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“Patchato” non significa protetto: attaccanti bypassano l’MFA sui VPN SonicWall Gen6 e raggiungono i file server in 30 minuti


@Informatica (Italy e non Italy)
CVE-2024-12802 sulle appliance SonicWall Gen6 SSL-VPN viene sfruttata attivamente nonostante la patch disponibile. Il motivo: il fix firmware non basta — richiede sei


“Patchato” non significa protetto: attaccanti bypassano l’MFA sui VPN SonicWall Gen6 e raggiungono i file server in 30 minuti


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C’è una categoria di vulnerabilità particolarmente insidiosa: quella delle patch che non funzionano perché nessuno ha seguito tutte le istruzioni. È esattamente quello che sta accadendo con i dispositivi SonicWall Gen6 SSL-VPN e CVE-2024-12802, con intrusioni ransomware già documentate in ambienti multipli tra febbraio e maggio 2026.

Il problema: patch firmware vs. rimedio reale


CVE-2024-12802 è una vulnerabilità di authentication bypass nelle appliance SonicWall SSL-VPN. La radice del problema sta in come SonicWall gestisce due diversi formati di login Active Directory: UPN (User Principal Name, il formato simile a un indirizzo email) e SAM (Security Account Manager, il formato legacy). L’enforcement dell’MFA è applicato indipendentemente a ciascun formato di login, non all’identità utente sottostante.

Un attaccante che conosce credenziali valide può autenticarsi usando il percorso UPN anche quando l’MFA è configurata, perché l’enforcement specifico per quel percorso è assente. L’aggiornamento firmware corregge la gestione delle sessioni, ma non rimuove la configurazione LDAP preesistente che consente il bypass. Come spiega ReliaQuest nel loro report: “Patching the firmware doesn’t remove the existing LDAP configuration that allows the bypass; the vulnerable configuration remains in place.”

La rimediazione completa richiede sei passaggi manuali aggiuntivi documentati nel security advisory SNWLID-2025-0001 di SonicWall: cancellare completamente la configurazione LDAP esistente e ricrearla senza il formato userPrincipalName su cui fa leva l’exploit. I workflow standard di patch management non sono progettati per verificare passi di riconfigurazione manuale — la versione firmware viene aggiornata, il controllo versione passa, il dispositivo sembra protetto. Non lo è.

L’exploitation osservata: dalla VPN al file server in 30 minuti


Tra febbraio e marzo 2026, i ricercatori di ReliaQuest hanno documentato quella che valutano come la prima exploitation in-the-wild di CVE-2024-12802 in ambienti multipli. Il pattern di intrusione osservato è stato consistente tra gli incidenti: gli attaccanti eseguono brute force delle credenziali VPN, bypassano l’MFA usando il percorso UPN vulnerabile, e si muovono rapidamente all’interno delle reti.

In alcuni casi, bastano 13 tentativi di brute force per ottenere credenziali valide. In un incidente specifico documentato da ReliaQuest, l’attaccante è passato dall’accesso VPN iniziale a un file server domain-joined, stabilendo una connessione RDP con una password locale condivisa di amministratore, in meno di trenta minuti.

Il comportamento post-compromissione è rivelatorio: dopo aver stabilito il foothold iniziale, l’attaccante ha tentato di distribuire un Cobalt Strike beacon per command-and-control e ha cercato di caricare un driver vulnerabile — probabilmente tramite la tecnica Bring Your Own Vulnerable Driver (BYOVD) per neutralizzare la protezione endpoint. L’EDR presente ha bloccato entrambi i tentativi. Ma l’attaccante si è disconnesso deliberatamente, è tornato giorni dopo usando account diversi, e ha ripetuto il pattern — comportamento più coerente con un initial access broker che valuta il valore della vittima che con un gruppo ransomware in fase di esecuzione immediata.

Il problema dei log: l’MFA sembra funzionare quando non funziona


Una delle caratteristiche più pericolose di questo attacco è il modo in cui appare nei log. Come riportano i ricercatori di ReliaQuest: “The rogue login attempts observed in the investigated incidents still appeared as a normal MFA flow in logs, leading defenders to believe that MFA worked even when it failed.”

Il segnale chiave da cercare nei log di autenticazione VPN è il valore sess="CLI", che indica autenticazione VPN scriptata o automatizzata. La maggior parte delle organizzazioni non monitora attivamente questo campo. I numeri di evento 238 e 1080 sono ulteriori indicatori da inserire nelle regole di alerting.

Dispositivi affetti e stato di fine vita


La vulnerabilità è specifica all’hardware Gen6, che include i modelli NSa 2700, NSa 3700, NSa 4700, NSa 5700 e NSa 6700 con firmware SonicOS 7.0 attraverso 7.1.1. Questo rappresenta un ulteriore problema: i dispositivi Gen6 hanno raggiunto il fine vita il 16 aprile 2026 e non ricevono più aggiornamenti di sicurezza.

Per i dispositivi Gen7 e Gen8, la situazione è diversa: gli aggiornamenti firmware alle versioni 7.2.0-7015 e 8.0.1-8017 incorporano già i passi di rimediazione descritti nell’advisory, e dopo l’upgrade è nuovamente supportato l’uso di userPrincipalName nelle configurazioni LDAP. Il problema è esclusivo al parco installato Gen6.

I settori più colpiti nei casi documentati includono servizi finanziari, sanità e manifatturiero, suggerendo un threat actor con conoscenza specifica del settore e obiettivi di alto valore economico.

Indicatori di compromissione e detection

# LOG INDICATORS (SonicWall SSL-VPN authentication logs)
sess="CLI"          # Autenticazione VPN automatizzata/scriptata - indicatore chiave
Event ID 238        # Evento da monitorare in correlazione con sess=CLI
Event ID 1080       # Evento da monitorare in correlazione con sess=CLI

# BEHAVIORAL INDICATORS
- Accessi VPN da IP appartenenti a VPS o infrastruttura VPN
- Autenticazioni UPN riuscite per account con MFA configurata
- Brute force con numero basso di tentativi (anche solo 13)
- RDP da sistemi interni verso file server entro 30 minuti dall'accesso VPN
- Installazione di Cobalt Strike beacon post-compromissione
- Tentativi di caricamento driver vulnerabili (BYOVD)

# CVE
CVE-2024-12802 - SonicWall SSL-VPN Authentication Bypass (MFA bypass via UPN path)
Advisory: SNWLID-2025-0001

Due righe per i difensori


  • Verifica rimediazione completa: Non basta che il firmware sia aggiornato. Seguire tutti e sei i passaggi manuali dell’advisory SNWLID-2025-0001 di SonicWall — questo include cancellare e ricreare la configurazione LDAP senza userPrincipalName.
  • Caccia retroattiva nei log: Cercare sess="CLI" nei log di autenticazione VPN degli ultimi mesi. Se presente insieme ad autenticazioni “riuscite” per account con MFA attiva, la protezione potrebbe essere stata bypassata in precedenza.
  • Migrazione Gen6: Considerare la migrazione urgente da Gen6 a Gen7/Gen8, dato il fine vita raggiunto ad aprile 2026. Non ci saranno patch per vulnerabilità future su questo hardware.
  • Monitoraggio accessi VPN da range anomali: Alerting su login VPN originati da IP di VPS provider o range VPN, specialmente per account con MFA configurata.
  • Correlazione eventi 238 e 1080: Aggiungere questi event ID alle regole SIEM in correlazione con il campo sess=”CLI”.
  • Revisione LDAP: Verificare che la configurazione LDAP attiva non contenga userPrincipalName come formato di lookup.

Il takeaway più importante di questa vicenda non è tecnico, ma procedurale: i workflow di patch management standard non sono progettati per verificare passi di riconfigurazione manuale. Una patch applicata non è necessariamente una vulnerabilità chiusa. In contesti di sicurezza perimetrale, questo principio va internalizzato nei processi di verifica post-patch.


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Una riunione urgente su Teams e il conto svuotato: la nuova truffa che sfrutta il panico da videocall


@Informatica (Italy e non Italy)
C’è un dettaglio interessante nelle nuove campagne cyber che stanno circolando nelle ultime ore: non cercano più di sembrare sofisticate. Cercano di sembrare normali. Una notifica su Microsoft Teams. Un collega


Una riunione urgente su Teams e il conto svuotato: la nuova truffa che sfrutta il panico da videocall


C’è un dettaglio interessante nelle nuove campagne cyber che stanno circolando nelle ultime ore: non cercano più di sembrare sofisticate. Cercano di sembrare normali.

Una notifica su Microsoft Teams.

Un collega che chiede supporto.

Una call urgente prima di una riunione.

E pochi minuti dopo, credenziali rubate, malware installato o conti aziendali compromessi.

Tra le notizie emerse nelle ultime ore nel panorama cybersecurity internazionale, una delle più interessanti riguarda proprio una nuova ondata di attacchi che sfruttano Microsoft Teams come leva di social engineering. Il punto centrale non è tanto la tecnica utilizzata dai criminali, quanto il modo in cui stanno cambiando le abitudini delle vittime.

Per anni il phishing è stato associato a email sospette, allegati strani e messaggi scritti male. Oggi invece gli attaccanti stanno puntando sempre di più sugli strumenti di lavoro quotidiani: Teams, Zoom, Slack, Google Meet.

Perché funzionano.

E soprattutto perché in molte aziende le persone vivono ormai in uno stato costante di urgenza digitale.

La dinamica osservata nelle campagne più recenti è piuttosto semplice. La vittima riceve un messaggio Teams apparentemente legittimo, spesso collegato a un meeting imminente o a un problema tecnico. In alcuni casi viene chiesto di aprire un file condiviso, installare un aggiornamento, autenticarsi nuovamente oppure partecipare rapidamente a una videocall.

Tutto appare plausibile.

È proprio questo il punto.

I criminali non stanno cercando di violare firewall o bypassare vulnerabilità sofisticate. Stanno sfruttando la pressione psicologica tipica dell’ambiente lavorativo moderno.

Una notifica improvvisa durante una giornata piena di call.

Una richiesta urgente del reparto IT.

Un manager che scrive “mi serve subito”.

Nel contesto giusto, il cervello smette di analizzare e inizia semplicemente a reagire.

È questa la vera evoluzione del social engineering nel 2026: attacchi costruiti attorno ai comportamenti umani più che attorno alle vulnerabilità tecniche.

Le piattaforme collaborative sono diventate perfette per questo tipo di operazioni. A differenza delle email tradizionali, gli strumenti di messaggistica aziendale trasmettono automaticamente un senso di fiducia maggiore. Se un messaggio arriva su Teams, molti utenti tendono inconsciamente a considerarlo “interno”, quindi sicuro.

Ed è qui che i criminali stanno trovando spazio.

In diversi scenari osservati negli ultimi mesi, gli attaccanti utilizzano account compromessi reali per avviare conversazioni credibili con dipendenti dell’azienda. In altri casi sfruttano tenant esterni, nickname aziendali o identità molto simili a quelle originali.

L’obiettivo può cambiare.

A volte si tratta di furto credenziali.

Altre volte di installare malware.

In alcuni casi ancora più critici, gli attacchi servono come porta iniziale per intrusioni ransomware.

Ed è qui che il problema smette di essere “solo IT”.

Perché queste campagne funzionano esattamente come funzionano le truffe telefoniche contro gli anziani o le frodi sentimentali online: sfruttano fiducia, fretta e manipolazione emotiva.

La tecnologia cambia.

La psicologia umana molto meno.

Negli ambienti enterprise moderni esiste ormai una pressione costante alla reperibilità immediata. Rispondere velocemente è diventato quasi un obbligo culturale. Ed è proprio questa dinamica che rende strumenti come Teams particolarmente pericolosi dal punto di vista del social engineering.

Un’email può essere ignorata.

Una notifica Teams durante l’orario lavorativo no.

Anche perché spesso compare direttamente sul desktop, interrompe altre attività e arriva mentre l’utente sta già gestendo decine di conversazioni contemporaneamente.

In pratica il cybercrime sta imparando a inserirsi perfettamente nei micro-momenti di distrazione.

Ed è probabilmente questa la parte più inquietante.

Non serve più creare una finta pagina perfetta o un malware invisibile. Basta convincere una persona stanca, stressata o distratta a cliccare nel momento giusto.

Per questo motivo le aziende stanno iniziando a rivedere anche la formazione interna. Le classiche campagne anti-phishing basate solo sulle email non bastano più. Oggi il social engineering passa attraverso chat aziendali, videochiamate, sistemi di collaborazione e perfino notifiche push.

La vera sfida della cybersecurity moderna non è soltanto proteggere le infrastrutture.

È proteggere l’attenzione umana.

E in un mondo dove lavoriamo continuamente dentro piattaforme collaborative, distinguere una richiesta autentica da una manipolazione sta diventando sempre più difficile.


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Ciao ciao, Commissario Basettoni! Agenzia per la cybersicurezza nazionale, si è dimesso il direttore Bruno Frattasi

Come il suo predecessore, il veramente esperto Roberto Baldoni, giustifica le proprie dimissioni con "motivi personali", ma la gestione dell'ex prefetto di Roma è stata patetica. Al suo posto arriverà Andrea Quacivi, ex AD della Sogei.

tg24.sky.it/politica/2026/05/2…

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Open webinar IIP – Magnifica Humanitas – La prima Enciclica del Papa e l’Intelligenza Artificiale
istitutoitalianoprivacy.it/202…
@informatica
Open Webinar IIP La custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. La prima Enciclica del Papa e l’IA Nell’ambito delle iniziative dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati, mercoledì
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Google ha accidentalmente esposto i dettagli di una falla non risolta di Chromium

Google ha accidentalmente divulgato i dettagli di un problema non risolto in Chromium che mantiene JavaScript in esecuzione in background anche quando il browser è chiuso, consentendo l'esecuzione di codice remoto sul dispositivo.

bleepingcomputer.com/news/secu…

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Exchange Online Writeback: sincronizzare le modifiche cloud con Active Directory on-premises
#tech
spcnet.it/exchange-online-writ…
@informatica


Exchange Online Writeback: sincronizzare le modifiche cloud con Active Directory on-premises


Il problema storico degli ambienti ibridi Exchange


Chiunque abbia gestito un ambiente ibrido Exchange-Active Directory conosce bene il dolore: le caselle email esistono su Exchange Online, ma gli attributi che le descrivono — indirizzi proxy, parametri di routing, configurazioni di delivery — devono essere sempre sincronizzati con l’Active Directory on-premises. Le applicazioni line-of-business leggono questi dati direttamente dall’AD locale, e se Exchange Online e l’AD si disallineano, iniziano i problemi: email che non arrivano, rubriche inconsistenti, applicazioni interne che non trovano gli indirizzi corretti.

Fino ad oggi, la soluzione era mantenere almeno un server Exchange on-premises solo per gestire questo ciclo di scrittura degli attributi. Un server costoso da mantenere, aggiornare e mettere in sicurezza, la cui unica ragione di esistere era permettere la modifica degli attributi Exchange nell’Active Directory locale. Microsoft lo aveva già ammesso esplicitamente: il percorso verso l’abbandono dell’ultimo Exchange server on-premises era bloccato proprio da questo nodo tecnico.

Con la public preview del Writeback per Cloud-Managed Remote Mailboxes, annunciata a maggio 2026, questo nodo comincia finalmente a sciogliersi.

Cosa cambia con il Writeback di Exchange Online


La nuova funzionalità consente a Exchange Online di sincronizzare automaticamente le modifiche agli attributi Exchange dalla cloud verso l’Active Directory on-premises, invertendo il flusso tradizionale. Finora la sincronizzazione era unidirezionale: dall’AD locale verso Exchange Online, gestita da Microsoft Entra Connect Sync (o dal predecessore Azure AD Connect). Ora, con il writeback abilitato, qualsiasi modifica apportata a un mailbox cloud-managed — un nuovo indirizzo proxy, una modifica al display name Exchange, una variazione nei parametri di routing — viene automaticamente propagata all’AD on-premises tramite Microsoft Entra Cloud Sync.

Il risultato pratico è che l’AD locale rimane sempre aggiornato, e le applicazioni on-premises che leggono direttamente gli attributi Exchange dall’AD continuano a funzionare correttamente — anche dopo aver spostato la gestione delle mailbox completamente nel cloud.

Architettura della soluzione


Il writeback utilizza Microsoft Entra Cloud Sync come layer di trasporto tra Exchange Online e l’AD on-premises. Un aspetto importante da sottolineare: Entra Cloud Sync non sostituisce Entra Connect Sync. Le due soluzioni coesistono fianco a fianco. Le organizzazioni che usano già Entra Connect Sync per la sincronizzazione identità non devono disinstallare o sostituire nulla — installano semplicemente un agent Entra Cloud Sync aggiuntivo e configurano il nuovo flusso di writeback.

Il percorso di dati completo è quindi:

  1. L’amministratore modifica un attributo Exchange Online (es. aggiunge un alias email)
  2. Exchange Online propaga la modifica a Microsoft Entra ID
  3. Entra Cloud Sync rileva la modifica e la scrive nell’Active Directory on-premises
  4. Le applicazioni LOB leggono il dato aggiornato dall’AD locale in tempo reale


Come abilitare il Writeback: configurazione passo per passo


Il prerequisito fondamentale è avere almeno un agent Microsoft Entra Cloud Sync installato e configurato per il dominio AD target. Una volta soddisfatto questo requisito, la configurazione del writeback avviene dall’interfaccia di Entra ID:

Microsoft Entra Admin Center
→ Identity → Hybrid Management → Entra Connect
→ Cloud Sync → Configurations
→ New configuration → EXO to AD attribute sync (Preview)


Nella pagina di configurazione, si verifica che l’agent selezionato corrisponda al dominio corretto, quindi si conferma con Create. Dalla scheda Overview della nuova configurazione, si clicca Start provisioning per avviare il flusso di sincronizzazione.

Una volta avviato, il sistema inizia a monitorare le modifiche agli attributi Exchange nelle mailbox cloud-managed e a propagarle verso l’AD on-premises. Non è richiesta nessuna configurazione aggiuntiva sull’Exchange Server on-premises — anzi, questo è esattamente il punto: con questa funzionalità attiva, l’Exchange server locale non è più necessario per il writeback degli attributi.

Limiti della Preview e roadmap


La funzionalità è attualmente in Public Preview con alcune limitazioni da tenere presenti:

  • Limite di mailbox: Durante la preview il writeback supporta tenant con meno di 200.000 mailbox cloud-managed. Il limite verrà rimosso o aumentato alla General Availability.
  • GA target: Microsoft ha indicato la fine di giugno 2026 come obiettivo per la General Availability.
  • Attributi supportati: Il writeback copre gli attributi Exchange designati — indirizzi proxy, parametri di routing, attributi mail-related — non l’intera struttura dell’oggetto AD.


Implicazioni strategiche per i sysadmin


Questa funzionalità rappresenta un passo concreto verso quello che Microsoft chiama “Last Exchange Server Retirement” — la possibilità di eliminare definitivamente l’ultimo server Exchange on-premises dalle infrastrutture ibride senza perdere funzionalità critiche.

Per i team IT, significa valutare concretamente un percorso di dismissione hardware e software che finora era rimasto bloccato. Un server Exchange on-premises richiede licenze, hardware dedicato (o VM), aggiornamenti cumulativi, patching della sicurezza e competenze specializzate per la manutenzione. Eliminarlo non è solo un risparmio economico: riduce la superficie d’attacco e semplifica l’architettura complessiva.

Naturalmente, prima di pianificare la dismissione, è necessario verificare alcune condizioni:

  • Tutte le mailbox gestite on-premises devono essere migrate a Exchange Online come cloud-managed remote mailboxes
  • Le applicazioni LOB che leggono attributi Exchange dall’AD devono essere testate nel nuovo scenario di writeback
  • La latenza di sincronizzazione di Entra Cloud Sync deve essere compatibile con le esigenze delle applicazioni
  • I flussi di email che usano connettori on-premises devono essere valutati separatamente


Conclusione


Il writeback di Exchange Online verso Active Directory on-premises è una delle novità più rilevanti per i sysadmin che gestiscono ambienti Microsoft ibridi. Risolve un problema tecnico che aveva bloccato molte organizzazioni nella loro transizione al cloud-only per anni, togliendo l’ultimo alibi per mantenere un server Exchange on-premises attivo.

Il fatto che sia ancora in preview suggerisce di non pianificare dismissioni immediate, ma è il momento giusto per iniziare i test in ambienti non produttivi, validare la compatibilità con le applicazioni LOB e costruire il piano di migrazione. La GA prevista per fine giugno 2026 potrebbe arrivare in coincidenza con la scadenza dei certificati Secure Boot: due scadenze importanti da non ignorare nello stesso mese.


Fonti: Microsoft Tech Community – Writeback for Cloud-Managed Remote Mailboxes, Microsoft Learn – Cloud-based management of Exchange attributes, Petri IT Knowledgebase – Exchange Online Writeback


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Perché il Vaticano punta su Christopher Olah per Magnifica Humanitas

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TeamPCP viola GitHub dall’interno: 3.800 repository sottratti in 18 minuti tramite un’estensione VS Code avvelenata


@Informatica (Italy e non Italy)
GitHub ha confermato la sottrazione di circa 3.800 repository interni da parte del gruppo TeamPCP, che ha compromesso il device di un dipendente tramite una versione backdoor


TeamPCP viola GitHub dall’interno: 3.800 repository sottratti in 18 minuti tramite un’estensione VS Code malevola


18 minuti. È il tempo in cui una versione trojanizzata dell’estensione VS Code Nx Console (nrwl.angular-console) è rimasta disponibile sul Visual Studio Marketplace il 18 maggio 2026. Un lasso di tempo apparentemente irrisorio, ma sufficiente perché il gruppo criminale TeamPCP compromettesse il device di almeno un dipendente GitHub e sottraesse circa 3.800 repository interni — uno degli incidenti di supply chain più gravi dell’anno sul piano dell’impatto sistemico.

Il contesto: TeamPCP e la catena TanStack


Per capire la violazione di GitHub è necessario risalire di dieci giorni. L’11 maggio 2026, TeamPCP aveva già pubblicato 84 artifact npm malevoli distribuiti su 42 pacchetti nel namespace TanStack — uno degli ecosistemi più adottati per il web development con React. Quell’operazione, che il sito ha seguito nelle settimane precedenti nella campagna Mini Shai-Hulud, aveva come obiettivo la compromissione a cascata di developer tramite dipendenze malevole che esfiltravano credenziali e token durante l’installazione.

TeamPCP ha guadagnato notorietà rapidamente come attore specializzato negli attacchi alla developer trust surface: non attacca i sistemi delle vittime direttamente, ma compromette la catena di strumenti e dipendenze su cui i developer si fidano implicitamente ogni giorno. L’attacco TanStack era già sufficientemente grave da soli — ma era anche il setup per qualcosa di più ambizioso.

Il vettore: Nx Console 18.95.0


Nx Console (nrwl.angular-console) è un’estensione VS Code con 2,2 milioni di installazioni e lo status di verified publisher — la certificazione più alta che Microsoft assegna agli editori sul marketplace. Questa combinazione di popolarità e fiducia istituzionale ne fa un bersaglio di enorme valore per un attore supply chain.

Il team di Nx ha successivamente ricostruito la catena causale: uno dei propri developer era stato precedentemente compromesso nel contesto dell’attacco a TanStack. Le sue credenziali GitHub erano trapelate, permettendo a TeamPCP di accedere al repository dell’estensione, modificare il codice, e pubblicare la versione 18.95.0 — quella avvelenata. Il meccanismo era semplice ma letale: non appena un developer apriva qualsiasi workspace in VS Code con l’estensione installata, il malware iniziava a raccogliere silenziosamente le credenziali memorizzate nel sistema.

La timeline dell’attacco


  • 11 maggio 2026 — TeamPCP pubblica 84 pacchetti npm malevoli nel namespace TanStack; un developer Nx viene compromesso
  • 18 maggio 2026, 12:30 UTC — Nx Console 18.95.0 (versione backdoor) appare sul VS Code Marketplace
  • 18 maggio 2026, 12:48 UTC — La versione malevola viene rimossa dal Marketplace (18 minuti di esposizione)
  • 18 maggio 2026, ~13:06 UTC — Rimossa da Open VSX (36 minuti totali di esposizione)
  • 20 maggio 2026 — GitHub conferma la violazione: circa 3.800 repository interni esfiltrati, avvio rotazione di tutti i secret esposti


L’impatto: 3.800 repository interni di GitHub


GitHub ha confermato la sottrazione di circa 3.800 repository interni a opera di TeamPCP. L’azienda ha proceduto immediatamente alla rotazione di tutti i secret potenzialmente esposti. Non è ancora stato reso noto se i repository contengano codice relativo alla piattaforma github.com stessa, strumenti interni, infrastrutture di supporto o documentazione riservata — ma la sola portata numerica dell’esfiltrazione suggerisce un accesso profondo all’ecosistema di sviluppo interno di Microsoft GitHub. L’incidente ha colpito anche Grafana, compromessa attraverso un percorso diverso ma sempre legato alla catena TanStack.

Perché questo attacco è strutturalmente diverso


A differenza dei classici attacchi alla supply chain che operano a livello di package manager (npm, PyPI), questo incidente colpisce il layer dell’IDE — la superficie più prossima al developer e quella con i privilegi di accesso più ampi. Un’estensione VS Code non è un pacchetto passivo: ha accesso al filesystem locale, alle variabili d’ambiente di sistema, ai token Git memorizzati, alle chiavi SSH, ai file di configurazione cloud e all’intera sessione di sviluppo attiva.

Un’estensione verified con milioni di installazioni diventa, una volta compromessa, un vettore di distribuzione quasi impossibile da bloccare con le tradizionali difese perimetrali. La maggior parte degli endpoint detection agent non monitora il comportamento delle estensioni IDE con la stessa granularità con cui monitora i processi di sistema — un gap che TeamPCP ha sfruttato con precisione chirurgica.

Indicatori di compromissione (IoC)

# TeamPCP - GitHub Breach via Nx Console - IoC (maggio 2026)
# Estensione malevola
EXTENSION: nrwl.angular-console (Nx Console) versione 18.95.0
MARKETPLACE: Visual Studio Code Marketplace
TIMEFRAME: 2026-05-18 12:30–12:48 UTC (VS Code Marketplace)
TIMEFRAME: 2026-05-18 12:30–13:06 UTC (Open VSX)
# Infrastruttura TeamPCP documentata
DOMAIN: t.m-kosche.com (infra C2 TeamPCP)
# Campagne correlate
CAMPAIGN: Mini Shai-Hulud (npm/PyPI, 160+ pacchetti)
CAMPAIGN: TanStack supply chain (84 artifact npm su 42 pacchetti, 2026-05-11)
# Possibili alias
ACTOR: TeamPCP
ACTOR_ALIAS: UNC6780 (attribuzione parziale)
# Azione raccomandata
ACTION: Verificare estensioni VS Code installate nel periodo 2026-05-11/20
ACTION: Ruotare tutti i token GitHub/credential store sui sistemi degli sviluppatori

Due righe per i difensori


L’incidente impone una revisione urgente della postura di sicurezza degli ambienti di sviluppo. I team di sicurezza dovrebbero verificare immediatamente se l’estensione Nx Console 18.95.0 è stata installata su device aziendali nel periodo 11–20 maggio 2026, e in caso affermativo avviare la rotazione di tutte le credenziali presenti sui sistemi coinvolti — token GitHub, chiavi SSH, credenziali cloud, certificati. È fondamentale estendere il monitoraggio EDR alle estensioni IDE, configurando alert per comportamenti anomali come lettura massiva di file di configurazione, accesso ai credential store di sistema o connessioni di rete originate dal processo VS Code verso endpoint inusuali. Sul piano organizzativo, è necessario implementare il principio del minimo privilegio per le credenziali usate negli ambienti di sviluppo: i developer non dovrebbero mai usare token con permessi di scrittura su repository interni critici sui propri device personali. Infine, considerare l’adozione di ambienti di sviluppo isolati — container o VM dedicati — per i progetti a più alto rischio, separando fisicamente l’ambiente di esecuzione del codice dall’ambiente di lavoro quotidiano.


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@Informatica (Italy e non Italy)
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@Informatica (Italy e non Italy)
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L'articolo Recovery scam, l’architettura della re-vittimizzazione proviene da Cyber Security 360.

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GitHub Copilot diventa un’app desktop autonoma: sessioni agentiche e Agent Merge in anteprima tecnica
#tech
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GitHub Copilot diventa un’app desktop autonoma: sessioni agentiche e Agent Merge in anteprima tecnica


Il 14 maggio 2026, GitHub ha rilasciato in anteprima tecnica la GitHub Copilot App: una client desktop nativo, disponibile per macOS, Windows e Linux, che porta lo sviluppo agentico fuori dagli IDE e lo trasforma in un flusso di lavoro autonomo e strutturato. Non si tratta di un semplice wrapper del plugin per VS Code — è un’applicazione completamente ridisegnata attorno al concetto di sessione, pensata per chi gestisce più task in parallelo su repository diversi.

Perché un’app separata?


Fino ad oggi, GitHub Copilot viveva principalmente all’interno degli editor di testo (VS Code, JetBrains, Visual Studio). Il limite di questo approccio è strutturale: l’editor è centrato sul file, non sul task. Aprire una issue, capire il contesto, avviare un agente e poi seguire la PR fino al merge richiede di saltare continuamente tra browser, terminale e IDE.

La Copilot App rompe questo ciclo. Il suo punto di partenza non è un file, ma il contesto GitHub: issue, pull request, commenti di review e risultati dei check CI sono gli artefatti da cui nasce ogni sessione di lavoro agentico.

Il modello a sessioni isolate


Il concetto centrale dell’app è la sessione. Ogni sessione ha un proprio spazio di lavoro separato:

  • Un branch Git dedicato, creato automaticamente all’avvio
  • Una copia dei file del repository (worktree isolato)
  • Una cronologia di conversazione separata
  • Uno stato del task indipendente

Questo significa che è possibile tenere aperte contemporaneamente più sessioni — ognuna su un repository o task diverso — senza che si interferiscano. Una sessione può essere messa in pausa e ripresa in seguito esattamente dal punto in cui era rimasta, perché lo stato viene salvato lato cloud.

Questo approccio è particolarmente utile per i team che lavorano su task ripetitivi o paralleli: aggiornamenti delle dipendenze, generazione di release notes, triage automatico di issue, pulizia del codice morto.

L’inbox: un pannello di controllo unificato


L’interfaccia principale dell’app è una inbox che aggrega, in un’unica vista, issue aperte, pull request in attesa di review, fallimenti dei check CI e task in corso — attraverso tutti i repository connessi all’account GitHub.

Da questa inbox si può selezionare un elemento, assegnarlo a una nuova sessione, e l’agente parte con il contesto completo già disponibile: descrizione della issue, stato del branch, commenti precedenti. Non è necessario copiare e incollare nulla.

Agent Merge: il completamento automatico del ciclo PR


La funzionalità più interessante — e potenzialmente più impattante per i workflow aziendali — è Agent Merge.

Una volta aperta una pull request da una sessione, Agent Merge può:

  • Rispondere ai commenti di review: legge i feedback dei reviewer e applica le modifiche richieste
  • Correggere i fallimenti CI: se un check fallisce, analizza l’output e tenta di risolvere il problema
  • Risolvere conflitti di merge: gestisce in autonomia i conflitti non ambigui
  • Fare il merge finale: quando tutte le condizioni sono soddisfatte (approvazioni, check verdi, regole di branch protection rispettate), completa il merge

L’ultimo punto è importante: Agent Merge rispetta le regole di branch protection dell’organizzazione. Non bypassa i requisiti di approvazione manuale — si limita a gestire tutto ciò che è automatizzabile nel rispetto delle policy esistenti.

Terminale integrato e preview browser


L’app include un terminale integrato per eseguire comandi all’interno della sessione e un preview browser per testare l’output dell’applicazione prima di aprire la PR. Questo permette di validare le modifiche senza uscire dall’app.

Modelli AI configurabili per le organizzazioni


La Copilot App utilizza un mix di modelli da Anthropic, OpenAI e GitHub stesso. Le organizzazioni su piano Business o Enterprise possono configurare quale modello usare per le sessioni agentiche. Questa flessibilità è rilevante per chi ha requisiti specifici di compliance o preferenze tecniche sul provider AI.

Requisiti e disponibilità


L’app è disponibile in anteprima tecnica con accesso graduale:

  • Pro e Pro+: iscrizione alla waitlist via gh.io/github-copilot-app
  • Business e Enterprise: disponibilità progressiva — richiede che l’admin dell’organizzazione abbia abilitato le anteprime e il Copilot CLI nelle policy
  • Piano gratuito: escluso per ora

L’app richiede una connessione costante ai backend GitHub perché le sessioni e i modelli AI risiedono interamente lato cloud. Non è possibile usarla offline.

Considerazioni per i team di sviluppo


Per un team che usa già GitHub Actions e branch protection, l’integrazione di Agent Merge può ridurre significativamente il tempo che i developer spendono su task meccanici post-review. La vera domanda non è tecnica ma di processo: fino a che punto si è disposti a delegare all’agente la chiusura del ciclo di una PR?

L’approccio a sessioni isolate su worktree separati è architetturalmente solido: ogni sessione non contamina il branch principale e l’isolamento Git garantisce che gli esperimenti agentici rimangano confinati. Il rischio principale è, come sempre, la qualità del codice generato — che rimane sotto responsabilità del developer che fa la review finale.

Per team che gestiscono molte PR in parallelo (es. monorepo, molti contributor, cicli di release frequenti), questa app può diventare un moltiplicatore di produttività reale.


Fonte: GitHub Changelog — GitHub Copilot app is now available in technical preview


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Ecco come la Germania snobba Palantir e punta sull’azienda francese di IA ChapsVision

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L’agenzia di intelligence interna della Germania ha optato per un sistema di analisi dei dati sviluppato dalla società francese di intelligenza artificiale ChapsVision, preferendolo alla

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FamousSparrow spia l’Azerbaigian: il gruppo APT cinese colpisce l’industria petrolifera del corridoio energetico europeo


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Bitdefender ha documentato un'operazione di cyberspionaggio attribuita a FamousSparrow (APT cinese) contro un'azienda petrolifera azera: tre ondate di attacco tra dicembre 2025


FamousSparrow spia l’Azerbaigian: il gruppo APT cinese colpisce l’industria petrolifera del corridoio energetico europeo


Bitdefender Labs ha documentato un’operazione di cyberspionaggio cinese di ampio respiro contro l’industria petrolifera e del gas dell’Azerbaigian, attribuita con confidenza medio-alta al gruppo FamousSparrow — noto anche come Earth Estries — un attore APT allineato con Pechino. L’operazione, durata oltre due mesi tra dicembre 2025 e febbraio 2026, assume una rilevanza geopolitica straordinaria: l’Azerbaigian è diventato un corridoio energetico strategico per l’Europa dopo la scadenza del contratto di transito del gas russo attraverso l’Ucraina e le perturbazioni nello Stretto di Hormuz del 2026.

Il contesto geopolitico: perché l’Azerbaigian è nel mirino cinese


Comprendere questa intrusione richiede un passo indietro sul panorama energetico europeo. A fine 2024, è scaduto il contratto di transito del gas naturale russo attraverso l’Ucraina, eliminando uno dei principali canali di approvvigionamento per l’Europa orientale. Nel primo trimestre del 2026, la sospensione delle spedizioni di GNL dal Qatar e le perturbazioni nello Stretto di Hormuz hanno ulteriormente ridotto le alternative disponibili. In questo scenario, l’Azerbaigian ha consolidato il proprio ruolo di partner energetico strategico, espandendo le forniture a 13 paesi europei — incluse nuove consegne a Germania e Austria — con un volume export cresciuto del 56% dal 2021.

Accesso iniziale: lo stesso server Exchange sfruttato tre volte


Il 25 dicembre 2025, il processo w3wp.exe (worker IIS di Microsoft Exchange) ha tentato di scrivere una web shell malevola in una directory pubblica del server. Il vettore era la catena exploit ProxyNotShell (CVE-2022-41040, CVE-2022-41082), documentata già dal 2022. Ulteriori tentativi di deploy di web shell sono stati registrati il 26 e 29 dicembre, con filename quali key.aspx, log.aspx, errorFE_.aspx e signout_.aspx.

Ciò che rende questa intrusione particolarmente significativa è la disciplina operativa: il medesimo server Exchange vulnerabile è stato ri-sfruttato per tre ondate distinte nell’arco di due mesi, nonostante i tentativi di remediation della vittima. Ogni volta che la difesa rimuoveva il malware, il gruppo tornava attraverso lo stesso punto di accesso, cambiando il backdoor ma preservando il canale.

Prima ondata: Deed RAT tramite la triade LogMeIn Hamachi


Dopo aver stabilito un foothold via web shell, gli attaccanti hanno distribuito il backdoor Deed RAT attraverso una catena DLL sideloading a tre componenti che sfrutta il legittimo software LogMeIn Hamachi:

  • LMIGuardianSvc.exe — binario legittimo LogMeIn Hamachi (MD5: 0554f3b69d39d175dd110d765c11347a)
  • LMIGuardianDll.dll — loader malevolo che patcha una Windows API e prepara il payload
  • .hamachi.lng — payload Deed RAT cifrato con AES-128-CBC

Il meccanismo di evasione è raffinato: la DLL distribuisce la logica malevola su due export separati, Init e ComMain. La funzione Init patcha silenziosamente l’API Windows StartServiceCtrlDispatcherW in memoria, poi termina senza rivelare comportamenti sospetti. Il payload si attiva solo quando l’applicazione legittima raggiunge la chiamata patchata nel suo flusso naturale. Il risultato pratico: le sandbox di analisi automatica che eseguono la DLL in isolamento non osservano alcun comportamento malevolo — il malware rimane completamente inerte senza il contesto applicativo completo.

Seconda ondata: tentativo con Terndoor via Mofu Loader


Circa un mese dopo, FamousSparrow è tornato con un secondo backdoor: Terndoor, caricato attraverso il Mofu Loader. La catena sfruttava USOShared.exe (rinominato da deskband_injector64.exe) per sideloadare winmm.dll malevolo. Il tentativo è stato bloccato dalla soluzione di sicurezza, ma le tracce forensi hanno rivelato il tentativo di installare un driver kernel (vmflt.sys) per persistenza a livello rootkit — una tecnica documentata da Cisco Talos nel report UAT-9244.

Terza ondata: Deed RAT con C2 aggiornato


A fine febbraio 2026, gli attaccanti sono tornati per la terza volta con Deed RAT aggiornato. Le modifiche principali: magic DWORD aggiornato da 0xDEED4554 a 0xFF66ABCD, compressione plugin da Snappy a Deflate, nuovi target per l’injection (wininit.exe, dwm.exe), e nuovo C2: sentinelonepro[.]com:443. La scelta di un dominio che imita SentinelOne, un noto vendor di sicurezza, è emblematica della cura con cui FamousSparrow costruisce l’infrastruttura per eludere l’attenzione degli analisti.

Movimento laterale: RDP, Domain Admin e Impacket


Con persistenza stabilita sul primo host, gli attaccanti si sono spostati lateralmente via RDP verso un secondo server, autenticandosi con un account Domain Administrator — a indicare che le credenziali privilegiate erano già state compromesse. Da quel secondo host hanno poi usato utility in stile Impacket (atexec, smbexec) per propagarsi su un terzo sistema. La sequenza — accesso RDP, apertura console PowerShell, download del malware in pochi minuti — è la firma di un attore con un playbook collaudato.

Indicatori di compromissione

# Deed RAT - Prima ondata
MD5 LMIGuardianSvc.exe:  0554f3b69d39d175dd110d765c11347a
Path installazione:       C:\Program Files (x86)\LogMeIn Hamachi\
Magic header:             0xFF66ABCD (vecchio: 0xDEED4554)
C2 Prima variante:        HTTPS://virusblocker[.]it[.]com:443
C2 Terza variante:        HTTPS://sentinelonepro[.]com:443
# Web shell ProxyNotShell (Exchange)
File:  key.aspx, log.aspx, errorFE_.aspx, signout_.aspx
Path:  directory accessibili via web su Exchange server
# Terndoor - Seconda ondata
Loader:        C:\ProgramData\USOShared\USOShared.exe
DLL malevola:  C:\ProgramData\USOShared\winmm.dll
Driver kernel: C:\ProgramData\USOShared\vmflt.sys
Registry:      HKLM\SYSTEM\ControlSet001\Services\vmflt
# IOC completi: github.com/bitdefender/malware-ioc/
# File: 2026_05_13-famoussparrow-iocs.csv

Due righe per i difensori


  • Patch immediata dei server Exchange esposti: ProxyShell e ProxyNotShell sono vulnerabilità note dal 2021-2022. Qualsiasi Exchange non patchato esposto a internet deve essere considerato compromesso
  • Monitorare w3wp.exe: il processo IIS worker non dovrebbe mai scrivere file .aspx in directory pubblicamente accessibili nel contesto MSExchangePowerShellAppPool
  • Rilevamento API hooking: monitorare modifiche ai primi byte di API Windows critiche (StartServiceCtrlDispatcherW, CreateProcessW) da parte di binari non firmati
  • Alert RDP con credenziali DA: sessioni RDP da host interni con account Domain Administrator al di fuori delle finestre di manutenzione devono innescare alert immediati
  • Rotazione credenziali post-compromissione: qualsiasi dichiarazione di remediation completata che non includa la rotazione delle credenziali Domain Admin è incompleta per definizione

La capacità di FamousSparrow di tornare sullo stesso accesso per tre ondate consecutive, adattando il toolset ma mantenendo il canale di ingresso, è la lezione operativa centrale di questa campagna: la remediation che rimuova il malware senza affrontare la vulnerabilità sottostante e ruotare le credenziali non è remediation — è una pausa.


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Migrazione certificati Secure Boot in Windows 11: guida agli script PowerShell di KB5089549
#tech
spcnet.it/migrazione-certifica…
@informatica


Migrazione certificati Secure Boot in Windows 11: guida agli script PowerShell di KB5089549


Il contesto: perché i certificati Secure Boot stanno scadendo


Giugno 2026 non è solo una data sul calendario: è una scadenza critica per qualsiasi amministratore di sistema che gestisce parchi macchine Windows in ambienti enterprise. I certificati Secure Boot installati nella maggior parte dei dispositivi durante l’era di Windows 8 — quelli che fondano la catena di fiducia UEFI — inizieranno a scadere a partire da questo mese. La conseguenza più immediata: i dispositivi non aggiornati perderanno la capacità di ricevere nuove protezioni per il processo di avvio, inclusi aggiornamenti al Windows Boot Manager, alle revocation list DBX e alle patch per vulnerabilità di boot-level scoperte in futuro.

Microsoft ha risposto a questa urgenza con il Patch Tuesday di maggio 2026, introducendo l’aggiornamento cumulativo KB5089549 per Windows 11 (versioni 24H2 e 25H2). Oltre alle consuete correzioni di sicurezza, questa release porta con sé qualcosa di inedito: una nuova cartella C:\Windows\SecureBoot\ExampleRolloutScripts contenente sette script PowerShell pensati per automatizzare l’intera migrazione dei certificati Secure Boot nelle reti enterprise.

Cosa trovi nella cartella C:\Windows\SecureBoot


La cartella non contiene i certificati stessi, ma una suite di script PowerShell modulari, ben commentati e accompagnati da un file README.md e un CHANGELOG.txt. Microsoft la posiziona deliberatamente sotto C:\Windows — un segnale preciso: la gestione del Secure Boot diventa un’attività di manutenzione ordinaria del sistema operativo, non più un compito relegato a tool OEM o procedure manuali nei menu BIOS.

Gli script sono progettati per operare su flotte di macchine tramite Intune, WSUS o Configuration Manager. Vediamoli uno per uno.

1. Detect-SecureBootCertUpdateStatus.ps1


Questo script viene eseguito su ogni endpoint, tipicamente via Group Policy o come scheduled task distribuito. Raccoglie lo stato di Secure Boot, i valori di registro che tracciano l’avanzamento della migrazione certificati, i dettagli OEM e firmware, e gli entry rilevanti dell’Event Log. L’output è un file JSON scritto su un path di rete condiviso (e su un path locale di fallback), che serve come base dati per gli script successivi.

# Esempio di utilizzo base
.\Detect-SecureBootCertUpdateStatus.ps1 -OutputPath "\\server\SecureBootData"


2. Aggregate-SecureBootData.ps1


Consolida i file JSON prodotti dallo script di rilevamento in un unico report aggregato. Utile per costruire dashboard di stato, identificare dispositivi con certificati non aggiornati e pianificare le wave di deployment. Può essere eseguito dal management server con accesso alla condivisione di rete centralizzata.

3. Deploy-GPO-SecureBootCollection.ps1


Automatizza la creazione di una Group Policy Object che distribuisce lo script di raccolta dati (Detect-SecureBootCertUpdateStatus.ps1) come scheduled task su tutti i target dell’OU specificata. Riduce drasticamente il lavoro manuale nella fase di inventory.

4. Start-SecureBootRolloutOrchestrator.ps1


È il cuore della suite. Legge i dati aggregati, determina quali dispositivi sono pronti per l’aggiornamento, crea security group AD e una GPO dedicata, quindi avvia il deployment progressivo a wave esponenziali: prima 1 dispositivo, poi 2, poi 4 e così via. Se una wave registra errori firmware, il rollout si blocca automaticamente, impedendo la propagazione del problema al resto della flotta.

# Avvio orchestrato con 5% di dispositivi nel primo ring
.\Start-SecureBootRolloutOrchestrator.ps1 `
  -DataPath "\\server\SecureBootData" `
  -RingSize 0.05 `
  -DomainController "dc01.contoso.com"


5. Deploy-OrchestratorTask.ps1


Il processo di orchestrazione può durare settimane in ambienti di grandi dimensioni. Invece di mantenere aperta una sessione PowerShell su un management server, questo script installa l’orchestratore come Windows Scheduled Task, garantendo continuità anche in caso di riavvii o disconnessioni.

6. Get-SecureBootRolloutStatus.ps1


Permette di visualizzare lo stato corrente del rollout: quanti dispositivi sono stati aggiornati, quanti sono in attesa, quanti hanno riscontrato errori. Indispensabile per il monitoraggio durante fasi di deployment attive.

7. Enable-SecureBootUpdateTask.ps1


Script di remediation: se il task automatico di aggiornamento Secure Boot è stato disabilitato, eliminato o modificato (ad esempio da una policy di Configuration Manager), questo script lo ripristina allo stato predefinito, rimettendo in moto i dispositivi che non stanno progredendo.

Considerazioni pratiche prima di eseguire gli script


Microsoft descrive questi script come sample — implementazioni di riferimento, non soluzioni turnkey pronte per il produzione senza revisione. Prima di distribuirli, è necessario tenere a mente alcune criticità.

Esecuzione policy e script non firmati. Gli script sono unsigned. Prima di eseguirli, verificare che la execution policy di PowerShell lo permetta, oppure sbloccarli individualmente:

Unblock-File -Path "C:\Windows\SecureBoot\ExampleRolloutScripts\*.ps1"


BitLocker e Credential Guard. Le modifiche allo stato di Secure Boot possono innescare richieste di recovery BitLocker. Gli script includono un pre-check che sospende BitLocker sul volume di sistema prima della migrazione e lo riattiva al termine — ma è sempre buona norma avere le recovery key a portata di mano prima di avviare qualsiasi operazione.

Firmware OEM aggiornato. Prima di applicare la migrazione certificati, verificare che i dispositivi target abbiano il firmware UEFI più recente fornito dall’OEM. Alcuni modelli più datati potrebbero non supportare le variabili UEFI necessarie o potrebbero richiedere un aggiornamento firmware preventivo.

Ambienti di test obbligatori. Il rollout progressivo dell’orchestratore è già un meccanismo di sicurezza, ma Microsoft raccomanda comunque di testare gli script in un ambiente non produttivo con hardware rappresentativo prima di qualsiasi deployment su larga scala.

Integrazione con Intune e il report Autopatch


Per chi utilizza Windows Autopatch, l’Intune admin center ha ricevuto un aggiornamento del report Secure Boot Status che fornisce visibilità device-by-device sullo stato dei certificati in vista della scadenza di giugno. Il report mostra quali dispositivi hanno Secure Boot abilitato, se i certificati sono aggiornati, e se si applica il deployment automatico o manuale. Nuove colonne per trust configuration, confidence level e alert aiutano a prendere decisioni mirate anziché dover fare deployment generalizzati.

Conclusione


L’aggiornamento KB5089549 non è solo un Patch Tuesday ordinario: segna un passaggio importante nel modo in cui Microsoft concepisce la gestione della sicurezza firmware in ambienti enterprise. Collocare script PowerShell di migrazione Secure Boot direttamente in C:\Windows, con logging integrato sull’Event Log sotto il provider Microsoft-Windows-SecureBoot-Scripts e un changelog per le future versioni, è un chiaro segnale: il lifecycle management del Secure Boot diventa parte del normale ciclo di manutenzione dei sistemi Windows, esattamente come la gestione dei certificati TLS.

Per i sysadmin che devono affrontare la scadenza di giugno 2026, il punto di partenza è il portale ufficiale aka.ms/GetSecureBoot, dove Microsoft raccoglie tutta la documentazione aggiornata sulla migrazione. Il tempo di agire è adesso: inventariare i dispositivi, testare gli script in un ambiente controllato e pianificare le wave di deployment prima che la scadenza diventi un’emergenza.


Fonti: Neowin – KB5089549, Microsoft Support – Secure Boot Certificate Expiration, 4sysops – Windows 11 SecureBoot folder


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Intelligenza artificiale, responsabilità e cybersicurezza: il punto sul convegno di Cagliari


@Informatica (Italy e non Italy)
Nel grande auditorium dell’ARNAS G. Brotzu di Cagliari, si parla di intelligenza artificiale, responsabilità e cybersicurezza nel sistema sanitario nazionale. Sul palco si alternano dirigenti pubblici, giuristi, esperti di


Intelligenza artificiale, responsabilità e cybersicurezza: il punto sul convegno di Cagliari


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Nel grande auditorium dell’ARNAS G. Brotzu di Cagliari, si parla di intelligenza artificiale, responsabilità e cybersicurezza nel sistema sanitario nazionale. Sul palco si alternano dirigenti pubblici, giuristi, esperti di compliance, rappresentanti istituzionali e figure di primo piano della sicurezza informatica italiana.

Un convegno importante per far diventare la cybersicurezza un tema per tutti


I temi sono quelli inevitabili del momento: AI generativa, governance del dato, regolamentazione europea, rischio cyber, continuità operativa, resilienza.

Il tono è solenne, spesso tecnico, quasi rassicurante. Si parla di protezione delle infrastrutture critiche, di necessità di regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale, di responsabilità giuridica e organizzativa. Ma mentre scorrono le slide e si susseguono gli interventi, emerge una sensazione difficile da ignorare: manca il protagonista principale di tutta questa discussione. Il dato sanitario reale. Quello che ogni giorno viene esposto, rubato, venduto, pubblicato o utilizzato senza controllo.

Il convegno è stato un momento di grande opportunità per innescare discussioni sul tema a me molto a cuore: la cybersicurezza nazionale. E gli interventi sono stati un momento importante per sentire punti di vista e situazione attuale nel campo della sanità. Ciò che mi piacerebbe introdurre con questo articolo, vista la qualità della discussione introdotta dal convegno, è la necessità come paese Italia di fare un passo indietro rispetto a ciò che attualmente occupa il maggior spazio nelle scrivanie decisionali, di vedere cosa davvero sta succedendo ai dati dei cittadini italiani.

Il mio intento con questo intervento è quello di farci porre delle domande affinché si possano innescare processi per migliorare eventuali situazioni quotidiane.

Il dato sanitario purtroppo è già ovunque


C’è un paradosso evidente. Tutti concordano sul fatto che il dato sanitario sia “speciale”, “sensibile”, “delicato”, “meritevole di protezione rafforzata”. Eppure quasi nessuno affronta davvero cosa accade quando questi dati finiscono fuori controllo. Nessuno racconta il destino concreto delle cartelle cliniche sottratte durante gli attacchi ransomware. Gli unici interventi che si sono avvicinati a centrare questo punto sono stati il brillante discorso introduttivo del Gen CdA Luciano Carta e quello del Gen CdA Leandro Cuzzocrea entrambi con una visione estramente strategica del mondo criminale dei dati. Che poi è esattamente ciò che occorre su questo tema al Paese Italia.

Nessuno spiega dove finiscono referti, analisi, documenti oncologici, dati psicologici, informazioni genetiche o amministrative una volta pubblicati sui leak site dei gruppi criminali. Nessuno sembra voler affrontare il fatto che, in Italia, gli attacchi contro strutture sanitarie non siano scenari ipotetici o eventualità remote, ma eventi ormai sistematici.

Basta osservare quanto monitorato negli ultimi anni da piattaforme indipendenti come quella sviluppata e mantenuta da me Ransomfeed, che da tempo traccia le rivendicazioni ransomware pubblicate dai gruppi criminali a livello globale. Nel database compaiono ASL, aziende ospedaliere universitarie, strutture territoriali, centri diagnostici e realtà sanitarie italiane finite nel mirino di operatori ransomware ovunque nel tempo: c’è Lazio Crea del 2020 ma dopo quello ce ne sono nel 2021, 2022, 2023, 2024, 2025. Non episodi isolati, ma una sequenza costante di compromissioni che racconta un fenomeno strutturale. Alcuni casi sono rimasti confinati ai disservizi temporanei; altri hanno comportato la sottrazione e pubblicazione di grandi quantità di documentazione sanitaria e amministrativa.

È assolutamente prioritario e strategico sapere e far sapere a tutti i cittadini che questi Terabyte di dati persi nell’Internet e nelle mani criminali, sono gli stessi dati alla base di altri attacchi personali ai cittadini. Sono spesso la risposta alla domanda che spesso ci poniamo su Come ha fatto questo numero sconosciuto dall’Africa a inviarmi un SMS/messaggio Whatsapp, con una truffa a tema bancario?

Eppure, durante il convegno, il tema dominante sembra essere soprattutto la resilienza operativa. Il backup. Il ripristino rapido. La continuità del servizio. Elementi certamente fondamentali, ma che spesso finiscono per ridurre il problema cyber a una semplice questione di disponibilità dei sistemi. Come se il vero obiettivo fosse soltanto “riaccendere tutto il prima possibile”. Come se la perdita definitiva del controllo sui dati fosse un danno secondario.

Ma nel settore sanitario il problema non è soltanto il downtime. È la persistenza del danno. Un referto medico pubblicato online non può essere “ripristinato” da un backup. Una diagnosi oncologica esfiltrata non può essere annullata. Una banca dati sanitaria sottratta e venduta può continuare a circolare per anni in forum criminali, marketplace underground, archivi privati o circuiti di estorsione. E questo aspetto sembra quasi assente dal dibattito istituzionale.

Dico quasi perché effettivamente mi sono ritrovato molto nel discorso conclusivo del Prof. UNICAL Mario Caligiuri, che in qualche modo ha tracciato una “strada del pericolo” di quello che realmente sta già accadendo da anni.

Anche l’AI non è nemica, il problema è caricarci dentro dati sensibili


Lo stesso discorso vale per l’intelligenza artificiale. Sul palco si discute di AI Act, governance, responsabilità dell’algoritmo, supervisione umana. Ma raramente emerge una domanda molto più concreta: cosa accade quando personale sanitario, amministrativo o tecnico inizia a utilizzare chatbot di AI generativa caricando documenti clinici, referti o informazioni dei pazienti? Dove finiscono quei dati? Come vengono trattati? Vengono conservati? Utilizzati per training? Processati da terze parti? Quali controlli esistono realmente nelle strutture pubbliche?

È una questione enorme, eppure ancora affrontata in modo marginale. In molte realtà sanitarie italiane manca completamente una cultura operativa capace di gestire questi strumenti. Il rischio non è teorico. È quotidiano.

Basta osservare cosa accade negli ospedali: porte USB liberamente utilizzabili, workstation condivise, installazione incontrollata di software terzi, accessi a servizi cloud esterni, credenziali riutilizzate, navigazione senza restrizioni, segmentazione di rete insufficiente. In alcuni casi persino software obsoleti e dispositivi medicali non aggiornabili continuano a convivere con infrastrutture moderne.

Tutto questo è sicuramente governance, ma non che sia ancora da normare. È tutto perfettamente normato, ma l’attuale infrastruttura non ne permette la precisa attuazione, purtroppo, all’interno della pubblica amministrazione, come invece avviene da decenni nelle grandi aziende private (come giustamente indicato dal responsabile della sicurezza informatica di Poste Italiane, Rocco Mammoliti).

Il contrasto tra il linguaggio istituzionale del convegno e la realtà operativa percepibile sul campo è netto. Da una parte la narrazione strategica, fatta di regolamenti, framework e governance. Dall’altra la quotidianità di strutture spesso prive di risorse adeguate, personale insufficiente, processi fragili e superfici di attacco enormi. E soprattutto una mancanza cronica di trasparenza pubblica su ciò che avviene dopo un incidente.

Anche il post incidente è una questione di sicurezza


Perché il vero nodo è anche questo: in Italia si parla pochissimo delle conseguenze concrete degli attacchi cyber sulla sanità. Quando una struttura viene colpita, il dibattito si concentra sul blocco dei servizi, sulle prenotazioni sospese, sui disagi temporanei. Molto meno sulla sorte dei dati sottratti. Raramente i cittadini vengono informati in modo chiaro su cosa sia stato realmente esfiltrato, dove quei dati possano finire o quali rischi futuri possano derivarne.

Ed è forse proprio qui che emerge il limite più evidente di molti eventi istituzionali sul tema cybersecurity: la distanza tra il racconto teorico della sicurezza e la realtà pratica delle compromissioni. La cybersicurezza sanitaria non può essere ridotta a compliance normativa o disaster recovery. Richiede una presa di coscienza molto più dura: i dati sanitari italiani sono già oggi un bersaglio costante del cybercrime internazionale, e in molti casi sono già stati sottratti.

Continuare a trattare questi temi come eccezioni anziché come parte di una crisi strutturale rischia di produrre soltanto altra burocrazia, altra documentazione e altri tavoli tecnici. Mentre nel mondo reale, i leak site ransomware continuano ad aggiornarsi. Ogni settimana. Anche con nomi italiani.


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Questo dovrebbe evitare derive alla "Musk-Zuckerberg".

L'obiettivo della Fondazione:

La Fondazione Infomaniak ha come missione quella di sostenere iniziative di interesse generale a lungo termine legate alla sovranità digitale, alla sostenibilità, alla tutela della privacy e allo sviluppo delle competenze locali. Agisce in una logica di continuità e trasmissione, privilegiando modelli responsabili e indipendenti, in grado di produrre un impatto sostenibile al di là dei cicli economici.
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IAnthropic e il governo degli Stati Uniti si sono scontrati in tribunale nella causa intentata dalla società che sviluppa Claude contro la decisione del Pentagono di classificare Anthropic come una minaccia per la sicurezza nazionale. Ecco

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Discord abilita chiamate vocali e video crittografate end-to-end per ogni utente

Discord, la piattaforma di messaggistica leader del settore, ha attivato la crittografia end-to-end per le chiamate vocali e video di tutti gli utenti. Grazie a questa funzionalità , gli utenti di Discord possono comunicare in privato senza che nessuno, nemmeno Discord, possa ascoltare le loro conversazioni.

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Martedì, durante la conferenza Google I/O, Google ha presentato una revisione completa del motore di ricerca basata sull'intelligenza artificiale, incentrata su una "casella di ricerca intelligente" completamente ripensata

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Ecco come Microsoft ha smantellato il gruppo Fox Tempest


@Informatica (Italy e non Italy)
Microsoft ha annunciato il takedown di Fox Tempest, gruppo di cyber criminali che offriva un servizio malware signing as a service capace di fare apparire come legittimi dei software malevoli
L'articolo Ecco come Microsoft ha smantellato il gruppo Fox Tempest proviene da Cyber Security 360.

#Cybersecurity360 è la testata del

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"La peggiore fuga di dati a cui abbia mai assistito": l'agenzia statunitense per la sicurezza informatica lascia le sue chiavi digitali pubblicamente su GitHub.

Le password venivano memorizzate in chiaro in un repository pubblico di GitHub.
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gizmodo.com/the-worst-leak-tha…

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Un museo virtuale di sistemi operativi (e applicazioni standalone) in esecuzione tramite emulazione, implementato come macchina virtuale Linux

È disponibile un launcher personalizzato indipendente dall'emulatore, con tutti i sistemi operativi e gli emulatori preinstallati e preconfigurati.
Sono inclusi anche i programmi di installazione dell'hypervisor e i collegamenti per eseguire la macchina virtuale su Windows, macOS e Linux.

virtualosmuseum.org/

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Passkey in Microsoft Entra ID: perché l’enforcement con Conditional Access è fondamentale
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Passkey in Microsoft Entra ID: perché l’enforcement con Conditional Access è fondamentale


Introduzione: le passkey non bastano da sole


Le passkey rappresentano uno dei passi più significativi nell’evoluzione dell’autenticazione moderna. Basate sullo standard FIDO2, eliminano le password tradizionali sostituendole con coppie di chiavi crittografiche legate al dispositivo e all’identità biometrica dell’utente. Su Microsoft Entra ID, abilitare le passkey è diventato relativamente semplice — il vero problema emerge subito dopo: abilitarle non significa renderle obbligatorie.

Molte organizzazioni configurano le passkey come metodo di autenticazione disponibile e si fermano lì, convinte di aver rafforzato significativamente la loro postura di sicurezza. In realtà, senza un enforcement esplicito tramite Conditional Access, l’utente può ancora scegliere di autenticarsi con password e SMS — esattamente come prima. Questo scenario introduce un rischio spesso sottovalutato: il downgrade attack.

Cos’è un downgrade attack nel contesto dell’autenticazione


Un downgrade attack, nell’ambito dell’autenticazione, non è un attacco sofisticato nel senso tradizionale del termine. È semplicemente la possibilità di utilizzare un metodo di autenticazione meno sicuro rispetto a quello ideale. Dal punto di vista dell’utente, si manifesta come il familiare link “Accedi in un altro modo” nella schermata di login di Microsoft.

Gli attaccanti dispongono di toolkit avanzati — come Evilginx2 o strumenti analoghi — capaci di rilevare automaticamente quali metodi di autenticazione sono disponibili per un determinato account. Se il sistema accetta password + SMS come alternativa alla passkey, l’attaccante sfrutterà il percorso più debole. La passkey registrata diventa di fatto irrilevante dal punto di vista della sicurezza pratica.

Il problema non è tecnico, è organizzativo: manca il tassello dell’enforcement. Ed è qui che entra in gioco Conditional Access insieme alle Authentication Strengths.

Authentication Strengths: il fondamento dell’enforcement


Microsoft Entra ID offre il concetto di Authentication Strength come meccanismo per specificare non solo che si richiede la MFA, ma quali specifici metodi sono accettati. Esistono tre Authentication Strengths predefinite:

  • Multifactor authentication — la più permissiva, accetta password + qualsiasi secondo fattore (incluso SMS)
  • Passwordless MFA — richiede metodi senza password, come Windows Hello o Microsoft Authenticator
  • Phishing-resistant MFA — la più restrittiva, accetta solo certificati, Windows Hello for Business, passkey FIDO2

Il problema è che la maggior parte delle organizzazioni usa ancora la prima categoria — quella meno restrittiva. Alcune sono migrate dalla vecchia grant control “Require MFA”, ma si sono fermate al livello base. Usare Phishing-resistant MFA come Authentication Strength è già un passo corretto, ma la vera potenza arriva con le Custom Authentication Strengths.

Custom Authentication Strengths: controllo granulare


Le Authentication Strengths personalizzate permettono di specificare esattamente quali metodi sono ammessi, incluso il vincolo a specifici tipi di passkey tramite gli AAGUID (Authenticator Attestation GUID). Ogni tipo di passkey certificata — YubiKey 5C NFC, Google Titan, Microsoft Authenticator su iOS — ha il proprio AAGUID. Limitare l’accesso a specifici AAGUID garantisce che solo i dispositivi approvati dall’organizzazione possano autenticarsi.

Questo livello di granularità è particolarmente importante per gli account amministrativi, dove il rischio di compromissione è massimo.

Configurare la policy Conditional Access di baseline


Il punto di partenza consigliato è una policy di Conditional Access che prenda di mira un gruppo pilota di utenti che hanno già registrato una passkey. La policy deve:

  1. Essere creata inizialmente in modalità report-only per monitorare l’impatto senza bloccare gli accessi
  2. Targetizzare un security group contenente gli utenti del pilota
  3. Usare la grant control “Require authentication strength” con l’Authentication Strength appropriata
  4. Essere attivata in produzione solo dopo aver verificato i log di accesso e confermato che tutti gli utenti del gruppo hanno una passkey funzionante

Man mano che più utenti registrano le passkey, il gruppo viene espanso. Questo approccio graduale riduce il rischio di lockout e costruisce fiducia nelle varie business unit.

Account amministrativi: requisiti più stringenti


Gli account privilegiati richiedono una policy separata e più restrittiva. Le considerazioni principali sono:

  • Creare una Custom Authentication Strength dedicata agli amministratori che accetti solo passkey specifiche (con AAGUID approvati)
  • La policy Conditional Access per gli admin deve targetizzare esclusivamente le identità amministrative
  • Aggiungere condizioni supplementari: accesso solo da reti trusted, dispositivi compliant o hybrid-joined
  • Mantenere policy separate per accessi admin e utenti standard: facilita il troubleshooting e riduce la complessità

Un pattern comune negli ambienti Entra è la mancanza di protezioni specifiche per gli account amministrativi. Spesso questi account non hanno policy Conditional Access dedicate, o le policy esistenti si basano su MFA generica anziché su metodi phishing-resistant. Gli account amministrativi sono il bersaglio primario degli attaccanti: una compromissione a questo livello equivale a una compromissione del tenant.

Come usare i Sign-in Logs per verificare l’efficacia


Una volta attivate le policy in report-only, i log di accesso di Entra ID mostrano il risultato teorico della policy per ogni accesso. Per ogni evento di login è possibile vedere quale Authentication Strength è stata valutata, se l’accesso avrebbe soddisfatto i requisiti e quale metodo è stato effettivamente utilizzato.

Filtrando per gli utenti del gruppo pilota è possibile identificare chi ancora non ha registrato una passkey o chi tenta di usare metodi alternativi. Questo permette un’azione proattiva prima di attivare la policy in enforcement completo.

Conclusione: l’enforcement è dove il valore si manifesta


Le passkey sono una tecnologia potente e in rapida evoluzione, soprattutto nell’ecosistema Microsoft. Ma la loro efficacia dipende interamente dall’enforcement. Distribuire passkey senza Conditional Access che ne imponga l’uso equivale a blindare la porta principale lasciando le finestre aperte.

La sequenza corretta è: abilitare le passkey → creare le Custom Authentication Strengths appropriate → configurare le Conditional Access policy in report-only → espandere gradualmente il gruppo → attivare l’enforcement. Gli account amministrativi richiedono attenzione immediata e policy separate con requisiti più stringenti, incluso il binding a AAGUID specifici.

In un contesto di minacce sempre più sofisticate — con phishing kit come Tycoon 2FA che aggirano la MFA tradizionale — i metodi phishing-resistant non sono più un’opzione premium: sono il requisito minimo per chi gestisce identità critiche nel cloud Microsoft.


Fonte: Passkeys Aren’t Enough: Why Enforcement Matters in Entra ID — Petri IT Knowledgebase, Brandon Colley (TrustedSec)


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QLNX: il nuovo implant Linux silenzioso che saccheggia la supply chain del software


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Trend Micro ha scoperto Quasar Linux RAT (QLNX), un sofisticato implant Linux mai documentato in precedenza che prende di mira sviluppatori e ambienti DevOps. Capace di esecuzione fileless, doppio rootkit LD_PRELOAD + eBPF e furto sistematico di


QLNX: il nuovo implant Linux silenzioso che saccheggia la supply chain del software


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Un nuovo implant Linux mai documentato prima — denominato Quasar Linux RAT (QLNX) — sta prendendo di mira sviluppatori e ambienti DevOps con l’obiettivo di appropriarsi silenziosamente delle credenziali più preziose del ciclo di sviluppo software: token npm, PyPI, AWS, Kubernetes, GitHub e molto altro. La scoperta, opera dei ricercatori Aliakbar Zahravi e Ahmed Mohamed Ibrahim di Trend Micro, descrive uno strumento che non si limita ad essere un semplice trojan di accesso remoto, ma una piattaforma di spionaggio industriale progettata per persistere, nascondersi e colpire l’intera supply chain del software.

Cosa rende QLNX diverso dagli altri RAT Linux


A differenza di molti implant Linux che puntano sulla semplicità, QLNX è costruito come una piattaforma d’attacco coerente e modulare. Il suo punto di forza non sta in una singola tecnica innovativa, ma nell’integrazione armoniosa di più capacità offensive che si concatenano in un flusso d’attacco preciso: arriva, cancella le tracce dal disco, si radica con sei meccanismi ridondanti, si nasconde sia a livello userspace che kernel, e infine raccoglie sistematicamente le credenziali che contano davvero.

Il malware esegue filelessly dalla memoria, mascherandosi da thread del kernel attraverso nomi come kworker o ksoftirqd — nomi che ogni amministratore di sistema Linux incontra quotidianamente nei propri processi. Questo lo rende praticamente invisibile a una normale ispezione manuale. È inoltre in grado di profilare l’host per rilevare ambienti containerizzati, cancellare i log di sistema e stabilire persistenza attraverso non meno di sette metodi diversi, tra cui systemd, crontab e shell injection nel file .bashrc.

Un harvester di credenziali pensato per la supply chain


Il componente di furto credenziali di QLNX è ciò che lo rende particolarmente pericoloso per l’ecosistema open source. Il malware estrae sistematicamente segreti da un elenco preciso di file ad alto valore per uno sviluppatore:

File target di QLNX per il furto credenziali:

.npmrc              → Token di pubblicazione npm
.pypirc             → Credenziali PyPI
.git-credentials    → Credenziali Git
.aws/credentials    → Chiavi di accesso AWS
.kube/config        → Credenziali Kubernetes
.docker/config.json → Autenticazione Docker Registry
.vault-token        → Token HashiCorp Vault
.env                → Variabili d'ambiente con segreti
**/terraform.tfvars → Credenziali Terraform
GitHub CLI tokens   → Token di accesso GitHub

Il rischio non è solo per lo sviluppatore compromesso: un attore che ottiene accesso a uno di questi token può pubblicare pacchetti malevoli su npm o PyPI, accedere all’infrastruttura cloud o muoversi lateralmente attraverso pipeline CI/CD. È esattamente il meccanismo che ha consentito attacchi supply chain devastanti in passato, come l’operazione TeamPCP che ha colpito oltre 160 pacchetti npm e PyPI nelle scorse settimane.

Architettura rootkit a doppio livello: LD_PRELOAD + eBPF


L’aspetto più sofisticato di QLNX è la sua architettura rootkit a due livelli, che combina tecniche di occultamento a livello userspace e kernel.

Il primo strato è un rootkit userland deployato attraverso il meccanismo LD_PRELOAD del dynamic linker di Linux. Questo garantisce che tutti gli artefatti e i processi dell’implant rimangano nascosti agli strumenti di ispezione standard. Il secondo strato è un componente kernel-level basato su eBPF (Extended Berkeley Packet Filter) — il potente sottosistema Linux originariamente pensato per il networking e l’osservabilità dei sistemi. QLNX sfrutta eBPF per nascondere processi, file e porte di rete agli strumenti userland come ps, ls e netstat, su istruzione del server di comando e controllo (C2).

L’uso offensivo di eBPF per il rootkitting è una tendenza già documentata da altri ricercatori, ma la sua integrazione in un RAT con builder pipeline modulare indica una maturazione significativa di queste tecniche al di fuori di ambienti di ricerca accademica.

Backdoor PAM: furto di credenziali SSH in tempo reale


QLNX include anche un backdoor basato su PAM (Pluggable Authentication Module) che intercetta le credenziali in chiaro durante gli eventi di autenticazione SSH. Il componente PAM inline-hook registra i dati delle sessioni SSH in uscita e li trasmette al C2. È inoltre presente un secondo logger PAM che viene caricato automaticamente in ogni processo collegato dinamicamente, per estrarre nome del servizio, username e token di autenticazione.

Questa tecnica è particolarmente insidiosa perché i moduli PAM girano tipicamente con privilegi root e operano a un livello così basso nello stack di autenticazione che la maggior parte dei sistemi di monitoring tradizionali non riesce a intercettarli. Non a caso, negli ultimi mesi sono emersi altri strumenti simili — come PamDOORa, venduto su forum russi di cybercrime per 900 dollari — che sfruttano lo stesso vettore.

58 comandi C2 e un’infrastruttura operativa completa


QLNX supporta ben 58 comandi distinti che conferiscono agli operatori il controllo completo dell’host compromesso. Le capacità operative includono esecuzione di shell commands, gestione file, code injection nei processi, cattura di screenshot, keylogging, SOCKS proxy, TCP tunneling, esecuzione di Beacon Object Files (BOFs) — la stessa tecnica usata da Cobalt Strike — e gestione di una rete P2P mesh tra host compromessi.

La comunicazione con il C2 avviene su tre protocolli — TCP grezzo, HTTPS e HTTP — con un loop persistente che tenta continuamente di mantenere attiva la connessione. La vettore di infezione iniziale rimane ancora sconosciuto, ma una volta stabilito il foothold, QLNX cancella i propri artefatti dal disco e avvia la fase operativa principale.

Indicatori di compromissione e contromisure


QLNX evidenzia una tendenza preoccupante: la supply chain del software sta diventando il bersaglio privilegiato di attori sofisticati, perché compromettere un singolo sviluppatore con accesso ai registri npm o PyPI può avere effetti moltiplicatori su migliaia di utenti downstream. Per i team di sicurezza, alcune contromisure prioritarie:

  • Ruotare regolarmente tutti i token di pubblicazione per npm, PyPI, GitHub e altri registri, soprattutto dopo accessi da sistemi non familiari.
  • Monitorare processi Linux con nomi simili a thread del kernelkworker, ksoftirqd ecc. — che non corrispondono agli effettivi thread del kernel: strumenti come pstree con verifica del PPID possono rivelare anomalie.
  • Verificare l’integrità dei moduli PAM: controllare regolarmente che i file .so nei percorsi PAM non siano stati modificati rispetto alla versione del package manager.
  • Abilitare audit logging di eBPF per rilevare il caricamento di programmi eBPF non autorizzati: auditctl -a always,exit -F arch=b64 -S bpf.
  • Isolare i segreti CI/CD dall’ambiente di sviluppo locale, usando secret manager dedicati piuttosto che file in chiaro su disco.

Trend Micro ha pubblicato i dettagli tecnici completi nel proprio blog di ricerca. La natura fileless di QLNX e il suo doppio rootkit rendono il rilevamento basato su signature sostanzialmente inefficace: la difesa deve puntare su behavioral analytics e monitoraggio delle anomalie a livello di syscall, combinati con soluzioni EDR capaci di ispezionare la memoria dei processi.


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Sarebbe pronta un'alternativa sviluppata dallo Stato. La decisione fa seguito a ripetuti attacchi informatici contro gli account Signal di politici, militari e dipendenti pubblici. Le autorità ritengono che le campagne siano collegate a gruppi APT (Advanced Persistent Threat) sostenuti dalla Russia.

securityaffairs.com/192381/int…

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CVE-2026-42897: vulnerabilità critica XSS in Exchange Server OWA — mitigazione di emergenza disponibile
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CVE-2026-42897: vulnerabilità critica XSS in Exchange Server OWA — mitigazione di emergenza disponibile


Cos’è la vulnerabilità CVE-2026-42897


Il 14 maggio 2026 Microsoft ha divulgato pubblicamente una vulnerabilità critica nei propri server Exchange on-premises, tracciata come CVE-2026-42897. La falla, classificata come Cross-Site Scripting (XSS), risiede nel componente Outlook Web Access (OWA) e permette a un attaccante di eseguire codice JavaScript arbitrario nel browser della vittima senza richiedere alcuna interazione complessa: è sufficiente che l’utente apra una email appositamente confezionata direttamente dalla webmail.

La vulnerabilità è già sfruttata attivamente in the wild: la CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) degli Stati Uniti l’ha aggiunta al proprio catalogo di vulnerabilità note e sfruttate (Known Exploited Vulnerabilities) con scadenza obbligatoria di remediation al 29 maggio 2026 per le agenzie federali americane. Il rischio per le organizzazioni private è ugualmente elevato.

Versioni di Exchange Server interessate


La vulnerabilità colpisce esclusivamente i server Exchange installati on-premises. In particolare:

  • Exchange Server 2016
  • Exchange Server 2019
  • Exchange Server Subscription Edition (SE)

Exchange Online non è interessato: le organizzazioni che utilizzano esclusivamente il servizio cloud Microsoft 365 non devono intraprendere alcuna azione. Il rischio è confinato a chi gestisce ancora infrastrutture Exchange on-premises, scenario ancora comune in contesti enterprise con requisiti di compliance, residenza del dato o integrazione con sistemi legacy.

Come funziona l’attacco


Il vettore di attacco è particolarmente insidioso perché non richiede configurazioni particolari lato vittima: l’attaccante invia una email con contenuto HTML appositamente costruito. Quando il destinatario apre il messaggio tramite OWA, il payload JavaScript viene eseguito nel contesto del browser dell’utente, con accesso alla sessione OWA attiva.

Le conseguenze possibili includono:

  • Furto del cookie di sessione e hijacking dell’account
  • Esecuzione di azioni per conto dell’utente (invio email, accesso a cartelle, lettura di allegati)
  • Lateral movement verso altri sistemi integrati con Exchange (es. Active Directory, SharePoint)
  • Esfiltrazione di dati sensibili contenuti nelle caselle di posta

In un ambiente enterprise, un attacco XSS riuscito contro OWA può essere il punto di ingresso per una compromissione ben più ampia, specialmente se la webmail è accessibile dall’esterno o da reti non completamente fidate.

Mitigazioni disponibili: come intervenire subito


Microsoft ha rilasciato mitigazioni di emergenza in attesa di una patch definitiva. Esistono due percorsi principali:

1. Exchange Emergency Mitigation Service (EM Service)


Il metodo preferito è affidarsi all’Exchange Emergency Mitigation Service, che applica automaticamente una configurazione di URL Rewrite sul server IIS per neutralizzare il vettore di attacco. Il servizio EM è abilitato per default nelle installazioni supportate di Exchange Server. Se non è stato disabilitato manualmente, la mitigazione potrebbe già essere attiva.

Per verificare lo stato della mitigazione, Microsoft raccomanda di eseguire il tool Exchange Health Checker:

# Scarica ed esegui Exchange Health Checker in una Exchange Management Shell elevata
. .\HealthChecker.ps1
Invoke-HealthChecker


Il report generato indica chiaramente se la mitigazione M2 per CVE-2026-42897 è stata applicata con successo.

2. Exchange On-Premises Mitigation Tool (EOMT) per ambienti air-gap


Per i server Exchange non connessi a internet o in ambienti con restrizioni di rete, Microsoft ha reso disponibile una procedura di mitigazione manuale tramite lo strumento EOMT (Exchange On-Premises Mitigation Tool):

# Download da: https://aka.ms/UnifiedEOMT
# Eseguire da una Exchange Management Shell con privilegi elevati

.\EOMTv2.ps1 -ExchangeVersion 2019


Dopo l’applicazione, è fondamentale verificare che le regole di URL Rewrite siano state create correttamente e che il servizio IIS sia stato riavviato.

Impatto sulle funzionalità di OWA dopo la mitigazione


L’applicazione della mitigazione introduce alcune limitazioni funzionali che gli amministratori devono comunicare agli utenti:

  • Immagini inline nelle email: potrebbero non essere visualizzate correttamente nel pannello di lettura di OWA. La soluzione alternativa è inviare le immagini come allegati o usare il client Outlook desktop.
  • Stampa del calendario da OWA: la funzione potrebbe non operare. Gli utenti possono utilizzare screenshot o Outlook desktop come workaround.
  • OWA Light (interfaccia legacy): già deprecata, potrebbe smettere di funzionare completamente. Non è una perdita significativa per la maggior parte delle organizzazioni.

Queste limitazioni sono accettabili rispetto al rischio rappresentato dalla vulnerabilità non mitigata.

Patch definitiva: cosa aspettarsi


Microsoft sta lavorando a un aggiornamento di sicurezza permanente. Un dettaglio importante per chi gestisce Exchange 2016 e 2019: le patch ufficiali saranno rilasciate solo per i clienti commerciali iscritti al programma ESU (Extended Security Update). Exchange 2016 ha raggiunto la fine del supporto mainstream nell’ottobre 2025, e Exchange 2019 raggiungerà la stessa condizione nell’ottobre 2025. Le organizzazioni che non hanno sottoscritto l’ESU si troveranno senza patch definitiva e dovranno affidarsi esclusivamente alla mitigazione di emergenza, con un rischio residuo crescente nel tempo.

Questo scenario rafforza l’urgenza di pianificare una migrazione verso Exchange Server SE o Exchange Online per chi è ancora su versioni precedenti.

Checklist di risposta per gli amministratori


Se gestisci un’infrastruttura Exchange on-premises, ecco le azioni da completare nell’ordine:

  1. Verifica la versione di Exchange in uso: apri la Exchange Management Shell e lancia Get-ExchangeServer | Select Name,AdminDisplayVersion
  2. Controlla se il servizio EM è attivo: Get-Service MSExchangeMitigation
  3. Esegui Exchange Health Checker per verificare l’applicazione della mitigazione M2
  4. Se l’EM Service è disabilitato o il server è air-gapped, applica EOMT manualmente
  5. Comunica agli utenti le limitazioni temporanee di OWA
  6. Monitora il blog ufficiale di Exchange (techcommunity.microsoft.com) per il rilascio della patch definitiva
  7. Valuta l’iscrizione al programma ESU se stai usando Exchange 2016 o 2019


Conclusione


CVE-2026-42897 è un esempio concreto di come le infrastrutture on-premises legacy rimangano vettori di attacco critici anche in ambienti enterprise ben gestiti. La buona notizia è che Microsoft ha reagito rapidamente con mitigazioni di emergenza e ha reso la verifica dello stato accessibile tramite strumenti già noti come Exchange Health Checker. La cattiva notizia è che chi non ha ancora pianificato l’uscita da Exchange 2016/2019 si trova in una posizione sempre più rischiosa, non solo per questa vulnerabilità ma per tutte quelle future che non riceveranno patch ufficiali.

Applicare la mitigazione adesso, verificarne l’efficacia e pianificare la migrazione al più presto sono le tre priorità concrete da portare all’attenzione del management tecnico questa settimana.


Fonte: Microsoft Warns Exchange Server Flaw Lets Attackers Execute Code via OWA Emails – Petri IT Knowledgebase | Microsoft Tech Community – Addressing Exchange Server May 2026 vulnerability


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I colli di bottiglia nascosti nei microservizi in produzione: diagnostica e soluzioni pratiche
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I colli di bottiglia nascosti nei microservizi in produzione: diagnostica e soluzioni pratiche


Il problema che non si vede finché è troppo tardi


C’è un pattern ricorrente nelle architetture a microservizi: tutto funziona in modo impeccabile per mesi, i test automatici sono verdi, il monitoraggio non mostra allarmi rilevanti, e il team è soddisfatto della solidità del sistema. Poi, spesso durante un picco di traffico ordinario o un evento previsto, qualcosa si inceppa. La latenza schizza verso l’alto, le code si allungano, i timeout si moltiplicano. Il problema non è stato causato dall’evento in sé — era già lì, nascosto sotto la superficie.

Questo articolo analizza i colli di bottiglia più insidiosi che affliggono i microservizi in produzione: quelli che non emergono nei test di carico standard e che vengono spesso diagnosticati troppo tardi.

1. Esaurimento del connection pool al database


Il problema del connection pool è forse il più comune e il meno visibile fino al momento critico. In un’architettura a microservizi, ogni istanza di ogni servizio apre e gestisce il proprio pool di connessioni al database. Il calcolo è semplice: se hai 10 microservizi con 5 istanze ciascuno e ogni istanza mantiene un pool di 10 connessioni, stai occupando 500 connessioni sul database. Scala orizzontalmente per gestire un picco di traffico, e quelle connessioni raddoppiano in pochi minuti.

La maggior parte dei database relazionali ha un limite fisico di connessioni concorrenti. PostgreSQL, per esempio, ha un default di 100 connessioni per il parametro max_connections. Superato il limite, nuove richieste di connessione falliscono con errori che spesso vengono nascosti da retry automatici, mascherando il problema effettivo fino a quando il sistema non collassa.

Come diagnosticarlo

-- PostgreSQL: connessioni attive per applicazione
SELECT application_name, count(*), state
FROM pg_stat_activity
GROUP BY application_name, state
ORDER BY count DESC;

-- Verifica il limite configurato
SHOW max_connections;


Come risolverlo


La soluzione più efficace per scenari ad alta concorrenza è l’uso di un connection pooler esterno come PgBouncer. PgBouncer opera in modalità transaction pooling: riusa le connessioni al database tra più client, riducendo drasticamente il numero di connessioni fisiche necessarie indipendentemente dal numero di istanze dei servizi.

# pgbouncer.ini — configurazione essenziale
[databases]
mydb = host=pg-primary port=5432 dbname=mydb

[pgbouncer]
pool_mode = transaction
max_client_conn = 1000
default_pool_size = 20
reserve_pool_size = 5


In .NET, assicurati che il pool di connessioni Npgsql sia configurato in modo coerente con i limiti imposti da PgBouncer:
// Connection string con pool sizing esplicito
"Host=pgbouncer-host;Database=mydb;Username=app;Password=...;
 Maximum Pool Size=10;Minimum Pool Size=2;Connection Idle Lifetime=300"


2. Thread pool starvation nelle chiamate sincrone


Il thread pool starvation è un problema particolarmente subdolo nelle applicazioni ASP.NET Core o nelle applicazioni Spring Boot che mischiano codice asincrono e sincrono. Quando un thread del pool viene bloccato in attesa di un’operazione I/O (una query al database, una chiamata HTTP a un servizio dipendente, una lettura da file), quel thread non è disponibile per elaborare nuove richieste. Se questo accade su scala, il thread pool si esaurisce e le nuove richieste rimangono in coda indefinitamente.

Il sintomo tipico è una degradazione progressiva delle performance durante i picchi: il throughput crolla, i tempi di risposta salgono in modo apparentemente inspiegabile, ma il database e la CPU risultano ancora sotto carico normale.

Pattern da evitare in .NET

// ❌ SBAGLIATO: blocca un thread del pool
public IActionResult GetData()
{
    var result = _service.GetDataAsync().Result; // .Result blocca il thread
    return Ok(result);
}

// ❌ Altrettanto problematico
public IActionResult GetData()
{
    var result = _service.GetDataAsync().GetAwaiter().GetResult();
    return Ok(result);
}

// ✅ CORRETTO: il thread viene restituito al pool durante l'attesa
public async Task<IActionResult> GetData()
{
    var result = await _service.GetDataAsync();
    return Ok(result);
}


Come diagnosticare il thread pool starvation


In .NET, puoi monitorare lo stato del thread pool a runtime:

ThreadPool.GetAvailableThreads(out int workerThreads, out int completionPortThreads);
ThreadPool.GetMaxThreads(out int maxWorker, out int maxCompletionPort);

// Se workerThreads è vicino a 0 con carico moderato, sei in starvation
Console.WriteLine($"Available: {workerThreads}/{maxWorker}");


Strumenti come dotnet-counters offrono un monitoraggio continuo in produzione senza impatto significativo:
dotnet-counters monitor --counters System.Runtime[threadpool-thread-count,threadpool-queue-length] -p <PID>


3. Cascading failures per dipendenze lente o non responsive


In un’architettura a microservizi, ogni servizio dipende da altri servizi. Questa catena di dipendenze è la fonte di uno dei problemi più difficili da gestire in produzione: il cascading failure. Se il Servizio B risponde lentamente, il Servizio A che lo chiama accumula richieste in attesa. I thread del pool di A vengono occupati in attesa di B, la latenza di A aumenta, il Servizio C che dipende da A inizia a ricevere timeout, e nel giro di pochi minuti l’intera catena collassa.

La soluzione consolidata è il pattern Circuit Breaker, che interrompe temporaneamente le chiamate verso un servizio degradato e restituisce immediatamente un errore (o una risposta di fallback), permettendo al sistema di degradare in modo controllato invece di collassare a cascata.

Implementazione con Polly in .NET

// Configurazione circuit breaker con Polly v8
var circuitBreakerPolicy = new ResiliencePipelineBuilder()
    .AddCircuitBreaker(new CircuitBreakerStrategyOptions
    {
        FailureRatio = 0.5,              // Apre dopo il 50% di fallimenti
        SamplingDuration = TimeSpan.FromSeconds(10),
        MinimumThroughput = 10,          // Minimo 10 richieste nel campione
        BreakDuration = TimeSpan.FromSeconds(30), // Attende 30s prima di riprovare
        OnOpened = args =>
        {
            _logger.LogWarning("Circuit breaker aperto per {Service}", serviceName);
            return default;
        }
    })
    .AddTimeout(TimeSpan.FromSeconds(3)) // Timeout esplicito su ogni chiamata
    .Build();

// Uso
var result = await circuitBreakerPolicy.ExecuteAsync(async token =>
    await _httpClient.GetFromJsonAsync<OrderDto>("/api/orders/123", token),
    cancellationToken);


4. Mancanza di backpressure nei flussi di messaggi


I sistemi basati su message broker (Kafka, RabbitMQ, Azure Service Bus) introducono un’ulteriore classe di colli di bottiglia: quando il ritmo di produzione dei messaggi supera la capacità di elaborazione dei consumer, le code crescono indefinitamente. Questo può portare a latenza crescente nell’elaborazione, out-of-memory degli broker, e scenari in cui messaggi vengono elaborati con ore o giorni di ritardo rispetto alla loro produzione.

La soluzione è implementare la backpressure: i consumer controllano attivamente il ritmo di ricezione in base alla propria capacità di elaborazione. In Kafka, questo si gestisce configurando correttamente il numero di partizioni, il numero di consumer nel consumer group, e i parametri max.poll.records e fetch.max.bytes.

// Esempio: consumer con controllo esplicito del concurrency via MassTransit
services.AddMassTransit(x =>
{
    x.UsingRabbitMq((ctx, cfg) =>
    {
        cfg.ReceiveEndpoint("orders-queue", e =>
        {
            e.PrefetchCount = 10;        // Non prelevare più di 10 messaggi alla volta
            e.ConcurrentMessageLimit = 5; // Elabora al massimo 5 messaggi in parallelo
            e.ConfigureConsumer<OrderConsumer>(ctx);
        });
    });
});


5. N+1 queries non rilevate in produzione


Il problema delle N+1 queries è ben noto in teoria ma sorprendentemente comune in produzione, soprattutto dopo refactoring o l’aggiunta di nuove funzionalità. L’ORM carica una lista di entità (1 query), poi per ogni entità carica lazy una relazione (N query). In sviluppo, con 10 elementi nel database, il problema è invisibile. In produzione, con 10.000 elementi, si traducono in 10.001 query per ogni richiesta.

// ❌ N+1: per ogni ordine viene eseguita una query separata per i prodotti
var orders = await _context.Orders.ToListAsync();
foreach (var order in orders)
{
    // Lazy load: ogni accesso a order.Products genera una nuova query
    var productNames = order.Products.Select(p => p.Name);
}

// ✅ Eager loading: una sola query con JOIN
var orders = await _context.Orders
    .Include(o => o.Products)
    .ToListAsync();


Per rilevare le N+1 in produzione, abilita il logging delle query EF Core in ambiente di staging con soglia di warning per query lente:
// Program.cs
builder.Services.AddDbContext<AppDbContext>(options =>
    options.UseSqlServer(connectionString)
           .LogTo(Console.WriteLine, LogLevel.Information)
           .EnableSensitiveDataLogging(false) // Mai in produzione
           .ConfigureWarnings(w => w.Throw(RelationalEventId.MultipleCollectionIncludeWarning)));


Monitoraggio proattivo: gli indicatori chiave


Rilevare questi problemi prima che diventino incidenti richiede un set di metriche mirate. Oltre alle metriche standard (CPU, RAM, latenza), monitora attivamente:

  • Connessioni attive al database per istanza e per servizio
  • Thread pool queue length: una coda crescente anche sotto carico moderato è un segnale di allarme
  • Circuit breaker state changes: ogni apertura di un circuit breaker è un evento da tracciare e analizzare
  • Message lag sulle code Kafka/RabbitMQ: il ritardo tra produzione e consumo
  • Slow queries: percentuale di query che superano una soglia prefissata (es. 500ms)

Strumenti come Prometheus + Grafana con i rispettivi exporter per PostgreSQL, RabbitMQ e .NET (via prometheus-net) permettono di costruire dashboard specifiche per questi pattern senza dipendere esclusivamente dai log.

Conclusione


I colli di bottiglia nascosti nei microservizi hanno una caratteristica comune: emergono sotto carico, in condizioni che i test standard non replicano fedelmente. Connection pool esauriti, thread in starvation, cascading failures, code in crescita incontrollata e N+1 queries sono problemi architetturali che richiedono attenzione già in fase di design, non solo quando il sistema è già in produzione e sotto stress.

Identificare preventivamente questi pattern, configurare correttamente i pool e i circuit breaker, e costruire un layer di osservabilità specifico per questi indicatori è l’investimento tecnico con il miglior ritorno in termini di stabilità per qualsiasi sistema distribuito di dimensioni non banali.


Fonte: The Hidden Bottlenecks That Break Microservices in Production – DZone