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Ucraina, Cina pronta ad accogliere la missione di Zuppi


Ucraina, Cina pronta ad accogliere la missione di Zuppi 8389585
C'è anche chi crede si possa conversare di un ufficio di collegamento della Santa Sede a Pechino. Sarebbe una svolta storica. E non è l'unica manovra asiatica. Tra pochi giorni il Papa, che a fine agosto andrà in Mongolia, riceverà il presidente vietnamita Vo Van Thuong: in agenda lo storico invio ad Hanoi di un rappresentante papale

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In Cina e Asia – Consolato cinese a Odessa danneggiato da un bombardamento russo


In Cina e Asia – Consolato cinese a Odessa danneggiato da un bombardamento russo consolato cinese Odessa
I titoli di oggi:

Ucraina: consolato cinese danneggiato a seguito di un bombardamento russo su Odessa
Xi e Kissinger, due “vecchi amici” a Pechino
Cina: pubblicato piano in 31 punti per sostenere le imprese private
Anche l'ambasciatore americano in Cina Nicolas Burns tra le vittime degli hacker cinesi
La Malaysia punta sull'industria dell'auto elettrica: Tesla apre una sede nel paese
TSMC rinvia al 2025 l'apertura della fabbrica in Arizona
Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone si incontrano per discutere di sicurezza nucleare
Thailandia: il Pheu Thai è il nuovo leader della coalizione che proverà a formare il governo
Boom di turisti in Giappone

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Kissinger ricevuto da Xi. Ma il disgelo non è più semplice


Kissinger ricevuto da Xi. Ma il disgelo non è più semplice 8372402
Prima (e piuttosto) che utile a favorire una distensione, il viaggio di Kissinger sembra innanzitutto rafforzare la prospettiva cinese sulle relazioni sinoamericane. E cioè che le tensioni sarebbero colpa solo di una politica Usa che ha distrutto "l'atmosfera di comunicazione amichevole" tra i due paesi. E che per questo va scavalcata per arrivare agli scambi people-to-people

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In Cina e Asia: Xi avverte: "Sul clima la Cina non deve farsi influenzare”


In Cina e Asia: Xi avverte: xi
I titoli di oggi:
Xi avverte: “Sul clima la Cina non deve farsi influenzare”
Ancora silenzio da Pechino sul dialogo sulla difesa tra Usa e Cina
Spariti i dati sulla cremazione nello Zhejiang
Seul inasprisce le pene per combattere l’abbandono di infanti
Thailandia: il parlamento impedisce a Pita di essere nuovamente candidato a primo ministro
Papua Nuova Guinea, l'Esercito Usa potrà stanziare nel paese per 15 anni

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«Variante King»: il disertore Usa in Corea del Nord


«Variante King»: il disertore Usa in Corea del Nord 8356502
Il militare americano fuggito oltre il confine proprio durante l'escalation di tensione fra Seul, Pyongyang e Washington

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In Cina e Asia -Bangladesh, un morto e centinaia di feriti nelle manifestazioni contro il governo


In Cina e Asia -Bangladesh, un morto e centinaia di feriti nelle manifestazioni contro il governo bangladesh scontri manifestazioni
I titoli di oggi:
Bangladesh, un morto e centinaia di feriti nelle manifestazioni di massa contro il governo
Soldato Usa diserta in Corea del Nord
Big tech: 200 milioni di cinesi impiegati nel settore
India, nasce la coalizione anti Bjp
Cina, Henry Kissinger incontra il ministro della Difesa cinese a Pechino
Prove di rimozione dell' hukou in Zhejiang
Funerali in Cina, dopo il Covid si preferisce la cremazione

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In Cina e Asia – John Kerry a Pechino chiede di "agire con urgenza” per il clima


In Cina e Asia – John Kerry a Pechino chiede di 8323654
I titoli di oggi:
Clima, John Kerry in Cina: "Agire con urgenza"
Cina, le multinazionali accelerano il decoupling
Giappone, Kishida colleziona accordi con il Medio Oriente sugli approvvigionamenti critici
Taiwan, la Cina invia "proteste formali" per la visita di Lai negli Usa
Clima, morti in Corea del Sud e allerta rossa in Vietnam

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Pechino annuncia nuove misure per domare l’IA


Pechino annuncia nuove misure per domare l’IA IA
Mentre molti paesi stanno studiando come regolamentare il settore, secondo gli esperti, quelle di Pechino sono le disposizioni sull’IA più complete a livello mondiale. Questo nonostante siano sparite alcune delle restrizioni previste nella prima bozza divulgata ad aprile.

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Yoon a sorpresa in Ucraina per promettere più aiuti. La strategia di Seul


Yoon a sorpresa in Ucraina per promettere più aiuti. La strategia di Seul 8307228
Il presidente sudcoreano, sotto pressione per inviare armi, incontra Zelensky. Cina e Russia avviano manovre navali congiunte nel mar del Giappone

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In Cina e Asia – Il Pil cinese rallenta allo 0,8%


In Cina e Asia – Il Pil cinese rallenta allo 0,8% export
I titoli di oggi:

Il Pil cinese rallenta allo 0,8%
Aspettando il viaggio in Cina, Borrell incontra Wang Yi a Giacarta
CPTPP: ci vuole tempo per valutare la domanda di adesione della Cina
Il Papa approva nuovo vescovo di Shanghai
Esercitazione aeronavale sino-russa nel Mar del Giappone
Modi negli Emirati: accordo sulle transazioni nelle valute locali. E Yellen torna in India

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Taiwan Files – Elezioni 2024 e #MeToo, Usa-Cina, Paraguay, armi e studenti, diplomazia e chip


Taiwan Files – Elezioni 2024 e #MeToo, Usa-Cina, Paraguay, armi e studenti, diplomazia e chip 8276375
Estate taiwanese all'insegna della lunga corsa verso le presidenziali. Il terzo incomodo Ko Wen-je davanti al Guomindang, che ha dubbi su Hou Yu-ih. L'onda #MeToo colpisce il Dpp. La visita del presidente del Paraguay anticipa i prossimi sviluppi. Pechino e Washington tornano a parlarsi ma continuano a muoversi sullo Stretto. Novità sulle relazioni intrastretto, diplomazia, semiconduttori e ritardi in Arizona per Tsmc. E tanto altro. La rassegna settimanale di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

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La Thailandia non ha ancora un primo ministro: Pita ha bisogno di 50 voti


La Thailandia non ha ancora un primo ministro: Pita ha bisogno di 50 voti Thailandia
Come previsto, il leader del Move Forward Pita Limjaroenrat non è riuscito a ottenere abbastanza voti dai senatori per essere nominato primo ministro. Per la Thailandia inizia una fase di grande incertezza politica.

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In Cina e Asia – Blinken incontra Wang Yi a Giacarta per tenere aperto il dialogo Cina-Usa


In Cina e Asia – Blinken incontra Wang Yi a Giacarta per tenere aperto il dialogo Cina-Usa blinken
I titoli di oggi:

Blinken incontra Wang Yi a Giacarta per tenere aperto il dialogo Cina-Usa
La Germania ha pubblicato la sua prima strategia per la Cina
Pechino apre all’intelligenza artificiale. E Musk lo ha capito

Il capo dell’organo legislativo di Shanghai accusato di corruzione
Hong Kong: milioni di visitatori cinesi, ma non sono turisti
Kishida a Bruxelles per il 29° vertice tra Giappone e Unione Europea

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In Cina e in Asia – Le big tech cinesi elogiate dal governo di Pechino


In Cina e in Asia – Le big tech cinesi elogiate dal governo di Pechino Alibaba
I titoli di oggi: Le big tech cinesi elogiate dal governo di Pechino Gli hacker cinesi hanno usato Microsoft per colpire il governo americano Ambasciatore cinese visita il Pentagono Putin atteso a Pechino a ottobre Le Filippine celebrano con un sito web la sentenza dell’Aja contro la Cina Hong Kong pensa di vietare i prodotti ittici del Giappone Il ministro ...

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Summit Nato, il documento finale dice Cina 15 volte


Summit Nato, il documento finale dice Cina 15 volte NATO
Lo spazio riservato a Pechino è senza precedenti. «Opera dannose disinformazioni», «sovverte l’ordine internazionale», «è partner di Mosca». La Repubblica popolare reagisce a livello politico e operativo, con una prova di forza aerea sullo Stretto di Taiwan. E la Corea del nord lancia un nuovo missile intercontinentale

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GHAJAR. Vite sospese al confine tra Libano e Israele


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di Michele Giorgio –

(Articolo pubblicato in origine dal quotidiano Il Manifesto)


Pagine Esteri, 12 luglio 2023. Una vita sospesa, senza sapere se Ghajar tornerà un giorno sotto il controllo di Damasco, come vorrebbero i suoi abitanti alawiti che si sentono siriani, se, almeno per metà, sarà parte in modo permanente del Libano o se invece, come sembra in questi giorni, resterà tutto sotto l’autorità di Israele. È questa la condizione di questo villaggio al confine tra il Libano e le alture siriane del Golan, attraversato dalla Linea Blu tracciata nel 2000 dall’Onu e abitato da duemila persone che Israele, alzando nei giorni scorsi una recinzione, ha voluto mettere sotto la sua sovranità (che l’Onu riconosce solo a metà). La vicenda è passata quasi inosservata perché i riflettori la settimana passata sono rimasti puntati sull’invasione israeliana del campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Ed è emersa per lo scontro a fuoco lungo il confine – lancio di un razzo da parte di (pare) uomini di Hamas in Libano e reazione dell’artiglieria israeliana – avvenuto il 5 luglio. Una fiammata preceduta dalla mossa del movimento sciita Hezbollah di allestire due tende di osservazione nell’area delle colline di Kfar Shuba e delle fattorie di Shebaa occupate da Israele.

In sostanza gli israeliani hanno messo in discussione la demarcazione del confine terrestre fatta dall’Onu allo scopo di fare pressione su Hezbollah. Con i suoi avamposti «militari avanzati» nell’area delle fattorie di Shebaa, il movimento sciita libanese ha voluto riaffermare la sua resistenza armata e la legittimità del suo arsenale per la liberazione di quel fazzoletto di terra occupato da Israele rivendicato da Beirut sebbene sia considerato siriano dalla comunità internazionale. Il confine israelo-libanese da alcuni mesi vive una crescente tensione, in conseguenza della riconciliazione tra Iran e Arabia saudita, per decenni i principali giocatori sullo scacchiere politico interno libanese. La svolta ha complicato i piani di Tel Aviv di creare una coalizione araba a guida israeliana contro l’Iran. E ha dato agli alleati di Teheran nella regione, a cominciare da Hezbollah, maggior riconoscimento e legittimità di azione con riflessi immediati sul terreno. La leadership di Hezbollah intende unificare l’«asse della resistenza», dai Pasdaran (Guardie rivoluzionarie iraniane) alle fazioni armate palestinesi. Perciò, durante le recenti offensive militari israeliane in Cisgiordania e Gaza, si è detto pronta a sostenere la lotta armata palestinese. Ad aprile Hezbollah ha lanciato razzi verso il territorio israeliano e a giugno ha tenuto una esercitazione militare su vasta scala a Kfar Shuba. Quindi la scorsa settimana i combattenti sciiti hanno abbattuto un drone israeliano che aveva violato lo spazio aereo libanese.

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Israele ha replicato inviando i suoi bulldozer oltre la recinzione tecnica e la Linea Blu a Houla e i suoi soldati hanno sparato proiettili di gomma e lanciato granate stordenti e lacrimogeni contro i civili libanesi che protestavano. Infine, è cominciata la battaglia della comunicazione. La stampa israeliana ha riferito che Hezbollah ha rimosso uno dei suoi avamposti militari a Kfar Shuba a seguito delle pressioni della comunità internazionale. L’Unifil, il contingente di interposizione dell’Onu sulla Linea Blu non è stato in grado di confermare. Il portavoce del movimento sciita ha negato: «Gli avamposti sono ancora dove dovrebbero essere e intendiamo persino aumentarne il numero in base alle esigenze della resistenza». Giovedì scorso Hezbollah ha esortato il governo e tutti i libanesi ad agire per impedire un insediamento israeliano permanente nella parte settentrionale di Ghajar. Gli abitanti del villaggio sono divisi. Quelli, nella zona nord, invocano la piena sovranità libanese e quelli, nella parte meridionale, che preferiscono restare almeno per ora con Israele, per ragioni di lavoro.

La disputa territoriale è iniziata nel 2000 quando Israele si è ritirato dal sud del Libano dopo 22 anni di occupazione, decidendo però di mantenere il controllo di una porzione del villaggio. Dopo 23 anni, la questione si è riaperta completamente e rischia di essere la scintilla di una nuova guerra tra Israele e Hezbollah. L’Unifil è presa tra due fuochi. Il suo mandato dovrà essere rinnovato dall’Onu ad agosto. Israele e Usa premono affinché i caschi blu svolgano un azione di contrasto di Hezbollah non prevista però dai compiti dei soldati delle Nazioni unite, in buona parte italiani.

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WaveMakers la serie che ha dato il via a un’ondata MeToo a Taiwan


WaveMakers la serie che ha dato il via a un’ondata MeToo a Taiwan 8194114
WaveMakers, serie Netflix uscita nel 2023, racconta le vicissitudini dell'ufficio stampa di un partito politico taiwanese, impegnato nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Al centro della vicenda vi è la storia di una ragazza dell'ufficio stampa del partito, che accusa un collega di molestie sessuali. WaveMakers ha rafforzato il movimento #MeToo a Taiwan. Articolo realizzato in collaborazione con Gariwo - La Foresta dei Giusti

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In Cina e Asia – Summit Nato: "Pechino minaccia l’ordine internazionale”


In Cina e Asia – Summit Nato: narto
I titoli di oggi:
Summit Nato: "La Cina minaccia l'ordine internazionale"
Thailandia: il premier ed ex generale golpista Prayut annuncia di volersi ritirare dalla politica
Taiwan, pronta esercitazione di evacuazione su larga scala
Bulgari si scusa con Pechino per aver separato la Rpc da Taiwan sul proprio sito
Tik Tok, senatore Usa: il "lobbying aggressivo di Pechino sta rallentando la corsa al RestrictAct"
Allarme talenti, le aziende cinesi cercando di "riprendersi" i cittadini all'estero
Clima, piogge record causano morti e danni in tutta l'Asia

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In Cina e Asia – Al via il summit Asean di Jakarta


In Cina e Asia – Al via il summit Asean di Jakarta asean summit
I titoli di oggi:
Al via il summit Asean di Jakarta
Il Sud-Est asiatico contro le bombe a grappolo Usa dirette in Ucraina
Isole Salomone, la partnership con la Cina è ora ufficiale
Via Yellen, Xi incontra la portavoce del Consiglio russo
A cena con Yellen, i netizen cinesi criticano le donne che hanno condiviso l'esperienza sui social
India e chip, Foxconn si ritira dalla joint venture con Vedanta

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L’Atlantico «orientale»: accordi con Tokyo e Seul


L’Atlantico «orientale»: accordi con Tokyo e Seul 8173740
Al summit della Nato anche i rappresentanti del gruppo Ap4. Verso l'annuncio due documenti di cooperazione con Giappone e Corea del sud, sarà invece rinviata la decisione sull'apertura di un ufficio a Tokyo

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GERUSALEMME. Espulsa dalla sua abitazione la famiglia palestinese Sub Laban


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della redazione

(nella foto Noura Sub Laban)

Pagine Esteri, 11 luglio 2023 – Con un blitz scattato alle prime ore del giorno, reparti speciali della polizia israeliana ha fatto irruzione nella casa della famiglia palestinese Sub Laban nel quartiere di Aqabat al-Khalidiya, a pochi metri dalla moschea di Al-Aqsa nella città vecchia di Gerusalemme, e ha espulso gli anziani Noura, 68 anni, e Mustafa Sub Laban, 73 anni. Sgomberati anche gli attivisti locali e internazionali che da settimane presidiavano l’abitazione che questa mattina è stata consegnata a una famiglia di coloni israeliani. Si chiude con un atto di forza, dopo decenni di battaglie legali contro il provvedimento di espulsione dal piccolo appartamento in cui ha vissuto sin dagli anni ’50 in affitto protetto, la vicenda della famiglia Sub Laban che ha generato attenzione internazionale.

GUARDA ALCUNI MOMENTI DELLO SGOMBERO

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Lo sgombero è giunto dopo che l’Alta corte israeliana aveva sentenziato la fine del contratto di locazione della coppia di anziani a favore dell’associazione “Galizia” – legata alla destra estrema israeliana – che dal 2010 cercava di sfrattare la famiglia palestinese. La casa era stata affittata dalle autorità giordane ai Sub Laban nel 1953 e da allora, come altri appartamenti nella città vecchia di Gerusalemme, è soggetta a contratto di locazione protetta. Secondo la “Galazia” la casa sarebbe appartenuta prima del 1948 ad una famiglia ebraica ed ha ottenuto dai giudici israeliani il via libera ad occuparla al posto dei Sub Laban.

«Mia madre affittò questa casa nel 1953, dalle autorità giordane che allora controllavano la zona araba di Gerusalemme», racconta Nora. «In questa casa ci sono nata e ho continuato a viverci assieme a mio marito e ai miei figli in affitto protetto», aggiunge facendo riferimento alla condizione in cui si trovano tante famiglie palestinesi residenti all’interno delle mura antiche a Gerusalemme Est occupata da Israele nel 1967. Garantite per decenni da intese tra Israele, Giordania e Nazioni Unite, ora si sentono indifese.

Lo Stato di Israele da un punto di vista internazionale è considerato una “potenza occupante” a Gerusalemme Est, la zona palestinese della città presa militarmente nel 1967, e non ha il diritto di insediarvi la sua popolazione civile.

Da questa mattina si ripetono le proteste di attivisti nella città vecchia contro l’espulsione dei Sub Laban. La polizia ha arrestato almeno cinque persone. Pagine Esteri

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Israele, Jenin e la prossima guerra


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di Miriam Zenobio*

(le foto di Jenin dopo l’ultima operazione militare israeliana sono di Michele Giorgio)

Pagine Esteri, 10 luglio 2023 – La domanda che riecheggia in molti titoli di giornale è se Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi a Jenin, segnando quella che viene già definita come la più significativa operazione militare israeliana nel campo profughi della Cisgiordania settentrionale dopo la famigerata operazione Scudo difensivo del 2002. Tuttavia, in mezzo a queste discussioni, ciò che rimane inesplorato è la vera natura di questi obiettivi. Mentre alcuni non prendono nemmeno in considerazione la legalità o legittimità di questa operazione proclamata come azione di antiterrorismo, gli osservatori più accorti sottolineano giustamente che tali sforzi alimentano la resistenza armata palestinese invece di sradicarla. A più di settant’anni dalla Nakba e in più di mezzo secolo di occupazione, sembra che i presunti obiettivi “antiterroristici” di Israele continuino a non essere raggiunti. In sostanza, nonostante le fluttuazioni, la resistenza armata palestinese continua a riemergere. Persino gli Stati Uniti, dopo aver tratto insegnamenti dalla guerra urbana contro-insurrezionale di Israele, alla fine hanno riconosciuto la loro inadeguatezza nel sedare la resistenza in Iraq e in Afghanistan. Di conseguenza, il generale Petraeus si è rivolto alla Pacificazione dell’Algeria del generale francese David Galula come quadro di riferimento per integrare le strategie di contro-insurrezione con mezzi di persuasione politica.

In altre parole, la violenza genera violenza, ma Israele non sembra essere preoccupato da questa prospettiva. E questo pone una domanda: chi trae veramente vantaggio dalla continua campagna di Israele tra le guerre? Jenin potrebbe essere la chiave della risposta.

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La routinizzazione della guerra e l’integrazione del conflitto armato nella vita quotidiana hanno portato il famoso sociologo israeliano Baruch Kimmerling a descrivere Israele come l’incarnazione del “militarismo totale”. Egli sosteneva che il militarismo civile fosse centrale nella percezione di sé della società e nello sviluppo delle sue dottrine sociali, militari, interne e di politica estera. Kimmerling ha sostenuto che la militarizzazione della società israeliana era così pervasiva che anche istituzioni apparentemente non correlate, come il sistema scolastico e giudiziario, ne mostravano l’influenza diffusa. Analogamente alla sua notevole analisi dello statalismo israeliano come religione di Stato, Kimmerling ha osservato come il militarismo in Israele funzioni come religione civile della sicurezza. Quindi, come qualsiasi altra religione, il militarismo sarebbe adottato da ogni cittadino israeliano in tenera età senza alcuna discussione. A livello istituzionale, ciò si traduce in una sacra enfasi sulle considerazioni militari e strategiche come fattori primari che influenzano il processo decisionale civile, sociale e politico. In sostanza, tutti gli aspetti della società israeliana sono orientati alla preparazione e all’impegno costante nella guerra.

Così come alimenta l’autoidentificazione collettiva e guida tutti gli aspetti della vita in modo evidente, il militarismo israeliano ha una portata anche sulla sfera economica?

Il miracolo economico di Israele, nonostante le sue continue guerre, è stato ampiamente discusso. Tuttavia, è plausibile che queste guerre non abbiano ostacolato il suo successo, ma piuttosto vi abbiano contribuito. I critici sostengono da tempo che l’occupazione di Israele ha avuto un impatto negativo sull’economia del Paese, con costi significativi. Essi affermano che l’enfasi del Paese sul militarismo ha portato a continui investimenti nell’espansione delle infrastrutture degli insediamenti, spesso a spese degli svantaggiati all’interno di Israele. Tuttavia, un esame più attento rivela che l’approccio militarista di Israele è stato la forza trainante della crescita, della prosperità e persino dell’ingegno del suo settore economico più importante, facendogli guadagnare la stimata reputazione di “start-up nation”. Mi riferisco in particolare al settore tecnologico e all’industria militare, che, come ha commentato Yotam Feldman, “non appartiene a pochi venditori, ma è di proprietà dell’intero Paese”.

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Nel suo stimolante documentario “The Lab” (2013), Feldman mostra efficacemente le connessioni tra l’operazione Scudo difensivo (2002) a Jenin e lo sviluppo di importanti prodotti di punta della fiorente industria israeliana del commercio di armi, come il CornerShot brevettato dal tenente colonnello Amos Golan. In effetti, le esportazioni di armi di Israele hanno subito un’impennata senza precedenti nel 2002, sfruttando il clima post 11 settembre. Il valore di queste esportazioni è salito alle stelle, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente e culminando in uno sbalorditivo record di oltre 4 miliardi di dollari. Sorprendentemente, due decenni dopo, questa cifra è salita a ben 12 miliardi di dollari. In particolare, i Paesi firmatari degli Accordi di Abramo contribuiscono per il 24% a questa somma, mentre i Paesi europei rappresentano il 29% della composizione delle esportazioni, al secondo posto dopo i Paesi asiatici.

Perché c’è una domanda così alta di armi israeliane? La risposta potrebbe inizialmente apparire ovvia: Israele si è affermato come produttore leader e innovativo di armi, guadagnandosi il plauso per le sue avanzate capacità tecnologiche che consentono di massimizzare gli obiettivi militari con un bassissimo costo di vita (militare, non civile) in quella che viene ormai condotta come una guerra sempre più remota. In una candida conversazione con Feldman, Binyamin Ben-Eliezer, ex generale, ministro dell’Industria, delle Infrastrutture e della Difesa a più riprese, ha risposto con sicurezza che la gente gravita naturalmente verso prodotti che sono stati rigorosamente testati. Molte compagnie dell’industria militare israeliana affermano con orgoglio che le loro creazioni sono state sottoposte a test approfonditi per diversi decenni, vantando fiducia nella loro qualità e affidabilità.

Pertanto, l’industria militare israeliana considera l’occupazione della Palestina come un fertile terreno di prova. Naomi Klein ha osservato come, grazie all’occupazione, Israele sia diventato “uno showroom aperto ventiquattro ore su ventiquattro, un esempio vivente di come si possa godere di una relativa sicurezza in mezzo a una guerra costante”. Con orgoglio, gli sviluppatori di armi israeliani, molti dei quali sono veterani dell’esercito, affermano che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza agiscono come laboratori reali, consentendo loro di sperimentare nuove tecnologie e armi direttamente sul campo.

D’altronde, perché limitarsi a impiegare un ambiente di simulazione, con ritagli di cartone in finti villaggi palestinesi, quando si possono apprendere le più avanzate tecniche di guerra urbana, come il “mouse-holing”, le manovre dei bulldozer blindati e i nidi di trappole esplosive, proprio nel mezzo di un vero

villaggio con veri palestinesi? E’ questo il caso delle esercitazioni militari svolte a Masafer Yatta, aka Zona di tiro 918, nelle colline a sud di Hebron, dove un migliaio di persone oltre a vivere sotto continua minaccia di espulsione, vedono i loro villaggi trasformarsi in qualcosa di simile al set cinematografico di Fauda – se non fosse che le ferite sono vere.

In questo complesso scenario, l’importanza di Jenin non può essere sottovalutata. È stato, infatti, proprio, nell’aprile 2002 che l’IDF ha effettuato una svolta strategica, scatenando una forza devastante che l’ha distinta dai precedenti sforzi militari israeliani in Cisgiordania. Stephen Graham racconta questo momento cruciale, sottolineando l’impareggiabile potenza dimostrata dall’IDF a Jenin, e in misura minore in altre città della Cisgiordania, con un numero impressionante di morti e sfollati, a fronte di pochissime perdite israeliane. Inoltre, Michael Evans sostiene che l’operazione Scudo difensivo a Jenin non solo ha segnato un punto di svolta nella strategia di guerra urbana di Israele, ma è anche servita come esempio paradigmatico di una nuova forma di guerra asimmetrica. L’operazione Defensive Shield ha mostrato l’evoluzione delle strategie successivamente impiegate da altri eserciti statali tecnologicamente avanzati quando si sono confrontati con gruppi di insorti, a scapito delle ingenti perdite civili che si sono verificate nei teatri urbani densamente popolati dove hanno avuto luogo.

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Inutile dire che gli Stati Uniti sono stati i primi a adottare le tattiche pionieristiche di contro-insurrezione urbana potenziate dai sofisticati armamenti israeliani e dalle loro tecnologie avanguardistiche – come dimostrano i casi documentati di soldati americani, vestiti con l’equipaggiamento dell’IDF, che hanno diligentemente osservato e assimilato le lezioni dello sfollamento e demolizione del campo profughi di Jenin nel 2002. Tuttavia, le forze armate americane non sono state le sole a riconoscere il valore dell’incorporazione di metodi israeliani e di armi avanzate nelle loro strategie antiterroristiche, che hanno poi impiegato in Iraq e Afghanistan. Attirando l’attenzione a livello globale, gli ufficiali militari di varie nazioni convergono ogni anno in Israele per partecipare alle simulazioni militari organizzate dai principali produttori di armi del Paese. Tra i principali beneficiari, il Brasile ha dimostrato una notevole scrupolosità, tanto che uno dei quartieri più afflitti dalla Guerra alla droga a Salvador, noto come Baixa dos Sapateiros, si è guadagnato il soprannome di Striscia di Gaza bahiana.

Il rapporto dell’Europa con il settore degli armamenti di Israele, come ha osservato Antony Loewenstein nel suo ultimo libro “The Palestine Laboratory”, non è da meno e Horizon ha giocato un ruolo cruciale nello scambio. Il generale israeliano Yoav Gallant ha criticato l’ipocrisia dell’Europa. Da un lato, l’Europa critica le azioni politiche di Israele, ma dall’altro, ammira con convinzione la capacità di Israele di infliggere danni significativi con perdite minime. È interessante notare che, secondo alcuni rapporti, la presidenza francese avrebbe chiesto consiglio alle autorità israeliane durante gli ultimi violenti disordini popolari in Francia.

Tutto ciò suggerisce che Israele non dipende solo ontologicamente dall’occupazione dei palestinesi, ma anche economicamente. L’occupazione della Palestina funge da incubatrice di idee per la risoluzione dei problemi che vengono tradotte in modo fruttuoso nell’industria delle armi ed esportate in tutto il mondo accrescendo il suo status a livello internazionale. Come nel 2002, anche oggi, ciò che resta da vedere da quest’ultima operazione a Jenin non è se abbia raggiunto gli obiettivi antiterrorismo di Israele, ma piuttosto cosa prospetta per la guerra futura. Pagine Esteri

*Ricercatrice in Middle Eastern Studies e International Security Studies. Ha vissuto e studiato in Israele-Palestina e ha esperienze lavorative presso le Nazioni Unite e l’Istituto Affari Internazionali.

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Yan Pei-Ming a Firenze: pittore di storie


Yan Pei-Ming a Firenze: pittore di storie Yan Pei-Ming Firenze
Yan Pei-Ming arriva a Firenze con le sue tele monumentali: dal 7 luglio al 3 settembre Palazzo Strozzi presenta Yan Pei-Ming – Pittore di storie, la più grande mostra in Italia dedicata all’artista franco-cinese. A cura di Arturo Galasino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’esposizione propone un percorso di oltre trenta opere che portano lo spettatore dentro la potente ...

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In Cina e Asia – Terminata la visita di Yellen in Cina. Dialogo "diretto e produttivo”


In Cina e Asia – Terminata la visita di Yellen in Cina. Dialogo yellen
I titoli di oggi:

Terminata la visita di Yellen in Cina. Dialogo "diretto e produttivo"
Multa per Ant e Tencent. La campagna di rettifica è davvero conclusa?
Cina: prezzi alla produzione ai minimi dal 2015
AIIB: revisione interna ritiene le accuse di influenza del Pcc "prive di ogni fondamento"
Cina, venticinquenne arrestato per furto di dati di migliaia di universitari
Uzbekistan: Mirziyoyev verso il terzo mandato consecutivo da presidente

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Yellen in Cina: la tempesta del «disaccoppiamento»


Yellen in Cina: la tempesta del «disaccoppiamento» 8122586
La segretaria del Tesoro degli Stati uniti accusa Pechino di «pratiche economiche inique». E garantisce di non volere una separazione delle economie. La Cina non si fida

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Uccisi tre palestinesi in Cisgiordania


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della redazione

Pagine Esteri, 7 luglio 2023 – L’esercito israeliano ha ucciso due combattenti palestinesi nella città di Nablus, questa mattina, in un raid sfociato in scontri a fuoco che hanno provocato il ferimento altri di due giovani e l’arresto di altri tre. Khairy Shaheen e Hamza Maqbool sono stati circondati all’interno di una casa nella Città Vecchia e hanno detto di non volersi arrendere. Quindi sono stati uccisi quando le truppe israeliane hanno lanciato l’attacco all’edificio.

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Secondo Israele, Shahee e Maqboul avevano attaccato a colpi di arma da fuoco una pattuglia della polizia sul Monte Gerizim due giorni fa.

Un terzo palestinese Abdel Jawad Saleh, colpito al petto durante proteste contro l’occupazione a Umm Safa (Ramallah), è morto poco dopo l’arrivo all’ospedale.

Con Abdel Jawad Saleh, sale a 201 il numero dei palestinesi uccisi da soldati e coloni dall’inizio del 2023, di cui 161 in Cisgiordania e a Gerusalemme, 37 a Gaza e tre nel territorio israeliano. Pagine Esteri

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Taiwan, nel G7 studiano altre sanzioni alla Cina: avranno un impatto devastante sull’economia globale


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di Michelangelo Cocco*

Pagine Esteri, 7 luglio 2023– Almeno 3.000 miliardi di dollari andrebbero subito in fumo se i paesi del G7 sanzionassero la Cina in caso di crisi su Taiwan. L’economia globale perderebbe una cifra equivalente al Pil del Regno Unito nel 2022. Il dato è al centro di una ricerca congiunta pubblicata da Atlantic Council e Rhodium Group, Sanctioning China in a Taiwan Crisis, Scenarios and Risks. Lo studio del think tank con sede a Washington che si occupa di «stimolare la leadership degli Stati Uniti nel mondo» e del centro di ricerca con focus sul settore privato in Cina muove da un confronto in corso tra policymaker e aziende dei sette paesi pesi più avanzati (ufficialmente non se ne parla all’interno dei governi). Tuttavia queste discussioni rivelano che un’ennesima crisi dello Stretto (sarebbe la quarta, dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1995-96) rappresenta uno scenario tutt’altro che fantapolitico.

Secondo il rapporto, il coordinamento costante tra funzionari statunitensi ed europei ha evidenziato che «l’invasione russa dell’Ucraina ha rimodellato i contorni di ciò che era possibile nel regno della politica economica».

Quando parliamo di “crisi” intendiamo non solo uno scontro militare, ma anche altri due scenari, che a Taipei ritengono più probabili: un blocco dell’Isola da parte della marina e dell’aviazione cinese, e/o un grande attacco informatico contro le sue infrastrutture. Entrambi metterebbero in ginocchio l’economia di Taiwan, fortemente dipendente dall’export.

Prima di esaminare i risultati del paper, è importante riflettere sulle sue conclusioni. Secondo Atlantic Council e Rhodium Group, contro queste eventuali mosse di Pechino le contromisure economiche non basterebbero: esse sono «complementari, piuttosto che sostitutive, degli strumenti militari e diplomatici per mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan». Tuttavia a chi abbia analizzato l’ascesa di Xi Jinping e la riorganizzazione alla quale ha sottoposto negli ultimi dieci anni il partito e l’esercito appare evidente che nella “Nuova era” proclamata dal presidente cinese la questione taiwanese ha assunto una rinnovata centralità. In questo quadro, nessuna pressione militare e diplomatica potranno far recedere Pechino dalla “riunificazione” del territorio che considera una provincia ribelle. Pertanto, ciò che servirebbe con urgenza è una soluzione politica, basata su un nuovo accordo complessivo tra la potenza egemone e quella in ascesa.

Al contrario, si studiano le sanzioni, che colpirebbero tre ambiti principali: le banche (divieto di utilizzare il sistema SWIFT; limitazioni delle transazioni; mercato internazionale precluso ai titoli di debito cinesi); le élite politiche e militari (blocco dei beni e restrizioni ai visti); le compagnie legate all’esercito (restrizioni al commercio e agli investimenti; su obbligazioni e azioni; controlli sull’export).

Tuttavia, date le dimensioni (dieci volte quella russa) e i legami dell’economia cinese, per i governi del G7 sarebbe molto più difficile approvarle rispetto alle punizioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. I due think tank evidenziano «gli interessi nazionali differenti, la diversa disponibilità a sopportare le ripercussioni economiche e le sfaccettature uniche delle loro relazioni con Washington». In effetti, se al Congresso Usa è già stato introdotto (il 29 marzo scorso) un progetto di legge ad hoc (lo “STAND with Taiwan Act”) per sanzionare la Cina se «l’Esercito popolare di liberazione avvia un’invasione di Taiwan», il presidente francese, Emmanuel Macron, pochi giorni dopo (il 9 aprile), ha avvertito in un’intervista a Politico che «la cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei su questa questione (Taiwan, ndr) dobbiamo seguire l’agenda degli Stati Uniti e una reazione eccessiva cinese». Per Washington Taiwan rappresenta una questione di sicurezza nazionale, per le capitali europee no. Le divergenze politiche riflettono quelle dell’opinione pubblica, con l’83 per cento degli statunitensi che ha un’idea “negativa” della Cina (Pew Research Center, aprile 2023), mentre il 62 per cento degli europei vorrebbe rimanere neurale in caso di conflitto tra Cina e Stati Uniti su Taiwan (European Council on Foreign Relations, giugno 2023).

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Shanghai

Anche se l’ultimo vertice, a Hiroshima, ha ostentato unità sulla Cina, raggiungere un accordo tra i paesi del G7 per applicare eventuali sanzioni contro Pechino richiederebbe tempo e difficili compromessi. Un embargo contro la Cina equivarrebbe secondo alcuni alla “distruzione reciproca assicurata” immaginata in caso di impiego in guerra degli ordigni nucleari. Si tratta certamente di un’iperbole: in realtà quella delle punizioni e delle rappresaglie è una strada che Stati Uniti, Unione Europea e Cina hanno imboccato già da qualche tempo. Con il dialogo politico che si è fatto difficile e intermittente, avanzano le sanzioni. Come, ad esempio, quelle varate il 22 marzo 2021 da Bruxelles (in base al nuovo EU Global Human Rights Sanctions Regime) contro quattro funzionari e un’entità cinese per la repressione dei musulmani nella provincia del Xinjiang, reciprocate il giorno stesso da Pechino – uno scontro che ha contribuito alla sospensione del Comprehensive Agreement on Investiment (Cai) negoziato per sette anni tra la Cina e l’Ue. Oppure le tre compagnie cinesi (di Hong Kong) colpite, per la prima volta, da un pacchetto di sanzioni dell’Ue sulla guerra in Ucraina, l’undicesimo, approvato il 21 giugno scorso (Asia Pacific Links Ltd; Tordan Industry Limited; Alpha Trading Investments Limited) per il loro contributo finanziario o tecnologico allo sforzo bellico russoL’esposizione del sistema finanziario globale nei confronti di quello cinese è relativa soprattutto ai flussi commerciali internazionali: le banche cinesi mantengono conti (in dollari e in euro) presso istituti di credito internazionali per facilitare i pagamenti cross border. Stando così le cose, il G7 avrebbe due opzioni: sanzionare solo alcune banche con legami con il settore militare e tecnologico, senza alcun impatto sostanziale sui flussi finanziari complessivi del paese, oppure colpire le grandi banche di stato, causando i succitati 3.000 miliardi di ammanco al commercio e agli investimenti globali.

Punire alti funzionari del governo e dell’Esercito popolare di liberazione rappresenta invece un’eventualità alla quale i soggetti presi di mira si sono già preparati, rendendo molto complicato identificare i loro patrimoni detenuti all’estero.

C’è infine il controllo sulle esportazioni di componenti chiave, che potrebbe avere anch’esso un effetto boomerang sui paesi del G7. Prendiamo ad esempio il settore aerospaziale, predestinato alle sanzioni in caso di scontro su Taiwan. Sarebbero interessati 2,2 miliardi di dollari di export dei paesi del G7 verso la Cina, la quale potrebbe mettere in campo una rappresaglia da 33 miliardi di dollari, attraverso il blocco dell’acquisto di aerei e componenti dai paesi più avanzati.

Col ricorso sempre maggiore alle sanzioni contro la Cina, il governo di Pechino ha iniziato ad affinare gli strumenti per contrastarle. Anzitutto spingendo i paesi amici a utilizzare la sua divisa, in luogo del dollaro, nei commerci bilaterali. Lo yuan – che rappresenta tuttora una percentuale trascurabile delle riserve valutarie internazionali, il 2,7% – è sempre più utilizzato da paesi come Argentina, Brasile, oltre alla Russia, che hanno firmato con Pechino accordi ad hoc per regolare in yuan i loro commerci con la Cina.

In conseguenza di questo cambiamento, a marzo le banconote con l’effigie di Mao (48,4 per cento) hanno superato il biglietto verde (46,7 per cento), diventando la valuta più utilizzata dalla seconda economia del pianeta nei suoi scambi con l’estero. Non solo, a Pechino ritengono che in futuro lo yuan potrà essere impiegato sempre di più nelle transazioni tra paesi terzi, proprio in risposta a quella che stigmatizzano come l’“utilizzo del dollaro come arma” da parte degli Stati Uniti che i paesi non allineati stanno osservando contro la Russia (espulsa dal sistema interbancario SWIFT) e la Cina.

In secondo luogo Pechino sta spingendo per la promozione a livello globale del CIPS. L’alternativa “made in China” allo SWIFT, lanciata nel 2015 dalla Banca centrale, nel 2022 ha “processato” transazioni pari a 96.700 miliardi di yuan (oltre 14.000 miliardi di dollari) con 1.420 istituzioni finanziarie connesse in 109 paesi e regioni del mondo. Il sud del mondo ha iniziato a vedere sempre più il CIPS come una alternativa al CHIPS (utilizzato per le grandi transazioni, in dollari) proprio in seguito alle sanzioni imposte contro la Russia. Infine, la Cina sta sperimentando anche lo yuan digitale (e-CNY), che l’anno scorso è stato il gettone digitale (token) più utilizzato nelle transazioni internazionali. Pagine Esteri

*Questo articolo è stato pubblicato in origine da Rassegna Cina, del Centro Studi sulla Cina Contemporanea

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In Cina e Asia – Yellen chiede a Pechino riforme economiche


In Cina e Asia – Yellen chiede a Pechino riforme economiche yellen
Yellen chiede riforme economiche
Xi visita il comando militare responsabile per Taiwan
Fukushima: la Cina limita ulteriormente le importazioni dal Giappone
Le fregate russe attraccano a Shanghai
BYD apre stabilimento in Brasile, è il primo fuori dall'Asia
Hong Kong: approvata controversa riforma delle elezioni distrettuali
Funzionari del Tesoro a Hong Kong per fermare il flusso di tecnologia in Russia
Vietnam: l'industria culturale inciampa nel Mar cinese meridionale

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Uccisioni di massa tra i profughi che provano a fuggire dall’Etiopia


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Pagine Esteri, 6 luglio 2023. Un nuovo rapporto del Mixed Migration Center riporta uccisioni di massa, violenze deliberate e assassinii tra i profughi che provano a raggiungere l’Arabia Saudita.

Sono sempre più i migranti che tentano di lasciare il Corno d’Africa intraprendendo un lungo, difficile e pericoloso viaggio attraverso lo Yemen. Per la maggior parte provengono dall’Etiopia, dove due anni di guerra in Tigray hanno causato circa 500.000 vittime, 2 milioni di sfollati interni e una gravissima carestia.

Per fuggire ci si deve affidare a reti di trafficanti che riscuotono il proprio compenso attraverso il lavoro forzato, il traffico di droga e lo sfruttamento sessuale.

Nel mese di ottobre un rapporto dell’ONU ha rivelato che tra il 1° Gennaio e il 30 Aprile 2022 430 persone sono state uccise e 650 ferite lungo il confine tra lo Yemen e l’Arabia Saudita dall’artiglieria e dai fucili delle forze armate saudite. Erano quasi tutti rifugiati, richiedenti asilo che provenivano dall’Africa. Anche le milizie Youthi, secondo i rapporti di Human Rights Watch, si sono macchiate di pesanti crimini.

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La maggior parte delle persone uccise sono uomini ma il numero di donne e bambini massacrati sta crescendo in maniera allarmante: il 30% sono donne e il 7% bambini, secondo i dati ONU. Proprio per le donne il viaggio è particolarmente pericoloso: le testimonianze dei sopravvissuti e le notizie raccolte dalle organizzazioni internazionali, rivelano torture e stupri.

Le guardie di frontiera saudite utilizzano esplosivi pesanti per uccidere deliberatamente e in maniera indiscriminata i richiedenti asilo che si avvicinano al confine. Centri di tortura e detenzione non mancano lungo il percorso e un numero imprecisato di migranti muore di stenti a causa della mancanza di acqua.

L’Arabia Saudita ha rigettato le accuse e si è opposta all’apertura di un’inchiesta, dichiarando che non esistono prove sufficienti. Pagine Esteri

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In Cina e in Asia – Piogge torrenziali nel Sud della Cina fanno almeno 15 morti


In Cina e in Asia – Piogge torrenziali nel Sud della Cina fanno almeno 15 morti 8089053
I titoli di oggi: Le piogge torrenziali che hanno colpito il meridione cinese preoccupano Xi La Cina sospende due media online indipendenti Sale il tasso di suicidi dei giovani cinesi Arrestati altri quattro attivisti di Hong Kong La Corea del Sud modifica la legge sulla registrazione delle nascite, ma esclude i bambini stranieri Le piogge torrenziali che hanno colpito il ...

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L’adesione alla Nato divide l’Irlanda


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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 5 luglio 2023 – L’invasione russa dell’Ucraina ha rafforzato le argomentazioni degli ambienti politici e militari che perorano l’ingresso nell’Alleanza Atlantica dei paesi finora rimasti fuori. È accaduto principalmente nei paesi scandinavi, con la Finlandiaentrata nella NATO in tempi record e la Svezia che dovrà attendere il via libera della Turchia (in cambio dell’abbandono della protezione finora concessa ai movimenti curdi).

Anche in Irlanda gli ambienti atlantisti stanno cercando di approfittare dei timori suscitati nell’opinione pubblica dall’operazione bellica di Mosca per avvicinare il paese all’alleanza militare guidata da Washington, ponendo fine alla tradizionale neutralità del paese celtico.

Aderire alla Nato, anzi no
A premere per la storica svolta sono in particolare i leader della coalizione politica che governa il paese dal 2020, formata dai partiti di centrodestra Fianna Fáil e Fine Gael e dai Verdi.
«Non abbiamo bisogno di un referendum per entrare nella Nato. È una decisione politica del governo. La brutale aggressione e invasione russa dell’Ucraina illustra l’entità della minaccia al multilateralismo» aveva perentoriamente affermato l’allora Taoiseach (Primo Ministro) e leader del Fianna Fáil Micheál Martin nel giugno del 2022, riaprendo il dibattito sulla questione dopo i primi timidi tentativi degli anni precedenti. A dargli manforte quello che all’epoca era il Tánaiste (“il secondo”, cioè vicepremier) e leader del Fine Gael Leo Varadkar, che in base a un accordo tra le formazioni che compongono la maggioranza il 17 dicembre del 2022 ne ha preso il posto alla guida dell’esecutivo, mentre Martin ha assunto la carica di Ministro degli Esteri e della Difesa.

L’iter intrapreso, però, si è dimostrato assai più accidentato di quanto previsto, nonostante il sostegno espresso dal presidente statunitense Joe Biden (che può vantare le sue ascendenze irlandesi) in visita a Dublino nell’aprile scorso.
I molti no e i dubbi espressi anche da vari esponenti dei propri stessi partiti hanno convinto i leader dell’esecutivo ad ammorbidire i toni, negando addirittura recentemente di aver mai proposto l’ingresso di Dublino nel Patto Atlantico.

«Non si tratta di aderire alla NATO o di cambiare la nostra politica di neutralità militare di lunga data (ma) la nostra sicurezza e il nostro benessere economico vengono messi alla prova in modi nuovi e più impegnativi», ha detto Varadkar, provando a rettificare il tiro.

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Il presidente Higgins

Le accuse del Presidente della Repubblica
Ma le polemiche non si sono placate. Contro le argomentazioni di Martin e Varadkar è intervenuto anche il Presidente della Repubblica Michael Higgins affermando, in un’intervista pubblicata il 18 giugno dal quotidiano Business Post che i ministri «stanno giocando con il fuoco», dicendosi preoccupato per la «deriva» verso la NATO della politica estera del paese. L’Irlanda deve evitare di «farsi seppellire dalle agende» e dagli interessi di paesi terzi, ha spiegato il popolare e storico esponente del Partito Laburista, eletto per due volte consecutive – nel 2011 e poi nel 2018 – alla presidenza. Poi ha rincarato la dose, avvisando che l’isola deve evitare di «pavoneggiarsi e battere il petto» e di seguire coloro che vorrebbero che Dublino «marciasse in prima fila» in alleanze militari come la NATO. Higgins ha anche criticato il presidente francese Macron e il suo obiettivo di trasformare l’Europa in un pilastro dell’Alleanza Atlantica. L’Irlanda, attraverso la sua politica estera, dovrebbe impegnarsi in «una [politica estera] più inclusiva, più profonda, più ampia, più sicura di sé, non solo in consultazione con le potenze imperiali in via di estinzione, ma con le popolazioni emergenti del mondo» ha spiegato.
L’anziano esponente politico (nonché poeta e scrittore) si è infine scagliato contro la decisione del governo di promuovere una serie di Forum consultivi sulla politica di sicurezza internazionale, incontri che si sono tenuti nel mese di giugno allo scopo di approfondire ed estendere il dibattito su quelli che sono stati presentati come i necessari cambiamenti da apportare alla politica estera irlandese in virtù dei nuovi scenari. Higgins ha esplicitamente criticato la faziosità dei panel di “esperti” predisposti dal governo per condurre il dibattito, composti per lo più da personaggi – comandanti militari, docenti ed esponenti politici, oltre a funzionari stranieri – favorevoli all’avvicinamento alla NATO. Il Presidente si è chiesto come mai non siano stati invitati anche rappresentanti dei paesi europei che vogliono rimanere neutrali come l’Austria o Malta.

Il ricatto della “minaccia esterna”
Il capo dello stato, che nell’ordinamento irlandese ha esclusivamente compiti di rappresentanza e garanzia, è stato fortemente criticato. Ma il vicepremier Martin subito dopo ha dovuto chiarire che i forum consultivi promossi – simili a quelli organizzati in passato per introdurre cambiamenti legislativi storici come la depenalizzazione dell’aborto o la legalizzazione dei matrimoni omosessuali – non intendono imporre «una discussione binaria sulla neutralità» e che il governo «non intende cambiare la politica irlandese di neutralità militare».

«In 20 anni di lavoro al quartier generale della NATO di Bruxelles la questione dell’adesione dell’Irlanda non è mai stata discussa nemmeno una volta» ha inoltre detto James Mackey, un alto funzionario dell’Alleanza Atlantica invitato a intervenire in uno dei forum.

Eppure i massimi esponenti del governo insistono sul fatto che l’invasione russa dell’Ucraina costringe Dublino a mettere in discussione le vecchie certezze. I settori atlantisti (così come i dirigenti della NATO) evidenziano la scarsa preparazione militare e tecnologica del paese di fronte all’incremento della guerra ibrida da parte di Mosca. I timori sono cresciuti dopo che nel 2021 un attacco di hacker presumibilmente russi ha a lungo paralizzato il servizio sanitario pubblico dell’isola.
Recentemente, poi, Mosca avrebbe inviato delle navi militari al largo delle coste irlandesi per mappare i cavi in fibra ottica che collegano l’isola con gli Stati Uniti. Per contrastare proteggere le proprie infrastrutture – ad esempio i gasdotti con la Scozia – Dublino disporrebbe attualmente soltanto di sei pattugliatori e di due aerei, e avrebbe quindi la necessità di rivolgersi ai propri alleati dell’UE e della Nato. Non a caso nelle scorse settimane alcuni funzionari del governo irlandese hanno espresso la volontà di collaborare con il neonato Centro di coordinamento delle infrastrutture sottomarine critiche del Patto Atlantico, affidato al generale Hans-Werner Wiermann.
Non è neanche un caso che i forum consultivi aperti al pubblico e promossi dal governo irlandese siano stati incentrati proprio sulla vulnerabilità dell’isola (vera o presunta), un argomento che preoccupa molti cittadini.

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Protesta contro la Nato a Dublino

Manifestazioni e contestazioni
Ma la strategia di Varadkar e Martin non ha impedito che i forum fossero oggetto di una capillare contestazione. In particolare il primo incontro, organizzato presso l’University College di Cork il 22 giugno, ha visto un gruppo di giovani attivisti del Connolly Youth Movement (un’organizzazione comunista e repubblicana) interrompere l’intervento del Tánaiste Martin esponendo uno striscione che recitava «Guerre della Nato, milioni di morti». All’esterno un centinaio di persone di vari collettivi protestavano con slogan come «Resta neutrale, opponiti alla guerra» e «combatti la guerra non le guerre». Anche i forum di Galway e di Dublino sono stati oggetto di contestazioni.

«Non possiamo permettere che la neutralità venga riformulata e descritta come una debolezza da coloro che vorrebbero che ci allineassimo ulteriormente alla NATO» ha affermato il responsabile esteri del partito repubblicano di sinistra Sinn Fein, Matt Carthy. Durante il forum di Cork, il deputato ha affermato che «l’Irlanda dovrebbe concentrarsi sulla fine del conflitto piuttosto che sulla sua partecipazione alla guerra» e che finora «la neutralità dell’Irlanda ha servito bene il paese». «Vogliamo difendere la neutralità irlandese e vogliamo vederla sancita nella nostra costituzione» ha invece spiegato a EURACTIV l’eurodeputato repubblicano Chris MacManus, che ha accusato il governo irlandese di voler manipolare l’opinione pubblica attraverso un dibattito fortemente sbilanciato.

La formazione, che i sondaggi danno in testa alle intenzioni di voto, ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina e difeso la strategia occidentale di sostegno a Kiev, chiedendo però a Dublino un maggiore protagonismo nella ricerca di una mediazione per giungere quanto prima al cessate il fuoco.

«Una politica estera irlandese indipendente, con al centro l’uguaglianza e l’umanitarismo, la costruzione della pace e la cooperazione, può svolgere un ruolo importante in un mondo sempre più teso (…) La neutralità non è una politica di indifferenza o isolazionismo (…). Neutralità positiva significa svolgere un ruolo costruttivo nella promozione dei diritti umani e della libertà, difendere le persone dall’oppressione, sostenere la pace e partecipare come forze di pace agli sforzi delle Nazioni Unite» ha scritto Gerry Adams.

Riferendosi all’operato dell’esecutivo irlandese, poi, l’ex leader repubblicano ha aggiunto: «Invece di perseguire una strategia di politica estera indipendente, ad esempio sul sostegno ai diritti dei palestinesi, hanno ammanettato lo stato a un’agenda di politica estera dell’UE che rifiuta di sfidare il regime di apartheid di Israele. Hanno anche sostenuto misure come la fine delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo che hanno salvato migliaia di vite in passato».

Altre formazioni di sinistra come People Before Profit (PBP) e anche il più moderato Labour accusano l’esecutivo di Dublino di voler portare l’Irlanda nella NATO attraverso un iter truffaldino e poco trasparente, “di nascosto”, e denunciano le crescenti politiche di militarizzazione.
Intanto i sondaggi rilevano un atteggiamento ambivalente da parte dell’opinione pubblica irlandese. Secondo una rilevazione realizzata a giugno da Ipsos per conto del quotidiano “Irish Times”, il 61% dei sondati sostiene la neutralità dell’Irlanda e solo un quarto è a favore di un cambiamento, ma il 55% appoggia comunque un “aumento significativo” delle capacità militari del paese.

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Militari irlandesi

Dublino opta per il giro largo
Una strada già intrapresa dell’esecutivo, che entro il 2028 vuole portare la spesa militare da 1,1 a 1,5 miliardi. Si tratta di un aumento record del bilancio della Difesa per un paese che fino al 2022 ha destinato a questo capitolo solo lo 0,3% del proprio Pil e che, anche in virtù della neutralità militare inaugurata subito dopo l’indipendenza dal Regno Unito, può contare su un esercito composto da appena 8.500 unità e che può utilizzare all’estero solo in missioni di pace approvate dalle Nazioni Unite.

Vista la diffusa e trasversale opposizione, probabilmente Dublino dovrà rinunciare, almeno per ora, ad un’adesione formale all’Alleanza Atlantica, ma l’attuale esecutivo sta già facendo dei passi per portare il paese all’interno dei meccanismi di integrazione militare della Natoe dell’Unione Europea.
A febbraio l’Irlanda ha deciso di partecipare alla missione di assistenza militare dell’UE in Ucraina, fornendo 30 membri delle forze di difesa irlandesi per addestrare le forze armate ucraine. Inoltre, a settembre del 2022, Dublino ha fornito a Kiev aiuti militari “non letali” per 55 milioni di euro attraverso il Fondo Europeo per la Pace (EPF).
Fin dal 2001, poi, l’aeroporto di Shannon è a disposizione dell’aviazione militare degli Stati Uniti e della Nato, nonostante le periodiche manifestazioni pacifiste e antimilitariste.

Prima ancora, nel 1999 Dublino ha aderito al programma “Nato Partnership for Peace” (PfP), una sorta di anello esterno dell’Alleanza Atlantica, mentre lo scorso anno l’esecutivo di centrodestra ha aderito alla struttura di cooperazione strutturata permanente (PESCO) dell’UE che persegue l’integrazione delle forze armate del continente.

Questi passi potrebbero rivelarsi sostanzialmente irreversibili, visto che i nuovi dirigenti del Sinn Fein, in vista di un possibile ingresso nel governo della Repubblica dopo le prossime elezioni, potrebbero rinunciare alla rottura con questi meccanismi di integrazione militare, come il PfP e la PESCO. – Pagine Esteri

8073564* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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I talebani vietano i saloni di bellezza: “miglioriamo la vita delle donne”


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Pagine Esteri, 5 luglio 2023. La notizia circolava già da qualche giorno ma la conferma è arrivata nella giornata di oggi. Fonti governative hanno annunciato l’ordine di chiusura di tutti i saloni di bellezza.

Gli esercizi commerciali hanno un mese di tempo, a partire da oggi, per dismettere ogni attività e comunicare l’avvenuta chiusura. L’ordine, spiegano, viene dato in base a “istruzioni orali rilasciare del leader supremo”, Haibatullah Akhunzada, il quale ha affermato che il suo governo sta prendendo le misure necessarie per il miglioramento della vita delle donne in Afghanistan.

Le motivazioni non si conoscono, o per meglio dire non sono state ancora comunicate ufficialmente. “Condivideremo con i media i motivi della decisione una volta che i saloni saranno chiusi”, ha dichiarato all’AFP Mohammad Sadeq Akif Muhajir, portavoce del Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

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È solo l’ultimo di una serie di divieti che allontanano le donne dalla vita pubblica e sociale, impedendone l’istruzione, il lavoro, separandole dagli spazi pubblici come parchi e palestre. Nonostante i talebani avessero promesso, una volta tornati al potere, di optare per misure meno restrittive rispetto a quelle adottate negli anni ’90, le condizioni di vita delle donne afghane continuano a peggiorare.

L’obiettivo ultimo è chiaramente quello di imprigionarle negli unici ambiti che, secondo i talebani, sono loro congeniali: famiglia, casa, matrimonio, riproduzione, accudimento. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Ue-Cina, dialogo sul Clima. Ma Pechino cancella la visita di Borrell


In Cina e Asia – Ue-Cina, dialogo sul Clima. Ma Pechino cancella la visita di Borrell asean
I titoli di oggi:
Clima, Ue e Cina cercano un dialogo. Ma Pechino cancella la visita di Borrell
Meta tenta il rientro in Cina, ma non sarà semplice
Cina, He promette di mutare i geni per prevenire l'Alzheimer
Ucraina, le esercitazioni della Pla fanno luce sulle preoccupazioni cinesi
Thailandia, arriva l'accordo sul presidente della Camera

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Summit Sco a distanza di sicurezza


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Si è svolto in formato virtuale il vertice annuale dei leader della Shanghai Cooperation Organization. Una scelta del paese ospitante, l'India, per evitare imbarazzi nel ricevere Vladimir Putin al primo intervento internazionale dopo la rivolta del Gruppo Wagner. Sotto traccia le frizioni tra Nuova Delhi e Pechino. L'Iran entra nel gruppo. Prosegue intanto la chip war con le restrizioni cinesi su gallio e germanio

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I talebani vietano i saloni di bellezza: “miglioriamo la vita delle donne”


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Pagine Esteri, 4 luglio 2023. La notizia circolava già da qualche giorno ma la conferma è arrivata nella giornata di oggi. Fonti governative hanno annunciato l’ordine di chiusura di tutti i saloni di bellezza.

Gli esercizi commerciali hanno un mese di tempo, a partire da oggi, per dismettere ogni attività e comunicare l’avvenuta chiusura. L’ordine, spiegano, viene dato in base a “istruzioni orali rilasciare del leader supremo”, Haibatullah Akhunzada, il quale ha affermato che il suo governo sta prendendo le misure necessarie per il miglioramento della vita delle donne in Afghanistan.

Le motivazioni non si conoscono, o per meglio dire non sono state ancora comunicate ufficialmente. “Condivideremo con i media i motivi della decisione una volta che i saloni saranno chiusi”, ha dichiarato all’AFP Mohammad Sadeq Akif Muhajir, portavoce del Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

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È solo l’ultimo di una serie di divieti che allontanano le donne dalla vita pubblica e sociale, impedendone l’istruzione, il lavoro, separandole dagli spazi pubblici come parchi e palestre. Nonostante i talebani avessero promesso, una volta tornati al potere, di optare per misure meno restrittive rispetto a quelle adottate negli anni ’90, le condizioni di vita delle donne afghane continuano a peggiorare.

L’obiettivo ultimo è chiaramente quello di imprigionarle negli unici ambiti che, secondo i talebani, sono loro congeniali: famiglia, casa, matrimonio, riproduzione, accudimento. Pagine Esteri

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Emergenza idrica in Uruguay: entro 10 giorni senza acqua potabile


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Pagine Esteri, 4 luglio 2023. L’Uruguay rischia di rimanere senza acqua potabile. La peggiore siccità degli ultimi 74 anni ha fatto scendere le riserve di acqua sotto l’1,8%.

Le autorità hanno fatto sapere che se non avverrà, nei prossimi giorni, un’alluvione di portata sorprendente, entro una settimana, al massimo dieci giorni, l’acqua potabile sarà terminata.

Il presidente Luis Lacalle Pou ha dichiarato che piogge consistenti sono poco probabili nel periodo di luglio e agosto e che si spera termineranno presto i lavori al Paso Belastiquí, che consentiranno di prendere acqua dolce dal fiume San José.

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La situazione è preoccupante per la presenza, nell’acqua potabile che rimane a disposizione, di livelli elevati di sodio e cloruro.

L’emergenza idrica è stata proclamata e le condizioni sono preoccupanti soprattutto nell’area di Montevideo, dove vive metà della popolazione dell’Uruguay. Pagine Esteri

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Esercito israeliano rioccupa Jenin. Campo profughi distrutto, centinaia di famiglie sfollate


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della redazione

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4 luglio ore 10.47. È salito a 10 il numero dei palestinesi uccisi durante l’incursione dell’esercito israeliano nella città e nel campo profughi di Jenin, centinaia i feriti. La Mezzaluna Rossa ha evacuato almeno 1000 famiglie. La situazione all’interno del campo profughi è diventata insostenibile. I mezzi israeliani hanno distrutto strade e infrastrutture.

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Video mostrano escavatori che producono profondi solchi lungo le vie principali, diventate cumuli di macerie. La rete idrica e quella elettrica sono danneggiate. L’ospedale pubblico è pieno di feriti ma i medici hanno difficoltà a raggiungere la struttura, che viene attaccata dal lancio di gas da parte dell’esercito israeliano e dal passaggio di mezzi corazzati ed escavatori.

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Il vice portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha esortato “tutte le parti a rispettare il diritto internazionale umanitario, evitando l’uso eccessivo della forza nei centri abitati”.

Proteste e manifestazioni contro l’attacco e l’occupazione israeliana di Jenin si stanno tenendo in varie città della Cisgiordania occupata.


Ore 22.30. La Mezzaluna Rossa comunica che più di 500 famiglie sono state evacuate dal campo profughi palestinese di Jenin. Le condizioni, dichiara, sono diventate insostenibili per i danni causati dall’esercito israeliano.


Pagine Esteri, 3 luglio 2023 – Anticipata da giorni dai media locali e invocata da ministri e parlamentari della destra estrema al governo, è cominciata l’ampia operazione dell’esercito israeliano contro la città palestinese di Jenin e il suo campo profughi, nel nord della Cisgiordania.

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Sono coinvolti migliaia di soldati, carri armati Merkava sono schierati nei pressi della città e droni hanno colpito diversi obiettivi. Il bilancio al momento parla di cinque palestinesi uccisi e di altri 25 feriti, 7 dei quali sono in condizioni critiche.

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Non si segnalano vittime tra i soldati, nonostante l’intenso fuoco di sbarramento da parte di decine di combattenti palestinesi che avrebbero anche abbattuto un drone e fatto esplodere un ordigno sotto una ruspa militare israeliana. Giungono in queste ore notizie di rastrellamenti e ampie distruzioni, particolare delle strade del campo profughi.

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Difficile prevedere quanto durerà la rioccupazione di Jenin. Nei giorni scorsi si parlava di 48 ore ma è improbabile che in un tempo così breve le forze israeliane possano avere ragione di organizzazioni armate ben strutturate. Il rischio, oltre ad un bagno di sangue, è che l’operazione inneschi reazioni a catena in Cisgiordania dove la lotta armata è ormai vista da molti come l’unico mezzo per mettere fine all’occupazione militare israeliana.

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Migliaia di palestinesi la scorsa notte hanno già sfilato in protesta a Nablus e altri centri abitati. Alla periferia di Ramallah i soldati hanno ucciso un manifestante. Pagine Esteri

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