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1SAMUELE - Capitolo 13


Saul e Giònata sconfiggono i Filistei (13,1-14,52)1Saul era nel pieno degli anni quando cominciò a regnare, e regnò due anni su Israele. 2Egli si scelse tremila uomini da Israele: duemila stavano con Saul a Micmas e sul monte di Betel e mille stavano con Giònata a Gàbaa di Beniamino; rimandò invece il resto del popolo ciascuno alla sua tenda. 3Allora Giònata sconfisse la guarnigione dei Filistei che era a Gàbaa e i Filistei lo seppero. Ma Saul suonò il corno in tutta la regione gridando: “Ascoltino gli Ebrei!”. 4Tutto Israele udì e corse la voce: “Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei e ormai Israele s'è urtato con i Filistei”. Il popolo si radunò dietro Saul a Gàlgala. 5I Filistei si radunarono per combattere Israele, con trentamila carri e seimila cavalieri, e una moltitudine numerosa come la sabbia che è sulla spiaggia del mare. Così si levarono e posero il campo a Micmas, a oriente di Bet-Aven. 6Quando gli Israeliti videro di essere alle strette e che il popolo era incalzato, cominciarono a nascondersi nelle grotte, nelle cavità, fra le rocce, nelle fosse e nelle cisterne. 7Alcuni Ebrei passarono oltre il Giordano, nella terra di Gad e di Gàlaad. Saul restava a Gàlgala, e tutto il popolo che era con lui s'impaurì. 8Aspettò tuttavia sette giorni per l'appuntamento fissato da Samuele. Ma Samuele non arrivava a Gàlgala e il popolo cominciò a disperdersi lontano da lui. 9Allora Saul diede ordine: “Portatemi l'olocausto e i sacrifici di comunione”. Quindi offrì l'olocausto. 10Ed ecco, appena ebbe finito di offrire l'olocausto, giunse Samuele, e Saul gli uscì incontro per salutarlo. 11Samuele disse: “Che hai fatto?”. Saul rispose: “Vedendo che il popolo si disperdeva lontano da me e tu non venivi all'appuntamento, mentre i Filistei si riunivano a Micmas, 12ho detto: “Ora scenderanno i Filistei contro di me a Gàlgala, mentre io non ho ancora placato il Signore”. Perciò mi sono fatto ardito e ho offerto l'olocausto”. 13Rispose Samuele a Saul: “Hai agito da stolto, non osservando il comando che il Signore, tuo Dio, ti aveva dato, perché in questa occasione il Signore avrebbe reso stabile il tuo regno su Israele per sempre. 14Ora invece il tuo regno non durerà. Il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore e gli comanderà di essere capo del suo popolo, perché tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore”. 15Samuele poi si alzò e salì da Gàlgala a Gàbaa di Beniamino; Saul contò la gente che si trovava con lui: erano seicento uomini.16Saul e Giònata e la gente rimasta con loro stavano a Gàbaa di Beniamino e i Filistei erano accampati a Micmas. 17Dall'accampamento filisteo uscì una pattuglia d'assalto divisa in tre schiere: una si diresse sulla via di Ofra verso la regione di Sual, 18un'altra si diresse sulla via di Bet-Oron, la terza schiera si diresse sulla strada della regione che guarda la valle di Seboìm verso il deserto. 19Allora non si trovava un fabbro in tutta la terra d'Israele, “perché – così dicevano i Filistei – gli Ebrei non fabbrichino spade o lance”. 20Così gli Israeliti dovevano sempre scendere dai Filistei per affilare ognuno l'aratro o la zappa o la scure o il vomere dell'aratro. 21Il prezzo era di un pim per l'aratro e le zappe, e di un terzo di siclo per le scuri e per raddrizzare il pungolo. 22Nel giorno della battaglia, tra tutta la gente che stava con Saul e Giònata non si trovò in mano ad alcuno né spada né lancia. Se ne trovò solo per Saul e suo figlio Giònata. 23Intanto una guarnigione di Filistei era uscita verso il passo di Micmas.

__________________________Note

13,2 Micmas: “luogo nascosto”, a 12 chilometri a nord-nord-est di Gerusalemme, sulla strada che collegava Betel a Gerico.

13,3 Gàbaa: “collina”, può definire la posizione geografica di molti luoghi della terra di Canaan. Qui si tratta o di una località a 3 chilometri a sud-ovest di Micmas, che il testo ebraico chiama altrove Gheba, o di una collina a 6 chilometri a nord di Gerusalemme. Ebrei: il testo fa distinzione tra gli Israeliti e gli Ebrei, qui e al v.7. Si potrebbe trattare di migranti, o di mercenari al servizio degli Israeliti.

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Approfondimenti


13,1-15,35. I tre capitoli successivi al discorso di Samuele narrano le gesta di Saul contro i Filistei e gli Amaleciti. Sono racconti contraddittori e sorprendenti in quanto descrivono al contempo la realizzazione della missione di Saul – quella di liberare Israele «dalle mani dei nemici che gli stanno intorno» (10,1) – e la drammatica, ripetuta infedeltà del re alla volontà di Dio. Samuele si ritira dopo aver richiamato ancora una volta le condizioni del nuovo status politico (12,12-14), affidando l'«Unto del Signore» allo spirito che l'aveva investito al principio (10,6-7). Saul si ritrova solo dinanzi al grande interrogativo che si era delineato sin dal momento della sua vocazione: com'è possibile conciliare le esigenze politico-militari del regno con la libertà carismatica dello spirito, che ricollega direttamente tutta la sfera della vita all'obbedienza a Dio? Il testo lascia coesistere l'aspro contrasto dei due momenti: la libertà di fare secondo quanto le circostanze richiedono (10,7) e la rigorosa prescrizione di attendere il profeta per sette giorni per ricevere indicazioni sul da farsi (10,8). Tutta la storia d'Israele – da Davide sino all'ultimo re – sarà dominata da questa gravosa e tuttavia feconda tensione tra libertà e obbedienza. La tragedia del ripudio di Saul matura nel susseguirsi di episodi bellici, mentre il re esercita malamente la sua autorità prendendo decisioni avventate che poi tenta invano di giustificare presso il profeta. La religiosità di Saul, generosa ma talvolta sconfinante nella superstizione, lo porta ad ascoltare più se stesso che la voce del Signore, il quale continua a parlargli mediante Samuele. Il personaggio di Saul, così fragile di fronte alla tentazione di “interpretare” la volontà di Dio secondo l'istintività del momento e secondo le categorie “laiche” della politica, è il “tipo” del peccatore che non si lascia redimere fino in fondo e cerca di dimostrare a tutti i costi la propria innocenza. È talmente attaccato al proprio peccato da non riuscire mai a liberarsene veramente; il groviglio dell'animo diviene inestricabile al punto da respingere persino l'abbraccio misericordioso di Dio (15,26.29). Del tutto diverso sarà Davide, «migliore di lui» (15,28) non certo per un'irreprensibile moralità ma per la limpidezza del giudizio anche nell'errore («Ho peccato»: 2Sam 12,13) e la fiducia estrema nella correzione divina (dura ma paterna: 2Sam 12,13-23; 15,25-26; 16,11-12; 24,10-17). Saul dovrà sopportare sino alla fine della vita la lontananza del Signore, col cuore gonfio di sofferenza per la consapevolezza che – nonostante l'elezione non venga meno (cfr. 24,7; 26,9; 2Sam 1,14.16) – Dio si è pentito a suo riguardo (15,10.35).

13,1-7. Il brano narra le prime mosse della rivolta israelita contro i Filistei che detenevano il controllo del territorio di Efraim (cfr. anche i vv. 20-21). Le notizie sono abbastanza imprecise: Micmas sembra trovarsi in mano a Saul (vv. 1-4), poi in mano ai Filistei (vv. 5-7); c'è confusione tra la Gabaa (gib‘â) del v. 2 e la Gabaa (geba‘) del v. 3, che sono due località distinte tra Gerusalemme e Micmas. A fianco di Saul appare per la prima volta suo figlio Gionata; da ciò si deduce che siano trascorsi almeno alcuni anni dagli eventi precedenti. Gionata è la vera figura positiva della vicenda: è lui che prende l'iniziativa della rivolta (13,3); è la sua sortita solitaria che getta nel panico le preponderanti forze nemiche (14,1-15); è a lui che va l'affetto del popolo (14,45).

13,8-15. Mentre i Filistei si schierano per la battaglia, Saul si vede ridotto all'impotenza dall'ordine di Samuele (10,8): «Sette giorni aspetterai, finché io verrò a te e ti indicherò quello che dovrai fare». Alla fine le considerazioni pratiche prevalgono su quelle religiose, cosicché Saul decide d'intervenire a modo suo. Questa prima infedeltà di Saul non consiste tanto nell'aver offerto un olocausto (ciò – a quanto pare – era permesso anche ai non-sacerdoti: Gedeone in Gdc 6,26.28; Manoach in Gdc 13,15-20; Davide in 2Sam 6,17; Salomone in 1Re 3,4 e 9,25; Elia in 1Re 18,38), quanto nella rivendicazione di un'autonomia che non gli compete: proprio all'ultimo istante (v. 10) fallisce la prova dell'obbedienza alla parola profetica di Samuele. Come altrove (1Sam 15; 2Sam 11-12) l'autore dimostra una sorprendente capacità di cogliere il meccanismo psicologico e spirituale del peccato umano.

11. «Che hai fatto?»: la domanda del profeta riecheggia quella di Dio ad Eva (Gn 3,13). Il peccato di Saul è sostanzialmente simile al primo peccato e, come quello, colloca l'uomo peccatore in una distanza infinita dal suo creatore (cfr. 12,16-19).

13. «avrebbe reso stabile»: con Vg e numerose versioni moderne. TM e LXX hanno una lectio difficilior che appare migliore: «Ora, infatti, il Signore rese/aveva reso stabile il tuo regno su Israele per sempre». Infatti il regno d Saul è già stato stabilito solennemente (11,14-15; 12,2.13-14) né si accenna a ulteriori condizioni poste da Dio per una conferma definitiva. Tuttavia il Signore si era riservata una possibilità di sciogliere il patto già ratificato, prevedendo il ripudio del re in caso di disobbedienza (12,25). Il caso presente gli dà l'occasione per metterla in atto. Ben diversa sarà la profezia fatta a Davide: Dio promette la stabilità del regno, ma questa volta incondizionatamente (2Sam 7,15-16).

14. «lo costituirà..»: BC traduce al futuro con i LXX. TM e Vg hanno il passato: «Lo ha costituito». Non c'è ragione di correggere il testo, chiarissimo nel suo significato: Dio ha già deciso che sul trono di Saul non sederà un suo discendente, bensì un uomo «secondo il cuore di Dio» (cfr. 2,35). La monarchia davidica inizia a delinearsi all'orizzonte della storia d'Israele.

15. «salì da Galgala..»: tutta la frase che segue, sino a «a Gabaa di Beniamino», è restituita con i LXX. Il TM è passato per parablepsi dal primo al secondo «da Galgala», omettendo le parole intermedie.

13,16-23. La sentenza di Samuele riguarda per ora il tempo dopo la morte di Saul cui rimane il compito di liberare Israele dai Filistei. La sproporzione delle forze in campo vien descritta dettagliatamente affinché l'aiuto del Signore sia riconosciuto come determinante per la vittoria (14,6.23). La tattica dei Filistei è di devastare tutto il paese, cosicché il piccolo esercito israelita non possa ricevere viveri e rinforzi. La situazione è resa ancor più grave dal sistematico disarmo cui gli occupanti hanno ridotto da tempo gli Ebrei, mediante il monopolio dell'industria metallurgica: oltre al divieto di possedere armi c'è persino quello di esercitare il mestiere del fabbro. Anche per i normali bisogni agricoli Israele deve sottostare a un umiliante controllo. Si ricordi che i Filistei erano maestri nella recente arte di lavorare il ferro, mentre in Palestina si era ancora ai primi tentativi del genere.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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alla fine devo dire che sulla mia scrivania sono fissi Heissenbüttel e Andrea Pazienza. bisogna evitare il pop e l'equivalenza delle icone. non sono dunque, e ovviamente, la stessa cosa. ma stanno sulla scrivania.


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Sulla Pretesa Oggettività della Bellezza


Si tende spesso a parlare della bellezza come se fosse una proprietà inerente agli oggetti, una sorta di etichetta metallica applicata dal fabbricante e il cui prezzo possa essere stabilito all'asta da un banditore. “Questo quadro è bello”, sentenziamo, con la stessa sicurezza con cui affermeremmo “Questo blocco di ferro pesa un chilogrammo”. Ma questa è una grossolana semplificazione, un errore logico che ci porta a reificare ciò che è, invece, una relazione.

In realtà, quando pronunciamo un giudizio estetico, non stiamo descrivendo l'oggetto, ma piuttosto una nostra specifica reazione emotiva e psicologica dinanzi ad esso. Affermare “Questo tramonto è bello” è una proposizione fondamentalmente diversa da “Questo tramonto avviene alle ore 19:00”. La seconda è una constatazione di fatto, verificabile con un orologio e indipendente dall'osservatore. La prima, invece, è l'espressione di un complesso stato d'animo suscitato in noi dalla combinazione di colori e luci. Come osservava Hume con acume, la bellezza non è una qualità delle cose stesse: esiste solo nella mente che le contempla.

Da questo deriva una conseguenza importante, che rende la metafora del banditore non solo imprecisa, ma fuorviante. Un banditore, per definizione, grida un prezzo che altri sono disposti a pagare, un valore che si suppone oggettivo e universalmente riconoscibile. Ma la bellezza, in quanto esperienza soggettiva, si sottrae a ogni tentativo di quotazione universale. Non esiste una Borsa Valori Estetici in cui si possano acquistare azioni di “bellezza” con la certezza di un dividendo garantito.

Il luogo comune, l'opinione della maggioranza, la tirannia del “si dice” cercano costantemente di imporci un tale mercato. Ci suggeriscono a buon mercato, con la disinvoltura di un imbonitore, quali cose siano “belle” e quali no. Ci offrono giudizi preconfezionati, pronti all'uso, risparmiandoci la fatica e l'incertezza dell'esperienza diretta. Ma un giudizio estetico acquistato a questo prezzo, sulla fiducia, è un giudizio vuoto, una moneta falsa che non corrisponde ad alcun reale arricchimento interiore.

La vera esperienza della bellezza è, al contrario, profondamente personale e richiede un coraggio quasi eroico: il coraggio di dissentire dal coro. Può accadere che un uomo, dinanzi a una cattedrale gotica che tutti osannano, provi solo un senso di opprimente smarrimento, e che, al contrario, trovi una commozione inaspettata e profonda nella geometria essenziale di un ponte di ferro o nella macchia di ruggine su un vecchio cancello. Forse si sbaglia? No. Egli sta semplicemente dando voce all'unico tribunale estetico competente: il proprio sentire. Può discutere le sue ragioni, certo, e cercare di comunicare la sua emozione, ma non può, in onestà intellettuale, sostituirla con l'emozione che gli viene prescritta.

L'universalità che possiamo sperare di raggiungere nell'arte non risiede nell'uniformità del giudizio, ma nella capacità dell'artista di comunicare la propria esperienza individuale in modo così potente da risvegliare, in chi lo contempla, un'esperienza altrettanto viva e personale. Non si tratta di ricevere un verdetto, ma di essere iniziati a un nuovo modo di vedere.

Concludendo, la bellezza non è un dato di fatto da registrare, né una merce da acquistare al miglior offerente. È un incontro, talvolta fortuito, tra la complessità del mondo e la nostra interiore capacità di esserne commossi. Ed è proprio nella sua natura sfuggente, personale e non negoziabile che risiede il suo valore più autentico.


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📔 Dal mio diario, pensieri del 15/03/2020

Probabilmente è la prima lettera di questo anno, a parte qlche piccolo commento quotidiano. Siamo al terzo mese di questo nuovo anno , un anno particolare, perché stiamo vivendo una situazione nuova e sicuramente difficile, che ci costringe a rimanere chiusi in casa! E allora da dove inizio? Dal fatto che mi rendo conto che non so più scrivere, che ho dolore e che sinceramente la mia scrittura è orrenda! Siamo in emergenza Coronavirus, cioè si è diffuso un virus, proveniente dalla Cina, già a fine febbraio, la Cina è quasi del tutto fuori dalla Pandemia, noi no! Per ora saremo chiusi in casa fino al 3 aprile, presumibilmente per il tempo necessario per evitare la diffusione, limitare i contagi! Hanno chiuso le scuole da giovedì 5, fino al 15 marzo inizialmente, poi fino al aprile! Cosa significa realmente? Non lo so, però so solo che per ora mio figlio è sempre con me, inizialmente sembrava una vacanza, poi con il passare dei gg è diventata un' imposizione, una restrizione per tutta l'Italia, che ormai è in zona Rossa! Abbiamo dovuto prendere confidenza con nuovi termini, con il fatto che non ci si può spostare, possiamo solo andare in farmacia, fare la spesa, indossare la mascherina e stare a distanza! Mio marito per ora lavora, con le dovute precauzioni, i miei genitori avvertono il disagio e sono preoccupati, non si pranza più insieme, ci parliamo per pochi attimi ed io sono l'addetta per la spesa.. Purtroppo questa pandemia sta mietendo vittime, non solo anziani, ma anche giovani e per ora il mio paese è immune dal contagio, solo negozi chiusi, strade deserte, e la mia prima uscita al supermercato per me è stata terribile! Iniziare questa specie di vestizione in macchina, armarsi di coraggio , mascherando la paura, invece no , sono crollata , ho avuto paura, panico totale, mi sembrava stessi vivendo un film , non la realtà! E poi di nuovo dopo pochi giorni, stessa scena , supermercato diverso, poi un saluto al volo, con un'amica e sua figlia, che erano sul balcone, per il loro momento d'aria! Cosa si respira? Nulla, solo tristezza, noia, paura, voglia di evadere, tentativi di impiegate il tempo, ma poi il tempo vola e basta. Solita vita per ora, e oggi ho scritto abbastanza, anche troppo e forse questa mia lettera, sarà una chiara e spero lontana testimonianza, per il futuro, un futuro che mai come oggi sembra difficile, lontano e soprattutto indefinito! Si pensa al futuro, sperando di rimanere in salute, sperando di poterlo ancora raccontare e sperando di poter ancora avere al nostro fianco, i nostri cari, amici, parenti.. Sono le 15.30 del pomeriggio e mio figlio dorme, sereno come un angioletto, con quell'innocenza che meritava ancora i contatti, gli abbracci, i sorrisi, le parole .. perché ormai i sorrisi si sono spenti dietro sterili mascherine e gli abbracci solo un lontanissimo ricordo..


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📔 Dal mio diario, pensieri del 15/03/2020


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Probabilmente è la prima lettera di questo anno, a parte qlche piccolo commento quotidiano. Siamo al terzo mese di questo nuovo anno , un anno particolare, perché stiamo vivendo una situazione nuova e sicuramente difficile, che ci costringe a rimanere chiusi in casa! E allora da dove inizio? Dal fatto che mi rendo conto che non so più scrivere, che ho dolore e che sinceramente la mia scrittura è orrenda! Siamo in emergenza Coronavirus, cioè si è diffuso un virus, proveniente dalla Cina, già a fine febbraio, la Cina è quasi del tutto fuori dalla Pandemia, noi no! Per ora saremo chiusi in casa fino al 3 aprile, presumibilmente per il tempo necessario per evitare la diffusione, limitare i contagi! Hanno chiuso le scuole da giovedì 5, fino al 15 marzo inizialmente, poi fino al aprile! Cosa significa realmente? Non lo so, però so solo che per ora mio figlio è sempre con me, inizialmente sembrava una vacanza, poi con il passare dei gg è diventata un' imposizione, una restrizione per tutta l'Italia, che ormai è in zona Rossa! Abbiamo dovuto prendere confidenza con nuovi termini, con il fatto che non ci si può spostare, possiamo solo andare in farmacia, fare la spesa, indossare la mascherina e stare a distanza! Mio marito per ora lavora, con le dovute precauzioni, i miei genitori avvertono il disagio e sono preoccupati, non si pranza più insieme, ci parliamo per pochi attimi ed io sono l'addetta per la spesa.. Purtroppo questa pandemia sta mietendo vittime, non solo anziani, ma anche giovani e per ora il mio paese è immune dal contagio, solo negozi chiusi, strade deserte, e la mia prima uscita al supermercato per me è stata terribile! Iniziare questa specie di vestizione in macchina, armarsi di coraggio , mascherando la paura, invece no , sono crollata , ho avuto paura, panico totale, mi sembrava stessi vivendo un film , non la realtà! E poi di nuovo dopo pochi giorni, stessa scena , supermercato diverso, poi un saluto al volo, con un'amica e sua figlia, che erano sul balcone, per il loro momento d'aria! Cosa si respira? Nulla, solo tristezza, noia, paura, voglia di evadere, tentativi di impiegate il tempo, ma poi il tempo vola e basta. Solita vita per ora, e oggi ho scritto abbastanza, anche troppo e forse questa mia lettera, sarà una chiara e spero lontana testimonianza, per il futuro, un futuro che mai come oggi sembra difficile, lontano e soprattutto indefinito! Si pensa al futuro, sperando di rimanere in salute, sperando di poterlo ancora raccontare e sperando di poter ancora avere al nostro fianco, i nostri cari, amici, parenti.. Sono le 15.30 del pomeriggio e mio figlio dorme, sereno come un angioletto, con quell'innocenza che meritava ancora i contatti, gli abbracci, i sorrisi, le parole .. perché ormai i sorrisi si sono spenti dietro sterili mascherine e gli abbracci solo un lontanissimo ricordo..




Ray Lamontagne - Ouroboros (2016)


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Ouroboros è il classico disco che fa riflettere, che ti fa chiederete se l’artista in questione sia in preda di una qualche crisi d’identità. Con i suoi primi quattro album Ray LaMontagne aveva conquistato i cuori con suono rétro ma non iper-calcolato, tanto che la suggestione ha portato qualcuno a vederlo come ipotetico quarto cantante della Band, con quella voce fra Rick Danko e Richard Manuel – poi è arrivato Supernova (2014), dissennato album prodotto per mano di Dan Auerbach (Black Keys), che sembrava aver tirato una bomba su tutto ciò di buono fatto fino ad allora... artesuono.blogspot.com/2016/03…


Ascolta il disco: album.link/s/4JVl5HHiI2SEgqvqT…



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Ray Lamontagne - Ouroboros (2016)


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Ouroboros è il classico disco che fa riflettere, che ti fa chiederete se l’artista in questione sia in preda di una qualche crisi d’identità. Con i suoi primi quattro album Ray LaMontagne aveva conquistato i cuori con suono rétro ma non iper-calcolato, tanto che la suggestione ha portato qualcuno a vederlo come ipotetico quarto cantante della Band, con quella voce fra Rick Danko e Richard Manuel – poi è arrivato Supernova (2014), dissennato album prodotto per mano di Dan Auerbach (Black Keys), che sembrava aver tirato una bomba su tutto ciò di buono fatto fino ad allora... artesuono.blogspot.com/2016/03…


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La Direzione Investigativa Antimafia nell'ambito del ciclo EMPACT dell'Unione Europea


Il ciclo EMPACT, attivo dal 2012, coinvolge circa 60 Paesi tra Stati membri, partner terzi e agenzie internazionali, attraverso un ampio ventaglio di azioni operative coordinate a livello europeo. In tale contesto, la partecipazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) conferma il ruolo dell'Italia nella costruzione di una strategia comune orientata al contrasto efficace della criminalità organizzata transnazionale e al rafforzamento della sicurezza dell'Unione europea.

Nel quadro di EMPACT 2026+, la partecipazione della DIA — in coordinamento operativo con la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza — si inserisce in una più ampia strategia europea di contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, confermando il ruolo dell'Italia quale attore qualificato nella definizione e nell'attuazione di un approccio condiviso, volto al rafforzamento della cooperazione multilivello e al consolidamento della sicurezza dell'Unione europea.

Per il biennio 2026-2027, l'Italia parteciperà a 26 azioni operative sotto il coordinamento dello SCIP (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia) del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno, assumendo altresì il ruolo di co-driver del progetto, evoluzione della precedente priorità HRCN (High Risk Criminal Network). Tale impegno ribadisce la determinazione del nostro Paese nel contrasto alle reti criminali strutturate e transnazionali.

La Direzione Investigativa Antimafia ha preso parte al Kick-off Meeting (riunione di avvio) della priorità MTCNI (Most Threatening Criminal Networks and Individuals), svoltosi presso il quartier generale di Europol all'Aia il 16 e 17 febbraio 2026. L'incontro ha definito le linee d'azione dell'Unione europea per il quadriennio 2026-2029 nel contrasto alle organizzazioni criminali di maggiore pericolosità e impatto transnazionale, contribuendo — attraverso Europol — alla definizione delle direttrici strategiche del ciclo EMPACT 2026-2029.

La DIA ha partecipato ai lavori in ragione del significativo coinvolgimento nelle Azioni Operative del nuovo ciclo EMPACT 2026+, ricoprendo anche il ruolo di Co-Action Leader dell'Azione Operativa 3.1 “Prevention & Administrative Approach”, dedicata al rafforzamento dell'approccio amministrativo nella prevenzione e nel contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata nell'economia legale.

La priorità si fonda su un modello multidisciplinare che integra cooperazione internazionale di polizia, analisi strategica, strumenti investigativi e misure di natura preventiva e amministrativa, con l'obiettivo di incidere in modo strutturale sulle reti criminali più complesse, operanti nello spazio europeo.

Nel corso dell'incontro è stato riconosciuto il valore dell' esperienza italiana nel settore della prevenzione amministrativa antimafia. Il modello nazionale — fondato sul monitoraggio delle imprese, sulle verifiche preventive e sull'applicazione della normativa in materia di documentazione antimafia — costituisce un sistema integrato finalizzato a tutelare l'economia legale e a rafforzare la resilienza dei contesti economici di fronte ai tentativi di infiltrazione criminale.

#EMPACT #DIA #ARMADEICARABINIERI #GUARDIADIFINANZA #POLIZIADISTATO #SCIP


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La Direzione Investigativa Antimafia nell'ambito del ciclo EMPACT dell'Unione...


La Direzione Investigativa Antimafia nell'ambito del ciclo EMPACT dell'Unione Europea


Il ciclo EMPACT, attivo dal 2012, coinvolge circa 60 Paesi tra Stati membri, partner terzi e agenzie internazionali, attraverso un ampio ventaglio di azioni operative coordinate a livello europeo. In tale contesto, la partecipazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) conferma il ruolo dell'Italia nella costruzione di una strategia comune orientata al contrasto efficace della criminalità organizzata transnazionale e al rafforzamento della sicurezza dell'Unione europea.

Nel quadro di EMPACT 2026+, la partecipazione della DIA — in coordinamento operativo con la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza — si inserisce in una più ampia strategia europea di contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, confermando il ruolo dell'Italia quale attore qualificato nella definizione e nell'attuazione di un approccio condiviso, volto al rafforzamento della cooperazione multilivello e al consolidamento della sicurezza dell'Unione europea.

Per il biennio 2026-2027, l'Italia parteciperà a 26 azioni operative sotto il coordinamento dello SCIP (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia) del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno, assumendo altresì il ruolo di co-driver del progetto, evoluzione della precedente priorità HRCN (High Risk Criminal Network). Tale impegno ribadisce la determinazione del nostro Paese nel contrasto alle reti criminali strutturate e transnazionali.

La Direzione Investigativa Antimafia ha preso parte al Kick-off Meeting (riunione di avvio) della priorità MTCNI (Most Threatening Criminal Networks and Individuals), svoltosi presso il quartier generale di Europol all'Aia il 16 e 17 febbraio 2026. L'incontro ha definito le linee d'azione dell'Unione europea per il quadriennio 2026-2029 nel contrasto alle organizzazioni criminali di maggiore pericolosità e impatto transnazionale, contribuendo — attraverso Europol — alla definizione delle direttrici strategiche del ciclo EMPACT 2026-2029.

La DIA ha partecipato ai lavori in ragione del significativo coinvolgimento nelle Azioni Operative del nuovo ciclo EMPACT 2026+, ricoprendo anche il ruolo di Co-Action Leader dell'Azione Operativa 3.1 “Prevention & Administrative Approach”, dedicata al rafforzamento dell'approccio amministrativo nella prevenzione e nel contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata nell'economia legale.

La priorità si fonda su un modello multidisciplinare che integra cooperazione internazionale di polizia, analisi strategica, strumenti investigativi e misure di natura preventiva e amministrativa, con l'obiettivo di incidere in modo strutturale sulle reti criminali più complesse, operanti nello spazio europeo.

Nel corso dell'incontro è stato riconosciuto il valore dell' esperienza italiana nel settore della prevenzione amministrativa antimafia. Il modello nazionale — fondato sul monitoraggio delle imprese, sulle verifiche preventive e sull'applicazione della normativa in materia di documentazione antimafia — costituisce un sistema integrato finalizzato a tutelare l'economia legale e a rafforzare la resilienza dei contesti economici di fronte ai tentativi di infiltrazione criminale.

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Il successo è un cammino

Il successo è un cammino. Lo sappiamo, sembra una frase buona per i poster motivazionali da appendere in palestra accanto all’immagine di una tigre che ti fissa. Ma non è solo una frase fatta: è un principio che, se preso sul serio, può davvero cambiare il modo in cui affrontiamo la vita. Perché il successo non è una meta con tanto di cartello “Benvenuto, sei arrivato!”. Non è un punto d’arrivo, ma una strada che va percorsa ogni giorno. E questa strada non ha corsie preferenziali, semafori verdi permanenti o navigatori che ti dicono “tra 200 metri svolta a destra per la realizzazione personale”. No, è più simile a una vecchia strada di campagna: a tratti dritta, a tratti piena di buche, curve improvvise e qualche cane che ti abbaia dietro. La verità è semplice: se ti fermi, non arrivi. Se torni indietro, peggio ancora. È un po’ come mettersi a dieta e poi decidere che il tiramisù non conta perché “è domenica”. Spoiler: conta eccome. Il successo ha bisogno di costanza. Non di slanci eroici una volta ogni tanto, ma di piccoli passi ogni giorno. È un processo lento, spesso noioso, a volte ingrato. Però funziona. Perché mentre tu cammini, cresci. E mentre cresci, ti avvicini sempre di più a quel che desideri. Attenzione: non si parla solo di successo economico o lavorativo. Quello è un capitolo, non l’intero libro. Il successo è anche sentirsi meglio con sé stessi, coltivare relazioni sane, svegliarsi la mattina con la voglia di fare e non con la voglia di lanciare la sveglia dalla finestra. Il punto è che non puoi delegare questo viaggio. Nessuno lo farà al posto tuo. Non ci sono sostituti, non ci sono “volontari” che si prendono il pacchetto completo di fatiche e rinunce. È la tua strada, con i tuoi passi, i tuoi inciampi e i tuoi traguardi. E già che ci siamo, una cosa importante: il successo non ama i pigri. Non ti aspetta. Non ti dice: “Tranquillo, fai pure un sonnellino e quando ti svegli ci sarò ancora qua a due metri da te”. No, quello si muove, corre avanti. Se tu resti fermo, lui se ne va. E qui entra in gioco la parte più scomoda: la disciplina. Non è sexy parlarne, lo so. Non è affascinante come le storie dei geni che hanno fatto fortuna da un garage. Però senza disciplina, niente cammino. È lei che ti fa mettere un piede davanti all’altro anche quando non hai voglia. È lei che ti ricorda che, no, non basta il desiderio, ci vuole l’impegno. Vuoi il lato positivo? Ogni passo conta. Anche quelli piccoli, anche quelli incerti. Ogni mattina in cui ti alzi e ci provi, stai avanzando. Ogni errore che correggi è un passo avanti. Ogni volta che resisti alla tentazione di mollare, sei più vicino di quanto eri ieri. Il bello del cammino è che non sei mai davvero “arrivato”. Perché ogni volta che raggiungi una tappa, scopri che ce n’è un’altra un po’ più avanti. È come scaricare un aggiornamento sullo smartphone: pensi di aver finito e subito arriva la notifica del nuovo update. Ma non è una condanna ma è la parte più vitale della vita. Se ci pensi, la noia più grande sarebbe avere tutto subito e restare fermi. La strada, invece, ti tiene vivo. E allora cammina con le tue scarpe, col tuo passo, col tuo ritmo. Non correre dietro agli altri: non sai che scarpe portano e magari hanno pure le vesciche. Cammina per te stesso. Il successo è un cammino. Se ti fermi, resti indietro. Se torni indietro, lo perdi di vista. Se invece continui, anche lentamente, anche inciampando, lui ti aspetta poco più avanti, con quel suo sorriso ironico che sembra dirti: “Ah, finalmente!”.


noblogo.org/lalchimista/il-suc…



[ricognizioni]per la concentrazione di barocco al fianco] bloccato per tre barra anni piove sempre e almeno [dicono] sempre o [da sempre la parte non bagnata è presa dal] piovasco la balera da una nota d'estate è rovente coltivano] [renelle per armadi il filo fox nelle banconote una economia] globale nei fossi nel caso usare avvisano] -martinafranca


noblogo.org/lucazanini/ricogni…



Lo scudo della divisa e il referendum che ci condanna.


(207)

(R1)

La vicenda di #Rogoredo è una di quelle storie che dovrebbero togliere il sonno a chiunque creda ancora nello stato di diritto, ma che in questo paese finiscono regolarmente nel tritacarne della retorica securitaria e della memoria corta. Il 26 gennaio, l’assistente capo Carmelo #Cinturrino ha ucciso con un colpo alla testa il ventottenne Abderrahim Mansouri, detto “Zack”, ed è ora accusato di omicidio volontario insieme a colleghi indagati per averlo coperto e per i ritardi nei soccorsi. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata messa in scena una finta minaccia con una pistola giocattolo accanto al corpo, a coronamento di un sistema di estorsioni e dominio sul territorio che trasforma il “servitore dello Stato” in signorotto armato.

Questo non è um giallo morboso di fine inverno, è una radiografia dell’Italia che si sta costruendo a colpi di decreti sicurezza e campagne mediatiche sul “pugno duro”. Il recente decreto legge sulla sicurezza, varato a febbraio, è il perfetto sfondo normativo di questa deriva: tra fermi preventivi alle manifestazioni, nuove fattispecie di reato simboliche e strette sulle periferie “degradate”, spunta lo scudo penale, cioè l’idea che chi agisce invocando legittima difesa o adempimento del dovere possa restare fuori dal registro degli indagati, almeno in una prima fase.

Che poi il #Quirinale abbia imposto di estendere la norma a tutti i cittadini è quasi un dettaglio di stile: il messaggio politico, culturale e simbolico resta cucito addosso alle forze dell’ordine, come un invito implicito a sentirsi ancora più intoccabili. Il rischio è chiarissimo: se trasformi il controllo giudiziario in fastidio burocratico e se costruisci una narrazione in cui la polizia è sempre e comunque nel giusto “per definizione”, allora casi come Rogoredo non sono aberrazioni, ma incidenti di percorso in un sistema che accetta la violenza di Stato come normale rumore di fondo.

(R2)

Ed è qui che la coincidenza con il referendum sulla separazione delle carriere di marzo smette di essere casuale e diventa un pezzo dello stesso puzzle. Si racconta al paese che separare le carriere tra giudici e pm sia una misura di civiltà, una riforma neutra di ingegneria istituzionale, mentre in realtà si sta limando, passo dopo passo, l’autonomia e la forza di chi deve indagare, anche e soprattutto, su polizia, carabinieri, apparati di sicurezza.

In un quadro nel quale si vuole una magistratura requirente più docile, più controllabile dall’esecutivo, meno libera di infastidire il potere, la storia di un agente che spara alla testa a un ragazzo e di colleghi che inquinano la scena del crimine diventa quasi imbarazzante: è l’eccezione che rischia di svelare la regola.

Separare le carriere senza rafforzare davvero le garanzie di indipendenza del pubblico ministero significa, in concreto, consegnare l’azione penale a un circuito più permeabile alle pressioni politiche. E se chi deve indagare sui #Cinturrino di oggi e di domani sa di giocarsi la carriera ogni volta che tocca un nervo scoperto del potere, il risultato è scontato: meno inchieste scomode, più omertà istituzionale, più zona grigia.

Il combinato disposto tra scudo penale, retorica del “poliziotto eroe” e separazione delle carriere è un progetto di società: una società dove il cittadino, soprattutto se povero, straniero o marginale, è nudo davanti allo Stato armato, e dove l’unico vero reato è disturbare l’ordine costituito. In questo contesto, questa vicenda non è una deviazione, è un’anticipazione.

Andare a votare al #referendum fingendo che sia solo una questione tecnica di organizzazione degli uffici giudiziari è un lusso che non possiamo più permetterci. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in uno Stato in cui chi porta la pistola per conto dello Stato sa di poter rispondere delle proprie azioni, oppure in un paese in cui la divisa è il nuovo scudo, non solo simbolico, dell’impunità.

#Blog #Italia #Cronaca #Referendum #ScudoPenale #GovernoMeloni #DecretoSicurezza


noblogo.org/transit/lo-scudo-d…


Lo scudo della divisa e il referendum che ci condanna.


(207)

(R1)

La vicenda di #Rogoredo è una di quelle storie che dovrebbero togliere il sonno a chiunque creda ancora nello stato di diritto, ma che in questo paese finiscono regolarmente nel tritacarne della retorica securitaria e della memoria corta. Il 26 gennaio, l’assistente capo Carmelo #Cinturrino ha ucciso con un colpo alla testa il ventottenne Abderrahim Mansouri, detto “Zack”, ed è ora accusato di omicidio volontario insieme a colleghi indagati per averlo coperto e per i ritardi nei soccorsi. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata messa in scena una finta minaccia con una pistola giocattolo accanto al corpo, a coronamento di un sistema di estorsioni e dominio sul territorio che trasforma il “servitore dello Stato” in signorotto armato.

Questo non è um giallo morboso di fine inverno, è una radiografia dell’Italia che si sta costruendo a colpi di decreti sicurezza e campagne mediatiche sul “pugno duro”. Il recente decreto legge sulla sicurezza, varato a febbraio, è il perfetto sfondo normativo di questa deriva: tra fermi preventivi alle manifestazioni, nuove fattispecie di reato simboliche e strette sulle periferie “degradate”, spunta lo scudo penale, cioè l’idea che chi agisce invocando legittima difesa o adempimento del dovere possa restare fuori dal registro degli indagati, almeno in una prima fase.

Che poi il #Quirinale abbia imposto di estendere la norma a tutti i cittadini è quasi un dettaglio di stile: il messaggio politico, culturale e simbolico resta cucito addosso alle forze dell’ordine, come un invito implicito a sentirsi ancora più intoccabili. Il rischio è chiarissimo: se trasformi il controllo giudiziario in fastidio burocratico e se costruisci una narrazione in cui la polizia è sempre e comunque nel giusto “per definizione”, allora casi come Rogoredo non sono aberrazioni, ma incidenti di percorso in un sistema che accetta la violenza di Stato come normale rumore di fondo.

(R2)

Ed è qui che la coincidenza con il referendum sulla separazione delle carriere di marzo smette di essere casuale e diventa un pezzo dello stesso puzzle. Si racconta al paese che separare le carriere tra giudici e pm sia una misura di civiltà, una riforma neutra di ingegneria istituzionale, mentre in realtà si sta limando, passo dopo passo, l’autonomia e la forza di chi deve indagare, anche e soprattutto, su polizia, carabinieri, apparati di sicurezza.

In un quadro nel quale si vuole una magistratura requirente più docile, più controllabile dall’esecutivo, meno libera di infastidire il potere, la storia di un agente che spara alla testa a un ragazzo e di colleghi che inquinano la scena del crimine diventa quasi imbarazzante: è l’eccezione che rischia di svelare la regola.

Separare le carriere senza rafforzare davvero le garanzie di indipendenza del pubblico ministero significa, in concreto, consegnare l’azione penale a un circuito più permeabile alle pressioni politiche. E se chi deve indagare sui #Cinturrino di oggi e di domani sa di giocarsi la carriera ogni volta che tocca un nervo scoperto del potere, il risultato è scontato: meno inchieste scomode, più omertà istituzionale, più zona grigia.

Il combinato disposto tra scudo penale, retorica del “poliziotto eroe” e separazione delle carriere è un progetto di società: una società dove il cittadino, soprattutto se povero, straniero o marginale, è nudo davanti allo Stato armato, e dove l’unico vero reato è disturbare l’ordine costituito. In questo contesto, questa vicenda non è una deviazione, è un’anticipazione.

Andare a votare al #referendum fingendo che sia solo una questione tecnica di organizzazione degli uffici giudiziari è un lusso che non possiamo più permetterci. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in uno Stato in cui chi porta la pistola per conto dello Stato sa di poter rispondere delle proprie azioni, oppure in un paese in cui la divisa è il nuovo scudo, non solo simbolico, dell’impunità.

#Blog #Italia #Cronaca #Referendum #ScudoPenale #GovernoMeloni #DecretoSicurezza

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com




The Besnard Lakes - A Coliseum Complex Museum (2016)


immagine

Un caseggiato solitario illuminato da un cono di luce come in un quadro di Edward Hopper; un cavallo nero avvolto dalle fiamme; le rive di un lago divorate da alti roghi; una visione diafana scuote in modo irreale il panorama circostante; una luna bidimensionale crea un ampio gorgo nelle placide acque di un lago. Messe in fila, le copertine degli album dei Besnard Lakes compongono una piccola galleria dell'inquietudine, del paranormale e di qualsiasi invisibile “oltre” in grado di scavalcare la sfera della percezione. Un culto di tutto quanto è inspiegabile che, fin dalla prima ora, si riverbera in liriche pregne di simbolismo e di spiritualità, e che si applica a livello sonoro in traiettorie sospese, spesso epiche e orchestrate, talvolta spettrali, ma non necessariamente oscure come ci si potrebbe aspettare... artesuono.blogspot.com/2016/02…


Ascolta il disco: album.link/s/2D3ZrA4yPacjjssWx…



noblogo.org/available/the-besn…


The Besnard Lakes - A Coliseum Complex Museum (2016)


immagine

Un caseggiato solitario illuminato da un cono di luce come in un quadro di Edward Hopper; un cavallo nero avvolto dalle fiamme; le rive di un lago divorate da alti roghi; una visione diafana scuote in modo irreale il panorama circostante; una luna bidimensionale crea un ampio gorgo nelle placide acque di un lago. Messe in fila, le copertine degli album dei Besnard Lakes compongono una piccola galleria dell'inquietudine, del paranormale e di qualsiasi invisibile “oltre” in grado di scavalcare la sfera della percezione. Un culto di tutto quanto è inspiegabile che, fin dalla prima ora, si riverbera in liriche pregne di simbolismo e di spiritualità, e che si applica a livello sonoro in traiettorie sospese, spesso epiche e orchestrate, talvolta spettrali, ma non necessariamente oscure come ci si potrebbe aspettare... artesuono.blogspot.com/2016/02…


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Device Mapper: LUKS + LVM


luks-lvm(segue da Cenni sulla creazione di pool di storage con LVM)...anche se è la base per una serie di sviluppi interessanti.

Come ormai sappiamo, device mapper è il framework del kernel Linux col quale mappare dispositivi a blocchi fisici su dispositivi a blocchi logici, che costituisce la base per fornire funzionalità ulteriori quali:

  • volumi logici
  • raid
  • cifratura (Full Disk Encryption)
  • snapshot di volumi


Scenario 1


È molto comune per es. cifrare l'intero disco e “affettarlo” con volumi logici in base alle proprie esigenze di partizionamento .

Il doppio vantaggio è dato da:

  1. offuscamento totale dello schema di partizionamento
  2. estrema versatilità / flessibilità del partizionamento grazie ai volumi logici

Come si agisce?

  1. si cifra il dispositivo fisico
  2. si crea un gruppo di volumi avente come volume fisico il volume cifrato
  3. si creano i volumi logici in base allo schema di partizionamento desiderato.

luks-lvm

Passo 1 – Inizializzazione


Simulo il mio dispositivo fisico ricorrendo ai loop device.

Il “disco” avrà una grandezza simbolica di 2 GiB, non avrà header detachable. L'algoritmo di hash sarà sha512 e la chiave sarà da 512 bit. Il resto è il default di luks2 (argon2id come pbkdf, per maggiori dettagli vedi cryptsetup --help)

# 1. Preparazione disco "fisico"
fallocate -l 2g cipher_disk.img

# 2. loop device che simula l'attach del dispositivo
DEV=$(losetup -Pf --show cipher_disk.img)

# 3. Inizializzazione cifratura
cryptsetup luksFormat  \
    --type luks2 \
    --hash sha512 \
    --key-size 512 \
    $DEV
Passo 2


Il passo successivo consiste nell'apertura del dispositivo cifrato e nella definizione dello schema di partizionamento in volumi logici

# 1. apertura del disco cifrato
cryptsetup open \
    --type luks2 \
    $DEV cipher_disk

Nell'apertura, device mapper fa la sua prima magia.

Infatti, se osserviamo lo stato dei dispositivi, vedremo una situazione simile:

lsblk
...
loop9                7:9    Kib0     2G  0 loop  
└─cipher_disk      252:3    0     2G  0 crypt 
...

Cio vuol dire che sopra il dispositivo fisico, /dev/loop9in questo caso, device mapper ha “poggiato” cipher_disk (/dev/mapper/cipher_disk).

Questo sarà il nostro volume fisico per definire gruppi di volume e, conseguentemente, i volumi logici.

# 2. creazione gruppo di volumi
vgcreate vg_lab /dev/mapper/cipher_disk

# 3. creazione volumi logici
lvcreate -n lv_lab_1 vg_lab -L 700M
lvcreate -n lv_lab_2 vg_lab -L 600M
lvcreate -n lv_lab_3 vg_lab -l 100%FREE

La situazione dei dispositivi è ora questa:
lsblk
...
loop9                7:9    0     2G  0 loop  
└─cipher_disk      252:3    0     2G  0 crypt
  ├─vg_lab-lv_lab_1 252:4    0   700M  0 lvm
  ├─vg_lab-lv_lab_2 252:5    0   600M  0 lvm
  └─vg_lab-lv_lab_3 252:6    0   728M  0 lvm
...

Sopra /dev/loop9 c'è cipher_disk (/dev/mapper/cipher_disk) e sopra di esso, i 3 volumi logici
  • lv_lab_1 (/dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1)
  • lv_lab_2 (/dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2)
  • lv_lab_3 (/dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3)

Formatto e monto i volumi logici

# 4. formattazione dei 3 volumi logici
mkfs.ext4 /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1
mkfs.ext4 /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2
mkfs.ext4 /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3

# 5. creo e preparo i punti di mmontaggio
mkdir disk_1 disk_2 disk_3
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1 disk_1
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2 disk_2
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3 disk_3
chown $USER disk_1 disk_2 disk_3

# 6. unmount di tutti i dispositivi
umount disk_1 disk_2 disk_3
vgchange -an vg_lab
cryptsetup close cipher_disk
losetup -d $DEV
Passo 3


Infine, per completezza, gli script di mount e unmount del dispositivo.mount

# 1. attach del dispositivo
DEV=$(losetup -Pf --show cipher_disk.img)

# 2. Apre il disco cifrato 
cryptsetup open \
    --type luks2 \
    $DEV cipher_disk

# 3. monta il gruppo di volume
# (opzionale. L'apertura del disco cifrato dovrebbe montare 
# automaticamente il gruppo di volumi)
vgchange -ay vg_lab

# 4. monta i volumi logici
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1 disk_1
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2 disk_2
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3 disk_3

unmount
# 1. smonta i 3 dischi
umount disk_1 disk_2 disk_3

# 2. smonta il gruppo di volumi
vgchange -an vg_lab

# 3. chiude il disco cifrato
cryptsetup close cipher_disk

# 4. "stacca" il dispositivo fisico
losetup -d $DEV

Questo è ciò che si farebbe normalmente quando si vuole il full disk encryption sul proprio pc. Ma con una piccola eccezione.

In realtà ciò che viene cifrata è una partizione quasi completa del disco, perché almeno una piccola partizione, quella contenente il boot, /BOOT, deve essere in chiaro per consentire:

  • a UEFI di avviare GRUB che conosce le partizioni,
  • GRUB provvederà all'avvio del kernel,
  • l'avvio del kernel con initramfs chiederà la password per sbloccare la partizione cifrata.

La cifratura totale (che proprio totale non sarà perché /boot/efi deve rimanere in chiaro) eleva di molto la complessità del setup iniziale.

Affidare a GRUB la gestione della cifratura potrebbe voler dire, oltre alla complessità della configurazione iniziale che deve far ricorso a moduli come cryptodisk, che bisogna rinunciae ad Argon2 perché GRUB ancora non lo supporta pienamente e, a differenza del kernel, non ha sufficiente potenza per farlo lavorare come si deve.

Un buon compromesso potrebbe essere il ricorso ad un dispositivo esterno, es. una pendrive, che contenga tutta la partizione /boot in chiaro, anche l'header del disco cifrato. GRUB dovrà solo sapere dove si trovi il boot, il resto dell'avvio viene affidato come di consueto al kernel.

Scenario 2


Rimanendo nell'ambito dell'esplorazione di device mapper e della cifratura di dispositivi esterni non avviabili, immaginiamo qualcosa di più estremo.

Supponiamo di dover custodire un segreto in qualcosa che non sia un semplice vault cifrato.

Per diminuire il rischio di compromettere un unico vault, decido di dividerlo in varie parti, come gli horcrux ma con 0 malignità. Ogni parte sarà cifrata con una sua chiave che affiderò ad una persona diversa, di mia fiducia. Solo io, titolare ultimo del segreto, avrò accesso ai dati e solo la mia chiave (come l'Anello che li domina tutti) aprirà il vault.

Supponiamo di avere 3 dispositivi fisici (che nel laboratoro saranno simulati da loop device come al solito) per altrettanti “custodi”, ognuno dei quali verrà cifrato con la chiave e con dei parametri da consegnare al “custode” specifico.

I 3 dispositivi cifrati costituiranno un gruppo di volumi con un volume logico (dai requisiti posti non c'è necessità di sfruttare la flessibilità di partizionamento dei volumi logici) che verrà cifrato con la mia chiave master.

luks-lvm-luks

Ogni dispositivo, volume logico finale compreso, prima della cifratura, verrà inizializzato con del rumore casuale. Questo per impedire ad un'analisi forense di risalire ad un qualunque pattern sul dispositivo raw.

Caratteristiche di ogni cifratura:

  • dispositivi inizializzati con rumore casuale
  • header detachable
  • offset custom
  • key-file
  • default di argon2id (controlla il tuo default con cryptsetup benchmark)

Quando vorrò aprire il vault, sarà necessario che i 3 “custodi” aprano il loro “pezzo” e solo io potrò ricostruire e decifrare il volume con la mia chiave.

L'inzializzazione con rumore casuale dei dispositivo, tralasciando l'uso di dd su /dev/urandom che sappiamo essere CPU-intensive, può essere fatta ricorrendo:


################################
# Emulazione dei device fisici #
################################
fallocate -l 512M cipher_disk_1.img
fallocate -l 512M cipher_disk_2.img
fallocate -l 512M cipher_disk_3.img



###########################
# creazione dei 3 keyfile #
###########################
# keyfile del custode n° 1
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o cipher_disk_1.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -

# keyfile del custode n° 2
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o cipher_disk_2.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -

# keyfile del custode n° 3
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o cipher_disk_3.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -

# keyfile master
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o master.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -



##########################
# cifratura dei 3 device #
##########################
# attach dispositivo
DEV_1=$(losetup -Pf --show cipher_disk_1.img)

# inizializzazione dev_1 con rumore casuale
cryptsetup open --type plain ${DEV_1} container --key-file /dev/urandom
dd if=/dev/zero of=/dev/mapper/container status=progress
cryptsetup close container

# cifratura dispositivo n° 1
gpg -d cipher_disk_1.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_1.img \
		--offset 32768 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        ${DEV_1}

# attach dispositivo
DEV_2=$(losetup -Pf --show cipher_disk_2.img)

# inizializzazione dev_2 con rumore casuale
cryptsetup open --type plain ${DEV_2} container --key-file /dev/urandom
dd if=/dev/zero of=/dev/mapper/container status=progress
cryptsetup close container

# cifratura dispositivo n° 2
gpg -d cipher_disk_2.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_2.img \
		--offset 36864 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        ${DEV_2}

# attach dispositivo
DEV_3=$(losetup -Pf --show cipher_disk_3.img)

# inizializzazione dev_3 con rumore casuale
cryptsetup open --type plain ${DEV_3} container --key-file /dev/urandom
dd if=/dev/zero of=/dev/mapper/container status=progress
cryptsetup close container

# cifratura dispositivo n° 3
gpg -d cipher_disk_3.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_3.img \
		--offset 40960 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        ${DEV_3}



##############################
# Creazione gruppo di volumi #
##############################
# "apro" il volume 1
gpg -d cipher_disk_1.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_1.img \
         --key-file - \
         ${DEV_1} cipher_disk_1

# "apro" il volume 2
gpg -d cipher_disk_2.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_2.img \
         --key-file - \
         ${DEV_2} cipher_disk_2

# "apro" il volume 3
gpg -d cipher_disk_3.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_3.img \
         --key-file - \
         ${DEV_3} cipher_disk_3

# Creo il mio gruppo di volumi con i 3 volumi "fisici":
# 1. /dev/mapper/cipher_disk_1
# 2. /dev/mapper/cipher_disk_2
# 3. /dev/mapper/cipher_disk_3
vgcreate vg_master /dev/mapper/cipher_disk_1  /dev/mapper/cipher_disk_2  /dev/mapper/cipher_disk_3

# creazione dell'unico volume logico
lvcreate -n lv_master vg_master -l 100%FREE



################################
# cifratura e mount del master #
################################
# cifratura dispositivo master
dd if=/dev/urandom of=/dev/mapper/vg_master-lv_master bs=1M count=32 status=progress
gpg -d master.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_master.img \
		--offset 65536 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        /dev/mapper/vg_master-lv_master

# apriamo il dispositivo master
gpg -d master.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_master.img \
         --key-file - \
         /dev/mapper/vg_master-lv_master cipher_disk_master

# e finalmente lo formattiamo
mkfs.ext4 /dev/mapper/cipher_disk_master

# Test: montiamo il disco
mkdir -p /run/media/master/disk_master
chown -R ${USER}:${USER} /run/media/master/disk_master
mount -t auto /dev/mapper/cipher_disk_master /run/media/master/disk_master

# Infine chiudiamo tutto
umount /run/media/master/disk_master
cryptsetup close cipher_disk_master
vgchange -an vg_master
cryptsetup close cipher_disk_1
cryptsetup close cipher_disk_2
cryptsetup close cipher_disk_3
losetup -d ${DEV_1} ${DEV_2} ${DEV_3}

Dopo aver appurato che tutto funzioni, consegno ad ogni “custode” dispositivo, keyfile e header.

Se un attaccante dovesse entrare in possesso di uno o più dispositivi, troverebbe solo un mucchio di dati incomprensibili.

Posto che riuscisse a decifrare il dispositivo, troverebbe un pezzo di un gruppo di volumi, cifrato e inutilizzabile.

Il master a questo punto non dovrà fare altro che aprire e chiudere il vault, dopo aver riunito tutti i pezzi, come segue:

Apertura del vault

# Attach dei dispositivi
DEV_1=$(losetup -Pf --show cipher_disk_1.img)
DEV_2=$(losetup -Pf --show cipher_disk_2.img)
DEV_3=$(losetup -Pf --show cipher_disk_3.img)

# "apro" il volume 1
gpg -d cipher_disk_1.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_1.img \
         --key-file - \
         ${DEV_1} cipher_disk_1

# "apro" il volume 2
gpg -d cipher_disk_2.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_2.img \
         --key-file - \
         ${DEV_2} cipher_disk_2

# "apro" il volume 3
gpg -d cipher_disk_3.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_3.img \
         --key-file - \
         ${DEV_3} cipher_disk_3

# (facoltativo) apre il gruppo di volumi
vgchange -ay vg_master

# "apre" il master volume
gpg -d master.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_master.img \
         --key-file - \
         /dev/mapper/vg_master-lv_master cipher_disk_master

# Monta il volume
mount -t auto /dev/mapper/cipher_disk_master /run/media/master/disk_master

Chiusura del vault
# smonta il volume cifrato
umount /run/media/master/disk_master

# chiusura del vault master
cryptsetup close cipher_disk_master

# chiusura del gruppo di volumi
vgchange -an vg_master

# chiusura dei singoli vault cifrati
cryptsetup close cipher_disk_1
cryptsetup close cipher_disk_2
cryptsetup close cipher_disk_3

# deattach dei dispositivi
losetup -d ${DEV_1} ${DEV_2} ${DEV_3}

#cryptsetup #devicemapper #dmcrypt #gpg #loseup #luks #lvm #loopdevice #storage

noblogo.org/aytin/device-mappe…



Verità e buone maniere


C'è un'antica presunzione, diffusa tra coloro che si compiacciono di una certa rozzezza spirituale, secondo cui la verità sarebbe una sorta di clava, e che il suo valore sia direttamente proporzionale al dolore che essa infligge. Costoro scambiano la propria incapacità di dominare l'aggressività istintiva per una forma di coraggio intellettuale.

In realtà, la questione merita un esame più attento, libero da questa superstizione masochista. Se consideriamo la verità non come un'entità mistica, ma come una proposizione che corrisponde ai fatti, diventa subito evidente che la sua enunciazione è un atto sociale, e come tale soggetto a quelle leggi di cooperazione e cortesia che rendono possibile la convivenza civile. Dire la verità con garbo non significa edulcorarla o tradirla, ma semplicemente riconoscere che l'interlocutore è, al pari di noi, un fascio di nervi e suscettibilità, e che una comunicazione efficace richiede che il messaggio sia recapitato integro, e non distorto dalla violenza inutile del tono.

Si potrebbe obiettare che la brutalità sia, in certi casi, un dovere. Ma questa è una scusa pigra. La storia della conoscenza umana ci mostra che le verità più dirompenti – da Copernico a Darwin – sono state annunciate con la pacata fermezza di chi espone un teorema, non con lo strepito di chi demolisce un tempio. La violenza verbale è quasi sempre il rifugio di chi non ha argomenti, o di chi, pur avendoli, non si fida della loro forza intrinseca.

Vi è poi un punto ancora più profondo, che riguarda la natura stessa di chi parla. L'uomo che non sa controllare la propria lingua è, in un senso molto concreto, schiavo delle sue passioni. Non è lui a possedere la verità; è la sua ira, o il suo disprezzo, a possedere lui. In quelle condizioni, ciò che esce dalle sue labbra non è verità, ma un impasto indistinto di fatto e di sentimento personale, in cui il fatto viene inevitabilmente distorto per servire il sentimento.

Pertanto, lungi dall'essere un abbellimento superfluo, il garbo è la cartina di tornasole della veridicità di un'affermazione. Se non siete capaci di esprimere un pensiero se non insultando qualcuno, è probabile che quel pensiero non sia poi così solido. La cortesia, in questo senso, non è l'opposto della franchezza, ma la sua condizione necessaria: è l'igiene mentale che permette alla verità di essere ascoltata, e dunque di esistere come atto di comunicazione tra esseri razionali. Chi non sa controllare la lingua, in fondo, non cerca la verità, ma cerca una scarica adrenalinica. E di questo, almeno, dovrebbe avere l'onestà di ammetterlo.


noblogo.org/alviro/verita-e-bu…



📔Dal mio diario..

✍️Oggi va così, cioè non va, c'è il sole ed io vorrei correre in giardino, iniziare a spiantare, preparare semenzai e alcune piantine per i trapianti di primavera! Ma manca ancora un mese e non vorrei che fosse un'illusione, fuori è freddo ed io proprio pronta e in forma non sono! Infatti ho comprato del terriccio, che io uso mischiare con la mia terra, e destino vuole che rimango bloccata con la schiena! Ma un dolore di quelli lancinanti! 🥺Così mi riposo un po' e poi ricomincio con le faccende domestiche e si ripresenta, perciò ho capito che la giornata andrà così! Non sono ispirata, perché è un periodo dove prevalgono i bassi, perciò qualsiasi cosa dica, faccia e realizzi, presenta la mia negatività, il mio stato d'animo e sicuramente, come è già accaduto, non sarebbe compreso da tutti! Riceverei i soliti mi dispiace e poi rimproveri gratuiti, consigli non richiesti, da chi pensa di sapere cosa io o chi come me, sta passando! Magari condividerò un post proprio sul dopo, su come cambia tutto dopo una diagnosi del genere! Non voglio neppure nominarlo, perché magari questo argomento così attuale, può urtare la sensibilità di qualcuno, perché troppo delicato, troppo negativo! E si perché alla fine noi stiamo imparando a convivere, ad affrontare giorno dopo giorno, passo dopo passo , ogni singolo cambiamento, difficoltà e dolore! E si il bel tempo ci aiuta, ci rende più positivi, ci illumina e ci fa credere, sperare, che tutto è possibile, che noi possiamo, non essere come prima, ma diversamente una nuova versione di noi stessi! Io a volte mi affido, seguo e prendo spunto, forza da chi mi è accanto e come me ha dovuto reinventarsi, ricominciare e benché sia terapeutico, ti rendi conto che non tutto è per tutti, che ogni guarigione ha i suoi tempi e modi, che ciascuno di noi reagisce, si pone in modo differente e che non c'è una terapia uguale per tutti che ci faccia essere più forti, reattivi, combattivi e positivi! Non c'è un pulsante da accendere, forse si deve solamente imparare a parlare con sé stessi, a capire quali sono i nostri dubbi, preoccupazioni, priorità, motivazioni e cercare in noi stessi quella forza, quella voglia di alzarsi e andare avanti, di camminare anche se hai dolori e di raccontare, di esternare, di non calpestare e soffocare, pensieri, emozioni, paure, timori, solo per paura di non essere capiti, di non essere di compagnia o di continuare ad essere messi all'angolo, in un isolamento che a volte può sembrare peggio, della stessa malattia! Perché noi siamo ancora esseri viventi, che lottano e che hanno un attaccamento maggiore alla vita, perché hanno dovuto sbattere contro uno dei mali peggiori, di quelli che a volte non lascia scampo, altre volte si presenta, ti fa crollare tutto, ma nonostante tutto ci viene data la possibilità di combattere e di continuare a vivere, diversamente e consapevolmente in armonia con tutto, tutti e soprattutto con noi stessi! Perché ad oggi il sole splende allo stesso modo anche per noi, siamo solo un po' penalizzati, perché abbiam dovuto superare prove, difficoltà , imprevisti! Ma non per questo non meritiamo ancora di essere felici, sereni, amati, anche e soprattutto nei nostri momenti no, con le nostre fragilità e debolezze!✨

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noblogo.org/bymarty/dal-mio-di…


📔Dal mio diario..


📔Dal mio diario..

✍️Oggi va così, cioè non va, c'è il sole ed io vorrei correre in giardino, iniziare a spiantare, preparare semenzai e alcune piantine per i trapianti di primavera! Ma manca ancora un mese e non vorrei che fosse un'illusione, fuori è freddo ed io proprio pronta e in forma non sono! Infatti ho comprato del terriccio, che io uso mischiare con la mia terra, e destino vuole che rimango bloccata con la schiena! Ma un dolore di quelli lancinanti! 🥺Così mi riposo un po' e poi ricomincio con le faccende domestiche e si ripresenta, perciò ho capito che la giornata andrà così! Non sono ispirata, perché è un periodo dove prevalgono i bassi, perciò qualsiasi cosa dica, faccia e realizzi, presenta la mia negatività, il mio stato d'animo e sicuramente, come è già accaduto, non sarebbe compreso da tutti! Riceverei i soliti mi dispiace e poi rimproveri gratuiti, consigli non richiesti, da chi pensa di sapere cosa io o chi come me, sta passando! Magari condividerò un post proprio sul dopo, su come cambia tutto dopo una diagnosi del genere! Non voglio neppure nominarlo, perché magari questo argomento così attuale, può urtare la sensibilità di qualcuno, perché troppo delicato, troppo negativo! E si perché alla fine noi stiamo imparando a convivere, ad affrontare giorno dopo giorno, passo dopo passo , ogni singolo cambiamento, difficoltà e dolore! E si il bel tempo ci aiuta, ci rende più positivi, ci illumina e ci fa credere, sperare, che tutto è possibile, che noi possiamo, non essere come prima, ma diversamente una nuova versione di noi stessi! Io a volte mi affido, seguo e prendo spunto, forza da chi mi è accanto e come me ha dovuto reinventarsi, ricominciare e benché sia terapeutico, ti rendi conto che non tutto è per tutti, che ogni guarigione ha i suoi tempi e modi, che ciascuno di noi reagisce, si pone in modo differente e che non c'è una terapia uguale per tutti che ci faccia essere più forti, reattivi, combattivi e positivi! Non c'è un pulsante da accendere, forse si deve solamente imparare a parlare con sé stessi, a capire quali sono i nostri dubbi, preoccupazioni, priorità, motivazioni e cercare in noi stessi quella forza, quella voglia di alzarsi e andare avanti, di camminare anche se hai dolori e di raccontare, di esternare, di non calpestare e soffocare, pensieri, emozioni, paure, timori, solo per paura di non essere capiti, di non essere di compagnia o di continuare ad essere messi all'angolo, in un isolamento che a volte può sembrare peggio, della stessa malattia! Perché noi siamo ancora esseri viventi, che lottano e che hanno un attaccamento maggiore alla vita, perché hanno dovuto sbattere contro uno dei mali peggiori, di quelli che a volte non lascia scampo, altre volte si presenta, ti fa crollare tutto, ma nonostante tutto ci viene data la possibilità di combattere e di continuare a vivere, diversamente e consapevolmente in armonia con tutto, tutti e soprattutto con noi stessi! Perché ad oggi il sole splende allo stesso modo anche per noi, siamo solo un po' penalizzati, perché abbiam dovuto superare prove, difficoltà , imprevisti! Ma non per questo non meritiamo ancora di essere felici, sereni, amati, anche e soprattutto nei nostri momenti no, con le nostre fragilità e debolezze!✨

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[rotazioni]certi sono i vulnerabili di certi non] lo sanno fare più indagini a follout prendono] una stanza con le seggiole spaghetti una lampada di fabbricazione UE i carteggi di cernusco ne fanno [un film con gli scarti di pathé


noblogo.org/lucazanini/rotazio…



Duro colpo allo 'ndranghetista Siderno Group da Carabinieri del ROS ed FBI statunitense


Sette soggetti sono stati fermati con l'accusa di associazione di tipo mafioso, danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso, a seguito di una vasta operazione condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale dei #Carabinieri (#ROS), con il supporto del Comando Provinciale di Reggio Calabria. L'operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e svoltasi il 17 febbraio, si è avvalsa della cooperazione internazionale con l' #FBI americana.

L'attività investigativa ha visto la stretta collaborazione tra le forze dell'ordine italiane e l'FBI, culminando nell'esecuzione di un fermo di indiziato di delitto disposto dalla Procura della Repubblica – DDA di Reggio Calabria. I sette fermati sono ritenuti affiliati alla cosca di Siderno e sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, danneggiamento ed estorsione, tutti aggravati dal metodo mafioso. Contestualmente, è stato disposto il sequestro delle quote sociali di un'impresa edile riconducibile a uno degli indagati.

L'indagine si inserisce in un articolato sistema di attività investigative sviluppate negli anni dalla Procura di Reggio Calabria e condotte dal ROS, con l'obiettivo di ricostruire gli assetti della ' #Ndrangheta, analizzarne i meccanismi operativi e individuarne le ramificazioni sul territorio nazionale e internazionale. Le investigazioni, avviate nell'ambito di numerosi procedimenti penali, hanno confermato la centralità del Locale di 'Ndrangheta di Siderno nelle dinamiche criminali locali e, soprattutto, internazionali, con particolare attenzione ai legami con Stati Uniti e Canada.

Le indagini hanno riguardato il cosiddetto Siderno Group of Organized Crime, definito dalla magistratura canadese come un'organizzazione criminale di stampo mafioso con ramificazioni in Canada, USA e Australia. La maggior parte degli affiliati è originaria di Siderno, in provincia di Reggio Calabria, e di centri limitrofi quali Gioiosa Jonica, Mammola, Sinopoli, Fiumara, Marina di Gioiosa e Sant'Ilario dello Jonio. Le strutture criminali operanti fuori dalla Calabria agiscono con relativa autonomia, mantenendo tuttavia una dipendenza organizzativa dai Locali calabresi e dall'organo di vertice denominato “Provincia”.

Le indagini, condotte dal ROS tra il 2019 e il 2025, hanno beneficiato di una prolungata e proficua cooperazione internazionale con l'FBI, che ha consentito di ricostruire le relazioni criminali tra il Locale di Siderno e le sue proiezioni estere, in particolare negli Stati Uniti e in Canada, confermandone l'esistenza, l'operatività e la centralità nelle dinamiche criminali internazionali.

Nel corso delle indagini sono stati raccolti numerosi elementi a comprova dell'esistenza della 'Ndrina di Contrada Mirto, sub-articolazione del Locale di Siderno. È emersa inoltre la posizione dominante della cosca C., ramo “Scelti”, guidata da C.A. (classe 1980), il quale avrebbe assunto la leadership a causa della latitanza in Canada del padre F. (classe 1956) e della detenzione dello zio G. (classe 1947).

Di particolare rilievo sono gli elementi acquisiti in relazione agli Stati Uniti. Le indagini hanno interessato A.F., residente negli USA, ritenuto membro della struttura organizzativa della cosca C. e responsabile della proiezione della stessa ad Albany, nello Stato di New York. A.F. è accusato di svolgere un ruolo di raccordo stabile tra il Locale di Siderno e le articolazioni di Albany e del Canada, garantendo un collegamento continuativo tra le varie componenti dell'organizzazione, fornendo supporto materiale e morale ai latitanti in Canada e curando i rapporti tra la 'Ndrangheta e altre organizzazioni criminali operanti tra Italia e Stati Uniti.

Il fermo di indiziato di delitto non è stato convalidato dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Locri, che ha tuttavia emesso, nei confronti di tutti gli indagati, un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari: tutti i soggetti coinvolti devono pertanto essere considerati presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

L'operazione condotta dal ROS, con il supporto del Comando Provinciale di Reggio Calabria e in sinergia con l'FBI, rappresenta un significativo avanzamento nella lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Le indagini hanno permesso di ricostruire le dinamiche interne alla cosca C. di Siderno e di mettere in luce i legami tra le articolazioni calabresi e le proiezioni internazionali, in particolare negli Stati Uniti e in Canada. Gli sviluppi della fase processuale forniranno ulteriori elementi di valutazione, nella consapevolezza che il contrasto alla mafia richiede un impegno costante e una cooperazione sempre più efficace tra le forze dell'ordine dei diversi Paesi.


noblogo.org/cooperazione-inter…


Duro colpo allo 'ndranghetista Siderno Group da Carabinieri del ROS ed FBI...


Duro colpo allo 'ndranghetista Siderno Group da Carabinieri del ROS ed FBI statunitense


Sette soggetti sono stati fermati con l'accusa di associazione di tipo mafioso, danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso, a seguito di una vasta operazione condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale dei #Carabinieri (#ROS), con il supporto del Comando Provinciale di Reggio Calabria. L'operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e svoltasi il 17 febbraio, si è avvalsa della cooperazione internazionale con l' #FBI americana.

L'attività investigativa ha visto la stretta collaborazione tra le forze dell'ordine italiane e l'FBI, culminando nell'esecuzione di un fermo di indiziato di delitto disposto dalla Procura della Repubblica – DDA di Reggio Calabria. I sette fermati sono ritenuti affiliati alla cosca di Siderno e sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, danneggiamento ed estorsione, tutti aggravati dal metodo mafioso. Contestualmente, è stato disposto il sequestro delle quote sociali di un'impresa edile riconducibile a uno degli indagati.

L'indagine si inserisce in un articolato sistema di attività investigative sviluppate negli anni dalla Procura di Reggio Calabria e condotte dal ROS, con l'obiettivo di ricostruire gli assetti della ' #Ndrangheta, analizzarne i meccanismi operativi e individuarne le ramificazioni sul territorio nazionale e internazionale. Le investigazioni, avviate nell'ambito di numerosi procedimenti penali, hanno confermato la centralità del Locale di 'Ndrangheta di Siderno nelle dinamiche criminali locali e, soprattutto, internazionali, con particolare attenzione ai legami con Stati Uniti e Canada.

Le indagini hanno riguardato il cosiddetto Siderno Group of Organized Crime, definito dalla magistratura canadese come un'organizzazione criminale di stampo mafioso con ramificazioni in Canada, USA e Australia. La maggior parte degli affiliati è originaria di Siderno, in provincia di Reggio Calabria, e di centri limitrofi quali Gioiosa Jonica, Mammola, Sinopoli, Fiumara, Marina di Gioiosa e Sant'Ilario dello Jonio. Le strutture criminali operanti fuori dalla Calabria agiscono con relativa autonomia, mantenendo tuttavia una dipendenza organizzativa dai Locali calabresi e dall'organo di vertice denominato “Provincia”.

Le indagini, condotte dal ROS tra il 2019 e il 2025, hanno beneficiato di una prolungata e proficua cooperazione internazionale con l'FBI, che ha consentito di ricostruire le relazioni criminali tra il Locale di Siderno e le sue proiezioni estere, in particolare negli Stati Uniti e in Canada, confermandone l'esistenza, l'operatività e la centralità nelle dinamiche criminali internazionali.

Nel corso delle indagini sono stati raccolti numerosi elementi a comprova dell'esistenza della 'Ndrina di Contrada Mirto, sub-articolazione del Locale di Siderno. È emersa inoltre la posizione dominante della cosca C., ramo “Scelti”, guidata da C.A. (classe 1980), il quale avrebbe assunto la leadership a causa della latitanza in Canada del padre F. (classe 1956) e della detenzione dello zio G. (classe 1947).

Di particolare rilievo sono gli elementi acquisiti in relazione agli Stati Uniti. Le indagini hanno interessato A.F., residente negli USA, ritenuto membro della struttura organizzativa della cosca C. e responsabile della proiezione della stessa ad Albany, nello Stato di New York. A.F. è accusato di svolgere un ruolo di raccordo stabile tra il Locale di Siderno e le articolazioni di Albany e del Canada, garantendo un collegamento continuativo tra le varie componenti dell'organizzazione, fornendo supporto materiale e morale ai latitanti in Canada e curando i rapporti tra la 'Ndrangheta e altre organizzazioni criminali operanti tra Italia e Stati Uniti.

Il fermo di indiziato di delitto non è stato convalidato dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Locri, che ha tuttavia emesso, nei confronti di tutti gli indagati, un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari: tutti i soggetti coinvolti devono pertanto essere considerati presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

L'operazione condotta dal ROS, con il supporto del Comando Provinciale di Reggio Calabria e in sinergia con l'FBI, rappresenta un significativo avanzamento nella lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Le indagini hanno permesso di ricostruire le dinamiche interne alla cosca C. di Siderno e di mettere in luce i legami tra le articolazioni calabresi e le proiezioni internazionali, in particolare negli Stati Uniti e in Canada. Gli sviluppi della fase processuale forniranno ulteriori elementi di valutazione, nella consapevolezza che il contrasto alla mafia richiede un impegno costante e una cooperazione sempre più efficace tra le forze dell'ordine dei diversi Paesi.


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1SAMUELE - Capitolo 11


Prima vittoria militare di Saul1Nacas l'Ammonita si mosse e pose il campo contro Iabes di Gàlaad. Tutti i cittadini di Iabes di Gàlaad dissero allora a Nacas: «Fa' un patto con noi e ti saremo sudditi». 2Rispose loro Nacas l'Ammonita: «A queste condizioni farò un patto con voi: possa io cavare a tutti voi l'occhio destro e porre tale gesto a oltraggio di tutto Israele». 3Di nuovo chiesero gli anziani di Iabes: «Lasciaci sette giorni per inviare messaggeri in tutto il territorio d'Israele. Se nessuno verrà a salvarci, usciremo incontro a te». 4I messaggeri arrivarono a Gàbaa di Saul e riferirono quelle parole davanti al popolo, e tutto il popolo levò la voce e pianse. 5Ma ecco che Saul veniva dalla campagna dietro l'armento. Chiese dunque Saul: «Che ha il popolo da piangere?». Riferirono a lui le parole degli uomini di Iabes. 6Lo spirito di Dio irruppe allora su Saul ed egli, appena udite quelle parole, si irritò molto. 7Prese un paio di buoi, li fece a pezzi e li inviò in tutto il territorio d'Israele per mezzo di messaggeri con questo proclama: «A chi non uscirà dietro Saul e dietro Samuele, così sarà fatto dei suoi buoi». Cadde il terrore del Signore sul popolo e si mossero come un sol uomo. 8Saul li passò in rassegna a Bezek e risultarono trecentomila Israeliti e trentamila di Giuda. 9Dissero allora ai messaggeri che erano giunti: «Direte ai cittadini di Iabes di Gàlaad: “Domani, quando il sole comincerà a scaldare, sarete salvi”». I messaggeri partirono e riferirono agli uomini di Iabes, che ne ebbero grande gioia. 10Allora gli uomini di Iabes dissero a Nacas: «Domani usciremo incontro a voi e ci farete quanto sembrerà bene ai vostri occhi». 11Il giorno dopo Saul divise il popolo in tre schiere e irruppe in mezzo al campo sul far del mattino; batterono gli Ammoniti finché il giorno si fece caldo. Quelli che scamparono furono dispersi: non ne rimasero due insieme.12Il popolo allora disse a Samuele: «Chi ha detto: “Dovrà forse regnare Saul su di noi?”. Consegnaci costoro e li faremo morire». 13Ma Saul disse: «Oggi non si deve far morire nessuno, perché in questo giorno il Signore ha operato la salvezza in Israele». 14Samuele ordinò al popolo: «Su, andiamo a Gàlgala: là inaugureremo il regno». 15Tutto il popolo andò a Gàlgala, e là davanti al Signore a Gàlgala, riconobbero Saul come re; qui offrirono anche sacrifici di comunione davanti al Signore con grande gioia, Saul e tutti gli Israeliti.

__________________________Note

11,15 A Gàlgala esisteva un santuario del Signore e là viene confermata l’investitura regale già avvenuta a Mispa (10,17-25).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-11. La vittoria contro Nacas (cfr. 2Sam 10,1-5) è la prima impresa guidata del neoeletto re, nonché la prima conferma della validità della monarchia (cfr. 8,1-22). Designato per “salvare” Israele (9,26; 10,1.27), Saul è tornato a casa sua aspettando l'occasione propizia per esplicare la sua missione. Essa è offerta dall'assedio di Iabes da parte degli Ammoniti. La città attaccata si trova oltre il Giordano, nel territorio di Galaad che un tempo era parzialmente appartenuto agli Ammoniti ed era poi stato occupato dalle tribù di Ruben e Gad (Dt 3,16). Approfittando di questo periodo poco favorevole per Israele, il re Nacas torna ad avanzare pretese sull'antica proprietà. Cinicamente egli concede agli abitanti di Iabes una breve tregua per cercare un improbabile soccorso presso le altre tribù israelite, ma Saul, imprevedibilmente, riesce a trascinare dietro a sé tutto il popolo e a sconfiggere gli Ammoniti.

1. «l'Ammonita»: la tribù di Ammon era imparentata con gli Israeliti in quanto discendente da Lot (Gn 19,38). La capitale del regno era Rabbat Ammon (2Sam 11,1; 12,26). «Iabes di Galaad»: in seguito alle vicende narrate in Gdc 19-21, la città era legata da vincoli di sangue alla tribù di Beniamino e quindi alla famiglia di Saul.

2. «possa io cavare a tutti voi l'occhio destro»: a quel tempo i vinti dovevano sottostare frequentemente a trattamenti simili (Gdc 1,6-7; 16,21; 2Re 25,7; Ger 52,10-12) o anche peggiori (2Sam 8,2; Am 1,13).

3. «usciremo»: gli assediati giocano astutamente sulla ambivalenza del verbo ebraico yṣ’ che significa «uscire» (in battaglia) o «arrendersi». Il gioco di parole è evidente nel v. 10: nonostante la certezza della liberazione e «una grande gioia» nel cuore, fingono di essersi ormai rassegnati a “uscire” incontro a Nacas. Usciranno sì... ma all'attacco!

7. Il gesto di Saul è analogo a quello di Gdc 19,29-30; 20,6. Però, mentre in Gdc si trattava di un appello alla solidarietà di tutte le tribù di fronte a un gravissimo delitto, qui è un severo monito per chiunque non risponderà prontamente alla chiamata alle armi.

8. Le cifre sono troppo alte rispetto alle effettive possibilità di un esercito di quell'epoca (cfr. 13,2.5.15). Si noti anche che la proporzione tra le truppe d'Israele e le truppe di Giuda rispetta quella enunciata in 2Sam 19,44. Qui come là affiora la mano di un redattore del Nord.

11. «tre schiere»: era una manovra militare classica (13,17; Gdc 7,16; 9,43-44; 2Sam 18,2).

12-15. Come spesso accade, al termine della guerra c'è chi vuol regolare i conti anche con gli avversari interni (cfr. 10,27) ma Saul lo impedisce con magnanimità (come Davide in 2Sam 19,23). L'inaugurazione (lett. «rinnovamento») del regno si compie presso il santuario di Galgala, nell'ambito di una grande festa di ringraziamento (per la collocazione teologico-letteraria della pericope cfr. 10,17-27).

12. «Consegnaci»: con i LXX. TM e Vg hanno il plurale: «Consegnateci».

13. «Oggi non si deve far morire nessuno»: si noti la diversità tra queste parole di Saul e la sua reazione dopo l'uccisione di Golia (18,6ss.). Mentre qui la “liberazione” operata dal Signore bandisce il ricorso a vendette personali, là – nonostante un intervento soprannaturale ancor più eclatante – Saul si abbandona alla gelosia sino al punto di desiderare la morte di colui che sente oramai come antagonista. Cos'è accaduto al cuore generoso di Saul, sì da mutarlo radicalmente in un lasso di tempo relativamente breve? Tra i due episodi si colloca il c. 15, ossia il ripudio di Saul in favore di «un altro migliore» di lui (15,28), col conseguente passaggio dello spirito da Saul a Davide (16, 13-14).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1976 - 2026: il cinquantesimo di un fuoco dimenticato. Prima di Radio Aut, "Musica e Cultura".


Memoria di una generazione che provò a cambiare la società.


È passato mezzo secolo dai primi giorni del ’76, eppure a volte sembra ieri: quando ricordo quei volti sorridenti di noi ragazzi, molti appena ventenni, con le barbe incolte e i capelli lunghi; e le ragazze, con l'abbandono delle divise rassicuranti della “buona famiglia”, lo sguardo fiero di chi non abbassava più gli occhi e un modo di vestire libero, che per la società di allora erano entrambi un atto di insubordinazione, testimonianza di una diversità rispetto alla “norma” di un paese sperduto al Sud, che non era periferia geografica ma linea di frontiera, in cui malgrado tutto ci sentivamo parte di quel mondo giovanile il cui fermento sociale risaliva allo sconvolgimento del post-’68.

Ricordo come fosse adesso: le giornate passate al circolo Musica e Cultura. C’era un’artigianalità che oggi definirei povera ma sacra, ad inventarci le tessere per i soci o per i cineforum o per il teatro o i concerti: un cartoncino da ritagliare, poche parole scritte a mano. E poi le sere affollate e fumose dei cineforum, dei concerti, delle assemblee democratiche e partecipate e che erano l'anima stessa del circolo, dove le proposte trovavano vita o finivano nell'oblio tra discussioni accese.

Altre volte mi sembra un tempo lontanissimo: se penso a quanto c'è stato in mezzo, anche se tante problematiche sembrano rimaste immutate. C'è in me una sensazione da naufrago per aver perso quell'associazionismo che dava identità. Altre volte mi sento un sopravvissuto, un reduce per cui l'aver tenuto fede a quel fuoco formativo è diventata una condanna – non una pena, una condanna. Mi sento a volte relitto di un'epoca passata, custode di memorie che altrimenti sarebbero ormai perse.

Un valore che non sta nel replicare l’esperienza, ogni tempo ha i suoi linguaggi e le sue battaglie, ma nel trasmetterne la temperatura morale. E qui inciampo nell’ imbarazzo: mi chiedo con un certo smarrimento che valore abbia davvero quel fuoco oggi.

Altri anni sono scivolati via per quella fedeltà assoluta alla collettività delle decisioni. Anche se il circolo non esisteva più come luogo fisico, le persone sono rimaste, e a ognuna si chiedeva di contribuire a un racconto comune. Ma scrivere del proprio vissuto e delle proprie emozioni non è qualcosa che si impara sui banchi di scuola; deve nascere da un’esigenza interiore di comunicare, restando però lontani dal protagonismo, dalla retorica, dal facile sentimentalismo.

Quell’onda lunga iniziata nel ’68, a Cinisi, non era discussione sui massimi sistemi, non era teoria. Era pratica di vita vissuta a tavola quando andavano in frantumi i piatti e le ragazze venivano trainate dai genitori per casa, afferrate per i capelli. Non era banale ribellione: era il prezzo del distacco dall’affettività e dalla protezione della famiglia, per un altro modo di stare insieme – non scontato, non esperito, tutto da costruire. Un ideale da rendere concreto. Non so oggi se una scelta così radicale possa essere compresa dai giovani. Far comprendere come la libertà che cercavamo non era quella delle nostre case, e come il desiderio di essere se stessi ci mettesse in lite continua con la famiglia e la società del tempo.

Far parte di quel circolo non era svago: la cultura non era accademia, la musica non era solo evasione. Era lasciarsi dietro il vecchio mondo e provarne uno nuovo, con la musica come linguaggio universale, la cultura come contro-potere; l’alternativa all’omologazione del non sentire, non vedere, non parlare.

Eppure, tutto questo non spiega perché abbiamo impiegato cinquant'anni per raccontare questa esperienza, lasciando che altri dall'esterno la interpretassero a modo loro. Forse la cesura brutale dell’assassinio di Peppino, questo lutto mai elaborato collettivamente ma forse solo in parte a livello personale, per certi versi, ci ha sbandato. Nei primi anni, l'urgenza assoluta era politica e giudiziaria: dovevamo ribaltare una “verità” di comodo che era solo una menzogna di Stato.

Ci ha portato via più di venti anni.

Anche tutto questo però non lo sento come risposta esauriente. Qualcosa ancora sfugge. Tante volte ho fatto un parallelo pensando ai sopravvissuti della Shoah, al loro riserbo nel non raccontare in tutti quei primi anni. Lì c’era una sofferenza inaudita, una storia difficile da credere, una storia certamente molto diversa dalla nostra.

Della nostra, della mia, non saprei dire perché.

Per saperne di più su Peppino ed il circolo “Musica e Cultura” vai qui:

paolochirco.altervista.org/50-…


noblogo.org/storieribelli/1976…



L’amore come spazio di disarmo


Vi è una prova semplice, quasi sperimentale, per distinguere l’affetto autentico dalla sua imitazione: chiedersi se, in presenza dell’altro, sia lecito deporre le armi. Non le armi vistose dell’ostilità dichiarata, ma quelle più sottili e consuete—l’ironia difensiva, la brillantezza ostentata, l’orgoglio che si traveste da dignità.

Essere amati significa poter apparire incompleti senza che l’incompletezza venga immediatamente corretta, giudicata o sfruttata. Laddove ogni esitazione suscita una lezione, ogni fragilità richiama un rimprovero, e ogni incertezza provoca un gesto di superiorità, non vi è amore, ma competizione. E la competizione, pur essendo talvolta utile al progresso delle scienze, è disastrosa per la quiete dell’animo.

L’amore autentico non si fonda sulla forza, bensì sulla sospensione della forza. Esso implica una forma di coraggio più rara di quello militare: il coraggio di non prevalere quando si potrebbe. Mostrarsi deboli è, in realtà, un atto di fiducia; rispondere con durezza è un atto di paura. La paura teme di essere trascinata nell’altrui vulnerabilità, come se la fragilità fosse contagiosa.

Una società che educa soltanto alla competenza e alla fermezza produrrà individui efficienti ma incapaci di intimità. E l’intimità, lungi dall’essere un lusso sentimentale, è una necessità morale: senza di essa, la vita diventa una continua esibizione di forza, una recita estenuante.

Amare qualcuno significa offrirgli un territorio neutrale, dove l’errore non è un’accusa e il cedimento non è un tradimento. Significa, in breve, permettere all’altro di essere umano. E se questa definizione appare modesta, è solo perché abbiamo dimenticato quanto sia difficile, e quanto sia rivoluzionaria, la gentilezza.


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Roky Erickson with Okkervil River — True Love Cast All Evil (2010)


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Prosegue bene quest’annata musicale con Roky Erickson che insieme alla band texana degli Okkervil River pubblica “True Love Cast Out All Evil” disco che arriva dopo quindici anni da “All That May Do My Rhyme”. Per la comprensione dell’uomo e del disco è utile tenere presente che la vita di Erickson è stata particolarmente segnata da una serie di vicissitudini. La lista è lunga, Roky, infatti, ha avuto problemi con la giustizia e la droga nei tempi passati e con la schizofrenia in tempi recenti. Ora completamente ristabilito e grazie a certi contatti: Will Sheff e Andrew Savage, manager degli Okkervil River, è ritornato in auge con questo nuovo album... silvanobottaro.it/archives/404…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=Tclq5C_aJR…



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Roky Erickson with Okkervil River — True Love Cast All Evil (2010)


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Prosegue bene quest’annata musicale con Roky Erickson che insieme alla band texana degli Okkervil River pubblica “True Love Cast Out All Evil” disco che arriva dopo quindici anni da “All That May Do My Rhyme”. Per la comprensione dell’uomo e del disco è utile tenere presente che la vita di Erickson è stata particolarmente segnata da una serie di vicissitudini. La lista è lunga, Roky, infatti, ha avuto problemi con la giustizia e la droga nei tempi passati e con la schizofrenia in tempi recenti. Ora completamente ristabilito e grazie a certi contatti: Will Sheff e Andrew Savage, manager degli Okkervil River, è ritornato in auge con questo nuovo album... silvanobottaro.it/archives/404…


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1SAMUELE - Capitolo 10


1Samuele prese allora l'ampolla dell'olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo: “Non ti ha forse unto il Signore come capo sulla sua eredità? 2Oggi, quando sarai partito da me, troverai due uomini presso la tomba di Rachele, sul confine con Beniamino, a Selsach. Essi ti diranno: “Sono state ritrovate le asine che sei andato a cercare, ed ecco che tuo padre non bada più alla faccenda delle asine, ma è preoccupato di voi e va dicendo: Che cosa devo fare per mio figlio?“. 3Passerai di là e andrai oltre; quando arriverai alla Quercia di Tabor, vi troverai tre uomini che salgono a onorare Dio a Betel: uno porterà tre capretti, l'altro porterà tre pani rotondi, il terzo porterà un otre di vino. 4Ti domanderanno se stai bene e ti daranno due pani, che tu prenderai dalle loro mani. 5Giungerai poi a Gàbaa di Dio, dove c'è una guarnigione di Filistei ed entrando in città incontrerai un gruppo di profeti che scenderanno dall'altura preceduti da arpe, tamburelli, flauti e cetre, che agiranno da profeti. 6Lo spirito del Signore irromperà anche su di te e ti metterai a fare il profeta insieme con loro, e sarai trasformato in un altro uomo. 7Quando questi segni che ti riguardano saranno accaduti, farai quanto vorrai, perché Dio sarà con te. 8Scenderai a Gàlgala, precedendomi, ed ecco, io ti raggiungerò per offrire olocausti e immolare sacrifici di comunione. Sette giorni aspetterai, finché io verrò da te e ti indicherò quello che dovrai fare”.9Appena egli ebbe voltato le spalle per partire da Samuele, Dio gli mutò il cuore e tutti questi segni si verificarono il giorno stesso. 10Arrivarono là, a Gàbaa, ed ecco una schiera di profeti di fronte a loro; lo spirito di Dio irruppe su di lui e si mise a fare il profeta in mezzo a loro.11Quanti lo avevano conosciuto prima, vedendolo d'un tratto fare il profeta con i profeti, si dissero l'un l'altro: “Che è accaduto al figlio di Kis? È dunque anche Saul tra i profeti?”. 12Uno del luogo disse: “E chi è il loro padre?”. Per questo passò in proverbio l'espressione: “È dunque anche Saul tra i profeti?”. 13Quando ebbe terminato di profetare andò sull'altura. 14Lo zio di Saul chiese poi a lui e al suo domestico: “Dove siete andati?”. Rispose: “A cercare le asine e, vedendo che non c'erano, ci siamo recati da Samuele”. 15Lo zio di Saul soggiunse: “Raccontami quello che vi ha detto Samuele”. 16Saul rispose allo zio: “Ci ha assicurato che le asine erano state ritrovate”. Ma non gli riferì il discorso del regno, che gli aveva tenuto Samuele.

Saul viene designato re dalla sorte17Samuele convocò il popolo davanti a Dio a Mispa 18e disse agli Israeliti: “Dice il Signore, Dio d'Israele: Io ho fatto salire Israele dall'Egitto e l'ho liberato dalla mano degli Egiziani e dalla mano di tutti i regni che vi affliggevano. 19Ma voi oggi avete ripudiato il vostro Dio, il quale solo vi salva da tutti i vostri mali e da tutte le tribolazioni. E gli avete detto: “Costituisci un re sopra di noi!”. Ora mettetevi davanti a Dio distinti per tribù e per casati”. 20Samuele fece accostare ogni tribù d'Israele e fu sorteggiata la tribù di Beniamino. 21Fece poi accostare la tribù di Beniamino distinta per casati e fu sorteggiato il casato di Matrì e fu sorteggiato Saul figlio di Kis. Si misero a cercarlo, ma non lo si trovò. 22Allora consultarono di nuovo il Signore: “È venuto qui quell'uomo?”. Disse il Signore: “Eccolo nascosto in mezzo ai bagagli”. 23Corsero a prenderlo di là ed egli si collocò in mezzo al popolo: sopravanzava dalla spalla in su tutto il popolo. 24Samuele disse a tutto il popolo: “Vedete dunque chi il Signore ha eletto, perché non c'è nessuno in tutto il popolo come lui”. Tutto il popolo proruppe in un grido: “Viva il re!”. 25Samuele espose a tutto il popolo il diritto del regno e lo scrisse in un libro, che depositò davanti al Signore. Poi Samuele congedò tutto il popolo, perché ognuno tornasse a casa sua. 26Anche Saul tornò a casa, a Gàbaa, e lo seguirono uomini valorosi, ai quali Dio aveva toccato il cuore. 27Ma degli uomini perversi dissero: “Potrà forse salvarci costui?”. Così lo disprezzarono e non vollero portargli alcun dono. Ma egli rimase in silenzio.

__________________________Note

10,1 È la prima unzione regale della storia d’Israele. Per mezzo del profeta, è il Signore stesso a costituire Saul capo e liberatore.

10,17-27 L’elezione mediante la sorte costituisce una ratifica della scelta di Saul già fatta da Samuele, ma potrebbe trattarsi anche di una differente versione del fatto, da parte di una tradizione meno favorevole alla monarchia.

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Approfondimenti


1. Il rito dell'unzione, fatta da un sacerdote o da un profeta, conferiva al re un carattere sacro (cfr. 16,13; 1Re 1,39; 2Re 9,6; 11,12), facendolo diventare “l'Unto del Signore” (cfr. 2,35; 24,7.11; 26,9.16; 2Sam 1,14.16; 19,22). L'unzione spettava anche ai sacerdoti e alle suppellettili sacre (Es 29,7; 30,22-33; Lv 8,12), in segno di consacrazione-dedicazione esclusiva al servizio di Dio e di attribuzione di particolari prerogative.

2-4. Gli enigmatici personaggi che Saul incontrerà lungo il cammino saranno le guide nel suo pellegrinaggio ideale alle radici di Israele: si noti che il sepolcro di Rachele (collocato da Gn 35,19-20 in territorio di Giuda, presso Betlemme), la quercia di Tabor (luogo sconosciuto alla toponomastica palestinese, da leggere probabilmente «di Debora», scambiando le consonanti t/d) e Betel sono tutt'e tre località nominate insieme in Gn 35, ove si narra che Giacobbe ricevette dal Signore il nome nuovo di “Israele”. In tale occasione il Signore promette (v. 11): «re usciranno dai tuoi fianchi» (la frase riprende e conferma la promessa fatta ad Abramo in Gn 17,6). Le antiche parole rivolte ai patriarchi si compiono proprio ora, con Saul; appena unto capo sopra Israele deve tornare sui luoghi della promessa per immergersi nelle sorgenti remote della sua regalità, riconoscendo che essa corrisponde a un impegno contratto da Dio verso il patriarca eponimo.

4. «ti daranno due pani»: Saul riceve in dono degli alimenti che erano destinati al Signore, per i sacrifici. È un gesto inusuale, che adombra l'omaggio reso al “consacrato del Signore”.

5. «Gabaa di Dio»: altro nome della patria di Saul (vv. 10.11); «in atto di fare i profeti»: si tratta di un'antica espressione del profetismo, diffusa anche nei popoli confinanti con Israele (cfr. 1Re 18,4.19). Il verbo nb'(bitpael) viene usato qui per coloro che, estaticamente invasati grazie anche alla musica (cfr. 18,10; 2Re 3,15) e alla gesticolazione (cfr. 19,24; 1Re 18,26-29), andavano in giro in gruppi oppure si radunavano in luoghi appartati (1Sam 19,20). Il fattore determinante dell'estasi era però «lo spirito del Signore», che “investiva” irresistibilmente i profeti o anche altri che venivano a contatto con loro (cfr. 19,20-24) e li abilitava a compiere la loro missione liberatrice (Gdc 3,10; 6,34; 11,29; 13,25; 14,19; 15,14). Anche Saul verrà dunque “afferrato dallo spirito” (10,10; 11,6) che lo trasformerà intimamente e lo renderà capace di reggere Israele in nome di Dio.

8. «scenderai a Galgala... sette giorni aspetterai»: alcuni vedono un'allusione a 11,12-15 (l'acclamazione pubblica di Saul). Altri indizi rinviano invece a 13,7-15 (cfr. l'accenno ai “sette giorni” nel v. 8). Proprio nel momento in cui Samuele svela a Saul la sua vocazione, si delinea già il dramma. Galgala sarà ricordata sia per l'inaugurazione del regno (11,15), sia per la tragica sentenza pronunciata dal profeta contro Saul (13,14 e 15,23). Si ricordi che Galgala era un luogo importantissimo per la memoria storica d'Israele: dopo il passaggio del Giordano vi si celebrò la prima Pasqua e il popolo vi fu circonciso (Gs 5,2-12); da quel primo accampamento prese avvio la conquista della terra promessa (Gs 10,6; 14,6).

9-16. I segni preannunciati si verificano puntualmente. Non si fa più menzione dei primi due (di cui si è visto il carattere spiccatamente teologico), mentre si racconta dettagliatamente l'episodio profetico in Gabaa. Saul tace accuratamente su quanto gli è successo durante il breve viaggio (v. 16), obbedendo alla segretezza imposta da Samuele (9,27; 10,8). Ma non può evitare la sorpresa dei suoi compaesani, i quali non riconoscono più il giovanotto che avevano visto partire pochi giorni prima; non sanno ancora che lo spirito ha trasformato Saul «in un altro uomo» (v. 6) e gli ha «mutato il cuore» (v. 9). Verrà però il momento in cui Samuele spiegherà loro tutto, e allora comprenderanno (v. 24).

11. «È dunque anche Saul tra i profeti?»: il proverbio è spiegato altrimenti in 19,24. «E chi è il loro padre?»: il senso di questa domanda è oscuro. LXX e Syr hanno cercato di chiarirlo riferendo la domanda a Saul; il plurale è diventato così un singolare: «suo padre».

13. «altura»: così il TM. Sono state fatte varie proposte alternative : «a Gabaa», «a casa» (modificando leggermente il TM).

17-27. Riprende la fonte meno favorevole alla monarchia, interrotta in 8,22. La designazione regale di Saul mediante sorteggio vien ritenuta in genere un “doppione” del racconto dell'unzione (9,26-10,16). Da un altro punto di vista – quello che guarda al risultato finale della redazione delle due tradizioni – questa nuova versione si inserisce in un plano narrativo coerente e rilevante dal punto di vista teologico:

  • Samuele unge segretamente Saul come “capo” (10,1);
  • lo spirito del Signore “afferra” Saul, nuovo “liberatore” d'Israele (10,6.10);
  • il sorteggio a Mizpa sigla la designazione pubblica di Saul come “re” (10,24) e la proclamazione del “diritto del regno” (10,25), realizzando la richiesta fatta dal popolo in 8,5-9.11-17.
  • La conferma-inaugurazione del regno dopo la prima vittoria di Saul si svolgerà a Galgala (11,15).

Si noti che l'investitura di Saul è collegata coi luoghi in cui Samuele esercitava la sua “giudicatura” (7,16): il primo re sorge nel contesto di una continuità con l'epoca precedente essendo accompagnato al trono dall'ultimo “giudice”, il quale si ritira dopo aver compiuto la sua più importante impresa quale “salvatore d'Israele” (7,2-14).

18. In occasione dell'esaudimento della richiesta del popolo, Samuele ribadisce il “diritto” del Signore (cfr. 8,5). Israele deve essere cosciente delle implicazioni religiose della scelta politica che sta compiendo.

19-22. «Ora presentatevi a Dio...»: episodio simile in Gs 7,14-18 e 1Sam 14,40-42. Il sorteggio sacro avveniva per mezzo degli urîm e tummîm (la loro natura è incerta: dadi, bastoncini o altro?), contenuti nell'efod (cfr. 2, 18 e 14,41). La “consultazione del Signore” era ufficio dei sacerdoti leviti (Nm 27,21; Dt 33,8). Rimase in uso fino all'epoca dell'esilio (cfr. Esd 2,63 = Ne 7,65).

23-24. «egli sopravanzava dalla spalla in su...»: cfr. 9,2. La concomitanza dell'esito favorevole del sorteggio e dell'aspetto fisico imponente rende indubitabile il fatto di un intervento di Dio nella scelta di Saul. «Viva il re!»: l'acclamazione con la quale il popolo conferma l'avvenuta elezione del re si ritroverà in 2Sam 16,16; 1Re 1,34.39; 2Re 11,12.

25. «espose... i diritti del regno»: cfr. 8,11-17. Si tratta di un trattato che lega il re e il popolo e ne regola i rapporti (cfr. 2Re 11,17). Samuele mette in pratica le prescrizioni riguardanti il re, contenute in Dt 17,14-20.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La pace dei sensi dopo anni su unixporn


Non ho mai fatto distrohopping. A parte gli inizi con Slackware ho sposato quasi subito RedHat e poi Fedora Core 1 fino all'attuale Fedora 43. Ho però provato tanti Desktop Environment e Window Manager, cominciando da Fluxbox sono passato a KDE per atterrare poi abbastanza stabilmente a Gnome. Dico abbastanza perché di Gnome non ho mai sopportato il posizionamento delle finestre e quando ho scoperto i tiling window manager ho prima tentato di replicarne il comportamento con le estensioni per poi decidere che no, il comportamento di un tiling nativo è tutt'altra cosa, anche perché su Gnome si sono nel frattempo sviluppate decine di estensioni per il tiling delle finestre ma finiscono quasi tutte per perdersi per strada, per pasticciare con i keybinds di default e per appesantire il sistema. Quindi prima i3 e poi Sway. No hyprland per via di una comunità che in molti definiscono “tossica”. Con i3 e Sway è cominciata l'ansia della customizzazione per cui passavo più tempo a fare file di configurazione e css per waybar che a lavorare. E' un disturbo grave quasi quanto il distrohopping perché va a finire che è il computer ad usare te e non viceversa. Inoltre c'è da dire che i tiling window manager risolvono si il problema di sapere dove apparirà esattamente la finestra che stai per aprire ma è anche vero che il classico layout 2x2 o altri layout con tante finestre affiancate finivano per essere molto poco frequenti per le mie necessità di lavoro: per il 90% del tempo ho bisogno di una finestra che è quasi full screen. Last but not least in Sway mi mancava tremendamente la possibilità di cambiare finestra con ALT-TAB...si ok...ci sono degli accrocchi per emulare il comportamento ma di nuovo uno sbatti assurdo per avere quello che dovrebbe essere una funzionalità base di un qualunque ambiente di lavoro.

Ed ecco la svolta: ho scoperto l'esistenza di Niri. Niri è uno scrollable-tiling window manager, quindi le finestre di uno specifico workspace vengono tutte affiancate una all'altra e con combinazioni di tasti puoi decidere a piacimento la larghezza delle colonne e anche decidere di impilare una finestra sotto un'altra per ottenere layout simili a quelli di un classico tiling window manager. Questo risolve diversi problemi, primo fra tutti il fatto che almeno nel mio caso la finistra su cui lavoro normalmente occupa più del 50% della larghezza del monitor. Sul sito ufficiale ci sono screenshot e video che probabilmente rendono molto meglio l'idea di quanto non possano fare le mie parole. Ovviamente ha l'ALT-TAB nativo (e molto bello) per cambiare finestra. Ma la seconda e rivoluzionaria svolta è stata la scoperta di Dank Linux, un progetto che punta a portare le comodità di un Desktop Environment su Niri (e altri window manager): ok, non è maturo come Gnome e non ha la stessa barca di funzionalità ma è MOLTO ma MOLTO più customizzabile e infinitamente più leggero. Sia Niri che Dank Linux guadagnano ogni giorno più popolarità e hanno cicli di sviluppo e release estremamente veloci e promettenti, insomma nuove funzionalità sono introdotte a ritmi frenetici.

Da diversi mesi se voglio cambiare tema è un semplice click nelle impostazioni, so come saranno disposte le finestre che apro, a livello estetico siamo ai vertici di unixporn, la batteria mi dura circa il doppio rispetto a Gnome e soprattutto... posso lavorare con il computer senza perdermi in file di configurazione :–)

Lascio i link:NiriDank Linux

#linux #opensource


log.livellosegreto.it/highway-…



Facciamoci curare dagli alpini


Leggo che il decreto Milleproroghe – in discussione alla Camera – vuole prolungare anche nel 2026 la possibilità di far lavorare i medici fino a 72 anni, anche richiamandoli dalla pensione.

Fonte

Leggo anche di un disegno di legge interessante: Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044

Fonte

Insomma mancano i medici, sostituiamoli con i militari.

Giuro che la prossima volta che sento qualcuno lamentarsi della sanità, dei tempi di attesa per un esame medico, della congestione dei pronto soccorso...chiedo cortesemente cosa ha votato negli ultimi vent'anni e se ha votato a destra gli urlo in faccia tutto il mio disappunto, senza risparmiare parolacce, bestemmie ed insulti ai suoi avi e alla sua progenie culminando in “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Se invece ha votato a sinistra gli farò notare che la sinistra non ha mai fatto nulla per salvare la sanità dal percorso di privatizzazione, non si è mai opposta alla trasformazione degli ospedali in aziende (anzi) e che quindi in definitiva “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

#sanità #italia #politica #malasanità #esercito #guerra


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Toccare gli alberi per sfuggire al logorio della vita moderna



Come è giusto che sia, perché è giusto sia così, non amo l'automobile. Mi piacevano i modelli di una volta come oggetti di design, sia fuori che dentro, ma ora sono tutte orrende. Fuori e dentro. Non amo l'automobile, ma l'ho ereditata e devo tenermela, serve per mia madre e in Italia non posso farne a meno. Faccio, fortunatamente, pochi chilometri all'anno, circa 1.200 così distribuiti: un 10% per andare da parenti tossici che abitano vicino, 15% per la spesa, 4% per “divertimento” e quel che resta tra ospedali, visite specialistiche e simili. Capirete: non amo l'automobile, specie quando decide di rompersi e farmi spendere ulteriori soldi che non potremmo permetterci. Stavolta c'è stato un problema ai fari, restavano fissi gli abbaglianti e non è bello accecare la gente, considerando pure che ne possono scaturire diverbi e risse. Appena possibile sono andato dall'elettrauto, abbiamo creduto di identificare la causa, sostituito il pezzo presumibilmente scassato e... niente, il malfunzionamento era ancora lì. Forse difettoso il ricambio? L'elettrauto rismonta il volante, piglia la sua macchinina, va dal rivenditore e torna. Proviamo il nuovo ricambio e niente, decide di andarne a prenderne un altro, di un'altra marca.

Il tempo passa, penso a quanto ne sto perdendo per una cosa che schifo ma devo tenermi, mi innervosisco; appena fuori, però, la strada è disseminata di pioppi, spogli in questo periodo di finto inverno. Visto che devo aspettare, mi avvicino e ci poggio la mano, tocco questa creatura splendida, non so quanti anni abbia, so per certo che venti anni fa era già di quelle dimensioni maestose. Non so se sia più vecchia di me, so per certo che arriverà a esserlo, che mi sopravvivrà, il contatto con la natura mi rimette, una volta in più, al mio posto. Una volta in più perché so benissimo quale è il mio posto su questo pianeta, ovvero quello di una cosa destinata a durare un battito di ciglia e di cui nessuno e niente si ricorderà. Questa cosa l'ho capita presto e ho imparato a accettarla, il pioppo me l'ha solo gentilmente ricordato.

Mi sono rilassato, molto, poi ho pensato alle persone che vanno nei boschi a provare questa esperienza in maniera più strutturata e profonda. Ho pensato a quegli orrendi servizi televisivi che ne parlano, imbarazzanti; ho pensato a quelle persone, che quei servizi orrendi ci mostrano come un po' strane, come se avessero un numero insufficiente di rotelle. Ho pensato che hanno ragione le persone che toccano gli alberi, le pietre, la natura e che hanno torto quelli che si infilano in una prigione ambulante alla prima possibilità, come se ciò rientrasse legittimamente nell'unico modo sensato e certificato di vivere la vita.


log.livellosegreto.it/kipple/t…



La strada killer


La strada brucia cantava Alan Sorrenti nel 1981La strada uccide scrivono i giornalisti nel 2026

E niente, non ce la fanno, è più forte di loro: la cultura auto-centrica li ha resi schiavi di una narrazione che si ripete sempre uguale

Non ce la fanno a scrivere che le persone uccidono altre persone, che il camionista in questione è un assassino: il semplice fatto di non avere usato una pistola o un coltello lo assolve automaticamente da quell'infamia.

Così dobbiamo leggere che in Italia esistono delle strade assassine e dei tragitti letali, parole che se venissero lette da un virus sai come ci rimarrebbe male? Ce lo vedo a mandare una mail di protesta alla redazione rivendicando per sè l'aggettivo letale.

Il rasoio di Occam non si applica mai a danno del traffico stradale, se in quel tratto di strada gli incidenti sono così frequenti perché non vietare l'accesso ad automobili e camion? Si risolverebbe il problema alla radice.

Quale sarà il prossimo titolo? – Rotonda criminale – La corsia del terrore – Non percorrete quella strada

#giornalai #bike #automobili


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I silenzi delle carte


Vi siete mai chiesti perché una carta geografica (il termine “mappa”, sebbene spesso venga usato impropriamente, indica solo carte a grandissima scala, come ad esempio quelle catastali) possa apparire molto diversa da un'altra, sebbene rappresenti la stessa porzione di territorio? La risposta si trova (anche) indagando lo scopo per cui quelle carte sono state realizzate.

Bisogna premettere che, nonostante attualmente risulti difficile immaginare una carta metricamente scorretta (prima o poi torneremo ad analizzare questo punto), prima della “riscoperta di Tolomeo” risalente al 1400 d.C. le carte geografiche non pretendevano di rappresentare fedelmente la realtà, seppure in scala.

Piccolo spoiler: non è realizzabile una carta che sia una fedele riproduzione della realtà, nemmeno con gli strumenti tecnologici a nostra disposizione attualmente e non sarà possibile neanche in futuro, per motivi strettamente tecnici e pratici.

Dovete sapere che le carte, di qualunque tipo, sono una rappresentazione simbolica e mediata della realtà, prodotto di una selezione operata dal cartografo sulla base dello scopo e del contesto. Grazie al lavoro di Brian Harley la carta geografica viene attualmente considerata al pari di un testo storico (si parla nello specifico di “testo cartografico”), per cui risulta necessario ricollocarla nel contesto di produzione per darne un'interpretazione corretta.

Ma cos'è il contesto di produzione? Può essere suddiviso in tre categorie: 1. Contesto del cartografo (che può essere anonimo, o la carta può essere il risultato del lavoro di più persone) 2. Contesto delle altre carte (si rapporta la carta da analizzare con altre carte, aventi delle caratteristiche in comune – autore, area, periodo o tipologia) 3. Contesto sociale (che guida la rappresentazione della carta in relazione al potere)

Si deve inoltre considerare che ogni carta è frutto della selezione degli elementi presenti realmente sul territorio. Indagando le omissioni, cioè i “silenzi”, è possibile ricavare maggiori informazioni che osservando ciò che la carta mostra. Questi silenzi possono essere di due tipi, “intenzionali” (dovuti a segreti militari, commerciali o forme di censura) e “non intenzionali” (derivanti unicamente dall'impossibilità di rappresentare ogni cosa, per via della scala). Questi ultimi però non sono silenzi “casuali”, il cartografo in base alle finalità della carta e ai limiti tecnici della stessa sceglie coscientemente cosa inserire e con quale simbologia.

Quindi, per riassumere, la rappresentazione cartografica è strettamente legata ai rapporti di potere, alla cultura e all'ideologia, è la materializzazione di un mondo sociale oltre che di quello fisico.Non è dunque giusto cercare di classificare e valutare le carte verificando quanto queste siano metricamente corrette, ma analizzandole secondo il metodo storico si rivelano essere degli utili testimoni ed espressioni del contesto di produzione.

Spero che questa piccola introduzione al mondo della cartografia storica si sia rivelata interessante e non eccessivamente confusionaria, e che quando vi capiterà di osservare una carta, oltre che ammirarne la bellezza, potrete soffermarvi anche a riflettere sulle sue finalità e sull'attento lavoro di selezione che il cartografo ha dovuto operare 😀


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Odiavate Geografia a scuola?


Io sì. Ed è stato molto divertente finire a fare la magistrale proprio in questa disciplina. La verità è che, dopo una triennale in scienze forestali, volevo proseguire sul cammino della geomatica (se non sapete cos'è non preoccupatevi, non lo sa nessuno), ma non esistendo un corso di studi apposito sono finita a geografia.

La geografia che si impara a scuola, purtroppo, in genere è estremamente noiosa. Si tratta di imparare a memoria luoghi, numeri e poche altre cose, quando in realtà questa disciplina è decisamente affascinante e racchiude una vastità di argomenti incredibile, anche molto differenti tra loro. Si parla infatti di geografia fisica e di geografia umana, e queste due macro-categorie includono una serie molto lunga di sotto-discipline diverse. Insomma, anche se la geografia economica e politica può farvi schifo (come a me), potreste trovare appassionanti gli urban studies, o la geomorfologia.

In questo blog pubblicherò ogni tanto qualche informazione, probabilmente più interessante che utile, relativa a una di queste sotto-discipline geografiche. Non posso prevedere cosa deciderò ogni volta di pubblicare, ma probabilmente salterò da un argomento all'altro senza pretesa di continuità 😀

Ah, il titolo del blog deriva dalla mia passione esagerata per la geomatica (il “moderno”) e il grande interesse per la cartografia storica (l'“antico”), quindi probabilmente vi troverete più post relativi a queste due categorie rispetto alle altre.

Con questo chiudo e prossimamente pubblicherò il primo “vero” post, appena avrò deciso l'argomento...


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La Repubblica è in sciopero, i giornalisti: “Sulla vendita del gruppo GEDI manca trasparenza, Elkann si rifiuta di incontrarci”


Il quotidiano La Repubblica è in sciopero

Mi sto chiedendo se sia possibile quantificare il danno che subirebbe l'informazione italiana in caso di vendita del Gruppo GEDI. E la risposta è si, è possibile: il danno sarebbe pari a ZERO.

Era più o meno il 2006 quando un luminoso Marchionne di cui è possibile ricordare solo i pregi senza evidenziare i difetti iniziava un lento ed inesorabile processo di deindustrializzazione della FIAT e di conseguenza di Torino, del Piemonte e dell'Italia (la delocalizzazione in Polonia e Turchia è antecedente ma la leadership italiana non era mai stata messa in discussione). Questi eventi si svolgevano nel silenzio più assoluto di sindacati, politici locali e nazionali e giornalisti che solo negli ultimi anni sembrano essersi accorti di un “problemino”. E qual è stato il ruolo del quotidiano in questione in questa vicenda? Nessuno, forse qualche sparuto trafiletto ma la mia personalissima opinione è che i dipendenti fossero tenuti a seguire una linea editoriale ben precisa, altrimenti non mi saprei spiegare il silenzio assordante che ha accompagnato l'Italia fuori dall'industria dell'automobile.

In definitiva se La Repubblica dovesse smettere di andare in edicola non ci sarebbe nessun impatto sulla libertà di informazione in Italia.

#torino #lavoro #capitalismo #giornalai


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La Repubblica è in sciopero, i giornalisti: “Sulla vendita del gruppo GEDI manca trasparenza, Elkann si rifiuta di incontrarci”


Il quotidiano La Repubblica è in sciopero

Mi sto chiedendo se sia possibile quantificare il danno che subirebbe l'informazione italiana in caso di vendita del Gruppo GEDI. E la risposta è si, è possibile: il danno sarebbe pari a ZERO.

Era più o meno il 2006 quando un luminoso Marchionne di cui è possibile ricordare solo i pregi senza evidenziare i difetti iniziava un lento ed inesorabile processo di deindustrializzazione della FIAT e di conseguenza di Torino, del Piemonte e dell'Italia (la delocalizzazione in Polonia e Turchia è antecedente ma la leadership italiana non era mai stata messa in discussione). Questi eventi si svolgevano nel silenzio più assoluto di sindacati, politici locali e nazionali e giornalisti che solo negli ultimi anni sembrano essersi accorti di un “problemino”. E qual è stato il ruolo del quotidiano in questione in questa vicenda? Nessuno, forse qualche sparuto trafiletto ma la mia personalissima opinione è che i dipendenti fossero tenuti a seguire una linea editoriale ben precisa, altrimenti non mi saprei spiegare il silenzio assordante che ha accompagnato l'Italia fuori dall'industria dell'automobile.

In definitiva se La Repubblica dovesse smettere di andare in edicola non ci sarebbe nessun impatto sulla libertà di informazione in Italia.

#torino #lavoro #capitalismo #giornalai




Quello che mi ha insegnato Top Gun sui piloti americani e sulla vita, in genere



Scritto diverso dalle solite tristezze che mi caratterizzano, ma di sola tristezza non si vive e, a volte, si muore. Cosa vecchia, risale a un periodo in cui mi andava di scrivere cose ironiche, parodistiche, nell'intenzione divertenti, tutte accomunate dall'inutilità di fondo; intanto, una parentesi su quel che penso di Tony Scott e Top Gun, quello del 1986, non ho alcun interesse a vedere quello nuovo. Ho già dato.

Qualcuno ha detto che Tony è quello bravo dei fratelli Scott. No. Non nell'universo in cui viviamo. Non in universi paralleli o alternativi. Ha fatto anche cose buone, si dice così, ma Ridley Scott avrebbe potuto girare solo Alien e Blade Runner e poi andarsene in pensione in Portogallo, sarebbe rimasto un pilastro del cinema degli ultimi decenni e ci avrebbe evitato cose inspiegabili come Prometheus e compagnia brutta bella. Tra le cose buone di Tony Scott non c'è il montaggio insensato frenetico degli ultimi film, con tagli ogni due fotogrammi. Ho finito col testo barrato e con Tony Scott, adesso Top Gun. È un'opera di pura propaganda, nessun mistero. Come buona parte di un certo cinema, di una certa provenienza geografica. Contemporaneamente, è una pagliacciata che potrebbe solo scatenare risate e sarcasmo, invece... invece no, qualcuno l'ha preso sul serio, per qualcuno è un film di culto e per qualcuno Tony è il fratello bravo.

Bene, cioè, male: ho già straparlato di un film che non mi piace, diretto da un regista che non mi appartiene e interpretato, tra gli altri, da Tom Cruise che meno lo vedo e meglio è. A voi, un concentrato di Top Gun.


I piloti di caccia si svegliano verso le 10.30-11.00 e si dicono:

I: Ho una gran voglia di sfogliata riccia.M: Una frolla, per me.I: M, per una sfogliatella al top andiamo da Attanasio, alle spalle della stazione di Napoli.

Dalla base di Miramar, a nord di San Diego, parte uno stormo di F-14 accompagnato da una mezza dozzina di aerei per il rifornimento, con la scorta della USS Dwight D. Eisenhower. Sfogliatella e poi lungomare di Mergellina fatto tutto in moto, impennando, con sosta al chiosco per birra e taralli. Al ritorno, partita di beach volley per smaltire le calorie e seratona in discoteca. Il 27, stipendio accreditato automaticamente sul conto corrente.


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Quest e monetine


Ciao Livello Segreto, buondìè un po' che non ci si sente, ma dietro le quinte stiamo comunque facendo bollire in pentola un po' di cosine che dovrebbero vedere la luce a breve (o forse no, d'altronde chi ci rincorre?).

Nel frattempo – come spesso accade in occasione dell'anno nuovo – Fabio ed io (Ed, ciao, se vedete che a volte parlo al singolare e a volte al plurale non fateci caso, non è delirio di onnipotenza, ma non abitudine a fare comunicati pubblici a più nomi) ci siamo trovati a fare qualche ragionamento sull'andamento di LS e dei servizi correlati.

Quest


A partire dal 15 febbraio (data assolutamente arbitraria) chiuderemo l'istanza Gancio di Livello Segreto (quest.livellosegreto.it). È stato un bell'esperimento che per motivi vari si è reso presto non-necessario (sono nate UN SACCO di altre istanze Gancio locali): funziona molto di più un'istanza direttamente costruita sul territorio che qualcosa relativo “all'online” su un territorio vasto come l'intera Italia. E poi, dai, beccatevi quante belle istanze ci sono attive: gancio.org/instancesSfruttatele e troviamoci dal vivo 💚

Monetine


L'altra questione è che stiamo ragionando un po' sul discorso finanziamento di Livello Segreto. Come abbiamo sempre detto, il progetto è “fieramente in perdita” perché è qualcosa in cui crediamo, ma va detto che i costi si fanno sempre più importanti visto anche l'afflusso di persone (che è una cosa super positiva eh!).

Guardando a questo 2026 – dove vorremmo rendere ancora più trasparente questo aspetto a chiunque –, il costo di Livello Segreto è di circa 270 (compresi Log e Lore) euro al mese e le donazioni totali ricevute sono 205,16 €. Cifra estremamente positiva presa da sola, ma tiene già conto di tutte le donazioni ricorrenti (significa che se una persona ha scelto di donare “un euro al mese” noi vediamo già i 12 euro tutti a Gennaio e non vedremo nulla a Febbraio).

Ora, parlare di soldini proprio non mi piace e non voglio che questa parte di articolo diventi una sorta di richiesta di denaro per tenere aperto Livello Segreto: non è così e il progetto continuerà ad andare avanti anche in questa forma. Ci teniamo però – non solo a livello di trasparenza, ma anche per il discorso di responsabilità che ci è molto caro – a farvi vedere direttamente come funzionano le cose dietro le quinte di un'istanza Mastodon di questo tipo.

Insomma: se vi piace quel che facciamo e volete lanciarci una monetina in faccia siamo molto contenti della cosa – e potete farlo da qui. Ma se non potete (o volete) farlo non vi preoccupate: Livello Segreto vi vuole bene e vi accoglie allo stesso modo 💚

Un abbraccio, Kenobit ed Ed.


log.livellosegreto.it/warp/que…



In ginocchio da te


Ho visto da poco e per la prima volta “In ginocchio da te”, film del 1964 con Gianni Morandi.

Il padre della protagonista è un maresciallo dell'esercito che consegna alle nuove reclute delle divise troppo grandi suggerendo loro di portarle ad aggiustare in una sartoria vicina alla caserma gestita dalla moglie e dalla figlia. Siamo negli anni '60, gli anni del boom economico, ancora qualche anno e tensioni e conflitti sociali esploderanno in Italia come in altre parti del mondo. Il regista porta il pubblico a simpatizzare per il maresciallo perché se è vero che all'inizio cerca di contrastare l'amore della figlia per la recluta-cantante alla fine cede alle doti canore del futuro genero a quanto pare sinceramente innamorato: l'ufficiale è un uomo attaccato alla famiglia, simpatico ed in definitiva una figura positiva. Il messaggio è chiaro e lampante: la corruzione non è un reato così grave, siamo italiani, dobbiamo arrangiarci, ci siamo ripresi dalla secondo guerra mondiale ed insomma...cosa sarà mai. Da lì a tangentopoli è un attimo... è fare germogliare una società dove è lecito cercare di arrotondare, ammesso che si tratti di arrotondamento e non di raddoppiare o triplicare lo stipendio visto il giro di affari della sartoria. Se i trapper di adesso sono tutti soldi, droga e bitches forse per un pezzetto è anche merito di Gianni Morandi, perché alla fine quello conta: i soldi.

Veniamo adesso alla storia d'amore: la recluta-cantante Gianni si innamora di Carla e sono tanto teneri...fino ad una sera in cui lui va a cantare ad una festa di persone che definiremo “benestanti”. La padrona di casa vuole farsi un giro con questo giovanotto dalla bella voce e lui ci casca: dopo 4 giorni alle isole Eolie mantenuto da lei le chiede di sposarla. Ma la ricca e viziata signorina non è ovviamente minimamente interessata...e cosa fa lui? Torna con la coda tra le gambe, aka in ginocchio da te, chiedendo perdono a Carla... ma dico... 2 minuti prima volevi sposare un'altra donna e adesso canti una canzone alla radio e nasce il vero amore perché quello di prima era finto? Ma sono queste le basi per l'educazione sentimentale della generazione di adolescenti cresciuta negli anni '60? Volendo essere realistici il futuro sposo cantante quanto ci metterà a tradire la povera Carla che nel frattempo avrà messo al mondo due bambini? Uno così sarebbe meglio perderlo che trovarlo ma vabbé, canta così bene, dopo la corruzione sdoganiamo anche le relazioni tossiche.

#cinema #corruzione #società #italia


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Il Fediverso (visto da un’esploratrice in fuga)


Stretta all’angolo da @xab, che ha scelto la tematica, e considerato l’interessante, esaustivo post scritto da @77nn, ammetto che non c’è gara… e… un momento… il bello del Fediverso è proprio questo!

Se a scrivere questo post fosse stata LaVi di una ventina di anni fa, l’avrebbe fatto sentendosi spaccata a metà, divisa tra ciò che voleva comunicare e ciò che avrebbe con buona probabilità fatto presa sui lettori. È questo che mi ha insegnato il giornalismo, è questo che ho portato con me nel blog quando le regole dell’editoria – o idioteria, come avevo cominciato a chiamarla – avevano iniziato a starmi strette, motivando il mio addio a quel mondo. I giornali campano di pubblicità, la pubblicità dev’essere vista, quindi servono lettori, e i lettori se non ci sono te li devi andare a catturare, se vuoi uno stipendio a fine mese. Punto. Il come è una questione etica, che non interessa all’editore e ai proprietari dei giornali più di quanto li interessi discutere di astrofisica o del sesso degli angeli. Il come non viene discusso nelle riunioni di redazione né men che meno nelle sedute del consiglio d’amministrazione. Il blog, allora, mi era sembrato una boccata d’aria fresca: potevo scrivere ciò che volevo, come volevo, senza dover compiacere sponsor più o meno velatamente, senza dover spacciare menzogne per verità, senza cesellare ogni singola frase affinché potesse portare un lettore in più nelle casse del giornale. Ci misi un po’ per accorgermi che, però, il meccanismo sotteso era lo stesso: certo, la grande G ti dava spazio gratis, però si prendeva i tuoi dati e, se volevi far soldi, la strada era sempre la stessa di prima. Anzi, peggio ancora. Perché senza un editore alle spalle, farsi notare è davvero difficile. Soprattutto in un mondo sterminato come quello del web, dove potenzialmente chiunque può scrivere qualunque cosa su qualsivoglia argomento. E allora i social. Ti iscrivi per creare una vetrina dove esporre ciò che fai, finisci fagocitato dal sistema. Pubblica, così rimani in cima alla lista. Pubblica, così vieni notata. Pubblica, così l’algoritmo ti premia. Pubblica, fino a quando non importa più cosa, basta esserci. In un carosello di vanità – sia come pavoneggiarsi, sia come vanus, inutile – senza fine.

E poi arrivi a un punto. A quel punto. Quello in cui ti fermi un attimo, perché qualcosa di non ben definito ha fermato per un attimo il vorticare della giostra, e ti domandi se quella roba lì, quell’ammasso di scritti e foto e notizie e informazioni che hai accumulato e dato in pasto a chiunque nel mondo, corrisponda davvero a te. E se la risposta è no, allora la tentazione di mandare tutto all’aria è davvero forte. E lo stesso avviene se qualcuno decide, ancora una volta, di mettere le mani su ciò che scrivi e di modificarlo o usarlo per i propri scopi. A me era successo nell’editoria, prima, e poi quando Musk pareva intenzionato ad acquistare Twitter – cosa che poi avvenne. Fu in quel momento che migrai nel Fediverso, approdando su Mastodon. E il mio primo barrito ottenne più risposte di quante ne avessero ottenuti cinguettii reiterati. C’erano persone (nel mio caso Alberto, Fabio e Gustavino) dietro gli schermi e le tastiere, persone vere con cui dialogare, non numeri da conquistare. Altra buona notizia: Mastodon non è il Fediverso, Mastodon è un pezzo – significativo, certo, parecchio vivace e popoloso, ma pur sempre un pezzo – del Fediverso.

Immagine di David Revoy

C’è, letteralmente, un intero universo da esplorare, qui. Un universo i cui pianeti, satelliti, stelle e meteore sono server indipendenti, ma che comunicano tra loro grazie a una specie di lingua franca che si chiama ActivityPub. Cosa comporta questo? Tre cose innanzitutto: uno, che nessuno potrà comprare il Fediverso. Un qualsiasi multimilionario a caso potrebbe voler comprare Mastodon, ad esempio, proprio come è stato comprato Twitter, ma non gli converrebbe, semplicemente perché gli utenti si sposterebbero su un diverso server del Fediverso, lasciando Mastodon arido e disabitato, ciascuno portandosi dietro il proprio seguito proprio grazie a questa lingua franca che consente la migrazione… di pianeta in pianeta. Due, la lingua franca rende possibile la condivisione di contenuti su tutti i pianeti del Fediverso, quindi se io pubblico una foto su Pixelfed – che è una sorta di Instagram, ma rispettoso della privacy e senza algoritmi da nevrosi – chi mi segue da un altro pianeta, diciamo Mastodon per farla semplice, potrà vederla, commentarla, condividerla. E se scrivo un post sul mio blog Writefreely… eh, già! Tre, i diversi pianeti, pur essendo federati, restano indipendenti. Il che significa che ciascuno ha le proprie leggi (le regole del server), i propri abitanti (le persone iscritte a quella specifica istanza), la propria storia e le proprie tradizioni (gli argomenti preferiti e predominanti), ma in genere sono tutti molto ben disposti verso i turisti e persino verso i richiedenti asilo, come la sottoscritta allorché fuggì da Twitter.

Immagine di David Revoy

Un ringraziamento a David Revoy per le magnifiche immagini

log.livellosegreto.it/atlaviat…


Il Fediverso (visto da un’esploratrice in fuga)


Stretta all’angolo da @xab, che ha scelto la tematica, e considerato l’interessante, esaustivo post scritto da @77nn, ammetto che non c’è gara… e… un momento… il bello del Fediverso è proprio questo!

Se a scrivere questo post fosse stata LaVi di una ventina di anni fa, l’avrebbe fatto sentendosi spaccata a metà, divisa tra ciò che voleva comunicare e ciò che avrebbe con buona probabilità fatto presa sui lettori. È questo che mi ha insegnato il giornalismo, è questo che ho portato con me nel blog quando le regole dell’editoria – o idioteria, come avevo cominciato a chiamarla – avevano iniziato a starmi strette, motivando il mio addio a quel mondo. I giornali campano di pubblicità, la pubblicità dev’essere vista, quindi servono lettori, e i lettori se non ci sono te li devi andare a catturare, se vuoi uno stipendio a fine mese. Punto. Il come è una questione etica, che non interessa all’editore e ai proprietari dei giornali più di quanto li interessi discutere di astrofisica o del sesso degli angeli. Il come non viene discusso nelle riunioni di redazione né men che meno nelle sedute del consiglio d’amministrazione. Il blog, allora, mi era sembrato una boccata d’aria fresca: potevo scrivere ciò che volevo, come volevo, senza dover compiacere sponsor più o meno velatamente, senza dover spacciare menzogne per verità, senza cesellare ogni singola frase affinché potesse portare un lettore in più nelle casse del giornale. Ci misi un po’ per accorgermi che, però, il meccanismo sotteso era lo stesso: certo, la grande G ti dava spazio gratis, però si prendeva i tuoi dati e, se volevi far soldi, la strada era sempre la stessa di prima. Anzi, peggio ancora. Perché senza un editore alle spalle, farsi notare è davvero difficile. Soprattutto in un mondo sterminato come quello del web, dove potenzialmente chiunque può scrivere qualunque cosa su qualsivoglia argomento. E allora i social. Ti iscrivi per creare una vetrina dove esporre ciò che fai, finisci fagocitato dal sistema. Pubblica, così rimani in cima alla lista. Pubblica, così vieni notata. Pubblica, così l’algoritmo ti premia. Pubblica, fino a quando non importa più cosa, basta esserci. In un carosello di vanità – sia come pavoneggiarsi, sia come vanus, inutile – senza fine.

E poi arrivi a un punto. A quel punto. Quello in cui ti fermi un attimo, perché qualcosa di non ben definito ha fermato per un attimo il vorticare della giostra, e ti domandi se quella roba lì, quell’ammasso di scritti e foto e notizie e informazioni che hai accumulato e dato in pasto a chiunque nel mondo, corrisponda davvero a te. E se la risposta è no, allora la tentazione di mandare tutto all’aria è davvero forte. E lo stesso avviene se qualcuno decide, ancora una volta, di mettere le mani su ciò che scrivi e di modificarlo o usarlo per i propri scopi. A me era successo nell’editoria, prima, e poi quando Musk pareva intenzionato ad acquistare Twitter – cosa che poi avvenne. Fu in quel momento che migrai nel Fediverso, approdando su Mastodon. E il mio primo barrito ottenne più risposte di quante ne avessero ottenuti cinguettii reiterati. C’erano persone (nel mio caso Alberto, Fabio e Gustavino) dietro gli schermi e le tastiere, persone vere con cui dialogare, non numeri da conquistare. Altra buona notizia: Mastodon non è il Fediverso, Mastodon è un pezzo – significativo, certo, parecchio vivace e popoloso, ma pur sempre un pezzo – del Fediverso.

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C’è, letteralmente, un intero universo da esplorare, qui. Un universo i cui pianeti, satelliti, stelle e meteore sono server indipendenti, ma che comunicano tra loro grazie a una specie di lingua franca che si chiama ActivityPub. Cosa comporta questo? Tre cose innanzitutto: uno, che nessuno potrà comprare il Fediverso. Un qualsiasi multimilionario a caso potrebbe voler comprare Mastodon, ad esempio, proprio come è stato comprato Twitter, ma non gli converrebbe, semplicemente perché gli utenti si sposterebbero su un diverso server del Fediverso, lasciando Mastodon arido e disabitato, ciascuno portandosi dietro il proprio seguito proprio grazie a questa lingua franca che consente la migrazione… di pianeta in pianeta. Due, la lingua franca rende possibile la condivisione di contenuti su tutti i pianeti del Fediverso, quindi se io pubblico una foto su Pixelfed – che è una sorta di Instagram, ma rispettoso della privacy e senza algoritmi da nevrosi – chi mi segue da un altro pianeta, diciamo Mastodon per farla semplice, potrà vederla, commentarla, condividerla. E se scrivo un post sul mio blog Writefreely… eh, già! Tre, i diversi pianeti, pur essendo federati, restano indipendenti. Il che significa che ciascuno ha le proprie leggi (le regole del server), i propri abitanti (le persone iscritte a quella specifica istanza), la propria storia e le proprie tradizioni (gli argomenti preferiti e predominanti), ma in genere sono tutti molto ben disposti verso i turisti e persino verso i richiedenti asilo, come la sottoscritta allorché fuggì da Twitter.

Immagine di David Revoy

Un ringraziamento a David Revoy per le magnifiche immagini




Partire dalle piccole cose


Sembra scontato, ma tanta volte non lo è. Nella fede, si parte sempre dalle cose semplici, umili, che non fanno rumore. Gesù è nato in una grotta, messo in una mangiatoia e riscaldato dal fiato di animali.

Tutta la sua vita è stata semplice, povera. Ma anche adesso, Lui parla alle persone semplici, ai cuori aperti all'ascolto. Le grandi cerimonie, il rumore, allontanano la presenza di Dio. Non che siano sbagliate, ma di certo una preghiera detta in silenzio vale più di cento messe cantate. La semplicità, l'umiltà, la mitezza, la carità, il rispetto sono queste le qualità che ci avvicinano a Dio.

Non voglio fare prediche o sermoni, non sono nessuno per insegnare qualcosa, l'unico maestro è il Signore. Io sono solo un pennello consumato nelle sue mani, dipingo scarabocchi che Lui dovrà correggere. Non so dove andare senza lo Spirito Santo che mi apre la via. Io non faccio nulla, fa tutto Lui, io metto solo a disposizione un pò di tempo e le limitate capacità del mio fisico, finché ce la faccio. Quando non ce la faccio, dico chiaramente; “Signore, questa cosa non sono in grado di farla, è al di sopra delle mie capacità”, e Lui mi comprende, mi scusa, mi perdona.

Sono e voglio restare semplice, non è la mia voce che si deve sentire, ma quella di Gesù. Riparto dalle cose semplici. Una preghiera, un canto, un gesto di carità. E tanta gratitudine, per tutto ciò che il Signore fa per me, in modo particolare in questo periodo, per la forza che mi dà la Sua amicizia.

Buona serata comunità. Namasté.


log.livellosegreto.it/parrocch…



A proposito della responsabilità personale e collettiva


Se non l'avete ancora notato, questo mio blog è ospitato sul server Livello Segreto, un “nodo” italofono di una rete di siti web indipendenti che se ne stanno al di fuori dell'Internet controllato dalle grandi aziende. Questo mese il nostro amministratore tecnico Edoardo il Casoncello ha lanciato l'idea di una Sagra Indie Web in cui i siti interessati danno contributi sul tema dell'accountability. Questo articolo è il mio contributo: è l'esatto opposto di un intervento puntuale, è un testo divulgativo semi-narrativo che, spero, risulti innanzitutto intrattenente, e in seconda battuta vi metta nel cervello del carburante per ragionare sul tema proposto da Ed.


Ante Scriptum: sì alla fin fine ho terminato questo pezzo che già era febbraio. Fottesega, tutte le fregnacce sulla vita lenta si applicano anche così.

Un processo fra le macerie


Vi racconterò una storia: non l'ho inventata io, è la mia versione di una storia che si racconta da quasi due millenni e mezzo.

Siamo nel 399 a.C. ad Atene, ma non è l'Atene che avete tutti in mente: l'Atene dei templi e delle sculture di marmo, delle bevute di vino rosso al suono delle cetra, dei festival teatrali che inizavano all'alba e finivano al tramonto per quattro o cinque giorni di seguito; l'Atene crocevia culturale, in cui tutti gli artisti e gli intellettuali greci dovevano passare se speravano di diventare qualcuno (sì tipo la Milano di oggi, purtroppo); l'Atene laboratorio politico dove era stata inventata la democrazia diretta e le decisioni le prendevano votando tutti gli uomini liberi (sottolineiamo: uomini, liberi. Niente schiavi, e le donne tutte in casa). Ecco, non è quell'Atene. Quella che pensate voi era l'Atene del 450 a.C. circa: l'Atene che aveva insediato (con le buone o le cattive) governi amici in tutte le altre città greche affacciate sul mar Egeo, e in tal modo controllava tutti i commerci da Cipro alla Sicilia, e ogni anno spillava alle città “alleate” argento sonante con cui costruire i templi, finanziare le sagre teatrali, e assicurare agli uomini liberi poveri un misto di salario minimo garantito (ebbene sì!) e di impieghi statali (ebbene sì bis!), così che potessero partecipare alle assemblee di governo tanto quanto i ricchi.

Quell'Atene di ricchezza e benessere è morta: si è suicidata combattendo e perdendo una guerra di trent'anni contro Sparta, l'altra grande città greca, che invece è proprio la Sparta che vi immaginate: un'oligarchia totalitaria in cui tutti gli uomini delle famiglie libere sono irreggimentati nell'esercito, tutte le donne delle famiglie libere devono sfornare figli per rimpolpare l'esercito, e l'esercito deve regolarmente assaltare e terrorizzare le enormi masse di schiavi (e, talvolta, le città “alleate”) che tengono in piedi l'economia, garantendo ai cittadini liberi un tenore di vita decente senza alzare un dito. Anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, gli Ateniesi si sono bruciati tutti i propri migliori generali, fra morti sul campo e faide interne, e hanno perso il controllo di tutti i propri “alleati”, a furia di spremerli come limoni e mandarli a morire in operazioni già perse, così che un bel giorno Atene si è svegliata piena di case spopolate, di fosse comuni fresche, e con le sue Lunghe Mura demolite dai soldati spartani al suono festoso dei flauti. Già che c'erano, gli Spartani hanno anche messo al potere trenta collaborazionisti ateniesi, tutti più che felici di cancellare il sistema democratico e importare il metodo spartano, e costoro in neanche un anno hanno allegramente fatto strage di chiunque non gli andasse a genio, meglio se persone ricche cui confiscare il patrimonio; la situazione si era fatta così calda che, a una certa, un gruppo di nazionalisti democratici si è rivoltato contro i Trenta Tiranni ed è riuscito a farli fuori... non prima che costoro cercassero di allestire una fortezza di emergenza nella cittadina di Eleusi, sobborgo di Atene, e per l'occasione massacrassero tutti gli Eleusini.

Per cui, siamo nell'Atene del 399 a.C., una città che esce da trent'anni di guerra internazionale e di guerra civile, in cui intere famiglie non esistono più, i vicini di casa si sono sgozzati a vicenda, e l'indipendenza appena ripristinata, in ogni caso, deve sottostare alla mano di ferro dell'egemone spartano. Ed è in questa città, già signora del mar Egeo, ora borgo di fantasmi, che è nato il nostro protagonista.

Storia comune di Greci particolari


Si chiama Socrate, figlio di Sofronisco, del distretto di Alopece, e ha settant'anni; è sposato con Santippe, più giovane di almeno vent'anni, e da lei ha avuto tre figli, Menesseno Sofronisco e Lamprocle. Socrate quasi certamente faceva lo scultore, come suo padre prima di lui, e durante la guerra era benestante: ha combattuto nella fanteria pesante pagandosi da solo lancia e corazza, non come i pezzenti che diventavano marinai della marina militare, stipendiati dallo Stato. Ma a un certo momento, dopo il congedo, Socrate è uscito di testa: ha smesso di lavorare, è diventato quasi nullatenente, e si è messo a gironzolare tutto il tempo su e giù per Atene, in piazza nei templi nelle palestre sotto i portici su in città alta giù al porto. E dovunque va, attacca bottone con chiunque, Ateniesi o stranieri, ricchi o poveri, poeti o sacerdoti, fabbri o pittori, e li sfinisce a parlar con loro di cosa siano la bellezza, la giustizia, la perizia tecnica e tutte queste cose qua. In città lo chiamano “il tafano”, e il commediografo Aristofane, il meglio del meglio nel suo settore, lo ha inserito una commedia intitolata Le Nuvole... non proprio lusinghiera: il “Socrate personaggio” di Aristofane dimostra a un ragazzo che è giusto maltrattare i genitori e spendere tutto alle corse dei cavalli, e gli amici che chiacchierano con Socrate, a quanto pare, sono dei matti in culo che si fanno sollevare con le carrucole per scoprire di cosa son fatte le nuvole.

Già, gli amici di Socrate. Si dà il caso che Socrate sia stato amico e confidente di Alcibiade figlio di Clinia, il generale che durante la guerra ha vandalizzato le statue portafortuna del dio Hermes, e piuttosto che andare a processo è scappato... a combattere per Sparta. E come se non bastasse, frequentava pure Crizia il Giovane figlio di Callescro, il capo supremo dei Trenta Tiranni. E poi, ovviamente, c'è il giovane Senofonte figlio di Grillo, che aveva partecipato al massacro degli Eleusini sotto il comando di Crizia; casualmente Senofonte è irreperibile, scappato in Persia, e si dice che gliel'abbia consigliato Socrate stesso. Ah e non scordiamoci di Aristocle figlio di Aristone, quello che fa pugilato ed è soprannominato Platone, “Spallone”: è pronipote di Crizia, e la mela non cade lontana dall'albero.

Per cui, vi pare che la democrazia ateniese, ripristinata dopo tanti anni di dolore, possa tollerare Socrate a piede libero, questo ideologo del partito aristocratico? Ovviamente no, per cui ecco che un simpatizzante democratico cita in giudizio il signor Tafano:

«[...] questo ha sottoscritto e giurato Meleto di Meleto, Pitteo, contro Socrate di Sofronisco, Alopecense. “Socrate è colpevole di non riconoscere come Dei quelli tradizionali della città, ma di introdurre Divinità nuove; ed è anche colpevole di corrompere i giovani. Pena: la morte”.»


Un processo un po' sconclusionato


Parole pesanti come una lancia pesante, ed ecco che Socrate, il nullatenente logorroico, si deve preparare a processo. Ma qui iniziano le cose strane. Per la legge ateniese, l'imputato deve esporre personalmente il suo discorso di auto-difesa, quella che in Ateniese si chiamava apologia, e la professione di avvocato consisteva proprio nello scrivere il discorso e preparare il cliente (infatti “avvocato” si diceva logografo = scrittore di discorsi). In questo momento, il logografo più bravo di Atene è Lisia figlio di Cefalo, nato ad Atene ma di famiglia immigrata da Siracusa: Lisia non è cittadino ateniese, è “solo” uno straniero residente con, diremmo oggi, permesso di soggiorno lavorativo, e per il regime dei Trenta Tiranni questo era grasso che colava: non solo gli hanno confiscato i beni e costretto a fuggire a Megara (città allegramente alleata con Sparta), ma gli hanno pure ammazzato il fratello Polemarco. Ora Lisia è sul piede di guerra contro i superstiti del regime e vuole giustizia per sé e la sua famiglia, e infatti si offre volontario per comporre l'arringa di accusa contro Socrate... Aspettate, no! È l'esatto contrario! Lisia si offre di difendere Socrate, ed è il signor Tafano che cordialmente declina e si prende la responsabilità di fare da sé.

E le sorprese non finiscono qui. Perché Socrate inizia la sua apologia con un bel riepilogo dei propri meriti come onesto cittadino: durante la guerra, dopo il suo servizio militare ineccepibile, il Tafano di Atene è stato sorteggiato per partecipare al comitato che, diremmo oggi, detiene collettivamente la presidenza della repubblica, e durante il suo mandato (siamo nel 406 a.C.) la flotta ateniese aveva sconfitto clamorosamente quella spartana alle isole Arginuse... ma gli ammiragli non erano riusciti a soccorrere i marinai naufragati, e per questo il popolo li voleva morti. Per tutto il suo mandato, Socrate bloccò il procedimento con tutte le proprie forze, non poté ovviamente impedire che il suo successore lo avviasse, e così gli ammiragli vennero giustiziati... e Atene perse la guerra. Ma non solo: saltiamo avanti di qualche anno, al 404 a.C., durante le purghe dei Trenta Tiranni. Crizia e i suoi lacché vogliono desaparire Leonte di Salamina, un immigrato benestante (proprio come la famiglia di Lisia), bisogna comporre la squadraccia della morte, ed esigono che partecipi anche Socrate (chissà se per la parlantina sciola o per le manone da scultore): il signor Tafano non riesce a salvare Leonte, ma si rifiuta di servire nella polizia politica, e per questo avrebbero fatto fuori anche lui... se i democratici nazionalisti non avessero sconfitto il regime.

Un quadro ben strano, gente: Socrate era amico di Alcibiade, il disertore, ma ha cercato di salvare gli Ateniesi dalla propria stessa dabbenaggine; si è rivoltato contro la tirannia di Crizia, eppure ha aiutato Senofonte a fuggire in esilio; e durante il processo, a parteggiare per lui, ci sono tanto Lisia quanto Aristone detto Platone. Dove sta la coerenza di quest'uomo?

Incominciò con un demone a posto


L'Apologia di Socrate ci è stata tramandata in due versioni: quella trascritta da Platone è considerata una delle prose più belle composte in Greco Antico (anche da me medesimo), quella trascritta da Senofonte non se la fila nessuno (e neppure io l'ho mai letta, ma dovrei), per cui mi soffermerò sul nodo centrale del resoconto platonico.

Socrate prende di petto l'accusa contro di lui, e nega fortemente sia la presunta empietà sia la presunta cattiva influenza sulla gioventù. Anzi, costruisce una catena argomentativa che demolisce dalle fondamenta tutto il teorema accusatorio (che paroloni, mi sento un giornalista di cronaca): 1. Tutto parte dalla curiosità di Cherefonte, amico storico di Socrate, che anni addietro è andato nella città di Delfi per interrogare l'oraclo del dio Apollo e scoprire se davvero l'amico Socrate eccelle fra gli Ateniesi. L'oracolo delfico era sempre ben disposto a paracularsi (vedasi nel 550 a.C. circa, quando gli chiesero chi avrebbe vinto la guerra fra gli imperi di Persia e di Lidia e rispose “Un grande impero cadrà”. Grazie tante...), ma stavolta, stranamente, rispose senza ambiguità: sì, Socrate primeggia fra gli Ateniesi per virtù morale e intellettuale. 2. A complicare le cose, da che ne ha memoria, Socrate ha particolare devozione verso quello che, da Greco antico, chiamava “demone”: un essere sovrannaturale che non è fisico e mortale, a differenza di piante e animali e umani, ma non è nemmeno potente e imperituro quanto gli dèi del cielo del mare e del sottosuolo, e si potrebbe equiparare, quindi, alle ninfe femminee che, per l'appunto, animano e vegliano gli alberi e le sorgenti e le spiagge. Perché questo demone, da sempre, veglia su Socrate, e davanti a una decisione lo ammonisce, lo stuzzica e lo trattiene perché si astenga dalla via disonesta. 3. Forte del demone che lo accompagna, Socrate decide di sondare la correttezza del verdetto di Apollo, e inizia a interrogare uno a uno tutti gli Ateniesi e tutti gli stranieri che incrocia, confidando che prima o poi troverà certamente qualcuno migliore di lui... ma così non accade. Perché il buon Socrate, ogni singola volta, constata uno di due casi: i lavoratori che padroneggiano un mestiere tecnico si persuadono che tutti gli altri saperi siano concettualmente subordinati alla propria professione, e pertanto si arrogano a priori la padronanza di tutto lo scibile umano; i benestanti che hanno avuto una formazione umanistica finalizzata all'attività politica (un po' di diritto, un po' di belle lettere, un po' di scienze della comunicazione) non conoscono assolutamente niente di significativo, ma sono meramente capaci di ammaliare e intortare l'interlocutore per convincerlo di sapere tutto. E in entrambi i casi, sia i tecnici sia i letterati non possono resistere alla metodologia demolitrice di Socrate: a furia di chiedere “Che cos'è?”, “Che cosa ne consegue?” e “Ma ipotizziamo il suo contrario...”, il signor Tafano li manda in crisi e in bestia, e a quel punto ci sono altri due casi: chi se ne va via offeso ed esasperato, e chi si appassiona a questo modo di ragionare e diventa amico di Socrate, per cercare di partorire assieme una verità più solida e profonda di quella che insegnano i cosidetti sofisti (da cui il nostro “sofisticare”): i professoroni di saperi umanistici che, per lo più, sono stranieri immigrati ad Atene per fare fortuna parassitando i benestanti.

Ed ecco che il resoconto di Platone si intreccia con i Ricordi della vita di Socrate raccolti da Senofonte: ricordi in cui Senofonte mette bene in chiaro, sin da subito, che nella sua ricerca Socrate puntava a individuare, nei saperi tecnici, la massima efficienza attraverso il giusto sforzo, tanto nella costruzione di un portico quanto nell'addestramento di un cavallo; che nelle questioni etiche perseguiva la conciliazione e la concordia, ad esempio quando mediava le liti fra la moglie e i figli; e che sia Alcibiade sia Crizia frequentavano Socrate nella speranza di apprendere da lui la sua inconfondibile perizia retorica, da riciclare in politica per assicurarsi consenso e prestigio... e ambedue si allontanarono dal Tafano, allorché questi mise in chiaro che non c'era trippa per gatti. E a questa caterva di testimonianze aggiungiamo, già che ci siamo, anche l'incipit dell'Anabasi (sarebbe a dire “Viaggio di andata e ritorno”. No, non è una traduzione de Lo Hobbit), il diario degli anni di esilio che Senofonte trascorse da mercenario nell'impero di Persia: egli mette in chiaro che Socrate non gli consigliò esplicitamente di espatriare, ma lo invitò a consultare l'oracolo di Delfi (aridaje) e il responso fu palese.

Insomma, abbiamo ampi elementi per ipotizzare che Socrate rappresentasse una verruca sui glutei sia per i nazionalisti democratici sia per gli aristocratici filospartani, e che, per paradosso, nel suo giro di amici convivessero le menti migliori di ambo gli schieramenti, più tanta altra gente non propriamente schierata: Senofonte afferma che Socrate nutrisse stima reciproca per Aspasia di Mileto, concubina del generale Pericle (l'artefice degli anni d'oro dell'impero ateniese), mentre Platone racconta di un'istruzione spirituale impartita a Socrate da Diotima di Mantinea, misteriosa sacerdotessa e mistica che, forse, non è mai esistita, ma se fosse esistita sarebbe non solo donna straniera (come Aspasia), ma pure nativa di un territorio filospartano. E se vi par poco che Socrate, forse, fosse amico di donne colte, considerate che la segregazione di genere praticata ad Atene aveva poco da invidiare alla misoginia delle peggiori teocrazie cristiane e musulmane di oggi.

Per cui, ricchi ateniesi, dotti forestieri, concubine e sacerdotesse, pugili e mercenari: questi gli amici di Socrate, e a tenerli assieme, a quanto pare, c'era un atteggiamento anti-dogmatico rispetto all'istruzione tradizionale, oltre che un certo rispetto verso la voce del demone, l'esperienza spirituale che animava l'indole del Tafano.

«Ergh, cretinodicrescenzago, perdonami, ma io ero qui per un discorso sull'accountability: se mi interessava la storia greca cercavo una puntata a tema nei podcast di Barbero...»


Ci sto arrivando, giuro che adesso ci arrivo.

Che tutto continui in fiumi di dubbio


Il processo, Socrate lo perse. Fu giudicato colpevole di stretta misura, come da prassi gli fu richiesto di proporre lui una pena alternativa, e come atto di spregio richiese la pensione vitalizia in ricompensa a un servizio pubblico eroico, al che lo condannarono a morte invitandolo, fra le righe, a fuggire in esilio (di nuovo, come da prassi)... e fu così che il signor Tafano accettò di farsi incarcerare, rifiutò il piano di evasione ed esilio proposto dai suoi amici più cari, e il giorno stabilito fu giustiziato assumendo veleno di cicuta.

I suoi discepoli si sparsero ai quattro venti, e nei decenni successivi costruirono tutte le grandi scuole di pensiero della filosofia greca: cinismo, platonismi (al plurale perché Platone ebbe un bel numero di discepoli creativi), aristotelismo (ecco, Aristotele era il più volpone dei platonici), epicureismo, stoicismo, scetticismo. Insomma, tutte quelle dottrine scientifiche, etiche, politiche e teologiche che nei secoli successivi si sarebbero ibridate direttamente con i saperi dell'Egitto faraonico e del Vicino Oriente semita (e, indirettamente, con suggestioni iraniche e addirittura indiane), andando a costituire la visione di mondo delle èlite europee per il successivo millennio e mezzo.

E qui, gente, ecco arrivare il mio punto

E meno male...


Alla base della cultura pan-occidentale, c'è un uomo fortemente religioso che ha riconosciuto dentro di sé un bisogno profondo e irresistibile, e ha dedicato tutta la sua vita a perseguirlo: ore, giorni, settimane e mesi di chiacchiere con altre persone per condividere con loro che domandarsi “Che cos'è?” vale infinitamente più del memorizzare “È fatto così e cosà”; innumerevoli scelte di vita analizzate nell'ottica di identificare il punto intermedio virtuoso tra due possibili estremi viziosi, in accordo con il motto “Mai troppo” esposto sul tempio di Apollo a Delfi; innumerevoli situazioni in cui quel punto intermedio virtuoso ha significato riunciare a ciò che sembrava comodo in favore di ciò che risultava profondamente giusto, e non a caso Socrate ha rinunciato prima alla benestanza e poi alla vita, perché dedicare la vita al dibattito e alla ricerca, per lui, era un bisogno esistenziale (e infatti l'altro motto delfico recitava “Conosci te stesso”).

Indagare le cose anziché ripetere a pappagallo; indagare assieme anziché in solipsismo; perseguire la curiosità anziché il bigottismo; restare fedele a un senso morale profondo, potenzialmente divino, a scapito dell'opportunismo egocentrico. Sono tutte pratiche di vita che l'Occidente tecnocratico ha allegramente polverizzato nel tritacarne dello scientismo e dell'autocrazia, ma che in un tempo lontano sono state alla base del pensiero pagano di lingua greca, quel pensiero che avrebbe incontrato il pragmatismo curioso popoli italici a Ovest e la grande tradizione magica egizia, siriaca e mesopotamica a Est, e da tutto questo calderone sarebbe scaturito quel cristianesimo che ha consegnato alla storia sia la violenza dispotica di Papi e imperatori sia le “guerre sante dei pezzenti”, dai moti contadini del Milleduecento alla teologia della liberazione latinoamericana. E del resto, c'è un certo consenso storiografico attorno alla tesi che il falegname Yeshua bar Ioseph da Nazareth fosse, a conti fatti, un rabbino-lavoratore di provincia aderente alla corrente più democratica del monoteismo giudaico, e a un certo momento abbia mollato tutto e iniziato a girare per la Palestina predicando una morale di mutualismo concreto e di resistenza pacifica all'occupazione romana... finché non è stato arrestato e giustiziato come bestemmiatore della fede giudaica e ribelle al potere legittimo.

Vi ricorda un certo scultore greco?

Di domande restiamo pienu


Insomma, credo abbiate capito il mio punto: possiamo raccontarci tutte le storielle di psicologia spicciola possibili rispetto al concetto di accountability, ma, a mio giudizio, ciò che ci vuole è un passo indietro, fino a quell'epoca in cui il Mediterraneo era ancora un punto di intreccio fra Europa, Africa e Asia, e noi Europei non l'avevamo ancora trasformato irrimediabilmente nella frontiera cimiteriale fra il “nostro” mondo civile e la barbarie “altrui”. Facendo questo passo indietro, ci accorgiamo che un ragionamento sull'analisi profonda dei propri valori e delle proprie azioni era già ben presente nelle nostre culture, e aveva una connotazione spirituale che francamente trovo molto salutare, a fronte di una mentalità materialista “delle evidenze e dei fatti” che ha prodotto non già una laicità di convivenza pacifica fra materialistu, spiritualu e scetticu (ciascun gruppo con le sue declinazioni infinite), bensì l'equazione dicotomica “ateismo : civiltà : bianchezza = religione : barbarie : popoli colorati”. Facendo questo passo indietro, quando avevo 16 anni e stavo ascoltando la prima lezione di filosofia in terza superiore, io stesso ho imparato che fa bene, ogni tanto, togliersi di proposito il terreno sotto i piedi e scoprire cosa c'era sotto, ed estraniarsi da sé quel tanto che basta da chiedersi “Che cosa sto facendo? Dove voglio andare?”... e stare in silenzio abbastanza a lungo da udire la vocina del demone, che ci bisbiglia quello che davvero sentiamo sia giusto e necessario.

Si suol dire che la modernità colonialista occidentale è iniziata allorché René Descartes ha teorizzato la separazione netta fra la materia inerte e il pensiero razionale, bollando come falsa qualunque prospettiva filosofica altra proveniente dai popoli indigeni dell'Asia, dell'Africa e delle Americhe (tertium non datur, avrebbe scritto lui), e in tal sede Descartes si avvalse dell'immagine di un “genio maligno” da aggirare per approdare alla sua verità. Se davvero l'Occidente cartesiano non ci piace, forse forse per smontarlo e rimontarlo meglio vale la pena di togliere la maschera al genio maligno e restituirgli la sua identità originaria di demone socratico, che ci accompagni nella ricerca infinita di una Verità che non è mai data una volta per tutte. E a questo proposito, sarebbe molto opportuno fare spazio sull'altarino dedicato al demone e fare spazio anche alle dottrine della sacerdotessa Diotima sulla funzione cosmica ed etica dell'amore, o ancora di più coinvolgere nel nostro dialogo socratico anche la povera Santippe, cui nessuno ha mai chiesto com'è stato vivere con un marito che manteneva lei e i tre figlioli con le elemosine degli amici e ha reputato più giusto morire, lasciandoli in miseria, piuttosto che rifarsi una vita altrove tutt'assieme. Io non sono un necromante abbastanza abile da evocare lo spirito di Santippe e dialogare con lei, e chiederle “Cos'è la libertà, per chi non esce di casa?” oppure “Cos'è la giustizia, per chi non può lavorare?”, ma sono piuttosto certo che il mondo sia pieno di Santippi da coinvolgere nei nostri discorsi: alcune di loro si chiamano Angela Yvonne Davis, Sakîne “Sara” Cansiz, Marielle Franco o Gloria Evangelina Anzaldúa, altre sono “las compas marchando en Reforma [...] las morras peleando en Sonora [...] las Comandantas luchando por Chiapas [...] las madres buscando en Tijuana”, altre ancora probabilmente mi state leggendo adesso (e ve ne sono grato).

Per cui, gente, facciamolo assieme questo passo all'indietro, e facciamolo tuttu. Comincio io, che un Tafano non lo sono, però sono un cretino:

“Cosa vuol dire, secondo te, comunità?”

log.livellosegreto.it/cretinod…


Accountability - Sagra IndieWeb Gennaio 2026


Qualche tempo fa ho chiesto in giro se ci fosse un po' di interesse a riproporre in italiano l'IndieWeb Carnival e a quanto pare un po' di movimento a riguardo sembra esserci.

Ma siamo italiani (non è vero, penso sia valido anche per altre parti del globo, ma la battuta ci sta sempre) e se aspettiamo di avere una struttura per iniziare non partiremo mai davvero con 'sta cosa.

Quindi eccomi qui a provare a inagurare questa iniziativa con un tema che mi sta ronzando in testa e sto facendo sempre più mio in questo inizio 2026: accountability. (Che spettacolo fare 'na cosa in italiano e usare subito una parola inglese, vero?)

Lo so, lo so che 'sta parola fa venire in mente qualcosa tipo le camicie ben stirate e le riunioni interminabili con HR in aziende di consulenza, ma giuro che ha un senso anche nella vita di tutti i giorni.

Faccio un po' fatica a tradurla in italiano: responsabilità non centra proprio il bersaglio (manca la parte di "rendere conto delle proprie azioni"), "Rispondere delle proprie azioni" è una locuzione che forse c'azzecca di più, ma non è manco il punto principale del tutto... insomma, per me accountability significa non solo essere consapevoli e responsabili delle proprie azioni e scelte, ma anche essere pronti e disposti a spiegarle, metterle in discussione e "difenderle" nel momento in cui impattano sé stessi o le altre persone.

E se questa cosa a lavoro mi riesce molto bene, nella vita ho notato che faccio un po' fatica a farlo come mi ha dimostrato questo 2025. No, non nel senso che ho paura di assumermi responsabilità di ciò che dico o faccio, ma nel senso che è capitato di farmi più scrupoli del necessario (e finire per prendermi responsabilità non mie) o di cercare di mediare mettendo da parte la responsabilità personale e finendo a cercare di sostenere scelte altrui in una spirale davvero insensata.

Vabbeh, 'sta cosa sembra una supercazzola non chiara a nessuna creatura vivente tranne me. Insomma, il punto è che vorrei riuscire ad essere più chiaro e trasparente con me stesso e con le persone che ho attorno anche nel prendere e difendere correttamente (enfasi su questa parola) le scelte fatte e le motivazioni dietro di esse.

Quindi sì, accountability è la parola con cui sto provando ad iniziare questo 2026.

-

E voi, giostraie e giostrai [1], cosa ne pensate dell'accountability nelle vostre vite?

Mi son mangiato troppo ragù nelle feste e sto complicando qualcosa che invece dovrebbe essere molto più semplice oppure per voi 'sta parola e 'sto termine esiste solo associato agli uffici dedicati a rinuioni interminabili e cazziatoni lavorativi?

Se vi va, ditemi che ne pensate taggandomi sul Fediverso (@ed@livellosegreto.it) e se scrivete un pezzo sul vostro blog/sito/altro linkatemelo così lo aggiungo qui sotto 👇

Infine, se 'sta cosa della Sagra Indieweb in lingua italiana vi interessa fatemi sapere che vediamo di tenerla in piedi per bene durante il 2026 avvicendandoci per la scelta degli argomenti.


  1. dai che mi sembrava carina con la cosa della Sagra, mi manca però la versione neutra. ↩︎


Chi ha partecipato a 'sto giro?


Sagra IndieWeb 2026
Oh primo post del 2026, buon anno! In realtà questa è una bloggata di risposta a quanto scriveva il buon Ed…
Andrea CorintiAndrea Corinti


Una passeggiata alla Sagra IndieWeb Gennaio 2026


Accountability: oneri et al. (Sagra IndieWeb 2026 - Gennaio)
Al di là del fatto che le feste hanno portato anche me come Ed a un’overdose di ragù1, il tema del primo mese della Sagra Indieweb 2026 mi piaceva a volevo spendere due parole in merito. Due parole che dovevano essere davvero due-due, invece forse diventeranno quattro perché ci ho rimuginato sopra un bel po’ in volo verso Tokyo e in questi giorni guardando la skyline della mia capitale preferita.La prima parte, quella banale, è che ovviamente questa parola a me che sotto sotto sono un positiv…
Grab The Blaster


Sagra IndieWeb - Accountability
Una piccola riflessione sull’accountability per la Sagra IndieWeb di Gennaio 2026
[url=https://www.stranatesta.eu/Gilberto]stranatesta.eu/Gilberto
Ficara

[/url]
Accountability
Perché ci stiamo, cosa ci aspettiamo da lui, le nostre esperienze e impressioni, un fiorino, boh
77nn.itautore.html


Abracadabra, accountability!
Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo pren…
StorieparoleStorieparole


A proposito della responsabilità personale e collettiva
Se non l’avete ancora notato, questo mio blog è ospitato sul server Livello Segreto, un “nodo” italofono di una rete di siti web indipe…
Il quaderno del Cretino di CrescenzagoIl quaderno del Cretino di Crescenzago




Le contrat

Si tu sens que ton corps peine ou s’affaiblit, ne lutte pas : laisse-le s’exprimer librement. En libérant ton corps, tu ouvres un vortex à d’autres énergies qui pourraient te stimuler. C’est l’effort qui t’empêche de profiter de la pleine santé, car il t’attache aux possibilités du corps telles que tu les conçois.

La lutte est le résultat d’un attachement : cela limite tes potentialités et te met toujours dans des situations inconfortables. Lorsque tu fournis un effort sans la participation de ton âme, tu exténues le corps, car tu contraries sa nature.

Ton corps, à l’état brut, est en phase avec la nature et suit son mouvement. Dès que tu prends des décisions pour lui par la logique du mental, tu le dénatures et il devient dysfonctionnel. Écoute-le au lieu de chercher à le contrôler : il est lié directement à ton âme.

Tu ne peux connaître sa réalité que lorsque tu restes connecté à lui, afin qu’il t’amène jusqu’à la conscience de ton être divin.

Le contrôle que tu exerces sur tout ce que tu rencontres te sépare de toi-même.

Ton impatience est un grand obstacle à ton épanouissement : elle te cause fatigue et désespoir. Si ta patience devient sans limite, tu arriveras au point zéro, dans le présent éternel. C’est une question de détachement. Laisse ton impatience s’exprimer librement sans que tu participes à son énergie : cela te permettra de te désimpliquer de son mouvement.

Quand tu te libères de quelqu’un ou de quelque chose, tu le libères en même temps. Si tu te libères de ceux qui cherchent à te faire du mal, tu les dispenses de leurs obligations d’être malveillants avec toi. Ce sont des contrats que tu signes avec les autres pour faire certaines expériences ; tu peux t’en affranchir à tout moment. Tu peux même te libérer de l’emprise de l’énergie diabolique que tu personnifies à l’extérieur sous forme de despotes et de tyrans.

Tu dois te libérer de tous ces contrats qui t’engagent à faire des expériences qui ne sont plus nécessaires ni désirables, parce que tu as acquis une nouvelle prise de conscience et que ce jeu ne t’intéresse plus.

Ton corps fait partie de ces contrats : tu es en lutte avec lui, tu cherches à l’aider parce que tu crois qu’il fonctionne mal, qu’il faut le contrôler afin de le guérir ou de le sauver. Du coup, tu te trouves face à un ennemi qu’il faut abattre ; dans ce cas, ce sont les maladies et les malformations.

Contrairement à ce que tu crois, la nature ne fait pas d’erreurs : ce sont tes perceptions qui personnifient tes croyances, rendant réel l’irréel. Si tu arrêtes tes accusations contre la vie, tu vas te libérer de tes croyances et libérer la nature du contrat ; ainsi, tout fleurira autour de toi.

C’est toi qui empêches la vie de s’épanouir, sans t’en rendre compte : tu la retiens emprisonnée dans tes dogmes et tes croyances. Elle s’exprime dans ton monde comme tu la penses ; si tu renonces à la contrôler, tu la retrouveras telle qu’elle est, dans sa splendeur et son émerveillement.

Quand tu as un problème, pense au contrat et annule-le si tu cherches la paix. Tu le trouveras dans tes énergies de jugement, de non-acceptation, de riposte et de réaction. Neutralise toutes ces énergies et n’accorde pas de crédit à celui que tu prends pour adversaire. Autrement dit : ne réagis pas.

Yulen

L’esprit du feu

Riad Zein

riadzein.com/


sharedblog.it/spirituel/le-con…



L'ÀNCORA DELLA VITA


Premessa: questo è un racconto pesante, tratta temi molto delicati in una narrazione che lascia volutamente l'interpretazione al lettore. Intendo dire che il concetto base magari risulta chiaro, ma a ognuno potrebbe comunque comunicare qualcosa di diverso e personale in base al proprio vissuto. Io ci ho messo del mio e, a chiunque leggerà, auguro che alla fine possa portare un po' di speranza e vicinanza. Buona lettura.

La terra è fredda. La posso sentire sotto i palmi, a contatto con i piedi nudi e le gambe scoperte, incrociate. Intorno a me non c'è il minimo suono, non l'alito del vento, il canto degli uccelli o il ronzio degli insetti, tutto è immobile. Niente è presente. Non saprei dire da quanto sono seduta a terra ferma come una statua, ma so che guardo senza vedere: sono in grado di dire che la terra è nera, così nera da sembrare catrame; e so che il cielo è scuro, di una tenebra che non ha nulla a che vedere con la notte; sono consapevole che qui non ci sono rocce, minerali, non è presente l'acqua, le piante non crescono, i semi non esistono e gli animali nemmeno. So che qui la vita non c'è. Ma non vedo realmente ciò che mi circonda. Non mi interessa vederlo. Perché so che intorno a me troverò sempre e solo quell'infinita desolazione. Nemmeno il vento è qui a tenermi compagnia. Sento solo un freddo profondo, che sembra arrivare direttamente dal cuore del ghiaccio. Percorre le membra, invade le vene e offusca la mente. Nella mia immobilità, osservo la vastità del vuoto con occhi spenti, quasi vitrei. I miei sensi sono ovattati e rallentati. Non so perché mi trovo qui, dovunque io sia... Non me lo ricordo. Se respirare non fosse automatico, credo che mi sarei dimenticata anche di quello. Qualcuno, vedendomi così, potrebbe domandarsi se io sia sotto ipnosi o qualcosa di simile. Qualcuno... Già, ma qui sono sola. Completamente sola. Un suono mi giunge improvvisamente all'orecchio, ma è così distante che non riesco a dargli un nome. Inclino leggermente la testa da un lato, come se questo movimento potesse aiutarmi a definirlo, ma non serve. A quel suono se ne aggiungono altri, confusi, distorti... dolorosi. Fanno male, non voglio più sentirli. Chiudo gli occhi e smetto di ascoltare, con la ferma volontà di farli sparire, mentre una parte di me vorrebbe aggrapparsi ad essi... A quei ricordi. In pochi istanti torna il silenzio immobile. Ma i miei senti sono meno assopiti, il corpo è meno intorpidito. No, non sto meglio. I muscoli si sono attivati come reazione istintiva al dolore: quei suoni hanno intensificato il freddo pungente. È come avere delle dita artigliate addosso, pronte a dilaniare ogni mia fibra. La terra è gelida. Non voglio più stare ferma. Devo muovermi. Con le pupille costantemente fisse in un punto vuoto, il corpo risponde al comando e mi alzo in piedi. Un passo. Un altro. Un altro ancora. Cammino lentamente, quasi in maniera meccanica, come se fossi solo un burattino. Un automa. Il mio sguardo non si sposta. Vado avanti aumentando gradualmente la velocità. In breve tempo mi ritrovo a correre, ma anche così non sento il vento, eppure l'aria è pesante e brucia i polmoni: entra dalla bocca socchiusa, scende per la gola addensandosi come se volesse soffocarmi. Fa male, ma continuo a correre più che posso. Non so dove sto andando, non so da cosa scappo. Ma so che non servirà, il dolore non passerà e io non ho dove nascondermi. La tetra landa oscura è senza fine, ovunque io vada sarà come rimanere immobile. Gli occhi si appannano di lacrime, bruciano e si gonfiano arrossati, anche se restano opachi e impassibili. Quando la sofferenza è troppa, il volto si trasforma in una maschera di apatia. Dolore annulla dolore, non è così? Tutto diventa troppo, e il troppo diventa sopportabile solo quando si smette di sentire. Ma prima o poi deve uscire. Freno bruscamente la mia folle corsa crollando in ginocchio e urlando tutto il mio dolore al cielo minaccioso... Gli occhi sofferenti. Grido talmente tanto da perdere la voce e finire le lacrime. Tengo la bocca aperta facendo respiri pesanti, cercando di riprendere fiato. Tutto il mio corpo trema, ma non per il freddo interiore che mi ha perseguitata tutto il tempo, e neanche per la stanchezza. Affloscio le braccia ai fianchi, le mani scorrono brevemente sul terreno. Quel terreno nero che ora più che mai sembra volermi inghiottire. Ma sono stanca. Correre non serve. Sono sfinita, voglio solo che tutto questo finisca. Basta. Abbasso lentamente la testa, gli occhi si fanno nuovamente spenti, fissi sul terreno. La terra è fine. La terra è... Ma quando penso di abbandonarmi completamente a me stessa, qualcosa attira le mie pupille. Qualcosa di sfocato e insolitamente colorato. Il barlume di vita negli occhi che ancora non è stato sopraffatto dal vuoto mi dà la forza di mettere a fuoco l'immagine e finalmente riesco a vederlo bene: è un fiore. Quel piccolo essere vivente è l'elemento che stona, quello non dovrebbe mai potersi trovare in un posto del genere. Quell'eccezione fa scorrere dentro di me un flusso tiepido che allevia il gelo. Risollevo la testa lentamente, di poco, lo sguardo fermo sul fiore. Lo osservo per vari istanti. Lo guardo. Lo vedo. Sento di volermi avvicinare, ma non ce la faccio ad alzarmi. Così mi trascino su quattro zampe cautamente, senza distogliere gli occhi da quella piccola forma di vita. Man mano che mi avvicino, quel flusso tiepido si fa caldo, dissolvendo a poco a poco il freddo tagliente. Mi fermo dinanzi al fiore e lo sfioro con le dita chiudendo gli occhi. Un sospiro tremante mi esce dalla bocca. Percepisco la presenza di entità benevole e familiari. Sento le tenebre arretrare e una luce calda diffondersi attorno a me. I miei sensi escono dallo stato di trance e sento chiaramente un morbido pelo e un naso umido a contatto col mio palmo; una mano solidale è posata sulla mia spalla e un'altra, amorevole, sul braccio. Apro gli occhi. La terra nera è svanita. Sono in una casa. Nella mia casa. Davanti a me due grandi occhioni scuri, incastonati in un musetto chiaro, mi trasmettono tutta la loro vicinanza mentre una coda scodinzola battendo sul divano. Al mio fianco una persona cara mi sta vicina senza pressioni, mi fa capire che lei c'è. Senza parlare. Nessuno dei due ha bisogno di parlare. Adesso ho capito, so come fuggire dalle tenebre. Calde lacrime scorrono lungo le mie guance. Lacrime liberatorie, perché adesso non sono più sola. Il dolore mi aveva fatto dimenticare... ciò che mi tiene ancorata al mondo. La terra è calda. La terra ha di nuovo i colori. E io voglio vivere.

Nota dell'autrice: arrivati fin qui, lasciatemi aggiungere un pensiero per voi. Risulterò banale, ma non importa. Una singola persona potrebbe essere quella che ti salva la vita; ma ci tengo anche a dire che, quando si sta troppo male, per qualsiasi motivo, chiedere aiuto non è debolezza, ma consapevolezza della propria difficoltà e denota la voglia di stare meglio. La vita è preziosa, ed è una sfida continua. Trovate con chi condividere gioie e dolori e ricordate che vivere e sopravvivere sono due cose diverse.


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E' uscito il quinto numero della fanzine L'AlternativaL'Alternativa #2

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IL CARDELLINO IMITATORE


Tutti conosciamo il cardellino, vero? Non tanto per il suo splendido piumaggio, quanto più per il suo canto melodioso e armonioso che, non appena senti, ti riempie l’animo di vita e serenità. Ogni creatura possiede un’essenza diversa e quella del cardellino risiede nella sua voce, proprio come quella del pavone nella sua coda e quella del ragno nella sua tela: ecco cosa contraddistingue le specie le une dalle altre. Ma cosa accadrebbe se si nascesse privati di tale unicità? Questa sventura toccò a Senza Nota, un piccolo cardellino che non era in grado di cantare e che, a causa di questo, venne soprannominato in quel modo. I suoi genitori erano conosciuti per essere i migliori cantanti del mondo insieme a tre cuculi, cinque usignoli, un merlo, due pettirossi e un’aquila, e insieme si trovavano spesso per tenere dei concerti. Insomma, da due genitori del genere tutti si aspettavano una prole di grande talento, e così fu… almeno per quattro dei cinque figli. Tutti uscirono dal nido lanciando i tipici strilli dei pulcini appena nati, ma uno di loro emetteva versi alquanto insoliti e, a detta di chiunque l’avesse sentito, orribilmente striduli e stonati. I genitori ne rimasero molto sorpresi, ma erano buoni come il pane e trattarono tutti e cinque i piccoli in egual modo, senza mai screditare o far sentire inferiore il povero cardellino privo di talento; già, perché questo problema si rivelò costante anche nel corso del tempo, non ci fu nemmeno un briciolo di miglioramento nel canto dell’ormai soprannominato “Senza Nota” e purtroppo le voci si sparsero in fretta: non c’era un solo animale che non sapesse di lui, e se ne continuò a parlare anche mesi dopo la sua schiusa. sentì dire da una giovane lepre un giorno, mentre faceva un volo nei pressi del suo albero gracidò un maschio di rara con un sospiro. continuò la lepre mostrandosi dispiaciuta; poi scosse la testa prendendo un tono più altezzoso e velatamente sprezzante . Senza Nota tornò in fretta al nido, non volendo sentire altro; non c’era nessuno in quel momento, i suoi familiari erano certamente in giro Meglio così pensò lui, appollaiandosi nel nido e ruotando poi la testa sotto un’ala. Si sentiva infinitamente triste e demoralizzato. Era vero che non si mostrava molto, in effetti non si era mai allontanato per più di cinque metri dal suo albero; aveva paura di udire altri commenti taglienti sulla sua mancata unicità, e ogni volta che aveva provato a fare amicizia con qualcuno, negli occhi di quest’ultimo aveva visto solamente pena e sdegno. Mentre i brutti pensieri gli invadevano la mente, sentì improvvisamente un corpo caldo vicino al suo e un becco lisciargli le penne. biascicò sollevando appena la testa. cinguettò lei con voce gentile. chiese tremante alzando lo sguardo sulla madre, la quale smise di pulirgli le penne sollevò un’ala e la portò sul dorso del figlioletto . Spostò l’ala dal giovane cardellino e fece un ampio gesto verso il bosco circostante fece un cinguettio affettuoso e poi, spiegate le ali, si alzò in volo. Senza Nota la guardò sparire tra gli alberi. Non aveva compreso a pieno le sue parole, ma l’idea di esplorare lo terrorizzava ed eccitava al tempo stesso si disse. E così, preso coraggio, spiccò il volo e per la prima volta superò i suoi cinque metri dal nido. Durante il suo volo sentì diversi commenti su di lui, ma si costrinse ad ignorarli e andò avanti, concentrandosi invece sul memorizzare la strada e gli alberi che vedeva. Non sapeva bene da quanto stava volando, forse sette minuti o dieci, quando all’improvviso gli alberi del bosco s’interruppero lasciando posto ad un paesaggio di prati e basse costruzioni, alcune con recinzioni tutt’intorno: era giunto a un paese di umani. Ne aveva solo sentito parlare da suo padre, il quale gli raccontava sempre che le persone amavano ascoltare i loro concerti e molte volte li guardavano da lontano; diceva che non si avvicinavano mai troppo. Il giovane cardellino si ritrovò a volare tra quelle casette graziose, la maggior parte aveva dei fiori in vaso sui balconi; di tanto in tanto riusciva anche a scorgere i nidi delle rondini costruiti tra il tetto e il muro di quelle abitazioni. Quel luogo lo affascinava moltissimo, non solo per il paese in sé, ma anche per i suoi abitanti: vedeva le persone uscire ed entrare dai negozi, mangiare fuori intorno a dei tavoli vicino ai quali si radunavano molti passerotti nell’attesa di ricevere qualche briciola di cibo; inoltre, gli umani parlavano con strani accenti, ma privi di qualunque suono musicale tipico degli uccelli, non avevano neanche i ronzii di certi insetti e nemmeno il cupo brontolio degli orsi. Senza Nota stava giusto pensando a questo quando colse un suono, una melodia mai sentita prima che non poteva certamente appartenere ad un uccello, provenire da qualche parte lì vicino; incuriosito, si alzò di quota per avere più facilità ad individuare la provenienza di quella melodia. Si accorse ben presto di un gruppo di persone radunate davanti a un albero in un parco… e la musica arrivava proprio da lì! Il piccolo uccellino scese rapido e silenzioso fino ad andare a posarsi su uno dei rami di quell’albero, nascosto dal fogliame Questa musica è veramente bellissima, ed è proprio sotto di me! pensò emozionato guardando in basso, gli occhi fissi su un uomo che stava lì in piedi tenendo qualcosa nelle mani… ma non era immobile, eseguiva dei leggeri movimenti dolci, continuando a muovere un’asta sopra un oggetto di legno dalla forma particolare. La sorpresa di Senza Nota aumentò quando realizzò che era quell’oggetto a produrre la melodia, anche se non aveva idea di cosa fosse. Le ore trascorsero, il cardellino era rimasto tutto il tempo ad ascoltare l’uomo, che alternava i brani con delle brevi pause, e aveva anche notato che alcuni passanti si fermavano e poi lasciavano qualcosa in una custodia nera posta di fronte all’uomo; poi arrivò il momento di andare a casa Devo assolutamente scoprire dove abita questo signore. Così, dopo pochi minuti di volo sopra di lui, lo vide entrare nel giardino di una casa; il cardellino si appostò velocemente tra i rami di un arbusto nel giardino, dal quale poté vedere l’uomo venire raggiunto di corsa da una bambina, che era appena uscita di casa. esclamò la piccola umana nel pieno dell’euforia. Il padre le sorrise con tenerezza detto ciò, Viola corse in casa. Anche lei sa produrre la musica? Senza Nota sentì di nuovo la tristezza farsi avanti dentro di lui. Ecco un padre musicista con una figlia futura musicista e, chissà, forse anche la madre era musicista! Il cardellino scosse la testa per scacciare quei pensieri e decise di osservare la bambina; si alzò in volo e andò a posarsi sul davanzale di una finestra aperta al piano terra. Ma dentro vide solo una donna adulta girare qua e là a fare chissà che cosa; si sporse un po’ per guardare meglio, quando udì un suono provenire dall’alto: un’altra musica, ma diversa da quella prodotta dal signore. Senza Nota raggiunse il davanzale di una finestra al piano superiore, aperta con un solo spiraglio, e guardò dentro, rimanendo nuovamente affascinato: la bambina era seduta davanti a un grandissimo “mobile” nero, e sembrava premere qualcosa che dava vita alla musica. Passò molti minuti accovacciato lì a godersi la melodia, arrivando anche sul punto di addormentarsi, e fu per questo che non si accorse subito che la bambina si era fermata per guardarlo; ci fece caso solo dopo pochi secondi, rendendosi conto che non udiva più alcun dolce suono, ma ormai la piccola umana era davanti alla finestra. la sentì esclamare. Ci mancò poco che il cardellino cadesse di sotto per lo spavento, agitando le ali. riprese lei abbassando la voce e aprendo completamente la finestra pigolò lui riprendendosi a poco a poco, ma facendosi comunque più piccolo. . Senza Nota annuì e volse lo sguardo al grande strumento nero. la bambina incrociò le braccia sul davanzale e ci appoggiò il mento sopra, sorridendo si rimise dritta con un saltello allegro e camminò verso il suo strumento. L’uccellino esitò, poi volò dentro la camera e andò a posarsi su un lato del pianoforte, dal quale poteva vedere i tasti. lo invitò Viola con allegria, sedendosi al proprio posto. Senza Nota la guardò sorpreso, poi osservò i tasti; scese sul primo con un saltino e sbatté le ali sorpreso quando questo produsse una nota bassissima. Viola rise . Il cardellino si spostò dall’altra parte e atterrò su un altro tasto, che questa volta intonò un bel suono alto e piacevole. La cosa cominciò a piacere molto al piccolo uccellino, che prese a spostarsi di qua e di là suonando quell’enorme strumento. Gli venne un’improvvisa voglia di cantare, ma si bloccò Non farti riconoscere pure dagli umani si spostò dai tasti tornando a posarsi sul lato, abbassando la testa. lo applaudì la bambina quella frase lo fece anche stare peggio <… Io non canto> ora Viola lo guardava con stupore ripeté Viola sbattendo gli enormi occhi . Il cardellino girò la testa afflosciando le ali esclamò lei sconvolta Senza Nota volle assecondarla, solo per non prolungare ulteriormente quella tortura. E così aprì il becco lasciando uscire i suoni di un cinguettio stonato che era troppo basso o troppo acuto. Viola di tappò le orecchie per riflesso, ma ascoltò comunque . Il piccoletto la guardò senza capire e schiacciò un Mi della scala centrale. Senza Nota cinguettò sopra, senza nemmeno sapere perché lo stesse facendo… Ma il suono che uscì non era un vero e proprio cinguettio, ma l’imitazione precisa del suono del pianoforte! Viola ne suonò un’altra e Senza Nota la imitò perfettamente. E andarono avanti così per qualche minuto, poi la bambina passò a suonare un vero e proprio brano e il cardellino intonò i suoni di altri tasti che si adattavano alla melodia. disse Viola correndo fuori dalla camera. So cantare! Anzi, imito il pianoforte! Era incredibile per lui, come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. Viola tornò dopo pochi secondi in compagnia di suo padre, che aveva in spalla la custodia del violino stava dicendo lei con entusiasmo. L’uomo si avvicinò al pianoforte e si abbassò per guardare bene il cardellino sorrise togliendosi la custodia dalla spalla . Senza Nota annuì poco sicuro mentre lo osservava tirare fuori il violino. disse l’uomo e suonò un La prolungato, molto acuto, che il cardellino replicò subito; il procedimento fu uguale a quello usato per il pianoforte, quindi prima note singole e poi un brano completo. Anche questa volta, Senza Nota si dimostrò all’altezza. gli disse il padre di Viola balbettò l’uccellino con gli occhi spalancati. intervenne Viola . Violin, al culmine della felicità, volò a casa con la promessa di tornare da loro il giorno dopo. Arrivato al nido non perse tempo per raccontare alla sua famiglia dell’incredibile scoperta sul suo talento nascosto, e chiese loro di andare con lui in paese il giorno seguente; poté così farli assistere a quello che per lui era stato un miracolo. Si scoprì che replicava perfettamente anche l’arpa, suonata dalla madre di Viola, e qualunque altro strumento musicale disponibile in una scuola di musica lì in paese. La sua fama crebbe velocemente tra gli uomini e ci furono sempre più visitatori che volevano assistere ai concerti tenuti dalle persone insieme a Violin; anche tra gli animali si sparse in fretta la voce del suo talento e ben presto “Senza Nota” venne sostituito da “l’incredibile Violin”. Un giorno, prima di un concerto molto importante per la festa di Natale con la partecipazione di Violin, la sua famiglia e il gruppo di canto dei genitori, la madre del cardellino lo affiancò dandogli un colpetto sulla testa col becco . Era vero. L’uccellino era nato senza la tipica dote della sua specie, ma aveva trovato ben altro, qualcosa di altrettanto meraviglioso che potesse riempire tutti i cuori di gioia, felicità, meraviglia, amore… Violin aveva compreso che la vita sa essere imprevedibile, e che non bisogna abbattersi alle prime difficoltà e lasciare che queste ti facciamo cadere in un baratro di tristezza. Invece, bisogna andare avanti perché solo così si avrà modo di scoprire la magia che si cela dentro di te, solo così potrà uscire allo scoperto e unirsi alla danza dei talenti del mondo.

Nota dell'autrice: scrissi questo questo breve racconto circa un anno fa, conservandolo in attesa di trovare una piattaforma sicura dove poterlo condividere; è pensato principalmente come storiella per i piccini, ma al tempo stesso racchiude un insegnamento e una narrazione che spero possano essere graditi anche dai più grandi. Mi farebbe piacere avere dei pareri, positivi o negativi, purché siano sempre costruttivi e rispettosi. Grazie a chiunque leggerà questa storia.


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Andy Shauf - The Party (2016)


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Da sempre le canzoni di Andy Shauf hanno il raro potere di trasportare l'ascoltatore nelle storie che raccontano, o, in questo caso, anche solo nelle brevi epifanie quasi oniriche con cui si potrebbe descrivere questa “festa”, il classico house party americano: la ragazza che balla, sola, sotto gli occhi di tutti (“Eyes of Them All”), la coppia sempre sull'orlo del litigio (“The Worst in You”), il corteggiamento fuori luogo (“Quite Like You”)... artesuono.blogspot.com/2016/06…


Ascolta il disco: album.link/s/35FWLG8Ysjj1BF3sx…



noblogo.org/available/andy-sha…


Andy Shauf - The Party (2016)


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Da sempre le canzoni di Andy Shauf hanno il raro potere di trasportare l'ascoltatore nelle storie che raccontano, o, in questo caso, anche solo nelle brevi epifanie quasi oniriche con cui si potrebbe descrivere questa “festa”, il classico house party americano: la ragazza che balla, sola, sotto gli occhi di tutti (“Eyes of Them All”), la coppia sempre sull'orlo del litigio (“The Worst in You”), il corteggiamento fuori luogo (“Quite Like You”)... artesuono.blogspot.com/2016/06…


Ascolta il disco: album.link/s/35FWLG8Ysjj1BF3sx…


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