Quando Al Bano partecipò a dei concerti in Russia, successe l'inferno. Gliene dissero di tutti i colori: spia del Cremlino, servo di Putin, traditore della Patria, eccetera, eccetera.

Per la cronaca, Al Bano, ieri, ha tenuto un concerto a Tel Aviv in occasione del Capodanno ebraico.

Nessuno fiata. Nessuno dice mezza parola. Nessuno rinfaccia ad Al Bano di essere andato a cantare in un Paese che sta alla sbarra alla Corte Internazionale di Giustizia con l'accusa di genocidio. Nessuno che si sogna di chiedergli come ha fatto a cantare "felicità" laddove, a qualche metro, ci sono bambini che muoiono di fame e vengono fatti a pezzi.

Qui, nessuna indignazione. Nessuna notizia. Nessuna polemica.

Ecco, questo è il doppiopesismo occidentale. Ed è qualcosa che fa decisamente schifo!

Giuseppe Salamone


Questo scriveva la madre italiana, cristiana e sovranista.

Disgraziatamente per loro, noi abbiamo grande memoria.
Non governano nulla, non contano nulla: sono semplici amministratori con la spada di Damocle sulla testa.

Fiorangela Altamura


Ogni santo giorno sui social…


"Questo giardino ce l'hanno promesso 3000 anni fa..."


Per una volta, hanno detto la verità.


.🤣🤣🤣🤣


LAPPEENRANTA, IL MIRACOLO EUROPEO: COME TRASFORMARE I CLIENTI IN DISOCCUPATI

Bruxelles ha trovato la formula perfetta.

Hai una città che vive di turismo russo? Chiudi il confine.
Hai negozi pieni? Togli i clienti.
Hai hotel, ristoranti e servizi che lavorano? Taglia il flusso di persone.
Hai un aeroporto che intercetta il traffico di San Pietroburgo? Fallo diventare un monumento alla geopolitica intelligente.

Poi, quando arrivano disoccupazione e spopolamento, convoca un tavolo sulla “resilienza delle aree di confine”.

Possibilmente con buffet.

Lappeenranta, per anni, aveva fatto una cosa evidentemente troppo sovversiva: guadagnava.

Commerciava. Ospitava turisti. Faceva volare passeggeri. Sfruttava la vicinanza con una metropoli enorme come San Pietroburgo.

Nel 2011 il suo aeroporto movimentava circa 116.000 passeggeri e più della metà arrivava proprio dall’area russa.

Poi è arrivata la grande strategia occidentale:

“ISOLIAMO LA RUSSIA!”

Risultato?

La Russia non è sparita.
San Pietroburgo non è sprofondata nel Baltico.
I russi non hanno smesso di viaggiare.

Semplicemente hanno smesso di spendere soldi lì.

Geniale.

Per qualche mese, dopo la chiusura dei cieli europei ai vettori russi, Lappeenranta era diventata perfino una porta d’accesso all’Europa: i russi arrivavano via terra e da lì prendevano l’aereo.

Troppo semplice.
Troppo utile.
Troppo economicamente sensato.

Quindi Helsinki ha chiuso anche quella porta.

E oggi?

Ryanair se n’è andata. Nel 2026 non ci sono voli internazionali di linea. Le regioni orientali arrancano. Imatra ha registrato livelli di disoccupazione intorno al 17%. E cresce il timore dello spopolamento.

Ma non chiamatelo autolesionismo.

Si dice:

“scelta strategica europea”.

È più elegante.

In pratica hanno preso una regione che viveva del rapporto economico con la Russia, le hanno tolto la Russia e adesso studiano con aria preoccupata il misterioso motivo per cui l’economia soffre.

Serve una commissione.

Forse due.

Poi un rapporto di 380 pagine dal titolo:

“Strategie innovative per rilanciare le aree che abbiamo appena strangolato.”

E naturalmente arriveranno anche i fondi europei.

Prima ti tolgono il cliente.
Poi ti danno il sussidio.
Infine fanno una conferenza stampa per spiegarti quanto sei stato aiutato.

Questa sì che è economia circolare.

Il denaro gira.

Il lavoro sparisce.

E se una famiglia resta senza reddito?

Pazienza.

Avrà però la consolazione di sapere che Bruxelles ha mantenuto una postura molto ferma.

La postura, infatti, è rimasta.

È l’economia che si è seduta.

E ricordate la regola fondamentale:

se Mosca vende altrove, è colpa di Putin.

Se i turisti russi spendono altrove, è colpa di Putin.

Se chiudi tu il confine e i tuoi negozi perdono clienti…

indovinate un po’?

Sempre Putin.

Perché in Europa ormai il principio economico è semplicissimo:

se una sanzione danneggia la Russia, è un successo.
Se danneggia noi, è solidarietà.
Se affossa un’economia locale, è resilienza.

Va tutto bene sul fronte occidentale.

Soprattutto per chi quel fronte lo guarda da Bruxelles.

— Don Chisciotte

📌 FONTI: Yle; Governo finlandese; Statistics Finland; OECD; Città di Lappeenranta.

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Un'altra celebrolesa europeísta pagata per mentire, che nonostante siano altri a minacciare di prendersi la Groenlandia vede solo la Russia come minaccia, e inneggia al riarmo.🤦🏼🤦🏼🤦🏼🤦🏼


Come avere la faccia come ....


Tanto per ricordarvelo...


Putin, firmati tre decreti segreti durante la giornata in cui il direttore della CIA Ratcliffe ha visitato Mosca

Oggi il direttore della CIA John Ratcliffe ha raggiunto la capitale russa, passando per il Cremlino.

Ufficialmente non sono state fornite informazioni sulle ragioni della visita, lasciando alla stampa ampio margine di interpretazione di questa visita improvvisa.

C’è chi ritiene che Ratcliffe abbia presentato a Putin un piano per una graduale risoluzione del conflitto in Ucraina, altre testate ipotizzano che gli americani abbiano raggiunto Mosca per chiedere a Putin lo stop agli attacchi ai porti ucraini sul Mar Nero, che hanno messo in ginocchio le esportazioni ucraine. Ma la visita avrebbe potuto riguardare uno scambio di prigionieri o la situazione attorno all’Iran e Cuba, nonché le relazioni sempre più tese tra Russia ed i Paesi NATO.

Occorre ricordare che Ratcliffe è considerato uno dei principali sostenitori della linea dura nei confronti del Cremlino, ricoprendo un ruolo di primaria importanza nel trasferimento di informazioni di intelligence a Kiev, consentendo quindi all’esercito ucraino di colpire le retrovie russe.

L’ultima visita di un direttore della CIA a Mosca risale all'autunno del 2021. In seguito a quella visita il Cremlino presentò le proprie condizioni (garanzie di sicurezza) per una de-escalation, chiedendo alla NATO di rinunciare ad espandersi verso est. Gli Stati Uniti respinsero le richieste russe e dopo poche settimane scoppiò la guerra su vasta scala in Ucraina.

Vittorio Rangeloni


Le mirabolanti cazxate di Repubblica


E poi parlano della Corea del Nord... Qua sì che abbiamo la democrazia...


Dobbiamo comprare armi, per il governo del nostro paese non è importante la scuola, ne la cultura ne la sanità. Viviamo di armi 🤦🏼🤦🏼☠️☠️🤮🤮


Facciamolo tutti, è solo un giorno, ma sarà un segnale per palazzo Chigi.


Prendersela con un cartone animato fa capire la bassezza del soggetto, e soprattutto di quelli che lo sostengono. Dev'essere che la cocaina gli ha bruciato già tutti i neuroni, e i seguaci hanno il QI negativo.


Agli Slava Ucraina, decelebrati con QI negativo.

Che strano, vero?

Ho condiviso un servizio della Rai del 2016. Un pezzo di cronaca, niente di più. E immediatamente qualcuno (sempre lo stesso 1% di “esperti da divano in pigiama mimetico”) ha sentenziato: «Propaganda putiniana! Falso!».

Grazie a Dio sono pochi. Perché se uno ha un minimo di memoria e di logica, qualcosa non torna. E di brutto.

Qualche anno fa la stessa Rai (e quasi tutta la stampa occidentale) raccontava un’Ucraina tutt’altro che angelica. Oggi invece la Russia è il Male Assoluto e l’Ucraina è diventata un paese di santi democratici e pacifici. Ieri si dicevano certe cose. Oggi quelle stesse cose vengono definite propaganda. Assurdo.

E a proposito di “ieri”, un follower mi ha gentilmente segnalato un articolo di HuffPost Italia del 6 luglio 2014. Titolo: *«Ucraina, non possiamo stare a guardare».

Scrivevano testualmente:

«In Ucraina per la prima volta da dopo la fine del franchismo, un governo europeo sta sdoganando ed inglobando nell’apparato repressivo dello stato i nazisti che operano in quanto nazisti, con i metodi dei nazisti e con gli obiettivi dei nazisti. Il rogo di Odessa e le decine di morti ne sono l’esempio tangibile.»


Non è un blog russo. È HuffPost. Anno 2014. Si parlava apertamente di forze di estrema destra (Svoboda e milizie volontarie) entrate di prepotenza nelle istituzioni e nell’apparato di sicurezza. Si parlava del rogo di Odessa. Si parlava di una guerra civile che l’Occidente stava alimentando.

Oggi quello stesso articolo viene bollato come “propaganda putiniana”. Ieri era giornalismo. Adesso, magicamente, è tutta menzogna. E la nuova narrazione invece sarebbe la verità assoluta.

A questi signori del “tutto propaganda quella di prima” consiglio caldamente di prendere lo zaino, arruolarsi e andare di persona in Ucraina a difendere la grandissima Unione Europea. Quella di cui l’Ucraina non fa parte (e secondo me non dovrebbe neanche farne parte, ma lasciamo stare). Vediamo quanto dura il loro entusiasmo atlantista quando smettono di fare i leoni da tastiera.

La realtà, come sempre, è più sporca e scomoda di qualsiasi slogan.
Ed è proprio per questo che oggi viene sistematicamente nascosta.

Buona riflessione.


UCRAINA & ODESSA - “Mosca guarda oltre il Donbass: il vero obiettivo è chiudere Kiev fuori dal Mar Nero”

Le ambizioni russe si estendono a Odessa: la presa russa della città chiuderebbe all'Ucraina lo sbocco al mare con effetti strategici e territoriali enormi

Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino, ha affidato a IlSussidiario TV la sua lettura della guerra in Ucraina, soffermandosi sull’andamento del fronte, sugli obiettivi di Mosca, sul coinvolgimento occidentale e sulle prospettive di un negoziato.

Nella sua analisi, gli attacchi con i droni non sono in grado di modificare gli equilibri sul terreno, mentre le ambizioni russe si sarebbero progressivamente ampliate. Sullo sfondo resta il rischio di un’ulteriore escalation e delle sue conseguenze per l’Europa.

Per Bradanini, il nodo è ormai militare: “È dunque palese che il conflitto verrà deciso sul campo di battaglia, al fronte, dove la realtà parla da sola”.

Gli attacchi ucraini con i droni possono incidere realmente sulle sorti della guerra?

Parto da una premessa: questa guerra non viene combattuta solo tra Ucraina e Russia, ma tra NATO e Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra. Quanto ai droni, certo, infastidiscono: sono punture di spillo, possono danneggiare anche infrastrutture vitali e uccidere delle persone, ma non incidono sulle sorti della guerra.

È una pia illusione immaginare che possano provocare rivolte sociali o politiche contro Putin. Al fronte, intanto, l’esercito russo continua ad avanzare, anche se lentamente.

Come descrive oggi gli obiettivi di Mosca sul terreno?

Gli obiettivi di Mosca, nel corso di questi quattro anni e mezzo, sono cambiati, si sono ampliati. Mosca non ha fretta e ha messo nel mirino Odessa, in raccordo con la Transnistria. Se questo obiettivo fosse raggiunto, l’Ucraina verrebbe totalmente estromessa dal Mar Nero e diventerebbe, a mio giudizio, un Paese alla deriva, disfunzionale, esposto anche a possibili saccheggi territoriali da parte di Polonia, Ungheria e Romania, e chissà cos’altro.

Come legge invece i bombardamenti contro l’Ucraina e le infrastrutture del Paese?

Se si esce dalla bolla della propaganda dell’Occidente, si scopre intanto che, secondo la mia lettura, gli attacchi contro i civili provengono soprattutto dall’Ucraina, che pensa così di destabilizzare il sistema di potere a Mosca. Le vittime civili ci sono anche in Ucraina, ben inteso, ma i russi bombardano prevalentemente e sistematicamente le infrastrutture che sostengono lo sforzo bellico di Kiev e degli alleati occidentali.

Quali conseguenze può avere il coinvolgimento sempre più evidente dei Paesi occidentali?

In linea con quanto dicevo prima, la partecipazione occidentale è stata corposa e variegata fin dall’inizio. Con il trascorrere del tempo è diventata sempre più evidente, ma fondamentalmente c’è sempre stata. Dobbiamo sperare che la Russia non si stanchi di questa finzione e non decida di colpire i luoghi dove molte di queste armi sono prodotte o i centri di comando della NATO e dell’Ucraina, che sono sparsi, ahimè, anche in diversi Paesi NATO.

Perché, secondo lei, il negoziato non riesce a partire?

Questa è la domanda cruciale. La Russia, è evidente, cerca un accordo di pace, non un cessate il fuoco: un accordo che garantisca la sua sicurezza. Apparentemente questo accordo non è accettabile da parte degli Stati Uniti, perché dovrebbero riconoscere la loro sconfitta, insieme all’Occidente collettivo.

Una sconfitta avrebbe conseguenze anche sul piano geopolitico, per l’immagine americana nel mondo. Per di più, un individuo egocentrico come Trump non può accettare di passare alla storia come colui che ha dovuto digerire l’amaro calice della sconfitta contro la Russia. E dunque, su queste basi, il negoziato non può partire.

Quali rischi vede se la Russia intravedesse una sconfitta?

La Russia non può perdere una guerra che giudica di sopravvivenza. Di conseguenza, probabilmente metterebbe mano all’arsenale nucleare se dovesse intravedere all’orizzonte l’ombra di una sconfitta, perché questo significherebbe la propria implosione. È un’escalation che, a mio giudizio, non è tanto ipotetica.

E per l’Europa quali conseguenze vede?

Dobbiamo chiederci che cosa possano fare i popoli europei, che sono quelli che soffrirebbero di più, per impedire questa escalation. A ciò si aggiunge quello che considero un saccheggio già in atto: ospedali, scuole, potere d’acquisto dei salari e via dicendo, per via del cosiddetto riarmo antirusso.

Un riarmo che dovrebbe impedire ai russi di fare una cosa che, secondo me, non hanno nessuna intenzione di fare: far abbeverare i propri cavalli sotto l’Arco di Trionfo o a Piazza San Pietro. Ricatti, lusinghe e minacce della locomotiva americana impediscono ai nostri governanti di uscire da questa sorta di cobelligeranza. E su questo tema, aggiungerei, destra o sinistra non fanno nessuna differenza.

È nel Donbass che si giocherà davvero l’esito della guerra?

L’intensificarsi dei bombardamenti contro i porti ucraini, non solo quello di Odessa, conferma, secondo me e secondo molti analisti, che le ambizioni russe vanno oltre il Donbass. All’inizio della guerra erano più limitate, oggi vanno oltre. Ma forse esiste anche un altro livello di confronto che dobbiamo considerare.

Qual è l’altro livello di confronto che considera?

Da una parte c’è il sistema di potere che circonda Donald Trump, che si illude di poter tornare al decennio unipolare successivo all’implosione sovietica, quando c’era una sola grande potenza, quella americana. Sul fronte opposto c’è un Sud globale che, forse ancora in forma confusa, sta cercando di cogliere l’occasione per indebolire strutturalmente l’impero americano.

Gli Stati Uniti sono inoltre alle prese con il diminuito potere del dollaro e con la deindustrializzazione della loro economia; dall’altra parte emerge la Cina su molti fronti, dalle terre rare ai materiali essenziali, dalla tecnologia di punta fino al piano militare. Insomma, tempi cupi. Una speranza, anche se debole, è che i popoli escano dal torpore, tornando padroni del loro destino. Un destino che oggi è in mano a individui che, ahimè, in cambio di onori e denari danno l’impressione di aver venduto l’anima a Belzebù.

intervista di Max Ferrario all'Ambasciatore Alberto Bradanini

Fonte: ilsussidiario.net/news/ucraina…


Diedero una laurea ad honorem a Fauci, non si per cosa...
Come non si sa per cosa Mattarella abbia premiato Burioni...
Solo in Italia accadono queste cose...


Aiutatemi a capire: quando il petrolio aumenta, aumenta subito anche il carburante.
Quando il petrolio cala, invece, il carburante non scende... anzi, a volte aumenta.
Dicono che sia perché le scorte sono state acquistate quando il prezzo era più alto.
Ma allora, quando il petrolio aumenta, le scorte non sono state acquistate a un prezzo più basso? No? 🤔


6 Agosto 1945, Bomba atomica su Hiroshima, 80000 morti. Un crimine di guerra a cui nessuno ha mai pagato.


DER GROSSA ARMATA DI CARTONE

— Mein Kanzler, quale sarebbe il piano?
— Costruire entro il 2035 l’esercito più forte d’Europa!
— Jawohl! E quanti soldaten abbiamo?
— Circa 185.000.
— E quanti ne servono?
— 260.000.
— Ach so… E gli altri?
— Sono nel foglio Excel.

Merz e Pistorius promettono una Bundeswehr gigantesca: 260.000 militari in servizio e 200.000 riservisti entro il 2035. Peccato che tra un quinto e un quarto delle nuove reclute saluti la compagnia entro i primi sei mesi. (Reuters)

— Le armi?
— In ordinazione.
— Le caserme?
— In fermentazione.
— Le reclute?
— In ritirata strategica verso casa.

La Germania spende miliardi per riarmarsi, ma continua a fare i conti con infrastrutture degradate, alloggi da risanare, carenze di personale e materiali che arrivano con la puntualità di un regionale italiano durante uno sciopero. (Financial Times)

Il progetto è perfettamente organizzato:

  1. dichiarare che avrai l’esercito più forte d’Europa;
  2. ordinare montagne di armamenti;
  3. cercare qualcuno disposto a usarli;
  4. scoprire che nella camerata cresce la muffa;
  5. convocare il Bundestag.

Perché, qualora i volontari non bastassero, il Parlamento potrà introdurre il servizio militare obbligatorio “in caso di necessità”. Oggi arriva il questionario, domani la visita medica, dopodomani la cartolina precetto. (Bundesregierung)

Merz voleva la più forte armata convenzionale d’Europa.

Per il momento può vantare il più forte esercito europeo sulla carta.

La carta, almeno, non diserta e non prende la muffa.

C’è ancora tempo per cambiare idea.
O almeno per aprire le finestre delle caserme.

Fonti: Reuters, Governo federale tedesco, Bundestag, rapporto del Commissario parlamentare per le Forze armate.

Don Chisciotte


I democratici per eccellenza, gli esportatori di pace e democrazia, eccoli qui...


«TRUMP E NETANYAHU SONO DUE FIGLI DI SCELTE PASSATE» DI ELENA BASILE - FQ 5 AGO 2026

ALTRO INTERVENTO DI ALTISSIMO PROFILO, DI CUI SI CONSIGLIA UN'ATTENTA LETTURA INTEGRALE!!!

«Affermare che Trump e Netanyahu non sono un’anomalia nella storia degli Stati Uniti e di Israele, ma il risultato di dinamiche presenti nei due Paesi e dei semi di violenza insiti nella governance precedente, non significa essere antiamericani oppure antisemiti. Allo stesso modo, stigmatizzare l’Ue, facendo risalire l’autoritarismo, il neoliberismo e il filo-atlantismo a un sistema istituzionale perfezionatosi con i Trattati di Maastricht, non implica il rifiuto dell’ideale sovranazionale europeo. La grande confusione che regna è costruita ad hoc dalla manipolazione mediatica.

[…] Le crepe che si sono aperte nel sistema di dominio del capitalismo finanziario e che permettono di far penetrare alcuni raggi di luce, sono individuabili nella transizione che ha portato Trump, Netanyahu e Von der Leyen a rendere palese la violenza del sistema imperialistico. I partiti e i movimenti del cosiddetto dissenso dovrebbero inserirsi in queste fragilità, ribadendo la sostanziale continuità storica, senza farsi manipolare dalla destra tecnocratica, impersonata dai Dem Usa, dai socialisti europei e dal Pd, tendente a salvare il passato del liberal order basato sulle regole” e a trasformare Trump e Netanyahu in capri espiatori affinché “tutto cambi perché nulla cambi”.

Gli Usa di Trump hanno mostrato, anche ai ciechi e ai sordi, la violazione del diritto internazionale. La retorica liberal è rimasta impotente di fronte al genocidio di Gaza, alle minacce di annientamento dell’Iran, al sequestro della leadership di Caracas per gestire le risorse petrolifere. Ugualmente l’assedio di Cuba e l’ipotesi che l’attuale Segretario di Stato Rubio, eletto coi voti della diaspora, potrebbe essere il nuovo presidente dell’isola, ha fatto strabiliare l’elettore moderato filoatlantico. Persino Panebianco ha avuto un sussulto. La politica attuale in Medioriente e in America latina dei neoconservatori non era sostanzialmente diversa in passato. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, il sostegno ai regimi liberticidi latinoamericani e i colpi di Stato lo dimostrano. Allo stesso modo, il genocidio del popolo palestinese e l’attacco ai paesi vicini, la critica all’Onu materializzatasi con Netanyahu, erano insiti nel progetto del Grande Israele, sigillato nello Statuto del Likud alla sua nascita.

[…]

Questo significa fare di ogni erba un fascio? Non direi. Le differenze, anche solo di forma, sono importanti se riusciamo ad avere chiaro il quadro nel suo complesso. Altrimenti ci facciamo divorare dai partiti egemonici della falsa sinistra come il Pd, che vorrebbero perpetrare antiche violenze (per esempio l’insediamento dei coloni in Cisgiordania, continuato anche con la sinistra israeliana, oppure la politica delle esecuzioni extragiudiziali di Obama) monopolizzando le condanne di Netanyahu e di Trump in versione difensiva dello stesso sistema che li ha generati. La guerra di attrito contro l’Iran si è nuovamente fermata, ma l’escalation è sempre in agguato. La lobby di Israele non si arrende, e la politica bipartisan del Congresso ne è fortemente influenzata. Le monarchie del Golfo, che soffrono i danni maggiori delle rappresaglie di Teheran, hanno grazie ai petrodollari una leva non indifferente. L’Europa mediterranea, con la sola eccezione della Spagna, è complice di una situazione incandescente di cui patisce i maggiori danni. L’Italia con 400 soldati in Arabia Saudita, le basi di attacco della Nato e la fornitura di armi (riassunta da Orsini su questa testata) è cobelligerante e quindi legittimo obiettivo di un attacco iraniano. Gli ignari cittadini dormono sotto l’ombrellone.

Come Bezrukov ha affermato, la nuova guerra contro la Russia approvata da Trump, escalate to deescalate, caratterizzata dagli attacchi terroristici ucraini con droni in territorio russo, potrebbe durare anni. Andrey Lukyanov, esperto del Valdai Club, afferma che i droni ucraini sono il risultato di tre anni di finanziamento occidentale, oggi guidato dalla Germania. La deterrenza russa si ristabilirebbe attaccando le fabbriche in Ucraina e in Europa. Il progetto neoconservatore statunitense di demilitarizzazione- deindustrializzazione della Russia non ha subito scosse. È oggi portato avanti dalla maggioranza Ursula, con il piano di riarmo di 800 miliardi anche a debito (Safe, sostenuto dai socialisti europei e dal Pd) mentre la Germania con i 400 miliardi di riarmo nazionale ha in programma di divenire primo esercito mondiale entro il 2039. Il conflitto con la Russia entro la fine della decade è considerato un’ipotesi genuina dall’élite tedesca. La politica estera occidentale (come ho tentato di illustrare in Approdo per noi Naufraghi) è conseguenza della crisi del capitalismo finanziario ed è intrecciata con la cancellazione dello Stato sociale, della Costituzione e dei diritti di libera espressione.»


Saremo sempre gli zerbini UE/Nato/Usa, l'abbiamo capito. Che personaggio incompetente 🤦🏼🤦🏼🤦🏼.


Spiegateglielo ai decelebrati Slava Ucraina, che applaudono i bombardamenti delle raffinerie e contro l'Iran.

IL DIESEL STA SPARENDO. E CON LUI RISCHIA DI FERMARSI L’ECONOMIA.

Mentre da noi il dibattito è tutto su auto elettriche, cannucce di carta e case “green”, il mondo reale sta lanciando un altro allarme.

Goldman Sachs individua nel gasolio l’epicentro della nuova crisi energetica mondiale.

Non è il petrolio a mancare.

Manca il diesel.

Quello che muove camion, trattori, navi, ambulanze, generatori, cantieri, macchine agricole e l’intera logistica globale.

Le cause si stanno sommando una sull’altra:

▪️ raffinerie fuori uso o rallentate in Medio Oriente;
▪️ la Cina trattiene una quota crescente della produzione per il mercato interno;
▪️ la Russia, dopo gli attacchi alle proprie raffinerie e per garantire il fabbisogno nazionale, ha drasticamente ridotto le esportazioni.

Il risultato?

2,6 milioni di barili al giorno in meno sul mercato mondiale.

Scorte ai minimi.

Domanda stagionale ai massimi.

Una miscela esplosiva.

E sapete qual è il problema?

Che senza diesel non si ferma solo qualche automobile.

Si fermano i trasporti.

Aumentano i costi dell’agricoltura.

Sale il prezzo del cibo.

Crescono i costi dell’industria.

Riparte l’inflazione.

È il carburante che tiene in piedi l’economia reale.

Per anni ci hanno raccontato che il problema era produrre più energia “verde”. Nel frattempo l’Occidente ha chiuso raffinerie, ha scoraggiato gli investimenti nel settore e ha reso il sistema molto più fragile.

Oggi basta un conflitto regionale, qualche raffineria colpita e qualche decisione di Mosca o di Pechino per mettere in ginocchio il mercato mondiale del diesel.

E mentre tutto questo accade…

L’Unione Europea continua a discutere di nuove sanzioni, nuovi obiettivi climatici e nuove tasse.

È come stare sul Titanic e discutere del colore delle tende mentre la sala macchine è già sott’acqua.

Quando il conto arriverà alla pompa di benzina, al supermercato e nelle bollette, ci diranno che è stata un’altra “emergenza imprevedibile”.

No.

I segnali ci sono tutti.

Basta avere il coraggio di guardarli.

Don Chisciotte