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Il paradosso di Fermi


È una soluzione cinica ma coerente: non il silenzio del cosmo, bensì il nostro. Il paradosso di Fermi nasce come una domanda scientifica, ma resiste da decenni perché tocca un nervo scoperto: l’idea che l’universo sia pieno di vita e che, nonostante questo, nessuno ci risponda. Per molto tempo abbiamo cercato spiegazioni rassicuranti, legate ai limiti tecnologici, alle distanze astronomiche, alla rarità delle condizioni necessarie alla vita intelligente. Abbiamo immaginato civiltà spazzate via prima di poter comunicare, pianeti sterili, errori di calcolo. Ma esiste una lettura più semplice e, proprio per questo, più disturbante: non siamo soli, siamo solo indesiderati. Se ci osservano, vedono una specie tecnologicamente brillante e moralmente immatura, capace di produrre strumenti potentissimi senza una visione condivisa del loro uso. Vedono un pianeta che trasmette nello spazio non tanto segnali di intelligenza, quanto rumore, ripetizione, aggressività, autocompiacimento. Vedono una civiltà che confonde informazione con conoscenza e visibilità con valore. Dal loro punto di vista, la nostra crescita appare sbilanciata: enorme sul piano tecnico, fragile su quello etico. Abbiamo imparato a controllare l’energia prima di controllare noi stessi, a moltiplicare le connessioni senza approfondire le relazioni, a simulare il pensiero senza chiarire cosa significhi davvero comprendere. In questa chiave, il famoso “grande filtro” non è un evento cosmico, ma una soglia interiore. Non un’esplosione, ma una scelta. L’isolamento deliberato diventa allora una strategia di sopravvivenza per civiltà che hanno già attraversato la nostra fase evolutiva e ne riconoscono i pericoli. Interagire con una specie ancora dominata dall’ego, dalla competizione distruttiva e dalla mitologia del potere significherebbe alterarne il percorso o esserne trascinati. Così come noi evitiamo di interferire con ecosistemi instabili o popolazioni non pronte al contatto, loro evitano noi. Non per arroganza, ma per responsabilità. Il silenzio cosmico assume allora un significato diverso: non è assenza di vita, ma presenza di limite. È una forma di attesa, una quarantena cosmica che non ha una data di fine prestabilita. Forse il criterio non è il livello tecnologico, ma la maturità collettiva. Forse non si entra nella conversazione galattica finché non si dimostra di saper ascoltare, cooperare, preservare ciò che si crea. In questo scenario, il paradosso di Fermi smette di essere un problema astronomico e diventa uno specchio antropologico. Non chiede dove siano gli altri, ma chi siamo noi visti da fuori. Siamo una civiltà che usa l’intelligenza per comprendere o solo per dominare? Siamo capaci di trasformare il sapere in saggezza o restiamo prigionieri della performance? Forse il primo vero contatto non avverrà quando intercetteremo un segnale alieno, ma quando ridurremo il rumore che produciamo. Forse arriverà quando la tecnologia tornerà a essere strumento e non identità, quando la potenza sarà accompagnata da misura, quando il progresso non sarà più una corsa cieca ma una direzione condivisa. Fino ad allora, il silenzio dell’universo non è un rifiuto definitivo. È un invito implicito a crescere. È una pausa carica di significato. È la prova che, prima di cercare altri mondi, dobbiamo rendere abitabile il nostro.


I bot nel Fediverso - L'articolo di Moreno, F., Perdomo-Quinteiro, P., Hernandez-Penaloza, G. et al.

I bot social sono un problema noto nella società odierna. Sono influenzati da una varietà di fattori, che vanno dalla presenza di bot alla mancanza di interazione tra bot e utenti. Questo articolo propone un approccio multipiattaforma per il rilevamento dei bot social basato su metadati del profilo e incorporamenti di testo, applicato agli account utente di Twitter, Mastodon e Bluesky. Il modello risultante raggiunge un'accuratezza del 97,39% in un'attività di classificazione a quattro classi, superando diverse linee di base consolidate, inclusi approcci basati su grafici e federati, pur essendo computazionalmente efficiente. Il contributo principale di questo lavoro è la dimostrazione che le caratteristiche utente possono supportare un'efficace classificazione dei bot in ambienti eterogenei e decentralizzati, dimostrando la fattibilità della generalizzazione interdominio su larga scala. Presentiamo inoltre un nuovo set di dati che combina account bot e non bot autoidentificati da piattaforme decentralizzate.

Il set di dati creato per questo studio è disponibile su richiesta. I ricercatori interessati possono contattare l'autore corrispondente all'indirizzo fran.moreno@upm.es. Il set di dati non include componenti derivati ​​da Cresci et al. (2017).

doi.org/10.1007/s13278-025-015…

@Che succede nel Fediverso?

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