"In questi giorni straordinari, abbiamo vissuto momenti di profonda partecipazione, durante i quali innumerevoli uomini e donne hanno potuto incontrare lo spirito di frate Francesco, trovando in lui una fonte inesauribile di luce e di speranza in un'…

“È entrato nel cuore della vita pastorale con la chiave dell’amore incondizionato: gioioso con i bambini, portatore di speranza per i giovani e baluardo per le famiglie, pilastro della Chiesa e della società”.

“Nella speranza della risurrezione di Cristo nostro Redentore guardiamo al suo doloroso martirio come a una partecipazione alle sofferenze della redenzione”. Con queste parole il patriarca maronita, il card.

Si terrà a Bergamo, presso il Centro Congressi Giovanni XXIII, dal 19 al 21 marzo il 5° Convegno nazionale del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, sul tema "Noi, comunità e progetto di vita".

“In un momento storico particolare in cui il linguaggio delle armi e della guerra e lo scatenarsi della violenza assumono un tragico significato globale, che limita anche la ricerca scientifica, gli scienziati e gli accademici di tutto il mondo sono …

Al termine dell'udienza di oggi, dedicata alla Lumen Gentium, il Papa ha chiesto di continuare a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente e ha ricordato padre Pierre, il parroco maronita ucciso in Libano e di cui oggi si celebrano i fu…

"Una giornata di scelta a cominciare dal disarmare il proprio cuore, dal digiunare dalle parole offensive, dai pregiudizi, dalle estremizzazioni, dal considerare l'altro un nemico per imparare a essere operatori di pace". Lo afferma il card.

Nell’ottocentenario del transito di San Francesco d’Assisi, la mostra “Elay: Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” dell’artista Sighanda intende restituire un volto nuovo del Santo, ripercorrendone le origini, la conversione, l’imitazione…

La grotta della rinascita


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Scritto di alta divulgazione, non strettamente relegato a pochi «addetti ai lavori», questo libro del gesuita p. Andrea Dall’Asta si caratterizza per un’avvincente intersezione fra discipline diverse.

Come suggerisce l’opera scelta per illustrare la copertina, l’A. muove da un’intuizione già espressa nel suo libro La mano dell’angelo. La Vergine delle Rocce di Leonardo: il segreto svelato (Milano, Àncora, 2019). In questo studio, il capolavoro leonardesco trova una nuova e acuta lettura alla luce del gesto compiuto dall’angelo, che indica il grembo di Maria come la vera grotta nella quale Dio nasce ed è custodito.

Proprio sviluppando tale intuizione, p. Dall’Asta dà avvio a un itinerario di ampio respiro nella cultura occidentale per narrare le molteplici valenze simboliche e spirituali che il tema della grotta ha assunto attraverso i secoli. Il percorso si organizza secondo un preciso ordine cronologico, che dalle origini più remote dell’uomo giunge sino alla contemporaneità. L’A. si pone sempre in una prospettiva di concentrata osservazione delle numerose opere d’arte che colloca sul cammino del lettore. Proprio grazie a questo avvicinamento lenticolare possono così emergere dettagli carichi di senso, svelarsi iconografie, articolarsi confronti inediti e inaspettati.

Pagina dopo pagina, la grotta emerge come un vero e proprio luogo iniziatico: l’uomo accede alle sue oscure profondità con timore, per uscirne trasformato e rigenerato. La grotta è un diaframma tra la dimensione della morte e quella della vita, un passaggio attraverso il quale l’«uomo vecchio» rinasce come «uomo nuovo».

Questo viaggio «speleologico» inizia indagando le innumerevoli valenze magico-sacrali che la grotta assume fra Atene e Roma. Qui i recessi della caverna diventano il luogo della genesi di Zeus, ma anche di Dioniso, in una dialettica tra ragione e caos, tra ordine e sfrenati riti misterici, capaci di sintonizzare l’uomo, attraverso l’estasi, con il senso più profondo e tragico della sua esistenza. Ma il vero cuore della narrazione si impernia intorno ai molteplici significati simbolici che la grotta riveste per il cristianesimo, trovando il proprio centro nella figura della Vergine. La storia della salvezza ha infatti origine in una grotta «umana»: è il ventre di Maria, fecondato dal soffio dello Spirito. È questo, prima di ogni altro luogo, il grembo in cui si avvera il mistero dell’incarnazione. L’A. ci guida, addentrandosi nelle iconografie evangeliche dell’Annunciazione, della Visitazione – descritta attraverso il dipinto di Pontormo, con vera poesia, come la «danza dei grembi» –, per poi soffermarsi di fronte alla grotta di Betlemme, in cui l’infinito di Dio irrompe nel finito della storia, consegnandosi come un bambino. La grotta diventa poi il sepolcro, irradiato dalla luce della risurrezione di Cristo, che brilla nelle tenebre.

Se Maria è prefigurazione della Chiesa, il tema della grotta è infine declinato in termini architettonici. Particolarmente emblematici appaiono in questo senso gli studi sul battistero di Parma (grotta del passaggio fra la vita e la morte), sul catino absidale della chiesa di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna e su quello di Santa Maria Assunta a Torcello (splendidi squarci di cielo che rimandano alla Gerusalemme celeste), fino a collegarsi agli esiti contemporanei più interessanti, come la cappella di San Nicolao, di Peter Zumthor (2001).

Attraverso il mito di Narciso, l’A. si addentra infine nel tema della «grotta rovesciata». Particolarmente affascinante appare qui la lettura del celebre quadro di Caravaggio. Lo specchio d’acqua in cui il giovane Narciso annega, volendo baciare il proprio tanto amato riflesso, diventa teatro di un’«iniziazione interrotta», il luogo in cui si opera il rovesciamento simbolico del battesimo: in quelle acque Narciso non raggiunge alcuna redenzione, ma, vivendo in una dimensione di totale autoreferenzialità, si trova ad abbracciare le profondità della propria tomba. Che questa sia una delle potenti metafore dell’uomo contemporaneo, come indica l’A. nell’ultimo capitolo?

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Il 43° Premio Niwano per la Pace è stato assegnato a Benki Piyãko, un leader spirituale indigeno del popolo Ashaninka nella regione amazzonica del Brasile, riconosciuto per la leadership costante nella difesa delle terre e della cultura indigena e pe…

Vita tra i selvaggi


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Il Thoreau di Walden, l’uomo che con un secolo di anticipo rispetto all’esplosione della società dei consumi post-bellica stigmatizzava la logica dell’accumulo e la schiavitù materiale (e psicologica) che ne deriva, avrebbe avuto un moto di empatia per Shirley Jackson (1916-1965) di Vita tra i selvaggi, che afferma: «Ogni tanto rivolgo lo sguardo a tutto l’armamentario delle nostre vite – sacchetti richiudibili per alimenti, macchine da scrivere, rotelline che si sono staccate da chissà cosa – e trasecolo al pensiero di quanto sia complessa e artificiosa la nostra civiltà; mi domando se saremmo felici ridotti alle pure necessità, senza tutte queste cose» (p. 10).

Quando la raccolta di pezzi già apparsi su riviste e dedicati agli alti e bassi della vita domestica di Jackson fu pubblicata per la prima volta nel 1953, lei era già una scrittrice famosa, ma per tutt’altro genere. Cinque anni prima, infatti, aveva fatto scalpore con La lotteria, l’enigmatico, terrificante racconto che aveva scioccato i lettori, incerti se quella lapidazione rituale in un villaggio fosse realtà o finzione, e che ancora oggi definisce la cifra letteraria e la fama postuma della scrittrice.

Speditamente apparentata al «gotico» – parola che si dovrebbe bandire per decreto – per i suoi racconti dell’orrido-familiare, la scrittrice californiana condusse una vita dura, faticosa e di intensa creatività: quattro figli; sempre a corto di soldi; una dipendenza da alcol e barbiturici ad alimentare e mitigare la depressione; una vita sociale frenetica e una mole di scritti impressionante, prima di morire neppure cinquantenne. Aveva scritto infatti sei romanzi; due libri di memorie, tra cui questo; e oltre 200 racconti pubblicati sulle più popolari riviste dell’epoca.

Per tutta la sua carriera Jackson continuò a produrre racconti familiari leggeri e narrativa seria, inconsapevole pioniera dell’esorbitante proliferazione odierna di blog e podcast in tema di figli e genitorialità, ma, nel suo caso, senza sentimentalismi, idealizzazioni della maternità o consigli per le mamme. Una posizione assai controcorrente per l’epoca e per la classica rappresentazione dei sogni domestici suburbani. Occorre poi ricordare che, sotto l’apparente leggerezza, incalzava il duro bisogno: Jackson scrisse questi pezzi anche e forse perché questo era il principale sostegno economico della famiglia.

Sebbene possedesse un talento genuino per gli affreschi domestici, appare evidente che quel genere vivesse in stretta prossimità con la scrittura da incubo che l’ha resa un classico. Se non l’oggetto del raccontare, certamente lo sguardo e la tecnica e molti degli accorgimenti narrativi, come la sedimentazione dei dettagli, la minaccia diabolica delle cose inanimate, gli incidenti, l’ambiguità, l’istinto infallibile per il perturbante, anche quando esso indossa i panni di casa, l’hanno resa celebre.

Non è difficile cogliere gli aspetti meno edificanti e più tetri sotto il caos spesso esilarante delle sue cronache familiari. L’umorismo confina con l’ansia, la spossatezza e l’affanno costante; la nevrosi alligna, intensificata stilisticamente e con tocco lieve, ma esiziale nel lungo periodo: alimento per la scrittrice e destino sciagurato per la persona. «I sentimentali – afferma l’A. – insistono a dire che se le donne fanno un terzo figlio è perché adorano i bambini, e i cinici sostengono che una donna con due bambini sani e attivi in casa farebbe qualsiasi cosa per starsene dieci giorni in pace all’ospedale; io mi colloco più o meno a metà strada, anche se tendo verso la seconda possibilità» (p. 55).

Calda vita, certo, è la sua – i figli, il marito, la casa nel Vermont rurale –, ma ci sono anche la pena del vivere e una nota di dolente malinconia a chiudere il cerchio: «A volte, da madre, mi ritrovo a guardare a bocca aperta e con terrore i miei figli, piccole creature indipendenti che se ne vanno sicure per la loro strada […] e la sensazione degli anni che scivolano via» (p. 143).

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"Papa Leone XIV esprime profondo dolore per tutte le vittime dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, per i tanti innocenti, tra cui molti bambini, e per chi prestava loro soccorso, come padre Pierre El-Rahi, sacerdote maronita ucciso que…

"Ho appreso con grande tristezza della morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas locale, rimasto ucciso a seguito di un attacco nell'area". Con queste parole il card.

Sarà Vilnius, in Lituania, a ospitare a giugno il 6° Congresso apostolico mondiale della misericordia (Wacom), organizzato dal Dicastero per l'evangelizzazione e dedicato al tema "Costruire la città della misericordia". Sono attesi circa 5.

"Le situazioni di guerra, e in particolare l’attuale crisi in Iran, ci spingono a unirci all’insistente appello di Leone XIV a favore di una pace 'disarmata e disarmante', basata sul rispetto della vita e della dignità umana, sulla giustizia e sul di…

Il Dicastero per la Comunicazione presenta in anteprima giovedì 12 marzo, alle 10, presso la Sala San Pio X in via della Conciliazione 5 a Roma, il documentario “Nelle tue mani”, scritto da Fausta Speranza, giornalista de L’Osservatore Romano, con la…

Ambasceria a Gaio


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Filone (20 a.C. circa – 50 d.C. circa) fu un filosofo ebreo, autorevole esponente della comunità giudaica di Alessandria d’Egitto. Abile nel trovare un senso spirituale e filosofico in personaggi ed episodi biblici (metodo allegorico), egli fu spesso utilizzato dai Padri della Chiesa anche per le sue idee filosofiche. Girolamo lo pone tra gli scrittori ecclesiastici (cfr Gli uomini illustri, 11). Non fa dunque meraviglia che la sua opera Ambasceria a Gaio trovi posto nella collana di Città Nuova «Nuovi Testi Patristici». Si tratta di un’opera fondamentalmente apologetica.

Intorno al 40 d.C. Filone aveva guidato un’ambasceria presso l’imperatore Caligola (Gaio) per chiedergli di far cessare le persecuzioni e le vessazioni contro gli ebrei di Alessandria, scoppiate con violenza nell’anno 38. L’opera è un attacco diretto contro la follia, l’arroganza e l’empietà di Caligola, dipinto come un tiranno privo di ragione e ossessionato dal desiderio di essere venerato come un dio, al punto da voler collocare una sua statua nel Tempio di Gerusalemme. Con un tale personaggio, l’ambasceria non poteva che finire in un totale fallimento, ma Filone ci teneva ugualmente a descriverla, pensando all’imperatore Claudio, successore di Caligola. Lo scopo era di convincere il nuovo sovrano a ristabilire i diritti degli ebrei e a proteggerli, come aveva fatto il capostipite Augusto.

Questa edizione, molto accurata, riproduce il testo greco di Leopold Cohn e Siegfried Reiter (Berlino, 1915), ma senza l’apparato critico. È la prima traduzione italiana dell’opera, che era già apparsa in edizione greco-francese a cura di un gesuita, André Pellétier (Parigi, Cerf, 1972). Può essere interessante ricordare le recenti scoperte archeologiche relative al «Portico di Caligola», emerse durante gli scavi per la realizzazione del sottopasso di Piazza Pia a Roma, nell’ambito dei lavori per il Giubileo 2025. Esse confermano che l’area dello scavo rientrava negli Horti di Agrippina, vasti giardini imperiali di proprietà di Agrippina Maggiore (madre di Caligola), sulla riva destra del Tevere. Lì ebbe luogo un primo breve incontro tra la delegazione alessandrina e Caligola (cfr Ambasceria a Gaio, n. 181).

Si può anche notare che in questa opera Filone nomina alcuni personaggi che sono menzionati nel Nuovo Testamento, come Ponzio Pilato (nn. 299-305) ed Erode Agrippa I (nn. 179; 261-275). Il giudizio su Ponzio Pilato è estremamente negativo. Di lui viene detto che «era di natura inflessibile, spietato e implacabile» (n. 301) e che il suo governo della Giudea fu segnato da «opere di corruzione, violenze, ruberie, maltrattamenti, minacce, esecuzioni senza processo e perpetrate una dopo l’altra con una infinita e oltremodo insopportabile crudeltà» (n. 302).

Possiamo anche ricordare il pensiero politico di Filone (cfr Introduzione, pp. 42-51). I giudei ci tenevano a vedere riconosciuta la loro particolarità religiosa, che li esentava dal culto pubblico imperiale, ma nello stesso tempo professavano la loro lealtà, come cittadini, nei confronti dello Stato, avendo gli stessi diritti e doveri degli altri sudditi dell’Impero. Così volentieri offrivano sacrifici per l’imperatore, ma non all’imperatore, come pretendeva Caligola. Una lezione valida ancora oggi.

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Francesca Martini ha ricondiviso questo.

#PapaLeone e la “voragine” dell’ #Iran 🇮🇷 Ascolta 🎧 / leggi 📖 il mio editoriale per *Radio 1 Rai* substack.com/@antoniospadaro/n…

Francesca Martini reshared this.

Incarnazione profonda


Denis Edwards, studioso australiano di teologia ecologica, è stato tra i primi ad aver indagato la correlazione tra questa disciplina e la teologia dell’«incarnazione profonda» (deep incarnation), realizzandone una sintesi personale in questo libro. Animato dall’interesse per una teologia ecologica fondata sul mistero di Cristo e mosso dalla necessità di rispondere teologicamente al problema della sofferenza delle creature, egli avanza una proposta che vuole tenere unite creazione, incarnazione e redenzione, superando i limiti di una eco-teologia fondata prevalentemente sulla teologia della creazione.

Il libro si compone di cinque capitoli. Il primo permette di conoscere le origini e i principali sviluppi dell’incarnazione profonda, concetto trattato dal teologo luterano danese Niels Gregersen nel 2001, nel tentativo di dare una «risposta teologica al dolore, all’estinzione e alla morte, come componenti del fenomeno evolutivo» (p. 17). Accogliendo il dato dell’evoluzione per cui la morte biologica precede di milioni di anni la comparsa dell’uomo sulla Terra, Gregersen deduce che morte fisica e dolore creaturale non sono la conseguenza del peccato dell’uomo, ma sono parte di quel «pacchetto completo» di ordine e disordine che è la creazione in evoluzione. Assumendo una carne umana, Dio è entrato nel tessuto di questa creazione sofferente, identificandosi con le vittime della selezione naturale, per compatire con loro e redimerle.

Esposta la dottrina di Gregersen, Edwards prosegue le sue analisi, presentando gli apporti di Elizabeth A. Johnson, Celia Deane-Drummond, Christopher Southgate e Richard Bauckham. In seguito, si confronta con il pensiero di alcuni Padri della Chiesa, in particolare Ireneo di Lione e Atanasio, e con la teologia di Karl Rahner, e nell’ultimo capitolo delinea i capisaldi della sua proposta.

L’A. è persuaso di poter correlare la tesi di Gregersen relativa a una relazione intrinseca tra il Verbo incarnato e le creature con la visione ecologica di Bauckham, che «vede l’incarnazione del Verbo come l’inclusione delle altre specie e della natura inanimata in un mondo relazionale ed ecologico, come il Cristo risorto è presente in maniera amorevole con tutte le creature nel loro carattere relazionale» (p. 165). Facendo riferimento a Rahner, Edwards afferma la possibilità di salvezza e di trasformazione per tutte le creature. Mette in relazione tra loro teologia della creazione, cristologia e pneumatologia, invitando ad approfondire l’opera dello Spirito Santo nell’incarnazione profonda, ponendo una particolare enfasi sul carattere costitutivo delle relazioni cosmiche, evolutive ed ecologiche per il Verbo incarnato e valorizzando il dato della risurrezione.

L’A. suggerisce di considerare la croce come il sacramento della sofferenza redentrice di un Dio che «sopporta i costi dell’evoluzione» (p. 175) per amore delle creature, e come il microcosmo nel quale il dolore del macrocosmo è rappresentato e vissuto fino in fondo. Questa redenzione include il perdono degli uomini insieme all’accompagnamento salvifico delle creature sofferenti, mentre la risurrezione diventa promessa di compimento per l’intero creato.

Particolarmente significativo è il ripensare in questa luce cristologica e cosmica la trascendenza divina, quale onnipotenza d’amore che non diminuisce in questa kenosi di Cristo, ma si mostra in tutta la sua ampiezza: un Dio che liberamente e per amore entra nel dolore dell’intera creazione, e non solo in quello dell’uomo.

Il libro si conclude con una breve riflessione sul contributo che questa proposta potrebbe offrire all’enciclica di papa Francesco Laudato si’, per una teologia sistematica dell’incarnazione.

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“Il clima è molto bello, perché è un momento di passaggio per la parrocchia. Un cambio di parroco è sempre qualcosa di interessante: il Papa aumenta questo fervore, questa novità, e indubbiamente ci dà una spinta bella perché ci dice che la Chiesa è …

“La vera pace non è semplicemente assenza di conflitto, ma è dono di Dio”. Lo ha scritto Papa Leone XIV nel messaggio - in lingua inglese - ai partecipanti all’Incontro internazionale per la pace e la riconciliazione presso la Loyola University di Ch…