenso. L’identificazione con la DC si fonda sull’appartenenza alla comunità cattolica, che si riproduce attraverso il contesto locale e familiare egemonizzato dalla Chiesa. <49 Falliscono infatti, vari tentativi di far nascere un partito cattolico fortemente strutturato; la DC è un classico esempio di partito a “istituzionalizzazione debole” <50, nato per legittimazione esterna, che ebbe come sponsor la Chiesa, e sviluppatosi per diffusione territoriale. L’autentica “istituzione forte” quindi, è la Chiesa, con la propria rete associativa, che organizza la società locale e l’attività delle istituzioni amministrative. Si rafforza così, l’idea fortemente radicata nella cultura politica veneta sin dall’Ottocento, secondo cui chi opera a livello del governo locale non svolge un’attività locale, ma amministrativa, entro un contesto nel quale l’attività dell’ente locale si orienta in larga parte al contenimento di interventi e spese e all’appoggio esterno alla rete organizzativa cattolica, soprattutto alle sue strutture creditizie e assistenziali. <51

[NOTE]35 MESSINA, PATRIZIA, et al. Cultura politica, istituzioni e matrici storiche. Padova University Press, 2014.
36 JORI, FRANCESCO. La storia del Veneto: dalle origini ai nostri giorni. Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2018
37 JORI, FRANCESCO. La storia del Veneto: dalle origini ai nostri giorni. Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2018
38 POMBENI P. (1995), La rappresentanza politica, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi, Donzelli, Roma
39 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
40 CAMURRI R. (a cura di) (2000), Il comune democratico. Riccardo Dalle Mole e l’esperienza delle giunte bloccarde nel Veneto giolittiano, Marsilio, Venezia
41 PIVA FA. (1977), Lotte contadine e origini del Fascismo. Padova-Venezia, 1919-22, Marsilio, Venezia.
42 RICCAMBONI G. (1992), L’identità esclusa. Comunisti in una subcultura bianca, Liviana, Padova.
43 DIAMANTI I., RICAMBONI G. (1992), La parabola del voto bianco. Elezioni e società in Veneto, 1946-1992, Neri Pozza, Vicenza
44 ROKKAN S. (1970), Citizens, Elections, Parties: Approaches to the Comparative Study of the Process of Development, Universitetsforlaget, Oslo (trad. it. Cittadini, elezioni e partiti, il Mulino, Bologna 1982)
45 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
46 DIAMANTI I., PACE E. (1987), Tra religione e organizzazione. Il caso delle ACLI: mondo cattolico, società e associazionismo nel Veneto, Liviana, Padova
47 DIAMANTI I. (1986), La filigrana bianca della continuità: senso comune, consenso politico, appartenenza religiosa nel Veneto degli anni ’50, in “Venetica, Rivista di Storia contemporanea”
48 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
49 TRIGILIA C. (1986), Grandi partiti e piccole imprese. Comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, il Mulino, Bologna
50 PANEBIANCO A. (1982), Modelli di partito: organizzazione e potere nei partiti politici, il Mulino, Bologna
51 TRIGILIA C. (1982) La trasformazione delle culture subculture politiche territoriali, in “Inchiesta”
Simone Spirch, Il Veneto lungo: dalla Serenissima ai giorni nostri, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

#1945 #1962 #1963 #agricoltura #alluvione #anni #anticomunismo #cattolici #chiesa #Cinquanta #DC #dopoguerra #impresa #industria #localismo #operai #PCI #Piccola #Polesine #PSI #secondo #Settanta #SimoneSpirch #terziario #Vajont #Veneto

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Assimi Goïta, dittatore al potere in Mali, si incolla a vita alla poltrona.


Nel frattempo, alla pari dei suoi colleghi dell’AES, zittisce ed imprigiona le voci dei dissidenti.
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bandiera Malibandiera Mali

La recente promulgazione della legge che consente al presidente de facto del Mali, Assimi Goïta, di rimanere al potere fino al 2030, e potenzialmente a vita, rappresenta un cambiamento allarmante ma tutt’altro che inatteso nel panorama politico del Paese. Se qualcuno ancora nutriva una speranza nel ritorno alla democrazia, tale norma la affossa definitivamente a favore dell’ormai consolidata (ma non passivamente accettata da tutti i cittadini) dittatura militare. Mentre i leader militari cercano di consolidare il loro potere, l’ondata di arresti tra i ranghi dell’esercito indica un clima di crescente tensione e dissenso.

Infatti la reclusione dell’ex primo ministro Moussa Mara, figura politica di spicco critica nei confronti della giunta, dimostra come sia ormai pratica frequente la repressione delle voci dissidenti. Ciò avviene in un contesto in cui gli attacchi da parte dei jihadisti del JNIM, legati ad al Qaeda, sono aumentati, con un particolare focus su siti economici strategici. Gli assalti hanno causato ingenti danni materiali, compromettendo gravemente l’economia del Mali e mostrando un cambiamento nella strategia operativa degli estremisti, che ora mirano a colpire infrastrutture vitali. Ad esempio recentemente sono stati colpiti degli zuccherifici: 40 camion incendiati, oltre a gru, trattori ed altri veicoli. Stessa sorte hanno subito anche uffici e attrezzature informatiche. Più di tre tonnellate di scorte di zucchero distrutte. Pare inoltre che l’ormai consolidata presenza dei mercenari di Putin non abbia sortito l’effetto sperato, anzi, sono diventati loro stessi bersaglio degli jihadisti. Lo scorso 1 agosto 2025 JNIM in Mali ha teso un’imboscata vicino alla città di Ténenkou, nella regione di Mopti ai mercenari russi di Africa Corps (ex Wagner), uccidendone molti. Sui canali WhatsApp e poi su X, sono comparsi dei video dell’attacco.

In aggiunta, la situazione si complica ulteriormente con l’emergere di un nuovo pericolo rappresentato dai miliziani jihadisti in Burkina Faso, che sono responsabili di brutali attacchi contro convogli e campi militari.

In quella parte del Sahel, proprio alla fine di luglio, un convoglio, che aveva il compito di portare viveri e combustibile a Gorom-Gorom, si è trovato sotto attacco da parte di miliziani legati a EIGS (lo Stato Islamico nel Grande Sahara). Un certo numero di soldati e di autisti sono stati brutalmente uccisi e vari veicoli dati alle fiamme. I camion viaggiavano con la protezione dell’esercito di Bamako, insieme ai VDP (Volontari per la Difesa della Patria). Nella medesima giornata, si è verificato un assalto a un accampamento militare a Dargo, nella zona centro-settentrionale del Paese. Le conseguenze sono state particolarmente gravi. Fonti locali hanno indicato che sarebbero stati uccisi una cinquantina di soldati burkinabé. Al termine di luglio, sono state prese di mira anche altre basi dell’esercito di Ouagadougou, in differenti villaggi delle regioni Boucle du Mouhoun, nel centro-est e a est del Paese. Anche in questi attacchi, tra le vittime, si sono contati ausiliari dei VDP e civili.

Questi eventi non fanno che intensificare il senso di insicurezza nella regione del Sahel, dove le giunte militari, piuttosto che affrontare la minaccia jihadista in modo efficace, sembrano concentrarsi più sulla preservazione del proprio potere.

Il Niger ha annunciato la creazione di una milizia patriottica in risposta alla crescente violenza, richiamando modelli già utilizzati in Burkina Faso. Tuttavia, è importante notare che tali formazioni paramilitari sono state accusate di violazioni dei diritti umani, complicando ulteriormente la già fragile situazione di sicurezza nella regione. Le giunte militari dell’AES (Alleanza degli Stati del Sahel) si isolano per cercare dil imitare le influenze dell’Occidente, mentre le perdite umane tra le forze armate vengono frequentemente minimizzate o nascoste.

Le preoccupazioni dei familiari dei soldati uccisi o dispersi crescono, accentuando un senso di ansia collettiva e di sfiducia verso le istituzioni governative. In questo scenario complesso, è evidente che il Mali e i suoi vicini si trovano in una fase cruciale, in cui le scelte politiche e strategiche avranno ripercussioni significative sul futuro della stabilità e della sicurezza nella regione del Sahel.

Fonte: africa-express.info

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nel podcast ndn – ‘niente di nuovo’ – a.f.perozzi e d.milleri in dialogo su “scrittura e materia sentimentale”


“Quell’«istantaneo uragano» di cui parla Antonio Porta in una poesia di Yellow è la materia sentimentale su cui discettano i nostri ospiti di oggi: per capire se le emozioni sono la carne della poesia o non piuttosto la sua scoria, il suo annullamento. Ecco, anche noi, da questa cecità vogliamo incominciare”.

Prima parte

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Seconda parte

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Terza parte

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language poetry, francia et alia (da una mail a cristina giorcelli)


Ma in gammm.org c’è più Francia o più Anglia?

Un esempio significativo:
Le modalità elencative o di “prelievi dall’ordinario”, nelle opere di Gherardo Bortolotti, devono forse più al Silliman di Sunset debris che ai francesi, ipotizzo, ma poi Perec è logicamente incancellabile: l’ordinario delle prose o stringhe brevi di Bortolotti è chiaramente anche un infra-ordinario. (E: quattro tracce: è di Bortolotti il saggio La scoperta dell’America, che trattava autori passati totalmente sotto silenzio in Italia. Sempre sua è la traduzione di un fondamentale capitolo di The New Sentence, di Ron Silliman. Senza contare che la raccolta di selected poems di Bernstein uscita per le Edizioni del verri accoglie un importante contributo di traduzione di Bortolotti, così come è co-tradotto da lui un chapbook di Lyn Hejinian. E non nomino tutti i materiali in lingua inglese che grazie a lui sono usciti in italiano su gammm: da Jeff Derksen a Rodrigo Toscano, da Jon Leon a Jules Boykoff, da Bill Allegrezza a Tao Lin e molti altri).

Per me personalmente, Christophe Tarkos tradotto da Michele Zaffarano, insieme a Derksen, Toscano e Leon, hanno avuto la stessa – non indifferente – incidenza. Non posso dire che la lingua francese abbia avuto per me un valore prevalente, all’inizio (diversamente dagli anni post-2006). Così come, sempre per me, tre autrici che ho letto, tradotto e pubblicato e continuo a leggere sono Kathleen Fraser, Kate Greenstreet e Jennifer Scappettone. (Per non parlare di Hejinian, di cui sono tuttavia solo lettore, non traduttore).

Aggiungo una riflessione – daccapo personale: mentre i langpo cronologicamente seguono i Novissimi, che noi gammmi avevamo ben presenti fin da prima di conoscerci, e che quindi ci permettevano di operare nessi credo limpidi; il filo di collegamento tra Tel Quel e autori francesi degli anni Novanta e Zero era ai nostri occhi (ma direi nella realtà) più problematico e frammentato, e quindi intrigante, per due motivi: una pronunciata alterità e distanza dei nuovi autori francesi dal piano metatestuale e da école du régard degli anni Sessanta e Settanta, da una parte, e – dall’altra – quell’idea di nudité intégrale del testo, o désaffublement, e letteralismo, che (mediata da Ponge attraverso Jean-Marie Gleize) cambiava il quadro della Francia per come era (assai mal) noto precedentemente in Italia soprattutto grazie alle meritorissime traduzioni di Giuliani di Pleynet, Roche e Faye.

In Italia in realtà una cospicua influenza francese è stata sempre avvertita e rilanciata semmai sotto forma (per noi meno interessante) di moduli vicino a una linea – diciamo così – Heidsieck-Chopin-Blaine, a cavallo – per gli italiani – tra istanze performative e complessità ‘laborintiche’ (cioè lontanissime dal désaffublement di cui sopra). Si tratta di un versante estremamente attivo nel nostro Paese, direi senza soluzione di continuità, da ormai più di mezzo secolo. (Pensiamo a tre esempi ormai ampiamente storicizzati: Arrigo Lora-Totino, Gianni Toti, Giovanni Fontana).

Diversamente, la testualità francese a cui da vent’anni o un quarto di secolo pensiamo noi di gammm è rispettosa di quel lavoro ma assai più vicina e affine al panorama di quegli autori che nei medesimi anni Duemila in cui scrivevamo noi si affermavano in USA e Canada: K. Silem Mohammad, gli stessi Toscano e Derksen, e poi Sharon Mesmer, Anne Boyer, Kenneth Goldsmith, Craig Dworkin, Gary Sullivan, Katie Degentesh, i già nominati Scappettone e Leon (entrambi pubblicati nella mia collana Felix, della Camera verde) e moltissimi altri, una intera generazione che faceva da trait d’union fra Language Poetry e noi, così come Tarkos, Nathalie Quintane, Charles Pennequin, Danielle Collobert, Éric Houser, Christophe Fiat, Jean-Michel Espitallier, Christophe Marchand-Kiss, e poi Amandine André, Khalid El Morabethi e una schiera di altri ci mettevano in grado di vedere le continuità e le discontinuità del discorso letterario francese tra gli anni Settanta e Novanta-Duemila.

[…]
continua (forse)


#AlfredoGiuliani #AmandineAndré #AnneBoyer #ArrigoLoraTotino #ÉricHouser #BillAllegrezza #CharlesBernstein #CharlesPennequin #ChristopheFiat #ChristopheMarchandKiss #ChristopheTarkos #CraigDworkin #CristinaGiorcelli #DanielleCollobert #Faye #gammm #GarySullivan #GherardoBortolotti #GianniToti #GiovanniFontana #JeanMichelEspitallier #JeffDerksen #JenniferScappettone #JonLeon #JulesBoykoff #KSilemMohammad #KateGreenstreet #KathleenFraser #KatieDegentesh #KennethGoldsmith #KhalidElMorabethi #langpo #languagePoetry #letteraturaAngloamericana #letteraturaFrancese #LynHejinian #MicheleZaffarano #NathalieQuintane #Pleynet #Roche #RonSilliman #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #SharonMesmer #TaoLin #theNewSentence

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2095 / the flo factory. 2025


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Sullo sgombero del Leoncavallo – Intervista all’Avv. Mazzali e il 6 settembre 2025 Manifestazione a Milano


Una decisione del governo centrale che stravolge ogni iter procedurale
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Il 21 agosto 2025, in piena estate, su ordine del Ministero dell’Interno guidato da Piantedosi , viene effettuato lo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo a Milano.

E’ una decisione fortemente voluta dal governo centrale, visto che nel lungo iter dello sfratto dello storico spazio milanese dalla sede di Via Watteau il prossimo appuntamento con l’Ufficiale Giudiziario avrebbe dovuto essere ai primi di settembre. Una scelta fatta dal governo Meloni, motivata anche dalla ricerca di consensi, usando lo sgombero del centro sociale più noto d’Italia in chiave di mantenimento delle promesse elettorali di sicurezza, che va analizzata dentro un quadro più generale, quello dell’autoritarismo sotteso al Decreto Sicurezza.

C’era una trattativa in corso con l’amministrazione del capoluogo lombardo e questa è stata bypassata come nulla fosse dalla decisione centrale del governo. Un po’ come Trump con il dispiegamento della Guardia Nazionale a Washington in nome dell’ordine pubblico. Il segnale è chiaro: se i livelli istituzionali locali non sono in linea si esautorano e si procede direttamente dal centro. Anche forzando o ignorando le regole

C’è un aspetto inquietante sullo sgombero che ci pare importante sottolineare.

Era in corso un iter giudiziario, con le dinamiche consuetudinarie affidate agli Ufficiali giudiziari coadiuvati dalle forze dell’ordine. L’iter giudiziario formale è diventato carta straccia, come se non esistessero delle regole da rispettare, un iter da svolgere, delle procedure da seguire. Alla fine, il senso profondo del Decreto Sicurezza è proprio questo: scardinare di fatto funzioni, procedure, norme, che sono peraltro frutto di una lunga storia di avanzamento della difesa dei diritti anche in ambito giuridico. Le regole formali del gioco sono un orpello, possono saltare se e quando serve. Punto e basta.

Per questo e per mille altri motivi è importante essere a Milano alla manifestazione del 6 settembre e noi come Giuristi Democratici ci saremo.

Per capire meglio quello che sta dietro lo sgombero del Leonvacallo abbiamo sentito l’Avvocato Mirko Mazzali, che da sempre segue le vicende giudiziarie legate ai movimenti sociali a Milano.

INTERVISTA ALL’ AVVOCATO MIRKO MAZZALI

  • Vorremmo un tuo commento su un aspetto che riguarda la vicenda dello sgombero del Leoncavallo e cioè il modo con cui si è proceduto. C’era un iter giudiziario che durava da tempo, un ufficiale giudiziario che si sarebbe dovuto presentare i primi di settembre per continuare la procedura di sfratto. Tutto questo sparisce e di colpo in bianco con una decisione centrale del Ministero degli Interni si procede con lo sgombero. Cosa c’è dietro questo che sembra un aspetto solamente formale ma che è invece molto inquietante?

E’ chiaro che è avvenuta quantomeno una anomalia. L’intervento delle forze dell’ordine era stato richiesto, come di solito, per lo sfratto che avrebbe dovuto esserci il 9 settembre prossimo. Va sottolineato che questo era uno sfratto a seguito di una azione civile. Un iter che non c’entra niente con il penale perchè non c’è una denuncia.

A un certo punto viene fatta un’ordinanza del Questore di ispirazione ministeriale, come è stato detto ripetutamente, visto che è da Roma che parte la decisione e viene anticipato lo sgombero. Una cosa mai sentita, molto anomala. Sono un penalista, non mi cimento più di tanto in una cosa che non è la mia materia, ma sicuramente c’è qualcosa che non è avvenuto. L’ordinanza del Questore, che al momento non abbiamo ancora vista, ha autorizzato l’invio delle forze dell’ordine con 200 carabinieri per 0 occupanti. Una cosa come ha detto mi sembra l’attore Claudio Bisio che fa piangere ma fa anche ridere.

Tutto questo per il solito sgombero di ferragosto che sembrava dimenticato a Milano, ma i meno giovani come me si ricordano che 35 anni fa se non erro proprio a metà agosto, il 16, era stato fatto lo sgombero della sede storica del Leoncavallo. Si vede che è una tradizione, come ho scritto, hanno voluto ritornare giovani, hanno voluto ripetere lo sgombero ferragostiano che peraltro è stato compreso da pochi anche dalla parte meno di sinistra della società.

  • Per cui una decisione che ha il valore di forzatura anche giuridica. Al di là del piano tra civile e penale, c’era uno sfratto e questo significa una precisa procedura, frutto peraltro delle lotte che ci sono state per difendere i diritti degli inquilini e di tutte le parti in causa.

È evidente che è stata una dimostrazione di forza muscolare che però dimostra anche debolezza. Non c’era assolutamente nessun bisogno di farlo anticipatamente, ormai la situazione dal punto di vista giudiziario era stabilizzata, tutti sapevano che il 9 settembre 2025 sarebbe dovuto avvenire lo sfratto. Hanno voluto, per cosi dire, mettere una bandierina.

Mi ero preoccupato una ventina di giorni prima quando un gruppo di parlamentari di Fratelli d’Italia era andato da Piantedosi a chiedere lo sgombero del Leoncavallo, evidentemente per cercare di intestarselo e poi dopo è avvenuta questa anomalia, chiamiamola così, per cui nonostante le forze dell’ordine avrebbero dovuto intervenire il 9 settembre sono state fatte intervenire in forza in pieno agosto.

  • Una scelta che ha un valore anche simbolico. Il Leoncavallo è conosciuto in tutta Italia è ovviamente colpire lì serve per rinsaldare il proprio consenso anche elettorale: il nome è conosciuto e può far effetto sull’opinione pubblica.

Devo dire che però inopinatamente per loro la cosa si è rivelata sotto certi aspetti un boomerang, perché ha ricompattato non solo la maggior parte delle aree del movimento ma anche la cosiddetta società civile. Nel senso che il rispetto dei patti, delle regole in tutta Italia ma a Milano particolarmente viene molto tenuto in considerazione. Il fatto di avere violato un patto, di avere violato in qualche misura delle regole è stata una cosa che ha fatto “arrabbiare”, per cosi dire, anche intellettuali, società civile, contesti che si può dire guardassero con simpatia il Leoncavallo ma che se lo sgombero fosse stato fatto regolarmente, per così dire in punta di diritto, in qualche misura si sarebbero “arrabbiati” di meno e questo paradossalmente è stato un errore. Poi è chiaro che a loro non interessava tanto la generica questione dell’opinione pubblica ma mettere, come si diceva prima, una loro precisa bandierina sulla vicenda. Il Leoncavallo è un centro sociale iconico, famoso in tutta in tutta Italia, volevano mettere la bandierina dello sgombero e sono riusciti a sgomberarlo dopo 31 anni. Tutto questo se mi posso permettere anche dal punto di vista giuridico si ricollega alla famosa questione dei tre milioni e mezzo di euro richiesti dallo Stato alle Mamme del Leoncavallo.

  • Ci puoi spiegare un po’ meglio questa vicenda?

Si tratta di un altro aspetto giuridico abbastanza interessante. A un certo punto i Cabassi, proprietari dello stabile di Via Wattheau individuano la strada giusta e fanno causa al Ministero degli Interni dicendo “non avete sgomberato in 31 anni e ci avete causato dei danni.” Fanno una causa civile contro il Ministero degli Interni richiedendo i danni causati perchè non si è fatto lo sgombero per 31 anni. Il giudice di primo grado civile rigetta l’istanza, mentre la Corte d’Appello dice “avete ragione” e condanna il Ministero degli Interni a rivalere 3 milioni e mezzo di euro ai Cabassi. In tutto questo succede che a un certo punto del tutto inopinatamente il Ministero scrive una lettera alla Associazione Mamme del Leoncavallo, all’unica mamma rimasta perchè purtroppo le mamme del Leoncavallo in questi quarant’anni di occupazione sono decedute. Il Ministero le manda una lettera di diffida dove imputano a loro, le mamme, la restituzione di questi 3 milioni e mezzo che loro avrebbero pagato ai Cabassi sostenendo che lo sgombero in questi 31 anni non era stato fatto per colpa delle mamme del Leoncavallo. Onestamente questa cosa è al limite dell’irreale. E’ anche difficilmente dimostrabile. E’ chiaro che non hanno il titolo al momento nei confronti delle mamme del Leoncavallo. Dovrebbero fare un’azione civile per poter dimostrare che in 31 anni lo Stato non è riuscito a sgomberare lo spazio per colpa delle mamme del Leoncavallo. Se non fosse per la preoccupazione che la diffida ha suscitato in chi la ha ricevuta, ci sarebbe da piangere. Questa è un’ulteriore chicca di una situazione che oggettivamente è surreale.

  • Un’ ulteriore questione che è stata strombazzata sui giornali per dire “vedete non solo sgomberiamo ma ci facciamo pure dare i soldi ..”. Sabato prossimo, 6 settembre 2025, ci sarà la manifestazione a Milano, prima di passare a questo c’è un altro aspetto di questa vicenda su cui vorremmo un tuo commento. Tutti sapevamo che c’era in piedi una trattativa a livello locale per lo spostamento in altra sede del Leoncavallo, eppure è come se di fronte ad una decisione assunta dal governo centrale i poteri locali di ogni tipo amministrativi, giuridici etc … non contassero niente. E’ un’altra forzatura?

Sicuramente si tratta di un’altra forzatura. Il sindaco non era stato avvisato di questa operazione tanto che si è molto infuriato anche perché il giorno prima c’era stato il Comitato per l’ordine pubblico e il terrorismo e si sono ben visti dal dire che il giorno dopo ci sarebbe stato lo sgombero. Questo è ancora più grave perché in tutti questi mesi, da quando è arrivata la sentenza, c’era un tavolo aperto fra Comune, Prefettura e Questura dove il Comune si era fatto carico di cercare di trovare una soluzione. Giovedì 28 agosto 2025, da quello che ho letto sui giornali, ci dovrebbe essere la delibera che mette a bando il posto dove dovrebbe andare il Leoncavallo. Dunque sono intervenuti a gamba tesa in un percorso amministrativo che era in corso ormai da tanto.

  • Per tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato si può dire che la vicenda dello sgombero del Leoncavallo si inserisca nel clima autoritario del Decreto Sicurezza, volto a scardinare tutte le procedure esistenti in nome del diritto del più forte, del potere centrale che decide cosa fare senza regole?

Il Decreto Sicurezza da un punto di vista ideologico e materiale è l’arma che viene usata per punire delle condotte che non sono assolutamente reati basta pensare alla resistenza passiva, ma tutto questo immagino lo sapete perché stiamo parlando con dei giuristi ma soprattutto è il clima che evidentemente è cambiato. Quando tu fai un decreto sicurezza dove uno degli obiettivi principali è per esempio lo sgombero delle case occupate, dove sembra che prima gli sgomberi non venissero fatti, vuol dire che il clima è fondamentalmente cambiato. L’idea è reprimere tutto ciò che non è conforme, mi verrebbe da dire che in questo senso il Leoncavallo, nonostante non sia più quello di 40 anni fa, non è conforme al modo di pensare e di governare. Questo ha determinato quello che è successo.

La manifestazione di sabato 6 settembre speriamo sia molto partecipata e possa essere una risposta al fatto che tutto questo non è tollerabile. Penso sia importante esserci in piazza il 6 settembre a Milano perché è giusto rivendicare che spazi di cultura non solo non devono essere chiusi ma debbano moltiplicarsi nelle città. La cultura è importante perchè fa vivere bene le persone, combatte la dittatura, la repressione, fa capire alla gente che ci può essere un mondo diverso di quello che stiamo vivendo.

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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Io, Eloisa


Spettacolo teatrale con Ancilla Oggioni attrice Elisabetta de Mircovich voce, viella Matteo Zenatti voce, arpa Testi e musiche raccontano l’amore fra Abelardo, illustre maestro e intellettuale, ed Eloisa, sua allieva e nipote di un canonico di Notre-D
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Spettacolo teatrale con

Ancilla Oggioni attrice

Elisabetta de Mircovich voce, viella

Matteo Zenatti voce, arpa

Testi e musiche raccontano l’amore fra Abelardo, illustre maestro e intellettuale, ed Eloisa, sua allieva e nipote di un canonico di Notre-Dame: una storia che è entrata in modo indelebile nell’immaginario collettivo. Gli eventi della loro vita sono stati trasmessi ai posteri attraverso l’autobiografia di Abelardo, le lettere dei due amanti e le testimonianze dei contemporanei. Questi testi consentono di leggere la vicenda dal punto di vista di Eloisa, un punto di vista non convenzionale, nel quale l’orgogliosa rivendicazione di scelte e pensieri si rivela in una dimensione più umana e personale rispetto all’intellettualismo di Abelardo. Musiche vocali e strumentali coeve, fra cui alcuni canti composti dallo stesso Abelardo, scandiscono la storia intima di questa grande figura dell’Europa medievale.

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renoize, festival antifascista: a roma, parco schuster, dal 4 al 6 settembre


renoize2025 a parco schuster
𝐃𝐚𝐥 𝟒 𝐚𝐥 𝟔 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐑𝐄𝐍𝐎𝐈𝐙𝐄 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐀𝐧𝐭𝐢𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚
Dal 2008, RENOIZE a Parco Schuster è ricordare Renato, realizzando i suoi sogni.
RENOIZE è politica, musica, teatro, laboratori, sport popolare, socialità.
RENOIZE è l’ appuntamento da cui ripartire insieme ogni maledetto settembre, da quella maledetta sera di fine agosto del 2006.
RENOIZE, a ottant’anni dalla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è spazio di resistenza e costruzione collettiva di un mondo dove semplicemente il fascismo non sia previsto.
RENOIZE è un festival antifascista, gratuito e autogestito, costruito collettivamente grazie all’ impegno, alla generosità e alla passione di chi, anno dopo anno, continua a crederci.
RENOIZE è tutto questo e molto di più!
RENOIZE “Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba, sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, nella storia del futuro, nel presente senza storia, nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria…sta nei sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini”

++🔥 𝐈𝐍𝐅𝐎 𝐞 𝐏𝐑𝐎𝐆𝐑𝐀𝐌𝐌𝐀 🔥++

📅 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐄𝐃𝐈̀ 𝟒 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄𝐌𝐁𝐑𝐄

🔥 VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30
• Workshop : Cura e autocura collettiva
• Letture per bambinɜ 0–6 anni (a cura di SCOSSE APS)
• Laboratorio La scuola dei sogni (a cura dei doposcuola popolari Mammut e Quarticciolo)

💡 GAZEBO CHE GUEVARA
Ore 17:00 → Laboratorio di sartoria e pittura per grandi e piccolɜ
Ore 18:00 → Presentazione: “Sotto le mura di Gerusalemme” di e con Tano D’Amico

🗣️ AREA DIBATTITI | 18:00
“Dentro e fuori la scuola”
Pratiche di rottura e autonomia nel mondo dell’educazione.

🎭 AREA SPETTACOLI | 19:00 – Il Circo Palacinca
Capitan Palacinca e Il furbo Jok, girando il mondo hanno raccolto straordinarie attrazioni ed appreso incedibili abilità magiche e circensi con le quali propongono un variegato varietà totalmente imprevedibile…

🎵 AREA CONCERTI | dalle 20:30
• Daniele Fabbri
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📅 𝐕𝐄𝐍𝐄𝐑𝐃𝐈̀ 𝟓 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄𝐌𝐁𝐑𝐄

🔥 VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30
• Presentazione libro: “Ritorno a Gaza. Scritti di donne italopalestinesi sul genocidio ” (a cura di Mjriam Abu Samra – Ed. Q)
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💡 GAZEBO CHE GUEVARA
ore 17:00 → Laboratorio di sartoria e pittura per grandi e piccolɜ
ore 18:00 → Laboratorio di iperstizione e scrittura

🗣️ AREA DIBATTITI | 18:00
“Quando il fascismo si fa istituzione: costruiamo reti di resistenza globali”
Una tavola rotonda necessaria e urgente, per orientarsi tra le retoriche di cui fa uso il sistema per mantenere il consenso e su quali linee di sfruttamento e marginalizzazione vengono utilizzate per dividere, frammentare, isolare e impaurire. Costruendo insieme una mappa delle resistenze.

🎭 AREA SPETTACOLI | 19:00 – Circofficina Cabaret
Una kermesse di numeri con artistɜ di ogni sorta e da ogni dove.
Giocolierɜ, Acrobatɜ, Clown, Teatranti, Maghɜ, Musicistɜ, Artistɜ di Strada, collaboreranno per la riuscita di questo Spettacolo.
La Circofficina è uno spazio libero di allenamento, creazione, condivisione d’arte, dal circo alla musica, al teatro, alla danza.

🎵 AREA CONCERTI | dalle 20:30
• Little Big Band “Tra le righe”
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🔥 VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30
Presentazione libro: “Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza” (a cura di Aldo Nicosia – Ed. Q)

💡 GAZEBO CHE GUEVARA | 18:00
Presentazione: “Una pianta ci salverà. Storia virtuosa della canapa” di e con Matteo Mantero

🗣️ AREA DIBATTITI | 18:00 – “Scioperare guerre e genocidio”
Pratiche dentro il nuovo regime di guerra contro colonialismo, riarmo, tagli a reddito e salari.

🍷GAZEBO ENOIZE | Ore 18:30
“Il naso nel bicchiere” – Workshop sull’analisi sensoriale del vino a cura di progetto Enoize.

🎭 AREA SPETTACOLI | 19:00 – “Zio Lupo”
Zio Lupo è un pretesto per raccontare teatralmente insieme ai bambini del pubblico la favola attraverso il coinvolgimento di Lucindina, una dispettosa bambina che pagherà cari i suoi capricci.

🎵 AREA CONCERTI | dalle 20:30
• Sista gaia & Mauro Aniene (orange beat)
• Wild Mint
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🌿 𝑻𝑼𝑻𝑻𝑰 𝑰 𝑮𝑰𝑶𝑹𝑵𝑰
🔥 VILLAGGIO DELLE RESISTENZE – Laboratori creativi:
🪁 Aquiloni · 🎐 Ventagli · 🧣 Pañuelos · ✂️ Origami · 📦 Cartonati · 🗺️ Caccia al tesoro

🖼️ AREA COMUNE | 17:00 – 01:00
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Evento facebook: facebook.com/events/5911353302…

𝑷𝒆𝒓 𝑹𝒆𝒏𝒂𝒕𝒐, 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝒔𝒕𝒆𝒔𝒔𝒂 𝒓𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂, 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒊𝒎𝒎𝒖𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒎𝒐𝒓𝒆 ❤️🔥

Un Grazie ad @evasa_ per il bellissimo manifesto!
(https://www.instagram.com/evasa___/)

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Taglio degli alberi all’ex Auchan, il diritto ad una informazione corretta


Si possono citare, in un articolo di giornale, solo alcune frasi di una nota inviata allo stesso giornale per la pubblicazione, ma che non è stata pubblicata? Non si rischia di alterare il senso di quella nota, di cui nessuno conosce il testo integrale, mancando di rispetto non solo alla ‘verità’ ma anche all’autrice della nota stessa, di cui peraltro viene citato il nome?

Tanto più […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/27/tagl…

#BoschettoDellaPlaja #CinziaColajanni #ComuneDiCatania #Consulta #LaSicilia #RegolamentoDelVerde #verdePubblico #verdeUrbano

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Apocalypse Garibaldi, elicottero sopra la piazza e sotto un mare di chiacchiere


La Livorno che cambia per chi vuol vedere
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Le ridotte dimensioni di Piazza Garibaldi non fanno capire che si tratta del luogo centrale dello scontro politico livornese da oltre quindici anni. Se guardiamo alle polemiche della politica ufficiale vediamo invece come centrodestra e centrosinistra si accusano a vicenda proprio a causa di piazza Garibaldi. Inoltre, guardando la piazza, e i suoi accessi limitati, è difficile pensare che in tre lustri non sia emersa una soluzione a quello che viene indicato come il suo problema centrale: lo spaccio.La novità è che piazza Garibaldi è stata considerata una zona rossa e, di conseguenza, si è materializzato un vero e proprio blitz di polizia diretto dall’elicottero. Certo, l’esiguità della rete smantellata, da 1000 euro di droghe vendute al giorno secondo le stesse fonti di polizia, fa capire che in questi casi conta soprattutto lo spettacolo della legalità ripristinata.

Si tratta comunque del blitz più spettacolare di sempre ma dopo almeno quindici anni di operazioni repressive l’impatto di queste operazioni è conosciuto infatti, anche quando portano ripetuti arresti, queste retate non riescono a ottenere un cambiamento reale. Avviene che un’operazione “smantella” una piazza dello spaccio, ma la cronaca successivamente riporta la necessità di nuove operazioni. Accade da quindici anni, avverrà domani grazie a una sorta di cooperazione sociale tra bianchi nativi e immigrati: i primi alimentano continuamente la domanda di droghe, i secondi ricompongono permanentemente l’offerta di strada nonostante le operazioni di polizia. Come ogni incontro tra domanda e offerta si tratta di un processo sociale che travalica sia gli aspetti repressivi che la retorica delle piccole pratiche socializzanti “contro il degrado”. Si sta parlando di Livorno che è una città con una demografia caratterizzata da una popolazione con una percentuale significativa di over 70, pari al 21,5%, superiore alla media regionale (20,0%) e nazionale (17,8%). Di fronte a questi fenomeni è quindi difficile parlare, al momento, di società civile da mobilitare “contro il degrado” quando alla demografia alta si aggiunge il ruolo del porto come hub della droga, di livello europeo, e le operazioni di polizia e carabinieri indicano Livorno come attraversata da una rete di spaccio che distribuisce diverse tipologie di sostanze suggerendo un mercato locale diversificato e molto attivo. E qui emerge il primo problema, di questo scenario, che però non ha molto a che vedere con l’arresto o meno degli spacciatori: Livorno oggi ha poche energie sociali da mobilitare , specie quelle che fanno la differenza nella gestione da basso di territori complicati. Si profila infatti il panorama di una città invecchiata e scoppiata, attraversata da piccole economie illegali in città e grandi traffici transnazionali al porto, che va analizzata a fondo se si vuol capire il potenziale sociale futuro del territorio.

L’economia di Piazza Garibaldi, come quella di molti quartieri livornesi, si presenta come un campo di forze contrapposte tra le attività economiche formali in declino e l’emergere di un’economia illecita. Sul versante dell’economia legale, le fonti documentano la presenza di chiari indicatori di crisi commerciale e di abbandono. In netto contrasto, l’economia illecita, in particolare lo spaccio di stupefacenti, ha prosperato, sfruttando il vuoto sociale lasciato dal fallimento del commercio lecito. La piazza è diventata una “piazza di spaccio attiva 24 ore su 24”. Questa attività criminale non è un fenomeno casuale, ma si innesta in modo funzionale nell’ambiente degradato, dove la crisi dei fondi commerciali e degli spazi pubblici crea le condizioni per l’insediamento di reti di spaccio. Gli interventi di sicurezza repressivi, e le stesse pratiche di riqualificazione, rischiano fallire completamente se non affrontano la radice economica del problema, ovvero la necessità di riattivare un tessuto sociale, commerciale e produttivo che renda preferibile un uso del territorio alternativo a quello dello spaccio. Insomma una città invecchiata, scoppiata e in declino economico (per chi vuol vedere i dati) ha piazza Garibaldi come icona del proprio malessere che però è diffuso e radicato in modo reticolare su buona parte del territorio.

Di fronte a tutto questo, centrodestra e centrosinistra sanno rispondere con due modi diversi e conflittuali di fare spettacolo. Il centrodestra favorendo i blitz con l’elicottero, per sequestri da mille euro, il centrosinistra con gli spettacolini low-cost di piazza e delle piccole pratiche partecipative sostanzialmente rivenduti, a chi ancora vota, come rigenerazione urbana. Cosa faranno in futuro questi soggetti? Nulla, ripeteranno le accuse reciproche che si lanciano da quindici anni, le stesse pratiche ritenute giuste sempre con risultati nulli mentre il territorio, silenziosamente, cambia di pelle in modo sinistr0.

A chi vuol entrare nel mondo reale conviene suggerire un gioco: simulare le evoluzioni di piazza Garibaldi secondo le regole dello ABM, agent-base-modeling, in grado di far capire come, in un luogo dato, cambiano i comportamenti di spacciatori, abitanti e forze di polizia. Di li’ si riescono a capire le dinamiche di mutazione degli hotspot dello spaccio, di cambiamento degli stili di vita degli abitanti del quartiere (cosa molto più utile di dar retta ai siti che urlano le notizie) e la logica degli interventi delle forze dell’ordine. Ricostruito questo scenario viene testato l’impatto delle politiche possibili sul territorio. Un gioco che è quindi molto utile se si vuol fare politica cercando di cambiare la propria città. Sennò preparatevi ai prossimi quindici anni: saranno come oggi, con maggiore disgregazione sociale, con il centrodestra che vuole l’occupazione militare del territorio e con il centrosinistra che eleva piccole pratiche a chissà quale cambiamento urlando al complotto della destra. Insomma, il vuoto con una quantità trascurabile di politica ufficiale attorno.

Per Codice Rosso, nlp

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youtuber impazziti cancellan la roba e l’octopiangiaggio inizia di nuovo!


Ma cos’è ‘sta storia assurda e ricorrente che gli youtuber dal niente (anche se oddio, forse non proprio dal niente a questo punto) prendono e diventano schizoidi, facendo sparire (a volte cancellando, forse altre mettendo il privato, boh) i loro video? E, precisamente, non tutti i video, e nemmeno i video più vecchi, ma in special modo quelli relativamente più nuovi. Si, solo negli youtuber (o forse, negli influencer audiovisivi tutti, ma io consumo solo youtube, perché solo lì c’è roba elaborata) vedo questo comportamento… non nei blogger, non negli sviluppatori open source (quelli fanno di molto peggio); non capisco. 🥴

Ma succede davvero da un giorno all’altro, eh… cos’è, alla sera vanno bene, come sono andati bene per mesi, e alla mattina dopo invece non più? E questa non è solo un’ipotesi, bensì ho la certezza che sia così: con il fatto che uso un aggregatore di feed RSS per tenere le mie iscrizioni di YouTube, se lo youtuber cancella o nasconde i video più recenti, quelli più vecchi (che altrimenti sarebbero oltre il limite di elementi) ecco che risalgono in cima, e io li vedo come se fossero nuovi (anche se in effetti non so perché in FreshRSS appaiano con una data e ora recente, anziché con quella di pubblicazione originale… meglio per me, così mi accorgo delle magagne semplicemente scrollando normalmente). 👹

Sarò io che ho tra le iscrizioni troppi youtuber schizofrenici, o è fisiologico che su circa un migliaio ce ne debba essere almeno qualcuno particolare? La cosa strana è che in genere questo avviene comunque di rado… e invece, temo purtroppo che anche in questo ora ci sia qualcosa sotto, perché ho appena visto questa cosa succedere con ben 2 youtuber a distanza di proprio pochi giorni: 3 giorni fa ho notato che il fu YouTube Fa Cagare ha attuato la rimozione coatta di tutti i video degli ultimi 5-6 anni, e stamattina invece noto che Hiding In My Room pure ha fatto la sua solita pulizia varia (si, in effetti di lui non mi stupisco, ma rimane la goccia che oggi ha fatto traboccare il fritto misto). 😾
Non parliamo nemmeno di come il secondo tizio (…che in foto è a sinistra, e non a destra come dovrebbe essere logico, perché sono purtroppo una frana), tra i tanti video cancellati, abbia lasciato al proprio posto una quantità sospetta di recensioni tutte rigorosamente negative di vari prodotti — e sono abbastanza sicura che di Switch 2 ne avesse parlato bene o almeno neutralmente, ma invece c’è solo un video “VERY disappointing…“, figuriamoci…
Però bah, questa cosa non la gradisco, ‘un mi garba, serve una soluzione definitiva!!! Ovviamente non posso scaricarmi tutti i video di cui normalmente salverei un semplice link (…ci ho provato in passato, e scaricando in 720p VP9/AV1 ho riempito un disco da 320 GB in appena qualche mese)… Però, come dire… si da il caso che io mesi fa avessi trovato per caso un metodo efficace per salvare video di YouTube sull’Internet Archive, a differenza del “salva pagina ora” che non ha mai funzionato, quindi… La soluzione è smettere di usare dei normali segnalibri (nel mio caso, Shiori, non i merdosi del browser) per salvare i video, e invece usare un blog su WordPress.org semplicemente embeddando i video; la magia automatica del web farà il resto, dietro le quinte!!! 😈

#lost #media #youtuber #youtubers


“The Sociopath YouTuber Who Destroyed His Life” — “Lo Youtuber Sociopatico Che Ha Distrutto La Sua Vita” (Hiding In My Room)


youtube.com/watch?v=Z32Y-D5kJT…

Se non avesse un canale da 111mila iscritti (e la miseria!), lo strano algoritmo mi avrebbe probabilmente già fatto scoprire questo #youtuber estremamente pazzo… invece lo scopro con questo bel documentario, che ha saputo tenere bene la mia attenzione. È relativamente poca roba rispetto ad altri fenomeni che negli anni si sono susseguiti (uno in particolare, non credo di dover spiegare chi intendo…), in realtà, ma per certi versi questo ha un’aria un pochino octopilled che mi piace, nonostante i suoi punti più oscuri non abbiano nulla a che vedere con me… quindi alla fin dei conti approvo e consiglio.

Intendo, sono pur sempre una femcel io, quindi non ho mai avuto persone a cui mettere le corna (non che io voglia farlo), e certamente non ho mai sviluppato malattie sessualmente trasmissibili, quindi sullo schifo sociale e biologico c’è un abisso di differenza. E, io non mento neanche tanto quanto lui nelle cose di cui parlo (…non che io ne abbia bisogno, la mia vita è per davvero così tanto tragica come sembra). Tuttavia, al di là di questi aspetti specifici, la #sovracondivisione è proprio il cardine dell’esistenza di questo Daniel proprio come lo è per me (per non parlare degli infiniti problemi relazionali subdoli che abbiamo in comune, questi qui non dovuti a comportamenti tossici ma solo alla nostra orribile natura). A proposito di questo, non mentirò (visto?): mi sembra assurdo che, col mio blog ed ogni cosa, dove dico letteralmente di tutto, robe a tratti pure peggiori di questo qui, ancora non ho un seguito attivo che si conti su più dita di quelle di mani e piedi sommate, mentre gli altri ricevono i documentari… bah!

Dall’altro lato, non so perché, ma ha anche un pochino delle vibe da (quel) tizio giapponese di YouTube; così, come bonus… e in effetti i tratti somatici mi paiono asiatici, e lui era fissato con il Giappone, ma in realtà non è giapponese (pare sia thailandese). Dato tutto questo, ad ogni modo, il canale è finito immediatamente nelle mie iscrizioni, e probabilmente ora sarà il caso di recuperare i vecchi video più interessanti: youtube.com/@HidingInMyRoom198…. Magari, dopo tutte quelle ragazze strane che negli ultimi mesi ho apprezzato, questo ragazzo ancora più strano potrebbe diventare il mio modello maschile, che fino ad ora è mancato… Devo veramente aspirare a diventare così grande in qualche modo, cazzarola.

#HidingInMyRoom #oversharing #sovracondivisione #youtuber


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pap #077: la “catena social” e il genocidio


Dalla “social catena” di Leopardi alla “catena social” il passo non è né breve né per forza solo distruttivo. I sistemi e sismi generalisti – sì – rubano dati e vendono i nostri contenuti (lavorati e semilavorati, sempre gratuiti) da circa un ventennio: fb, ig, x, youtube eccetera. Grosso modo anche io ci sono dentro, con l’ossessione della disseminazione di materiali nell’orizzontalità dei (vari) loci, contro la verticalizzazione implicita nell’ideologia egocentrica ed economicista dello “youtuber” (o “influencer”, “podcaster” eccetera).
In mezzo, e insieme, e in legame, in questi ultimi venti e forse trent’anni: la demolizione dello stato sociale (sostituito, anche qui, dallo status sui social – let’s play), della sanità e della scuola pubbliche. E la parallela prassi di smantellamento dei centri sociali.
Bon (malissimo): la parola “sociale”, se cade la “e”, pare proprio vada perdendo più di qualcosa. Ma è completamente vero? Cosa sarebbe stato, dal punto di vista della comunicazione della realtà di morte, il genocidio, senza i social, e senza la rete? Come avrebbero potuto i palestinesi comunicare, registrare in diretta, testimoniare, nelle condizioni oggettive imposte dal colonialismo israeliano? Alcune pezzi di appunti sono qui di séguito, disordinati in Pod al popolo. Podcast irregolare ed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto. (A velocità 1.5, magari: per rendere meno intollerabili le mie micro e macropause).

Il link promesso nell’audio, anzi due:
slowforward.net/2025/01/13/usc…
e slowforward.net/2024/11/17/pod…

*
Uno schema – dagli appunti:

*
Alcuni link aggiunti:

separazione generalista vs coordinamento (nel) fediverso:
slowforward.net/2025/03/27/dip…

“questione palestinese”? la “questione” (o, meglio, “in questione”) è israele, non la Palestina:
slowforward.net/2024/12/26/dip…

durante/dopo:
slowforward.net/2024/06/09/dip…

censura:
slowforward.net/?s=censura

gli intellettuali italiani ancora al 27 maggio 2024:
slowforward.net/2024/05/27/dip…

costituire e ampliare reti sociali indipendenti:
slowforward.net/2024/05/27/cos…


#Gaza #genocidio #Palestina #sionismo #social #socialmedia #iof #idf #colonialism #sionisti #israelestatocriminale #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra #instagram #facebook #youtube #x #twitter #mediageneralisti #flusso

#audio #bambini #cantenaSocial #catenaSocial #centriSociali #children #Cisgiordania #colonialism #comunicazione #concentramento #deportazione #disseminazione #facebook #famearmadiguerra #FB #FEDIVERSO #flusso #Gaza #genocide #genocidio #giornalismo #giornalisti #ICC #icj #IDF #IG #influencer #informazione #Instagram #internet #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #Leopardi #massacri #media #mediageneralisti #Palestina #Palestine #PAP #pap077 #pap077 #pod #podAlPopolo #podalpopolo #podcast #sanitàPubblica #scuolaPubblica #sionismo #sionisti #social #socialCatena #socialGeneralisti #socialMedia #socialmedia #starvingcivilians #starvingpeople #twitter #warcrimes #WestBank #X #youtube #yt #zionism


uscire o non uscire dai social zucki muski trumpi

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shitti shitti quatti quatti, gli oligarchi di cui parla Bernie Sanders si stanno socialmediamente prendendo tutta la torta. allora all’interno della torta medesima sorgono dubbi.

qui dico la mia, o un atomo della mia, con tutti i limiti del soggetto dell’inconscio che sono (verbigerante in un commento qui):

come occorre sostenere #BDS per boicottare #izrahell, così bisogna trovare vari modi per staccare gli sguardi (e i portafogli) dai #socialmedia generalisti. la mia idea è (sempre stata) (soprattutto per quei versanti che – come dice giustamente Terzago – si occupano di linguaggio) quella che Antonio Pavolini descrive nel suo Stiamo sprecando internet a proposito delle zone – diciamo così – ‘virtuose’ della rete.
quindi: diffondere (al limite anche attraverso i social media, perfino generalisti) le frecce direzionali che portano ALTROVE = *direttamente* a quelle zone. (siano esse più o meno temporaneamente autonome).
una di queste zone è #Mastodon. ma finché su Mastodon ci sto solo io e un gruppo di cinque persone, l’acqua scarseggia e la papera non galleggia.
bisogna migrare in massa, cristo santo.
e lasciare che su #facebook resistano e persistano solo ed esclusivamente #link che portano FUORI da facebook. solo ed esclusivamente materiali indigeribili da facebook medesimo.

e bisogna moltiplicare gli spazi autonomi.
non a caso, in varie occasioni e momenti di #esistelaricerca, ho sollecitato (starei per aggiungere: “in modo accorato”) la nascita di più siti, spazi in rete, indipendenti e connessi.
la stessa cosa può succedere anzi già succede da tempo con versanti del #giornalismo indipendente.
che però ha bisogno di noi.
finché ci sarà qualcuno di “noi” che fa cadere la monetina nel bussolotto di Repubblica e del Corsera, hai voglia a parlare di (un pur minimo) #antagonismo in rete.

su #Gaza e sul #genocidio (ampiamente bannato da zucko su fb, meno su #instagram), faccio l’esempio delle decine e decine di immagini, report, link, materiali video e di altro genere che ho caricato su spazi #Mega che poi di volta in volta linko usando *anche* i social media. ma principalmente attraverso #slowforward + uno spazio (da qualche mese da me negletto per mancanza di tempo: ma lo riprenderò) ospitato dalla rete indipendente #noblogs.

poi ognuno può aggiungere proprie iniziative.
la mia idea o impressione, in definitiva, è che su fb si continua sì ad accedere a moltissimi materiali a volte indispensabili, soprattutto relativi all’arte contemporanea (unico motivo per cui mi ero iscritto a fb alle origini, quando ancora il tasto per postare sembrava di gomma), però le cose buone ormai da ANNI bisogna prendersele e spostarle di peso FUORI. dopodiché si può usare fb (finché e SE ha senso) esclusivamente per indirizzare la gente fuori da fb.

oh, magari sbaglio, non so. però fin qui è una #strategia che qualche frutto lo ha portato.

#antagonismo #antagonismoInRete #AntonioPavolini #BDS #ELR #EsisteLaRicerca #esistelaricerca #facebook #FrancescoMariaTerzago #Gaza #genocidio #giornalismo #giornalismoindipendente #Instagram #izrahell #link #Mastodon #Mega #noblogs #slowforward #socialMedia #socialMediaGeneralisti #socialmedia #StiamoSprecandoInternet #Strategia #TAZ #twitter #zoneTemporaneamenteAutonome


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Radio Vaticana verso la fine della guerra



Lo sbarco in Normandia non fu annunciato da Radio Vaticana, impegnata in quegli stessi giorni nelle celebrazioni della liberazione di Roma. Nonostante non si possiedano documenti che attestino se e come siano state date notizie sull’andamento dell’avanzata alleata in Francia – forse per la mancata registrazione da parte del Monitoring Service più che per volontaria omissione da parte del locutore francese – le trasmissioni, a partire dal mese di agosto, erano piano piano ricominciate. Dati più concreti sulla liberazione di Parigi (25 agosto), stando alle fonti a disposizione, vennero trasmessi in spagnolo molto più tardi (17 ottobre) attraverso la diffusione delle parole dell’arcivescovo di Parigi, il cardinal Suhard, sul contributo del clero e dei religiosi al «glorioso» e «gioioso» evento <132. Nel frattempo Padre Mistiaen era tornato a trasmettere i suoi testi di carattere religioso ma con riferimenti impliciti alla contemporaneità. A partire dalla fine di luglio del ’44 confezionò una serie di trasmissioni sull’unità della Chiesa inaugurata con queste parole:
“The Church has its domain the whole of human nature, as was made clear by the Fathers of the Church and in particular by St. Augustine in his comments on the Donatists, who wished to restrict the Church to a small religious organisation, and to local particularism. But the Church stands for cohesion and unity. […] The effort to reconstruct humanity made outside the Church are doomed in advance” <133.
L’unità della Chiesa, che rappresentava l’unità degli uomini in Cristo, era per il locutore francese un elemento essenziale per il ristabilimento della pace nel mondo <134. Sulla base di questo presupposto Mistiaen arrivò anche a parlare dell’unità dei cristiani, senza intendere, almeno stando al regesto della BBC, il ritorno dei dissidenti in seno alla Chiesa cattolica:
‘Every doctrine preaching division, indifference or the superiority of one over the other is fundamentally opposed to the doctrine of the Eucharist. The chief sacramental virtue of the Eucharist must be that of unity of men” ‘<135.
In un’altra trasmissione il gesuita ricordava le imprese della Chiesa nel corso dei secoli per realizzare il Regno di Dio in terra, costituito da nazioni libere e fraterne. Per questo motivo era da deplorarsi il fatto che una delle condizioni fondamentali per la sua costituzione, l’eguaglianza tra gli uomini, fosse venuta meno <136.
Il 18 settembre apparve un primo (sempre stando alle nostre fonti) esplicito riferimento alla ricostruzione in Francia:
“Our faith in Jesus Christ will help us to believe in and work for the future of our earthly Motherland, for all that happens on earth is connected with the life He chose to lead among men. We must not let ourselves be discouraged if the results of our work are not at first what we hoped they would be. What matters is to have faith and to carry on with our task. […] What an inspiration is […] the example […] of those who have worked in silence during these years, to all men who want to work for their countries! We must have faith. This is the command to us from all the dead, whose isolated sacrifice may have seemed futile, but who have given their lives for the sake of faith” <137.
Il fatto che si parli di «madrepatria terrena» potrebbe mettere in dubbio la paternità della trasmissione: Mistiaen era infatti di origine belga. Tuttavia il locutore, si tratti di Mistiaen o meno, mantenne il suo stile, cercando di tenere alto il morale dei francesi che, una volta liberati dall’occupazione tedesca e caduto il regime di Vichy, dovevano ora fare i conti non solo con la fatica della ricostruzione ma anche con un tragico passato recente <138. Una trasmissione del gennaio ’45 toccò in effetti uno dei problemi che la Francia libera dovette affrontare, quello dell’epurazione <139. Il locutore francese raccomandò che fosse il senso di giustizia a guidare la punizione per i criminali e non la logica della vendetta <140. Si calcolano 11.000 esecuzioni di collaborazionisti tra le esecuzioni avvenute prima del 6 giugno e quelle dopo la liberazione, e sembra che la popolazione francese fosse del tutto favorevole a ciò che era percepito come una semplice misura di giustizia per la sicurezza nazionale <141.
A partire dal febbraio 1945 il Monitoring Service della BBC smise di trascrivere i testi francesi. Dopo qualche mese il primo regesto che si incontra è quello del 5 maggio, sulla libertà in relazione alla responsabilità <142. L’ultima trasmissione francese che vale la pena citare non è probabilmente da attribuire a Mistiaen, che non ha mai usato toni accusatori nei confronti del popolo francese come quelli che compaiono in questa occasione:
“Life is completely different from before the war, and we must have a different conception of life. Let us look at England, for example, where the spirit of a whole people has changed. They work and work. […] It is most striking that everybody works in silence, patriotically, instead of chattering, laughing, arguing and shouting. It should teach us a lesson. It is almost embarrassing to recall these conditions when one sees French people engrossed in partisan preoccupations, talking and making extravagant claims for their own particular group, when the necessity for constructive work is so obvious. There must be cooperation, not merely in theory, but in practice. Work for the community must come first” <143.
Non sono chiari i riferimenti del locutore francese, ma è probabile che fosse un commento alle notizie delle divergenze politiche che stavano animando la Francia nel momento in cui si era deciso di organizzare le prime elezioni amministrative.
Per quanto riguarda le trasmissioni verso la Germania, un testo simile a quello di padre Mistiaen sull’unità dei cristiani del 28 agosto 1944 venne letto anche in tedesco all’inizio del ’45. Tra le tre vie per arrivare a Dio, il locutore contava infatti l’unità, dopo la verità e la pietà:
‘ We are all one community, as we are all the children of God. We should live up to the unity of action. This unity of action was expressed by Christ in the basic law of God: “Love thy neighbour as thyself”. Love is based on unity, and in return produces unity. Unity of Christians among themselves is following the way of love. Love is the mark of Christianity. Looking at Christians one should be able to say: “See how they love each other” ‘ <144.
Il tema dell’unità dei cristiani fu sviluppato ulteriormente dal locutore tedesco in una serie di trasmissioni sulle Chiese orientali tenute da professori del Pontificio Istituto Orientale. Delle otto lezioni vale la pena mettere in luce l’ultima, nella quale per la prima volta a Radio Vaticana si faceva menzione delle concessioni fatte da Stalin alla Chiesa ortodossa nel settembre del 1943 <145. Il locutore tedesco, in questo caso il professore, padre gesuita Wilhelm de Vries, non arrivò invece a ipotizzare l’uso strumentale della tolleranza staliniana, come invece è ormai chiaro dalla storiografia più recente <146, ma mise comunque in luce che nonostante la Chiesa ortodossa potesse godere di nuovo di una certa libertà di culto, rimaneva esclusa la possibilità di educare i giovani alla religione cristiana. De Vries si augurava che la situazione si evolvesse nel senso di una pacifica separazione tra Stato e Chiesa e la completa libertà di religione, «resembling the position in the USA».
Risulta difficilmente decifrabile la scelta di trasmettere una serie di otto lezioni sulle Chiese orientali, seguita subito dopo da un’altra serie di tre trasmissioni sui pensatori orientali e Cristo, inaugurata il 28 marzo. I loro contenuti, senza poterne dare ampio conto in questa sede, non erano quasi mai polemici, soprattutto grazie al fatto che erano affidate ad addetti ai lavori, ovvero ai professori del Pontificio Istituto Orientale.
Con l’avvicinarsi della fine della guerra e il noto timore della Chiesa cattolica per il dilagare del comunismo in Europa, ci si sarebbero forse aspettati testi dai toni più controversisti. Dalle fonti a disposizione possiamo soltanto dire che la scelta di trasmettere queste serie, al di là dei contenuti, fu quasi obbligata, per sopperire alla mancanza di materiale proveniente dalla Chiesa tedesca. Il 26 gennaio infatti, il locutore annunciò che non era più in grado di ricevere notizie di prima mano sull’attività religiosa della Chiesa nel Reich e che da diciotto mesi non veniva edita una lettera pastorale collettiva dell’episcopato tedesco <147. Dal silenzio dei mesi dell’occupazione di Roma Radio Vaticana sembrava essersi ripresa, ma stava ancora in trepida attesa della fine del conflitto.
Intanto Pio XII, con la sempre più probabile vittoria degli Alleati, nel suo radiomessaggio natalizio del 1944 aveva cominciato a parlare di democrazia <148. In un ormai noto passaggio del suo discorso il papa spiegava quali dovevano essere i presupposti di una «vera e sana democrazia, confacente alle circostanze dell’ora presente» <149. Radio Vaticana lo commentò in alcune trasmissioni. In tedesco, per esempio, il locutore contraddiceva quei giornali che avevano dato a Pio XII l’appellativo di «papa democratico» <150. Anche in spagnolo la spiegazione delle parole del pontefice era tesa a sottolineare i limiti entro i quali la democrazia fosse accettabile <151. Il discorso di Pacelli era il frutto di un anno e mezzo di prudente attesa rispetto alle incognite del futuro. In realtà, senza che naturalmente Radio Vaticana avesse potuto darne notizia, i fermenti in vista della costituzione di un partito cattolico o comunque della partecipazione attiva dei cattolici alla politica del dopoguerra in Italia erano cominciati a partire dal luglio del ’43 con il gruppo che si riunì attorno a De Gasperi <152.
Il 7 maggio i microfoni di Radio Vaticana poterono finalmente pronunciare parole di gioia per la fine della guerra. In inglese il ringraziamento era rivolto alla «Immaculate Queen of Peace», perché la pace era stata siglata nel corso del mese a lei dedicato <153. In italiano l’attenzione era rivolta ai festeggiamenti nella capitale dove sirene e campane erano state suonate per diffondere la notizia <154. Anche in questo caso il locutore cercò di mettere in luce alcune coincidenze: la firma della resa dei tedeschi a Caserta il 29 aprile, Santa Caterina patrona d’Italia, mentre l’armistizio europeo cadeva nel giorno della festa della Madonna di Pompei. Maggiormente riflessivo, come del resto era sempre stato per tutta la durata della guerra, il messaggio del locutore francese:
“For six years we have been encircled in a ring of iron; nations have seen their roads trodden by refugees, deportees, prisoners, and requisitioned people. And yet hope prevailed. Today, at last, our hearts are filled with joy; but let this joy not be vulgar and superficial – let it be respectful and dignified, in memory of so much suffering. Let us remember that many of our dear ones are in Heaven, and let their memory hover over our joy. They died, loyal to their duty, to prese rve liberty. Let us cherish them in our hearts” <155.
L’esultanza per la fine della guerra non poteva cancellare i costi che l’umanità tutta aveva dovuto pagare.

[NOTE]132 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in spagnolo, 17 ottobre 1944, ore 21.00.
133 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 24 luglio 1944, ore 21.00.
134 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 17 agosto 1944, ore 21.00.
135 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 28 agosto 1944, ore 21.00.
136 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 12 agosto 1944, ore 21.00.
137 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 19 settembre 1944, ore 20.00.
138 Vale la pena ricordare, anche se non verrà approfondito in questa sede perché naturalmente Radio Vaticana non ne fece cenno, il mito del popolo resistente che il generale de Gaulle, dal primo istante in cui mise piede in Francia, il 7 giugno 1944, cercò di costruire. Si vedano le pagine dedicate a questo aspetto da H. Rousso, Le syndrome de Vichy de 1944 à nos jours, Editions de Seuil, Paris 1990 (prima ed. 1987), p. 30 seg. Per una sintesi degli avvenimenti politici tra la liberazione della Francia e la fine della guerra si vedano i contributi di Ph. Buton, La France atomisée, in La France des années noires, vol. II, De l’Occupation à la Libération, sous la direction de J.-P. Azéma et de F. Bédarida, Editions de Seuil, Paris 1993, pp. 377-404; Id., L’État restauré, ivi, pp. 405-428.
139 Per una sintesi della questione si veda ivi, pp. 422-425 e la bibliografia citata.
140 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 29 gennaio 1945, ore 20.00.
141 Ph. Buton, L’État restauré, cit., p. 424.
142 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 5 maggio 1945, ore 20.00.
143 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 17 maggio 1945, ore 20.00.
144 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in tedesco, 10 gennaio 1945, ore 20.45.
145 L’8 settembre si riunì a Mosca il concilio dei vescovi della Chiesa ortodossa; Sergij venne eletto patriarca e cominciarono a venir concessi spazi di legalità per l’attività religiosa. Su questo si veda A. Roccucci, Stalin e il patriarca. Chiesa ortodossa e potere sovietico 1917-1958, Einaudi, Torino 2011, p. 173 seg.
146 Ivi, p. 251 seg.
147 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in tedesco, 26 gennaio 1945, ore 20.45.
148 Il radiomessaggio natalizio ai popoli del mondo intero, in Discorsi e radiomessaggi, cit., vol. VI (2 marzo 1944-1 marzo 1945), pp. 235-251.
149 Ivi, pp. 236-243.
150 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in tedesco, 30 dicembre 1944, ore 20.45.
151 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in spagnolo, 11 gennaio 1945, ore 21.00.
152 Per una panoramica e per ragguagli bibliografici si veda G. Vecchio, Guerra e Resistenza, in Cristiani d’Italia, cit., http://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-eresistenza_(Cristiani_d’Italia)/. Ultimo accesso 25/01/2016; per una ricostruzione del clima politico sotterraneo si veda R. Moro, I cattolici italiani di fronte alla guerra fascista, cit., p. 88 seg. e bibliografia citata; per un esame più specifico si veda J.-D. Durand, L’Église catholique dans la crise de l’Italie, cit., p. 70 seg.; tra i tanti contributi sulla nascita della Democrazia Cristiana si veda almeno G. Galli, Storia della Democrazia Cristiana, Laterza, Bari 1978.
153 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in inglese, 7 maggio 1945, ore 20.15.
154 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in italiano, 7 maggio 1945, ore 20.30.
155 Daily Digest of Foreign Broadcasts, Vatican City, in francese, 7 maggio 1945, ore 21.00.
Raffaella Perin, Radio Vaticana tra apostolato, propaganda e diplomazia: dalla fondazione alla fine della Seconda guerra mondiale (1931-1945), Tesi, Scuola Normale Superiore, Pisa – École Pratique des Hautes Études, Paris, Anno Accademico 2015-2016

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