TORTURA E GENOCIDIO. IL NUOVO RAPPORTO ONU DI FRANCESCA ALBANESE (A/HRC/61/71)
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di Lavinia Marchetti
Sono ben conscia che l’Italia sembra in altre faccende affaccendata, tra referendum che non cambieranno di una virgola il nostro vivere quotidiano (tranne, forse, smorzare un po’ la deriva autoritaria di questo governo, e non è poco)) e la guerra contro l’Iran. Sono ben conscia che la Palestina, come argomento, ormai interessi a poche persone, come sempre succede con certe situazioni. Finché ne parlano i grandi media resta l’attenzione, appena i media si girano dall’altra parte e passano alla notizia successiva, resta una piccola porzione di persone a mantenere vigile l’attenzione e a protestare in piazza. Forse è fisiologico, forse è altro. Non è l’argomento che voglio trattare oggi. Infatti voglio parlare del recente rapporto della Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese, report che si occupa di un tema importante (quello che anch’io ho trattato più estesamente nel mio testo) che è lo smascheramento del sistema di occupazione israeliano come un'entità biopolitica che utilizza la sofferenza e la tortura come strumento di pulizia etnica. Niente che non sapessimo. Ma dal sapere per sentito dire a mostrare le prove in sede ONU c’è una bella differenza. Nelle conclusioni Albanese arriva a formulazioni durissime e, a mio avviso, doverose: quando la tortura attraversa un intero territorio e viene sostenuta da politiche che distruggono le condizioni della vita, “the genocidal intent is apparent”; poco dopo aggiunge che il genocidio è diventato “the ultimate form of torture”.
LA TORTURA COME STRUTTURA GENERALIZZATA
Il rapporto demolisce l'idea che gli abusi siano "eccessi" individuali. La tortura viene definita come una funzione intenzionale e sistematica volta a spezzare la nazione palestinese in quanto tale.
Leggiamo da pag. 1:
"In questo rapporto, la Relatrice Speciale esamina l'uso sistematico da parte di Israele della tortura contro i palestinesi del territorio palestinese occupato dal 7 ottobre 2023, comprendendo pratiche detentive e non detentive che soddisfano la soglia del genocidio ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. Documenta come la tortura sia diventata parte integrante del dominio e della punizione inflitti a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in custodia che attraverso una spietata campagna di sfollamento forzato, uccisioni di massa, deprivazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza per infliggere dolore e sofferenza collettiva a lungo termine. Viene imposto un regime continuo e territorialmente pervasivo di terrore psicologico, progettato per spezzare i corpi, privare un popolo della sua dignità e costringerlo ad abbandonare la propria terra. Questa non è violenza incidentale. È l'architettura del colonialismo d'insediamento, costruita su fondamenta di deumanizzazione e mantenuta da una politica di crudeltà e tortura collettiva."
Nel rapporto, la tortura non rientra in un quadro di eccezionalità e si rivela come la norma di una sovranità che non cerca l'obbedienza del suddito, ma la sua cancellazione esistenziale. Politicamente dobbiamo guardare al genocidio della popolazione palestinese e alla sua "deumanizzazione" come a una premessa logica del colonialismo. Infatti la tortura non serve quasi mai per ottenere informazioni. L’effetto che produce è quello di un corpo palestinese "frantumato", incapace di abitare e/o pensare il futuro. È il trionfo della forza che si fa "legge della giungla" in pieno XXI secolo.
IL DEGRADO ULTERIORE DELLA RIVOLUZIONE CARCERARIA
Il rapporto analizza come il sistema detentivo sia diventato un piano coordinato di vendetta collettiva, guidato esplicitamente da figure istituzionali come Itamar Ben-Gvir. Il report parla di oltre 18.500 arresti palestinesi dal 7 ottobre 2023, almeno 1.500 minori, 9.245 detenuti ancora in custodia a febbraio 2026, più di 4.000 casi di sparizione forzata, e fra 84 e 94 morti in detenzione.
A pagina 2 leggiamo che:
"L'escalation della tortura nei centri di detenzione israeliani è un piano coordinato. Il Ministro della Sicurezza Nazionale del Paese, Itamar Ben-Gvir, che sovrintende al Servizio Carcerario Israeliano, ha promosso la sua 'rivoluzione carceraria', che ha istituzionalizzato una politica di degradazione. Il 14 novembre 2023, il Ministro ha ordinato che i detenuti palestinesi etichettati come 'terroristi' siano tenuti ammanettati in celle buie con letti di ferro e latrine a terra e sottoposti all'inno nazionale israeliano trasmesso continuamente a tutto volume. Egli ha inoltre invocato la pena di morte per i detenuti palestinesi — una soluzione cinica al sovraffollamento creato dagli arresti di massa effettuati da Israele. Caratterizzate come necessarie per la 'sicurezza' di Israele, queste pratiche operano come un progetto ideologico di distruzione societaria, normalizzando la crudeltà e con l'obiettivo politico di debilitare la 'nazione' palestinese."
Siamo davanti alla burocratizzazione del sadismo. La "rivoluzione carceraria" di Ben-Gvir è l'estensione dello Stato d'Eccezione fin dentro le viscere della prigione, dove il tempo del detenuto viene deliberatamente abusato. L'uso dell'inno a volume assordante o delle latrine a terra è un tentativo di "riprogrammazione sensoriale" volto a annichilire l'io. Filosoficamente, la prigione qui funziona come il motore primo del sistema coloniale, un laboratorio dove il potere incide direttamente sulla "nuda vita" dei prigionieri, trasformandoli in "walking skeletons" per segnalare al resto della popolazione palestinese l'ineluttabilità della propria sottomissione. Recentemente, con l’introduzione della pena di morte per i “terroristi” palestinesi, il terrorismo psicologico è ulteriore peggiorato, e non era facile.
L'escalation coinvolge centri come Sde Teiman, Anatot e Ofer, definiti come spazi di totale illegalità. Il rapporto elenca pratiche sistematiche: detenuti tenuti bendati e ammanettati con fascette di plastica così strette da causare infezioni e rendere necessarie amputazioni; l'uso delle cosiddette "monkey cages" (gabbie per scimmie) o spazi sotterranei angusti come il centro Rakefet; la trasformazione dei detenuti in "walking skeletons" (scheletri ambulanti) attraverso l'inedia e l'isolamento prolungato. Viene documentata una violenza sessuale pervasiva: stupri di gruppo, anche con l'uso di oggetti come sbarre di ferro e manganelli, e scariche elettriche sui genitali. Il sistema colpisce strategicamente figure chiave per la sopravvivenza sociale: medici come Adnan al-Bursh e Iyad al-Rantisi sono stati uccisi in custodia.
LA STRUTTURAZIONE DELL’ "AMBIENTE TORTURANTE"
Il concetto più innovativo del rapporto è l'estensione della tortura allo spazio pubblico, dove è l'intero territorio palestinese ad essere stato trasformato in uno spazio di punizione collettiva.
Sempre da Pagina 2:
"La tortura non è confinata alle celle e alle stanze degli interrogatori. Attraverso l'impatto cumulativo dello sfollamento di massa, dell'assedio, del diniego di aiuti e cibo, della violenza militare e dei coloni senza freni e della sorveglianza e del terrore pervasivi, il territorio palestinese occupato è diventato uno spazio di punizione collettiva, dove la distruzione delle condizioni di vita trasforma la violenza genocida in uno strumento di tortura collettiva con conseguenze mentali e fisiche a lungo termine per la popolazione occupata. Abilitato dall'industria della sicurezza globale e dall'inazione di Stati terzi, questo regime deumanizza i palestinesi, li sottopone a molteplici umiliazioni e tipi di violenza e instilla la paura collettiva. In tutto il territorio palestinese occupato, le autorità israeliane hanno progettato un 'ambiente torturante', destinato a spezzare la resistenza, la dignità e la sumud (steadfastness)."
Albanese descrive il "terrore cartografico" a Gaza: l'uso di mappe contraddittorie e ordini di evacuazione impossibili che spingono milioni di persone verso "zone sicure" sistematicamente bombardate. Viene documentato il "medicide": l'attacco frontale al sistema sanitario, con ospedali rasi al suolo e neonati lasciati morire nelle incubatrici evacuate a forza. La distruzione totale di oltre un milione di case, musei e archivi storici mira ad annichilire la memoria collettiva e il senso di appartenenza. In Cisgiordania, la sorveglianza biometrica e le milizie dei coloni creano un "continuum di tortura" che paralizza ogni dimensione della vita quotidiana. Quando la Relatrice parla di "sumud" (fermezza), identifica il vero obiettivo politico dell'occupazione che va oltre la soppressione fisica e si conforma come uno sfinimento psicologico. Inoltre, sempre Albanese, osserva che l'inazione degli Stati terzi non può essere configurata come neutralità, bensì come complicità biopolitica. Permettere che un intero popolo sia sottoposto a un regime di "insecurity" permanente significa avallare la distruzione del legame sociale palestinese. La libertà di movimento è una concessione revocabile all'interno di una gabbia a cielo aperto.
Segue
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emama
in reply to emama • • •INEDIA E FEROCIA TECNOLOGICA COME ARMI DI MASSA
Il rapporto documenta l'uso deliberato della fame e di armi avanzate (AI, droni, armi termobariche) per indurre un collasso psicologico totale nella popolazione di Gaza. Lo sterminio fisico non basta.
Un passaggio da Pagina 22:
"L'inedia usata come tortura societaria è una tecnica coloniale riesumata che causa miseria di massa e danni cumulativi e irreversibili, devastando il presente e il futuro di un popolo. Armamenti avanzati sono dispiegati non solo per uccidere ma anche per generare paura, impotenza e collasso psicologico. Sorveglianza costante tramite droni, sciami di quadricotteri, attacchi aerei con bombe a caduta gravitazionale o armi esplosive avanzate con impatti massicci — riferite persino armi termobariche che polverizzano la carne umana, fosforo bianco e sistemi di targeting basati sull'intelligenza artificiale — sono impiegati per 'causare lesioni superflue o sofferenze non necessarie', integrando tecnologie di genocidio all'avanguardia in pratiche di tortura collettiva."
Nel report viene citata la dichiarazione di Israel Katz: "Senza carburante, l'elettricità locale si spegnerà in pochi giorni e i pozzi d'acqua smetteranno di funzionare entro una settimana". Questa politica ha causato la morte per malnutrizione di centinaia di persone, tra cui 157 bambini (il dato è fermo a ottobre 2025). Il dolore è usato come arma, chirurgie eseguite senza anestesia a causa del blocco dei medicinali. Albanese denuncia l'integrazione di sistemi di targeting basati sull'IA e armi termobariche che "polverizzano la carne umana", trasformando Gaza in una "vetrina di ferocia tecnologica" per l'industria bellica globale, Gaza è la sua vetrina e luogo di sperimentazione per queste armi “testate sul campo”. L'integrazione dell'Intelligenza Artificiale nel processo genocidario trasforma lo sterminio in un'operazione tecnica, priva di empatia e di responsabilità umana. La fame, definita "tortura societaria", è il ritorno alle tecniche coloniali più oscure, ma aggiornate con i mezzi della modernità. Politicamente, questo configura un "medicide" e un "domicide" dove non si va a colpire il nemico combattente. In gioco c’è molto di più, si colpisce la possibilità stessa della vita biologica e culturale del gruppo. L'orrore è solo statistica amministrativa, ricorda molto da vicino l’acme del nazismo (questo lo dico io, non Francesca Albanese)
IL NESSO CON LA "NUOVA NAKBA"
Il rapporto conclude che la tortura ininterrotta è la prova del dolus specialis genocidiario, volto alla rimozione forzata dei palestinesi per consentire l'annessione dei territori. Albanese tira le somme dell'intenzionalità politica, inquadrando la tortura come lo strumento necessario per il compimento della "Nuova Nakba".
Dalla sezione conclusiva, Paragrafi 82-86:
"L'intento genocida è 'apparente' quando la tortura è perpetrata in un intero territorio, attraverso una vasta gamma di forme individualizzate e collettive, e sostenuta attraverso politiche che distruggono sistematicamente le condizioni di vita... In questo senso, il genocidio è diventato l'ultima forma di tortura, caratterizzandosi come continuo, generazionale e collettivo. Se la giustizia deve mai essere servita, bisogna riconoscere che nel contesto di un genocidio, la tortura, sia essa detentiva o meno, è intrinsecamente intenzionale e finalizzata; il suo uso sostenuto nel tempo e nello spazio contro la stessa popolazione è probante di politiche mirate alla distruzione fisica e psicologica di quel gruppo"
Possiamo tranquillamente parlare di "Nuova Nakba” come programma di governo. Il legame tra tortura e genocidio risiede nell'intenzionalità del trasferimento forzato e la sofferenza è il catalizzatore dell'esodo. Quando un ministro parla apertamente di annessione e conquista, la tortura non può che diventare l'unico linguaggio possibile per uno Stato che ha deciso di non “convivere” più con l'indigeno. Il progetto coloniale non è mai stato così evidente.
Fine
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