Sport e politica – Gli e-book di China Files n°22
Cosa rappresenta lo sport per i paesi asiatici? Nel nuovo e-book vi raccontiamo la storia e gli sviluppi del mondo sportivo in Asia sotto l'aspetto culturale, politico ed economico (ma non solo)
L'articolo Sport e politica – Gli e-book di China Files n°22 proviene da China Files.
Quando l’indagato è palestinese: gli altri Khaled e una giustizia doppia
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Michele Giorgio
(questo articolo è stato pubblicato in origine dal quotidiano Il Manifesto)
Pagine Esteri, 30 settembre 2023 (la foto è di B’Tselem)- Layan Kayed e Khaled El Qaisi hanno tanto in comune. La giovane età, sono cresciuti in Cisgiordania, entrambi sono studenti universitari, tutti e due sono stati arrestati senza accuse dalle forze di sicurezza israeliane. Lei a Ramallah lo scorso 7 giugno. Lui il 31 agosto al valico di Allenby mentre da Betlemme andava in Giordania, sulla via del ritorno in Italia, la sua seconda patria. Tanti, la famiglia in testa, si augurano che domani Khaled possa seguire lo stesso percorso di Layan, scarcerata dopo 26 giorni di detenzione e di interrogatori continui. Khaled è in «custodia cautelare» da un mese e la procura israeliana non ha ancora portato prove a sostegno della detenzione dello studente italo-palestinese.
Per l’ordinamento israeliano, in particolare il sistema giudiziario militare, Khaled, in possesso di una carta di identità cisgiordana, è solo un palestinese come gli altri. Il fatto che sia cittadino italiano non ha alcun peso per i giudici e i militari israeliani. Sono tanti i Khaled e le Layan che di notte sono arrestati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Al momento nelle carceri israeliane si trovano, secondo i dati della ong Addameer, circa 5200 prigionieri politici palestinesi, tra cui 170 minori, 33 donne, 200 di Gaza, 300 di Gerusalemme e anche quattro deputati del Consiglio Legislativo. Per Israele sono stati arrestati tutti per «attività terroristiche» nonostante 1264 siano dei «detenuti amministrativi». Si tratta di una custodia cautelare che può durare mesi talvolta anni e che decidono i giudici militari sulla base non di prove ma di un suggerimento dei servizi di sicurezza.
Qualcuno nei Territori occupati – dove si comincia a parlare più diffusamente del caso El Qaisi – ha espresso il timore che domani i giudici israeliani possano trasformare la «custodia cautelare» di Khaled in «detenzione amministrativa». Altri lo escludono. Perché, spiegano, tenere ulteriormente in carcere un cittadino italiano senza prove esporrebbe Israele a una intensa campagna di proteste in Italia. Altri ancora temono che venga mandato sotto processo con qualche accusa. Per questo l’udienza è ritenuta decisiva.
In Italia in questi giorni si è fatto riferimento alle tutele che il nostro ordinamento, pur con le sue indubbie falle, garantisce alle persone arrestate e sotto interrogatorio. Tutele che il sistema militare israeliano non offre ai palestinesi sotto occupazione. Inoltre, gli agenti del servizio di sicurezza godono di parecchia libertà nella conduzione degli interrogatori di palestinesi, al contrario di ciò che accade nel sistema civile con i cittadini israeliani, inclusi i coloni spesso insediati a poche centinaia di metri dai centri abitati palestinesi: una doppia giustizia nello stesso territorio. Un palestinese può essere detenuto e interrogato per 90 giorni (un israeliano 64 giorni) e per parte di essi senza l’assistenza di un avvocato. I processi nei tribunali militari devono essere completati entro diciotto mesi, in quelli civili israeliani in nove mesi. Se il procedimento militare non dovesse concludersi entro i diciotto mesi, un giudice della Corte d’appello Militare ha la facoltà di estendere la detenzione di un palestinese di altri sei mesi. Inoltre, per lo stesso reato le pene inflitte dalle corti militari sono più pesanti rispetto a quelle dei tribunali civili e raramente i prigionieri palestinesi ottengono la libertà vigilata.
Discriminazioni avvengono con i minori. La responsabilità penale inizia all’età di 12 anni sia per i palestinesi che per gli israeliani. Ma nei tribunali militari, i palestinesi sono processati come adulti all’età di 16 anni, mentre il sistema giudiziario civile fissa la maggiore età a 18 anni. La legge israeliana prevede che i ragazzi detenuti in Israele debbano essere interrogati solo da agenti di polizia specializzati per questo compito, i minori palestinesi, denunciano i centri per i diritti umani, sono invece interrogati in situazioni intimidatorie, prive di reale supervisione.
La tortura in Israele è proibita dopo una sentenza di oltre venti anni fa emessa dalla Corte suprema. Tuttavia, i giudici considerano accettabile una «moderata pressione fisica» nei confronti di coloro che i servizi israeliani chiamano le «bombe ticchettanti», ossia i palestinesi che sarebbero in possesso di informazioni su attentati in preparazione. Una scorciatoia che, denunciano i difensori dei diritti umani, permette abusi e forme di tortura durante gli interrogatori. Pagine Esteri
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Quando l’indagato è palestinese: gli altri Khaled e una giustizia doppia proviene da Pagine Esteri.
GIBUTI. Ricchezza e catastrofe della presenza delle basi militari straniere
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
della redazione
Pagine Esteri, 20 settembre 2023 – Gibuti sul Mar Rosso è un piccolo Stato africano che ospita ben otto basi militari straniere. È geograficamente vicino allo stretto di Bab-el-Mandeb, sulla strategica corsia di navigazione del Golfo di Aden. E le guerre Yemen e in Somalia ha accresciuto la sua importanza. Gibuti ospita basi appartenenti a Germania, Spagna, Italia, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Arabia saudita, situate a brevissima distanza l’una dall’altra. Anche Russia e India hanno un forte interesse nel creare basi militari lì. Inoltre, la lotta contro i jihadisti di Al-Shabab in Somalia, le operazioni antipirateria nel Golfo di Aden e i traffici marittimi cominciano ad attirare persino il Giappone.
Gibuti aveva perso la sua rilevanza geostrategica con la fine della Guerra Fredda. Poi gli attacchi dell’11 settembre e la successiva “guerra globale al terrore”, insieme all’escalation delle questioni di sicurezza marittima nel Golfo di Aden e sulla costa occidentale dell’Oceano Indiano, hanno rilanciato la competizione geostrategica dando al piccolo Stato una nuova importanza con risvolti economici significativi.
Tuttavia, ci sono rischi non secondari per Gibuti legati all’aumento di basi di terra e marittime. In primo luogo, ospitare postazioni militari di diverse nazioni può rappresentare una minaccia per la capacità del paese di prendere decisioni indipendenti. Gli interessi talvolta contrastanti degli attori internazionali possono influenzare i suoi processi decisionali. Il caso dei moli di Doraleh spiega bene come l’indipendenza decisionale del paese sia stata messa a dura prova quando gli Stati Uniti hanno protestato riguardo al trasferimento alla Cina dei diritti operativi del porto. Anche se le autorità di Gibuti hanno negato la cessione di Doraleh alla Cina, le rassicurazioni verbali non sono state sufficienti a dissipare i dubbi di Washington. Il generale Thomas D. Waldhauser ha avvertito che “se i cinesi prenderanno il controllo di quel porto, ci potrebbero essere conseguenze significative”. In risposta, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha replicato: “Speriamo che la parte statunitense possa vedere in modo obiettivo ed equo lo sviluppo della Cina e la cooperazione tra Cina e Africa”. Anche se Gibuti ha promesso di rispettare gli interessi strategici degli Stati Uniti, l’Amministrazione Usa vede con grande sfavore la possibilità che lo Stato africano diventi un importante snodo commerciale nel Corno d’Africa grazie al crescente coinvolgimento di Pechino nei progetti di sviluppo di Gibuti.
La vicenda dimostra che, in un modo o nell’altro, i programmi futuri di questa nazione portuale sono fortemente condizionati dagli interessi degli attori globali.
Il secondo rischio potenziale è la perdita di legittimità del governo di Gibuti a livello nazionale e internazionale. Quando il paese non è apparso in grado di ripagare il suo crescente debito estero – salito dal 50% del suo Pil nel 2016 al 104% nel 2018, con la maggior parte dei prestiti provenienti da Pechino – la crisi di legittimità è apparsa molto concreta. In questo contesto, nella migliore delle ipotesi la crescente dipendenza di Gibuti dai prestiti cinesi potrebbe fornire al gigante asiatico un’importante leva di intervento negli affari del paese. Nella peggiore l’indebitamento crescente potrebbe trasformare Gibuti in un satellite cinese nel Corno d’Africa. E le reazioni Usa in questo caso sarebbero imprevedibili.
La competizione per le basi a Gibuti inoltre è una delle ragioni dell’instabilità nella regione e la presenza militare straniera oltre a riempire le tasche di figure locali alimenta le rivalità nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano occidentale con rischi evidenti. Va anche sottolineato che i paesi del Corno d’Africa sono spesso soggiogati da regimi autoritari e gli attori globali non poche volte diventano i principali sostenitori e finanziatori di tali governi. Finché gli interessi delle potenze regionali e internazionali sono protetti, l’autoritarismo è tollerato nel Corno d’Africa e i diritti umani e politici delle popolazioni passano in secondo piano. Pagine Esteri
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo GIBUTI. Ricchezza e catastrofe della presenza delle basi militari straniere proviene da Pagine Esteri.
In Cina e Asia –
I titoli di oggi: Evergrande conferma: fondatore sotto sorveglianza per aver commesso “reati” Gli Usa accusano la Cina di manipolare l’informazione globale Taiwan svela il suo primo sottomarino prodotto “in casa” Cina, nominato un nuovo capo di Partito del Ministero delle Finanze Timor-Leste corteggia la Cina Capo della sicurezza cinese per la prima in Germania per un incontro di alto ...
L'articolo In Cina e Asia – proviene da China Files.
TURCHIA. Il PM giudica “propaganda illegale” la denuncia di torture e chiede la condanna per Ayten Öztürk
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Eliana Riva –
Pagine Esteri, 28 settembre 2023. Si è conclusa pochi minuti fa a Istanbul la prima udienza del nuovo processo contro Ayten Öztürk, l’oppositrice politica turca che ha denunciato le torture subite nei centri segreti di detenzione e che rischia già due ergastoli. Il Pubblico Ministero ha chiesto una condanna per “propaganda a un’organizzazione illegale”.
Le accuse sono state formulate dalla polizia turca in seguito alla pubblicazione di un libro autoprodotto in cui Ayten racconta la sua storia, come sia stata rapita in Libano e portata in un centro di tortura segreto in Turchia. Per sei mesi famiglia, amici e avvocati non hanno saputo dove fosse. Quando è stata ritrovata il suo corpo era coperto di ferite e cicatrici, 898 per la precisione. All’interno del libro, anche una poesia di Mahir Çayan, un rivoluzionario marxista morto nel 1972. Questa poesia proverebbe, secondo il pubblico ministero, il suo sostegno all’organizzazione politica fondata dallo stesso Çayan nel 1970, il Partito popolare di Liberazione-Fronte della Turchia, messa oggi al bando.
L’udienza è stata rinviata al 7 Novembre. Ayten Öztürk ha provato, al termine della seduta, a rilasciare una sua dichiarazione alla stampa e alle persone che erano giunte in tribunale in suo sostegno ma le guardie di sicurezza e la polizia privata le hanno impedito di parlare.
pagineesteri.it/wp-content/upl…
Ayten è in attesa della sentenza definitiva del processo in cui rischia due ergastoli. Si trova agli arresti domiciliari da più di due anni. È sicura che l’accanimento giudiziario nei suoi confronti sia una punizione per aver denunciato le torture. In molti lo pensano. Le motivazioni alla base delle accuse si possono definire quantomeno pretestuose, inverosimili. Rischia un ergastolo per aver assistito a un tentativo di linciaggio, senza prenderne parte. Ne rischia un altro per esser stata vista presso la sede di un’associazione (legale) che si occupa di diritti umani. Prima che cominciasse a denunciare le torture, le accuse mosse perlopiù attraverso l’utilizzo di testimoni segreti, erano cadute. Quando ha iniziato a parlare dei centri segreti e del rapimento, i processi sono ricominciati e nei primi due gradi di giudizio è stata dichiarata colpevole.
Diversi deputati turchi hanno portato in parlamento la sua storia, chiedendo giustizia, la fine della politica degli arresti arbitrari e la chiusura dei centri segreti di tortura.
Ömer Faruk Gergerlioğlu, membro del Parlamento e attivista per i diritti umani, ha dichiarato al termine dell’udienza: “Da tutti i documenti risulta che Ayten Öztürk è stata torturata per 6 mesi. È stato rivelato con chiarezza come sia stata rapita dal Libano. Nonostante tutto questo, anche se è certo che sia stata vittima di tortura, qui sotto processo non sono i torturatori, ma il racconto della tortura. E questo non è accettabile. La questione non si chiuderà qui. Andremo sicuramente al giudizio internazionale. Perché la denuncia della tortura, che è un crimine contro l’umanità, qui è vista come se fosse propaganda politica. Questo non è accettabile. Sebbene sul corpo di Ayten Öztürk siano state contate 898 cicatrici causate dai torturatori, non è stata fornita alcuna spiegazione sulla tortura, e ora è sotto processo per reato di propaganda per aver descritto la tortura in un libro”.
Ayten Ozturk
“In questo tribunale la tortura non è stata nemmeno menzionata – ha dichiarato Ayten – Non è stata nemmeno presa in considerazione l’apertura di un’indagine o l’esame di denunce penali contro la tortura. L’unica cosa che voglio è che io sia ulteriormente punita in quanto persona che denuncia la tortura subita. Ma io non starò in silenzio. Continuerò la mia lotta finché i torturatori non saranno perseguiti e i centri segreti di tortura chiusi”.
La storia di Ayten e quella di altre oppositrici politiche è raccontata nel documentario dal titolo “La rivoluzione di Ayten”, prodotto da Pagine Esteri, che verrà ufficialmente presentato il prossimo 13 ottobre a Caserta.
LEGGI → Nella Turchia di Erdogan con una poesia si rischia l’ergastolo
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo TURCHIA. Il PM giudica “propaganda illegale” la denuncia di torture e chiede la condanna per Ayten Öztürk proviene da Pagine Esteri.
La poesia contemporanea dei Nativi Americani. Oltre stereotipi e mielose retoriche
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Marco Cinque –
Pagine Esteri, 28 settembre 2023. Spesso ci facciamo un’idea retorica e molto lontana da quelle che sono realmente le culture dei popoli nativi delle Americhe. Gran parte degli scritti a noi pervenuti provengono da una trasmissione orale e spesso sono artefatti, rielaborati, talvolta persino traditi e per lo più addomesticati al nostro sentire occidentale.
Insomma, in qualche modo le testimonianze a noi tramandate sono state rese strumentalmente appetibili per definire una visione romantica dell’universo amerindiano, con la finalità di renderla più sfruttabile e vendibile anche dal punto di vista commerciale. Per capire questo c’è una cartina da tornasole: basta infatti vedere chi si è arricchito con la generosa produzione bibliografica e anche filmografica sui nativi d’America, non certo i nativi stessi.
Queste visioni edulcorate, in realtà, non trovano riscontro e stridono con l’attuale situazione delle riserve indiane, che spesso sono invece ghetti che diventano il terzo mondo casalingo dell’America, dove si riscontrano i più alti tassi di disoccupazione, alcolismo, criminalità, povertà, analfabetismo, suicidi di adolescenti e quant’altro.
La retorica mielosa e l’eterea spiritualità che molte persone cercano negli scritti e nelle poesie, da molti autori nativi contemporanei vengono rifuggite come la peste. Nelle loro parole, che diventano specchio – a volte fedele, altre volte surreale, mistico, sarcastico o paradossale – della vita vissuta, i versi trasudano il sangue e il sudore che sono costati e continuano a costare a quei popoli e alle loro culture.
Quindi, nei loro scritti, è logico e conseguente trovare il dolore (mai lamentoso), la deprivazione (mai accettata), l’arbitrio (mai taciuto) cui sono sottoposti da centinaia di anni. Il ruolo della poesia contemporanea nella letteratura indigena serve anche per capire a fondo la loro condizione ed è necessaria per ascoltare le loro voci senza filtri che alterino il senso di ciò che vogliono davvero comunicarci, tenendo comunque presente che le traduzioni da altre lingue sono sempre e comunque una sorta di “tradimento”. Pertanto dovremmo ricordare che piegare una cultura diversa alla propria prospettiva di sguardo, spesso è come pretendere di aprire la serratura di una porta con la chiave sbagliata.
In questa selezione si propone un coro di voci poetiche di autrici e autori nativi americani contemporanei, assieme a loro brevi biografie, sperando così di contribuire a rendere una visione autentica, quindi più reale e rispettosa di ciò che essi realmente sentono, pensano e vivono.
Lance Henson, nato nel 1944 e cresciuto nell’Oklahoma occidentale con la sua tribù, è un poeta Cheyenne tra i più rappresentativi della cultura dei nativi d’America. Laureato in scrittura creativa all’Università di Tulsa, ha pubblicato più di venti libri di poesie. La sua opera compare nelle principali antologie di letteratura dei nativi americani, tradotta in più di venticinque lingue e pubblicata anche in Italia. Membro della Chiesa Nativa Americana e capo del Dog Soldier Clan, ha partecipato numerose volte ai raduni del suo popolo come danzatore e pittore. Ha rappresentato la nazione Cheyenne al Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite per le popolazioni indigene e da più di trent’anni è attivamente impegnato nella lotta per i diritti dei Cheyenne e delle popolazioni indigene del mondo. La poesia di Henson fonde la filosofia Cheyenne e le tradizioni alla cronaca sociale e politica del mondo moderno.
CANTO DI RIVOLUZIONEL’alba porta con sé il dolore della luce
di qualcuno che non vuole essere visto
una voce che deve essere nascosta
in un luogo che non le appartiene
è un fiume o una brezza
o l’acqua che scorre e piange di séche ti fa desiderare di essere libero?
il canto proibito di un grillo
giace tra le rose
un vento aleggia intorno sussurrando
del Che e di Cavallo Pazzoin un mattino di gelo
nel dolore del risveglio
il grido dell’umanità esce da sé
impossibile da fermare
come il gocciolio dell’acqua
come il pianto di un bambino.
Lance Henson e Marco Cinque
John Trudell, (Omaha, 15 febbraio 1946 – Santa Clara, 8 dicembre 2015) è stato un poeta della tribù Sioux-Santee, leader del movimento per i diritti civili dei Nativi d’America ed efficace comunicatore, si autodefiniva blue indian. Vedeva nella musica il futuro della poesia. La sua arte è stata frutto di esperienze vissute in prima persona. Un’esistenza spesa per il riscatto del suo popolo. È stato co-fondatore dell’American Indian Movement (Aim), di cui diviene presidente fra il 1973 e il 1979. Entrò perciò nel mirino dell’Fbi. Prologo della tragedia: il 12 febbraio 1979 il fuoco distrusse la sua casa nella riserva Shoshone di Paiute, nel Nevada, strappandogli la moglie Tina e i tre figli. Trudell sostenne immediatamente l’ipotesi del dolo: dodici ore prima era stato arrestato per aver bruciato una bandiera americana di fronte al J. Edgar Hoover Building, sede dell’Fbi a Washington. Piegato dal dolore, smise i panni del leader politico e indossò quelli di poeta e cantautore. Iniziato al lavoro da Jackson Browne, fondeva nelle proprie canzoni poesia, blues e canti tradizionali, la “voce del tamburo” con le chitarre elettriche. Come attore partecipò a diversi film tra cui Smoke signa e Cuore di tuono.
GUARDA LA DONNA (dall’album “Johnny damas and me”, 1994)Guarda la donna \ ha un viso giovane e un viso vecchio \ va sempre avanti a ogni età \ sopravvive a tutto ciò che l’uomo ha fatto \ in certe tribù è libera \ in certe religioni è sotto l’uomo \ in certe società vale ciò che consuma \ in certe nazioni è una forza delicata \ in certi stati le dicono che è debole \ in certe classi è una proprietà \ in ogni caso è sorella della terra \ in ogni condizione è portatrice di vita \ in tutta la vita è la nostra necessità \ guarda gli occhi della donna \ fiori che ondeggiano su colline disperse \ una danza del sole che richiama le api \ guarda il cuore della donna \ farfalle di lavanda che cacciano nel cielo azzurro \ pioggia indistinta che cade su soffici rose selvatiche \ guarda la bellezza della donna \ lampo che squarcia le notti scure d’estate \ foresta di pini che si unisce alla nuova neve invernale \ guarda lo spirito della donna \ quotidianamente al servizio del coraggio con il sorriso \ il suo respiro un sogno e una preghiera.
John Trudell in una scena del film “Thunderheart” (Cuore di tuono)
Joy Harjo è nata a Tulsa, Oklahoma, nel 1951 e appartiene alla nazione Creek. Ha insegnato in numerose università corsi di letteratura e diretto seminari di creative writing. Ha insegnato presso l’Università della California a Los Angeles e abita a Honolulu, Hawaii. Si è anche dedicata allo studio del sassofono e insieme al gruppo «Poetic Justice», incise un cd in cui blues, ritmi tribali, versi delle sue poesie si fondevano creando una musica di grande forza e suggestione. I suoi libri sono stati più volte gratificati da importanti premi letterari internazionali – tra cui il “William Carlos Williams”, il “Delmore Schwartz”, l’“American Indian Distinguished Achievement in the Arts”. Infine un altro prestigioso riconoscimento, il Penn Award, ricevuto a New York. Tutte le sue raccolte tradotte sono a cura di Laura Coltelli: Segreti dal centro del mondo, Urbino, 1992; Con furia d’amore e in guerra, Urbino, Quattroventi, 1996; Lei aveva dei cavalli, Roma, Sciascia, 2001.
TI RIMANDO INDIETROTi metto in libertà, mia splendida e terribile
paura. Ti metto in libertà. Eri la mia amata
e odiata gemella, ma ora, non ti riconosco
come me stessa. Ti metto in libertà con tutto il
dolore che sentirei alla morte delle mie figlie.
Tu non sei più il mio sangue. Ti restituisco ai soldati bianchi
che hanno bruciato la mia casa, decapitato i miei figli,
violentato e sodomizzato i miei fratelli e sorelle.
Ti restituisco a coloro che hanno rubato il
cibo dai nostri piatti quando noi morivamo di fame.
Ti metto in libertà, paura, perché continui a tenere
queste scene davanti a me e io sono nata
con occhi che non possono mai chiudersi.
Ti metto in libertà, paura, così non puoi più
tenermi nuda e raggelata in inverno,
o farmi soffocare sotto le coperte in estate.
Ti metto in libertà
Ti metto in libertà
Ti metto in libertà
Ti metto in libertà.
Non ho paura di provare rabbia.
Non ho paura di gioire.
Non ho paura di essere nera.
Non ho paura di essere bianca.
Non ho paura di aver fame.
Non ho paura di essere sazia.
Non ho paura di essere odiata.
Non ho paura di essere amata
di essere amata, di essere amata, paura.
Oh, mi hai strangolato, ma io ti ho dato il laccio.
Mi ha pugnalato nelle viscere, ma io ti ho dato il coltello.
Mi hai divorato, ma io mi sono sdraiata nel fuoco.
Hai preso mia madre e l’hai violentata,
ma ti ho dato il ferro rovente.
Riprendo me stessa, paura. Non sei più la mia ombra.
Non ti terrò tra le mie mani.
Non puoi vivere nei miei occhi, nelle mie orecchie, nella mia voce,
nel mio ventre, o nel mio cuore mio cuore
mio cuore mio cuore. Ma vieni qui, paura
Io sono viva e tu hai così paura
di morire.
Joy Harjo
Diane Burns nacque nel 1956 a Lawrence, nel Kansas, da padre Chemehuevi e madre Anishinabe e scomparve nel 2006, a soli 49 anni. La Burns crebbe coi suoi due fratelli a Riverside, in California, dove i suoi genitori insegnavano in un collegio di nativi americani. Al di là dei suoi lineamenti affascinanti, che portarono la Burns a lavorare pure come modella, negli ambienti letterari e artistici rimasero colpiti dalla forza delle sue parole. “Era come un vento fresco, la chiarezza del suo lavoro era così bella”, disse Josh Gosciak, fondatore della rivista di poesia multiculturale \ work {Contact}, che fu uno dei primi a pubblicare il lavoro della Burns. “È stata un’esplosione totale”, disse il fondatore del Bowery Poetry Club Bob Holman, ricordando la prima volta che sentì la Burns leggere nel 1980: “pensavamo di aver ascoltato già tutto ciò che si potesse ascoltare, ma Diane ha letteralmente fatto saltare il coperchio”. Il suo primo e unico libro di poesie è stato Riding the One-Eyed Ford, pubblicato nel 1981, ma le sue interpretazioni ironiche e taglienti sugli stereotipi dei nativi sono ancora abbastanza attuali da essere insegnate insieme a contemporanei più famosi, come Sherman Alexie.
SURE YOU CAN ASK ME A PERSONAL QUESTION
(Certo che puoi farmi una domanda personale)Come va?
No, non sono cinese, no, non sono spagnola.
No, sono americana indiana, nativa americana.
No, non dall’India. No, non Apache. No, non Navajo.
No, non Sioux. No, non siamo estinti.
Sì, indiano. Oh? Ecco perché hai gli zigomi alti.
La tua bisnonna, eh?
Una principessa indiana, eh?
Capelli laggiù?
Lasciami indovinare. Cherokee?
Oh, quindi hai avuto un amico indiano?
Così vicino?
Oh, quindi hai avuto un amante indiano?
Così stretto?
Oh, quindi hai avuto un servitore indiano?
Così tanto?
Sì, è stato terribile quello che ci avete fatto.
È davvero decente da parte tua scusarti.
No, non so dove puoi trovare il peyote.
No, non so dove puoi trovare tappeti Navajo davvero economici.
No, non l’ho fatto. L’ho comprato a Bloomingdales. Grazie.
Mi piacciono anche i tuoi capelli.
Non so se qualcuno sa se Cheris è davvero indiano.
No, stasera non ho fatto piovere.
Sì. Uh Huh. Spiritualità.
Uh Huh. Sì. Spiritualità.
Uh Huh. Madre Terra. Sì.
Uh Huh. Uh Huh. Spiritualità.
No, non ho studiato tiro con l’arco.
Sì, molti di noi bevono troppo.
Alcuni di noi non possono bere abbastanza.
Questo non è uno sguardo stoico.
Questa è la mia faccia.
Diane Burns
Trevino L. Brings Plenty è nato nella Riserva Cheyenne nel South Dakota, di origine Minneconjou Lakota è cresciuto nella Bay Area di San Francisco e a Portland, Oregon, dove risiede. È cineasta, musicista ed è un assistente sociale, insegnante al college e si occupa di diritti delle famiglie e degli studenti nativi americani. Real Indian Junk Jewlry (2012) è la sua prima raccolta di poesia, cui ha fatto seguito Wakpa Wanagi Ghost River (2015).
PORTLAND NORD ESTVedo una donna piangere sulla porta di casa
i figli persi, di nuovo
affidati ai servizi sociali
e conoscendo la dura strada
che avrà ancora da percorrere, nel mio cervello
la cartografia del disastro.
Il mio cervello vede già i suoi figli
farsi strada nel meccanismo
e i suoi nipoti
venirne fagocitati; nel mio cervello
la cartografia del disastro.
Questa è la seconda volta per questa madre,
in questo stato, che i suoi figli le vengono tolti.
Là c’è la sua riserva originaria dove pure
gli altri suoi figli sono altrove, ricollocati.
Muore dal desiderio di tornare a casa. Un po’ di sicurezza.
Suo padre abita là; nel mio cervello
la cartografia del disastro.
Posso offrirle solo qualche parola
di incoraggiamento e supporto,
consigliarle di consultare il medico per qualche cambio di terapia;
fissare gli appuntamenti necessari e delle visite sorvegliate,
cercare di non abbattersi.
La mia mente vaga
verso un’amica a rischio
di esclusione dalla propria tribù.
Penso a un’identità liquida
che scotenni l’annientamento: nel mio cervello
la cartografia del disastro.
Torno alla mia auto. Accendo il motore
e anche la radio – le interferenze mi
danno conforto. Guido nella città, vedo tempeste
nelle famiglie. Riesco a identificare le tracce
che il dolore della gente lascia lungo le strade,
la sequenza di espropriazioni e allontanamenti:
condizioni socio-economiche, razziali, stati
di salute mentale e generazionali. Nel mio cervello
la cartografia del disastro.
Trevino L. Brings Plenty
Georgiana Valoyce Sanchez, nativa americana Chumash (Shmuwich) e O’odham (Tohono e Akimal), nata e cresciuta nel sud della California. È un’anziana del consiglio direttivo del Consiglio Chumash di Barbareno, membro del consiglio della California Indian Storytellers Association e presidente del Chumash Elders Women’s Council della Wishtoyo Foundation. Ha insegnato all’American Indian Studies Program presso la California State University, Long Beach per oltre ventotto anni e da poco è andata in pensione. È una scrittrice apparsa in numerose pubblicazioni nazionali e internazionali; la sua poesia, “I Saw My Father Today”, è stata fusa in bronzo e collocata sulla piattaforma Muni nell’Embarcadero di San Francisco. È una narratrice e co-fondatrice di Living Indigenous Voices (Liv). È stata Keynote Speaker e presentatrice di seminari per numerose conferenze negli Stati Uniti. I suoi ultimi seminari si sono concentrati sulla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni. Continua a essere una convinta sostenitrice della conservazione delle lingue indigene, dei luoghi sacri, delle pratiche cerimoniali e delle arti tradizionali.
CHUMASH MAN“Shoo-mash”, dice
e quando lo dice
penso alle antiche cacce, ai leoni marini
e alla nebbia salina spazzata dal vento
sul mio viso
Gli dicono che la
sua gente è morta
“Terminata”È ufficiale
Chumash timbro istituzionale in ceralacca
degli Stati Uniti: Terminato
un popolo morto,
dicono che sia
un caso per antropologiAh, ma questo vecchio
questo vecchio il cui volto è
antiche preghiere che vengono a riposare
questo vecchio sa chi è
“Shoo-mash”, dice
e da qualche parte i leoni marini si radunano ancora
lungo la costa della California
e la nebbia salina si alza
nebbia arcobaleno
sopra il costante frangersi
delle onde.
Georgiana Valoyce Sanchez
Kurt Schweigman, alias Luke Warm Water, è un poeta e attivista Oglala Lakota cresciuto a Rapid City, nel South Dakota. La sua poetica è stata considerata una fusione tra Sherman Alexie, Charles Bukowski e Tom Waits. È stato il primo spoken-word poet cioè poeta della parola orale a ricevere il premio Archibald Bush Foundation ed è stato un artista di spicco al prestigioso Geraldine R. Dodge, durante la Dodicesima Biennale di Poesia Festival.
QUADERNO AZZURROCielo azzurro
lago delle Colline Nere azzurro acceso
lucenti ruscelli argentati
in gomitoli di affluenti
campi ondeggianti di terra bruna
ricoperti di soffice neve
ghiaccioli orizzontali
una strada Lakota rossa verticale
Accetta questa mia penna offerta
alla tua purezza, nei tuoi inverni
la tua stagione di alberi che si spezzano
fin quando a primavera torneranno
matasse di ruscelli argentati
che conterranno tutto
fin quando la mia figlia neonata
non troverà questo quaderno azzurro
negli anni lontani
dopo la mia morte
nel ripostiglio.
Luke Warm Water in una foto di Marco Cinque
Natasha Kanapé Fontaine è nata nel 1991 a Baie-Comeau ed è originaria di Pessamit, sulla North Shore. Poeta-performer, attrice, artista visiva e attivista per i diritti degli indigeni e dell’ambiente, vive a Montreal ed è membro orgoglioso del popolo Innu. Ispirata dal movimento indigeno pan-canadese Idle No More, viaggia attraverso il Quebec, il Canada e il mondo e il suo messaggio è quello del dialogo, della riconciliazione, della guarigione e dello scambio tra i popoli. Con la poesia, culla l’ambiente e con esso inizia un processo di guarigione. Natasha Kanapé Fontaine combatte contro il razzismo, la discriminazione e la mentalità coloniale attraverso la parola e la poesia. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie con Mémoire d’encrier, dal titolo Non entrare nella mia anima con le tue scarpe (2012), Manifeste Assi (2014), Bleuets et apricots (2016) e Nanimissuat / Île Tonnerre (2018). Con Deni Ellis Béchard ha firmato Kuei je vous salue: Conversation sur le racisme (Écosociété, 2016). La maggior parte dei suoi libri sono stati tradotti in inglese.
LA RISERVA
(Non mi glorificherai)Ruberai il verbo pregare
negherai il giorno
dove prenderò la pistola
per iniziare la mia deportazione
punterai il tuo esercito
per corrodere le mie ossa
sepolte sotto la tua tutela
campi da golf e pinete
Vedrai cadere
attraversando ponti
auto ribaltate
saccheggio di fuoco
campi di grano
Ingoierai
i miei melograni rossi
i miei mirtilli rossi
il mio salmone la mia trota
la nostra rabbia fumosa
gusterai la mia gioia
amarezza frutta
dolce succo di rivolta
Io ricorderò
Respingerai i miei corpi, i miei confini
brucerai i tronchi di betulla
Singhiozzerò un ritornello
vecchio territorio litanie
il padre di mio padre
Lapiderete la mia gente
ucciderete uno dei suoi padri
che è venuto a parlare con la nostra rabbia
nessuno ascolterà
il terrore il tacere
al seno di sua madre
Ci alzeremo
sciarpe sui nostri volti
rosso sulle nostre labbra
antichi simboli sulle nostre spalle
Raddrizzeremo le porte del futuro
disfarsi delle riserve
aprirà il mio villaggio al mondo
Ci alzeremo
bruceremo le scuole
i nostri figli sono diventati antenati
i nostri antenati diventano bambini
Preparerò tra le mie cosce
la formula dell’oralità
redenzione
la nostra isola
Impareremo il nome della terra.
Natasha Kanapé Fontaine
Joséphine Bacon è nata nel 1947 nella comunità Innu di Pessamit, è una letterata, regista, traduttrice, paroliere e insegnante. È attraverso l’avventura collettiva di Aimititau! Parliamone insieme! (Inkwell Memoir, 2008) che il mondo scopre il suo talento naturale per la poesia. Legata alla lingua Innu, nel 2009 ha presentato la sua primissima raccolta, un’opera bilingue Innu Aimun-francese, Batons à message / Tshissinuatshitakana (Inkwell memory). Questo lavoro, nel 2010, ha ricevuto il Readers ‘Award dal Marché de la poésie de Montréal per la sua poesia «Dessine-moi l’arbre». La sua seconda raccolta, Un thé dans la toundra / Nipishapui nete mushuat (Mémoire encrier, 2013), è stata finalista per il Governor General’s Award nel 2014. Contribuisce anche a diversi lavori collettivi come Bonjour neighbour (Mémoire d’encrier, 2013), Femmes rapaillées (Mémoire d’encrier, 2016) e Amun (Stanké, 2016). Nel 2016 ha ricevuto un dottorato honoris causa in antropologia dall’Université Laval per la sua partecipazione e contributo al progresso della ricerca sin dagli anni Settanta. Joséphine Bacon desidera, attraverso le sue opere, trasmettere la tradizione degli anziani alle generazioni più giovani della sua comunità.
1
Mi sono fatta bella
perché si noti
il midollo delle mie ossa,
sopravissuta a un racconto
non raccontato.2
lontano un orizzonte
un mare rende livido il cielo
un’aquila lascia cadere una piuma ferita
un fiume agonizza
una canoa mi conduce
verso i racconti degli Anziani
ascolto il silenzio inquieto
Pakassik grida il suo dolore
un muschio verde giallo e rosso
asciuga le sue lacrime
Missinaku si avvelena
inalando l’essenza che liberano
gli uccelli di ferro
il ritmo del cuore
della Terra rallenta
nella mia disperazione
sogno di fugare il rintocco dei miei cari
so che ciò è impossibile
che troverò il possibile.
Joséphine Bacon in una foto Marco Cinque
Samian è un musicista rapper e poeta, cresciuto nella comunità di Pikogan ad Abitibi-Témiscamingue nel Quebec. Suo padre è Québécois e sua madre è Algonquin. Samian è membro orgoglioso della Abitibiwinni First Nation e rivendica il rispetto e il riconoscimento del suo popolo. Ha pubblicato un libro di poesie che riunisce i testi dei suoi primi tre album musicali. Nel 2016 gli è stato conferito il prestigioso premio Artist for Peace, riconosciuto in tutto il Canada.
GENOCIDIOAncora una volta a nome della mia famiglia torno al ritmo
Peccato se non mi ami, li amo troppo
Sempre la stessa lotta, le parole con cui discuto
Contro le loro politiche di merda e i segreti di stato.
I coltelli volano bassi
Al mio posto per morire gli uccelli non si nascondono
Ci sono più persone che chiedono aiuto
Quebec, Canada sotto un regime di apartheid
Nanikotin kitasosonan kin ekiocito8an 8aniikan
Misa8atc nipak8ian tak8an aiam8mie8in kitci nakatciiko8an
Non lo sai? non significa che tu sia ignorante
A scuola ti insegnano che hanno scoperto un continente
La verità a volte è difficile da ascoltare
Ecco perché lo nascondono da oltre 150 anni
Sono stufo delle bugie, stufo dell’ipocrisia
Sono stufo delle macchie di sangue sulla bandiera del mio paese
Sotto la supervisione del governo non viviamo nello stesso mondo
Riserve indiane, povere come il terzo mondo
Parliamo dell’olocausto, del Ruanda, di milioni di morti in Congo
In Nord America, è un genocidio a cascata
I nostri leader vogliono gli Indiani di Stato
Perché hanno paura degli indiani istruiti
Nanikotin kitasosonan kin ekiocito8an 8aniikan
Misa8atc nipak8ian tak8an aiam8mie8in kitci nakatciiko8an
In nome dei bambini venduti e sradicati
In nome delle donne scomparse e assassinate
Le donne si legavano a loro insaputa
Un genocidio ben pianificato, e continua
Children of the British ai sensi della legge
La legge indiana di una terra senza fede
Per loro siamo solo un soggetto
Prigionieri politici in nome di sua maestà
1969 e il loro fottuto white paper
O meglio come lavarsi le mani col sangue degli innocenti
Sognavano un’America bianca
Assassini stampati sulle loro banconote.
Il divieto di parlare le nostre lingue è un genocidio
Uccidere l’indiano dentro l’essere umano è un genocidio
Rubare e vendere bambini è un genocidio
Le donne indigene scomparse e assassinate è un genocidio
La costituzione canadese è un genocidio.
Samian
Nei link a seguire qui proposti una serie di poesie musicate di alcuni degli autori sopra presentati:
John Trudell: Time dreams
youtube.com/watch?v=fRTMe_EPgS…
Joy Harjo: Eagle song
youtube.com/watch?v=y8mEdBmC9J…
Joséphine Bacon e Chloé Sainte-Marie: Je sais que tu sais
youtube.com/watch?v=n4pJmuSLv1…
Samian: Génocide
youtube.com/watch?v=cYSTngC96H…
Natasha Kanapé Fontaine: Nous nous soulèverons
youtube.com/watch?v=T6DhCcQQ3X…
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo La poesia contemporanea dei Nativi Americani. Oltre stereotipi e mielose retoriche proviene da Pagine Esteri.
In Cina e in Asia – Il Politburo si riunisce, assenti Li e Qin
Il Politburo si riunisce, assenti Li e Qin
La Cina è vulnerabile alle minacce informatiche
L'ex vice governatore della banca centrale cinese accusato di corruzione
Il soldato Usa fuggito in Corea del Nord è stato espulso da Pyongyang
L'articolo In Cina e in Asia – Il Politburo si riunisce, assenti Li e Qin proviene da China Files.
VIDEO. Più di 100 morti e 150 feriti in un incendio in Iraq
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
della redazione
Pagine Esteri, 27 settembre 2023 – Oltre 100 persone sono rimaste uccise e 150 ferite in un incendio divampato durante un matrimonio nel distretto di Hamdaniya, nella provincia settentrionale irachena di Ninive. In queste ore i soccorritori continuano a cercare possibili sopravvissuti nello scheletro carbonizzato dell’edificio.
Il vicegovernatore di Ninive Hassan al-Allaq ha detto che al momento 113 persone sono state confermate morte, con i media statali che riferiscono anche di 150 feriti.
Testimoni hanno detto che l’edificio ha preso fuoco intorno ieri intorno alle 22:45 ora locale e che centinaia di persone erano presenti al momento dell’incidente. L’incendio ha devastato una grande sala dopo che erano stati accesi i fuochi d’artificio al suo interno.
Il ministero dell’Interno iracheno ho emesso quattro mandati di arresto per i proprietari della sala. I rilievi preliminari indicano che l’edificio era stato realizzato con materiali da costruzione altamente infiammabili, cosa che ha contribuito al suo rapido crollo.
Il governo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.
GUARDA IL VIDEO
pagineesteri.it/wp-content/upl…
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo VIDEO. Più di 100 morti e 150 feriti in un incendio in Iraq proviene da Pagine Esteri.
In Cina e Asia – Sempre più cinesi rimandano i propri viaggi all’estero
La rassegna stampa di oggi, da Cina e Asia. Sempre più cinesi rimandano i propri viaggi all'estero.
L'articolo In Cina e Asia – Sempre più cinesi rimandano i propri viaggi all’estero proviene da China Files.
Il Niger espelle le truppe francesi e si allea con Mali e Burkina Faso
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 27 settembre 2023 – Dopo mesi di braccio di ferro seguiti al golpe militare del 26 luglio scorso, Emmanuel Macron ha ammesso che la «Françafrique è morta» annunciato il celere rimpatrio dell’ambasciatore di Parigi in Niger, Sylvain Itté, e il ritiro delle truppe francesi dal paese entro la fine del 2023.
La mossa arriva dopo che per diverse settimane l’Eliseo aveva rifiutato di richiamare il suo rappresentante diplomatico a Niamey nonostante l’esplicita richiesta da parte dei golpisti e il boicottaggio dell’ambasciata, presa di mira dai manifestanti e oggetto del distacco delle utenze da parte delle nuove autorità del paese. Da quasi un mese la sede diplomatica francese è circondata dalle forze di sicurezza nigerine e l’ambasciatore, al quale Niamey ha ritirato l’immunità, non è in grado di muoversi liberamente.
«Mettiamo fine alla nostra cooperazione militare con le autorità de facto del Niger, perché non vogliono più lottare contro il terrorismo» ha spiegato Macron annunciando il ritiro dei 1.500 soldati francesi dispiegati finora nel paese.
La «Françafrique è morta»
Finora il Niger ha rappresentato il perno della presenza militare francese nel Sahel, dopo la partenza forzata delle truppe di Parigi dal Mali nell’agosto del 2022 a seguito di un colpo di stato, che ha posto fine all’operazione Barkhane (a sua volta succeduta all’operazione Serval lanciata nel 2013). All’inizio di quest’anno, poi, anche la Saber Force – forze speciali francesi operative a Ouagadougou da 15 anni – ha dovuto abbandonare il Burkina Faso dopo la presa del potere da parte di una giunta militare ostile alla Francia.
Dopo dieci anni di operazioni militari nel Sahel, giustificate dall’esigenza di contrastare l’insorgenza jihadista, nel Sahel Parigi manterrà una presenza militare soltanto in Ciad, dove si trovano circa 1.000 soldati (qui il figlio di Idriss Déby ha preso il potere al posto del padre violando la Costituzione col consenso di Parigi…). Nel resto dell’Africa Parigi manterrà anche 900 militari in Costa d’Avorio, 1400 a Gibuti, 350 in Senegal e 400 in Gabon, ma il ritiro dal Niger conferma il rapido e conclamato declino dell’influenza francese in un’area del continente dove si stanno affermando delle potenze concorrenti. Dopo il golpe, in particolare il Mali ha avviato una collaborazione militare con Mosca e ha accolto un contingente della Wagner, presente anche nella Repubblica Centrafricana e in Cirenaica (Libia).
Ovviamente l’annuncio di Macron è stato accolto con entusiasmo dai golpisti di Niamey: «celebriamo il nuovo passo verso la sovranità del Niger. È un momento storico che testimonia la determinazione e la volontà del popolo nigerino» ha affermato la giunta militare in un comunicato. Per il cosiddetto “Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria” «tutte le persone, le istituzioni o le strutture che costituiscono una minaccia per gli interessi e i progetti del Paese devono abbandonare» il Niger, «le forze imperialiste e neocolonialiste non sono più le benvenute».
Il ritiro dell’ambasciatore e del contingente militare francese da Niamey rappresentano una cocente sconfitta per Macron, che finora aveva tenuto il punto affermando di non riconoscere la legittimità delle autorità nigerine salite al potere con il golpe di fine luglio, insistendo sul fatto che il deposto presidente Mohamed Bazoum fosse il suo unico interlocutore.
Il contingente francese è dispiegato in tre basi: la principale è quella di Niamey – dove sono presenti anche 250 militari italiani – e altre truppe di Parigi sono presenti a Ouallam (a nord della capitale) e ad Ayorou,vicino alla frontiera con il Mali. Nelle basi sono dispiegati anche numerosi aerei da combattimento Mirage ed elicotteri d’attacco Tiger, oltre a decine di veicoli corazzati e di droni da bombardamento MQ-9 Reaper.
Le giunte golpiste contro l’Ecowas
All’inizio di agosto il governo di transizione nigerino, guidato dal generale Abdourahamane Tchiani, aveva denunciato gli accordi di cooperazione militare con Parigi definendo “illegale” la presenza in Niger dei circa 1.500 soldati francesi. Da allora fuori dalla principale base francese a Niamey si sono svolte partecipate manifestazioni a sostegno della richiesta di ritiro delle truppe di Parigi che in un primo tempo aveva ridotto il contingente aumentando però il numero delle sue truppe in altri paesi africani come Senegal, Costa d’Avorio e Benin.
Una mossa denunciata dal nuovo regime del Niger, secondo il quale Parigi si preparava ad un intervento militare contro Niamey, d’altronde paventato nei giorni immediatamente successivi al golpe ma poi sfumato a favore di una operazione militare per “ristabilire l’ordine costituzionale” da affidare ai paesi riuniti nell’ECOWAS, la Comunità Economica dell’Africa Occidentale. Ma poi anche questa seconda opzione è sfumata, dopo che Washington si è tirata indietro valutando positivamente l’indebolimento del ruolo francese nel continente. Dopo le rassicurazioni ricevute dai golpisti – in particolare dall’ex capo delle Forze Speciali, generale Moussa Salaou Barmou, ora esponente del nuovo regime, formatosi negli Stati Uniti e incaricato delle relazioni con la vice segretaria di Stato Victoria Nuland – Washington ha infatti deciso di mantenere per ora nel paese i suoi 1100 militari, la maggior parte dei quali sono stati però spostati da Niamey ad Agadez.
La giunta militare del Niger ha poi deciso nei giorni scorsi di disdire l’accordo di cooperazione militare esistente con il Benin, accusato da Niamey di aver concesso la propria disponibilità a partecipare ad un intervento armato contro i golpisti per conto di Parigi. Nel frattempo la Nigeria ha tagliato a Niamey le forniture elettriche mentre altri paesi hanno deciso di imporre sanzioni economiche e commerciali.
Niger, Mali e Burkina siglano un’alleanza militare
Per tentare di far fronte alla situazione, le giunte militari di Mali, Niger e Burkina Faso hanno quindi siglato un accordo di mutua difesa per «preservare la sovranità dei tre paesi» e per contrastare l’insorgenza jihadista.
I leader militari dei tre paesi – il colonnello Assimi Goita per Bamako, il generale Omar Tchiani per Niamey e il capitano Ibrahim Traoré per Ouagadougou – hanno firmato un documento articolato in 17 punti secondo il quale «qualsiasi attacco alla sovranità e all’integrità territoriale di una o più parti contraenti sarà considerato un’aggressione contro le altre parti».
Al documento è stato dato il nome di Carta del Liptako-Gourma, la regione in cui si incontrano i confini dei tre Paesi firmatari, nota anche come “zona delle tre frontiere”, al centro negli ultimi anni della violenza dei gruppi fondamentalisti islamici. La cosiddetta “Alleanza degli Stati del Sahel” (Aes) struttura in modo formale il sostegno offerto a Niamey da Mali e Burkina Faso in caso di attacco da parte della Comunità dei Paesi dell’Africa occidentale.
Oltre a impegnare i tre paesi a non attaccarsi a vicenda e a contrastare eventuali ribellioni armate contro i rispettivi governi, il documento prevede anche l’eventuale adesione di altri paesi dell’area. L’obiettivo dell’Alleanza, ha spiegato il “presidente di transizione” maliano Goita, è «istituire una architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni». Il tentativo è quello di unire le forze per far fronte all’espansione delle milizie legate ad al Qaeda o a Daesh una volta espulse le truppe francesi e di altri paesi occidentali.
La firma dell’Alleanza dei Paesi del Sahel
Sforzi comuni contro le ribellioni e i jihadisti
Proprio in questi giorni gli eserciti del Burkina Faso e del Niger stanno compiendo delle operazioni congiunte contro i gruppi jihadisti nell’est del Burkina Faso. L’operazione, in cui sarebbero morti decine di fondamentalisti, è avvenuta una settimana dopo che il parlamento di Ouagadougou ha approvato lo spiegamento di un certo numero di truppe in Niger per combattere la rivolta jihadista lungo il confine tra i due paesi. Nei giorni precedenti l’aviazione del Niger ha realizzato dei raid aerei sulla città di Tamalat, situata nel Mali sud-orientale, contro alcuni miliziani dello Stato Islamico del Grande Sahara (Eigs), organizzazione radicata nell’area di confine.
Effettivamente il paese della nuova alleanza che per ora sembra essere messo peggio è sicuramente il Mali, dove negli ultimi mesi è riesplosa anche la ribellione dei combattenti Tuareg riuniti nella Coalizione dei Movimenti dell’Azawad (Cma). I Tuareg, che nel 2012 avevano proclamato l’indipendenza del nord del paese, accusano ora la giunta golpista di aver violato l’accordo di pace siglato nel 2015 ad Algeri con l’allora governo civile di Bamako e di aver attaccato i territori dove sono insediati i ribelli.
Dal Mali si stanno ritirando in queste settimane, su richiesta della giunta militare al potere, le forze della Missione di Mantenimento della pace delle Nazioni Unite (Minusma), che comprendono anche 900 militari tedeschi, il che rende ancora più gravoso il compito delle forze armate locali. Negli ultimi mesi, infatti, le milizie jihadiste hanno riconquistato in Mali territori consistenti in particolare nel nord: da agosto la città di Timbuktù è assediata dalle milizie del Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (JNIM), e i suoi abitanti non possono né abbandonare l’area né ricevere rifornimenti.
Per cercare di frenare questa avanzata, la giunta del Mali sta rafforzando le relazioni con Mosca. Dopo aver ricevuto dalla Russia numerosi caccia, aerei per trasporto truppe ed elicotteri da combattimento, ad agosto i leader di Bamako hanno avuto ben due colloqui con Vladimir Putin. Dopodiché la giunta golpista del Mali ha annunciato il rinvio – per “motivi tecnici” – delle elezioni presidenziali previste per febbraio, che avrebbero dovuto segnare la consegna del potere ai civili. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Il Niger espelle le truppe francesi e si allea con Mali e Burkina Faso proviene da Pagine Esteri.
Sinosfere – Il Dharma della Diaspora. Connessioni buddhiste attraverso il Mar Cinese Meridionale
Il saggio di Jack Meng-Tat Chia (Singapore National University) intitolato “Il Dharma della Diaspora: connessioni buddhiste attraverso il Mar Cinese Meridionale”, esamina l’evoluzione della rete di rapporti buddhisti tra la Cina sud-orientale e il sud-est asiatico nella prima metà del ventesimo secolo, focalizzandosi sul monastero di Nanputuo 南普陀. Chia mette in luce il ruolo chiave dei cinesi d’oltremare nel sostenere finanziariamente il buddhismo in Cina, illustrando al contempo la conseguente diffusione in Malesia e a Singapore di pratiche tipiche del buddhismo modernista, come la fondazione di organizzazioni laiche, la promozione di opere di beneficenza e filantropiche, l’impegno sociale dei monaci e lo sviluppo di attività nazionalistiche, aspetti che caratterizzano ancora oggi il buddhismo cinese dell’area.
L'articolo Sinosfere – Il Dharma della Diaspora. Connessioni buddhiste attraverso il Mar Cinese Meridionale proviene da China Files.
In Cina e Asia – Pechino "insoddisfatta” del de-risking europeo invita Bruxelles alla prudenza
Pechino "insoddisfatta" del de-risking europeo invita Bruxelles alla prudenza
Chip War, la Cina progetta di costruire una fabbrica di chip con un acceleratore di particelle
La Filippine rimuovono le boe cinesi in acque contese
Gli Stati Uniti ospitano il secondo forum dei leader del Pacifico
Cina, divieto di uscita dai confini nazionali per banchiere di Nomura
La Corea del Nord permette l'ingresso agli stranieri per la prima volta dal 2020
L'articolo In Cina e Asia – Pechino “insoddisfatta” del de-risking europeo invita Bruxelles alla prudenza proviene da China Files.
Liu Bolin, l’artista invisibile, ha fatto del camouflage il tratto distintivo della sua produzione. In questa nuova puntata di Chinoiserie, la rubrica sull’arte cinese a cura di Camilla Fatticcioni, prosegue il racconto della Cina Contemporanea attraverso i suoi artisti. Si è appena conclusa a Palazzo Vecchio la mostra dedicata al mago del camouflage. Un anno fa, Liu Bolin iniziava il ...
L'articolo Liu Bolin, l’artista invisibile proviene da China Files.
Il grande sciopero dei metalmeccanici rilancia la lotta operaia negli Stati Uniti
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
Di Alessandra Mincone
Pagine Esteri, 26 settembre 2o23 – Un grande sciopero nel settore metalmeccanico sta attraversando venti stati federali degli Stati Uniti d’America con la mobilitazione del sindacato United Auto Workers. L’organizzazione è in stato di agitazione dal 15 settembre, nel tentativo di ottenere un rinnovo dei contratti aziendali sulla base di un aumento salariale per l’intero settore, rivendicando almeno il 40% in più in cinque anni, per far fronte all’inflazione generale. Per la prima volta nella storia del sindacato, la campagna “Stand Up” ha messo in piedi una mobilitazione in contemporanea nelle grandi case automobilistiche Ford, General Motors e Stellantis, a seguito della trattativa infruttuosa di metà estate, che a ridosso dello scadere del rinnovo dei contratti (il 14 settembre) non aveva portato nessuna delle tre multinazionali ad accettare neanche la metà delle rivendicazioni operaie.
L’oggetto del conflitto non è solo un miglioramento dei minimi tabellari, ormai bloccati agli anni della grande crisi 2008-2009. Sul tavolo della trattativa ci è finito anche l’accordo stipulato dalla precedente dirigenza sindacale UAW, che riguarda l’abolizione dell’indennità di rincaro, che sarebbe dovuto essere un accordo transitorio fino alla fine della recessione economica ma è invece ancora in vigore nonostante gli aumenti del costo delle automobili, arrivati a superare il 34% negli ultimi quattro anni; e l’abolizione dei livelli inferiori (definiti con vincoli contrattuali maggiormente precari) e l’assunzione a tempo indeterminato dopo al massimo novanta giorni di lavoro continuo, cosa che consentirebbe di sbloccare l’accesso ai diritti sanitari e pensionistici almeno per quei lavoratori alle dirette dipendenze delle multinazionali.
Nei primi giorni di sciopero non è stato trovato alcun compromesso accettabile: la GM non ha offerto che il 18% degli aumenti richiesti e la Stellantis appena il 17,5%, mentre entrambe concordano che le assunzioni a tempo indeterminato debbano stabilizzarsi dopo almeno quattro anni di lavoro, se non oltre. La Ford, diversamente dai suoi competitor, ha successivamente proposto un aumento salariale del 20% e accettato l’adeguamento dei lavoratori a tempo indeterminato dopo tre mesi di assunzione continua; molto probabilmente solo per frenare l’allargamento alla mobilitazione, anche in vista dei plausibili scioperi nella filiera canadese, dove ventiquattro ore dopo la scadenza del contratto (19 settembre), è stato abbozzato un preaccordo con Unifor, sindacato che conta più di cinquemila iscritti in tre stabilimenti Ford. Pertanto i sindacati hanno sospeso lo stato di agitazione fino alla firma dell’accordo; il sindacato canadese, comunque, non avrebbe replicato il modello dello sciopero a scacchiera del sindacato made in USA, intendendo piuttosto aprire la trattativa sulle altre due filiere una volta ottenuto un risultato minimo in Ford.
Nel frattempo, in considerazione dello stallo vertenziale presso le altre due case automobilistiche, altri nuovi cinquemila tesserati UAW hanno risposto alla mobilitazione aggiungendosi ai tredicimila scioperanti della prima ondata di blocchi, di trentotto stabilimenti diversi; da quelli della produzione dove gli operai sono impiegati sulla classica catena di montaggio, a quelli dove si occupano della distribuzione dei pezzi di ricambio alle concessionarie.
Stellantis non ha atteso molto tempo prima di dichiarare a mezzo stampa l’eventualità di chiusura o cessione di diciotto dei suoi siti statunitensi. L’organizzazione sindacale, pur senza sbilanciarsi, ha confermato che al centro della trattativa in essere ci sarebbe l’ammodernamento di alcuni impianti dismessi. È il caso dell’impianto di Belvidere, in Illinois, che chiudeva i battenti il 28 febbraio 2023 licenziando in massa mille e duecento operai, in conseguenza a un calo delle vendite del 61% del modello Jeep Cherokee e, a detta loro, dell’aumento dei costi necessari per la fase di transizione verso le nuove frontiere del mercato automobilistico.
È bene precisare che nella piattaforma rivendicativa, l’UAW chiede maggiore trasparenza nel settore in crescita dei veicoli elettrici e ibridi, denunciando le politiche di incentivo all’esodo e licenziamenti di massa dell’ultimo anno e le assunzioni dei lavoratori in appalto, definite “irregolarità legalizzate”, con cui si sottraggono le libertà sindacali agli operai, e le quali condizioni sociali costringono più facilmente a svolgere un lavoro usurante in cambio di paghe al ribasso. È indicativo che, moltissimi lavoratori neo assunti, svolgano anche sessanta ore settimanali per poco più di quindici dollari l’ora, e che le condizioni di maggiore sfruttamento si verifichino nei nuovi poli automobilistici come Tesla, dove la forza lavoro è ridotta ai minimi poiché sostituita in gran parte dai sistemi di automazione.
Non è da escludere che il processo di ristrutturazione in corso in Stellantis possa trasformarsi in una volontà della multinazionale di liberarsi dei magazzini dove sono presenti gruppi di operai sindacalizzati in favore di un nuovo mega-hub con manodopera disposta a rinunciare ad altri diritti. Ciò è dimostrato dai primi licenziamenti del 20 settembre in Ohio e in Indiana, che hanno colpito trecentosettanta operai in sciopero. L’azienda avrebbe anteposto alcuni vincoli di stoccaggio delle forniture ai posti di lavoro, visto che questi tre impianti sarebbero centrali per la distribuzione di pezzi per veicoli costruiti nel “Complesso Toledo”, anch’esso in agitazione.
Licenziamenti di massa hanno interessato anche i dipendenti in sciopero di General Motors, sempre mercoledì 20, con l’interruzione del lavoro in un impianto di assemblaggio in Kansas, a causa della carenza di forniture strategiche da una fabbrica nel Missouri, che dalla sua entrata in sciopero ha generato un calo produttivo verso il sito di Fairfax. Di preciso, sono stati lasciati a casa duemila lavoratori a cui, come risposta alla lotta, non verranno erogati i sussidi di disoccupazione supplementare normalmente garantiti dall’azienda.
In piattaforma, l’UAW chiede di trattare anche per l’introduzione di un piano di sicurezza e garanzia del posto di lavoro che preveda la possibilità di scioperare contro le serrate, insieme a una presa in carico salariale da parte dell’azienda, in via temporanea, per svolgere lavori socialmente utili anche in casi di licenziamenti individuali fino alla ricollocazione in organico dei lavoratori colpiti dai provvedimenti, anche presso altri impianti.
Le rivendicazioni al centro di questa ondata di scioperi vengono definite dal sindacato come per nulla inique e pretestuose se si pensa che le “tre big” abbiano complessivamente goduto di un incremento dei profitti pari al 65% in Nord America solo negli ultimi quattro anni. La stessa mobilitazione, certamente considerabile da un punto di vista del ritorno a un protagonismo degli iscritti, che comunque non oltrepassano il 16% di tutta la forza lavoro nell’industria metallurgica e automobilistica in USA, non riesce ancora a colpire in maniera significativa il mercato su larga scala: basti pensare che il valore in borsa delle azioni Ford e Stellantis non vede traccia di andamento negativo, nonostante gli analisti abbiano già quantificato danni per oltre cinque miliardi e mezzo di dollari per via degli scioperi.
“Ma se hanno i soldi per la Borsa di Wall Street dovrebbero averli anche per i lavoratori che realizzano i loro profitti”, ha dichiarato Shawn Fain, il neo eletto presidente dell’Union Auto Workers, in un intervento nella capitale mondiale dell’automobile, Detroit. Ha sottolineato che quella in atto “è una battaglia dei lavoratori contro i ricchi, della classe dei miliardari contro tutti gli altri”, e che il fine ultimo è rivendicare una vita dignitosa per la classe operaia, riferendosi al tema della riduzione dell’orario di lavoro per far fronte ai crescenti incidenti sul lavoro e in generale alle condizioni di iper sfruttamento. Alla proposta di limitare l’orario settimanale a un massimo di trentadue ore, a parità di salario, starebbero rispondendo anche molti altri operai che sulla scia dello stato di agitazione hanno iniziato a rifiutarsi di svolgere le ore di lavoro straordinario.
Sulla questione è intervenuto anche Joe Biden che ha annunciato un incontro con i lavoratori per martedì 26 settembre, anche se non è detto che ad attenderlo ci sia una platea di futuri elettori, visto che il sindacato non ha formalmente appoggiato la sua ricandidatura. Certo è che non appoggeranno Trump, accusato di essere uno dei miliardari favorevole ad arricchire le proprie tasche e a salvaguardare la propria immagine. In questo panorama, sembra che l’UAW a prescindere dalla prossima tornata elettorale, stia favorendo la propria immagine soprattutto verso una fetta di lavoratori che, chissà, un domani potrebbero estendere lo sciopero in roccaforti antisindacali, a partire dagli stabilimenti del colosso di auto elettriche Tesla. Aree industriali buie di diritti e che per Ford, GM e Stellantis sono le nuove terre di sfruttamento da esplorare. Pagine Esteri
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Il grande sciopero dei metalmeccanici rilancia la lotta operaia negli Stati Uniti proviene da Pagine Esteri.
In Cina e Asia – Asian Games: Xi invita alla "pace” e all’unità tra paesi asiatici
Asian Games: Xi invita alla "pace" e all'unità tra paesi asiatici
Cina-Ue, Dombrovskis a Shanghai mette in luce le "nuove preoccupazioni" nelle relazioni
Cina-Usa, la ripresa dei dialoghi passa da economia e finanza
#MeToo, processo a porte chiuse per due attivisti cinesi
Filippine, proteste contro la Cina per l'installazione di una barriera galleggiante nel mar Cinese meridionale
Corea del Sud, approvata legge per tutelare gli insegnanti
Corea del Sud, le medaglie d'oro eSport agli Asian Games saranno esentate dal servizio militare
Cina, grande espansione del settore dei romanzi online
L'articolo In Cina e Asia – Asian Games: Xi invita alla “pace” e all’unità tra paesi asiatici proviene da China Files.
Bharat, un nuovo nome per l’India?
Il nuovo appellativo della Repubblica indiana trae le sue origini dalla tradizione vedica ed in particolare (secondo diversi autori) dai Rigveda, che riportavano come i Bharata fossero una delle tribù principali della pianura dell’Indo e del Gange nel secondo millennio avanti Cristo
L'articolo Bharat, un nuovo nome per l’India? proviene da China Files.
RUSSIA-UCRAINA. Seymour Hersh: “L’esercito di Zelenskyj non può più vincere”
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
Di Seymour Hersh*– 23 Settembre 2023 Modern Diplomacy
Martedì prossimo sarà l’anniversario della distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 da parte dell’amministrazione Biden. Avrei altro da dire al riguardo, ma dovrò aspettare. Perché? Perché la guerra tra Russia e Ucraina, con la Casa Bianca che continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta.
Ci sono valutazioni di rilievo nella comunità dell’intelligence americana, fondate su rapporti sul campo, che indicano che il demoralizzato esercito ucraino abbia rinunciato alla possibilità di superare le linee di difesa russe a tre livelli, pesantemente minate, e di portare la guerra in Crimea e nelle quattro oblast sequestrate e annesse alla Russia.
La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vittoria.
La guerra continua, mi è stato detto da un funzionario statunitense con accesso all’intelligence, perché Zelenskyj insiste che sia così. Nel suo quartier generale e alla Casa Bianca di Biden non si discute di un cessate il fuoco e non c’è interesse per colloqui che possano portare alla fine del massacro. “Sono tutte bugie”, ha detto il funzionario, parlando delle affermazioni ucraine di progressi incrementali nell’offensiva che ha causato perdite sconcertanti guadagnando terreno in alcune aree che l’esercito ucraino misura in metri a settimana.
“Ci sono state alcune penetrazioni iniziali ucraine nei giorni di avvio dell’offensiva di giugno”, ha detto il funzionario, “vicino” alla prima delle tre formidabili barriere di difesa di cemento della Russia. “I russi si sono ritirati per risucchiarli. Poi (i soldati ucraini) sono stati tutti uccisi”. Dopo settimane di perdite elevate e scarsi progressi, insieme a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, i principali elementi dell’esercito ucraino, senza dichiararlo hanno di fatto annullato l’offensiva. I due villaggi che l’esercito ucraino ha recentemente affermato di aver catturato “sono così piccoli che non potrebbero stare tra due segnali Burma-Shave”.
Il messaggio di Zelenskyj di questa settimana all’Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, secondo quanto riportato dal Washington Post, ha ricevuto uno scontato “caloroso benvenuto” da parte dei presenti. Ma, osserva il Post, “ha pronunciato il suo discorso davanti a una sala piena a metà, con molte delegazioni che hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”. I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i numerosi miliardi spesi senza responsabilità dall’Amministrazione Biden per finanziare la guerra in Ucraina hanno diminuito il sostegno alle loro lotte contro la povertà e il riscaldamento gobale e per garantire una vita più sicura ai propri cittadini.
In precedenza il presidente Biden rivolgendosi all’Assemblea Generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia ma ha rinnovato il suo schietto sostegno all’Ucraina. Biden con l’aiuto del segretario di stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un appoggio in diminuzione altrove in America – ha trasformato il suo incessante sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina in una questione di vita o di morte per la sua rielezione.
Il funzionario dell’intelligence americana con il quale ho parlato, ha trascorso i primi anni della sua carriera lavorando contro la minaccia sovietica e facendo spionaggio, rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e di dare inizio alla morte e alla distruzione che causa ogni conflitto. Mi ha detto, “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più alcuna offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle cazzate scritte dalla Casa Bianca di Biden”.
*E’ un famoso giornalista investigativo americano, autore di 11 libri. Ha ottenuto il riconoscimento nel 1969 per aver denunciato il massacro di civili inermi a My Lai e il suo insabbiamento da parte degli Stati uniti durante la guerra del Vietnam. Per quella rivelazione ha ricevuto nel 1970 il Premio Pulitzer. Nel 2004, ha dettagliato torture e abusi compiuti dai militari Usa sui prigionieri ad Abu Ghraib in Iraq. Nel 2013 Hersh rivelò che le forze ribelli siriane, piuttosto che il governo, avevano attaccato i civili con gas sarin a Ghouta. Nel 2015 ha dato un resoconto alternativo del raid statunitense in Pakistan che uccise Osama bin Laden.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo RUSSIA-UCRAINA. Seymour Hersh: “L’esercito di Zelenskyj non può più vincere” proviene da Pagine Esteri.
RUSSIA-UCRAINA. Seymour Hersh: “L’esercito di Zelenskyj non può più vincere”
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
Di Seymour Hersh*– 23 Settembre 2023 Modern Diplomacy
Martedì prossimo sarà l’anniversario della distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 da parte dell’amministrazione Biden. Avrei altro da dire al riguardo, ma dovrò aspettare. Perché? Perché la guerra tra Russia e Ucraina, con la Casa Bianca che continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta.
Ci sono valutazioni di rilievo nella comunità dell’intelligence americana, fondate su rapporti sul campo, che indicano che il demoralizzato esercito ucraino abbia rinunciato alla possibilità di superare le linee di difesa russe a tre livelli, pesantemente minate, e di portare la guerra in Crimea e nelle quattro oblast sequestrate e annesse alla Russia.
La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vittoria.
La guerra continua, mi è stato detto da un funzionario statunitense con accesso all’intelligence, perché Zelenskyj insiste che sia così. Nel suo quartier generale e alla Casa Bianca di Biden non si discute di un cessate il fuoco e non c’è interesse per colloqui che possano portare alla fine del massacro. “Sono tutte bugie”, ha detto il funzionario, parlando delle affermazioni ucraine di progressi incrementali nell’offensiva che ha causato perdite sconcertanti guadagnando terreno in alcune aree che l’esercito ucraino misura in metri a settimana.
“Ci sono state alcune penetrazioni iniziali ucraine nei giorni di avvio dell’offensiva di giugno”, ha detto il funzionario, “vicino” alla prima delle tre formidabili barriere di difesa di cemento della Russia. “I russi si sono ritirati per risucchiarli. Poi (i soldati ucraini) sono stati tutti uccisi”. Dopo settimane di perdite elevate e scarsi progressi, insieme a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, i principali elementi dell’esercito ucraino, senza dichiararlo hanno di fatto annullato l’offensiva. I due villaggi che l’esercito ucraino ha recentemente affermato di aver catturato “sono così piccoli che non potrebbero stare tra due segnali Burma-Shave”.
Il messaggio di Zelenskyj di questa settimana all’Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, secondo quanto riportato dal Washington Post, ha ricevuto uno scontato “caloroso benvenuto” da parte dei presenti. Ma, osserva il Post, “ha pronunciato il suo discorso davanti a una sala piena a metà, con molte delegazioni che hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”. I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i numerosi miliardi spesi senza responsabilità dall’Amministrazione Biden per finanziare la guerra in Ucraina hanno diminuito il sostegno alle loro lotte contro la povertà e il riscaldamento gobale e per garantire una vita più sicura ai propri cittadini.
In precedenza il presidente Biden rivolgendosi all’Assemblea Generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia ma ha rinnovato il suo schietto sostegno all’Ucraina. Biden con l’aiuto del segretario di stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un appoggio in diminuzione altrove in America – ha trasformato il suo incessante sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina in una questione di vita o di morte per la sua rielezione.
Il funzionario dell’intelligence americana con il quale ho parlato, ha trascorso i primi anni della sua carriera lavorando contro la minaccia sovietica e facendo spionaggio, rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e di dare inizio alla morte e alla distruzione che causa ogni conflitto. Mi ha detto, “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più alcuna offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle cazzate scritte dalla Casa Bianca di Biden”.
*E’ un famoso giornalista investigativo americano, autore di 11 libri. Ha ottenuto il riconoscimento nel 1969 per aver denunciato il massacro di civili inermi a My Lai e il suo insabbiamento da parte degli Stati uniti durante la guerra del Vietnam. Per quella rivelazione ha ricevuto nel 1970 il Premio Pulitzer. Nel 2004, ha dettagliato torture e abusi compiuti dai militari Usa sui prigionieri ad Abu Ghraib in Iraq. Nel 2013 Hersh rivelò che le forze ribelli siriane, piuttosto che il governo, avevano attaccato i civili con gas sarin a Ghouta. Nel 2015 ha dato un resoconto alternativo del raid statunitense in Pakistan che uccise Osama bin Laden.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo RUSSIA-UCRAINA. Seymour Hersh: “L’esercito di Zelenskyj non può più vincere” proviene da Pagine Esteri.
Taiwan Files – Jet sullo Stretto, ponti nel Fujian
Record di jet dell'Esercito popolare di liberazione nella regione intorno all'isola principale di Taiwan. Il piano di integrazione economico-infrastrutturale tra Fujian, Kinmen e Matsu presentato da Wang Huning. Il viaggio di Hou Yu-ih negli Stati Uniti. Tsai Ing-wen in eSwatini. Terry Gou sceglie l'attrice di Wave Makers come vice. Semicon e fotonica di silicio. La rassegna di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)
L'articolo Taiwan Files – Jet sullo Stretto, ponti nel Fujian proviene da China Files.
L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 22 settembre 2023 – L’ennesimo assalto militare azero alla Repubblica di Artsakh è durato solo poche ore, tra il 19 e il 20 settembre, ma è bastato per costringere gli armeni alla resa.
Isolati e indeboliti da dieci mesi di assedio, durante i quali i nazionalisti azeri travestiti da “ecologisti” hanno bloccato il corridoio di Lachin (l’unico accesso dalla madrepatria all’enclave armena) impedendo il passaggio di cibo e medicinali, gli armeni del Nagorno-Karabakh non sono riusciti a tenere testa alle truppe di Baku armate da Turchiae Israele.
Pur di evitare un bagno di sangue, le autorità di Stepanakert – la capitale della piccola repubblica autoproclamata dagli armeni all’inizio degli anni ’90 all’interno del territorio dello stato azerbaigiano – hanno dovuto capitolare.
Ieri mattina, mentre le delegazioni dell’Artsakh e dell’Azerbaigian si incontravano a Yevlakh per definire i dettagli della resa e dello smantellamento della piccola repubblica armena, a Stepanakert numerosi testimoni hanno denunciato sparatorie e l’avanzata delle truppe azere, in violazione del cessate il fuoco varato il 20 settembre con la mediazione russa.
Inizialmente sembrava che il bilancio dell’ultimo attacco azero al Nagorno-Karabakh avesse provocato poche vittime, ma nelle ultime ore il bilancio è stato elevato a circa 200 morti e 400 feriti, per lo più appartenenti alle forze di autodifesa della Repubblica di Artsakh. Purtroppo il conteggio include anche alcune decine di civili.
Anche una pattuglia di soldati russi, appartenenti alla forza dispiegata da Mosca nel 2020 per monitorare il rispetto del cessate il fuoco raggiunto al termine del conflitto di 44 giorni durante il quale Baku ha ripreso la maggior parte dei territori persi agli inizi degli anni ’90, è caduta in un’imboscata dell’esercito azero nella zona di Dzhanyatag. Sotto il fuoco dei militari di Baku sarebbero morti 4 soldati di Mosca.
Lo spettro della pulizia etnica
Le truppe russe hanno affermato di aver evacuato già migliaia di abitanti armeni della regione, e altre migliaia starebbero cercando di abbandonare l’enclave assediata per sottrarsi alle rappresaglie azere. Il difensore civico del Nagorno-Karabakh, Ghegham Stepanian, denuncia una “catastrofe”.
Secondo i termini dell’accordo imposto con le armi da Baku in quella che il regime di Aliyev ha ribattezzato “operazione antiterrorismo”, le forze di autodifesa dell’enclave armena devono consegnare le armi e cedere il controllo del territorio alle truppe azere. Di fatto la prospettiva è quella dello scioglimento dell’entità statuale autoproclamata ormai trent’anni fa dagli armeni dell’Azerbaigian. Si profila un esodo forzato verso l’Armenia dei circa 120 mila abitanti dell’enclave e l’azzeramento della millenaria presenza armena in territori che l’Unione Sovietica aveva deciso di trasformare in una Repubblica Autonoma annessa all’Azerbaigian e che poi, con lo sfaldamento dello stato socialista e in seguito a una sanguinosa guerra con Baku e la conseguente cacciata degli abitanti azeri, si era proclamata indipendente.
Il regime di Ilham Aliyev da una parte esulta per la sconfitta dei “terroristi” e il recupero della sovranità nazionale su tutto il territorio statale, dall’altra assicura che i diritti politici, civili, religiosi e culturali degli armeni saranno garantiti nel rispetto della Costituzione dell’Azerbaigian. Ma, ha avvisato il dittatore (al potere dal 2003 e preceduto da dieci anni di potere assoluto del padre), chi non accetterà di integrarsi dovrà andarsene, come hanno già fatto migliaia di armeni scappati o cacciati dai territori della Repubblica di Artsakh riconquistati da Baku nel 2020 e ripuliti etnicamente.
L’Armenia sempre più sola
La Repubblica Armena è di nuovo sotto shock per l’ennesima e storica disfatta e la consapevolezza di un isolamento quasi assoluto a livello internazionale che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza. Il regime azero infatti ha già aggredito lo scorso anno il territorio dello stato armeno e rivendica apertamente il carattere azero di buona parte del suo territorio. Il casus belli è rappresentato dalla contesa per il raggiungimento della continuità territoriale tra l’Azerbaigian e una sua exclave – la Repubblica di Nakhchivan – separata dalla madrepatria da una larga striscia di territorio armeno. Per ottenere il collegamento con l’exclave Baku potrebbe pensare di impossessarsi di una porzione di Armenia approfittando della evidente debolezza di Erevan abbandonata dagli storici alleati e soverchiata dalla potenza militare ed economica di Baku.
Mentre l’Armenia ha davvero poco da offrire, negli ultimi anni l’Azerbaigian è diventato una potenza energetica emergente, sostenuta dalla Turchia e finanziata da una lunga lista di paesi che acquistano i suoi idrocarburi e che, pur solidarizzando con Erevan e criticando gli eccessi di Aliyev, si guardano bene dall’imporre sanzioni al regime di Baku.
Il governo dell’Armenia ha fatto di tutto pur di rimanere fuori dall’ennesimo scontro militare tra i cugini dell’Artsakh e gli azeri, temendo un’espansione dei combattimenti nel suo territorio. D’altronde ormai il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha riconosciuto l’appartenenza all’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh, cedendo alle rivendicazioni di Baku.
Pashinyan ci ha tenuto, con varie dichiarazioni, a segnare le distanze con l’amministrazione dell’Artsakh e l’estraneità ai combattimenti – Erevan ha ritirato le sue ultime unità militari dall’enclave armena nel 2021 – accusando anzi “attori interni ed esterni” di voler coinvolgere il paese in un disastro.
«Se le forze di pace russe hanno avanzato la proposta di porre fine alle ostilità e di sciogliere l’esercito dell’Artsakh, significa che si sono completamente assunte l’obbligo di garantire la sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh» ha affermato il primo ministro armeno. Secondo Pashinyan le forze di pace russe dovrebbero garantire condizioni adeguate affinché «gli armeni del Nagorno-Karabakh possano godere del pieno diritto di vivere nelle loro case e sul loro suolo».
Il tradimento russo
Tra Erevan e Mosca le relazioni non sono mai state così deteriorate, e in Armenia monta la rabbia per l’inerzia delle truppe russe di fronte all’ennesima aggressione militare azera preceduta dal micidiale assedio durato dieci mesi.
La Russia, impantanata in Ucraina, certo non desidera essere coinvolta in un conflitto nel Caucaso nonostante il patto militare con l’Armenia (sul cui territorio possiede una base militare) e l’impegno, assunto nel 2020 con il dispiegamento di 2000 peacekeepers nei territori contesi, a garantire il rispetto del cessate il fuoco.
Oltretutto Mosca ha sviluppato negli ultimi anni ottime relazioni economiche e anche militari con il regime di Ilham Aliyev, al quale Gazprom fornisce ogni anno 1 miliardo di tonnellate di gas che poi Baku rivende a caro prezzo ai paesi occidentali, gli stessi che dopo l’aggressione militare russa all’Ucraina hanno disdetto i contratti con la Russia e cercato fonti alternative di idrocarburi.
«L’Azerbaigian agisce sul proprio territorio, che l’Armenia ha riconosciuto quindi si tratta di un affare interno dell’Azerbaigian» ha detto il portavoce del Cremlino, Dimitrij Peskov, imitato da Vladimir Putin.
Il “voltafaccia” di Pashinyan
Dimitrij Medvedev, presidente del Consiglio di Sicurezza russo, sui social ha invece fatto intendere che l’Armenia merita il destino che la attende, colpevole di aver flirtato con la Nato.
Che il leader armeno abbia cercato a occidente il sostegno non più proveniente da Mosca è innegabile, d’altronde Pashinyan è diventato premier per la prima volta nel 2018 in seguito a dei moti di piazza filostatunitensi e filoeuropei. Ma la versione russa che punta il dito esclusivamente sulle responsabilità del premier armeno sorvolando su quelle del regime di Putin è quanto mai di parte.
Quando nel 2020 l’Azerbaigian ha aggredito l’Artsakh e le truppe armene, forte dei droni da bombardamento turchi Bayraktar e delle truppe addestrate da ufficiali di Ankara, l’intervento di Mosca impedì una disfatta totale, obbligando però Erevan ad affidarsi completamente alla Russia per non soccombere. Ma il tempo ha dimostrato che la Federazione Russa non aveva alcun interesse a difendere realmente l’Armenia e men che meno l’Artsakh, e non ha mosso un dito per bloccare le ulteriori aggressioni azere. Mosca non è intervenuta a sostegno di Erevan neanche quando, nel settembre 2022, Baku ha attaccato direttamente la Repubblica Armena e questa ha chiesto l’intervento dell’Organizzazione del trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO), un’alleanza militare regionale guidata dalla Russia che oltretutto con Erevan ha un accordo militare di difesa mutua.
Negli ultimi mesi, mentre l’inerzia russa convinceva Baku che era venuto il momento di tentare la spallata finale, Pashinyan e i suoi ministri hanno iniziato a cercare un’alternativa all’inefficace scudo russo, irritando però ancora di più Putin senza al tempo stesso garantirsi una difesa efficace da parte dei nuovi alleati, cioè gli Stati Uniti e la Francia, ma anche l’India e l’Iran.
Quando l’11 settembre una manciata di militari armeni ha iniziato ad addestrarsi insieme a un numero equivalente di soldati statunitensi, il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha dichiarato che le esercitazioni (le “Eagles Partner 2023“) congiunte con un paese della Nato violavano lo “spirito” del partenariato militare con Mosca. Pochi giorni prima, Erevan ha ritirato il proprio rappresentante presso il CSTO accusando il blocco militare di complicità oggettiva con l’Azerbaigian, mentre la moglie di Pashinyan visitava Kiev, l’Armenia inviava aiuti umanitari simbolici all’Ucraina e avviava l’iter di adesione alla Corte Penale Internazionale. Per tutta risposta la Russia ha convocato l’ambasciatore armeno per illustrare le proprie rimostranze.
Nel frattempo l’Azerbaigian ha ammassato per settimane le proprie truppe a ridosso dell’Artsakh, facendo poi scattare i bombardamenti e le incursioni. Putin ha lasciato fare. Forse a Mosca sperano che l’isolamento di Pashinyan e i suoi errori gli costino la carica di primo ministro, magari a vantaggio di un personaggio più vicino ai propri interessi. Ma nel paese il risentimento nei confronti della Russia non ha mai raggiunto livelli così alti e comunque Mosca ha lasciato deteriorare la situazione a tal punto, con la situazione in Nagorno-Karabakh ormai irrimediabilmente compromessa, da avere ormai davvero poco da offrire agli armeni.
youtube.com/embed/LsWq5ES9_xU?…
Manifestazioni e scontri a Erevan
Mentre in Azerbaigian la folla nazionalista esulta sventolando bandiere turche e russe, nella capitale armena si susseguono le manifestazioni e gli scontri, con relativi feriti e arresti. Da martedì decine di migliaia di persone, aderenti a movimenti nazionalisti o a partiti di opposizione, al grido di “vergogna” e “assassini” assediano la sede del parlamento e del governo armeni, oltre che la sede diplomatica di Mosca, chiedendo le dimissioni di Nikol Pashinyan e un intervento deciso a favore degli armeni dell’Artsakh.
Per impedire l’ingresso dei dimostranti nelle sedi istituzionali, la polizia in assetto antisommossa ha operato numerosi arresti e ha fatto uso di granate stordenti. Alcuni manifestanti impugnano le bandiere degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, della Georgia e della Francia, riponendo false speranze in paesi che, dichiarazioni a parte, non hanno mosso un dito per bloccare l’ennesima offensiva azera.
L’UE protesta con Baku ma pensa al gas
Non sono mancate le dichiarazioni di condanna nei confronti delle mosse di Baku da parte del responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, o del Dipartimento di Stato di Washington, o da parte del governo francese. Ma nessuna misura concreta è stata fin qui varata da nessun governo occidentale per convincere il regime di Aliyev a rinunciare all’aggressione militare o alle prevedibili operazioni di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh, suscitando la delusione del ministro degli Esteri armeno, mentre l’ambasciatore Edmon Marukyan ha accusato esplicitamente UE e Stati Uniti di essere responsabili della tragedia in corso nell’enclave armena dell’Azerbaigian.
Mentre in numerosi parlamenti europei ed in quello di Strasburgo crescono le richieste di sanzioni nei confronti di Baku, è evidente che l’UE non ha nessun interesse a vararle, anzi.
Lo scorso anno Bruxelles ha siglato un accordo con Baku per raddoppiare entro il 2027 le forniture di gas che, estratto nel Caucaso meridionale, arriva a Melendugno attraverso il TAP. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è impegnata personalmente per accaparrarsi le forniture azere e poter tagliare quindi quelle russe. Volata a Baku per siglare l’accordo nel luglio scorso, von der Leyen ha descritto l’Azerbaigian come «un partner affidabile e degno di fiducia» sorvolando sulla violazione sistematica dei diritti umani e politici da parte del regime e sul militarismo e lo sciovinismo nei confronti degli armeni.
Nell’ultimo anno in Italia la quota di gas proveniente dall’Azerbaigian è già aumentata dal 10 al 15,1%, eguagliando le importazioni dall’Algeria. Baku ha nel frattempo aumentato gli introiti delle esportazioni di idrocarburi da 20 a 35 miliardi di euro; di questi ben 16,5 provengono dall’Italia. E poi c’è tutto il capitolo degli armamenti: grazie ai crescenti introiti dell’industria petrolifera il regime di Aliyev negli ultimi anni ha fatto il pieno di armi turche e israeliane, ma anche americane ed europee (e russe). – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato proviene da Pagine Esteri.
L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 22 settembre 2023 – L’ennesimo assalto militare azero alla Repubblica di Artsakh è durato solo poche ore, tra il 19 e il 20 settembre, ma è bastato per costringere gli armeni alla resa.
Isolati e indeboliti da dieci mesi di assedio, durante i quali i nazionalisti azeri travestiti da “ecologisti” hanno bloccato il corridoio di Lachin (l’unico accesso dalla madrepatria all’enclave armena) impedendo il passaggio di cibo e medicinali, gli armeni del Nagorno-Karabakh non sono riusciti a tenere testa alle truppe di Baku armate da Turchiae Israele.
Pur di evitare un bagno di sangue, le autorità di Stepanakert – la capitale della piccola repubblica autoproclamata dagli armeni all’inizio degli anni ’90 all’interno del territorio dello stato azerbaigiano – hanno dovuto capitolare.
Ieri mattina, mentre le delegazioni dell’Artsakh e dell’Azerbaigian si incontravano a Yevlakh per definire i dettagli della resa e dello smantellamento della piccola repubblica armena, a Stepanakert numerosi testimoni hanno denunciato sparatorie e l’avanzata delle truppe azere, in violazione del cessate il fuoco varato il 20 settembre con la mediazione russa.
Inizialmente sembrava che il bilancio dell’ultimo attacco azero al Nagorno-Karabakh avesse provocato poche vittime, ma nelle ultime ore il bilancio è stato elevato a circa 200 morti e 400 feriti, per lo più appartenenti alle forze di autodifesa della Repubblica di Artsakh. Purtroppo il conteggio include anche alcune decine di civili.
Anche una pattuglia di soldati russi, appartenenti alla forza dispiegata da Mosca nel 2020 per monitorare il rispetto del cessate il fuoco raggiunto al termine del conflitto di 44 giorni durante il quale Baku ha ripreso la maggior parte dei territori persi agli inizi degli anni ’90, è caduta in un’imboscata dell’esercito azero nella zona di Dzhanyatag. Sotto il fuoco dei militari di Baku sarebbero morti ben 6 soldati di Mosca, tra cui il vicecomandante del contingente russo Ivan Kovgan. Il dittatore azero Aliyev si è ufficialmente scusato con il Cremlino ed ha sospeso il comandante delle truppe inviate in Nagorno-Karabakh in attesa dell’esito di un’inchiesta sull’accaduto.
Lo spettro della pulizia etnica
Le truppe russe hanno affermato di aver evacuato già migliaia di abitanti armeni della regione, e altre migliaia starebbero cercando di abbandonare l’enclave assediata per sottrarsi alle rappresaglie azere. Il difensore civico del Nagorno-Karabakh, Ghegham Stepanian, denuncia una “catastrofe”.
Secondo i termini dell’accordo imposto con le armi da Baku in quella che il regime di Aliyev ha ribattezzato “operazione antiterrorismo”, le forze di autodifesa dell’enclave armena devono consegnare le armi e cedere il controllo del territorio alle truppe azere. Di fatto la prospettiva è quella dello scioglimento dell’entità statuale autoproclamata ormai trent’anni fa dagli armeni dell’Azerbaigian. Si profila un esodo forzato verso l’Armenia dei circa 120 mila abitanti dell’enclave e l’azzeramento della millenaria presenza armena in territori che l’Unione Sovietica aveva deciso di trasformare in una Repubblica Autonoma annessa all’Azerbaigian e che poi, con lo sfaldamento dello stato socialista e in seguito a una sanguinosa guerra con Baku e la conseguente cacciata degli abitanti azeri, si era proclamata indipendente.
Il regime di Ilham Aliyev da una parte esulta per la sconfitta dei “terroristi” e il recupero della sovranità nazionale su tutto il territorio statale, dall’altra assicura che i diritti politici, civili, religiosi e culturali degli armeni saranno garantiti nel rispetto della Costituzione dell’Azerbaigian. Ma, ha avvisato il dittatore (al potere dal 2003 e preceduto da dieci anni di potere assoluto del padre), chi non accetterà di integrarsi dovrà andarsene, come hanno già fatto migliaia di armeni scappati o cacciati dai territori della Repubblica di Artsakh riconquistati da Baku nel 2020 e ripuliti etnicamente.
L’Armenia sempre più sola
La Repubblica Armena è di nuovo sotto shock per l’ennesima e storica disfatta e la consapevolezza di un isolamento quasi assoluto a livello internazionale che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza. Il regime azero infatti ha già aggredito lo scorso anno il territorio dello stato armeno e rivendica apertamente il carattere azero di buona parte del suo territorio. Il casus belli è rappresentato dalla contesa per il raggiungimento della continuità territoriale tra l’Azerbaigian e una sua exclave – la Repubblica di Nakhchivan – separata dalla madrepatria da una larga striscia di territorio armeno. Per ottenere il collegamento con l’exclave Baku potrebbe pensare di impossessarsi di una porzione di Armenia approfittando della evidente debolezza di Erevan abbandonata dagli storici alleati e soverchiata dalla potenza militare ed economica di Baku.
Mentre l’Armenia ha davvero poco da offrire, negli ultimi anni l’Azerbaigian è diventato una potenza energetica emergente, sostenuta dalla Turchia e finanziata da una lunga lista di paesi che acquistano i suoi idrocarburi e che, pur solidarizzando con Erevan e criticando gli eccessi di Aliyev, si guardano bene dall’imporre sanzioni al regime di Baku.
Il governo dell’Armenia ha fatto di tutto pur di rimanere fuori dall’ennesimo scontro militare tra i cugini dell’Artsakh e gli azeri, temendo un’espansione dei combattimenti nel suo territorio. D’altronde ormai il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha riconosciuto l’appartenenza all’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh, cedendo alle rivendicazioni di Baku.
Pashinyan ci ha tenuto, con varie dichiarazioni, a segnare le distanze con l’amministrazione dell’Artsakh e l’estraneità ai combattimenti – Erevan ha ritirato le sue ultime unità militari dall’enclave armena nel 2021 – accusando anzi “attori interni ed esterni” di voler coinvolgere il paese in un disastro.
«Se le forze di pace russe hanno avanzato la proposta di porre fine alle ostilità e di sciogliere l’esercito dell’Artsakh, significa che si sono completamente assunte l’obbligo di garantire la sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh» ha affermato il primo ministro armeno. Secondo Pashinyan le forze di pace russe dovrebbero garantire condizioni adeguate affinché «gli armeni del Nagorno-Karabakh possano godere del pieno diritto di vivere nelle loro case e sul loro suolo».
Il tradimento russo
Tra Erevan e Mosca le relazioni non sono mai state così deteriorate, e in Armenia monta la rabbia per l’inerzia delle truppe russe di fronte all’ennesima aggressione militare azera preceduta dal micidiale assedio durato dieci mesi.
La Russia, impantanata in Ucraina, certo non desidera essere coinvolta in un conflitto nel Caucaso nonostante il patto militare con l’Armenia (sul cui territorio possiede una base militare) e l’impegno, assunto nel 2020 con il dispiegamento di 2000 peacekeepers nei territori contesi, a garantire il rispetto del cessate il fuoco.
Oltretutto Mosca ha sviluppato negli ultimi anni ottime relazioni economiche e anche militari con il regime di Ilham Aliyev, al quale Gazprom fornisce ogni anno 1 miliardo di tonnellate di gas che poi Baku rivende a caro prezzo ai paesi occidentali, gli stessi che dopo l’aggressione militare russa all’Ucraina hanno disdetto i contratti con la Russia e cercato fonti alternative di idrocarburi.
«L’Azerbaigian agisce sul proprio territorio, che l’Armenia ha riconosciuto quindi si tratta di un affare interno dell’Azerbaigian» ha detto il portavoce del Cremlino, Dimitrij Peskov, imitato da Vladimir Putin.
Il “voltafaccia” di Pashinyan
Dimitrij Medvedev, presidente del Consiglio di Sicurezza russo, sui social ha invece fatto intendere che l’Armenia merita il destino che la attende, colpevole di aver flirtato con la Nato.
Che il leader armeno abbia cercato a occidente il sostegno non più proveniente da Mosca è innegabile, d’altronde Pashinyan è diventato premier per la prima volta nel 2018 in seguito a dei moti di piazza filostatunitensi e filoeuropei. Ma la versione russa che punta il dito esclusivamente sulle responsabilità del premier armeno sorvolando su quelle del regime di Putin è quanto mai di parte.
Quando nel 2020 l’Azerbaigian ha aggredito l’Artsakh e le truppe armene, forte dei droni da bombardamento turchi Bayraktar e delle truppe addestrate da ufficiali di Ankara, l’intervento di Mosca impedì una disfatta totale, obbligando però Erevan ad affidarsi completamente alla Russia per non soccombere. Ma il tempo ha dimostrato che la Federazione Russa non aveva alcun interesse a difendere realmente l’Armenia e men che meno l’Artsakh, e non ha mosso un dito per bloccare le ulteriori aggressioni azere. Mosca non è intervenuta a sostegno di Erevan neanche quando, nel settembre 2022, Baku ha attaccato direttamente la Repubblica Armena e questa ha chiesto l’intervento dell’Organizzazione del trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO), un’alleanza militare regionale guidata dalla Russia che oltretutto con Erevan ha un accordo militare di difesa mutua.
Negli ultimi mesi, mentre l’inerzia russa convinceva Baku che era venuto il momento di tentare la spallata finale, Pashinyan e i suoi ministri hanno iniziato a cercare un’alternativa all’inefficace scudo russo, irritando però ancora di più Putin senza al tempo stesso garantirsi una difesa efficace da parte dei nuovi alleati, cioè gli Stati Uniti e la Francia, ma anche l’India e l’Iran.
Quando l’11 settembre una manciata di militari armeni ha iniziato ad addestrarsi insieme a un numero equivalente di soldati statunitensi, il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha dichiarato che le esercitazioni (le “Eagles Partner 2023“) congiunte con un paese della Nato violavano lo “spirito” del partenariato militare con Mosca. Pochi giorni prima, Erevan ha ritirato il proprio rappresentante presso il CSTO accusando il blocco militare di complicità oggettiva con l’Azerbaigian, mentre la moglie di Pashinyan visitava Kiev, l’Armenia inviava aiuti umanitari simbolici all’Ucraina e avviava l’iter di adesione alla Corte Penale Internazionale. Per tutta risposta la Russia ha convocato l’ambasciatore armeno per illustrare le proprie rimostranze.
Nel frattempo l’Azerbaigian ha ammassato per settimane le proprie truppe a ridosso dell’Artsakh, facendo poi scattare i bombardamenti e le incursioni. Putin ha lasciato fare. Forse a Mosca sperano che l’isolamento di Pashinyan e i suoi errori gli costino la carica di primo ministro, magari a vantaggio di un personaggio più vicino ai propri interessi. Ma nel paese il risentimento nei confronti della Russia non ha mai raggiunto livelli così alti e comunque Mosca ha lasciato deteriorare la situazione a tal punto, con la situazione in Nagorno-Karabakh ormai irrimediabilmente compromessa, da avere ormai davvero poco da offrire agli armeni.
youtube.com/embed/LsWq5ES9_xU?…
Manifestazioni e scontri a Erevan
Mentre in Azerbaigian la folla nazionalista esulta sventolando bandiere turche e russe, nella capitale armena si susseguono le manifestazioni e gli scontri, con relativi feriti e arresti. Da martedì decine di migliaia di persone, aderenti a movimenti nazionalisti o a partiti di opposizione, al grido di “vergogna” e “assassini” assediano la sede del parlamento e del governo armeni, oltre che la sede diplomatica di Mosca, chiedendo le dimissioni di Nikol Pashinyan e un intervento deciso a favore degli armeni dell’Artsakh.
Per impedire l’ingresso dei dimostranti nelle sedi istituzionali, la polizia in assetto antisommossa ha operato numerosi arresti e ha fatto uso di granate stordenti. Alcuni manifestanti impugnano le bandiere degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, della Georgia e della Francia, riponendo false speranze in paesi che, dichiarazioni a parte, non hanno mosso un dito per bloccare l’ennesima offensiva azera.
L’UE protesta con Baku ma pensa al gas
Non sono mancate le dichiarazioni di condanna nei confronti delle mosse di Baku da parte del responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, o del Dipartimento di Stato di Washington, o da parte del governo francese. Ma nessuna misura concreta è stata fin qui varata da nessun governo occidentale per convincere il regime di Aliyev a rinunciare all’aggressione militare o alle prevedibili operazioni di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh, suscitando la delusione del ministro degli Esteri armeno, mentre l’ambasciatore Edmon Marukyan ha accusato esplicitamente UE e Stati Uniti di essere responsabili della tragedia in corso nell’enclave armena dell’Azerbaigian.
Mentre in numerosi parlamenti europei ed in quello di Strasburgo crescono le richieste di sanzioni nei confronti di Baku, è evidente che l’UE non ha nessun interesse a vararle, anzi.
Lo scorso anno Bruxelles ha siglato un accordo con Baku per raddoppiare entro il 2027 le forniture di gas che, estratto nel Caucaso meridionale, arriva a Melendugno attraverso il TAP. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è impegnata personalmente per accaparrarsi le forniture azere e poter tagliare quindi quelle russe. Volata a Baku per siglare l’accordo nel luglio scorso, von der Leyen ha descritto l’Azerbaigian come «un partner affidabile e degno di fiducia» sorvolando sulla violazione sistematica dei diritti umani e politici da parte del regime e sul militarismo e lo sciovinismo nei confronti degli armeni.
Nell’ultimo anno in Italia la quota di gas proveniente dall’Azerbaigian è già aumentata dal 10 al 15,1%, eguagliando le importazioni dall’Algeria. Baku ha nel frattempo aumentato gli introiti delle esportazioni di idrocarburi da 20 a 35 miliardi di euro; di questi ben 16,5 provengono dall’Italia. E poi c’è tutto il capitolo degli armamenti: grazie ai crescenti introiti dell’industria petrolifera il regime di Aliyev negli ultimi anni ha fatto il pieno di armi turche e israeliane, ma anche americane ed europee (e russe). – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato proviene da Pagine Esteri.
L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 22 settembre 2023 – L’ennesimo assalto militare azero alla Repubblica di Artsakh è durato solo poche ore, tra il 19 e il 20 settembre, ma è bastato per costringere gli armeni alla resa.
Isolati e indeboliti da dieci mesi di assedio, durante i quali i nazionalisti azeri travestiti da “ecologisti” hanno bloccato il corridoio di Lachin (l’unico accesso dalla madrepatria all’enclave armena) impedendo il passaggio di cibo e medicinali, gli armeni del Nagorno-Karabakh non sono riusciti a tenere testa alle truppe di Baku armate da Turchiae Israele.
Pur di evitare un bagno di sangue, le autorità di Stepanakert – la capitale della piccola repubblica autoproclamata dagli armeni all’inizio degli anni ’90 all’interno del territorio dello stato azerbaigiano – hanno dovuto capitolare.
Ieri mattina, mentre le delegazioni dell’Artsakh e dell’Azerbaigian si incontravano a Yevlakh per definire i dettagli della resa e dello smantellamento della piccola repubblica armena, a Stepanakert numerosi testimoni hanno denunciato sparatorie e l’avanzata delle truppe azere, in violazione del cessate il fuoco varato il 20 settembre con la mediazione russa.
Inizialmente sembrava che il bilancio dell’ultimo attacco azero al Nagorno-Karabakh avesse provocato poche vittime, ma nelle ultime ore il bilancio è stato elevato a circa 200 morti e 400 feriti, per lo più appartenenti alle forze di autodifesa della Repubblica di Artsakh. Purtroppo il conteggio include anche alcune decine di civili.
Anche una pattuglia di soldati russi, appartenenti alla forza dispiegata da Mosca nel 2020 per monitorare il rispetto del cessate il fuoco raggiunto al termine del conflitto di 44 giorni durante il quale Baku ha ripreso la maggior parte dei territori persi agli inizi degli anni ’90, è caduta in un’imboscata dell’esercito azero nella zona di Dzhanyatag. Sotto il fuoco dei militari di Baku sarebbero morti ben 6 soldati di Mosca, tra cui il vicecomandante del contingente russo Ivan Kovgan. Il dittatore azero Aliyev si è ufficialmente scusato con il Cremlino ed ha sospeso il comandante delle truppe inviate in Nagorno-Karabakh in attesa dell’esito di un’inchiesta sull’accaduto.
Lo spettro della pulizia etnica
Le truppe russe hanno affermato di aver evacuato già migliaia di abitanti armeni della regione, e altre migliaia starebbero cercando di abbandonare l’enclave assediata per sottrarsi alle rappresaglie azere. Il difensore civico del Nagorno-Karabakh, Ghegham Stepanian, denuncia una “catastrofe”.
Secondo i termini dell’accordo imposto con le armi da Baku in quella che il regime di Aliyev ha ribattezzato “operazione antiterrorismo”, le forze di autodifesa dell’enclave armena devono consegnare le armi e cedere il controllo del territorio alle truppe azere. Di fatto la prospettiva è quella dello scioglimento dell’entità statuale autoproclamata ormai trent’anni fa dagli armeni dell’Azerbaigian. Si profila un esodo forzato verso l’Armenia dei circa 120 mila abitanti dell’enclave e l’azzeramento della millenaria presenza armena in territori che l’Unione Sovietica aveva deciso di trasformare in una Repubblica Autonoma annessa all’Azerbaigian e che poi, con lo sfaldamento dello stato socialista e in seguito a una sanguinosa guerra con Baku e la conseguente cacciata degli abitanti azeri, si era proclamata indipendente.
Il regime di Ilham Aliyev da una parte esulta per la sconfitta dei “terroristi” e il recupero della sovranità nazionale su tutto il territorio statale, dall’altra assicura che i diritti politici, civili, religiosi e culturali degli armeni saranno garantiti nel rispetto della Costituzione dell’Azerbaigian. Ma, ha avvisato il dittatore (al potere dal 2003 e preceduto da dieci anni di potere assoluto del padre), chi non accetterà di integrarsi dovrà andarsene, come hanno già fatto migliaia di armeni scappati o cacciati dai territori della Repubblica di Artsakh riconquistati da Baku nel 2020 e ripuliti etnicamente.
L’Armenia sempre più sola
La Repubblica Armena è di nuovo sotto shock per l’ennesima e storica disfatta e la consapevolezza di un isolamento quasi assoluto a livello internazionale che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza. Il regime azero infatti ha già aggredito lo scorso anno il territorio dello stato armeno e rivendica apertamente il carattere azero di buona parte del suo territorio. Il casus belli è rappresentato dalla contesa per il raggiungimento della continuità territoriale tra l’Azerbaigian e una sua exclave – la Repubblica di Nakhchivan – separata dalla madrepatria da una larga striscia di territorio armeno. Per ottenere il collegamento con l’exclave Baku potrebbe pensare di impossessarsi di una porzione di Armenia approfittando della evidente debolezza di Erevan abbandonata dagli storici alleati e soverchiata dalla potenza militare ed economica di Baku.
Mentre l’Armenia ha davvero poco da offrire, negli ultimi anni l’Azerbaigian è diventato una potenza energetica emergente, sostenuta dalla Turchia e finanziata da una lunga lista di paesi che acquistano i suoi idrocarburi e che, pur solidarizzando con Erevan e criticando gli eccessi di Aliyev, si guardano bene dall’imporre sanzioni al regime di Baku.
Il governo dell’Armenia ha fatto di tutto pur di rimanere fuori dall’ennesimo scontro militare tra i cugini dell’Artsakh e gli azeri, temendo un’espansione dei combattimenti nel suo territorio. D’altronde ormai il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha riconosciuto l’appartenenza all’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh, cedendo alle rivendicazioni di Baku.
Pashinyan ci ha tenuto, con varie dichiarazioni, a segnare le distanze con l’amministrazione dell’Artsakh e l’estraneità ai combattimenti – Erevan ha ritirato le sue ultime unità militari dall’enclave armena nel 2021 – accusando anzi “attori interni ed esterni” di voler coinvolgere il paese in un disastro.
«Se le forze di pace russe hanno avanzato la proposta di porre fine alle ostilità e di sciogliere l’esercito dell’Artsakh, significa che si sono completamente assunte l’obbligo di garantire la sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh» ha affermato il primo ministro armeno. Secondo Pashinyan le forze di pace russe dovrebbero garantire condizioni adeguate affinché «gli armeni del Nagorno-Karabakh possano godere del pieno diritto di vivere nelle loro case e sul loro suolo».
Il tradimento russo
Tra Erevan e Mosca le relazioni non sono mai state così deteriorate, e in Armenia monta la rabbia per l’inerzia delle truppe russe di fronte all’ennesima aggressione militare azera preceduta dal micidiale assedio durato dieci mesi.
La Russia, impantanata in Ucraina, certo non desidera essere coinvolta in un conflitto nel Caucaso nonostante il patto militare con l’Armenia (sul cui territorio possiede una base militare) e l’impegno, assunto nel 2020 con il dispiegamento di 2000 peacekeepers nei territori contesi, a garantire il rispetto del cessate il fuoco.
Oltretutto Mosca ha sviluppato negli ultimi anni ottime relazioni economiche e anche militari con il regime di Ilham Aliyev, al quale Gazprom fornisce ogni anno 1 miliardo di tonnellate di gas che poi Baku rivende a caro prezzo ai paesi occidentali, gli stessi che dopo l’aggressione militare russa all’Ucraina hanno disdetto i contratti con la Russia e cercato fonti alternative di idrocarburi.
«L’Azerbaigian agisce sul proprio territorio, che l’Armenia ha riconosciuto quindi si tratta di un affare interno dell’Azerbaigian» ha detto il portavoce del Cremlino, Dimitrij Peskov, imitato da Vladimir Putin.
Il “voltafaccia” di Pashinyan
Dimitrij Medvedev, presidente del Consiglio di Sicurezza russo, sui social ha invece fatto intendere che l’Armenia merita il destino che la attende, colpevole di aver flirtato con la Nato.
Che il leader armeno abbia cercato a occidente il sostegno non più proveniente da Mosca è innegabile, d’altronde Pashinyan è diventato premier per la prima volta nel 2018 in seguito a dei moti di piazza filostatunitensi e filoeuropei. Ma la versione russa che punta il dito esclusivamente sulle responsabilità del premier armeno sorvolando su quelle del regime di Putin è quanto mai di parte.
Quando nel 2020 l’Azerbaigian ha aggredito l’Artsakh e le truppe armene, forte dei droni da bombardamento turchi Bayraktar e delle truppe addestrate da ufficiali di Ankara, l’intervento di Mosca impedì una disfatta totale, obbligando però Erevan ad affidarsi completamente alla Russia per non soccombere. Ma il tempo ha dimostrato che la Federazione Russa non aveva alcun interesse a difendere realmente l’Armenia e men che meno l’Artsakh, e non ha mosso un dito per bloccare le ulteriori aggressioni azere. Mosca non è intervenuta a sostegno di Erevan neanche quando, nel settembre 2022, Baku ha attaccato direttamente la Repubblica Armena e questa ha chiesto l’intervento dell’Organizzazione del trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO), un’alleanza militare regionale guidata dalla Russia che oltretutto con Erevan ha un accordo militare di difesa mutua.
Negli ultimi mesi, mentre l’inerzia russa convinceva Baku che era venuto il momento di tentare la spallata finale, Pashinyan e i suoi ministri hanno iniziato a cercare un’alternativa all’inefficace scudo russo, irritando però ancora di più Putin senza al tempo stesso garantirsi una difesa efficace da parte dei nuovi alleati, cioè gli Stati Uniti e la Francia, ma anche l’India e l’Iran.
Quando l’11 settembre una manciata di militari armeni ha iniziato ad addestrarsi insieme a un numero equivalente di soldati statunitensi, il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha dichiarato che le esercitazioni (le “Eagles Partner 2023“) congiunte con un paese della Nato violavano lo “spirito” del partenariato militare con Mosca. Pochi giorni prima, Erevan ha ritirato il proprio rappresentante presso il CSTO accusando il blocco militare di complicità oggettiva con l’Azerbaigian, mentre la moglie di Pashinyan visitava Kiev, l’Armenia inviava aiuti umanitari simbolici all’Ucraina e avviava l’iter di adesione alla Corte Penale Internazionale. Per tutta risposta la Russia ha convocato l’ambasciatore armeno per illustrare le proprie rimostranze.
Nel frattempo l’Azerbaigian ha ammassato per settimane le proprie truppe a ridosso dell’Artsakh, facendo poi scattare i bombardamenti e le incursioni. Putin ha lasciato fare. Forse a Mosca sperano che l’isolamento di Pashinyan e i suoi errori gli costino la carica di primo ministro, magari a vantaggio di un personaggio più vicino ai propri interessi. Ma nel paese il risentimento nei confronti della Russia non ha mai raggiunto livelli così alti e comunque Mosca ha lasciato deteriorare la situazione a tal punto, con la situazione in Nagorno-Karabakh ormai irrimediabilmente compromessa, da avere ormai davvero poco da offrire agli armeni.
youtube.com/embed/LsWq5ES9_xU?…
Manifestazioni e scontri a Erevan
Mentre in Azerbaigian la folla nazionalista esulta sventolando bandiere turche e russe, nella capitale armena si susseguono le manifestazioni e gli scontri, con relativi feriti e arresti. Da martedì decine di migliaia di persone, aderenti a movimenti nazionalisti o a partiti di opposizione, al grido di “vergogna” e “assassini” assediano la sede del parlamento e del governo armeni, oltre che la sede diplomatica di Mosca, chiedendo le dimissioni di Nikol Pashinyan e un intervento deciso a favore degli armeni dell’Artsakh.
Per impedire l’ingresso dei dimostranti nelle sedi istituzionali, la polizia in assetto antisommossa ha operato numerosi arresti e ha fatto uso di granate stordenti. Alcuni manifestanti impugnano le bandiere degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, della Georgia e della Francia, riponendo false speranze in paesi che, dichiarazioni a parte, non hanno mosso un dito per bloccare l’ennesima offensiva azera.
L’UE protesta con Baku ma pensa al gas
Non sono mancate le dichiarazioni di condanna nei confronti delle mosse di Baku da parte del responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, o del Dipartimento di Stato di Washington, o da parte del governo francese. Ma nessuna misura concreta è stata fin qui varata da nessun governo occidentale per convincere il regime di Aliyev a rinunciare all’aggressione militare o alle prevedibili operazioni di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh, suscitando la delusione del ministro degli Esteri armeno, mentre l’ambasciatore Edmon Marukyan ha accusato esplicitamente UE e Stati Uniti di essere responsabili della tragedia in corso nell’enclave armena dell’Azerbaigian.
Mentre in numerosi parlamenti europei ed in quello di Strasburgo crescono le richieste di sanzioni nei confronti di Baku, è evidente che l’UE non ha nessun interesse a vararle, anzi.
Lo scorso anno Bruxelles ha siglato un accordo con Baku per raddoppiare entro il 2027 le forniture di gas che, estratto nel Caucaso meridionale, arriva a Melendugno attraverso il TAP. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è impegnata personalmente per accaparrarsi le forniture azere e poter tagliare quindi quelle russe. Volata a Baku per siglare l’accordo nel luglio scorso, von der Leyen ha descritto l’Azerbaigian come «un partner affidabile e degno di fiducia» sorvolando sulla violazione sistematica dei diritti umani e politici da parte del regime e sul militarismo e lo sciovinismo nei confronti degli armeni.
Nell’ultimo anno in Italia la quota di gas proveniente dall’Azerbaigian è già aumentata dal 10 al 15,1%, eguagliando le importazioni dall’Algeria. Baku ha nel frattempo aumentato gli introiti delle esportazioni di idrocarburi da 20 a 35 miliardi di euro; di questi ben 16,5 provengono dall’Italia. E poi c’è tutto il capitolo degli armamenti: grazie ai crescenti introiti dell’industria petrolifera il regime di Aliyev negli ultimi anni ha fatto il pieno di armi turche e israeliane, ma anche americane ed europee (e russe). – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo L’Azerbaigian piega gli armeni, abbandonati da Russia e Nato proviene da Pagine Esteri.
In Cina e Asia – Cina, inizia la visita del presidente siriano Assad
Cina, inizia la visita del presidente siriano Assad
Corea del Sud, approvato mandato d’arresto contro il leader dell’opposizione
Stretta sulla corruzione: calano le fortune dei magnati della sanità
Cina: botta e risposta tra funzionari cinesi, europei e americani su de-risking e decarbonizzazione
L'Università di Xi'an rimuove l'inglese come requisito per la laurea
Thailandia, il nuovo premier promette crescita economica e una riforma della legge sulla cannabis
L’India sospende i servizi di visto per i cittadini canadesi
L'articolo In Cina e Asia – Cina, inizia la visita del presidente siriano Assad proviene da China Files.
MAMADOU. Immigrazione: “20 anni di fallimenti. Il governo spreca denaro”
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Daniela Volpecina –
Pagine Esteri, 21 settembre 2023. Mamadou Kouassi Pli Adama è il mediatore culturale che, con la sua storia, ha ispirato il film di Matteo Garrone “Io, Capitano“, vincitore del Leone d’argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Quindici anni fa Mamadou ha intrapreso infatti il viaggio della speranza che lo ha condotto in Italia.
Lo abbiamo incontrato all’indomani della presentazione del film in sala per affrontare alcuni temi caldi del momento. Dal caso Lampedusa al nuovo decreto anticlandestini del governo Meloni passando per gli accordi con Libia e Tunisia, le politiche europee e la proposta del presidente Mattarella sui canali di ingresso regolari.
widget.spreaker.com/player?epi…
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo MAMADOU. Immigrazione: “20 anni di fallimenti. Il governo spreca denaro” proviene da Pagine Esteri.
In Cina e in Asia – La Cina accusa gli Usa di spiare Huawei
La Cina accusa gli Usa di spiare Huawei
L’Ue chiede alla Cina di fare di più per la pace in Ucraina
L’ex viceministro Lui alla guida del dipartimento reclami del Partito comunista cinese
La Cina facilita il processo di richiesta del visto per gli stranieriù
Al via le prime manovre navali congiunte dell’ASEAN
Il Giappone chiede alla Cina di rimuovere una boa dalla ZEE giapponese
Corea del Sud: indagini nelle basi Usa su contrabbando di stupefacenti
L'articolo In Cina e in Asia – La Cina accusa gli Usa di spiare Huawei proviene da China Files.
ARMENIA-AZERBAIJAN. Tajani si propone mediatore ma l’Italia sta con Baku
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Antonio Mazzeo
Pagine Esteri, 21 settembre 2023 – “Alla luce delle tensioni in atto, a New York ho voluto incontrare il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov sottolineando la necessità di dialogo e moderazione per trovare una soluzione diplomatica nel Nagorno Karabakh; l’ Azerbaijan è un partner importante: lavoriamo insieme anche contro i trafficanti di esseri umani”. Il vicepresidente del Consiglio e titolare della Farnesina, Antonio Tajani, si è autoproposto come mediatore tra i governi di Azerbaijan e Armenia per scongiurare l’escalation bellica nel Caucaso meridionale. Peccato però che in questi anni l’Italia e il suo complesso militare-industriale abbiano scelto di schierarsi solo a fianco delle autorità azere e non certo per contrastare il traffico di persone. Baku è stata fondamentale infatti per gli affari e i profitti delle grandi holding dell’energia e delle armi italiane.
Appena tre mesi fa, in occasione della visita a Roma di un’alta delegazione militare azera, Leonardo Spa (società controllata per il 30,2% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha firmato con il governo dell’Azerbaijan un contratto per la fornitura di due aerei da trasporto tattico C-27J “Spartan”. Prodotti presso il sito produttivo di Torino Caselle, i C-27J sono velivoli in grado di svolgere diverse tipologie di missioni, dal trasporto di uomini e mezzi da guerra, agli aviolanci di paracadutisti e materiali, al supporto alle truppe schierate in combattimento. Con una lunghezza di 22,70 metri e una larghezza di 28,70, l’aereo cargo può raggiungere la velocità di crociera di 583 Km/h e un’autonomia di volo poco inferiore ai 6.000 km. Lo “Spartan” è già operativo con le forze armate di Italia, Slovenia, Grecia, Romania, Bulgaria, Stati Uniti d’America, Australia, Lituania, Messico, Perù, Slovacchia, Marocco, Zambia, Kenia e Ciad. In Azerbaijan i due cargo di Leonardo andranno ad affiancare la coppia di Ilyushin Il-76 di fabbricazione russa a disposizione del reparto di trasporto e proiezione aerea dell’Aeronautica militare azera.
“Inizialmente legata ai settori energetici, la collaborazione tra Italia e Azerbaijan si estende anche ai prodotti dell’industria della Difesa grazie al prezioso contributo offerto dal gruppo di lavoro del Ministero della Difesa italiano”, si legge nella nota stampa di Leonardo Spa con cui l’8 giugno 2023 è stata annunciata la vendita dei due velivoli da trasporto. “Il programma di acquisto del C-27J è stato perfezionato nell’ambito di un tavolo tecnico tra il Ministero della Difesa Italiano e la controparte Azera. L’intesa si inserisce nell’ambito dell’ampio programma di ammodernamento delle Forze Armate Azere che guardano con sempre maggiore interesse ai prodotti dell’industria italiana”. (1)
Come sempre accade nel nostro paese in tema di esportazione di materiale bellico, nessuna forza politica di governo o di opposizione ha ritenuto opportuno esprimere preoccupazione per le pericolose conseguenze della commessa di Leonardo. L’accordo è stato invece stigmatizzato dal Coordinamento delle Organizzazioni e Associazioni Armene in Italia. “Osserviamo con estrema preoccupazione non solo il rafforzamento dell’arsenale bellico azero, con crescenti forniture e addestramenti anche dallo Stato italiano, ma soprattutto l’assoluta assenza di Roma, ormai appiattita sulle posizioni del regime azero, nelle discussioni internazionali sul contenzioso armeno-azero, come peraltro ben evidenziato dalla mancata partecipazione ai recenti vertici organizzati sul tema dall’Unione europea”, rilevava il Coordinamento.
Contro il governo Meloni è stata lanciata anche l’accusa di “immobilismo” di fronte alla crisi umanitaria in Nagorno Karabakh. “La popolazione armena è isolata da oltre sei mesi dal resto del mondo a causa del blocco azero lungo il corridoio di Lachin”, aggiungevano le associazioni armene. “L’Italia non ha inoltre inteso intervenire, a differenza di quanto fatto da altre nazioni europee, per ottenere la liberazione di almeno alcuni prigionieri di guerra armeni ancora illegalmente detenuti nelle carceri azere a quasi tre anni dalla fine della guerra”. (2)
La cooperazione industriale-strategica tra il regime azero e il gruppo Leonardo ha preso il via nel 2012 con la vendita di 10 elicotteri prodotti dalla controllata Augusta Westland alla compagnia aerea nazionale “Azerbaijan Airlines” per il trasporto offshore e del personale VIP, i servizi medici d’emergenza, la ricerca e il salvataggio. Gli otto velivoli modello AW139 e i due AW189 sono stati consegnati a partire del 2013; il loro valore è stato stimato in 115 milioni di euro.
Il 20 febbraio 2020, alla vigilia dell’ennesimo scontro a fuoco tra Armenia e Azerbaijan che ha causato la morte di centinaia di civili, l’allora amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo e il ministro della Difesa azero Zakir Hasanov, avevano sottoscritto una Dichiarazione d’Intenti in vista di un più articolato accordo di cooperazione industriale per la fornitura alle forze armate del paese caucasico di caccia-addestratori avanzati Alenia Aermacchi M-346 “Master”. Insieme ai velivoli l’Azerbaijan ha espresso l’intenzione di acquisire il Ground Based Training System, un sistema integrato che consente agli allievi pilota di familiarizzare con le procedure addestrative e anticipare a terra le attività che saranno sviluppate in volo.
L’intesa è stata raggiunta in occasione della visita in Italia del Presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, dove ha incontrato il Presidente della Repubblica Sergio Matteralla ed il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Quello con Leonardo sarà un accordo davvero importante”, ha dichiarato Ilham Aliyev sul sito web ufficiale della Presidenza della Repubblica dell’Azerbaijan. “Esso consentirà di aprire una nuova pagina nella nostra collaborazione e di modernizzare ancora di più la nostra infrastruttura difensiva, una delle mie priorità di governo”.
L’Aermacchi M-346FA (foto Leonardo)
L’M-346 “Master” è stato progettato per l’addestramento dei piloti dei cacciabombardieri di quinta generazione come l’Eurofighter “Typhoon” e l’F-35A Joint Strike Fighter di Lockheed Martin, ma l’Aeronautica azera ha espresso l’intenzione di includere nella commessa anche la versione del velivolo per l’attacco aereo già consegnata da Leonardo a Israele. “In questo modo gli azeri potrebbero implementare i missili da crociera turchi della Roketsan SOM-B1 appena acquistati e modernizzare di conseguenza la componente aerotattica”, ha rivelato Ares Osservatorio Difesa. (3)
Leonardo Spa ha inoltre firmato l’1 marzo 2017 un accordo con la società petrolifera statale azera SOCAR per “incrementare la sicurezza fisica e cyber delle infrastrutture per gli approvvigionamenti energetici e garantire maggiore efficienza alle attività della società azera attraverso proprie tecnologie”. Al centro dell’accordo, in particolare, la “sicurezza” del gasdotto in via di realizzazione da parte di SOCAR per fare arrivare in Europa oltre 20 miliardi di metri cubi l’anno di metano azero. Lungo oltre 4.000 km., il gasdotto parte dal Caucaso meridionale, attraversa la Georgia (tratto Scpx), quindi la Turchia (Tanap), la Grecia e l’Albania per arrivare in Puglia (Tap). Tra le aziende italiane partner di questo maxi-progetto energetico spicca in particolare il gruppo Snam S.p.A. di San Donato Milanese, mentre in qualità di sub-contractor compaiono ENI, Maire Tecnimont e Saipem. (4)
Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto si è speso recentemente per perorare gli interessi delle grandi holding italiane dell’energia e delle armi. Il 12 gennaio 2023 Crosetto si è recato in visita ufficiale in Azerbaijan per una serie di colloqui istituzionali, primo fra tutti quello con il Presidente della Repubblica Ilham Aliyev. “Il Ministro Crosetto e il Presidente Aliyev si sono confrontati sulle prospettive di espansione della cooperazione nei settori dell’energia, delle costruzioni, del turismo, dell’agricoltura, dell’industria della difesa e altri ancora”, riporta la nota della Difesa. Aliyev ha definito “particolarmente proficua” la relazione bilaterale con l’Italia, citando proprio il funzionamento del Corridoio meridionale del gas, il maxi-gasdotto realizzato con i fondi dell’Unione europea. “L’iniziativa, lanciata nel 2008, aveva l’obiettivo di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa da Mosca, una necessità resa più urgente dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio scorso, e che ha reso ancora più strategica la regione del Caucaso”, annota Formiche.net. “Aumentare la capacità dell’infrastruttura, dunque, potrebbe far crescere i metri cubi di gas naturale che arrivano in Italia”. (5)
A Baku, Guido Crosetto ha incontrato anche il Ministro della Difesa, generale Zakir Hasanov (con il quale ha firmato un protocollo d’intenti sulla cooperazione nel campo della formazione e dell’istruzione delle forze armate), nonché il Capo dei Servizi di Sicurezza, generale Ali Naghiyev. Grande enfasi nelle parole espresse a conclusione della missione: “L’Italia conferma il suo contributo per un ulteriore rafforzamento delle relazioni tra Azerbaigian e NATO e tra Azerbaigian e Unione Europea”, ha dichiarato Crosetto. (6) Pagine Esteri
Note:
- leonardo.com/it/press-release-…
- crisiswatch.it/2023/06/22/aere…
- aresdifesa.it/gli-m-346-conqui…
- leonardocompany.com/it/press-r…
- formiche.net/2023/01/difesa-en…
- difesa.it/Primo_Piano/Pagine/I…
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo ARMENIA-AZERBAIJAN. Tajani si propone mediatore ma l’Italia sta con Baku proviene da Pagine Esteri.
Un angolo di Palestina nel cuore di Garbatella
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di M.M.
Giovedì 21 e venerdì 22 alla Villetta Social Lab di Roma, nel cuore del quartiere Garbatella, l’appuntamento con Beit Al Falastini, in arabo la casa palestinese. L’evento è organizzato da Assopace Palestina, Amnesty International Italia e il Movimento degli Studenti Palestinesi, fondato nel giugno del 2023, in precedenza conosciuti come Giovani Palestinesi di Roma. Le due giorni sono dedicati alla scoperta della cultura palestinese attraverso l’arte come mezzo di resistenza culturale.
Nella prima giornata, il 21 settembre, ci saranno – tra i vari ospiti – lo scrittore e giornalista palestinese Ramzy Baroud, direttore del Palestinian Chronicle, che presenterà il suo libro L’ultima terra. A seguire, si confronteranno in un dibattito aperto Triestino Marinello, Professore ordinario presso l’Università John Moores di Liverpool, Tina Marinari, coordinatrice Amnesty International Italia e Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina e già vice Presidente del Parlamento Europeo. Sarà anche un’occasione per accendere un riflettore sullo studente italo palestinese Khaled El Quasi, che si trova in stato di arresto presso le carceri israeliane dallo scorso 31 agosto. La detenzione amministrativa israeliana è da tempo sotto i riflettori della comunità internazionale. Amnesty International, nel suo ultimo rapporto parla di 5mila prigionieri politici detenuti in Israele, tra i quali almeno 1260 sono in carcere senza accusa né processo. In conclusione, la proiezione di due documentari: Mate Superb di Hamdi Alhroud e Ave Maria di Basil Khalil.
ZeroCalcare
La seconda giornata, venerdì 22 settembre, ospiterà Federica Stagni, ricercatrice della Normale Superiore, e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che discuteranno sul libro Dieci miti su Israele di Ilan Pappé. L’artista Michele Rech, conosciuto come ZeroCalcare e Diletta Ballotti, attivista digitale, parleranno del rapporto tra arte e resistenza insieme ad una rappresentante dei ragazzi di Gaza FreeStyle. Saranno accompagnati dalla danza tradizionale palestinese e dalle note elettriche della dj Mary Gehnyei. L’evento Beit Al Falastini vuole mostrare una Palestina attraverso gli occhi di noi palestinesi nati in diaspora. La Palestina non è solo un muro lungo oltre 730 km, ma anche fervore e resistenza culturale. Sotto il peso dell’occupazione militare, la resistenza culturale diventa un’arma potentissima”, dichiara la Presidente degli Studenti Palestinesi, Maya Issa.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Un angolo di Palestina nel cuore di Garbatella proviene da Pagine Esteri.
Cinque palestinesi uccisi a Jenin e Gaza. Israele ha usato anche droni kamikaze
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
della redazione
Pagine Esteri, 20 settembre 2023 – Nelle ultime ore quattro palestinesi sono stati uccisi e circa 30 feriti (alcuni sono gravi) dal fuoco dei soldati israeliani e da droni kamikaze nel campo profughi di Jenin. Un quinto è stato colpito ieri pomeriggio durante una manifestazione a ridosso delle linee tra Gaza e Israele ed è morto poco dopo all’ospedale.
Mahmoud as-Saadi, 23 anni, Mahmoud Ararawi, 24 anni, Raafat Khamaiseh, 22 anni, e Atta Musa, 29 anni, tutti combattenti, sono stati uccisi nel raid militare più sanguinoso da quello del 3 e 4 luglio scorsi, sempre nel campo profughi di Jenin, in cui morirono 12 palestinesi e un soldato israeliano (colpito, si è poi appreso, da fuoco amico). Le brigate combattenti palestinesi hanno risposto all’incursione con un intenso fuoco di sbarramento con armi automatiche. Non ci sono stati feriti tra i soldati israeliani.
L’esercito ha detto di aver utilizzato anche il Rafael SPIKE FireFly, un drone suicida, contro i palestinesi. Mentre le truppe si ritiravano dal campo profughi, un veicolo militare è stato messo fuori uso da una bomba sul ciglio della strada. Successivamente è stato trasportato via.
Sempre ieri, è stato ucciso dal fuoco dei soldati un palestinese di 25 anni, Yusef Radwan, durante una manifestazione di protesta lungo le linee tra Gaza e Israele. Altri 11 sono rimasti feriti, uno è in gravi condizioni.
Almeno 185 palestinesi, tra i quali civili innocenti, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est sono stati uccisi dall’inizio dell’anno, la maggior parte durante raid dell’esercito o dai coloni israeliani. Gli attacchi palestinesi in Israele e in Cisgiordania dall’inizio dell’anno hanno causato la morte di 27 coloni e civili e di tre soldati. Pagine Esteri
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Cinque palestinesi uccisi a Jenin e Gaza. Israele ha usato anche droni kamikaze proviene da Pagine Esteri.
Sei palestinesi uccisi a Jenin, Gerico e Gaza. Israele ha usato anche droni kamikaze
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
AGGIORNAMENTO
Un palestinese di 19 anni, Durgam Al Akhras, è stato ucciso dall’esercito israeliano questa mattina nel campo profughi di Aqabat Jabr (Gerico). I soldati hanno circondato una casa e arrestato due giovani. Subito dopo sono cominciate le proteste della popolazione del campo. Dozzine di ragazzi hanno lanciari pietre contro le forze israeliane che hanno risposto sparando ad altezza d’uomo. Al-Akhras è stato colpito alla testa ed è morto poco dopo.
—————————————————————————————————————————————
della redazione
Pagine Esteri, 20 settembre 2023 – Nelle ultime 24 ore quattro palestinesi sono stati uccisi e circa 30 feriti (alcuni sono gravi) dal fuoco dei soldati israeliani e da droni kamikaze nel campo profughi di Jenin. Il quinto è stato colpito ieri pomeriggio durante una manifestazione a ridosso delle linee tra Gaza e Israele ed è morto poco dopo all’ospedale. Il
Mahmoud as-Saadi, 23 anni, Mahmoud Ararawi, 24 anni, Raafat Khamaiseh, 22 anni, e Atta Musa, 29 anni, tutti combattenti, sono stati uccisi nel raid militare più sanguinoso da quello del 3 e 4 luglio scorsi, sempre nel campo profughi di Jenin, in cui morirono 12 palestinesi e un soldato israeliano (colpito, si è poi appreso, da fuoco amico). Le brigate combattenti palestinesi hanno risposto all’incursione con un intenso fuoco di sbarramento con armi automatiche. Non ci sono stati feriti tra i soldati israeliani.
L’esercito ha detto di aver utilizzato anche il Rafael SPIKE FireFly, un drone suicida, contro i palestinesi. Mentre le truppe si ritiravano dal campo profughi, un veicolo militare è stato messo fuori uso da una bomba sul ciglio della strada. Successivamente è stato trasportato via.
Sempre ieri, è stato ucciso dal fuoco dei soldati un palestinese di 25 anni, Yusef Radwan, durante una manifestazione di protesta lungo le linee tra Gaza e Israele. Altri 11 sono rimasti feriti, uno è in gravi condizioni.
Almeno 185 palestinesi, tra i quali civili innocenti, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est sono stati uccisi dall’inizio dell’anno, la maggior parte durante raid dell’esercito o dai coloni israeliani. Gli attacchi palestinesi in Israele e in Cisgiordania dall’inizio dell’anno hanno causato la morte di 27 coloni e civili e di tre soldati. Pagine Esteri
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Sei palestinesi uccisi a Jenin, Gerico e Gaza. Israele ha usato anche droni kamikaze proviene da Pagine Esteri.
In Cina e Asia – Cina e Russia insieme contro "la campagna lanciata dall’Occidente”
Cina e Russia insieme contro "la campagna lanciata dall'Occidente"
Camere di commercio Usa e Ue pessimiste sulla Cina
Biden invita a tenere testa alla Cina, ma apre alla collaborazione
Crisi immobiliare, Sunac e Country Garden ottengono respiro dai creditori
Cina, donna condannata a morte per traffico di bambini negli anni '90
Hong Kong: Pechino rafforza il controllo sui consolati stranieri
L'India risponde al Canada: "accuse assurde intorno alla morte del militante Sikh"
L'articolo In Cina e Asia – Cina e Russia insieme contro “la campagna lanciata dall’Occidente” proviene da China Files.
In Cina e Asia – Wang Yi in Russia per colloqui sulla sicurezza
Wang Yi in Russia per quattro giorni di colloqui sulla sicurezza
Cina-Usa: il vicrepresidente Han incontra Blinken
Cina, esercitazioni nel mar Giallo dopo quelle di Stati Uniti e alleati
Corea del Sud: leader dell'opposizione in sciopero della fame, rischia l'arresto
L'Ue nomina nuovo direttore dell'ufficio per l'Asia-Pacifico
Cina, bozza di legge solleva polemiche su rischi di abuso di potere
L'articolo In Cina e Asia – Wang Yi in Russia per colloqui sulla sicurezza proviene da China Files.
IL SUD-EST ASIATICO AIUTA LA CINA NELLA CACCIA AGLI ATTIVISTI PER I DIRITTI UMANI
Il caso dell'avvocato Lu Siwei conferma come il Sud-est asiatico si sta dimostrando un’area del mondo particolarmente collaborativa quando si tratta di rimpatriare le voci scomode in Cina.
L'articolo IL SUD-EST ASIATICO AIUTA LA CINA NELLA CACCIA AGLI ATTIVISTI PER I DIRITTI UMANI proviene da China Files.
41 anni dalla strage di Sabra e Shatila: un orrore mai dimenticato
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Eliana Riva –
Pagine Esteri, 18 settembre 2023. Dal 16 al 18 settembre 1982 le Falangi libanesi massacrarono uomini, donne e bambini inermi. Per tre giorni, ininterrottamente, i miliziani usarono armi da fuoco, coltelli, accette per fucilare, decapitare, sgozzare e mutilare un numero imprecisato di civili (dalle centinaia ai 3.500 morti) rimasti senza protezione alcuna all’interno dei campi profughi di Sabra e Chatila.
Erano palestinesi, rifugiati in Libano dopo essere stati cacciati dalle proprie case durante la Nakba, la loro “Catastrofe” cominciata (e mai terminata) insieme alla nascita dello Stato di Israele.
Proprio Israele aveva cominciato in Libano, nel giugno del 1982, un’invasione di terra con l’obiettivo dichiarato di cacciare i combattenti palestinesi dal Paese. La forza bellica dell’esercito israeliano travolse città, quartieri, campi profughi e l’enorme impiego di mezzi militari consentì di raggiungere, in pochi mesi, la capitale, Beirut. I campi profughi di Sabra e Chatila vennero circondati. I combattenti palestinesi, chiusi al loro interno, si preparavano a quello che sarebbe stato senz’altro un massacro: le poche armi di cui erano in possesso non avrebbero mai potuto competere con i mezzi israeliani.
Le forze internazionali, però, intervennero. Gli Stati Uniti di Ronald Regan si fecero promotori di una mediazione e garanti dell’accordo che le pari raggiunsero: i combattenti palestinesi avrebbero lasciato Sabra e Chatila, portando via le proprie armi e Israele avrebbe lasciato vivere coloro che rimanevano, quasi esclusivamente donne, anziani, bambini e bambine.
Poco meno di un mese prima Bashir Gemayel, capo militare delle Falangi libanesi, partito denominato Katā’eb, una formazione di estrema destra fondata dal padre Pierre Gemayel, venne eletto Presidente della Repubblica. Avrebbe dovuto insediarsi a breve ma venne ucciso da un attentato il 14 settembre.
Immagini del massacro di Sabra e Shatila
Nonostante i responsabili della sua morte non fossero i palestinesi, le Falangi intendevano vendicare il proprio leader con il sangue dei profughi. Ma a controllare i campi era l’esercito israeliano e nessuno entrava o usciva da lì senza il consenso dei vertici militari, sotto il comando del Ministro della Difesa Ariel Sharon.
Gli israeliani avevano completamente chiuso il perimetro, osservavano i campi dall’alto degli edifici che li circondavano e li illuminavano, se necessario, con i fari che avevano montato tutto intorno.
Il 16 settembre i militari israeliani ebbero l’ordine di far passare i miliziani delle Falangi libanesi, a centinaia, armati e pronti alla vendetta. La popolazione dei campi fu colta di sorpresa. Gli abitanti, inermi, subirono per tre giorni e tre notti la furia dei miliziani che si fermavano solo quando, stremati dalla fatica fisica delle uccisioni, andavano a riposare lasciando il posto a unità più fresche.
Dopo la strage alcuni dei corpi furono gettati in fosse comuni, nel tentativo di coprire le dimensioni del massacro. Ma i cadaveri erano troppi e molti furono lasciati per le strade, preda delle mosche e degli animali. Uno dei primi a giungere nei campi dopo il ritiro dei libanesi fu Robert Fisk, giornalista inglese che scrisse un terribile e indimenticabile articolo intitolato, appunto, “Ce lo dissero le mosche”. Ciò che si aprì dinanzi agli occhi suoi e degli internazionali che arrivarono fu uno scenario di morte, violenza estrema e indiscriminata impossibile da dimenticare.
Immagini del massacro di Sabra e Shatila
Per quel massacro nessuno pagò. Israele tentò dapprima di nascondere la propria responsabilità ma quando le immagini e le notizie cominciarono a circolare, l’eco divenne internazionale. Ovunque si parlava della strage, sui giornali, nelle università. Il tradimento della comunità internazionale venne smascherato, le responsabilità furono chiaramente definite. Eppure. Eppure la commissione di inchiesta israeliana che si occupò della questione, la Commissione Kahan, riconobbe una responsabilità “indiretta” di Israele e del suo Ministro della Difesa, colpevole, secondo il suo giudizio, solo di aver sottovalutato le possibili conseguenza dell’azione falangista all’interno dei campi profughi.
Elie Hobeika, colui che guidava e comandava le milizie cristiano-maronite di estrema destra durante l’attacco a Sabra e Chatila, divenne, nel 1990, Ministro per i Profughi in Libano. Venne ucciso da un attentato nel 2002, dopo aver dichiarato di essere pronto a parlare dinanzi alla Corte Penale Internazionale delle reali responsabilità israeliane in merito al massacro del 1982.
Sabra e Chatila esistono ancora. Così come i profughi palestinesi, che vivono in condizioni di povertà, indigenza, in mancanza delle basilari misure sanitarie e di sicurezza, ammassati l’uno sull’altro perché, nonostante la crescita della popolazione dei campi, la legge libanese non gli permette di acquistare un’abitazione. Gli è vietato esercitare in Libano, se non all’interno dei campi profughi, circa 70 professioni, tra le quali quelle di medico, insegnante, ingegnere, avvocato, commercialista.
Immagini del massacro di Sabra e Shatila
Molti abitanti dei campi in Libano, quelli più giovani, soprattutto, provano a fuggire verso l’Europa, affrontando lunghi e pericolosi viaggi in mare che spesso si trasformano in terribili naufragi.
A gennaio del 2023 Pagine Esteri ha prodotto un documentario in occasione dei 40 anni dalla strage. “Il cielo di Sabra e Chatila”, girato in Libano a settembre del 2022, racconta le fasi della strage e quella che è oggi la vita all’interno dei campi profughi palestinesi in Libano. Durante l’anno si sono tenute numerose proiezioni in varie regioni di Italia, da nord a sud. La versione inglese è stata trasmessa in chiaro dal Palestine Museum degli Stati Uniti ed è in uscita una nuova versione in francese.
Le prossime proiezioni sono previste ad Acerra (NA) il 21 settembre, a Roma, all’interno del Falastin Festival il 30 settembre, e a Salerno, con Mediterraneo Contemporaneo il 6 ottobre. Per ulteriori notizie è possibile consultare il calendario qui.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo 41 anni dalla strage di Sabra e Shatila: un orrore mai dimenticato proviene da Pagine Esteri.
In Cina e Asia – Wang e Sullivan al lavoro per la ripresa delle relazioni
I titoli di oggi:
Cina-Usa, Wang e Sullivan al lavoro per la ripresa delle relazioni
Covid, l'Oms chiede “massima accessibilità” alla Cina sulle origini del virus
Economia, delocalizzare dalla Cina non funziona?
L'Irlanda multa TikTok, “minorenni a rischio”
Niente colloqui? I giovani lavoratori cinesi si rivolgono alle dating app
La Cina lancia la nuova Smart Card per i residenti stranieri
Crisi immobiliare, arrestati dipendenti di Evergrande
Sfida Apple-Huawei: sui social cinesi si parla del nuovo iPhone 15
Corea del Nord, Kim ispeziona armi e navi da guerra russe
L'articolo In Cina e Asia – Wang e Sullivan al lavoro per la ripresa delle relazioni proviene da China Files.
Sisci: Zuppi in Cina, "un favore del Vaticano a Pechino”
"S. Em.za il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Inviato del Papa Francesco, è stato ricevuto, presso il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, da S.E. il Sig. Li Hui, Rappresentante Speciale per gli Affari Euroasiatici. Il colloquio, svoltosi in un clima aperto e cordiale, è stato dedicato alla guerra in Ucraina e alle sue drammatiche conseguenze, sottolineando la necessità di unire gli sforzi per favorire il dialogo e trovare percorsi che portino alla pace. È stato inoltre affrontato il problema della sicurezza alimentare, con l’auspicio che si possa presto garantire l’esportazione dei cereali, soprattutto a favore dei Paesi più a rischio." Il comunicato della Santa Sede riassume così l'incontro di ieri tra Li Hui e il cardinale Zuppi, arrivato in Cina per portare avanti la missione di pace affidatagli da Bergoglio. Cosa aspettarsi? Ne abbiamo parlato con Francesco Sisci, esperto di rapporti tra Cina e Vaticano.
L'articolo Sisci: Zuppi in Cina, “un favore del Vaticano a Pechino” proviene da China Files.
In Cina e Asia –
Li Shangfu indagato per corruzione?
La Cina prima per ricerca avanzata nei settori chiave dell'Aukus
La Cina accusa gli Stati Uniti di spionaggio digitale
La vicepresidente della Commissione europea in Cina per il dialogo digitale
Cina, primo carico di gas naturale dalla Russia arrivato attraverso la rotta artica
Taiwan, la compagna di corsa di Terry Gou e il nuovo progetto cinese sullo Stretto
CICIR: il riavvicinamento tra Russia e Corea del Nord aumenta il rischio di nuova "guerra fredda"
Thailandia, Pita Limjaroenrat si è dimesso da leader del Move Forward
L'articolo In Cina e Asia – proviene da China Files.
Libia: la tragedia di Derna in un paese devastato dalla guerra
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 15 settembre 2023 – Aumenta di ora in ora il triste bilancio delle inondazioniche hanno colpito la Libia. Secondo i conteggi più aggiornati, almeno 8000 persone sono morte solo nella città costiera di Derna, nel nord-est del paese, a causa del cedimento di due dighe causato dal ciclone subtropicale “Daniel” che ha spazzato la zona durante la notte tra il 10 e l’11 settembre. Le due dighe costruite dalla ditta jugoslava Hidrotehnika-Hidroenergetika tra il 1973 e il 1979 sono state investite da raffiche di vento fino a 180 km orari, accompagnate da intensissime pioggie, liberando con il loro crollo milioni di litri cubi di acqua che si sono abbattute con violenza inaudite sulle abitazioni cancellando interi quartieri.
Il bilancio sarebbe destinato a crescereancora molto visto che, secondo alcune fonti locali, i dispersi sarebbero almeno altri 10 mila mentre nella città devastata si contano circa 20 mila sfollati. Le squadre della Mezzaluna Rossa continuano a recuperare centinaia di corpi sulla spiaggia della città. Il sindaco di Derna ha affermato ad alcune agenzie di stampa di temere che la città possa ora essere colpita da un’epidemia «a causa del gran numero di corpi che giacciono sotto le macerie e nell’acqua». Nell’area stanno lavorando senza soste squadre di soccorso locali e altre arrivate dall’estero, in particolare da Egitto, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Qatar. A rendere più difficili i soccorsi sono le condizioni di molte strade che sono state letteralmente spazzate via rendendo inaccessibili molte aree.
Polemiche e accuse
Intanto però monta la polemica per le eventuali responsabilità nella tragedia.
Ieri il capo dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) Petteri Taalas ha affermato che la maggior parte delle vittime delle inondazionisi sarebbero potute evitate se il paese avesse avuto un servizio meteorologico funzionante in grado di emettere un avviso di allerta con alcune ore di anticipo, permettendo un’evaquazione anticipata dei cittadini che avrebbe salvato molte vite. Secondo varie fonti, però, gli allarmi sarebbero stati emessi, ma sarebbe mancato un intervento tempestivo da parte delle autorità.
Mohamed al-Menfi, capo del consiglio formato da tre membri che funge da presidenza del governo libico riconosciuto a livello internazionale ha informato che l’organismo da lui presieduto ha chiesto al procuratore generale di indagare sul disastro.
Khalifa Haftar e Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh
La Libia, uno stato fallito
Ma le divisioni del paese in almeno tre semistati – la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan – formatisi in seguito all’intervento militare della Nato, alla guerra civile e alla forte ingerenza di almeno una decina di potenze straniere, rendono la Libia uno “stato fallito” ormai da più di un decennio. Se queste divisioni e le costanti tensioni politiche e militari hanno impedito che si potesse evitare la tragedia, ora stanno avendo ripercussioni negative sulle operazioni di salvataggio dei superstiti e sull’accertamento delle responsabilità.
Dopo la rivolta contro il regime di Muammar Gheddafi del 2011 e l’intervento militare di vari paesi aderenti all’Alleanza Atlantica – in particolare Francia e Stati Uniti, ma anche l’Italia – e la deflagrazione del paese, la città di Derna è stata a lungo in preda al caos. Nel 2015 venne occupata da milizie jihadiste in guerra tra loro e con quelle di altre regioni; ad un certo punto ad affermarsi furono i miliziani dello Stato Islamico, che avevano a lungo combattuto sia in Siria sia in Iraq prima di tornare in patria accompagnati da commilitoni di vari paesi in cerca di gloria e bottino. Nel 2018 il cosiddetto governo della Cirenaica, diretto dal generale Khalifa Haftar, decise di prendere il controllo sulla zona, obiettivo che raggiunse solo dopo lunghi e aspri combattimenti contro le milizie del cosiddetto Califfato insediato proprio a Derna.
Secondo varie denunce alcune ore prima del disastro l’amministrazione locale avrebbe richiesto l’evaquazione della popolazione alle autorità.
Il giorno prima che arrivasse la tempesta Daniel, l’ufficio del capo del governo della Cirenaica, Osama Hamad, avrebbe emesso un’allerta rivolta ai cittadini di Derna e delle città vicine, cosa che aveva già fatto anche il ministero dell’Interno del governo di unità nazionale di Tripoli.
Ma l’uomo forte della Cirenaica Haftar e il suo “Libyan Nation Army” avrebbero invitato la popolazione a restare in casa, amplificando la tragedia. Ma il portavoce dell’Esercito nazionale libico, il generale Ahmed al-Mismari, respinge ogni accusa di negligenza, affermando di aver fatto tutto quanto in suo potere per limitare i danni.
Ad Al Jazeera, intanto, il vicesindaco di Derna Ahmed Madroud ha denunciato che le due dighe crollate non erano oggetto di lavori di manutenzione ormai dal 2002.
Ovviamente il cosiddetto Governo di Unità Nazionale che regna a Tripoli ma è riconosciuto (e puntellato) da varie potenze occidentali, arabe e dalla Turchia, guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, cercherà di sfruttare la tragedia per screditare i rivali della Cirenaica, sostenuti invece dall’Egitto e dalla Russia che nella regione ha inviato ormai alcuni anni fa i mercenari della compagnia militare privata “Wagner”.
Le colpe della Nato e della competizione globale tra potenze
Ma le responsabilità per il crollo della struttura statale libica, oltre che per la tragedia di Derna, vanno equamente distribuite tra i signori della guerra locali e le diplomazie che dal 2011 si spartiscono le spoglie di un paese ricco di petrolio e di gas ma che si è trasformato in una trappola mortale per i suoi 7 milioni di abitanti residui, in preda agli scontri etnici e religiosi, alla corruzione, all’arbitrio del più forte, alla devastazione del territorio e ora anche del cambiamento climatico.
L’intervento della Nato e gli appetiti delle potenze in competizione hanno letteralmente demolito uno dei paesi che, retto sì da un regime autoritario e repressivo, nel 2010 manteneva secondo la Banca Mondiale «alti livelli di crescita economica» e vantava «alti indicatori di sviluppo umano».
Oggi i regimi repressivi si sono moltiplicati almeno per tre – quanti sono i governi che si contendono il paese – senza contare le centinaia di milizie che a livello locale fanno il bello e il cattivo tempo, al servizio delle compagnie petrolifere e dei governi stranieri che alle popolazioni locali regalano solo insicurezza e rovine. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo Libia: la tragedia di Derna in un paese devastato dalla guerra proviene da Pagine Esteri.
India, Medio oriente, Europa. Un “corridoio economico” poco economico e molto geopolitico
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
di Abdelbari Atwan – Raialyoum.com
Pagine Esteri, 14 settembre 2023 – Il più grande successo del vertice del G20 dello scorso fine settimana nella capitale indiana, guidato dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden e dal primo ministro indiano Narendra Modi, è stato l’annuncio di un progetto di “Corridoio economico” che collegherà l’India con il Medio Oriente e l’Europa. Questo progetto è il seme di una nuova alleanza economica che mira a uccidere i BRICS nella loro culla, cementare la normalizzazione tra Israele e gli stati del Golfo (o la maggior parte di essi), marginalizzare il Canale di Suez come rotta commerciale globale tra l’Est e l’Ovest e potenzialmente compromettere la Via della Seta cinese (nota come Belt and Road Initiative).
Abdelbari Atwan
Queste enormi conseguenze economiche e politiche sono premeditate dal presidente degli Stati Uniti e dai suoi vecchi e nuovi alleati per servire gli interessi degli Stati Uniti e per cercare di salvare o arrestare il declino delle sue prospettive di leadership globale, frenare l’ascesa della Cina su tutti i fronti e mobilitare un fronte allargato contro la Russia nel conflitto in Ucraina.
L’assenza del presidente cinese Xi Jinping e del presidente russo Vladimir Putin dal vertice è stata una mossa calcolata. Se avessero partecipato, ciò avrebbe significato incoronare Biden presidente per un secondo mandato alle prossime elezioni presidenziali e rafforzare la leadership statunitense dell’ordine mondiale unipolare, che si è eroso negli ultimi anni a favore del duo cinese/russo.
Escludere Iraq, Siria, Egitto, Turchia e Iran dai paesi attraversati dal corridoio economico non è stata una decisione arbitraria. Sono stati omessi intenzionalmente perché la maggior parte di loro è più strettamente allineata con l’asse cinese/russo e ha una profonda storia di avversione verso l’Occidente a causa della religione musulmana e di un’esperienza secolare con le eredità imperiali. È logico escludere tutti questi paesi dal corridoio economico e includere Israele che non è più grande di una provincia dell’Egitto, della Turchia o dell’Iraq? Soprattutto in un momento in cui è governato dal governo più intransigente e razzista del mondo?
Il presidente Biden aveva ragione nel definire l’accordo per costruire questo corridoio un punto di svolta perché creerà linee ferroviarie, collegherà i porti marittimi per rafforzare il commercio, faciliterà la circolazione delle merci e sosterrà gli sforzi di sviluppo dell’energia pulita. Ma ciò che Biden non ha detto è che incoronerà Israele come leader del Medio Oriente e lo districherà da tutte le sue crisi attuali e future.
Benyamin Netanyahu non ha nascosto la sua gioia per questo grande risultato che Biden gli ha assicurato. Ha postato su X (ex Twitter): “Sono lieto di annunciare la buona notizia ai cittadini dello Stato di Israele che il nostro Paese sarà uno snodo centrale in questo corridoio economico. Le ferrovie e i porti israeliani apriranno una nuova porta dall’India attraverso il Medio Oriente fino all’Europa, e ritorno, cambiando il volto del Medio Oriente. Questo è il più grande progetto di cooperazione nella storia di Israele”.
A nostro avviso, l’India diventerà ora lo strumento più potente degli Stati Uniti contro le superpotenze russa e cinese. Nei prossimi anni, potremmo vederlo incoronato leader del Golfo e del Medio Oriente insieme a Israele, con la benedizione degli Stati Uniti e dell’Europa, e minare i BRIC dall’interno.
Questo progetto statunitense presentato al recente vertice del G20 cambierà davvero le regole del gioco e il volto del mondo? La sua intenzione implicita è quella di espandere ulteriormente la NATO sul fronte politico, economico e forse anche militare. Il volume degli scambi tra India ed Europa, che questo corridoio è apparentemente destinato a servire, ammonta a 88 miliardi di dollari. Vale la pena spendere centinaia, se non migliaia, di miliardi di dollari per costruire un corridoio?
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, messo da parte al recente vertice del G20, al suo ritorno ha dichiarato: “La Turchia è la rotta più adatta da est a ovest per un progetto di corridoio economico che colleghi l’India con il Medio Oriente e l’Europa”. Questo tardivo riconoscimento del pericolo di questo progetto potrebbe spiegare il suo caloroso incontro con il presidente egiziano Abdelfattah as-Sisi a margine del vertice.
L’Egitto e la maggior parte dei paesi del Medio Oriente e dell’Unione del Maghreb, e in particolare l’Algeria, per non parlare del popolo palestinese, subiranno i maggiori danni da questo nuovo blocco politico/economico guidato dagli Stati Uniti in coordinamento con Israele.
Il Canale di Suez, che genera più di 10 miliardi di dollari all’anno per il tesoro egiziano, sarà la vittima più grande, perdendo il 22% del suo volume commerciale dal giorno del lancio del progetto, che correrà a nord verso il porto di Haifa.
Sebbene alcuni abbiano riserve sulla sua presidenza, il defunto presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva la visione giusta quando fece dell’India un alleato arabo strategico nella lotta contro il colonialismo occidentale prima che i suoi alleati la respingessero, trasformandola in uno stato amico di Israele, sia attraverso gli Accordi di Camp David o i traditori Accordi di Oslo, il cui trentesimo anniversario sembra che sarà domani, 13 settembre.
Non crediamo che la Cina, la Russia e tutti i paesi presi di mira da questo nuovo progetto statunitense rimarranno a guardare mentre procede, ma questa è un’altra questione. Solo il tempo lo dirà. Pagine Esteru
Twitter WhatsAppFacebook LinkedInEmailPrint
L'articolo India, Medio oriente, Europa. Un “corridoio economico” poco economico e molto geopolitico proviene da Pagine Esteri.
In Cina e in Asia – La Cina primo Paese a nominare un ambasciatore in Afghanistan
La Cina primo Paese a nominare un ambasciatore in Afghanistan
La Cina presenta la sua proposta per regolare l’AI a livello internazionale
Pechino risponde all'indagine dell'Ue sui veicoli elettrici
La Cina svela un piano di integrazione con Taiwan
Hong Kong ha il sostegno di Pechino per un ambiente imprenditoriale libero
Innalzate le relazioni tra Cina e Venezuela
Il cardinale Zuppi a Pechino vedrà l’inviato speciale cinese per gli affari eurasiatici
Squadra del governo rinnovata per il premier giapponese Kishida
L'articolo In Cina e in Asia – La Cina primo Paese a nominare un ambasciatore in Afghanistan proviene da China Files.
Kim in Russia, Zuppi a Pechino: tra "guerra santa” e vie di pace cresce il grano
Mentre il leader supremo della Corea del nord incontra Putin, a Pechino arriva l'inviato di Papa Francesco. A Vladivostok accordo sul grano tra Cina e Russia
L'articolo Kim in Russia, Zuppi a Pechino: tra “guerra santa” e vie di pace cresce il grano proviene da China Files.