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Ho scritto su una scritta qui e ripassando nei pressi ho notato che qualcosa è cambiato, adesso (diciamo fino a qualche giorno fa) la scritta è così

in altre parole qualcuno o qualcuna si è preso la briga di cancellare la parola “Hamas” mettendoci anche un certo impegno, forse non abbastanza visibile nella foto.

La domanda sorge spontanea: l’ha fatto un simpatizzante o una simpatizzante […]

pepsy.noblogs.org/2025/08/19/s…

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Dana White: le possibilità che Jon Jones combatta alla Casa Bianca, “Una su un miliardo” Apre la porta a Conor McGregor


Dana White ha detto qualche tempo fa che ERA IMPOSSIBILE che Jon Jones potesse partecipare all’evento alla casa bianca e recentemente ha ribadito che non ha alcuna intenzione di cambiare posizione su Jon Jones. Solo che prima era zero adesso è 1 su un mil
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Dana White ha detto qualche tempo fa che ERA IMPOSSIBILE che Jon Jones potesse partecipare all’evento alla casa bianca e recentemente ha ribadito che non ha alcuna intenzione di cambiare posizione su Jon Jones. Solo che prima era zero adesso è 1 su un miliardo.

Conoscendo crapa pelata è probabile che stia tastando il terreno per la possibilità di far combattere JJ.

Nei fatto per ora Il CEO della UFC ha ribadito che non si può permettere di puntare su “Bones” in un’occasione di peso come un evento alla Casa Bianca. Il tema è riemerso durante la conferenza stampa post-UFC 319, dopo che Jones aveva interrotto il suo breve ritiro per rientrare nel pool antidoping della promotion.

White, incalzato dai giornalisti, è stato netto:

“Cosa pensate possa fare Jon nei prossimi mesi per convincermi a metterlo nella card della Casa Bianca? Ve l’ho già detto: non mi fido. E voi mi chiedete se può fare qualcosa per farmi cambiare idea in tre mesi? Non si tratta di fidarsi o meno: non ci si fida, punto. Non lo sento, non ci parlo. Se dovessi dare delle quote: è un miliardo a uno che Jon Jones combatta alla Casa Bianca.”


Ma sappiamo tutto che stiamo parlando solo di Business e la sacralità della casa bianca non esiste per certi individui.

La fiducia in McGregor (più che in Jones)


Il passato di Jones non gioca certo a suo favore: arresti, test antidoping falliti, incontri saltati. Prima del ritiro, White aveva praticamente garantito che la UFC avrebbe organizzato il match di unificazione dei pesi massimi tra Jones e Tom Aspinall. Nulla di fatto. Oggi Jones dice di voler combattere chiunque, purché significhi salire sul ring alla Casa Bianca.

Ma nelle parole di White, c’è un altro nome che spicca: Conor McGregor.
Intervistato al Jim Rome Show, il boss UFC ha ammesso di avere più fiducia nell’irlandese — fermo da oltre quattro anni — che nello stesso Jones. Entrambi sono rientrati nel programma antidoping dopo l’annuncio dell’evento speciale, ma la differenza sta tutta nell’affidabilità.

“Mi fido di Conor. McGregor non ha mai, mai deluso, a meno che non fosse seriamente infortunato. Con Jon, invece, resto molto più scettico.”



Jon Jones e la Casa Bianca? Dana White dice “Non è affidabile”. Ma sappiamo tutti che è solo negoziazione


Anche stavolta Jon Jones riesce a essere protagonista senza combattere. E lo fa alla sua maniera: con Dana White che lo piazza tra i “troppo rischiosi” per il grande evento UFC alla Casa Bianca previsto per il 4 luglio 2026. Hai letto bene: UFC alla Casa Bianca. Ma senza Bones.

Dana frena: “Non posso permettermi il rischio”


In un’intervista recente, Dana White è stato chiarissimo:

“Non posso rischiare di metterlo in una posizione così importante e che qualcosa vada storto. Soprattutto con la card della Casa Bianca.”


Tradotto: “Ci fidiamo talmente poco che non vogliamo sorprese sul prato della residenza presidenziale.”
E se conosci anche solo un po’ il passato (burrascoso) di Jones, capisci che Dana forse, forse, non ha tutti i torti.

Quanto possiamo credere alle parole di Dana White?


ZERO.

Perché dico questo?

  • Dana è un venditore, e in quanto tale mente
  • Dana vuole negoziare con Jon Jones la paga ed escluderlo dai giochi lo fa partire da una posizione migliore
  • Dana vuole tenere in mano la narrazione: sparare adesso, a 1 anno di distanza il main event brucerebbe tutto lo storytelling.
  • Quando Dana White dice “mai più” è solo questione di tempo prima che accada l’esatto contrario.

Sarebbe anche divertente vedere un britannico britannico (Aspinall) sdraiare un americano (Jones) alla Casa Bianca alla festa della liberazione statutinitense.

Non penso sia proprio il sogno dell’ufficio stampa UFC.

Jon Jones, Aspinall, retirement, e il solito tira-e-molla


Se ricordate Jon Jones ha (di nuovo) rinunciato al ritiro, è tornato nel programma antidoping e ha dichiarato che sarebbe felicissimo di combattere in quell’evento storico. Questo dopo un paio di mesi che si era ritirato.

L’idea come dicevo? Quella che tutti vogliono: Jon Jones vs. Tom Aspinall.
Peccato che Dana oggi ci crede meno di chi aspetta Half-Life 3.

Il problema delle superstar “inaffidabili”


Il punto non è solo Jones. Qualcuno l’ha detto bene:

“I più grandi nomi dell’UFC – Conor e Jones – sono anche i meno affidabili.”
E per un evento delicato, con i riflettori di tutto il pianeta, Dana vuole sicurezze. E forse Bones non è la figura giusta, nonostante sia il GOAT di tanti.


Conor al momento è ridotto malissimo, tra abuso (presunto) di stupefacenti e dick pic. Lo vedo più fare qualcosa con Diprè che nell’ottagono.


Che succede ora?


Resta da vedere se sarà davvero Jones ad essere tagliato fuori oppure se tra un paio di mesi Dana cambierà idea (di nuovo).
Intanto, il countdown per il 4 luglio 2026 è partito. L’idea di una Card USA vs UK / resto del mondo è quella che caldeggiano in molti, ma qualcuno dovrà decidere se fare una card super stacked di campioni, oppure fare una card di mismatch per il sogno americano


Questa voce è stata modificata (10 mesi fa)
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Cambio di rotta: vince l’economia aperta


Le discussioni riguardo all’impostazione politico-economica da assumere si risolsero spesso in dibattiti verbali, senza svolte concrete. L’idea predominante di politica economica era sostanzialmente quella dello smantellamento dei controlli esistenti e della restaurazione del potere padronale in nome dell’efficienza e dell’iniziativa privata. In questo clima, il dibattito riguardo ai princìpi generali di gestione dell’economia del paese venne presto risolto dalla decisione più importante presa nel dopoguerra; l’abbandono progressivo di un’ormai difficile politica di protezionismo e di chiusura degli scambi con l’estero, a favore di un orientamento dell’economia italiana verso una politica di apertura commerciale e di intensificazione degli scambi esteri. <21 Tale indirizzo di liberalizzazione progressiva rappresentava probabilmente una scelta obbligata per l’economia italiana. L’Italia è da sempre caratterizzata da una scarna presenza di materie prime; tutti i prodotti naturali come il legno, il carbone, il ferro, il petrolio, o l’uranio, fondamentali per lo sviluppo industriale, non sono presenti nel suolo o sottosuolo italiano. Per l’economia italiana, il concetto di sviluppo industriale è necessariamente connesso a quello di sviluppo delle importazioni, dovendo l’industria obbligatoriamente rifornirsi di materie prime provenienti dall’estero. L’idea di sviluppo delle importazioni esige parallelamente lo sviluppo delle esportazioni, e quindi una necessaria apertura commerciale crescente. <22 L’Italia perciò non si trovò di fronte alla scelta apparente tra sviluppo come economia chiusa e sviluppo come economia aperta, come ampiamente discusso in precedenza, ma di fatto si trovò a scegliere fra sviluppo industriale come economia aperta e rinuncia totale allo sviluppo industriale.
La situazione all’interno del paese fu chiara, nei confronti del Nord la politica dei governi di centro si orientò soprattutto verso un intervento a sostegno della ripresa industriale; già nel corso del 1947 il Tesoro si preoccupò di prestare aiuto ad un certo numero di imprese minacciate dalla crisi e di anticipare somme consistenti all’Iri. <23 Dal settembre di quello stesso anno, il Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica cominciò ad operare a sostegno di specifici provvedimenti a favore dia dei movimenti d’esportazione sia dei processi di ristrutturazione industriale. <24 Fu altrettanto importante l’accordo che il governo italiano concluse nella seconda metà del 1947 con l’Export-Import Bank per la concessione di un prestito ingente, con l’obiettivo di consentire alle imprese industriali italiane l’acquisto negli Stati Uniti di materie prime, macchine e beni strumentali. Tramite gli aiuti dell’Erp (European Recovery Program) vennero acquisite ulteriori attrezzature; con una parte dei prestiti dell’Erp fu possibile finanziare l’acquisto, per gran parte negli Stati Uniti, di macchinari per un ammontare complessivo di oltre 255 milioni di dollari fra l’aprile del 1948 e la fine del 1951. La maggior parte di questi fondi, più del 70 percento, vennero equamente distribuiti fra l’industria siderurgica, impegnata a finanziare i programmi di integrazione verticale del ciclo produttivo, quella elettrica per la costruzione di centrali termoelettriche, e quella metalmeccanica. <25
Il governo, potendo ricorrere sempre più liberamente al commercio estero, puntò sostanzialmente a rafforzare le industrie di base, garantendo parte dei mezzi finanziari per accrescere l’importazione delle attrezzature richieste per la riconversione degli impianti e per il superamento del ritardo tecnologico. Le imprese mantennero la loro libertà, impiegarono liberamente la manodopera e destinarono gli investimenti secondo le loro linee guida; lo Stato invece, contribuì in maniera decisiva a rendere possibile sia il rilancio della produzione, che la riduzione dei costi e l’aggiornamento della tecnologia tramite nuovi macchinari. I maggiori aiuti in tal senso, furono concessi all’industria metalmeccanica, addirittura in misura maggiore anche all’industria tessile, fino ad allora esportatrice per eccellenza. Si trattò di una vera e propria scommessa, infatti alla fine della guerra l’Europa centro-occidentale, che assorbiva negli anni pre-conflitto circa il 60 per cento dell’export italiano, risultava devastata sia dal tracollo economico tedesco sia dalla grave flessione della domanda verificatasi in Francia ed in Inghilterra. Inoltre, con l’inizio della “guerra fredda”, molti canali commerciali promettenti furono impossibilitati dall’essere raggiunti; in tal senso fu soprattutto l’industria meccanica che ne risentì visto che aveva già aperto dei canali con l’Europa orientale. <26
Nel complesso però, gli impianti dell’industria italiana erano per buona parte di recente fabbricazione, ad eccezione dell’industria tessile. La situazione italiana quindi, non si trovava in particolare difficoltà rispetto al resto d’Europa; il grande divario era nei confronti degli Stati Uniti. <27
Di fatto, per realizzare consistenti e rapidi aumenti di produttività nel settore metalmeccanico, furono sufficienti l’adozione di alcuni procedimenti tecnici più aggiornati e una migliore utilizzazione delle risorse attraverso varie economie esterne, una maggiore specializzazione delle maestranze, e alcuni perfezionamenti dell’organizzazione del lavoro.
L’industria italiana poteva dunque affrontare i rischi di una liberalizzazione degli scambi, così pure il Tesoro che poteva ormai contare su consistenti riserve valutarie.
La decisione di aprire l’economia italiana agli scambi con l’estero non implicava necessariamente che l’apertura dovesse avvenire verso gli altri paesi europei. Parlando in maniera molto poco concreta, l’industria italiana avrebbe potuto rivolgersi ai mercati presenti nel bacino del Mediterraneo o nel continente sudamericano. Di fatto però le possibilità a cui si trovò di fronte non erano molte; i paesi balcanici erano entrati a far parte dell’area di influenza sovietica; i rimanenti paesi mediterranei erano sotto l’influsso economico o politico francese o britannico; l’America Latina era legata sempre più strettamente agli Stati Uniti; in questo tipo di contesto le scelte furono quasi obbligate. <28 L’Italia al termine del conflitto si era venuta a trovare nella sfera d’influenza statunitense, e gli Stati Uniti, volendo creare un blocco europeo saldamente integrato dal punto di vista economico e politico, incoraggiò apertamente il riattivarsi degli scambi commerciali fra paesi europei, vedendo con favore l’inserimento dell’economia italiana nel blocco europeo. Sotto questo aspetto, è da notare come da un lato gli Stati Uniti comprendessero le difficoltà che l’industria europea incontrava nei confronti di quella americana, non insistendo perciò per una liberalizzazione degli scambi europei con l’area del dollaro, e dall’altro come invece premessero affinché venissero liberalizzati al più presto gli scambi all’interno dell’area europea. Ragioni economiche e ragioni politiche spinsero il governo italiano verso una rapida liberalizzazione nei confronti dei mercati europei. Il confronto diretto con economie più avanzate e industrializzate doveva risultare decisivo per l’evoluzione strutturale dell’economia italiana, nei suoi aspetti positivi e negativi.
Una volta stabilita la linea della liberalizzazione commerciale, questa fu seguita con continuità e prontezza. La precedenza venne data al commercio con i paesi europei, nei confronti dei quali le limitazioni quantitative alle importazioni vennero presto abolite. Dal settembre 1949, in seguito all’accordo di Annecy, si procedette a una revisione dei dazi così come era stato convenuto fra tutti i paesi membri dell’Oece; venne approvata una nuova tariffa doganale, che comportava una revisione delle tariffe in senso liberista per tutti i paesi partecipanti. Bisogna ricordare che all’indomani della guerra, nel 1946, le importazioni dei paesi Oece (Organizzazione europea per la cooperazione economica) non sottoposte a vincoli di licenza erano appena il 3,5 per cento delle importazioni totali, e tale percentuale crebbe al 23 per cento nel 1949, al 50 per cento nel 1952, al 99 per cento nel 1954. Se le vecchie tariffe doganali in vigore, approvate nel lontano 1921 e basate su dazi ad valorem erano state ormai vanificate per via dell’inflazione, risultò decisiva la decisione di abolire le restrizioni quantitative all’importazione per un gruppo di merci che forniva il 45 per cento delle importazioni italiane dai paesi dell’area occidentale. Mentre le limitazioni quantitative venivano ridotte rapidamente, la revisione dei dazi doganali avvenne con maggiore gradualità. Dal 1948 l’Italia cominciò a stipulare una serie di accordi multilaterali con altri paesi europei, allo scopo di facilitare i pagamenti e garantire crediti reciproci. Come già ricordato, alla fine del 1946 l’Italia fu ammessa al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale; nel 1949 aderì all’Oece, nel 1950 all’Unione europea dei pagamenti, nel 1953 alla Ceca, per poi culminare tale processo di integrazione europea con la stipulazione del Trattato di Roma del 1957 che diede origine al mercato comune europeo con la CEE.
A sostenere l’opportunità di smantellare le vecchie barriere protezionistiche furono soprattutto Cesare Merzagora e La Malfa, ministro del Commercio con l’estero dal luglio 1951. Ideologia condivisa anche dal presidente della Confindustria Angelo Costa, ma non da alcuni grandi gruppi. Per molti la via solcata da La Malfa avrebbe rappresentato un suicidio economico, per questo dovette condurre una dura battaglia a sostegno di una linea di condotta che mirava, con l’ampliamento dei mercati, a promuovere la crescita dell’economia italiana in modo tale da consentire sia l’equilibrio dei conti con l’estero sia una crescita del reddito nazionale. <29
Inizialmente venne mantenuto un livello di produzione relativamente più elevato rispetto ad altri paesi a favore di alcune produzioni agricole, quali il grano, lo zucchero e il vino, e produzioni industriali, quali i filati, le automobili, i trattori e gli apparecchi elettrici. Nonostante ciò si procedette speditamente all’eliminazione di vincoli e contingentamenti e alla riduzione della maggior parte delle aliquote doganali. Guardando i dati, effettivamente entro la fine del 1953 l’Italia giunse a liberalizzare quasi completamente, e prima di ogni altra nazione, le importazioni dai paesi membri dell’Oece, sia per i prodotti agricoli e le materie prime sia per i manufatti e i semilavorati.
Molte misure protettive interne come incentivi alle imprese, agevolazioni fiscali e altre forme di aiuto dirette o indirette, controbilanciarono la progressiva liberalizzazione degli scambi. <30 I governi di centro, in questo periodo di mutamento del sistema politico-economico, una volta riusciti nella rischiosa impresa di avviare l’integrazione dell’economia italiana nel mercato internazionale, si trovarono a dover mediare le reazioni che questo passaggio necessario aveva suscitato in un ambiente che non si era mai cimentato in una sfida simile.
Dal 1950, anche per via degli effetti dell’opera di mobilitazione determinata pure in Europa dalla guerra di Corea, sia la produzione industriale che gli investimenti superarono i massimi valori prebellici. Inoltre in quel periodo, il bilancio statale si avviava verso il pareggio e il reddito nazionale tornava a riportarsi ai livelli prebellici. Risultati di un certo spessore, come sottolineato dal governatore della Banca d’Italia Donato Menichella e dal ministro del Tesoro Giuseppe Pella, se si tiene presente che all’epoca della Liberazione il reddito cadde a meno della metà del 1938. <31 D’altro canto però, bisogna tener presente che il reddito pro capite italiano era in ogni caso un terzo di quello francese e inglese, e meno di un quinto di quello nordamericano. Del resto pesavano nettamente gli oltre due milioni di disoccupati. Un ampio numero di persone versava in condizioni di miseria e di indigenza, non solo nel Mezzogiorno ma pure in alcune aree del Centro e del Nord sebbene in dimensioni più contenute, stando ai dati raccolti dalle inchieste parlamentari condotte fra il 1952 e il 1953.
Versando il paese in condizioni non particolarmente agiate, gran parte del mondo politico reputò la competizione con le aree forti dell’economia europea una scommessa temeraria anche se da un punto di vista obbligata per un paese come l’Italia con un’economia essenzialmente di trasformazione e privo di materie prime. La necessità di migliorare la competitività della nostra industria urgeva per reggere all’urto della concorrenza straniera. L’industria italiana era basata essenzialmente su prodotti a scarso contenuto tecnologico e su processi labour intensive, perciò era necessario mantenere basso il costo della manodopera, oltre ad accrescere le economie di scala; gli ostacoli per mantenere basso il costo della manodopera non erano certamente pochi, visto che si andava contro le opposizioni prospettate dai sindacati e dai partiti di sinistra.
La riconversione dalle strutture autarchiche ereditate dal periodo fra i due conflitti mondiali a un sistema aperto e competitivo non fu un passaggio semplice neanche per il mondo imprenditoriale. L’industria italiana, ad eccezione di pochi casi come le fibre sintetiche e i derivati dalla distillazione del petrolio, non aveva le forze necessarie per avventurarsi in nuovi settori di produzione. Il percorso seguito fu così quello di concentrarsi intorno al blocco automobilistico, meccanico, siderurgico e a quello cementiero, con poche incursioni nel comparto dei beni d’investimento.
Non si può stabilire con certezza la piega che avrebbe potuto prendere il sistema industriale italiano nel caso in cui il governo avesse adottato fin dal dopoguerra, come ipotizzato, una politica di piano. <32 Ciò che si è potuto costatare è che sia i vincoli e le norme che regolavano il sistema monetario e l’interscambio fra l’Europa e gli Stati Uniti, sia le relazioni stabilite da tempo con Francia e Germania concorrevano all’integrazione dell’Italia nell’area euroatlantica.
L’iniziale inserimento nel mercato internazionale fu conseguito tramite alcuni passi eccessivamente forzati, come la drastica svalutazione della lira rispetto al dollaro da 225 a 575 lire, dovuta principalmente alle pressioni e agli interessi finanziari dei settori più direttamente legati alle esportazioni.

[NOTE]21 Si veda P. Barucci, op. cit.; secondo l’autore la decisione italiana di aprire la propria economia agli scambi con l’estero, era stata presa su pressioni degli Stati Uniti, fin dal 1945. Si veda anche P. Saraceno, Finanziamenti per settori, mercati di utilizzo dei crediti esteri ed altri elementi che condizionano la politica economica italiana, in P. Saraceno, a cura di P. Barucci, Ricostruzione e pianificazione (1943-1948), Giuffrè Editore, Milano, 1974. Saraceno mette in luce il rapporto economico tra Stati Uniti e Italia; rapporto che avrebbe potuto condizionare la spinta degli Stati Uniti nei confronti della liberalizzazione italiana.
22 Pone particolare enfasi a favore di questa linea, Demaria, nella già citata relazione al convegno di Pisa nel 1942. Secondo Demaria, l’isolamento dell’economia italiana fra le due guerre era la misura più esatta del mancato sviluppo.
23 Si veda G. La Bella, L’Iri nel dopoguerra, Edizioni studium, Roma, 1983; il testo approfondisce le dinamiche relative all’Iri nel dopoguerra e come il Tesoro abbia aiutato le sue numerose imprese.
24 Si vedano G. Amato, Il governo dell’industria in Italia, Il Mulino, Bologna, 1972, pp. 47 e sgg; P. Saraceno, La riattivazione dell’industria italiana, in P. Saraceno et al., a cura di N. Gallerano, L’altro dopoguerra: Roma e il Sud, Franco Angeli, Milano, 1985.
25 Consultare M. Pelaja, Ricostruzione e politica siderurgica, in Italia contemporanea, Milano, 1982; riguardo un quadro sui problemi di riconversione del settore siderurgico affrontati sin dai primi negoziati internazionali, si veda G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Economica Laterza, Roma-Bari, 1993, pp. 51-52. Per quanto riguarda il settore elettrico, consultare B. Bottiglieri, L’industria elettrica dalla guerra agli anni del miracolo economico, in B. Bottiglieri et al., a cura di V. Castronovo, Dal dopoguerra alla nazionalizzazione 1945-1962, Laterza, Roma-Bari, 1994. Si veda anche nell’opera appena citata, L. De Paoli, Programmi di investimenti e nuove tecniche.
26 Si veda V. Castronovo, L’industria italiana, pp. 266 e sgg, in V. Castronovo et al., La ricostruzione nella grande industria, Bari, Laterza, 1978.
27 Per avere un quadro generale sul profilo d’insieme e dei vari settori, vedere Confederazione generale dell’industria italiana, L’industria italiana alla metà del secolo XX, Roma, 1953
28 Anche prima dell’inizio della guerra fredda, la ripresa dei rapporti commerciali con i paesi dell’Est europeo era stata vietata dalla Commissione alleata di controllo. Si veda in tal proposito G. Gualerni, Ricostruzione e industria: per un’interpretazione della politica industriale nel secondo dopoguerra, 1943-1951, Vita e pensiero, Milano, 1980.
29 Si veda a cura della segreteria generale del C.I.R., Lo sviluppo dell’economia italiana nel quadro della ricostruzione e della cooperazione europea, aa. vv., Roma, 1952; A. O. Hirschman, Potenza nazionale e commercio estero, in A.O. Hirschman et al., a cura di F. Asso e M. De Cecco, Il Mulino, Bologna, 1987.
30 G. Amato, op. cit.
31 S. Ricossa e E. Tuccimei (a cura di), La Banca d’Italia e il risanamento post-bellico, 1945-1948, Laterza, Roma, 1992
32 Per un’analisi approfondita delle prospettive economiche in questione si vedano M. De Cecco, Lo sviluppo dell’economia italiana e la sua collocazione internazionale, in Rivista internazionale di scienze economiche e commerciali, 1971; V. Zamagni, Una scommessa sul futuro: l’industria italiana nella ricostruzione (1946-1952), in V. Zamagni et al., a cura di E. Di Nolfo, R. Rainero e B. Vigezzi, L’Italia e la politica di potenza in Europa (1945-1950), Marzorati, Milano, 1988.
Emanuele Zema, Come l’economia italiana si apre al mondo dopo la ricostruzione, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

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La corsa più pazza del mondo. Storie di ciclismo in Burkina Faso e in Mali.


Sulla copertina è scritto che per ogni copia del libro venduta, il team ciclistico Saunier Duval si impegna a piantare un albero in Mali.
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Centotto corridori di diciotto squadre e di quindici Paesi e di tre continenti. Milleduecentosettanta chilometri e mezzo, di cui sessantacinque su piste rosse. È il Tour du Faso, il Giro del Burkina Faso. Ciclismo, ciclismo equatoriale, ma non solo ciclismo. Soprattutto storie di vita. Come quella di Djibril Hassane, diciannove anni, nigerino, studente, che corre da due anni. Prima del Tour du Faso ha rotto la bici, allora ha ricevuto in prestito quella del suo allenatore, che però è più alto di una spanna, ma il problema è quando tornerà a casa: “Chi mi darà una bici per allenarmi?”. O come quella di Herman Beysens, cinquantasei anni, direttore sportivo di una squadra belga: un giorno un amico gli chiese se volesse andare al Tour du Faso, lui pensò alle malattie e ai serpenti, “hai cinque minuti per decidere” gli intimò l’amico, lui rispose sì e appena messo piede in Africa, capì che era casa sua e adesso, ogni anno, da dieci anni, fa costruire sei pozzi d’acqua.

Storie di ciclismo equatoriale, storie divertenti, drammatiche, semplici, incredibili, sconosciute, eroiche. “In Africa c’è il ciclismo ‘altro’, non saprei dire quanto eroico. Ma le divise improvvisate, la penuria di tubolari, il mangiare e dormire come capita, le strade sterrate (rosse qui, non bianche), la passione di fondo sono collegati, se non imparentati.” (dalla prefazione di Gianni Mura).

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“genocidio”


definizione di genocidio
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1944, il giurista Raphael Lemkin conia il termine “genocidio” intendendo definire “la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico […]; genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione […]. Esso intende piuttosto designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione, della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino della vita degli individui che appartengono a tali gruppi”.

“Nell’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del genocidio (9 dicembre 1948) si legge: ‘[…] per genocidio si intende una delle seguenti azioni commesse con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: a) l’uccisione di membri del gruppo; b) il causare danno mentale o fisico grave ai membri del gruppo; c) il creare deliberatamente condizioni di vita al gruppo intese alla sua totale o parziale distruzione fisica; d) l’imposizione di misure volte a prevenire le nascite all’interno del gruppo; e) il trasferimento forzato di bambini del gruppo presso un altro gruppo’”.

“Il termine genocidio […] raramente assume una forma antonomastica per definire la tragedia ebraica”.

Anna-Vera Sullam Calimani, I nomi dello sterminio, Einaudi 2001


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Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia


Alla luce delle posizioni assunte sia da Tambroni – incline a formare un monocolore “socchiuso” a destra e a sinistra – che dai suoi ipotetici sostenitori, sempre più perplessi, iniziava a perdere colpi il progetto di transizione al centro-sinistra. Da segnalare poi la posizione assolutamente contraria all’apertura delle gerarchie ecclesiastiche <79. Unico possibile rimedio sembrava essere la presentazione di un programma in parte favorevole ai socialisti, o comunque in grado di ottenerne l’astensione. Andava in questa direzione lo schema per il discorso del neopresidente intitolato “Spunti per un programma”. Redatto da Francesco Cosentino, consigliere giuridico del presidente della Repubblica, lo schema non venne seguito in maniera pedissequa. Anzi, proprio sui punti nevralgici che avrebbero potuto edulcorare la posizione socialista, come la nazionalizzazione delle industrie elettriche e il problema della scuola,
Tambroni non tenne conto dei consigli della coppia Gronchi-Cosentino <80. Così, il politico marchigiano incassò la fiducia della Dc e del Msi, che riuscì a portare a compimento la propria strategia legalitaria.
La storiografia sul tema è ancora piuttosto scarsa, ed è stata spesso ostaggio di letture politico-partitiche, peraltro suffragate da una non soddisfacente base documentaria. I primi studi <81 – dal 1960 al 1968 – hanno insistito sulla mobilitazione antifascista di massa e sullo scontro frontale contro il “clerico-fascismo”. Tali lavori, in larga misura, hanno mitizzato la spontaneità dei giovani, riducendo la loro irrequietezza ad una battaglia squisitamente politica. Questa prima tornata di ricerche influenzò la produzione storiografica degli anni ’70 e ’80. Con una certa continuità è emerso il sospetto delle tentazioni golpiste di Tambroni <82. Tra gli studi di questo periodo, Baget Bozzo si è distinto per una posizione critica verso la guida comunista delle manifestazioni <83. A trent’anni dai fatti, ha cominciato a farsi largo una lettura non più solamente politica, ma in grado di allargare l’orizzonte ai cambiamenti sociali e ad altri aspetti a lungo trascurati, come la violenza dei dimostranti e le testimonianze di diversa origine <84.
Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia <85, tuttavia il comportamento di Tambroni, che tentò di rilanciare il condizionamento del conflitto bipolare sulla politica italiana, <86 impone un’attenzione ben maggiore. L’incarico, come ha ricordato Nuti, non fu accolto dall’ambasciata con particolare soddisfazione, soprattutto per la vicinanza di Tambroni a Gronchi <87. «Nel breve periodo – ha scritto Zellerbach – non c’era motivo di preoccuparsi, visto che la cooperazione con gli Usa e con la Nato non sarà molto diversa da quella di Segni». Addirittura le prospettive sulla politica estera italiana venivano definite «eccellenti». Tuttavia la scelta non era giudicata «una soluzione felice». Tra i maggiori pericoli legati al nuovo esecutivo c’erano la possibilità di altre «scorribande» neutraliste in politica estera e l’opportunismo del nuovo capo del Governo. Nello stesso tempo la solidarietà di Gronchi, a cui erano legati il futuro e la stabilità del governo, era tutt’altro che assicurata. <88
A fronte della nuova maggioranza, furono immediate le dimissioni dei ministri della sinistra democristiana Bo, Sullo e Pastore. Poi seguì un tentativo – fallito – di Fanfani, che rispecchiava lo stato di confusione in cui versava la Dc, più volte rilevata dagli osservatori statunitensi. Alla fine di aprile Gronchi invitò Tambroni a completare la procedura e presentarsi al Senato. La direzione Dc approvava e l’ampia maggioranza democristiana confermava il nuovo, tormentato governo. Commentando l’investitura, i funzionari di via Veneto [ambasciata americana] non erano in grado di stimare le probabilità che l’esecutivo arrivasse all’estate. Il presidente del Consiglio, in una formula efficace e sintetica, veniva descritto come un uomo «temuto da molti, ma di cui nessuno si fidava» <89.
Tambroni, da par suo, considerava il plauso americano un fattore non secondario per la durata del suo governo. Fu Francesco Cosentino – segretario generale della Camera e consigliere legale di Gronchi – a “sponsorizzare” il governo, ma dall’ambasciata capirono subito l’intento di «far sentire agli Usa qualche parola buona su Tambroni». Pur giudicando Cosentino un contatto utile, rimanevano perplessità sui suoi commenti che talvolta «sapevano di autoritarismo» <90.
Ad accrescere le perplessità americane contribuiva la posizione, assai più allarmista, del ramo analitico della Central Intelligence Agency. Un rapporto parla di un «ritorno dei fascisti praticamente in tutti i campi». Lo stato «anarchico» della politica italiana offriva ai neofascisti due possibilità di intervento: un colpo di stato per prevenire l’apertura ai socialisti, o il tentativo di influenzare la Dc da posizioni democratiche. «Sebbene la ricerca della rispettabilità – si legge – li renda all’inizio alleati poco costosi, potrebbero poi domandare un quid pro quo, per esempio il coinvolgimento nell’occupazione di certe posizioni-chiave del governo e una politica estera più nazionalistica». In questo caso, ammonivano gli analisti dell’Intelligence, era probabile uno spostamento dell’opinione pubblica italiana verso l’estrema sinistra <91.
Tra le preoccupazioni dei servizi segreti, a differenza di quanto scrivevano da Roma, prevaleva il timore di derive autoritarie. Un governo orientato a destra, con ogni probabilità, non sarebbe riuscito a rimanere in carica se non ricorrendo a mezzi illegali. Nonostante mancassero prove di attività golpiste, Tambroni veniva etichettato «il più grande e abile opportunista d’Italia». E l’estrema destra preoccupava per «l’irrequietezza e la crescente capacità di farsi valere». Comunque, qualsiasi presa del potere a destra richiedeva «l’eliminazione o la neutralizzazione del presidente Gronchi» <92. Inoltre il grosso della Dc e altri elementi di centro si sarebbero spostati all’opposizione con la sinistra. Non era escluso, infine, il coinvolgimento di un presunto “Gruppo per la difesa della Repubblica”, che includeva Pacciardi, Giannini, Pella, Romualdi e Gedda, a sostegno di Tambroni <93. Il rapporto si riferiva al convegno organizzato il 26 maggio dal Centro Luigi Sturzo sul tema “La liberazione dal socialcomunismo”.
In questo senso, la preoccupazione nei confronti di Tambroni – a nostro avviso eccessiva – induceva a pensare ad un’attiva rete di contatti per salvaguardare il governo, al punto da considerare un convegno come il punto di partenza per una prova di forza autoritaria. Peraltro, all’incontro promosso dal Centro Sturzo, partecipò anche una figura di sicura fede democratica e antifascista come Enzo Giacchero, già vice-comandante partigiano in Piemonte e prefetto della Liberazione <94. Forze conservatrici di varia estrazione, pur schierandosi contro l’apertura a sinistra, erano ben lontane dall’elaborare un piano organico in difesa del governo. L’Italia del 1960, in altri termini, era ben più complessa e articolata di come poteva apparire.
In aprile ci furono alcuni scontri a Livorno. Secondo le ricostruzioni desumibili dagli atti parlamentari, alla base dei disordini ci sarebbero state provocazioni reciproche da parte di paracadutisti delle forze armate e civili. Il missino Romualdi parlava di «squadre di teppisti aiutati da gente facinorosa, da tempo sobillata dal partito comunista e socialista» che avrebbero assalito una decina di paracadutisti <95. A sinistra, invece, gli incidenti venivano imputati alle forze armate. Cantando inni di guerra, i paracadutisti «provocavano ed assalivano gruppi di civili» <96. Sia l’ambasciata romana che il consolato di Firenze seguirono attentamente gli scontri.
Diversi elementi sarebbero tornati su più vasta scala in agitazioni successive, tra cui quella di Genova. Secondo Francesco Di Lorenzo – prefetto di Livorno ed emblema della permanenza di funzionari fascisti a quindici anni dalla Liberazione <97 – il dato più evidente era l’età estremamente bassa dei manifestanti e l’unico rimedio contro i comunisti era «l’impiego della nuda forza». Molti ufficiali e carabinieri, inoltre, rimasero «sbalorditi dall’organizzazione e dalla disciplina dei rivoltosi». Tuttavia, l’impressione destata dalla forza comunista non aveva avuto un impatto positivo su gran parte della popolazione, preoccupata più che altro delle devastazioni ai negozi e alle automobili. Azioni di questo genere creavano una forbice tra i frequenti discorsi sulla distensione e i comportamenti – in direzione opposta – degli attivisti <98. Emergeva una certa ambiguità all’interno del Pci. Era una frattura importante tra il partito legalitario e la massa di giovani rivoluzionari che volevano portare fino in fondo la lotta proletaria <99.

[NOTE]79 P. Di Loreto, La stagione del centrismo, cit., pp. 355-360; P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 360. Si veda anche Italian political scene (Memorandum of conversation with Cardinal Siri, Archbishop of Genoa), R. Joyce (Consul General, Genoa) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-2360.
80 La vicenda è stata ricostruita da G. Cavera, Il Ministero Tambroni, primo «governo del Presidente», cit. In appendice l’autore riporta lo schema di Cosentino. Si vedano i discorsi alla Camera del 4 e dell’8 aprile 1960, AP, CdD, III legislatura, Discussioni, Seduta del 4 aprile 1960, pp. 13423-13431 e Seduta dell’8 aprile 1960, pp. 13648-13651. Si veda P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 364.
81 A. Parodi, Le giornate di Genova, Editori Riuniti, Roma, 1960; F. Gandolfi, A Genova non si passa, Avanti!, Milano, 1960; R. Nicolai, Reggio Emilia 7 luglio 1960, Editori Riuniti, Roma, 1960; G. Bigi, I fatti del 7 luglio, Tecnostampa, Reggio Emilia, 1960; P.G. Murgia, Il luglio 1960, Sugar, Milano, 1968.
82 G. Mammarella, L’Italia dopo il fascismo, 1943-1968, Il Mulino, Bologna, 1970; N. Kogan, L’Italia del dopoguerra. Storia politica dal 1945 al 1966, Laterza, Roma-Bari, 1974; P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989.
83 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit.
84 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, Il Mulino, Bologna, 1990; E. Santarelli, Il governo Tambroni e il luglio 1960, «Italia contemporanea», marzo 1991, n. 182; G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Donzelli, Roma, 1996. C. Bermani, L’antifascismo del luglio ’60, in Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Odradek, Roma, 1997, pp. 141-263; P. Cooke, Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, Teti, Milano, 2000; G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit.; A. Baldoni, Due volte Genova. Luglio 1960 – luglio 2001: fatti, misfatti, verità nascoste, Vallecchi, Firenze, 2004. Si veda anche A. Carioti, De Lorenzo e Moro, la strana coppia contro Tambroni, «Corriere della Sera», 26 marzo 2004.
85 Se ne sono in parte occupati solo Nuti e Gentiloni Silveri, si vedano L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 285-299; U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 49-58.
86 Si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 368. Significativo è il fatto che Murgia, citando un editoriale del «New York Times», scrive che «sembra uscito dall’ufficio stampa di Tambroni», si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 139. Sfogliando «L’Unità» e «Il Secolo d’Italia» del luglio 1960 si trova una selezione degli editoriali di molti quotidiani stranieri. Naturalmente la stampa internazionale veniva usata per avvalorare la tesi dell’aggressione da parte delle forze dell’ordine o della provocazione di piazza. Era comunque indicativo dell’attenzione rivolta a quanto scrivevano all’estero per comprovare le proprie idee.
87 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
88 Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 288-289.
89 Telegram 3999, J. Zellerbach to the Secretary of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
90 Memo of conversation with Francesco Cosentino, Secretary General of the Chamber and Gronchi’s legal adviser, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-1660. Si veda U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit., pp. 53-54; L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 292. Documento parzialmente pubblicato in Così parlò Cosentino, «L’Espresso», 28 luglio 1995, pp. 68-69.
91 Neo-fascists in postwar Italy, CIA, Current Intelligence Weekly Summary, May 12, 1960, foia.cia.gov
92 The Italian Political Crisis, A. Smith (Acting Chairman, Office of National Estimates) to the Director of Central Intelligence, May 17, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60. Il riassunto è pubblicato in FRUS, 1958-1960, vol. VII, pt. 2, p. 598.
93 Il leader Gedda avrebbe annunciato «oggi siamo uniti nel pensiero, domani lo saremo nell’azione», Erosion of italian democracy, CIA, Current Intelligence Weekly Review, June 23, 1960, foia.cia.gov
94 Si veda D. D’Urso, Enzo Giacchero, storia di un uomo, «Asti contemporanea», n. 11, p. 239, israt.it/asticontemporanea/ast…
95 Dopo l’aggressione contro i paracadutisti i sobillatori bolscevichi cercano un alibi, «Il Secolo d’Italia», 23 aprile 1960; Dalli al parà, ivi.
96 Per gli interventi in Aula si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 5 maggio 1960, pp. 13701-13796.
97 Di Lorenzo rimpiangeva i tempi di Mussolini, «quando i poteri del Prefetto non erano limitati da tante assurdità democratiche [democratic nonsense]», si veda Communist involvments in Livorno riots confirmed, M. Cootes (American Consul General) to the Department of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
98 Communist involvments in Livorno riots confirmed, cit. Per una posizione critica nei confronti dei paracadutisti, del Prefetto e del Ministero degli Interni si veda F. Dentice, Livorno: non cercate la donna, «L’Espresso», 1 maggio 1960, pp. 6-7; G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., p. 171.
99 Utili suggestioni in R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, vol. V (1950-1975), Savelli, Roma, 1979, pp. 23-28, citato in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 54-55.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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Accordi MERCOSUR-EUROPA – Sergio Ferrari


Dopo 25 anni di discussioni, riusciranno il Sudamerica e l’Europa a far passare la pillola amara di un accordo contestato da diversi Stati e ripudiato da importanti movimenti sociali di entrambi i continenti?
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Movimenti sociali contro un accordo rischioso

Sergio Ferrari

Traduzione a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Gli accordi di libero scambio del MERCOSUR con l’Europa entrano in una fase decisiva. Parallelamente, aumentano le critiche dei movimenti sociali.

All’inizio di luglio, dopo otto anni e quattordici round di negoziati, i paesi del MERCOSUR (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) hanno annunciato la conclusione di un trattato di libero scambio con le loro controparti dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA), che riunisce Islanda, Principato del Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. Sebbene il processo di revisione giuridica, la firma formale e la ratifica da parte di ciascun parlamento potrebbero richiedere diversi mesi, la conclusione dei negoziati di questo “mini accordo” invia un segnale politico alle parti che devono ratificare il “grande accordo”. Si tratta, infatti, del trattato di libero scambio tra il MERCOSUR e i 27 Stati dell’Unione Europea (UE). Sebbene formalmente accettato nel dicembre 2024, esso è attualmente in fase di traduzione e discussione parlamentare nei due blocchi.

L’accordo negoziato tra il MERCOSUR e l’EFTA appare quindi come un nuovo banco di prova per l’intero negoziato tra il Sud America e l’Europa, che è stato criticato dalle organizzazioni contadine e sindacali, nonché dalle organizzazioni non governative ambientaliste e di cooperazione allo sviluppo. Queste critiche, all’epoca, si concentravano sulla “segretezza” della discussione, in particolare sul fatto che solo un ristretto gruppo di negoziatori – che non includeva nemmeno i parlamentari nazionali – era a conoscenza delle proposte iniziali del trattato. Ora si concentrano sui contenuti essenziali che i movimenti sociali considerano rischiosi sia per l’ambiente che per i contadini e i lavoratori su entrambe le sponde dell’Atlantico.

MERCOSUR-EFTA, l’accordo “piccolo”

Il trattato di libero scambio MERCOSUR-EFTA mira a creare un’area di libero scambio che coinvolge quasi 300 milioni di persone. Secondo il comunicato stesso del MERCOSUR, “Entrambe le parti beneficeranno di un miglioramento dell’accesso ai mercati per oltre il 97% delle loro esportazioni, il che si tradurrà in un aumento del commercio bilaterale e in vantaggi per le imprese e i privati”. Il suo obiettivo è quello di coprire praticamente tutti i settori di attività dello scambio. Regolerà il commercio di beni, servizi, investimenti, diritti di proprietà intellettuale, appalti pubblici, concorrenza, misure sanitarie e fitosanitarie, ostacoli tecnici al commercio, questioni legali e orizzontali, compresa la risoluzione delle controversie. Include anche un capitolo sul commercio e lo sviluppo sostenibile che le voci critiche considerano formale e insufficiente (mercosur.int/comunicadomercosu…).

La Svizzera, uno dei paesi più interessati alla conclusione del trattato, si sfrega le mani dalla gioia. Nel 2024, le esportazioni elvetiche verso i paesi del MERCOSUR hanno raggiunto i 4,9 miliardi di dollari, mentre le importazioni, senza contare il commercio dell’oro, sono state cinque volte inferiori. Sebbene il saldo commerciale fosse già molto positivo per la Confederazione Elvetica, con questo nuovo accordo – e secondo i suoi stessi calcoli iniziali – quasi il 95% delle sue esportazioni verso i paesi del MERCOSUR sarebbe completamente esente da dazi doganali. Da parte sua, la Svizzera concederebbe al MERCOSUR venticinque quote bilaterali di prodotti agricoli sensibili, ovvero si impegnerebbe a importare una determinata quantità di beni dalla sua controparte latinoamericana. Berna ha rassicurato i propri cittadini che queste quote di importazione “sono sostenibili per l’agricoltura svizzera”

(news.admin.ch/fr/newnsb/SDd_zA…).

Il “grande” accordo MERCOSUR-Unione Europea nel mirino

L’Unione Europea e i paesi del MERCOSUR hanno concordato un trattato nel dicembre 2024 dopo quasi cinque anni di negoziati. Ora manca la ratifica da parte di ciascuno dei parlamenti sudamericani e dei 27 paesi europei, nonché quella del Consiglio e del Parlamento europeo. Tuttavia, alcune parti dell’accordo potrebbero entrare in vigore in via provvisoria solo con la firma dell’istituzione sovranazionale europea e della sua controparte sudamericana. Se approvato definitivamente, questo sarebbe uno dei trattati di libero scambio di maggiore impatto a livello internazionale: circa 700 milioni di persone in paesi che rappresentano quasi un quarto del prodotto lordo mondiale.

L’ultima parola, tuttavia, non è ancora stata detta. Diversi governi europei, tra cui Francia, Austria e Polonia, si oppongono, mentre altri, come il Belgio, potrebbero astenersi (finora Italia e Paesi Bassi si mostrano scettici). Per bloccare l’accordo è necessario un minimo di quattro paesi che insieme rappresentino il 35% della popolazione dell’UE.

Da anni importanti attori sociali manifestano la loro aperta opposizione a questo trattato, considerandolo «un accordo tossico per gli agricoltori, l’ambiente e i diritti sociali e umani qui [in Europa] come nei paesi del Mercosur». Numerosi “movimenti sociali, ONG, cittadini, agricoltori, attivisti, sindacati, movimenti studenteschi, mutue, associazioni ambientaliste e associazioni per la promozione della salute”, tra gli altri, hanno appena indetto una mobilitazione nel quartiere europeo di Bruxelles (sede dell’esecutivo dell’UE) per il 4 settembre. (cncd.be/bruxelles-4-septembre-…).

Anche se la votazione in seno al Consiglio dell’Unione Europea potrebbe avvenire a metà mese, è probabile che la data precisa venga annunciata solo all’ultimo momento, cosa che preoccupa queste organizzazioni. Secondo loro, questi “processi opachi” presuppongono “tentativi di indebolire il nostro movimento”. Da qui, sostengono, l’imperativa necessità di auto-convocarsi. Inoltre, spiegano che “alcuni governi [dell’UE] stanno cercando di promuovere l’accordo con un allegato sul clima, presumibilmente destinato a rispondere alle critiche”. Tuttavia, sostengono i promotori dell’iniziativa, “questo allegato non modificherebbe in alcun modo gli impatti reali sull’ambiente, sui diritti umani e sull’agricoltura, sia qui che nei paesi del MERCOSUR”.

Crescente rabbia sociale

A metà luglio, quattro delle principali organizzazioni rurali europee hanno inviato una lettera ai responsabili politici dell’UE chiedendo loro di respingere l’accordo commerciale UE-MERCOSUR nella sua forma attuale. Tale accordo, hanno sostenuto, potrebbe causare “danni irreversibili” ai settori vulnerabili dell’agricoltura europea e mettere a repentaglio la sovranità alimentare dei paesi sudamericani. I firmatari sono il Consiglio europeo dei giovani agricoltori (CEJA), il Comitato delle organizzazioni professionali agricole, la Confederazione generale delle cooperative agricole dell’Unione europea (COPA-COGECA), la Coordinadora Europea Vía Campesina (ECVC) e la Federazione Europea dei Sindacati dell’Alimentazione, dell’Agricoltura e del Turismo (EFFAT), organizzazioni che rappresentano un’ampia varietà di comunità rurali e lavoratori del settore agroalimentare del continente (https://viacampesina.org/es/europa-pequenos-agricultores-y -lavoratori-chiedono-ai-ministri-e-ai-deputati-europei-di-opporsi-all’accordo-commerciale-ue-mercosur/).

Anche i loro omologhi latinoamericani hanno espresso per anni il loro rifiuto del trattato. Già a febbraio le donne di La Vía Campesina hanno chiaramente marcato il terreno affermando che, sebbene “il team diplomatico del governo Lula abbia proposto di rivedere alcuni aspetti, questi non modificano l’essenza della struttura neocoloniale dell’accordo”. Per questo motivo, hanno affermato, “è urgente comprendere la portata delle violazioni sociali previste e analizzare anche la minaccia ai diritti delle donne, in particolare delle donne delle campagne, delle acque e delle foreste”. D’altra parte, e non meno preoccupante, “il pilastro commerciale dell’accordo ribadisce le asimmetrie storiche, poiché stabilisce dazi esterni sfavorevoli ai popoli sudamericani [privilegiando] il vecchio scambio di beni minerari e agricoli prodotti dal MERCOSUR con beni industrializzati provenienti dall’Europa, come veicoli, macchinari e pesticidi” (https://viacampesina.org/es/brasil-como-puede-el-acuerdo-mercosur-union-europea-impactar-la-vida-de-las-mujeres/).

Tuttavia, l’opposizione non proviene solo dai movimenti sociali rurali. Infatti, nell’ultima settimana di luglio, la Centrale Unica dei Lavoratori del Brasile (CUT) e la Coordinadora Sindical del Cono Sur (CCSCS) hanno consegnato personalmente una lettera alla delegazione della Commissione per il Commercio Internazionale (INTA) del Parlamento Europeo per esprimere la loro opposizione all’attuale accordo MERCOSUR-UE. I parlamentari europei e diverse organizzazioni della società civile latinoamericana, tra cui il Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST) del Brasile, hanno partecipato alla cerimonia di consegna di questo documento nella città di San Paolo. Redatta in collaborazione con la Confederazione Europea dei Sindacati (CES), la lettera denuncia “la mancanza di trasparenza nei negoziati, l’assenza di partecipazione sociale, l’uso di un linguaggio inaccessibile e i rischi concreti che l’accordo comporta per i lavoratori, l’industria regionale e l’ambiente”. I sindacalisti ritengono che il trattato rafforzi una logica neoliberista e neocolonialista, favorendo le grandi aziende a scapito dello sviluppo sostenibile e dell’integrazione sovrana dei paesi del MERCOSUR. Se concretizzato, aggiungono, provocherà la deindustrializzazione, la riduzione della produzione nazionale e una maggiore dipendenza dalle importazioni di prodotti manifatturieri europei.

Dopo 25 anni di discussioni, riusciranno il Sudamerica e l’Europa a far passare la pillola amara di un accordo contestato da diversi Stati e ripudiato da importanti movimenti sociali di entrambi i continenti? Una domanda aperta, molto difficile a cui rispondere, e con un sottofondo allarmante. Come lo è l’offensiva mondiale dei dazi lanciata negli ultimi mesi dal protezionismo trumpiano, che promuove una nuova dinamica commerciale e politica che potrebbe giocare a favore di coloro che scommettono su un “cattivo accordo” MERCOSUR-UE come opzione migliore rispetto a “nessun accordo”.

Sergio FerrariJournaliste RP/periodista RPTel: (00 41) 078 859 02 44
sergioechanger@yahoo.fr

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Sonolus gioconlus musicante super figo ganzo clonante tutti gli altri e afancul!!!


Stasera, per puro caso dell’espressione della consueta disperazione, il catgaming ha preso una piega inaspettata, ma graditissima. Infatti, mi era venuto un po’ a caso in mente di cercare se esistesse qualcosa tipo un server privato per VOEZ, che è quel giochino musicale che ho sul tablet per marcire con lo spirito mentre tengo tuttavia la mente e le manine allenate… e ho trovato decisamente di molto meglio; classica “cercavo rame e ho trovato oro” situazione. 😳👍

Per chi non lo avesse presente, non c’è molto da dire… è di circa 10 anni fa, ed è bellino: tutta l’estetica è di quel pulito-sognante stile anime, le canzoni sono varie pazzerelle (niente roba normie che va dallo zzz al bleh, insomma), ed è in generale uno dei pochi che mi piace. Ha anche una versione per Switch che, a differenza di quella mobile, costa un tot di base ma poi non ha acquisti in-app, ha tutto già sbloccato di suo, e funziona offline… ma, ovviamente, se sono a casa voglio usare il tablet da 10 pollici anziché il merdoso di Nintendo, e se sono in giro non voglio portarmi un secondo rettangolo di 6 pollici + bordi enormi oltre al telefono, per cui lasciamo stare. 🥱

Non so se ho allora trovato davvero cosa cercavo, perché dalle pareti del web mi sono spuntati diversi APK MOD, che non ho (ancora?) provato… ma ho trovato 1 cosa più pazza: un giochino di ritmo chiamato Sonolus, fatto per essere modulare, avendo un motore di base che può essere esteso con delle API per ricreare virtualmente qualunque rhythm game al di sopra di questa singola infrastruttura comune… oh, tanta roba in teoria. E nella pratica, che consiste in un APK di appena ~100 MB, il miraggio si conferma realtà: questo pezzo di pseudo-software, aggiunto l’URL del server che fornisce i dati per far comportare il gioco come un clone di VOEZ, è effettivamente tanto gustoso quanto pareva da lontano!!! 😻

La cosa bella di questo, quindi, è che non solo ho a (quasi) tutti gli effetti VOEZ ma con tutte le sue canzoni aggratis (+ custom, credo, senza necessitare di APK strani)… ma ho praticamente VOEZ che funziona senza Google Play Services, anziché freezarsi all’avvio senza spiegazioni, quindi posso tornare ad averlo pure sullo Ximifonino… e questo è davvero l’inizio della megafine, cazzo che bello. La fregatura sta nel fatto che ad ogni fine canzone esce una pubblicità, e gli acquisti in-app in realtà ci sono sotto forma di abbonamenti per togliere le pubblicità, o personalizzazioni del profilo online… roba di cui se ne fa a meno (anche perché le pubblicità basta bloccarle a livello di OS, ma finché sono solo statiche e non video sono accettabili, non danno fastidio). 🤗

Non ho ancora provato i vari motori di gioco disponibili a parte il clone di VOEZ, perché sono una marea… e quello, a dire il vero, comunque non è una ricreazione perfetta: sul look ci siamo, e anche sull’hear, ma sul feel non tanto, visto che la gestione degli input è parecchio più severa, e il margine di errore è abbastanza più basso da far si che, una canzone che sul VOEZ originale riesco tranquillamente a fare a difficoltà massima, qui mi esce un mezzo schifo persino a livello intermedio (e il video qui fa ampia mostra dei miei problemi di skill, in questo senso)… però, visti i vantaggi, dovrò abituarmici; quantomeno, se non sul tablet, per giocarci sul telefono, dove l’alternativa sarebbe il niente. 🔥

Assurdo che NON lagghi sullo Xiaomi con tanto di registrazione schermo attiva, ma, purtroppo, ha anche dei difetti… tipo che il core non è open-source — ma tutto ciò che ci gira attorno, inclusi i plugin che clonano i vari giochini, pare proprio di si — e che l’APK ha librerie solo per ARMv7 e ARMv8, niente x86+64 — ma poteva andare molto peggio: poteva essere solo ARM 64 bit; e invece, con doppie lib + supporto ad Android Nougat, si installa anche sul telefono di un pesce palla (non ironicamente). C’è anche per iOS, ma di quello non ce ne fotte; dispiace non ci sia una build Windows e/o HTML5, piuttosto, ma il gioco è appena alla v1.0.0, quindi sarà questione di tempo. Per me, già il fatto che il gioco parta senza connessione Internet e faccia tranquillamente giocare i livelli salvati, è sufficiente a godere… 👾

#game #gaming #mobile #music #rhythm #VOEZ

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#asemic #asemicChannels #asemicWriting #asemics #canaliPerLaScritturaAsemica #channels #scritturaAsemantica #scritturaAsemica

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Partecipate alla Consultazione pubblica sulla “conservazione dei dati da parte dei fornitori di servizi per procedimenti penali”, ma prima leggete la guida di EDRi: questa proposta può legalizzare la sorveglianza di massa e minacciare la nostra privacy e i nostri diritti fondamentali!

Ecco la guida di EDRi su come rispondere alla consultazione avviata dalla Commissione Europea.

La consultazione mira a raccogliere le vostre opinioni sull’impatto delle norme sulla conservazione dei dati in vista dell’adozione di misure legislative e non legislative a livello UE.

informapirata.it/2025/08/18/pa…

#CommissioneEuropea #ConsultazionePubblica #EDRi

informapirata.it/2025/08/18/pa…

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Mali: arrestato diplomatico francese.


Secondo la Francia l’arresto sarebbe ingiustificato.
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In Mali è stato arrestato un uomo di nazionalità francese, con l’accusa di sobillazione.
bandiera Malibandiera Mali
Sabato 16 agosto 2025, la Francia ha dichiarato che l’uomo, Yann Vezilier, è un membro accreditato della sua ambasciata nella capitale Bamako e che le accuse contro di lui sono infondate. Le autorità maliane hanno recentemente posto Vezilier in custodia, insieme a due generali e ad altri militari, accusandoli di aver partecipato a un presunto complotto volto a destabilizzare il paese.

In una dichiarazione rilasciata giovedì, il governo militare del Mali aveva descritto Vezilier come un agente dell’intelligence francese, sostenendo che avrebbe sobillato soldati e attori della società civile. In risposta, il ministero degli affari esteri francese ha avviato colloqui con le autorità maliane per chiarire quella che ha definito una “incomprensione” e ottenere il rilascio immediato di Vezilier, sottolineando che il suo arresto violerebbe la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche.

L’opposizione maliana in esilio ha definito le presunte intenzioni di destabilizzazione come false, sollecitando la junta militare al potere a produrre prove a sostegno delle sue affermazioni. Il Fronte di Resistenza Patriottica, una coalizione di politici in esilio, ha inoltre chiesto la liberazione dei detenuti e il ripristino dell’ordine costituzionale.

Fonte: africanews.com

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tablet sudato sulle gambe poggiato


Dritta da ieri sera, ecco qui un’altra assurdità. Stavo sul divano, a giocare col tablet, e lo tenevo praticamente appoggiato dritto sulle gambe che tenevo in piedi sul divano stesso (la classica posizione da ragazza gatto casual gamer, insomma), senza cover… e a dire il vero si teneva, per bene, comodamente, fermo, senza scivolare, eppure comunque ad un’altezza conveniente (di non molto sotto gli occhi, cosa che evita di dover stare bent con la testa) e senza reggere personalmente l’affare… 🐱

Tutto bene, nonostante fosse caldino dato l’uso (non bollente, parliamo pur sempre di giochi da ragazza gatto, quindi non roba pesante)… finché non l’ho girato… e mi sono accorta che il motivo per cui stava bello a posto, nonostante l’angolo solo di pochi gradi ottuso, era perché si erano fatte due belle pozze di sudore spalmato in corrispondenza delle gambe. E in effetti, la tavoletta di metallo non mi rimane in piedi in quel modo da subito, se ci provo ora… dovrei usarla una decina di minuti almeno appoggiata sulle gambe normalmente, e solo un po’ dopo uscirebbe il sudore che fa questo schifo ma questa grande utilità. 😾
Tablet fotografato dietro in verticale, come descritto, una pozza sopra e una sotto quindi
Comunque bleah, che schifo tipo… persino la fotocamera del telefono si rifiuta di mettere a fuoco molto bene dal disgusto (e ho provato più volte). Ovviamente non si pulisce nemmeno ottimamente questa sostanza merdifera di liquidi salati dal retro, bisognerebbe usare l’alcol per forza. E che peccato davvero, perché pareva io avessi trovato il modo perfetto per tenere il tablet… ma a questo punto non è il caso. E purtroppo, la cover non aiuta: anche quella scivola sulla pelle normalmente (ma anche col sudore mi sa, l’attrito è basso), e il classico prisma di appoggio che si forma girando le striscioline non è buono per essere piazzato su una superficie per niente ben piana, come le ginocchia. Insomma, è così fottutamente dura voler fare gaming quando si è gatti!!! 😿

#gaming #sudore #tablet

Questa voce è stata modificata (10 mesi fa)
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roma, di là dal fiume, ottava edizione, 24 agosto – 10 settembre

Di là dal fiume | ottava edizione
festival ideato e prodotto dall’associazione culturale Teatroinscatola
direzione artistica: Lorenzo Ciccarelli


*
A Roma dal 24 agosto al 10 settembre 2025
ingresso gratuito
11 eventi in 8 spazi della città

Festival ideato e totalmente prodotto dall’associazione culturale Teatroinscatola: teatro, cinema, installazioni e visite guidate.

Tema di questa edizione è il rapporto tra arte e diritti umani. I luoghi che abiterà il festival sono essi stessi strettamente collegati con i temi che l’iniziativa vuole approfondire nella Capitale. Una delle caratteristiche del Festival è quella di coinvolgere contemporaneamente più spazi della città, anche luoghi insoliti da scoprire o riscoprire.


di là dal fiume (Roma, 24 agosto - 10 settembre), festival a cura di TEATROINSCATOLA, ottava edizione, ingresso gratuito
cliccare per ingrandire

“In questo murale (Tuttomondo)
ho disegnato tutto quello che riguarda l’umanità
è fatto di simboli delle differenti attività umane,
è una sintesi delle problematiche della vita di oggi.
Non mi sono dedicato unicamente alla vita degli uomini
ma anche alla vita degli animali,
ecco perché vedete delfini, scimmie e altro.
È un affresco della Vita in generale”

Keith Haring

Prendendo spunto da una recentissima rassegna prodotta da Teatroinscatola & Arch+Hr (laboratorio internazionale di ricerca, diretto dall’arch. Eleonora Carrano) denominata Utopia! Architettura e Diritti Umani“, TEATROINSCATOLA vuole continuare ad indagare il rapporto tra arte e diritti umani, concentrando l’attenzione su temi come il cambiamento climatico, le migrazioni, la detenzione, l’inclusione, le emergenze umanitarie, la povertà e la malattia mentale.


Grazie alla collaborazione con Francesco Cordio, regista e direttore di Human Rights International Film Festival (Festival Internazionale del Cinema dei Diritti Umani che si tiene in Umbria) e con Testaccio Estate è stato possibile inserire all’interno dell’ottava edizione del festival anche una sezione cinema.

Apre infatti il festival, il 24 agosto alla Città dell’Altra Economia (Cae), la proiezione di Io capitano di Matteo Garrone (David di Donatello per miglior film e migliore regia 2024, Leone d’argento per migliore regia 2023) che racconta l’odissea di due giovani senegalesi che affrontano il pericoloso viaggio per arrivare in Europa, attraverso le insidie del deserto, gli orrori dei centri di detenzione in Libia e i pericoli del mare.


Segue il 25 agosto Lo Stato della Follia di Francesco Cordio. Un documentario inchiesta sui manicomi giudiziari in Italia. Il racconto in prima persona di alcuni ex-internati in uno di questi ospedali, si intreccia con le riprese effettuate, senza preavviso, in questi luoghi “dimenticati” anche dallo Stato.

Il 27 agosto, ancora al Cae, verrà presentato anche Cesare deve morire regia dei fratelli Taviani (Orso d’oro alla Berlinale 2012, 5 David di Donatello nel 2012 tra cui miglior film e migliore regia). Qui un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia mette in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. La proiezione sarà preceduta dall’incontro con Giovanna Taviani.


Dal 24 agosto al 27 agosto sarà posizionata sul palco del CAE l’opera Roma Città Aperta La ricostruzione di un grande fermaporta in legno fuori scala vuole evocare una porta immaginaria che si apre e rimane aperta in modo permanente.

I luoghi che abiterà il festival sono strettamente collegati con il tema dei diritti umani.

La Città dell’altra Economia (CAE) dove si proietteranno i film, è uno dei primi spazi in Europa interamente dedicato a quelle pratiche economiche che si caratterizzano per l’utilizzo di processi a basso impatto ambientale, che garantiscono un’equa distribuzione del valore, che non perseguono il profitto e la crescita a ogni costo e che mettono al centro le persone e l’ambiente. La Città nasce come luogo di promozione di tutta l’altra economia romana, offrendo spazi per esposizioni, vendita, eventi, incontri e formazione.

Il programma intero degli incontri è scaricabile al link di là dal fiume 2025_ teatroinscatola_ ottava edizione

*

teatroinscatola.it/

facebook.com/TeatroinscatolaRo…

facebook.com/TeatroinscatolaRo…


#ARCHHR #arte #associazioneCulturaleTeatroinscatola #CAE #cambiamentoClimatico #carcere #cinema #CittàDellAltraEconomia #clima #detenzione #DiLàDalFiume #dirittiUmani #diseguaglianze #EleonoraCarrano #emergenzeUmanitarie #FestivalInternazionaleDelCinemaDeiDirittiUmani #film #follia #FrancescoCordio #fratelliTaviani #galera #HumanRightsInternationalFilmFestival #inclusione #installazioni #KeithHaring #malattiaMentale #MatteoGarrone #migranti #migrazioni #povertà #teatro #Teatroinscatola #TestaccioEstate #Tuttomondo #visiteGuidate

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Rimpatriata in Burkina Faso la salma di Alain Christophe Traoré.


La morte avvenuta in circostanze misteriose.
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La recente restituzione dei resti di Alain Christophe Traoré, noto come Alino Faso, in Burkina Faso dalla Côte d’Ivoire ha scatenato un’intensa ondata di lutto nazionale e rinnovate richieste di giustizia. Traoré, una figura di spicco tra gli influencer sui social media e sostenitore della giunta al potere in Burkina Faso, è stato trovato morto nella sua cella presso la scuola della gendarmeria a Dakar, Abidjan, alla fine di luglio.
Flag of Burkina FasoBandiera del Burkina Faso – Public Domain. Source: it.wikipedia.org/wiki/File:Fla…
Le autorità ivoriane hanno concluso che Traoré si sarebbe suicidato impiccandosi con delle lenzuola, un esito che è stato immediatamente respinto dai suoi sostenitori e dal governo burkinabè, che hanno etichettato la sua morte come un “vile omicidio”. Questa posizione è stata supportata dalla condanna, da parte dei familiari e delle autorità burkinabè, della mancanza di notifiche alle persone coinvolte, inclusi i familiari, il legale e l’ambasciata del Burkina Faso. È stata quindi avanzata la richiesta di un’indagine completa e trasparente.

A Ouagadougou, centinaia di manifestanti si sono radunati in segno di protesta, indossando abiti bianchi e marciando dal Memoriale di Thomas Sankara all’ambasciata ivoriana. Durante le manifestazioni, i partecipanti hanno esposto cartelli che chiedevano verità e giustizia, sottolineando che il caso di Traoré ha fortemente scosso la coscienza nazionale.

Il governo del Burkina Faso ha solennemente promesso che questa morte “non resterà impunita” e ha insistito per una collaborazione nell’investigazione. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il caso potrebbe esacerbare le tensioni diplomatiche tra Ouagadougou e Abidjan, evidenziando inoltre la sensibilità di fondo relativa al dissenso e alla detenzione in tutta l’Africa occidentale.

In questo contesto, la questione non riguarda soltanto la morte di Traoré, ma solleva interrogativi più ampi sulle dinamiche politiche e sociali della regione, dove il rispetto dei diritti umani e la giustizia sono sempre più sotto esame. La richiesta di responsabilità e trasparenza, quindi, diventa non solo un atto di giustizia personale per la famiglia di Traoré, ma anche un’importante rivendicazione collettiva per un futuro più giusto e democratico nel Burkina Faso e oltre.

Fonte: africanews.com

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ostia, 23-31 agosto: incontri dedicati al regista claudio caligari


locandina iniziative Ostia per Claudio Caligari A Ostia (Roma),
dal 23 al 31 agosto,
alla Galleria Ess&rre del
Porto Turistico di Roma:

Rassegna d’arte
– una settimana di incontri
dedicati al regista
Claudio Caligari

programma: slowforward.net/wp-content/upl…

#art #arte #ClaudioCaligari #EssRre #finissage #mostra #mostre #vernissage

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Incendi, come distruggere il nostro patrimonio boschivo


“In Italia è SOS incendi nel 2025. Dal primo gennaio al 18 luglio si sono verificati 653 roghi che hanno mandato in fumo 30.988 ettari di territorio pari a 43.400 campi da calcio. […] Il Meridione si conferma l’area più colpita dagli incendi con sei regioni in cima alla classifica per ettari bruciati. Maglia nera alla Sicilia, con 16.938 ettari in fiamme in 248 roghi” […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/18/ince…

#AssessoratoRegionaleTerritorioEAmbiente #emergenzaIncendi #incendioDoloso #RegioneSiciliana #Sicilia

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“non noi” / mg. 2024


quello che segue è il breve brano col quale nell’estate dello scorso anno ho risposto alla richiesta di partecipare alla serie di interventi “Poesia, prima persona plurale. (Indagine sulla valenza sociale della poesia contemporanea)”, serie uscita su ‘Le parole e le cose’ a cura di Lorenzo Mari e Gianluca Rizzo – che ringrazio nuovamente dell’invito (e con loro la redazione di LPLC).
il testo, in rete da novembre 2024 qui, non è presente nel relativo libro pubblicato da Argo da pochissimo, ho così considerato che forse renderlo reperibile in più sedi online (cfr. in calce) fosse plausibilmente non inutile, considerandone soprattutto l’argomento.


non noi

“noi no”
(sandra mondaini, raimondo vianello, jeff bezos, 1977)
(n.b.: l’epigrafe deve essere di merda e deve fare sorridere)


il noi di cui noi disponiamo è completamente sbagliato, è da rifare, siamo noi da rifare. in attesa, va evitato l’uso; ci evitano in parecchi.

il noi anche semplicemente grammaticale che disponiamo sulla scacchiera della sintassi non sta messo meglio: errore o meglio un errante fra convenzioni di diorite e alleanzelle di biscotto.

tra l’altro si sapeva, si è sempre saputo.

cioè continua a essere: stupro di gruppo, fusioni societarie, coloni, ufficiali, uffici, tribalismo, correnti di convezione, cattivo odore bene collettivo, circhi senza farina, batte col piatto del machete sulla gamba e taglia le condutture d’acqua ovviamente in Cisgiordania.

il pronome yankee a inizio agosto 2024 stanzia 18 miliardi di dollari perché israele continui la distruzione del popolo Palestinese e il furto di terre.

non so/sappiamo e nessuno sa cosa possa sostituire la splendida profondità fognaria dei pronomi di prima persona, uno e multiplo, instagrammer e gruppi fb.

non c’è crimine che non trovi (un) noi a giustificarlo, dagli omicidi e violenze sessuali a megiddo e nelle altre carceri israeliane agli acquirenti dei manualetti di ultradestra.

la pancia di amazon è piena di mosche, una per ogni penny di jb.

è passato da poco il primo compleanno del genocidio ai danni della Palestina, a sua volta vetta di 76 compleanni di Nakba. una montagna di montagne di morti.

il noi (di merda) degli intellettuali (di merda) non si è mica sentito, o – diciamo – si è sentito pochissimo (e) male. o meglio uno zero, per altri zeri, di fronte al noi invece energico tricolore bluette del roblox di parigi ’24 [=olimpiadi].

medici operai operatori scrivono noi tornando da Gaza, da Gerusalemme Est, dalla West Bank, o standoci: possono usare il pronome, gli altri no, noi no.

*

ulteriori link:

puntocritico2.wordpress.com/20…

pontebianco.noblogs.org/post/2…

differx.noblogs.org/2025/08/17…

poliverso.org/display/cb89bb2e…

instagram.com/p/DNf2-zno4ij

facebook.com/differx/posts/pfb… ovvero t.ly/PgFoa

eexxiitt.blogspot.com/2025/08/…

eeexxxiiittt.blogspot.com/2025…

the-flux-i-share.blogspot.com/…

ko-fi.com/post/non-noi-marco-g…

noblogo.org/differx/non-noi

youtube.com/post/Ugkxms3iuwvkJ…

youtube.com/post/UgkxFZY3Q3zEw…

youtube.com/post/UgkxTQA5Z47SK…

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra #intellettuali #Nakba #ilnoi #noi #primapersonaplurale #primapersona #Megiddo #carceriisraeliane #olimpiadidiparigi
#intellettuali #intellettualidimerda #ICJ #ICC #Cisgiordania #WestBank #settlers #coloni #prigionieri #ostaggi #leparoleelecose #LPLC #poetiitaliani #poesia #poesiaprimapersona #olimpiadi #pronomesbagliato

n.b.: il testo registra la situazione all’estate del 2024, quando cioè è stato scritto

#StoNoiDemmerda #bambini #carceriisraeliane #children #Cisgiordania #coloni #colonialism #colonialismo #concentramento #davantiAlDoloreDegliAltri #davantiAlGenocidio #deportazione #estate2024 #famearmadiguerra #fusioniSocietarie #Gaza #genocide #genocidio #GerusalemmeEst #ICC #icj #IDF #ilnoi #intellettuali #intellettualidimerda #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #leparoleelecose #LPLC #massacri #Megiddo #Nakba #Noi #olimpiadi #olimpiadidiparigi #ostaggi #Palestina #Palestine #poesia #poesiaprimapersona #poetiitaliani #prigionieri #primapersona #primapersonaplurale #pronomeSbagliato #pronomeYankee #settlers #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #stuproDiGruppo #tribalismo #uffici #ufficiali #USA #warcrimes #WestBank #yankee #zionism


“non noi” / marco giovenale. 2024


quello che segue è il breve brano col quale lo scorso anno ho risposto alla richiesta di partecipare alla sequenza di interventi “Poesia, prima persona plurale. (Indagine sulla valenza sociale della poesia contemporanea)”, sequenza uscita su ‘Le parole e le cose’ a cura di Lorenzo Mari e Gianluca Rizzo – che ringrazio nuovamente dell’invito (e con loro la redazione di LPLC).
il testo, in rete da novembre 2024 qui, non è presente nel relativo libro pubblicato da Argo da pochissimo, ho così considerato che forse renderlo reperibile in rete fosse plausibilmente non inutile, considerandone soprattutto l’argomento.


non noi

“noi no”
(sandra mondaini, raimondo vianello, jeff bezos, 1977)
(n.b.: l’epigrafe deve essere di merda e deve fare sorridere)


il noi di cui noi disponiamo è completamente sbagliato, è da rifare, siamo noi da rifare. in attesa, va evitato l’uso; ci evitano in parecchi.

il noi anche semplicemente grammaticale che disponiamo sulla scacchiera della sintassi non sta messo meglio: errore o meglio un errante fra convenzioni di diorite e alleanzelle di biscotto.

tra l’altro si sapeva, si è sempre saputo.

cioè continua a essere: stupro di gruppo, fusioni societarie, coloni, ufficiali, uffici, tribalismo, correnti di convezione, cattivo odore bene collettivo, circhi senza farina, batte col piatto del machete sulla gamba e taglia le condutture d’acqua ovviamente in Cisgiordania.

il pronome yankee a inizio agosto 2024 stanzia 18 miliardi di dollari perché israele continui la distruzione del popolo Palestinese e il furto di terre.

non so/sappiamo e nessuno sa cosa possa sostituire la splendida profondità fognaria dei pronomi di prima persona, uno e multiplo, instagrammer e gruppi fb.

non c’è crimine che non trovi (un) noi a giustificarlo, dagli omicidi e violenze sessuali a megiddo e nelle altre carceri israeliane agli acquirenti dei manualetti di ultradestra.

la pancia di amazon è piena di mosche, una per ogni penny di jb.

è passato da poco il primo compleanno del genocidio ai danni della Palestina, a sua volta vetta di 76 compleanni di Nakba. una montagna di montagne di morti.

il noi (di merda) degli intellettuali (di merda) non si è mica sentito, o – diciamo – si è sentito pochissimo (e) male. o meglio uno zero, per altri zeri, di fronte al noi invece energico tricolore bluette del roblox di parigi ’24 [=olimpiadi].

medici operai operatori scrivono noi tornando da Gaza, da Gerusalemme Est, dalla West Bank, o standoci: possono usare il pronome, gli altri no, noi no.



#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra #intellettuali #Nakba #ilnoi #noi #primapersonaplurale #primapersona #Megiddo #carceriisraeliane #olimpiadidiparigi #intellettuali #intellettualidimerda #ICJ #ICC #Cisgiordania #WestBank #settlers #coloni
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n.b.: il testo registra la situazione all’estate del 2024, quando cioè è stato scritto

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gino strada sulla palestina, 2004


youtube.com/shorts/5Yjz8Ie5kwI

#Gaza #GinoStrada #Palestina #video

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“non noi” / marco giovenale. 2024


quello che segue è il breve brano col quale lo scorso anno ho risposto alla richiesta di partecipare alla sequenza di interventi “Poesia, prima persona plurale. (Indagine sulla valenza sociale della poesia contemporanea)”, sequenza uscita su ‘Le parole e le cose’ a cura di Lorenzo Mari e Gianluca Rizzo – che ringrazio nuovamente dell’invito (e con loro la redazione di LPLC).
il testo, in rete da novembre 2024 qui, non è presente nel relativo libro pubblicato da Argo da pochissimo, ho così considerato che forse renderlo reperibile in rete fosse plausibilmente non inutile, considerandone soprattutto l’argomento.


non noi

“noi no”
(sandra mondaini, raimondo vianello, jeff bezos, 1977)
(n.b.: l’epigrafe deve essere di merda e deve fare sorridere)


il noi di cui noi disponiamo è completamente sbagliato, è da rifare, siamo noi da rifare. in attesa, va evitato l’uso; ci evitano in parecchi.

il noi anche semplicemente grammaticale che disponiamo sulla scacchiera della sintassi non sta messo meglio: errore o meglio un errante fra convenzioni di diorite e alleanzelle di biscotto.

tra l’altro si sapeva, si è sempre saputo.

cioè continua a essere: stupro di gruppo, fusioni societarie, coloni, ufficiali, uffici, tribalismo, correnti di convezione, cattivo odore bene collettivo, circhi senza farina, batte col piatto del machete sulla gamba e taglia le condutture d’acqua ovviamente in Cisgiordania.

il pronome yankee a inizio agosto 2024 stanzia 18 miliardi di dollari perché israele continui la distruzione del popolo Palestinese e il furto di terre.

non so/sappiamo e nessuno sa cosa possa sostituire la splendida profondità fognaria dei pronomi di prima persona, uno e multiplo, instagrammer e gruppi fb.

non c’è crimine che non trovi (un) noi a giustificarlo, dagli omicidi e violenze sessuali a megiddo e nelle altre carceri israeliane agli acquirenti dei manualetti di ultradestra.

la pancia di amazon è piena di mosche, una per ogni penny di jb.

è passato da poco il primo compleanno del genocidio ai danni della Palestina, a sua volta vetta di 76 compleanni di Nakba. una montagna di montagne di morti.

il noi (di merda) degli intellettuali (di merda) non si è mica sentito, o – diciamo – si è sentito pochissimo (e) male. o meglio uno zero, per altri zeri, di fronte al noi invece energico tricolore bluette del roblox di parigi ’24 [=olimpiadi].

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n.b.: il testo registra la situazione all’estate del 2024, quando cioè è stato scritto

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Risultati UFC 319: du Plessis vs. Chimaev


UFC 319: du Plessis vs. Chimaev- 16 agosto 2025 presso l’United Center di Chicago, Illinois, Stati Uniti. È l’ottava visita della promozione nella città, la prima dal UFC?238 nel giugno 2019 Pe Ulteriori notizio su UFC 319: [url=https://www.grappling-ita
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UFC 319: du Plessis vs. Chimaev– 16 agosto 2025 presso l’United Center di Chicago, Illinois, Stati Uniti. È l’ottava visita della promozione nella città, la prima dal UFC?238 nel giugno 2019

Pe Ulteriori notizio su UFC 319: grappling-italia.com/events/uf…

Main card


  • Khamzat Chimaev vince su Dricus du Plessis (c) per decisione unanime (50–44, 50–44, 50–44) — incontro pesi medi
  • Lerone Murphy vince su Aaron Pico per KO (spinning back elbow) al minuto 3:21 del Round 1 — incontro pesi piuma
  • Carlos Prates vince su Geoff Neal per KO (spinning back elbow) al minuto 4:59 del Round 1 — incontro pesi welter
  • Michael Page vince su Jared Cannonier per decisione unanime (29–28, 29–28, 29–28) — incontro pesi medi
  • Tim Elliott finalizza Kai Asakura con guillotine choke al minuto 4:39 del Round 2 — incontro pesi mosca


Preliminary card (ESPN / ESPN+ / Disney+)


  • Baysangur Susurkaev finalizza Eric Nolan con rear?naked choke al minuto 2:01 del Round 2 — incontro pesi medi
  • Micha? Oleksiejczuk vince su Gerald Meerschaert per TKO (pugni) al minuto 3:03 del Round 1 — incontro pesi medi
  • Loopy Godínez vince su Jéssica Andrade per decisione unanime (29–28, 29–28, 29–28) — incontro pesi paglia femminile
  • Alexander Hernandez vince su Chase Hooper per TKO (pugni) al minuto 4:58 del Round 1 — incontro pesi leggeri
  • Drakkar Klose vince su Edson Barboza per decisione unanime (29–28, 29–28, 29–28) — incontro pesi leggeri
  • Karine Silva vince su Dione Barbosa per decisione unanime (29–28, 29–28, 29–28) — incontro pesi mosca femminile
  • Joseph Morales finalizza Alibi Idiris con triangle choke al minuto 3:04 del Round 2 — incontro pesi mosca
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Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti


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Sull’esperienza di Erna e dei Resinelli si è, ancora, espresso in questi termini Giulio Alonzi: “Quando la sera dell’attacco a Erna tornai a Lecco da Milano, vidi la valle che porta al Pizzo punteggiata di falò, da Costa a Campo de’ Boj e più in alto. Intuii quello che era avvenuto. I tedeschi avevano bruciato quanto avevano potuto: l’inverno batteva alle porte e togliere di mezzo rifugi e baite era buona regola di guerra. Molte delle baite bruciate lassù e altrove sono ancora come le lasciarono le fiamme. Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti e non solo. L’esperienza dei Resinelli e di Erna aveva confermato la validità delle vedute di quanti pensavano all’azione mobile dei partigiani: da quella di sabotaggio a quella di disturbo, fino agli attacchi in forze dove possibile, ma sempre col presupposto del disimpegno per evitare perdite gravi, che non erano facilmente colmabili. La mobilità sarebbe servita anche a disorientare il nemico, ingannandolo circa l’entità delle forze partigiane le quali, a dir vero, erano minori di quanto appariva. Fatti d’arme avvenuti in altri settori dell’Italia settentrionale davano nuovo credito a questa impostazione della guerra partigiana, almeno nelle prospettive immediate. Occorreva perciò adeguarsi alla reale situazione, così che all’entusiasmo dei primi giorni […] succedesse la ponderazione e l’organizzazione” <234.
I dissidi e le incomprensioni che furono all’origine della sconfitta avrebbero dato luogo a un durissimo contenzioso tra Parri e Citterio. Per riportare la pace tra azionisti e comunisti si era tenuta una riunione nell’Ufficio di Carlo De Filippi, in via Andrea Doria (n.7): da una parte si erano trovati schierati Alfredo Pizzoni e Ferruccio Parri, dall’altra, a difesa del collega, Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza.
Poco dopo, un’altra occasione di contrasto tra i due partiti sarebbe insorta a margine delle manovre militari partigiane svoltesi sul monte San Martino, sopra Varese. Il gruppo era comandato dal colonnello Carlo Croce, nome di battaglia “Giustizia”. Questi, ex comandante di distaccamento del 3° bersaglieri a Porto Valtravaglia, già l’8 settembre, radunati i suoi soldati, aveva comunicato loro che non intendeva in alcun modo coprirsi di fango e di vergogna. Datosi alla macchia, aveva scelto come caposaldo il vicino monte San Martino, dove lo avevano raggiunto un centinaio di partigiani del gruppo “Cinque Giornate”, tra i quali il varesino Antonio De Bortoli. Croce, “dotato dell’armamento individuale, nonché di dieci mitragliatrici pesanti Breda con alcune migliaia di colpi, l’equivalente di un’ora di fuoco all’incirca” <235, aveva al suo comando un insieme di uomini “numeroso e consistente” <236. Il monte era dotato di un sistema di fortificazioni permanenti, in parte risalenti all’epoca della Prima guerra mondiale. Intenzione del colonnello era dunque quella di utilizzare le antiche opere per fare del posto una base inespugnabile. A curare con lui la preparazione dei gruppi combattenti nella zona ci sarebbe stato, fino al 9 novembre – data dell’arresto -, l’ingegner Luigi Ronza, direttore della società di pubblici servizi Varesina Gas. Parri era molto preoccupato che questa seconda posizione potesse essere conquistata, non potendo i partigiani della zona sostenere un eventuale attacco in forze di truppe nemiche, dotate per di più di armi moderne. A suo giudizio, infatti, il caposaldo del San Martino, in caso di un eventuale
accerchiamento, sarebbe stato difficilmente difendibile. Avrebbe commentato Stucchi: “Poldo [Gasparotto] era a notizia del come la pensava Parri, e tuttavia, conoscendone da vecchia data il temperamento generoso e impulsivo, non dubitavo che avrebbe profuso tutte le sue energie in aiuto a ‘quelli del San Martino’. Discutemmo sull’argomento e alla fine cedetti alla richiesta di intervenire a una riunione di ‘azionisti’ impegnati a sostenere l’impresa in atto” <237.
Sul problema era stata infatti indetta una riunione ad hoc dal PdA alla quale era stato invitato a partecipare anche il socialista Stucchi: “Il gran daffare di quell’incrociarsi e accavallarsi di proposte, di pareri, di domande e risposte tendeva ad assegnare all’uno o all’altro dei presenti i vari compiti del rinvenimento delle armi, della raccolta del materiale e di denaro, della ricerca di automezzi e del carburante, dell’organizzazione del trasporto dei materiali a destinazione. Ricordo di aver sentito parlare, ad esempio, di rivoltelle offerte da ufficiali in congedo, di sacchi di riso già a disposizione, della difficoltà di reperire scatolette di carne, del progetto di un colpo di mano nei magazzini della ex Intendenza militare, e via discorrendo. Già ero meravigliato del fatto di essere passato del tutto inosservato al momento del mio ingresso. Ora mi trovavo ad assistere, quasi incredulo, alla gioiosa e spavalda sicumera con cui quella gioventù elegante e disinvolta, evidentemente o ignara o sprezzante delle dure e pazienti regole della cospirazione clandestina, era lì convenuta nell’atteggiamento di chi partecipa a un lieto simposio all’insegna del buon umore” <238.
La riunione organizzata per discutere la gestione dei gruppi acquartierati sul San Martino si era svolta in un appartamento sito al quarto piano “di uno degli imponenti edifici dell’era napoleonica che fronteggiavano il largo viale alberato di Piazza Castello” <239. Poldo, entrando nello stabile, aveva preceduto l’amico “Gibì” e, fatto cenno al portiere, aveva proseguito il cammino salendo per le scale: “è dei nostri” <240, gli aveva detto. Alla riunione Stucchi aveva appreso come erano arrivati i rinforzi a Croce e come gli azionisti si stavano premunendo per dare manforte al Colonnello. Occorreva procedere di corsa al rinvenimento delle armi, alla raccolta del denaro, alla ricerca degli automezzi e del carburante, al trasporto di materiale <241. Spaventato dalle scarse misure di sicurezza adottate dagli organizzatori della riunione, Stucchi se l’era però data a gambe e aveva aspettato Poldo in strada. Sceso questo, lo aveva assalito verbalmente e “caricato di improperi”: “- Ma come puoi non renderti conto che in questo modo presto o tardi finirete tutti in galera? Poldo sorrise: – Cosa vuoi farci? È la guerra! – esclamò allargando le braccia. -No- Ribattei – è un suicidio” <242.

[NOTE]234 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 61.
235 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 205.
236 ibidem.
237 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 206.
238 ivi, pp. 206-7.
239 ivi, p. 206.
240 ibidem.
241 ibidem.
242 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, pp. 207-8.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

#1943 #1944 #AlfredoPizzoni #azionisti #CarloCroce #colonnello #comunisti #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #GirolamoLiCausi #GiuseppeDozza #Lecco #Lombardia #LuigiRonza #Milano #novembre #partigiani #Resistenza #tedeschi #Varese

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“Enrico da Bergamo, che annunciò a Richard Benson la morte di Pippo Baudo – La Zanzara 15.5.2020”


Stavolta, ieri sera, purtroppo la persona famosa che è morta dal niente è il basato Pippo Baudo… e avrei sperato fosse piuttosto qualche tizio meno buono a lasciarci le penne, ma tant’è… E purtroppissimo anche stavolta io non ho un coccodrilloe probabilmente non ne avrò uno da parte nelle bozze neppure per la mia di dipartita, ma lasciamo stare per stavolta 😶

Per fortuna, però, a mancanza di coccodrillo, ho un pappagallo, un vecchio video su YouTube che già sta macinando per conto suo (stanno uscendo tanti commenti sotto), e che adesso sminuzzerò piuttosto io, prima che siano i microblogger raccomandati a farlo mettendoci 1/10 del mio impegno ma ottenendo 100x della riconoscenza… ahi ahi… 😱

youtube.com/watch?v=CW19iKQymu…

In questa storia c’entrano talmente tanti altri tizi che è già complicato tenere il conto, ma in breve: un tizio chiamato Enrico, da Bergamo, a suo tempo telefonò a Richard Benson (pace pure all’anima sua, maremma bona…) dicendo che era morto (non che sarebbe morto, eh) Pippo Baudo… totalmente a caso… grande cazzata… e poi fu pure intervistato a La Zanzara per questa sua sfacciataggine. E insomma, qualcuno quindi lo prendeva per il culo, mentre tutti gli altri hanno semplicemente derubricato la cosa. 🥴

Eccoci qui però, 5 anni dopo, e si scopre che questo qui aveva in realtà ragione. Ok, certo, non relativamente alla collocazione temporale, ma in effetti lui non ha mai detto date esplicite, ha solo parlato al presente ponendo la cosa come una notizia in anteprima… magari semplicemente è un viaggiatore nel tempo e in quel momento parlava dal futuro!!! Quindi oggi, quello che era il matto di quartiere fino a ieri, è veggente e visionario… e la cosa bella è che dietro pare esserci pure un sacco di lore che io non riesco ad afferrare… 🤯

Ma la cosa davvero assurda è che, tempo penso qualche giorno, e potremmo scoprire che il signore pazzoide ci ha beccato pure sulla causa di morte…! Infatti, lui ha suggerito infarto, che è qualcosa che purtroppo può capitare più o meno a chiunque… e potrebbe tranquillamente essere stato ciò a fare fuori Pippo Baudo, visto che le cause di morte effettive non sono ancora state in alcun modo chiarite, ma i media riportano che lui non avrebbe avuto malattie specifiche che sarebbero da considerare la causa diretta di una morte strana; stava male in modo generico. Ahimè, insomma, addio a Pippo Baudo, ma benvenuto tra noi al nuovo messia Enrico!!! 😻

(Qui il video completo della chiamata del tizio a Richard Benson, di cui alla Zanzara si vede solo l’inizio: proxatore.octt.eu.org/www.face…)

#EnricoDaBergamo #LaZanzara #PippoBaudo #RichardBenson

Questa voce è stata modificata (10 mesi fa)
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‘bit’ n. 6, dicembre 1967 (con un intervento di renato mambor)


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“bit”, n. 6, dic. 1967

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Un breve testo di Renato Mambor (pp. 16-17):

“Giornata al mare, Ostia, primi di gennaio ’67; raccolgo intuizioni che modellate su precedenti esperienze, determinano il mio lavoro di un anno, un diario concreto nel tempo.
Vedevo una larga curva, piena di acqua verde, color mare. Mi ero riscaldato al sole « rubiamo un giorno d’estate airinvemo », pensavo, io facevo il pittore.
Forse era possibile realizzare una sequenza immaginaria su un quadro unico, fatto di pannelli, come fotogrammi, l’uno dopo l’altro, ma ognuno a sé stante.
Mi staccai da quella situazione contemplativa e… con la mia intuizione addosso, ho visto un’ombra concava nella sabbia; grigio asfalto, corteccia d’albero, piacevole ruvidezza di pelliccia di guanaco, rosso caldo della resistenza. Ora l’arancio del tramonto era disturbato dalle serrande-metallo. Poi… ho sempre visto le cose cosi e così ho cominciato a registrarle, appunti di un diario visivo. Non volevo scrivere una storia, quindi non mi serviva un quaderno ma un classificatore, con fogli volanti intercambiabili: pannelli (50 x 140) stretti per riempire in senso componitivo (non compositivo), con altezza facile al campo visivo di chi guarda.
La notte del 31, farò l’ultimo pannello del diario ’67, poi… sarà l’uomo a muoversi, a scegliere i fotogrammi per il suo quadro. Presenterò al Premio San Fedele una serie di pannelli d’argento, di rame, blu-pullman, nero-ottico, ecc.
Potrebbero far pensare ad un mio problema di strutture, con materiali finiti e… non è così.
Domani ognuno di essi sarà reinserito e potrà essere riaccostato alla struttura della sedia, ai colori in provetta, ai legni di Ceroli, alla materia ruvida.
Ho eseguito un «giocattolo per collezionisti» (oggetto che tramite una meccanica determina un suono), una scultura mobile. Esso dichiara un distacco formale dai miei precedenti lavori e unitamente una coerenza di contenuto. Questo mi rende cosciente della mia irresponsabilità, garantendo il mio atteggiamento libero da un codice di lettura preordinato”.


e inoltre, nel fascicolo: Illuminazione, di Nanni Balestrini, regia di Mario Ricci, scene di Umberto Bignardi Teatro la Ringhiera, Roma, 1967 (pp. 20-21); una lettera di Joseph Rykwert; interventi di Daniela Palazzoli, Maurizio Fagiolo, Michelangelo Pistoletto, Germano Celant, Mario Diacono, Paolo Fossati e.a.

#art #arte #arteContemporanea #avanguardia #Balestrini #Balla #bit #Celant #DanielaPalazzoli #GermanoCelant #GiacomoBalla #giocattoloPerCollezionisti #Illuminazione #JosephRykwert #Mambor #MarioDiacono #MarioRicci #MaurizioFagiolo #MichelangeloPistoletto #NanniBalestrini #PaoloFossati #RenatoMambor #teatro #TeatroLaRinghiera #UmbertoBignardi

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Il libro magico


A Glastonbury, in Inghilterra, un vecchio libro evoca magiche presenze
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Erano tanti anni che desideravo recarmi a Glastonbury, nell’Inghilterra meridionale. Approfittai quindi della generosa proposta di ospitalità del mio amico Aristides, un grande studioso e conoscitore del mondo dell’occulto e della magia. Elegante, con una bella e curata barba bianca, Aristides viveva in un grazioso cottage in un paesino del Dartmoor (si era trasferito lì perché era un appassionato dell’avventura di Sherlock Holmes, Il mastino dei Baskerville, che proprio nel Dartmoor si ambienta) e quel giorno mi aveva accompagnato volentieri a visitare Glastonbury, che si trovava nella contea del Somerset. Inutile dire che il mio amico conosceva alla perfezione ogni angolo di quella cittadina, ogni scaffale delle belle librerie che vi si trovavano, ogni recondita stanzetta dei tanti negozi di magia che la rendevano unica nel suo genere. Dopo aver parcheggiato la gipsy car di Aristides, entrammo in paese.

Il mio stupore fu grande perché Glastonbury era assai diversa da tutte le altre città inglesi che avevo visto fino a quel momento, eleganti anche se trascurate, rapprese in una voglia di precisione e raffinatezza a tutti i costi. Non appena entrammo in paese vidi alcune ragazze dagli abiti lunghi e colorati che sembravano uscite dal festival di Woodstock del 1969 e, successivamente, nella piazzetta principale, un gruppo di personaggi che danzavano a piedi nudi sventolando tante bandiere della Palestina. Sembrava un’allegra manifestazione di protesta e mi fece un enorme piacere vederla durante il mio viaggio. Sono infatti convinto che in Palestina si sta compiendo un terribile genocidio ad opera dell’esercito israeliano sotto la guida del premier Netanyahu nonché con il beneplacito dei paesi occidentali. Quelle persone che protestavano con allegria e spensieratezza, ma anche con profondo dolore e angoscia ritmati da una specie di canto prolungato, mi sembravano una perfetta testimonianza, qui, nel ricco occidente, nella pasciuta Inghilterra, dell’assurdità e della tragedia di una carneficina che si sta consumando sotto gli occhi dell’Europa.

Aristides mi portò a visitare la bellissima abbazia di Glastonbury, laddove secondo il mito si troverebbe la tomba di re Artù e mi fece vedere da lontano il mitico colle di Avalon. Nella leggenda si parla dell’isola di Avalon – mi spiegò – perché nelle giornate di nebbia l’altura sembra ergersi appunto come un’isola in mezzo ad un candido mare. L’abbazia sorgeva in un bosco meraviglioso e lo percorremmo in lungo e in largo, vicino a gruppi di giovani vestiti come i “figli dei fiori” che stavano facendo esercizi di meditazione. Ci recammo poi in una tea room che, a parere di Aristides, aveva degli scones (cioè dei dolci inglesi da mangiare con il tè) con marmellata di fragole buonissimi. Dopo che ci fummo rifocillati iniziò il giro dei negozi di magia. In essi vi erano soprattutto gadgets legati al misticismo orientale e alla meditazione yoga ma anche degli amuleti e degli oggetti legati alla tradizione medievale britannica, ad esempio, le scope delle streghe e alcune pozioni magiche. Aristides mi portò anche in una bellissima libreria nella quale odorosi incensi spargevano dei profumi dal sapore d’Oriente. Erano tantissimi i libri vecchi che si accavallavano sugli scaffali quando Aristides, con il suo occhio esperto, mi indicò un volume dalla copertina elegante, che si intitolava The Occult World. Lo prese dallo scaffale e cominciò a sfogliarlo. Il libraio, un anziano con una elegante bombetta, disse che negli ultimi tempi quel volume si era reso protagonista di strani episodi. Aggiunse infatti che lo trovava ogni volta in un posto diverso da quello in cui lo aveva lasciato. Aristides, che era assai sensibile a tutto ciò che riguardava l’occulto, tese l’orecchio con attenzione a quei discorsi. A un certo punto mi fece cenno di seguirlo e mi condusse in una stanza interna della libreria che dava su un cortiletto sul quale si aprivano i retrobottega di diversi negozi di magia. Ci sedemmo su due poltroncine e, nel momento in cui Aristides lesse dal libro una strana parola – “kakalumi” – nella stanza si sprigionò una luce che ci accecò.

Dissoltasi la luminosità che ci aveva resi ciechi per pochi attimi, ci trovammo di fronte un essere avvolto in un antico costume, con un elmo e una spada affilata. Uscimmo nel retrobottega e vedemmo altri dodici individui vestiti esattamente come lui. Aristides quasi non credette ai suoi occhi e mi sibilò in un sussurro: “Sono re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda”. I cavalieri e il loro sovrano uscirono per le strade di Glastonbury e, contemporaneamente, da altri negozi di magia uscirono degli altri strani esseri. Evidentemente, la parola pronunciata da Aristides era magica e aveva evocato spettri e presenze di antiche ere. Da un negozietto che recava l’insegna “Visions” uscirono nell’ordine: la strega dello Yorkshire con la sua scopa disfatta, gli elfi della Cornovaglia, il fantasma di un vecchio lupo di mare di St. Ives con la sua pipa di schiuma, il mastino dei Baskerville cogli occhi di fuoco, le fate di Sherwood insieme a Robin Hood, un mostro di Lockness in miniatura, il fantasma del conte del Kent e i lupi mannari del Somerset.

Io e Aristides seguimmo Artù e tutta la masnada di strani esseri per le strade del paese fino ad unirci alla manifestazione pro Palestina. Artù, in testa al corteo, gridava forte contro l’ingiustizia atroce di quel genocidio. Chiudevano la sfilata i mannari che ululavano a frotte il loro dolore. Non pensiate che un’accozzaglia del genere potesse in qualche modo mancare di rispetto alla tragedia che accompagna il genocidio di Gaza: anzi, quest’ultimo era così angoscioso e tremendo da richiamare dai quattro angoli magici ed occulti dell’Inghilterra tutti quegli strani esseri che mai si erano mostrati così palesemente agli umani. Aristides mi guardò e mi disse: “Di fronte a una tragedia disumana, assistiamo qui a una protesta che va oltre l’umano”. E anche noi ci incamminammo dietro al corteo.

gvs

(in copertina: bandiere palestinesi a Glastonbury, luglio 2025)

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link sul genocidio, 17 agosto


da ricordare sempre
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Ofer Cassif
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South Africa, Palestine, USA
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israele e la fame come strategia di guerra
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Alessandro Ferretti sulla ‘mostrificazione’ di hamas
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israele uccide il giornalista Anas Al Sharif, insieme ad altri tre colleghi
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massacro sionista presso Al Zaytoun
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11 agosto 2025, alcune università israeliane finalmente si svegliano
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microsoft tech for genocide
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Morgan Mc Monagle
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le proteste israeliane devono alzare il tiro e schierarsi frontalmente per la Palestina
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Gino Strada già nel 2004
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Amira Hass: vessazioni dell’idf in Cisgiordania
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i criminali dell’idf uccidono persone che stavano semplicemente recuperando il corpo di una vittima
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testo di Alessandro Ferretti contro l’ignavia degli “equidistanti” alessandroferretti123.substack…

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un’intervista a ofer cassif


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Leggete l’intervista a Ofer Cassif, comunista Israeliano membro dell’opposizione alla Knesset. L’intervista è pubblicata su il Fatto Quotidiano, altro che Grossman (Ludovica Candiani)

Ofer è un deputato comunista israeliano, l’unico di religione ebraica tra i cinque parlamentari della lista Hadash-Taal, nata dall’alleanza di due partiti arabi di sinistra. Cassif è stato appena sospeso dalla Knesset, il Parlamento israeliano, per la terza volta dal 7 ottobre 2023, perché denuncia regolarmente il genocidio in corso a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e l’apatia della società israeliana di fronte ai crimini commessi.

Clothilde Mraffko: “Il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso di riconoscere lo Stato di Palestina durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre. Come valuta questo annuncio e come è stato accolto in Israele?”

Ofer Cassif: “Ovviamente, per quanto mi riguarda, lo apprezzo. Ma basta parole, è il momento di agire! Bisogna riconoscere lo Stato di Palestina ora, senza più rimandare! Il governo israeliano, e purtroppo gran parte dei leader dell’opposizione, contesta la decisione di Macron affermando che in questo modo Parigi premia il terrorismo. Ma non c’è da stupirsi, i criminali accusano gli altri di perseguitarli e di mentire… Per quanto riguarda l’opinione pubblica israeliana, non ci sono state reazioni particolari perché Macron ha già tenuto in passato dichiarazioni simili, che quindi non hanno più alcun effetto. Ora bisogna agire!”

CM: “Gli abitanti di Gaza non sono né morti né vivi, sono cadaveri ambulanti”, ha dichiarato Philippe Lazzarini, il commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA). Israele, che ha parzialmente levato il blocco all’ingresso degli aiuti a Gaza, imposto dal 2 marzo scorso, ha di fatto ridotto l’enclave palestinese alla fame. Come reagisce l’opinione pubblica israeliana?”

OC: “Purtroppo sembra che la maggioranza degli israeliani sia indifferente o neghi la realtà. Tanti sostengono che la crisi alimentare, se c’è, è una conseguenza della guerra e che quindi è colpa dei palestinesi o, più precisamente, di Hamas. Alcuni addirittura se ne rallegrano. E se altri si indignano, la maggioranza è semplicemente indifferente. A mio avviso, la responsabilità è dei politici. In primo luogo del governo, del primo ministro Benjamin Netanyahu e della sua coalizione, ma anche di una parte dell’opposizione che ha incitato all’odio contro i palestinesi e giustifica le atrocità commesse da Israele. Su 120 deputati, 52 sono all’opposizione, ma solo in cinque ci siamo opposti, e sin dall’inizio, sia ai massacri commessi da Hamas che a quelli perpetrati da Israele dal 7 ottobre. Finalmente il partito islamista Ra’am si è unito alla nostra condanna. Alcuni mesi fa, anche i laburisti hanno cominciato ad esprimersi su Gaza. Ma loro non parlano né di crimini di guerra né di genocidio. Parlano di “pregiudizi” causati a civili innocenti di Gaza. Il resto dell’opposizione, 38 deputati, chiede la liberazione degli ostaggi, ma in generale sostiene l’azione del governo. Quindi, in pratica, non c’è opposizione.”

CM: “Lei è stato sospeso più volte dal Parlamento per aver denunciato il genocidio a Gaza…”

OC: “La prima volta nell’ottobre 2023 per 45 giorni perché in un’intervista avevo affermato che il governo israeliano aveva utilizzato il massacro di Hamas come pretesto per giustificare l’attuazione del piano “decisivo” presentato nel 2017 da Bezalel Smotrich. Un piano genocida che si basa su tre principi: Israele deve annettere i territori palestinesi occupati senza accordare i diritti fondamentali ai palestinesi, instaurando, per definizione, un regime di apartheid; i palestinesi che si opporranno al piano saranno espulsi dalla loro terra natale; quelli che resisteranno al nuovo regime di apartheid saranno uccisi. All’inizio del 2024 hanno tentato di destituirmi, perché avevo firmato una petizione a sostegno della denuncia del Sudafrica dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Servivano 90 voti, ne sono stati raccolti 86. Sono stato poi sospeso per sei mesi dal comitato etico del Parlamento e ora sarò nuovamente sospeso per due mesi, da ottobre a dicembre, perché ho denunciato i crimini in una lettera alla Corte penale internazionale dell’Aia.”

CM: “Ogni settimana ci sono manifestazioni per chiedere il rilascio degli ostaggi, in particolare a Tel Aviv. Quale è la posizioni di questi oppositori?”

OC: “Loro dicono che è una “guerra”, dal mio punto di vista invece è un genocidio. Una guerra implica una sorta di simmetria, che in questo caso non c’è. La maggior parte dei manifestanti chiede la fine della guerra per portare in salvo gli ostaggi e evitare che muoiano altri soldati. La maggior parte non fa neanche riferimento ai palestinesi. Eppure qualche cambiamento c’è stato. Quelli che parlano delle sofferenze dei palestinesi sono sempre più numerosi. Non sono abbastanza ed in ogni caso è troppo tardi. Ma sempre più persone stanno cominciando a capire che non si può separare il destino degli ostaggi e dei soldati israeliani da quello dei palestinesi di Gaza. La situazione è così drammatica che non si può ignorare. I media sono in gran parte responsabili. A parte il quotidiano Haaretz, in pochi parlano di ciò che sta accadendo a Gaza e non si vedono immagini.
CM: “Alcuni sostengono che Israele sia “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Come descriverebbe il sistema politico del suo Paese?”

OC: “Dal mio punto di vista, Israele non è mai stata una democrazia. È una “etnocrazia”, perché costruita sulla supremazia etnica degli ebrei. Per decenni la supremazia è stata essenzialmente politica, ma negli ultimi anni, in particolare sotto Netanyahu, si è trasformata in supremazia razziale. D’altra parte, Israele non è mai stata neanche una vera dittatura. Ha un sistema non democratico con alcuni elementi democratici. E questi ultimi vengono progressivamente distrutti da questo governo. Dal 1967 Israele controlla, domina e governa milioni di palestinesi che non hanno alcun diritto politico, civile e sociale. Assomiglia più ad una tirannia che a una democrazia. È un’impostura, il classico esempio di colonialismo e dominio razziale.”

CM: “In che modo il genocidio e la politica del governo israeliano influenzano la società? Qual è il prezzo da pagare per chi, come lei, si oppone?”

OC: “Il 19 luglio io e il deputato Ayman Odeh, il nostro capolista, siamo stati quasi linciati durante una manifestazione. Oltre al genocidio a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania, esiste un vero e proprio fascismo violento all’interno dello stesso Stato di Israele, che include la legittimazione e la normalizzazione della violenza omicida contro i dissidenti, in particolare gli arabi. Ricevo minacce quotidianamente, soprattutto sui social. Sono stato aggredito mentre ero dal parrucchiere tre anni fa, e un’altra volta mentre facevo la spesa. Sono disposto a pagare questo prezzo perché la mia lotta è fondamentale. Al di là delle mie convinzioni socialiste, delle mie credenze umanistiche e del mio impegno per la democrazia, ho l’impressione che i miei antenati ebrei mi stiano chiamando dalle loro tombe chiedendomi di combattere contro il razzismo e il genocidio. Nella mia famiglia, in molti sono stati uccisi dai nazisti. Questo mi ha reso molto sensibile alle discriminazioni razziali e alle persecuzioni. Sul breve termine sono molto pessimista: anche quando questi crimini cesseranno – e un giorno cesseranno – ci saranno profonde ripercussioni sulla società israeliana. Il tasso di suicidi tra i soldati che hanno prestato servizio a Gaza per esempio è terribilmente alto. Devono essere puniti per i crimini che hanno commesso, ma il carnefice è a volte anche vittima. Alcuni soldati hanno visto cose atroci laggiù. Forse ne hanno anche fatte. Ne escono come minimo psicologicamente distrutti. Tra il 14 e il 21 luglio sono stati registrati quattro casi di suicidio. Sul lungo termine, invece, sono ottimista, perché credo che sempre più persone finiranno per ascoltarci. Le ferite della società cominceranno a cicatrizzare, ma ci vorrà molto tempo. La società israeliana ha bisogno di guarire. Ma per poter guarire l’occupazione deve finire e il popolo palestinese deve essere liberato. E questo accadrà, è inevitabile. Quando il genocidio a Gaza sarà finito, penso che anche la comunità internazionale e i governi che hanno sostenuto Israele dovranno fare i conti con la propria coscienza.”

*

Traduzione Luana De Micco

#bambini #children #colonialism #Gaza #genocide #genocidio #IDF #IlFattoQuotidiano #intervista #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #KnessetHadashTaal #LuanaDeMicco #LudovicaCandiani #massacri #OferCassif #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism


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Astrocampania organizza una visita guidata su prenotazione presso l’Osservatorio Astronomico S. Di Giacomo in Agerola, un viaggio tra le nebulose della Via Lattea nel cielo dell’alta costiera amalfitana.

Un coinvolgente spettacolo al Planetario per scoprire i segreti delle stelle, emozionanti osservazioni delle zone di formazione stellare della Via Lattea con l’ausilio di un potente telescopio da campo, il tutto sotto la guida esperta dei divulgatori di Astrocampania.

[…]

astrocampania.it/2025/08/16/vi…

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Viaggio di nozze in Egitto


Dopo il matrimonio, si sa, è quasi obbligatorio fare la luna di miele. E quest’anno io e Claudia l’abbiamo abbinata alle nostre vacanze estive (complice anche il fatto che Claudia ha da poco cambiato lavoro mettendosi in proprio e ogni giorno di vacanza è un giorno di lavoro perso).

La meta scelta è stata l’Egitto, complici le puntata di Freedom (grazie Roberto Giacobbo) e un’offerta resort+crociera sul Nilo piuttosto conveniente.

Quindi, il 13 luglio, dopo aver dormito 3 ore scarse causa volo in partenza la mattina presto, siamo partiti alla volta di Marsa Alam, con un volo di 4 ore tutto sommato tranquille. Il caldo a terra si fa sentire, ma è secco e molto più sopportabile del caldo umido della pianura padana. Il resort è un resort tipico, con piscine, bar e ristoranti. È un 5 stelle, non tanto perché volevamo goderci la luna di miele al massimo, ma piuttosto perché in zona non ci sono resort meno lussuosi (alcuni europei devono sentirsi superiori ai locali, se no non è vacanza per loro).

Claudia non è mai stata in un resort e nemmeno in Egitto, anche se è un paese che avrebbe voluto visitare fin da quando era bambina. E così, non appena usciti dall’aeroporto, i suoi occhi sono diventati due piccole stelline che brillavano ogni volta che il suo sguardo incrociava qualcosa di nuovo. Lo stesso sguardo le è rimasto anche arrivati al resort. E non potete immaginare la faccia che ha fatto quando, grazie alla formula all-inclusive, ha scoperto che tutto quello che consumiamo all’interno del resort non dobbiamo pagarlo (o meglio, l’abbiamo già pagato).

  1. Crociera sul Nilo
    1. Tempio di Karnak
    2. Tempio di Luxor
    3. Valle dei Re
    4. Tempio di Hatshepsut
    5. Valle delle regine
    6. Colossi di Memnone
    7. Tempio di Edfu
    8. Tempio di Kom Ombo
      1. Museo del coccodrillo


    9. Templi di File


  2. In resort


Crociera sul Nilo


Dopo un’altra notte di sonno breve, alle 6 del mattino una macchina ci ha portato verso Luxor. Durante le cinque ore di strada, praticamente tutte percorse nel deserto, ho potuto vedere una realtà molto diversa dalla quale sono abituato, cosa che mi ha portato diverse riflessioni. La nostra nave da crociera era poco più di un battello fluviale, anche se abbastanza lussuosa. Con questo battello abbiamo viaggiato per 5 giorni da Luxor ad Aswan, passando per Edfu e Kom Ombo, facendo un’immersione totale nella cultura egizia: ci è sembrato come tuffarci nei libri di scuola delle elementari, circondati da geroglifici e immagini così lontane eppure così familiari.

Tempio di Karnak


Il tempio di Karnak è stato il primo incontro che abbiamo avuto con l’antica cultura egizia e siamo rimasti affascinati dalla quantità di colonne e pareti ben conservate all’interno del tempio, tutte adornate da geroglifici, alcuni dei quali ancora colorati. L’imponenza delle costruzioni era qualcosa a cui non ero pronto e stare col naso all’insù per tutto quel tempo è stato faticoso, ma magico.

Tempio di Luxor


Il tempio di Luxor è simile, eppure completamente diverso. Oltre ad essere stato sepolto per molto tempo – la nostra guida ci ha persino detto che il suo bisnonno abitava davanti al tempio – è stato, nelle epoche antiche, riadattato a chiesa cristiana. È affascinante vedere lo stato di conservazione del tempio, degli affreschi di epoca romana e curioso trovare la porta di una moschea che, a quasi tre metri di altezza, porta nel vuoto.

Valle dei Re


Dopo una fantastica alba sul Nilo e la vista di alcune mongolfiere siamo arrivati alla Valle dei Re quando ancora la temperatura non era insopportabile. Visitare la Valle dei Re lascia un senso di straniamento perché, nello spazio di pochi metri quadrati, ci sono circa una settantina di tombe che, scavate nella roccia, raggiungono anche il centinaio di metri di profondità. Noi ne abbiamo visitate tre: la tomba di Ramses III (KV11), la tomba di Ramses I (KV16) e la tomba di Ramses IX (KV6). Tutte le tombe sono ben conservate, specialmente quella di Ramses I che conserva ancora i colori originali, molto vividi e brillanti. La tomba di Ramses IX è quella, tra le tre, messa peggio, perché mancano molti pezzi delle decorazioni delle pareti, alcuni trafugati, alcuni spostati nei vari musei del mondo.

Tempio di Hatshepsut


Il tempio di Hatshepsut era la destinazione che più attendevamo della nostra crociera. Dopo averlo scoperto grazie a Freedom e aver conosciuto la storia della cosiddetta di questa regina ci siamo trovati davanti a un palazzo maestoso, quasi impossibile da descrivere a parole. L’unica nota dolente viene dalla storia: il figlio di Hatshepsut, Thutmose III, arrabbiato con la madre, ordinò di distruggere tutte le rappresentazioni della madre dal tempio funerario.

Valle delle regine


La Valle delle Regine, per quanto meno nota rispetto alla Valle dei Re, non è da meno a impatto visivo. Ma la cosa più impressionante è sapere quanti bambini siano sepolti lì. Sì, perché i figli dei faraoni che non arrivavano alla maggiore età venivano sepolti qui, dove poi sarebbero state sepolte le loro madri. E i faraoni procreavano decine di figli (Ramses II pare ne avesse un centinaio tra legittimi e non) e quindi i dedalo sotterranei sono pieni di cripte per ospitare i figli dei faraoni. In una delle tombe c’è anche un feto mummificato, sebbene non si sappia esattamente come ci sia giunto né quando sia stato sepolto lì.

Colossi di Memnone


I Colossi di Memnone, in sé, hanno poco da offrire: sono mal ridotti dai millenni sulle loro spalle, sono in una zona piuttosto spoglia e turisticamente poco appetibile. Quello che sorprende è sapere che una volta, fino a prima della costruzione della prima diga di Aswan, ogni anno le due statue avevano i piedi a mollo per 3 mesi durante la piena del Nilo. Le guide hanno anche delle fotografie dell’epoca e quello si che è impressionante.

Tempio di Edfu


Il Tempio di Edfu è grandissimo e ben conservato ed è quasi strano che Edfu, la città che gli è cresciuta attorno, non sia una meta turistica – anzi, a detta della mostra guida, non c’è neppure un albergo in città. Fatto sta, che dietro un’imponente cinta muraria a secco si nasconde un tempio molto ben conservato, a partire dal Mammisi (praticamente una piccola camera che veniva usata per celebrare la nascita delle divinità, nel caso del tempio di Edfu la nascita di Horus) che riporta tantissime incisioni ben conservate. Il tempio principale è grande, mastodontico e finemente decorato da miglia di geroglifici e rappresentazioni di divinità e faraoni. Le varie stanze sono conservate così bene che in una, chiamata “Farmacia”, sono state trovate delle iscrizioni che spiegano come producevano i farmaci all’epoca. Nell’ipostile è raccontato il rito di preparazione del terreno e costruzione del tempo. Persino il secondo piano del tempio è ancora presente (sebbene non visitabile). La mia guida ha anche scambiato due chiacchiere con un addetto ai restauri e ci ha spiegato un po’ cosa stava facendo: grazie a una collaborazione con un’università tedesca stavano ripulendo i soffitti dal nerofumo, sfruttando una nuova tecnica, più rapida ma che non danneggia le opere.

Tempio di Kom Ombo


Il tempio di Kom Ombo è piccolo e molto vicino al Nilo. La grande particolarità sta nel fatto che è uno dei pochi (o forse l’unico) tempio dedicato contemporaneamente a due divinità, i fratelli Horus e Sobek. E il motivo è molto affascinante: la zona di Kom Ombo era infestata da pericolosi coccodrilli e gli egiziani credevano che per estirpare il male da qualcosa fosse necessario divinizzarlo. I locali decisero quindi di innalzare un tempio a Sobek, il dio dalla testa di coccodrillo, ma questo sarebbe stato visto male dal resto degli egizi, perché Sobek è una divinità malvagia. Quindi decisero di costruire un tempio e di dedicarlo ai due fratelli Horus e Sobek e misero a guardia una statua della loro madre, che Iside, in modo che mantenesse la pace tra i due fratelli.

Del tempio è, purtroppo, rimasto poco, ma è ben conservato un bassorilievo su cui sono ben visibili gli attrezzi medici dell’epoca (offerti come dono alla divinità) e il Nilometro, un pozzo che serviva per variare le tasse in base all’altezza del Nilo.

Museo del coccodrillo


Proprio perché il tempio è dedicato a Sobek, vicino al tempio si trova il Museo del coccodrillo, che ospita diversi corpi mummificati di coccodrilli, a partire dai feti fino ad esemplari adulti.

Templi di File


Il complesso dei tempi di File è raggiungibile solo in barca perché è situato su un’isola nel lago creato dalla prima diga di Aswan. Il giorno in cui avremmo dovuto vederlo c’è stata una forte violenta di sabbia che occlideva la vista a 50m dai nostri nasi. Il giorno dopo siamo stati più fortunati e abbiamo potuto visitare questa splendida testimonianza dell’Egitto di epoca tolemaica, con un tempio molto ben conservato e diverse costruzioni di epoca romanica ancora ben visibili (anche se c’è un trucco: il complesso è stato sommerso nel 1968 insieme all’isola di File; anni dopo il governo egiziano ha deciso di recuperarlo e spostarlo pezzo per pezzo sull’isola di Agilkia, dove si può ammirare tutt’oggi).


Il Nilo è maestoso, silenzioso e prepotente. Taglia a metà l’Egitto e crea una stretta striscia verde in un ambiente altrimenti perlopiù arancione. Milioni di persone vivono sulle sue rive, molte con pochissimo (alcune case hanno ancora il tetto di paglia e alcune hanno un piano non terminato) ma tutte facevano del loro meglio per essere gentili, ospitali e mai invadenti, anche quando chiedevano la carità o un po’ di cibo.


In resort


Dopo 8 ore di macchina nel mezzo del nulla (anche se abbiamo visto dei Dust devil a poca distanza dall’auto) siamo tornati in resort dove ci aspettavano 10 giorni di dolce far niente. Anche qui abbiamo avuto un po’ di alti e bassi (caldo, marea talmente bassa che la spiaggia si è allungata di 30 metri, cibi molto piccanti o praticamente senza sapore), ma ho avuto l’occasione di tornare a fare snorkeling dopo anni. La barriera non stava benissimo, era abbastanza grigia, ma comunque popolata, non è appena mi sono immerso con la maschera, ma una tartaruga ha scavallato il reef per nuotare in mare aperto, in mezzo a banchi di pesci variopinti, incuriositi dai vari turisti che invadevano le loro acque. Il mare ti sorprende sempre quando lo rispetti e ti prendi del tempo per osservarlo attentamente.

Nel mentre abbiamo anche deciso di regalarci una gita nel deserto, quindi siamo partiti nel primo pomeriggio in 5 jeep che ci hanno portati in un luogo dove abbiamo preso dei quad e abbiamo fatto un giro in mezzo al deserto: messi da parte il rumore del motore nelle orecchie e i sobbalzi delle rocce, è stata un’esperienza incredibilmente divertente, vedere la carovana che alza la sabbia, vedere il nulla per chilometri intorno… È stato inusuale e affascinante. Riportati i quad al noleggio, le guide ci hanno portato sotto un albero di acacia per spiegarci un po’ com’è l’Egitto e la zona in cui ci trovavamo. Fatta qualche foto, siamo ripartiti alla volta del villaggio beduino, dove abbiamo assaggiato il tè locale, del pane fatto da loro e abbiamo assistito alle prodezze del Giorgio Mastrota locale che è stato piuttosto convincente e ha venduto parecchio materiale. Giunta l’ora di cena, ci siamo disposti in una specie di anfiteatro dove abbiamo assistito a uno spettacolo di danza locale, molto suggestivo (ma forse poco beduino). A chiudere la serata, mentre tornavamo in resort, ci siamo fermati nel deserto per ammirare il cielo stellato. In mezzo al nulla, la quantità di stelle che si vedevano dava un senso di suggestione ed emozione (e io ho finalmente visto la Via Lattea, una cosa che sognavo di fare da tempo).

Il viaggio di nozze ci ha lasciati soddisfatti e con un po’ di amarezza abbiamo lasciato una terra di cui abbiamo scoperto solo pochi misteri, ma che torneremo a visitare perché ci ha lasciato nel cuore qualcosa di indescrivibile.

#Blog #Egitto #viaggi

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mediaburn


mediaburn.org

Media Burn collects, preserves, and distributes documentary and experimental media produced by artists, activists, and community groups. Our mission is to create positive social change by amplifying underheard voices, both in contemporary dialogue and the historical record. [continua a leggere]

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‘bit’ n. 5, novembre 1967 (con interventi di celant, manzoni, vautier)


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‘bit’ n. 5, novembre 1967

*


Germano Celant
Poor-art Arte povera
GALLERIA LA BERTESCA, GENOVA ~

Nothing happens on the screen; a man sleeps; an ice-cream cone melts; nothing happens on the canvas; if not the canvas, the sea is made of blue water; the fire is made of flame; a drama is made of gestures; a pavement is made of bricks, a pile is made of tubes heaped one upon the other.

This is the description of a film by Warhol, a film by Andersen, a canvas by Paolini, a sculpture by Pascali, theater by Grotowsky or Ricci, a «space» by Fabbro, a «gesture» by Boetti. What’s happening? The banal and the insignificant begin to exist. Physical presence and behaviour itself becomes art.

The instrumentai sources of language are made to undergo a new research in philology. A new humanism comes into being and the arts posit themselves as non-fictions, as simple registrations of reality. They intentionally renounce all semantic convention; they desire to do no more than to make statements. The research is purified of everything that could appear to be reflection or mimetic representation — habit — and the move towards a kind of art that, according to Grotowsky’s theatrical hypotheses, we might define as poor.

The cinema — Empire or Sleep by Warhol, or Melting by Andersen — returns to its simplest manifestation, a single image that moves; it returns to cinema and does not become film; it reproduces action and the present, without any kind of montage, no attempt to place the action within history. And thus with the theater. It eliminates the superstructure of the written and the spoken; it eliminates linguistic artifice and returns to the situations that are elementary. It revives the gesture and the imitation. This is the rebirth of the work of the actor as a creator of signs. And likewise in the plastic arts, visual reality is seen in its essence. The visual superstructures not directly related to the object are refused, and the empirical nature of the research is exalted. (Paolini). The definition reduces itself to a mode of acting — to its essence. (Boetti, Fabbro, Pascali). Thus the «gestures» of Boetti are no longer an accumulation, a juncture, an incision, but rather the evidence of them. They are an immediate understanding of every behavioral archetype. It is thus a poor art that redimensions our false consciousness of the real, — a return to the real man operating in a space that is banal and quotidian like the space of our reality.

(p. 6)

*

Piero Manzoni
Free dimension

The emergence of new conditions and the appearance of new problems imply, together with the necessity of new solutions, new methods and new terms of measurement. One does not leave the ground merely by running and jumping; wings are required. Modifications are not sufficient; the transformation must be integral.

Allusion, expression and representation are non-existent problems today — and I wrote about this some years ago — whether one is dealing with objects, facts, ideas or dynamic or inert phenomena. A painting has value in as much as it is a totality. There is no need to say anything. lt is only necessary to exist. Two tones of the same colour or two blended colours already have a relationship that is extraneous to the significance of the surface which is unique, limitless, absolutely dynamic. The infinitability is rigourously monochrome, or better still of no colour. (In fact, hasn’t a monochrome, since it lacks all relation to colour, already become colourless?) Artistic criticism which makes use of concepts like composition and form has no value; form, colour and dimensions have no sense in total space. The artist has achieved integral freedom; pure material becomes pure energy; the obstacles of the space, me slavery to subjective foibles are annihilated; all problems of artistic criticism are surmonted; everything is permitted.

I find it quite incomprehensible, therefore, that the artist rigourously lays down today the limits or a surface on which to arrange forms and colours in exact relationships and in strict equilibrium. Why should one be bothered by the problem of disposing a line in space? Why delimit a space? Why such limitation ? All such problems like composition of form, form in space and spatial profundity are extraneous to us; a line can only be traced without limits or length into infinity and beyond any problem of composition or dimension. Dimension does not exist in total space.

All problems of colour and all questions of chromatic relationships are also useless, even if one is only dealing with tonal modulations. We can only utilize a single colour or, rather, utilize a single uninterrupted and continuous surface from which anything superfluous and all interpretative possibilities are excluded. It is not a question of « painting » blue on blue or white on white either in the sense of composing or in the sense of expressing oneself. In fact, quite the contrary. The question for me is that of creating an integrally white surface (yes, integrally colourless, neutral) which is completely unrelated to any pictorial phenomenon or to any element that is extraneous to the value of the surface. It is a white that is not a polar landscape, or a beautiful or evocative material, or a sensation, or a symbol, or anything else; it is a white surface that is nothing else but a white surface (a colourless surface that is nothing else but a colourless surface). Or better still it exists, and that is sufficient. It is, and to be totally is pure becoming. This indefinite surface, uniquely alive, even if in the material contingency the work cannot be infinite, is, however, infinitable, infinitely repeatable, without a solution or continuity. And that is even more apparent in the «lines», for in these there no longer exists the possible ambiguity of the «painting». The line develops only in length extends towards infinity. The only dimension is time. And it hardly needs to be said that a «line» is not a horizon or a symbol and it has value not as something beautiful but in the degree to which it exists. (The same is true of a blotch; it has value in the degree to which it is a blotch and not in the degree to which it is beautiful or evocative; but in this case the surface has only value as a medium).

The same may be said for bodies of air (pneumatic sculpture) which are reducible or extensible from a minimum of nothing to a maximum of infinity; they are absolutely indetermined spheroids, because every attempt to give them a form (even formless) is both illegitimate and illogical. It is not a question of formation and it is not a question of expression (nor can one turn to extraneous problems like parascientific complexities, psychoanalytical secrecies, graphic composition, ethnographical phantasy, etc.) Aren’t perhaps expression, phantasy and abstraction empty fictions? There is nothing further to add: there is only to be, to live.

(p. 10) (righe evidenziate a mia cura, MG)

*

Ben Vautier
Per un’arte sottile

No, l’arte di oggi non deve essere una succursale del dadaismo.
Un’arte che si limitasse a fare del sotto-dada non sarebbe né utile né necessaria poiché non porterebbe niente di nuovo.
Il Pop e l’Op e il nuovo realismo di oggi hanno tutti cominciato ad esistere nella realtà dell’influenza di dada. Influenza che si può riassumere nella nozione che TUTTO PUÒ ESSERE ARTE.
Ma dalla sua nascita nel 1920 esistono due tendenze in dada che derivano da una differenza di atteggiamento adottato nei confronti dell’opera d’arte. L’una intellettuale l’altra fisica.
La prima di queste due nozioni mantiene l’idea di opera fisica di qualità edonista che uno espone o stacca, che si può vendere e che è definita dalle stesse misure che determinano ogni altra opera classica. Sono i collages di Schwitters, i ready made di Duchamp, a partire dai quali sono nati la pop art e il nouveau réalisme.
Il secondo procedimento, più fedele alla nozione di TUTTO È ARTE si occupa di assoluti, di dichiarazioni, di dettagli, di sottigliezze, e evita ogni sistematizzazione.
Esiste anche nell’opera di Duchamp, ma soprattutto in Picabia, e dà origine a Fluxus, alla Non Arte, all’anti arte, e all’arte Totale. L’arte è inutile.
Oggi, come vent’anni fa, il grande pubblico preferisce indiscutibilmente l’opera da collezionare e che si cornmercia. Ma la seconda tendenza guadagna terreno e là dove la sistematizzazione Nuovo Realismo non porta più niente di nuovo i gesti, le insignificanze, le sottigliezze aprono una porta che vorrebbe cambiare l’arte.
È l’esplicitazione del dettaglio (un fiammifero per terra), della negazione (una mostra che non ha luogo), insomma dell’idea allo stato puro, che finisce per concretizzare la nozione di Tutto è arte.
Quest’arte sottile è per Daniela Palazzoli la Poesia Fredda, per Maciunas Fluxus, per me l’Art Total.

(p. 32)

ben vautier, dieu, 1965, in ‘bit’ n. 5, novembre 1967, p 32



a p. 35:

fiumalbo, due manifesti, in ‘bit’ n. 5, novembre 1967, p 35
cliccare per ingrandire

#111 #art #arte #artePovera #arteTotale #BenVautier #bit #boetti #Celant #dada #DanielaPalazzoli #Fabbro #Fiumalbo #fluxus #GermanoCelant #Grotowsky #Maciunas #Manzoni #materialiVerbovisivi #Pascali #PieroManzoni #PoesiaFredda #PoesiaTotale #poesieFredde #PoorArt #scritturaFredda #scrittureFredde #Warhol

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imprevisto ferragostiaco che vuol dire bagnarsi e soffrire


Ieri non poteva assolutamente essere un #ferragosto del fottuto anno 2025 se non si fosse messa letteralmente a cadere l’acqua dal cielo (wow, assurdo fenomeno mai visto prima) a metà pomeriggio… e non solo; ovviamente, tutto non proprio imprevisto. Cose veramente dell’altro mondo ormai, ma il terrore a questo mondo, il nostro, è un fatto sempre più reale… (zio temporalone…) ☠️

Praticamente, eravamo fuori per il solito pic-nic (già visto e fatto mille volte, eppure mai è andata così storta, incredibile), nonostante il meteo promettesse brutte cose dal tardissimo pomeriggio in poi… ma tanto noi per quell’ora ce ne saremmo dovuti andare comunque, quindi, cosa potrebbe mai essere andato storto nel frattempo??? Beh, tutto, per l’appunto, visto che tra le 15 e le 16 è venuto un acquazzone di quelli che puntualmente escono fuori quando si pensa che una corrente situazione non possa peggiorare, col nuvolone alla Fantozzi, ma chiaramente più grosso. (Siamo finiti davvero peggio dei cartoni, ormai!!!) 🥺

Fino a 10 minuti prima si sentivano a dire il vero dei tuoni, un po’ sporadicamente, ma non si vedevano nemmeno fulmini, quindi bah… ma poi ecco che, nel giro di 10 secondi, si è sia alzato il vento che arrivate le gocce… (e come cazzo è possibile che sia successo così perfettamente in contemporanea???) Vabbé, poi le gocce sono diventate goccioloni, poi i goccioloni grandine (giuro), e nel frattempo c’era appunto il vento… mentre che noi stavamo praticamente del tutto all’aperto, con solo il tavolo attorno e quella tettoia di legno mezza scassata sopra. Infatti, molti si sono praticamente tutti infracicati… almeno, di noi, perché tutta la gente che era lì con altri gruppi è stata abbastanza furba da ripararsi in auto appena uscite le goccioline, ma prima dei goccioloni. Siamo sempre solo noi gli scemi in queste situazioni! (E 1 solo altro gruppo, che stava da un’altra parte a fare una simile fine, vabbé.) 🤧
Foto ad angolo attorno ai tavoli con tutto fango, e la luce grigia del sole copertoFoto perpendicolare in mezzo ai tavoli con tutto fango
A me è fregato in realtà relativamente poco del fatto che fosse arrivato il diluvio, che nell’arco di un quarto d’ora ha fatto arrivare così tanta acqua da fare pure tutto fango attorno a noi, sia perché dove stavo seduta io era relativamente riparato e alla fine mi sono solo quasi inumidita ma non bagnata, sia perché in ogni caso avrei dovuto farmi la doccia a casina visto il regime abbrustoliaco; anzi, complessivamente ho riso, perché sul momento pareva stessero arrivando gli alieni… ma giuro che me ne sono tornata più pisciata che mai prima d’ora, perché pochi attimi prima che arrivasse lo scatafascio ci si stava organizzando per andare a prendere il caffè, cosa che giustamente è quindi immediatamente saltata. Evidentemente, il motto “cascasse il mondo, dopo pranzo si prende il caffè” gli altri non lo prendono alla lettera… 💔

La cosa specialmente assurda però è che ora siamo al giorno dopo e ancora non mi sono ripresa da questo avvenimento, o robe del genere… perché stamattina mi sono svegliata abbastanza stanca fisicamente (anche se non nell’animo come invece le ultime mattine, boh), dopo che circa 8 ore e 30 (“otto ore e mezza”) le ho dormite, visto anche come ieri sera ero particolarmente stanca e quindi ho perso poco tempo… E il punto è che non capisco se ciò è a causa della combo doccia calda verso le 18 + masturbazionamento, che a dire il vero mi mette alquanto K.O… o se è perché non ho avuto il caffè che per diritto naturale mi spettava. Ma vabbé, stamattina giustamente il kohi l’ho preso, e oggi pomeriggio si pranza a casa, per cui tutto OK… (Un giorno di questi mi rinchiuderanno al SERT, mamma mia…) 🥱

#acquazzone #diluvio #estate #ferragosto #imprevisto #meteo #picnic #temporale

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Venne scosso bruscamente l’ambiente fascista di Firenze


In Toscana, era soprattutto il capoluogo fiorentino a sperimentare una precoce e non episodica azione gappista: agguati, attentati dinamitardi e sabotaggi, portati sin nel cuore del centro storico, si sarebbero ripetuti con crescente continuità, assimilando la resistenza urbana fiorentina – e di converso l’azione repressiva volta a rintuzzarla – più a quella delle grandi capitali del Nord Italia che alle altre realtà cittadine della regione <226. L’attentato che ne avrebbe inaugurata l’attività colpiva nella tarda serata del primo dicembre 1943 il tenente colonnello Gino Gobbi, comandante il locale distretto militare, ucciso «sulla porta della propria abitazione» da un piccolo manipolo partigiano <227. Per la sua importanza, tale da costituire «un salto di qualità dell’intera Resistenza toscana», appare opportuno soffermarci brevemente su questo episodio. Gobbi rappresentava infatti un obiettivo «specifico» e volutamente simbolico <228: se da un lato, a pochi giorni dall’inizio delle operazioni di leva, veniva colpito colui che più di tutti si era adoperato per la buona riuscita della stessa – dando in tal modo un forte segnale teso a «incoraggiare alla ribellione i giovani che avrebbero dovuto presentarsi alla chiamate alle armi» <229 – dall’altro l’agguato gappista intendeva punire un ufficiale «traditore» <230, ben «noto» in città «per il suo passato fascista» e il comportamento di smaccata collaborazione tenuto con l’occupante e le nuove autorità cittadine <231.
La morte dell’ufficiale, pur certamente non la prima vittima della provincia <232, scuoteva bruscamente l’ambiente fascista cittadino, scalfendone l’ostentato «vanto della calma e della disciplina» <233. Immediata e rabbiosa, la reazione delle autorità locali – la prima rappresaglia registratasi nella regione, su cui avremo modo di tornare – era affidata alla fucilazione, la mattina successiva l’agguato, di 5 detenuti politici già da mesi ristretti in carcere, condannati a morte da un sedicente tribunale straordinario quali mandanti morali dell’uccisione di Gobbi.
Nei mesi successivi, una fitta sequela di azioni dall’«audacia […] incredibile», culminata il 29 aprile 1944 con il ferimento a morte, in pieno giorno, del comandante provinciale la GNR Italo Ingaramo, avrebbe contribuito a ingenerare un crescente senso di tensione e «insicurezza continua» tra la fila fasciste <234. «Si sentiva in aria odor di vendetta, di odio, di sangue», ricorda con «disgusto» Armando Foppiani, commissario dell’Unione provinciale fascista degli industriali durante i primi mesi della RSI.
“Gli sguardi erano falsi; le parole servivano solo a mascherare il pensiero; Firenze inganna: ha il primo piano brillante e il fondo cupo […]. Si arrestavano i nemici personali, si uccidevano i nemici personali, si facevano rappresaglie sui nemici personali. […] Il sovvertimento e l’involuzione morale trasparivano da [questa] dialettica contorta, la quale mi faceva assai più pena delle miserie reali. Quanto mi trasferii in Lombardia alla fine di febbraio [1944] provai un senso di sollievo: pur con un panorama più insanguinato, c’era qualcuno che dava buon giorno senz’altro scopo che quello di augurare una giornata buona <235.
Negli stessi giorni, un’«atmosfera fiorentina […] molto tesa» accoglieva anche la marchesa Origo, nient’affatto sorpresa nel constatare come i «gerarchi fascisti» di passaggio all’Hotel Excelsior, adibito a sede del comando tedesco, fossero scortati da «grossi contingenti di polizia», nel timore di «altri attentati»” <236.
A conferma della segnalata crisi della sicurezza innescatasi a partire dai primi mesi del 1944, un pur rapido confronto con le fonti quantitative prodotte dagli stessi organi della RSI aiuta infine a restituire – e al contempo problematizzare – la ben nota «tendenza generale» che vede una crescita pressoché costante del movimento resistenziale, «dall’inverno [1943-44] all’estate» successiva <237. Ci riferiamo in particolare alla meticolosa opera di sistematizzazione e censimento condotta dal Servizio politico investigativo (SPI) del Comando Generale della GNR, tesa a evidenziare su base mensile l’«attività dei banditi» e i conseguenti sforzi compiuti dalla Guardia per contrastarla <238. Una documentazione preziosa, per completezza e serialità, non sufficientemente valorizzata – questa è l’impressione – dalla storiografia, cui faremo più volte riferimento <239.
Disponibili a partire dal gennaio 1944, generalmente suddivisi per compartimenti regionali <240, cartogrammi e specchi numerici permettono infatti, al di là delle singole rilevazioni, di farsi «un’idea precisa dell’accrescersi dell’intensità dell’attività dei ribelli», come significativamente sottolineato, presentando dati analoghi, dall’Ufficio operazioni e servizi dello Stato maggiore dell’esercito (SME) repubblicano <241. Una mole di informazioni ed elementi di valutazione che, pur con tutti le cautele del caso, offriva agli allora decision makers come agli studiosi odierni una «sintesi efficace delle indicazioni, tendenzialmente univoche», affioranti dalle relazioni provenienti dalle singole province, permettendo al contempo un utile confronto tra le diverse realtà territoriali capace di coglierne le marcate, e pur sfuggenti, specificità locali <242.
Quale dato di partenza, l’«attività dei banditi» registratasi agli inizi del 1944 appare ancora, in termini assoluti, relativamente sotto controllo <243. Al di là della comprensibile preoccupazione da parte fascista sui possibili sviluppi futuri del movimento partigiano, nel corso del mese di gennaio erano “solo” 476 le «segnalazioni» pervenute da tutto il Centro-Nord Italia, ben 200 delle quali (42%) relative al solo Piemonte, un dato che conferma la «non casuale specificità» e vivacità dell’ambiente resistenziale locale <244. Nelle altre regioni, con la macroscopica eccezione della «Venezia Giulia», sin dal 1942 sede di una vivace attività resistenziale <245, la media degli episodi ascrivibili all’attività delle bande scendeva invece a poco più di un caso al giorno, con minimi scostamenti tra le diverse aree della penisola.
Nel corso dei mesi immediatamente successivi, la situazione era però destinata a subire un drastico e repentino deterioramento, chiaramente percepibile anche e soprattutto in Toscana. Ancora in febbraio, pur registrandosi un deciso aumento delle segnalazioni – che passavano nella regione dalle 35 del mese precedente a 64 (+83%), sostanzialmente in linea con il dato generale <246 – queste non si discostavano comunque di molto dalla sporadica, seppur non trascurabile, attività partigiana registratasi «dal settembre al dicembre 1943», stimata da Giovanni Verni in «almeno 190 attacchi e sabotaggi, cioè più di uno al giorno» <247. Trovano in tal senso conferma le difficoltà del movimento partigiano segnalate durante i mesi invernali, ulteriormente aggravate della pur precario tentativo della RSI di normalizzare, anche attraverso una crescente azione repressiva, la situazione. A titolo di confronto, nello stesso mese il Piemonte avrebbe fatto registrare ben 432 casi (+116% rispetto a gennaio), mentre la vicina Emilia Romagna – separata dalla Toscana da un confine di fatto poroso all’azione delle mobili formazioni partigiane – si attestava a 112 episodi (+138%), confermando su base mensile una rinnovata vitalità della Resistenza sul versante settentrionale dell’Appennino.

[NOTE]226 Sullo spostamento del «baricentro della lotta nelle città», imposto dall’inclemenza della stagione invernale, si veda in particolare G. VERNI, La Resistenza in Toscana, cit., p. 222.
227 Un infame delitto dei traditori della Patria, «La Nazione», ed. di Firenze, 3 dicembre 1943. Sull’episodio, cfr. infra, cap. II.
228 S. PELI, Storie di Gap, cit., pp. 91, 96.
229 C. MASSAI, Autobiografia di un gappista fiorentino, Associazione Centro documentazione di Pistoia, Pistoia 2008, p. 39.
230 Gino Gobbi freddato da mani giustiziere, «L’azione comunista», 3 dicembre 1943. Il testo del comunicato era riproposto anche in un manifestino contestualmente stampato, in O. BARBIERI, Ponti sull’Arno. La Resistenza a Firenze, Editori Riuniti, Roma 1964 [ed. orig. 1958], p. 80.
231 ACS, MI, Gabinetto, RSI, b. 4, fasc. 11, Promemoria situazione Firenze, cit.. Sulla figura e il contegno di Gobbi si veda inoltre ASLU, Tribunale di Lucca, Corte d’Assise, Fascicolo processuale relativo a Mario Carità e altri, b. 1, vol. A-I, cc. 14-15, R. Questura di Firenze, Delitti compiuti durante il regime fascista, Firenze, 13 gennaio 1945 e AISRT, Sirio Ungherelli – Processo a carico di Enrico Adami Rossi e altri, b. 2, fasc. 2, vol. III, cc. 83-84, Esame teste Cammilli Giuseppe, s.l. [ma Firenze], 14 febbraio 1946.
232 Già nelle settimane precedenti, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, 5 militi e un fascista repubblicano venivano uccisi in due diversi agguati, portati tra Sesto Fiorentino e la più decentrata San Godenzo. Queste prime azioni violente, immediatamente rivendicate dalla stampa comunista, erano invece passate sostanzialmente sotto silenzio dalla cronaca locale, in Proditoria e feroce uccisione di alcuni Fascisti Repubblicani, «La Nazione», ed. di Firenze, 11 novembre 1943.
233 «A Firenze – non mancava di sottolineare la stampa cittadina – episodi di odio e di sangue, verificatisi qua e là in altre città e in altri paesi, non se n’erano mai avuti […]. La capitale italiana dello spirito non smentiva la propria tradizione di gentilezza e di umanità», in Un infame delitto dei traditori della Patria, cit.
234 B. FANCIULLACCI, Vita dei gappisti, in R. BILENCHI, Cronache degli anni neri, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 32.
235 A. FOPPIANI, Ubriacarsi con l’acqua, cit., p. 227.
236 I. ORIGO, Guerra in Val d’Orcia, cit., pp. 137-138.
237 Su questa fase di «sviluppo delle bande partigiane» si veda il ricco quadro offerto da S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 55-81.
238 Il corposo incartamento è conservato in ACS, SPD, RSI-CR, b. 5, fasc. 28, s. fasc. 23A. Tra le altre voci presi in considerazione, e che torneremo a utilizzare, spiccano in particolare i «caduti e feriti della GNR» e le «perdite dei banditi».
239 Cenni in tal senso in G. TOSATTI, Leggere la Resistenza nei documenti dell’Archivio centrale dello Stato, in L. DI RUSCIO – L. FRANCESCANGELI (a cura di), Antifascismo Resistenza Liberazione. Itinerari della memoria a Roma, Pubbliprint service [stampa], Roma 2007, p. 62. Ben più note sono invece le rilevazioni contestualmente effettuate dall’Esercito repubblicano, per cui si veda SME – Ufficio operazioni e servizi, Relazione complessiva sulla forza dei banditi – Attività banditi ed antiribelli dal settembre 1943 al novembre 1944, s.l., Dicembre 1944, pubblicata in R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 567-580, 737-753.
240 Questi sono nell’ordine «Piemonte», «Emilia», «Toscana», «Venezia Giulia», «Veneto», «Lombardia», «Marche» e «Liguria», pur con alcune difformità rispetto all’odierna organizzazione amministrativa delle regioni suddette. Sui criteri di catalogazione e raccolta delle segnalazioni, iniziata presumibilmente nel novembre 1943, si veda ACS, GNR, b. 13, fasc. Maggio 1944, CoGeGuardia – SPI, Circolare n. 7458/A.5. del 20.11.44 [recte: 1943] – Specchio periodico, PdC 707, 29 maggio 1944 e R. ABSALOM – P. CARUCCI – A. FRANCESCHINI – J. LAMBERTZ – F. NUDI – S. SLAVIERO (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45, cit., pp. 38-39.
241 AINFP, CVL, b. 160, fasc. 492, Situazione ribelli alla data 15 giugno 1944, s.l., s.d. [ma fine giugno-inizio luglio 1944]. Copia del documento è pubblicata, pur con alcune difformità, in G. VACCARINO (a cura di), Documenti del governo di Salò sulla guerra partigiana, «Il movimento di liberazione in Italia», (1950), n. 9, pp. 12-14.
242 F. DE FELICE, I massacri di civili nelle carte di polizia dell’Archivio centrale dello Stato, cit., pp. 606-607. I suddetti specchi numerici andavano con ogni probabilità a integrare i «notiziari giornalieri» quotidianamente trasmessi del Servizio politico della GNR ai massimi esponenti fascisti, per i quali si veda L. BONOMINI – F. FAGOTTO – L. MICHELETTI – L. MOLINARI TOSATTI – N. VERDINA (a cura di), Riservato a Mussolini. Notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubblicana, novembre 1943/giugno 1944, Feltrinelli, Milano 1974, p. IX-XIX.
243 Dove non diversamente indicato, la fonte dei dati presentati è ACS, SPD, RSI-CR, b. 5, fasc. 28, s. fasc. 23A, Attività dei banditi dal 1-1-1944 al 31-8-1944, s.l., s.d., che riporta anche le segnalazioni provenienti dalla Marche, successivamente omesse. La documentazione allegata non chiarisce in ogni caso le diverse tipologie di azioni di guerriglia considerate dagli estensori di questi specchi numerici.
244 Sull’eccezionalità della situazione piemontese, dove i CLN erano in grado di mobilitare fin dall’autunno 1943 un nutrito contingente di uomini e mezzi, vedi S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 40-41. Il dato relativo al Piemonte comprende anche la provincia di Aosta.
245 Sono qui comprese le rilevazioni, certamente sottostimate, registrate nella province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume, riunite dal settembre 1943 nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico di fatto sottratta alla sovranità della Repubblica sociale.
246 Globalmente le segnalazioni sarebbero aumentate da 476 a 944 (+98,3%). Per una rappresentazione grafica di questi dati cfr. infra, cap. III.
247 Di queste, 53 erano effettuate «nell’area di Siena e Grosseto», 21 «nella contigua area di Livorno e Pisa», 108 tra Arezzo, Firenze e Pistoia, mentre solo 8 «azioni e sabotaggi» risultavano eseguite nelle rimanenti province di Lucca e Massa Carrara. Si noti come le pur preziose stime fornite da Verni, ricostruite a posteriori sulla base dei risultati emersi dal progetto Cronologia della Resistenza in Toscana, siano per ammissione stessa del curatore «non […] certamente assolut[e]», avendo «un valore prevalentemente indicativo». In particolare, i dati relativi alla primavera 1944 risultano notevolmente difformi da quelli registrati dal Servizio politico della GNR, in G. VERNI, La resistenza armata in Toscana, cit., pp. 222-223. Cfr. inoltre G. VERNI (a cura di), Cronologia della Resistenza in Toscana, Carocci, Roma 2005, pp. 13-23.
Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

#1943 #1944 #detenuti #fascisti #Firenze #fucilazione #GAp #GinoGobbi #GNR #guerra #ItaloIngaramo #LorenzoPera #partigiani #Piemonte #politici #Resistenza #RSI #tedeschi #Toscana

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Proprio qualche sera prima dell’udienza aveva subito l’incendio di un escavatore


Buccinasco (MI). Fonte: mapio.net

Il processo Cerberus iniziò il 21 maggio 2009 e furono chiamati diversi imprenditori a testimoniare. Nel complesso emerse un quadro di generale omertà e paura diffusa, che portò il pm durante la sua requisitoria a dare un giudizio impietoso e a parlare dello «strano» pragmatismo lombardo, già richiamato:
«Cosa possiamo dire avendo esaminato i diversi testi che operano nel settore edilizio in cui operano i nostri imputati? Qual è la reazione dell’imprenditoria locale lombarda rispetto a questa espansione che poi vedremo? È di diversi tipi: la prima reazione è una specie di consociativismo. Ci sono loro? Benissimo, veniamone a patti, accordiamoci con loro, cerchiamo di conseguire comunque i nostri vantaggi. […] Nessuna delle persone che sono state sentite, quasi tutti imprenditori, è venuto a raccontarci naturalmente di avere subito atti di intimidazione; nessuno ha detto alcunché. Tutti sono stati costretti sostanzialmente a fare parziali dichiarazioni in senso accusatorio soltanto all’esito di sospensione delle deposizioni testimoniali, reiterate contestazioni, arrabbiature del Presidente perché rendevano dichiarazioni assolutamente incongruenti ed illogiche, un insulto alla nostra intelligenza!» <1169
I giudici di primo grado misero nero su bianco tra l’altro che i testimoni avevano deposto «in un clima generale di intimidazione che, nato nel passato nel rapporto con i Barbaro – Papalia, perdura tuttora anche quando (si veda il pensionato Egidio Selmi) ogni rapporto è cessato nell’attualità» <1170.
Ad esempio, Adriano Pecchia, noto immobiliarista di Buccinasco, si disse sorpreso di aver appreso dai giornali di essere vittima di un’estorsione a opera «di persone che considero amiche, buoni compaesani con cui bevo il caffè e con cui gioco a calcio insieme» <1171, che però non avevano esitato in nome degli affari a sparare contro la sua macchina e contro la sua casa.
Ernesto Giacomel, titolare di una concessionaria Audi e Wolkswagen ad Assago abbastanza nota in Lombardia, interrogato dal pm circa la particolarità del territorio di Buccinasco, Assago o Corsico, riferì invece senza giri di parole:
«Ma, Dottoressa, qui andiamo a scoprire l’acqua calda, lei e tutti noi conosciamo che è meglio averli amici – lei l’ha messo a verbale – è meglio averli amici che averli nemici. E qui lo confermo, e per me sono e rimangono delle persone che hanno saputo lavorare e fare il loro dovere, nient’altro» <1172.
In una conversazione intercettata con Luraghi, Giacomel gli consigliò addirittura di presentarsi con Barbaro nell’ufficio dell’imprenditore Dario Broglia che non voleva pagare 870mila di lavori che aveva contestato, dicendogli «io non vado via se lei non vuole uscire vertica… eh orizzontale… hanno suggestione di te, non fanno mica scherzi. A te e Barbaro non fanno mica scherzi. A degli altri li fanno diventare pazzi» <1173. Broglia stesso dichiarò al pm in sede di indagini che «nell’ambiente in cui lavoro si sa che, qualora si intendano eseguire lavori di movimento terra nella zona di Assago, ci si deve rivolgere a ditte che impiegano padroncini calabresi. Io stesso ho potuto constatare che nostri fornitori ai quali vengono proposti lavori in Assago si tirano indietro. I prezzi applicati dalle ditte calabresi sono assolutamente di mercato, solo che nella zona di Assago, Corsico, Buccinasco vogliono avere il monopolio…»; in sede di dibattimento edulcorò la pillola, come gli fece notare il pm:
BROGLIA: «Ma sul movimento terra ad Assago c’era la tendenza ad appaltare i lavori alla ditta Barbaro».
PM: «Cosa vuol dire “C’era la tendenza ad appaltare i lavori”?
BROGLIA: «Beh, intanto perché loro erano locali e quindi c’è un problema di logistica nella movimentazione dei macchinari, è meglio avere aziende locali che non aziende che portano ruspe da tanti chilometri. E poi sicuramente c’era, come dire, anche da parte di altri fornitori quando sapevano che i lavori erano a Buccinasco e ad Assago, sì, facevano l’offerta, però poi sapevano che bene o male insomma il lavoro era indirizzato verso la ditta Barbaro».
PM: «E perché gli altri fornitori non lavoravano nella zona di Assago?»
BROGLIA: «Non lavoravano volentieri probabilmente, questo non posso saperlo».
PM: «Innanzi tutto Lei ha detto una cosa, dice: “I fornitori facevano l’offerta quando si trattava di lavorare ad Assago, però la facevano in modo diciamo così poco convinto”. Lei quando venne sentito da me il 1° febbraio 2007 aveva detto una cosa un po’ diversa, ha detto: “Io stesso ho potuto constatare che nostri fornitori ai quali vengono proposti lavori in Assago, si tirano indietro”».
BROGLIA: «Sì, poi all’atto effettivo dell’appalto si tiravano indietro».
PM: «E perché si tirano indietro?»
BROGLIA: «Questo posso solo presumerlo, nel senso, perché forse avevano paura di ritorsioni su macchinari piuttosto che sul posto, ma questa è una presunzione, non posso saperlo» <1174.
Broglia però seppe dalla viva voce di Luraghi, in un incontro dai toni accesi sempre per la questione dei lavori contestati, che i Barbaro «non sono gente che va dall’avvocato» <1175.
E del resto, che fosse gente non abituata ad andare dall’avvocato per risolvere questioni d’affari lo poterono vedere anche i giudici durante il processo, quando durante l’udienza del 17 luglio 2009, Barbara Luraghi, figlia di Maurizio, in qualità di testimone rivendicò in lacrime la volontà di continuare l’attività di famiglia ma raccontò delle continue minacce e intimidazioni cui era sottoposta da quando erano scattati gli arresti, affinché né lei né i suoi genitori parlassero. Proprio qualche sera prima dell’udienza aveva subito l’incendio di un escavatore attraverso l’esplosione di una bombola di gas, mentre numerose erano le telefonate e i bigliettini di minacce, che la Luraghi attribuì ad Antonio Perre detto Totò ’u Cainu, cugino dei fratelli Barbaro, all’epoca latitante insieme al ventisettenne Domenico Papalia, un altro figlio di Antonio <1176. I danneggiamenti continuarono anche dopo la sua deposizione, a fronte di una progressiva riduzione delle commesse: questo dato parla da solo, visto che prima di fallire ed essere coinvolta nel processo Cerberus la Lavori Stradali Srl del padre era arrivata a fatturare 6 milioni di euro l’anno e dava da mangiare a 40 dipendenti <1177. La sua vicenda doveva servire da lezioni a tutti gli altri, come evidenziò anche il pm nella sua requisitoria: al di fuori del sistema di relazioni con la ‘ndrangheta non poteva e non può esserci vita.

[NOTE]1169 Requisitoria del pm, pp. 7 e 10.
1170 Barazzetta, op. cit., p. 41. Il riferimento è inserito a commento di tutte le deposizioni nel paragrafo dedicato a Franco Chiricozzi, imprenditore edile di Corsico, che dopo aver ringraziato gli inquirenti per la loro attività di pulizia perché “si respira un’aria nuova a Buccinasco” fece scena muta al processo, provocando l’ira del pm, come segnalato nella sua requisitoria (cfr p. 8).
1171 Requisitoria del pm, p. 7.
1172 Ivi, p. 113.
1173 VERONELLI, E. (2017). Sentenza n. 4815/17 contro Barbaro Domenico + 3, Tribunale di Milano – Corte d’Appello, IV sezione penale, 18 settembre, p. 54.
1174 Sentenza di 1° grado, p. 107.
1175 Ivi, p. 109.
1176 Il primo si costituì ai Carabinieri di Platì il 13 settembre 2010, mentre l’altro lo fece il 24 gennaio 2011.
1177 Oggi Barbara Luraghi lavora come libera professionista e non ha mai più riaperto una ditta nel settore edilizio. «Non è cambiato niente specialmente nel movimento terra. Sui lavori di precisione, tipo le fognature o gli impianti “loro” non ci sono, ma su quelli grossi, escavazioni, trasporti, smaltimento, non c’è una sola ditta che non abbia sede operativa nei paesi del sud più legati a certe famiglie malavitose». Citato in Salvatore Cassinelli e Salvatore Garzillo, Ghe pensi la ‘Ndrangheta, ANSA, 28 ottobre 2014.
Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

#Ndrangheta #2009 #AssagoMI_ #BuccinascoMI_ #Cerberus #escavatore #incendio #Lombardia #mafia #Milano #PierpaoloFarina #processo

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[r] _ all sorts of cool things since it touched down on the red planet a few months ago / differx. 2009


bombay peaceville and sweet potato pies _ dorothy saying good-bye _ a nice little interview _ inexplicable joy _ processes are illustrated by the example of radioactive decay of the radium family isotopes _ it is your reference guide to 90210 episodes _ it’s saddam’s sadness _ sad adam says i got trapped by freud’s mailbox _ fallout _ fall to a lower level _ the coffee tasted so rancid and bitter that one sip was more than enough _ she was going to be a policewoman _ her nickname was the phoenix _ the love of money is a root of all kinds of evil _ and the news keep coming _ nervous breakdown, nessie, net-neutrality, neuroscience hints, optical illusion, optimism, oral sex, zoo-based population of spider monkeys, inedible seeds, sulfadimethoxine 50 mg, the supreme court of brass cemetery prometheus _ a short trip to instanbul _ byron trampled under boots, he said you should come, and bring your friends, to sip vodka tonics against diarrhea soap’s acarology _ whirlers and narrators suck, while decca stores get unwillingly crowded _ crowdness exhausts zephyr’s polar morgue _ dilate eyes _ we were, first of all, looking for a place where we could grow _ if you will keep the vines in the almond bunker you’ll see the patrols won’t handle the guerrilla situation _ too tired to be ashamed of it _ planet descends into the star _ the martian troops stole sheep and butchered civilians _ brazil occupies trinidad _ halt tooth decay _ an orgy of werevowels _ intoxicated college students make sex with worms _ free audio clip here
________________________________________
[ first published in surrism]

#differx #googlism #proseInProse #prose_

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Sant’Agata d’agosto, ancora ombre sulla gestione delle candelore


Anche ad agosto Catania dedica alcuni giorni di festa alla sua santa patrona, sant’Agata. Viene ricordato il ritorno in patria, da Costantinopoli, delle sue reliquie, e i festeggiamenti hanno il loro momento culminate nella giornata del 17 agosto.

E’ una festa in tono minore, rispetto a quella, grandiosa, di febbraio, ma è comunque un momento in cui la città fa i conti con tutto quello […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/16/sant…

#clanCappello #clanSantapaola #ComitatoPerLaLegalitàNellaFestaDiSAgata #festaDiSAgata #RenatoCamarda

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link sul genocidio, 15 agosto


disegno di legge liberticida presentato al senato italiano
facebook.com/share/p/1XzkCvf3k…
e
fanpage.it/politica/la-propost…

prassi delle idf
facebook.com/share/1AtfmrnCJo/

Lavinia Marchetti su una recente intervista di Noemi Di Segni
facebook.com/share/1P4yGfkMK6/
(4 ago 2025)

John Mearsheimer: israelis committing genocide in Gaza
middleeastmonitor.com/20250731…

Evidence pointing to genocide in Gaza overwhelming, says ex-war crimes prosecutor Graham Blewitt
middleeastmonitor.com/20250803…

Antonio Pasca, presidente del Tar di Lecce: “genocidio”
facebook.com/share/1A98m1WWUJ/

Ben Gvir e Weiss, due figure infernali al lavoro, tra morte e deportazione
facebook.com/share/r/16hrdqsRt…

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento #famearmadiguerra

#bambini #children #colonialism #concentramento #deportazione #famearmadiguerra #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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l’anti-sionismo censurato, come sempre (stavolta da youtube)


i video di #karemfromhaifa sono sempre documentati, chiari, e direi essenziali per la lettura e la critica al sempiterno e fondativo #colonialismo razzista e genocida di #israele .

il video fermato nello #screenshot che qui mostro è stato rimosso da un evidentemente occhiuto e filosionista #youtube, proprio perché coglieva nel segno, in tutta evidenza.

individuava ed esponeva assai bene l’illegittimità e la #criminalità di un #regime che colpisce a morte e devasta una popolazione che esso stesso – il regime stesso – tiene prigioniera in un #campo di concentramento da decenni, attribuendo tutte le colpe di qualsiasi cosa a quella #resistenza (costituitasi dopo i primi 40 anni di #deportazioni e massacri e pulizia etnica) che, SEMPRE ALL’INTERNO DI UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO noto come Gaza, si è costituita per contrastare l’occupazione, i furti, gli omicidi, le vessazioni quotidiane operate dai sionisti e dal loro stato=milizia.

è una resistenza che l’occidente unilateralmente marchia con l’etichetta-mantra di “terrorismo”, sempre, tout court, qualsiasi cosa accada, col fine di rovesciare come un calzino la realtà di un #israelestatoterrorista storico, riconosciuto e condannato praticamente da qualsiasi entità raziocinante del mondo, non solo occidentale (tribunali, ong, istituzioni internazionali, stati, università, associazioni laiche e religiose, prelati, imam e rabbini, popolazioni intere, ebrei di mezzo pianeta, organi di stampa non al soldo di #telaviv , social media, medici, operatori umanitari, relatori indipendenti, storici del genocidio, studiosi ebrei e non ebrei, …)

israele, specie nella sua forma etno-religiosa, e come entità colonialista, razzista e genocida, non è (ora e per storia) uno dei fantasiosissimi “due stati” che magicamente riporterebbero il medio oriente alla pace, ma un esercito.
punto.
nato e nutrito per devastare e rubare.


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