E poi parlano della Corea del Nord... Qua sì che abbiamo la democrazia...


Dobbiamo comprare armi, per il governo del nostro paese non è importante la scuola, ne la cultura ne la sanità. Viviamo di armi 🤦🏼🤦🏼☠️☠️🤮🤮


Facciamolo tutti, è solo un giorno, ma sarà un segnale per palazzo Chigi.


Prendersela con un cartone animato fa capire la bassezza del soggetto, e soprattutto di quelli che lo sostengono. Dev'essere che la cocaina gli ha bruciato già tutti i neuroni, e i seguaci hanno il QI negativo.


Agli Slava Ucraina, decelebrati con QI negativo.

Che strano, vero?

Ho condiviso un servizio della Rai del 2016. Un pezzo di cronaca, niente di più. E immediatamente qualcuno (sempre lo stesso 1% di “esperti da divano in pigiama mimetico”) ha sentenziato: «Propaganda putiniana! Falso!».

Grazie a Dio sono pochi. Perché se uno ha un minimo di memoria e di logica, qualcosa non torna. E di brutto.

Qualche anno fa la stessa Rai (e quasi tutta la stampa occidentale) raccontava un’Ucraina tutt’altro che angelica. Oggi invece la Russia è il Male Assoluto e l’Ucraina è diventata un paese di santi democratici e pacifici. Ieri si dicevano certe cose. Oggi quelle stesse cose vengono definite propaganda. Assurdo.

E a proposito di “ieri”, un follower mi ha gentilmente segnalato un articolo di HuffPost Italia del 6 luglio 2014. Titolo: *«Ucraina, non possiamo stare a guardare».

Scrivevano testualmente:

«In Ucraina per la prima volta da dopo la fine del franchismo, un governo europeo sta sdoganando ed inglobando nell’apparato repressivo dello stato i nazisti che operano in quanto nazisti, con i metodi dei nazisti e con gli obiettivi dei nazisti. Il rogo di Odessa e le decine di morti ne sono l’esempio tangibile.»


Non è un blog russo. È HuffPost. Anno 2014. Si parlava apertamente di forze di estrema destra (Svoboda e milizie volontarie) entrate di prepotenza nelle istituzioni e nell’apparato di sicurezza. Si parlava del rogo di Odessa. Si parlava di una guerra civile che l’Occidente stava alimentando.

Oggi quello stesso articolo viene bollato come “propaganda putiniana”. Ieri era giornalismo. Adesso, magicamente, è tutta menzogna. E la nuova narrazione invece sarebbe la verità assoluta.

A questi signori del “tutto propaganda quella di prima” consiglio caldamente di prendere lo zaino, arruolarsi e andare di persona in Ucraina a difendere la grandissima Unione Europea. Quella di cui l’Ucraina non fa parte (e secondo me non dovrebbe neanche farne parte, ma lasciamo stare). Vediamo quanto dura il loro entusiasmo atlantista quando smettono di fare i leoni da tastiera.

La realtà, come sempre, è più sporca e scomoda di qualsiasi slogan.
Ed è proprio per questo che oggi viene sistematicamente nascosta.

Buona riflessione.


UCRAINA & ODESSA - “Mosca guarda oltre il Donbass: il vero obiettivo è chiudere Kiev fuori dal Mar Nero”

Le ambizioni russe si estendono a Odessa: la presa russa della città chiuderebbe all'Ucraina lo sbocco al mare con effetti strategici e territoriali enormi

Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino, ha affidato a IlSussidiario TV la sua lettura della guerra in Ucraina, soffermandosi sull’andamento del fronte, sugli obiettivi di Mosca, sul coinvolgimento occidentale e sulle prospettive di un negoziato.

Nella sua analisi, gli attacchi con i droni non sono in grado di modificare gli equilibri sul terreno, mentre le ambizioni russe si sarebbero progressivamente ampliate. Sullo sfondo resta il rischio di un’ulteriore escalation e delle sue conseguenze per l’Europa.

Per Bradanini, il nodo è ormai militare: “È dunque palese che il conflitto verrà deciso sul campo di battaglia, al fronte, dove la realtà parla da sola”.

Gli attacchi ucraini con i droni possono incidere realmente sulle sorti della guerra?

Parto da una premessa: questa guerra non viene combattuta solo tra Ucraina e Russia, ma tra NATO e Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra. Quanto ai droni, certo, infastidiscono: sono punture di spillo, possono danneggiare anche infrastrutture vitali e uccidere delle persone, ma non incidono sulle sorti della guerra.

È una pia illusione immaginare che possano provocare rivolte sociali o politiche contro Putin. Al fronte, intanto, l’esercito russo continua ad avanzare, anche se lentamente.

Come descrive oggi gli obiettivi di Mosca sul terreno?

Gli obiettivi di Mosca, nel corso di questi quattro anni e mezzo, sono cambiati, si sono ampliati. Mosca non ha fretta e ha messo nel mirino Odessa, in raccordo con la Transnistria. Se questo obiettivo fosse raggiunto, l’Ucraina verrebbe totalmente estromessa dal Mar Nero e diventerebbe, a mio giudizio, un Paese alla deriva, disfunzionale, esposto anche a possibili saccheggi territoriali da parte di Polonia, Ungheria e Romania, e chissà cos’altro.

Come legge invece i bombardamenti contro l’Ucraina e le infrastrutture del Paese?

Se si esce dalla bolla della propaganda dell’Occidente, si scopre intanto che, secondo la mia lettura, gli attacchi contro i civili provengono soprattutto dall’Ucraina, che pensa così di destabilizzare il sistema di potere a Mosca. Le vittime civili ci sono anche in Ucraina, ben inteso, ma i russi bombardano prevalentemente e sistematicamente le infrastrutture che sostengono lo sforzo bellico di Kiev e degli alleati occidentali.

Quali conseguenze può avere il coinvolgimento sempre più evidente dei Paesi occidentali?

In linea con quanto dicevo prima, la partecipazione occidentale è stata corposa e variegata fin dall’inizio. Con il trascorrere del tempo è diventata sempre più evidente, ma fondamentalmente c’è sempre stata. Dobbiamo sperare che la Russia non si stanchi di questa finzione e non decida di colpire i luoghi dove molte di queste armi sono prodotte o i centri di comando della NATO e dell’Ucraina, che sono sparsi, ahimè, anche in diversi Paesi NATO.

Perché, secondo lei, il negoziato non riesce a partire?

Questa è la domanda cruciale. La Russia, è evidente, cerca un accordo di pace, non un cessate il fuoco: un accordo che garantisca la sua sicurezza. Apparentemente questo accordo non è accettabile da parte degli Stati Uniti, perché dovrebbero riconoscere la loro sconfitta, insieme all’Occidente collettivo.

Una sconfitta avrebbe conseguenze anche sul piano geopolitico, per l’immagine americana nel mondo. Per di più, un individuo egocentrico come Trump non può accettare di passare alla storia come colui che ha dovuto digerire l’amaro calice della sconfitta contro la Russia. E dunque, su queste basi, il negoziato non può partire.

Quali rischi vede se la Russia intravedesse una sconfitta?

La Russia non può perdere una guerra che giudica di sopravvivenza. Di conseguenza, probabilmente metterebbe mano all’arsenale nucleare se dovesse intravedere all’orizzonte l’ombra di una sconfitta, perché questo significherebbe la propria implosione. È un’escalation che, a mio giudizio, non è tanto ipotetica.

E per l’Europa quali conseguenze vede?

Dobbiamo chiederci che cosa possano fare i popoli europei, che sono quelli che soffrirebbero di più, per impedire questa escalation. A ciò si aggiunge quello che considero un saccheggio già in atto: ospedali, scuole, potere d’acquisto dei salari e via dicendo, per via del cosiddetto riarmo antirusso.

Un riarmo che dovrebbe impedire ai russi di fare una cosa che, secondo me, non hanno nessuna intenzione di fare: far abbeverare i propri cavalli sotto l’Arco di Trionfo o a Piazza San Pietro. Ricatti, lusinghe e minacce della locomotiva americana impediscono ai nostri governanti di uscire da questa sorta di cobelligeranza. E su questo tema, aggiungerei, destra o sinistra non fanno nessuna differenza.

È nel Donbass che si giocherà davvero l’esito della guerra?

L’intensificarsi dei bombardamenti contro i porti ucraini, non solo quello di Odessa, conferma, secondo me e secondo molti analisti, che le ambizioni russe vanno oltre il Donbass. All’inizio della guerra erano più limitate, oggi vanno oltre. Ma forse esiste anche un altro livello di confronto che dobbiamo considerare.

Qual è l’altro livello di confronto che considera?

Da una parte c’è il sistema di potere che circonda Donald Trump, che si illude di poter tornare al decennio unipolare successivo all’implosione sovietica, quando c’era una sola grande potenza, quella americana. Sul fronte opposto c’è un Sud globale che, forse ancora in forma confusa, sta cercando di cogliere l’occasione per indebolire strutturalmente l’impero americano.

Gli Stati Uniti sono inoltre alle prese con il diminuito potere del dollaro e con la deindustrializzazione della loro economia; dall’altra parte emerge la Cina su molti fronti, dalle terre rare ai materiali essenziali, dalla tecnologia di punta fino al piano militare. Insomma, tempi cupi. Una speranza, anche se debole, è che i popoli escano dal torpore, tornando padroni del loro destino. Un destino che oggi è in mano a individui che, ahimè, in cambio di onori e denari danno l’impressione di aver venduto l’anima a Belzebù.

intervista di Max Ferrario all'Ambasciatore Alberto Bradanini

Fonte: ilsussidiario.net/news/ucraina…


Diedero una laurea ad honorem a Fauci, non si per cosa...
Come non si sa per cosa Mattarella abbia premiato Burioni...
Solo in Italia accadono queste cose...


Aiutatemi a capire: quando il petrolio aumenta, aumenta subito anche il carburante.
Quando il petrolio cala, invece, il carburante non scende... anzi, a volte aumenta.
Dicono che sia perché le scorte sono state acquistate quando il prezzo era più alto.
Ma allora, quando il petrolio aumenta, le scorte non sono state acquistate a un prezzo più basso? No? 🤔


6 Agosto 1945, Bomba atomica su Hiroshima, 80000 morti. Un crimine di guerra a cui nessuno ha mai pagato.


DER GROSSA ARMATA DI CARTONE

— Mein Kanzler, quale sarebbe il piano?
— Costruire entro il 2035 l’esercito più forte d’Europa!
— Jawohl! E quanti soldaten abbiamo?
— Circa 185.000.
— E quanti ne servono?
— 260.000.
— Ach so… E gli altri?
— Sono nel foglio Excel.

Merz e Pistorius promettono una Bundeswehr gigantesca: 260.000 militari in servizio e 200.000 riservisti entro il 2035. Peccato che tra un quinto e un quarto delle nuove reclute saluti la compagnia entro i primi sei mesi. (Reuters)

— Le armi?
— In ordinazione.
— Le caserme?
— In fermentazione.
— Le reclute?
— In ritirata strategica verso casa.

La Germania spende miliardi per riarmarsi, ma continua a fare i conti con infrastrutture degradate, alloggi da risanare, carenze di personale e materiali che arrivano con la puntualità di un regionale italiano durante uno sciopero. (Financial Times)

Il progetto è perfettamente organizzato:

  1. dichiarare che avrai l’esercito più forte d’Europa;
  2. ordinare montagne di armamenti;
  3. cercare qualcuno disposto a usarli;
  4. scoprire che nella camerata cresce la muffa;
  5. convocare il Bundestag.

Perché, qualora i volontari non bastassero, il Parlamento potrà introdurre il servizio militare obbligatorio “in caso di necessità”. Oggi arriva il questionario, domani la visita medica, dopodomani la cartolina precetto. (Bundesregierung)

Merz voleva la più forte armata convenzionale d’Europa.

Per il momento può vantare il più forte esercito europeo sulla carta.

La carta, almeno, non diserta e non prende la muffa.

C’è ancora tempo per cambiare idea.
O almeno per aprire le finestre delle caserme.

Fonti: Reuters, Governo federale tedesco, Bundestag, rapporto del Commissario parlamentare per le Forze armate.

Don Chisciotte


I democratici per eccellenza, gli esportatori di pace e democrazia, eccoli qui...


«TRUMP E NETANYAHU SONO DUE FIGLI DI SCELTE PASSATE» DI ELENA BASILE - FQ 5 AGO 2026

ALTRO INTERVENTO DI ALTISSIMO PROFILO, DI CUI SI CONSIGLIA UN'ATTENTA LETTURA INTEGRALE!!!

«Affermare che Trump e Netanyahu non sono un’anomalia nella storia degli Stati Uniti e di Israele, ma il risultato di dinamiche presenti nei due Paesi e dei semi di violenza insiti nella governance precedente, non significa essere antiamericani oppure antisemiti. Allo stesso modo, stigmatizzare l’Ue, facendo risalire l’autoritarismo, il neoliberismo e il filo-atlantismo a un sistema istituzionale perfezionatosi con i Trattati di Maastricht, non implica il rifiuto dell’ideale sovranazionale europeo. La grande confusione che regna è costruita ad hoc dalla manipolazione mediatica.

[…] Le crepe che si sono aperte nel sistema di dominio del capitalismo finanziario e che permettono di far penetrare alcuni raggi di luce, sono individuabili nella transizione che ha portato Trump, Netanyahu e Von der Leyen a rendere palese la violenza del sistema imperialistico. I partiti e i movimenti del cosiddetto dissenso dovrebbero inserirsi in queste fragilità, ribadendo la sostanziale continuità storica, senza farsi manipolare dalla destra tecnocratica, impersonata dai Dem Usa, dai socialisti europei e dal Pd, tendente a salvare il passato del liberal order basato sulle regole” e a trasformare Trump e Netanyahu in capri espiatori affinché “tutto cambi perché nulla cambi”.

Gli Usa di Trump hanno mostrato, anche ai ciechi e ai sordi, la violazione del diritto internazionale. La retorica liberal è rimasta impotente di fronte al genocidio di Gaza, alle minacce di annientamento dell’Iran, al sequestro della leadership di Caracas per gestire le risorse petrolifere. Ugualmente l’assedio di Cuba e l’ipotesi che l’attuale Segretario di Stato Rubio, eletto coi voti della diaspora, potrebbe essere il nuovo presidente dell’isola, ha fatto strabiliare l’elettore moderato filoatlantico. Persino Panebianco ha avuto un sussulto. La politica attuale in Medioriente e in America latina dei neoconservatori non era sostanzialmente diversa in passato. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, il sostegno ai regimi liberticidi latinoamericani e i colpi di Stato lo dimostrano. Allo stesso modo, il genocidio del popolo palestinese e l’attacco ai paesi vicini, la critica all’Onu materializzatasi con Netanyahu, erano insiti nel progetto del Grande Israele, sigillato nello Statuto del Likud alla sua nascita.

[…]

Questo significa fare di ogni erba un fascio? Non direi. Le differenze, anche solo di forma, sono importanti se riusciamo ad avere chiaro il quadro nel suo complesso. Altrimenti ci facciamo divorare dai partiti egemonici della falsa sinistra come il Pd, che vorrebbero perpetrare antiche violenze (per esempio l’insediamento dei coloni in Cisgiordania, continuato anche con la sinistra israeliana, oppure la politica delle esecuzioni extragiudiziali di Obama) monopolizzando le condanne di Netanyahu e di Trump in versione difensiva dello stesso sistema che li ha generati. La guerra di attrito contro l’Iran si è nuovamente fermata, ma l’escalation è sempre in agguato. La lobby di Israele non si arrende, e la politica bipartisan del Congresso ne è fortemente influenzata. Le monarchie del Golfo, che soffrono i danni maggiori delle rappresaglie di Teheran, hanno grazie ai petrodollari una leva non indifferente. L’Europa mediterranea, con la sola eccezione della Spagna, è complice di una situazione incandescente di cui patisce i maggiori danni. L’Italia con 400 soldati in Arabia Saudita, le basi di attacco della Nato e la fornitura di armi (riassunta da Orsini su questa testata) è cobelligerante e quindi legittimo obiettivo di un attacco iraniano. Gli ignari cittadini dormono sotto l’ombrellone.

Come Bezrukov ha affermato, la nuova guerra contro la Russia approvata da Trump, escalate to deescalate, caratterizzata dagli attacchi terroristici ucraini con droni in territorio russo, potrebbe durare anni. Andrey Lukyanov, esperto del Valdai Club, afferma che i droni ucraini sono il risultato di tre anni di finanziamento occidentale, oggi guidato dalla Germania. La deterrenza russa si ristabilirebbe attaccando le fabbriche in Ucraina e in Europa. Il progetto neoconservatore statunitense di demilitarizzazione- deindustrializzazione della Russia non ha subito scosse. È oggi portato avanti dalla maggioranza Ursula, con il piano di riarmo di 800 miliardi anche a debito (Safe, sostenuto dai socialisti europei e dal Pd) mentre la Germania con i 400 miliardi di riarmo nazionale ha in programma di divenire primo esercito mondiale entro il 2039. Il conflitto con la Russia entro la fine della decade è considerato un’ipotesi genuina dall’élite tedesca. La politica estera occidentale (come ho tentato di illustrare in Approdo per noi Naufraghi) è conseguenza della crisi del capitalismo finanziario ed è intrecciata con la cancellazione dello Stato sociale, della Costituzione e dei diritti di libera espressione.»


Saremo sempre gli zerbini UE/Nato/Usa, l'abbiamo capito. Che personaggio incompetente 🤦🏼🤦🏼🤦🏼.


Spiegateglielo ai decelebrati Slava Ucraina, che applaudono i bombardamenti delle raffinerie e contro l'Iran.

IL DIESEL STA SPARENDO. E CON LUI RISCHIA DI FERMARSI L’ECONOMIA.

Mentre da noi il dibattito è tutto su auto elettriche, cannucce di carta e case “green”, il mondo reale sta lanciando un altro allarme.

Goldman Sachs individua nel gasolio l’epicentro della nuova crisi energetica mondiale.

Non è il petrolio a mancare.

Manca il diesel.

Quello che muove camion, trattori, navi, ambulanze, generatori, cantieri, macchine agricole e l’intera logistica globale.

Le cause si stanno sommando una sull’altra:

▪️ raffinerie fuori uso o rallentate in Medio Oriente;
▪️ la Cina trattiene una quota crescente della produzione per il mercato interno;
▪️ la Russia, dopo gli attacchi alle proprie raffinerie e per garantire il fabbisogno nazionale, ha drasticamente ridotto le esportazioni.

Il risultato?

2,6 milioni di barili al giorno in meno sul mercato mondiale.

Scorte ai minimi.

Domanda stagionale ai massimi.

Una miscela esplosiva.

E sapete qual è il problema?

Che senza diesel non si ferma solo qualche automobile.

Si fermano i trasporti.

Aumentano i costi dell’agricoltura.

Sale il prezzo del cibo.

Crescono i costi dell’industria.

Riparte l’inflazione.

È il carburante che tiene in piedi l’economia reale.

Per anni ci hanno raccontato che il problema era produrre più energia “verde”. Nel frattempo l’Occidente ha chiuso raffinerie, ha scoraggiato gli investimenti nel settore e ha reso il sistema molto più fragile.

Oggi basta un conflitto regionale, qualche raffineria colpita e qualche decisione di Mosca o di Pechino per mettere in ginocchio il mercato mondiale del diesel.

E mentre tutto questo accade…

L’Unione Europea continua a discutere di nuove sanzioni, nuovi obiettivi climatici e nuove tasse.

È come stare sul Titanic e discutere del colore delle tende mentre la sala macchine è già sott’acqua.

Quando il conto arriverà alla pompa di benzina, al supermercato e nelle bollette, ci diranno che è stata un’altra “emergenza imprevedibile”.

No.

I segnali ci sono tutti.

Basta avere il coraggio di guardarli.

Don Chisciotte


Un saluto a Carlo Calenda, Pina Picierno e tutta la galassia liberal italiana, che non volevano Pirlo per una pubblicità fatta in Russia e adesso si ritrovano Roberto Mancini che firmò il contratto con lo Zenith S.Pietroburgo (di proprietà della Gazprom) direttamente dalle mani di Sergey Fursenko, braccio destro di Putin.
❤️


Nei giorni scorsi la Banca Centrale Europea ha indetto una consultazione per rinnovare gli EURO. Personalmente ho trovato molto banali ma soprattutto poco rappresentative le grafiche proposte per le nuove banconote (disponibili sui vari siti istituzionali), così mi sono permesso di ricreare una serie che trovo molto più coerente con gli attuali “valori” portati avanti dall’Unione Europea.

Matteo Gracis

Immagini prodotte con IA


𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔 𝗛𝗔 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗘𝗥𝗧𝗢 𝗜𝗟 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗥𝗘𝗔𝗧𝗢: 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗥𝗠𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗔𝗧𝗢

Il professor Angelo d'Orsi critica il riarmo, chiede diplomazia, difende la sovranità nazionale e sostiene che l’Italia non debba comportarsi come il poggiapiedi di Washington.

Per Repubblica il quadro indiziario è praticamente completo.

Mancano soltanto il colbacco, una balalaika sequestrata in salotto e la fotografia di Putin nascosta dietro i libri di storia.

L’articolo di Francesco Bei mette nello stesso frullatore D’Orsi, Agorà, Di Battista, Vannacci, l’ambasciata russa, Russia Today, il Copasir e lo spionaggio.

Il tutto con quella raffinata tecnica giornalistica che permette di non formulare un’accusa precisa, ma di lasciare sul tavolo abbastanza fumo da far sembrare sospetto perfino chi domanda dove sia l’incendio.

D’Orsi ha quindi rivolto al giornale una richiesta scandalosa: mostrare le prove.

Quali sarebbero gli eventi “filorussi” ai quali avrebbe partecipato?

Chi lo avrebbe finanziato?

Quali compensi avrebbe ricevuto?

Quali ordini gli sarebbero arrivati da Mosca?

Nomi, date, documenti, bonifici.

Una pretesa davvero antiquata. Nel nuovo giornalismo investigativo le prove rischiano soltanto di rovinare una bella trama.

Partecipare a un dibattito pubblico, infatti, non dimostra di essere al servizio di una potenza straniera. Altrimenti dovremmo applicare lo stesso criterio anche a chi frequenta ambasciate americane, fondazioni atlantiste, convegni NATO e salotti finanziati dall’Occidente.

Ma quello, evidentemente, non è servilismo.

È “responsabilità internazionale”.

Criticare Mosca significa essere liberi.

Criticare Washington significa essere pagati da Mosca.

Inviare armi significa volere la pace.

Chiedere negoziati significa preparare l’invasione dei cosacchi.

La logica è così impeccabile che potrebbe essere adottata direttamente come test d’ingresso nelle redazioni.

Agorà nasce in Italia e parla di lavoro, diritti sociali, pace, sovranità popolare e autonomia politica.

Idee che possono essere contestate, certo.

Ma contestarle richiederebbe argomenti.

Molto più comodo evocare il Cremlino, aggiungere una fotografia dell’ambasciata russa e lasciare che il lettore completi da solo il processo.

Io sto con Angelo D’Orsi e con il progetto Agorà.

Non perché ogni loro posizione debba essere condivisa, ma perché una democrazia degna di questo nome discute le idee: non trasforma il dissenso in una perizia psichiatrica o in un fascicolo del controspionaggio.

𝗗’𝗢𝗥𝗦𝗜 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔.

E se Repubblica possiede le prove, le pubblichi.

Altrimenti resta soltanto una grande inchiesta sul nulla, illustrata molto bene.

Don Chisciotte

Fonte: articolo di Francesco Bei su la Repubblica del 26 luglio e replica pubblica del professor Angelo D’Orsi.


𝗕𝗥𝗨𝗫𝗘𝗟𝗟𝗘𝗦 𝗛𝗔 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗥𝗨𝗜𝗧𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗦𝗧𝗔. 𝗢𝗥𝗔 𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗠𝗔 “𝗘𝗦𝗧𝗥𝗘𝗠𝗜𝗦𝗠𝗢”

In Germania un sondaggio YouGov ha portato AfD al 29%, nove punti sopra la CDU-CSU del cancelliere Merz.

In Francia Marine Le Pen viene accreditata fra il 34% e il 35,5% al primo turno delle presidenziali, mentre nessuno degli avversari raggiunge il 20%.

Naturalmente a Bruxelles sono “preoccupati”.

Non per la Germania che perde occupazione industriale.

Non per la produzione manifatturiera tedesca, diminuita ogni anno dal 2022.

Non per le imprese tedesche che nel 2025 hanno investito oltre 7 miliardi di euro in Cina, il 55,5% in più rispetto all’anno precedente.

Sono preoccupati per gli elettori.

Perché gli elettori, quando votano male, diventano improvvisamente vittime della disinformazione.

Nel frattempo l’Unione europea e i suoi Stati membri dichiarano di aver destinato complessivamente 211,3 miliardi di euro all’Ucraina e agli ucraini.

Poi presentano Readiness 2030: fino a 800 miliardi di nuova capacità di spesa militare.

Una splendida dimostrazione di autonomia strategica europea, con un piccolo dettaglio: l’Europa importa dalla Cina il 98% dei magneti alle terre rare di cui ha bisogno e il 100% delle terre rare pesanti.

In pratica ci riarmiamo contro i nostri avversari geopolitici ordinando i componenti a uno dei nostri principali avversari geopolitici.

È il celebre moschetto europeo con etichetta “Made in Shenzhen”.

Sul fronte digitale il copione non cambia.

Il DSA aumenta i poteri di controllo sulle grandi piattaforme. Il portafoglio europeo d’identità digitale dovrà essere messo a disposizione entro la fine del 2026. Le regole temporanee chiamate “Chat Control” sono state prolungate fino al 2028, consentendo alle piattaforme di effettuare volontariamente determinate scansioni delle comunicazioni, anche se nell’attuale compromesso i servizi cifrati end-to-end restano esclusi.

Non occorre inventare una dittatura digitale già compiuta.

Basta osservare l’infrastruttura che viene montata, regolamento dopo regolamento, sempre con le migliori intenzioni e sempre nella stessa direzione.

AfD e Le Pen non sono un fulmine caduto sull’Europa.

Sono il prodotto politico di stagnazione economica, costi energetici, perdita industriale, immigrazione mal gestita, riarmo a debito e istituzioni che rispondono al dissenso spiegando ai cittadini che non hanno capito.

Bruxelles non ha creato un “mostro”.

Ha preparato il terreno, ha piantato il seme, ha acceso la serra e adesso convoca una commissione d’inchiesta perché la pianta è cresciuta.

Von der Leyen può anche continuare a mostrarsi preoccupata.

Gli elettori europei sembrano esserlo molto più di lei.

E, soprattutto, hanno ancora una matita in mano.

Don Chisciotte


😁😁😁

𝗙𝗘𝗗𝗢𝗥𝗢𝗩 𝗖𝗧: 𝗙𝗜𝗡𝗔𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗨𝗡𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗖𝗢𝗥𝗥𝗘𝗧𝗧𝗔

La satira ha già risolto il problema della panchina azzurra.

Roberto Mancini? Impossibile.

Ha allenato lo Zenit San Pietroburgo nel 2017-2018, quando la Russia aveva già annesso la Crimea. Una contaminazione gravissima, retroattiva e probabilmente trasmissibile anche attraverso i calci d’angolo.

Per evitare nuovi turbamenti a Picierno, Calenda e all’intero reparto di profilassi geopolitica nazionale, il prossimo commissario tecnico sarà dunque Mychajlo Fedorov.

Finalmente una nomina inattaccabile.

𝗖𝗧: Fedorov.
𝗩𝗶𝗰𝗲𝗮𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲: Crosetto.
𝗗𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶𝘃𝗼: Kaja Kallas.
𝗩𝗔𝗥: Commissione europea.
𝗖𝗼𝗻𝘃𝗼𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶: approvate preventivamente dall’ambasciata ucraina.

Il nuovo modulo sarà il 4-3-3 atlantico:

quattro sanzioni,
tre comunicati indignati,
tre richieste di finanziamento.

Prima di ogni partita, inoltre, ciascun calciatore dovrà firmare un’autocertificazione:

«Non ho mai giocato, allenato, lavorato o bevuto un caffè entro cinquecento chilometri da Mosca».

Chiunque abbia conosciuto un russo verrà escluso dal ritiro.

Chi abbia letto Dostoevskij sarà convocato soltanto dopo un accurato percorso di de-russificazione.

E chi possiede una matrioska verrà deferito direttamente alla Corte penale internazionale.

𝗩𝗢𝗚𝗟𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗙𝗘𝗗𝗢𝗥𝗢𝗩!

Non sappiamo se sappia allenare una Nazionale, ma ormai sembra un dettaglio secondario.

L’importante è che la formazione sia corretta.

Politicamente, naturalmente.

Don Chisciotte


𝗟𝗘 “𝗔𝗖𝗖𝗜𝗦𝗘 𝗠𝗢𝗕𝗜𝗟𝗜”: 𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗧𝗜 𝗦𝗩𝗨𝗢𝗧𝗔 𝗟𝗘 𝗧𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘 𝗘 𝗣𝗢𝗜 𝗧𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗜𝗧𝗨𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗜𝗟 𝗚𝗘𝗧𝗧𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗔𝗥𝗥𝗘𝗟𝗟𝗢

Meloni incontra Giorgetti. Il governo è «al lavoro per una soluzione» contro il caro benzina.

La soluzione, udite udite, potrebbe essere quella delle accise mobili.

Un nome meraviglioso. Fa pensare a tasse agili, dinamiche, scattanti. Accise che corrono, saltano, fanno stretching e magari, prese da un improvviso slancio patriottico, se ne vanno definitivamente.

Naturalmente non funziona così.

Vediamo di capire il prodigio fiscale.

Quando aumenta il prezzo del petrolio, aumenta il prezzo industriale del carburante. E quando aumenta il prezzo del carburante, aumenta anche l’IVA incassata dallo Stato, perché l’IVA è calcolata in percentuale sul prezzo.

In pratica, più paghiamo benzina e diesel, più lo Stato incassa.

A questo punto entra in scena la cosiddetta accisa mobile: il governo prende una parte del maggiore gettito IVA provocato dal rincaro e la usa per abbassare temporaneamente le accise.

Riassumendo:

il carburante aumenta;

tu paghi di più;

lo Stato incassa più IVA;

poi il governo valuta se restituirti una parte di ciò che ha appena incassato;

infine presenta la restituzione parziale come un intervento contro il caro carburanti.

È come se un ladro ti portasse via il portafoglio, contasse i soldi davanti a te e poi, commosso dalla tua situazione economica, ti restituisse la monetina da un euro necessaria per prendere il carrello al supermercato.

E tu dovresti pure ringraziarlo perché ha adottato una «misura di sostegno».

Facciamo un esempio puramente illustrativo.

Se il prezzo imponibile del carburante aumenta di 10 centesimi, lo Stato incassa circa 2,2 centesimi in più di IVA.

Dunque tu subisci un rincaro di oltre 12 centesimi e il governo può eventualmente utilizzare una parte di quei 2,2 centesimi per ridurre l’accisa.

Non ti toglie il rincaro.

Non riporta il prezzo al livello precedente.

Non modifica strutturalmente la tassazione.

Ti restituisce, forse, una piccola frazione del maggiore esborso.

La stampa la chiama «soluzione».

Ma le parole hanno ancora un significato.

Una soluzione risolve un problema.

Un tampone limita temporaneamente il danno.

Qui siamo parecchio sotto il tampone: siamo al governo che osserva l’emorragia, raccoglie un po’ del sangue caduto sul pavimento e lo rimette nel paziente con un cucchiaino da caffè.

Con calma, naturalmente.

Perché le accise saranno pure mobili, ma il meccanismo non parte necessariamente nell’istante in cui i prezzi aumentano. Bisogna calcolare il maggiore gettito, verificarlo, discuterne, decidere l’intervento e adottare i relativi provvedimenti.

Nel frattempo il prezzo alla pompa sale in tempo reale.

Il benzinaio cambia il cartello oggi.

Il governo approfondisce domani.

L’automobilista paga subito.

L’eventuale sconto arriva dopo.

È la nuova frontiera dell’efficienza pubblica: rincari alla velocità della luce, aiuti con la puntualità di un treno regionale durante uno sciopero.

E attenzione: l’articolo spiega anche che i precedenti tagli alle accise sarebbero costati miliardi alle casse dello Stato e non potrebbero essere mantenuti a lungo a causa dell’elevato debito pubblico.

Curioso.

Quando il prezzo sale, il cittadino deve comprendere le esigenze dei mercati, la situazione internazionale, il petrolio, le guerre, il debito e gli equilibri di bilancio.

Quando lo Stato incassa accise e IVA sulle accise, invece, non è mai il momento adatto per discutere seriamente di una riduzione permanente della pressione fiscale.

Le tasse sui carburanti sono come certi parenti: dovevano fermarsi pochi giorni e sono ancora sedute in salotto dopo decenni.

Il risultato è un capolavoro.

Lo Stato tassa il carburante.

Poi applica l’IVA anche sull’accisa.

Poi incassa di più quando il prezzo aumenta.

Poi usa una parte dell’extragettito per ridurre temporaneamente la tassa.

Poi convoca una riunione.

Poi comunica di essere al lavoro.

Poi i giornali titolano: «Il governo cerca una soluzione».

Manca soltanto il documentario celebrativo con la voce di Alberto Angela:

“Qui possiamo osservare il raro esemplare di accisa mobile. Si muove soltanto quando il prezzo è già aumentato e tende a tornare rapidamente nella posizione originaria.”

Quindi diciamolo chiaramente.

Le accise mobili non sono una soluzione al caro benzina.

Sono un meccanismo che può restituire agli automobilisti una piccola parte delle maggiori entrate fiscali generate dallo stesso caro benzina.

È fiscalità circolare: il denaro parte dalla tua tasca, compie un elegante giro nei conti dello Stato e, quando torna, è dimagrito.

Il problema non viene risolto.

Il prezzo non viene riportato indietro.

La tassazione non viene riformata.

La famiglia che usa l’auto per lavorare, accompagnare i figli, fare la spesa o vivere in un territorio senza trasporti pubblici continua a pagare.

Però adesso sa che a Palazzo Chigi stanno «approfondendo».

E questo, evidentemente, dovrebbe far consumare meno il motore.

Le accise sono mobili.

Il governo è al lavoro.

Il prezzo corre.

E l’unica cosa perfettamente immobile resta il contribuente, fermo davanti alla pompa con la pistola del carburante in una mano e il portafoglio in rianimazione nell’altra.

Don Chisciotte


𝗞𝗔𝗟𝗟𝗔𝗦 𝗦𝗖𝗢𝗣𝗥𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗚𝗟𝗜 «𝗔𝗠𝗜𝗖𝗜» 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗔𝗡𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢

Rieccola. Il disco rotto contro la Russia si sveglia, guarda finalmente verso Ovest e scopre che gli amici americani hanno un curioso modo di dimostrare affetto: 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘁𝗶 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗳𝗶𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶, 𝗽𝗼𝗶 𝘁𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮.

Gli Stati Uniti hanno introdotto dazi del 10% e del 12,5% sui beni provenienti da 60 partner commerciali, Unione Europea compresa, sostenendo che non controllino abbastanza le merci prodotte con lavoro forzato. (Reuters)

Kaja Kallas è caduta dal lettone:

«Non ce lo aspettavamo. Avevamo un accordo con l’America e noi abbiamo rispettato la nostra parte».

Povera creatura. Credeva che un accordo con Washington fosse un accordo. Invece è un abbonamento: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗽𝗮𝗴𝗮, 𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶.

Ma il capolavoro arriva subito dopo.

Mentre Kallas dichiara che l’accordo non sarebbe stato rispettato, un portavoce della Commissione europea afferma che il risultato è invece «in linea» con gli impegni americani e produce addirittura uno «slancio positivo». (Reuters)

Bruxelles ha così inventato la 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮: il dazio è contemporaneamente un tradimento e un successo. Kallas protesta, la Commissione ringrazia, Trump incassa e il contribuente europeo applaude per non disturbare.

Kallas ha persino ricordato che in Europa esistono ferie retribuite e migliori tutele del lavoro. Giusto. Dopo aver impartito lezioni morali all’intero pianeta, Bruxelles scopre che anche Washington può inventarsi un nobile pretesto e usarlo come randello economico. (Reuters)

Quando il randello colpisce Mosca si chiama «ordine internazionale basato sulle regole».

Quando colpisce l’Europa diventa una «sgradevole sorpresa».

𝗠𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲: la Russia è il nemico, la Cina è il rivale sistemico, l’America è l’alleato affidabile e l’Europa è quella che paga la quota associativa, compra le armi e poi telefona a Washington per «chiedere chiarimenti».

Possibilmente senza disturbare.

Don Chisciotte


È il rapporto con cui la commissione Ue fotografa lo stato di salute della democrazia nei Paesi membri, spesso al centro di scontri e dibattiti, ma quest’anno è passato quasi sotto silenzio. E non solo.

Secondo le associazioni che monitorano la libertà di stampa in Europa, “normalizza le minacce per i giornalisti”: “Siamo scioccati dal tono utilizzato. Non corrisponde alla realtà”. A denunciarlo a Il Fatto Quotidiano è Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione europea dei cronisti che, dopo la pubblicazione del documento, ha deciso di prendere posizione pubblicamente.

Leggi l’articolo completo a cura di Martina Castigliani su Il Fatto Quotidiano:
ilfattoquotidiano.it/2026/07/2…


𝐄 𝐀𝐃𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐋𝐀 𝐑𝐔𝐒𝐒𝐈𝐀 È 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀?

Reuters pubblica un’esclusiva destinata a far discutere.

Secondo l’agenzia, gli attacchi iraniani contro strutture della CIA stanno alimentando interrogativi su un possibile ruolo della Russia nel supporto operativo, tecnologico o d’intelligence.

È bene essere precisi: Reuters non dice che Mosca sia coinvolta. Dice che gli investigatori si stanno ponendo questa domanda. Ed è una differenza sostanziale.

Ma c’è un aspetto che colpisce.

Quando Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri Paesi NATO condividono intelligence, immagini satellitari, addestramento, sistemi d’arma e coordinamento operativo con l’Ucraina, tutto questo viene presentato come una normale cooperazione tra alleati.

Se invece emerge anche solo l’ipotesi che la Russia possa aver fornito un sostegno analogo all’Iran, improvvisamente si parla di escalation, di interferenza e di grave minaccia internazionale.

La domanda è semplice:

esistono due pesi e due misure oppure il principio dovrebbe valere per tutti?

Le regole del diritto internazionale non cambiano a seconda della bandiera di chi presta assistenza.

L’articolo di Reuters non offre risposte definitive. Ma pone una domanda che difficilmente potrà essere ignorata. E, soprattutto, riapre un dibattito che molti consideravano chiuso ancora prima che iniziasse.

Don Chisciotte

Fonti: Reuters (22 luglio 2026).


𝗜𝗟 𝗣𝗘𝗧𝗥𝗢𝗟𝗜𝗢 È 𝗩𝗘𝗡𝗘𝗭𝗨𝗘𝗟𝗔𝗡𝗢. 𝗜 𝟭𝟯 𝗠𝗜𝗟𝗜𝗔𝗥𝗗𝗜 𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗔𝗦𝗜𝗟𝗢 𝗔 𝗪𝗔𝗦𝗛𝗜𝗡𝗚𝗧𝗢𝗡

Dopo l’operazione militare statunitense e la cattura di Nicolás Maduro, Washington ha assunto il controllo delle esportazioni petrolifere venezuelane.

Il Financial Times ha fatto i conti: da gennaio gli Stati Uniti hanno raccolto più di 13 miliardi di dollari dalla vendita del greggio venezuelano. Non necessariamente utili netti, ma ricavi finiti sotto la gestione americana. La destinazione completa di quel denaro, però, non risulta pubblicamente ricostruibile.

Nel decreto firmato il 9 gennaio, la Casa Bianca assicurava che quei fondi restavano p̲r̲o̲p̲r̲i̲e̲t̲à̲ ̲s̲o̲v̲r̲a̲n̲a̲ ̲d̲e̲l̲ ̲V̲e̲n̲e̲z̲u̲e̲l̲a̲, semplicemente custoditi nei conti del Tesoro statunitense. Successivamente Trump ha invece parlato dei consistenti benefici economici ottenuti dagli Stati Uniti.

Nella nuova grammatica imperiale, evidentemente, “custodire” e “guadagnare” sono diventati sinonimi.

Sul sito ufficiale venezuelano compare un solo trasferimento: s̲o̲l̲o̲ ̲3̲0̲0̲ ̲m̲i̲l̲i̲o̲n̲i̲ ̲d̲i̲ ̲d̲o̲l̲l̲a̲r̲i̲. Washington sostiene che altri miliardi siano stati utilizzati per stipendi, importazioni e aiuti, ma senza una rendicontazione pubblica dettagliata. Anche il deputato statunitense Joaquin Castro denuncia che il Congresso non dispone di informazioni complete.

Il petrolio è venezuelano.
Il conto corrente è americano.
L’estratto conto, invece, dev’essere coperto dal segreto di Stato.

È il colonialismo aggiornato alla versione digitale: non serve più piantare una bandiera sul palazzo presidenziale. Bastano un’operazione militare, un decreto del Tesoro e una conferenza stampa sulla «stabilità democratica».

Il punto non è trasformare Maduro in un santo. Il punto è capire quale diritto internazionale permetta a una potenza di catturare il presidente di un altro Stato, controllarne la principale fonte di reddito e poi chiedere al mondo di fidarsi sulla destinazione dei soldi.

E soprattutto: quale parola userebbero i nostri editorialisti se al posto degli Stati Uniti ci fossero Russia, Cina o Iran?

Don Chisciotte

Fonti: Financial Times, 22 luglio 2026; Casa Bianca, Executive Order 14373 del 9 gennaio 2026.


Maria Zakharova:
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha accusato l'Iran di non essere seriamente intenzionato a negoziare con Washington.

Il fatto è che il mondo intero ha già capito cosa sia l'inganno e la "diplomazia" inesistente o i "negoziati in stile occidentale": prima si accusano i partner di una presunta riluttanza a negoziare e attuare gli accordi, e poi si ammette che tutto ciò era necessario in preparazione alla guerra.

Ricordiamo la canzone zombi sul "fallimento della Russia nell'attuazione degli accordi di Minsk", che si concludeva con l'Occidente che dichiarava di non avere alcuna intenzione di rispettarli.


AMERICA FIRST. MA LA COPPA SE LA PRENDE LA SPAGNA

Donald Trump non assiste agli eventi: li occupa militarmente con la propria presenza.

Lo stadio è americano, il Mondiale è americano, Infantino è praticamente un accessorio della Casa Bianca e quindi, per naturale diritto divino, anche la Coppa dovrebbe essere americana. O almeno trumpiana.

Durante il torneo hanno perfino reinterpretato le regole dopo una telefonata del presidente sul caso Balogun. Trump chiama Infantino, la squalifica evapora e tutti spiegano che non c’è alcun rapporto tra i due fatti. Più o meno come quando uno entra in banca con una pistola e il cassiere, per coincidenza, decide di regalargli i contanti.
Fonte: Reuters, luglio 2026.

Il finale ideale era già scritto: Argentina campione, Trump sul palco e Javier Milei in estasi mistica davanti al suo modello politico.

Milei, il fedelissimo del fedelissimo, il presidente che ha trasformato il sostegno a Israele e Netanyahu in una professione di fede, promettendo anche il trasferimento dell’ambasciata argentina a Gerusalemme. Alla finale però non c’era: ufficialmente per scaramanzia.

Ottima scelta. L’Argentina ha perso lo stesso, ma almeno lui non ha dovuto applaudire la Spagna dal vivo.
Fonti: Associated Press e Genesis Prize, giugno-luglio 2026.

Perché a vincere è stata proprio la Spagna di Pedro Sánchez.

La Spagna che Trump aveva insultato ai vertici NATO perché non intende spendere il 5% del PIL secondo il tariffario stabilito dal rappresentante commerciale delle industrie belliche americane.

La Spagna che non ha concesso automaticamente le basi di Rota e Morón per le operazioni statunitensi contro l’Iran.

La Spagna che ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha criticato apertamente Israele per Gaza e ha adottato misure contro il transito di armi destinate al governo Netanyahu.
Fonti: Reuters, Governo spagnolo, 2024-2026.

Insomma, il Paese europeo che avrebbe dovuto essere messo in castigo ha sollevato la Coppa nel salotto di casa del castigatore.

Prima della partita Trump ha dovuto anche stringere la mano a Sánchez, dietro il vetro antiproiettile. Una stretta rigida e sorridente come quella tra due condomini che hanno appena litigato per il posto auto.

Infantino, naturalmente, era in mezzo. Non si capisce se come presidente della FIFA, interprete, testimone o addetto alla sorveglianza.

La fotografia del saluto è rimasta. Sánchez, invece, nelle immagini della partita è praticamente scomparso: mai davvero inquadrato durante i 120 minuti, pur essendo presente nella tribuna ufficiale.

La regia poteva cancellare Sánchez dal televisore. Non poteva cancellare la Spagna dal risultato.

Poi è arrivato il momento più doloroso.

Trump ha dovuto prendere quella Coppa dorata — oggetto che per colore, dimensioni e pacchianeria sembrava progettato appositamente per il suo salotto — e consegnarla al capitano spagnolo.

Al rappresentante della nazione “terribile”.

Di quella che non obbedisce sulla NATO.

Di quella che non concede le basi a comando.

Di quella che riconosce la Palestina.

Il volto di Trump conservava il sorriso istituzionale di chi sta consegnando le chiavi della propria villa all’ex moglie.

Ma non è finita.

Dopo aver dato la Coppa, è rimasto sul palco accanto ai giocatori. Perché Trump non esce da un’inquadratura: viene sfrattato.

Infantino ha dovuto indicargli la via e accompagnarlo lateralmente prima dell’esultanza spagnola. Per alcuni secondi il presidente degli Stati Uniti è diventato un Infantino qualsiasi: porta il trofeo, lo consegna e poi si toglie perché devono festeggiare quelli che hanno vinto davvero.
Fonti: Reuters ed El País, 19 luglio 2026.

Questa è stata la vera sconfitta.

Non quella dell’Argentina di Milei.

Quella dell’uomo che voleva trasformare il Mondiale nell’ennesima puntata di The Donald Trump Show e si è ritrovato a premiare la Spagna più indigesta possibile.

Aveva lo stadio, la sicurezza, i vetri blindati, la regia e Infantino.

La Spagna aveva il pallone.

È bastato.

AMERICA FIRST. ESPAÑA CAMPEONA.

Don Chisciotte


PER TEHERAN LE BOMBE, PER RIYADH LE CENTRIFUGHE

Quando l’uranio lo arricchisce l’Iran diventa una minaccia esistenziale per l’intera umanità. Quando invece potrebbe arricchirlo l’Arabia Saudita, evidentemente diventa improvvisamente un’opportunità commerciale, strategica e — ci mancherebbe — rigorosamente “pacifica”.

Secondo un’inchiesta pubblicata dalla CNN il 18 luglio 2026 negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump avrebbe raggiunto un’intesa preliminare per consentire all’Arabia Saudita di sviluppare capacità di arricchimento dell’uranio nell’ambito del futuro accordo di cooperazione nucleare civile tra Washington e Riyadh.

La bozza del cosiddetto “accordo 123”, prevista dall’Atomic Energy Act statunitense per il trasferimento di tecnologie e materiali nucleari, sarebbe pronta dall’ottobre 2025 e attenderebbe ancora la firma del presidente Donald Trump.

Il punto decisivo non è che domani mattina verrà consegnata una bomba atomica a Mohammed bin Salman. Il punto è che l’accordo, secondo i documenti e le fonti citate, non obbligherebbe Riyadh ad adottare il Protocollo Aggiuntivo dell’AIEA e non conterrebbe il cosiddetto “gold standard”, cioè la rinuncia esplicita all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del combustibile esaurito.

Il Protocollo Aggiuntivo permette all’AIEA di ottenere informazioni più ampie, accedere a un maggior numero di siti e cercare eventuali attività nucleari non dichiarate. Senza questo strumento, i controlli restano concentrati soprattutto sui materiali e sugli impianti ufficialmente dichiarati.

L’accordo prevederebbe invece garanzie bilaterali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, i cui dettagli non sono stati resi pubblici. Inoltre, un “accordo 123” non autorizza automaticamente ogni singolo trasferimento tecnologico: costituisce però la cornice legale dentro la quale Washington potrebbe successivamente approvare attività sensibili, compresi arricchimento e riprocessamento.

Non si tratta dunque di affermare che Riyadh stia già costruendo un’arma nucleare. Si tratta di osservare che gli Stati Uniti starebbero accettando per un alleato ciò che hanno indicato come intollerabile quando veniva rivendicato dall’Iran.

Washington ha giustificato una parte fondamentale della pressione politica e delle operazioni militari contro Teheran proprio con il rischio legato all’arricchimento dell’uranio. E mentre gli attacchi statunitensi contro l’Iran proseguono, alla monarchia saudita potrebbe essere concessa una corsia preferenziale.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha già dichiarato pubblicamente che, qualora l’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita cercherebbe di dotarsene. Non esattamente il profilo ideale al quale concedere eccezioni creative in materia di non proliferazione.

Secondo la CNN, la firma sarebbe stata ritardata anche per evitare che l’accordo diventasse immediatamente oggetto di un voto di disapprovazione bipartisan al Congresso. Una volta trasmesso formalmente, infatti, il Congresso avrebbe un periodo limitato per tentare di bloccarlo.

Ed è qui che il problema supera i confini sauditi.

Se Washington concede a Riyadh un regime nucleare costruito su misura, perché la Cina dovrebbe negare condizioni analoghe ai propri alleati? Perché la Russia dovrebbe continuare a pretendere standard più severi dai suoi partner? E perché gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero rispettare l’accordo con cui hanno rinunciato volontariamente ad arricchimento e riprocessamento?

La non proliferazione non può funzionare come un locale con la selezione all’ingresso: vietata ai nemici, disponibile nel privé per gli amici che pagano bene.

Non significa che avremo necessariamente una bomba saudita domani. Significa che oggi viene indebolita una delle barriere costruite per impedirla.

E quando le regole nucleari diventano negoziabili in base alle alleanze, agli investimenti e agli interessi commerciali, il problema non è più soltanto l’Iran, l’Arabia Saudita o il Medio Oriente.

Il problema diventa il precedente.

FONTI: CNN, inchiesta pubblicata il 18 luglio 2026; Reuters, 19 febbraio, 18 marzo e 19 maggio 2026, documenti e contestazioni congressuali sull’accordo nucleare USA–Arabia Saudita; AIEA, documentazione ufficiale sul Protocollo Aggiuntivo e sui poteri ispettivi supplementari. (Reuters)

Don Chisciotte


KIEV SOTTO I MISSILI. IL COCAICOMICO SCOPRE CHE LA GUERRA FUNZIONA IN DUE DIREZIONI

Nella notte Kiev è stata investita da una massiccia ondata di missili balistici e ipersonici. I canali ucraini hanno parlato di Iskander, Zircon, numerosi incendi e lanci proseguiti per quasi un’ora.

Il numero esatto dei missili resta da confermare: alcuni monitoraggi ne indicano oltre quaranta, altri circa cinquanta. Il bilancio provvisorio comunicato dalle autorità di Kiev è di un morto e diversi feriti.

Fonti: Kyiv Independent, 19 luglio 2026; Reuters, aggiornamenti del 18 e 19 luglio 2026; comunicazioni del sindaco Vitali Klitschko.

Il giorno precedente, però, i droni ucraini avevano colpito due grandi centri logistici Wildberries in territorio russo, provocando morti e decine di feriti. Kiev ha naturalmente spiegato che erano “obiettivi legati allo sforzo bellico”.

Comodissimo.

Quando Zelensky manda i droni contro un magazzino pieno di lavoratori, l’Occidente apre il vocabolario alla voce “resistenza”. Quando Mosca risponde, gli stessi commentatori corrono in redazione, indossano il lutto e scoprono improvvisamente il diritto internazionale.

Il nano Cocaicomico pensava forse di poter incendiare la Russia e ricevere in cambio un mazzo di girasoli?

Adesso arriverà il solito spettacolo: titoli sulla “ferocia di Mosca”, editoriali commossi, richiesta di nuove sanzioni e foto di Ursula con l’espressione di chi ha appena scoperto che i missili russi non rispettano il regolamento di Bruxelles.

Sulle vittime russe, invece, silenzio elegante. In fondo erano soltanto lavoratori: basta definirli “parte della logistica militare” e anche il necrologio diventa superfluo.

Si tratta di ricordare ai chierichetti dell’informazione occidentale che la guerra non diventa morale soltanto perché a premere il pulsante è Zelensky.

Don Chisciotte


TAJANI APRE BOCCA, CHIUDE UN’AMBASCIATA

Non so se siano migliori i silenzi di Antonio Tajani o le sue dichiarazioni.

Quando tace, non succede nulla.
Quando parla, saltano le relazioni diplomatiche.

Il nostro ministro degli Esteri ha infatti due modalità operative: modalità aereo e incidente diplomatico.

A Madrid ha definito quello del Nicaragua un governo estremista che protegge Alessio Casimirri, ex brigatista condannato definitivamente per il caso Moro. Managua, colpita dalla finezza diplomatica del messaggio, ha interrotto le relazioni con l’Italia.

Sia chiaro: Casimirri deve rispondere delle condanne definitive e l’Italia ha ragione a pretenderne l’estradizione.

Il problema è il metodo.

La diplomazia dovrebbe servire a ottenere qualcosa da un governo con cui si hanno rapporti difficili. Tajani ha invece adottato la celebre tecnica del cliente che entra al ristorante, insulta il cuoco e poi domanda se può avere uno sconto.

Risultato: Casimirri resta in Nicaragua e le relazioni diplomatiche se ne vanno.

Ma sarebbe ingeneroso giudicare il ministro da una sola perla. Tajani non improvvisa: inanella.

Il 5 marzo, parlando in Senato della guerra contro l’Iran, annunciò solennemente:

«Sabato 31 febbraio c’è stato il bombardamento».

Il 31 febbraio. Una data collocata tra San Mai e la Festa del Nulla, nel calendario ufficiale della Farnesina.

Poi consigliò agli italiani nel Golfo, in caso di droni, di non affacciarsi alle finestre. Fin qui il manuale di sopravvivenza scritto da Nonna Papera. Ma, criticato per l’ovvietà, si difese tirando in ballo i ragazzi morti nell’incendio di Crans-Montana perché, secondo lui, si sarebbero attardati a filmare. La conduttrice Tiziana Panella dovette ricordargli che in quella tragedia erano state contestate anche gravissime carenze di sicurezza.

Dopodiché arrivò il durissimo ultimatum all’Iran:

«Basta missili, basta droni. Si può vivere in pace anche senza armi atomiche».

A Teheran devono essere rimasti di sasso: accidenti, non ci avevano pensato. Probabilmente aspettavano proprio Tajani per scoprire che la pace si fa senza missili. Al prossimo vertice proporrà di combattere la siccità con l’acqua e la fame mangiando qualcosa.

A maggio è passato alla demografia:

«Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero dei migranti che vengono a lavorare nelle nostre imprese».

Un piano economico di rara rapidità: concepimento oggi, consegna del lavoratore tra circa vent’anni. Nel frattempo le aziende possono lasciare il posto vacante e preparare il fiocco azzurro.

E quando un giornalista gli ha chiesto se l’Italia intendesse sospendere gli accordi commerciali con Israele?

Lì Tajani ha finalmente ritrovato la sua forma migliore: non ha risposto e se n’è andato.

Davanti alle domande difficili, silenzio.
Davanti ai microfoni incustoditi, politica estera.

Antonio Tajani non è il ministro degli Affari Esteri.

È il ministro degli effetti collaterali: dice una frase, nasce una polemica; ne dice due, serve una rettifica; alla terza, un Paese interrompe i rapporti diplomatici.

Di questo passo, al prossimo vertice internazionale non serviranno interpreti.

Basteranno un calendario, un estintore e qualcuno abbastanza veloce da staccargli il microfono.

Don Chisciotte