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Bonne nouvelle ! Hier, le Conseil constitutionnel a censuré le recours à la généalogie génétique dans le projet de loi SURE porté par Gérald Darmanin.

Cette mesure permettait à la police d'accéder aux bases de données ADN d'entreprises privées étrangères qui proposent des tests « récréatifs » pour connaître ses origines. Non seulement ces tests sont interdits en France mais leur accès aurait été fait sans le consentement des personnes.

On vous en parlait ici : laquadrature.net/2026/05/20/pr…

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in reply to La Quadrature du Net

Restons tout de même prudent·es.

Car comme d'habitude, le Conseil constitutionnel donne le mode d'emploi pour rendre la mesure conforme à la Constitution dans le futur.
En l’occurrence, il reproche au gouvernement d'avoir été trop imprécis quant aux conditions du recours à ces bases de données et suggère donc qu'une nouvelle version plus détaillée et précise pourrait être valide.

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Das Urteil verschiedener zivilgesellschaftlicher Verbände und der Bundesdatenschutzbeauftragten fällt eindeutig aus: Die geplante Geheimdienstreform von Bundesinnenminister Dobrindt ist unverhältnismäßig und verletzt vielfach die Grundrechte. Verfassungsschutz und BND werden hingegen mächtiger denn je.

netzpolitik.org/2026/stellungn…

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☕ CYBERBRIEFING — Venerdì 24 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop
#tech
spcnet.it/cve-2026-8933-come-u…
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CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop


Una race condition nascosta nel cuore del sandboxing di Snap


Il 21 luglio 2026 il Threat Research Unit di Qualys ha reso pubblica CVE-2026-8933, una vulnerabilità di local privilege escalation (LPE) che colpisce snap-confine, il componente che costruisce l’ambiente sandbox per le applicazioni Snap su Ubuntu. Il difetto, classificato come “High” severity, permette a un utente locale non privilegiato di ottenere accesso root completo sulle installazioni di default di Ubuntu Desktop 24.04, 25.10 e 26.04.

La cosa interessante, dal punto di vista di chi amministra sistemi Linux, non è tanto la gravità in sé (le LPE locali sono un classico), quanto come ci si è arrivati: una modifica pensata per aumentare la sicurezza ha introdotto, per effetto collaterale, una finestra di race condition sfruttabile.

Perché snap-confine è cambiato


snap-confine è il binario che Canonical usa per costruire l’ambiente isolato in cui gira ogni applicazione Snap: monta i namespace, applica i profili AppArmor/seccomp e prepara le directory temporanee di lavoro. Storicamente era un binario set-uid-root: partiva già con i privilegi di root e li abbandonava progressivamente.

Per ridurre la superficie d’attacco, Canonical ha migrato snap-confine a un modello basato su set-capabilities: il processo ora gira con l’UID effettivo dell’utente chiamante, ma mantiene comunque delle capability quasi-root (tra cui CAP_SYS_ADMIN e simili) necessarie per completare il setup del sandbox. È un cambiamento in linea con il principio del least privilege, ma ha spostato il problema: durante l’inizializzazione, le directory temporanee sotto /tmp vengono create con proprietario l’utente non privilegiato, e solo in un secondo momento la ownership passa a root. In quella finestra, per quanto stretta, l’attaccante ha ancora pieno controllo sui file.

La catena di exploit


Il team Qualys ha ricostruito un attacco che combina due race condition concorrenti:

  • Bypass del mount namespace via FUSE: l’attaccante monta un filesystem FUSE sopra la directory temporanea di scratch appena creata, prima che snap-confine applichi l’isolamento tramite mount namespace. In questo modo la directory resta accessibile anche dall’esterno del sandbox.
  • Symlink race su fchown(): l’attaccante sostituisce un file atteso con un symlink verso un target arbitrario. Quando snap-confine tenta di creare un file nel sandbox, la open() segue il symlink e scrive sul target reale. Una seconda race condition permette poi di allargare i permessi a 0666 prima che venga invocata fchown() per trasferire la ownership a root.
  • Escalation via udev: per aggirare la confinazione AppArmor, l’exploit punta al percorso /run/udev/, che consente accesso in lettura/scrittura. Depositando un file .rules malevolo in /run/udev/rules.d/ e innescando un ciclo di mount/unmount FUSE, l’attaccante costringe il demone systemd-udevd a eseguire comandi arbitrari come root.

Il risultato finale: da semplice accesso locale non privilegiato a controllo completo del sistema, senza bisogno di interazione da parte di altri utenti.

Versioni coinvolte e patch disponibili


Sono interessate le release che spediscono di default la variante set-capabilities di snap-confine:

  • Ubuntu Desktop 26.04
  • Ubuntu Desktop 25.10
  • Ubuntu Desktop 24.04 (con pacchetti snapd aggiornati)

Canonical ha rilasciato pacchetti snapd corretti, tra cui 2.76+ubuntu26.04.3 per Ubuntu 26.04, 2.76+ubuntu24.04.1 per Ubuntu 24.04 e 2.76+ubuntu22.04.1 per Ubuntu 22.04. La disclosure è stata coordinata con l’Ubuntu Security Team.

Come verificare se un sistema è vulnerabile


Per controllare la versione di snapd installata:

snap version
apt-cache policy snapd

Se la versione del pacchetto snapd è precedente a quelle corrette indicate sopra, il sistema va aggiornato immediatamente:
sudo apt update
sudo apt install --only-upgrade snapd
snap version

Per un controllo su larga scala, chi usa strumenti di vulnerability management (Qualys CSAM o equivalenti) può cercare asset con sistema operativo Ubuntu e pacchetto snapd installato, incrociando poi la versione con quella patchata.

Mitigazioni in attesa della patch


Se non è possibile applicare l’aggiornamento immediatamente, alcune contromisure temporanee riducono l’esposizione:

  • Limitare l’accesso a shell locale ai soli utenti fidati, specialmente su workstation condivise o ambienti multi-utente (lab, terminal server, VDI).
  • Monitorare la creazione di regole udev non autorizzate sotto /run/udev/rules.d/, ad esempio con auditd:
  • auditctl -w /run/udev/rules.d/ -p wa -k udev_rules_watch
  • Disabilitare il montaggio FUSE per utenti non privilegiati dove non strettamente necessario, tramite policy su /etc/fuse.conf o restrizioni AppArmor aggiuntive.

Nessuna di queste misure sostituisce la patch ufficiale: sono palliativi utili solo per il tempo strettamente necessario a pianificare l’aggiornamento.

Conclusione


CVE-2026-8933 è un promemoria utile per chi progetta meccanismi di sandboxing e privilege dropping: il passaggio da set-uid a set-capabilities è, sulla carta, una scelta più sicura, ma introduce una superficie temporale (la finestra tra creazione del file e trasferimento della ownership) che va gestita con la stessa attenzione riservata alle race condition classiche nei binari set-uid. Per chi amministra flotte Ubuntu Desktop, la priorità pratica resta semplice: verificare le versioni di snapd installate, applicare la patch e, nel frattempo, restringere l’accesso shell locale dove possibile.

Fonte: Qualys Threat Research Unit – CVE-2026-8933: Local Privilege Escalation in Set-Capabilities snap-confine


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Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici
#tech
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Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici


Il problema delle Throughput Unit statiche


Chi ha già lavorato con Azure Event Grid Namespaces conosce bene il concetto di Throughput Unit (TU): ogni TU definisce una capacità fissa di ingress/egress per gli eventi, di publish MQTT e di connessioni client MQTT. Fino ad oggi, il numero di TU andava impostato in fase di creazione del namespace e poi regolato manualmente ogni volta che il pattern di traffico cambiava — tipicamente sovradimensionando “per sicurezza” durante i picchi, con conseguente spreco di capacità (e di budget) nei periodi di bassa attività.

Microsoft ha da poco introdotto in public preview la funzionalità Autoscale per Event Grid Namespaces (tier Standard), che elimina questa gestione manuale: il servizio monitora il carico e regola automaticamente le TU tra un minimo e un massimo configurati dall’amministratore.

Come funziona Autoscale


Il funzionamento è deliberatamente semplice, in linea con la filosofia “meno configurazione, più automazione” che Azure sta applicando a diversi servizi PaaS. Event Grid valuta continuamente l’utilizzo su quattro categorie:

  • Event ingress: tasso di eventi in ingresso sui namespace topic HTTP.
  • Event egress: tasso di eventi in uscita verso i sottoscrittori.
  • MQTT publish rate (inbound/outbound): frequenza dei messaggi pubblicati e ricevuti sul broker MQTT.
  • MQTT client count: numero di client MQTT registrati e connessi.

Quando una qualunque di queste metriche supera la soglia di scale-up, il servizio aggiunge automaticamente Throughput Unit. Quando tutte le categorie scendono sotto la soglia di scale-down, le TU in eccesso vengono rilasciate. L’amministratore non definisce policy o soglie personalizzate: si limita a impostare i limiti minimo e massimo di TU, e Event Grid gestisce internamente le decisioni di scaling.

Un richiamo ai concetti di namespace


Per chi non ha ancora familiarità con il modello a namespace di Event Grid (distinto dai topic “classici” di Event Grid Basic), vale la pena ricordare la struttura:

  • Un namespace è un contenitore di gestione che espone un FQDN unico e due endpoint: uno HTTP per i namespace topic, uno MQTT per scenari IoT.
  • I namespace topic supportano sia la pull delivery (il consumer si collega ed estrae i messaggi con semantica queue-like) sia la push delivery (attualmente verso Event Hubs come destinazione).
  • Gli eventi pubblicati devono rispettare lo standard CloudEvents 1.0 del CNCF, con binding HTTP e formato JSON.

Autoscale agisce a livello di namespace, quindi tutte le risorse contenute (topic, topic space MQTT, client, client group) beneficiano della stessa capacità elastica senza bisogno di scaling indipendente per ciascuna.

Abilitare Autoscale: portale, ARM e REST API


La funzionalità, essendo in preview, va abilitata esplicitamente. Dal portale Azure basta aprire il namespace Event Grid, andare nella sezione di configurazione della capacità e attivare l’opzione Autoscale specificando TU minime e massime.

Per chi gestisce l’infrastruttura as code, lo stesso risultato si ottiene via ARM template (o Bicep) impostando le proprietà di scaling sulla risorsa del namespace:

{
  "type": "Microsoft.EventGrid/namespaces",
  "apiVersion": "2025-04-01-preview",
  "name": "ns-iot-produzione",
  "location": "westeurope",
  "sku": {
    "name": "Standard",
    "capacity": 4
  },
  "properties": {
    "isZoneRedundant": true,
    "topicsConfiguration": {},
    "publicNetworkAccess": "Enabled",
    "topicSpacesConfiguration": {
      "state": "Enabled"
    }
  }
}

Nota: al momento della stesura la configurazione fine di Autoscale (min/max TU) va completata tramite portale o REST API dedicata, poiché lo schema ARM per questa preview è ancora in evoluzione — vale la pena controllare la pagina di supporto ufficiale prima di automatizzare il deployment in pipeline CI/CD.

Via REST API, la capacità del namespace si legge e modifica sulla stessa risorsa esposta dall’API di gestione di Event Grid:

GET https://management.azure.com/subscriptions/{subId}/resourceGroups/{rg}/providers/Microsoft.EventGrid/namespaces/{namespaceName}?api-version=2025-04-01-preview

Quando ha senso usarlo


Autoscale è pensato in particolare per due categorie di carico che chi lavora con architetture event-driven conosce bene:

  • Workload IoT con MQTT: il numero di dispositivi connessi e il fan-out delle sottoscrizioni possono variare rapidamente (pensiamo a una flotta di sensori che si riattiva tutta insieme dopo un’interruzione di rete). Dimensionare le TU staticamente per il picco significa pagare capacità inutilizzata per la maggior parte del tempo.
  • Event broker con traffico “a burst”: pipeline di ingestion che ricevono ondate di eventi correlate a batch job, deployment, o processi di business con picchi orari/giornalieri (fine mese, chiusura contabile, campagne marketing).

Per i .NET developer che costruiscono microservizi basati su eventi, questo significa poter progettare la sottoscrizione a namespace topic senza dover stimare a priori il traffico di picco con lo stesso margine di sicurezza richiesto finora — riducendo sia il rischio di throttling sotto carico sia i costi nei periodi di quiete.

Conclusione


Autoscale per Event Grid Namespaces arriva in un’area, il messaging event-driven, dove il dimensionamento manuale è da sempre un compromesso scomodo tra costo e resilienza. Essendo ancora in public preview, prima di adottarlo su workload di produzione critici vale la pena testarlo su un namespace non critico, verificando i tempi di reazione dello scaling automatico sotto carico reale e monitorando le metriche di throttling durante la fase di transizione tra un livello di TU e l’altro.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure Event Grid Namespaces Add Autoscale for Dynamic Messaging Workloads; concetti tecnici da Microsoft Learn – Concepts for Event Grid namespace topics


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✨ Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/cl0p-s…

@informatica


Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibile


Windchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3


La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attacco


Una volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetrale


Il vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

  • Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.
  • Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.
  • Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.
  • Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.
  • Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.
  • Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.


Indicatori di compromissione

# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35   # C2 - bloccare immediatamente al perimetro
# Pattern webshell
/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp
# Hash file webshell (SHA-256)
55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c
# Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante
/tmp/flst.txt  (o nella working directory di Windchill)
# Header HTTP sospetto usato dagli operatori
X-windchill-req: *

Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.

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✨ Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/crucif…

@informatica


Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


Sui forum underground si vende come “il crypter più letale del sottosuolo”. Cruciferra, in vendita dall’autunno 2025 su Exploit[.]in a partire da 450 dollari al mese fino a 2.000 per la versione completa, non è l’ennesimo offuscatore di malware: secondo un’analisi pubblicata da Proofpoint il 20 luglio, il servizio combina disattivazione degli EDR via driver vulnerabili, syscall indiretti, un motore di cifratura polimorfico con oltre 90 combinazioni di algoritmi e una variante custom della tecnica di Process Ghosting. Il risultato è un payload che gira in memoria senza mai esistere in forma scansionabile su disco.

Un “umbrella service” per decine di gruppi criminali scollegati tra loro


Cruciferra non è legato a un singolo attore: Proofpoint lo descrive come un servizio “ombrello”, utilizzato in decine di campagne indipendenti per proteggere payload molto diversi tra loro, da AsyncRAT e Agent Tesla a Remcos, XWorm, zgRAT, Formbook/XLoader, DarkCloud Stealer, Phantom Stealer, Snake Keylogger e ValleyRAT. Scritto in Mono, il crypter viene sempre eseguito tramite DLL side-loading: la vittima scarica un archivio contenente un eseguibile legittimo in apparenza e una DLL malevola, che viene caricata automaticamente al lancio del programma principale.

Tra i clienti identificati da Proofpoint figura TA4922, gruppo cinese di cybercrime già noto per l’espansione delle proprie campagne a livello globale. Tra fine aprile e inizio giugno 2026, TA4922 ha condotto almeno quattro campagne da poche centinaia di email ciascuna, con esche a tema fiscale che impersonavano l’Income Tax Department indiano per convincere le vittime a scaricare archivi ZIP contenenti il loader di AsyncRAT. Altre campagne osservate hanno sfruttato notifiche fasulle della Social Security Administration statunitense per distribuire XWorm e AdaptixC2 tramite file VHD, mentre una campagna di fine giugno ha usato reclami di ospiti su presunte cimici da letto per colpire il settore alberghiero con zgRAT.

Come Cruciferra acceca gli EDR


Prima ancora di eseguire il payload finale, Cruciferra dedica gran parte del proprio codice a rendersi invisibile agli strumenti di analisi e difesa. Il DLL principale contiene spesso centinaia o migliaia di funzioni esportate fittizie che puntano a codice spazzatura: solo una manciata di export porta effettivamente al codice malevolo, rendendo più difficile per un analista o un sandbox individuare il punto di ingresso reale. Il malware nasconde poi le finestre di console che potrebbero tradire un’infezione, tramite un thread in background che scandisce ripetutamente l’albero dei processi cercando finestre di classe “ConsoleWindowClass” da occultare con ShowWindow e SetWindowPos.

Sul fronte della telemetria, Cruciferra applica un unhooking sistematico delle funzioni monitorate da EDR e antivirus, ripristinando una copia pulita delle DLL di sistema in memoria per rimuovere gli hook installati dai prodotti di sicurezza. Ricorre inoltre a syscall indiretti: legge una copia pulita di ntdll.dll dal disco e ne conserva gli stub in una struttura globale, così da invocare le API senza passare dagli hook inline che gli EDR installano solitamente su ntdll.dll. A completare il quadro, il malware ripara anche eventuali hook sulla Import Address Table (IAT), una tecnica più datata ma qui reintrodotta deliberatamente, e disabilita le notifiche di sistema modificando chiavi di registro come ToastEnabled e Balloon, per impedire che Windows Defender o il Security Center mostrino avvisi visibili all’utente.

BYOVD: un driver forense trasformato in killer di EDR


L’elemento più aggressivo del crypter è l’abuso di driver kernel legittimi ma vulnerabili, tecnica nota come Bring-Your-Own-Vulnerable-Driver (BYOVD). Cruciferra rilascia sul sistema un “helper driver” firmato digitalmente, spesso il driver GoFlyDrv.sys, e lo usa per inviare comandi IOCTL a basso livello che terminano i processi degli agenti EDR individuati scandendo la lista dei processi attivi. In alternativa, gli analisti hanno osservato anche altri driver impiegati con la stessa logica: Core64.sys, HwOs2Ec.sys, LnvMSRIO.sys, MemoryInformer.sys, NTIOLib_X64.sys, ProcessMonitorDriver.sys e selfprot.sys. Trattandosi di driver firmati da produttori legittimi (spesso strumenti diagnostici o di manutenzione hardware), Windows li carica senza obiezioni nonostante le vulnerabilità note che permettono di trasformarli in armi contro gli stessi prodotti di sicurezza che dovrebbero fermarli.

Per elevare i propri privilegi quando non gira già come amministratore, Cruciferra sfrutta inoltre il bypass dello User Account Control tramite COM Elevation Moniker, e garantisce la persistenza scrivendo una voce denominata “putty” nella chiave di registro Run, così da rieseguirsi automaticamente a ogni riavvio del sistema.

Process Ghosting “potenziato”: nessun file da scansionare


Per l’esecuzione finale del payload, Cruciferra adotta una variante della tecnica di Process Ghosting: crea un file temporaneo, lo marca per l’eliminazione tramite NtSetInformationFile, vi scrive il payload malevolo, quindi crea una sezione immagine con NtCreateSection e SEC_IMAGE prima di chiudere l’handle. Il file viene cancellato dal disco dal sistema operativo, ma la sezione di memoria che lo rappresenta resta viva; un processo legittimo viene poi creato in stato sospeso, la sezione “fantasma” vi viene mappata tramite NtMapViewOfSection, e il contesto del thread viene reindirizzato al vero punto di ingresso del payload prima di riprendere l’esecuzione. Il risultato è un processo in esecuzione supportato da un’immagine PE che non è mai esistita su disco in una forma analizzabile.

Cruciferra aggiunge due ulteriori accorgimenti a questa tecnica, già di per sé insidiosa: applica una patch a ZwQueryVirtualMemory in modo che, quando un EDR interroga la regione di memoria “fantasma”, riceva una risposta manipolata che nasconde l’anomalia del file cancellato; e neutralizza NtManageHotPatch, funzione che il sistema operativo può usare per validare l’integrità delle sezioni immagine caricate rispetto al file su disco che le supporta, impedendo così qualunque verifica di coerenza da parte del kernel.

Crittografia su misura: oltre 90 algoritmi ricombinati


Il payload viene conservato nella sezione “.reloc” del binario, codificato in Base16 con un set di caratteri personalizzato, e protetto da uno delle oltre 90 varianti di algoritmi crittografici che Cruciferra può generare combinando componenti presi da cifrari e generatori di numeri pseudocasuali noti: Keccak (SHA-3), convoluzione ciclica, reti Feistel generalizzate, SPECK-128/256 in modalità CTR, PRNG multiply-accumulate, una versione modificata di Threefish-256, combinazioni Xorshift64/middle-square e diverse varianti ARX (Addition-Rotation-XOR). L’unico algoritmo standard rimasto intatto è DES-CBC-PKCS7. Questo approccio “bring your own crypto” rende ogni campione sostanzialmente unico dal punto di vista crittografico, complicando enormemente il rilevamento basato su firme statiche.

Un dettaglio utile ai difensori: i metadati “File Version Information” dei binari generati da Cruciferra contengono spesso stringhe casuali generate combinando due o quattro parole a caso (ad esempio “2026 Colpoplastric Semipreactical Group” nei campi Copyright, Product e Description), un pattern che, unito a firme YARA mirate, ha permesso a Proofpoint di tracciare su VirusTotal nuove build del crypter caricate a intervalli di pochi minuti, segno di un servizio in sviluppo attivo e continuo.

Due righe per i difensori


  • Bloccare il caricamento dei driver kernel noti come vulnerabili tramite la lista di blocco di Microsoft (HVCI/driver blocklist) e strumenti come LOLDrivers, includendo GoFlyDrv.sys e gli altri driver associati a Cruciferra.
  • Monitorare la creazione di sezioni immagine da file marcati per l’eliminazione (NtCreateSection su file con delete-pending) come indicatore di Process Ghosting, oltre a chiamate anomale a NtManageHotPatch.
  • Verificare la presenza della chiave di persistenza “putty” nel Run key del registro, un IOC comportamentale a basso costo di rilevamento.
  • Applicare filtri anti-phishing rafforzati sulle esche a tema fiscale e previdenziale, particolarmente ricorrenti nelle campagne osservate.
  • Dare priorità a soluzioni EDR con protezione kernel indipendente dal proprio agente in user-mode, per resistere a tecniche BYOVD che colpiscono direttamente il processo dell’agente.

Cruciferra conferma una tendenza ormai consolidata nel malware-as-a-service: la sofisticazione tecnica un tempo riservata agli APT state-sponsored è oggi acquistabile con un abbonamento mensile, e la vera barriera all’ingresso per il cybercrime commodity non è più scrivere codice evasivo, ma semplicemente pagare chi lo ha già scritto.

IoC

# Driver BYOVD abusati da Cruciferra (SHA-256)
Core64.sys               17aae57cf6255c7eb169bf62ea67376d9708976eb7831f8cdd0ea38bdcb37dc4
GoFlyDrv.sys              2fdfdd13a0c548bb68c9d5aa8599a9265d4659da3e237fe7a42ac6ac06b9a06a
HwOs2Ec.sys               c4e93449453cf67c5d5605bb8f425207a738a242fdb432d720acc32faa74926c
LnvMSRIO.sys              c5b1e9aafc8f2b4ab05effc00fd43f3114b9ef1d592a086c952793ac4e299809
MemoryInformer.sys        7887e919555fb5948c217556ba149392a72982b1bc427d3db779db9dcbf09ee8
NTIOLib_X64.sys           09bedbf7a41e0f8dabe4f41d331db58373ce15b2e9204540873a1884f38bdde1
ProcessMonitorDriver.sys  5b4f59236a9b950bcd5191b35d19125f60cfb9e1a1e1aa2e4f914b6745dde9df
selfprot.sys              c46e907886e2158cbc453e767183aecf07887b5ac8848f19684451883d69f5f0
# Campagna TA4922 / Cruciferra / AsyncRAT
hxxp://hsahyteiows[.]gu[.]cc
hxxp://yicoweytcbtw[.]gu[.]cc
hxxp://xkcifgieusr[.]gu[.]cc
hxxp://fuaytrwese[.]love
3c181f642e24c28602a87be7f195e2f3d1ffa30b37e20f5121d99f88b22ab80e  (Tax-Number52563.zip, SHA256)
66dbe675480dc229e5b3ab8ad74207f73486e64e57805074f784bb2e01bcb865  (Tax-Number809863.zip, SHA256)
# Campagna XWorm
gatuso[.]duckdns[.]org                                            (C2)
# Campagna zgRAT
digital-magicians[.]com/photo295825092412[.]zip                  (Payload URL)
0zbqnac1t4dv2t2wuodv1m[.]com                                      (C2)
89[.]34[.]90[.]99:56001                                           (C2)
# Persistenza
Registro: HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\putty

MSG revives legal theory that once haunted ‘60 Minutes’


In the 1990s, CBS infamously spiked a damning “60 Minutes” interview with whistleblower Jeffrey Wigand about the tobacco industry because the network’s lawyers feared it could be sued for encouraging him to violate a nondisclosure agreement with his former employer, a tobacco company.

Three decades later, Madison Square Garden is trying to use the legal theory that CBS’ lawyers once feared, now against Wired magazine.

MSG’s new lawsuit is the latest example of a private litigant trying to wield a legal claim known as “tortious interference with contract” against journalists who rely on sources bound by confidentiality agreements. (The lawsuit includes defendant Katie Drummond, Wired global editorial director and Freedom of the Press Foundation board member. Drummond had no involvement in this article.)

Under the First Amendment, the claim is baseless, but that doesn’t make it harmless. Lawsuits like these discourage investigative reporting by making newsgathering riskier and more expensive, and by putting confidential sources at risk of being exposed.

The MSG suit stems from Wired’s reporting on a “talent database” maintained by the company that labeled some celebrities by race, gender identity, and sexual orientation. Much of the attention has focused on its defamation claim, which accuses Wired of falsely implying that the company used the database to discriminate against LGBTQIA people. Others have already explained the extraordinary legal weakness of this part of MSG’s case.

But alongside the defamation claim is another that has received far less attention. MSG’s second claim of “tortious interference” attacks the newsgathering process itself, and especially the use of confidential sources.

MSG’s second claim of “tortious interference” attacks the newsgathering process itself, and especially the use of confidential sources.

Wired’s article quotes a confidential source describing how MSG security monitors celebrities’ social media posts and marks them with a “risk score.” The lawsuit claims that Wired interfered with MSG’s contractual relationships by encouraging an employee to violate a company handbook and code of conduct to provide that information. It also threatens to force Wired to turn over communications with its sources during discovery in the lawsuit.

Taken together, the claim and the discovery demand amount to a one-two punch against investigative reporting: First, threaten journalists with liability for talking to insiders. Then, use the litigation to try to uncover who those insiders are, since sources bound by NDAs often ask journalists to keep their identities confidential.

MSG isn’t alone in using tortious interference against the press. In 2021, Donald Trump brought a similar claim against The New York Times and its reporters, arguing that they unlawfully induced his niece, Mary Trump, to violate a confidentiality agreement by leaking his tax returns.

Trump’s lawsuit against the Times failed, and for good reason. The First Amendment protects newsgathering, including asking sources for information, even when they may be gagged by a contract. Dismissing Trump’s claim, a New York court held that imposing liability on the Times for this kind of routine reporting would violate the Constitution. Or, as Times reporter Susanne Craig put it: “I knocked on Mary Trump’s door. She opened it. I think they call that journalism.”

The New York court’s decision in the Trump case was consistent with other courts’ recognition that the First Amendment bars tortious interference claims against the press for speaking to sources. Judges in California and Florida have dismissed similar claims on First Amendment grounds. Many states, including New York, also have reporter-source shield laws that would prevent private plaintiffs from forcing journalists to reveal their confidential sources.

But even when tortious interference claims and attempts to dig into reporters’ confidential sourcing fail, they can still chill journalism. They force news organizations to spend money defending lawsuits or fighting to shield their confidential sources’ identities, and they send an ominous message to potential whistleblowers that the reporters they talk to may not be able to protect them.

The sting from tortious interference lawsuits can be lessened by anti-SLAPP laws, which allow journalists and others to recover their attorney’s fees when they face meritless lawsuits based on their speech. But not every state has an anti-SLAPP law. Even in states that do, like New York, anti-SLAPP statutes don’t eliminate the upfront costs and uncertainty of defending a lawsuit. A national newsroom may be able to absorb the expense until it can be recouped. But a local news outlet or independent reporter may not.

As a result, regardless of its merits, a tortious interference claim can discourage reporters and newsrooms from asking sources for information and publishing newsworthy information if it comes from a source bound by an NDA. That’s exactly what happened when CBS backed away from airing the Wigand interview decades ago: Important information about a dangerous industry stayed hidden for months.

That’s why these claims deserve attention, and courts must continue to clearly reject them. By making the very process by which journalists uncover information legally risky, tortious interference claims help powerful institutions keep their secrets.


freedom.press/issues/msg-reviv…

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Le deuxième mandat de Macron va s’achever et avec lui ce sont dix ans de lois sécuritaires, tellement qu’on arrive plus à les compter. Avant de lâcher le pouvoir, le gouvernement en laisse une dernière pour la route, c'est la loi dite RIPOST, portée par le ministre de l’intérieur Laurent Nunez.

reshared this

in reply to La Quadrature du Net

Cette loi contient des mesures très différentes mais qui sont toutes justifiées par la même rengaine répressive : face à tout phénomène social, il faudrait plus d’ordre, plus de contrôle, plus de surveillance.

Pour plus de détails, nous venons de sortir une vidéo : video.lqdn.fr/w/s4W9NPvvitcpq6…

Debby ‬⁂📎🐧 reshared this.

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Die Suchergebnisse von Google sollen in Europa bald anders aussehen. Im Rahmen des Digital Markets Act (DMA) hat die EU-Kommission erstmals zwei Strafen gegen Google verhängt. Obwohl es um verhältnismäßig wenig Geld geht, dürfte die Entscheidung in den USA trotzdem für Unmut sorgen. netzpolitik.org/2026/unfairer-…

House subpoena of BreakThrough News threatens press freedom


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 23, 2026 — In a direct attack on the First Amendment, the House Ways and Means Committee has subpoenaed independent news outlet BreakThrough News, demanding internal records under the guise of investigating foreign influence in the tax-exempt nonprofit sector.

The committee, chaired by Rep. Jason Smith, is seeking BreakThrough News’ financial records, internal communications, and more. Lawmakers claim the probe focuses on tax compliance. But abusing congressional subpoena power to target a news outlet whose coverage a committee chair doesn’t like undermines core press freedom guarantees.

The following can be attributed to Freedom of the Press Foundation (FPF) Chief of Advocacy Seth Stern:

“Congress shouldn’t be using a tax investigation as a pretext to dig through a newsroom’s internal communications or financial records. Freedom of the press applies to all journalists, regardless of whether politicians like their editorial slant or their politics.

“Allowing a congressional committee to harass an independent newsroom with a broad subpoena sets an awful precedent. If lawmakers can abuse tax oversight to single out outlets whose reporting offends them today, no newsroom in America is safe from government intimidation tomorrow.”

FPF strongly urges the House Ways and Means Committee to withdraw its subpoena against BreakThrough News and stop using congressional oversight as a tool to retaliate against independent media.

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/house-sub…

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Jüngst hatte der Koalitionsausschuss der Bundesregierung beschlossen, das Informationsfreiheitsgesetz drastisch einzuschränken. Nun zeigt ein Bericht des MDR, dass Innenminister Dobrindt noch viel weiter gehen will, um staatliches Handeln im Geheimen zu belassen. netzpolitik.org/2026/fragdenst…
in reply to netzpolitik.org

Verdummt und unmündig sollen wir seien - vollgestopft mit wertlosem Müll von US-Monopolplattformen, beraubt unserer Daten und verarmt an Informationen, die über unser Leben entscheiden:

#CDU #CSU sind #Wissensverbote - Parteien!

Happy Mittelalter mit #Merz, #Reiche, #Dobrindt und deren Inquisitions-Junta!

Da passt #Zensursula genauso rein wie die illegale #VDS und Internet-Ausweispflicht.

➡️ Wissen is Macht ..

..und die Macht, sie zu kontrollieren, rauben sie dem Souverän!

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🌏️ News from Downunder!

Our very own @vortex@tldr.nettime.org was interviewed by Caddie Brain from @wikimediafoundation Australia to contribute along side APNIC's Ian Peter Archive on the history of Australian Internet.

Watch it here: tv.dyne.org/w/hpFCLEFdp6qQXJou…

And subscribe to Vortex's peertube: @vortex@tv.dyne.org

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Drüben bei Deutschlandfunk Kultur spreche ich darüber, warum ich das französische Social-Media-Verbot für falsch halte, warum #Alterskontrollen uns alle gefährden, warum der Drogen-Vergleich bei mir einen Beißreflex auslöst – und was denn die bessere Lösung wäre.

🎧 09:13 min deutschlandfunkkultur.de/schut…

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Iran’s Cyber Playbook Shifts From Loud Attacks to Patient, Long-Term Access
#CyberSecurity
securebulletin.com/irans-cyber…
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HermeticReader: How a Bug in Adobe’s PDF Browser Extension Could Expose WhatsApp Chats to Any Website
#CyberSecurity
securebulletin.com/hermeticrea…
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ASUS Rushes Out Router Patch After Discovery of Unauthenticated Remote Command Execution Flaw
#CyberSecurity
securebulletin.com/asus-rushes…
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RefluXFS: A Nine-Year-Old Race Condition in Linux’s XFS Filesystem Opens a Silent Road to Root
#CyberSecurity
securebulletin.com/refluxfs-a-…
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☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 23 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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À 8h20 sur France Inter, @blequerrec reviendra sur la vérification d'âge.


L'interdiction faite aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux vient d'être votée par le Parlement. Si le Conseil constitutionnel ne censure pas la loi en août, les réseaux sociaux pourraient être forcés de vérifier l'âge de tous les internautes dès septembre. C'est-à-dire d'imposer un contrôle d'identité avant d'avoir le droit de s'exprimer en ligne.

laquadrature.net/2026/07/22/le…


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FIRMA ANCHE TU! Stop Killing The Internet - Smettiamola di uccidere Internet: niente identità digitale e niente verifica dell'età. È partita oggi l'iniziativa dei cittadini europei!

@Etica Digitale (Feddit)

La Commissione Europea ha autorizzato un’iniziativa dei cittadini che chiede alla legge UE di mantenere l’ID digitale e la verifica dell’età su base volontaria, rispettosa della privacy e non discriminatoria per l’accesso ai servizi online.

L’iniziativa intitolata 'Stop Killing The Internet: No Digital ID & No Age Verification' ora necessita di 1 milione di firme in almeno 7 Stati membri entro 12 mesi. Una volta raggiunto l’obiettivo, Bruxelles dovrà rispondere formalmente, proprio mentre lancia il Portafoglio di Identità Digitale dell’UE e testa la sua app di verifica dell’età.

citizens-initiative.europa.eu/…

Stop Killing Social Media Accounts! A case against harsh inactive account policies


PPI recently signed on to the Stop Killing the Internet initiative: stopkillingtheinternet.com/

As part of our support for this movement to preserve and promote digital rights we present the following discussion that was drafted collaboratively by members of our community about our concern over the forced removal of social media accounts and content.

Why can’t our social media accounts be online forever?


When we die our friends and family are still there. They want to remember us, and our social media accounts are one important way for them to look back and remember us. However, a recent article by Koa DeMarzo called “A Case Against Forever,” <techpolicy.press/a-case-agains…> frames indefinite data retention as a looming crisis. The article claims that failure to erase social media accounts represents a danger to privacy, security, and a threat of environmental waste. He argues that Big Tech platforms, especially social media sites, should purge dormant accounts after 1-2 years, with limited exceptions.

The need to erase social media accounts overstates risks, underestimates user needs, and proposes a paternalistic solution that prioritizes corporate risk aversion and regulatory ideals over individual autonomy and real-world utility. Permanence has been the internet’s default, especially on social media websites, for good reasons. Users upload photos, documents, posts, and memories on social media sites expecting control. We do not want or need an invisible timer that could erase parts of our lives. Mandating automatic blanket deletions on social media flips the burden from user choice to platform decree. The recent case of Dutch streamer Joshua Khane having his hacked Microsoft account deleted instead of getting handed back to him is one example of that. <gadgetreview.com/microsoft-wip…> And as the recent Sony controversy on physical discs and inactive accounts have hinted, users are not going to take it kindly.

User Control and the Myth of “Forgotten” Data


Users already face challenges with security issues (password resets, account dormancy warnings, and 2FA requirements), but automatic deletion creates a further level of emergency that is real. They will delete our accounts whether we want them to or not. Many people intentionally maintain low-activity accounts: accounts that host bank contacts, family archives, long-term research pages, creative portfolios, backups for future generations. These accounts are important to us, and there is no reason for them to be erased. A soldier deployed overseas, a researcher on sabbatical, an elderly person with sporadic internet use, a person living in areas under internet blackouts such as Iran, human trafficking victims who’re trapped in Southeast Asian scam factories, or someone simply taking a deliberate break from social media could lose irreplaceable data.

“Inactivity” is a crude excuse, and these channels often fail to properly contact their owners. Paid storage already incentivizes retention for active user. Social media services cannot be turned into rental models where you pay or lose access. In the case of email services, many web platforms including essential services like banking rely on emails as two factor authentication methods and zealotic blanket deletions of inactive accounts on that type of services will result in massive user inconvenience as their linked accounts get de facto locked out. Some like Proton had even recently incorporated crypto wallet functions in their services; harsh inactive account deletions will mean that users will be locked out of their funds too <proton.me/support/wallet-getti…>.

Users already have tools like the “right to be forgotten” (erasure requests under GDPR and similar laws) and manual deletion options. Strengthening opt-out mechanisms, data control mechanisms, data export tools, and clear notifications serves autonomy better than forced sunsetting. Platforms can (and do) notify users before any deletion; making this robust addresses most concerns without blanket policies.

Security and Privacy: Deletion Is No Panacea


Dormant accounts pose risks. They can have outdated security. Nefarious actors can hijack them for scams. However, the “one size fits all” approach of automatic deletion after 1-2 years is a blunt instrument. Stronger, uniform security, including mandatory modern password hashing methods, can mitigate threats more effectively than hoping inactivity timers catch everything.

Quantum computing threats or evolving encryption are legitimate long-term issues, but they argue for better cryptography and key management, not preemptively destroying user data. Backups and distributed systems mean “deletion” is rarely total anyway as regulators acknowledge technical feasibility limits. Focusing on “duty to delete” creates compliance theater while ignoring that determined actors (or platforms themselves) retain data in other forms. Data minimization is a valid GDPR principle, but it should balance against legitimate interests, including user-requested storage. Indefinite retention isn’t inherently unlawful if tied to user consent or service provision. In the context of social media sites, many users want their data for memories or evidence for disputes. Painting all retention as corporate hoarding ignores this demand. AI training on dormant data raises consent issues, but solutions like opt-outs, anonymization, or licensing frameworks address this without mass deletion. The answer is better platform defenses and user education, not erasing history by default.

Environmental Claims and Practical Trade-offs


Environmental benefits of deletion are mentioned but thin. Storage efficiency has improved dramatically as new methods like DNA digital data storage and 5D optical data storage have appeared. The marginal energy of “dormant” data is negligible compared to training frontier AI models or video streaming. Mandating deletions incurs its own costs: notification systems, user support for recoveries, legal exceptions processing, and potential data loss leading to recreation (more emissions). Besides that, to address environmental costs of data centers, there are already proposals to place them in space, including on the Moon, instead of on Earth, although the constraint in the form of the universal speed limit, which is the speed of light, necessitates the creation and development of delay-tolerant networking (DTN) and associated infrastructure. True sustainability comes from efficient infrastructure, not purging user content.

Cultural and Historical Loss


Social media and to an extent, email services have become digital archives of personal and collective life which can include family histories, social movements, cultural moments. Automatic deletion risks sanitizing or erasing this record, especially for marginalized voices or long-tail content. Memorialized accounts and “historical interest” exceptions are acknowledged but would be bureaucratically nightmarish to administer fairly. Who decides what qualifies? Platforms? Governments? This opens doors to selective memory curation. We already see tensions with “the right to be forgotten” clashing with free expression, journalism, and historical accountability. Even more so, deletionism had been a major factor for many intractable editorial conflicts on Wikipedia. Expanding this via inactivity defaults amplifies conflicts rather than resolving them.

Harsh and blanket deletion policies on inactive accounts and contents at social media websites, and possibly, to an extent, email services, will enable AI-powered “historic context attacks” in the near future. A 2020 FastCompany article (fastcompany.com/90549441/how-t…) had posited scenarios about such types of attacks, including a hypothetical situation where forgers were able to construct a convincing false narrative that in 2001 then-President George W. Bush met with Osama bin Laden. Without reliable digital primary source content, future generations will be fooled into thinking that the meeting did happen after all. Forgers might be able to convince the public that a massive cover-up by Big Tech platforms happened during the decade by showing how so much content from the period was deleted. Thus it will appear plausible that some of the news articles regarding the supposed bogus meeting may have actually existed.

How historic context attacks could work


Consider a hypothetical scenario set in 2040. A controversial politician is accused of corruption, and supporters release a “newly discovered” video from 2018 showing the politician rejecting a bribe and behaving ethically during a private meeting. To make the video appear authentic, they also generate:

  1. Fake news articles dated to 2018 and attributed to defunct or poorly archived websites, supposedly reporting on the video’s original “leak.”
  2. Screenshots of old Twitter threads in which users appear to discuss the footage.
  3. AI-generated emails and internal memoranda, supposedly written at the time, that refer to the meeting.

The forgers could point to gaps in the Wayback Machine, deleted social media accounts, or missing personal archives as supposed evidence of a cover-up. Historians would face a difficult task because similar meetings may genuinely have taken place, while the fabricated material could closely imitate the language, design, and technical conventions of the period.

When authentic records disappear, fabricated context becomes easier to present as forgotten history.


A similar attack could target a major protest in 2019 that later turned violent. One side might circulate altered body-camera or smartphone footage portraying protesters as the clear aggressors. The footage could be supported by fabricated eyewitness posts, geolocated images, AI-written blog posts and opinion articles dated to 2019 or 2020, and bylines matching those of real but relatively unknown journalists. The attackers might even produce a false “official report” from a think tank that supposedly investigated the event at the time.

This flood of synthetic corroboration could influence public memory and leave court records, historical accounts, and political debates contested for decades. The danger would not come from one convincing forgery alone, but from a coordinated collection of materials that appear to confirm one another.

Another example could involve a deepfake home video from the 1990s showing a deceased and widely admired celebrity in a compromising situation or expressing views that contradict their public image. The supposed context might include:

  1. Fake diary entries presented as recently digitized documents.
  2. Generated interviews with friends who claim that they “always knew.”
  3. Photoshopped or AI-generated group photographs inserted into old digital albums hosted on personal or family websites.

Tabloid media already promotes sensational and poorly supported narratives. AI could make such campaigns substantially more convincing, while lost personal archives, crashed hard drives, and deleted accounts would provide a convenient explanation for the absence of authentic corroborating material.

Historic context attacks could also have serious geopolitical consequences. A state might claim that an international agreement signed in 2005 granted it rights over disputed territory. To support the claim, it could release:

  1. Scanned PDFs with forged metadata designed to match the period.
  2. Fabricated diplomatic cables and meeting minutes.
  3. Generated news footage produced in the style of contemporary state-media broadcasts.
  4. Supposed social media messages from diplomats’ private accounts, allegedly obtained through a hack and leaked years later.

Without authentic content from the era made by powerful figures and regular citizens alike which can challenge the forged narratives, the nation could justify aggressive actions, with the volume of “evidence” making international bodies hesitant.

Better methods or alternatives


Instead of the default, blanket deletion of inactive accounts and their associated contents, we advocate the following more balanced and sensible approaches.

  • User-empowering defaults: Provide easy, one-click bulk export and deletion tools, as well as configurable retention settings (e.g., “keep forever” flags for premium users or explicit opt-ins).
  • Tiered storage: Automatically move inactive data to cold, encrypted archives with reduced visibility and access.
  • Targeted security measures: Automatically upgrade security on dormant accounts, monitor for anomalous access, and allow users to “freeze” accounts.
  • Exceptions and granularity: Preserve purchased media, shared public content with value, or accounts with legal or educational ties. Support user-defined policies. For email services, and especially those with crypto wallet functions embedded within them like Proton Wallet, they should opt for the approach of preserving the account while clearing out its email contents instead of harsh total inactive account deletions.
  • Third-level domains: To address some arguments by email services about username exhaustions caused by inactive accounts, they should consider implementing third-level domains to expand username pools, like test@a.proton.me in the case of Proton.
  • Transparency mandates: Require companies to disclose data usage for AI, explain their retention practices, and report breach statistics differentiated by account activity.
  • Shift in governance paradigms: As mentioned in prior PPI reports (pp-international.net/2026/02/d…, https://pp-international.net/2026/05/stopageverificationenforcement/), ultimately, to address the main corporate arguments that it’s costly to maintain access and preserve user data, a shift in governance regulations is required. Some major or large scale email services and social media platforms (e.g. Apple, AOL, Bluesky, Discord, Facebook, Github, Google (including YouTube), Mastodon.social, Microsoft, Instagram, LinkedIn, Proton, Pinterest, Reddit, Roblox, Steam, Threads, TikTok, Twitch, WordPress, X, and Yahoo) must be treated as effective utilities, similar to healthcare and other emergency services. This means that the financial costs required for the services to maintain access to user data would become a government expense, an essential service akin to a military defense budget.
  • Thanatosensivistic features: For the above aforementioned platforms, we also call for implementation of thanatosensitivistic features where users will have a say on what to do with their accounts if they die. They can choose for the accounts to be archived/memorialized upon the receipt of a valid legal will and/or when the account has been inactive for five years, deleted, or if technically possible, have them transferred to other parties such as their family members.

The digital realm should expand human freedom, memory, and creativity. Forced blanket inactivity deletions, however well-meaning, impose a regulator’s or corporation’s timeline on personal data. They treat users as liabilities rather than sovereign individuals. Pirate Parties must advocate for true digital rights: the freedom to create, store, access, and control one’s own information permanently, if the user so chooses.

The right to be remembered, just like the right to be forgotten and other digital rights such as privacy, empowers individuals in an age where digital lives matter. True privacy and responsibility come from informed user choice, strong defaults for security, and tools that respect memory— not timers that decide when your data no longer matters. Policymakers should prioritize empowerment over erasure.

————————————————————————————————–

The following message was prepared by members of the PPI Discord community and PPI Board. It does not necessarily reflect the views of all PPI members, but we hope it does. If any of our members have competing ideas about this issue or any other issue that they would like us to broadcast, please share them with us. We are happy to broadcast a variety of ideological opinions and diverse issues. Our goal is to create positive communication to solve problems.


pp-international.net/2026/07/s…

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New $25K ‘Penlight’ journalism award honors paywall-free FOIA reporting


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 21, 2026 — Freedom of the Press Foundation (FPF) is proud to announce the launch of the Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting.

The prize awards $25,000 to an outstanding piece of journalism that was made free to the public, and is substantially based on government records received via state and local public records laws or the Freedom of Information Act. Submissions will be reviewed by an all-star panel of judges with extensive experience both in public records reporting and advocacy for transparency laws.

The award was inspired by FPF’s partnership with Wired to make all articles substantially based on FOIA or public-records-based reporting paywall-free.

This year, our judges will be:

  • Kate Doyle, senior analyst at the National Security Archive
  • Jameel Jaffer, executive director at the Knight First Amendment Institute at Columbia University
  • Jason Leopold, senior investigative writer at Bloomberg

The following can be attributed to Trevor Timm, FPF’s executive director:

“Journalism plays a vital role in our democracy. It informs the public and serves as a check on abuses of government and corporate power. At the same time, reporting that relies on government records generated at taxpayers’ expense should be available free for all. So we hope this award will honor the journalists who do the hard work of unearthing government documents, and will encourage news outlets to make all their public records reporting free.

“Last year, Freedom of the Press Foundation called on news organizations to remove paywalls from reporting based on FOIA records. Award-winning outlets like Wired and 404 Media joined the effort — and saw their subscriptions increase as a result. Now it’s time for others to follow their lead.”

This award is nonpartisan and does not preference a political or ideological viewpoint. It is being funded wholly by a generous FPF donor. The first-place winner will receive a $25,000 prize, a physical award, and a paid trip to New York City for a dinner and celebration later in 2026.

Submitted articles must have been available free of charge at publishing, with no paywall or obligation to subscribe. The award can be divided equally among up to four co-authors.

Find more information and apply at penlightprize.org/ by Sept. 1, 2026.

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/new-25k-p…

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Das französische Parlament hat sich auf ein Social-Media-Verbot bis 15 Jahre geeinigt. Ich halte das aus mindestens fünf Gründen für falsch. Die wichtigsten zuerst:

👉 weil Aussperren nicht schützt
👉 weil Alterskontrollen alle gefährden

kommentiert für @netzpolitik_feed

netzpolitik.org/2026/social-me…

The Pirate Post ha ricondiviso questo.

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L'interdiction faite aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux vient d'être votée par le Parlement. Si le Conseil constitutionnel ne censure pas la loi en août, les réseaux sociaux pourraient être forcés de vérifier l'âge de tous les internautes dès septembre. C'est-à-dire d'imposer un contrôle d'identité avant d'avoir le droit de s'exprimer en ligne.

laquadrature.net/2026/07/22/le…

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in reply to La Quadrature du Net

pour la France, pour contrôler l'age (des propriétaires des comptes) y a moyen de faire comme font les plateformes des petitions à l'AN et au Sénat : utiliser FranceConnect en mode "authentification" (et non identification) et demander à avoir la date de naissance (et seulement cette info).

Mastodon et Eurosky peuvent certainement fournir très rapidement une implementation de cette "validation" des comptes, qui devrait satisfaire la loi.

Vous en pensez quoi ?

The Pirate Post ha ricondiviso questo.

Ich habe ein paar Einschätzungen zum Part der Datenschutzaufsicht und der Transparenz beim Gesetzentwurf des Bundesinnenministeriums aufgeschrieben, mit dem aus den #Nachrichtendiensten #Geheimdienste werden sollen

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

The Pirate Post ha ricondiviso questo.

Die Bundesregierung will den Geheimdiensten neue Befugnisse im bisher beispiellosen Ausmaß geben. Zugleich schwächt sie Betroffenenrechte, unabhängige Aufsicht und Möglichkeiten für Transparenz. Eine freiheitliche Demokratie kann sich diese unausgewogene und gefährliche Mischung nicht leisten, schreibt @ulrichkelber.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

The Pirate Post ha ricondiviso questo.

Das Social-Media-Verbot für unter 15-Jährige in Frankreich wird die digitale Welt für junge Menschen nicht sicherer machen. Stattdessen gefährdet es uns alle. Denn es bereitet den Weg für ein Internet, das nur noch mit Ausweiskontrolle zugänglich ist. Ein Kommentar.
netzpolitik.org/2026/social-me…
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Fake Game Downloads Are Quietly Installing Amatera Stealer Through a Disguised RenPy Loader
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PhantomEnigma: How a Malware Crew Turned Brazilian Government Sites Into Trusted Malware Hubs
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Nginx e TLS nel 2026: le tecniche aggiornate per ridurre TTFB e latenza HTTPS
#tech
spcnet.it/nginx-e-tls-nel-2026…
@informatica


Nginx e TLS nel 2026: le tecniche aggiornate per ridurre TTFB e latenza HTTPS


Nel 2026 quasi tutto il traffico web viaggia in HTTPS, ma quanto di quella cifratura sta ancora costando millisecondi inutili al vostro Time To First Byte? Molte configurazioni Nginx che giravano perfettamente nel 2020 oggi trascinano direttive deprecate, parametri OCSP che non fanno più nulla e cipher suite che TLS 1.3 ignora comunque. Vale la pena rimettere mano al blocco ssl_* del vostro server, non per inseguire un punteggio più alto su SSL Labs, ma perché ogni handshake più corto si moltiplica per il numero di visitatori.

Va detto subito, con onestà: il tuning TLS non salva un backend lento. Se il TTFB del vostro sito è dominato da query al database, cache fredda o un’applicazione PHP/.NET che impiega 800ms a costruire la pagina, ottimizzare l’handshake sposta l’ago di qualche decina di millisecondi. Ma è ottimizzazione a costo quasi zero, che si somma a tutto il resto: cache, CDN, query tuning. Va fatta bene una volta e poi dimenticata.

HTTP/2 e HTTP/3: la sintassi è cambiata


Se la vostra configurazione risale a qualche anno fa, probabilmente avete ancora questa riga:

listen 443 ssl http2;

Funziona ancora, ma da Nginx 1.25.1 il parametro http2 sulla direttiva listen è deprecato: lanciando nginx -t su una build recente comparirà un warning esplicito. La forma corretta separa i due concetti:
listen 443 ssl;
http2 on;

La direttiva http2 attiva il protocollo per l’intero server block, il che è più pulito che ripeterlo su ogni riga listen. Se gestite una flotta di server dietro un load balancer, verificate che tutte le istanze montino Nginx 1.25.1 o superiore prima di effettuare lo switch: una versione più vecchia non riconosce http2 on; e si rifiuta di avviarsi.

Attivare HTTP/3 con QUIC senza compilare nulla


Fino a poco tempo fa, abilitare HTTP/3 su Nginx significava patchare e ricompilare da sorgente contro una libreria TLS con supporto QUIC: un esercizio che pochi sistemisti volevano affrontare in produzione. Quell’epoca è finita. Il supporto nativo a QUIC e HTTP/3 è arrivato nel mainline Nginx a partire dalla 1.25.0 ed è ormai maturo nel branch stable, quindi sulle distribuzioni recenti o sul repository ufficiale Nginx non serve più compilare nulla a mano.

Va detto che, nonostante l’entusiasmo degli anni scorsi, l’adozione reale di HTTP/3 procede più lentamente del previsto: a metà 2026 HTTP/2 serve poco più della metà delle richieste globali mentre HTTP/3 si attesta intorno al 21%, con un plateau che dura da diversi mesi. Parte del motivo è strutturale: un browser passa a HTTP/3 solo dopo aver scoperto il supporto tramite un header Alt-Svc o un record DNS, quindi molte prime visite non negoziano mai QUIC. Vale comunque la pena abilitarlo: sposta il trasporto su UDP ed elimina l’head-of-line blocking di TCP, un vantaggio concreto su connessioni mobili lente o con perdita di pacchetti.

Su Nginx 1.25.0 o superiore con supporto QUIC integrato, un server block tipico è:

server {
    listen 443 ssl;
    listen [::]:443 ssl;
    listen 443 quic reuseport;
    listen [::]:443 quic reuseport;

    http2 on;

    ssl_certificate     /path/to/your/certificate.pem;
    ssl_certificate_key /path/to/your/key.pem;

    # Annuncia HTTP/3 ai client che arrivano via HTTP/1.1 o HTTP/2
    add_header Alt-Svc 'h3=":443"; ma=86400';

    # ... resto della configurazione del server
}

Attenzione a reuseport: va specificato una sola volta per combinazione IP/porta. Se gestite più server block sullo stesso indirizzo, mettete reuseport solo sul blocco predefinito e usate listen 443 quic; sugli altri, altrimenti Nginx si rifiuta di partire.

L’header Alt-Svc è il dettaglio che quasi tutti dimenticano: senza di esso i browser non hanno modo di sapere che il server parla HTTP/3 e restano su HTTP/2. Dopo la modifica, testate e ricaricate:

nginx -t
nginx -s reload

Per verificare rapidamente da riga di comando quale protocollo state effettivamente servendo:
curl --http2 -I https://vostrodominio.it/
curl --http3 -I https://vostrodominio.it/

Session cache e session ticket: il vero risparmio sull’handshake


Con HTTPS, invece di una singola andata e ritorno, la connessione richiede un handshake aggiuntivo. Attivare la cache delle sessioni TLS riduce questo costo per le connessioni ripetute:

ssl_session_cache shared:SSL:10m;   # circa 40.000 sessioni
ssl_session_timeout 1d;             # tempo di riutilizzo della sessione

Sui session ticket la raccomandazione è cambiata rispetto a qualche anno fa. Un tempo si consigliava di disabilitarli perché la rotazione della chiave di cifratura non era gestita correttamente da Nginx. Da Nginx 1.23.2 in poi la gestione delle chiavi per la ripresa stateless delle sessioni è molto migliorata, quindi salvo casi particolari conviene tenerli attivi:
ssl_session_tickets on;

Unica eccezione: se gestite più server Nginx dietro un bilanciatore senza sincronizzare le chiavi dei ticket tra le istanze, la ripresa della sessione si rompe silenziosamente e perdete il beneficio. In quel caso, sincronizzate le chiavi o disabilitate i ticket su tutta la flotta in modo coerente.

Quali versioni TLS tenere attive


TLS 1.0 e 1.1 sono obsoleti, bloccati da ogni browser moderno e vietati dallo standard PCI DSS: vanno disattivati ovunque, senza eccezioni. La vera decisione riguarda invece TLS 1.2 e 1.3.

Per la maggior parte dei siti pubblici, la scelta corretta è tenere entrambi attivi:

ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;

È TLS 1.3 a fare la differenza sul TTFB: riduce l’handshake a un singolo round trip e supporta la ripresa di sessione, quindi i visitatori che tornano si connettono più rapidamente. TLS 1.2 resta come fallback per client più datati e, su un sito pubblico normale, non costa nulla lasciarlo attivo.

Passate a TLS 1.3 soltanto se controllate i client che si connettono: un’API interna, un backend applicativo, un servizio dove sapete con certezza che nessun client datato deve collegarsi:

ssl_protocols TLSv1.3;

Disabilitare TLS 1.2 su un sito pubblico è il tipo di modifica che sembra pulita in un file di configurazione e poi silenziosamente taglia fuori una fetta di traffico reale. Senza un motivo specifico, lasciatelo acceso.

OCSP stapling: cosa è cambiato con Let’s Encrypt


L’OCSP stapling permette a Nginx di allegare all’handshake una prova firmata dalla CA della validità del certificato, evitando che il client debba interrogare direttamente il servizio OCSP. La configurazione classica resta questa:

ssl_stapling on;
ssl_stapling_verify on;
ssl_trusted_certificate /path/to/full_chain.pem;
resolver 8.8.8.8 8.8.4.4 valid=300s;
resolver_timeout 5s;

Ma qui c’è un cambiamento importante da conoscere se usate Let’s Encrypt: il 6 agosto 2025 Let’s Encrypt ha terminato il supporto OCSP e spento i propri responder. I certificati che emette oggi non hanno più un URL OCSP, ma un URL CRL al suo posto. Senza un responder da interrogare, ssl_stapling on; non fa più nulla sui certificati Let’s Encrypt e Nginx registra nei log un warning "ssl_stapling" ignored, no OCSP responder URL.

Il bilancio onesto nel 2026 è questo: se la vostra CA pubblica ancora un URL OCSP, lo stapling resta un piccolo vantaggio innocuo e potete tenerlo attivo. Se siete su Let’s Encrypt, le direttive sopra sono ormai inerti e potete rimuoverle per tenere puliti configurazione e log. È parte di uno spostamento più ampio del settore verso CRL e certificati a vita breve.

Buffer SSL più piccolo per ridurre il TTFB


Il parametro ssl_buffer_size imposta la dimensione del buffer usato per inviare dati via HTTPS. Il valore predefinito è 16k, pensato per risposte di grandi dimensioni, ma per minimizzare il TTFB conviene spesso un valore più piccolo:

ssl_buffer_size 4k;

Il risparmio tipico è di 30-50 millisecondi sul TTFB, variabile a seconda del carico e delle dimensioni medie delle risposte servite.

Configurazione completa consigliata per il 2026

http2 on;
ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;
ssl_prefer_server_ciphers off;
ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';
ssl_session_cache shared:SSL:10m;
ssl_session_timeout 1d;
ssl_session_tickets on;
ssl_buffer_size 4k;

add_header Strict-Transport-Security "max-age=63072000; includeSubdomains; preload";
add_header X-Frame-Options sameorigin;
add_header X-Content-Type-Options nosniff;

Da notare: con TLS 1.3 le cipher suite sono fissate dal protocollo stesso, quindi una lunga stringa ssl_ciphers personalizzata e una direttiva ssl_ecdh_curve manuale non portano quasi nessun beneficio. I cipher elencati sopra si applicano soltanto alle connessioni TLS 1.2, e ssl_prefer_server_ciphers va disattivato perché i client moderni scelgono in modo sensato per conto proprio. Piuttosto che ottimizzare a mano all’infinito, generate una configurazione aggiornata con il Mozilla SSL Configuration Generator e incollate solo le parti che vi servono.

Se avete ancora in configurazione una riga X-Xss-Protection "1; mode=block", rimuovetela: l’XSS auditor del browser che controllava è stato eliminato da tutti i browser principali, e in alcuni casi quell’header può addirittura introdurre vulnerabilità invece di prevenirle. Una Content-Security-Policy è il sostituto moderno.

Conclusione


Nessuna di queste modifiche, presa singolarmente, trasformerà le prestazioni del vostro sito. Ma insieme costituiscono un livello di ottimizzazione a costo pressoché nullo che qualsiasi sistemista dovrebbe verificare almeno una volta l’anno, specialmente dopo un major upgrade di Nginx o un rinnovo dell’infrastruttura dei certificati. Testate sempre con nginx -t prima di ricaricare, verificate il risultato con SSL Labs e con l’ispezione della colonna Protocol negli strumenti di sviluppo del browser, e ricordate che il vero collo di bottiglia, nella maggior parte dei casi, resta ciò che succede dopo l’handshake: cache, query e tempo di generazione della risposta.

Fonte: Nginx tuning tips: HTTPS/TLS – Turbocharge TTFB/Latency, LinuxBlog.io (Hayden James).


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Unauthenticated Attackers Are Actively Exploiting a ServiceNow Sandbox-Escape Flaw
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Identità ibrida come debito tecnico: la strada pratica verso Entra ID cloud-only
#tech
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@informatica


Identità ibrida come debito tecnico: la strada pratica verso Entra ID cloud-only


Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito chiedersi perché esista ancora un Domain Controller che gira in produzione. La risposta più comune è “così abbiamo sempre fatto”, ed è esattamente la definizione di debito tecnico: un’infrastruttura che continua a costare in manutenzione, superficie di attacco e complessità operativa senza generare più un valore proporzionato. L’identità ibrida, con Entra Connect che sincronizza un Active Directory locale verso il cloud, è diventata per molte aziende proprio questo tipo di debito.

Non si tratta di demonizzare l’ibrido: per organizzazioni con applicazioni legacy pesantemente dipendenti da NTLM, LDAP o Kerberos, mantenere un ponte con l’on-premise è spesso l’unica scelta razionale. Il punto è che la decisione va presa consapevolmente, dopo un inventario reale delle dipendenze, e non per inerzia.

Perché il cloud-only conviene, quando è applicabile


Per un’organizzazione che gira già prevalentemente su Entra ID, Microsoft 365 e client Windows moderni, il modello cloud-only centralizza la gestione IT e accelera l’accesso a nuove funzionalità di sicurezza che spesso arrivano prima, o esclusivamente, sui tenant che non dipendono più da sincronizzazione ibrida. I vantaggi concreti che spingono in questa direzione sono quattro:

  • Riduzione del carico operativo: patching, alta disponibilità e scalabilità dei Domain Controller passano al provider cloud.
  • Postura di sicurezza migliore: funzionalità come Conditional Access granulare, Identity Protection e governance degli accessi privilegiati sono nativamente più semplici da applicare senza il vincolo di compatibilità con AD locale.
  • Costi più prevedibili: si eliminano hardware ridondante, licenze Windows Server per i DC e il tempo ingegneristico dedicato a mantenerli in salute.
  • Velocità di adozione: nuove capacità (passkey, agenti AI con identità propria, automazioni Conditional Access) arrivano più rapidamente su tenant che non devono conciliarsi con un’infrastruttura ibrida.


L’errore più comune: migrare l’infrastruttura prima di validare le dipendenze


Il fallimento tipico di un progetto cloud-only non è tecnico, è di sequenza: i team iniziano a spegnere server e migrare workload prima di aver mappato davvero cosa dipende ancora da Active Directory. Un approccio più solido segue queste fasi.

1. Mappare i carichi di lavoro che bloccano il cloud-only


Partite da un audit completo di infrastruttura, applicazioni, dati e dipendenze. Non fermatevi alla lista delle VM: cercate esplicitamente le dipendenze che raramente compaiono nei piani di migrazione di alto livello, perché sono quelle che tengono in vita Entra Connect molto più a lungo del necessario:

  • Applicazioni che richiedono ancora query LDAP dirette
  • Service account legacy non documentati
  • Applicazioni con autenticazione NTLM hard-coded
  • Impostazioni di Group Policy che nessuno ha mai rivisto
  • Servizi certificati (ADCS) che presuppongono un Domain Controller sempre raggiungibile


2. Definire l’architettura cloud che volete davvero gestire


Stabilite obiettivi chiari su performance, disponibilità, sicurezza e compliance prima di scegliere gli strumenti. Decidete se una strategia single-cloud o multi-cloud è coerente con la vostra tolleranza al rischio e con le competenze del team, non solo con il marketing del vendor.

3. Modernizzare l’identità prima di spegnere Active Directory


Qui sta il cuore del progetto. Rivedere la strategia IAM significa garantire autenticazione robusta, accesso a privilegio minimo e protezione dell’identità sfruttando gli strumenti nativi di Entra ID per unificare la gestione utenti su tutti i servizi, invece di replicare in cloud le stesse logiche pensate per un dominio locale.

4. Ridisegnare la connettività attorno all’accesso cloud, non al data center


Molte architetture di rete sono ancora progettate assumendo che il traffico debba passare da un data center centrale. Un modello cloud-only ribalta la logica: la connettività va progettata per l’accesso diretto ai servizi cloud, sfruttando le backbone dei provider e i servizi di sicurezza integrati, sia per utenti in ufficio sia da remoto.

5. Trattare le applicazioni legacy come il vero collo di bottiglia


File share, servizi di stampa, applicazioni gestionali interne e integrazioni con piattaforme di terze parti datate sono i blocchi reali dei progetti cloud-only, molto più della migrazione di VM o storage. Un’applicazione finance che si aspetta autenticazione Windows integrata, un sistema di magazzino che dipende da query LDAP o una file share con permessi ereditati da anni possono rallentare il progetto più di qualunque altro fattore. Per ciascuna, valutate lift-and-shift, refactoring o riscrittura in base a complessità e valore strategico.

6. Ricostruire la governance per un modello operativo cloud-first


Aggiornate le policy per riflettere una postura cloud-first, automatizzate il reporting di compliance e sfruttate strumenti di sicurezza nativi cloud per cifratura, rilevamento minacce e incident response, invece di adattare policy pensate per l’on-premise.

7. Preparare il team IT al cambio operativo


Investite nella formazione sulle competenze cloud-specifiche, comunicate i cambiamenti con chiarezza e create canali di supporto e feedback per intercettare problemi prima che diventino bloccanti.

Cosa si rompe per primo in una migrazione cloud-only


Anche con una pianificazione accurata, alcuni punti critici emergono quasi sempre:

  • Dipendenze nascoste da Active Directory: connessioni LDAP hard-coded, service account non gestiti, applicazioni dipendenti da NTLM o flussi di autenticazione mai documentati. Vanno inventariati prima di ritirare i Domain Controller o disattivare la sincronizzazione.
  • Blocchi operativi da Conditional Access e MFA: l’enforcement di Conditional Access e multi-factor authentication migliora la sicurezza, ma una sequenza sbagliata può bloccare fuori gli amministratori o interrompere l’accesso a servizi critici. Testate sempre account di emergenza, opzioni di rollback e flussi di accesso privilegiato prima di un enforcement ampio.
  • Resistenza culturale: il cambiamento comporta rischio percepito; serve chiarezza sui benefici e sui nuovi ruoli per ridurre lo scetticismo dei team.
  • Interruzioni di servizio: pianificate la migrazione a fasi, con pilot e backup, per minimizzare l’impatto sul business.


Il test pratico per capire quanto siete lontani dal cloud-only


Se la vostra organizzazione ha già adottato Microsoft 365, Intune ed Entra ID per la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti, l’identità ibrida va trattata come debito tecnico, a meno che non abbiate una ragione precisa e documentata per mantenerla. Prima di pianificare una migrazione cloud-only, identificate ogni dipendenza residua da Active Directory: se la maggior parte supporta già l’autenticazione moderna, probabilmente siete più vicini al cloud-only di quanto pensiate.

Per i sistemisti che gestiscono ambienti Microsoft, il consiglio pratico è iniziare da un inventario mirato: interrogate Entra Connect per capire quali oggetti sincronizzati sono ancora effettivamente in uso, verificate quali applicazioni autenticano ancora tramite Kerberos/NTLM controllando i log di sicurezza dei Domain Controller, e mappate le Group Policy applicate per capire quali impostazioni di sicurezza andranno ricreate tramite Intune prima di spegnere l’ultimo controller di dominio.

Conclusione


La migrazione a cloud-only non è un progetto infrastrutturale, è un progetto di identità. Le organizzazioni che falliscono di solito partono dal lato sbagliato del problema, migrando VM e storage prima di aver capito cosa dipende ancora da un dominio Active Directory che nessuno ha mai documentato del tutto. Chi parte invece dall’inventario delle dipendenze di identità, tratta l’ibrido come uno stato temporaneo e non come un’architettura permanente, arriva a un ambiente più semplice da gestire, più sicuro per costruzione e meno costoso da mantenere nel tempo.

Fonte: Why Hybrid Identity Becomes Technical Debt and How to Move to Cloud-Only, Petri IT Knowledgebase (Dean Ellerby).


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Chrome’s Latest Patch Closes 12 Security Holes, Nine of Them Rated High Severity
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