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Meta deve smettere di mettere a tacere le informazioni sulla salute riproduttiva

Avere accesso a informazioni accurate sulla salute riproduttiva e materna può essere fondamentale. Ma sulle piattaforme di Meta, anche solo discutere di farmaci da prescrizione, servizi di aborto o esperienze mediche personali può essere sufficiente a far scattare la rimozione dei contenuti e le restrizioni dell'account.

eff.org/deeplinks/2026/08/meta…

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Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware
#tech
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@informatica


Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware


Il problema: quote regionali condivise e capacity planning complicato


Chi gestisce ambienti Azure SQL Managed Instance (MI) su larga scala conosce bene un problema che, fino a pochi giorni fa, complicava ogni fase di dimensionamento: le quote regionali di subnet. Ogni Managed Instance deve risiedere in una subnet dedicata e delegata al servizio, e fino ad oggi il numero massimo di vCore utilizzabili in quella subnet era vincolato a una quota unica per regione e sottoscrizione, condivisa indistintamente tra tutte le generazioni hardware disponibili (Standard-series, Premium-series e Premium-series Memory Optimized).

In pratica, se un team aveva già saturato la quota regionale con istanze su hardware Standard-series, non poteva provisionare una nuova istanza Premium-series nella stessa regione senza prima aprire una richiesta di supporto per l’aumento della quota, anche se la subnet stessa aveva ancora spazio IP disponibile. Un vincolo “trasversale” che poco aveva a che fare con la reale capacità di rete e molto con una limitazione amministrativa lato piattaforma, particolarmente dolorosa per chi gestisce deployment multi-tenant, ambienti di disaster recovery con failover group, o strategie di aggiornamento side-by-side che richiedono temporaneamente il doppio delle risorse.

Cosa cambia: quote per generazione hardware, non più una quota unica


Microsoft ha annunciato il passaggio a un modello di limiti semplificati e granulari: la quota regionale condivisa viene sostituita da quote indipendenti per ciascuna famiglia hardware. In altre parole, i vCore disponibili per Standard-series, quelli per Premium-series e quelli per Premium-series Memory Optimized vengono ora contabilizzati separatamente, e i deployment sono governati dai normali limiti di rete virtuale di Azure Resource Manager (ARM) piuttosto che da un vincolo specifico del servizio SQL MI.

Il cambiamento si applica sia ai deployment single-zone sia a quelli zone-redundant, e riguarda tutte le subnet delegate a Microsoft.Sql/managedInstances. Per i clienti esistenti la transizione è trasparente: le quote regionali di vCore attualmente in uso vengono convertite automaticamente nel nuovo modello per-hardware, senza necessità di riconfigurare le istanze già in esercizio.

Perché è rilevante per chi fa capacity planning


  • Richieste di quota più mirate: se serve solo più capacità Premium-series Memory Optimized, non è più necessario negoziare un aumento che finirebbe per “gonfiare” anche lo spazio per le altre famiglie hardware.
  • Pianificazione degli upgrade side-by-side più semplice: le operazioni che richiedono capacità aggiuntiva temporanea (ad esempio il passaggio da hardware Gen5 legacy a Standard-series) impattano ora solo la quota della famiglia hardware coinvolta.
  • Meno attrito nei deployment multi-team: in sottoscrizioni condivise tra più team o applicazioni, un consumo intensivo di una famiglia hardware non blocca più il provisioning su un’altra famiglia nella stessa regione.


Cosa resta invariato: il dimensionamento della subnet


È importante non confondere questo cambiamento con un allentamento dei requisiti di rete: la subnet dedicata a Managed Instance deve continuare a rispettare i vincoli storici del servizio. Microsoft continua a raccomandare un blocco CIDR di almeno /27 (32 indirizzi) per garantire margine sufficiente a operazioni di manutenzione, failover e scaling, con /28 come limite minimo assoluto per ambienti realmente contenuti. Restano inoltre valide le regole che vietano di condividere la subnet con altre risorse non delegate e che richiedono una tabella di route e un gruppo di sicurezza di rete (NSG) dedicati e configurati secondo i requisiti del servizio.

Per chi deve verificare lo stato attuale delle quote, il percorso resta quello consueto tramite portale Azure, sotto Subscriptions > Usage + quotas filtrando per il provider Microsoft.Sql, oppure via Azure CLI:

az sql instance-pool list-usage --location "westeurope"

# oppure, per verificare i limiti di risorsa applicabili a una specifica instance pool
az sql instance-pool show --name mypool --resource-group myRG

Le richieste di aumento quota, quando necessarie, si effettuano ancora tramite una richiesta di supporto dedicata dal portale Azure, specificando ora la famiglia hardware interessata anziché una generica richiesta regionale.

Considerazioni pratiche per l’infrastruttura


Per chi sta pianificando una migrazione verso Managed Instance, o un ampliamento di un ambiente esistente, questo è un buon momento per rivedere la topologia di rete. Alcuni suggerimenti operativi:

  • Documentate quale famiglia hardware usa ciascuna istanza nel vostro inventario CMDB o nei tag delle risorse: con quote separate, sapere “chi consuma cosa” diventa più rilevante per prevedere colli di bottiglia futuri.
  • Rivedete le pipeline di provisioning IaC (Bicep, Terraform, ARM template): se avevate logica custom per gestire manualmente errori di quota condivisa, potete probabilmente semplificarla.
  • Pianificate in anticipo gli upgrade di generazione hardware: sapere che la quota Premium-series è indipendente da quella Standard-series consente di programmare finestre di migrazione senza il rischio che un’altra applicazione “consumi” involontariamente la capacità necessaria.
  • Verificate i failover group cross-region: assicuratevi che anche nella regione secondaria la quota per la famiglia hardware utilizzata sia sufficiente, dato che il DR richiede risorse equivalenti a quelle primarie.


Conclusione


Si tratta di una modifica infrastrutturale che non introduce nuove funzionalità visibili agli sviluppatori, ma che rimuove un attrito operativo reale per chi amministra ambienti Azure SQL Managed Instance su larga scala. Il passaggio da una quota condivisa a quote per hardware allinea meglio la governance delle risorse SQL a quella già in uso per il resto della rete virtuale, riduce le richieste di supporto necessarie per operazioni di routine e semplifica la pianificazione di capacity planning e upgrade. Per i team che gestiscono più applicazioni con esigenze hardware eterogenee nella stessa sottoscrizione, il beneficio pratico si vedrà già alla prossima richiesta di provisioning.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure SQL Managed Instance Removes a Capacity Planning Hurdle for Large Deployments


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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud
#tech
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@informatica


768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud


Truffle Security ha passato al setaccio oltre 430.000 fonti pubbliche — repository Git, dataset di training, immagini Docker, log di CI — e ne ha estratto 64.024 coppie di chiavi AWS uniche, distribuite su oltre 50.000 account. Il dato che dovrebbe far drizzare le antenne a qualsiasi sistemista non è tanto il numero in sé, quanto quello che è successo quando i ricercatori hanno riverificato un campione di 10.616 chiavi ad agosto 2026: l’88% era ancora valido. Non credenziali di test dimenticate in un branch morto: chiavi vive, utilizzabili, spesso con privilegi amministrativi completi su account aziendali.

È un caso di studio quasi perfetto su come l’igiene delle credenziali cloud si degradi silenziosamente nel tempo, e su cosa si può fare concretamente — oggi, con gli strumenti che AWS mette già a disposizione — per non finire nella prossima ricerca di questo tipo.

I numeri che contano davvero


La metodologia merita una menzione: i ricercatori non hanno letto policy IAM né toccato dati applicativi, ma hanno usato esclusivamente chiamate di sola lettura come sts:GetCallerIdentity, iam:ListAccessKeys e budgets:DescribeBudgets per confermare che una chiave fosse autentica e capire a cosa desse accesso. Un approccio pulito, che rende i numeri difficili da liquidare come esagerazioni.

Il quadro che emerge sul campione riverificato:

  • 768 chiavi aziendali con controllo amministrativo totale sull’account che le ospitava.
  • 526 di queste erano chiavi di root, cioè l’identità con poteri illimitati che AWS stessa raccomanda di non usare mai in produzione.
  • 130 chiavi root appartenevano addirittura all’account di gestione dell’intera organizzazione AWS, con potenziale impatto su tutti gli account figli collegati via AWS Organizations.
  • 242 utenti IAM avevano la policy AdministratorAccess allegata direttamente o tramite un gruppo.
  • Su un sottoinsieme di 1.157 utenti IAM di cui è stato possibile enumerare le policy, il 976, cioè l’84%, risultava amministratore.

Ma il dato più interessante per chi fa capacity planning della propria postura di sicurezza è un altro: l’età mediana delle chiavi ancora attive era di circa 5 anni, con punte fino a 17,4 anni. E solo il 13,7% aveva accanto una chiave più recente, segno che il resto — l’86% — non era mai stato ruotato dal giorno della creazione. Le chiavi AWS non scadono da sole: se nessuno le ruota o le revoca attivamente, restano valide per sempre, anche dopo che la persona che le ha create ha lasciato l’azienda o dimenticato il progetto in cui erano incluse.

Da dove escono le chiavi


La fonte principale identificata non è GitHub, come ci si aspetterebbe, ma Hugging Face: 8.482 chiavi uniche trovate in 3.394 dataset pubblici, con la percentuale più alta di chiavi root fra tutte le sorgenti analizzate (17,9%). Il meccanismo è subdolo: uno sviluppatore include per errore un file di configurazione o un notebook con credenziali hardcoded in un dataset poi scaricato, clonato e reimpacchettato migliaia di volte per l’addestramento di modelli. A quel punto cancellare il file originale non serve a nulla, perché la credenziale è ormai disseminata in decine di copie derivate. Le altre fonti classiche — cronologia Git, immagini Docker, registri dei package manager, log di CI esposti — restano comunque significative.

Perché l’impatto economico è il segnale più sottovalutato


Un altro dato da isolare: sui soli account con spesa mensile leggibile, il totale ammontava a oltre 420.000 dollari al mese, con nove account sopra i 10.000 dollari/mese. La parte più scomoda: solo il 9,5% degli account leggibili aveva un budget alert configurato, anche minimo. La maggior parte delle organizzazioni coinvolte non avrebbe quindi ricevuto alcun segnale automatico in caso di abuso delle credenziali per cryptomining o exfiltration, se non la fattura di fine mese — e un budget alert a 10 dollari costa letteralmente nulla da configurare. È probabilmente il controllo con il miglior rapporto sforzo/beneficio dell’intero articolo, eppure resta il più trascurato.

Il piano d’azione per chi gestisce account AWS in produzione

1. Eliminare le chiavi di root, senza eccezioni


Come ricordano gli stessi ricercatori, nel 2026 non esiste più alcuna ragione legittima per avere una chiave di accesso root attiva. Ogni operazione che un tempo richiedeva le credenziali root può oggi essere delegata a un utente o ruolo IAM con permessi granulari. Il primo passo è un inventario:

aws iam get-account-summary --query 'SummaryMap.AccountAccessKeysPresent'

Se il valore restituito è diverso da zero, esiste ancora una chiave di accesso root da eliminare dalla console IAM (sezione «Credenziali di sicurezza» dell’account root). Questo controllo va ripetuto su ogni account collegato via AWS Organizations, inclusi quelli storici creati anni fa e magari dimenticati.

2. Fare l’inventario e la rotazione delle chiavi IAM


Per ogni utente IAM, un comando come questo restituisce l’età di ciascuna chiave attiva:

aws iam list-access-keys --user-name nome-utente \
  --query 'AccessKeyMetadata[].{Id:AccessKeyId,Status:Status,Created:CreateDate}'

Per farlo su scala, conviene generare il credential report integrato di IAM, che include per ogni utente la data dell’ultima rotazione e dell’ultimo utilizzo:
aws iam generate-credential-report
aws iam get-credential-report --query 'Content' --output text | base64 -d > credential-report.csv

Da qui è possibile costruire una policy interna semplice ma efficace: nessuna chiave IAM viva più di 90 giorni senza rotazione, e nessuna chiave inutilizzata da oltre 45 giorni resta attiva. Questi controlli si possono automatizzare con AWS Config, usando le regole gestite access-keys-rotated e iam-user-unused-credentials-check, che segnalano automaticamente le credenziali fuori policy.

3. Sostituire le chiavi statiche con credenziali temporanee dove possibile


La causa profonda del problema non è solo la disattenzione nel pubblicare codice: è l’uso stesso di chiavi statiche a lunga durata dove non servirebbero. Per workload su EC2, ECS o Lambda, i ruoli IAM associati all’istanza o alla funzione eliminano la necessità di distribuire chiavi: le credenziali vengono generate automaticamente, durano poche ore e non finiscono mai su disco. Per l’accesso umano da riga di comando, IAM Identity Center (ex AWS SSO) con aws sso login ottiene lo stesso risultato: credenziali temporanee via autenticazione federata, mai una coppia access key/secret key permanente da custodire.

4. Restringere il raggio d’azione con permission boundary e Access Analyzer


Dove le chiavi IAM restano necessarie, i permission boundary impongono un tetto massimo ai privilegi che una policy può concedere a un utente, indipendentemente da eventuali policy troppo permissive aggiunte in futuro per errore. AWS IAM Access Analyzer va usato in modo proattivo per capire chi, all’esterno dell’account, può potenzialmente raggiungere le risorse tramite trust policy troppo larghe:

aws accessanalyzer list-findings \
  --analyzer-arn arn:aws:access-analyzer:eu-west-1:123456789012:analyzer/nome-analyzer \
  --filter '{"status":{"eq":["ACTIVE"]}}'

5. Impedire che le chiavi finiscano nel commit, non solo dopo


Trattare ogni commit come una potenziale fuga di dati è l’unico approccio realistico: il 43% delle chiavi individuate nella ricerca era presente in più posizioni contemporaneamente, segno che, una volta trapelata, una credenziale si propaga rapidamente in fork, mirror e archivi di terze parti. Strumenti come gitleaks o TruffleHog vanno integrati come pre-commit hook, così da bloccare il problema prima che raggiunga il repository remoto:

# installazione di un pre-commit hook con gitleaks
gitleaks protect --staged -v

GitHub, GitLab e Gitea offrono inoltre scanning nativo dei secret sui push, con notifica automatica ad AWS quando viene rilevata una chiave valida: è da qui che nasce la policy AWSCompromisedKeyQuarantine, applicata automaticamente da AWS quando una chiave viene rilevata esposta pubblicamente. Nella ricerca, il 12% delle chiavi la portava già — un segnale che, se ignorato, lascia comunque la chiave tecnicamente valida per operazioni di sola lettura in molti casi, e va trattato come un incidente da chiudere subito, non come un avviso a bassa priorità.

Conclusione


Il dato più utile di questa ricerca non è il numero assoluto di chiavi esposte, ma la fotografia di cosa succede quando la rotazione delle credenziali non è un processo automatizzato ma una buona intenzione: dopo cinque anni, in media, nessuno se ne ricorda più. Per chi amministra infrastrutture AWS, il valore pratico sta tutto nella lista di controlli sopra — nessuno dei quali richiede strumenti terzi costosi o una rewrite dell’architettura. Un inventario delle chiavi, un budget alert, un permission boundary e un pre-commit hook sono interventi che si implementano in un pomeriggio e che, secondo questi numeri, la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora messo in pratica.

Fonte: Truffle Security — «768 Leaked Corporate AWS Keys Held Full Admin Rights», ripreso da Petri.com.


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La nuova infrastruttura di #Peacelink. Il post di @francesco, co-fondatore di sociale.network

Migrazione completata: addio al BigTech, torniamo in Europa. Non un singolo servizio critico di PeaceLink gira più su cloud statunitense

peacelink.it/peacelink/la-nuov…

@fediverso

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#AutisticiInventati - Una singola firma di Trump può cancellarti da internet. L'articolo di @smaurizi


Una nuova battaglia tra Davide e Golia si sta combattendo su internet, dopo la guerra del governo statunitense contro Julian Assange e WikiLeaks. Questa volta, l'epicentro è l'Italia e Davide è un'organizzazione di volontari italiana: un piccolo collettivo di persone poco conosciute che creano e distribuiscono gratuitamente account di posta elettronica crittografati, blog e mailing list.


ilfattoquotidiano.it/2026/08/2…

@eticadigitale

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📰⚖️ Have you heard of the 400-year-old law protecting #tech giants from class actions in #Europe? Find out more in this article, featuring insights by Ursula Pachl of noyb.

Keep reading (article in German) 👉 futurezone.at/netzpolitik/irla…

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APT28’s New HOOKEDGE Backdoor Targets European Defense and Diplomatic Networks
#CyberSecurity
securebulletin.com/apt28s-new-…
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Cyber Incident Halts Small UK Power Plant for Four Days as Attribution Remains Unclear
#CyberSecurity
securebulletin.com/cyber-incid…
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Critical ServiceNow AI Flaws Expose Enterprise Data and Code Execution Paths
#CyberSecurity
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UniBLEed Flaws Put Unitree G1 Humanoid Robots at Risk of Root Takeover
#CyberSecurity
securebulletin.com/unibleed-fl…
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☕ CYBERBRIEFING — Sabato 29 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
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Critical cPanel Domain-Parking Flaw Lets Basic Users Seize Root Control
#CyberSecurity
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Emergency PaperCut Fix Targets Actively Exploited Flaw Affecting Every Supported Release
#CyberSecurity
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FBI Dismantles Chinese State-Sponsored Botnet That Powered a Global Hacking Platform
#CyberSecurity
securebulletin.com/fbi-dismant…
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Old Microsoft SQL Server RCE Returns in Active Attacks, Triggering CISA Forensic Mandate
#CyberSecurity
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CISA Orders Rapid Action as Citrix NetScaler Flaw Is Exploited in the Wild
#CyberSecurity
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Critical Veeam ONE Flaw Lets Unauthenticated Attackers Steal Backup Credentials (CVSS 9.3)
#CyberSecurity
securebulletin.com/critical-ve…
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Die Trump-Regierung greift in Zivilgesellschaften anderer Länder ein, um diese gezielt zu schwächen. Jüngstes Beispiel: Der Angriff auf das Tech-Kollektiv Autistici/Inventati. Wir dürfen uns das nicht bieten lassen.

Der netzpolitische Wochenrückblick:
netzpolitik.org/2026/kw-35-die…

in reply to netzpolitik.org

The point isn’t simply to target individual organizations: it is to make dissent costly. When counterterrorism measures and sanctions are extended to political movements, networks, and even digital infrastructure that enables dissidents to communicate, civic space steadily shrinks. A conformist society doesn’t need to censor everyone; it only needs to make dissent risky.
in reply to netzpolitik.org

Es stellt sich die Frage, warum die Regierung bei einem "Maga Workshop" auf deutschem Boden mitmacht, der nur Linksextremismus thematisiert…

t-online.de/nachrichten/deutsc…

…während laut Verfassungsschutz und Innenminister, Rechtsextremismus die mindestens zahlenmäßig größere Gefahr darstellt.

tagesschau.de/inland/innenpoli…

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Il servizio di posta funziona di nuovo. Ecco le istruzioni su come accedere alla tua casella:

1. Se hai una mail @autistici.org, stiamo spostando la tua casella su un nuovo dominio (seguiranno aggiornamenti). Nel frattempo non potrai inviare o ricevere nuove mail, ma potrai comunque accedere al tuo account. Una volta dentro, troverai tutto il tuo archivio.

2. Per indirizzi sugli altri domini:

- Usa la webmail: apri la nostra home all'indirizzo inventati.org clicca Login in alto a sinistra e inserisci nome utente e password.
- Per i client di posta, cambia l'indirizzo del server: da mail.autistici.org a mail.inventati.org (posta in entrata) / da smtp.autistici.org a smtp.inventati.org (posta in uscita).

Tieni duro e abbi fiducia! Continueremo a pubblicare aggiornamenti via via che ne abbiamo.

Release sealed documents in Herridge reporter’s privilege case


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Dear Friend of Press Freedom:

We want to see the sealed documents a judge considered when imposing an $800-per-day fine on journalist Catherine Herridge for refusing to identify a source. Plus, a ubiquitous contract clause is making freelancers’ work more risky, the Pentagon has a journalist burn book, and conservatives are sounding the alarm about Donald Trump’s FCC.

FPF demands unsealing of documents in reporter’s privilege case


Investigative journalist Catherine Herridge was held in contempt of court for refusing to divulge sources for her reporting at Fox News on an investigation of a scientist and university president with alleged ties to the Chinese military, leading to a (currently paused) $800-per-day fine. The court’s misguided ruling may have been informed by documents about the FBI’s probe into the scientist that were filed under seal, even though the investigation is over and the documents aren’t classified. This week, Freedom of the Press Foundation (FPF) filed a motion to unseal those documents.

“The public deserves to see the documents behind this ruling and judge for itself whether the facts warrant undermining journalist-source confidentiality,” FPF Senior Adviser Caitlin Vogus said. “It’s especially galling that while the court demands Herridge reveal her sources, it keeps the basis for its own decision secret.”


Trump’s new scheme: suing for damages when his policies are criticized


Last week, Trump threatened the Center for American Progress with a $5 billion defamation lawsuit, alleging he was personally defamed by the think tank’s report concluding that his administration’s deployment of the National Guard to various U.S. cities did not reduce crime.

Trump’s attempt to turn criticism of government policy into a personal attack he can profit from in court isn’t just petty and self-involved — it undermines the First Amendment and long-standing principles at the heart of our democracy, FPF’s Vogus writes.


Oppressive clause in freelancer contracts chills journalism


Indemnification clauses are a common feature of freelancer contracts, placing freelancers on the hook for legal fees and judgments arising from their articles, even if they did nothing wrong. These clauses are terrible for journalism — making reporters less likely to submit stories that might aggravate their subjects — and don’t actually do anything to shield outlets from liability.

As more reporters get laid off from their full-time jobs and publications rely increasingly on freelancers, FPF Chief of Advocacy Seth Stern writes that it’s past time for them to cut these clauses out of freelance contracts.


Pentagon blacklists journalists


The U.S. Central Command maintains a secret blacklist of journalists whose questions the press office has decided to “disregard,” The Intercept revealed this week — one of many steps the Pentagon has taken during Defense Secretary Pete Hegseth’s tenure to vilify the press and obstruct its work.

Stern told The Intercept, “This should put to rest the Pentagon’s prior claims that its anti-press policies — like its infamous requirement that reporters sign pledges to only print authorized information — are somehow content neutral.”


Why Republicans should hate what the FCC is doing


Federal Communications Commission Chair Brendan Carr, a super-loyalist to the president known to wear Trump’s gilded face as a lapel pin, has made clear that he views the agency’s role as furthering Trump’s agenda. But his actions, including threatening ABC’s licenses over their content decisions, shouldn’t just scare those who are anti-Trump — he’s creating a precedent for the next president’s FCC to engage in similar censorship.

FPF Executive Director Trevor Timm runs down the dangers of this FCC’s actions for Americans of all political stripes, and the conservatives who are sounding the alarm about it.


Federal health agencies won’t talk to the press


Healthcare reporters have been dealing with widespread stonewalling from government agencies. In a live webinar next Tuesday, Sept. 1, hosted by FPF and the Association of Health Care Journalists, Vogus and three healthcare reporters will talk about why these problems persist, how reporters can overcome the stonewalling to get to the story, and what the public can do to push for greater transparency.


A red square reading "The Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting," "$25K prize" and "submissions accepted until 9/1/26"

What we’re reading


Pentagon fires Stars and Stripes leaders who criticized DOD’s interference

The Washington Post
Hegseth’s conduct is unbecoming of the First Amendment. Stars and Stripes exists to produce independent journalism. When their team expressed concern over government censorship, the Pentagon went to war ... with the truth.


Mark Ruffalo links Paramount to Oracle’s Israeli military ties. The studio calls remarks ‘antisemitic’

The Hollywood Reporter
Larry Ellison said he wants to surveil everyone — Jewish, Palestinian, or neither — to keep us on our best behavior. It’s not antisemitic to talk about how his government-subsidized surveillance, war, and “scary technology” businesses may impact his family’s media outlets.


AP, Reuters call for accountability on anniversary of Gaza strike that killed journalists

The Associated Press
Israel is killing journalists for exposing its atrocities in Gaza, while the money and weapons to do it keep flowing from the U.S. News outlets need to keep pushing for accountability and access.


This mysterious ‘astroturf’ group popped up to defend the Paramount merger

The Intercept
There is no real grassroots support for Trump steering more media outlets to the Ellison family, but an astroturfing firm that previously partnered with Flock Safety wants you to believe otherwise.


ChatGPT gets all up in your iMessages

FPF Digital Security Digest
ChatGPT can now send messages on your behalf, using Messages for macOS. Our security training team digs into how it works, and what it all means for the privacy of our conversations.

A flyer for an online panel discussion on September 1 titled "Federal health agencies won't talk to the press. What now?"


freedom.press/issues/release-s…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

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📰 "When verifying their profile or age on platforms, users disclose sensitive biometric information to third-party companies. One such company is the #US-based firm #Persona […]" Includes quotes from noyb data protection lawyer Felix Mikolasch.

Read more (in German): netzpolitik.org/2026/linkedin-…

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Nach der Verschärfung des Berliner Polizeigesetzes durch CDU und SPD lassen Linke und Grüne das Gesetz jetzt vom Verfassungsgerichtshof prüfen. Der Antrag zielt u.a. gegen Verhaltensscanner, automatisierte Datenanalyse und den Einsatz von Staatstrojanern.

netzpolitik.org/2026/berliner-…

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Die Bundesregierung legt nicht offen, wo bundesweit neue Rechenzentren gebaut werden sollen, obwohl diese schwerwiegende Folgen für Umwelt und Gesellschaft haben. Das Projekt Heiße Luft hat nun eine Übersichtskarte der Standorte veröffentlicht. Sie zeigt auch, wo sich Protest regt.
@algorithmwatch @fragdenstaat netzpolitik.org/2026/interakti…
in reply to netzpolitik.org

Dass die Standorte nicht offengelegt werden, zeugt von massivem Misstrauen der Bundesregierung gegenüber den Bürgerinnen und Bürgern.

Und das, nachdem letztere der ersteren einen Vertrauensvorschuss im Rahmen der letzten Wahlen ausgesprochen haben.

Wenn ich Merz mal treffen würde, dann würde ich ganz konkret fragen, warum er und die anderen Regierungsmitglieder dieses Misstrauen hegen.
UND auf einer konkreten Antwort bestehen.

Die schwafeln ja gerne mal. Man kennt es.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
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🎧🇩🇪 Schon von der sogenannten Schattendatenbank der #SCHUFA gehört? Dieser vierminütige Radiobeitrag von Deutschlandfunk ist perfekt, um dir einen Überblick über die Lage zu verschaffen.

Hör rein! 👉 deutschlandfunk.de/ein-fall-fu…

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Guter, erklärender Artikel von @netzpolitik_feed zur aktuellen Vorgehensweise der USA gegen engagierte gesellschaftliche Gruppen:

"Die USA setzen ihren Kampf gegen linke zivilgesellschaftliche Projekte in Europa fort. Nun hat es das bekannte Internetkollektiv Autistici/Inventati getroffen. Das wehrt sich gegen die Vorwürfe und Sanktionen."

netzpolitik.org/2026/autistici…

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Kubernetes v1.37 “Garhwal”: HPA con scale-to-zero nativo e un API server più resiliente su larga scala
#tech
spcnet.it/kubernetes-v1-37-gar…
@informatica


Kubernetes v1.37 “Garhwal”: HPA con scale-to-zero nativo e un API server più resiliente su larga scala


Il rilascio del 26 agosto


Kubernetes v1.37, nome in codice Garhwal, è stato rilasciato il 26 agosto 2026 dopo il consueto ciclo con enhancement freeze a metà giugno e code freeze a fine luglio. Il changelog conta 86 enhancement complessivi, di cui 16 passano a Stable e altri 28 sono classificati come “Graduating” tra Alpha e Beta. Per chi gestisce cluster in produzione, due filoni meritano un approfondimento perché toccano direttamente i costi operativi e la resilienza del control plane: lo scale-to-zero nativo dell’HPA e una serie di ottimizzazioni interne pensate per proteggere l’API server sotto carico estremo.

Scale-to-zero: l’HPA impara a spegnere tutto


Da anni chi vuole azzerare le repliche di un workload realmente idle (un job batch, un ambiente di staging fuori orario, un microservizio a bassissimo traffico) deve appoggiarsi a soluzioni esterne come KEDA, che introducono un ulteriore componente da gestire e monitorare. Con la KEP-2021 (“Support scaling to/from zero pods for object/external metrics”), che in questa release passa da Alpha a Beta, l’Horizontal Pod Autoscaler nativo guadagna questa capacità senza dipendenze esterne.

La differenza pratica rispetto al comportamento precedente è che ora si può impostare minReplicas: 0 quando l’HPA è configurato su metriche di tipo Object o External (non su CPU/memoria, per ovvie ragioni: non esiste un consumatore da cui misurare l’utilizzo se non ci sono pod):

apiVersion: autoscaling/v2
kind: HorizontalPodAutoscaler
metadata:
  name: worker-scale-to-zero
spec:
  scaleTargetRef:
    apiVersion: apps/v1
    kind: Deployment
    name: queue-worker
  minReplicas: 0
  maxReplicas: 10
  metrics:
  - type: External
    external:
      metric:
        name: queue_messages_ready
        selector:
          matchLabels:
            queue: orders
      target:
        type: AverageValue
        averageValue: "30"

La novità architetturale più interessante della graduazione a Beta è l’introduzione di una condizione di stato esplicita, ScaledToZero, esposta nell’oggetto HorizontalPodAutoscaler. Prima, un deployment a zero repliche poteva significare “l’HPA ha deciso di spegnerlo” oppure “qualcuno lo ha messo in pausa manualmente con kubectl scale --replicas=0“, e i controller di automazione (o gli operatori umani) non avevano un modo affidabile per distinguere i due casi. Con questa condizione visibile via kubectl describe hpa o via API, strumenti di GitOps e dashboard di osservabilità possono finalmente riconciliare correttamente lo stato desiderato senza riportare falsamente in vita un workload che era stato fermato apposta da un operatore.

Tolleranza configurabile: basta con il 10% fisso per tutti


Una seconda modifica, meno appariscente ma altrettanto utile in produzione, riguarda la KEP-4951 (“Configurable tolerance for Horizontal Pod Autoscalers”), che con questa release passa a Stable. Fino a v1.36, l’HPA applicava una tolleranza fissa a livello di cluster (il classico 10%) prima di decidere che uno scarto tra metrica osservata e target giustificasse un’azione di scaling. Questo valore, impostato una volta a livello di kube-controller-manager, andava bene come default generico ma era un compromesso scomodo per workload con esigenze molto diverse tra loro: un servizio latency-sensitive vorrebbe reagire a scostamenti minimi, mentre un batch job tollera oscillazioni ben più ampie senza bisogno di “flappare” in continuazione.

Ora il campo di tolleranza è configurabile per singolo HPA, direttamente in spec.behavior:

apiVersion: autoscaling/v2
kind: HorizontalPodAutoscaler
metadata:
  name: latency-sensitive-api
spec:
  scaleTargetRef:
    apiVersion: apps/v1
    kind: Deployment
    name: api-gateway
  minReplicas: 3
  maxReplicas: 20
  behavior:
    scaleUp:
      tolerance: "0.05"
    scaleDown:
      tolerance: "0.20"
  metrics:
  - type: Resource
    resource:
      name: cpu
      target:
        type: Utilization
        averageUtilization: 60

Con questa configurazione, l’API gateway scala verso l’alto già con uno scostamento del 5% (per assorbire i picchi rapidamente) ma tollera fino al 20% di margine prima di scalare verso il basso (per evitare di disfare capacità troppo aggressivamente). L’algoritmo di calcolo dello scaling resta invariato: cambia solo la soglia di sensibilità, il che rende la migrazione da configurazioni esistenti sostanzialmente priva di rischi.

Proteggere l’API server: il vero collo di bottiglia dei cluster grandi


Il secondo filone di novità riguarda chi gestisce cluster di grandi dimensioni, dove l’API server è spesso il componente che soffre per primo sotto carico. La KEP-6178 (“Concurrent Watch Object Decode”) affronta un problema molto concreto: durante le migrazioni di versione delle Custom Resource Definition, ogni evento di watch attivo deve essere convertito nella nuova versione dello schema, e questa conversione avveniva storicamente in modo sequenziale. Su cluster con oltre 10.000 workload e numerosi watcher attivi, questo causava timeout verso etcd e, nei casi peggiori, errori HTTP 500 lato API server proprio nei momenti di maggior carico.

In questa release, il feature gate ConcurrentWatchObjectDecode passa a Beta ed è abilitato di default, permettendo la decodifica e conversione parallela degli eventi di watch. Per abilitarlo o disabilitarlo esplicitamente sull’API server:

kube-apiserver \
  --feature-gates=ConcurrentWatchObjectDecode=true \
  # ...altri flag esistenti

Collegata a questo filone c’è anche la KEP-6164 (“Eliminating Internal API Types”), che entra in questa release come novità in Alpha. Il problema di fondo è che Kubernetes mantiene internamente tipi API “interni” separati dai tipi versionati esposti tramite l’API, e ogni conversione tra i due formati durante operazioni di list su larga scala consuma CPU e memoria in modo non trascurabile. La prima fase della proposta rende i tipi interni memory-identical a quelli versionati, con benchmark che riportano guadagni fino a 5,7 volte in velocità e una riduzione di memoria di 3,3 volte nelle operazioni interessate; le fasi successive prevedono la sostituzione con Go type alias prima della rimozione completa della duplicazione. È presto per usarla in produzione (è Alpha), ma è un buon segnale di dove sta andando il lavoro di scalabilità del control plane nei prossimi cicli di rilascio.

Altre novità che meritano attenzione


Il changelog di v1.37 include diverse altre graduazioni utili nella pratica quotidiana:

  • Pod-level resources (KEP-2837): permette di definire un pool condiviso di CPU, memoria e hugepages a livello di pod invece che per singolo container, migliorando l’utilizzo delle risorse per pod con più container che hanno pattern di consumo complementari;
  • Storage Version Migrator in-tree (KEP-4192): porta nativamente nel cluster, tramite l’API storagemigration.k8s.io, la funzionalità di riscrittura automatica dei dati quando cambia la storage version di una risorsa, un’operazione che prima richiedeva strumenti esterni;
  • CBOR come formato di serializzazione (KEP-4222, Beta): fino a 8 volte più veloce in encoding e 2 volte in decoding rispetto a JSON per le Custom Resource Definition, un dettaglio che pesa parecchio su cluster con molti CRD ad alta frequenza di aggiornamento;
  • Nomi Service più permissivi (KEP-5311): i nomi ora possono iniziare con un numero (es. 123-backend), passando dal vincolo RFC 1035 al più permissivo formato DNS Label;
  • Pod Certificates (KEP-4317): distribuzione di certificati X.509 ai pod senza passare da bearer token, tramite il nuovo oggetto PodCertificateRequest, utile per chi sta migrando verso autenticazione mutual TLS tra servizi;
  • ClusterTrustBundles (KEP-3257, Beta): permette di montare bundle di trust CA come volume proiettato nei pod, semplificando la distribuzione di certificate authority personalizzate senza dover gestire ConfigMap manualmente.


Cosa verificare prima di aggiornare


Come per ogni major/minor release di Kubernetes, prima di pianificare l’upgrade su cluster di produzione vale la pena controllare tre cose in particolare: primo, se si usano CRD con più versioni attive contemporaneamente, testare il comportamento con ConcurrentWatchObjectDecode abilitato in un ambiente di staging che replichi il volume di watcher reale; secondo, se si dipende oggi da KEDA solo per lo scale-to-zero su metriche esterne (code, topic Kafka, metriche custom da Prometheus Adapter), valutare se la KEP-2021 in Beta copre già il caso d’uso, tenendo presente che è comunque prudente aspettare la Stable prima di rimuovere KEDA da workload critici; terzo, verificare la compatibilità di eventuali webhook di ammissione e operator custom con i pod-level resources, se già si sfruttano richieste/limiti a livello di container in modo granulare.

Nel complesso, v1.37 conferma una tendenza chiara delle ultime release: meno feature “vistose” rivolte all’utente finale, più lavoro di fondo su efficienza e resilienza del control plane, proprio nei punti dove i cluster più grandi iniziano a sentire la pressione della scala.

Fonte: 4sysops, con dettagli tecnici da PerfectScale e dalle note di rilascio ufficiali del progetto Kubernetes.


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Next.js sotto attacco: due RCE critiche (AVIF e Windows) da patchare subito
#tech
spcnet.it/next-js-sotto-attacc…
@informatica


Next.js sotto attacco: due RCE critiche (AVIF e Windows) da patchare subito


Due vulnerabilità critiche, due superfici di attacco diverse


Il 25 agosto 2026 il team di Next.js ha rilasciato un aggiornamento di sicurezza fuori dal normale ciclo di rilascio, anticipando la pubblicazione dopo aver identificato una seconda vulnerabilità critica in una dipendenza upstream mentre stava già preparando la patch per la prima. Il risultato sono due falle di Remote Code Execution non autenticata con severità critica, entrambe corrette nelle versioni 15.5.24 (Maintenance LTS) e 16.3.3 (Active LTS). Per chi gestisce applicazioni Next.js in produzione, specialmente self-hosted, questo è un aggiornamento da applicare senza rimandare.

CVE-1: RCE tramite l’Image Optimization API su file AVIF


La prima vulnerabilità (GHSA-2xp9-vwfh-vxw4, CVSS stimato 9.5) risiede in libheif, la libreria usata da sharp per la decodifica delle immagini AVIF, a sua volta impiegata dall’Image Optimization API integrata in Next.js. La falla upstream (GHSA-g89c-p67h-r497) è un heap buffer overflow nel codice di scaling delle immagini: un file AVIF costruito ad arte, con riferimenti annidati di tipo identity-derivation e auxiliary item, induce il decoder a costruire un’immagine con una profondità di bit del canale Alpha incoerente rispetto al buffer allocato. Lo scaler alloca spazio per dati a 8 bit ma vi scrive valori a 16 bit, scrivendo circa 16.384 byte oltre il limite dell’allocazione: la combinazione classica che apre la strada all’esecuzione di codice arbitrario.

L’aspetto più critico è la superficie di attacco: qualunque endpoint Next.js che passi un’immagine controllata dall’utente attraverso l’Image Optimization API (upload di avatar, contenuti caricati da terzi, immagini remote proxate) è potenzialmente sfruttabile senza autenticazione. Le versioni patchate risolvono il problema nell’immediato disabilitando l’ottimizzazione AVIF finché la fix upstream in libheif non sarà completamente propagata nella supply chain.

CVE-2026-75604: RCE su server Windows con Pages Router + App Router


La seconda falla (CVE-2026-75604 / GHSA-p293-qw3h-jr36, CVSS stimato 9.0) è più circoscritta ma non meno seria per chi ospita Next.js su Windows. Colpisce le applicazioni che utilizzano contemporaneamente Pages Router e App Router senza avere Cache Components attivo, quando il server gira su un filesystem Windows: in questo scenario è possibile innescare un path traversal che porta a RCE non autenticata sfruttando le differenze di gestione dei percorsi tra i due router in ambiente Windows.

Linux e macOS non sono affetti da questa specifica vulnerabilità, il che la rende particolarmente rilevante per ambienti enterprise .NET/Windows Server che ospitano frontend Next.js accanto a backend .NET, uno scenario comune in molte aziende italiane con infrastruttura ibrida. Il team Next.js è stato esplicito: non esiste una mitigazione applicativa nota per le applicazioni Windows-hosted affette; l’unica strada è l’aggiornamento.

Versioni interessate


  • Path traversal su Windows (CVE-2026-75604): Next.js 13.4–15.5.23 e 16.0–16.3.2
  • RCE via AVIF: Next.js 10.0.0–15.5.23 e tutte le versioni 16.x fino alla 16.3.2
  • libheif: tutte le versioni fino alla 1.23.1 inclusa


Come verificare l’esposizione e aggiornare


Il primo passo è capire quale router state utilizzando e se l’Image Optimization API è esposta a input non fidati. Un controllo rapido nella codebase:

# Versione installata di Next.js
npm ls next

# Cercate se esistono sia pages/ che app/ nello stesso progetto
find . -maxdepth 2 -type d \( -name "pages" -o -name "app" \) -not -path "*/node_modules/*"

# Verificate se il Cache Components flag è attivo in next.config
grep -R "cacheComponents" next.config.*

Se il progetto usa entrambi i router senza Cache Components e il server è ospitato su Windows (IIS con iisnode, Windows Server con PM2, container Windows), l’aggiornamento non è opzionale. Per aggiornare:
npm install next@15.5.24   # ramo 15.5 (Maintenance LTS)
npm install next@16.3.3    # ramo 16.3 (Active LTS)

# con pnpm
pnpm add next@15.5.24
pnpm add next@16.3.3

# con yarn
yarn add next@15.5.24
yarn add next@16.3.3

Dopo l’aggiornamento, ricordate di rigenerare il lockfile e di verificare in CI che la build non introduca regressioni, in particolare se il progetto fa uso intensivo di next/image con sorgenti AVIF: l’ottimizzazione per quel formato resterà disabilitata finché non arriverà una fix upstream in libheif, quindi può essere necessario prevedere temporaneamente un fallback a JPEG/WebP per le immagini caricate dagli utenti.

Perché conviene reagire subito, anche se si usa Vercel


Le applicazioni ospitate su Vercel sono protette automaticamente lato piattaforma, ma questo non copre chi fa self-hosting su VM, container Docker, Kubernetes, Azure App Service, IIS o qualunque altro ambiente gestito direttamente. Per i team DevOps italiani che gestiscono deployment Next.js su infrastruttura on-premise o su Windows Server per motivi di compliance o integrazione con sistemi legacy .NET, il rischio è concreto: si tratta di RCE non autenticata, quindi sfruttabile da un attaccante remoto senza credenziali, con impatto potenzialmente totale sul server applicativo.

Alcune azioni consigliate oltre al semplice upgrade:

  • Inventariate tutte le applicazioni Next.js in produzione, incluse quelle gestite da team diversi, e verificate la versione installata con npm ls next o controllando il package-lock.json.
  • Se non potete aggiornare immediatamente, valutate di disabilitare temporaneamente l’Image Optimization API per sorgenti non fidate, o di filtrare a livello di reverse proxy/WAF le richieste verso l’endpoint /_next/image.
  • Per gli ambienti Windows, se non è possibile aggiornare a breve, considerate la migrazione temporanea del workload su un host Linux/macOS finché la patch non è applicata, dato che non esiste mitigazione nota per Windows.
  • Automatizzate il monitoraggio delle security advisory di Next.js e delle sue dipendenze critiche (in particolare sharp e le librerie di decodifica immagini) tramite Dependabot, Renovate o strumenti equivalenti, per ridurre il tempo di reazione a futuri annunci simili.


Conclusione


Questo doppio rilascio di sicurezza è un promemoria utile su due fronti. Il primo è tecnico: le pipeline di elaborazione immagini, spesso trattate come funzionalità “di contorno”, restano una delle superfici di attacco più insidiose nelle applicazioni web moderne, perché processano input binario complesso proveniente direttamente dagli utenti. Il secondo è organizzativo: la disponibilità di RCE non autenticate senza mitigazione nota per specifiche piattaforme (in questo caso Windows) impone di conoscere esattamente dove e come sono ospitate le proprie applicazioni Next.js, non solo quale versione del framework stanno eseguendo. Chi gestisce ambienti misti Windows/.NET con frontend Next.js dovrebbe trattare questo aggiornamento come priorità operativa immediata.

Fonte: Next.js – August 2026 Security Release e The Hacker News – Next.js Patches Critical AVIF and Windows Flaws Enabling Unauthenticated RCE


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📱La piattaforma di videogiochi Luanti rimossa da Google Play con la falsa accusa di violazione del diritto d'autore

Premessa: un membro della redazione fa anche parte di Luanti.

Tracer AI, compagnia che usa agenti IA per scovare e segnalare le violazioni di diritto d'autore, ha fatto rimuovere da Google Play l'app della piattaforma videoludica Luanti. L'accusa, mossa in nome di Microsoft, è di aver utilizzato risorse del gioco Minecraft (proprietà Microsoft) nella propria app; un'accusa facilmente smontabile in quanto sia il codice che le risorse di Luanti sono visibili a chiunque (è software libero).

Questa non è la prima volta che accade: nel 2023 la stessa compagnia mosse la medesima accusa, portando chi sviluppa Luanti a presentare una contronotifica: l'app rimase non disponibile per 46 giorni prima di essere riabilitata, contrariamente al limite di 14 giorni lavorativi sancito dalla legge statunitense che regola tali faccende. In entrambi i casi, non sono mai state fornite prove.

Qualche mese fa la stessa sorte è toccata a Allumeria, un gioco a cubetti oggi prossimo al lancio, sulla piattaforma Steam. Lo sviluppatore fu colto di sorpresa finché, subito dopo l'arrivo della notizia al direttore artistico di Minecraft su Bluesky, Microsoft non ritirò la segnalazione.

"Se fossimo una piccola azienda che dipende dalle entrate della propria app, ciò sarebbe particolarmente devastante". Inoltre, essendo una realtà sostenuta da volontarɜ, combattere contro tali richieste equivale a grandi sprechi di energie e risorse.

blog.luanti.org/2026/08/27/lua…

#notizia #legge #ia #videogiochi

@eticadigitale@feddit.it

in reply to Zughy

@zughy Sicuro? la notizia del takedown Allumeria é di dicembre 2025, la notizia del ritorno online é di febbraio 2026 absolutegamer.it/allumeria-rit…
in reply to Valerio Bozz

non ti nascondo che mi sto rimambendo perché siti diversi dicono cose diverse. Lo sviluppatore il 10 febbraio diceva che in quello stesso giorno era stato rimosso il gioco bsky.app/profile/unomelon.bsky…

Ma anche il direttore creativo di MC ha iniziato a investigare il 10 bsky.app/profile/unomelon.bsky…

Deduco allora sia passato più di un giorno da quando quest'ultimo se n'è accorto prima che ritirassero il DMCA

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🎧 Die #Schufa steht wegen ihrer "Schattendatenbank" in der Kritik. Hör rein in das Interview mit Matthias Spielkamp von AlgorithmWatch 👉 www1.wdr.de/mediathek/audio/wd…

✍️ Du willst dich über eine potenzielle Sammelklage informieren? Finde mehr heraus: schufa.noyb.eu/

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Ich habe mir gestern zwölf (!) Stunden lang den Innenausschuss von Thüringen angehört. Dort sprachen Expert*innen über das geplante Polizeigesetz. Die Aktivist von @ThuerPAG_stoppen waren auch vor Ort. Die spannendsten Statements habe ich für euch extrahiert. netzpolitik.org/2026/polizeige…
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Im Innenausschuss von Thüringen hat eine Reihe von Expert*innen das geplante Polizeigesetz massiv kritisiert. Gleichzeitig fand vor der Tür eine Kundgebung gegen die umfassenden Überwachungsbefugnisse statt, die damit erlaubt werden sollen. netzpolitik.org/2026/polizeige…
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☕ CYBERBRIEFING — Venerdì 28 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Il prof Carmine fa sanzionare l’ex scuola: multa di 2.300 euro. “Sul web ha violato la mia privacy”


L’azione di Carmine Contursi dopo che sul portale dell’Einaudi erano apparsi gli orari di servizio con il nome. Il Garante infligge una sanzione. L’istituto, appena saputo del ricorso, era corso ai ripari e fatto notare d’aver agito in buona fede

Il professore di informatica Carmine Contursi. Oltre che al Garante, si è rivolto all’Ufficio scolastico per presentare un esposto disciplinare contro la dirigenza

ilrestodelcarlino.it/reggio-em…

@scuola

in reply to Max - Poliverso 🇪🇺🇮🇹

@max quello che volevo sottolineare però è che è sbagliato pensare che solo una persona esasperata possa ricorrere contro una violazione della privacy. Ricorsi di questo genere dovrebbero essere considerati normali, mentre ad essere anormale è l'indifferenza o peggio la cattiva pratica dei dirigenti

reshared this

in reply to macfranc

@macfranc

Quello che volevo dire è che qui forse si esagera un po'...

La condivisione di dati non riguardava nulla di personale, erano dei turni di lavoro mi è parso di capire.

Ha fatto ricorso e il Garante gli ha dato ragione. In un caso normale uno si fermerebbe, invece lui ha riportato la cosa all'ufficio scolastico regionale e non contento pure alla GdF.

Nessuno mi convincerà mai che una persona normale faccia un macello del genere perché la scuola ha pubblicato in un'area riservata del sito i suoi turni di lavoro 😁

Scuola - Gruppo Forum reshared this.

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📰 "Der #Schufa droht ein folgenschwerer Rechtsstreit. […] #NOYB hat das Unternehmen formell abgemahnt und die Vorbereitung einer gerichtlichen #Sammelklage bekanntgegeben."

👉 Weitere Infos zu einer potenziellen Sammelklage: schufa.noyb.eu/

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