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“ADORO QUESTO”

C’è qualcosa di surreale nel leggere un ufficiale che, mentre costruisce infrastrutture militari ai confini della Russia, dichiara sorridendo: “Adoro questo.”

Non sta parlando di pesca, di modellismo navale o di una gara di barbecue nel Wisconsin.

Sta parlando dei preparativi per un possibile conflitto tra NATO e Russia.

Scivoli per le imbarcazioni, basi logistiche, caserme temporanee, depositi e posti di comando. Tutto in Lettonia, che secondo gli stessi analisti baltici sarebbe persino più vulnerabile dell’Ucraina in caso di guerra.

Il dettaglio più curioso è che ogni nuovo cantiere NATO viene presentato come una misura difensiva, mentre ogni risposta russa viene automaticamente catalogata come prova di aggressività.

Se la NATO sposta uomini, mezzi e infrastrutture verso est, è sicurezza.

Se Mosca rafforza le proprie posizioni davanti a esercitazioni permanenti lungo i suoi confini, è minaccia.

Un po’ come se qualcuno montasse una tenda nel tuo giardino, parcheggiasse un carro armato davanti al cancello e poi si lamentasse perché hai chiuso la porta di casa.

Nel frattempo si continua a ripetere che nessuno vuole la guerra.

Però le caserme si costruiscono.

I depositi si riempiono.

Le esercitazioni si moltiplicano.

E qualcuno, osservando tutto questo, confessa persino: “Adoro questo.”

Forse è proprio questo il problema: quando la preparazione alla guerra diventa un hobby, la pace finisce per sembrare un fastidioso ostacolo logistico.

Don Chisciotte

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DOPO TRUMP, ARRIVA RUTTE. E A ROMA SCOPPIA LA BAGARRE.

Le opposizioni chiedono che Giorgia Meloni riferisca immediatamente in Parlamento.

Conte parla di “favolette del governo” che starebbero crollando una dopo l’altra. Dal Partito Democratico ad Alleanza Verdi e Sinistra arrivano richieste di chiarimenti sul ruolo delle basi italiane nelle operazioni statunitensi contro l’Iran.

Il motivo è semplice.

Mark Rutte, segretario generale della NATO, avrebbe dichiarato che circa 500 aerei americani sono decollati dalle basi presenti in Italia per sostenere l’operazione contro Teheran.

Il governo replica parlando di ricostruzioni inesatte e ribadisce di aver agito nel quadro delle autorizzazioni già comunicate al Parlamento.

Perfetto.

Ma allora qualcuno spieghi agli italiani chi sta dicendo la verità.

Perché qui non siamo davanti all’ennesima polemica tra maggioranza e opposizione.

Qui abbiamo il governo italiano che si trova a smentire il segretario generale della NATO.

Non un giornalista.

Non un attivista.

Non un anonimo funzionario.

Il capo dell’Alleanza Atlantica.

E questo apre una questione che va ben oltre la politica quotidiana.

Giorgia Meloni si era presentata agli italiani come la leader che avrebbe restituito dignità e sovranità alla nazione.

Ricordate?

L’Italia che conta.

L’Italia che alza la testa.

L’Italia che difende i propri interessi.

L’Italia che non prende ordini.

Addirittura qualcuno l’aveva già trasformata nella reincarnazione di Craxi ai tempi di Sigonella.

La Sigonella 2.0.

La donna pronta a battere i pugni sul tavolo davanti alle grandi potenze.

Poi però succede una cosa curiosa.

Prima arriva Trump a trattare gli alleati europei come dipendenti poco produttivi.

Poi arriva Rutte a raccontare pubblicamente dettagli che provocano un terremoto politico in Italia.

E Palazzo Chigi si ritrova ancora una volta nella posizione più scomoda: quella di chi deve rincorrere, spiegare, smentire e giustificare.

⚖️ Ma il punto vero non riguarda Meloni, Conte o Rutte.

Riguarda noi.

Riguarda ogni cittadino italiano.

Perché se dal nostro territorio partono operazioni militari che possono contribuire ad allargare un conflitto internazionale, il tema non può essere lasciato alle note della Farnesina o alle dichiarazioni televisive rilasciate all’estero.

È una questione democratica.

È una questione costituzionale.

È una questione morale.

L’Articolo 11 non è una decorazione da esibire nelle cerimonie ufficiali e poi riporre in un cassetto quando diventa scomodo.

Se l’Italia svolge un ruolo, gli italiani hanno il diritto di sapere quale.

Se non lo svolge, allora qualcuno dovrebbe chiedere conto a chi racconta il contrario.

Perché una democrazia adulta non teme la verità.

Teme il silenzio.

E in questa storia la cosa più inquietante non sono i 500 aerei.

È la sensazione che le decisioni più importanti vengano discusse tra Washington, Bruxelles e il quartier generale della NATO, mentre ai cittadini italiani resta il ruolo di spettatori paganti.

Altro che Sigonella.

A Sigonella l’Italia rivendicava la propria sovranità.

Oggi stiamo ancora cercando di capire chi decide, chi autorizza e chi racconta la verità.

Don Chisciotte

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Ci vogliono ridurre il permesso dello sciopero generale, non perché è utile, ma perché credono sia uno strumento per la visibilità di alcuni sindacati l. Che bella democrazia! 🤮🤮🤮🤮.

La Commissione di garanzia vuole restringere il diritto allo sciopero generale
La Commissione di garanzia nei servizi essenziali ha annunciato di avere intenzione di rendere più stringenti le linee per proclamare scioperi generali, allineandosi alle politiche del governo. Il Garante contesta l’utilizzo dello strumento dello sciopero generale, sostenendo che ormai verrebbe «declinato da alcune organizzazioni sindacali alla stregua di un mezzo ordinario di dissenso politico». Per tale motivo, sostiene il Garante, il suo esercizio andrebbe limitato. Di fatto, il Garante accusa i sindacati di volere attirare l’attenzione, sostenendo che essi utilizzerebbero gli scioperi «come strumento di visibilità mediatica e di proselitismo», ricercando «un riflesso di cronaca o di una presenza formale nei calendari delle vertenze».

L'indipendente

A distanza di tempo, la verità emergerà...

“FORSE GLI USA HANNO BISOGNO DI UN ALTRO 11 SETTEMBRE”

Fermiamoci un attimo.

Non sulla guerra.
Non sull’Iran.
Non su Israele.

Sulla frase.

Perché quando un commentatore vicino agli ambienti della sicurezza israeliana scrive che gli Stati Uniti avrebbero bisogno di “un altro Pearl Harbor o un altro 11 settembre”, sta evocando due eventi che nella memoria collettiva americana rappresentano il trauma nazionale per eccellenza.

E qui nasce un problema.

Perché nella storia le guerre sono spesso iniziate dopo eventi traumatici, attentati, incidenti, provocazioni, casus belli più o meno limpidi.

Dal Golfo del Tonchino alle armi di distruzione di massa irachene, la politica internazionale non è esattamente un monastero di clausura.

Per questo una frase del genere non appare come una semplice provocazione.

Suona come un avvertimento.

O peggio, come un ragionamento inquietante: serve una tragedia per convincere gli americani.

Naturalmente nessuno può sapere cosa intendesse davvero.

Ma quando qualcuno arriva a dire che una nazione “ha bisogno” di un nuovo 11 settembre, apre inevitabilmente la porta alle interpretazioni più oscure.

Perché la domanda successiva nasce spontanea.

Se davvero fosse necessario un nuovo trauma per orientare l’opinione pubblica americana… chi dovrebbe provocarlo?

I nemici?

Gli amici?

Oppure qualcuno interessato a far credere che siano stati i nemici?

Domande scomode.

Domande che nessun giornalista serio dovrebbe mai costringere il pubblico a porsi.

Ed è proprio questo il punto.

Quando inizi a parlare di un nuovo 11 settembre come di uno strumento politico, hai già oltrepassato una linea che non avresti dovuto nemmeno avvicinare.

Don Chisciotte

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Ah e chi l’avrebbe mai detto?!… Stavolta non sembra essere stato Putin… Hanno stati gli altri, gli USA, la NATO. E allora, se sono biolab occidentali e libbberali, sono biolab buoni, da lì possono uscire solo carezze, morbidezze, tenerezze. Non preoccupiamoci, niente di grave incombe su di noi rimanendo in queste alleanze… Buongiorno amici miei 💪♥️🦁
PS mi sa che anche a sto giro li complottisti c’avevano ragggione…

Paolo Borgognone

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Il ct dell'Iran ha dichiarato che la sua nazionale è "la più oppressa della storia", niente presidente, niente direttore, niente media al seguito, spostamenti continui perché vietato sostare negli Stati Uniti. Atleti trattati come ostaggi di una guerra.
La Russia è stata direttamente esclusa dai mondiali e in generale dalle competizioni internazionali. Sparita.

Intanto Israele gioca tranquillamente. Partecipa, compete, viene accolto. Non si è qualificato ai mondiali di calcio altrimenti ce lo ritroveremmo anche lì.

Gli stessi che prendono tali decisioni sono quelli che insegnano i "valori universali dello sport".

I "valori universali" valgono per tutti, tranne per chi decide chi è universale.

WI

Weltanschauung Italia

Domani inizia il Mondiale più vergognoso della storia recente — e non per quello che succederà in campo. L'Iran ha il divieto di pernottamento negli USA. L'arbitro somalo Omar Artan è stato rispedito a casa dopo 11 ore di interrogatorio e visto negato. Il delegato iracheno Hussein arrestato e tenuto fermo per 7 ore. Le delegazioni di Uzbekistan e Senegal perquisite con cani antidroga e metal detector come se entrassero in un carcere. Atleti, arbitri e funzionari trattati da sospettati. La FIFA che non dice una parola. Infantino che stringe la mano a Trump e sorride per le foto. Questo non è un torneo sportivo. È una dimostrazione di potere con un pallone in mezzo. Buon Mondiale — a chi riesce ancora a goderselo.

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E questo non si chiama interferenza o ricatto? Le merde europeiste poi fanno le ipocrite, scandalizzandosi e gridando contro le altre ipotetiche interferenze.

L'UE chiede alla Georgia di imporre sanzioni contro la Russia in cambio del mantenimento del regime senza visti, ha dichiarato il presidente del parlamento georgiano Shalva Papuashvili.

«Ci dicono che se vogliamo il regime senza visti, dobbiamo imporre sanzioni contro la Russia, cioè compiere un suicidio. Se distruggiamo e devastiamo noi stessi, chi viaggerà senza visto nell'Unione Europea? Ci chiedono di distruggere il nostro paese imponendo sanzioni contro la Russia e di allinearci alla politica dei visti dell'Unione Europea. Non distruggeremo il paese, anche se Bruxelles vuole trasformare il visto in un'arma politica», — Shalva Papuashvili.

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Ciò che sta avvenendo in Albania, con la cessione dell'isola di Sazan a Kushner e soci, è solo un'anticipazione di quanto avverrà su scala più ampia nell'intero sistema di isole del Mediterraneo. Il pensatore e geopolitico belga Jean Thiriart, tempo fa, fece notare come, dallo stretto di Gibilterra fino a Cipro, il fu Mare Nostrum fosse (ed è) centrale per il controllo nordamericano dell'Europa attraverso le diverse installazioni NATO sul sistema di isole che dalla Sardegna e la Sicilia (vero e proprio feudo USA in Italia) arriva proprio a Cipro, passando per Malta (Malta non è parte della NATO ma ospita una delle più grandi ambasciate USA in Europa) e Creta. Bene, oggi Israele si sta progressivamente sostituendo alla NATO. Cipro è piuttosto compromessa; come Creta dopotutto, entrambe inserite nello schema infrastrutturale gasifero dell'EastMed a trazione israeliana. A Cipro parte del territorio acquisito dalle società israeliane è ormai inaccessibile ai ciprioti (da non dimenticare che la stessa Cipro è stata utilizzata da tanti oligarchi ucraini con doppio passaporto per i loro schemi di riciclaggio di denaro sporco). Creta, così come la vicina penisola greca del Peloponneso, è divenuta una base operativa per l'addestramento dei piloti israeliani (Grecia e Israele oggi sono alleati su più livelli). Enclavi sioniste sono già presenti in Albania, dove c'è pure la base del movimento terroristico MeK; una vera e propria setta pseudo-religiosa di oppositori alla Repubblica Islamica dell'Iran che viene elogiata con frequenza pure dalle nostre istituzioni. Il MeK ha spesso operato in Iran in cooperazione con il Mossad per assassinare scienziati, personalità politiche e militari iraniane, e pure semplici civili, come avvenne nel corso dell'operazione "Luce Eterna" alla fine del conflitto tra Iran e Iraq. Sull'altro lato del Mare Adriatico, Israele è presente nel Salento con progetti "coloniali" simili a quelli costruiti a Cipro. In Sardegna, invece, sono stati inviati in congedo (a riposare) tanti uomini dell'IDF, evidentemente stanchi di sparare sui minori a Gaza. Non dimentichiamoci, inoltre, che l'Italia, nel 2023, ha letteralmente ceduto la sua cybersicurezza a compagnie israeliane, con tutto ciò che questo può comportare in termini di furto dati e così via. In altre parole, il fu Mare Nostrum sta diventando un "mare israeliano". Da capire come reagirà la Turchia, già indicata come nuova minaccia esistenziale da politici e uomini dell'intelligence di Tel Aviv. E da non dimenticare il fatto che Israele sta cercando di prendere possesso dei giacimenti di gas di a largo di Gaza e del Libano meridionale.
In conclusione, vorrei dire due parole sul genero di Trump, Jared Kushner. Questi è l'erede della società immobiliare Kushner Companies, fondata dal padre Charles, amico intimo di Bibi Netanyahu. Charles è stato condannato per diversi reati negli USA (evasione fiscale, corruzione di testimoni ed altro) per poi essere graziato da (indovinate da chi?) Donald Trump, nel corso del suo primo mandato. Da consigliere dello stesso Trump, Jared Kushner, vicino alla setta messianica guidaica Chabad Lubavitch, ha avuto un'influenza notevole sulle scelte del presidente USA per ciò che concerne la politica mediorientale. È stato dietro gli accordi di Abramo ed il cosiddetto "piano del secolo" per porre fine al conflitto israelo-palestinese (in realtà, una sorta di Israele prende tutto). Ed ha avuto un ruolo di rilievo anche nella creazione del (già fallito) Board of Peace per Gaza. Inoltre, è sua l'idea della Trump Riviera sempre a Gaza, con la popolazione palestinese da cacciare o da ridurre in schiavitù economica.
Kushner, pochi lo sanno e/o ammettono, prese in prestito quasi 200 milioni di dollari dalla società di Leon Black (Blachowitz), amico intimo e compagno di orge di Jeffrey Epstein. Il prestito era funzionale all'acquisto e ricostruzione di un grattacielo (emblema dell'impero immobiliare Kushner) situato al simbolico numero 666 della fifth avenue a New York.

Daniele Perra