Agli Slava Ucraina, decelebrati con QI negativo.
Che strano, vero?
Ho condiviso un servizio della Rai del 2016. Un pezzo di cronaca, niente di più. E immediatamente qualcuno (sempre lo stesso 1% di “esperti da divano in pigiama mimetico”) ha sentenziato: «Propaganda putiniana! Falso!».
Grazie a Dio sono pochi. Perché se uno ha un minimo di memoria e di logica, qualcosa non torna. E di brutto.
Qualche anno fa la stessa Rai (e quasi tutta la stampa occidentale) raccontava un’Ucraina tutt’altro che angelica. Oggi invece la Russia è il Male Assoluto e l’Ucraina è diventata un paese di santi democratici e pacifici. Ieri si dicevano certe cose. Oggi quelle stesse cose vengono definite propaganda. Assurdo.
E a proposito di “ieri”, un follower mi ha gentilmente segnalato un articolo di HuffPost Italia del 6 luglio 2014. Titolo: *«Ucraina, non possiamo stare a guardare».
Scrivevano testualmente:
«In Ucraina per la prima volta da dopo la fine del franchismo, un governo europeo sta sdoganando ed inglobando nell’apparato repressivo dello stato i nazisti che operano in quanto nazisti, con i metodi dei nazisti e con gli obiettivi dei nazisti. Il rogo di Odessa e le decine di morti ne sono l’esempio tangibile.»
Non è un blog russo. È HuffPost. Anno 2014. Si parlava apertamente di forze di estrema destra (Svoboda e milizie volontarie) entrate di prepotenza nelle istituzioni e nell’apparato di sicurezza. Si parlava del rogo di Odessa. Si parlava di una guerra civile che l’Occidente stava alimentando.
Oggi quello stesso articolo viene bollato come “propaganda putiniana”. Ieri era giornalismo. Adesso, magicamente, è tutta menzogna. E la nuova narrazione invece sarebbe la verità assoluta.
A questi signori del “tutto propaganda quella di prima” consiglio caldamente di prendere lo zaino, arruolarsi e andare di persona in Ucraina a difendere la grandissima Unione Europea. Quella di cui l’Ucraina non fa parte (e secondo me non dovrebbe neanche farne parte, ma lasciamo stare). Vediamo quanto dura il loro entusiasmo atlantista quando smettono di fare i leoni da tastiera.
La realtà, come sempre, è più sporca e scomoda di qualsiasi slogan.
Ed è proprio per questo che oggi viene sistematicamente nascosta.
Buona riflessione.
Paolinus reshared this.
UCRAINA & ODESSA - “Mosca guarda oltre il Donbass: il vero obiettivo è chiudere Kiev fuori dal Mar Nero”
Le ambizioni russe si estendono a Odessa: la presa russa della città chiuderebbe all'Ucraina lo sbocco al mare con effetti strategici e territoriali enormi
Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino, ha affidato a IlSussidiario TV la sua lettura della guerra in Ucraina, soffermandosi sull’andamento del fronte, sugli obiettivi di Mosca, sul coinvolgimento occidentale e sulle prospettive di un negoziato.
Nella sua analisi, gli attacchi con i droni non sono in grado di modificare gli equilibri sul terreno, mentre le ambizioni russe si sarebbero progressivamente ampliate. Sullo sfondo resta il rischio di un’ulteriore escalation e delle sue conseguenze per l’Europa.
Per Bradanini, il nodo è ormai militare: “È dunque palese che il conflitto verrà deciso sul campo di battaglia, al fronte, dove la realtà parla da sola”.
Gli attacchi ucraini con i droni possono incidere realmente sulle sorti della guerra?
Parto da una premessa: questa guerra non viene combattuta solo tra Ucraina e Russia, ma tra NATO e Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra. Quanto ai droni, certo, infastidiscono: sono punture di spillo, possono danneggiare anche infrastrutture vitali e uccidere delle persone, ma non incidono sulle sorti della guerra.
È una pia illusione immaginare che possano provocare rivolte sociali o politiche contro Putin. Al fronte, intanto, l’esercito russo continua ad avanzare, anche se lentamente.
Come descrive oggi gli obiettivi di Mosca sul terreno?
Gli obiettivi di Mosca, nel corso di questi quattro anni e mezzo, sono cambiati, si sono ampliati. Mosca non ha fretta e ha messo nel mirino Odessa, in raccordo con la Transnistria. Se questo obiettivo fosse raggiunto, l’Ucraina verrebbe totalmente estromessa dal Mar Nero e diventerebbe, a mio giudizio, un Paese alla deriva, disfunzionale, esposto anche a possibili saccheggi territoriali da parte di Polonia, Ungheria e Romania, e chissà cos’altro.
Come legge invece i bombardamenti contro l’Ucraina e le infrastrutture del Paese?
Se si esce dalla bolla della propaganda dell’Occidente, si scopre intanto che, secondo la mia lettura, gli attacchi contro i civili provengono soprattutto dall’Ucraina, che pensa così di destabilizzare il sistema di potere a Mosca. Le vittime civili ci sono anche in Ucraina, ben inteso, ma i russi bombardano prevalentemente e sistematicamente le infrastrutture che sostengono lo sforzo bellico di Kiev e degli alleati occidentali.
Quali conseguenze può avere il coinvolgimento sempre più evidente dei Paesi occidentali?
In linea con quanto dicevo prima, la partecipazione occidentale è stata corposa e variegata fin dall’inizio. Con il trascorrere del tempo è diventata sempre più evidente, ma fondamentalmente c’è sempre stata. Dobbiamo sperare che la Russia non si stanchi di questa finzione e non decida di colpire i luoghi dove molte di queste armi sono prodotte o i centri di comando della NATO e dell’Ucraina, che sono sparsi, ahimè, anche in diversi Paesi NATO.
Perché, secondo lei, il negoziato non riesce a partire?
Questa è la domanda cruciale. La Russia, è evidente, cerca un accordo di pace, non un cessate il fuoco: un accordo che garantisca la sua sicurezza. Apparentemente questo accordo non è accettabile da parte degli Stati Uniti, perché dovrebbero riconoscere la loro sconfitta, insieme all’Occidente collettivo.
Una sconfitta avrebbe conseguenze anche sul piano geopolitico, per l’immagine americana nel mondo. Per di più, un individuo egocentrico come Trump non può accettare di passare alla storia come colui che ha dovuto digerire l’amaro calice della sconfitta contro la Russia. E dunque, su queste basi, il negoziato non può partire.
Quali rischi vede se la Russia intravedesse una sconfitta?
La Russia non può perdere una guerra che giudica di sopravvivenza. Di conseguenza, probabilmente metterebbe mano all’arsenale nucleare se dovesse intravedere all’orizzonte l’ombra di una sconfitta, perché questo significherebbe la propria implosione. È un’escalation che, a mio giudizio, non è tanto ipotetica.
E per l’Europa quali conseguenze vede?
Dobbiamo chiederci che cosa possano fare i popoli europei, che sono quelli che soffrirebbero di più, per impedire questa escalation. A ciò si aggiunge quello che considero un saccheggio già in atto: ospedali, scuole, potere d’acquisto dei salari e via dicendo, per via del cosiddetto riarmo antirusso.
Un riarmo che dovrebbe impedire ai russi di fare una cosa che, secondo me, non hanno nessuna intenzione di fare: far abbeverare i propri cavalli sotto l’Arco di Trionfo o a Piazza San Pietro. Ricatti, lusinghe e minacce della locomotiva americana impediscono ai nostri governanti di uscire da questa sorta di cobelligeranza. E su questo tema, aggiungerei, destra o sinistra non fanno nessuna differenza.
È nel Donbass che si giocherà davvero l’esito della guerra?
L’intensificarsi dei bombardamenti contro i porti ucraini, non solo quello di Odessa, conferma, secondo me e secondo molti analisti, che le ambizioni russe vanno oltre il Donbass. All’inizio della guerra erano più limitate, oggi vanno oltre. Ma forse esiste anche un altro livello di confronto che dobbiamo considerare.
Qual è l’altro livello di confronto che considera?
Da una parte c’è il sistema di potere che circonda Donald Trump, che si illude di poter tornare al decennio unipolare successivo all’implosione sovietica, quando c’era una sola grande potenza, quella americana. Sul fronte opposto c’è un Sud globale che, forse ancora in forma confusa, sta cercando di cogliere l’occasione per indebolire strutturalmente l’impero americano.
Gli Stati Uniti sono inoltre alle prese con il diminuito potere del dollaro e con la deindustrializzazione della loro economia; dall’altra parte emerge la Cina su molti fronti, dalle terre rare ai materiali essenziali, dalla tecnologia di punta fino al piano militare. Insomma, tempi cupi. Una speranza, anche se debole, è che i popoli escano dal torpore, tornando padroni del loro destino. Un destino che oggi è in mano a individui che, ahimè, in cambio di onori e denari danno l’impressione di aver venduto l’anima a Belzebù.
intervista di Max Ferrario all'Ambasciatore Alberto Bradanini
ilfattoquotidiano.it/in-edicol…
kulturjam.it/costume-e-societa…
lindipendente.online/2026/08/1…
#bottegadelbarbieri: Produzione, export, salari: che record signora Italia
labottegadelbarbieri.org/produ…
Mro reshared this.
Quando il petrolio cala, invece, il carburante non scende... anzi, a volte aumenta.
Dicono che sia perché le scorte sono state acquistate quando il prezzo era più alto.
Ma allora, quando il petrolio aumenta, le scorte non sono state acquistate a un prezzo più basso? No? 🤔
ilfattoquotidiano.it/in-edicol…
DER GROSSA ARMATA DI CARTONE
— Mein Kanzler, quale sarebbe il piano?
— Costruire entro il 2035 l’esercito più forte d’Europa!
— Jawohl! E quanti soldaten abbiamo?
— Circa 185.000.
— E quanti ne servono?
— 260.000.
— Ach so… E gli altri?
— Sono nel foglio Excel.
Merz e Pistorius promettono una Bundeswehr gigantesca: 260.000 militari in servizio e 200.000 riservisti entro il 2035. Peccato che tra un quinto e un quarto delle nuove reclute saluti la compagnia entro i primi sei mesi. (Reuters)
— Le armi?
— In ordinazione.
— Le caserme?
— In fermentazione.
— Le reclute?
— In ritirata strategica verso casa.
La Germania spende miliardi per riarmarsi, ma continua a fare i conti con infrastrutture degradate, alloggi da risanare, carenze di personale e materiali che arrivano con la puntualità di un regionale italiano durante uno sciopero. (Financial Times)
Il progetto è perfettamente organizzato:
- dichiarare che avrai l’esercito più forte d’Europa;
- ordinare montagne di armamenti;
- cercare qualcuno disposto a usarli;
- scoprire che nella camerata cresce la muffa;
- convocare il Bundestag.
Perché, qualora i volontari non bastassero, il Parlamento potrà introdurre il servizio militare obbligatorio “in caso di necessità”. Oggi arriva il questionario, domani la visita medica, dopodomani la cartolina precetto. (Bundesregierung)
Merz voleva la più forte armata convenzionale d’Europa.
Per il momento può vantare il più forte esercito europeo sulla carta.
La carta, almeno, non diserta e non prende la muffa.
C’è ancora tempo per cambiare idea.
O almeno per aprire le finestre delle caserme.
Fonti: Reuters, Governo federale tedesco, Bundestag, rapporto del Commissario parlamentare per le Forze armate.
Don Chisciotte
it.euronews.com/my-europe/2026…
#bottegadelbarbieri: Hiroshima e Nagasaki: 220mila vittime nell’anno 1945
labottegadelbarbieri.org/hiros…
«TRUMP E NETANYAHU SONO DUE FIGLI DI SCELTE PASSATE» DI ELENA BASILE - FQ 5 AGO 2026
ALTRO INTERVENTO DI ALTISSIMO PROFILO, DI CUI SI CONSIGLIA UN'ATTENTA LETTURA INTEGRALE!!!
«Affermare che Trump e Netanyahu non sono un’anomalia nella storia degli Stati Uniti e di Israele, ma il risultato di dinamiche presenti nei due Paesi e dei semi di violenza insiti nella governance precedente, non significa essere antiamericani oppure antisemiti. Allo stesso modo, stigmatizzare l’Ue, facendo risalire l’autoritarismo, il neoliberismo e il filo-atlantismo a un sistema istituzionale perfezionatosi con i Trattati di Maastricht, non implica il rifiuto dell’ideale sovranazionale europeo. La grande confusione che regna è costruita ad hoc dalla manipolazione mediatica.
[…] Le crepe che si sono aperte nel sistema di dominio del capitalismo finanziario e che permettono di far penetrare alcuni raggi di luce, sono individuabili nella transizione che ha portato Trump, Netanyahu e Von der Leyen a rendere palese la violenza del sistema imperialistico. I partiti e i movimenti del cosiddetto dissenso dovrebbero inserirsi in queste fragilità, ribadendo la sostanziale continuità storica, senza farsi manipolare dalla destra tecnocratica, impersonata dai Dem Usa, dai socialisti europei e dal Pd, tendente a salvare il passato del liberal order basato sulle regole” e a trasformare Trump e Netanyahu in capri espiatori affinché “tutto cambi perché nulla cambi”.
Gli Usa di Trump hanno mostrato, anche ai ciechi e ai sordi, la violazione del diritto internazionale. La retorica liberal è rimasta impotente di fronte al genocidio di Gaza, alle minacce di annientamento dell’Iran, al sequestro della leadership di Caracas per gestire le risorse petrolifere. Ugualmente l’assedio di Cuba e l’ipotesi che l’attuale Segretario di Stato Rubio, eletto coi voti della diaspora, potrebbe essere il nuovo presidente dell’isola, ha fatto strabiliare l’elettore moderato filoatlantico. Persino Panebianco ha avuto un sussulto. La politica attuale in Medioriente e in America latina dei neoconservatori non era sostanzialmente diversa in passato. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, il sostegno ai regimi liberticidi latinoamericani e i colpi di Stato lo dimostrano. Allo stesso modo, il genocidio del popolo palestinese e l’attacco ai paesi vicini, la critica all’Onu materializzatasi con Netanyahu, erano insiti nel progetto del Grande Israele, sigillato nello Statuto del Likud alla sua nascita.
[…]
Questo significa fare di ogni erba un fascio? Non direi. Le differenze, anche solo di forma, sono importanti se riusciamo ad avere chiaro il quadro nel suo complesso. Altrimenti ci facciamo divorare dai partiti egemonici della falsa sinistra come il Pd, che vorrebbero perpetrare antiche violenze (per esempio l’insediamento dei coloni in Cisgiordania, continuato anche con la sinistra israeliana, oppure la politica delle esecuzioni extragiudiziali di Obama) monopolizzando le condanne di Netanyahu e di Trump in versione difensiva dello stesso sistema che li ha generati. La guerra di attrito contro l’Iran si è nuovamente fermata, ma l’escalation è sempre in agguato. La lobby di Israele non si arrende, e la politica bipartisan del Congresso ne è fortemente influenzata. Le monarchie del Golfo, che soffrono i danni maggiori delle rappresaglie di Teheran, hanno grazie ai petrodollari una leva non indifferente. L’Europa mediterranea, con la sola eccezione della Spagna, è complice di una situazione incandescente di cui patisce i maggiori danni. L’Italia con 400 soldati in Arabia Saudita, le basi di attacco della Nato e la fornitura di armi (riassunta da Orsini su questa testata) è cobelligerante e quindi legittimo obiettivo di un attacco iraniano. Gli ignari cittadini dormono sotto l’ombrellone.
Come Bezrukov ha affermato, la nuova guerra contro la Russia approvata da Trump, escalate to deescalate, caratterizzata dagli attacchi terroristici ucraini con droni in territorio russo, potrebbe durare anni. Andrey Lukyanov, esperto del Valdai Club, afferma che i droni ucraini sono il risultato di tre anni di finanziamento occidentale, oggi guidato dalla Germania. La deterrenza russa si ristabilirebbe attaccando le fabbriche in Ucraina e in Europa. Il progetto neoconservatore statunitense di demilitarizzazione- deindustrializzazione della Russia non ha subito scosse. È oggi portato avanti dalla maggioranza Ursula, con il piano di riarmo di 800 miliardi anche a debito (Safe, sostenuto dai socialisti europei e dal Pd) mentre la Germania con i 400 miliardi di riarmo nazionale ha in programma di divenire primo esercito mondiale entro il 2039. Il conflitto con la Russia entro la fine della decade è considerato un’ipotesi genuina dall’élite tedesca. La politica estera occidentale (come ho tentato di illustrare in Approdo per noi Naufraghi) è conseguenza della crisi del capitalismo finanziario ed è intrecciata con la cancellazione dello Stato sociale, della Costituzione e dei diritti di libera espressione.»
Spiegateglielo ai decelebrati Slava Ucraina, che applaudono i bombardamenti delle raffinerie e contro l'Iran.
IL DIESEL STA SPARENDO. E CON LUI RISCHIA DI FERMARSI L’ECONOMIA.
Mentre da noi il dibattito è tutto su auto elettriche, cannucce di carta e case “green”, il mondo reale sta lanciando un altro allarme.
Goldman Sachs individua nel gasolio l’epicentro della nuova crisi energetica mondiale.
Non è il petrolio a mancare.
Manca il diesel.
Quello che muove camion, trattori, navi, ambulanze, generatori, cantieri, macchine agricole e l’intera logistica globale.
Le cause si stanno sommando una sull’altra:
▪️ raffinerie fuori uso o rallentate in Medio Oriente;
▪️ la Cina trattiene una quota crescente della produzione per il mercato interno;
▪️ la Russia, dopo gli attacchi alle proprie raffinerie e per garantire il fabbisogno nazionale, ha drasticamente ridotto le esportazioni.
Il risultato?
2,6 milioni di barili al giorno in meno sul mercato mondiale.
Scorte ai minimi.
Domanda stagionale ai massimi.
Una miscela esplosiva.
E sapete qual è il problema?
Che senza diesel non si ferma solo qualche automobile.
Si fermano i trasporti.
Aumentano i costi dell’agricoltura.
Sale il prezzo del cibo.
Crescono i costi dell’industria.
Riparte l’inflazione.
È il carburante che tiene in piedi l’economia reale.
Per anni ci hanno raccontato che il problema era produrre più energia “verde”. Nel frattempo l’Occidente ha chiuso raffinerie, ha scoraggiato gli investimenti nel settore e ha reso il sistema molto più fragile.
Oggi basta un conflitto regionale, qualche raffineria colpita e qualche decisione di Mosca o di Pechino per mettere in ginocchio il mercato mondiale del diesel.
E mentre tutto questo accade…
L’Unione Europea continua a discutere di nuove sanzioni, nuovi obiettivi climatici e nuove tasse.
È come stare sul Titanic e discutere del colore delle tende mentre la sala macchine è già sott’acqua.
Quando il conto arriverà alla pompa di benzina, al supermercato e nelle bollette, ci diranno che è stata un’altra “emergenza imprevedibile”.
No.
I segnali ci sono tutti.
Basta avere il coraggio di guardarli.
Don Chisciotte
❤️
Nei giorni scorsi la Banca Centrale Europea ha indetto una consultazione per rinnovare gli EURO. Personalmente ho trovato molto banali ma soprattutto poco rappresentative le grafiche proposte per le nuove banconote (disponibili sui vari siti istituzionali), così mi sono permesso di ricreare una serie che trovo molto più coerente con gli attuali “valori” portati avanti dall’Unione Europea.
Matteo Gracis
Immagini prodotte con IA
𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔 𝗛𝗔 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗘𝗥𝗧𝗢 𝗜𝗟 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗥𝗘𝗔𝗧𝗢: 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗔𝗧𝗢
Il professor Angelo d'Orsi critica il riarmo, chiede diplomazia, difende la sovranità nazionale e sostiene che l’Italia non debba comportarsi come il poggiapiedi di Washington.
Per Repubblica il quadro indiziario è praticamente completo.
Mancano soltanto il colbacco, una balalaika sequestrata in salotto e la fotografia di Putin nascosta dietro i libri di storia.
L’articolo di Francesco Bei mette nello stesso frullatore D’Orsi, Agorà, Di Battista, Vannacci, l’ambasciata russa, Russia Today, il Copasir e lo spionaggio.
Il tutto con quella raffinata tecnica giornalistica che permette di non formulare un’accusa precisa, ma di lasciare sul tavolo abbastanza fumo da far sembrare sospetto perfino chi domanda dove sia l’incendio.
D’Orsi ha quindi rivolto al giornale una richiesta scandalosa: mostrare le prove.
Quali sarebbero gli eventi “filorussi” ai quali avrebbe partecipato?
Chi lo avrebbe finanziato?
Quali compensi avrebbe ricevuto?
Quali ordini gli sarebbero arrivati da Mosca?
Nomi, date, documenti, bonifici.
Una pretesa davvero antiquata. Nel nuovo giornalismo investigativo le prove rischiano soltanto di rovinare una bella trama.
Partecipare a un dibattito pubblico, infatti, non dimostra di essere al servizio di una potenza straniera. Altrimenti dovremmo applicare lo stesso criterio anche a chi frequenta ambasciate americane, fondazioni atlantiste, convegni NATO e salotti finanziati dall’Occidente.
Ma quello, evidentemente, non è servilismo.
È “responsabilità internazionale”.
Criticare Mosca significa essere liberi.
Criticare Washington significa essere pagati da Mosca.
Inviare armi significa volere la pace.
Chiedere negoziati significa preparare l’invasione dei cosacchi.
La logica è così impeccabile che potrebbe essere adottata direttamente come test d’ingresso nelle redazioni.
Agorà nasce in Italia e parla di lavoro, diritti sociali, pace, sovranità popolare e autonomia politica.
Idee che possono essere contestate, certo.
Ma contestarle richiederebbe argomenti.
Molto più comodo evocare il Cremlino, aggiungere una fotografia dell’ambasciata russa e lasciare che il lettore completi da solo il processo.
Io sto con Angelo D’Orsi e con il progetto Agorà.
Non perché ogni loro posizione debba essere condivisa, ma perché una democrazia degna di questo nome discute le idee: non trasforma il dissenso in una perizia psichiatrica o in un fascicolo del controspionaggio.
𝗗’𝗢𝗥𝗦𝗜 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔.
E se Repubblica possiede le prove, le pubblichi.
Altrimenti resta soltanto una grande inchiesta sul nulla, illustrata molto bene.
Don Chisciotte
Fonte: articolo di Francesco Bei su la Repubblica del 26 luglio e replica pubblica del professor Angelo D’Orsi.
𝗕𝗥𝗨𝗫𝗘𝗟𝗟𝗘𝗦 𝗛𝗔 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗜𝗧𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗦𝗧𝗔. 𝗢𝗥𝗔 𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗠𝗔 “𝗘𝗦𝗧𝗥𝗘𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢”
In Germania un sondaggio YouGov ha portato AfD al 29%, nove punti sopra la CDU-CSU del cancelliere Merz.
In Francia Marine Le Pen viene accreditata fra il 34% e il 35,5% al primo turno delle presidenziali, mentre nessuno degli avversari raggiunge il 20%.
Naturalmente a Bruxelles sono “preoccupati”.
Non per la Germania che perde occupazione industriale.
Non per la produzione manifatturiera tedesca, diminuita ogni anno dal 2022.
Non per le imprese tedesche che nel 2025 hanno investito oltre 7 miliardi di euro in Cina, il 55,5% in più rispetto all’anno precedente.
Sono preoccupati per gli elettori.
Perché gli elettori, quando votano male, diventano improvvisamente vittime della disinformazione.
Nel frattempo l’Unione europea e i suoi Stati membri dichiarano di aver destinato complessivamente 211,3 miliardi di euro all’Ucraina e agli ucraini.
Poi presentano Readiness 2030: fino a 800 miliardi di nuova capacità di spesa militare.
Una splendida dimostrazione di autonomia strategica europea, con un piccolo dettaglio: l’Europa importa dalla Cina il 98% dei magneti alle terre rare di cui ha bisogno e il 100% delle terre rare pesanti.
In pratica ci riarmiamo contro i nostri avversari geopolitici ordinando i componenti a uno dei nostri principali avversari geopolitici.
È il celebre moschetto europeo con etichetta “Made in Shenzhen”.
Sul fronte digitale il copione non cambia.
Il DSA aumenta i poteri di controllo sulle grandi piattaforme. Il portafoglio europeo d’identità digitale dovrà essere messo a disposizione entro la fine del 2026. Le regole temporanee chiamate “Chat Control” sono state prolungate fino al 2028, consentendo alle piattaforme di effettuare volontariamente determinate scansioni delle comunicazioni, anche se nell’attuale compromesso i servizi cifrati end-to-end restano esclusi.
Non occorre inventare una dittatura digitale già compiuta.
Basta osservare l’infrastruttura che viene montata, regolamento dopo regolamento, sempre con le migliori intenzioni e sempre nella stessa direzione.
AfD e Le Pen non sono un fulmine caduto sull’Europa.
Sono il prodotto politico di stagnazione economica, costi energetici, perdita industriale, immigrazione mal gestita, riarmo a debito e istituzioni che rispondono al dissenso spiegando ai cittadini che non hanno capito.
Bruxelles non ha creato un “mostro”.
Ha preparato il terreno, ha piantato il seme, ha acceso la serra e adesso convoca una commissione d’inchiesta perché la pianta è cresciuta.
Von der Leyen può anche continuare a mostrarsi preoccupata.
Gli elettori europei sembrano esserlo molto più di lei.
E, soprattutto, hanno ancora una matita in mano.
Don Chisciotte
😁😁😁
𝗙𝗘𝗗𝗢𝗥𝗢𝗩 𝗖𝗧: 𝗙𝗜𝗡𝗔𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘𝗧𝗧𝗔
La satira ha già risolto il problema della panchina azzurra.
Roberto Mancini? Impossibile.
Ha allenato lo Zenit San Pietroburgo nel 2017-2018, quando la Russia aveva già annesso la Crimea. Una contaminazione gravissima, retroattiva e probabilmente trasmissibile anche attraverso i calci d’angolo.
Per evitare nuovi turbamenti a Picierno, Calenda e all’intero reparto di profilassi geopolitica nazionale, il prossimo commissario tecnico sarà dunque Mychajlo Fedorov.
Finalmente una nomina inattaccabile.
𝗖𝗧: Fedorov.
𝗩𝗶𝗰𝗲𝗮𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲: Crosetto.
𝗗𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶𝘃𝗼: Kaja Kallas.
𝗩𝗔𝗥: Commissione europea.
𝗖𝗼𝗻𝘃𝗼𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶: approvate preventivamente dall’ambasciata ucraina.
Il nuovo modulo sarà il 4-3-3 atlantico:
quattro sanzioni,
tre comunicati indignati,
tre richieste di finanziamento.
Prima di ogni partita, inoltre, ciascun calciatore dovrà firmare un’autocertificazione:
«Non ho mai giocato, allenato, lavorato o bevuto un caffè entro cinquecento chilometri da Mosca».
Chiunque abbia conosciuto un russo verrà escluso dal ritiro.
Chi abbia letto Dostoevskij sarà convocato soltanto dopo un accurato percorso di de-russificazione.
E chi possiede una matrioska verrà deferito direttamente alla Corte penale internazionale.
𝗩𝗢𝗚𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗙𝗘𝗗𝗢𝗥𝗢𝗩!
Non sappiamo se sappia allenare una Nazionale, ma ormai sembra un dettaglio secondario.
L’importante è che la formazione sia corretta.
Politicamente, naturalmente.
Don Chisciotte
"In definitiva, dall’intervista emerge con chiarezza qual è la scelta del PD in politica estera, energetica, economica. Ed è una scelta che non meraviglia per niente."
ilgiornaleditalia.it/news/poli…
ilgiornaleditalia.it/news/poli…
𝗟𝗘 “𝗔𝗖𝗖𝗜𝗦𝗘 𝗠𝗢𝗕𝗜𝗟𝗜”: 𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗧𝗜 𝗦𝗩𝗨𝗢𝗧𝗔 𝗟𝗘 𝗧𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗣𝗢𝗜 𝗧𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗜𝗧𝗨𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗜𝗟 𝗚𝗘𝗧𝗧𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗔𝗥𝗥𝗘𝗟𝗟𝗢
Meloni incontra Giorgetti. Il governo è «al lavoro per una soluzione» contro il caro benzina.
La soluzione, udite udite, potrebbe essere quella delle accise mobili.
Un nome meraviglioso. Fa pensare a tasse agili, dinamiche, scattanti. Accise che corrono, saltano, fanno stretching e magari, prese da un improvviso slancio patriottico, se ne vanno definitivamente.
Naturalmente non funziona così.
Vediamo di capire il prodigio fiscale.
Quando aumenta il prezzo del petrolio, aumenta il prezzo industriale del carburante. E quando aumenta il prezzo del carburante, aumenta anche l’IVA incassata dallo Stato, perché l’IVA è calcolata in percentuale sul prezzo.
In pratica, più paghiamo benzina e diesel, più lo Stato incassa.
A questo punto entra in scena la cosiddetta accisa mobile: il governo prende una parte del maggiore gettito IVA provocato dal rincaro e la usa per abbassare temporaneamente le accise.
Riassumendo:
il carburante aumenta;
tu paghi di più;
lo Stato incassa più IVA;
poi il governo valuta se restituirti una parte di ciò che ha appena incassato;
infine presenta la restituzione parziale come un intervento contro il caro carburanti.
È come se un ladro ti portasse via il portafoglio, contasse i soldi davanti a te e poi, commosso dalla tua situazione economica, ti restituisse la monetina da un euro necessaria per prendere il carrello al supermercato.
E tu dovresti pure ringraziarlo perché ha adottato una «misura di sostegno».
Facciamo un esempio puramente illustrativo.
Se il prezzo imponibile del carburante aumenta di 10 centesimi, lo Stato incassa circa 2,2 centesimi in più di IVA.
Dunque tu subisci un rincaro di oltre 12 centesimi e il governo può eventualmente utilizzare una parte di quei 2,2 centesimi per ridurre l’accisa.
Non ti toglie il rincaro.
Non riporta il prezzo al livello precedente.
Non modifica strutturalmente la tassazione.
Ti restituisce, forse, una piccola frazione del maggiore esborso.
La stampa la chiama «soluzione».
Ma le parole hanno ancora un significato.
Una soluzione risolve un problema.
Un tampone limita temporaneamente il danno.
Qui siamo parecchio sotto il tampone: siamo al governo che osserva l’emorragia, raccoglie un po’ del sangue caduto sul pavimento e lo rimette nel paziente con un cucchiaino da caffè.
Con calma, naturalmente.
Perché le accise saranno pure mobili, ma il meccanismo non parte necessariamente nell’istante in cui i prezzi aumentano. Bisogna calcolare il maggiore gettito, verificarlo, discuterne, decidere l’intervento e adottare i relativi provvedimenti.
Nel frattempo il prezzo alla pompa sale in tempo reale.
Il benzinaio cambia il cartello oggi.
Il governo approfondisce domani.
L’automobilista paga subito.
L’eventuale sconto arriva dopo.
È la nuova frontiera dell’efficienza pubblica: rincari alla velocità della luce, aiuti con la puntualità di un treno regionale durante uno sciopero.
E attenzione: l’articolo spiega anche che i precedenti tagli alle accise sarebbero costati miliardi alle casse dello Stato e non potrebbero essere mantenuti a lungo a causa dell’elevato debito pubblico.
Curioso.
Quando il prezzo sale, il cittadino deve comprendere le esigenze dei mercati, la situazione internazionale, il petrolio, le guerre, il debito e gli equilibri di bilancio.
Quando lo Stato incassa accise e IVA sulle accise, invece, non è mai il momento adatto per discutere seriamente di una riduzione permanente della pressione fiscale.
Le tasse sui carburanti sono come certi parenti: dovevano fermarsi pochi giorni e sono ancora sedute in salotto dopo decenni.
Il risultato è un capolavoro.
Lo Stato tassa il carburante.
Poi applica l’IVA anche sull’accisa.
Poi incassa di più quando il prezzo aumenta.
Poi usa una parte dell’extragettito per ridurre temporaneamente la tassa.
Poi convoca una riunione.
Poi comunica di essere al lavoro.
Poi i giornali titolano: «Il governo cerca una soluzione».
Manca soltanto il documentario celebrativo con la voce di Alberto Angela:
“Qui possiamo osservare il raro esemplare di accisa mobile. Si muove soltanto quando il prezzo è già aumentato e tende a tornare rapidamente nella posizione originaria.”
Quindi diciamolo chiaramente.
Le accise mobili non sono una soluzione al caro benzina.
Sono un meccanismo che può restituire agli automobilisti una piccola parte delle maggiori entrate fiscali generate dallo stesso caro benzina.
È fiscalità circolare: il denaro parte dalla tua tasca, compie un elegante giro nei conti dello Stato e, quando torna, è dimagrito.
Il problema non viene risolto.
Il prezzo non viene riportato indietro.
La tassazione non viene riformata.
La famiglia che usa l’auto per lavorare, accompagnare i figli, fare la spesa o vivere in un territorio senza trasporti pubblici continua a pagare.
Però adesso sa che a Palazzo Chigi stanno «approfondendo».
E questo, evidentemente, dovrebbe far consumare meno il motore.
Le accise sono mobili.
Il governo è al lavoro.
Il prezzo corre.
E l’unica cosa perfettamente immobile resta il contribuente, fermo davanti alla pompa con la pistola del carburante in una mano e il portafoglio in rianimazione nell’altra.
Don Chisciotte
Crescono le critiche a Bruxelles per il bilancio condizionato alle riforme Dieci paesi dell'Unione Europea—tra cui Francia, Italia, Spagna, Ungheria, Malta e Polonia—hanno formato un muro di opposizione contro la proposta della Commissione Europea di legare i pagamenti del prossimo bilancio settennale (2028-2034, del valore di quasi 2.000 miliardi di euro) all'attuazione di riforme strutturali, incluse misure impopolari come l'innalzamento dell'età pensionabile. I critici temono a ragione che il meccanismo possa trasformare le raccomandazioni di Bruxelles in imposizioni, concentrare il potere a scapito delle regioni e causare ritardi nei pagamenti. Il modello era già stato sperimentato con il Recovery and Resilience Facility (RRF), fatto passare in fretta e furia con il pretesto dell'emergenza Covid-19.
La mossa è l'ultimo fronte della duplice spinta di Bruxelles: centralizza il controllo fiscale mentre trasforma l'UE in una macchina da guerra, con un bilancio sempre più orientato alla difesa e al riarmo. Mentre la Commissione lega i fondi comunitari a politiche di austerità e riforme strutturali, è allo stesso tempo determinata a incrementare massicciamente la spesa militare e il sostegno al regime di Kiev.
Questa doppia strategia sta alimentando un crescente malcontento. Il meccanismo di condizionalità, visto come una forma di "ricatto ideologico", costringerebbe i paesi ad attuare riforme impopolari, privando i governi nazionali e locali di ciò che resta della loro sovranità fiscale e di bilancio. È ormai innegabile che gli interessi di potere che si sono consolidati intorno alla Commissione europea abbiano la precedenza sulle priorità e bisogni dei cittadini.
LauraRuHK politico.eu/article/government…
Un'analisi recente del South China Morning Post avverte che la comprensione della Cina da parte di Washington sta diminuendo proprio nel momento in cui sarebbe più che mai necessaria. Mentre gli studiosi della generazione precedente hanno costruito le loro carriere sull'esperienza diretta e su una genuina curiosità intellettuale verso la società cinese, gli analisti più giovani tendono a guardare al Paese attraverso la lente della competizione strategica e l'astrazione dei dati, piuttosto che attraverso quella delle sfumature culturali e storiche.
Il pericolo, come ha osservato un analista, è una "scarsità di competenze consolidate sulla Cina entro un decennio".
La tendenza è ben nota a chiunque abbia osservato il crollo delle competenze occidentali sulla Russia. Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, i finanziamenti per lo studio della lingua, storia e cultura russa sono evaporati. Una generazione di studiosi è andata in pensione senza adeguati successori. Oggi, il settore è dominato da una generazione più giovane che vede la Russia attraverso una lente ideologica semplicistica e deformante.
Di conseguenza, i dibattiti politici su Cina e Russia sono sempre più plasmati non da analisi empiriche, ma da illusioni, caricaturizzazione, da voci dell'opposizione in esilio e da un'ideologia (russofobia e sinofobia) che lascia poco spazio a sfumature o a una comprensione autentica.
Sta emergendo una generazione di analisti che vede solo rivali e minacce, senza il contesto storico, culturale o umano necessario per affrontare la complessità e interagire in modo saggio.
Quando gli unici strumenti disponibili sono il sospetto e l'ideologia, il rischio di errori di valutazione cresce. E in un'epoca di competizione tra grandi potenze, questo è chiaramente un pericolo.
LauraRu
scmp.com/news/china/diplomacy/…
𝗞𝗔𝗟𝗟𝗔𝗦 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗥𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗚𝗟𝗜 «𝗔𝗠𝗜𝗖𝗜» 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗔𝗡𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢
Rieccola. Il disco rotto contro la Russia si sveglia, guarda finalmente verso Ovest e scopre che gli amici americani hanno un curioso modo di dimostrare affetto: 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘁𝗶 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗳𝗶𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶, 𝗽𝗼𝗶 𝘁𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮.
Gli Stati Uniti hanno introdotto dazi del 10% e del 12,5% sui beni provenienti da 60 partner commerciali, Unione Europea compresa, sostenendo che non controllino abbastanza le merci prodotte con lavoro forzato. (Reuters)
Kaja Kallas è caduta dal lettone:
«Non ce lo aspettavamo. Avevamo un accordo con l’America e noi abbiamo rispettato la nostra parte».
Povera creatura. Credeva che un accordo con Washington fosse un accordo. Invece è un abbonamento: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗽𝗮𝗴𝗮, 𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶.
Ma il capolavoro arriva subito dopo.
Mentre Kallas dichiara che l’accordo non sarebbe stato rispettato, un portavoce della Commissione europea afferma che il risultato è invece «in linea» con gli impegni americani e produce addirittura uno «slancio positivo». (Reuters)
Bruxelles ha così inventato la 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮: il dazio è contemporaneamente un tradimento e un successo. Kallas protesta, la Commissione ringrazia, Trump incassa e il contribuente europeo applaude per non disturbare.
Kallas ha persino ricordato che in Europa esistono ferie retribuite e migliori tutele del lavoro. Giusto. Dopo aver impartito lezioni morali all’intero pianeta, Bruxelles scopre che anche Washington può inventarsi un nobile pretesto e usarlo come randello economico. (Reuters)
Quando il randello colpisce Mosca si chiama «ordine internazionale basato sulle regole».
Quando colpisce l’Europa diventa una «sgradevole sorpresa».
𝗠𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲: la Russia è il nemico, la Cina è il rivale sistemico, l’America è l’alleato affidabile e l’Europa è quella che paga la quota associativa, compra le armi e poi telefona a Washington per «chiedere chiarimenti».
Possibilmente senza disturbare.
Don Chisciotte