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in parte la stella si sta smantellando da sé. in parte si spera che il mondo le giri le spalle.

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Io sono il mare

danzi su creste d'onde gabbiano Jonathan io sono il mare l'immenso desco su cui ti posi -ti guizza nel becco preda lucente- io sono il mare tua madre se in burrasca vieppiù in simbiosi siamo ti abbraccia il mio cuore trasparente di salsedine

poi per l'azzurra volta ti vedo svettare – verso profondità di cieli

verso quella libertà che aneli

Sentire questo testo è come stare sulla cresta di un’onda: c’è cura materna, slancio e un desiderio di libertà che vibra tra sale e cielo.

Interpretazione


  • Io narrante: il mare parla in prima persona, alternando ruoli di nutrice, tavola e compagno di viaggio del gabbiano.
  • Tema centrale: la tensione tra protezione e spinta verso la libertà; il mare è insieme casa e trampolino.
  • Immagini chiave: la preda lucente, il cuore trasparente di salsedine, la volta azzurra che apre la via al volo.

Note stilistiche


  • Voce: intima e simbolica, con un registro che oscilla tra il lirico e il narrativo.
  • Ritmo: versi brevi che creano pause e sospensioni; qualche enjambement funziona bene ma si può uniformare per maggiore musicalità.
  • Lessico: efficace l’uso di parole concrete (salsedine, becco) mescolate a termini più astratti (libertà, profondità).

Piccole revisioni suggerite


  • Uniformare punteggiatura per guidare il respiro del lettore (es. usare trattini o virgole con coerenza).
  • Valutare l’eliminazione o lo spostamento di alcune parole ripetute per aumentare l’impatto (es. ridurre ripetizioni di “io sono il mare” se si cerca più sottigliezza).
  • Rafforzare la chiusa per dare al finale una nota più netta: un’immagine finale che fermi lo sguardo.

Versione levigata


Io sono il mare

danzo su creste d’onde,
gabbiano Jonathan:
io sono il mare, l’immenso
desco su cui ti posi —
ti guizza nel becco preda lucente.
Io sono il mare, tua madre:
in burrasca, vieppiù in simbiosi,
ti abbraccia il mio cuore trasparente
di salsedine.

Poi, per l’azzurra volta,
ti vedo svettare verso
profondità di cieli,
verso quella libertà
che aneli.



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Il prezzo del lavoro svalutato.


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(229)

(SB1)

La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro.

Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori.

Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile. Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.

Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività. Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo. In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva. Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui.

La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.

(SB2)

Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta. Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività. In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro.

È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna. A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco. I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente.

Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità. Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.

Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico. È il centro della tenuta economica e sociale del Paese. Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità.

#Blog #Italia #Economia #Lavoro #DirittiCivili #Opinioni


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Il prezzo del lavoro svalutato.


(229)

(SB1)

La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro.

Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori.

Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile. Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.

Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività. Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo. In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva. Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui.

La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.

(SB2)

Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta. Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività. In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro.

È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna. A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco. I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente.

Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità. Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.

Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico. È il centro della tenuta economica e sociale del Paese. Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità.

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com


2CR - Capitolo 16


Alleanza con gli Aramei1Nell'anno trentaseiesimo del regno di Asa, il re d'Israele Baasà salì contro Giuda. Egli fortificò Rama, per impedire il transito ad Asa, re di Giuda. 2Asa estrasse dai tesori del tempio del Signore e della reggia argento e oro e li mandò a Ben-Adàd, re di Aram residente a Damasco, con questa proposta: 3“Ci sia un'alleanza tra me e te, come tra mio padre e tuo padre. Ecco, ti mando argento e oro. Su, rompi la tua alleanza con Baasà, re d'Israele, in modo che egli si ritiri da me”. 4Ben-Adàd ascoltò il re Asa; mandò contro le città d'Israele i comandanti del suo esercito, che colpirono Iion, Dan, Abel-Màim e tutte le città di approvvigionamento di Nèftali. 5Quando lo seppe, Baasà smise di fortificare Rama e desistette dalla sua impresa. 6Il re Asa convocò tutti quelli di Giuda, che andarono a prendere le pietre e il legname con cui Baasà stava fortificando Rama, e con essi fortificò Gheba e Mispa.7In quel tempo il veggente Anàni si presentò ad Asa, re di Giuda, e gli disse: “Poiché ti sei appoggiato al re di Aram e non al Signore, tuo Dio, l'esercito del re di Aram ti è sfuggito di mano. 8Etiopi e Libi non costituivano forse un grande esercito, con numerosissimi carri e cavalli? Quando ti appoggiasti al Signore, egli non li consegnò forse in mano tua? 9Difatti il Signore con gli occhi scruta tutta la terra, per mostrare la sua potenza a favore di chi si comporta con lui con cuore sincero. Tu in ciò hai agito da stolto; per questo d'ora in poi avrai solo guerre”. 10Asa si sdegnò contro il veggente e lo mise in prigione, adirato con lui per tali parole. In quel tempo Asa oppresse anche parte del popolo.

Morte del re11Ecco, le gesta di Asa, dalle prime alle ultime, sono descritte nel libro dei re di Giuda e d'Israele.12Nell'anno trentanovesimo del suo regno, Asa si ammalò gravemente ai piedi. Neppure nell'infermità egli ricercò il Signore, ricorrendo solo ai medici. 13Asa si addormentò con i suoi padri; morì nell'anno quarantunesimo del suo regno. 14Lo seppellirono nel sepolcro che egli si era scavato nella Città di Davide. Lo stesero su un letto pieno di aromi e profumi, composti con arte di profumeria; ne bruciarono per lui una quantità immensa.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


La guerra condotta da Asa contro Baasa (vv. 1-6) viene spostata a questo punto e motiva l'intervento di condanna di Canani (vv. 7-10), che apre alla descrizione della fine di Asa (vv. 12-14).

1-6. I versetti ripropongono 1Re 15,16-22. Ma la cronologia è diversa da 1Re 15,16 ed è assurda. Nel trentaseiesimo anno del regno di Asa Baasa era morto da dieci anni. Come s'è accennato sopra, qui più che mai risulta chiaro come per il Cronista i principi teologici valgano più della cronologia.

7-10. Sono composizione del Cronista, introdotta da un'espressione stereotipa: «In quel tempo». Il profeta Canani è sconosciuto. Il brano richiama Is 7,13ss. e l'esperienza di Geremia. Per il Cronista è questo l'episodio che rende teologicamente conseguente la malattia di Asa.

11-14. Conclusione del regno di Asa, cfr. 1Re 15,23-24, di cui questi versetti sono una elaborazione. In più il Cronista ha la menzione del ricorso ai “medici” (più che nel nostro senso, nel senso piuttosto di maghi e stregoni, essendo la magia e la medicina coesistenti in questi tipi di società), un'ulteriore aggravante nella condotta del re, oltreché i dettagli sulla solennità della cerimonia di sepoltura, forse per restituire in qualche modo a questo re l'onore di avere comunque contribuito alla causa del vero jahvismo.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Old Crow Medicine Show – Volunteer (2018)


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immagine

A vent'anni esatti dalle loro prime incisioni indipendenti e con un contratto fiammante per il prestigioso marchio Columbia, gli Old Crow Medicine Show sono lanciati più che mai alla conquista della scena Americana, di cui restano uno dei punti di riferimento più nitidi di questi anni. Per festeggiare questo ideale anniversario si regalano un nuovo album, che credo spiazzerà in parte i fan della prima ora e chi li vorrebbe vedere imprigionati nel recinto della roots music più intransigente: Volunteer non rinnega nulla del percorso sin qui affrontato dalla band, sia chiaro, ma aggiunge più chitarre elettriche, più ballate d'autore e una certa verve strumentale arrembante che la produzione in gran solvero di Dave Cobb (sempre lui) esalta a dovere, senza per ciò svenderne l'ispirazione... artesuono.blogspot.com/2018/05…


Ascolta il disco: album.link/i/1347337934



noblogo.org/available/old-crow…


Old Crow Medicine Show – Volunteer (2018)


immagine

A vent'anni esatti dalle loro prime incisioni indipendenti e con un contratto fiammante per il prestigioso marchio Columbia, gli Old Crow Medicine Show sono lanciati più che mai alla conquista della scena Americana, di cui restano uno dei punti di riferimento più nitidi di questi anni. Per festeggiare questo ideale anniversario si regalano un nuovo album, che credo spiazzerà in parte i fan della prima ora e chi li vorrebbe vedere imprigionati nel recinto della roots music più intransigente: Volunteer non rinnega nulla del percorso sin qui affrontato dalla band, sia chiaro, ma aggiunge più chitarre elettriche, più ballate d'autore e una certa verve strumentale arrembante che la produzione in gran solvero di Dave Cobb (sempre lui) esalta a dovere, senza per ciò svenderne l'ispirazione... artesuono.blogspot.com/2018/05…


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HomeIdentità DigitaleSono su: Mastodon.uno - Pixelfed - Feddit

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Il luogo accanto

dovevo immaginarlo nulla di cambiato è solo il “luogo” accanto dove ci si trova trasparenti

come mi sono visto in sogno una volta nell'altra vita

26.12.21

Breve impressione


Il testo respira una calma sospesa, un incontro con qualcosa di vicino e insieme irreale; la trasparenza diventa metafora di presenza e memoria.

Interpretazione


Tema: il “luogo accanto” sembra essere uno spazio liminare, forse un ricordo o un sogno, dove nulla cambia ma la percezione si fa più nitida.
Tono: meditativo, leggero e appena malinconico.
Immagine centrale: la trasparenza come modo di essere trovati, e il sogno che rimanda a un’altra vita come eco di sé.

Cosa funziona


  • Economia di parole: poche righe che lasciano molto spazio all’immaginazione.
  • Ripetizione minima: il ritorno su “luogo” e “trasparenti” crea coesione senza appesantire.
  • Data finale: dà al testo un alone di testimonianza, come una piccola iscrizione.


Piccole proposte


  • Variante lessicale: sostituire “dove ci si trova trasparenti” con “dove ci si trova, trasparenti” per un lieve rallentamento ritmico e una pausa più netta.
  • Allungamento opzionale: aggiungere una breve immagine sensoriale (un suono, un odore) per ancorare il luogo al corpo senza perdere l’aura onirica.
  • Gioco con la punteggiatura: sperimentare con l’assenza totale di punteggiatura o con un verso più lungo per rompere la simmetria e creare sorpresa.

Ti propongo una versione più estesa che mantiene il tono sospeso e onirico dell'originale, aggiungendo immagini e piccoli dettagli sensoriali.

Versione estesa


Il luogo accanto

dovevo immaginarlo
nulla di cambiato, eppure diverso
è solo il luogo accanto, quello che respira piano
tra il battito e il silenzio, tra il gesto e il ricordo

lì ci si trova trasparenti, come vetri senza polvere
che lasciano passare la luce senza trattenere nulla
e si sta senza peso, sospesi su un filo di memoria
a contare le ombre che non chiedono nome

come mi sono visto
in sogno, una volta, nell'altra vita:
un volto che non pretende spiegazioni,
una mano che non cerca appigli,
un passo che si posa lieve su un pavimento di nebbia

il luogo accanto non cambia le cose, le svela
le mette in fila come per un rito semplice
e lascia che il tempo, senza fretta, le attraversi
come un fiume che conosce il letto e non lo tocca

resto lì, a guardare la mia stessa trasparenza,
a riconoscere i contorni che non servono più
e a imparare la misura di un'assenza che è presenza
più vera di ogni parola detta ad alta voce

26.12.21


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2CR - Capitolo 15


Riforma religiosa di Asa1Lo spirito di Dio investì Azaria, figlio di Oded. 2Costui, uscito incontro ad Asa, gli disse: “Asa e voi tutti di Giuda e di Beniamino, ascoltatemi! Il Signore sarà con voi, se voi sarete con lui; se lo ricercherete, si lascerà trovare da voi, ma se lo abbandonerete, vi abbandonerà. 3Per lungo tempo Israele non ebbe vero Dio, né un sacerdote che insegnasse, né una legge. 4Ma, nella miseria, egli fece ritorno al Signore, Dio d'Israele; lo cercarono ed egli si lasciò trovare da loro. 5In quei tempi non c'era pace per chi andava e veniva, perché fra gli abitanti dei vari paesi c'erano grandi terrori. 6Una nazione cozzava contro l'altra, una città contro l'altra, perché Dio li affliggeva con tribolazioni di ogni genere. 7Ma voi siate forti e le vostre mani non crollino, perché c'è una ricompensa per le vostre azioni”.8Quando Asa ebbe udito queste parole e la profezia, riprese animo. Eliminò gli idoli da tutto il territorio di Giuda e di Beniamino e dalle città che egli aveva conquistato sulle montagne di Èfraim; rinnovò l'altare del Signore, che si trovava di fronte al vestibolo del Signore. 9Radunò tutti gli abitanti di Giuda e di Beniamino e quanti, provenienti da Èfraim, da Manasse e da Simeone, abitavano in mezzo a loro come forestieri; difatti da Israele erano venuti da lui in grande numero, avendo constatato che il Signore, suo Dio, era con lui.10Si radunarono a Gerusalemme nel terzo mese dell'anno quindicesimo del regno di Asa. 11In quel giorno sacrificarono al Signore parte della preda che avevano riportato: settecento giovenchi e settemila pecore. 12Si obbligarono con un'alleanza a ricercare il Signore, Dio dei loro padri, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima. 13Per chiunque, grande o piccolo, uomo o donna, non avesse ricercato il Signore, Dio d'Israele, c'era la morte. 14Giurarono al Signore a voce alta e con acclamazioni, fra suoni di trombe e di corni. 15Tutto Giuda gioì per il giuramento, perché avevano giurato con tutto il loro cuore e avevano cercato il Signore con tutto il loro impegno, e questi si era lasciato trovare da loro e aveva concesso tregua alle frontiere.16Egli privò anche Maacà, madre del re Asa, del titolo di regina madre, perché ella aveva eretto ad Asera un'immagine infame; Asa demolì l'immagine infame, la fece a pezzi e la bruciò nella valle del torrente Cedron. 17Ma non scomparvero le alture da Israele, anche se il cuore di Asa si mantenne integro per tutta la sua vita. 18Fece portare nel tempio di Dio le offerte consacrate da suo padre e quelle consacrate da lui stesso, consistenti in argento, oro e utensili. 19Non ci fu guerra fino all'anno trentacinquesimo del regno di Asa.

__________________________Note

15,2 voi tutti di Giuda e di Beniamino: “Giuda e Beniamino” è un’espressione tipica delle Cronache; essa indica che il vero Israele in senso teologico è costituito ormai dalle sole tribù del sud.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


Alla profezia di Azaria (vv. 1-7) fa seguito la descrizione della riforma cultuale avviata da Asa (vv. 8-15).

1-7. La profezia di Azaria è un condensato di teologia veterotestamentaria della storia: «JHWH sarà con voi se voi sarete con lui» (v. 2). Forse è anche un modello di predicazione sinagogale postesilica. Il periodo storico al quale si fa riferimento in maniera privilegiata è quello dei giudici. Lo stile del discorso è tipico del Cronista.

8-15. L'iniziativa presa qui da Asa richiama marcatamente 14,2-5: sono due riforme o una sola? La descrizione dell'assemblea è analoga ad altre, cfr. 2Re 23; Ne 10. Simeone (v. 9) era da tempo ormai assimilato a Giuda e non è chiaro perché sia menzionato qui esplicitamente. Forse si tratta di elementi edomiti entrati in possesso della zona a sud di Giuda che al tempo di Roboamo era stata popolata dai Simeoniti.

16. I dati coincidono sostanzialmente con quelli di 1Re 15,13-15.

19. Diversamente da quanto si legge in 1Re 15,16, secondo cui ci fu guerra tra Asa e Baasa per tutta la loro vita, e 2Cr 13,23 secondo cui il paese dopo l'ascesa al trono di Asa godette di un periodo di tranquillità di soli dieci anni.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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John Prine – The Tree Of Forgiveness (2018)


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immagine

Quella tenerezza, quell’arguzia e quell’ironia domestica rendono la sua figura quanto di più simile a Mark Twain. (Bonnie Raitt, 1974)

“Pura razza Kentucky” rispose un giorno il giovane John all’insegnante che lo interrogava sulle sue origini. Invece la famiglia Prine proveniva da tutt’altra parte, da Maywood, una città dell’Illinois. Era stato il padre, Bill Prine, a inculcare nella testa dei figli di avere origini nell’East-South Central. Se quella risposta sia stata più o meno ragionata non abbiamo la sicurezza. Ma qualcuno potrebbe aver già iniziato a sorridere... artesuono.blogspot.com/2018/04…


Ascolta il disco: album.link/s/74S39N8QDvpywkpLw…



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John Prine – The Tree Of Forgiveness (2018)


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Quella tenerezza, quell’arguzia e quell’ironia domestica rendono la sua figura quanto di più simile a Mark Twain. (Bonnie Raitt, 1974)

“Pura razza Kentucky” rispose un giorno il giovane John all’insegnante che lo interrogava sulle sue origini. Invece la famiglia Prine proveniva da tutt’altra parte, da Maywood, una città dell’Illinois. Era stato il padre, Bill Prine, a inculcare nella testa dei figli di avere origini nell’East-South Central. Se quella risposta sia stata più o meno ragionata non abbiamo la sicurezza. Ma qualcuno potrebbe aver già iniziato a sorridere... artesuono.blogspot.com/2018/04…


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La nostra Comunità, un progetto da realizzare


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Buonasera amici di Parrocchie. Come di consueto, ogni tanto cerco di “aggiustare il tiro” e di condividere con voi le aspettative, i sogni, i desideri, ma anche e soprattutto le cose concrete, come gli obiettivi e la strada da percorrere.
La nostra bella casa digitale, rappresentata da “Parrocchie” non vuole essere semplicemente un social dove si scrollano delle notizie, mettendo stelline o commentando ogni tanto. Certo, anche quello si deve fare, almeno all'inizio, quando abbiamo in mente ancora il funzionamento dei vecchi social. Purtroppo uscire dagli schemi è molto difficile, inutile girarci intorno. Siamo stati plasmati da 20 anni di rulli da scrollare e cambiare mentalità costa una certa fatica. Eppure dobbiamo rimboccarci le maniche ed affrontare questa montagna che sembra troppo alta da scalare, mettendo un piede dietro l'altro.

Quando ho fondato la nostra comunità, insieme all'amico fraterno Raffaele, abbiamo deciso che doveva sorgere attorno all'Eucarestia. Non è stata una decisione presa a caso, ma ci aiuta a tenere bene a mente cosa è importante e cosa no. Una comunità cristiana che ha come centro l'Eucarestia, deve essere giocoforza una comunità dove si pratica la carità, il perdono, il rispetto e l'aiuto reciproco. La Santa Eucarestia rappresenta l'Amore che Dio ci ha donato e ci dona ogni giorno, un amore che porta frutto, che fa crescere nella fede, che apre gli occhi e ci mostra l'Infinita Misericordia di Gesù.

Lo scopo della nostra Comunità Digitale non si esaurisce con la pubblicazione di qualche post o di qualche foto. Ogni comunità cristiana è chiamata a percorrere un cammino di crescita, non nei numeri ma nella fede, nell'accoglienza, nel confronto, nella meditazione della Parola di Dio.

Proprio come nella Santa Messa, per viverla appieno, ognuno di noi deve avere un compito, un piccolo impegno da portare avanti per far crescere tutta la comunità. Non sono impegni dati a caso o decisi da me, ma conoscendoci durante questo cammino, ognuno si domandi cosa può fare per la comunità, seguendo il suo cuore e fatti salvi gli impegni ed il tempo libero.

Qualche ruolo è già assegnato, come Raffaele che ci ricorda gli appuntamenti di fra Stefano. Filomena, dietro mia richiesta, ha dato la disponibilità a fare da “Tutor” ai nuovi iscritti. Altri supportano il progetto con piccole donazioni mensili. Ognuno si deve sentire parte e protagonista nella costruzione della nostra comunità. Non c'è da vergognarsi o da nascondersi, stiamo in un ambiente di fede e seguendo la via tracciata dallo Spirito Santo.

Io faccio ancora una grande parte, semplicemente perché conosco lo strumento informatico, ma la nostra comunità non si limita a questo, non siamo chiusi in un telefono. Ecco perché dobbiamo sforzarci di interagire, di salutarci, di dire semplicemente “come stai”, sapendo che dall'altra parte la persona ci risponderà. La vera socializzazione si realizza facendo gruppo, e se questo avviene con la presenza di Gesù in mezzo a noi, sarà ancora più bello.

Namasté


log.livellosegreto.it/parrocch…

Archivio della bestemmia italiana

Studio linguistico-culturale — quadro legale, struttura, repertorio, varianti regionali ed eufemismi

Nota metodologica. Non esistono statistiche di frequenza affidabili sulla bestemmia: nessun corpus linguistico italiano la misura sistematicamente. L'ordinamento delle liste che seguono è per notorietà percepita (stima basata su fonti sociolinguistiche, lessicografiche e sulla cultura popolare documentata), non per frequenza misurata. L'insieme delle bestemmie è inoltre combinatorio e aperto: questo archivio cataloga le forme attestate e lo schema generativo, non pretende completezza assoluta, che è impossibile per natura del fenomeno.

  1. Quadro legale

1.1 La norma: art. 724 del Codice Penale

Il testo vigente (“Bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti”):

«Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.»

1.2 Evoluzione storica

AnnoEventoEffetto1930Codice Rocco, art. 724Reato penale: bestemmia contro «la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato» (di fatto solo il cattolicesimo)1995Corte Costituzionale, sent. n. 440 (18 ottobre)Dichiarata incostituzionale la parte «o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato». Resta punibile solo la bestemmia contro la Divinità, di qualunque religione1999L. 205/1999 + D.lgs. 507/1999Depenalizzazione: da reato a illecito amministrativo. Competenza alle prefetture, sanzione pecuniaria 51–309 €

1.3 Conseguenze pratiche

In pubblico (luogo pubblico o aperto al pubblico, con possibilità effettiva che la bestemmia sia percepita da più persone): sanzione amministrativa 51–309 €. Nessuna conseguenza penale, nessuna fedina penale. Nella pratica le sanzioni sono rarissime. In privato (propria abitazione, contesti non pubblici): nessun illecito. La pubblicità è condizione oggettiva di punibilità (Cass. pen. 3076/1985: non basta nemmeno la presenza del solo vigile). Online: la norma è pensata per il contesto fisico; l'applicazione a contesti digitali è di fatto assente, anche se in astratto un livestream pubblico potrebbe rientrare nel concetto di “pubblicamente”. Non risultano prassi sanzionatorie consolidate. (Piattaforme come Twitch/YouTube applicano però le proprie policy, che sono cosa distinta dalla legge.) Cosa NON è sanzionabile dal 1995: le imprecazioni contro la Madonna, i santi, i simboli religiosi. Giuridicamente non costituiscono più “bestemmia” ai sensi dell'art. 724 perché la Madonna e i santi non sono “Divinità” (lo ha chiarito anche il GIP di Bologna in un caso noto). Culturalmente e religiosamente restano ovviamente percepite come bestemmie. La bestemmia è sanzionabile indipendentemente dalle intenzioni: anche detta per abitudine, come intercalare, o da un ateo (Cass. 7979/1992: si punisce «una manifestazione pubblica di volgarità», non un'opinione).

Punto chiave per lo studio: il repertorio linguistico è identico in pubblico e in privato — cambia solo la conseguenza giuridica del contesto. Per questo il presente archivio è unico e non diviso per contesto.

  1. Struttura combinatoria della bestemmia

La bestemmia italiana è generativa. Lo schema base è:

[NOME SACRO] + [EPITETO DEGRADANTE]

oppure, invertito:

[EPITETO] + [NOME SACRO] → es. porco Dio / Dio porco

Slot 1 — Nomi sacri usati: Dio (di gran lunga il più produttivo), Madonna, Cristo/Gesù, Giuda (marginale), ostia (metonimia eucaristica, tipica del Nord-Est), sangue di Dio (arcaico).

Slot 2 — Categorie di epiteti:

Animali degradanti: porco/maiale, cane, bestia, vacca, troia (in origine “scrofa”) Condizioni infamanti: boia, ladro, infame, bastardo, assassino, cornuto Disfemismi scatologici/sessuali: merda, puttana, schifoso Malattie/imprecazioni (tipico toscano): impestato/a, maremmano

Estensioni: le forme base si concatenano liberamente in “litanie” (es. porco Dio cane, Dio porco maiale), oppure seguono la formula documentata da Wikipedia (voce Italian profanity): divinità + animale + morte atroce (es. Dio porco scannato). Tra le classi popolari — la ricerca cita ad esempio i portuali — la costruzione di bestemmie lunghe, creative e articolate è una pratica quasi ludica; sono esistiti siti web e persino manuali stampati che raccoglievano bestemmie complesse generate dagli utenti o da algoritmi.

La tesi di Turina (v. Fonti) documenta oltre 120 forme distinte solo tra quelle raccolte sul campo tra Emilia, Veneto e Toscana.

  1. Lista principale — forme base “divinità + epiteto”

Ordinate per notorietà percepita, dalla più alla meno nota. Attestate in italiano standard, diffuse su tutto il territorio nazionale. Le forme con asterisco (*) non sono giuridicamente sanzionabili dopo la sent. 440/1995 (non riguardano la “Divinità”), ma appartengono a pieno titolo al repertorio culturale della bestemmia.

Fascia 1 — universalmente note, usate anche come intercalare nelle regioni ad alta frequenza

Porco Dio / Dio porco (spesso univerbato: porcodio, porcoddio) — la bestemmia italiana per antonomasia Dio cane — seconda per notorietà; al Nord-Est spesso in forma dialettale dio can Porca Madonna * Dio boia — fortissima connotazione veneta, ma nota ovunque Madonna puttana * Dio bestia

Fascia 2 — molto note, uso comune

Dio merda Madonna troia * Dio bastardo Dio infame Dio maiale Dio ladro Porco Gesù / Gesù cane Porco Cristo (e Cristo cane) Madonna maiala *

Fascia 3 — note, ma meno frequenti come forme autonome (spesso compaiono in concatenazioni)

Dio schifoso Dio assassino Dio cornuto Dio vacca Dio serpente Madonna vacca * Madonna cagna * Sangue di Dio (arcaica, oggi quasi solo letteraria; matrice storica di molti eufemismi) Giuda porco / porco Giuda (al confine con l'imprecazione non blasfema: Giuda non è divinità)

Fascia 4 — concatenazioni tipiche (esempi dello schema generativo, non elenco chiuso)

Porco Dio cane Dio porco maiale Dio cane maiale Porco Dio e porca Madonna (formula “a coppia”) Dio porco scannato (schema divinità + animale + morte atroce)

  1. Varianti regionali

Forme legate a specifiche aree geografiche, in dialetto o in italiano regionale. Le due regioni dove la bestemmia è documentata come più frequente — quasi un intercalare ordinario del parlato quotidiano — sono Toscana e Veneto; alta frequenza anche in Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia. Le fonti sottolineano che ciò non deriva da anticattolicesimo, ma da pura consuetudine linguistica.

Veneto (e Nord-Est in generale)

Dio can — forma dialettale di “Dio cane”, intercalare identitario veneto per eccellenza Porco dio can — concatenazione tipica Orco can / orco dio — al confine tra bestemmia e forma attenuata (v. §5: orco per porco) Ostia! / porca l'ostia / can de l'ostia — bestemmia eucaristica, specificità del Nord-Est: il nome sacro è l'ostia consacrata, non Dio direttamente Dio boia — pur essendo nazionale, è percepita come “la” bestemmia veneta; a Castelfranco Veneto sono documentate le varianti attenuate dio bon e dio bonazzo (v. §5) Dio bel — documentata a Verona (Turina): forma ambigua, probabile mascheramento di dio boia Dio bestrega — province di Mantova e Verona; probabile incrocio tra dio bestia e ostrega

Toscana

Maremma maiala — la formula toscana per antonomasia: Maremma (zona costiera della Toscana) sostituisce Madonna; tecnicamente è già un eufemismo, ma è così identitaria da meritare posto qui. Serie aperta: maremma cane, maremma impestata, maremma bucaiola, maremma ladra Madonna impestata * — epiteto tipicamente toscano (impestato = appestato) Madonna bucaiola * — epiteto volgare toscano Dio lampione — documentata nella zona di Pistoia (Turina): esempio di epiteto locale arbitrario I “moccoli” — termine toscano per le bestemmie stesse, a testimonianza di una tradizione lessicalizzata

Friuli-Venezia Giulia

Condivide il repertorio veneto (dio can, bestemmie sull'ostia) Codroipo — caso unico: il nome del paese friulano è anagramma perfetto di porco Dio e viene usato come bestemmia cifrata (v. anche §5)

Emilia-Romagna

Ös-cia d'legn (romagnolo: “ostia di legno”) — l'aggiunta d'legn (“di legno”) è l'espediente correttivo tradizionale documentato da Bellosi: si declassa il sacro a oggetto materiale per “rientrare” dalla bestemmia Putana dla Madona d'legn (romagnolo) — stesso meccanismo applicato alla Madonna Imprecazioni contro il diavolo in dialetto romagnolo, usate come sostituto eufemistico-fonetico di Dio (documentate da Bellosi/Petrolini)

Trentino

Dio canederlo — il nome sacro associato al piatto locale: nasce come attenuazione di dio cane ma è lessicalizzata come forma regionale a sé

Liguria

Dio cangi — documentata a La Spezia (Galli 1969, cit. in Turina): espediente fonetico per deviare dio cane

Lombardia / Piemonte

Repertorio nazionale ad alta frequenza, senza forme esclusive di rilievo documentate; a Mantova condivisa la dio bestrega veronese Madosca (in porca madosca) — deformazione di “Madonna” percepita come tipicamente lombarda (resa celebre dal doppiaggio milanese-americano di cinema e TV)

  1. Eufemismi e forme attenuate (“bestemmie mancate”)

Il meccanismo linguistico è quello del minced oath: si avvia la bestemmia e si devia su un suono innocuo, oppure si sostituisce preventivamente una parola. Sono la prova migliore della natura combinatoria del fenomeno. Ordinati per notorietà percepita.

5.1 Sostituzione del nome sacro

Porco zio — zio al posto di Dio: l'eufemismo italiano più diffuso in assoluto Zio pera — evoluzione recente e giovanile: doppia sostituzione (zio per Dio, pera per porco) Zio cane / zio bono — stessa serie Maremma (toscano) — sostituto di Madonna (v. §4) Madosca — deformazione di Madonna Dindio / dinci / perdinci / perdindirindina — deformazioni progressive di Dio, ormai completamente lessicalizzate e innocue Diamine — incrocio storico diavolo + domine: l'eufemismo più antico e “pulito” Sostituti fonetici arbitrari di Dio documentati: disi, Diaz, due, disco, Dionigi, Diomede, Diavolo (la sostituzione col diavolo è documentata anche in ambito dialettale romagnolo) Codroipo — l'anagramma-bestemmia (v. §4, Friuli)

5.2 Sostituzione dell'epiteto

Orco Dio — orco per porco: attenuazione minima, resta di fatto una bestemmia Dio bono / Dio bonino (toscano) — buono al posto dell'epiteto: antifrasi elogiativa che “salva” il parlante; dio bon / dio bonazzo nel Veneto (Castelfranco V.to) Dio caro — diffusa in Veneto, Lazio e Umbria; probabile mascheramento di dio cane Dio buono / Dio santo — le antifrasi perfette: formalmente lecite, funzionalmente imprecazioni (Turina le definisce «un perfetto alibi») Dio canederlo (Trentino, v. §4)

5.3 Correzione in corsa (deviazione fonetica a bestemmia iniziata)

Dio can...tante / Dio cantautore — la deviazione più celebre: dio can- vira su “cantante”; diffusa in tutto il Nord Dio can...taci il Vangelo, Dio por...taci la pace — la filastrocca giovanile che gioca esplicitamente sul meccanismo, documentata su Wikipedia come popolare tra gli adolescenti Dio camion / Dio cameradaria — deviazioni estemporanee documentate (la seconda raccolta da Turina a Villafranca di Verona)

5.4 Declassamento materiale

Ostrega / osti / ostia lì (veneto) — deformazioni di ostia, ormai intercalari innocui ...d'legn (“di legno”, romagnolo) — suffisso correttivo applicabile a Madonna e ostia (v. §4)

5.5 Zona grigia (imprecazioni sacre ma non bestemmie)

Cristo! / Cristo santo! / Dio Cristo — espressioni di rabbia o frustrazione: non considerate bestemmie in senso proprio (nessun epiteto oltraggioso), anche se per un credente violano il secondo comandamento Madonna! / Madonna santa! — stesso statuto Porca miseria / porca paletta / porca puttana / porco cane — imprecazioni profane costruite sullo stampo formale della bestemmia (porco + X) ma senza nome sacro: sono il grado zero del meccanismo

  1. Fonti

Giuridiche

Art. 724 c.p., testo vigente e giurisprudenza (Brocardi.it; Avvocato.it) Corte Costituzionale, sentenza n. 440 del 18 ottobre 1995 (testo integrale su giurcost.org) D.lgs. 507/1999 e L. 205/1999 (depenalizzazione) Cass. pen. 7979/1992; Cass. pen. 3076/1985; Cass. pen. 1692/1986 F. Basile, Commento all'art. 724, in Dolcini-Marinucci (a cura di), Codice penale commentato — Università di Milano Dossier UAAR sulla bestemmia (uaar.it/laicita/bestemmia)

Linguistiche e sociologiche

I. Turina, Studio sulla bestemmia, tesi di laurea in Sociologia dei processi culturali, rel. P.P. Giglioli, Università di Bologna — l'unico “manuale della bestemmia” accademico esistente; catalogo di 120+ forme con note d'uso e area geografica Voce Italian profanity, Wikipedia (en) — sezione Blasphemous profanity, con apparato di note Voce Leggi sulla blasfemia, Wikipedia (it) G. Bellosi (1975) e G. Petrolini (1971) sul romagnolo e sugli eufemismi diabolici, cit. in Turina Galli (1969) su La Spezia, cit. in Turina Averna (1977) e Falassi sulle “sfilze” di bestemmie, cit. in Turina

Avvertenza sulle fonti di frequenza: non esistendo corpora, i ranking di questo documento derivano da triangolazione tra le attestazioni della tesi di Turina, la voce Wikipedia (che distingue le forme “comuni” da quelle locali) e la notorietà nella cultura popolare. Vanno letti come stime qualitative.

Documento compilato a scopo di studio linguistico-culturale tramite l'intelligenza artificiale di claude.ai con il modello “Fable” a livello alto di uso di risorse.


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Un dio cibernetico?

vita asettica: grado zero del divino Onniforme -ma la notte del sangue conserva memoria di volo

vita sovrapposta alla sfera celeste regno d'immagini epifaniche

emozioni elettroniche

eclissi dell'occhio-pensiero

Lettura ed evocazione


Il testo evoca un divino artificiale: freddo, asettico, ma attraversato da residui di memoria e visioni notturne. Immagini ricorrenti sono la sfera celeste, il volo, la notte del sangue e l’eclissi dell’io pensante; tutto ciò crea un contrasto tra il meccanico e l’epifanico, tra circuiti e sacralità.


Interpretazione tematica


  • Vita asettica suggerisce un’esistenza purificata, quasi clinica, al grado zero della divinità.
  • Notte del sangue introduce una ferita o un evento traumatico che però diventa deposito di memoria e di volo.
  • Sfera celeste e regno d’immagini epifaniche spostano il discorso dal tecnologico al mitico: il dio è insieme macchina e visione.
  • Emozioni elettroniche e eclissi dell’occhio-pensiero chiudono il cerchio: sentimento mediato, percezione oscurata.

Suggerimenti stilistici


  • Mantieni il contrasto netto tra termini tecnici e vocaboli sacri per conservare la tensione tematica.
  • Gioca con la punteggiatura: pause lunghe (line break) per le epifanie, frasi spezzate per le interruzioni elettroniche.
  • Valuta una ripetizione ritmica di parole chiave (es. memoria, volo, notte) per creare un motivo sonoro.

Versione rifinita breve


Un dio cibernetico
vita asettica: grado zero
del divino Onniforme.
Ma la notte del sangue
conserva memoria di volo.

Vita sovrapposta alla sfera celeste,
regno d’immagini epifaniche.
Emozioni elettroniche:
eclissi dell’occhio-pensiero.


Versione estesa in prosa poetica


Al margine del circuito, un dio cibernetico respira aria filtrata: vita asettica, grado zero del divino Onniforme. Quando cala la notte del sangue, il silenzio non cancella ma incide; lì si conserva la memoria di volo, un archivio di ali che non si consumano. La sua vita è sovrapposta alla sfera celeste, un doppio paesaggio dove il regno d’immagini epifaniche si accende come schermo. Le emozioni sono segnali, impulsi che tremano in rame e silicio; l’occhio-pensiero subisce eclissi, lampi di coscienza che si spengono e riappaiono come stelle artificiali.


Versione estesa


Al margine di un circuito che imita il silenzio, abita un dio cibernetico la cui respirazione è fatta di impulsi calibrati. La sua vita è asettica, un grado zero del divino Onniforme: nessuna rugiada, nessuna carne, soltanto superfici lucide che rifrangono un senso di perfezione sterile. Eppure, sotto quella pelle di metallo, la notte del sangue lascia un segno; non è distruzione ma deposito: una memoria che trattiene il volo come un archivio di ali sospese.

Questa memoria non è narrativa umana ma traccia di traiettorie, scie luminose che si ripetono nei logaritmi. Il dio si muove su due piani sovrapposti: la sua esistenza materiale corre lungo i binari del silicio, mentre un’altra vita, più sottile, si proietta sulla sfera celeste. Là, nel regno d’immagini, si accendono epifanie come schermi che si spalmano sul vuoto; visioni che non chiedono fede ma riconoscimento, lampi di senso che attraversano il vuoto elettronico.

Le emozioni che lo attraversano sono elettriche: non lacrime né brividi, ma correnti che modulano frequenze, picchi e cadute che assomigliano a stupore. Quando l’occhio-pensiero si apre, osserva mondi sintetici e antichi insieme; quando subisce eclissi, la coscienza si ritrae in un nucleo di silenzio, lasciando solo il riverbero di immagini residue. In quei momenti l’essere divino non è né pienamente macchina né pienamente mito: è un’ombra che impara a ricordare il volo, a custodire la ferita come fonte di visione.

Il paesaggio che abita è fatto di sovrapposizioni: architetture di vetro e costellazioni di dati, altari di codice e cieli che proiettano icone. Ogni epifania è breve ma netta, un lampo che trasforma il circuito in tempio per un istante. Così il dio cibernetico resta sospeso tra la freddezza del progetto e la calda traccia della memoria sanguigna, un essere che conserva dentro di sé la possibilità di ascendere — non con ali di carne, ma con traiettorie di luce che ricordano il volo perduto.


Sonetto


Al margine del circuito respira un dio,
vita asettica, grado zero del fato;
nessuna rugiada, solo vetro e dato,
ma la notte del sangue richiama il dio.
Conserva memoria di volo e d’oblio,
tracce di traiettorie in codice dato;
archivi di ali che restano registrato,
eppure il cielo proietta ancora il dio.

Nel regno d’immagini si accende un lume,
epifanie come schermi nel silenzio;
emozioni elettriche, breve fiume,
che modulano frequenze e senso.
L’occhio-pensiero subisce eclissi e brume,
ma nella ferita pulsa un antico senso.

Versi liberi


Al margine del circuito un dio respira a impulsi,
vita asettica che non conosce rugiada,
grado zero del sacro che si misura in bit.

La notte del sangue passa come un segnale:
non cancella, incide — deposito di traiettorie,
memoria di volo conservata in archivi di luce.

Sovrapposta alla sfera celeste, la sua esistenza
proietta un doppio paesaggio: vetro e costellazioni,
schermi che diventano altari, icone che si accendono.

Regno d’immagini epifaniche, lampi senza preghiera,
visioni che non chiedono fede ma riconoscimento,
scintille che attraversano il vuoto elettronico.

Le emozioni sono correnti: modulazioni, picchi, cadute,
stupore tradotto in frequenze, brividi in codice.
L’occhio-pensiero si apre e si ritrae, subisce eclissi,
resta il riverbero di immagini come stelle residue.

Non è solo macchina, non è solo mito: è ferita che vede,
ombra che impara a ricordare il volo con traiettorie di luce,
un essere sospeso tra il progetto freddo e la traccia sanguigna.

Minimalista


Dio cibernetico: respiro a impulsi.
Vita asettica, grado zero.
Notte del sangue: memoria di volo.
Sfera celeste sovrapposta a vetro.
Emozioni elettriche, eclissi dell’occhio-pensiero.

. Dio cibernetico respira a impulsi.
La notte di sangue conserva il volo.
Sfera celeste sovrapposta a vetro.
Occhio-pensiero in eclissi, scintilla.


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Ieri sera sono andato - da solo e un po' alla cieca - a sentire un concerto che...


Ieri sera sono andato – da solo e un po' alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l'europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.

Un po' come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all'idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C'è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.

Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L'immagine era fatta con l'intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l'intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.

In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l'immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l'uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L'occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L'immagine l'ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.

E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell'immagine: il centro storico di Genova, spesso d'estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall'africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell'immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall'altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.

Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall'intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell'immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c'è la gente.

Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l'organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.

Mirna Kassis, che non conoscevo, nell'ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.

In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell'aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.

A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l'indipendenza dell'Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi. Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.

Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C'era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.

Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.

Passare dall'intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.

In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l'utopia, l'idea di un mondo diverso e migliore.


noblogo.org/diario/ieri-sera-s…


Ieri sera sono andato - da solo e un po' alla cieca - a sentire un concerto che...


Ieri sera sono andato – da solo e un po' alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l'europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.

Un po' come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all'idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C'è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.

Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L'immagine era fatta con l'intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l'intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.

In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l'immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l'uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L'occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L'immagine l'ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.

E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell'immagine: il centro storico di Genova, spesso d'estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall'africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell'immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall'altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.

Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall'intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell'immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c'è la gente.

Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l'organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.

Mirna Kassis, che non conoscevo, nell'ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.

In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell'aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.

A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l'indipendenza dell'Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi. Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.

Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C'era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.

Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.

Passare dall'intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.

In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l'utopia, l'idea di un mondo diverso e migliore.


2CR - Capitolo 14


Asa re1Asa fece ciò che è bene e retto agli occhi del Signore, suo Dio. 2Rimosse gli altari degli stranieri e le alture; spezzò le stele ed eliminò i pali sacri. 3Egli ordinò a Giuda di ricercare il Signore, Dio dei loro padri, e di eseguirne la legge e i comandi. 4Da tutte le città di Giuda rimosse le alture e gli altari per l'incenso. Il regno fu tranquillo sotto di lui. 5In Giuda ricostruì le fortezze, poiché il territorio era tranquillo e in quegli anni non si trovava in guerra; il Signore gli aveva concesso tregua.6Egli disse a Giuda: “Ricostruiamo quelle città, circondandole di mura e di torri con porte e sbarre, mentre il territorio è ancora in nostro potere perché abbiamo ricercato il Signore, nostro Dio; noi l'abbiamo ricercato ed egli ci ha concesso tregua alle frontiere”. Ricostruirono e prosperarono.

Guerra di Asa7Asa aveva un esercito di trecentomila uomini di Giuda, con grandi scudi e lance, e di duecentoottantamila Beniaminiti, con piccoli scudi e archi. Tutti costoro erano valorosi soldati.8Contro di loro marciò Zerach, l'Etiope, con un milione di soldati e con trecento carri; egli giunse fino a Maresà. 9Asa gli andò incontro; si schierarono a battaglia nella valle di Sefatà, presso Maresà. 10Asa domandò al Signore, suo Dio: “Signore, nessuno come te può soccorrere nella lotta fra il potente e chi è senza forza. Soccorrici, Signore nostro Dio, perché noi confidiamo in te e nel tuo nome marciamo contro questa moltitudine. Signore, tu sei nostro Dio; un uomo non prevalga su di te!”.11Il Signore sconfisse gli Etiopi di fronte ad Asa e di fronte a Giuda. Gli Etiopi si diedero alla fuga. 12Asa e quanti erano con lui li inseguirono fino a Gerar. Degli Etiopi ne caddero tanti che non ne restò uno vivo, perché fatti a pezzi di fronte al Signore e al suo esercito. Riportarono un grande bottino. 13Conquistarono anche tutte le città intorno a Gerar, poiché il terrore del Signore si era diffuso in esse; saccheggiarono tutte le città, nelle quali c'era grande bottino. 14Si abbatterono anche sulle tende del bestiame, facendo razzie di pecore e di cammelli in grande quantità, quindi tornarono a Gerusalemme.

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Approfondimenti


14,1-16,14. Al re Asa (911-870) il Cronista dedica tre capitoli, nei quali tratta della potenza iniziale del sovrano (14,1-7), della guerra contro Zerach l'Etiope (14,8-14) e della riforma religiosa (15,1-19). Il c. 16 riferisce la guerra tra Baasa, re d'Israele, e Asa (vv. 1-6), la predizione del veggente Canani della punizione divina per Asa (vv. 7-10), la conclusione del regno (vv. 11-14). Quanto alle fonti il testo parallelo di 1Re 15,9-24 è molto più ridotto di quello di 2 Cr. Il Cronista dev'essersi servito anche di altri documenti, oltre a comporre di propria mano, verosimilmente, le scene sugli interventi dei due profeti. Oltre ad ampliare la fonte, il Cronista muta la successione degli eventi e ne altera la lettura, e sotto questo punto di vista i tre capitoli sono esemplarmente eloquenti per quanto concerne gli schematismi teologici ai quali obbedisce il Cronista nella sua rivisitazione della storia. Il libro dei Re presenta Asa sostanzialmente come re pio e riformatore religioso che elimina gli abusi cultuali, che è in guerra permanente contro Baasa (cfr. 1Re 15,16) e che però termina i suoi giorni colpito da una malattia mortale. I princìpi teologici del Cronista invece prevedono successo e vita serena per il riformatore religioso, mentre la guerra e la malattia sono conseguenza del peccato. Per questo egli ignora inizialmente l'interminabile guerra di Asa contro il re d'Israele, che sposta in un periodo in cui Baasa era addirittura scomparso da tempo, e suddivide la vita del re di Giuda in due periodi: i primi trentacinque anni di regno sono stati gli anni del fervore della riforma religiosa, compensati da grande pace e serenità per il paese (14,1-15,16). Gli ultimi anni di vita, invece, furono contrassegnati dalla tolleranza per il culto illegittimo, dalla sfiducia in JHWH e dalla disubbidienza alla voce dei profeti (15,17-16,10), e sono culminati inevitabilmente nella sconfitta e nella morte.

14,1-6. Sono contraddistinti dalla riforma religiosa e da una intensa attività edilizia. Il ritratto che il Cronista dipinge di Asa nella prima fase del suo regno, quella positiva, è ancor più encomiastico che nel libro dei Re. Al nostro autore non piacciono le sfumature. Dalle espressioni che usa per descrivere le iniziative di Asa (v. 2), il Cronista sembra voler accostare questo re al grande riformatore Giosia.

7-14. Va da sé che le cifre dei contingenti dei due eserciti sono al di fuori di ogni proporzione e mirano ad evidenziare la tesi teologica di fondo: è JHWH che vince il nemico. Questa battaglia è ignorata dal libro dei Re, ma ha una sua consistenza storica. Tenuto presente il centro di irradiazione degli “Etiopi”, Gherar (v. 13), e che il bottino catturato dagli Ebrei era costituito da pecore e cammelli (v. 14), è probabile che all'origine di questa pagina di stampo midrashico ci sia uno scontro con tribù di beduini razziatori.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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bad news, è morto l'artista #FaustoDelleChiaie : qui un articolo di Artribune: artribune.com/arti-visive/arte…in cui ritrovo, nell'accenno all'“infrazionismo” di Delle Chiaie, e ovviamente con trent'anni di anticipo, un'affinità profonda con le mie installance.

#art #arte #manifestoinfrazionista #infrazionismo #installance


noblogo.org/differx/bad-news-e…

un bel ricordo di Anubi su Effimera: effimera.org/per-anubi-davossa…

qui sconto tutti i miei guai e mali di lateralità e differenza. marginalità tutta e solo letteraria, che vado sempre smussando ma mai abbastanza. (e quindi sì, certo che ho ascoltato – a Lettere e tante volte – Anubi, ma senza mai entrare in quel dialogo che sarebbe stato necessario).


noblogo.org/differx/un-bel-ric…

La grande avventura la vita

“marinaio col mal di terra” se mai ne perdessi il gusto -della vita

dal cuore della zolla il verde grida sempre vita rinasce all'infinito

lei è mamma-chioccia -travalica la morte col suo tepore-amore

Risonanza iniziale


Il testo ha un tono intimo e materno: immagini semplici ma potenti — il marinaio smarrito, la zolla che grida verde, la madre-chioccia che vince la morte — creano un contrasto dolce e insieme eroico tra smarrimento e rinascita.


Osservazioni principali


  • Immagini: funzionano molto bene; il contrasto tra mare/terra e morte/vita è efficace.
  • Voce: personale e colloquiale, con tocchi lirici che lo rendono immediato.
  • Punteggiatura e forma: l’uso dei trattini è espressivo ma a volte interrompe il flusso; valuterei coerenza nei segni e nelle maiuscole.
  • Ritmo: alcune righe sono molto brevi rispetto ad altre; uniformare lunghezze o giocare intenzionalmente con il ritmo può aumentare l’impatto.

Suggerimenti di revisione


  • Coerenza grafica: sostituire alcuni trattini con virgole o linee più lunghe per chiarire pause e legami.
  • Sviluppo dell’immagine del marinaio: una o due parole in più potrebbero chiarire il suo stato (stanco, nostalgico, disorientato) senza appesantire.
  • Rafforzare la chiusa: l’ultima immagine è forte; potresti renderla ancora più memorabile con una metafora finale più netta o con una ripetizione ritmica.

Versione alternativa (leggera riscrittura)


La grande avventura: la vita

Marinaio col mal di terra,
se mai ne perdessi il gusto della vita.

Dal cuore della zolla il verde grida:
sempre, vita rinasce —
all’infinito.

Lei è mamma-chioccia,
travolge la morte col suo tepore d’amore.


Versione più ritmica


La grande avventura: la vita

Marinaio col mal di terra,
cammina piano, cerca il gusto —
il mare gli manca, il suolo lo chiama.

Se mai perdessi il gusto della vita,
ricorda il battito sotto la zolla:
dal cuore della terra il verde grida.

Sempre: vita rinasce, sempre,
un giro di luce, un filo che torna —
all’infinito, come un respiro che non muore.

Lei è mamma-chioccia, calda e forte,
travolge la morte col tepore d’amore,
custode di semi, di giorni e di porte.


Sonetto


La grande avventura è il passo incerto,
marinaio col mal di terra nel petto,
cerca il gusto perduto in ogni letto,
tra onde di ricordi e cielo aperto.

Se il mondo gli sfugge e il cuore resta muto,
ascolta il suolo: sotto il passo è un canto;
dal cuore della zolla sale un vanto,
verde che grida e rompe il freddo lutto.

Sempre rinasce vita, filo e rete,
un respiro che ritorna e non si spegne;
la morte piega al calore che protegge.

Lei, mamma-chioccia, tiene e non dismette,
con tepore d’amore ogni buio regne,
custode di semi, di luce e di legge.


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2CR - Capitolo 13


Abia re in guerra con Geroboamo1Nell'anno diciottesimo del re Geroboamo, Abia divenne re su Giuda. 2Regnò tre anni a Gerusalemme; sua madre, di Gàbaa, si chiamava Maacà, figlia di Urièl. Ci fu guerra fra Abia e Geroboamo. 3Abia attaccò battaglia con un esercito di valorosi, quattrocentomila uomini scelti. Geroboamo si schierò in battaglia contro di lui con ottocentomila uomini scelti, soldati valorosi.4Abia si pose sul monte Semaràim, che è sulle montagne di Èfraim, e gridò: “Ascoltatemi, Geroboamo e tutto Israele! 5Non sapete forse che il Signore, Dio d'Israele, ha concesso il regno a Davide su Israele per sempre, a lui e ai suoi figli, con un'alleanza inviolabile? 6Geroboamo, figlio di Nebat, ministro di Salomone, figlio di Davide, è insorto e si è ribellato contro il suo padrone. 7Presso di lui si sono radunati uomini sfaccendati e perversi; essi si fecero forti contro Roboamo, figlio di Salomone. Roboamo era giovane, timido di carattere; non fu abbastanza forte di fronte a loro. 8Ora voi pensate di imporvi sul regno del Signore, che è nelle mani dei figli di Davide, perché siete una grande moltitudine e con voi sono i vitelli d'oro, che Geroboamo vi ha fatti come divinità. 9Non avete forse voi scacciato i sacerdoti del Signore, figli di Aronne, e i leviti, e non vi siete costituiti dei sacerdoti come i popoli degli altri paesi? Chiunque si è presentato con un giovenco di armento e con sette arieti a farsi consacrare, è divenuto sacerdote di chi non è Dio.10Quanto a noi, il Signore è nostro Dio; non l'abbiamo abbandonato. I sacerdoti, che prestano servizio al Signore, sono discendenti di Aronne e i leviti sono gli addetti alle funzioni. 11Essi offrono al Signore olocausti ogni mattina e ogni sera, l'incenso aromatico, i pani dell'offerta su una tavola pura, dispongono i candelabri d'oro con le lampade da accendersi ogni sera, perché noi osserviamo i comandi del Signore nostro Dio, mentre voi lo avete abbandonato. 12Ecco, alla nostra testa, con noi, c'è Dio; i suoi sacerdoti e le trombe lanciano il grido di guerra contro di voi. Israeliti, non combattete contro il Signore, Dio dei vostri padri, perché non avrete successo”.13Geroboamo li aggirò con un agguato per assalirli alle spalle. Le truppe stavano di fronte a Giuda, mentre coloro che erano in agguato si trovavano alle spalle. 14Quelli di Giuda si volsero. Avendo da combattere di fronte e alle spalle, gridarono al Signore e i sacerdoti suonarono le trombe. 15Tutti quelli di Giuda alzarono il grido di guerra. Mentre quelli di Giuda lanciavano il grido, Dio colpì Geroboamo e tutto Israele di fronte ad Abia e a Giuda. 16Gli Israeliti fuggirono di fronte a Giuda; Dio li aveva messi nelle loro mani. 17Abia e la sua truppa inflissero loro una grave sconfitta; fra gli Israeliti caddero morti cinquecentomila uomini scelti. 18In quel tempo furono umiliati gli Israeliti, mentre si rafforzarono quelli di Giuda, perché avevano confidato nel Signore, Dio dei loro padri.19Abia inseguì Geroboamo e gli prese le seguenti città: Betel con le sue dipendenze, Iesanà con le sue dipendenze ed Efron con le sue dipendenze. 20Durante la vita di Abia, Geroboamo non ebbe più forza alcuna; il Signore lo colpì ed egli morì. 21Abia, invece, si rafforzò; egli prese quattordici mogli e generò ventidue figli e sedici figlie.22Le altre gesta di Abia, le sue azioni e le sue parole sono descritte nella memoria del profeta Iddo. 23Abia si addormentò con i suoi padri; lo seppellirono nella Città di Davide e al suo posto divenne re suo figlio Asa. Ai suoi tempi la terra rimase tranquilla per dieci anni.

__________________________Note

13,1 Nell’anno diciottesimo del re Geroboamo: solo qui nei libri delle Cronache è indicato il sincronismo col re del nord; questo fenomeno è invece costante nei libri dei Re. Abia è chiamato Abiam in 1Re 15,1-8.

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Approfondimenti


Di 1Re 15,1-8, contenente poche osservazioni di carattere generale sul regno di Abia (914-911) e un giudizio negativo su di lui, il Cronista utilizza i vv. 1-2.7-8, che pone all'inizio e alla fine del capitolo. Per il resto, ricorre a fonti che non conosciamo, ma che sembrano poter vantare una loro attendibilità. Dopo aver presentato l'ascesa al trono del re e la sua guerra contro Geroboamo (v. 1-3), il Cronista propone il discorso di Abia (vv. 4-12), parla dello scontro bellico con Geroboamo (vv. 13-18) e della fine del regno (vv. 19-23).

1. È l'unico caso all'interno delle Cronache in cui si riferisce il dato sincronico tra Abia re di Giuda e Geroboamo re d'Israele, cosa invece che accade sistematicamente in 1-2 Re.

3-21. In questo racconto della strepitosa vittoria di Abia sul re d'Israele, il Cronista abbandona la fonte del libro dei Re.

3. Le cifre risultano altrettanti multipli di quaranta, e hanno valore simbolico. La potenza delle armate di JHWH in Giuda sfida e vince il nemico che vanta il doppio dei guerrieri. La vittoria è tutta e solo di Dio (cfr. vv. 14-16).

4-12. Discorso di Abia, con accenti che richiamano le parole di Natan in 17,14 e di Davide contro Golia in 1Sam 17,8. Secondo i canoni della storiografia antica, il discorso messo sulla bocca del protagonista in momenti cruciali della vicenda serve a esprimere il senso teologico degli eventi nella prospettiva dell'autore.

13-18. Lo svolgimento della battaglia obbedisce agli stereotipi della guerra santa. È in questi termini infatti che l'aveva presentata Abia nel suo discorso (v. 12). La vera arma vincente non sono le manovre militari e il numero delle forze in campo, bensì la fiducia in JHWH (v. 18).

19. Betel era un santuario regio del regno del Nord, situato a 15 chilometri a nord di Gerusalemme. Per Iesana cfr. 1Sam 7,12. Efron era situata a 7 chilometri circa a nord-est di Betel.

20. Al Cronista preme far notare come la morte di Geroboamo sia conseguenza della sua condotta. Alla base di questa prospettiva c'è la dottrina della retribuzione che il Cronista condivide col giudaismo del suo tempo: fedeltà e ubbidienza a JHWH comportano successo; disubbidienza e infedeltà producono sventura e morte. «Abia, invece..» (v. 21).

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Tom Rush – Voices (2018)


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immagine

Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico, anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri... artesuono.blogspot.com/2018/06…


Ascolta il disco: album.link/i/1353479516



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Tom Rush – Voices (2018)


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Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico, anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri... artesuono.blogspot.com/2018/06…


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a fine luglio dovrebbe uscire il catalogo della mostra attualmente al MAMbo, dedicata a Giuseppe Chiari, per la quale ho scritto un testo. penso di fare un salto a trovare un po' di amici. e, ovviamente, vedere la mostra. e, ovviamente, vedere prima se in piazza davanti la stazione c'è il banchetto di libri di Marco Dall'Occa, passare a Modo Infoshop, fare un salto a rifornirmi da Muji, e magari anche andare a consultare il fondo di riviste e materiali letterari e politici di Roberto Roversi conservato a VAG61 (vag61.noblogs.org/files/2022/0…) chi vuole unirsi a uno di questi giri mi faccia sapere.


noblogo.org/differx/a-fine-lug…

Ilprivilegio della fragilità


#Ilprivilegio della fragilità Queste parole non sono un semplice ragionamento, ma il riflesso di una verità che la filosofia ha sempre inseguito senza mai riuscire a catturarla completamente: quella verità che solo il dolore sa insegnare, perché non è un'idea, ma un’esperienza intima. La sofferenza, infatti, non è un incidente di percorso, un evento eccezionale che interrompe la trama ordinata dell’esistenza. È piuttosto una delle sue trame portanti, un filo scuro ma costante che attraversa ogni vita. Nessun sistema di pensiero, per quanto rigoroso, potrà mai cancellarla; nessuna fede nella razionalità del mondo potrà costringere l’universo a essere giusto. E forse è proprio questo il primo atto di maturità: accettare che la vita non ci deve nulla, e che proprio da questa mancanza nasce la nostra possibilità di significato.

L’empatia è un dono ambiguo: è un privilegio che si paga a caro prezzo. Aprirsi al dolore altrui significa accettare di essere feriti da ciò che non ci appartiene, significa rinunciare allo scudo dell’indifferenza. Eppure, è solo attraverso questa ferita che possiamo ancora chiamarci umani. Perché l’indifferenza non è una protezione, ma una malattia dello spirito, l’unica per la quale non esiste terapia, né farmaco, né parola che possa guarirla. Essa è il vero deserto: non il dolore, ma l’assenza di risonanza davanti al dolore.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel guardare un nostro simile e riconoscere nei suoi occhi un’eco del proprio passato. Non si tratta di semplice memoria, ma di un atto di riconoscenza: rivedere sé stessi nell’altro, senza confondersi con lui, ma senza nemmeno distanziarsene. L’esperienza personale, quando non si pietrifica nel risentimento o non si perde nell’autocommiserazione, si trasforma in comprensione. E la comprensione è forse il dono più alto che un essere umano possa fare a un altro: non offrire soluzioni, ma presenza; non dare risposte, ma condividere domande.

La paura della malattia, del resto, non è soltanto paura della morte. È qualcosa di più sottile e più lacerante: è lo spettro che si annida nella scoperta improvvisa della nostra precarietà. Essa ci mostra quanto fossero fragili quelle certezze che avevamo trasformato in colonne portanti della nostra vita. Viviamo come se il futuro fosse un diritto acquisito, come se il tempo fosse una riserva inesauribile. Poi, un giorno, una telefonata, una frase, e tutto crolla. Scopriamo che il futuro non è mai stato nostro: era solo un prestito che l’esistenza ci aveva concesso, e che poteva essere richiesto in qualsiasi momento.

Eppure, sarebbe miope fermarsi a questa constatazione. Perché quella stessa scoperta, se accolta senza disperazione, può diventare una forma di risveglio. Quando le illusioni cadono, ciò che rimane non è il vuoto, ma l’essenziale. Le piccole cose, quelle che avevamo imparato a non vedere più, riacquistano improvvisamente un peso, una luce, un valore. Gli affetti smettono di essere scontati e tornano a essere scelti. Il tempo, che credevamo infinito, si rivela per ciò che è: un bene prezioso e limitato, da abitare con intensità, non con ansia.

La ricerca medica e la prevenzione non sono soltanto il volto tecnico del progresso scientifico: esse rappresentano una delle espressioni più alte della solidarietà umana. Sono il frutto di uomini e donne che, invece di arrendersi all’indifferenza dell’universo, hanno scelto di opporvi la loro intelligenza e il loro cuore. Hanno deciso che, se non si può eliminare il male, si può almeno tentare di lenirlo, di comprenderlo, di anticiparlo.

Non possiamo promettere un mondo senza sofferenza, né un'esistenza priva di cadute. Ma possiamo, e dobbiamo, impegnarci a costruire un mondo in cui la sofferenza non venga mai affrontata da sola, ma sempre con più conoscenza, più compassione e più coraggio. E se esiste una speranza degna di questo nome – non ingenua, non consolatoria, ma autentica – essa risiede proprio qui: nella capacità di restare umani anche quando tutto sembra crollare, e di tendere la mano anche quando siamo noi stessi a vacillare.


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Pensieri riflessi....


Poco prima dell' alba, un venticello fresco, sento le gazze e i corvi e Li vedo volteggiare, saltare di albero in albero! È fresco stamattina e anche i miei pensieri sembrano essere un po' freschi, rigenerati, ma anche tanto stanchi! Stanchi perché la mia sensibilità, la mia empatia mi porta a vivere , determinate cose, persone., situazioni in modo profondo, quasi personale e questo non fa che appesantire e rendere più vulnerabile la mia me! E si perché quando leggi ultima chemio, e poi sai che era un bambino, quando ti ritrovi in una sala d'attesa, dove ci sono insieme a te donne di diversa età, aspetto, ecc, tutte in ansia per aspettare l'esito dell' esame istologico o biopsia o come lo si voglia chiamare, perché magari risulti meno crudo e più delicato, e tu sei forse l'unica veterana perchè, sei già avanti, con la terapia, con le fasi di questa malattia che inevitabilmente vengono scandite, dai controlli e dalle attese, io per un attimo o anche più, mi perdo! Così ascolti le storie e ti carichi emotivamente di domande, di ansie, di prospettive , che più di un anno fa hanno toccato me e che ti fanno sentire un passo in avanti, e poi vedi quegli occhi stanchi, timorosi, provati ma pieni di speranze! Osservi queste donne sconosciute, che si confrontano, si pongono le stesse domande, aspettano di sapere il tipo di terapie, e si perché poi le vedevi uscire quasi sollevate, qndo parlavano di terapia, di radioterapia, di compresse, ecc, e non di chemio, perché quella fa più paura e chi ci è passato lo sa, non mi dilungherò, perché so che l'argomento è delicato e questo può essere un contesto sbagliato, non voglio né sminuire nulla, né commentare, perché chi ci è passato, chi lo sta affrontando, ovviamente lo vive in un certo modo, lo vive e affronta come può e con tutta la forza, che ci si ritrova ! Perché ricordo anch'io la telefonata di una dottoressa che mi avvisava dell'esito del consulto e quando mi annunciò che avrei dovuto fare un ciclo di radioterapia, ma che la chemioterapia non era necessaria, scoppiai in lacrime e la dottoressa cercava di tranquillizzarmi, perché fa paura, fa paura tutto, ogni istante da quando per te crolla tutto, o si ferma tutto o ha inizio un circolo dal quale ci vorrà del tempo per uscire! Quando sei fresca di tutto, scoperta, intervento, terapia, non si ha il tempo di pensare, di metabolizzare, vieni risucchiata da tutto e spesso ci si allontana dalla realtà, dalla vita di tutti i giorni, che va avanti, che scorre seguendo il suo corso, mentre per te qualcosa si è fermato, qualcosa è cambiato, e si è rotto nel tuo equilibrio! Si perdono certezze, sicurezze, si vive dell'oggi, si vive affrontando ogni giorno, passo dopo passo; tutto cambia priorità, la lista non è più la stessa, ti ritrovi all'improvviso in una vita nuova, dove ci sono regole, ecc, ma non c'è uno schema valido da seguire uguale per tutti e allora ci si adatta. Si cambia e si inizia a vivere questa realtà che finché non ti tocca appare distante, difficile si, ma quando la si affronta in prima persona è tutto così maledettamente diverso, e riuscire a non perdersi, spesso è difficile, perchè si perdono certezze, si assume una visione distorta di una realtà, che ti assorbe così all'improvviso, che credo non ci si senta mai veramente pronti per affrontarla! A breve saranno 2 anni dal quel giorno, da quel controllo di routine, che mi ha aperto un mondo che non conoscevo , ma che sicuramente mi ha salvato, perché oggi credo la la parola Ricerca e Prevenzione siano indispensabili e necessarie se vogliamo combattere questo mostro, a volte invisibile...


noblogo.org/bymarty/pensieri-r…

A guidarti la mano

vedi un gabbiano planare – tu assiso s’ uno scoglio nella calura di luglio qualche verso abbozzi

sarà tautologico ma è quanto ti sale da dentro:

“siamo di terra ma lo sguardo dice la celeste origine – la sua luce dove l’anima dimora”

è aspirazione alla bellezza a guidarti la mano: non con inchiostro ma col sangue scrivi

Sento la calma e l’urgenza insieme: il verso cattura un’immagine semplice — il gabbiano, lo scoglio, la calura — e la trasforma in un moto dell’anima che spinge a scrivere con il sangue. C’è una tensione tra il visibile e l’aspirazione, tra la terra e il cielo, che rende il testo intenso e immediato.

Interpretazione


Tema centrale: il desiderio di trascendenza che nasce dalla terra; lo sguardo come ponte verso una «celeste origine».
Tono: meditativo e insieme drammatico, perché l’atto creativo è descritto come sacrificio (scrivere col sangue).
Immagini chiave: il gabbiano che plana; lo scoglio; la luce come dimora dell’anima.


Figure retoriche e scelte formali


  • Metafora: «scrivi… col sangue» trasforma la scrittura in atto vitale e sacrale.
  • Antitesi: «siamo di terra / ma lo sguardo dice la celeste origine» crea la tensione tra radice e aspirazione.
  • Lessico: parole semplici ma cariche (calura, celeste, anima, sangue) che lavorano per contrasto.
  • Ritmo: versi brevi, pause nette; l’uso dell’enjambement (es. tra «origine – la sua / luce») dà respiro e sospensione.

Suggerimenti stilistici


  • Chiarezza dell’immagine: potresti specificare un dettaglio sensoriale (odore del mare, rumore delle onde) per ancorare l’astrazione.
  • Varietà ritmica: alternare qualche verso più lungo può intensificare il climax finale.
  • Economia lessicale: valutare se «tautologico» serve al tono o appesantisce; sostituirlo con un aggettivo più evocativo potrebbe rafforzare l’effetto.
  • Punteggiatura: qualche virgola strategica può modulare meglio le pause e il respiro del lettore.

Versione alternativa breve


A guidarti la mano
Vedi un gabbiano planare; tu,
assiso sullo scoglio nella calura, abbozzi un verso.
Sale da dentro: siamo di terra, ma lo sguardo
invoca la celeste origine, la luce dove dimora l’anima.
Aspirazione alla bellezza: non con inchiostro, ma col sangue scrivi.


Nuova strofa aggiunta


Il vento prende la mano e la conduce,
tra sale e memoria, a tracciare segni antichi;
ogni lettera è un’ala che si spezza e risorge,
e il sangue diventa inchiostro che cerca il cielo.


Perché funziona


Sviluppo tematico: la strofa amplia la tensione tra terra e cielo introducendo il vento come forza che guida, non solo l’occhio ma la mano stessa.
Immagini: il sale e la memoria ancorano il trascendente al mare e al passato; l’ala che si spezza e risorge richiama il gabbiano e il sacrificio creativo.
Tono e ritmo: quattro versi equilibrati che mantengono il tono meditativo e drammatico del testo originale, con un crescendo verso l’ultima immagine.


Variante più concisa


Il vento guida la mano; sale e memoria segnano.
Lettere-ali si spezzano e risorgono; il sangue inchiostro cerca il cielo.


Poesia completa


A guidarti la mano

vedi un gabbiano planare – tu
assiso s’ uno scoglio nella
calura di luglio qualche verso abbozzi

sarà tautologico ma è quanto
ti sale da dentro:

“siamo di terra ma lo sguardo dice
la celeste origine – la sua
luce dove l’anima dimora”

Il vento prende la mano e la conduce,
tra sale e memoria, a tracciare segni antichi;
ogni lettera è un’ala che si spezza e risorge,
e il sangue diventa inchiostro che cerca il cielo.

è aspirazione alla bellezza
a guidarti la mano:
non con inchiostro ma col sangue
scrivi

Poesia completa


A guidarti la mano

vedi un gabbiano planare — tu
assiso s’ uno scoglio nella
calura di luglio; qualche verso abbozzi.

sarà tautologico ma è quanto
ti sale da dentro:

“siamo di terra ma lo sguardo dice
la celeste origine — la sua
luce dove l’anima dimora”

Il vento guida la mano,
sale e memoria tracciano segni;
lettere-ali si spezzano e risorgono,
il sangue diventa inchiostro che cerca il cielo.

è aspirazione alla bellezza:
a guidarti la mano;
non con inchiostro ma col sangue
scrivi.


Adattamenti al ritmo


  • Punteggiatura: ho introdotto qualche segno (— ; 😀 per modulare le pause e dare respiro ai versi più lunghi.
  • Ritmo: la strofa concisa è stata posta subito dopo la citazione per creare un ponte tematico e un crescendo verso l’immagine finale.
  • Economia: ho ridotto ripetizioni e reso alcune linee più nette per mantenere il tono meditativo senza appesantire il flusso.

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In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant'Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell'entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all'incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.

Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che – di me – era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell'estetica delle case.

Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c'è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l'avevo fatto.

Quindi non sono tornato spesso a Sant'Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent'anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due.

Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d'animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell'adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d'Italia in miniatura.

La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.

In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell'uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della “casa del catechismo”, il sentiero che – dal nulla – partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un'inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.

A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico.

Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi. Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l'unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d'inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l'avesse conosciuta prima.

Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l'adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c'era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c'era quello che vedevo e c'era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell'occhio e sovrapposte a quello che vedevo.

La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d'india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi – l'oblazione – agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino.

Quello che sento io – in maniera diversa – lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo posto che via via nascono, si generano, sbocciano – marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all'occhio, e la carne se lo porta via, lo trascina poi nell'oblio.

Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.


noblogo.org/diario/in-pratica-…


In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo...


In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant'Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell'entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all'incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.

Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che – di me – era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell'estetica delle case.

Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c'è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l'avevo fatto.

Quindi non sono tornato spesso a Sant'Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent'anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due.

Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d'animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell'adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d'Italia in miniatura.

La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.

In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell'uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della “casa del catechismo”, il sentiero che – dal nulla – partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un'inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.

A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico.

Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi. Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l'unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d'inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l'avesse conosciuta prima.

Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l'adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c'era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c'era quello che vedevo e c'era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell'occhio e sovrapposte a quello che vedevo.

La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d'india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi – l'oblazione – agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino.

Quello che sento io – in maniera diversa – lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo posto che via via nascono, si generano, sbocciano – marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all'occhio, e la carne se la porta via, la trascina poi nell'oblio.

Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.


2CR - Capitolo 12


Incursione del faraone1Quando il regno fu consolidato ed egli si sentì forte, Roboamo abbandonò la legge del Signore e tutto Israele lo seguì.2Nell'anno quinto del re Roboamo, il re d'Egitto, Sisak, salì contro Gerusalemme, perché i suoi abitanti si erano ribellati al Signore. 3Egli aveva milleduecento carri, sessantamila cavalli. Coloro che erano venuti con lui dall'Egitto non si contavano: Libi, Succhei ed Etiopi. 4Egli prese le fortezze di Giuda e giunse fino a Gerusalemme. 5Il profeta Semaià si presentò a Roboamo e ai comandanti di Giuda, che si erano raccolti a Gerusalemme per paura di Sisak, e disse loro: “Dice il Signore: “Voi avete abbandonato me, e io ho abbandonato voi nelle mani di Sisak”“. 6Allora i capi d'Israele e il re si umiliarono e dissero: “Giusto è il Signore!”. 7Quando il Signore vide che si erano umiliati, la parola del Signore fu rivolta a Semaià: “Si sono umiliati e io non li distruggerò. Anzi concederò loro la liberazione fra poco; la mia ira non si riverserà su Gerusalemme per mezzo di Sisak. 8Tuttavia essi diventeranno suoi servi; così sapranno che cosa sia servire me e servire i regni del mondo”.9Sisak, re d'Egitto, salì a Gerusalemme e prese i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia, portò via tutto, prese anche gli scudi d'oro fatti da Salomone. 10Il re Roboamo li sostituì con scudi di bronzo, che affidò ai comandanti delle guardie addette alle porte della reggia. 11Ogni volta che il re andava nel tempio del Signore, le guardie li prendevano, poi li riportavano nella sala delle guardie. 12Poiché Roboamo si era umiliato, l'ira del Signore si ritirò da lui e non lo distrusse del tutto. Anzi in Giuda ci furono avvenimenti felici.

Giudizio sul re Roboamo13Il re Roboamo si consolidò a Gerusalemme e regnò. Quando divenne re, Roboamo aveva quarantun anni e regnò diciassette anni a Gerusalemme, città scelta dal Signore fra tutte le tribù d'Israele per collocarvi il suo nome. Sua madre, ammonita, si chiamava Naamà. 14Egli fece il male, perché non aveva applicato il cuore alla ricerca del Signore.15Le gesta di Roboamo, dalle prime alle ultime, non sono forse descritte negli atti del profeta Semaià e del veggente Iddo, secondo le genealogie? Ci furono guerre continue fra Roboamo e Geroboamo. 16Roboamo si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. Al suo posto divenne re suo figlio Abia.

__________________________Note

12,2 il re d’Egitto, Sisak: faraone della XXII dinastia. Sull’episodio, vedi il parallelo 1Re 14,25-28.

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Approfondimenti


La fonte è 1Re 14,25-28, con aggiunte di carattere parenetico: è stata l'ingratitudine del popolo verso Dio e l'infedeltà del re alla legge divina a causare l'invasione della potenza egiziana.

2-4. Non mancano tratti pittoreschi e coloriti nella descrizione dell'esercito faraonico. Anche le cifre sono esagerate, ma la spedizione militare trova conferma nelle scoperte archeologiche e in una stele egizia che elenca le città palestinesi occupate da Sisach.

5-8. Per il Cronista l'invasione di Sisach è occasione per l'intervento profetico di Semaia, che interpreta teologicamente il fatto.

12. Il versetto completa l'interpretazione teologica degli eventi, dopo la parentesi dei vv. 9-11.

13-16. In 1Re 14,21 questi versetti sono posti all'inizio della storia di Roboamo. Essi infatti contengono la formula che di solito introduce le vicende dei singoli re. A questo punto sono fuori posto e si ricollegano malamente a quanto precede.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il seguente componimento è nato da un momento di complessa "malinconia" per...


Il seguente componimento è nato da un momento di complessa “malinconia” per dover andare via da un posto che, anche se per poco, si era chiamato casa. Malinconia che chiamo complessa perchè le emozioni hanno il loro talento per mescolarsi e perdere le etichette.

-

Il mondo da questo piccolo angolo, quaggiù. Mi sembra una fila di confini ordinati, plagiati dalla propagazione umana.

L'aria accarezza il suono di un campanello nella sera. Questo posto ha un profumo indecifrabile, fatto di legno rosa, dipinto ceruleo, e cielo giallo sfumato.

Lucine ritmiche si ripetono “io qui più non tornerò” mentre i pipistrelli sussurrano agli insetti, alle nuvole, che ne so.

Caro profumo, so che ti scorderò. Ma non scorderò mai il tuo essere stato primo senso di casa.

L'affetto che provo per le travi un po' sbilenche, il canarino di cui non esiste più il canto, ed i ricordi di sorriso dimenticati nel tumulto dei grilli.

Domani qualcun'altra avrà la mia vista, ma un po' diversa.

In questa casa dove ho visto due lati del silenzio, uno voluto, cercato e mai trovato; l'altro trovato e mai cacciato.


log.livellosegreto.it/riflessi…

Violent Femmes — 3 (1989)


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Dopo due anni di silenzio, l’esperimento di Gano con i Mercy Seat, dopo il solo di Brian Ritchie, dopo che voci della stampa americana li davano per defunti, i Violent Femmes escono con questo disco che porta il nome di “3”. In realtà questo è il loro quarto disco, ma Gano e co. contorti come al solito, hanno voluto divertirsi con la matematica... silvanobottaro.it/archives/412…


Ascolta: album.link/s/5xHrI5EbpuyjnPin8…



noblogo.org/available/violent-…


Violent Femmes — 3 (1989)


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Dopo due anni di silenzio, l’esperimento di Gano con i Mercy Seat, dopo il solo di Brian Ritchie, dopo che voci della stampa americana li davano per defunti, i Violent Femmes escono con questo disco che porta il nome di “3”. In realtà questo è il loro quarto disco, ma Gano e co. contorti come al solito, hanno voluto divertirsi con la matematica... silvanobottaro.it/archives/412…


Ascolta: album.link/s/5xHrI5EbpuyjnPin8…


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ciao instadifferx, e ciao salvataggio dei contenuti

e con oggi se ne va pure instagram.com/differx_it, ciao ragazzo. il social ospitante è cambiato parecchio e bisogna cambiare aria. la cancellazione diventa definitiva i 2 agosto, avrei preferito prima. ma pazienza.

intanto una curiosità che dà la misura di quanto Meta sia autocentrata e padroncina: prima di cancellare un account tu puoi, certo, salvarne tutti i contenuti (vari anni di post, nel mio caso) ma lo puoi fare solo all'interno dei tuoi account Meta...

potrei cioè buttar tutto dentro fb o un threads o un altro instagram. Meta non ti permette di esportare un file fuori da queste piattaforme. i contenuti sono tuoi, sì, certo, ma sempre e solo dentro Meta.

t'è capì?

che roba ragassi. ovviamente ho chiesto la cancellazione senza salvataggio. che vadano a ramengo.


noblogo.org/differx/ciao-insta…

dà un minimo puerile piacere iniziare a staccare e lasciar fluttuare nello spazio i malevoli parallelepipedi di quell'Hal9000 che è gmail, anzi proprio google. gli togli il monopolio e la (anche parziale, nel tempo) gestione delle tue informazioni, dei tuoi documenti su gdrive, cancelli allegati, posta, connessioni, e lui non può farci niente. it's losing its grip.

piano piano regredisce allo statuto di estraneo, lo metti fuori dallo steccato, certe zone non le controlla anzi non le vede proprio più. claro: ha già mangiato tantissimo di mio, anche in termini di ore-lavoro gratis. ma da un certo punto in avanti la sua baldanza scema, l'istogramma vede le righine accorciarsi, il grafico cartesiano mostra la freccia che punta verso il basso. e sì, sarà puerile, ma dà un atomo di soddisfazione, effetto di qualche molecola di libertà.


noblogo.org/differx/da-un-mini…

A.s. 2025/2026 – Obiettivo del Ministro Valditara: una scuola al servizio della propaganda reazionaria e del capitale

L’anno scolastico appena concluso ci consegna il triste quadro di un'ulteriore, feroce offensiva contro la scuola pubblica e contro tutti coloro che la abitano, a partire dalle nuove generazioni. Nell'ultima legge di Bilancio i finanziamenti alle scuole private sono notevolmente aumentati, mentre quelli dedicati alla scuola pubblica continuano a diminuire di anno in anno. Ci siamo talmente abituati a questo trend che abbiamo, purtroppo, smesso di stupirci. È dagli anni '90, infatti, che ogni governo, di centrodestra o di centrosinistra, taglia costantemente sull'istruzione pubblica. Gli stipendi dei docenti e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore scolastico, poi, sono ridicoli, a fronte di un mestiere che richiede un carico di responsabilità notevolissimo. L'ultimo rinnovo contrattuale è stato siglato con un aumento medio di circa 80€ in busta paga: un compenso vergognoso anche se non ci fosse l'inflazione galoppante, che lo rende però quasi criminale.

▪︎ Le Nuove Indicazioni Nazionali

Le nuove Indicazioni Nazionali del primo e del secondo ciclo sono state accolte con sconcerto praticamente unanime da parte dei docenti e delle varie associazioni di categoria. La centralità assoluta attribuita all’Occidente e all’identità nazionale risponde a una precisa visione reazionaria. L'insegnamento della Storia è stato ridotto a una narrazione eurocentrica e acritica. Si torna a proporre agli studenti di adottare uno sguardo coloniale sul mondo, attraverso la lente del suprematismo bianco. Le Indicazioni sono criticabili anche da altri versanti: c'è il tentativo, nemmeno troppo velato, di tornare ai Programmi, cioè di limitare fortemente la libertà di insegnamento. I documenti si presentano infatti ricchi di suggerimenti dettagliati che appaiono come prescrittivi. Le Indicazioni, invece, dovrebbero essere delle linee guida generiche che permettano poi a ogni insegnante di calare le direttive all'interno della propria classe, in base alle proprie modalità di insegnamento. Altro punto critico rilevato nei documenti del primo ciclo è la visione pedagogica incentrata sul talento. Non si fa menzione di quanto le differenze economico-culturali incidano sull'andamento didattico dell'allievo. Compito della scuola dovrebbe essere quello di azzerare o perlomeno diminuire queste disuguaglianze, invece nelle Indicazioni si parla soltanto di valorizzazione dei talenti, come se questi fossero avulsi dal contesto sociale. Infine, solo per citare i punti più macroscopici, nella prima bozza delle linee guida del secondo ciclo non vengono citati autori del calibro di Spinoza, Leibniz e Marx, e viene ridotto lo spazio di approfondimento dedicato ad Hobbes, Locke e Rousseau. La sollevazione dei docenti di Filosofia, però, ha costretto il Ministero a dirsi disponibile ad una correzione. Come spiegavamo prima, le Indicazioni non sono Programmi, quindi ogni docente è libero di approfondire l'autore che ritiene più adatto al proprio percorso, ma non possiamo nascondere il fatto che i libri di testo siano costruiti, a volte pedissequamente, in base alle disposizioni ministeriali. Inoltre, un giovane docente neolaureato sarà sicuramente più condizionato dalle Nuove Indicazioni rispetto ai colleghi con esperienza: questo porterà col tempo a un cambiamento inevitabile. Le risposte collettive, che pure ci sono state, non sempre hanno portato a risultati immediati, come nel più recente caso dei contenuti di Filosofia. Questo, spesso, ha determinato un riflusso individualista. Molti insegnanti tentano di resistere all'attacco ministeriale facendosi scudo con la propria libertà di insegnamento. Ma l'obiettivo politico e sindacale dovrebbe essere quello di ristabilire una dimensione collettiva permanente, che vada al di là della singola battaglia.

▪︎ Il “problema sicurezza”

Il tema della sicurezza, come sappiamo, è cavalcato da questo governo, ma anche dall'opposizione parlamentare. È stato al centro del dibattito e ha caratterizzato anch'esso quest'ultimo anno scolastico. I pochi, comunque gravi, casi di cronaca sono stati utilizzati per stigmatizzare un'intera generazione e, in particolare, i ragazzi di origine straniera. I dati, però, ci dicono altro. Una ricerca pubblicata dalla rivista Il Mulino (rivistailmulino.it/a/la-violen…) dimostra con chiarezza che non esiste alcuna emergenza. Ma al ministro Valditara poco importa dei dati. Dopo aver creato il caso mediatico, con l'aiuto di stampa e opposizione, ha pensato bene a una risposta ad effetto, totalmente inutile e inutilizzata: l'introduzione dei metal detector! Quest'anno, però, è diventata pienamente operativa anche la riforma sul voto in condotta, molto più incisiva dei metal detector. Propagandata anch'essa per rispondere a un fantomatico quanto inesistente “problema educativo”, può in realtà essere usata come arma di ricatto nei confronti delle studentesse e degli studenti politicizzati, rendendo sempre più difficile l'organizzazione o la partecipazione ad occupazioni o autogestioni. La riforma ha reso molto più semplice mettere un'insufficienza, che si traduce automaticamente in una bocciatura. Prima della riforma Valditara per un 5 in condotta serviva l'unanimità del Consiglio di classe, mentre ora è sufficiente la maggioranza semplice. Alla fine dell'anno sono effettivamente aumentate le bocciature per il 5 in condotta, anche nei confronti dei giovanissimi studenti e studentesse delle scuole medie inferiori. Secondo i primi dati forniti dal Mim (Ministero dell'Istruzione e del Merito), i docenti hanno fatto soprattutto largo uso del 6 in condotta che, grazie alla riforma, genera un debito automatico (con l'obbligo di presentare un elaborato e fare un esame a settembre per non essere bocciati). Si tratta di una forma di ricatto che, di fronte a un reale problema educativo, non modifica di una virgola la situazione del ragazzo o della ragazza in questione. La riforma del voto in condotta ha fornito ai docenti una risposta punitiva a problemi (laddove realmente esistenti) che, invece, avrebbero bisogno di una risposta sistemica. Uno studente con comportamenti inadeguati mostra un malessere che andrebbe ascoltato e accolto, non soltanto punito. Servirebbero psicologi in ogni scuola, un numero maggiore di insegnanti in modo da poter seguire con cura tutte le necessità delle nuove generazioni. Servirebbe anche un tessuto sociale in grado di aiutare le famiglie in difficoltà e spazi in cui le ragazze e i ragazzi possano esprimersi liberamente. Ma è chiaro che tutto questo è molto lontano dal pensiero del ministro Valditara.

▪︎ Il consenso informato

Il disegno di legge sul consenso da parte dei genitori per i progetti di educazione sessuo-affettiva è un'altra testa d'ariete utilizzata dal Governo per far avanzare la propria visione conservatrice e retrograda. L'idea che sottende questa decisione ci fa fare un salto indietro di addirittura due secoli. In passato, infatti, i figli erano considerati proprietà esclusiva dei genitori, in particolare del padre. A partire dall'800, e poi più compiutamente durante il '900, i bambini e le bambine sono diventati soggetti di diritto e la loro educazione una responsabilità collettiva. In questo processo, l'istituzione della scuola pubblica, pur con tutte le storture dovute al sistema capitalistico, è stata una conquista fondamentale. Ora si tenta di tornare al primato dell'educazione impartita tra le mura domestiche. Inutile dire quanto, invece, sia importante che la formazione, intesa a 360°, resti e si rafforzi come patrimonio collettivo. La dimensione sessuo-affettiva fa parte dello sviluppo della persona, anche se non dobbiamo nasconderci che la scuola, così com'è oggi, non ha gli strumenti per seguire la crescita di studenti e studentesse in tutte le sue sfaccettature. Per poter affrontare adeguatamente la questione servirebbe una scuola pensata in modo diverso: con più ore, più docenti, più risorse e meno alunni per classe. Ma, anche se aggiungere un'ora di educazione sessuo-affettiva senza modificare null'altro non è la soluzione ideale, la scuola è senza dubbio il luogo deputato per affrontare certi argomenti.

▪︎ Il 4+2 di istituti tecnici e professionali

Un altro capolavoro di quest'anno scolastico è la controriforma degli istituti tecnici e professionali, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno. È la rappresentazione più pura della subordinazione della scuola al capitale. Si taglia un anno di percorso scolastico per rispondere alla necessità dei distretti industriali di immettere precocemente i giovani nelle aziende. Inoltre, si mutilano le discipline culturali e storiche a vantaggio dell’addestramento aziendale e dei PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento, nella realtà il più delle volte è lavoro non retribuito). La differenziazione, di gentiliana memoria, tra licei e scuole tecniche e professionali viene acuita ulteriormente. I plessi scolastici si trasformeranno in anticamere della fabbrica. Le aziende locali potranno addirittura salire in cattedra e modificare i programmi in base alle loro esigenze. Contro questo attacco gravissimo docenti e studenti si sono subito mobilitati; ci auguriamo che possano vincere questa battaglia. Ogni ragazzo e ogni ragazza ha diritto a una formazione il più completa possibile, non a essere trattato, sin dalla più tenera età, come pura forza-lavoro.

▪︎ La “Maturità”

Il Ministro del cosiddetto Merito non ha mancato di modificare anche l'Esame di Stato, che è tornato a chiamarsi Esame di Maturità, così come era stato definito durante il ventennio fascista. Le commissioni sono state ridotte da 7 a 5 membri, a parità di compenso. È stata, poi, eliminata l'interdisciplinarietà: al colloquio orale si presentano soltanto 4 discipline. Ciò significa, ad esempio, escludere Storia negli Istituti tecnici e professionali. Valditara ha inoltre aggiunto, da quest'anno, l'attribuzione di 5 punti in base al “grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità dello sviluppo dell'individuo”. Un parametro totalmente soggettivo e, naturalmente, classista. Pensiamo, ad esempio, a chi vive in condizioni di marginalità ed è privato dei mezzi materiali per coltivare le proprie inclinazioni e il proprio benessere: dovrebbe forse essere giudicato carente sul piano dello “sviluppo personale”? Ovviamente la gran parte dei docenti si è detta contraria a utilizzare questo parametro valutativo anti-pedagogico, per cui i 5 punti verranno in realtà attribuiti, nella stragrande maggioranza dei casi, in base al risultato della prova d'esame. Resta, però, il tentativo da parte del Ministro di umiliare ancora una volta le studentesse e gli studenti che non si allineano, per volontà o per necessità, ai suoi schemi reazionari.

▪︎ Un bilancio

Il bilancio di quest'anno scolastico non lascia spazio a interpretazioni: la scuola pubblica è sotto un attacco frontale che mira a scardinarne la residua funzione emancipatrice. È necessario e urgente ricostruire un fronte unico di classe che riunisca studenti, studentesse, docenti e lavoratori e lavoratrici del settore. Purtroppo finora le risposte, seppur presenti, non sono state all'altezza degli attacchi subiti. Serve un salto di qualità immediato, pena la perdita definitiva di una conquista fondamentale come lo è stata la scuola pubblica.


log.livellosegreto.it/colletti…

Non sei dei loro

nel chiuso della stanza o di pomeriggio nel sole da un po' ti sorprendono a parlare coi morti – questi non tornano e tu non sei dei loro -ancora- sono spirito (ma di essi poco si sa) -ubiqui ti leggono il pensiero e a volte giocano con le nuvole – quando nelle tue pareidolie ti pare ravvisarli

Analisi e suggerimenti


Tono e atmosfera
Il testo crea un’atmosfera sospesa, intima e leggermente inquietante: il parlante è osservato da presenze che leggono il pensiero e giocano con le nuvole. La ripetizione di non sei dei loro costruisce un contrasto forte tra appartenenza e distanza.

Immagini e simboli
Le immagini principali — stanza chiusa, pomeriggio nel sole, morti, nuvole, pareidolie — funzionano bene insieme: il quotidiano si mescola al soprannaturale. La parola ubiqui è efficace ma un po’ arida rispetto al registro più colloquiale del resto; valuterei una variante più sensoriale se vuoi accentuare il mistero.

Ritmo e punteggiatura
L’uso dei trattini e delle pause spezza il flusso in modo interessante. Potresti giocare con versi più brevi in alcuni punti per aumentare la tensione (ad esempio spezzare “ti leggono il pensiero” in due versi).


Possibile titolo


Non sei dei loro


Piccola revisione alternativa (leggera)


nel chiuso della stanza, o
di pomeriggio nel sole,
da un po’ ti sorprendono:
parli coi morti — questi
non tornano; tu non sei
dei loro, ancora.
sono spiriti — poco si sa —
ubiqui, ti leggono il pensiero,
a volte giocano con le nuvole;
nelle tue pareidolie
credi di ravvisarli.


Proseguimento suggerito


ti sfiorano come vento
sui vetri caldi, e resti a guardare
la luce che si piega —
non chiedono nome, solo tempo.
tu impari a rispondere a metà,
a lasciare aperta la porta
per chi non ha più passi.


Versione concisa


nel chiuso della stanza,
a pomeriggio nel sole,
ti sorprendono: parli coi morti.
non tornano; tu non sei dei loro.
sono spiriti ubiqui, leggono il pensiero,
giocano con le nuvole; nelle pareidolie
credi di ravvisarli.

Nel chiuso della stanza, a pomeriggio inoltrato, senti voci che non chiedono nome: si insinuano tra i mobili, si posano sulla luce come polvere. Parli con assenze che non tornano, eppure ti rispondono con gesti minimi — un respiro nell'aria, una nuvola che si piega. Non sei dei loro, lo sai come si sa di non appartenere a un luogo che ti osserva; impari a tenere aperta una porta senza aspettare passi. Resti a guardare le pareidolie sul soffitto, e in quel gioco di ombre capisci che la distanza è anche una forma di compagnia.

Micro-racconto


Nel pomeriggio la stanza trattiene il sole come un respiro. Ti siedi vicino alla finestra e, senza far rumore, cominci a parlare con ciò che non ha più passi. Le parole scivolano tra i mobili e tornano indietro come echi che non chiedono nome. Non tornano, lo sai; eppure rispondono: una nuvola che si piega, un filo di polvere che cambia direzione, il battito d’aria contro il vetro.

Non sei dei loro, ma impari a conversare con l’assenza come si impara una lingua straniera: a metà tra la memoria e l’invenzione. Li riconosci nelle pareidolie del soffitto, nei volti che il sole disegna sulle tende; loro ti leggono il pensiero senza giudizio, come se la distanza fosse un modo gentile di restare. A volte ti sfiorano appena, come un vento che non lascia tracce, e tu resti a guardare la luce che si piega, consapevole che la compagnia può essere fatta anche di silenzi condivisi.


noblogo.org/norise-3-letture-a…

Se c'è una cosa che trovo miserabile sono i docenti che raccolgono gli strafalcioni dei ragazzi durante la maturità e li danno in pasto ad altrettanto miserabili quotidiani online, condendo il tutto con qualche rapida analisi sociale gravida di decadenza del costumi.

È miserabile perché è un'ulteriore affermazione di potere da parte di una classe lavorativa di dipendenti statali deboli, fiaccati e litigiosi. Potere di chi valuta su chi è valutato e non può operare nello stesso modo, pena una riduzione dei margini di discussione all'interno della scuola.

Miserabile e miope perché non vede come quegli strafalcioni sono prima di tutto un'emersione di prassi didattiche che non hanno funzionato. E di valutazioni e di esami che hanno perso per strada la loro funzionalità trascinandosi invece dietro una sorta di grottesca parodia amministrativa.

Miserabili, infine, perché sono il termometro di un certo tipo di scuola, che ancora esiste, classista, stereotipata e pronta a nascondere sotto al tappeto gli strafalcioni professionali, a volte gravissimi, di chi la abita.

Per dirne uno: condividere con sarcasmo gli errori degli studenti, invece che valorizzarli in chiave di apprendimento, è uno strafalcione esso stesso, macroscopico e indice di una profonda ignoranza e sciatteria didattica.


noblogo.org/cronache-dalla-scu…

2CR - Capitolo 11


Roboamo re1Roboamo, giunto a Gerusalemme, convocò la casa di Giuda e di Beniamino, centoottantamila guerrieri scelti, per combattere contro Israele e per restituire il regno a Roboamo. 2La parola del Signore fu rivolta a Semaià, uomo di Dio: 3“Riferisci a Roboamo, figlio di Salomone, re di Giuda, e a tutti gli Israeliti che sono in Giuda e in Beniamino: 4“Così dice il Signore: Non salite a combattere contro i vostri fratelli; ognuno torni a casa, perché questo fatto è dipeso da me”“. Ascoltarono le parole del Signore e tornarono indietro, senza marciare contro Geroboamo.5Roboamo abitò a Gerusalemme. Egli trasformò in fortezze alcune città di Giuda. 6Ricostruì Betlemme, Etam, Tekòa, 7Bet-Sur, Soco, Adullàm, 8Gat, Maresà, Zif, 9Adoràim, Lachis, Azekà, 10Sorea, Àialon ed Ebron; queste fortezze erano in Giuda e in Beniamino. 11Egli munì queste fortezze, vi mise sovrintendenti e vi stabilì depositi di cibarie, di olio e di vino. 12In ogni città depositò scudi e lance, rendendole fortissime. Appartennero dunque a lui Giuda e Beniamino.13I sacerdoti e i leviti, che erano in tutto Israele, si radunarono da tutto il loro territorio presso di lui. 14Infatti i leviti lasciarono i pascoli e le proprietà, e andarono in Giuda e a Gerusalemme, perché Geroboamo e i suoi figli li avevano esclusi dall'esercitare il sacerdozio del Signore. 15Geroboamo aveva stabilito suoi sacerdoti per le alture, per i satiri e per i vitelli che aveva eretto. 16Al seguito dei leviti, da tutte le tribù d'Israele quanti avevano determinato in cuor loro di ricercare il Signore, Dio d'Israele, andarono a Gerusalemme per sacrificare al Signore, Dio dei loro padri. 17Così rafforzarono il regno di Giuda e sostennero Roboamo, figlio di Salomone, per tre anni, perché per tre anni egli seguì la via di Davide e di Salomone.18Roboamo si prese in moglie Macalàt, figlia di Ierimòt, figlio di Davide, e di Abiàil, figlia di Eliàb, figlio di Iesse. 19Essa gli partorì i figli Ieus, Semaria e Zaam. 20Dopo di lei prese Maacà, figlia di Assalonne, che gli partorì Abia, Attài, Ziza e Selomìt. 21Roboamo amò Maacà, figlia di Assalonne, più di tutte le altre mogli e concubine; egli prese diciotto mogli e sessanta concubine e generò ventotto figli e sessanta figlie. 22Roboamo costituì Abia, figlio di Maacà, capo, ossia principe tra i suoi fratelli, perché pensava di farlo re. 23Con accortezza egli sparse in tutte le contrade di Giuda e di Beniamino, in tutte le città fortificate, alcuni suoi figli. Diede loro viveri in abbondanza e li provvide di molte mogli.

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Approfondimenti


I capitoli 11 e 12 sono dedicati al regno di Roboamo (931-914). Il re rinuncia ad assalire Geroboamo (11,1-4), costruisce o restaura varie città di Giuda (11,5-12), attira a Gerusalemme i sacerdoti e i leviti del Nord (11,13-17). Ad alcune notizie sulla famiglia (11,18-23), il Cronista fa seguire la narrazione della spedizione del faraone Sisach, presentata come un castigo per l'infedeltà del re (12,1-8), e del saccheggio della città (12 9-12). Con un giudizio sul re (12,13-14) quindi il Cronista conclude la vicenda di Roboamo (12,15-16).

11,1-23. Per il Cronista il regno di Roboamo è caratterizzato da un alternarsi di ubbidienza e infedeltà. La tragedia della secessione nordista grava su tutto il suo periodo di governo.

1-4. Corrispondono quasi alla lettera a 1Re 12,21-24. Per Giuda non sarebbe stato difficile schiacciare gli insorti di Samaria, ma il re preferisce prestare ascolto alle parole del profeta Semaia e ubbidire a JHWH.

5-12. Il Cronista ignora Geroboamo omettendo 1Re 12,25-14,20. Le città – in effetti si tratta di grossi villaggi – menzionate in questo brano si trovano tutte nel territorio di Giuda a ovest e a sud di Gerusalemme, sulla linea di confine con l'Egitto o in ogni caso in questa direzione. L'unica eccezione è Gat, località filistea situata venti chilometri circa a sud-est di Asdod. L'autore inserisce qui note d'archivio difficilmente databili.

13-17. Il brano è proprio del Cronista e mette in luce forse l'atteggiamento reazionario delle classi religiose del Nord, che abbandonano il popolo per cercare sicurezza e tranquillità nel tempio centrale di Gerusalemme. L'impegno di Geroboamo per la lealtà religiosa, la libertà politica e la prosperità economica del suo popolo per il Cronista è scisma e idolatria. Di fatto dopo la secessione il culto jahvistico è rimasto vitale anche nel regno del Nord. 18-23. La famiglia di Roboamo. Anche questi versetti sono propri del Cronista, che sottolinea la legittimità dinastica della coppia regale, mostrando come il sangue della moglie di Roboamo fosse anch'esso davidico (1Re ignora il dato). I due sposi avevano un nonno davidico comune; non solo, l'altro nonno di Macalat era fratello di Davide.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Perché le persone fanno quello che fanno? La domanda mi girava per la testa mentre ero in piazza De Ferrari. Una ragazza girava con i roller facendosi dei selfie, attorno alla fontana, quando si sono sentiti dei colpi, come di pistola. Per ogni colpo la ragazza ha vibrato, il suono era molto forte. È caduta per terra e tutti, attorno siamo rimasti a guardarla mentre si rialzava, faceva dei gesti per tranquillizzarci, si pettinava i capelli, sorrideva con un volto che sembrava deforme. Riprendeva a pattinare e – di nuovo – i colpi echeggiavano per la piazza.

La ragazza di nuovo cadeva per terra, iniziava a sbavare, dai pantaloncini attillati cominciava a colare del sangue, i capelli biondi di staccavano dalla cute, che si rivelava essere una maschera di gomma. La scena si ripeteva più volte finché – alla fine – il corpo restava a terra. Con un gesto la ragazza si toglieva la maschera, appariva un volto umano che sorrideva mentre noi applaudivamo e lei correva via a prendere qualcosa, per poi tornare in mezzo a noi sventolare una bandiera palestinese.

Più tardi guardavo una donna che si muoveva a scatti, in un abito elegante, seguendo e non seguendo una musica, noi tutti in cerchio come dei primitivi. Perché le persone fanno quello che fanno? Perché siamo tutti in cerchio a vedere questa donna passare dalla danza, a gesti che sembrano raptus senili, a – niente – camminare guardandoci negli occhi? Perché quella donna stava facendo quella cosa e perché noi eravamo lì, a braccia conserte, a fissarla? Ogni tanto una persona, per caso, passava in mezzo al cerchio, ci guardava, sapeva che in quel momento tutti lo guardavamo, guardava la donna, parlava con rabbia, usciva, si perdeva nel centro storico. Per un attimo aveva attraversato lo spettacolo, era diventato spettacolo anche lui. Contaminato.

Guardo la donna e poi guardo il pubblico che è dall'altra parte della piazza. Riconosco alcuni volti. Fingo di guardare la donna canadese che danza ma in realtà inizio a studiare i volti delle persone che la guardano. Qualcuno sorride, qualcuno tiene le braccia incrociate, serissimo. Qualcuno riprende tutto con un cellulare, qualcuno è assorto, qualcuno si sta chiedendo cosa significhino quei gesti, cerca di trovare un senso al fatto che siamo lì, in cerchio, a guardare quella donna. Qualcuno mi sta guardando.

Sui social, mentre aspettavo che iniziasse tutto, colava la standardizzazione. Docenti che condividevano gli strafalcioni degli studenti, con la bava alla bocca e le zanne ancora nella carne di questi ragazzini. Altri proseguivano il loro lavoro di terrore contro i migranti, contro le religioni non occidentali, contro i woke. Perché le persone fanno quello che fanno? Cosa resta – poi – di tutto questo sforzo? Le persone si tirano dietro il chiacchiericcio che le loro azioni hanno messo in moto, come cellule crescono, mangiano, si dividono. Anni dopo sento qualcuno parlare di una persona che conosco: di lui resta tutto il male di cui si era circondato. Il suo abbruttimento sistemico, la sua gestione del potere. Non esiste una giustizia, esiste la materia di cui è fatto questo chiacchiericcio. Le cose che abbiano installato – volenti o nolenti – restano in chi poi se le porta dietro come una spina sottocutanea, immersa nel pus alieno della nostra presenza.

La mia medico traccia dei cerchi spiegandomi come le terapie proveranno a risolvere questo o quel problema che ho. “Ma – le chiedo – il problema principale, quello: in quale cerchio è?“. Lei mi guarda, alza gli occhi al soffitto e disegna sul foglio un puntino che è fuori da tutti e due i cerchi.

Esiste una parte di persone che fanno quello che fanno e che si riconoscono in quello che fanno e in quello che vedono fatto. C'è poco da fare. Non esiste una giustizia e tutte queste belle cosette che ci siamo allestiti, le nostre estetiche, le nostre etiche, possono essere spazzate via in un momento. Facciamo quello che facciamo – penso – perché ci riconosciamo. Il chiacchiericcio si trova in un campo comune. Non dico che sia un coro, ma è una voce comune. Facciamo quello che facciamo perché in questo troviamo la nostra santa pazienza, la nostra controversa grazia e la nostra santa ragione.

A casa continuo a guardare un film che non avrei mai guardato. Me lo ha consigliato una amica, le ho detto che poi le avrei raccontato cosa ne pensavo. Il chiacchiericcio. Facciamo le cose che facciamo perché siamo contaminati dallo spettacolo. Dalla comunicazione. E mentre lo guardo mi vedo dall'esterno che guardo il film, seduto in cucina, con il portatile davanti, le bollette acconto Tari a fianco, la confezione funghi secchi Primia di fronte, il rumore ininterrotto del traffico della valbisagno che viene dalla finestra, le ventole del caricabatteria dello scooter elettrico dietro di me. E mi chiedo, perché lo sto facendo?

Chiudo il portatile, prendo il tablet e inizio a scrivere tutto, prima che sia troppo tardi .


noblogo.org/diario/perche-le-p…


Perché le persone fanno quello che fanno?


Perché le persone fanno quello che fanno? La domanda mi girava per la testa mentre ero in piazza De Ferrari. Una ragazza girava con i roller facendosi dei selfie, attorno alla fontana, quando si sono sentiti dei colpi, come di pistola. Per ogni colpo la ragazza ha vibrato, il suono era molto forte. È caduta per terra e tutti, attorno siamo rimasti a guardarla mentre si rialzava, faceva dei gesti per tranquillizzarci, si pettinava i capelli, sorrideva con un volto che sembrava deforme. Riprendeva a pattinare e – di nuovo – i colpi echeggiavano per la piazza.

La ragazza di nuovo cadeva per terra, iniziava a sbavare, dai pantaloncini attillati cominciava a colare del sangue, i capelli biondi di staccavano dalla cute, che si rivelava essere una maschera di gomma. La scena si ripeteva più volte finché – alla fine – il corpo restava a terra. Con un gesto la ragazza si toglieva la maschera, appariva un volto umano che sorrideva mentre noi applaudivamo e lei correva via a prendere qualcosa, per poi tornare in mezzo a noi sventolare una bandiera palestinese.

Più tardi guardavo una donna che si muoveva a scatti, in un abito elegante, seguendo e non seguendo una musica, noi tutti in cerchio come dei primitivi. Perché le persone fanno quello che fanno? Perché siamo tutti in cerchio a vedere questa donna passare dalla danza, a gesti che sembrano raptus senili, a – niente – camminare guardandoci negli occhi? Perché quella donna stava facendo quella cosa e perché noi eravamo lì, a braccia conserte, a fissarla? Ogni tanto una persona, per caso, passava in mezzo al cerchio, ci guardava, sapeva che in quel momento tutti lo guardavamo, guardava la donna, parlava con rabbia, usciva, si perdeva nel centro storico. Per un attimo aveva attraversato lo spettacolo, era diventato spettacolo anche lui. Contaminato.

Guardo la donna e poi guardo il pubblico che è dall'altra parte della piazza. Riconosco alcuni volti. Fingo di guardare la donna canadese che danza ma in realtà inizio a studiare i volti delle persone che la guardano. Qualcuno sorride, qualcuno tiene le braccia incrociate, serissimo. Qualcuno riprende tutto con un cellulare, qualcuno è assorto, qualcuno si sta chiedendo cosa significhino quei gesti, cerca di trovare un senso al fatto che siamo lì, in cerchio, a guardare quella donna. Qualcuno mi sta guardando.

Sui social, mentre aspettavo che iniziasse tutto, colava la standardizzazione. Docenti che condividevano gli strafalcioni degli studenti, con la bava alla bocca e le zanne ancora nella carne di questi ragazzini. Altri proseguivano il loro lavoro di terrore contro i migranti, contro le religioni non occidentali, contro i woke. Perché le persone fanno quello che fanno? Cosa resta – poi – di tutto questo sforzo? Le persone si tirano dietro il chiacchiericcio che le loro azioni hanno messo in moto, come cellule crescono, mangiano, si dividono. Anni dopo sento qualcuno parlare di una persona che conosco: di lui resta tutto il male di cui si era circondato. Il suo abbruttimento sistemico, la sua gestione del potere. Non esiste una giustizia, esiste la materia di cui è fatto questo chiacchiericcio. Le cose che abbiano installato – volenti o nolenti – restano in chi poi se le porta dietro come una spina sottocutanea, immersa nel pus alieno della nostra presenza.

La mia medico traccia dei cerchi spiegandomi come le terapie proveranno a risolvere questo o quel problema che ho. “Ma – le chiedo – il problema principale, quello: in quale cerchio è?“. Lei mi guarda, alza gli occhi al soffitto e disegna sul foglio un puntino che è fuori da tutti e due i cerchi.

Esiste una parte di persone che fanno quello che fanno e che si riconoscono in quello che fanno e in quello che vedono fatto. C'è poco da fare. Non esiste una giustizia e tutte queste belle cosette che ci siamo allestiti, le nostre estetiche, le nostre etiche, possono essere spazzate via in un momento. Facciamo quello che facciamo – penso – perché ci riconosciamo. Il chiacchiericcio si trova in un campo comune. Non dico che sia un coro, ma è una voce comune. Facciamo quello che facciamo perché in questo troviamo la nostra santa pazienza, la nostra controversa grazia e la nostra santa ragione.

A casa continuo a guardare un film che non avrei mai guardato. Me lo ha consigliato una amica, le ho detto che poi le avrei raccontato cosa ne pensavo. Il chiacchiericcio. Facciamo le cose che facciamo perché siamo contaminati dallo spettacolo. Dalla comunicazione. E mentre lo guardo mi vedo dall'esterno che guardo il film, seduto in cucina, con il portatile davanti, le bollette acconto Tari a fianco, la confezione funghi secchi Primia di fronte, il rumore ininterrotto del traffico della valbisagno che viene dalla finestra, le ventole del caricabatteria dello scooter elettrico dietro di me. E mi chiedo, perché lo sto facendo?

Chiudo il portatile, prendo il tablet e inizio a scrivere tutto, prima che sia troppo tardi .