giovenale il giovane legge giovenale il vecchio, vii (“e che vantaggio…”)
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Negli ultimi anni prosegue la tendenza al riscaldamento del nostro pianeta. Secondo diverse proiezioni, ci sono fortissime probabilità (75%) che la media quinquennale 2026-2030 superi di 1,5°C i livelli preindustriali. Di fronte a tutto ciò da circa 20 anni l’Unione Europea prova a rendere più convenienti le tecnologie meno inquinanti per ridurre le emissioni di CO₂. Ma sarebbe più […]
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#AurelioAngelini #ETS #MinisteroDellAmbiente #riscaldamentoClimatico #UnioneEuropea
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Chi segue la scena delle arti marziali miste in Italia sa bene quanto sia stato lungo e accidentato il percorso verso un riconoscimento istituzionale dello sport. Per anni le MMA italiane sono cresciute ai margini, sostenute più dalla passione di palestre e atleti che da una struttura federale solida.
MMA Italia non nasce dal nulla: raccoglie il testimone della FIGMMA, la prima Federazione Italiana Gioco MMA, che per prima ha provato a dare un’impalcatura organizzativa allo sport nel nostro paese. Non è un dettaglio da poco, in un ambiente dove la continuità istituzionale è spesso la variabile più fragile: federazioni che nascono, si affiancano, a volte si sovrappongono, generando confusione tra atleti e società sportive su chi rappresenti davvero la disciplina a livello nazionale.
La proposta tecnica di MMA Italia si articola su tre discipline complementari:
Questa suddivisione non è solo una scelta regolamentare: riflette il modo in cui molte palestre italiane strutturano già la preparazione dei propri atleti, spesso costretti a integrare percorsi diversi — muay thai, boxe, wrestling, grappling – prima ancora di arrivare a competere in MMA vera e propria. Offrire competizioni dedicate a queste componenti isolate permette a chi si sta ancora formando di misurarsi in un contesto agonistico riconosciuto, senza dover per forza affrontare subito un match completo.
Uno degli elementi che distingue MMA Italia dal panorama associativo più tradizionale è l’attenzione al lato economico della competizione. La federazione si presenta come l’unica realtà italiana di MMA a premiare atleti e team con premi in denaro concreti. Il torneo di punta in questo senso è Top MMA Fighters, che mette in palio fino a 1.500 euro per il vincitore di ogni categoria di peso, distribuiti nelle due tappe annuali di Roma, una in primavera e una in autunno.
È un aspetto tutt’altro che scontato per lo sport da combattimento amatoriale e semi-professionistico italiano, storicamente abituato a competere quasi esclusivamente per il titolo e la cintura. Un montepremi reale, per quanto contenuto rispetto agli standard internazionali, è un segnale di maturazione del movimento e un incentivo in più per gli atleti a restare nel circuito nazionale invece di cercare vetrine altrove.
Il calendario ufficiale (consultabile su mma-italia.it/calendario-gare) scandisce i prossimi mesi con quattro appuntamenti principali:
La scelta di concentrare gran parte degli eventi su Roma, con un’unica tappa al nord a Novara, riflette una dinamica tipica dello sport da combattimento italiano: la capitale resta il baricentro organizzativo, ma l’apertura a una tappa settentrionale è un tentativo di intercettare un bacino di palestre e atleti — penso alla Lombardia, al Veneto, all’Emilia — che negli ultimi anni ha visto crescere sensibilmente l’interesse per le MMA, sulla scia anche della crescita parallela del grappling e del BJJ.
Dopo l’estate partirà un corso gratuito per Ufficiali di Gara di MMA, un tassello spesso sottovalutato ma decisivo per la credibilità di qualunque federazione sportiva. Avere arbitri e giudici formati secondo uno standard riconosciuto è ciò che permette a un torneo di essere davvero competitivo e sicuro, e non semplicemente un evento organizzato bene sulla carta.
Sul fronte burocratico, MMA Italia punta a semplificare quello che per molte palestre resta un percorso a ostacoli: affiliazione delle società sportive all’ASC (ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI) e iscrizione al RASD, tesseramento degli atleti, riconoscimento dei tecnici Snaq CONI, riconoscimento di cinture e gradi, oltre al patrocinio di eventi. Procedure rapide e costi contenuti sono esattamente ciò che serve a un movimento fatto in larga parte di palestre medio-piccole, spesso gestite da praticanti diventati istruttori più per passione che per struttura imprenditoriale.
Al di là dei singoli servizi, quello che MMA Italia sta provando a costruire è un ecosistema riconoscibile: un calendario stabile, discipline propedeutiche per far crescere gli atleti gradualmente, premi che diano un senso economico alla competizione e una macchina organizzativa (arbitri, tesseramenti, affiliazioni) che regga nel tempo. Per chi segue da vicino la scena italiana degli sport di combattimento — dal jiu-jitsu al wrestling fino alle MMA vere e proprie — è proprio questo tipo di lavoro “invisibile” sulla struttura a fare la differenza tra un movimento che resta di nicchia e uno che riesce davvero a crescere.
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Prendendo spunto dalla storia “Report-Ranucci-Lavitola” ma senza entrare direttamente nella questione specifica, si può facilmente notare che quanto accaduto non dovrebbe sorprendere.
Già da molto tempo, in Italia almeno dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, giornalisti e giornaliste hanno smesso di essere solo delle persone che trasformano i fatti in notizie. Anche grazie alla […]
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TECH SOTTO LA LENTE
"Digital Detox" senza l'ansia di isolarsi
Siamo nel cuore delle vacanze, ma staccare davvero la spina è difficile se il telefono continua a vibrare per notifiche di lavoro, email o chat di gruppo. Il segreto non è spegnere lo smartphone, ma configurarlo per proteggere il tuo tempo libero.
Come funziona: ogni notifica genera una piccola scarica di dopamina che ci spinge a controllare lo schermo. Anche se guardi un'email di lavoro "solo per un secondo", il tuo cervello esce dalla modalità relax e rientra in quella di stress.
A cosa fare attenzione: non basta silenziare il telefono. Se vedi le icone delle notifiche sulla schermata di blocco, la tentazione di cliccare resta altissima. Il vero "detox" consiste nel nascondere i contenuti che creano distrazione.
Il consiglio: usa le modalità di focus integrate. Su iPhone vai su Full immersion e su Android attiva la Modalità Riposo o Lavoro. Puoi impostarle per nascondere i badge delle app di lavoro (come Slack o Outlook) e silenziare i contatti professionali, lasciando attive solo le chiamate dei familiari e le app di svago.
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Indice dei contenuti
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Ci sono sogni che al risveglio sembrano nitidissimi. Ricordiamo un volto, una stanza, una frase pronunciata da qualcuno, persino una sensazione fisica. Poi ci alziamo, iniziamo la giornata e, qualche ora dopo, di quel mondo rimangono soltanto pochi frammenti.
A volte neppure quelli.
Tenere un diario dei sogni serve innanzitutto a questo: fermare il ricordo prima che scompaia.
Ma se viene utilizzato con costanza può diventare qualcosa di più di un semplice quaderno sul comodino. Rileggendo i sogni nel tempo possiamo infatti individuare luoghi, persone, emozioni, situazioni e simboli ricorrenti che difficilmente noteremmo affidandoci soltanto alla memoria.
Il diario diventa così una sorta di mappa della nostra vita onirica.
Ed è uno strumento particolarmente interessante anche per chi vuole imparare ad avere sogni lucidi, perché alcune delle stranezze che continuano a ripetersi nei nostri sogni possono diventare segnali attraverso i quali accorgerci che stiamo sognando.
Un diario dei sogni è un quaderno, un documento digitale o un altro sistema utilizzato per registrare i sogni subito dopo il risveglio.
La differenza rispetto a un normale diario personale è soprattutto nel momento in cui viene scritto.
Nel diario tradizionale raccontiamo ciò che è accaduto durante la giornata e possiamo farlo anche molte ore dopo. Il ricordo di un sogno, invece, è particolarmente fragile: aspettare significa spesso perdere dettagli e intere sequenze.
Per questo il diario dovrebbe essere facilmente raggiungibile dal letto.
Non è necessario ricordare ogni volta una storia completa. Possiamo annotare anche soltanto:
Anche un frammento apparentemente insignificante può acquistare importanza quando, settimane dopo, scopriamo che continua a presentarsi nei nostri sogni.
Il motivo più immediato è ricordare meglio ciò che sogniamo.
Ma non è l’unico.
Scrivere regolarmente permette di costruire nel tempo un archivio personale attraverso il quale osservare caratteristiche della propria attività onirica che normalmente passerebbero inosservate.
Uno dei problemi di chi comincia a interessarsi ai sogni è la sensazione di non sognare affatto.
In realtà, molto spesso il problema non è l’assenza di sogni ma la difficoltà nel ricordarli.
Il ricordo può deteriorarsi rapidamente dopo il risveglio, soprattutto quando iniziamo immediatamente a pensare agli impegni della giornata, guardiamo il telefono o ci alziamo dal letto.
Tenere un diario introduce invece un’abitudine precisa: appena mi sveglio, cerco ciò che stavo sognando.
Con la pratica possiamo diventare più attenti a quei frammenti che normalmente avremmo lasciato svanire.
È difficile rendersi conto che un determinato luogo compare continuamente nei nostri sogni se non abbiamo conservato una traccia dei sogni precedenti.
Nel diario potrebbero invece emergere ricorrenze sorprendenti.
Potremmo scoprire, per esempio, che sogniamo frequentemente:
Non significa necessariamente che ogni elemento possieda un significato universale.
La sua importanza può risiedere proprio nel fatto che continua a ritornare nei nostri sogni.
Il diario dei sogni è anche uno degli strumenti più semplici da affiancare alle tecniche per avere un sogno lucido, cioè un sogno nel quale diventiamo consapevoli di stare sognando.
Il motivo è intuitivo.
Se scopriamo che nei nostri sogni succede continuamente qualcosa che nella realtà accade raramente o non può accadere affatto, quella stranezza può diventare un segnale.
Se sogno spesso di volare, trovarmi improvvisamente sospeso in aria dovrebbe suggerirmi:
“Potrei stare sognando?”
Questi elementi ricorrenti vengono spesso chiamati segnali onirici o dream signs.
Il diario ci permette di riconoscerli.
Non esiste un unico metodo corretto. La regola fondamentale è molto più semplice:
ridurre il più possibile il tempo tra il sogno e la sua registrazione.
Per questo è utile preparare il diario prima di andare a dormire.
Quando ti accorgi di esserti svegliato, prova a non iniziare immediatamente la giornata.
Prima di prendere il telefono o pensare a ciò che devi fare, chiediti:
“Che cosa stavo sognando?”
Se ricordi qualcosa, prova a ricostruirlo partendo dall’ultima scena.
Dove eri?
Con chi?
Che cosa stava succedendo?
Che cosa era successo immediatamente prima?
A volte procedere all’indietro permette di recuperare altri frammenti.
Soltanto dopo prova a registrare quello che ricordi.
Uno degli errori più comuni è pensare:
“Lo ricordo bene, lo scriverò dopo.”
Qualche ora più tardi rimane spesso soltanto la consapevolezza di avere fatto un sogno interessante.
Scrivi quindi immediatamente almeno alcune parole chiave.
Per esempio:
stazione – treno perso – pioggia – mio padre – valigia rossa – ansia
Se hai poco tempo, queste poche parole possono essere sufficienti per conservare una traccia dalla quale ricostruire successivamente il sogno.
Non bisogna aspettare di ricordare sogni lunghi e complessi per iniziare un diario.
Una registrazione può essere semplicemente:
23 agosto. Ricordo soltanto una grande casa con molte stanze. Avevo la sensazione di cercare qualcuno.
È già un sogno registrato.
Se qualche settimana dopo compare nuovamente una casa enorme nella quale cerchiamo qualcuno, quel vecchio frammento assume improvvisamente maggiore interesse.
Raccontare liberamente il sogno è sufficiente, ma utilizzare alcuni campi ricorrenti rende molto più semplice confrontare le diverse esperienze nel tempo.
Una possibile struttura è questa:
Data
Titolo del sogno
Racconto
Emozioni provate
Persone presenti
Luoghi
Oggetti o simboli particolari
Elementi insoliti
Elementi già comparsi in altri sogni
Livello di lucidità
Il titolo è particolarmente utile.
Non deve essere creativo. Può essere qualcosa di semplicissimo come:
“La stazione vuota”
oppure:
“La casa con le scale infinite”
Dopo qualche mese sarà molto più semplice riconoscere un sogno attraverso il titolo che rileggendo decine di pagine alla ricerca di un episodio.
Il metodo migliore è quello che permette di registrare il sogno più velocemente e con maggiore costanza.
Un quaderno sul comodino ha un grande vantaggio: può essere utilizzato immediatamente senza aprire applicazioni o lasciarsi distrarre dalle notifiche del telefono.
Un diario digitale permette invece di effettuare ricerche, utilizzare parole chiave e ritrovare facilmente tutti i sogni nei quali compare un determinato elemento.
C’è poi una terza possibilità: registrare la propria voce.
Può essere particolarmente comoda durante un risveglio notturno, quando scrivere diverse pagine rischierebbe di svegliarci completamente.
Le tre soluzioni non si escludono.
Si può, per esempio, registrare rapidamente il sogno durante la notte e trascriverlo nel diario al mattino.
La tecnologia utilizzata è secondaria. Ciò che conta è conservare il sogno prima che venga dimenticato.
Scrivere è soltanto la prima parte del lavoro.
Dopo alcune settimane, rileggi il diario.
Non concentrarti necessariamente sull’interpretazione. Cerca prima di tutto ciò che si ripete.
Potresti creare alcune categorie:
Luoghi ricorrenti: case, scuole, stazioni, città, boschi.
Persone ricorrenti: familiari, amici, sconosciuti, persone morte.
Situazioni ricorrenti: essere inseguiti, perdere qualcosa, arrivare in ritardo, cercare qualcuno.
Capacità impossibili: volare, respirare sott’acqua, attraversare pareti.
Anomalie: stanze che cambiano forma, dispositivi che non funzionano normalmente, luoghi geograficamente impossibili.
Emozioni: paura, meraviglia, nostalgia, rabbia, serenità.
Supponiamo che rileggendo venti sogni tu scopra che in cinque compare una stazione ferroviaria.
A quel punto la stazione diventa un tuo possibile segnale onirico.
Durante la vita quotidiana, ogni volta che entri in una stazione puoi abituarti a domandarti:
“Sto sognando?”
e fare un test di realtà.
L’obiettivo è trasferire l’abitudine dalla veglia al sogno.
Un giorno potresti ritrovarti nuovamente nella tua stazione onirica e, invece di accettare automaticamente ciò che sta accadendo, porti la stessa domanda.
Il rapporto tra diario e sogno lucido non riguarda soltanto i segnali onirici.
Per accorgersi di stare sognando è utile innanzitutto sviluppare maggiore attenzione verso la propria esperienza onirica.
Il diario favorisce proprio questa familiarità.
Con il passare del tempo possiamo iniziare a riconoscere caratteristiche tipiche dei nostri sogni:
“Nei miei sogni le case hanno spesso stanze che nella realtà non esistono.”
oppure:
“Sogno continuamente persone appartenenti a periodi completamente diversi della mia vita nello stesso luogo.”
Quello che inizialmente sembrava perfettamente normale può cominciare ad apparirci sospetto.
Il diario può inoltre permetterci di registrare episodi di semi-lucidità: momenti nei quali abbiamo intuito che qualcosa non andava senza arrivare alla piena consapevolezza di stare sognando.
Sono esperienze importanti perché possono indicare che stiamo iniziando a mettere in discussione la realtà del sogno.
Prima di cercare il significato di ogni immagine, può essere utile fare qualcosa di più semplice: osservarne il contesto.
Un serpente, una casa, il mare o una persona morta non devono necessariamente significare la stessa cosa per tutti.
Domandiamoci invece:
Che cosa stava succedendo nel sogno?
Come mi sentivo?
Che rapporto ho personalmente con quell’immagine?
È già comparsa in altri sogni?
In quali circostanze ritorna?
Il diario è prezioso proprio perché permette di confrontare non un singolo sogno isolato, ma serie di sogni.
Un simbolo che compare una sola volta può essere interessante.
Un simbolo che ritorna per anni in circostanze simili merita certamente maggiore attenzione.
Carl Gustav Jung attribuiva grande importanza ai sogni all’interno della sua concezione della psiche.
Nella prospettiva junghiana il sogno non viene trattato semplicemente come un messaggio da tradurre attraverso un dizionario fisso dei simboli. Il significato delle immagini deve essere considerato anche in rapporto alla persona che sogna, alle sue associazioni e al contesto nel quale compaiono.
È proprio qui che un diario può diventare particolarmente interessante.
Un singolo sogno ci offre un’immagine.
Una successione di sogni permette invece di osservare trasformazioni, ritorni e variazioni.
Una casa può comparire inizialmente come luogo minaccioso, mesi dopo mostrare una stanza sconosciuta e successivamente diventare uno spazio nel quale il sognatore si sente finalmente a proprio agio.
Il simbolo non è più soltanto “la casa”.
Diventa una storia che si sviluppa attraverso i sogni.
Ed è uno dei motivi per cui conservare nel tempo le proprie esperienze oniriche può essere molto più interessante che cercare immediatamente una risposta alla domanda:
“Che cosa significa questo simbolo?”
Una buona abitudine può essere dedicare qualche minuto, ogni due o quattro settimane, alla rilettura dei sogni registrati.
Non serve analizzare ogni frase.
Cerca soprattutto:
Puoi evidenziare le ricorrenze oppure assegnare loro delle parole chiave.
Dopo alcuni mesi potresti ritrovarti davanti a una vera e propria mappa personale del sogno.
Ed è qui che il diario mostra probabilmente la sua caratteristica più affascinante.
Un sogno che preso singolarmente sembrava insignificante può acquistare un significato completamente diverso quando scopriamo che appartiene a una sequenza.
Per iniziare non è necessario acquistare un libro o costruire ogni mattina una nuova struttura.
Abbiamo preparato un Diario dei sogni in PDF gratuito pensato proprio per registrare le esperienze oniriche e osservarne gli elementi più importanti nel tempo.
Puoi utilizzarlo per annotare il racconto del sogno, le emozioni, i simboli e gli elementi ricorrenti e costruire progressivamente il tuo archivio personale.
Scarica gratuitamente il Diario dei sogni in PDF
Il consiglio è di non aspettare di ricordare sogni straordinari.
Comincia dal prossimo frammento che riuscirai a recuperare al risveglio.
Una stanza.
Un volto.
Una sensazione.
Una frase.
Scrivila.
Potrebbe essere l’inizio di una mappa che ancora non sai di possedere.
Idealmente ogni volta che ricordi un sogno. Non è però necessario ricordarne uno ogni notte. È più importante sviluppare l’abitudine di registrare ciò che emerge al risveglio, anche quando si tratta soltanto di pochi frammenti.
Scrivi proprio quell’immagine. Aggiungi le eventuali emozioni associate, il luogo nel quale ti sembrava di trovarti e qualsiasi altro dettaglio disponibile. Non cercare di completare artificialmente ciò che non ricordi.
Entrambi i metodi possono funzionare. Il quaderno riduce le distrazioni e può rimanere sempre accanto al letto; il digitale facilita invece ricerca, archiviazione e utilizzo di parole chiave. Scegli soprattutto il sistema che riesci a utilizzare immediatamente dopo il risveglio.
Annotare regolarmente i sogni incoraggia a prestare attenzione al ricordo appena svegli e permette di conservare frammenti che altrimenti potrebbero essere dimenticati rapidamente. La costanza è più importante della lunghezza delle registrazioni.
Può essere uno strumento utile. In particolare permette di individuare i propri segnali onirici, cioè elementi e situazioni che ricorrono frequentemente nei sogni. Imparare a riconoscerli può essere affiancato ai test di realtà e alle altre tecniche utilizzate per favorire il sogno lucido.
No. Il diario può essere utilizzato semplicemente per ricordare e osservare i sogni. Prima di attribuire un significato alle singole immagini è spesso più interessante verificare se determinati simboli, emozioni o situazioni ritornano nel tempo.
#Sogni #SogniLucidi #viaggiAstrali
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November 7, 2025 | Presented by Non-Event, the Goethe-Institut Boston, and the Metropolitan Waterworks Museum
Audio recording and mix: Matthew Azevedo
Video production: Jack Amadon and Miguel Gonzales
Jan Jelinek’s works translate popular music sources into abstract textures. Rather than using traditional instruments, he constructs collages out of tiny sound particles. Since 2000, he has released material under both his own name and various pseudonyms (incl. Ursula Bogner). His many collaborations include projects with Sven-Åke Johansson, Sarah Morris and Masayoshi Fujita. In 2007, together with Hanno Leichtmann and Andrew Pekler, he founded the improvisation trio Groupshow, and in 2008 he established the Faitiche label as a publishing platform for his own experiments, for collaborations, and for works by musician friends. Since 2012, he has been writing and producing experimental radio plays for public broadcaster Südwestrundfunk (SWR) that explore fictional identities and soundscapes.
#abstractTextures #AndrewPekler #collages #experimentalMusic #FaiticheLabelAsAPublishingPlatformForHisOwnExperiments #fictionalIdentities #GoetheInstitutBoston #Groupshow #HannoLeichtmann #improvisedMusic #JackAmadon #JanJelinek #Jelonek #MasayoshiFujita #MatthewAzevedo #MetropolitanWaterworksMuseum #MiguelGonzales #NonEvent #popularMusic #radioPlays #SarahMorris #Südwestrundfunk #soundParticles #Soundscapes #SvenÅkeJohansson #SWR #UrsulaBogner
Profitez des vidéos et de la musique que vous aimez, mettez en ligne des contenus originaux, et partagez-les avec vos amis, vos proches et le monde entier.Non-Event (YouTube)
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Tutto è cominciato con una lettera di 15 associazioni al sindaco Trantino. In soldoni le associazioni chiedevano perché mai, in Piazza Majorana, invece di incrementare il verde si stesse procedendo con l’estirpazione di molte piante esistenti (ficus microcarpa, jacaranda, washingtonia filifera, yucca, palma nana, strelitzia, ligustro, oleandro) e con la collocazione degli alberi rimasti in […]
Leggi il resto: argocatania.it/2026/08/22/piaz…
#PianiUrbaniIntegrati #piazzaAngeloMajorana #piazzaPietroLupo #verdeUrbano
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Nubia ha annunciato il lancio globale di nubia Neo 5 Max. Il device introduce una nuova categoria di PadPhone che coniuga l'esperienza visiva di un tablet compatto con i controlli portatili di una console di gioco. Dotato di un display da 7,5 pollici, nubia Neo 5 Max unisce le funzionalità di un tablet, controlli a livello di console, un'esperienza audiovisiva immersiva e un'assistenza al gaming basata sull'IA in un unico dispositivo versatile per il gaming, l'intrattenimento e la produttività quotidiana.
nubia Neo 5 Max sviluppa il concetto di PadPhone grazie al suo display da 7,5 pollici con risoluzione da 1,5K leader della categoria, che offre una superficie tattile superiore del 27% rispetto a nubia Neo 5 5G. Il formato 18.7:9 favorisce un'esperienza di gioco più precisa e focalizzata e, nei titoli FPS, consente di ingrandire fino al 40% i contorni dei nemici. Il dispositivo è dotato di certificazione SGS Eye Care a livello hardware, con riduzione della luce blu sull’intero schermo e autentico DC dimming; queste tecnologie, combinate con funzioni software di protezione degli occhi sviluppate internamente e promemoria intelligenti per il benessere visivo, contribuiscono a garantire un utilizzo più confortevole anche durante sessioni prolungate.
Samsung Galaxy Z: quale pieghevole scegliere
Galaxy Z Fold o Galaxy Z Flip? Una guida per capire quale nuovo pieghevole Samsung scegliere in base alle proprie esigenze, dall’uso quotidiano alla produttivitàTechpertutti.comGuglielmo Sbano
Le molteplici modalità adattive valorizzano tutte le potenzialità dell'ampio display da 7,5 pollici, trasformando nubia Neo 5 Max in un hub versatile tutto in uno. L'orientamento orizzontale con supporto protettivo lo converte in una mini TV personale; la modalità E-Ink riproduce l'aspetto dell'inchiostro su carta per una lettura confortevole senza affaticamento della vista, mentre le modalità Controller e Streaming permettono un casting reattivo e a bassa latenza dei giochi AAA.
nubia Neo 5 Max integra i Neo Triggers 5.0 con una frequenza di campionamento di 990 Hz e una latenza di risposta hardware di 4,7 ms, per un'esecuzione rapida delle azioni di mira, tiro, spostamento e attivazione delle abilità attraverso una configurazione flessibile a quattro dita.
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Progettato per l’impugnatura C-grip, il display da 7,5 pollici aumenta la superficie tattile del 27% e amplia la distanza tra i tasti del 21% rispetto ai layout convenzionali
La tecnologia Magic Touch 3.0 mantiene elevata la reattività del display anche nelle situazioni di utilizzo più intense e filtra i tocchi accidentali causati da dita bagnate o unte, mentre un giroscopio ad alta precisione ottimizza il controllo rotazionale e l'antenna di gioco a 360° garantisce una connettività stabile. I due altoparlanti simmetrici offrono un volume superiore del 300%, supportato da un design audio anti-ostruzione. Grazie alla tecnologia audio immersiva Dolby Atmos, nubia Neo 5 Max offre un'esperienza sonora più ricca, con profondità, chiarezza e ottimi dettagli.
nubia Neo 5 Max combina un chipset MediaTek Dimensity 7100 realizzato con processo produttivo a 6 nanometri, una memoria LPDDR5X e uno spazio di archiviazione UFS 2.2. Questo modello è dotato di un innovativo sistema di raffreddamento da oltre 30.000 mm² in grado di migliorare l'efficienza della dissipazione del calore del 140% attraverso una camera di vapore capillare a doppio strato, che amplia i canali di circolazione vapore-liquido, e un pannello VC stampato in 3D per una dispersione del calore più rapida.
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AI Game Space 5.0 offre un rapido accesso agli strumenti di gioco e alle funzionalità di assistenza intelligente. AI Demi Copilot 2.0 funge da allenatore e compagno di gioco, offrendo consigli in tempo reale, aggiornamenti sull'andamento delle partite e supporto legato al gioco
La batteria a due celle da 7.100 mAh distribuisce l'energia in modo più efficiente, contribuendo a contenere il surriscaldamento e a preservare l'affidabilità della batteria nel tempo anche durante un utilizzo intensivo. Durante le sessioni di gioco, la funzione Bypass Charging alimenta direttamente il dispositivo senza surriscaldare la batteria. Anche con una batteria al 5%, la modalità Extreme 5% consente di giocare fino a 22,9 minuti.
Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia: novità
Roborock Qrevo 2 Pro arriva in Italia con nuove tecnologie e funzioni pensate per rendere la pulizia quotidiana più semplice ed efficace. Scopri caratteristiche, novità e prestazioni del nuovo robot aspirapolvere e lavapavimentiTechpertutti.comGuglielmo Sbano
nubia Neo 5 Max è inizialmente disponibile nel Sudest asiatico nelle colorazioni Shadow Black, Titanium Gold e Cyber Silver, e offre configurazioni di 20GB (8GB + 12GB) di RAM con spazio di archiviazione di 256GB o spazio di archiviazione di 512GB. Techpertutti.com vi terrà aggiornati sull'arrivo dal nuovo gaming padphone in Italia.
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Sì, ci sono riuscito davvero.
In questo articolo parlo di artrite psoriasica, e di come sono riuscito a mandarla in remissione. Visto che l’argomento potrebbe non essere conosciuto da tutti, mi perdonerai se mi abbandono ad una breve introduzione per essere certo che qualunque lettore possa comprendere a fondo ciò intendo raccontare.
Attenzione: tutto ciò che segue NON è:
Per ogni dubbio o per avere una terapia per i tuoi problemi di salute, DEVI consultare un medico.
Non essendo un medico, racconto la mia esperienza ma non suggerisco terapie.
Non mi assumo nessuna responsabilità per effetti indesiderati di qualsiasi l’assunzione dei prodotti che descrivo.
Mi capita sempre più spesso di essere preso per un impostore.
Succede quando dico di avere sconfitto l’artrite, quella condizione che porta all’infiammazione di tutto il corpo (organi compresi) e in particolare di tutte le articolazioni.
A volte (ma non sempre) è accompagnata dalla psoriasi, come nel mio caso.
L’artrite psoriasica è una bastarda dolorosa.
Sì, perché la condizione infiammatoria, nei pazienti che ne soffrono, è autoimmune. Viene scatenata da una parte del sistema immunitario che, come servizi segreti deviati, attacca il corpo stesso, distruggendo progressivamente le articolazioni e la voglia di vivere.
L’infiammazione è sempre attiva, tutti i giorni, 24 ore al giorno, e in particolare di notte. Se si cerca di interromperla in qualche modo, ad esempio con un antinfiammatorio, il giorno dopo al massimo ricomincerà perché è il corpo stesso che la causa. E l’infiammazione continua corrisponde a dolore continuo.
Come ho spiegato più di una volta nel podcast Grido Muto, quando le tue giornate sono piene solo di sofferenza, non è che ti rimane molta voglia di pensare ad altro. E non è neanche vero che “basta non pensarci”, o “se ci pensi è peggio”. Beh, se non ci pensi il dolore è sempre lì.
Quando questa condizione si riesce a fare passare, è veramente una festa. Questa situazione (quando la malattia si mette in stand-by), si chiama “remissione“, in termini tecnici.
In quei casi la patologia non è scomparsa (difficile, per qualcosa che ha anche componenti genetiche), ma è diventata diventa quieta, non attiva. Si spera, per sempre.
Di fatto, è come non averla, ma questo non significa che non ci sia stata e che non abbia fatto dei danni alle articolazioni. Le artrosi rimaste nelle mani, deformazioni causate proprio dall’artrite, me lo ricordano tutti i giorni.
Ma torniamo al punto:
come sono riuscito a mandare in remissione l’artrite psoriasica?
Per arrivare a questa fantastica evoluzione hai 2 opzioni:
La prima opzione è quella che conoscono in tanti: il medico di base può mandarti dal Reumatologo, che dopo diverse sedute (a volte anni dopo) arriva a diagnosticare l’artrite. Può prescrivere antinfiammatori anche specifici finché la cosa è gestibile in quel modo, ma quando i farmaci non bastano più a placare il dolore (eh sì, si arriva a quel punto in cui anche un Brufen 600 non fa nulla), allora si passa al gradino successivo. Cortisone, e poi Immunosoppressori, e/o il famoso “biologico”, ossia anticorpi monoclonali che si usano per combattere il sistema immunitario “deviato”.
Il “biologico” (abbreviazione di bio-tecnologico), non si assume per un tempo prestabilito: si tratta di iniezioni che (di solito) si portano avanti per tutta la vita, oppure finché l’artrite va in remissione.
Ovviamente qualunque paziente spera di “guarire” dall’artrite, e di conseguenza inizia la terapia con gioia, ma – ed è tutt’altro che raro – a volte anche con timore, perché gli anticorpi monoclonali possono dare effetti collaterali (anche gravi, come qualsiasi farmaco). Oltre a questo, possono dare malessere anche intenso, per i primi giorni dopo l’iniezione settimanale, o addirittura acutizzare la patologia.
Non lo dico io, ma numerose testimonianze sia positive che negative, che si possono trovare su un qualsiasi gruppo di pazienti con artrite psoriasica. Ad esempio questo.
Spesso questi farmaci si assumono per un certo periodo e poi, se non ci sono segni di miglioramento della malattia, si cambia prodotto. C’è un altro caso in cui il farmaco viene cambiato o sospeso: se insorgono sintomi di effetti collaterali gravi, come insufficienza epatica, epatite o cose così (ma anche effetti indesiderati più leggeri).
La vita di chi assume anticorpi monoclonali, inoltre, richiede qualche attenzione .
Il sistema immunitario, parzialmente inibito dai farmaci, può non attaccare più le articolazioni come prima ma allo stesso tempo è meno efficiente nel combattere le infezioni. Non è raro che pazienti trattati con questi farmaci debbano ricorrere ad antibiotici o altri rimedi per contenere le infezioni.
So di persone che prendono mezzi pubblici con la mascherina, e non usano mai bagni pubblici.
In base al tipo di farmaco, poi, servono anche precauzioni aggiuntive: sospenderlo settimane prima dell’intervento di un dentista, ad esempio. Prepararsi la documentazione e le fiale e tenerle al fresco in caso di viaggio in aereo. Non esporsi al sole.
Insomma, una vita un po’ diversa a quella a cui sono abituato.
Io ho preferito la seconda via: le strade alternative.
Che non sapevo quali fossero, ovviamente. Non starò a tediarti su come io ci sia arrivato, ma ti basti sapere che normalmente sono ipersensibile a moltissimi farmaci. Per dire, per un periodo mi è stato prescritto il cortisone alla dose minima possibile, proprio per limitare l’infiammazione del corpo.
Il cortisone viene usato anche in caso di allergie per limitare gli effetti drammatici della reazione allergica.
Bene, io ho scoperto di essere sensibile persino al cortisone. Ho accumulato una buona parte degli effetti collaterali conosciuti, dopo di che d’accordo col medico ho sospeso ogni trattamento.
Non sono una persona che rifiuta i farmaci a priori o ne ha pregiudizio. Quelli che tollero, li prendo o comunque di solito li provo prima di cercare strade alternative. Per farti capire, ho fatto e continuo a fare tutte le vaccinazioni possibili.
Ma per il biologico il concetto era davvero semplice: se a me danno problemi persino il cortisone, gli sciroppi per la tosse, gli antibiotici, i farmaci anti-reflusso che prendono milioni di persone senza problemi, cosa mi accadrebbe con con l’assunzione a vita di un biologico? E, se questo mi facesse bene ma mi desse problemi, cosa mi garantisce che il tentativo successivo, con un farmaco diverso, non sarebbe persino peggiore?
(Nota: alla prima somministrazione di biologico di solito vengono fatte dosi da cavallo di cortisone, a cui come detto non reagisco bene).
Dopo anni di tentativi, ho trovato la mia soluzione con questa formula.
Parlando del prodotto ayurvedico, c’è da dire che in Italia non si trova.
L’assunzione di questo prodotto, già dopo un mese ha calmato molto il dolore dell’artrite, mi ha dato lucidità mentale e più voglia di fare. Se ne interrompevo l’assunzione, la vita diventava impossibile.
Effetti collaterali. Una fame da lupo. Mai provata una fame simile, che è difficile da contenere (ma d’altra parte, tante persone prendono peso anche col biologico…).
Dopo circa 15 anni di assunzione (10 anni assunzione sporadica, 5 a dose massima che è scritta sulla confezione), l’artrite è andata in remissione (fine maggio 2025).
Nota: anche le altre cose che ho descritto, e che continuo tutt’ora a fare, hanno giocato un ruolo importante, il Trayodashang da solo non basta.
Ora sai come è andata per me.
Spero che questo articolo ti spinga a fare le ricerche del caso e valutare con l’aiuto di un medico se la mia esperienza ha qualche valore oppure no.
Ma ricorda: io non vendo niente, non ho bisogno di convincerti di nulla. Se, però, questo articolo ti ha aiutato, condividilo e lascia un commento, aiuterà gli algoritmi a farlo leggere il più possibile.
MedicinaNaturale
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The enshittification of the internet wasn’t inevitable. The old, good internet gave way to the enshitternet because we let our bosses enshittify it. We took away the constraints of competition, regulation, interop and tech worker power, and so when our bosses yanked on the big enshittification lever in the c-suite, it started to budge further and further, toward total enshittification. A new, good internet is possible – and necessary – and it needs you.
; Cory Doctorow explains the lifecycle of platform enshittification, detailing how companies move from benefiting users to exploiting them. The talk examines the mechanisms of algorithmic twiddling and how these digital systems lock in users while reducing service utility ;
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Barletta esiste.
Barletta esiste. L’amianto, purtroppo, pure.
Nel suo articolo su Barletta, Guia Soncini racconta le diciotto ore di «paura e delirio» trascorse in città dopo l’annullamento del concerto di Jovanotti.
La città conosce il problema da molto prima del concerto annullato di Jovanotti. L’area dell’ex cartiera era già stata interessata da interventi di bonifica.
Anzi, Barletta ha probabilmente più difetti di quanti Soncini sia riuscita a scoprirne nelle sue diciotto ore di paura e delirio.
Però no: Foggia non è New York e le Maldive rispetto a Barletta.
Mi dispiace per Foggia. Foggia è Foggia.
Barletta è Barletta.
E non perché noi barlettani siamo particolarmente bravi a vendercela. Se lo fossimo, probabilmente avremmo meno bisogno di articoli come questo per ricordarci cosa abbiamo.
Ma c’è un problema: se davvero si cerca su Google «cose da fare a Barletta», qualcosa esce.
Escono il Castello, il Colosso, Palazzo della Marra, la Pinacoteca De Nittis, la Cattedrale, il centro storico.
E allora forse il problema non è che a Barletta non ci sia niente da fare.
Forse sono cose che non interessano a Guia Soncini.
Ed è perfettamente legittimo.
Barletta è stata uno dei porti d’imbarco verso la Terrasanta, ha conosciuto la presenza di ordini religioso-cavallereschi, conserva il gigantesco Colosso bronzeo tardoantico e un castello monumentale legato anche alla storia federiciana.
È la città di Giuseppe De Nittis.
Guia Soncini è stata nella città di De Nittis e non sapeva cosa fare.
Che sfiga.
Sulla Disfida, invece, ha ragione: il combattimento si svolse nel territorio di Trani. È una cosa che sappiamo anche noi. Non abbiamo mai sostenuto che Ettore Fieramosca e i suoi compagni si siano affrontati davanti al Comune aspettando che si liberasse un parcheggio.
Si chiama Disfida di Barletta perché la vicenda nacque qui, dove si trovavano i protagonisti e dove avvenne il banchetto che portò alla celebre provocazione.
Federico II, invece, a Barletta ci veniva.
E sorprendentemente vi trovava qualcosa da fare. Per esempio, a Barletta ha annunciato la Sesta Crociata.
A rileggere l’articolo, però, più che Barletta a colpirmi è la poca curiosità con cui Soncini sembra averla attraversata.
Sceglie una suite a pochi minuti a piedi dalla stazione. Arriva in treno, percorre sostanzialmente il tragitto necessario per raggiungerla, incontra un automobilista che la insulta e quell’uomo diventa immediatamente un campione rappresentativo dell’«accoglienza della città».
Poi cerca un bar nella piazza della stazione.
È chiuso.
Ne cerca un altro dall’altra parte della piazza.
Chiuso pure quello.
Conclusione: «Solo in un luogo che non esiste alle sei di pomeriggio i bar sono tutti chiusi».
No, Guia.
Erano chiusi quei due bar.
È leggermente diverso.
Peraltro era lunedì 17 agosto, dopo un Ferragosto caduto di sabato e una domenica immediatamente successiva. Non è esattamente inconcepibile che qualche commerciante avesse approfittato di quei giorni, con molti barlettani fuori città, per concedersi qualche giorno di ferie.
Sarebbe bastato svoltare l’angolo.
Perché qui arriviamo al risultato più straordinario delle diciotto ore di Soncini.
Non trovare un bar aperto a Barletta.
Barletta è la città dei bar.
Il centro, soprattutto la sera, è pieno di persone che affollano le strade, i locali, american bar e pub. Talmente pieno che uno dei problemi di cui dovremmo discutere seriamente è semmai l’opposto: una socialità giovanile fortemente concentrata nella movida e nel consumo di alcol, mentre droga e spaccio costituiscono una presenza tutt’altro che immaginaria. Negli ultimi anni la città ha conosciuto anche fatti di cronaca molto gravi.
Quindi no: i bar non mancano.
Soncini è riuscita semplicemente a non trovarli.
Ed è un talento.
Racconta anche di avere il telefono ormai scarico e di non riuscire a ricaricarlo.
Qualche giorno fa ero in un bar di Barletta. Un cliente ha chiesto al barista se potesse collegare il telefono a una presa.
«Certo».
Fine dell’avventura.
Forse ogni tanto parlare con le persone aiuta.
C’è poi una frase meravigliosa.
Soncini cerca un posto Executive sul Frecciarossa e lo trova pieno:
«Ogni volta che la Executive è piena mi faccio molte domande su come facciano gli italiani a fare la vita che fanno con gli stipendi italiani».
È una domanda interessante.
Ma l’Executive del Frecciarossa 1000 ha dieci posti.
Dieci.
Dieci persone.
Può tranquillizzarsi: la rivoluzione sociale non è ancora avvenuta e lei è ancora una privilegiata.
E qui comincio anche a capire meglio i 212 euro e cinquanta del Palazzo Garibaldi.
Una suite che normalmente può avere prezzi molto inferiori, prenotata nella notte di uno dei maggiori eventi dell’estate barlettana, con migliaia di persone attese in città.
Duecentododici euro restano, a mio parere, una follia.
Ma non è esattamente sorprendente che domanda eccezionale e offerta limitata facciano esplodere i prezzi.
È uno degli effetti peggiori dei grandi eventi.
C’è invece una battuta che mi diverte meno.
«I barlettani voglia di lavorare quanta i bolognesi».
No.
A Barletta manca il lavoro molto più di quanto manchi la voglia di lavorare.
È stata una città di contadini, marinai, pescatori, artigiani e operai. Una città nella quale ancora oggi c’è chi, quando arriva settembre e i turni glielo permettono, la mattina va a fare la vendemmia per aggiungere qualche soldo allo stipendio.
Il problema è un’offerta lavorativa troppo spesso precaria, povera e malpagata.
E quando una città offre poche prospettive, i giovani non smettono di avere voglia di lavorare.
Se ne vanno.
Qui nessuna arringa difensiva.
Barletta ha pochi taxi, un trasporto pubblico migliorabile e quella dipendenza dall’automobile tipica di molte città medie meridionali. Prendiamo la macchina anche per percorsi brevi, intasiamo le strade e poi ci lamentiamo del traffico.
È un problema vero.
Il tassista senza POS che pretende i contanti e trattiene la valigia finché non li vede, invece, è un personaggio talmente perfetto che non proverò neanche a sottrarlo alla letteratura sonciniana.
Soncini dovrebbe semmai ritenersi fortunata.
Di personaggi barlettani ne abbiamo molti altri.
E alcuni sono decisamente peggio.
Quanto all’albergo in campagna, anche lì bisogna riconoscere la portata della sfortuna: finire fuori città proprio nella sera in cui moltissime camere cittadine erano state prenotate per un concerto poi annullato, e quindi risultavano occupate sulla carta anche quando i clienti non sarebbero arrivati.
In compenso le hanno trovato una birra alla spina.
In un albergo in campagna.
Che culo.
Soncini sostiene che la Romagna sia «uno dei posti più brutti del mondo» e paragona il suo mare al risciacquo dei panni sporchi.
Poi spiega che il problema di Barletta sarebbero i barlettani scortesi.
Non aggiungerei altro.
Guia Soncini dirige una rubrica che si chiama L’Avvelenata.
Il nome, bisogna riconoscerlo, è onesto.
E leggendo le sue diciotto ore barlettane viene quasi da pensare che possieda un talento particolare nell’attirare disastri: l’amianto cancella il concerto, il B&B evapora, il telefono muore, i bar chiudono, il taxi è uno solo, il tassista non ha il POS, l’albergo sembra l’Overlook e infine persino il letto si apre in due durante la notte.
A un certo punto non sai più se stai leggendo un reportage o Fantozzi contro tutti.
Perché quasi tutto ciò che Soncini incontra viene interpretato nella maniera peggiore possibile.
Un automobilista maleducato diventa l’accoglienza di Barletta.
Un tassista diventa la voglia di lavorare dei barlettani.
Un B&B diventa l’ospitalità cittadina.Due bar chiusi diventano una città senza bar.Una ricerca su Google diventa una città senza cose da fare.
Diciotto ore dovrebbero descrivere Barletta. Solo che non sono diciotto ore trascorse a conoscere una città: sono diciotto ore trascorse cercando una stanza, un taxi, una presa elettrica e infine una via di fuga. Barletta era fuori dalla finestra e neanche l’ha vista.
Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata.
Forse il problema, allora, non è soltanto L’Avvelenata. È che per raccontare una città bisognerebbe almeno provare a scoprirla. E dalle diciotto ore raccontate da Soncini non sembra che Barletta abbia avuto questa fortuna.
Non è un delitto. La comodità piace a tutti, soprattutto quando possiamo permettercela. Ma se per tornare a Bologna contempli soltanto l’Executive del Frecciarossa, quella con una manciata di poltrone; se per una notte prenoti una suite a pochi minuti dalla stazione anche quando costa 212 euro e cinquanta; se cerchi un bar in piazza, ne trovi due chiusi e stabilisci che a Barletta i bar non esistono; se attraversi due strade, un automobilista ti dà del camion e hai già raccolto materiale sufficiente per descrivere l’accoglienza di sessantamila abitanti, forse Barletta non è la città ideale per te.
Richiede uno sforzo terribile.
Bisogna camminare.
Magari girare l’angolo.
Qualche volta persino parlare con qualcuno.
E questo spiega forse anche perché Soncini sia riuscita nell’impresa di passare due volte da queste parti — entrambe per Jovanotti — senza accorgersi che nella città in cui «non c’è niente da fare» ci sono il Castello, il Colosso, la Cattedrale, Palazzo della Marra e De Nittis.
Forse dovremmo davvero chiedere a Jovanotti di non tornare.
Non per qualcosa contro di lui. Ma i grandi eventi hanno già un difetto evidente: concentrano migliaia di persone in una città in una sola giornata, saturano la ricettività e consentono a una camera che normalmente costa molto meno di arrivare a 212 euro e cinquanta. Se poi portano anche visitatori che arrivano esclusivamente per il concerto e, saltato quello, considerano tutto ciò che li circonda un fastidioso inconveniente geografico, possiamo tranquillamente farne a meno.
Barletta avrebbe bisogno di meno turismo mordi e fuggi e di più persone curiose.
Perché Barletta esiste anche quando Jovanotti non canta.
E per una eventuale terza visita avrei comunque trovato la soluzione perfetta per Guia Soncini.
La Star Clipper.
Un grande veliero da crociera che proprio nel 2026 ha cominciato a fare scalo nel porto di Barletta.
È perfetto per lei.
Niente B&B da raggiungere a piedi. Niente disperate esplorazioni oltre i confini della piazza della stazione. Niente necessità di cercare una presa elettrica in un bar. E soprattutto nessun rischio di scoprire che una delle pochissime poltrone Executive del Frecciarossa è già occupata da qualcun altro.
La nave arriva praticamente davanti al Castello.
A quel punto, però, resta un ultimo ostacolo.
Bisogna scendere.
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La vacanza di quest’anno ha avuto come destinazione Parigi. Per me era la seconda volta nella Ville Lumiére, per Claudia la prima. La prima volta che l’ho visitata, ero piccolo (avevo forse 11 anni) e quest’anno è stato un po’ come riscoprirla, anche perché, fatto salvo per la Tour Eiffel, ho pochi ricordi di quella giornata a Parigi (eravamo in Francia principalmente per Disneyland Paris e Parigi era una tappa collaterale).
In primis, voglio parlare dei monumenti. Che sono, a tutti gli effetti, il motivo principale per cui si va a Parigi. La città è grande, ma i monumenti maggiori sono tutti nello spazio di qualche chilometro. Raggiungerli a piedi è piuttosto facile (faticoso, ma facile), ma è quasi un peccato non sfruttare il sistema di trasporto pubblico della capitale francese.
La basilica del Sacro Cuore (basilique du Sacré-Cœur) è uno dei simboli di Parigi. Arroccata sulla collina di Montmartre, spicca sulla città e dal suo sagrato si può godere di una bella vista dei tetti e dei palazzi più alti. La scalinata per raggiungerla è piuttosto ripida e quasi tutta al sole, ma volendo c’è una comodissima (e gettonatissima, vista la fila) funicolare per raggiungere la sommità.
La torre Eiffel (tour Eiffel) è il simbolo di Parigi per eccellenza, un po’ per la sua struttura particolare, un po’ per i suoi 127 anni di storia, un po’ perché si staglia nel bel mezzo del nulla. Chi frequenta i social avrà quasi sicuramente visto le centinaia di video tutti uguali che mostrano la torre Eiffel che appare da dietro i palazzi mentre si è in treno. Ecco, quella vista va benissimo per i video, un po’ meno per la vita reale: è visibile solo se si è seduti perché da in piedi la sommità della torre è nascosta dalla carrozza, la si vede per qualche secondo prima che sparisca di nuovo e non si ha il tempo per ammirarla davvero. Per vederla al meglio consiglio di prendere la metro di scendere alla fermata Trocadero. Quando si esce dalla metropolitana, la torre è nascosta da palazzo Chaillot (Palais de Chaillot), ma basta fare qualche passo per vederla stagliarsi in tutto il suo splendore e avere il tempo per ammirarla con calma.
Se da lontano è grande, da sotto è immensa ed è indescrivibile la sensazione di sentirsi piccola tra le sue gambe.
L’abbiamo vista anche illuminata, da lontano, ma l’effetto migliore lo dà di giorno, secondo me.
Insieme alla torre Eiffel, l’Arco di Trionfo (Arc de Triomphe) è uno dei simboli di Parigi. Di fatto non è molto più che un arco monumentale, posto alla fine dell’avenue des Champs-Élysées e sta su una direttrice immaginaria che collega l’Arco di Trionfo del Carrousel, l’obelisco di Luxor di Place de la Concorde, l’Arco di Trionfo e l’Arco de La Défense.
L’obelisco di Luxor è stato donato alla Francia nel 1830 e da allora si trova a Place de la Concorde, poco fuori dal giardino delle Tuileries. Si staglia nel mezzo del nulla ed è a mio parere un po’ lasciato a sé stesso: se sai cos’è lo ammiri, se non lo sai è solo un obelisco in una città da 2 milioni da abitanti. Peccato.
La cattedrale di Notre-Dame è nota a tutti, prima per il romanzo di Victor Hugo, poi per i numerosi adattamenti più o meno fedeli (tra cui quello della Disney, molto poco fedele) e nel 2019 per il grave incendio che ha distrutto la guglia principale della chiesa. Nel frattempo è stata ricostruita e la chiesa è tornata al suo aspetto che tutti conosciamo. Ma se l’esterno è monumentale, l’interno è incredibile, minuziosamente decorato e con tanta luce che penetra dalle finestre colorate (sono un po’ di parte perché adoro l’arte gotica, ma la bellezza delle finestre è innegabile).
La Sainte-Chapelle è un monumento che mi sento di definire minore, perso un po’ tra tutto quello che Parigi ha da offrire. Però è un piccolo (molto piccolo) gioiellino che vale la pena visitare.
Anche la reggia di Versailles è molto nota, sebbene non sia a Parigi ma a Versailles (chi l’avrebbe mai detto?). Però devo dire di essere stato molto deluso dalla visita. Innanzitutto la gestione della cosa è piuttosto scarsa, con centinaia di persone lasciate al sole senza un briciolo d’ombra (due ombrelloni non deturpano certo il paesaggio), ma all’interno ho trovato un ambiente molto spoglio e poco valorizzato. Tolta la sala degli specchi e la sala delle battaglie, le altre stanze avevano poche didascalie e quelle che c’erano erano molto confusionarie e non si capiva a cosa si riferivano. La cosa più imbarazzante, però, è stata trovare un’opera di arte moderna (una sottospecie di tetramino) in una stanza.
Al Panthéon non ci saremmo dovuto andare, ma dopo aver scoperto che conteneva il celebre pendolo di Foucault è diventato tappa obbligata. E da tappa improvvisata si è trasformato in una tappa molto interessante: innanzitutto è una chiesa sconsacrata da anni che ora funge da museo, ma, soprattutto, contiene le tombe di francesi illustri che sono stati sepolti lì o ci sono stati traslati. Quella che doveva essere una visita di qualche minuto al pendolo di Foucault si è trasformata nella visita di un’ora e mezza alle tombe di Voltaire, Rousseau, Braille, Pierre e Marie Curie, Hugo e Zola.
Parigi dal’800 è stata centro dell’arte mondiale e i suoi due musei più famosi non sono da perdere.
Famosissimo per la sua piramide di vetro, il museo del Louvre contiene dei manufatti artistici che tutti abbiamo visto sui nostri libri di scuola. Ma vederli dal vivo è tutta un’altra cosa: innanzitutto perché sulla pagina la dimensione reale è quasi impossibile da rendere, ma soprattutto per l’estasi nel vedere delle opere così importanti.
Oltre all’arcinoto ritratto della Gioconda (che è piccolo, ci sono una coda di quasi un’ora per vederla da vicino per 20 secondi e dei paraventi per impedire di fermarsi al lato della coda per fare le foto), io e Claudia siamo stati estasiati da tre quadri del Caravaggio (un po’ per il campanilismo di vedere le opere di un tuo concittadino e un po’ perché è uno degli artisti più importanti a cavallo tra il ‘500 e il ‘600) la Nike di Samotracia (bellissima), La libertà che guida il popolo e il mio quadro preferito in assoluto: La zattera della Medusa che sapevo fosse grosso, ma vederlo dal vivo è gigantesco.
Il museo d’Orsay è immancabile per la sua collezione di opere dei pittori impressionisti (anche quelle viste sui libri di scuola) e di statue. Anche se è famoso per essere ospitato in una vecchia stazione (la struttura mantiene ancora in tutto e per tutto quella configurazione aperta) vedere dal vivo tutte quelle opere è incredibile e mozzafiato. Anche Claudia, che di solito i musei li vede alla velocità della luce, si è persa tra le sale, andando avanti e indietro, cercando, riguardando, fermandosi, osservando… È proprio un bel museo. Poi noi abbiamo avuto un po’ di sfiga perché è mancata la luce per quasi una mezz’ora, ma ce lo siamo goduti comunque.
L’Opéra Garnier è strana perché non è un classico palazzo del teatro. Cioè, lo è e il teatro c’è, ma rispetto alla struttura, il teatro in sé è molto piccolo. Tutto intorno ci sono delle sale grandissime e spettacolari, da togliere il fiato. Una delle cose che mi è piaciuta di più è stata l’esposizione dei costumi di scena delle varie opere che negli anni sono state rappresentate.
Parigi è forse una delle città dove i trasporti funzionano meglio (da turista). Oltre a un’eccellente linea di treni metropolitani praticamente capillare, ci sono tantissime linee di autobus che si intersecano più volte e tantissimi chilometri di piste ciclabili. È davvero incredibile come una capitale così grande si sia rivoluzionata nel trasporto passeggeri.
Parliamo del cibo. Premesso che i prezzi non sono per nulla popolari (ma è pur sempre una capitale), per la maggior parte devo dire che i francesi non sono così male a cucinare come ce li presentano i nostri stereotipi cisalpini. Sì, hanno sempre la pasta come contorno, ma se è cotta e condita si può considerare un piatto unico e non è nemmeno troppo male. L’unica cosa negativa è che hanno davvero tanta carne in menu e i menu sono anche piuttosto ripetitivi (o siamo solo stati poco capaci di cercare ristoranti che non fossero apposta per turisti, però sembravano ben frequentati anche dai francesi che fanno aperitivo fino alle 9, ma a che ora cenano?).
Veniamo al punto più strano. Sempre partendo dai nostri stereotipi cisalpini, ci aspettavamo una città ostile, specie con la lingua. Invece sono stati tutti gentilissimi e alla mano. Sia Claudia che io abbiamo studiato francese per qualche anno (Claudia 5 anni alle superiori, io 3 anni alle medie e nell’ultimo anno di lavoro ho fatto un ripassone), ma non possiamo certo dirci fluenti. Commettevamo molti errori, capivamo con difficoltà (parlano molto veloce i francesi e a mezza bocca), ma tutti ci venivano incontro, ripetendo lentamente e usando anche gesti ampi. Ci siamo sentiti molto accolti ed è una bella sensazione quando si è turisti in una città straniera.
Nota negativa ai turisti, francesi e non, che non sanno minimamente come comportarsi nei musei: gente che tocca le opere, gente che fa salire i figli o i nipoti sulle mura storiche del Louvre… Ecco, ho imprecato parecchio. Poi al museo d’Orsay non mi sono trattenuto e ho sgridato due turisti che stavano toccando insistentemente una statua. Non mi pento di nulla.
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Pink Floyd
1973-10-12
Olympiahalle München, Olympia Park, München, Deutschland
_________________________________________
Tracks:
01 – Obscured By Clouds
02 – When You’re In
03 – Set The Controls For The Heart Of The Sun
04 – Careful With That Axe, Eugene
05 – Echoes
06 – Speak To Me
07 – Breathe
08 – On The Run
09 – Time
10 – Breathe Reprise
11 – The Great Gig In The Sky
12 – Money
13 – Us And Them
14 – Any Colour You Like
15 – Brain Damage
16 – Eclipse
17 – One Of These Days
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Members:
David Gilmour – Guitar, Vocals
Nick Mason – Drums
Roger Waters – Bass, Vocals
Richard Wright – Keyboards, Vocals
Billie Barnum – Backing Vocals
Venetta Fields – Backing Vocals
Clydie King – Backing Vocals
Dick Parry – Saxophones
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ovviamente a questa cosa non credo ma penso che un po’ tutti ci si stia pensando in questi anni di distruzione dell’ecosistema (per cui: in quale campagna mai ci si potrà ritirare?). e di destre e tecnopoteri che disintegrano il passato recente e già il futuro. e di annientamento dei diritti civili, politici, sociali. e di furti digitali, controllo, schedature di massa, omicidi politici, droni, genocidio.
mi ricordo un articolo molto battagliero del valentissimo roberto roversi, mai dimenticato, che si intitolava – con coraggio estremo e in momenti estremi di storia di questa repubblica demmer…Marco Giovenale (marco giovenale)
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#IannisXenakis #Persepolis
Profitez des vidéos et de la musique que vous aimez, mettez en ligne des contenus originaux, et partagez-les avec vos amis, vos proches et le monde entier.Yokiko Kamurasa (YouTube)
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Honor ha presentato Pad X9 Max, un tablet elegante e potente con ampio display, progettato per offrire una visione immersiva, prestazioni che durano per tutta la giornata e strumenti evoluti per la produttività. Con un peso di 618 g e un profilo ultrasottile di 6,72 mm, Pad X9 Max combina un display da 13 pollici, con una capiente batteria da 10.100 mAh, il tutto racchiuso in un design raffinato e portatile.
Al centro del Pad X9 Max si trova il Max Display da 13 pollici, con risoluzione 2,5K e frequenza di aggiornamento di 120 Hz, progettato per garantire nitidezza, ampiezza e fluidità durante la fruizione di contenuti di intrattenimento. Con una risoluzione di 2500 × 1560 pixel, una densità di 228 PPI e il supporto fino a 1,07 miliardi di colori, il display riproduce ogni contenuto con ricchezza di dettagli e profondità.Il formato da 13 pollici offre una superficie di lavoro più ampia
La luminosità massima raggiunge i 700 nit (dati Honor), assicurando una visione confortevole anche in ambienti ben illuminati, mentre la frequenza di aggiornamento di 120 Hz garantisce fluidità nello scorrimento e nella riproduzione di contenuti. Il formato da 13 pollici offre una superficie di lavoro più ampia rispetto ai tablet di dimensioni inferiori, creando un’esperienza visiva più aperta e coinvolgente senza compromettere la portabilità.
Questa esperienza visiva è racchiusa in un dispositivo progettato secondo il principio per cui un buon design deve eliminare il superfluo e valorizzare ciò che conta davvero. Il telaio interamente in metallo del Pad X9 Max è realizzato a partire da un unico blocco di lega di alluminio ed è caratterizzata da un pannello posteriore uniforme, una raffinata finitura sabbiata e angoli delicatamente arrotondati, che conferiscono al dispositivo un aspetto armonioso e strutturato. Con uno spessore di 6,72 mm e un peso di 618 g, il tablet offre una netta sensazione di comfort.
Caro vita: più staycation per gli italiani | Techpertutti
Il caro vita sta cambiando le abitudini estive degli italiani: sempre più persone scelgono staycation, attività da fare a casa e momenti di qualità in famiglia, secondo una nuova analisi di TemuTechpertutti.comGuglielmo Sbano
Per supportare le attività quotidiane di intrattenimento, lavoro e studio, il Pad X9 Max combina funzionalità reattive per il multitasking con un’ampia capacità di archiviazione. La tecnologia RAM Turbo assegna in modo intelligente le risorse di archiviazione per ampliare la RAM effettiva, offrendo un’esperienza di memoria equivalente a 18 GB, composta da 6 GB di RAM e 12 GB virtuali, insieme a 256 GB di memoria interna. La memoria può essere ulteriormente ampliata tramite microSD fino a 2 TB, offrendo agli utenti più spazio per raccolte multimediali, documenti e file creativi.Honor Pad X9 Max integra una Max Battery da 10.100 mAh
Un tablet con un display così ampio necessita di un’autonomia all’altezza. Pad X9 Max integra una Max Battery da 10.100 mAh, che supporta fino a 16 ore di riproduzione video continua, 13 ore di lettura di documenti, 12 ore di scrittura di appunti con Notes e fino a 73 ore di riproduzione musicale (dati Honor). Per chi lascia il tablet in standby tra una sessione e l’altra, il dispositivo può rimanere inattivo fino a 90 giorni con una sola ricarica. Quando è necessario ricaricarlo, la tecnologia SuperCharge da 45 W contribuisce a ridurre i tempi di attesa.
Pad X9 Max supporta l’esperienza IMAX Enhanced, portando su un dispositivo portatile un intrattenimento ancora più cinematografico. L’esperienza si sviluppa attorno a quattro elementi fondamentali: qualità delle immagini, suono immersivo, formato ampliato e contenuti esclusivi.Honor Pad X9 Max ha ottenuto le certificazioni Hi-Res Audio e Hi-Res Audio Wireless
Per quanto riguarda l’audio, il tablet è dotato di un sistema quad-speaker supportato dagli algoritmi audio proprietari di HONOR e consente un incremento del volume fino al 200%, per una scena sonora più potente. Pad X9 Max ha inoltre ottenuto le certificazioni Hi-Res Audio e Hi-Res Audio Wireless, mentre l’elaborazione audio DTS aggiunge profondità spaziale sia durante l’ascolto tramite gli altoparlanti sia con le cuffie. I contenuti IMAX Enhanced sono disponibili attraverso le piattaforme di streaming supportate, tra cui Disney+.
E-commerce ad agosto: gli italiani continuano a comprare
L’e-commerce non va in vacanza: anche ad agosto gli italiani continuano a fare acquisti online. Ecco come cambiano le abitudini di shopping durante l’estateTechpertutti.comGuglielmo Sbano
Pad X9 Max è progettato per funzionare perfettamente con dispositivi e piattaforme differenti. Honor Connect consente il trasferimento di file tra dispositivi di marchi diversi basati su iOS, HarmonyOS, Android, Windows e macOS.
HONOR Pad X9 Max è disponibile nella colorazione Gray. Sarà disponibile in due configurazioni di memoria. La versione da 4 + 128 GB è proposta al prezzo di 399,90 euro, mentre la versione da 6 + 256 GB è disponibile al prezzo di 499,90 euro. Entrambe le configurazioni includono in bundle una tastiera e, acquistando su HONOR.com, è possibile usufruire di un coupon sconto di 50 euro.
Consigliato da Techpertutti
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https://www.spreaker.com/episode/grammatica-della-letteratura-di-florent-coste–72315555
il libro: ticedizioni.com/products/gramm…
#AntonioSyxty #audio #FlorentCoste #GrammaticaDellaLetteratura #incontro #LaFinestraDiAntonioSyxty #MTM #MTMLaFinestraDiAntonioSyxty #podcast #presentazione
In conversazione con Florent Coste e Gian Luca Picconi. "Grammatica della letteratura" di Florent Coste è un saggio che unisce la filosofia del linguaggio diAntonio Syxty (Spreaker)
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la parola ambientáli può legittimamente vedersi anticipato l’accento: ambièntali, autoesortazione del registrante affinché centri/colga cronotopicamente i cittadini, o i concittadini, e/o i loro ambienti (in)naturali.#ambientali #audio #mp3 #PiazzaVittorio
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Realizzare a Pantano d’Arci uno dei due inceneritori previsti dal Piano dei Rifiuti della nostra Regione è una scelta opportuna?
Alle criticità che questi impianti, anche quelli più moderni, presentano ovunque, vale a dire le ricadute di sostanze nocive sul territorio circostante, si aggiungono altri fattori preoccupanti specifici per l’area in questione. Abbiamo già indicati quelli […]
Leggi il resto: argocatania.it/2026/08/20/ince…
#eruzioneLavica #Etna #inceneritori #PantanoDArci #RegioneSiciliana #RifiutiZero #siccità #termovalorizzatori #zonaIndustriale
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Alfred Schnittke (1934-1998): Suite da concerto dalle musiche per il film Agony di Elem Klimov (1974/1981) — Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin diretta da Frank Strobel —
I. Eileitung
II. Walzer
III. Tango
IV. Finale
#Agony #AlfredSchnittke #ElemKlimov #FrankStrobel #music #musicA #musicaContemporanea #RundfunkSinfonieorchester #RundfunkSinfonieorchesterBerlin #suite
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ticedizioni.com/products/prosa…
#differx #post2026 #prosaInProsa
Forse l’evento più rilevante degli ultimi 20 anni della poesia italiana, di Prosa in prosa, come accade con i classici, si è parlato e scritto molto di più di quanto il libro non sia stato in effetti letto.Tic
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Dopo aver sperimentato il format con alcune volontarie ed ex pazienti, a settembre Chiara Portesine curerà un gruppo di lettura nel reparto di senologia dell’ospedale Santa Chiara di Pisa: la sfida è quella di non portare in ospedale dei libri qualsiasi ma romanzi, diari e racconti che affrontino direttamente il tema del tumore femminile, per cercare in quelle pagine uno specchio, una denuncia e un punto di rottura. Leggeremo i testi di Annie Ernaux, Audre Lorde, Sigrid Nunez e altre autrici, commentando insieme le differenze e le continuità nel raccontare il percorso oncologico. Per non dimenticarci che la letteratura può sempre offrire uno spazio costruttivo e ricostruttivo del trauma. E che esiste un’alternativa (letteraria e politica) a una comunicazione che schiaccia il tumore tra la rimozione e il sentimentalismo della pietà.
Chi fosse interessato può scrivere all’AOPI (Associazione Oncologica Pisana, aopipierotrivella@gmail.com).#lettura #letture #oncologia #senologia #SigridNunez #tumori
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Si parla di:
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Da due anni si spacciava per movimento hacktivista filo-palestinese. Il Dipartimento di Giustizia americano ha invece confermato ciò che gli analisti sospettavano da tempo: dietro il collettivo “Handala” opera il Ministero dell’Intelligence iraniano (MOIS), e il suo bersaglio attuale sono i giornalisti israeliani, contattati su WhatsApp e Telegram con la stessa cura con cui si costruisce una fonte, per rubare loro le credenziali e, in alcuni casi, l’intero telefono.
Lo Shin Bet e l’Autorità nazionale per la cybersicurezza israeliana hanno diffuso il 16 agosto 2026 un avviso congiunto, raro per esplicitezza, in cui si afferma che “gli operativi dell’intelligence iraniana stanno tentando di raccogliere informazioni sensibili su sviluppi politici e di sicurezza, ottenere accesso a fonti giornalistiche, materiali di lavoro e corrispondenza”. Non è un’allerta generica: arriva dopo mesi di segnalazioni da parte di redazioni come Haaretz, i cui cronisti sono stati impersonati per avvicinare colleghi e contatti.
Il nome richiama la celebre vignetta del fumettista palestinese Naji al-Ali, e per due anni il brand “Handala Hack Team” ha coltivato un’immagine da collettivo hacktivista indipendente, rivendicando data breach e defacement contro obiettivi israeliani sui propri canali Telegram. È la stessa tattica di copertura vista in altri cluster iraniani — un layer “civile” che permette a Teheran di condurre operazioni offensive negando plausibilmente il coinvolgimento statale, mentre online si costruisce consenso e narrativa a supporto della causa filo-palestinese.
A marzo 2026 il Dipartimento di Giustizia USA ha reso pubblica un’incriminazione che collega individui operanti sotto l’ombrello Handala al MOIS, inquadrando le loro attività in un più ampio programma di “operazioni psicologiche cyber-abilitate” — disinformazione, intimidazione e raccolta di intelligence combinate nello stesso apparato. Lo stesso ecosistema di attori legati a Teheran è stato osservato a marzo colpire con un wiper l’azienda Stryker e violare la casella di posta personale del direttore dell’FBI, segno di un’operatività che spazia dal sabotaggio industriale allo spionaggio mirato su singole persone.
La campagna descritta da Shin Bet non punta a exploit zero-day, ma a ingegneria sociale paziente e su misura, costruita specificamente attorno al mestiere del giornalista. Gli operatori contattano il bersaglio fingendosi conoscenti, colleghi o addirittura firme note — tra i nomi usati come esca, secondo le ricostruzioni giornalistiche, anche quello del noto reporter Barak Ravid — con proposte di collaborazione, richieste di intervista o l’offerta di materiale esclusivo su sviluppi politici e militari, l’esca perfetta per chi vive di scoop.
Da lì si dipartono tre vettori distinti, spesso combinati nella stessa conversazione:
L’obiettivo dichiarato dalle autorità israeliane non è solo la singola casella di posta: è la ricostruzione della rete di fonti del giornalista, l’accesso a materiali di lavoro non ancora pubblicati e, in prospettiva, la possibilità di alimentare operazioni di influenza usando conversazioni sottratte, come già avvenuto in altri episodi in cui gruppi legati a Teheran hanno pubblicato messaggi privati rubati per screditare bersagli israeliani.
Il caso Handala è un promemoria scomodo per chi lavora in redazioni, ONG e uffici stampa che trattano materiale sensibile su Medio Oriente: l’anello debole non è quasi mai l’infrastruttura tecnica, ma la fiducia interpersonale che il mestiere stesso richiede di concedere a sconosciuti. Un attaccante di livello statale che parla la lingua del settore — propone uno scoop, cita eventi reali, imita lo stile di un collega — supera in un colpo solo gran parte delle difese tecniche standard, perché la vittima interagisce volontariamente con il contenuto malevolo.
Per i team di sicurezza che proteggono realtà editoriali o organizzazioni esposte, le raccomandazioni diffuse da Shin Bet restano il primo presidio praticabile:
Handala dimostra ancora una volta come i confini tra hacktivismo, spionaggio statale e guerra dell’informazione si siano ormai dissolti: lo stesso gruppo che rivendica breach “per la causa” su Telegram può, il giorno dopo, star raccogliendo materiale per un dossier destinato ai servizi. Per i difensori, l’unica postura sensata è trattare ogni contatto non sollecitato — anche il più credibile — come potenzialmente ostile.
Attore: Handala (Handala Hack Team) — collegato al MOIS iraniano
Vettori: WhatsApp, Telegram
TTP: impersonificazione di giornalisti/contatti noti, phishing credenziali Google,
Google Drive link contraffatti, allegati malevoli per compromissione mobile
Target: giornalisti e figure pubbliche israeliane (es. redazioni come Haaretz)
Incriminazione USA: marzo 2026 (Dipartimento di Giustizia, MOIS)
Allerta ufficiale: Shin Bet + National Cyber Directorate, 16 agosto 2026
Canale di segnalazione IL: hotline 119 (National Cyber Directorate)reshared this
Quando si sceglie un nuovo smartphone, è naturale consultare recensioni, confrontare modelli e guardare video comparativi alla ricerca del dispositivo “migliore”. Le classifiche possono essere utili, ma non rispondono alla domanda più importante: qual è lo smartphone più adatto a me? La risposta dipende da esigenze personali, come il modo in cui si preferisce lavorare, creare contenuti e restare connessi durante la giornata.
Il miglior pieghevole non è lo stesso per tutti. È proprio per questo che Samsung offre tre diversi design pieghevoli con la nuova serie Galaxy Z. Che si cerchi un dispositivo per lavorare in mobilità, uno schermo più ampio per leggere, guardare contenuti e giocare oppure uno smartphone compatto da portare sempre con sé, la nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenza.La nuova serie Galaxy Z offre una soluzione per ogni esigenza
Forte di otto generazioni di esperienza nel settore dei dispositivi pieghevoli, Samsung conosce a fondo ciò che gli utenti cercano di più nei dispositivi pieghevoli. La nuova serie Galaxy Z è il risultato di questa esperienza: ogni dispositivo offre prestazioni elevate negli ambiti più importanti per gli utenti, dai display alla durabilità, dalla portabilità alle performance.
La nuova serie Galaxy Z comprende tre smartphone pieghevoli progettati per esigenze differenti: il compatto Galaxy Z Flip8, il nuovissimo Galaxy Z Fold8 e il potente Galaxy Z Fold8 Ultra. La scelta del modello più adatto dipende, in definitiva, da ciò che ci si aspetta dalla propria esperienza smartphone e dal modo in cui il dispositivo si inserisce nella vita quotidiana.Samsung Galaxy Z Flip 8
Scegli Galaxy Z Flip8 se desideri:
Samsung Galaxy Z Fold 8
Scegli Galaxy Z Fold8 se cerchi:
Samsung Galaxy Z Fold 8 Ultra
Scegli Galaxy Z Fold8 Ultra se per te sono prioritari:
Tutti i modelli della serie Galaxy Z condividono la stessa attenzione per resistenza, qualità costruttiva e innovazione. Le più recenti funzionalità di Galaxy AI e un software ottimizzato per ogni form factor offrono un’esperienza d’uso personalizzata, adattata alle caratteristiche di ciascun dispositivo.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vitaTechpertutti.comGuglielmo Sbano
Non esiste uno smartphone migliore in assoluto, ma quello più adatto al proprio modo di vivere, lavorare e creare. Per questo Samsung continua ad ampliare il proprio portfolio di dispositivi pieghevoli, offrendo soluzioni pensate per esigenze, abitudini e stili di vita differenti. Dal Galaxy Z TriFold presentato all’inizio dell’anno alla nuova serie Galaxy Z, Samsung continua a evolvere il proprio portfolio di dispositivi pieghevoli per rispondere a una vasta gamma di esigenze e stili di vita.
Acquista il nuovo Galaxy Z Flip8, l’ultimo smartphone pieghevole di Samsung. Offerte esclusive e con Samsung Trade chiedi la valutazione del tuo usato su Samsung IT.Samsung it
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link a un intervento dell’8 agosto: noblogo.org/differx/non-ce-rip…
se una cosa Giuliano Mesa ha schivato esplicitamente e assai accuratamente, sempre e comunque, è stata il sottobosco. me lo ripeteva direi spesso: il sottobosco di ogni città, il pacchiano in poesia, va evitato come la peste.
oggi credo sia più difficile, quasi impossibile. attualmente sembra che “poesia” proprio coincida con “sottobosco”. (a volte ascensorizzato da un editore, da un festival, da un premio letterario. e – dove arriva – coinvolge nella palta tanta parte dei già facilmente stracorrotti critici letterari italofoni).
#ControLaPoesia #diario #poesia #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline
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Dima Defense è un semplice tower defense open source per Android, sviluppato in LibGDX e disponibile su F-Droid e Codeberg.
blog.lealternative.net/2026/08…
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Castelporziano. La spiaggia dei fantasmi
mostra a cura del collettivo Rubber, nel contesto del
festival I fumi della fornace, 20-23 agosto 2026, Valle Cascia (MC)
congerie.org/blank-5
Castelporziano. Ostia dei poeti
Rai radiotelevisione italiana (1980)
«Giornate di fine giugno 1979. Spiaggia di Castelporziano a Ostia. Su un palco di legno e tubi innocenti, sotto il fuoco di formidabili riflettori, la sera, la poesia, non soltanto italiana, volle darsi appuntamento. Alle spalle del palco, la luna e il mare, la musica della risacca, il caldo sciroccale. (…) C’era gran folla: sacchi a pelo, tende cerate, nudità esposte, spinelli, siringhe. (…).
A largo di Castelporziano, in quelle notti, due petroliere bruciavano: erano entrate in collisione. (…). Andrea Andermann (…) filmò quegli eventi. (…) In Castelporziano Ostia dei poeti (tale il titolo del lungometraggio) c’è, forse, il filo tenue della nostalgia?
Attorno al palco, sulla spiaggia libera, al confine della tenuta presidenziale, c’è aria di apocalissi, da ‘finis historiae’. Il giorno, col sole malato, appiccicato contro la tetra nuvolaglia, è vissuto dalla folla dei ragazzi, delle ragazze, come fosse un peso inesplicabile, una gioia maledetta. (…)
Poi, come conclusione, gli organizzatori, il Beat 72, pensarono a un evento spettacolare quanto mai, e fortuito: il crollo del palco, le tavole sconquassate, i tubi a terra. L’obiettivo di Andermann ha frugato il disastro avvenuto. Poi più nulla: il pennacchio di fumo nero, e sulla colonna audio la registrazione della voce di Moravia che la sera dei funerali di Pasolini, a Campo dei Fiori, diceva nella gola strozzata: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro in un secolo”»
Enzo Siciliano
#AndreaAndermann #AndreaBalietti #Beat72 #CastelPorziano #Castelporziano #collettivoRubber #EnzoSiciliano #FestivalInternazionaleDeiPoeti #foto #GloriaFalasco #IFumiDellaFornace #libri #mostra #OstiaDeiPoeti #RenatoNicolini #riviste #RobertoCapozucca #rubber
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Indice dei contenuti
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Un blog letterario può nascere per una ragione molto semplice: hai letto un libro e senti il bisogno di parlarne.
Scrivi la prima recensione, poi una seconda. Cominci a consigliare libri, raccontare autori, rispondere ai commenti. Qualcuno arriva da Google cercando proprio quel romanzo di cui avevi scritto mesi prima. Un autore ti contatta. Un lettore ti suggerisce un titolo. Una piccola casa editrice ti segnala una nuova uscita.
A quel punto il blog non è più soltanto il luogo in cui raccogliere le proprie letture.
Può diventare uno spazio di incontro tra libri, lettori, autori e realtà culturali.
I blog letterari italiani assumono forme molto diverse: alcuni sono prevalentemente dedicati alle recensioni, altri affiancano consigli di lettura, approfondimenti, percorsi tematici, interviste e attenzione agli autori emergenti. Esistono anche esperienze che si definiscono direttamente comunità letterarie. (latteebiscotti)
È proprio questa possibilità che ci interessa: capire quale ruolo possa avere oggi un blog letterario nella promozione dei libri e della lettura, e come possa trasformare un pubblico di visitatori in una vera comunità.
Possiamo definire un blog letterario come uno spazio online dedicato ai libri e alla letteratura nel quale uno o più autori pubblicano periodicamente contenuti originali.
La recensione è probabilmente il formato più immediatamente associato ai blogger letterari, ma non è l’unico.
Un blog può occuparsi di narrativa contemporanea, classici, poesia, saggistica, letteratura indipendente oppure concentrarsi su un genere specifico. Può pubblicare interviste, approfondimenti, percorsi di lettura e riflessioni critiche.
Esistono, per esempio, blog che accanto alle recensioni propongono consigli e approfondimenti su romanzi e autori, mentre altri rivendicano esplicitamente una propria linea critica e una selezione di letture fuori dal mainstream. (latteebiscotti)
È proprio questo a distinguere un vero progetto editoriale da una semplice successione di schede libro:
il blog sviluppa progressivamente una propria identità.
Il lettore non torna soltanto perché vuole informazioni su un determinato romanzo. Torna perché comincia a conoscere e riconoscere il punto di vista di chi scrive.
Quando parliamo di promozione della lettura, pensiamo facilmente a biblioteche, scuole, librerie, festival e gruppi di lettura.
Ma anche un blog può svolgere questa funzione.
Ogni volta che raccontiamo un libro stiamo creando una possibile occasione di incontro tra quell’opera e qualcuno che ancora non la conosce.
E il blogger dispone di una libertà particolare: può tornare a parlare di un romanzo pubblicato vent’anni fa, recuperare un autore dimenticato, recensire il libro di una piccola casa editrice oppure costruire un intero approfondimento intorno a un tema che ritiene importante.
La promozione della lettura non coincide quindi necessariamente con la promozione commerciale di una novità editoriale.
Può significare far circolare libri, idee e discussioni.
Ed è qui che il blog letterario acquista una funzione culturale: diventa un mediatore tra l’enorme quantità di libri disponibili e il lettore che cerca qualcosa che valga la pena scoprire.
Promozione della lettura: idee, progetti e iniziative per far circolare i libri
Le recensioni sono importanti, ma un blog composto esclusivamente da recensioni rischia con il tempo di assomigliare a un grande catalogo.
Libro.
Recensione.
Libro.
Recensione.
Libro.
Recensione.
Una linea editoriale più varia permette invece di creare collegamenti tra opere, persone e argomenti.
Rimangono uno dei contenuti fondamentali.
Una recensione può presentare un libro, ma soprattutto interpretarlo: analizzare temi, personaggi e stile, metterlo in relazione con altre opere e spiegare perché possa essere interessante per determinati lettori.
Recensioni libri da leggere: scopri come fare la recensione di un libro.
L’intervista permette di spostare l’attenzione dal prodotto editoriale alla persona e alle idee che stanno dietro al libro.
E non deve necessariamente limitarsi alle classiche domande su quando sia nata la passione per la scrittura.
Un romanzo può diventare il punto di partenza per parlare di lavoro, ambiente, storia, relazioni, politica, memoria o qualsiasi altro argomento attraversato dall’opera.
Un libro può essere l’inizio anziché la fine dell’articolo.
Possiamo approfondirne il contesto storico, confrontarlo con altre opere, analizzare un simbolo, un personaggio, una corrente letteraria o un problema sociale.
È uno dei modi migliori per costruire nel tempo l’identità del blog.
Invece di limitarsi a “10 libri da leggere”, possiamo creare un percorso.
Per esempio:
un classico → un romanzo contemporaneo → un saggio → una testimonianza → un autore emergente.
Il blogger diventa così una sorta di curatore che mette opere diverse in relazione.
Un blog letterario può anche prendere posizione.
Possiamo discutere del mercato editoriale, della libertà di espressione, della crisi delle librerie, del rapporto tra letteratura e società, dell’intelligenza artificiale nella scrittura o delle difficoltà degli autori emergenti.
Il libro rimane al centro, ma dialoga con quello che accade fuori dalle sue pagine.
Presentazioni, festival, gruppi di lettura, incontri, iniziative delle librerie e progetti culturali possono trovare spazio sul blog.
E questa possibilità diventa ancora più interessante quando il blog non si limita a segnalare gli eventi, ma entra in relazione con chi li organizza.
Oggi si potrebbe obiettare: perché creare o mantenere un blog quando possiamo parlare di libri su Instagram, TikTok, Facebook, YouTube o altre piattaforme?
Perché svolgono funzioni diverse.
Un social è soprattutto un canale. Un blog può diventare uno spazio editoriale.
Una pagina o un profilo social esistono all’interno di una piattaforma che non controlliamo. Le regole possono cambiare, così come gli algoritmi che decidono quanto mostrare i nostri contenuti. Un account può inoltre essere limitato o sospeso.
Con un sito su dominio proprio abbiamo invece un controllo molto maggiore sul nostro archivio, sulla struttura dei contenuti e sul rapporto tra le diverse pagine.
C’è poi una seconda differenza fondamentale.
Un contenuto social deve generalmente conquistare attenzione mentre attraversa il feed.
Il blog funziona anche in un’altra maniera.
Un articolo scritto mesi o anni prima può essere trovato attraverso un motore di ricerca, ricevere un collegamento da un nuovo articolo oppure tornare utile perché qualcuno sta cercando proprio quell’argomento.
Google stesso raccomanda una struttura logica dei siti e collegamenti interni contestuali perché aiutano utenti e motori di ricerca a trovare e comprendere le diverse pagine. (Sviluppatori Google)
Questo permette a un blog letterario di accumulare nel tempo qualcosa che il flusso social rende più difficile costruire: un archivio interconnesso di conoscenza.
Una recensione di cinque anni fa può dialogare con un articolo pubblicato oggi.
Un approfondimento può rimandare a tre recensioni.
Una recensione può portare a un’intervista.
Un percorso di lettura può recuperare dieci vecchi articoli.
Ogni nuovo contenuto può aumentare il valore di ciò che abbiamo già pubblicato.
No.
La soluzione più interessante può essere esattamente l’opposto:
blog al centro, social intorno.
Il contenuto completo rimane sul blog. I social permettono di distribuirlo, discuterlo, raggiungere persone nuove e costruire relazioni.
Non affidiamo però l’intero patrimonio editoriale a una piattaforma esterna.
Non è obbligatorio partire con un manifesto di venti pagine. Ma prima o poi è utile chiedersi:
perché qualcuno dovrebbe leggere proprio questo blog?
“Perché amo leggere” difficilmente basta.
Migliaia di persone amano leggere.
La differenza può essere fatta dalla selezione.
Un blog potrebbe occuparsi soprattutto di piccoli editori. Un altro di fantasy. Un altro ancora di classici dimenticati, letteratura politica, poesia contemporanea, narrativa straniera o libri per ragazzi.
Oppure potrebbe essere riconoscibile non per il genere trattato, ma per il modo in cui parla dei libri.
Google raccomanda, anche dal punto di vista della ricerca, di produrre contenuti originali destinati innanzitutto alle persone e capaci di offrire analisi o informazioni che vadano oltre ciò che è ovvio, anziché creare grandi quantità di testi soltanto nella speranza di intercettare traffico. (Sviluppatori Google)
È un principio SEO, ma è anche un ottimo principio editoriale.
Questo problema diventa particolarmente evidente quando il blog comincia a crescere.
Arrivano comunicati stampa.
Richieste di recensione.
Segnalazioni.
Copie omaggio.
Proposte degli autori.
È facile che la linea editoriale venga progressivamente sostituita dall’agenda degli uffici stampa.
Ma un blog letterario indipendente non dovrebbe esistere semplicemente per riprodurre la promozione preparata da altri.
Ricevere una copia non significa dover recensire positivamente un libro. E recensire un autore emergente non significa dover rinunciare alla critica.
Alcuni blog italiani dedicano esplicitamente sezioni agli autori emergenti, ma esistono anche blogger che rivendicano apertamente la necessità di mantenere indipendenza nella selezione e nel giudizio. (Dianora Tintì)
È proprio l’indipendenza a rendere utile la recensione.
Se ogni libro è “imperdibile”, alla fine nessun consiglio significa più nulla.
C’è però un’altra faccia della questione.
La libertà del blogger permette di guardare dove i grandi mezzi di comunicazione arrivano più difficilmente.
Gli esempi non mancano: diversi blog italiani dedicano sezioni specifiche alle opere di autori emergenti o affiancano esordienti e autopubblicati agli autori più conosciuti. (Dianora Tintì)
Questo non significa che un libro meriti attenzione semplicemente perché pubblicato da un piccolo editore o scritto da un autore sconosciuto.
La selezione rimane necessaria.
Significa però che la notorietà non deve essere il criterio con cui decidiamo cosa merita di essere letto.
Ed è forse una delle funzioni più interessanti dei blogger letterari: creare percorsi alternativi di scoperta.
Avere visitatori non significa automaticamente avere una comunità.
Possiamo avere migliaia di persone che arrivano da Google, leggono una pagina e scompaiono.
Una comunità nasce quando alcune di quelle persone cominciano invece a partecipare.
Possiamo chiedere ai lettori quali libri consigliano, raccogliere proposte per un approfondimento, aprire discussioni, creare una newsletter, organizzare incontri o lanciare una lettura condivisa.
Anche un gruppo di lettura può diventare l’estensione naturale del blog.
Gruppo di lettura: cos’è, come funziona e come organizzarne uno.
A quel punto cambia anche il rapporto tra chi scrive e chi legge.
Ed è da questa circolazione che può nascere qualcosa di più grande del singolo sito.
Un blog non deve necessariamente fare tutto da solo.
Immaginiamo che un blogger pubblichi una recensione.
Una libreria potrebbe organizzare un incontro con quell’autore.
Un gruppo di lettura potrebbe scegliere il libro.
Un podcast potrebbe intervistarlo.
Un altro blogger potrebbe approfondire uno dei temi emersi.
Il primo blog potrebbe raccontare tutte queste iniziative e, contemporaneamente, gli altri partecipanti potrebbero segnalare la recensione originaria.
In questo modo ogni soggetto conserva il proprio spazio e la propria identità, ma contribuisce alla circolazione del lavoro degli altri.
È una forma di promozione molto diversa dal semplice scambio:
io condivido te se tu condividi me.
La collaborazione ha valore quando produce qualcosa che prima non esisteva: una discussione, un incontro, un approfondimento, una nuova lettura o semplicemente la scoperta reciproca tra pubblici differenti.
Progetti di promozione della lettura: 10 attività per creare una comunità di lettori.
Qui arriviamo probabilmente al passaggio più interessante.
Internet ci ha permesso di creare migliaia di piccoli spazi indipendenti.
Ma essere indipendenti non significa necessariamente essere isolati.
Un blogger può mantenere completamente la propria autonomia editoriale e contemporaneamente entrare in relazione con altri blogger, librerie, gruppi di lettura, podcast, autori e associazioni.
Anzi, proprio la presenza di tanti spazi indipendenti può diventare una forza se questi spazi riescono a comunicare tra loro.
Una recensione può essere rilanciata da una libreria.
Un evento può essere raccontato da un blog.
Un gruppo di lettura può suggerire un libro a un recensore.
Un autore può intervenire in una discussione.
Un blogger può intervistare un libraio.
Un podcast può partire da un articolo.
Non serve creare un unico grande contenitore.
Serve costruire ponti tra contenitori diversi.
È anche una delle idee alla base di Samizdat.
Il progetto vuole mettere in relazione realtà diverse che si occupano di libri e cultura: blogger, lettori, gruppi di lettura, librerie indipendenti, autori, editori, podcast, canali video e altri operatori culturali.
Non chiediamo a chi partecipa di rinunciare alla propria identità editoriale.
È esattamente il contrario.
Un blog continua a pubblicare sul proprio sito. Una libreria continua a organizzare le proprie iniziative. Un podcast produce le proprie puntate. Un gruppo di lettura sceglie liberamente cosa leggere.
La rete serve a far incontrare queste esperienze, permettere loro di conoscersi, far circolare le iniziative e creare occasioni di collaborazione.
Perché una cultura realmente indipendente non ha bisogno soltanto di tante voci.
Ha bisogno che quelle voci possano trovarsi.
Se invece stai leggendo questo articolo perché non hai ancora un blog ma vorresti crearne uno, non partire dalla tecnologia.
Prima chiediti:
Di quali libri voglio parlare?
A chi voglio parlare?
Cosa posso offrire di diverso rispetto agli altri blog?
Voglio recensire oppure anche intervistare, approfondire, discutere e creare iniziative?
Quale sarà la mia linea editoriale?
Solo dopo arrivano dominio, piattaforma, grafica e SEO.
Un blog tecnicamente perfetto ma privo di identità difficilmente costruirà una comunità. Un progetto riconoscibile, invece, può migliorare tecnicamente nel tempo.
E non è necessario aspettare di avere tutto perfetto.
Si può cominciare da un libro e da qualcosa che vale la pena dire su quelle pagine.
Il resto si costruisce articolo dopo articolo.
I blog letterari continuano ad avere senso proprio perché fanno qualcosa di diverso dai social network e dai grandi portali editoriali.
Possono conservare contenuti nel tempo, costruire archivi, sviluppare una linea editoriale autonoma, recuperare libri dimenticati, sostenere autori emergenti, creare approfondimenti e mettere in relazione persone diverse.
Ma la loro possibilità più interessante emerge quando smettono di essere isole.
Un blog può diventare un nodo di una comunità culturale più ampia.
E forse il futuro dei blog letterari indipendenti non dipende dalla capacità di competere individualmente con piattaforme sempre più grandi.
Potrebbe dipendere dalla capacità di trovarsi, riconoscersi e collaborare.
#Blog #libri
Scopri il blog letterario di Sara Petrolini e troverai tante interessanti recensioni di libri e preziosi consigli per le tue letture.Sara Petrolini (latteebiscotti)
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Promuovere la lettura non significa semplicemente convincere qualcuno a leggere di più. Significa creare occasioni in cui i libri possano essere scoperti, discussi, consigliati e messi in circolazione.
Una recensione pubblicata su un blog, un gruppo di persone che si incontra ogni mese per discutere dello stesso romanzo, una libreria che organizza una presentazione, una biblioteca che porta i libri fuori dai propri spazi o un podcast che racconta opere poco conosciute sono esperienze molto diverse. Eppure hanno qualcosa in comune: trasformano la lettura da attività individuale a esperienza condivisa.
Le iniziative per promuovere la lettura possono nascere praticamente ovunque e non richiedono necessariamente grandi finanziamenti o strutture complesse. Possono partire da un lettore, un blogger, una piccola libreria, un’associazione o un gruppo informale.
Le esperienze istituzionali mostrano, inoltre, quanto sia importante un altro elemento: fare rete. I Patti per la lettura promossi dal Centro per il libro e la lettura, per esempio, considerano la lettura un valore sociale da sostenere attraverso l’azione coordinata di soggetti pubblici e privati; anche il riconoscimento Città che legge valorizza le collaborazioni tra biblioteche, scuole, librerie e associazioni. (Centro per il Libro)
Vediamo allora quali attività si possono organizzare e, soprattutto, come trasformare tante piccole iniziative isolate in un vero progetto di promozione culturale.
La promozione della lettura comprende tutte quelle attività che cercano di facilitare l’incontro tra una persona e un libro.
Non significa necessariamente promuovere un determinato titolo. L’obiettivo può essere più ampio: stimolare curiosità, favorire la scoperta di nuovi autori, creare occasioni di confronto oppure raggiungere persone che normalmente frequentano poco libri e biblioteche.
È questa dimensione sociale a rendere particolarmente interessanti i progetti di promozione della lettura.
Il libro smette di essere soltanto un oggetto acquistato e letto individualmente e diventa il punto di partenza per una conversazione.
Non a caso, le iniziative nazionali dedicate alla lettura coinvolgono soggetti molto diversi. Libriamoci, per esempio, mette in relazione scuole, lettori volontari, autori, case editrici, associazioni e numerose realtà culturali; l’edizione 2026 ha coinvolto quasi 3.000 istituti e oltre 7.500 attività. (Centro per il Libro)
Ma non occorre partire da progetti di queste dimensioni.
Si può cominciare da molto meno.
Una delle iniziative più semplici è riunire alcune persone intorno allo stesso libro.
Un gruppo di lettura può nascere in una biblioteca o in una libreria, ma anche in un’associazione, in un bar, in un luogo di lavoro oppure completamente online.
Il suo valore non consiste soltanto nel convincere le persone a leggere un libro. Succede qualcosa di più interessante: ogni partecipante porta nella discussione una lettura diversa della stessa opera.
Un personaggio che qualcuno considera insopportabile può essere il preferito di un altro. Una pagina apparentemente secondaria può diventare il centro della discussione. Il contesto personale dei lettori modifica continuamente il significato attribuito al testo.
È proprio questa dimensione collettiva a rendere il gruppo uno strumento particolarmente efficace di promozione della lettura.
Gruppo di lettura: cos’è, come funziona e come organizzarne uno.
Non è necessario partire con venti partecipanti. Anche cinque o sei persone che si incontrano regolarmente possono creare una piccola comunità capace, nel tempo, di attirare nuovi lettori.
Le presentazioni di libri sono probabilmente una delle attività culturali più diffuse. Ma possono facilmente trasformarsi in qualcosa di prevedibile.
Per promuovere davvero la lettura può essere più interessante costruire l’incontro intorno a un argomento, anziché esclusivamente intorno al libro da vendere.
Un romanzo sul lavoro può diventare l’occasione per discutere di precarietà. Un libro ambientato in un piccolo paese può aprire una conversazione sullo spopolamento. Un saggio ambientalista può coinvolgere associazioni locali.
Il libro diventa così uno strumento per entrare nel mondo, anziché il semplice oggetto di una presentazione promozionale.
Questo approccio può aiutare anche gli autori emergenti, che difficilmente possono contare sulla notorietà del proprio nome per attirare pubblico.
Organizzare una presentazione, però, non significa semplicemente mettere un autore davanti a un pubblico: può diventare un’occasione per coinvolgere lettori e realtà diverse. Per questo abbiamo preparato una guida su come organizzare la presentazione di un libro.
Anche scrivere di un libro è un’attività di promozione della lettura.
Una buona recensione non dovrebbe limitarsi a stabilire se un’opera sia bella o brutta. Può spiegare perché valga la pena confrontarsi con quel testo, metterlo in relazione con altri libri, ricostruirne il contesto oppure partire dalle sue pagine per affrontare questioni più ampie.
In questo senso, blog letterari, riviste online e siti culturali possono funzionare come luoghi di mediazione tra libri e lettori.
È particolarmente importante quando si parla di opere che non dispongono di grandi campagne pubblicitarie. Un piccolo editore, un autore emergente o un libro pubblicato diversi anni prima possono trovare nuovi lettori proprio grazie a qualcuno che decide di tornare a parlarne.
Recensioni libri da leggere: scopri come fare la recensione di un libro.
Le recensioni hanno inoltre una caratteristica che un incontro fisico non possiede: rimangono reperibili nel tempo. Un articolo pubblicato oggi può portare qualcuno a scoprire un libro anche mesi o anni dopo.
Le liste funzionano bene perché permettono di orientarsi velocemente:
10 libri sulla Resistenza
5 romanzi sul cambiamento climatico
8 libri per conoscere l’anarchismo.
Ma possiamo fare qualcosa di più.
Un percorso di lettura mette i libri in relazione.
Per esempio:
un romanzo → un saggio → una testimonianza → un classico → un’opera contemporanea.
Il lettore non riceve semplicemente cinque titoli, ma una possibile strada da seguire.
Una libreria può costruire questi percorsi attraverso un tavolo tematico. Una biblioteca attraverso una bibliografia. Un blogger con una serie di articoli. Un gruppo di lettura scegliendo opere collegate tra loro.
In questo modo la promozione della lettura diventa anche costruzione di senso.
Promuovere soltanto i libri già presenti ovunque rischia di amplificare meccanismi che funzionano benissimo anche senza di noi.
Una delle funzioni più interessanti di librerie indipendenti, blogger, gruppi di lettura e piccole realtà culturali è invece la possibilità di portare alla luce ciò che rischia di rimanere ai margini.
Possono essere:
Non significa scegliere un libro perché è sconosciuto. La qualità rimane essenziale.
Significa però non utilizzare la popolarità come principale criterio di selezione.
La promozione della lettura può diventare così anche uno strumento per difendere la bibliodiversità, permettendo a idee, generi e voci differenti di trovare il proprio spazio.
Biblioteche e librerie rimangono presìdi fondamentali, ma la lettura può essere promossa anche dove normalmente non ci aspetteremmo di incontrarla.
Parchi, mercati, circoli, stazioni, luoghi di lavoro, festival musicali, associazioni, bar e spazi sociali possono diventare luoghi temporanei dedicati ai libri.
Si possono organizzare:
La logica è semplice: invece di aspettare che siano le persone ad avvicinarsi ai luoghi tradizionalmente dedicati alla lettura, sono i libri ad andare incontro alle persone.
Anche i programmi pubblici italiani insistono sull’accessibilità: il Centro per il libro, per esempio, finanzia specificamente progetti bibliotecari destinati a rendere la lettura accessibile anche a persone con difficoltà di lettura o disabilità fisiche e sensoriali. (Centro per il Libro)
La promozione della lettura oggi passa inevitabilmente anche attraverso strumenti digitali.
Un libro può diventare:
una videorecensione,
una conversazione su YouTube,
una puntata di un podcast,
un’intervista,
un post,
una newsletter,
una discussione online.
Il problema nasce quando tutta la comunicazione viene ridotta a:
compra questo libro.
Un contenuto culturale funziona diversamente quando offre qualcosa anche a chi non acquisterà immediatamente l’opera.
Un’intervista può approfondire un problema. Una videorecensione può mettere in relazione più autori. Un podcast può raccontare il contesto storico di un romanzo.
Il libro torna così a essere l’origine di una conversazione.
Un altro sistema efficace consiste nello scegliere periodicamente un argomento e invitare realtà differenti a interpretarlo liberamente.
Per esempio:
Una libreria prepara una selezione di libri.
Un gruppo di lettura sceglie un romanzo.
Un blogger pubblica una recensione.
Un podcast intervista un autore.
Un’associazione organizza un incontro.
Una biblioteca realizza una bibliografia.
Il vantaggio è evidente: nessuno deve fare la stessa cosa, ma tutte le iniziative diventano parti di una conversazione comune.
Anche grandi campagne nazionali utilizzano questa logica. Il Maggio dei Libri, ad esempio, invita cittadini, scuole, istituzioni e realtà culturali a realizzare autonomamente iniziative nelle forme più diverse; nel 2026 la campagna ha lavorato con una rete di 44 partner e migliaia di iniziative diffuse sul territorio. (Centro per il Libro)
La stessa logica può funzionare su scala molto più piccola.
Librerie e biblioteche possiedono qualcosa che online è difficile riprodurre completamente: un rapporto diretto con i lettori e con il territorio.
Possono mettere in relazione persone che magari non si sarebbero mai incontrate.
Una libreria può ospitare un gruppo di lettura, collaborare con un blogger per una presentazione, invitare un piccolo editore o costruire una selezione insieme a un’associazione.
Una biblioteca può coinvolgere scuole, gruppi informali, associazioni e cittadini.
È significativo che anche i programmi pubblici di promozione della lettura insistano sempre più sulla creazione di circuiti culturali integrati, mettendo insieme biblioteche, istituzioni scolastiche e associazioni. (Centro per il Libro)
Il punto, quindi, non è soltanto organizzare più eventi.
È collegare quelli che già esistono.
Immaginiamo questa situazione.
Un blogger pubblica un’ottima recensione.
Una libreria organizza una presentazione sullo stesso argomento.
Un gruppo di lettura sta leggendo un libro simile.
Un podcast intervista uno degli autori.
Se nessuno conosce l’attività degli altri, abbiamo quattro buone iniziative indipendenti.
Ma se queste persone entrano in contatto, può accadere qualcosa di diverso.
Il gruppo di lettura scopre la recensione.
Il blogger segnala l’evento della libreria.
Il podcast invita il libraio.
La libreria ospita il gruppo.
Nasce una collaborazione.
È qui che una serie di iniziative per la lettura comincia a diventare una rete culturale.
Questo passaggio è forse il più importante.
Promuovere la lettura non significa necessariamente organizzare sempre qualcosa di nuovo. A volte significa semplicemente permettere alle persone che stanno già facendo qualcosa di incontrarsi.
È una logica riconosciuta anche nelle politiche pubbliche dedicate alla lettura. I Patti per la lettura si basano proprio sull’azione coordinata tra soggetti differenti, mentre i programmi Città che legge valorizzano esplicitamente iniziative congiunte e collaborazioni stabili. (Centro per il Libro)
Una rete può condividere:
eventi, recensioni, spazi, competenze, contatti, idee, letture, pubblico.
E soprattutto può evitare che ogni progetto debba continuamente ricominciare da zero.
Un piccolo blog difficilmente possiede il pubblico di una grande piattaforma. Una libreria indipendente ha una capacità di comunicazione limitata. Un gruppo di lettura può avere soltanto dieci partecipanti.
Ma dieci piccole realtà che si segnalano reciprocamente possono raggiungere persone che nessuna di loro raggiungerebbe da sola.
È proprio da questa idea che nasce il Progetto Samizdat.
Non vogliamo creare un’organizzazione centralizzata che dica agli aderenti quali libri leggere o cosa pubblicare.
L’obiettivo è costruire una rete tra lettori, gruppi di lettura, blogger, librerie indipendenti, autori, editori, podcast, canali video e altre realtà culturali, lasciando a ciascuno la propria autonomia.
Periodicamente proponiamo temi intorno ai quali possono nascere recensioni, letture, incontri, video, articoli e altre iniziative.
Ma la parte più importante non è produrre tutti lo stesso contenuto.
È far circolare quello che ciascuno sta già facendo e creare occasioni perché nascano collaborazioni nuove.
Se organizzi iniziative dedicate ai libri, gestisci un gruppo di lettura, una libreria, un blog, un podcast o semplicemente vuoi partecipare come lettore, puoi conoscere il progetto e decidere liberamente se entrare nella rete.
Scopri il progetto, presenta la tua attività e indicaci in che modo vorresti collaborare.
Non è necessario partire da un progetto nazionale, un finanziamento o centinaia di partecipanti.
Si può cominciare con una domanda molto semplice:
Quale libro o quale idea vorrei far circolare, e con chi potrei farlo?
Da lì può nascere una recensione.
Dalla recensione una discussione.
Dalla discussione un gruppo.
Dal gruppo un incontro.
Dall’incontro una collaborazione.
E dalla collaborazione, forse, una rete.
Perché probabilmente il modo più efficace per promuovere la lettura non è continuare a ripetere che leggere fa bene.
È creare situazioni nelle quali leggere diventa qualcosa che vale la pena condividere.
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È ora liberamente disponibile A dataset of article processing charges from 14 scholarly publishers, 2019-2025, che permette di farsi un’idea di quanto poco si risparmi pagando gli oligopolisti commerciali per scrivere invece che per leggere. Con due limiti: i dati sono stati raccolti dal basso, dai siti degli editori, e riguardano solo quanto gli editori hanno scelto di rendere pubblico.
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/pagare-per-sc…
This paper introduces a dataset of APCs produced from the price lists of 14 large scholarly publishers between 2019 and 2025.arXiv.org
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Si parla di:
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Una pagina che imita alla perfezione la schermata di aggiornamento di Google Chrome, un dropper che scarica il payload reale solo dopo, e un abuso sistematico dei servizi di accessibilità Android per leggere in tempo reale le chat di Telegram, WhatsApp e Signal senza mai toccare la loro crittografia end-to-end. È DragonDoll, lo spyware commerciale che il Positive Technologies Expert Security Center (PT ESC) ha tracciato in almeno 26 Paesi, Russia inclusa, con circa 150 campioni caricati in appena due mesi su un repository GitHub pubblico.
La catena d’infezione comincia con un APK che si spaccia per “Chrome.apk” e adotta la tecnica dei tampered headers per ostacolare gli strumenti di analisi statica. Una volta installato, il file mostra una pagina-esca che riproduce fedelmente il branding di un aggiornamento ufficiale di Google Chrome, convincendo l’utente a proseguire con l’installazione. Solo a questo punto il dropper scarica ed esegue il payload reale, denominato internamente K3iwv7VF.apk, decifrato con AES-256-GCM tramite implementazione nativa (libreria compilata in C/C++, non in Java/Kotlin), un’ulteriore misura anti-analisi rispetto ai più comuni spyware Android scritti interamente in linguaggio gestito.
DragonDoll non sfrutta exploit del kernel o vulnerabilità 0-day: si affida quasi interamente all’AccessibilityService di Android, l’API pensata per rendere il sistema operativo utilizzabile da persone con disabilità visive. Una volta ottenuto il permesso — spesso concesso dalla vittima stessa, ingannata dalla schermata di richiesta mascherata da parte del sistema — lo spyware può:
Per app meno “prioritarie” come Viber, il malware si limita a una raccolta più semplice dei dati visibili a schermo, segno di uno sviluppo modulare e mirato piuttosto che di un tool generico riadattato.
PT ESC ha individuato la campagna per la prima volta nella primavera 2026, durante l’analisi di attacchi contro utenti in Arabia Saudita, per poi scoprire un’infrastruttura di distribuzione molto più ampia: oltre 26 Paesi colpiti, tra cui Russia, Cina, Corea del Sud e diversi Stati dell’area MENA, con il malware localizzato in 34 lingue di interfaccia. Tra il 6 marzo e il 6 maggio 2026 sono stati caricati circa 150 campioni unici su un account GitHub (kesmanta24, registrato con l’indirizzo kesmantes52@outlook.com), arrivati almeno alle versioni 9.3 e 9.4 — un ritmo di sviluppo che tradisce un progetto attivamente mantenuto e monetizzato, non un esperimento estemporaneo.
L’infrastruttura di comando e controllo si appoggia al dominio channelzones[.]co, ospitato su hosting russo, con canali di comunicazione bidirezionale basati su Socket.IO e autenticazione tramite OkHttp3; la cifratura del traffico combina AES-256-CBC e RSA OAEP in uno schema ibrido. La distribuzione iniziale avviene tramite domini civetta come datewithmealways[.]site, datewithmealways[.]online e digitaladstracking[.]com, pensati per superare filtri di reputazione e ingannare l’utente con nomi apparentemente innocui o a tema dating/advertising.
DragonDoll si inserisce in un trend che i ricercatori osservano da tempo: la proliferazione di famiglie spyware Android vendute o distribuite su scala industriale, capaci di aggirare la crittografia end-to-end di app come Signal e WhatsApp non attaccando il protocollo, ma il dispositivo stesso attraverso funzioni di sistema legittime come l’accessibilità. È lo stesso principio dietro altre famiglie recenti individuate mascherate da versioni “clonate” di Telegram e Signal distribuite anche tramite store ufficiali, un problema che ha spinto più volte Google a rafforzare i controlli su Play Protect senza però eliminare il rischio quando l’installazione avviene tramite sideloading da pagine web esterne, come nel caso di DragonDoll.
La presenza della Russia tra i Paesi bersaglio, insieme a un’infrastruttura C2 ospitata proprio su hosting russo, è un dettaglio che PT ESC segnala senza sciogliere del tutto l’ambiguità sull’attribuzione: non è chiaro se si tratti di un operatore locale che colpisce anche il proprio mercato interno, di un tool venduto a più clienti con targeting indipendente, o di un’operazione di sorveglianza mirata mascherata da campagna commerciale opportunistica.
# Infrastruttura C2 e distribuzione
channelzones[.]co (C2 primario, hosting russo, canale Socket.IO)
datewithmealways[.]site (dominio di distribuzione)
datewithmealways[.]online (dominio di distribuzione)
digitaladstracking[.]com (dominio di distribuzione)
# Account di sviluppo
GitHub user: kesmanta24
Email associata: kesmantes52@outlook.com
Periodo attivita': 6 marzo - 6 maggio 2026 (~150 campioni, versioni 9.3-9.4)
# Nomi file osservati
Chrome.apk (dropper iniziale, tampered headers)
K3iwv7VF.apk (payload finale, AES-256-GCM nativo)
# Paesi colpiti (parziale)
Arabia Saudita, Russia, Cina, Corea del Sud, area MENA (26+ Paesi totali)
Localizzazione: 34 lingue di interfaccia
# Cifratura
Dropper -> payload: AES-256-GCM (nativo)
C2: AES-256-CBC + RSA OAEP (ibrido), autenticazione OkHttp3, canale Socket.IOreshared this
https://www.spreaker.com/episode/autorialita-e-intelligenza-artificiale-con-elisa-davoglio-e-antonio-pavolini–72081202
#AI #AntonioPavolini #AntonioSyxty #audio #autorialità #ElisaDavoglio #IA #incontro #intervista #kritik #LaFinestraDiAntonioSyxty #MTM #MTMLaFinestraDiAntonioSyxty #podcast #presentazione
In conversazione con Elisa Davoglio e Antonio Pavolini Il dibattito sull'impatto dell'AI sulla produzione letteraria, e sulla creatività in genere, sembra ferAntonio Syxty (Spreaker)
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Roborock ha annunciato il lancio sul mercato italiano di Qrevo 2 Pro. Il modello si posiziona all'interno della gamma Qrevo come soluzione di fascia media, coniugando ottime prestazioni di pulizia ‘hands-free’ ad un prezzo contenuto e rivelandosi come dispositivo ideale per la gestione quotidiana di abitazioni con superfici miste, presenza di animali domestici e tappeti.
E-commerce ad agosto: gli italiani continuano a comprare
L’e-commerce non va in vacanza: anche ad agosto gli italiani continuano a fare acquisti online. Ecco come cambiano le abitudini di shopping durante l’estateTechpertutti.comGuglielmo Sbano
Per affrontare lo sporco quotidiano, la polvere fine e la pulizia dei tessuti dei tappeti, Qrevo 2 Pro conta su una potenza di aspirazione HyperForce da 25.000 Pa. Questa forza aspirante lavora in sinergia con il doppio sistema anti-groviglio, ideato per evitare che peli e capelli si attorciglino attorno agli elementi pulenti grazie all'azione combinata della spazzola principale DuoDivide.Qrevo 2 Pro conta su una potenza di aspirazione HyperForce da 25.000 Pa
Qrevo 2 Pro introduce il braccio estensibile FlexiArm Edge Mopping, chespinge il mocio rotante destro fino a 1,85 mm dal battiscopa, garantendo una pulizia minuziosa lungo tutto il perimetro della stanza. Particolarmente avanzata è anche la gestione dei tappeti. Nella gestione dei tappeti, oltre a poter sollevare i panni fino a 15 mm, il robot integra la funzione Auto Mop Removal: prima di dedicarsi alle superfici tessili, il dispositivo torna alla base, sgancia e deposita qui i moci umidi per ripartire in modalità di sola aspirazione. In questa fase il robot attiva automaticamente la massima potenza di aspirazione e la funzione Deep Carpet Cleaning, che esegue una seconda passata con schema a griglia incrociata per raccogliere lo sporco più profondo.Nella gestione dei tappeti, oltre a poter sollevare i panni fino a 15 mm, il robot integra la funzione Auto Mop Removal
La stazione di ricarica di Qrevo 2 Pro gestisce in totale autonomia l'intero ciclo di manutenzione del robot, limitando l’intervento umano. Il lavaggio dei moci avviene con acqua ad alta temperatura fino a 75 °C per sciogliere i residui di sporco, affiancato dalla nuova modalità di ammollo di 4 minuti per lo sporco più ostinato. Al termine del lavaggio, i moci vengono asciugati con aria calda a 45 °C, mentre il contenitore della polvere si svuota nel sacchetto antibatterico garantendo fino a 65 giorni di autonomia (dati Roborock).Attraverso l'app Roborock e il sistema SmartPlan 3.0, il robot individua automaticamente la strategia di pulizia più efficace
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Caro vita: più staycation per gli italiani | Techpertutti
Il caro vita sta cambiando le abitudini estive degli italiani: sempre più persone scelgono staycation, attività da fare a casa e momenti di qualità in famiglia, secondo una nuova analisi di TemuTechpertutti.comGuglielmo Sbano
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la parola ambientáli può legittimamente vedersi anticipato l’accento: ambièntali, autoesortazione del registrante affinché centri/colga cronotopicamente i cittadini, o i concittadini, e/o i loro ambienti (in)naturali.#ambientali #audio #bar #mp3
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Luca Gerbi
in reply to Francesco Scatigno • • •