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alcuni podcast recenti (pod al popolo, 60-71)


alcuni podcast recenti:

pod al popolo, #060: audio integrale dell’incontro all’università di padova: “scrittura di ricerca, tra verbale e non verbale” (17 apr. 2025)
@ archive: archive.org/details/pap060_com…

pod al popolo, #061: audio integrale della presentazione di “senza riparo”, di guido mazzoni (laterza, 2025) @ libreria tomo
@ archive: archive.org/details/pap061_gui…

pod al popolo, #062: audio di parte del primo giorno di dialoghi @ blocco 13, sul lavoro artistico di alberto d’amico e l’attività dello studio campo boario
@ archive: archive.org/details/pap062__il…

pod al popolo, #063: audio del secondo giorno di dialoghi @ blocco 13, sul lavoro artistico di alberto d’amico e l’attività dello studio campo boario
@ archive: slowforward.net/2025/06/09/pod…

pod al popolo, #064: notille sulla scrittura asemica, (1) antonio francesco perozzi
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pod al popolo, #065: lettura di mg da “prima dell’oggetto” (déclic 2025), villa lais, roma, 28 mag. 2025
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pod al popolo, # 066: presentazione di “nz”, di antonio syxty (ikonalíber) a roma, studio campo boario, 3 giu. 2025
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pod al popolo, # 067: vincenzo ostuni, “faldone” (il saggiatore), presentazione a milano, 11 giu. 2025
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pod al popolo, #068: audio del terzo giorno di dialoghi @ blocco 13, sul lavoro artistico di alberto d’amico e l’attività dello studio campo boario
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pod al popolo, #069: lettura di mg @ ‘roma chiama poesia’, teatro basilica, 31 mag. 2025
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pod al popolo, #070: reading perinelli giovenale @ studio campo boario, 17 giu. 2025
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pod al popolo, #071: “un’apocalisse che accompagna un ritorno all’ordine che era già in corso”
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#060 #068 #069 #070 #071 #60 #71 #alcuniPodcastRecenti #audio #PAP #podAlPopolo #podcast


pod al popolo, #060: audio integrale dell’incontro all’università di padova: “scrittura di ricerca, tra verbale e non verbale” (17 apr. 2025)


Audio completo dell’incontro dedicato alle scritture di ricerca, nell’ambito del modulo ‘Laboratorio poesia’: Elisa Barbisan in dialogo con MG. Su Pod al popolo. Il podcast irregolare, ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

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Anglismi o anglicismi? Il teatrino dei linguisti tra bufale e fisime snobistiche


Di Antonio Zoppetti

Meglio parlare di anglismi o di anglicismi?
Voglio tornare su una questione già affrontata qualche anno fa (→ “Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?”) raccontandone un po’ meglio la storia con spirito critico. Perché è una storia densa di assurdità quasi comiche e allo stesso piuttosto significativa per descrivere lo strano atteggiamento di certi linguisti.

Anglismi, anglicismi e inglesismi sono sinonimi in uso

La premessa è che è perfettamente lecito parlare sia di anglismi sia di anglicismi: sono sinonimi del tutto equivalenti e scegliere una forma o l’altra non ha a che fare con il vocabolario o la grammatica ma con le scelte sociolinguistiche dei parlanti. La terza via sarebbe quella di usare inglesismi, la forma più popolare, più immediata e comprensibile, e proprio per questo oscurata dalle varianti considerate più dotte e sfoggiate dagli addetti ai lavori che però si dividono in due scuole, o correnti, ma forse bisognerebbe parlare di religioni.

Se analizziamo le occorrenze delle tre espressioni sull’archivio di Google Libri, vediamo che inizialmente – tra il Settecento e l’Ottocento – prevaleva la forma più popolare inglesismo, poi nel corso del Novecento si è fatta strada l’alternativa anglicismo seguita dalla meno frequente variante anglismo, che sono entrambe voci dotte.

Appare significativo che, stando al grafico, negli ultimi tempi la forma popolare stia guadagnando terreno sulle voci specialistiche, e forse non è un caso.

Anglicismo” è attestato dal Settecento

Passando dalle frequenze alla letteratura, la prima attestazione della parola “anglicismo” era solo una provocazione, una boutade fatta nell’epoca in cui era il francese a essere la lingua dominante dell’Europa: nel 1764, sulla rivista la Frusta letteraria, Giuseppe Baretti (dietro lo pseudonimo di Aristarco Scannabue) scriveva:

“Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche l’inglese! Allora sì che si potrebbero sperare de’ pasticci sempre più meravigliosi di vocaboli e di modi nostrani e stranieri ne’ moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina!”

A quei tempi di anglicismi non ce n’erano ancora, e i puristi che predicavano l’immobilismo linguistico basato sul toscano si scagliavano invece contro le infinite voci infranciosate, anche se non si trattava di parole francesi crude, ma quasi sempre italianizzate e adattate. La battuta di Baretti era però destinata a diventare profetica, perché nell’Ottocento anche gli inglesismi hanno cominciato a penetrare nella lingua italiana, inizialmente sempre adattati, poi sempre più nella loro forma integrale.

Lo scherzoso neologismo di Baretti, che in seguito è stato ripreso o reinventato da altri e si è affermato come la scelta più frequente, era una coniazione istintiva che non solo ricalcava il modello di francesismo, ma si appoggiava all’analoga voce francese anglicisme, che poi si ritrova anche in spagnolo (anglicismo) e nello stesso inglese (anglicism). Queste forme a loro volta derivano dal latino anglicus con la suffissazione che in italiano è –ismo. E si potrebbero considerare “europeismi”, come li chiamava Leopardi, cioè delle varianti tra loro coerenti e intercomprensibili che riprendono la medesima formazione adattata nelle rispettive lingue.

La storia avrebbe potuto finire qui, se fossimo esseri dotati di un po’ di buon senso, con due parole per indicare la stessa cosa, quella popolare e immediata – inglesismo – e quella dotta preferita dagli studiosi e dagli addetti ai lavori. Ma ecco che, all’improvviso, qualcuno ha cominciato a sostenere che fosse più corretta la forma “anglismo” rispetto a quella in uso e dunque ha cominciato ad adoperarsi per diffondere la terza forma.

Anglismo” si fa strada almeno dagli anni Sessanta

Alla base di queste inutili diatribe (almeno a mio avviso) c’è il fatto che, per indicare le popolazioni inglesi, nell’italiano storico esiste una doppia forma che risale al latino, e si trovano occorrenze sia di “popolo anglico” sia di “popolo anglo”, con la sottile differenza che anglico è di solito solo aggettivo, mentre anglo può essere usato anche come nome (dunque c’erano gli angli, ma non gli “anglici”). Sulla base di questa pedanteria, qualche linguista ha cominciato così a parlare di anglismi, per distinguersi dagli altri e per snobismo.

Secondo le datazioni dei dizionari – per esempio il Devoto Oli – ciò sarebbe avvenuto nel 1970, ma ho provato ad andare alle fonti ed è evidente che si tratta di una datazione da anticipare: il fenomeno si può far risalire almeno agli anni Sessanta, visto che consultando l’archivio storico di un giornale come La Stampa, la forma anglismo si trova in un articolo del 1965 (“L’abuso delle parole ricercate per innocente smania di distinguersi” dello scrittore e linguista Leo Pestelli, 06/04/1965, numero 81, pagina 3) che la ripropone anche in un altro pezzo del 1969 (“I dispetti al participio”,14/09/1969, numero 215 pagina 3).

Le riflessioni agli antipodi di Migliorini e De Mauro

Ho cercato di indagare sul fenomeno per capire chi e quando ha cominciato a spingere per la soluzione nuova, e una delle prime riflessioni sulla maggior correttezza di anglismo rispetto ad anglicismo si ritrova in Bruno Migliorini (1896-1975), considerato uno dei maggiori linguisti della sua epoca. Era il teorico del cosiddetto neopurismo, che al contrario del purismo storico non era affatto contrario alle parole di provenienza straniera, ne proponeva invece l’italianizzazione attraverso gli adattamenti (gol invece di goal) o le traduzioni (lampo invece di flash). Le sue proposte di italianizzare – per esempio ebbero successo regista e autista al posto dei francesismi régisseur e chauffeur in voga ancora durante il fascismo – si basavano sulla “glottotecnica”, un approccio che proponeva soluzioni linguistiche normative basate sull’italiano storico che doveva evolversi senza snaturarsi.

Questo approccio prevedeva che nella formazione delle parole si dovessero seguire anche dei criteri di semplificazione e uniformità, dunque anche se anglicismo era per lui “più corretto dal punto di vista della morfologia tradizionale”, anglismo era invece da preferire perché rispondeva all’esigenza di “semplificazione e brevità”, esattamente come automazione aveva la meglio su automatizzazione e (a suo dire) lemmazione era preferibile a lemmatizzazione (cfr. Giacomo Devoto, Il linguaggio d’Italia, Rizzoli 1974, p. 350).

Queste proposte di Migliorini caddero però nel vuoto, e lo stesso autore nei suoi libri usava la forma anglicismo. Il suo discepolo Ignazio Baldelli, al contrario ricorreva ad anglismi, e il paradosso della Breve storia della lingua italiana che quest’ultimo aveva riassunto e continuato partendo dall’opera maggiore scritta dal maestro, è che si ritrovano entrambe le forme: nella parte compendiata ricorre anglicismi (anche nell’indice analitico), mentre nelle aggiunte scritte ex novo da Baldelli si legge anglismi. È un particolare che non va trascurato, perché i revisori editoriali spingono per uniformare i testi e di solito evitano di utilizzare forme doppie. Dunque si può ipotizzare che quelle parole siano state lasciate in modo ponderato e non casuale, come una scelta autoriale rispettosa di due diverse prospettive.

Ora, che un neopurista teorico della glottotecnica preferisse anglismo per motivi normativi – benché poi non lo impiegasse seguendo l’uso più in voga – è del tutto comprensibile. Lo è molto meno la posizione dei linguisti successivi, che si proclamano descrittivi, e dunque dovrebbero limitarsi a descrivere e seguire ciò che si afferma nell’uso, invece di volerlo cambiare.

E con questo arriviamo alla posizione più recente espressa da un altro gigante della linguistica, Tullio De Mauro, che non si limitava a usare anglismo ma ne prescriveva l’uso in varie occasioni. Nel 2017, per esempio, intervistato dall’Agenzia Dire in un convegno nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, corresse la giornalista che avrebbe chiamato “impropriamente” anglicismi i prestiti dall’inglese. Secondo De Mauro, che aveva ribadito la stessa cosa in più occasioni, la derivazione corretta della parola dovrebbe partire da “anglo” e l’inserimento di “ci” sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism). E infatti, per lo studioso, chi studia l’inglese e la sua letteratura è un anglista, non un anglicista, il che è vero ma non dimostra nulla – a parte il fatto che la lingua si evolve in modo caotico e tortuoso – visto che poi si parla di anglicizzazione e non certo di anglizzazione… tanto che il lessicografo Giovanni Nencioni, che scriveva “anglismi”, parlava però di “anglicizzazione”. La questione della coerenza, insomma, è un po’ più complessa.

L’attuale prevalenza di “anglismo” tra i linguisti

Il fatto che Migliorini e De Mauro avessero opinioni opposte in merito alla “correttezza” di anglicismo e anglismo, oltre a stupire, aiuta a riflettere sulla presunta “scientificità” della linguistica, una disciplina che spesso non ha affatto il rigore che dovrebbe contraddistinguere le branche scientifiche. Nel caso particolare, ogni giudizio sulla “correttezza” di anglicismo/anglismo ha a che fare con le interpretazioni soggettive e opinabili dei singoli autori.

Sostenere che anglicismo sia a sua volta un inglesismo appare come una provocazione priva di fondamento; non è certo per interferenza diretta dell’inglese che si è imposto anglicismo, bensì per una serie di ragioni storiche più articolate che hanno a che fare anche con l’interferenza del francese, oltre che con la ripresa degli elementi latini. Non è un caso che sul dizionario di Oxford la voce “anglicism” sia considerata una derivazione del francese anglicisme che a sua volta nasce dal latino medievale anglico.

Ma soprattutto, che ne è della retorica dei linguisti che si proclamano descrittivisti? Perché, invece di accettare una parola come anglicismo attestata sin dal Settecento – e che ha i suoi corrispondenti in francese, spagnolo e inglese – la vogliono cambiare con un’altra proclamata più “corretta”?

La verità è che il descrittivismo di certi linguisti è invocato quando fa comodo e nascosto sotto al tappeto in altri casi. Quando si devono giustificare gli anglicismi entrati in uso prevale la storiella dell’uso che fa la lingua su cui non si deve – ne può – intervenire; quando si tratta di cambiare l’uso storico in nome di presupposti ideologici (dalle parole politicante scorrette alle femminilizzazioni delle cariche) ecco che gli stessi linguisti bollano anglicismo come inappropriato e tornano a essere prescrittivi, entrando a gamba tesa sull’uso storico per cambiarlo a loro capriccio. E per elevarsi dal popolino che di sicuro comprende meglio la parola inglesismo la evitano come la peste (non compare quasi mai tra gli addetti ai lavori) con il risultato che gli stessi autori che non di rado ci vorrebbero far credere che la lingua arrivi dal basso sono i primi a introdurre – dall’alto – la propria nomenclatura dotta invece che adeguarsi all’uso delle masse. Il che è lecito e normale, ma suona piuttosto contraddittorio rispetto ai principi sbandierati.

E così la trovata di De Mauro ha fatto presa su molti linguisti moderni, che tendono a elevarsi e a distinguersi parlando di anglismi e spesso ripetono la sua storiella in modo acritico e poco veritiero, anche se prima di loro specialisti come Arrigo Castellani o Gaetano Rando parlavano esclusivamente di anglicismi. Cito un esempio tra i tanti che se ne possono fare (tratto da un articolo di Cristina Lavinio del 2021, “Inglese e anglismi: allarmismi fondati?”, che si prefigge di negare che l’interferenza dell’inglese sia un problema):

“Forse un po’ provocatoriamente, parto dalla segnalazione di un paradosso: se si deplorano i tanti anglicismi che invadono il nostro italiano sarebbe meglio parlare di anglismi, dato che anglicismo ricalca pari pari la forma dell’inglese anglicism ed è dunque un anglismo esso stesso, per quanto di più antica data e più diffuso rispetto ad anglismo. Tra l’altro anglicismo ha una sillaba in più, e una volta tanto il calco dell’inglese anglicism è meno economico della parola italiana anglismo. Ed è divertente che Google, che ormai permette di leggere anche fatti linguistici documentando, per esempio, la diffusione in rete di parole o espressioni, se scrivo anglismo mi dice che forse cercavo anglicismo (di cui anglismo è sinonimo, come qualunque dizionario recita), ma poi mi rimanda a un articolo di Tullio De Mauro dove si parla proprio di anglismi fin dal titolo”.

Alla base di questo “paradosso” c’è però un equivoco di fondo in cui i linguisti sono spesso impantanati. Anche se anglicismo derivasse davvero direttamente dall’inglese, in questo ragionamento non si distinguono le parole adattate (per es. resilienza) da quelle crude (per es. computer), come se fossero tutte sullo stesso piano. Al contrario, la provenienza di una parola – la sua etimologia – non ha alcuna importanza: se si tratta di una forma adattata è a tutti gli effetti una parola italiana (anche se condannata dai puristi e anche se si tratta di un neologismo) e poco importa che ci arrivi dall’inglese, dall’arabo o dal cinese. Mettere sullo stesso piano resilienza e computer, perciò — come mischiare le mele e le pere — non ha alcun senso. Il paradosso, dunque, nasce dalla terminologia in uso tra i linguisti che è ambigua e poco rigorosa. È questa che alimenta la confusione: ammesso e non concesso che anglicismo derivi dell’inglese, chi se ne frega? Il criterio di demarcazione tra una parola straniera o italiana sta nella forma (adattamento di grafia e suono) non nel pedigree (anglicismo crudo) e un inglesismo sarebbe caso mai anglicism (se a qualcuno in futuro verrà in mente di preferirlo all’italiano) non il suo derivato perfettamente adattato in uso da secoli. Ma certi linguisti non distinguono le due cose, e si muovono nell’orizzonte purista del passato che considerava i “prestiti integrali” (cioè non adattati) e quelli adattati alla stessa stregua.

Intanto, mentre c’è chi polemizza su simili quisquilie che sembrano appartenere solo ai propri ombelichi, la tecnologia offre alle masse risposte diverse, anche se strampalate.

Lo zampino della tecnologia

La cosiddetta intelligenza artificiale, che applicata alla scrittura per il momento è foriera di enormi idiozie e strafalcioni, privilegia la forma anglicismo, forse sulla base delle frequenze storiche e attuali, e addirittura Chatgpt dispensa bufale per cui anglicismo sarebbe la forma “corretta e più usata” e che in linguistica è “il termine standard accettato” concludendo:

anglicismo: corretto? Sì. È il termine da usare
anglismo: corretto? No (o discutibile). Talvolta usato informalmente, meno preciso. Meglio evitarlo, preferire “anglicismo”.

Anche il mio correttore ortografico mi segnala anglismo come “errore”, e benché non sia vero, credo che l’impatto delle nuove tecnologie, se non cambieranno l’attuale impostazione, sarà di sicuro più incisivo nell’uniformare il modo di parlare della gente. Ed è interessante notare come questi nuovi supporti diffondano e considerino corretto anche il popolare inglesismo, che non viene sanzionato come errore, al contrario della variante snobistica che caratterizza la maggioranza degli addetti ai lavori. Viene da chiedersi se Chatgpt, nel suo trarre conclusioni a vanvera sulla base delle frequenze, non segua un approccio ben più descrittivo dei linguisti che dicono di esserlo, ma preferiscono perdere tempo a questionare se sia più nobile parlare di anglismi o di anglicismi; come se invece di preoccuparci della nostra lingua che si sfalda e regredisce schiacciata dall’inglese (un fatto che ancora in troppi sottovalutano o addirittura negano), sia più importante discutere sul fatto se si stia anglicizzando o anglizzando

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Europeismi e forestierismi: la lezione del Leopardi linguista che non dovremmo dimenticare


Di Antonio Zoppetti

Un tempo molti grandi scrittori – da Dante sino a Manzoni o Leopardi – erano anche linguisti, nel senso che avevano una ben precisa idea di cose fosse per loro l’italiano, e nello scrivere o nel poetare la mettevano in pratica, partecipando ai dibattiti sull’eterna questione della lingua anche da un punto di vista teorico.

Lo Zibaldone, per esempio, è pieno di interessantissime riflessioni linguistiche di grande spessore e modernità, in cui si ritrovano spunti attualissimi, a proposito dei forestierismi e dell’interferenza del francese, che era all’epoca la lingua dominante in Europa almeno quanto oggi lo è l’angloamericano. E il pensiero del Leopardi linguista contiene delle speculazioni utili anche per valutare e comprendere l’attuale interferenza dell’inglese, pur con le grandi differenze storiche che nel frattempo sono sopraggiunte.

Quella più macroscopica sta nel fatto che all’inizio dell’Ottocento l’italiano non era ancora una lingua unitaria, ma solo una lingua letteraria impiegata da secoli per scrivere, ma che non esisteva nel parlare, visto che le masse si esprimevano nei propri dialetti.

Nello Zibaldone questa situazione è raccontata in modo molto chiaro: mentre il francese era una lingua “unica” – cioè unificata sotto l’egida di uno Stato nazionale che noi non avevamo – l’italiano era definito come un “aggregato” o “complesso di lingue” più che una sola. Anche se la nostra lingua era particolarmente amata all’estero, ciò derivava dal fatto che “gli stranieri non conoscono, si può dire, altra letteratura nè lingua italiana scritta, se non l’antica” perché una lingua italiana media non esisteva fuori dalla letteratura di Dante o Boccaccio, mentre la letteratura moderna non aveva avuto un analogo successo internazionale, non era ancora “formata, riconosciuta e propria”.

Dunque l’italiano era allora una lingua di classe, “la lingua scritta degli scrittori” che differiva dalla parlata “più che in qualunque altro paese culto, certamente Europeo.” Questo italiano scritto era basato sul toscano o il fiorentino dei grandi classici, che i puristi e il Vocabolario della Crusca avevano fissato come il canone da seguire, ma non coincideva con le parlate moderne dei toscani, era una lingua un po’ arcaica e artificiale, che se ne differenziava.

I puristi e i cruscanti ammettevano solo le parole dei classici del passato, ma una lingua moderna ha bisogno continuamente di creare nuove parole, sottolineava Leopardi, e il modello teorizzato dal purismo rendeva l’italiano qualcosa di arcaico, una lingua vecchia dove il guardare al passato rappresentava un impoverimento:

“Questo accade in ogni lingua; tutte si vanno rinnovando, cioè dismettendo delle vecchie, e adottando delle nuove voci e locuzioni. Se questa seconda parte viene a mancare, la lingua non solamente col tempo non crescerà nè acquisterà, come hanno sempre fatto tutte le lingue colte (…) ma per lo contrario perderà continuamente, e scemerà, e finalmente si ridurrà così piccola e povera e debole, che o non saprà più parlare nè bastare ai bisogni, o ricorrerà alle straniere”.

Da questi presupposti arrivava a riflessione sul ruolo dell’interferenza delle lingue straniere, che era lucidamente analizzata nelle sue componenti positive e negative, con argomentazioni inoppugnabili che pare che i linguisti moderni abbiano dimenticato, e che dovremmo invece tenere ben presenti a proposito dell’attuale interferenza dell’inglese, se non vogliamo che sia distruttiva, e che invece di arricchirci finisca con l’impoverirci.

Il francese come modello di svecchiamento dell’italiano

Nel Settecento si era radicata l’idea che il francese fosse una lingua ben più adatta alla chiarezza dell’italiano anche dal punto di vista dello stile, cioè del periodare e della sintassi, perché seguiva l’ordine soggetto-predicato-complementi che veniva considerato più lineare rispetto alla prosa in italiano dove le collocazioni erano meno rigide e più libere, e spesso dominavano le costruzioni arcaiche, tipiche della lingua di Boccaccio che a sua volta ricalcava lo stile dell’ipotassi latina, dove il verbo era collocato a fine frase. I puristi difendevano questi modelli che dominavano soprattutto nella poesia e tra i classicisti, ma chi voleva essere più lineare e moderno seguiva invece il modello del francese, più semplice ed efficace soprattutto per ragionare, filosofeggiare, scrivere articoli di giornale o scientifici.

Leopardi era favorevole a ricalcare il periodare francese in italiano e a farlo divenire un modello di svecchiamento dell’italiano. E criticava chi invece preferiva scrivere direttamente in francese, per porsi come internazionale:

“Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, (…) riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo”.

Questo svecchiamento non riguardava soltanto lo stile e la prosa, ma anche il lessico. Mentre i puristi respingevano le parole nuove, quelle tecnico-scientifiche, quelle non toscane o di origine straniera definite come “barbarismi” e voci “infranciosate”, Leopardi aveva una visione ben più moderna e precisa, in proposito. E la netta linea di confine che distingueva l’imbarbarimento di una lingua dalla sua più sana evoluzione stava nell’adattamento e nel non violare “l’indole” di una lingua (che nel Settecento era spesso indicato attraverso un francesismo che proveniva dalle speculazioni degli illuministi: il genio della lingua).

“Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di sapore, e ripugna sì dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua, e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocchè se noi usassimo p.e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare perchè questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei barbarismi quali sono p.e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi italianizzati, e non già trasportati p.e. colle stesse forme e terminazioni e pronunziazioni francesi, chè questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E domando perchè il barbarismo così definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle scritture”.

La differenza con gli approcci puristici stava dunque in questa semplicissima e chiarissima considerazione che molti linguisti moderni hanno rimosso, visto che come i puristi di una volta fanno di tutta l’erba un fascio e una gran confusione. Spesso parlano di forestierismi – che però ormai coincidono quasi esclusivamente con le parole inglesi – senza distinguere le parole adattate da quelle crude; come se una parola come “resilienza” (che deriva dall’inglese, ma è italiana nella forma) e “governance” (che al contrario di “governanza” è in inglese crudo) fossero la stessa cosa e avessero lo stesso impatto. E così, se parecchi linguisti danno del “purista” a chi denuncia la moltiplicazione selvaggia di espressioni in inglese crudo, sono invece loro a fare come i puristi, quando considerano gli anglicismi adattati e non adattati in un’unica categoria. E bisognerebbe ricordar loro che l’idea di adattare e di non violare l’indole della nostra lingua apparteneva proprio ai più grandi oppositori del purismo di ogni epoca: da Muratori a Cesarotti, dai fratelli Verri a Leopardi… chi riconosceva ed era favorevole all’arricchimento che proviene dalle lingue straniere non si sarebbe mai sognato di legittimare l’adozione di forestierismi crudi che possiedono un’altra forma e un’altra pronuncia rispetto all’italiano basato sul toscano.

Leopardi, come gli altri autori citati, insisteva sul fatto che persino il padre dell’italiano aveva fiorentinizzato in un’unica lingua uniforme parole regionali, latine e straniere, rendendole a questo modo perfettamente italiane:

“E p.e. di Dante, si vede chiaramente ch’egli si studiò di parlare a’ suoi compatrioti co’ modi e vocaboli provenzali, a cagione che la nazion provenzale era allora la più colta, ed aveva una specie di letteratura, abbastanza nota in Italia, e che rendeva la lingua provenzale così domestica agl’italiani colti, che le sue parole o frasi, italianizzandole, non erano enigmi per loro, e così poco volgare che le dette voci e frasi non erano ordinariamente nella loro bocca (come non lo sono ora le latine che p.e. i poeti derivano di nuovo nell’italiano, e che tutti intendono)”.

Gli europeismi di Leopardi: il modo più sano per essere internazionali

Leopardi distingueva chiaramente le paroledai termini. Le prime “non presentano la sola idea dell’oggetto significato, ma quando più quando meno immagini accessorie (…). Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perchè determinano e definiscono la cosa da tutte le parti.” Se le parole sono caratterizzate da una certa elasticità, possiedono tanti significati a seconda dei contesti e oltre a designare un oggetto o concetto possiedono una connotazione, diremmo in termini moderni, i termini sono invece neutri e univoci. Per il poeta di Recanati, in linea di massima, “quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di termini, dico quando questa abbondanza noccia a quella delle parole”. E il francese, la lingua allora internazionale, nel suo essere chiaro e adatto all’esposizione per esempio scientifica, filosofica o argomentativa, correva anche dei grossi rischi: “Il pericolo grande che corre ora la lingua francese è di diventar lingua al tutto matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini in ogni sorta di cose, e dimenticanza delle antiche parole. Benché questo la rende facile e comune, perch’è la lingua più artifiziale e geometricamente nuda ch’esista oramai.”

Il francese internazionale – oggi rimpiazzato dall’inglese – possedeva dunque elementi di chiarezza molto positivi, ma allo stesso tempo rischiava di diventare una lingua un po’ piatta e sterile fuori da questi impieghi.

Venendo alla lingua per esempio della scienza o della filosofia, Leopardi notava che ormai esisteva una terminologia europea:

“Da qualche tempo tutte le lingue colte di Europa hanno un buon numero di voci comuni, massime in politica e in filosofia (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene. (…) Così che vengono a formare una specie di piccola lingua, o un vocabolario, strettamente universale.” Questi termini possedevano degli elementi di modernità e chiarezza molto utili, e l’Italia non doveva porsi al di fuori di questa tendenza.

“Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese, e ciò stante la somma influenza di quella lingua e letteratura nelle lingue e letterature moderne (…). Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo (…) anche per l’Italia, che sta pure nel mezzo d’Europa. (…) Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi.”

Questi europeismi di cui veniva esaltata l’importanza non erano come gli anglicismi crudi che oggi sono proclamati “internazionalismi”, erano radici comuni che spesso arrivavano dal francese, ma anche dalle radici soprattutto greche, oltre che latine, che si utilizzavano per coniare nuovi termini scientifici. E queste radici comuni e comprensibili a tutti gli europei venivano adattate nelle desinenze e nella pronuncia secondo l’indole di ogni lingua, dunque erano un arricchimento che non imbarbariva le lingue locali, ma al contrario le arricchiva.

Leopardi avrebbe addirittura voluto creare un vocabolario di questi europeismi, e tra questi c’erano parole come egoismo, immaginazione, fantasia, e ancora:

Genio, sentimentale, dispotismo, analisi, analizzare, demagogo, fanatismo, originalità ec. e tante simili che tutto il mondo intende, tutto il mondo adopera in una stessa e precisa significazione, e il solo italiano non può adoperare (o non può in quel significato), perchè? perchè i puristi le scartano”. E invece, “sarebbe opera degna di questo secolo, ed utilissima alle lingue non meno che alla filosofia, un Vocabolario universale Europeo che comprendesse quelle parole significanti precisamente un’idea chiara, sottile, e precisa, che sono comuni a tutte o alla maggior parte delle moderne lingue colte. (…) Questo Vocabolario che sarebbe utilissimo a tutta l’Europa, lo sarebbe massimamente all’Italia, la quale dovrebbe vedere quanta copia di parole che tutta l’Europa pronunzia e scrive, e riconosce per necessarie, ella disprezzi e proscriva, senz’averne alcuna da surrogar loro. E la lingua italiana dovrebbe adottare le dette voci senza timore di corrompersi più di quello che si sieno corrotte coll’adottarle, tutte le altre lingue europee. E non dovrebbe volere, anzi vergognarsi, che un tal vocabolario essendo Europeo, non fosse italiano quasi che l’italiano non fosse Europeo”.

In questa visione europeista ante litteram – intorno al 1821 quando il poeta scriveva queste cose l’Italia politica non esisteva affatto – l’italiano avrebbe dovuto ancorarsi agli europeismi, invece di guardare solo al modello dei puristi, e davanti a un europeismo come commercio, per esempio, avrebbe fatto meglio a impiegarlo, invece di ricorrere ad analoghe voci storiche esistenti come per esempio mercatura o traffico, proprio in nome di un internazionalismo che rendeva comprensibile una voce perfettamente italiana come “commercio” a tutta l’Europa.

Dagli europeismi al globish

Oggi l’interferenza dell’inglese globale non è paragonabile, a quella del francese dei tempi d’oro. Leopardi aveva individuato molto bene anche che il ruolo delle lingue dominanti dipendeva da motivazioni coloniali, e la presunta “universalità” di una lingua deriva dal fatto da essere parlata “in molte parti del mondo”, oltre che nei confini nazionali, e “nell’essere anche introdotta presso molte nazioni col mezzo di quelli che la parlano naturalmente, sia coll’abolire la lingua dei vari paesi (…), sia coll’alterarla o corromperla più o meno per mezzo della mescolanza”.

L’italiano, da allora, è ormai diventato unitario, ed è una lingua naturale. E l’inglese, nel frattempo, ha scalzato il francese come lingua internazionale che veicola tutta la nuova terminologia. Ma penetrando in modo crudo, determina il sorgere dell’itanglese, del franglais, del Denglisch e via dicendo. Tutto ciò è causato da una mentalità provinciale per cui gli anglomani ritengono l’inglese la nuova lingua internazionale prestigiosa, e questo fenomeno si intreccia con l’espansione neocoloniale della lingua dei mercati e delle multinazionali. Spesso qualche linguista se ne esce con affermazioni per cui “adattare” non sarebbe più di moda, ma questo è semplicemente falso: non si adatta l’inglese perché è considerata una lingua superiore da non snaturare. E infatti molti linguisti che sostengono che il nuovo italiano policentrico non si basa più sul toscano e accoglie molte parole di provenienza anche regionale, non la raccontano tutta. È vero, per esempio, che una parola veneta come giocattolo ha avuto la meglio sul toscano balocco, ma quello che non si spiega è che nel vernacolo di partenza era “zugatolo,” cosi come in milanese c’era il “panetun” (o “paneton”) poi italianizzato in “panettone”. Dunque, nel suo diventare policentrico, l’italiano aperto ai regionalismi allo stesso tempo li addomestica, più che recepirli con le proprie caratteristiche. In sintesi le parole dialettali si adattano istintivamente all’indole dell’italiano – come dovrebbe essere naturale nelle lingue sane – e vengono in questo modo assimilate, mentre quelle inglesi vissute come più prestigiose penetrano quasi sempre in modo crudo.

Ma non fare altro che importare anglicismi crudi non può che portare alla regressione dell’italiano che Leopardi – e tutti gli altri illuminati avversari del purismo – denunciavano.

Per essere davvero “internazionali” ci converrebbe invece seguire l’europeismo leopardiano, e cioè adattare le voci internazionali – inglesi e di ogni altro idioma – all’indole delle lingue locali. E invece di importare parole come lockdown o creare pesudoanglicismi con smart working, ci converrebbe legarci alle soluzioni delle nostre lingue sorelle e parlare di confinamento o di telelavoro esattamente come fanno in Francia o in Spagna. La via indicata da Leopardi, che è stata dimenticata, è invece l’unica via che permetterebbe all’italiano, e a tutte le altre lingue europee, di crescere senza snaturarsi e di mantenere, e creare, una forte coesione.

#anglicismiNellItaliano #europeismi #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #UnioneEuropea


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il niente rottico che si avvera nelle cose


Ieri ho dovuto sforzarmi un pochino più del solito, per riuscire a iniziare e poi (soprattutto…) subito finire un articolino dell’indubbia utilità avanzata, nonché senz’altro gusto impareggiabile, che a questo punto vi consiglio di leggere, per approfondire oltre quello che dirò ora: Tutorial per Non Fare Niente. 👻

…Ma, questo post non è una becera scusa per spammare l’ennesimo mio pezzo di letteratura postmoderna, come in realtà non faccio da molto; scriverlo è bensì una becerissima scusa per sentire di star facendo qualcosa, quando, in realtà, da stamattina non sto davvero facendo assolutamente nulla… e quindi, a posteriori mi accorgo di quanto cazzo è vero ciò che ieri ho scritto con occhi luccicanti e mani frementi ma contemporaneamente anima marciscente, e come ormai con le ultime settimane ci sono finita dentro a tal punto da sguazzarci in automatico senza nemmeno accorgermene troppo. 🥴

Illustrerò precisamente la mia desolante giornata odierna fino ad ora, così da capirci meglio. Dopo aver dormito le mie bellissime 8-quasi-9 ore, circa alle 10:30 mi alzo, a fatica ma non troppo. Faccio colazione mentre guardo con dovuta attenzione un (1) episodio di Kidou Senshi Gandamu: Suisei no Majo, dopodiché vado alla mia postazione di dislavoro. Provo a prendere in mano l’ennesima idea pazza venuta tardi la sera, che in questo caso è di creare delle specie di modelli planner, tracker e così via, con stili grafici particolari (da videogiochi, anime, ecc…), con l’idea che strumenti di carta colorata e decorata possano aiutarmi, sia scrostandomi tutta quell’ultima muffa inazionativa e disorganizzativa di dosso, sia nel senso che sono cose originali utili da caricare sui miei sitini per attirare attenzione, fama ed amore; e questa è un’altra storia, ma il punto è che da stamattina ad ora il tempo è volato via solo in ricerca di informazioni e testing preliminare per cui adesso, a fine pomeriggio, non ho ancora fatto un bel niente se non pensare a vuoto, cliccare in giro su LibreOffice Calc, e fare domande scomode a ChatGPT. Nel frattempo, però, per distrarmi dal mio dolore esistenziale, stamattina mi sono lavata (anziché arrivare fino al tardo pomeriggio!), ho rifatto il letto, e tra metà e fine pranzo ho spolverato la stanza (che, dopo una settimana, andava fatto). E così siamo ad ora. 😱

È decisamente molto interessante, anche se ormai la cosa sta diventando oggettivamente ripetitiva, vedere come oggi ho eseguito perfettamente il Livello 1 del mio tutorial di ieri, “Distrazione del Nulla“. A parte il momento in cui mi sono volontariamente presa del tempo libero per guardare 24 minuti di anime stamattina (e qualcosa ora, se proprio vogliamo contare la scrittura di questo post come tempo di svago)… non ho fatto assolutamente niente di produttivo, eppure non mi sono nemmeno messa a divertirmi o a riposarmi propriamente. Tra un click e l’altro, distraendomi a fare cose che non costituiscono un bel niente ma che sono necessarie al fare più di niente, metà del tempo di oggi è già a tutti gli effetti evaporato, proprio come il mio sudore in questi ultimissimi giorni di giugno, dove l’umidità a dire il vero è accettabile, giusto prima che… 🥱

CAZZO! Giugno è completamente svanito, e adesso c’è già luglio… E no, non lo sto affatto realizzando in questo momento, ma questo è più o meno cosa ho pensato quando invece l’ho fatto, proprio ieri sera, o forse l’altro ieri. Quindi tocca fare anche il punto del mese… e questo è mille volte peggio! 😭

  • Lato personale, c’è davvero pochissima roba fatta, se non una ventina scarsa di articoli sul sito della robba e il nuovo sito TomoStash; non mi viene in mente praticamente nient’altro.
  • Il fronte spacciversità è però davvero terrificante… Ci sarebbero 2 esami completi che penso sia impossibile fare adesso, perché durante il corso non ci ho capito una mazza e quindi anche volendo sarebbe impossibile studiare a luglio (a maggior ragione visto che non riesco a fare neanche le cose che io voglio…) per tirare fuori qualcosa giusto alla fine del mese… mentre ho poi 1 orale dove dovrei ripetere bene la teoria altrimenti andrà a ramengo, e 1 altro orale per cui il problema è che ho ancora da finire il progetto.


me when i remember how much of a loser i amPoi attenzione, non sto dicendo che quello appena passato sia stato un mese inutile e da buttare, affatto; cose personali positive, alcune che non ho scritto qui, sono successe, oltre a vari momenti neutri… però insomma, sulla carta c’è comunque tanto da piangere; e lo farei, se solo le lacrime uscissero. Idem per la mezza giornata di oggi, credo; è comunque un giorno di quelli dal sapore chill nonostante il retrogusto amarissimo, quindi non lo cancellerei, ma comunque non è bello… e mi sento assolutamente come dice la figura: sto perdendo. 😿
(…E se ancora è difficile capire come sto, ricordatevi che io odio spolverare — mi secca profondamente per qualche motivo che non riesco a capire — eppure prima ho preferito fare quello, piuttosto che vivere altri minuti ininterrotti di disperazione, quindi rendetevi conto della gravità della situazione… soprattutto perché l’ho fatto senza nel frattempo distrarmi con video su YouTube, musica, o quanto altro; l’ho fatto e basta… con di mezzo il pranzo, certo, ma comunque… 🦴)

#girlfailure #loser #rotting #tempo


nuovo sito della roboctt — attenzione alle parole inscatolate!


Dopo che i miei tanti — anzi ahimè tantissimitentativi di scrittura creativa estremo-alternativa sono malamente falliti, nelle ultime 2 settimane scarse mi era saltata in mente una nuova via che, forse, potrebbe funzionare… o forse no, solo il tempo ce lo dirà. Fino ad ora, però, qualcosa sta effettivamente uscendo fuori, quindi sento che è passato abbastanza tempo da poterlo dire anche qui, senza paura che vada tutto in fumo dopo pochi giorni come ahimè i miei precedenti dettano… 🙏

Ero in un pomeriggio così, in cui, visto che non mi andava di programmare o fare altre magie varie, come peraltro ho raccontato nel post introduttivo, ho deciso di provare un piccolo CMS per fare un sitino secondario, in cui raccogliere articoli così su roba più colì. Questo, dal profondo della mia infinita fantasia, giustamente si è chiamato da subito stuffoctt, perché l’idea è che contenga la mia roba… ma in maniera idealmente meno disordinata e meno da consumare al momento, rispetto al mio fritto misto, che nel bene o nel male è molto alla giornata. Quindi eccolo qui, online da tanto: stuff.octt.eu.org. 🕸️

Sembra di per sé un’idea cagosa, senza alcun beneficio se non farmi sprecare la giornata che volevo sprecare, il costruire l’ennesimo sito, visto che ho già il sitoctt fatto alla perfezione… ma purtroppo, riguardo quello inevitabilmente mi continua ad arrivare addosso e non si schioda il problema del troppo attrito dello scrivere lì sopra, essendoci il casino di Git di mezzo — e più di così a riguardo non riesco ad elaborare. Volente o nolente, il mio culo è estremamente pesante, e quindi pretendo un CMS — e che sia performante e senza strani glitch, a differenza di WordPress — altrimenti semplicemente finisco per non scrivere; c’è veramente poco da fare. 🤥

In queste settimane ho dunque già scritto diversi articoli, più o meno lunghi ma comunque tutti abbastanza contenuti e scorrevoli, che ruotano attorno a diversi argomenti, da guide tecniche (ed è bene che io le faccia, perché da ragazza magica è bene che io diffonda il sapere che gli dei mi hanno concesso per il bene dell’umanità mortale) a cose più pazze. Tipo, tra qualche minuto finisco l’articolo recensione di un manga doujinshi che ho letto ieri sera mentre, come detto stamattina, marcivo… e per il resto ho messo altre cose, che vi invito (vi supplico…) di andare a recuperare. 🥰

Non volendo fare l’ennesimo sito duplicato per niente confondendo già più del mio solito la gente, comunque, ho deciso di variare un po’ target rispetto al mio solito: mi sono fatta sopraffare dal demone dell’internazionalizzazione, e quindi ho deciso di scrivere in inglese, sperando che questo possa magari portarmi tutto quel pubblico che fino ad oggi non mi ha cagata di striscio non per qualcosa, ma perché non legge cose scritte in italiano. Se poi mi verrà da usare questo strabenedetto CMS per scrivere anche nella lingua migliore… non lo so, mi inventerò qualcosa; magari uscirà la versione 3 del sitoctt… (Non fatemici pensare, che sennò già mi dispero.) 🎗️

Ad ogni modo, è comunque purtroppo necessario da parte mia rimanere sul chi vive e non pensare di aver appena vinto. Infatti, se a questo punto è difficile che vada tutto in fumo per mano mia (cioè, per tecnicamente sua assenza, per mia inazione) se i motori di ricerca non si spicciano ad indicizzare, o comunque eventuale traffico esterno a venire, questa roba sarà praticamente mezza per niente. Certo, rimane sempre un’ottima distrazione dalla vita, e forse a lunghissimo andare anche materiale riciclabile (anche se, vai a capire come)… boh dai, a parte fare gli articoli devo davvero iniziare a spammare anche questo sito malamente; come il fritto misto, però più in grande, visto che è in inglese. 🧨

#blog #blogging #HTMLy #new #personal #personale #site #sito #web #website


Questa voce è stata modificata (1 anno fa)
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Non rompere l’incanto?

Quando evitare il metagioco crea più danni che benefici


“Non mi piace interrompere l’atmosfera con discussioni offgame.”
“Preferisco non rompere il flusso.”
“Poi vediamo a fine sessione.”

Sono frasi che sentiamo spesso, dette con le migliori intenzioni. Il timore è sempre lo stesso: che parlare fuori gioco, anche solo per chiarire un dubbio o esprimere un disagio, rompa l’incanto. Che il gioco perda tensione, che l’immedesimazione si spezzi, che il momento si rovini.

Ma questa visione è pericolosa.
Perché confonde due piani distinti – quello della fiction e quello della comunicazione reale – e finisce per proteggere la narrazione a scapito del gruppo.

Immersione ≠ silenzio


Essere immersi in una storia non significa restare zitti a ogni costo.
L’immersione è una dinamica emotiva, non un vincolo comportamentale. Può coesistere con brevi interruzioni, chiarimenti, commenti laterali.
Anzi, spesso ne ha bisogno, perché aiuta a riallineare aspettative, intenzioni, toni.

L’idea che il flusso narrativo non vada mai spezzato è un mito da palcoscenico.
Funziona in un monologo teatrale, non in un gioco collettivo dove la coerenza si costruisce insieme.
E se nessuno può mai dire “aspetta un attimo”, allora stiamo facendo performance, non gioco di ruolo.

La fiction non è più importante delle persone


Un errore diffuso è pensare che “se la sessione sta andando bene, meglio non sollevare questioni”.
Ma cosa vuol dire “sta andando bene”?
Sta piacendo a tutti? Tutti sono a proprio agio? Nessuno si sente scavalcato, escluso, frainteso?

Se non c’è spazio per dirlo durante la sessione, allora non lo sapremo mai.
E se lo sapremo dopo, potrebbe essere troppo tardi.
Meglio una breve pausa per chiarire che due ore a covare disagio in silenzio.

Anche il GM ha diritto a fermarsi


In molte conversazioni, emerge un’aspettativa implicita: il GM deve tenere su lo spettacolo.
Deve gestire tutto con eleganza. Non deve mai “rompere l’atmosfera”. Se qualcosa lo turba, deve gestirlo in fiction, con nemici più forti, plot twist, complicazioni.

Ma il GM è un giocatore come gli altri.
E se qualcosa non va – se una scelta lo mette in difficoltà, se si sente forzato, se ha bisogno di tempo per riflettere – ha il diritto di fermarsi.
Non per punire. Non per dettare legge. Ma per chiarire.

Chi non si prende questo spazio, finisce per portare il peso da solo. E prima o poi, lo scarica sulla fiction. Con punizioni implicite, svolte oscure, “giustizia narrativa”.
Lo abbiamo già visto: è lì che nascono le dinamiche tossiche.

Parlare non rompe il gioco. Lo salva.


La paura di interrompere è figlia di un equivoco culturale: l’idea che il GDR debba funzionare come racconto.
Ma il GDR è una conversazione strutturata, non una storia predefinita.
E come ogni conversazione, ha bisogno di pause, chiarimenti, feedback reciproci.

Parlare fuori gioco non rompe l’immersione.
Rompe le zone d’ombra dove nascono i malintesi.
E se fatto con rispetto, non toglie nulla alla fiction. Al contrario: la rafforza.

Conclusione


Proteggere il clima narrativo non deve significare zittire i problemi.
Il vero incanto non è la continuità del racconto. È la fiducia tra i giocatori.
Quella fiducia che permette a tutti – GM compreso – di dire:
“Fermiamoci un attimo. Parliamone.”

Perché il GDR non è uno spettacolo da non interrompere.
È un luogo che va curato. E la cura passa, sempre, dalla parola.

#gdr #giochiDiRuolo #tecniche

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Se l’insegna Generali minaccia di buttarsi giù dalla Torre

Il logo della Torre Generali a Milano, simbolo del capitalismo assicurativo italiano, si è staccato parzialmente, diventando una metafora visiva delle fragilità del sistema economico e manageriale del Paese

informapirata.it/2025/06/30/se…

#CityLife #TorreGenerali #ZahaHadid

informapirata.it/2025/06/30/se…

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Wikimedia Italia e Creative Commons Italia, insieme ad ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana), AIB (Associazione Italiana Biblioteche), ICOM Italia (International Council of Museums), SISSCO (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea) e AISA (Associazione Italiana per la Promozione della Scienza Aperta) esprimono forte preoccupazione per la proposta di legge […]

aisa.sp.unipi.it/ddl-amorese-n…

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oggi, 30 giugno, a napoli, presso la libreria luce: “prima dell’oggetto” (déclic, 2025)


a Napoli, oggi, lunedì 30 giugno, alle ore 18, presso la Libreria Luce
(piazzetta Durante 1)

incontro sul libro di prose
PRIMA DELL’OGGETTO
di Marco Giovenale

(déclic, 2025)

MG in dialogo con
Gaia Parlato
e Ciro Russo

*

la libreria:
lucelibreriaemotiva.it

il libro:
declicedizioni.it/prodotto/pri…

estratti e link:
slowforward.net/2025/05/16/lin…

evento fb:
facebook.com/events/6259426905…

*

saranno inoltre presenti in libreria copie del tabloid gratuito “La scuola delle cose” (Lyceum/Mudima), n. 19, interamente dedicato alla scrittura di ricerca (info: slowforward.net/2025/06/11/un-…)

#CiroRusso #déclic #GaiaParlato #lettura #LibreriaLuce #presentazione #PrimaDellOggetto #prosa #reading


link e materiali per “prima dell’oggetto” (déclic, maggio 2025)


POST IN CONTINUO AGGIORNAMENTO


scheda editoriale:

copertina di "Prima dell'oggetto", di Marco Giovenale (déclic, 2025)
cliccare per accedere al sito dell’editore

PRIMA DELL’OGGETTO
di Marco Giovenale
déclic edizioni
libro in brossura con alette, cm 13,5 x 19
pp. 128, ISBN 9791281406117
uscita: 16 maggio 2025

Se c’è un libro che si è stufato sia della poesia sia del narrare usuale, e che va in senso opposto, è questo: si muove verso il senza verso e si interroga sulla fuga caotica delle cose e delle narrazioni, come alice che non capisce le corse del bianconiglio ma si secca pure di seguirlo. il lettore non deve però spaventarsi di questo smarrimento. potrà confidare in alcune chiavi, rammentando:

– che quasi tutto si svolge a roma, ossessivamente richiamata: e tanto il richiamare quanto il suo oggetto danno sul barocco, con conseguente eco lontana di erotía;
– che una sfumante prima parte del libro si abbandona al flusso fonico del discorso, toccando solo leggermente la sostanza di storie e microstorie;
– che detto flusso si cristallizza pian piano in quasi-racconto, e allora affiorano figure precise, anche se spesso poi si sfaldano, si dissipano;
– che a sfarinarsi è tanto il linguaggio quanto il reale già sotto scacco e fuori fuoco, come per un’apocalisse nascosta in ogni pixel del quadro.

§

READING, INCONTRI, REGISTRAZIONI, APPUNTI, IMMAGINI, RECENSIONI, ESTRATTI:

21 mar. 2026:
audio completo del reading+dialogo alla Libreria Luce (Napoli):
slowforward.net/2026/02/28/pod…
@ archive: archive.org/details/pap090_mg_…

1 dic. 2025:
recensione del libro + estratti, a cura di Elisa Barbisan, in seizethetime.it: seizethetime.it/attorno-agli-o…

13 ott. 2025:
Le parti e il cronista, recensione del libro + brevi estratti, di Valentina Murrocu, in recensireilmondo.com:
recensireilmondo.com/2025/10/r…

15 set. 2025:
il podcast ‘La Finestra di Antonio Syxty’ propone un dialogo sul libro con Niccolò Scaffai, open.spotify.com/episode/0mCWU… (cfr. anche slowforward.net/2025/09/15/fin…)

12 set. 2025
l’incipit del libro selezionato da Recensireilmondo:
facebook.com/recensireilmondol…
(ripreso poi da déclic: facebook.com/declicedizioni/po…)

25 ago. 2025:
intervista su Prima dell’oggetto, e su “La scuola delle cose”, n. 19 (“scrittura di ricerca”): RadioTre Suite, 24 ago. 2025, h. 23:00-23:25, https://www.raiplaysound.it/audio/2025/08/Radio3-Suite—Magazine-del-24082025-aef7d6cc-546a-474c-bcbb-3db0019727f8.html e slowforward.net/2025/08/25/rad…

28 lug. 2025:
una pagina dal libro, riprendendo un post editoriale su fb
slowforward.net/2025/07/28/una…

19 giu. 2025:
notille da un social dopo il reading a Villa Lais del 28 mag. 2025
slowforward.net/2025/06/19/not…

17 giu. 2025
pod al popolo, #070: reading perinelli e giovenale @ studio campo boario, 17 giu. 2025
@ archive: archive.org/details/pap-070-pr…

16 giu. 2025:
registrazione del reading (con autoannotazioni) a Villa Lais, 28 mag. 2025
slowforward.net/2025/06/16/pap…

31 mag. 2025
pod al popolo, #069: lettura di mg (da Oggettistica e Prima dell’oggetto) @ ‘roma chiama poesia’, teatro basilica, 31 mag. 2025
@ archive; archive.org/details/pap069_Rom…


ANTEPRIME, ESTRATTI, FRAMMENTI:

un estratto qui

Quattro estratti/anteprime su fb (apr.-mag. 2025):
slowforward.net/2025/06/02/ant…

Alcuni materiali comparsi in altra forma sul Multiperso:

Scendi, 21 giu. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

L’importanza dell’ascolto, 16 lug. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

Stanza stanza, 24 lug. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

Pietra, 25 set. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

[Nest. Rest. Reset. Next], 4 ott. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

Videoripresa, 13 ott. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

§

ADDENDA

Un post di Simone Beghi (25 ago. 2025):
facebook.com/61566271675466/po…

§


declicedizioni.it/prodotto/pri…
#069 #070 #antiracconto #controracconto #déclic #LaFinestraDiAntonioSyxty #LibreriaLuce #lisaBarbisan #MG #podAlPopolo #PrimaDellOggetto #prosa #prosaBreve #RadioTreSuite #Recensireilmondo #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #seizethetimeIt #StudioCampoBoario #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline #ValentinaMurrocu #VillaLais


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Cassandra a Mogadiscio.


Igiaba Scego è autrice di numerosi romanzi anche tradotti all’estero. Collabora con riviste specializzate e quotidiani.
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Libro incluso tra i dodici candidati al Premio Strega 2023

Gli occhi appannati di una ragazzina vedono la Somalia dilaniata nell’indifferenza del mondo. Oggi quella ragazza ormai cresciuta ci racconta una storia che è anche la nostra.

«Il travolgente memoir Cassandra a Mogadiscio di Igiaba Scego ha il suono, incredibile, del perdono.»Sara Schincaglia

«Si ritrova la dimensione non solo della Guerra Somala […] ma anche la dimensione umana delle famiglie in diaspora. Status emotivo prima che giuridico.»Nancy Porsia

A Roma, il 31 dicembre 1990, una sedicenne si prepara per la sua prima festa di Capodanno: indossa un maglione preso alla Caritas, ha truccato in modo maldestro la sua pelle scura, ma è una ragazza fiera e immagina il nuovo anno carico di promesse. Non sa che proprio quella sera si compirà per lei il destino che grava su tutta la sua famiglia: mentre la televisione racconta della guerra civile scoppiata in Somalia, il Jirro scivola dentro il suo animo per non abbandonarlo mai più. Jirro è una delle molte parole somale che incontriamo in questo libro: è la malattia del trauma, dello sradicamento, un male che abita tutti coloro che vivono una diaspora. Nata in Italia da genitori esuli durante la dittatura di Siad Barre, Igiaba Scego mescola la lingua italiana con le sonorità di quella somala per intessere queste pagine che sono al tempo stesso una lettera a una giovane nipote, un resoconto storico, una genealogia familiare, un laboratorio alchemico nel quale la sofferenza si trasforma in speranza grazie al potere delle parole. Parole che, come un filo, ostinatamente uniscono ciò che la storia vorrebbe separare, in un racconto che con il suo ritmo ricorsivo e avvolgente ci svela quanto vicende lontane ci riguardino intimamente: il nonno paterno dell’autrice, interprete del generale Graziani durante gli anni infami dell’occupazione italiana; il padre, luminosa figura di diplomatico e uomo di cultura; la madre, cresciuta in un clan nomade e poi inghiottita dalla guerra civile; le umiliazioni della vita da immigrati nella Roma degli anni novanta; la mancanza di una lingua comune per una grande famiglia sparsa tra i continenti; una malattia che giorno dopo giorno toglie luce agli occhi. Come una moderna Cassandra, Igiaba Scego depone l’amarezza per le ingiustizie perpetrate e le grida di dolore inascoltate e sceglie di fare della propria vista appannata una lente benevola sul mondo, scrivendo un grande libro sul nostro passato e il nostro presente, che celebra la fratellanza, la possibilità del perdono, della cura e della pace.

Proposto da Jhumpa Lahiri al Premio Strega 2023 con la seguente motivazione:
«La lingua italiana è sempre un personaggio cruciale nella narrativa di Igiaba Scego. Come Primo Levi, Italo Svevo, a altri scrittori di confine che che hanno indagato e arricchito l’italiano per via della loro condizione ibrida, Scego, di libro in libro, ha sempre scandagliato l’idioma della sua creatività con massima attenzione. Scrivendo dalla prospettiva di chi conosce l’italiano da dentro e da fuori, ne ha forgiato un linguaggio folgorante, urgente, tutto suo. In Cassandra a Mogadiscio, il cui titolo già segnala un ponte fra mondi, tempi e tradizioni, la politica e il personale si intrecciano, così come si sovrappongono le diverse lingue e realtà dei personaggi. Colpiscono i temi complessi e sempre più attuali dell’appartenenza, della famiglia diasporica, della ricerca delle origini e dello sradicamento. Ma questo romanzo, con intensità e autorevolezza, mette al centro la preminenza della parola: quella che squarcia, che resiste, che restituisce. Questo libro ben equilibrato, anche dirompente, sicuramente il libro più importante che esista, nella letteratura italiana, sulla storia postcoloniale italo-somala, va letto per uscire dal silenzio, dall’oblio e dalla rimozione che distorce la verità di quell’epoca, e per far i conti con il razzismo non solo di una volta ma di oggi. Va letto per rendere contemporanea e sempre rilevante la lotta secolare di donne che hanno da dire ma sono condannate a non essere ascoltate. Sono le parole, dunque, di questa Cassandra testarda ma tenera, vincente e accogliente, vispa e ironica, che conquistano il lettore, e la sua potenza sta nel continuare a esprimersi senza rabbia, solo con convinzione e con lucidità. In questa Cassandra, crediamo.»

Dal libro

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Perché il leader della giunta del Burkina Faso ha conquistato i cuori e le menti in tutto il mondo?


La propaganda sui social media, foraggiata da governo ed attori terzi, rappresenta il giovane dittatore come una figura integra e salvifica, ma la verità è ben diversa.
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Negli ultimi tempi, il Capitano Ibrahim Traoré, giovane leader militare del Burkina Faso, ha catturato l’attenzione internazionale grazie alla sua forte retorica pan-africanista e al suo approccio critico verso le potenze coloniali occidentali. A soli 37 anni, Traoré si è imposto come una figura carismatica, attirando il sostegno di molti africani che vedono in lui un simbolo di resistenza contro le ingerenze straniere e un baluardo del nazionalismo africano.

Il suo messaggio ha trovato risonanza in tutta l’Africa e oltre, con sostenitori che lo paragonano a leggende come Thomas Sankara, il rivoluzionario burkinabé noto come “Che Guevara dell’Africa”. In un contesto in cui molti africani dubitano delle relazioni con l’Occidente, Traoré ha saputo cogliere le ansie contemporanee legate alla povertà e all’ineguaglianza economica, affermando la necessità di liberarsi dal neocolonialismo.

Kehinde Sanni trascorre le sue giornate a riparare ammaccature e ridipingere paraurti graffiati in un modesto carrozziere a Lagos. Pur non avendo mai lasciato la Nigeria, parla con entusiasmo del leader militare del Burkina Faso, Ibrahim Traoré.

“La Nigeria ha bisogno di qualcuno come Ibrahim Traoré del Burkina Faso. Sta facendo bene per il suo paese”, afferma Sanni.

La sua ammirazione è plasmata da un flusso costante di video virali, meme e post sui social media – molti fuorvianti o addirittura falsi – che ritraggono Traoré come un riformatore temerario che ha sfidato i poteri occidentali e ha riconquistato la dignità del suo paese. Mentre i suoi critici lo hanno accusato di sopprimere la libertà di espressione, altri sui social media lo dipingono sotto una luce positiva.

“Ibrahim Traoré è tutta la prova di cui i nigeriani hanno bisogno per sapere che un paese prende la forma della sua leadership”, ha scritto su X l’attrice e politica nigeriana Hilda Dokubo. Come Sanni, la sua valutazione sottolinea l’influenza crescente di una campagna di propaganda coordinata che sta attraversando l’Africa occidentale – una campagna che presenta Traore come una figura messianica.

Tuttavia “Questa crescente ammirazione per Traoré in Nigeria rappresenta seri rischi per la sicurezza nazionale e la stabilità democratica”, ha dichiarato Malik Samuel, ricercatore senior di Good Governance Africa. “Normalizza l’intervento militare come soluzione politica praticabile e apre le porte all’interferenza ideologica straniera”.

L’aumento dell’appeal di Traoré avviene in un momento di grave crisi del costo della vita, la peggiore in una generazione, dopo che il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu ha avviato dure riforme economiche. Per i nigeriani oppressi dalle difficoltà, affermazioni secondo cui Traoré sta trasformando il Burkina Faso in una potenza economica risuonano profondamente. “Traoré si adatta perfettamente al ruolo – giovane, provocatorio e aperto alla cooperazione russa, specialmente attraverso outfit di sicurezza collegati alla Wagner ora rinominati Africa Corps”, ha affermato Ikemesit Effiong, partner di SBM Intelligence.

L’AFP ha smentito molte affermazioni sui social media tese a migliorare l’immagine di Traoré. Post recenti su Facebook avrebbero mostrato un imponente complesso residenziale a basso costo costruito sotto la leadership di Traoré. Tuttavia, la notizia è falsa. Il sito di costruzione visto nei video è un progetto nazionale in corso a Tizi Ouzou, Algeria.

In tutta l’Africa francofona, narrazioni simili stanno guadagnando terreno. In Costa d’Avorio, un video di Traoré all’inaugurazione di un impianto di cemento in Burkina Faso è stato diffuso insieme a false affermazioni che annunciavano una riduzione dei prezzi del cemento.

Mesi prima che l’ex presidente nigerino Mohamed Bazoum fosse destituito, aveva dichiarato che il gruppo Wagner della Russia stava sponsorizzando “campagne di disinformazione contro di noi”. Gli analisti hanno segnalato segni di campagne organizzate su larga scala che utilizzano informazioni false per incentivare i profili dei leader militari del Sahel, ma questa non è certo una novità; il contenuto è prodotto da “unità di propaganda russa e poi consegnato a questi influencer, tramite intermediari, per essere pubblicato sui social media”, ha dichiarato Philip Obaji, un giornalista nigeriano che ha analizzato le operazioni di influenza russa. Effiong ha sottolineato che ciò riflette una più ampia “strategia russa” in Africa di sfruttare i social media per influenzare l’opinione pubblica, rafforzare l’immagine dei regimi militari e ritrarre Mosca come un’alternativa più rispettosa rispetto ai poteri occidentali.

Il presidente ad interim del Burkina Faso stringe la mano al dittatore russo Vladimir Putin [27/7/2023] Source http://en.kremlin.ru/.Il presidente ad interim del Burkina Faso stringe la mano al dittatore russo Vladimir Putin [27/7/2023] Source en.kremlin.ru/.

Dopo aver preso il potere con un colpo di stato nel 2022, Traoré ha intrapreso una politica economica di sinistra, abbandonando la Francia per allearsi con la Russia. Questo cambio strategico include investimenti russi e una serie di riforme che puntano a garantire ai cittadini burkinabé una maggiore partecipazione nell’industria mineraria. È stato creato un ente statale per le miniere che ha imposto a aziende straniere di concedere al governo burkinabé una quota del 15% nelle loro operazioni locali. Questo approccio ha generato un notevole supporto, tanto da considerare Traoré come il presidente più popolare dell’Africa, secondo diversi esperti.

La sua popolarità è stata amplificata dai social media, dove video e post che ironizzano sulla sua figura hanno contribuito a costruire un’immagine romanzata del leader. Allo stesso tempo, il suo intervento al vertice Russia-Africa del 2023, in cui ha invitato gli altri leader africani a non comportarsi come “marionette”, ha ricevuto una grande copertura mediatica, soprattutto da parte dei media russi, consolidando il suo status.

Tuttavia, questo ascendente globale è in contrasto con la realtà interna, poiché Traoré ha faticato a mantenere le sue promesse di pacificazione e stabilizzazione nel paese, segnato da un’insurrezione islamista che dura da un decennio. Ha anche imposto una stretta sulle libertà civili e sull’opposizione, inasprendo le critiche ai suoi metodi autocratici.

Il Capitano Traoré incarna una nuova era per molti giovani africani, che si sentono rappresentati da un leader giovane e audace in un continente dove la democrazia tradizionale è spesso vista come inadeguata. Come evidenziato da vari studiosi, la sua ascesa potrebbe essere un segnale di un cambiamento politico più ampio in corso in Africa occidentale, dove movimenti simili stanno prendendo piede. A testimonianza di ciò giungono anche gli apprezzamenti via social media di donne che lo indicano come partner ideale, o post riguardanti sue, vere o presunte, passate vicende sentimentali; segno questo di una popolarità mediatica paragonabile a quella che in Italia si potrebbe avere per un personaggio famoso della televisione o dello sport.

La questione focale rimane però aperta: riuscirà Traoré a trasformare il suo carisma e le sue promesse in un’eredità duratura, o ripeterà gli errori dei suoi predecessori? La risposta a questa domanda avrà ripercussioni significative non solo per il Burkina Faso, ma per l’intera regione dell’Africa occidentale. L’epic fail è sempre dietro l’angolo.

Fonti: BBC.com, taipeitimes.com, AFP

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[dia•foria : antonio syxty, “the forty years later project”, vol. 1 (booktrailer)


diaforia.org/floema/2025/06/29…

youtube.com/embed/folK1OTqNrE?…

diaforia.org/floema/2025/06/29…

dati sul libro di Antonio Syxty
cliccare per ingrandire

*
Antonio Syxty nasce a Buenos Aires e vive a Milano dove si dedica all’arte visiva, alla performance e alla regia. Ancora studente di liceo, redige autonomamente una tesi sulle scritture visuali e d’avanguardia in Italia (1940-1974), preludio al suo percorso artistico. Dopo una formazione, tra il 1975 e il 1976, negli Stati Uniti in Art and Drama e Creative Writing, torna in Italia e realizza numerose art-performance. Nel 1978 fonda Oh-ART!, manifesto concettuale, e crea l’Antonio Syxty Fan Club, progetto autobiografico volutamente fittizio. Alla fine degli anni ’70 si afferma come performer in gallerie e spazi underground, collaborando con figure di rilievo dell’arte, del design e della musica come Alessandro Mendini, Nanda Vigo, Franco Battiato, Ivan Fedele, Andrea Branzi, Mauro Staccioli, Cinzia Ruggeri, Elio Fiorucci, Krizia e altri. Negli anni ’80 espone opere su carta e tela nei circuiti artistici milanesi, con un linguaggio influenzato dall’arte concettuale, comportamentale, con richiami alla body art. Parallelamente realizza scritture visive e intrattiene carteggi con Ugo Carrega, Arrigo Lora-Totino, Emilio Isgrò, Adriano Spatola, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta. Il suo lavoro di scrittura rimane principalmente inedito con rare eccezioni. Negli anni ’90 si concentra sulla regia teatrale e multimediale. Collabora con RAI e Mediaset per progetti di regia facendo cinema, televisione, pubblicità, moda, concerti, eventi live e installazioni. Attualmente è coordinatore artistico di MTM – Manifatture Teatrali Milanesi della Fondazione Palazzo Litta per le Arti e svolge attività di content creator su canali digitali. Il suo sito è antoniosyxty.com

*
per informazioni e acquisti:
info@diaforia.org

#AntonioSyxty #art #arte #cambioDiParadigma #complessità #DanielePoletti #diaforia #esplorazioniDellaParola #Floema #floemaEsplorazioniDellaParola #fotografia #MarcelloSessa #performance #ricercaLetteraria #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #TheFortyYearsLaterProject #vispo #DiaForia

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arwa mahdawi: a collection of 20 of the more outrageous statements by israeli lawmakers or public figures since 7 october 2023


theguardian.com/commentisfree/…

“Here is a collection of 20 of the more outrageous statements by Israeli lawmakers or public figures since 7 October 2023”

‘The Guardian’, 27 Jun 2025. Text by Arwa Mahdawi

A few excerpts here:


#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento

#ArwaMahdawi #bambini #children #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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+30% di attacchi da parte dello squadrismo sionista in cisgiordania


src: facebook.com/share/p/1AY5ybFeT…

Attacks by illegal Israeli settlers on Palestinians in the occupied West Bank have surged by 30% this year, Israeli figures showed on Sunday.

Israel’s Army Radio, citing government data, said the first half of 2025 saw 414 settler attacks, up from 318 in the first half of last year.

“This represents a significant increase of about 30% compared to the same period last year,” it said.

“This increase is reflected not only in the number of attacks but also in their severity, as the attacks are becoming more and more severe,” the radio said, citing a senior military official.

#bambini #children #Cisgiordania #coloni #coloniIllegali #colonialism #Gaza #genocide #genocidio #IDF #illegalSettlers #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #Palestina #Palestine #settlers #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #WestBank #zionism

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fare sud: chiamata a raccolta, dal sito ‘la scatola di latta’


scatoladilatta.it/fare-sud/

#arte #artigianato #Sud_ #collettivi #cultura #fareSud #gruppi #letteratura #operatoriCulturali

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call per una residenza ospitata dalla fondazione merz


call per residenza @ Fondazione Merz
deadline: le ore 12:00 del giorno 8 luglio 2025

drive.google.com/file/d/1R3iQ4…

#application #art #arte #AssociazioneAmalgama #call #FondazioneMerz #poesia

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radical archives


archive.org

“Radical Archives is a work in progress and collective digital library dedicated to preserving and disseminating radical, autonomist, situationist, DIY, anarchist, ecologist, feminist, counter-cultural, hacktivist, and cyberpunk documents—primarily in the Italian language. It emerges from the need to safeguard the memory and legacy of those political, cultural, and technological movements that have historically existed at the margins of mainstream discourse, yet have significantly influenced the ways we understand freedom, resistance, and collective imagination.

Born from grassroots archival efforts, Radical Archives offers open access to an ever-growing collection of zines, pamphlets, manifestos, posters, flyers, postcards, theoretical texts, newsletters, hypertexts and ephemera—many of which were produced outside institutional frameworks and in defiance of dominant power structures. These materials span from the 1960s to the early 2000s, covering a period marked by intense political conflict, underground publishing, digital experimentation, and alternative cultural production.

What unites the collection is a shared ethos of DIY practices, self-organization, couterculture and resistance to authority—whether it’s the militant writings of Situationists, the DIY and xerox aesthetics, the anarchist punk-hardcore zines, the rebel vibes of raggae and hip-pop music, the utopian visions of early ecofeminism, or the cryptic prose of 1990s cyberpunk manifestos. In doing so, Radical Archives not only preserves fragile artifacts of radical history but also acts as a tool for contemporary political and cultural analysis.

The library is particularly strong in documenting Italian radicalism, a context historically rich in non-institutional political experimentation—from squatted social centers to pirate radio stations, from underground networks of feminist collectives to early hacktivist interventions in digital spaces. Italy’s history of political insurgence, often erased or misrepresented in mainstream narratives, finds here a digital refuge and a new life…” [continua]

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“Apro la finestra così circola un po’ d’aria”

Apro la finestra così circolaun po' d'ariat.me/hermuschannel/5613
È da incontabili giorni che non ripubblico memi, ma questo spiega così spaventosamente bene la situazione attuale che non potevo ignorarlo… C’è un drago tipo ad infinite teste (che suppongo sia conservato tutto sotto terra, perché altrimenti lo si vedrebbe in giro), ovviamente piazzato sulla terra (e nello specifico la penisola italica) dalla solita organizzazione malvagia che rovina sempre tutto nelle nostre vite, che sputa fuoco nelle nostre case, quando le finestre sono aperte… altrimenti tutto sparato nelle nostre vie. 🥵

A parte gli scherzi, tra ieri e oggi (e ho paura che sarà così per svariati altri giorni…) aprire le finestre “così circola un po’ d’aria è assolutamente il peggior errore che si possa mai fare nella vita. Non ironicamente, al momento sto meglio in camera mia sigillata, rispetto a come starei sempre all’ombra ma con l’aria che passa (incluso al mare stamane)… quantomeno la letterale camera d’aria mi protegge dal dragone. Hic Sunt Dracones 💔

#aria #caldo #draghi #estate

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pod al popolo, #071: “un’apocalisse che accompagna un ritorno all’ordine che era già in corso”


Ospite di UrbanExperience e di Carlo Infante (che ringrazio, e la cui voce si ascolta qui in dialogo), il 26 giugno ho preso parte a questa iniziativa sulla memoria dell’avanguardia e del teatro di ricerca, dando un breve contributo direi generazionale, che si conclude con un cenno agli argomenti di due testi (rintracciabili qui e qui).
Già in piedi per lasciare il microfono (e fuori dal podcast che trovate in calce), ho infine segnalato (e ampiamente distribuito) copie del n. 19 de “La scuola delle cose”, dedicato alla scrittura di ricerca.
In poco più di otto minuti + un cenno al tabloid, dunque, ho provato a dire qualcosa sul ritorno all’ordine degli anni Ottanta, ‘Baldus’, il postmoderno, il mainstream editoriale-distributivo, e gli ultimi 25 anni di sperimentazione letteraria, ovviamente senza esserne in grado. L’audio completo è ora su Pod al popolo. Podcast irregolareed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.
26 giu., Roma, ICBSA: convegno sulla memoria dell'avanguardia26 giu., Roma, ICBSA: convegno sulla memoria dell’avanguardia
#anniNovanta #anniOttanta #anniSettanta #Baldus #CarloInfante #dialogo #ExDiscotecaDiStato #ICBSA #InnovazioneTerritoriale #LaScuolaDelleCose #Lyceum #MarcoGiovenale #Mudima #PAP #pap071 #pap071 #PerformingMedia #podAlPopolo #podcast #ricercaLetteraria #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #teatro #UrbanExperience #UrbanExperience


il 26 giugno, a roma: ‘urban experience’ e l’archivio performante all’icbsa. il performing media per la memoria dell’avanguardia e l’innovazione territoriale

L’Archivio Performante all’ICBSA. Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale

data spostata al
26 giugno 2025, dalle 15:00 alle 17:30
A Roma, all’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ICBSA, Palazzo Mattei di Giove, Via Michelangelo Caetani 32, l’ex Discoteca di Stato) il 26 giugno alle ore 15 c’è un incontro strategico: Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale.

Robert Fludd _ Globe Theatre

L’incontro si svolgerà come un brainstorming per attivare un confronto aperto (e non un convegno di studi) tra protagonisti e studiosi, per promuovere una staffetta intergenerazionale e una interoperabilità degli archivi già istituiti, pensando a come coniugare la Memoria dell’Avanguardia con l’Innovazione Territoriale.

TUTTE LE INFORMAZIONI QUI:
urbanexperience.it/eventi/larc…

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#archiviGiàIstituiti #archivio #ArchivioPerformante #avanguardia #brainstorming #CarloInfante #confrontoAperto #DiscotecaDiStato #ICBSA #innovazione #InnovazioneTerritoriale #IstitutoCentralePerIBeniSonoriEdAudiovisivi #memoria #MemoriaDellAvanguardia #PalazzoMatteiDiGiove #PerformingMedia #UrbanExperience


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“decreto sicurezza a rischio incostituzionalità”, articolo di angelo greco


laleggepertutti.it/734841_decr…

La Cassazione boccia il Decreto Sicurezza (Legge 80/2025): manca urgenza, norme eterogenee, viola legalità e proporzionalità. Rischio carcere per marginalità e dissenso

decreto sicurezza a rischio incostituzionalità
cliccare per leggere

*

direi che “a rischio” è un’espressione eufemistica. (spero lo sia, intendo: e che la legge più vergognosa della storia repubblicana venga cancellata subito).

#AngeloGreco #decretoIncostituzionale #decretoSicurezza #decretoSicurezzaIncostituzionale #dl1660 #neofascismo #statoDiPolizia

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aperitivo letterato (img+audio) / mg


slowforward.net/wp-content/upl…

#audio #Blob #collage #cutUp #cutup #differx #mix #puntEMes #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

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Il ragazzino con la pistola e l’emergenza negata


Nelle stesse ore in cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella definisce le periferie “veicoli di disuguaglianze ed emarginazione”, un fatto di cronaca avvenuto a Catania ne è la tragica dimostrazione.

Un ragazzo di sedici anni fa partire un colpo accidentale dalla pistola che possedeva. Il proiettile ha colpito in pieno l’occhio della sua fidanzata, una coetanea. Per puro caso […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/29/il-r…

#asiliNido #DecretoCaivano #devianzaMinorile #dispersioneScolastica #periferia #povertòEducativa #serviziSociali #tempoPieno

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2001 o 2025 ?


Antonio Moresco:

“[…] mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:

che viviamo nell’epoca della virtualità e dell’irrealtà
che l’unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà vu
che la storia è finita
che l’attività umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all’interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità dell’imprevisto
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell’universo orizzontale della “comunicazione” totale e della rete
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni
che non possono esistere più – nel bene come nel male – il conflitto, l’alterità
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l’ignoto
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia
ecc…
E’ terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore [*]. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell’attività umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità e radicalità .

Milano, settembre 2001
Antonio Moresco”
(nazioneindiana.com/2003/03/01/…)

[*] = l’attentato dell’11 settembre che ha colpito le
“Torri Gemelle” a New York e il Pentagono a Washington

*

2001 o 2025?
l’11 settembre personalmente quasi non lo vedo, se vedo Gaza. (e domani cosa si vedrà? cosa sarà imposto non solo allo sguardo occidentale ma ai corpi di tutti?)


#AntonioMoresco #attentatoAlleTorriGemelle #DarioVoltolini #Gaza #genocidio #Moresco #NazioneIndiana #orrore #Palestina #parodia #postmoderno #ScrivereSulFronteOccidentale #torriGemelle #tragedia #Voltolini

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rosa pierno su una mostra di maria rosa benso


slowforward.net/2025/06/28/pod…

#asemic #asemicwriting #scritturaasemica

#art #arte #asemic #asemicwriting #MariaRosaBenso #RosaPierno #scritturaasemica


pod al popolo, #070: reading perinelli giovenale @ studio campo boario, 17 giu. 2025


17 giugno 2025, Studio Campo Boario, Francesca Perinelli legge dal suo oca tre toc to, e Marco Giovenale dal suo Prima dell’oggetto. L’audio completo ora su Pod al popolo. Podcast irregolareed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

#déclic #FrancescaPerinelli #lettura #MarcoGiovenale #ocaTreTocTo #presentazione #PrimaDellOggetto #prosa #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #StudioCampoBoario


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confungelamento octoso, un gran pericolo per l’estate rottosica


Ancora non riesco a capire che cosa, ma comunque certamente una qualche cosa dai poteri eccessivi, su questo non ci sono dubbi, sta in ogni modo lavorando con gran forza contro di me, per sabotarmi in maniera sempre più definitiva… per farmi crollare oltre ogni remota possibilità di rialzo, per farmi sentire sempre più priva di autonomia spirituale e di controllo sulle mie specialissime e personalissime possibilità magiche. Questo vale un po’ in tutto, in ogni caso è sempre terribile, e si manifesta principalmente per mezzo di due criteri di annichilimento: nebbia mentale e stanchezza ingiustificabile. Entrambi, in momenti diversi o tranquillamente anche insieme, lavorano per impedirmi di commettere l’epicità giornaliera, e sta diventando veramente una noia a dir poco: le giornate passano, ma oramai in maniera pressoché insoddisfacente. ☠️

Per prima cosa, la nebbia. La nebbia avvolge tutto, perché si forma la notte nel mio letto, si introduce silenziosamente nel mio cervello attraverso la normale respirazione… e, senza mezzi termini, mi frega, perché la mattina poi mi sveglio con la mente che ragiona e produce persino peggio della sera prima! La nebbia contrasta attivamente lo sviluppo di idee creative epiche, bloccando la vista dell’intero scenario mentale a qualche punto sempre diverso degli stessi processi in questione, e dunque, se non ho voglia di scrivere codice, le sole cose che riesco a trasferire dall’Iperuranio al piano digitale sono questo tipo di parole qui, da blogging giornaliero; per certi versi unicamente profonde, ma allo stesso tempo terribilmente banali, e anche di ciò ne soffro. 😫

Poi certo, il fatto che mi si stiano rompendo tutte le cose peggiora la situazione, ma non è l’unico problema: anche la confusione digitale mi colpisce senza mancare mai un colpo, ed è contro di me superefficace, facendomi perdere ogni volta tra: migliaia di schede aperte nel browser (che mi servono, quindi dovrei salvare nei memos e togliere da lì, anche perché fanno laggare tutto, ma non ho voglia), fin troppe cose nel launcher del telefono (e mi servono tutte in diversi momenti, quindi non posso toglierle, e le cartelle aiutano solo fino a un certo punto), e lasciamo stare cos’altro. 😿

Poi c’è ovviamente la stanchezza in senso più stretto, che oltre ad essere assolutamente ingiustificabile è completamente incomprensibile, perché banalmente non c’è alcun elemento che la oggettivi. Non sto facendo alcuna vera fatica in questi giorni, e per quanto io comunque mi sforzi nel possibile di non rottare, comunque complessivamente non mi sto appesantendo con nulla… la mia energia vitale viene insomma prosciugata, ma in cambio non ottengo nulla. Se devo uscire dalla mia stanza per andare in qualche altra, dopo essermi alzata dalla sedia voglio spesso appoggiarmi per qualche minuto sul letto a riposare, che i 2 passi che faccio fino a metà della strada per la porta già sono troppo faticosi; e qualche ora fa, quando all’una e mezza sono dovuta scendere un attimo di casa, ci ho messo 5 minuti a fare un avanti e indietro che normalmente avrei fatto in 3, perché stavolta andavo lenta come la cacca. 🐌

Ed è davvero difficile capire come mai sono effettivamente così rovinata, nel complesso. In questi giorni non solo sto dormendo abbastanza, ma addirittura il giusto, ossia non troppo: in media tra le 8 e le 9 ore, che in teoria è top… ma in pratica non serve a una mazza, perché, ripeto, sono proprio così stanca, mi sento spaccata e non riesco nemmeno a digitare supervelocemente sulla tastiera come io in primis pretendo, per dirne solo una. Forse sarà in buona parte colpa anche del caldo — incluso da oggi o ieri questo nuovo vento africano aiutatelo-a-casa-sua, che dovrebbe essere francamente illegale in quanto esistente con nessun altro scopo se non rovinare la salute mentale e fisica della popolazione intera — però chiaramente non è l’unico fattore; altrimenti, ogni estate puntualmente dovrei crollare completamente, ma le mie cronologie raccontano ovviamente stagioni nel complesso diverse da questo scenario apocalittico. 🌌

L’unica informazione un minimo interessante — che per fortuna del pubblico posso condividere, per chiudere con un po’ di decenza questo bordello di rapporto — è che… l’unione dimensionale sta per concretizzarsi. Dimensional merge, come postulato da Chris Chan, lo sento sempre più vicino ed inevitabile, visto cosa sto percependo ultimamente. Ogni notte faccio sogni sempre più strani, dal significato nullo se non l’essere in qualche modo collegati a qualcosa di fatto o visto durante il giorno (unico dettaglio normale di tutta la situazione), con personaggi sempre più improbabili in situazioni sempre più inconcepibili, mentre invece in quei rarissimi momenti di veglia in cui la nebbia si dirada dal mio cervello mi escono da scrivere cose che sembrerebbero provenire dalle pareti, e invece mi escono da dentro. E insomma, sono certa che non ci vorrà molto altro tempo perché si passi dai sogni REM e le idee alle allucinazioni vere e proprie, e dalle allucinazioni alla materializzazione di tutte quelle cose strane nel nostro (mio) piano di realtà, appena la dimensione dell’irreale canalizzerà per l’ultimo momento di esistenza separata tutte le sue energie attraverso di me (ovviamente senza che io abbia mai acconsentito, ma figurarsi se le forze ultraterrene si curano di dettagli così umani)… e potrebbe essere da un lato la megafine più assoluta, ma dall’altro si materializzeranno waifu e altre cose, dunque si risolverà sia la solitudine nel mondo… che la fame nel mondo, chi vuol capire capisca. 🙏

#daily #feels


Gli spaccamenti capitanti, nuova murfianza per rompere l’umore


È a dir poco sconcertante (!), ma la maledizione di Murphy si è gravemente abbattuta su di me in questi ultimi giorni… mi si sta letteralmente rompendo tutto, ogni cosa che possiedo, tutti i miei averi tangibili. Questo è ovviamente un duplice problema, perché da un lato sono tirchia e non voglio (ri)comprare assolutamente niente, e dall’altro la distruzione di tutti i miei strumenti ed il mio ambiente di lavoro mi porta a distrarmi e dunque a disperarmi ancora di più del già abbastanza alto normale. A parte i soliti problemi col PC, e il telefono che è lento, infatti, ora piano piano arrivano anche degli spacc fisici, e io sto per perdere così forte la pazienza che potrei arrivare a ricostruirmi tutta la roba che mi serve con soltanto cartone e colla, così almeno so che resiste… 😭

Non c’è solo la roba elettronica a rompersi (e a rompere a me le scatole, nel farlo…) infatti, in questo caso. Forse per il caldo e l’umidità insieme (ma in realtà non ne ho idea) gli appendicazzi schifosi che uso per appendere roba al lato del mobile dove ho la scrivania stanno iniziando a crollare uno dopo l’altro, al ritmo di tipo 1 al giorno… che è preoccupante a dir poco. La colla si secca, l’adesivo si spacca, e quindi cade ogni cosa. Prima è caduto quello che uso per tenere rialzata dal pavimento la prolunga elettrica, poi è caduto quest’altro su cui avevo tanto accuratamente posizionato il ventilatorino da scrivania… è veramente tutto inutile così il tempo da me speso nel fare interior design però, eddai. Mi fa anche così tanto rosicare che deve finire sempre così che ho volontariamente preso uno degli appendini che è caduto e, con calma, l’ho spezzato… e ora quindi dovrò cambiarlo per forza, mentre se non avessi fatto questa stronzata avrei potuto rimetterlo a posto come nuovo con della colla a caldo, che roba. Vabbè va. 😵
Schema cose cadute e punti, come descrittoAppendino blu con la protuberanza esterna spezzata come detto
Ovviamente, comunque, le cose che principalmente si rompono sempre, e che quando lo fanno danno noie serie, sono quelle elettriche. Da svariate sere fa, infatti, non posso più usare la mia striscia LED, perché l’adattatore-microcontroller si è rotto. Non ho capito bene come ma, a giudicare dal fatto che l’innesto jack DC sembra visivamente squagliato, avrà qualcosa a che fare con il fatto che, nelle ultime settimane prima del decesso, il jack in questione diventava veramente caldissimo durante l’uso… e forse faceva già qualche falso contatto, perché ogni tanto le luci si spegnevano da sole per degli istanti. Non ho idea di se fosse l’alimentatore il problema, ma probabilmente è più l’adattatore, perché già da anni dava problemi (per esempio, anche premendo OFF sul telecomando, le luci rimanevano accese di un leggero blu)… magari la porta era di suo prona a rompersi, e facendo contatti sempre più falsi ha fatto disperdere sempre più energia come calore, ed ecco qua. Non ha neanche senso rimpiazzare il connettore a questo punto, meglio comprare nuova tutta la schedina… però il casalinghi cinese non la venderà mai da sola, e online costa più del dovuto, quindi fin’ora sono rimasta letteralmente senza luce colorata, che la sera è una fottuta tragedia. ☠️
Scheda adattatore tolta dalla scatolina, focus sulla porta jack
Beh, però la luce arcobaleno la ho sempre dalla mia tastiera meccanica cinesissima eccetto che potrebbe dover sparire pure quella, perché ha ricominciato a fare le bizze. Mesi fa già aveva dato strani problemi, per cui per giusto qualche giorno un tasto (la lettera E) andava e poi non andava, a momenti completamente a caso; da ieri sera, invece, sono i tasti M ed I a fare lo sciopero, e un po’ anche la J… e il tempo per cui non funzionano è gravemente di più di quello per cui lo fanno. Scuotere, pulire e spolverare, così come premere i tasti più forte o per più a lungo, non cambia assolutamente nulla… semplicemente a momenti scrivono, ed altri no; e qualche volta scrivono con un leggero ritardo dopo averli rilasciati, finendo per inserire dopo un qualche altro simbolo che nel mentre ho premuto. Ah e, nel frattempo, ovviamente la mia chiavetta Bluetooth di 20 anni fa non funziona su Windows 10 64 bit (nonostante su Linux andasse, pure se male, mannaggia a tutt cos); e le altre tastiere USB che ho da parte, oltre ad essere a membrana, sono pure quelle mezze rotte (tra cui una che va su altri PC, ma non sul mio fisso; forse avrà il connettore marcio)… è la megafine. 🙃

La tastiera meccanica nuova non la comprerò neanche per idea, perché se questo problema si era risolto da solo prima allora deve farlo anche ora… altrimenti… ci rimarrò molto molto male!!! Però almeno una tastiera così, da battaglia, mi sa che devo comprarla, al casalinghi cinese, altrimenti finirò a pettinare le bambole per interi giorni. Questo post l’ho scritto dal tablet, per esempio, perché preferisco addirittura usare la tastiera touch mezza laggante piuttosto che quella a membrana con i tasti mezzi affossati e mezzi che non si premono se non si da un pugno, e tutte queste cose qui… Ah, tablet che, a tal proposito, per via del fatto che Samsung usa componenti di merda, ha la porta USB-C mezza rotta (un problema noto su questo modello)… e spero che quantomeno continui a caricare per sempre, quel poco che basta per evitarmi di dover comprare ed installare il pezzo di ricambio (che sarà ugualmente fallato, quindi dopo anni di uso andrebbe nuovamente cambiato…). Non ce la faccio assolutamente più, salvatemi da questa spaccnologia!!! 😨😓😭

#problemi #spacc


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monumento all’infamia italiana


dopo il contributo dato dall’italia neofascista alla mattanza israeliana dei bambini palestinesi, una roba come questa, installata in permanenza a Montecitorio, può essere – per paradosso – sensata: a memoria dei morti che abbiamo contribuito (e contribuiamo) a fare.
per ricordare in perpetuo l’infamia degli italiani in scranno e di quelli che li hanno votati, complici di genocidio.

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento

#bambini #children #colonialism #complicitàInGenocidio #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #italiaCompliceDiGenocidio #izrahell #jago #massacri #memento #Palestina #Palestine #scultura #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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Stasera AIGA – Champion’s League


L’AIGA ha una delle strutture più interessanti: match a squadre che seguono la struttura del calcio per formazione del team, calendario incontri e tutto il resto. Abbiamo anche il Team Italia con alcuni dei più forti nomi. I match sono sempre molto diver
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L’AIGA ha una delle strutture più interessanti: match a squadre che seguono la struttura del calcio per formazione del team, calendario incontri e tutto il resto. Abbiamo anche il Team Italia con alcuni dei più forti nomi.

I match sono sempre molto divertenti e meriterebbe molta più promozione Anche perchè il montepremi è di 1 milione di dollari, una delle più ricche competizioni a squadre nel mondo del grappling.

Stasera e domani la Champion’s League -credo- su youtube, ma potrebbe essere flograppling 😀

Canale di youtube youtube.com/@aigachampionsleag…

Risultati saranno qui: grappling-italia.com/events/ai…

Background


Dopo oltre un anno di qualificazioni internazionali, tutto è pronto per la finale dell’AIGA Champions League 2025. Otto squadre si contenderanno un montepremi da 1.000.000 di dollari, al termine di un percorso iniziato oltre dodici mesi fa, con eventi di selezione in Europa, Brasile, USA e Asia Centrale.

Il team Eurotrash ha dominato il primo torneo in Turchia. Subito dopo è stata la volta del Brasile, dove il Kasai Grappling ha vinto ogni singolo incontro della fase sudamericana, portando a casa la qualificazione in modo schiacciante.

Negli USA, la vittoria è andata al team Checkmat, dopo una serie di match tirati. Tuttavia, il secondo posto disponibile è rimasto vacante: il team 10th Planet ha infatti rinunciato a partecipare alla finale a causa di numerosi infortuni.

L’ultimo spot si è giocato in Kazakistan, dove Al Leone ha vinto due match in scioltezza, ma ha dovuto superare una vera battaglia in finale per garantirsi l’accesso.

I restanti quattro inviti sono stati assegnati su base meritocratica e narrativa:

  • Universal Fighters, per l’intensità con cui hanno sfidato Al Leone nell’ultima edizione.
  • Battleforce, che cerca vendetta dopo il quarto posto della scorsa edizione.
  • Williams Elite Team, nuova incarnazione dei campioni 2023 (ex-Team Modolfo).
  • Acai Republic, vice-campioni dell’ultima edizione, con un roster ancora più impressionante.

Team & Lineup ufficiali

Team Eurotrash


-60kg: Shay Montague, Nico Bilardo
-65kg: Ashley Williams, Sam McNally
-70kg: Jed Hue, Hejraat Rashid
-76kg: Mateusz Szczecinski, Tarik Hopstock
-83kg: Pawel Jaworski, Taylor Pearman
-91kg: Eoghan O’Flanagan, Santeri Lilius
+91kg: Heikki Jussila, Marcin Maciulewicz


Kasai Grappling


-60kg: Edwin ‘Junny’ Ocasio
-65kg: Dorian Olivarez, Diego ‘Pato’ Oliveira
-70kg: Fabricio Andrey
-76kg: Elijah Dorsey, Renato Canuto
-83kg: Sebastian Rodriguez
-91kg: Pedro Marinho, William Tackett
+91kg: Kaynan Duarte, Roberto Jimenez


Checkmat


-60kg: Rodnei Barbosa
-65kg: Igor Moreira
-70kg: Mike Esquivas
-76kg: Matheus Luna
-83kg: Dory Aoun
-91kg: Elder Cruz
+91kg: Francisco Lo, Gustavo Lopes


Williams Elite Team (ex-Team Modolfo)


-60kg: Felipe Machado, Breno Peterson
-65kg: Dominic Mejia
-70kg: Dante Leon
-76kg: Oliver Taza, Jason Nolf
-83kg: Izaak Michell
-91kg: Giancarlo Bodoni, Luccas Lira
+91kg: Luke Griffith, Dan Manasoiu


Acai Republic


-60kg: Thalison Soares
-65kg: Diego Sodre
-70kg: Kennedy Maciel
-76kg: Jonnatas Gracie
-83kg: Mica Galvao
-91kg: Lucas ‘Hulk’ Barbosa
+91kg: Yatan Bueno


Al Leone


-60kg: Daiki Yonekura, Jack Stapleton
-65kg: Gianni Grippo, Mukhammad Shakhbanov
-70kg: Josh Cisneros, Deandre Corbe
-76kg: Jeremy Skinner, Kenta Iwamoto
-83kg: PJ Barch, Chris Wojcik
-91kg: Devhonte Johnson
+91kg: Daniel Schuardt


Universal Fighters


-60kg: Muhammad Temeev, Ramazan Saaduev
-65kg: Zaur Akhmedov, Said Zaipulaev
-70kg: Gairbeg Ibragimov
-76kg: Gazimagomed Gaziev, Rizvan Rizvanov
-83kg: Murad Abdulatipov, Eldar Adilov
-91kg: Abdurakhman Bilarov
+91kg: Ruslan Abdulaev


Battleforce


-60kg: Muratuly Maksat, Joey Diehl
-65kg: Bekzat Kapashov, Atakeldi Yessetov
-70kg: Nurbek Talbudin
-76kg: Seilkhan Bolatbek, Islam Mamilov
-83kg: Umar Mannarov, Magzhan Maratkhan
-91kg: Ailibi Orazbek
+91kg: Anton Dmitrakov

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pod al popolo, #070: reading perinelli giovenale @ studio campo boario, 17 giu. 2025


17 giugno 2025, Studio Campo Boario, Francesca Perinelli legge dal suo oca tre toc to, e Marco Giovenale dal suo Prima dell’oggetto. L’audio completo ora su Pod al popolo. Podcast irregolareed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

#déclic #FrancescaPerinelli #lettura #MarcoGiovenale #ocaTreTocTo #presentazione #PrimaDellOggetto #prosa #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #StudioCampoBoario

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Tra le missioni dell’ODEUM Roma si sarebbe riproposto il riallacciamento dei legami con lo SMOM


È a questo punto tuttavia doveroso sottolineare che l’Organisation Gehlen [servizio di spionaggio della Germania Ovest, con antenna, l’Odeum, a Roma] non avrebbe fatto unicamente riferimento ai succitati contatti dell’ODEUM Roma per la costruzione di legami con il Vaticano, legami che, stando ai documenti BND, «sono antichi quanto l’Organisation Gehlen stessa» <478. Infatti Reinhard [Gehlen, responsabile dell’omonima menzionata Organizzazione] si era recato già nel gennaio del ’49 a Roma per incontrare Pio XII in persona. Ciò non era accaduto grazie all’aiuto di Johannes [Gehlen, ex fisico nucleare, fratello e collaboratore di Reinhard], quanto piuttosto a quello di Eric Waldman, allora responsabile del collegamento fra il neonato servizio segreto tedesco e il G-2 USFET479 [struttura di spionaggio dell’americano United States Forces European Theater]. In quell’occasione, si sarebbe istituito un ulteriore collegamento diretto tra la centrale di Pullach e gli ambienti vaticani tramite la figura di Robert Leiber, un prete gesuita e uomo fidato del Papa, che avrebbe da lì in poi funto da mediatore più autorevole tra gli ambienti ecclesiastico-cattolici e il servizio segreto gehleniano <480. Accanto a Leiber, come rivelano i documenti, anche l’arcivescovo Rudolf Graber avrebbe giocato un ruolo importante già «durante la fase di costituzione dell’Organisation Gehlen tra il tardo autunno del 1945 e la fine del 1946» <481. Nonostante l’attività di Leiber e Graber per conto del servizio segreto tedesco è dunque ben documentata, capire se o in che misura questi ultimi siano stati in contatto con Johannes e gli altri membri dell’ODEUM Roma risulta difficile. Sembra, di conseguenza, che siano esistiti due piani più o meno distinti per quanto riguarda i rapporti dell’Organisation Gehlen con gli ambienti vaticani: quello legato alla centrale di Pullach, gestito da Reinhard e dal suo staff, da una parte, e quello dell’ODEUM Roma, basato sulle conoscenze personali dei singoli membri del gruppo romano, dall’altra.
È dunque chiaro che la crisi dello SMOM [Sovrano Ordine Militare di Malta] del ’49 e il conseguente allontanamento di Johannes da via Condotti abbiano avuto un impatto profondo e, in fine dei conti, negativo sui contatti di Johannes con gli ambienti vaticani. Con la caduta in disgrazia di von Thun-Hohenstein l’ex fisico nucleare avrebbe infatti perso l’accesso agli archivi e alle corrispondenze dell’Ordine, buona parte dei quali riguardavano la Santa Sede, e avrebbe perso di vista numerosi contatti legati a via Condotti. Si ricordi inoltre che, un anno dopo lo “scandalo SMOM”, l’ODEUM Roma perse anche Willy Friede, prezioso mediatore tra il gruppo romano e l’ordine dei Gesuiti. È dunque probabile che nel biennio ’49-’50 Johannes si sia trovato in difficoltà di fronte alla perdita di molti legami con il clero cattolico, nei quali aveva investito non poco tempo ed energia. Forse proprio a causa delle suddette difficoltà si può individuare la ragione per cui, a partire dal ’51, tra le missioni dell’ODEUM Roma si sarebbe riproposto il riallacciamento dei legami con lo SMOM. Infatti, a partire dal biennio ’50-’51, la strumentalizzazione a fini spionistici dell’Ordine, come si vedrà, si sarebbe trasformata progressivamente in una sorta di “miraggio” per Johannes, una rincorsa i cui esiti rimangono tuttora discutibili. Accanto al riaffiorare dell’interesse, da parte dell’Organisation Gehlen, per lo SMOM vi sarebbero però stati anche altri cambiamenti per l’ODEUM Roma. Così l’inizio degli anni Cinquanta avrebbe, fra le altre cose, visto il riproporsi della questione dell’inquadramento dell’ex fisico nucleare e del suo gruppo romano all’interno dell’Organisation Gehlen, in vista anche dell’imminente ufficializzazione del servizio segreto tedesco.

[NOTE]478 BND und Vatikan, 22 settembre 1982, BND-Archiv, 42507.
479 E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., pp. 58-59; M.E. Reese, Organisation Gehlen, cit., p. 137.
480 Ivi, pp. 58-59.
481 BND und Vatikan, 22 settembre 1982, BND-Archiv, 42507.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

#1949 #1951 #americano #Federale #Germania #JohannesGehlen #Malta #Odeum #ordine #OrganisationGehlen #Ovest #ReinhardGehlen #Roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #spionaggio #Vaticano


I contatti dell’ODEUM Roma con gli ambienti vaticani


Come ha sottolineato Mary Ellen Reese, nonostante «le attività della Chiesa cattolica costituiscano uno dei fili rossi alla base degli intrecci della storia dello spionaggio», il ruolo del Vaticano durante la “guerra di spie” del secondo dopoguerra è quasi impossibile da ricostruire <460. Certo è, tuttavia, che la Santa Sede era attivamente coinvolta nella battaglia anticomunista sin dall’inizio. Già nel ’43 Pio XII si era mostrato «turbato dai successi militari dei russi» e «angosciato anzitutto dalla minaccia bolscevica» <461, un atteggiamento che avrebbe poi reso il Vaticano, durante la guerra fredda, una sorta di “avamposto” simbolico della cristianità cattolica in lotta contro l’ateismo di stampo sovietico. Per i servizi segreti occidentali, di conseguenza, la Santa Sede avrebbe costituito un legame imprescindibile e, come si vedrà, anche l’ODEUM Roma [antenna di spionaggio della Germania Ovest] avrebbe investito quantità non indifferenti di tempo ed energia nella costituzione di legami con ambienti vicini al Santo Padre.
L’ODEUM Roma e i legami con esponenti del clero cattolico
“Im Falle eines Ablebens des Papstes so wäre unter den augenblicklichen Verhältnissen das konklave [sic.] aus zwanzig italienischen und vierunddreissig ausländischen Kardinälen zusammengesetzt. Diese Zusammensetzung würde bei der Papstwahl die Wahl eines Ausländers vermuten lassen. In einem solchen Falle neigen wir eher dazu den Angehörigen eines grossen Landes, zum Beispiel Amerikas, auszuschliessen […]. Als „Arbeitshypothese“ […] würden wir bei einer etwaigen Papstwahl mit einem Angehörigen einer kleinen Nation, die kein wesentliches Gewicht auf der internationalen Ebene besitzt, rechnen können. Sicher würde eine solche Entwicklung in Italien Unmut und Trauer auslösen”. <462
Con queste parole Johannes [Gehlen] avrebbe chiuso il suo report del ‘50 sulle previsioni di eventuali future elezioni papali, secondo le stime dell’ODEUM Roma. Nel 1958, con la morte di Eugenio Pacelli e l’elezione al soglio pontificio dell’italiano Angelo Giuseppe Roncalli, si sarebbe dimostrata l’erroneità delle su citate valutazioni di Johannes <463. È in qualche modo sconcertante la suddetta affermazione dell’ex fisico nucleare, soprattutto alla luce delle sue presunte ampie e abituali frequentazioni con alcuni ambienti vaticani, delle quali si parlerà a breve, e le quali sembrerebbero indicare una certa base di conoscenza della tradizione di elezione di papi italiani. Come hanno sottolineato anche Schmidt-Eenboom, Franceschini e Wegener Friis, i contatti con la Santa Sede sarebbero stati di grande importanza per l’Organisation Gehlen e per la CIA per due motivi in particolare. Innanzitutto presso il Vaticano giungevano quotidianamente notizie da ogni angolo della terra, utili ai servizi segreti degli stati occidentali. In secondo luogo, il sostegno di certi ambienti vaticani avrebbe, da una parte, facilitato eventuali future collaborazioni con servizi d’intelligence occidentali di stati di forte impronta cattolica, mentre, dall’altra, si sarebbe rivelato utile nella lotta contro i paesi sotto influenza sovietica e di stampo ateo <464. Quali erano quindi i contatti grazie a cui Johannes e il suo gruppo avrebbero analizzato le politiche della Santa Sede? E si può parlare di una vera e propria collaborazione, anche in senso spionistico, tra l’Organisation Gehlen e certi ambienti vaticani, attraverso l’ODEUM Roma?
Lo SMOM e Willy Friede come “artefici” dei primi contatti con gli ambienti vaticani
Per scoprire a quando risalgono i primi contatti di Johannes con gli ambienti vaticani, bisogna guardare innanzitutto al periodo da lui trascorso negli ambienti dello SMOM [Sovrano Militare Ordine di Malta] a fianco a von Thun-Hohenstein. Come è stato detto in precedenza, l’ex fisico nucleare si era riavvicinato a von Thun-Hohenstein, un suo amico di vecchia data, già nel biennio ’46-’47, quindi poco dopo il proprio rientro in Italia. Grazie alla mediazione del conte altoatesino, Johannes sarebbe quindi dapprima stato inserito, come si è visto, a titolo volontario all’interno di alcune commissioni dell’Ordine nel ’47 e poi, a partire dal ’48, avrebbe funto come addetto alla Segreteria particolare di von Thun-Hohenstein e come assistente privato di quest’ultimo. È stato dimostrato in precedenza che tali attività avrebbero costituito una mera copertura per l’operato d’intelligence dell’ex fisico nucleare, copertura che gli avrebbe anche permesso di tessere i primi contatti con gli ambienti vaticani.
Tali primi contatti, come dimostrano i report inviati da Johannes al fratello [Reinhard Gehlen], avrebbero compreso anche quello con il barone Stanislao Pecci, plenipotenziario dello SMOM presso il Vaticano. Tuttavia eventuali speranze di tessere forti e fruttuosi legami con il Vaticano tramite Pecci sarebbero presto andate deluse. Secondo l’ex fisico nucleare, Pecci era «del tutto inutile come fonte d’informazione sia per Ferdinand [von Thun-Hohenstein] che per me, in quanto gli mancano le capacità necessarie» <465. Inoltre il barone, come già ricordato, era considerato la guida del cosiddetto “partito d’opposizione” che riuniva gli antagonisti di von Thun-Hohenstein di via Condotti, circostanza che avrebbe reso una collaborazione tra Pecci e Johannes impossibile <466. Tuttavia lo SMOM avrebbe offerto anche altre possibilità all’ex fisico nucleare, non tanto rispetto alla costituzione di legami con la Santa Sede, ma piuttosto per quanto riguarda la raccolta di informazioni e un’analisi di quest’ultima. Infatti, in qualità di addetto e responsabile della segreteria particolare di von Thun-Hohenstein, Johannes avrebbe avuto, a suo dire, accesso a gran parte della documentazione disponibile concernente i contatti tra lo SMOM e il Vaticano <467. È allora lecito supporre che molte informazioni riguardanti la Santa Sede e mandate dall’ODEUM Roma alla centrale di Pullach [cittadina dove era situata la sede dei servizi segreti della Germania Ovest] tra il ’48 e il ’49 si sarebbero almeno parzialmente basate sulle carte conservate e gestite presso la suddetta segreteria.
Accanto ai succitati sbocchi che lo SMOM avrebbe offerto a Johannes per avvicinarsi agli ambienti vaticani o, almeno, di raccogliere informazioni utili ai fini d’intelligence su questi ultimi, si sarebbe rivelata fondamentale la mediazione di Willy Friede. Quest’ultimo, come è stato detto in precedenza, si era legato a figure del clero romano già prima di iniziare, a partire dal ’48, a collaborare con Johannes e il suo nascente gruppo spionistico. Infatti un documento BND lo descrive come «consulente e funzionario dei Gesuiti», senza però chiarire i dettagli di questa presunta attività di Friede per il suddetto Ordine religioso <468. Il nuovo membro dell’ODEUM Roma era in ottimi rapporti con vari esponenti gesuiti e, se si vuole prestare fede a quanto affermato dai documenti della CIA, Friede sarebbe addirittura stato il vero artefice di tutti legami più importanti dell’ODEUM Roma con il Vaticano <469. Inoltre, seppur in misura minore rispetto a Friede, anche Guignot e von Fransecky avrebbero contribuito ad ampliare la rete di contatti del gruppo romano con gli ambienti vaticani. Così, ad esempio, è provato che Guignot si occupasse della raccolta d’informazioni sul conto di vari membri del clero francese470, oltre al fatto che si fosse recato varie volte in Vaticano a scopi non meglio specificati <471. Infine Guignot sembra essere stato in contatto con il cardinale francese Eugène Tisserant, decano del collegio cardinalizio e successivamente archivista e bibliotecario della Santa Romana Chiesa <472. Von Fransecky, da parte sua, coltivava rapporti con il già citato Sigismund von Braun, influente ex legato d’ambasciata del Terzo Reich presso la Santa Sede e futuro diplomatico della RFT.
Grazie a questi due “canali”, lo SMOM, da una parte, e i membri dell’ODEUM Roma dall’altra, nel ’50 Johannes era ormai riuscito a costruirsi una serie di contatti con gli ambienti vaticani, come dimostra un documento risalente al maggio dello stesso anno. Stando a quanto affermato dall’ex fisico nucleare, l’ODEUM Roma si era messo in contatto, fra gli altri, con rappresentanti della Segreteria di Stato della Città del Vaticano, fra cui Bruno Wüstenberg, allora impiegato presso l’ufficio responsabile delle relazioni tra la Santa Sede e la Repubblica Federale Tedesca <473. Un ulteriore contatto citato nel documento è monsignor Karl Bayer <474, membro della Commissione di Assistenza papale per prigionieri di guerra tedeschi in Italia e futuro Segretario generale della Caritas Internationalis, oltre a collaboratore della già citata rete di Hudal e Rauff presso il Collegio Teutonico <475.
Anche se i contatti dell’ODEUM Roma con gli ambienti vaticani sembrano essere dunque stati numerosi, è tuttavia difficile stabilire quanti di essi risalgano davvero alla mediazione di Johannes. Un indizio a tal proposito offre un ulteriore documento del BND [servizio segreto della Germania Federale], in cui viene citato un passaggio, tratto da un curriculum redatto da Johannes nel ’51, che getta luce sui legami del capo dell’ODEUM Roma con ambienti vaticani:
“Es scheint erwähnenswert, daß gelegentlich einer apostolischen Visitation im Orden 1950 der vom Heiligen Vater beauftragte Apostolische Visitator, Erzbischof Ilario Alcini, mir nach Abschluß der Visitation persönlich mitteilte, daß sein Bericht an den Heiligen Vater meine Person und die geleistete Arbeit anerkennend erwähnt […] und auch auf das Kuriosum hinweise, daß hier ein Protestant in der Behandlung heikeler [sic.] innerkatholischer Interessen mit behutsamem Takt und in einem rein katholischen Sinne vorgegangen sei” <476.
Anche se non emerge dal documento per quale precisa ragione l’arcivescovo Alcini avrebbe dovuto menzionare Johannes e il suo impiego al servizio di von Thun-Hohenstein in un report del 1950, successivo, quindi, all’allontanamento dell’ex fisico nucleare dallo SMOM, si potrebbe supporre quale forte impatto positivo il “report Alcini”, sottoposto al papa in persona, avrebbe avuto sui rapporti tra l’ODEUM Roma e il Vaticano. Di ciò sembra essere stato consapevole anche l’autore del succitato documento, il quale, dopo aver citato l’appena menzionato passaggio del curriculum di Johannes del ’51, annota: «Detto ciò, diventa chiaro come il protestante Dr. Gehlen si sia procurato i contatti col Vaticano» <477.

[NOTE]460 M.E. Reese, Organisation Gehlen, cit., p. 137.
461 Segretissimo Rapporto dell’Ufficio Esteri dell’ambasciata tedesca di Bruxelles, 23 febbraio 1943, in N. Tranfaglia, La “Santissima Trinità”. Mafia, Vaticano e servizi segreti all’assalto dell’Italia 1943-1947, Bompiani, Milano 2011, p. 5.
462 Wolken über dem Throne Petri, Johannes Gehlen, 17 marzo 1950, BND-Archiv, 220815, doc. 025. Nel caso di un decesso del papa, nelle condizioni attuali il Conclave sarebbe composto da venti cardinali italiani e trentaquattro cardinali stranieri. Tale composizione lascerebbe supporre l’elezione di uno straniero nelle prossime elezioni papali. In tal caso tenderemmo piuttosto ad escludere l’elezione di un candidato appartenente a una qualche nazione grande, come l’America […]. Come “ipotesi di lavoro” […] potremmo piuttosto prevedere, nel caso di eventuali elezioni papali, la nomina di un candidato appartenente a una nazione piccola, priva di un peso determinante a livello internazionale. Un tale sviluppo sarebbe certamente in Italia causa di malcontento e dispiacere.
463 Ibidem.
464 E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., pp. 59-60.
465 Bericht N° 16, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 26 aprile 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 099.
466 Ibidem.
467 Bericht N° 19, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 4 luglio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 079.
468 Meldung, Betr.: Besprechung mit S-1933 am 9. September 48, 14 settembre 1948, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000411.
469 Control Form Willy Heinrich Friede, 6 ottobre 1953, FOIA CIA, NWCDA, cartella Friede, Willy Heinrich, doc. 004.
470 Renseignements sur les frères Omez, Guignot, allegato a Bericht N° 10, 13 febbraio 1948, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 119.
471 Note de frais pour le bien de l’Ordre, Guignot, 18 luglio 1950, BND-Archiv, 220815, doc. 622.
472 Subject: Rome Group, Reinhard Gehlen a James Critchfield, 8 maggio 1950, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000123.
473 Memorandum, 10 maggio 1950, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 119.
474 Ibidem.
475 E. Klee, Persilscheine und falsche Pässe, cit., pp. 27-28.
476 BND und Vatikan, 22 settembre 1982, BND-Archiv, 42507. Sembra degno di nota che, in occasione di una visita apostolica presso l’Ordine nel 1950, l’arcivescovo Ilario Alcini, visitatore apostolico nominato dal Santo Padre, alla fine della visita mi abbia riferito personalmente che il suo resoconto indirizzato al Santo Padre menzioni con apprezzamento la mia persona e il lavoro da me svolto […], sottolineando anche la curiosa circostanza che in questo caso un protestante [Johannes fa riferimento a se stesso] abbia gestito delicate questioni interne al mondo cattolico con sensibile tatto e in un senso pienamente cattolico.
477 Ibidem.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

#1943 #1949 #1950 #anticomunismo #CIA #Federale #FerdinandVonThunHohenstein #Germania #JohannesGehlen #Malta #ODEUM #ordine #OrganisationGehlen #Ovest #PioXII #Pullach #ReinhardGehlen #roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #segreti #servizi #SigismundVonBraun #StanislaoPecci #Vaticano #WillyFriede


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canali di slowforward et alia


DAL 2003, SLOWFORWARD è il sito più testardo, aggiornato (e anziano) su #scritture di ricerca, #arte contemporanea, #musica sperimentale, materiali verbovisivi, #asemic writing, #poesia concreta, #prosa in prosa, prose brevi, scritture non assertive, littéralité, flarf, sought poetry, #googlism , #fluxus e #anarchia , movimenti, #editoria ‘irregolare’, #glitch , ossessione collezionistica, #audio e #video più o meno deliranti, #network possibili di #sperimentazione , #dada , #derive & compagnia

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slowforward – pur con tutte le sue imperfezioni e contraddizioni – sollecita tutti a evitare, per quanto possibile, i canali generalisti (soprattutto twitter, threads e facebook) e ad andare semmai alla fonte dei materiali, privilegiando piattaforme di condivisione presenti nel #fediverso o che comunque limitano le separazioni interne alle comunità, ed evitano o proprio cancellano del tutto l’invadenza pubblicitaria, lo #shadowbanning , la #censura , gli algoritmi demenziali, le violazioni della (o i comportamenti leggeri in tema di) #privacy
#111 #algoritmi #algoritmo #anarchia #arte #asemic #asemicWriting #audio #Bluesky #censura #comunità #dada #dérive #editoria #FEDIVERSO #flarf #fluxus #glitch #googlism #Instagram #littéralité #Mastodon #materialiVerbovisivi #mediaGeneralisti #movimenti #Movimento #musicA #musicaSperimentale #network #noFacebook #noThreads #noTwitter #ossessioneCollezionistica #piattaformeGeneraliste #poesia #privacy #prosa #ProsaInProsa #proseBrevi #scritture #scrittureNonAssertive #separazione #separazioni #shadowbanning #slowforward #soughtPoetry #sperimentazione #Telegram #video #whatsapp


dip 045, “social”?


l’algoritmo di #Threads (forse il peggior social in cui mi sia imbattuto) sembra perfino più demenziale di quello di #facebook o di #twitter: deve in qualche modo creare una specie di mare magnum in cui tutti perdono tutti.
per non parlare del sistema del “repost”, che funziona con #wordpress e che mi permette di ripostare (appunto) in automatico i materiali che escono su slowforward.net. sono tutti praticamente INVISIBILI. Threads (come facebook e soprattutto twitter) lavora solo per sé stesso, questo è quanto.
la logica, nei social media generalisti, è evidente: la creazione di livelli di #separazione tra piattaforma e piattaforma, e (all’interno di queste) tra utente e utente. l’esatto opposto di quello che succede nel #fediverso.

27 mar. 2025

#creazioneDiSeparazione #dip045 #dip045 #facebook #FEDIVERSO #invisibilitàShadowbanning #mediaGeneralisti #separazione #slowforward #social #socialNetwork #threads #twitter #WordPress


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[podcast] Pride e altro


Internazionale – Pride – La storia del Pride in otto puntate. Di Claudio Rossi Marcelli.

La storia dell’umanità è costellata di lotte per i diritti e, anche se non sempre in modo lineare, tende a procedere in una lenta conquista di nuove libertà. In questo percorso però ci sono dei momenti cruciali di rottura, di rivoluzione, in cui la battaglia sembra compiere improvvisamente un salto in avanti.


Choramedia – Prima – Di Sara Poma.

Prima è il viaggio di Sara Poma attraverso la vita di Maria Silvia Spolato, la sua militanza e la sua sparizione, la scelta o la condanna all’oblio, a seconda dei punti di vista. Un viaggio che parte da una domanda personale: come sarebbe stata la vita dell’autrice se non ci fosse stato il coraggio di Maria Silvia e di tutte quelle e quelli venuti prima

#LGBTQ_ #mariaSilviaSpolato #podcast #pride

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nel comparto exlet del sito ‘ahida’, antonio francesco perozzi annota “casino conolly”, di mariangela guatteri (+ alcuni testi)



cliccare per leggere

ahidaonline.com/post/exletcasi…

#ahida #AntonioFrancescoPerozzi #CasinoConolly #exlet #ilVerri #kritik #MariangelaGuatteri #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca

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Io e te


Yawn.
Beh, buongiorno.
Ha fatto freddo stanotte, sai? Potrebbe volermici più del solito a entrare in temperatura questa mattina.
Ha proposito di mattina, il computer di bordo indica che è sabato. Come mai sei già in piedi a quest’ora? Giusto, non puoi sentire i miei pensieri, sempre ammesso che pensieri si possano chiamare.
Cosa vedo? È un’aspirapolvere quella che hai in mano? Finalmente! Erano mesi che non mi pulivi. Ho talmente tanti sassolini sotto i tappetini da aver guadagnato quasi tre etti.
Svuoti il baule prima? Ah, pulizia profonda. Sì, ne avevo proprio bisogno.
Ahahahah, piano! Lì, dietro il sedile del passeggero, soffro il solletico!
Il panno sul cruscotto invece mi piace molto. È morbido e toglie tutta la polvere. Sei fortunato che non sono allergica a queste cose.
Bene, pulizia finita, tempo di riempire di nuovo il baule.
No, oggi no, a quanto pare.
E ora? Dove vai? Perché torni in casa? Pensavo saremmo andati a fare un giro.

Ah, eccoti di nuovo! Bentornato. Vedo che ti sei vestito sportivo. Hai in programma un giro in palestra? Sono proprio curiosa di vedere dove mi porti così presto di sabato mattina.
Gira di qua. Gira di là. Mi sembrano sempre le solite strade. Forse andiamo al supermercato? No, mi pare di no. Anzi, sono sicura, visto che non hai preso la solita strada.
Uh, siamo al concessionario dove mi hai acquistata tredici anni fa!
Vediamo un po’ le giovinastre come sono al giorno d’oggi. Tutte alte, squadrate. Hanno tutte l’aria un po’ imbronciata queste qui, niente a che vedere con le mie linee morbide e slanciate.
Vediamo un po’, parcheggiamo dietro.
Che cosa strana.
Non ho nulla fuori posto, al massimo un sensore inutile, e il tagliando l’abbiamo fatto da poco. La revisione è prevista per il prossimo anno.
Non capisco.
Beh, ci vediamo dopo.

Si avvicina qualcuno. Non è il mio padrone.
Chi sei tu? Che vuoi da me?
Forse è un suo amico. Beh, è ben vestito, di sicuro è un tipo raccomandabile.
Però non mi piace come mi guarda. Mi gira intorno, mi scruta, apre le portiere e tutti i cassettini per guardare, per cercare.
Mah, che tipo strano.
E ora, che fai? Segna il mio numero di telaio su un foglio.
Mah, che tipi strani frequenta il mio padrone.

Ecco di nuovo il tipo elegante.
Ha le mie chiavi, in mano!
Ora che è seduto sul sedile sento il suo profumo. È buono, ma non è come quello del mio padrone.
E ora che fa? Mi lascia qui col motore acceso? Perché se ne va?
Eccolo che torna. È con un altro signore, coi capelli bianchi.
Sono troppo lontani, non sento cosa si stanno dicendo col motore acceso.
Mi indicano. Mi sa proprio che parlano di me.
Il signore coi capelli bianchi
ha aperto il mio cofano. Sta guardando dentro. E ora? Infila una mano, ma è delicato. Sembra quasi che non voglia rompere qualcosa lì, dentro il cofano.
Anche a chiudere il cofano è gentile, proprio come il mio padrone.
Scuote la testa.
Chissà che significa.
So solo che almeno ora il signore elegante ha spento il motore e posso riposare.

Torna ancora il tipo elegante.
Ancora col motore acceso e ora che fa?
Mi porta fuori?
Uh, un camion. E ha con se tante altre macchine.
Carine, le vecchiotte.
Ma quella là in fondo è messa malaccio.
Il tipo elegante mi ha guidato sopra degli scivoli di metallo e un tizio strano, con delle bretelle blu della BMW mi ha legato al rimorchio.
Il tipo elegante se ne va.
Chissà che succede ora.
Chissà come sta il mio padrone.

La bisarca era piena. Automobili vecchie, per lo più, e poi ce n’era una incidentata, tanto che si poteva vedere l’interno senza dover aprire le portiere.
Vennero scaricate alla buona, senza fare caso a eventuali botte con altri mezzi. Il terreno ghiaioso alzava piccole nuvolette ogni volta che le ruote lasciavano gli scivoli di metallo.
«Giacomo, vai un po’ a prendere il foglio di carico. Vediamo se hanno portato le auto giuste, prima di fare come l’altra volta.»
«Eccolo capo.»
«Dunque, controlliamo i numeri di telaio. Non dovrebbe volerci molto.»
Terminato il controllo, le auto vennero messe in fila, pronte per il ragno meccanico.
Una a una finivano nel compattatore che le trasformava in solidi cubi di metallo, cavi e residui di vetro.
«Bene, questa è l’ultima. Certo che è un peccato, è ancora in buone condizioni.»
«Dici? Sta perdendo olio.»
«Dove?»
«Lì, dai fari. A guardarla bene, sembra quasi che stia piangendo.»


Ho scritto questo racconto un anno fa, quando ho dovuto cambiare auto. Ero molto dispiaciuto e mi sono immaginato cosa avrebbe pensato la mia macchina in quei momenti e dopo il nostro addio.

#Racconti

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condanna neocinesica di tastiera bruttina


Appena sveglia stamattina (anche se gli eventi sono successi ieri sera), per fortuna, c’è un aggiornamento sulla questione tastiera… ma non uno davvero piacevole. Affatto!!! Per apparare finché la tastiera meccanica non si sistemerà da sola, infatti, al casalinghi cinese (l’unico vicino aperto alle 20:40…) ne ho comprata una membrana totalmente indegna di nota… eccetto che è pur sempre un acquisto cinese, ovviamente col suo packaging, e quindi c’è purtroppo molto da dire. Con calma… tanto ora posso scrivere, pure se non con estremo piacere… 🥴

Per prima cosa, quindi, la scatola, che curiosamente non fa piangere, visto che è scritta in italiano corretto (seppur lievemente buffo)… ma certamente lascia con più dubbi di quanti ne riesca mai a fugare: prima quei punti di forza sul fronte, che per qualche motivo sono in inglese mentre il titolo è in italiano… e poi il retro, che passa dallo spacciare il normalissimo meccanismo a membrana come “preciso, fino ad arrivare a dire che i LED (i 3 dei tasti lock…) “permettono alla tastiera di essere usata in ambienti con poca luce“, come se non fossero degli stupidi puntini verdi in alto a destra (e ovviamente non c’è alcun “effetto luce arcobaleno” come il davanti dice). Però ehi, la tastiera comunque ha un “design accattivante e giovanile” ed è adatta per lavoro, studio e gaming… e infatti per lo svago, che sarebbe la mia macrocategoria, non è ideale. 😩
Fronte tastiera, dettagli evidenziati come descritti, e fronte scatola:"TASTIERA CON CAVO""K-C01"Retro tastiera, dettagli evidenziati come descritti, e retro scatola
Poi, però, la tastiera… Nella foto sulla scatola sembrava molto peggio rispetto a com’è davvero… il che è tutto dire, però già fa pensare: in foto sembra molto mutata di colori e sfocata, fatta di un nero tendente al rosso… e vabbè, classico difetto di fotografia e/o di stampa, niente di che. C’è poco da dire, è decente, ma veramente non più di ciò: il travel è medio, la pressione è abbastanza morbida ma da comunque un feedback tattile buono, ma l’incanalatura dei tasti è talmente lieve che nemmeno si sente… ed il fatto che sia 100% è un problema, perché il mio tappetino lungo è corto (vietato ridere per questo ossimoro…), quindi con questa tra le scatole rimane poco spazio per muovere il mouse. Ovviamente i dettagli strani non mancano neanche qui e anzi, c’è l’imbarazzo della scelta: dall’etichetta dietro appiccicata leggermente storta, al retro che è semplicemente bruttissimo per via dell’insolitamente alta quantità di fori sia veri (per le viti o per l’aria) che finti (???), alla plastica lavorata talmente al risparmio che si vedono le linee di stampo davanti, fino al tasto Caps Lock il cui dislivello ha sul lato interno una forma a trapezio. (Edit, dimenticavo di dire: la tastiera è estremamente leggera, decisamente più del normale, il che sicuramente contribuisce a farla sentire cheap… però non si incurva sensibilmente usandola, anche sbattendo i tasti molto forte, a meno di non appoggiarcisi volutamente con forza, quindi è OK) 🤯

Ma ora comunque, ahi ahi, inizia il brutto… il prezzo: 10 euro. Un assoluto rossone per una tastiera che dire normale è dire poco, e che un decennio fa sarebbe costata al massimo sui 6 euro nello stesso tipo di negozio… ma che oggi, ad onor del vero, anche tra Amazon o AliExpress senza sconti, ovunque, si aggira comunque su questa fascia di prezzo. Una tastiera di Hutrade Technology poi, una marca che (come al solito) non ho mai visto, e che credo difficilmente vedrò ancora… pure questo, insomma, è l’ennesimo indicatore di recessione che temevo, ma che nonostante ciò non mi aspettavo di vedere sul serio, francamente. 😤
Interno scatola come evidenziato, e scontrino
Per fortuna, ci sono infine altre piccole cose strane che quasi (quasi…) giustificano il prezzo, perché mi danno molto da ridere e scrivere. Innanzitutto, riguardando alla scatola, si legge che sarebbe “Compatibile con…” e a parte che, lo sappiamo, non ha senso specificarlo, perché una tastiera USB standard è compatibile con letteralmente qualsiasi cosa che accetti tastiere… ma poi… “Compatibile con 10/7/Vista/XP” cosa? Windows o Linux? E scusa, Linux 11, 8.1 e 8 non funzionano? E Linux 2000, Me e 9x? Ed MS-Unix, invece??? Però poi boh, dentro la scatola ci sono per giunta dei tondini di cartone, come se si fossero staccati da qualche parte per rivelare dei buchi… ma il problema è che io non vedo un singolo angolo da cui questi sarebbero presumibilmente caduti a scatola chiusa, quindi penso che ci siano finiti dentro dalla catena di montaggio (ma quindi sarebbero solo una parte del totale)… e inoltre la scatola è quel poco più grande della tastiera che basta per farla ballare dentro malamente, a tal punto che i piedini di plastica hanno graffiato la parte più superficiale nei punti in alto… Vabbuono. 😷

#buffo #cheap #cinese #keyboard #membrane #tastiera


Gli spaccamenti capitanti, nuova murfianza per rompere l’umore


È a dir poco sconcertante (!), ma la maledizione di Murphy si è gravemente abbattuta su di me in questi ultimi giorni… mi si sta letteralmente rompendo tutto, ogni cosa che possiedo, tutti i miei averi tangibili. Questo è ovviamente un duplice problema, perché da un lato sono tirchia e non voglio (ri)comprare assolutamente niente, e dall’altro la distruzione di tutti i miei strumenti ed il mio ambiente di lavoro mi porta a distrarmi e dunque a disperarmi ancora di più del già abbastanza alto normale. A parte i soliti problemi col PC, e il telefono che è lento, infatti, ora piano piano arrivano anche degli spacc fisici, e io sto per perdere così forte la pazienza che potrei arrivare a ricostruirmi tutta la roba che mi serve con soltanto cartone e colla, così almeno so che resiste… 😭

Non c’è solo la roba elettronica a rompersi (e a rompere a me le scatole, nel farlo…) infatti, in questo caso. Forse per il caldo e l’umidità insieme (ma in realtà non ne ho idea) gli appendicazzi schifosi che uso per appendere roba al lato del mobile dove ho la scrivania stanno iniziando a crollare uno dopo l’altro, al ritmo di tipo 1 al giorno… che è preoccupante a dir poco. La colla si secca, l’adesivo si spacca, e quindi cade ogni cosa. Prima è caduto quello che uso per tenere rialzata dal pavimento la prolunga elettrica, poi è caduto quest’altro su cui avevo tanto accuratamente posizionato il ventilatorino da scrivania… è veramente tutto inutile così il tempo da me speso nel fare interior design però, eddai. Mi fa anche così tanto rosicare che deve finire sempre così che ho volontariamente preso uno degli appendini che è caduto e, con calma, l’ho spezzato… e ora quindi dovrò cambiarlo per forza, mentre se non avessi fatto questa stronzata avrei potuto rimetterlo a posto come nuovo con della colla a caldo, che roba. Vabbè va. 😵
Schema cose cadute e punti, come descrittoAppendino blu con la protuberanza esterna spezzata come detto
Ovviamente, comunque, le cose che principalmente si rompono sempre, e che quando lo fanno danno noie serie, sono quelle elettriche. Da svariate sere fa, infatti, non posso più usare la mia striscia LED, perché l’adattatore-microcontroller si è rotto. Non ho capito bene come ma, a giudicare dal fatto che l’innesto jack DC sembra visivamente squagliato, avrà qualcosa a che fare con il fatto che, nelle ultime settimane prima del decesso, il jack in questione diventava veramente caldissimo durante l’uso… e forse faceva già qualche falso contatto, perché ogni tanto le luci si spegnevano da sole per degli istanti. Non ho idea di se fosse l’alimentatore il problema, ma probabilmente è più l’adattatore, perché già da anni dava problemi (per esempio, anche premendo OFF sul telecomando, le luci rimanevano accese di un leggero blu)… magari la porta era di suo prona a rompersi, e facendo contatti sempre più falsi ha fatto disperdere sempre più energia come calore, ed ecco qua. Non ha neanche senso rimpiazzare il connettore a questo punto, meglio comprare nuova tutta la schedina… però il casalinghi cinese non la venderà mai da sola, e online costa più del dovuto, quindi fin’ora sono rimasta letteralmente senza luce colorata, che la sera è una fottuta tragedia. ☠️
Scheda adattatore tolta dalla scatolina, focus sulla porta jack
Beh, però la luce arcobaleno la ho sempre dalla mia tastiera meccanica cinesissima eccetto che potrebbe dover sparire pure quella, perché ha ricominciato a fare le bizze. Mesi fa già aveva dato strani problemi, per cui per giusto qualche giorno un tasto (la lettera E) andava e poi non andava, a momenti completamente a caso; da ieri sera, invece, sono i tasti M ed I a fare lo sciopero, e un po’ anche la J… e il tempo per cui non funzionano è gravemente di più di quello per cui lo fanno. Scuotere, pulire e spolverare, così come premere i tasti più forte o per più a lungo, non cambia assolutamente nulla… semplicemente a momenti scrivono, ed altri no; e qualche volta scrivono con un leggero ritardo dopo averli rilasciati, finendo per inserire dopo un qualche altro simbolo che nel mentre ho premuto. Ah e, nel frattempo, ovviamente la mia chiavetta Bluetooth di 20 anni fa non funziona su Windows 10 64 bit (nonostante su Linux andasse, pure se male, mannaggia a tutt cos); e le altre tastiere USB che ho da parte, oltre ad essere a membrana, sono pure quelle mezze rotte (tra cui una che va su altri PC, ma non sul mio fisso; forse avrà il connettore marcio)… è la megafine. 🙃

La tastiera meccanica nuova non la comprerò neanche per idea, perché se questo problema si era risolto da solo prima allora deve farlo anche ora… altrimenti… ci rimarrò molto molto male!!! Però almeno una tastiera così, da battaglia, mi sa che devo comprarla, al casalinghi cinese, altrimenti finirò a pettinare le bambole per interi giorni. Questo post l’ho scritto dal tablet, per esempio, perché preferisco addirittura usare la tastiera touch mezza laggante piuttosto che quella a membrana con i tasti mezzi affossati e mezzi che non si premono se non si da un pugno, e tutte queste cose qui… Ah, tablet che, a tal proposito, per via del fatto che Samsung usa componenti di merda, ha la porta USB-C mezza rotta (un problema noto su questo modello)… e spero che quantomeno continui a caricare per sempre, quel poco che basta per evitarmi di dover comprare ed installare il pezzo di ricambio (che sarà ugualmente fallato, quindi dopo anni di uso andrebbe nuovamente cambiato…). Non ce la faccio assolutamente più, salvatemi da questa spaccnologia!!! 😨😓😭

#problemi #spacc


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Gioca mondi, non regole

Il potere dell’immaginario condiviso come regolamento invisibile


Esiste una regola che non sta scritta da nessuna parte, ma che plasma il gioco più di qualunque tiro di dado o tabella: la coerenza dell’immaginario condiviso.
È ciò che S. John Ross ha definito “regolamento invisibile”: l’insieme delle assunzioni implicite che tutti al tavolo condividono sul funzionamento del mondo, anche senza averle mai esplicitate formalmente.

È un patto silenzioso. Una grammatica comune. E quando c’è, rende superflua la maggior parte delle regole scritte.

L’ambientazione come sistema


Nel gioco di ruolo, le meccaniche determinano il come.
Ma è l’ambientazione che determina il cosa è plausibile.
È il mondo – e non la scheda – a dirci se una cosa ha senso, se può esistere, se è credibile.

E quando quell’immaginario è ben compreso e condiviso da tutti al tavolo, diventa esso stesso un sistema regolativo. Non serve dire “questa cosa è vietata”: nessuno ci penserà nemmeno. Non serve arbitrare ogni interazione: il mondo fornisce già la risposta.

Il GM non ha bisogno di “fare il giudice”. Gli basta far reagire il mondo secondo la sua logica interna.

Esempio: il portale fuori luogo


Un giocatore introduce nel background un portale dimensionale.
Se il mondo è ben condiviso, la reazione non sarà “chissà se lo accettano”, ma piuttosto:
“Aspetta… ma in questo mondo non esistono i portali.”

Il tavolo lo capisce da solo. Non serve vietare. Non serve punire. Il mondo si autoregola.

Quando invece il mondo è solo un contenitore generico – un “fantasy standard”, un “medioevo vagamente magico” – allora tutto può starci. E se tutto può starci, nulla ha peso.

Condividere l’immaginario riduce il lavoro del GM


Paradossalmente, più il mondo è solido e chiaro, meno il GM deve intervenire.
I giocatori sanno cosa aspettarsi. Capiscono da soli cosa è ragionevole. Anticipano le conseguenze.
Non servono ruling astratti: basta chiedersi “come reagirebbe questo mondo?”.

È il motivo per cui le campagne ambientate in mondi storici, o in ambientazioni ben caratterizzate, tendono a essere più fluide: l’immaginario condiviso è già forte, già ancorato.
È anche il motivo per cui i sistemi OSR e FKR funzionano bene senza molte regole: il mondo è la regola.

La coerenza immaginativa è il vero contratto sociale


Molti dibattiti su ruoli, autorità narrativa, “chi può dire cosa” nascono perché manca un mondo chiaro.
Se tutti condividono un immaginario forte, non c’è bisogno di discussioni sui confini: i confini emergono da soli.

Non serve chiedere: “posso fare questa cosa?”
Basta che tutti sappiano che tipo di mondo è. E allora la risposta diventa evidente, senza bisogno di confronto.
Il gioco si alleggerisce. Le frizioni spariscono. Il GM non è più un arbitro costretto a dire no. È un facilitatore che fa reagire un mondo coerente.

Il mondo come fonte di giustizia


Un altro vantaggio spesso trascurato: la coerenza del mondo legittima le decisioni del GM.
Quando il mondo è credibile e funziona da sé, una decisione dura del GM – un fallimento, una morte, un ostacolo – non viene vista come arbitrio.
Viene vista come conseguenza naturale.

Non è il GM a punire. È il mondo a reagire.
E questo cambia tutto.

Conclusione


Giocare mondi significa costruire qualcosa che vive di vita propria.
Qualcosa che non ha bisogno di essere scritto in regole, perché funziona già nella testa di tutti.
Qualcosa che non richiede controllo, perché si governa da sé.

La prossima volta che pensi di dover aggiungere una regola, chiediti:
“Il mondo che stiamo giocando la rende già inutile?”

Perché le regole scritte sono solo stampelle.
È il mondo – se costruito bene – a far camminare davvero il gioco.

#gdr #giochiDiRuolo #tecniche

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I contatti dell’ODEUM Roma con gli ambienti vaticani


Come ha sottolineato Mary Ellen Reese, nonostante «le attività della Chiesa cattolica costituiscano uno dei fili rossi alla base degli intrecci della storia dello spionaggio», il ruolo del Vaticano durante la “guerra di spie” del secondo dopoguerra è quasi impossibile da ricostruire <460. Certo è, tuttavia, che la Santa Sede era attivamente coinvolta nella battaglia anticomunista sin dall’inizio. Già nel ’43 Pio XII si era mostrato «turbato dai successi militari dei russi» e «angosciato anzitutto dalla minaccia bolscevica» <461, un atteggiamento che avrebbe poi reso il Vaticano, durante la guerra fredda, una sorta di “avamposto” simbolico della cristianità cattolica in lotta contro l’ateismo di stampo sovietico. Per i servizi segreti occidentali, di conseguenza, la Santa Sede avrebbe costituito un legame imprescindibile e, come si vedrà, anche l’ODEUM Roma [antenna di spionaggio della Germania Ovest] avrebbe investito quantità non indifferenti di tempo ed energia nella costituzione di legami con ambienti vicini al Santo Padre.
L’ODEUM Roma e i legami con esponenti del clero cattolico
“Im Falle eines Ablebens des Papstes so wäre unter den augenblicklichen Verhältnissen das konklave [sic.] aus zwanzig italienischen und vierunddreissig ausländischen Kardinälen zusammengesetzt. Diese Zusammensetzung würde bei der Papstwahl die Wahl eines Ausländers vermuten lassen. In einem solchen Falle neigen wir eher dazu den Angehörigen eines grossen Landes, zum Beispiel Amerikas, auszuschliessen […]. Als „Arbeitshypothese“ […] würden wir bei einer etwaigen Papstwahl mit einem Angehörigen einer kleinen Nation, die kein wesentliches Gewicht auf der internationalen Ebene besitzt, rechnen können. Sicher würde eine solche Entwicklung in Italien Unmut und Trauer auslösen”. <462
Con queste parole Johannes [Gehlen] avrebbe chiuso il suo report del ‘50 sulle previsioni di eventuali future elezioni papali, secondo le stime dell’ODEUM Roma. Nel 1958, con la morte di Eugenio Pacelli e l’elezione al soglio pontificio dell’italiano Angelo Giuseppe Roncalli, si sarebbe dimostrata l’erroneità delle su citate valutazioni di Johannes <463. È in qualche modo sconcertante la suddetta affermazione dell’ex fisico nucleare, soprattutto alla luce delle sue presunte ampie e abituali frequentazioni con alcuni ambienti vaticani, delle quali si parlerà a breve, e le quali sembrerebbero indicare una certa base di conoscenza della tradizione di elezione di papi italiani. Come hanno sottolineato anche Schmidt-Eenboom, Franceschini e Wegener Friis, i contatti con la Santa Sede sarebbero stati di grande importanza per l’Organisation Gehlen e per la CIA per due motivi in particolare. Innanzitutto presso il Vaticano giungevano quotidianamente notizie da ogni angolo della terra, utili ai servizi segreti degli stati occidentali. In secondo luogo, il sostegno di certi ambienti vaticani avrebbe, da una parte, facilitato eventuali future collaborazioni con servizi d’intelligence occidentali di stati di forte impronta cattolica, mentre, dall’altra, si sarebbe rivelato utile nella lotta contro i paesi sotto influenza sovietica e di stampo ateo <464. Quali erano quindi i contatti grazie a cui Johannes e il suo gruppo avrebbero analizzato le politiche della Santa Sede? E si può parlare di una vera e propria collaborazione, anche in senso spionistico, tra l’Organisation Gehlen e certi ambienti vaticani, attraverso l’ODEUM Roma?
Lo SMOM e Willy Friede come “artefici” dei primi contatti con gli ambienti vaticani
Per scoprire a quando risalgono i primi contatti di Johannes con gli ambienti vaticani, bisogna guardare innanzitutto al periodo da lui trascorso negli ambienti dello SMOM [Sovrano Militare Ordine di Malta] a fianco a von Thun-Hohenstein. Come è stato detto in precedenza, l’ex fisico nucleare si era riavvicinato a von Thun-Hohenstein, un suo amico di vecchia data, già nel biennio ’46-’47, quindi poco dopo il proprio rientro in Italia. Grazie alla mediazione del conte altoatesino, Johannes sarebbe quindi dapprima stato inserito, come si è visto, a titolo volontario all’interno di alcune commissioni dell’Ordine nel ’47 e poi, a partire dal ’48, avrebbe funto come addetto alla Segreteria particolare di von Thun-Hohenstein e come assistente privato di quest’ultimo. È stato dimostrato in precedenza che tali attività avrebbero costituito una mera copertura per l’operato d’intelligence dell’ex fisico nucleare, copertura che gli avrebbe anche permesso di tessere i primi contatti con gli ambienti vaticani.
Tali primi contatti, come dimostrano i report inviati da Johannes al fratello [Reinhard Gehlen], avrebbero compreso anche quello con il barone Stanislao Pecci, plenipotenziario dello SMOM presso il Vaticano. Tuttavia eventuali speranze di tessere forti e fruttuosi legami con il Vaticano tramite Pecci sarebbero presto andate deluse. Secondo l’ex fisico nucleare, Pecci era «del tutto inutile come fonte d’informazione sia per Ferdinand [von Thun-Hohenstein] che per me, in quanto gli mancano le capacità necessarie» <465. Inoltre il barone, come già ricordato, era considerato la guida del cosiddetto “partito d’opposizione” che riuniva gli antagonisti di von Thun-Hohenstein di via Condotti, circostanza che avrebbe reso una collaborazione tra Pecci e Johannes impossibile <466. Tuttavia lo SMOM avrebbe offerto anche altre possibilità all’ex fisico nucleare, non tanto rispetto alla costituzione di legami con la Santa Sede, ma piuttosto per quanto riguarda la raccolta di informazioni e un’analisi di quest’ultima. Infatti, in qualità di addetto e responsabile della segreteria particolare di von Thun-Hohenstein, Johannes avrebbe avuto, a suo dire, accesso a gran parte della documentazione disponibile concernente i contatti tra lo SMOM e il Vaticano <467. È allora lecito supporre che molte informazioni riguardanti la Santa Sede e mandate dall’ODEUM Roma alla centrale di Pullach [cittadina dove era situata la sede dei servizi segreti della Germania Ovest] tra il ’48 e il ’49 si sarebbero almeno parzialmente basate sulle carte conservate e gestite presso la suddetta segreteria.
Accanto ai succitati sbocchi che lo SMOM avrebbe offerto a Johannes per avvicinarsi agli ambienti vaticani o, almeno, di raccogliere informazioni utili ai fini d’intelligence su questi ultimi, si sarebbe rivelata fondamentale la mediazione di Willy Friede. Quest’ultimo, come è stato detto in precedenza, si era legato a figure del clero romano già prima di iniziare, a partire dal ’48, a collaborare con Johannes e il suo nascente gruppo spionistico. Infatti un documento BND lo descrive come «consulente e funzionario dei Gesuiti», senza però chiarire i dettagli di questa presunta attività di Friede per il suddetto Ordine religioso <468. Il nuovo membro dell’ODEUM Roma era in ottimi rapporti con vari esponenti gesuiti e, se si vuole prestare fede a quanto affermato dai documenti della CIA, Friede sarebbe addirittura stato il vero artefice di tutti legami più importanti dell’ODEUM Roma con il Vaticano <469. Inoltre, seppur in misura minore rispetto a Friede, anche Guignot e von Fransecky avrebbero contribuito ad ampliare la rete di contatti del gruppo romano con gli ambienti vaticani. Così, ad esempio, è provato che Guignot si occupasse della raccolta d’informazioni sul conto di vari membri del clero francese470, oltre al fatto che si fosse recato varie volte in Vaticano a scopi non meglio specificati <471. Infine Guignot sembra essere stato in contatto con il cardinale francese Eugène Tisserant, decano del collegio cardinalizio e successivamente archivista e bibliotecario della Santa Romana Chiesa <472. Von Fransecky, da parte sua, coltivava rapporti con il già citato Sigismund von Braun, influente ex legato d’ambasciata del Terzo Reich presso la Santa Sede e futuro diplomatico della RFT.
Grazie a questi due “canali”, lo SMOM, da una parte, e i membri dell’ODEUM Roma dall’altra, nel ’50 Johannes era ormai riuscito a costruirsi una serie di contatti con gli ambienti vaticani, come dimostra un documento risalente al maggio dello stesso anno. Stando a quanto affermato dall’ex fisico nucleare, l’ODEUM Roma si era messo in contatto, fra gli altri, con rappresentanti della Segreteria di Stato della Città del Vaticano, fra cui Bruno Wüstenberg, allora impiegato presso l’ufficio responsabile delle relazioni tra la Santa Sede e la Repubblica Federale Tedesca <473. Un ulteriore contatto citato nel documento è monsignor Karl Bayer <474, membro della Commissione di Assistenza papale per prigionieri di guerra tedeschi in Italia e futuro Segretario generale della Caritas Internationalis, oltre a collaboratore della già citata rete di Hudal e Rauff presso il Collegio Teutonico <475.
Anche se i contatti dell’ODEUM Roma con gli ambienti vaticani sembrano essere dunque stati numerosi, è tuttavia difficile stabilire quanti di essi risalgano davvero alla mediazione di Johannes. Un indizio a tal proposito offre un ulteriore documento del BND [servizio segreto della Germania Federale], in cui viene citato un passaggio, tratto da un curriculum redatto da Johannes nel ’51, che getta luce sui legami del capo dell’ODEUM Roma con ambienti vaticani:
“Es scheint erwähnenswert, daß gelegentlich einer apostolischen Visitation im Orden 1950 der vom Heiligen Vater beauftragte Apostolische Visitator, Erzbischof Ilario Alcini, mir nach Abschluß der Visitation persönlich mitteilte, daß sein Bericht an den Heiligen Vater meine Person und die geleistete Arbeit anerkennend erwähnt […] und auch auf das Kuriosum hinweise, daß hier ein Protestant in der Behandlung heikeler [sic.] innerkatholischer Interessen mit behutsamem Takt und in einem rein katholischen Sinne vorgegangen sei” <476.
Anche se non emerge dal documento per quale precisa ragione l’arcivescovo Alcini avrebbe dovuto menzionare Johannes e il suo impiego al servizio di von Thun-Hohenstein in un report del 1950, successivo, quindi, all’allontanamento dell’ex fisico nucleare dallo SMOM, si potrebbe supporre quale forte impatto positivo il “report Alcini”, sottoposto al papa in persona, avrebbe avuto sui rapporti tra l’ODEUM Roma e il Vaticano. Di ciò sembra essere stato consapevole anche l’autore del succitato documento, il quale, dopo aver citato l’appena menzionato passaggio del curriculum di Johannes del ’51, annota: «Detto ciò, diventa chiaro come il protestante Dr. Gehlen si sia procurato i contatti col Vaticano» <477.

[NOTE]460 M.E. Reese, Organisation Gehlen, cit., p. 137.
461 Segretissimo Rapporto dell’Ufficio Esteri dell’ambasciata tedesca di Bruxelles, 23 febbraio 1943, in N. Tranfaglia, La “Santissima Trinità”. Mafia, Vaticano e servizi segreti all’assalto dell’Italia 1943-1947, Bompiani, Milano 2011, p. 5.
462 Wolken über dem Throne Petri, Johannes Gehlen, 17 marzo 1950, BND-Archiv, 220815, doc. 025. Nel caso di un decesso del papa, nelle condizioni attuali il Conclave sarebbe composto da venti cardinali italiani e trentaquattro cardinali stranieri. Tale composizione lascerebbe supporre l’elezione di uno straniero nelle prossime elezioni papali. In tal caso tenderemmo piuttosto ad escludere l’elezione di un candidato appartenente a una qualche nazione grande, come l’America […]. Come “ipotesi di lavoro” […] potremmo piuttosto prevedere, nel caso di eventuali elezioni papali, la nomina di un candidato appartenente a una nazione piccola, priva di un peso determinante a livello internazionale. Un tale sviluppo sarebbe certamente in Italia causa di malcontento e dispiacere.
463 Ibidem.
464 E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., pp. 59-60.
465 Bericht N° 16, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 26 aprile 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 099.
466 Ibidem.
467 Bericht N° 19, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 4 luglio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 079.
468 Meldung, Betr.: Besprechung mit S-1933 am 9. September 48, 14 settembre 1948, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000411.
469 Control Form Willy Heinrich Friede, 6 ottobre 1953, FOIA CIA, NWCDA, cartella Friede, Willy Heinrich, doc. 004.
470 Renseignements sur les frères Omez, Guignot, allegato a Bericht N° 10, 13 febbraio 1948, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 119.
471 Note de frais pour le bien de l’Ordre, Guignot, 18 luglio 1950, BND-Archiv, 220815, doc. 622.
472 Subject: Rome Group, Reinhard Gehlen a James Critchfield, 8 maggio 1950, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000123.
473 Memorandum, 10 maggio 1950, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 119.
474 Ibidem.
475 E. Klee, Persilscheine und falsche Pässe, cit., pp. 27-28.
476 BND und Vatikan, 22 settembre 1982, BND-Archiv, 42507. Sembra degno di nota che, in occasione di una visita apostolica presso l’Ordine nel 1950, l’arcivescovo Ilario Alcini, visitatore apostolico nominato dal Santo Padre, alla fine della visita mi abbia riferito personalmente che il suo resoconto indirizzato al Santo Padre menzioni con apprezzamento la mia persona e il lavoro da me svolto […], sottolineando anche la curiosa circostanza che in questo caso un protestante [Johannes fa riferimento a se stesso] abbia gestito delicate questioni interne al mondo cattolico con sensibile tatto e in un senso pienamente cattolico.
477 Ibidem.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

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