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Taiwan Files – Tra Shangri-La, navi ed elezioni


Taiwan Files – Tra Shangri-La, navi ed elezioni 7636826
La posizione esatta della sfiorata collisione di sabato 3 giugno non sarebbe esattamente lo Stretto di Taiwan, ma sulla sua soglia. Lo sostiene una fonte informata dei fatti con cui ho parlato nei giorni scorsi. Resta senz’altro la valenza di quanto accaduto, che pare chiaro provenire da un’indicazione politica di gestire il transito di navi degli Stati Uniti in una ...

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In Colombia si prepara il golpe: a migliaia in piazza a difesa di Petro


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di Eliana Riva –

Pagine Esteri, 9 giugno 2023. Decine di migliaia di persone hanno occupato le strade della Colombia per manifestare il proprio sostegno al presidente Gustavo Petro e denunciare il tentativo di golpe che i gruppi di potere e il vecchio establishment politico stanno preparando. È un golpe senza eserciti, almeno per il momento, sul modello di quello portato avanti in Perù lo scorso dicembre, quando il Presidente Castillo è stato arrestato.

In realtà i morti sono comunque arrivati, in Perù, quando la nuova presidente Dina Boluarte ha scelto di utilizzare il pugno di ferro contro i manifestanti che per mesi sono scesi in strada chiedendo la liberazione di Castillo e nuove elezioni. L’esercito ha sparato sui dimostranti uccidendone a decine.

L’offensiva contro Gustavo Petro è cominciata, a quanto pare, già durante la sua campagna elettorale, quando lui e i suoi collaboratori sono stati messi sotto continua intercettazione telefonica e ambientale. “Per mesi e mesi di intercettazioni – ha dichiarato il presidente – non sono riusciti a trovare nemmeno 10 secondi in cui il candidato Petro parlasse di qualche irregolarità, pronunciasse una sola parola maleducata o facesse capire che la sua campagna era condotta in modo disonesto”. Le destre e con loro i poteri giudiziari stanno costruendo un castello di accuse per arrivare alla destituzione del presidente. Attraverso inchieste sui fondi destinati alla sua campagna elettorale si punta all’impeachmentattraverso l’accusa di essere stato finanziato dai trafficanti di droga. Petro, primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, ha vinto le elezioni con un ampio margine sul magnate delle costruzioni, Rodolfo Hernandez, e con un programma rivoluzionario per il suo Paese: istruzione universitaria gratuita, riforma pensionistica, assistenza sanitaria universale, riforma agraria, lotta alle disuguaglianze, stop ai nuovi progetti petroliferi. Tutto ciò ha messo in allarme gli investitori locali e stranieri.

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Manifestazioni in difesa del presidente Petro

Petro è sceso in piazza insieme al popolo che lo ha votato e che lo sostiene, seguito e supportato dalle più grandi federazioni sindacali colombiane e durante una delle manifestazioni ha paragonato ciò che sta accadendo nel suo Paese a quanto è successo solo pochi mesi fa in Perù. Tra gli obiettivi più importanti della politica di Petro, quello della “pace totale”. È un programma di trattative con le formazioni armate e paramilitari che vivono nell’illegalità e che rappresentano per la Colombia uno dei più gravi e annosi problemi. I gruppi armati sfidano il governo e la polizia con attentati e ritorsioni oppure, a fasi alterne, vengono foraggiati e finanziati dalla politica che li sfrutta come armi utili a liberarsi dei propri nemici politici. In alcuni casi il potere e la violenza con cui queste formazioni si sono scagliate contro lo stesso popolo colombiano, hanno fatto parlare di “guerra civile”. Una guerra che va avanti da decenni e a cui Petro sta tentando di porre fine.

È di questi giorni l’annuncio di un viaggio del presidente a Cuba, dove è stato organizzato un incontro di mediazione con l’Ejército de Liberación Nacional (Eln), il gruppo armato forse più propenso ad un accordo, portatore da sempre di istanze politiche e sociali. L’idea di Petro è di far entrare questi gruppi nella legalità, concedendo loro qualcosa in termini economici e di riconoscimento, ottenendo la fine dei traffici illegali e delle azioni delittuose.

Un processo cominciato che si interromperebbe, come tutti gli altri, solamente con la destituzione del presidente Petro che non rimane, però, isolato a livello internazionale: diversi leader mondiali di sinistra hanno firmato una lettera che denuncia i tentativi di golpe in Colombia, accusando le destre all’opposizione di provare a rimuovere illegalmente il presidente e i suoi principali alleati. Tra i sottoscrittori figurano il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, l’ex presidente dell’Ecuador Rafael Correa, l’ex presidente colombiano Ernesto Samper, l’ex presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, Jeremy Corbyn del Regno Unito e Jean-Luc Mélenchon, ex candidato alla presidenza francese.

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STORIA. Il Femminismo panarabo e l’identità palestinese (prima parte)


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(Foto: Gerusalemme, alcune delle oltre 200 delegate palestinesi del primo Congresso delle Donne Arabe (1929) che organizzano una spettacolare manifestazione a bordo di una serie di automobili per farsi portare in giro per la città a consegnare le loro risoluzioni sulla causa nazionale a vari consolati stranieri, ovvero per chiedere l’indipendenza della Palestina).

di Patrizia Zanelli*

Pagine Esteri, 9 giugno 2023. In The Nation and Its “New” Women [1], Ellen Fleischmann nota che i discorsi femministi, legati al triplice concetto di “modernità, nazione e autodeterminazione nazionale”, formulati in Egitto nella seconda metà dell’Ottocento, nell’ambito del movimento arabo di modernizzazione culturale [2], di solito definito Nahḍa (Rinascita), giunsero presto in Palestina, dove si intrecciarono con gli importanti cambiamenti sociali che stavano già avvenendo allora nel paese. A cavallo tra il XIX e il XX secolo, infatti, si manifestò nella società palestinese una tendenza a liberarsi dalle tradizioni oscurantiste, dovuta all’influenza delle idee di riformatori musulmani modernisti egiziani, come Rifa‘a al-Tahtawi (1801-1873), Muhammad Abduh (1849-1905) e il controverso Qasim Amin (1863-1908), autore di “La liberazione della donna” (1898) e di “La nuova donna” (1900), giudicato o come un rivoluzionario, o come un paternalista emulatore degli stereotipi sulle società islamiche, inventati dal colonizzatore europeo.

Fleischmann confuta questi preconcetti occidentali, ispirandosi alla critica dell’orientalismo formulata da Edward Said (1935-2003) nel famoso saggio del 1978, divenuto un testo fondamentale per gli studi culturali postcoloniali [3]. L’accademica esamina l’evoluzione del movimento femminile palestinese nella Palestina mandataria (1920-1948), spiegando l’inestricabile legame tra femminismo e nazionalismo emerso nel paese, dapprima sotto dominazione ottomana, invaso dall’Inghilterra durante la I Guerra Mondiale a partire da Gaza e poi interamente occupato dalle truppe inglesi con la presa di Gerusalemme l’11 dicembre 1917, e dove le rivendicazioni femministe apparentemente rimasero in secondo piano rispetto alla causa nazionale.

Consapevoli che il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione era una necessità urgente per la loro nazione, le donne palestinesi dell’alta borghesia e del ceto medio dei centri urbani vollero subito affermare il proprio patriottismo, e comunicarlo tramite la stampa, lottando contemporaneamente contro il patriarcato, il mandato britannico e la crescente colonizzazione sionista, iniziata nel 1882 e favorita esplicitamente da Londra nella Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917). Dicendo e dimostrando con i fatti di essere patriote, riuscirono a partecipare alla vita politica da cui inizialmente gli uomini delle loro famiglie le volevano escludere. Alcune palestinesi avevano in realtà denunciato pubblicamente l’ingiustizia e la pericolosità della Dichiarazione Balfour, appena era stata rilasciata, avendo capito che l’ambiguità terminologica del testo inglese era chiaramente volta a occultare/negare l’esistenza del loro popolo, fungendo da supporto alle narrazioni mistificanti inventate dai padri del sionismo per avanzare l’idea di trasformare la Palestina in uno stato esclusivamente ebraico. Le contadine del villaggio di Affula, vicino a Nazareth, stavano addirittura partecipando insieme agli uomini alla resistenza contro la colonizzazione sionista della loro terra sin dal 1884.

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Periferia di Gerusalemme, 1860 ca.

I nazionalisti modernisti palestinesi chiedevano alle donne di essere moderne e realizzare una Nahḍa femminile per il bene collettivo della nazione, ma di rimandare le rivendicazioni femministe riguardanti la sfera personale a dopo l’ottenimento dell’indipendenza della Palestina, onde evitare problemi con i conservatori loro connazionali in un momento così cruciale per il futuro della loro patria. Questa richiesta era ispirata alle controverse teorie di Qasim Amin, secondo il quale “la nuova donna” egiziana serviva a dimostrare alla comunità internazionale che la sua era una nazione progredita a cui andava perciò riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. In seguito all’insurrezione antibritannica del 1919, inoltre, i nazionalisti modernisti egiziani del Partito Wafd stavano ugualmente chiedendo alle attiviste del Comitato delle Donne Wafdiste, formato nel 1920 e presieduto da Hoda Shaarawi (1879-1947), di rimandare le rivendicazioni femministe riguardanti la sfera personale, come l’abbandono del velo, a dopo l’indipendenza dell’Egitto (poi formalmente ottenuta in base a una dichiarazione unilaterale rilasciata da Londra nel 1922).

Le élite politiche e intellettuali palestinesi stavano dispiegando tutti gli sforzi possibili per liberare subito la propria patria dal giogo britannico, sapendo che l’Inghilterra aveva stretto un’alleanza con il sionismo internazionale, movimento nazionalista secolare fondato nell’Europa centrale, il cui scopo non era di costituire “un focolare domestico nazionale per il popolo ebraico” (cit. Balfour), in Palestina, bensì di trasformarla interamente appunto in uno Stato-nazione ebraico, tramite una sostituzione etnica volta a cancellare l’esistenza del loro stesso popolo palestinese dalla propria terra e dalla memoria storica dell’umanità.

Durante una visita effettuata in Palestina nel 1917, il magnate e arabista americano Charles Crane (1858-1939) aveva personalmente constatato la situazione pericolosa provocata nel paese dal lancio del progetto sionista nel 1897. Descrisse quella realtà allarmante a più persone, tra cui l’amico palestinese George Antonius (1891-1942), autore del saggio The Arab Awakening, del 1919 [4], e poi nel 1925 proprio a Hoda Shaarawi, divenuta presidente dell’Unione Femminista Egiziana (UFE) e famosa a livello panarabo e internazionale per essersi liberata del velo, nel 1923. Crane la incontrò a New York, e ci tenne ad avvisarla della pericolosità del progetto sionista che lei non aveva ancora colto; le spiegò che i palestinesi rischiavano concretamente di essere espulsi dalla loro stessa terra. Le parlò anche della relazione che lui e il teologo e filosofo americano Henry Churchill King (1858-1934) avevano scritto, mettendo in dubbio l’opportunità di istituire uno stato ebraico in Palestina, anzi raccomandando vivamente alla Lega delle Nazioni di respingere tale ipotesi pericolosa per gli assetti geopolitici del Levante. Shaarawi rimase turbata da quel piano inquietante e dai rischi che avrebbe comportato per il popolo palestinese, ma non riusciva a capacitarsene. Sapeva che la coesistenza con gli ebrei era sempre stata pacifica nel mondo arabo-islamico; quell’ipotesi era inconcepibile per lei. Pensò che la Palestina fosse soltanto uno dei tanti paesi dell’emisfero orientale colonizzati dalle potenze occidentali e che si sarebbero presto liberati. Tornata al Cairo, infatti, continuò a concentrarsi sui problemi dell’Egitto, sotto occupazione britannica, a partecipare al movimento pacifista internazionale e a contrastare il colonialismo in generale. Soltanto dopo qualche anno Shaarawi si renderà conto della tragica realtà palestinese e sarà un trauma per lei [5].

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Corteo nuziale per portare la sposa: villaggio palestinese, 1900 ca.

Intanto, i dirigenti palestinesi di certo sapevano che, nel 1922, la Lega delle Nazioni aveva negato loro il diritto all’autodeterminazione nazionale e assegnato all’Inghilterra i mandati su Palestina, Transgiordania e Iraq, e alla Francia quelli su Libano e Siria, formalmente in base alle raccomandazioni contenute proprio nella relazione redatta dalla commissione King-Crane (1919) per il governo degli Stati Uniti, ma di fatto applicando l’accordo Sykes-Picot (1915-1916), siglato segretamente dalle stesse due potenze coloniali europee per spartirsi i territori dell’Impero Ottomano alla fine della I Guerra Mondiale. Oppositori del piano franco-britannico erano il Presidente americano Thomas Woodrow Wilson (1856-1924) e Re Faysal I (1885-1933) dell’allora Regno Arabo della Grande Siria.

È, però, chiaro che la consapevolezza anticolonialista accomunava e univa tutte le classi sociali della società palestinese ben prima della Dichiarazione Balfour, una conferma e ingiustizia aggravante della situazione realmente critica in Palestina. Le donne sapevano tanto quanto gli uomini che la lotta per la liberazione nazionale era d’importanza vitale nel vero senso del termine, perché serviva alla loro stessa sopravvivenza come popolo, minacciata concretamente dal sionismo e dall’insidiosa ambiguità politica di Londra.

In Palestina era nato così un femminismo patriottico abbracciato tuttora dalle figlie e nipoti delle palestinesi sopravvissute alla Nakba oppure uccise durante quell’evento catastrofico o da paramilitari sionisti nei sei mesi precedenti la fondazione dello Stato d’Israele, il 14 maggio 1948, o da militari dell’esercito israeliano nella lunga fase successiva della tragedia.

D’altro canto, Fleischmann analizza necessariamente anche la Nahḍa palestinese il cui inizio, come in tutti gli altri casi, precede l’incontro traumatico con l’Europa colonialista, avvenuto nel mondo arabo nell’Ottocento; i germogli della rinascita risalgono di fatto al Settecento.

In Palestine Across Millennia [6], Nur Masalha rileva, infatti, l’inclinazione modernizzante e indipendentista di Zahir al-Umar al-Zaydani (1689-1775) che, nel 1748, trasformò la Palestina settentrionale in un’entità politica semi-indipendente dell’Impero Ottomano. Da lì a poco lo stesso governatore o viceré, che godeva del sostegno popolare, riuscì a prendere il potere nell’intero paese, rendendolo un proto-stato, e dove adottò una politica della tolleranza e dell’inclusione; consolidò la propria autorità, garantendo la collaborazione tra contadini, beduini e mercanti, e mantenendo la convivenza pacifica tra la maggioranza musulmana della popolazione e le minoranze cristiane ed ebraiche. Creò così le condizioni propizie per lanciare la crescita economica della Palestina, aumentando in particolare la produzione di cotone e olio d’oliva da esportare in Europa; e per collegarsi all’economia di mercato europea e specialmente al capitalismo industriale inglese, fece ricostruire le antiche città portuali lungo la costa palestinese del Mediterraneo.

Masalha spiega che al-Umar aveva le capacità di uno statista e fu il padre delle modernità palestinesi; avviò lo sviluppo moderno di Acri – la sua capitale -, di Giaffa e Haifa, e, quindi, la nascita di varie nuove strutture e attività nei centri urbani, tra cui Nazareth. Benché fosse meno indipendente dalla Sublime Porta, il suo successore Ahmad al-Jazzar Pascià (1720-1804) continuò la modernizzazione e l’urbanizzazione della Palestina, dove si svilupparono ovunque sia le città che i villaggi. Novità importanti nel campo dell’istruzione avvennero soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, quando Gerusalemme che, con il declino di Acri aveva già riacquisito il suo status tradizionale di capitale del paese, fu ampliata e rinnovata, divenendo il centro principale della Nahḍa palestinese. Dunque, sottolinea Masalha, la modernità culturale della Palestina, oltre a essere la continuazione di una storia millenaria ricca di rivoluzioni educative, si deve anzitutto alle spinte innovatrici e alle esperienze di autogoverno locali, e non tanto a influenze europee.

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Scuola missionaria inglese per bambine palestinesi: Nablus, 1910 ca.

Fleischmann esamina la Nahḍa palestinese in una prospettiva femminista, confutando il pregiudizio imperialista occidentale sulla “passività” delle società arabo-islamiche, contrapposta all’immagine di un Occidente intrinsecamente dinamico portatore di una civiltà superiore in un Oriente arretrato, da conquistare e civilizzare per “salvare” le donne orientali dalla prigionia dell’harem e del velo, due elementi tipici della vita delle famiglie appartenenti ai ceti medio-alti e alle tre fedi monoteiste. Questo femminismo orientalistico di fatto opprime le donne arabe sul piano fisico, psicologico e culturale; è etnicista e aggressivo; è suprematismo bianco sessista. Le contadine, che non portavano il velo, perché incompatibile con il lavoro nei campi, e le nomadi dedite alla pastorizia, che lo indossavano per condurre al pascolo il gregge in mezzo al deserto, erano le principali vittime del sessismo, della lussuria e della violenza degli uomini occidentali presenti nell’Oriente misterioso. I sedicenti civilizzatori cercavano, inoltre, di umiliare gli arabi “tiranni”, accusandoli di essere colpevoli dell’arretratezza della condizione femminile nei loro paesi arretrati che, perciò, andavano colonizzati, secondo le mistificanti narrazioni eurocentriche del colonialismo.

La Palestina era un paese normale, con tanto di contraddizioni interne, incluse le discriminazioni di genere; la società palestinese era pacifica ma divisa da forti sperequazioni socio-economiche. Le relazioni tra le persone di entrambi i sessi erano infatti comunque segnate da divisioni classiste e claniste, cioè tra le grandi famiglie di notabili tra cui coloro che vantavano una discendenza dal Profeta Muhammad, definiti “nobili” (ashrāf), e costituivano l’aristocrazia urbana del mondo arabo. Come spiega Ilan Pappé [7], il casato aristocratico degli al-Husayni di Gerusalemme svolse un ruolo determinante nell’ambito della vita politica, economica e delle istituzioni musulmane della Palestina, dal ‘700 fino al 1948. Il filantropismo, tipico della Nahḍa femminile, è comunque insito alle tre fedi monoteiste che, d’altro canto, come quasi tutte le altre religioni, fungono da supporto al sistema sociale patriarcale interamente attraversato dalle discriminazioni di genere.

In Palestina, la modernizzazione dell’istruzione, la cui acquisizione è per le donne il passo fondamentale verso l’emancipazione, avvenne però con dinamiche particolari rispetto al resto del mondo arabo, legate all’importanza religiosa del paese, specialmente in quanto culla del cristianesimo. Le famiglie palestinesi dell’alta borghesia e del ceto medio, e d’orientamento modernista, volevano permettere alle proprie figlie di istruirsi in istituti scolastici moderni, e non in quelli tradizionali già esistenti. Ebbero la possibilità di farlo nella seconda metà dell’Ottocento, quando innumerevoli nuove scuole missionarie europee di ogni rito cristiano, soprattutto anglicane e protestanti inglesi, e cattoliche francesi, furono gradualmente istituite in Palestina; erano frequentate da alunne e alunni anche di fede musulmana, ma furono create più che altro nelle città.

Molte figure note della Nahḍa palestinese si formarono nelle scuole ortodosse russe, impiantate in Terra Santa a partire dal 1853 e considerate le migliori per la modernità della loro metodologia didattica. In un istituto fondato dalla Società Ortodossa Russa furono inoltre lanciati i pionieristici studi linguistici sui dialetti palestinesi. I missionari russi, nota Masalha, contribuirono a diffondere una cultura moderna davvero umanista nel paese: furono gli unici a creare diverse scuole nei villaggi della Galilea per aiutare i bambini e le bambine delle numerose famiglie bisognose delle aree rurali. Fondarono anche due istituti superiori di formazione pedagogica per aspiranti docenti palestinesi; uno maschile a Nazareth, e l’altro femminile a Beit Jala, vicino a Betlemme; il curriculum modernista adottato serviva a fornire l’istruzione alle fasce economicamente più svantaggiate ed emarginate della popolazione.

Nel frattempo, le riforme ottomane del 1839-1876 (Tanẓīmāt) stavano generando altri importanti cambiamenti sociali in Palestina, abbinate sul piano politico all’ottomanismo, ideologia imperiale promossa dal Sultano Abdulhamid II (1842-1918) ma destinata ad avere soltanto un successo iniziale. La riforma dell’istruzione avviò, invece, la scolarizzazione di massa e la secolarizzazione del sistema scolastico; nacquero numerose scuole pubbliche primarie per bambine e bambini sia nei centri urbani che nei villaggi più abitati del paese. Altra novità rilevante risultata dal riformismo ottomano fu l’introduzione in Palestina della stampa moderna che, però, fiorì soprattutto dopo la Rivoluzione dei Giovani Turchi (1908) e il conseguente allentamento della censura.

A quel punto le palestinesi poterono sviluppare la loro Nahḍa femminile, agendo nella società, e perfino comunicare le loro idee tramite le nuove testate giornalistiche locali: nel 1908, nacquero a Haifa al-Karmil (Il Carmelo), e a Gerusalemme al-Quds, nome arabo della città santa per le tre fedi monoteiste e capitale politica, tenuta sotto stretto controllo dalla Turchia. Meno controllata era Giaffa, dove nel biennio 1910-1911, comparvero quattro giornali, tra cui al-Hurriya (La libertà) e Falastīn (Palestina), destinato a essere il più espressivo sia del contrasto alla colonizzazione sionista sia dell’affermazione dell’identità nazionale palestinese. I fondatori erano i cugini ‘Issa al-‘Issa (1878-1950) e Yusif al-‘Issa (1870-1948), intellettuali modernisti di fede cristiana greco-ortodossa, autori di articoli volti a diffondere il patriottismo. Il nome della testata riflette la pronuncia dialettale palestinese dello stesso toponimo in arabo standard: Filastīn. Questa scelta linguistica compiuta dai fondatori del giornale serviva ad attirare l’attenzione delle fasce popolari, per politicizzarle e realizzare nel paese una politicizzazione dal basso.

In effetti, a fine ‘800, erano già emersi nella società urbana palestinese un apprezzabile cosmopolitismo, un proto-femminismo e un altrettanto nascente nazionalismo territoriale, che non fu mai isolazionista nei confronti dei territori arabi circostanti. Entrambi i movimenti, stimolati anzitutto dall’imperialismo ottomano e occidentale, ebbero caratteristiche distinte locali, dovute al ruolo storico-religioso particolare della Palestina e alla correlata specificità della rivoluzione educativa lì avvenuta sin dagli anni 1850.

Proprio alla vigilia del XX secolo, notando l’accresciuta presenza nel loro paese di missionari e numerosi altri stranieri provenienti da varie parti del mondo, alcuni intellettuali palestinesi definirono la palestinesità a partire dalla consapevolezza secolare di essere la gente della Terra Santa del monoteismo e dall’analisi della propria cultura autoctona, cioè nata nel loro territorio storicamente unico per la sua sacralità. Inizialmente, spiega Elias Sanbar, assunsero infatti la tradizionale coesione interconfessionale tra le componenti ebraica, cristiana e musulmana della propria società come base principale per sancire la peculiarità dell’identità culturale palestinese [8].

Soltanto con il repentino aumento della colonizzazione sionista accaduto in Palestina ai primi del ‘900, le élite palestinesi percepirono concretamente la pericolosità del sionismo e iniziarono ad abbandonare l’ottomanismo, in risposta all’inasprimento del totalitarismo nazionalista ottomano e all’indifferenza di Istanbul verso questa minaccia concreta alla loro sopravvivenza come popolo nella propria patria. Poi definirono di più la palestinesità per indicare l’identità della loro nazione.

Fu la crisi nazionale, sottolinea Fleischmann, a portare le donne palestinesi musulmane e cristiane, pioniere della Nahḍa femminile, ad agire nella società e a politicizzarsi, senza la mediazione degli uomini, conducendo autonomamente una duplice battaglia femminista e patriottica.

[1] Ellen Fleischmann, The Nation and Its “New” Women. The Palestinian Women’s Movement 1920-1948, University of California Press, 2003.

[2] Definito anche Saḥwa (Risveglio) – spesso reso in inglese con “Arab Awakening” – o Tanwīr (Illuminismo), ma Nahḍa è il termine più usato.

[3] Edward Said, Orientalism, Pantheon Books, 1978 (Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, tr. Stefano Galli, Feltrinelli, 1999).

[4] George Antonius, The Arab Awakening, Lippincott, 1919.

[5] Sania Sharawi Lanfranchi, Casting off the Veil. The Life of Hoda Shaarawi, Egypt’s First Feminist, Tauris, 2012 (A volto scoperto. La vita di Huda Shaarawi, prima femminista d’Egitto, Rowayat, 2018).

[6] Nur Masalha, Palestine Across Millennia. A History of Literacy, Learning and Educational Revolutions, Bloomsbury, 2022.

[7] Ilan Pappé, The Rise and Fall of a Palestinian Dynasty. The Husaynis 1700-1948, Saqi, 2012.

[8] Elias Sanbar, Figures du Palestinien. Identité des origines, identité de devenir, Gallimard, 2004 (ll palestinese. Figure di un’identità: le orgini e il divenire, Jaca Book, 2005).


*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui i romanzi Memorie di una gallina (Ipocan, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī, e Atyàf: Fantasmi dell’Egitto e della Palestina (Ilisso, 2008) della scrittrice egiziana Radwa Ashur, e la raccolta poetica Tūnis al-ān wa hunā – Diario della Rivoluzione (Lushir, 2011) del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Ipocan, 2022).

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In Cina e Asia – Cuba, pronta base militare cinese?


In Cina e Asia – Cuba, pronta base militare cinese? cuba
I titoli di oggi:

Cuba, l'intelligence Usa: pronta una base militare cinese
Cina o Usa? L'Arabia Saudita vuole entrambi
Cina: un nuovo libro analizza l'unificazione nazionale dei Qing
Il Regno Unito rimuoverà le telecamere cinesi dai siti governativi sensibili
Stati Uniti, Taiwan e Giappone condivideranno tra loro i dati dei droni da ricognizione navale
Il Giappone rielabora la sua politica per gli aiuti allo sviluppo
Myanamar, la morte della cantante vicina alla giunta infiamma il dibattito pubblico

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Africa rossa – Più Africa nei Brics


Africa rossa – Più Africa nei Brics brics
Il vertice dei Brics, la visita in Cina del presidente della Repubblica democratica del Congo, il calo dell'appeal di Cina e Stati Uniti tra l'opinione pubblica africana. Di questo e molto altro ci siamo occupati nell'ultima puntata di Africa rossa, la rubrica a cura di Alessandra Colarizi.

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MASARAT AL-FUNUN. Oggi a Napoli hanno inizio i percorsi artistici della cultura palestinese


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Di Maria Rosaria Greco, curatrice di Femminile palestinese –

Pagine Esteri, 8 giugno 2023. Da oggi, 8 giugno e fino al 15 giugno p.v. a Napoli, presso l’ex Asilo filangieri si parla di cultura palestinese con la rassegna Masarat al-funun – percorsi artisti مسارات الفنـــون , il nuovo progetto a cura della Comunità Palestinese Campania che si snoda fra differenti linguaggi, come teatro, poesia, cinema, letteratura, musica, cucina.

Sono molti gli ospiti di questa prima edizione che raccontano la Palestina attraverso la sua cultura, fra questi solo alcuni nomi come il poeta Ibrahim Nasrallah, la scrittrice Suad Amiry, il regista e attore Mohamad Bakri, che si alternano in un calendario ricco di appuntamenti che prevede spettacoli teatrali, proiezioni di film e documentari, performance musicali, mostre fotografiche, bazar di prodotti tipici e degustazioni varie di cucina palestinese.

Ne abbiamo parlato con l’ideatore Omar Suleiman della Comunità palestinese Campania, ma anche attore, cuoco, a Napoli molto conosciuto per lo storico caffè arabo di piazza Bellini.

“Masarat al-funun” come nasce questo progetto e come si sviluppa?

O.S. Masarat al-funun nasce come esigenza di comunicare la cultura palestinese in modo più programmatico e non con eventi saltuari, augurandomi che possa avere lunga vita. Questa è una prova di una prima edizione, spero di poter proseguire in seguito. È un chiodo fisso che avevo da molti anni, da quando cioè ho incominciato ad accorgermi, verso il 2004-2005, che non erano le conferenze e i convegni politici che potevano spiegare al meglio la questione palestinese. Ho visto invece l’efficacia del lavoro culturale attraverso i libri, il teatro, il cinema. Ho capito l’importanza della diffusione della cultura palestinese, una cultura che ha radici profonde, nella terra e nella popolazione palestinese.
Fino ad oggi non c’erano state le opportunità per avviare il progetto, ma questo mi era sembrato l’anno giusto. Ovviamente è molto faticoso, per ora mancano risorse, finanziamenti pubblici e quindi è autofinanziato dai componenti della Comunità palestinese Campania.

Quali sono i percorsi artistici che verranno attivati

O.S. Innanzitutto il teatro. Quest’anno non siamo riusciti a coinvolgere tutti gli amici che volevamo, ma mi auguro, visto che già esistono accordi precisi, che in una seconda edizione potremo reclutare tutti gli altri. L’obiettivo è quello di coinvolgere amici italiani che fanno teatro o narrazione sulla questione palestinese e ci sono molti lavori che meritano attenzione. Il teatro è sicuramente il percorso più importante su cui vorremmo puntare. Presentiamo un paio di spettacoli nostri: “Mi chiamo Omar” scritto e diretto da Luisa Guarro, “Finalmente fioriti i mandorli” adattamento e regia di Patrizia Di Martino. Poi la performance di Carlo Cerciello con Imma Villa, “Alla frontiera israeliana” di Kalife, che è tratta dallo spettacolo “Il cielo di Palestina” a cui ho avuto l’onore di partecipare come attore nel 2016.
Altro percorso artistico è sicuramente il cinema, che oggi arriva a partecipare anche agli oscar talmente è alta la qualità. Ci sono nomi di eccellenza nel nostro cinema palestinese conosciuti in tutto il mondo. Ci viene a trovare il carissimo amico, regista e attore, Moahmed Bakri perseguitato dal regime sionista per il suo lavoro, per l’affermazione della sua identità profondamente palestinese, nonostante lui abbia la cittadinanza israeliana.
Poi la poesia. Mahmoud Darwish insegna visto che è diventato un poeta senza cittadinanza, un poeta punto e basta, né palestinese né arabo, solo un poeta tradotto in 24 lingue del mondo. Nostro ospite è Ibrahim Nasrallah un carissimo amico che è venuto tante volte qui a Napoli ed anche a Salerno nel 2016. Per la letteratura, abbiamo con noi la scrittrice Suad Amiry che ha pubblicato molto in Italia e quindi è conosciutissima.

Insomma noi ce la stiamo mettendo tutta. Come Comunità palestinese della Campania abbiamo compagni di viaggio di eccellenza: Assopace Palestina, Femminile palestinese, Pagine Esteri, l’Asilo (ex Asilo Filangeri) Invicta Palestina, Edizione Q, Cultura è libertà per la Palestina. Molti ragazzi volontari ci stanno aiutando nella comunicazione e organizzazione e gli amici della comunità palestinese si stanno attivando tantissimo. Il nostro progetto Masarat al-funun è dedicato all’amico scomparso Ali Orani.

Se tu dovessi descriverti come ti definiresti? Un attore, un cuoco, un narratore? Forse tu racconti la Palestina da quando vivi a Napoli attraverso molteplici percorsi artistici che spaziano dalla cucina al teatro, e altro ancora. Un po’ come il tuo progetto Masarat al-funun

O.S. Si, io ritengo di essere un narratore. Racconto la Palestina attraverso vari modi, vari linguaggi. Prima, dall’inizio della mia presenza in Italia, l’ho fatto attraverso la diffusione della storia della Palestina e della sua situazione politica, poi con la mia cucina, il mio lavoro, perchè anche quello è narrare: la storia del cibo, i profumi, i sapori. Per ultimo ho iniziato a raccontare con il teatro. Le situazioni che più mi piacciono sono le più semplici. Quando vado nelle scuole, nelle Università in mezzo ai ragazzi o nei gruppi di amici a raccontare. Mi piace raccontare le storie scritte da palestinesi che parlano della propria terra, dei profumi e delle radici di quella terra”.


Pagine Esteri parteciperà a MASARAT AL-FUNUN con il documentario da noi prodotto, “Il cielo di Sabra e Chatila”, che sarà proiettato lunedì 11 giugno alle ore 19.30.

IL PROGRAMMA COMPLETO DI MASARAT AL-FUNUN:

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La Nato si espande in Asia e corteggia il Giappone


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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 8 giugno 2023 – «La NATO rimarrà in Nord America e in Europa e non diventerà un’alleanza globale che include membri dall’Asia. Le nostre garanzie di sicurezza includeranno solo il territorio della NATO» ha affermato il segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg in un’intervista concessa al Washington Post. Ma i fatti lo smentiscono: negli ultimi anni il Patto Atlantico, e Washington in particolare, non hanno certo nascosto la propria volontà di allargare il proprio raggio d’azione ad est e nel Pacifico, ben oltre la regione “nord atlantica” richiamata nel trattato costitutivo della più estesa coalizione militare esistente sul pianeta.

L’Alleanza persegue esplicitamente, ad esempio, un ulteriore allargamento della cosiddetta “Nato Plus”, un secondo livello di integrazione che comprende già Israele ma anche la Sud Corea, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Giappone. Nel tentativo di contrastare la crescita della potenza cinese, Washington intende infatti coinvolgere anche l’India, una potenza emergente che ha buoni rapporti con la Russia ma che intrattiene però relazioni altalenanti con Pechino, storica rivale nello scacchiere asiatico. La “Commissione Cina” del Congresso Usa, allo scopo, ha proposto all’amministrazione Biden di sostenere l’ingresso di New Delhi – che fa già parte dell’accordo di sicurezza “Quad” formata con Usa, Australia e Giappone – proprio nella Nato Plus, anche se inizialmente in veste di osservatore.

La Nato corteggia il Giappone
Ma è soprattutto su Tokyo che si appuntano le attenzioni dell’Alleanza Atlantica, che si prepara ad aprire un ufficio di collegamento nella capitale nipponicaper rafforzare la cooperazione militare con gli alleati asiatici. «Nessun partner della Nato è più vicino o capace del Giappone», ha chiarito a gennaio Stoltenberg durante un incontro a Tokyo col premier Fumio Kishida e il ministro della Difesa Yasukazu Hamada. Allora il governo nipponico aveva annunciato l’apertura di una missione diplomatica permanente presso il quartier generale della Nato.

Nella strategia di Washington e Bruxelles, Tokyo dovrebbe rappresentare un nuovo pilastro dello schieramento militare atlantista all’interno di una vera e propria manovra a tenaglia che mira a contrastare la Russia – considerata apertamente una “minaccia” – ma anche la Cina – definita una “sfida sistemica” globale durante l’ultimo vertice della Nato tenutosi a Madrid nel giugno del 2022. L’Alleanza accusa Pechino di intraprendere «operazioni informatiche e operazioni ibride dannose» e di «restare opaca nella propria strategia, nelle proprie intenzioni e nell’accumulo di forze e rifornimenti militari». Ad agitare gli animi e ad accelerare la militarizzazione dell’Indo-Pacifico ci pensa poi la recrudescenza del contenzioso su Taiwan, un’isola cinese ribelle divenuta indipendente de facto nel 1949 grazie alla protezione militare di Washington ma di cui Pechino vuole rientrare in possesso.

«Ciò che accade nell’Europa orientale non si limita solo a essere un problema dell’Europa orientale, ma influisce direttamente sulla situazione nel Pacifico. Ecco perché la cooperazione tra noi, nell’Asia orientale, e la NATO diventa sempre più importante» ha spiegato nei giorni scorsi, in un’intervista alla Cnn, il ministro degli Esteri giapponese Yoshimasa Hayashi, confermando la volontà dell’Alleanza Atlantica di aprire un ufficio di collegamento a Tokyo entro il 2024. Sarà il primo del genere inaugurato nella regione asiatica, dopo quelli già attivi in Ucraina, Georgia, Moldavia, Bosnia e Kuwait.

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Il premier giapponese Fumio Kishida

La competizione tra Tokyo e Pechino
Hayashi ha rassicurato sul fatto che la mossa non intende costituire una minaccia contro nessuno, ma poi ha spiegato che il riarmo della Cina (con la costituzione di una grande flotta navale e l’accelerazione della produzione di armi nucleari), le minacce a Taiwan e le pratiche commerciali aggressive di Pechino, per non parlare della minaccia permanente rappresentata dalla Nord Corea, costringerebbero il suo paese ad adottare delle contromisure e a rafforzare la cooperazione militare con gli Stati Uniti.

Anche sul fronte economico Tokyo soffre molto la competizione con Pechino. Il Giappone può ancora vantare una potenza economica non indifferente, ma negli ultimi anni ha perso il primato in molti settori – soprattutto industriali – nei quali era protagonista assoluta, come quello dei semiconduttori. Recentemente, poi, la Cina ha strappato al Sol Levante lo status di primo paese esportatore di auto al mondo: nel primo trimestre del 2023, le esportazioni cinesi di automobili hanno registrato un balzo record del 58%, trainate dalla crescente domanda mondiale di auto elettriche e dall’aumento delle esportazioni sul mercato della Russia reso disponibile dalle sanzioni statunitensi, europee e giapponesi.

Gli accordi con Bruxelles e Londra
Il primo ministro giapponese ha intanto annunciato la propria partecipazione al prossimo vertice della Nato che si terrà l’11 e il 12 luglio a Vilnius, in Lituania. Nel frattempo Giappone e Patto Atlantico hanno anche in programma la firma di un “Programma di partenariato su misura” (Itpp) che rafforzi da subito la cooperazione in tema di sicurezza.
Inoltre, i primi ministri di Giappone e Regno Unito hanno concordato l’adozione di un nuovo partenariato strategico globale, denominato “Accordo di Hiroshima”, che comporta una serie di impegni reciproci sul piano della cooperazione militare. Tra le altre cose l’accordo prevede il raddoppio del numero dei militari britannici che prendono parte a esercitazioni sul territorio giapponese e l’invio del gruppo da battaglia della portaerei britannica Queen Elizabeth nell’Indo-Pacifico entro il 2025.

in occasione dell’incontro, il premier britannico Rishi Sunak ha visitato la portaerei nipponica Izumo, la prima di una classe di “cacciatorpediniere portaelicotteri” che include anche la Kaga. Le due navi sono state progettate come portaerei leggere, ma sono state classificate inizialmente come portaelicotteri per adeguarle alle restrizioni imposte dal dettato costituzionale che il governo di Tokyo aggira ormai sistematicamente.

Tokyo cerca un ruolo da protagonista nello scacchiere mondiale
La recrudescenza della competizione globale tra potenze e poli geopolitici causata dall’invasione russa dell’Ucraina e dallo scontro strategico tra Pechino e Washington pare fornire a Tokyo il contesto utile ad affermare maggiormente il proprio ruolo internazionale. Tradizionalmente Tokyo, uscita sconfitta e sotto tutela statunitense dalla Seconda Guerra Mondiale, si è dovuta accontentare di esercitare un ruolo secondario nell’ordine globale basato sul “soft power” derivante dalla propria potenza economica.
Kishida, però, procede nel solco della strategia nazionalista e militarista del suo predecessore Shinzo Abe, tentando di ritagliare per il Giappone una maggiore centralità geopolitica e militare.
Lo scorso anno il partito liberaldemocratico al potere ha ottenuto una radicale revisione delle linee guida di sicurezza nazionale scardinando il pacifismo imposto dalla Costituzione scritta dai vincitori dopo il 1945. Il governo ha varato un piano per trasformare le cosiddette “Forze di autodifesa” in un esercito possente, armato fino ai denti e proiettato sullo scenario internazionale. Tokyo ha deciso di costituire uno stato maggiore congiunto che riunisca tutti i comandi delle Forze Armate ed ha previsto il raddoppio della spesa militare entro il 2027 fino a impiegare per il comparto bellico il 2% del Pil.

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Forze speciali dell’esercito giapponese

Kishida vuole fare del Giappone una potenza militare
In particolare, il Giappone mira a diventare rapidamente una potenza missilistica. Secondo un piano reso noto dal Ministero della Difesa, Tokyo intende sviluppare missili ipersonici con l’aiuto degli Stati Uniti, e di acquistare bombe plananti ad alta velocità, missili da crociera Tomahawk, mine e missili anti-nave, veicoli aerei e sottomarini senza pilota. Il Giappone sta poi collaborando, insieme all’Italia e alla Gran Bretagna, al “Global Combat Air Programme” allo scopo di sviluppare un caccia da combattimento di sesta generazione.
Inoltre il Sol Levante prevede di lanciare nello spazio, a partire dal 2024, una rete di 50 piccoli satelliti militari per estendere le proprie capacità di intelligence e sorveglianza.

A marzo una visita a Tokyo del presidente della Sud Corea, Yoon Suk-yeol – la prima di un capo di stato di Seoul in 12 anni – ha gettato le basi per un completo ripristino delle relazioni tra i due alleati di Washington in nome delle sfide geopolitiche comuni.

Per consolidare il proprio ruolo, Kishida ha sfruttato la presidenza di turno del G7 ed ha operato per aumentare l’isolamento economico e politico internazionale della Russia. Durante una visita in India il premier giapponese ha annunciato che il suo paese investirà 75 miliardi di dollari nell’area dell’Indo-Pacifico entro il 2030 allo scopo di contrastare la crescente influenza cinese, ed ha invitato il suo omologo indiano Narendra Modi a partecipare al vertice dei “sette grandi” che si è svolto a maggio a Hiroshima, nel tentativo di allontanare New Delhi da Mosca.

Kishida punta poi a liberarsi dei vincoli all’esportazione di armamenti contenuti nella propria Costituzione. Nel corso di un incontro a margine del G7 di Hiroshima, Kishida ha promesso a Zelenskyi la fornitura di un centinaio di mezzi militari e si è impegnato a stanziare altri 470 milioni di dollari per la ricostruzione del sistema energetico del paese invaso. Ma il primo ministro, che a marzo ha realizzato un viaggio a sorpresa a Kiev, vuole assolutamente ritagliarsi un ruolo di primo piano nella fornitura di armi all’Ucraina.

Tokyo, infine, punta ad assumere un ruolo di primo piano nell’assistenza militare alle Filippine, ovviamente in funzione anticinese, e a proiettare la presenza delle proprie forze armate al di fuori dei confini nazionali. Proprio in questi giorni le guardie costiere di Stati Uniti, Giappone e Filippine stanno tenendo la loro prima esercitazione congiunta al largo della provincia filippina di Bataan, nel Mar Cinese Meridionale.

La reazione di Pechino
Le esercitazioni sono destinate ad alimentare la tensione con Pechino, che guarda con crescente inquietudine al consolidamento della cooperazione militare tra USA, Giappone e Filippine in vista di un eventuale conflitto. Washington e Manila hanno già eseguito esercitazioni militari su vasta scala ad aprile, dopo che le Filippine hanno garantito alle forze armate statunitensi l’accesso a quattro nuove basi militari, tre delle quali non molto lontane da Taiwan.

«La Nato ha esteso i suoi tentacoli alla regione dell’Asia Pacifico e cerca di esportare la mentalità della guerra fredda (…) La continua espansione verso est della Nato minerà inevitabilmente la pace e la stabilità dell’Asia esportando lo scontro tra blocchi esistente in Europa» aveva commentato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese quando sono cominciate a circolare le prime indiscrezioni sull’apertura dell’ufficio di collegamento della Nato a Tokyo. Dopo l’annuncio ufficiale, Pechino ha esplicitamente accusato Kishida di voler riconquistare il potenziale militare che portò il Sol Levante a invadere gran parte dell’Asia orientale prima e durante il Secondo Conflitto Mondiale. – Pagine Esteri

7597165* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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In Cina e in Asia – L’Ue verso lo stop di Huawei per le reti 5G


In Cina e in Asia – L’Ue verso lo stop di Huawei per le reti 5G huawei
L'Ue verso lo stop di Huawei per le reti 5G

La gran parte degli europei preferisce la neutralità in caso di guerra a Taiwan

Partecipazione record di candidati per il gaokao
La Cina vuole limitare la funzione AirDrop di Apple

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Raid israeliano a Ramallah, feriti almeno sei palestinesi


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della redazione

Pagine Esteri, 8 giugno 2023Irruzione la scorsa notte di ingenti forze militari israeliane nel cuore di Ramallah, città dove hanno sede la presidenza e il governo dell’Autorità nazionale palestinese. Decine di automezzi blindati hanno circondato l’appartamento della famiglia del prigioniero palestinese Islam Faroukh in un edificio residenziale a più piani nella zona di Ramallah Al-Tahta (la Città Vecchia) e dopo aver fatto uscire i genitori e le sorelle del detenuto, lo hanno fatto saltare in aria, provocando danni gravi anche ad altre abitazioni.

Islam Faroukh è in prigione per aver compiuto lo scorso novembre un doppio attentato a Gerusalemme in cui sono rimasti uccisi due israeliani. Israele oltre al carcere prevede anche la demolizione delle case dei palestinesi responsabili di attacchi e attentati, punendo in questo mondo anche i loro famigliari.

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Le forze armate israeliane sono state affrontate in diversi quartieri di Ramallah da gruppi di decine di giovani palestinesi con lanci di pietre e bottiglie incendiarie. Il Ministero della Salute ha riferito di ​sei feriti portati negli ospedali della città, alcuni dei quali colpiti da proiettili veri. I palestinesi denunciano attacchi di soldati israeliani ai giornalisti che stavano seguendo gli scontri. Un reporter, colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno, è stato portato all’ospedale.

Le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese sono rimaste nelle loro caserme e non sono intervenute. Pagine Esteri

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Dialoghi – Poster di propaganda cercasi


Dialoghi – Poster di propaganda cercasi poster
Da prodotto culturale per mobilitare le masse, nel corso dei decenni i poster di propaganda sono finiti per essere oggetti di collezione, se non quando gadget per turisti curiosi. “Dialoghi” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio di Milano

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Bashar Assad: la Siria non interferirà nell’elezione del presidente libanese


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della redazione

Pagine Esteri, 7 giugno 2023La Siria non interverrà in alcun modo nella scelta del presidente del Libano. Lo avrebbe assicurato, secondo quanto riporta la stampa libanese, il presidente Bashar Assad, durante l’incontro che ha avuto ieri a Damasco con l’ex capo dello Stato libanese, Michel Aoun. Assad ha affermato che “la stabilità del Libano è nell’interesse della Siria e dell’intera regione mediorientale”. Il presidente siriano – di recente riammesso nella Lega araba dopo più di dieci anni di esclusione e dopo essersi riconciliato con la monarchia saudita – ha previsto che “il riavvicinamento intra-arabo emerso durante il vertice arabo di Gedda avrà un impatto positivo anche su Siria e Libano”.

Questa è la prima visita dal 2009 di Aoun in Siria, paese che ha combattuto durante la guerra civile libanese (1975-1990) ma al quale si è avvicinato al suo rientro in Libano nel 2008 dall’esilio francese.

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Michel Aoun

La visita è avvenuta mentre proseguono le manovre a Beirut per l’elezione del capo dello Stato, che secondo la costituzione libanese, deve essere un cristiano. Aoun è contro la candidatura del leader della corrente filo-siriana Marada, Sleiman Frangieh, sostenuta dai movimenti sciiti Hezbollah e Amal, entrambi alleati di Damasco. E suo genero e attuale leader della Corrente dei liberi patrioti, Gebran Bassil, andando contro le posizioni di Hezbollah e Amal, che formalmente sono suoi alleati, appoggia la candidatura dell’ex ministro delle Finanze e attuale direttore del Fondo monetario internazionale per il Medio Oriente, Jihad Azour.

Indiscrezioni di stampa dicono che Aoun avrebbe chiesto ad Assad di persuadere i movimenti sciiti libanesi a rinunciare alla candidatura di Sleiman Frangieh, non condivisa dalla maggioranza dei cristiani libanesi.

Il 14 giugno è prevista una nuova seduta del Parlamento per l’elezione del presidente. Durante le precedenti undici sessioni, i deputati non hanno trovato un accordo per nominare il successore di Aoun, il cui mandato è scaduto il 31 ottobre 2022. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Primo calo dell’export cinese in tre mesi


In Cina e Asia – Primo calo dell’export cinese in tre mesi export
Primo calo dell'export cinese in tre mesi
Hong Kong vuole vietare l'inno "secessionista"
Una delegazione tedesca in visita a Pechino
Voli verso la Cina compromessi dalla guerra russo-ucraina
L'Istituto Confucio inaugura la prima sede in Arabi Saudita
Inaugurata la prima grande nave crociera cinese
Il più grande exchange di criptovalute denunciato negli Usa per gravi violazione
Ex dirigente denuncia TikTok: ha fornito dati al Pcc

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Issa Amro: “L’importanza della disobbedienza civile contro l’oppressione”


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di Micol Meghnagi –

Pagine Esteri, 6 giugno 2023. Ho conosciuto Issa Amro anni fa, durante un tour coordinato dall’organizzazione israeliana Breaking the Silence, nella città di Hebron (Al-Khalil). Basta qualche minuto ad Hebron per realizzare il significato profondo che vi è dietro la parola “occupazione”. La città di Hebron è stata divisa in modo tale che alcuni attraversano una città vuota, fantasma, mentre altri una città colorata e vivace, delimitata da recinzioni, muri e checkpoint oltre i quali inizia il vuoto. Scontrarsi con il vuoto vuol dire comprendere alcuni degli effetti dell’occupazione militare israeliana. Ma guardarlo attraverso gli occhi dei palestinesi, assume tutt’altro significato. Issa Amro è uno storico attivista palestinese della città di Hebron. È il fondatore del movimento nonviolento Youth Against Settlement (Giovani contro gli insediamenti) che dal 2006 organizza campagne e manifestazioni di protesta contro la confisca delle terre e la costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata militarmente dall’esercito israeliano. Issa lavora con numerose organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali, tra cui l’Arab Non-Violence Network, B’tselem e l’International Solidarity Movement. Negli anni ha subito e documentato innumerevoli aggressioni, minacce di morte e arresti arbitrari per mano di soldati e coloni israeliani. In questi giorni si trova in Italia per una lecture presso l’Università di Padova e degli incontri alla Camera dei deputati, organizzati dall’associazione AssoPacePalestina.

La spettacolarizzazione della violenza continua a dominare la narrazione mediatica occidentale di quello che accade in Israele e in Palestina. Come fanno gli attivisti palestinesi a prendere le distanze da una narrativa escludente e a riappropriarsi della propria soggettività?

Nel 2006 abbiamo dato vita al progetto Youth Against Settlements (YAS). L’obiettivo era quello di incoraggiare i giovani, le donne e le famiglie palestinesi a raccontare le proprie storie e a denunciare l’occupazione israeliana attraverso l’uso strategico di dispositivi audio-visivi, come le telecamere. Documentiamo le violazioni dei diritti umani, ma anche i nostri sogni, le nostre sofferenze e i nostri desideri. In questo senso, i social media hanno contribuito a diversificare il tipo di storie che ricevono attenzione. La nostra è una resistenza nonviolenta e pacifica che viene costantemente criminalizzata. Sei colpevole fino a prova contraria. Ma arrendersi non è un’opzione. Soltanto nel 2022 sono stato detenuto più di dieci volte delle forze di occupazione israeliane.

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Checkpoint che divide H1 da H2, Hebron, 28 luglio 2022, foto di Micol Meghnagi

In che modo queste iniziative si intrecciano alla storia della lotta palestinese e alla resistenza nonviolenta nel territorio?

Mi ispiro alle iniziative di disobbedienza civile nonviolenta palestinese degli anni Ottanta e alle persone della mia comunità che vi hanno preso parte: vicini di casa, persone comuni e donne leader che rimangono sconosciute ai mass media. Il movimento di disobbedienza civile a Beit Sahour ne è un esempio… Le famiglie locali, cristiane e musulmane, bruciarono i loro documenti e si rifiutarono di comprare il latto israeliano, allevando loro stesse delle mucche. La resistenza nonviolenta costringe le vostre istituzioni ad essere attive e forti di fronte all’occupazione. Con YAS, registriamo quotidianamente le violazioni dei diritti umani e cerchiamo di opporci in sede legale all’amministrazione israeliana. Portiamo avanti campagne internazionali, come quella per riaprire Shuhada Street. Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo e Presidente di AssoPacePalestina, è stata una delle principali voci del progetto. Recuperiamo gli spazi pubblici inutilizzati, come la nostra stessa sede che in precedenza era un avamposto militare israeliano, poi abbandonato nel 2006. I coloni minacciano noi e le famiglie che collaborano con YAS. Ad Hebron, se sei palestinese, non hai il diritto di muoverti liberamente tra le strade della tua città. Ci viene negato anche il diritto di espressione e di opinione. Lavoriamo con centinaia di israeliani contro l’occupazione, ebrei della diaspora e internazionali. Organizziamo scioperi, manifestazioni e tour per la città di Hebron per mostrare il vero volto dell’occupazione. Ovviamente, neppure la solidarietà viene risparmiata. Insieme a Adam Broomberg, attivista ebreo sudafricano che vive a Berlino, abbiamo lanciato un progetto per portare artisti provenienti da ogni parte del mondo nella città occupata di Hebron. Sono dell’idea che ebrei, cristiani, musulmani (ma non solo!) hanno il diritto vivere insieme in questa terra…Ma non in una dimensione dove un gruppo etnico esercita il proprio dominio su un altro. Ogni anno organizzo nella mia casa il “Freedom Seder” (n.d.r. il pasto rituale della Pasqua ebraica) con centinaia di attivisti e attiviste di ogni credo che combattono insieme a noi per la fine dell’occupazione.

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Issa Amro, coordinatore del gruppo “Youth Against Settlements”, viene deriso dai coloni israeliani durante un tour nel quartiere di Tel Rumeida in Hebron, 25 ottobre 2013 foto di Oren Ziv.

Opporsi all’occupazione israeliana ha un prezzo…

Organizzare la raccolta delle olive non è consentito se sei un palestinese che vive sotto la legge militare israeliana. Rifiutarsi di camminare chilometri sotto il sole e il freddo per raggiungere la propria casa a causa della chiusura “improvvisa” di una strada è illegale secondo la legge militare israeliana. È considerato incitamento alla violenza. Filmare e documentare gli abusi dei coloni e dei soldati israeliani significa rischiare ulteriori soprusi sulla propria pelle. In altre parole, la propria vita. Sono stato arrestato dall’esercito di occupazione dopo essere stato preso a calci e pugni dai coloni israeliano… Quante volte? Ho perso il conto. Sono stato condannato per sei capi d’accusa: tre per aver “partecipato a manifestazioni senza permesso”, due per “ostruzione delle forze di sicurezza” e uno per “aggressione”. Le condanne riguardano la mia partecipazione a una serie di proteste pacifiche che risalgono al 2010. L’accusa di ostruzione si riferisce ad un sit-in del 2012, durante il quale ho chiesto la riapertura dell’edificio dove un tempo sorgeva il municipio di Hebron. E poi mi hanno accusato di aver “spinto” un soldato…! Un episodio che risale a dieci anni fa, dove le affermazioni dei soldati non solo non sono verificabili, ma sono avvenute in una situazione in cui sono stato ferito dallo stesso soldato che poi mi ha accusato di averlo aggredito. Queste condanne sono il frutto di un sistema militare che punisce ogni forma di resistenza pacifica. Mira a sopprimere la nostra voce e a porre fine a qualsiasi forma di attivismo contro l’occupazione israeliana. L’Autorità nazionale palestinese rappresenta un ulteriore barriera. È corrotta e viola costantemente i nostri diritti. Nel 2017 l’Autorità mi ha arrestato senza un mandato con l’accusa di “incitamento alla discordia”.

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Issa Amro, dopo essere stato rilasciato su cauzione dall’Autorità nazionale palestinese, nella città di Hebron il 10 settembre 2017 (AFP)

Negli ultimi mesi si è registrata un’impennata della violenza ai danni dei palestinesi. Siamo di fronte ad una svolta peggiorativa delle tensioni?

In seguito alle recenti elezioni, le restrizioni e gli attacchi contro la popolazione civile palestinese sono incrementati vertiginosamente sia da parte del corpo di polizia e dell’esercito che da parte dei coloni. Le maggior parte degli abusi che ho riportato alla polizia israeliana non sono stati neanche oggetto d’indagine. È evidente che le autorità israeliane non lavorano per condannare la violenza dei coloni, ma anzi, la appoggiano e certe volte vi partecipano in prima persona. La causa è sempre l’occupazione. E l’occupazione serpeggia non da oggi, ma da oltre mezzo secolo. Oggi il Ministro della Sicurezza Nazionale è Itamar Ben Gvir, colono della città di Hebron e cultore del khanismo, movimento dichiarato razzista dalla stessa Corte suprema di Israele nel 1988. Itamar Ben Gvir incarna il suprematismo ebraico. Fino a poco tempo fa, nel suo ufficio troneggiava una grande foto di Baruch Goldestein, il colono kahnista che nel 1994 uccise a sangue freddo 29 musulmani palestinesi in preghiera presso la Tomba dei Patriarchi di Hebron….

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via Shuhada – un mercato fiorente prima del 1994, ora una strada vuota dove non è permesso l’accesso ai palestinesi (pubblicato da B’Tselem)

Che cosa significa per un palestinese vivere nella città di Hebron?

Il Protocollo di Hebron del 1997, che faceva parte degli accordi di Oslo del 1994, ha diviso la città in due parti: H1 e H2. La prima, amministrata dall’Autorità nazionale palestinese, comprende l’80% del territorio, mentre la seconda corrisponde all’area dove circa 800 coloni vivono a stretto contatto con gli oltre 40mila palestinesi limitati nei loro spostamenti e costretti a passare quotidianamente per rigidi e umilianti controlli. Oltre 200 militari presiedano giorno e notte i checkpoint che costellano il cuore della città vecchia di Hebron e che ostacolano la vita quotidiana dei palestinesi, impossibilitati a percorrere certe strade o obbligati ad attraversarne altre unicamente a piedi anziché che con i propri mezzi. Io, per esempio, non ho accesso alla casa dei miei nonni…! La zona H2 è una terribile rappresentazione della sofferenza quotidiana del popolo palestinese costretto a vivere sotto occupazione. Ti sono negati i servizi più basilari: elettricità, acqua, assistenza sanitaria. Ad ogni checkpoint gli uomini devono alzare la maglia e l’orlo dei pantaloni, le donne svuotare le borse e farsi controllare dalle soldatesse mentre i bambini sono obbligati a mostrare il contenuto dei loro zaini. Dopo il massacro del 1994 e la firma del Protocollo di Hebron nel 1997, tutto è cambiato. Ci hanno negato persino la vita sociale. Un tempo Hebron era la forza economica di tutta la Cisgiordania. Ad oggi oltre 520 negozi della città Vecchia sono stati chiusi per ordine militare e mai riaperti. Motivi di sicurezza, dicono. Oltre 1000 negozi sono stati abbandonati dai proprietari per mancanza di clienti. La gente non riesce a raggiungere le attività commerciali a causa degli oltre 100 blocchi: muri, blocchi stradali, checkpoint. Ma non solo. Si vive nella paura e nell’ansia costante che possa succedere qualcosa ai propri cari. Oggi, l’esercito di occupazione non ti caccia dalla tua casa, ma ti rende la vita impossibile e quindi sei costretto ad andartene. È evidente che l’obiettivo del governo israeliano è quello di annettere la zona H2 a Israele. La catastrofe continua.

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Un bambino palestinese in Shuhada Street nella città vecchia di Hebron, 2012.4 ottobre 2012 Foto di Oren Ziv.

Secondo l’ultimo report di Amnesty International, l’utilizzo dei sistemi di riconoscimento facciale segna un nuovo approccio nella violazione dei diritti umani…

Lo Stato di Israele sta utilizzando in maniera sempre più estesa nuove tecnologie di sorveglianza, per monitorare ogni nostro movimento. Nella città di Hebron e a Gerusalemme Est le autorità israeliane stano sperimentando senza il nostro consenso il sistema di riconoscimento facciale noto come “red wolf”. Questo sistema si basa sullo scaglionamento dei volti delle persone per poi essere comparato con dati biometrici presenti nell’enorme archivio “wolf pack”, consentendo ogni informazione personale sui palestinesi che abitano nei territori occupati e accessibile in ogni momento alle forze di occupazione israeliane attraverso l’applicazione “blue wolf”. Ovviamente queste forme di sorveglianza capillare non si limitano ai check-point. Come ha riportato Amnesty International, nella città di Hebron, le telecamere montate sono ovunque, dai lampioni ai tetti degli edifici. Un vero e proprio regime di apartheid digitale….

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Issa Amro tiene un discorso durante una manifestazione per commemorare il massacro della Moschea di Ibrahimi del 1994, chiedendo l’apertura di Shuhada Street, 20 febbraio 2019, foto di Oren Ziv.

Insieme all’organizzazione israeliana Breaking the Silence, abbiamo scritto un report per denunciare la situazione attuale dei fatti. Solo nel posto di blocco 56 nel quartiere di Tel Rimedia abbiamo individuato almeno 24 dispostivi di sorveglianza audio-visiva e altri sensori. Il sistema di smart city adottato ad Hebron rappresenta quindi un ulteriore deterioramento delle modalità di controllo ai danni dei palestinesi. Sebbene le autorità israeliane adducano motivi di sicurezza interna come giustificazione a tali controlli, sappiamo bene che sono condotti su base etnica, razzista e discriminante. Tutto questo avviene nel silenzio e con la complicità della comunità internazionale…

A proposito di comunità internazionale. Nel recente incontro alla Camera dei deputati, hai invitato alcuni membri del Parlamento italiano a visitare la città di Hebron e a prendere parola contro loccupazione israeliana…

Le strade della zona H2 di Hebron sono state pattugliate per oltre venti anni dalla Tiph (Temporary international Presence in Hebron), il contingente di osservatori di sei paesi – Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia. Le testimonianze che riportano gli abusi quotidiani dei coloni ai danni della popolazione palestinese sono migliaia. Dovrebbe essere tutto custodito presso il Ministero degli Esteri in Italia…Ma nessuno di questi coloni è stato mai condannato per le proprie azioni. Se è vero che la maggioranza supporta ed è complice dell’occupazione israeliana, ci sta chi ha il coraggio di perseguire la strada della giustizia. Questo ci restituisce speranza. Ci sono persone pronte a imparare dai palestinesi, ad andare guardare l’occupazione con i propri occhi e a raccontarla senza censure. La presenza e il supporto internazionale è fondamentale. Perché senza azioni concrete, l’occupazione non cesserà. Il nostro legame con la società civile italiana è profondo e antico. La cultura, il calcio, il cibo, la moda… E la solidarietà! Battersi per il diritto dei palestinesi di vivere in giustizia, significa lottare contro ogni forma di oppressione, razzismo, islamofobia e antisemitismo.

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Issa Amro parla ai sostenitori durante il suo processo al tribunale militare israeliano di Ofer, gennaio 2020. foto di Mati Milstein

Che cosa ci riserva il futuro?

Il presente è buio. Ma conservo la capacità interiore di immaginare un futuro diverso e di giustizia sociale. La pace arriverà grazie a noi palestinesi, agli israeliani che hanno scelto di lottare al nostro fianco contro l’occupazione, ai palestinesi e agli ebrei della diaspora e a tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani. Pace significa giustizia… E gli occupanti dovranno essere perseguiti legalmente per i loro quotidiani abusi e le gravi violazioni ai danni della popolazione palestinese. Lavorare insieme ci da protezione. Senza la presenza degli attivisti e delle attiviste, non sarei qui ora a parlare con te. Noi palestinesi viviamo senza alcun tipo di diritto. Insieme possiamo apportare un cambiamento significativo per rendere l’apartheid e l’occupazione sempre un passo più vicina alla sua fine. La nostra lotta riguarda l’occupazione, la storia – e quindi il passato – ed il futuro.

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Issa Amro, coordinatore del gruppo “Youth Against Settlements”, viene deriso dai coloni israeliani durante un tour nel quartiere di Tel Rumeida in Hebron, 25 ottobre 2013 foto di Oren Ziv.

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In Cina e Asia – Cina e Usa insieme alle esercitazioni militari in Indonesia


In Cina e Asia – Cina e Usa insieme alle esercitazioni militari in Indonesia esercitazioni militari
I titoli di oggi:
Cina e Usa insieme durante le esercitazioni militari in Indonesia
Europa, la Germania incontra Jakarta e Parigi rigetta un ufficio Nato giapponese
La Cina perde terreno negli investimenti in Sud-Est asiatico, ma rimane in testa
Hong Kong, scagionata la giornalista che indagava sulle violenze contro i manifestanti
Cina, il caldo record mette a rischio il paese
Cina, aumentano tasse universitarie

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Usa, Cina, Taiwan e la stabilizzazione del disaccordo


Usa, Cina, Taiwan e la stabilizzazione del disaccordo 7558041
Tra Shangri-La Dialogue, la collisione sfiorata sullo Stretto e i richiami ai lati positivi della guerra fredda, Biden manda in missione due figure chiave a Pechino. Obiettivo realistico? Non un vero "disgelo"

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Morto il bambino palestinese di 2 anni colpito dai militari israeliani


Pagine Esteri, 5 giugno 2023 – Mohammed al-Tamimi aveva 2 anni. Era in macchina con suo padre, lo scorso giovedì, quando è stato colpito alla testa da un proiettile esploso dai militari israeliani nei pressi del suo villaggio, Nebi Saleh, nella Cisgiordania occupata. Anche suo padre è stato colpito e trasportato in ospedale.

Le condizioni del bambino sono da subito apparse molto gravi. Non riusciva a respirare in maniera autonoma ed è rimasto in fin di vita fino a oggi, lunedì 5 maggio, quando in seguito a una crisi i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.

In un primo momento i militari israeliani avevano dichiarato che a colpire il bambino e suo padre fossero stati dei palestinesi. La versione, però, non ha retto e i vertici delle forze di occupazione hanno dichiarato in seguito la propria responsabilità, annunciando l’apertura di un’inchiesta. Tuttavia, come riporta l’Associated Press, è raro che inchieste del genere determinino procedimenti giudiziari e condanne nei confronti dei militari israeliani.

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Il piccolo Mohammed al-Tamimi in ospedale con suo padre

L’esercito israeliano ha dichiarato che Mohammed al-Tamimi e suo padre sono stati feriti durante una sparatoria: i militari avrebbero aperto il fuoco contro uomini armati, non meglio identificati, che avrebbero sparato in un vicino insediamenti ebraico. La versione del papà del piccolo Mohammed non confermerebbe l’accaduto: Haitham al-Tamimi ha dichiarato che aveva appena fatto salire suo figlio in macchina. Dopo avergli allacciato la cintura era partito verso casa di uno zio e subito la macchina è stata colpita dai proiettili.

Sempre nella giornata di oggi due palestinesi sono stati feriti durante un’irruzione dell’esercito israeliano nelle città di Dayr al-Ghusun e Anabta, vicino Tulkarem. Le associazioni per i diritti umani hanno fatto sapere che durante l’incursione i militari israeliani hanno arrestato 22 palestinesi.

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ANALISI. Turismo e scambi di studenti, in Occidente la Cina non è più di moda?


di Michelangelo Cocco*

Questo articolo è apparso in origine sulla newsletter Rassegna Cina

Pagine Esteri, 5 giugno 2023 – Secondo le autorità cinesi, le politiche “anti cinesi” hanno avuto un profondo impatto sull’industria turistica nazionale, riducendo bruscamente il numero di visitatori dall’estero. A sostenerlo è stato Xiao Qianhui, presidente della China smart tourism association, nel corso di un seminario organizzato a Wuxi dall’Associazione del turismo cinese. E, in effetti, qualsiasi laowai (straniero) residente nelle metropoli tradizionalmente preferite dai visitatori stranieri – come Pechino e Shanghai -, ha notato che, a tre mesi dalla completa riapertura del paese dopo le chiusure anti-Covid, i turisti stranieri sono, al momento, una rarità.

La cosa interessante è che Xiao ha avanzato l’ipotesi che a tenere i laowai lontani dal paese non sia solo l’onda lunga della pandemia. «Il turismo in entrata sta affrontando enormi difficoltà in questo momento e di solito pensiamo che ciò sia dovuto alla pandemia – ha dichiarato Xiao -. È vero, poiché il Covid-19 ha premuto il pulsante di arresto in modo scioccante. Ma il problema non è causato unicamente dalla pandemia». Secondo il funzionario, «le politiche anti-cinesi adottate dai paesi occidentali e guidate dagli Stati Uniti hanno avuto un impatto profondo e di lungo termine sull’intero settore dei viaggi inbound». Secondo i dati ufficiali, il turismo in arrivo da Europa, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud è crollato, mentre è aumentato quello da paesi amici come la Russia e Myanmar.

Nello stesso tempo – secondo Xiao – far ripartire il turismo internazionale può aiutare a contenere «la crescente maggioranza anti-cinese nelle opinioni pubbliche occidentali».

Seppur in mancanza di un quadro fatto di dati ufficiali, è evidente che le tensioni geopolitiche si stanno ripercuotendo sul complesso delle relazioni (economia-ricerca-turismo) tra popoli.

Durante una sessione di studio dell’Ufficio politico del Pcc di lunedì 29 maggio, Xi Jinping ha toccato anch’egli, da un altro punto di vista, l’argomento, assieme agli altri componenti l’organismo apicale del partito e con gli esperti che vengono invitati a partecipare a queste riunioni. Il presidente cinese e segretario generale del Pcc ha sostenuto che la Cina deve rafforzare il sistema dell’istruzione, con l’obiettivo principale di raggiungere l’autosufficienza tecnologica, e attirare un maggior numero di studenti stranieri in Cina.

Nello stesso tempo Xi ha chiarito che l’educazione degli studenti cinesi sarà sempre più guidata dal partito comunista cinese (Pcc), per il quale il controllo sul sistema dell’istruzione – in questa fase di trasformazione economica e politica del paese – serve sia a promuovere l’innovazione sia a rafforzare il governo del Pcc.

Nel 2018 la Cina ha ospitato 500 mila studenti stranieri, pochi per un paese che aspira a sfidare l’egemonia culturale e poitica statunitense. Ma la pandemia ha ridotto drasticamente anche gli studenti stranieri (soprattutto gli occidentali). Eppure – secondo Xi – è necessario fare della Cina uno hub globale dell’istruzione che sia estremamente attraente. «È necessario che noi partecipiamo attivamente alla governance globale dell’istruzione – ha sostenuto il numero uno del Pcc -, dobbiamo inoltre promuovere con decisione il brand “studiare in Cina”, raccontare storie positive sulla Cina, diffonderne l’esperienza e far sentire la nostra voce, per rafforzare l’influenza internazionale dell’educazione del nostro paese».

La gestione della pandemia e le tensioni geopolitiche – come ha riconosciuto il funzionario Xiao – stanno rafforzando la maggioranza an ti-cinese nelle opinioni pubbliche occidentali, ma la seconda economia del pianeta, un paese che aspira a diventare “ricco e forte”, si trova apparentemente sprovvisto di strumenti per fronteggiare questa diffidenza montante, che in alcuni settori si tramuta in ostilità. Si tratta di una difficoltà insormontabile, in quanto attiene alla natura stessa del sistema politico cinese, che prevede la comunicazione esterna come semplice proiezione internazionale della propaganda interna. In sostanza, che si tratti di promuovere il turismo, gli scambi di studenti, oppure di difendere le ragioni della Cina nel contesto diplomatico, il governo cinese impiega lo stesso tipo di comunicazione che utilizza con la sua popolazione, un discorso ufficiale “indiscutibile”, in quanto tale indigeribile per opinioni pubbliche sempre più complesse e sfaccettate come quelle delle democrazie liberali. Pagine Esteri

7539277*Giornalista professionista, China analyst, scrivo per il quotidiano Domani. Ho pubblicato “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia (Carocci, 2022), e “Una Cina perfetta – La Nuova era del Pcc tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020). Habitué della Repubblica popolare dal 2007, ho vissuto a Pechino nel 2011-2012, corrispondente per il quotidiano il manifesto nello scoppiettante e nebbioso crepuscolo della tecnocrazia di Hu Jintao & Co. Sono rientrato in Cina nel gennaio 2018, anno I della Nuova era di Xi Jinping, quella in cui il Partito-Stato regalerà a tutti “una vita migliore” e costruirà “un grande paese socialista moderno”. Racconto storie, raccolgo dati e cito fatti evitando di proiettare le mie ansie e le mie (in)certezze su un popolo straordinario che se ne farebbe un baffo.

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pagineesteri.it/2023/06/05/ape…


La modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione


La modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione 7539289
"L’ultimo vero impiego operativo dello strumento militare cinese risale 1979. Ciò ha un impatto significativo sulla capacità dei vari servizi che compongono le forze armate di operare congiuntamente. Pechino non è ancora pronta a combattere". Intervista

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In Cina e Asia – Ministro della Difesa cinese: "Alcuni paesi” amano imporre le loro regole agli altri


In Cina e Asia – Ministro della Difesa cinese: difesa
I titoli di oggi: Ministro della Difesa cinese: “Alcuni paesi” amano imporre le loro regole agli altri Arresti e censura per l’anniversario dei fatti di piazza Tiananmen Covid: la Cina ha indagato sulla “fuga del virus dal laboratorio” di Wuhan Cina: l’aggressione di un giornalista scatena dibattito sui social Il (criticato) piano di pace indonesiano per l’Ucraina Il DPP di ...

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"L’amicizia senza limiti” tra Cina e Russia scricchiola anche su gas e petrolio


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La Cina sta approfittando della crisi per acquistare idrocarburi russi a prezzi stracciati, si è detto e scritto in più occasioni. Secondo un rapporto dello Swedish Institute of International Affairs, le importazioni di gas e petrolio russo da parte della Repubblica popolare in realtà sono cresciute solo lievemente dall'inizio della guerra.

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In Cina e Asia – La Cina protagonista del codice di condotta Ue-Usa sull’IA


In Cina e Asia – La Cina protagonista del codice di condotta Ue-Usa sull’IA 7472626
I titoli di oggi: La Cina protagonista del codice di condotta Ue-Usa sull’intelligenza artificiale La Cina deve modernizzare l’apparato della sicurezza nazionale L’Onu si dice preoccupata per la mancanza di donne ai vertici del governo cinese Caccia cinese sfiora aereo militare Usa Kim Jong Un soffre di insonnia e pesa 140 kg L’Unione europea e gli Stati Uniti lanceranno un ...

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In Spagna è boom delle destre. Il ruolo delle chiese evangeliche


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 31 maggio 2023 – I sondaggi davano i due principali partiti appaiati, uno scenario tollerabile per i socialisti al potere. Ma i risultati delle elezioni regionali e municipali di domenica in Spagna hanno consegnato una netta vittoria al Partito Popolare, provocando un vero e proprio terremoto politico.

Il premier manda la Spagna al voto anticipato e spera nel miracoloLunedì, a sorpresa, il primo ministro Pedro Sánchez ha infatti annunciato lo scioglimento delle camere e l’indizione di elezioni anticipate per il 23 luglio.
«Molti presidenti dalla gestione impeccabile hanno smesso di esserlo. Tutto ciò rende opportuno che gli spagnoli facciano chiarezza sulle forze politiche che dovrebbero guidare questa fase. La cosa migliore è che gli spagnoli possano dire la loro nel definire la direzione politica del Paese», ha spiegato il premier.
Il leader socialista spera, anticipando il voto da dicembre a luglio, di costringere alla mobilitazione almeno parte dell’elettorato progressista che domenica si è astenuto o ha “disperso” il voto, obbligandolo ad una scelta di campo netta per evitare di consegnare il paese ad uno schieramento di destra che non comprende solo i postfranchisti del Partito Popolare, ma anche gli estremisti di Vox. Tra qualche settimana sapremo se l’azzardo di Sánchezsi sarà rivelato vincente, o se invece la trasformazione delle legislative in un referendum pro o contro l’attuale maggioranza di governo consegnerà una vittoria ancora più netta alle forze reazionarie.

Netta vittoria del PP
La destra di Feijóo ha intanto ottenuto il 31,5% e 7.055.000 voti; un balzo in avanti, rispetto alla precedente tornata, di ben 1 milione e 800 mila consensi, nonostante il leggero calo nell’affluenza generale che domenica è stata del 63,9% (l’1,3 in meno rispetto al 2019).
Il Partito Popolare è riuscito a espugnare 15 dei 22 capoluoghi in ballo, compresi molti tradizionali feudi socialisti. La destra ha ottenuto la maggioranza assoluta sia a Madrid che nella regione della capitale e si è piazzata in testa a Malaga, Almeria, Cadice, Cordoba, Granada, Murcia, Oviedo, Santander, Teruel, Logrono, Badajoz, Salamanca, Valencia, Siviglia, Valladolid, Castellòn e Palma. In Andalusia, il Pp ha vinto in tutti i capoluoghi tranne che a Jaen. In Castiglia La Mancia, dove il Psoe governava i cinque capoluoghi, il Pp può ora assumere il controllo a Toledo, Ciudad Real, Guadalajara e Albacete. Feijóo ha ottenuto buoni risultati anche nelle città catalane, terreno da sempre difficile per la destra spagnola.

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Isabel Díaz Ayuso (PP), presidente della Comunità di Madrid

I socialisti arretrano, le sinistre si leccano le ferite
Il Psoe si è fermato invece al 28,1% e a 6.292.000 voti, perdendo centinaia di città e sei comunità autonome. È andata anche peggio alle forze politiche a sinistra dei socialisti, con Podemos (alleato quasi ovunque con Izquierda Unida, i verdi e liste progressiste locali) che ottiene il peggior risultato della sua storia. Le alleanze di sinistra escono da molti consigli comunali e regionali non riuscendo spesso a superare la soglia di sbarramento del 5% ad esempio né a Madrid né a Valencia. Anche la lista della sindaca uscente di Barcellona, Ada Colau, si è piazzata solo terza.
Il netto ridimensionamento di Podemos e l’anticipo delle elezioni a fine luglio obbligherà probabilmente il partito fondato da Pablo Iglesias ad accettare obtorto collo la confluenza nella piattaforma Sumar promossa dalla Ministra del Lavoro Yolanda Diaz, alla quale hanno già aderito la maggior parte delle forze di sinistra, ecologiste e di centrosinistra del paese.

L’eccezione basca a galiziana
L’unico risultato in controtendenza per le sinistre – ma stavolta quelle indipendentiste – si è registrato nei Paesi Baschi/Navarra e in Galizia. Nel primo caso EH Bildu ha aumentato in maniera consistente i consensi, scavalcando in alcuni casi il centrodestra del Partito Nazionalista Basco e riuscendo ad espugnare un certo numero di città (per la prima volta Vitoria-Gasteiz) e la provincia di Donostia e crescendo in Navarra. La sinistra indipendentista basca ha ottenuto il buon risultato nonostante la polemica suscitata, durante la campagna elettorale, dalla decisione di candidare una manciata di membri in passato condannati per appartenenza all’ETA, che a pochi giorni dal voto hanno però annunciato che non avrebbero accettato l’incarico nell’eventualità che fossero stati eletti. Inoltre con Bildu si sono schierati anche alcuni noti esponenti politici provenienti da altre forze politiche di sinistra e di centrosinistra non indipendentista, tra i quali l’ex leader di Izquierda Unida Javier Madrazo e l’ex dirigente socialista Gemma Zabaleta.
Il Blocco Nazionalista Galiziano aumenta i suoi voti del 50% e in molti casi supera i socialisti, piazzandosi in vari capoluoghi e località della regione atlantica.

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Il leader di Vox, Santiago Abascal

Vox si prepara a governare la Spagna, Ciudadanos sparisce
Nonostante il forte exploit del PP – formazione che non può certo essere considerata moderata – anche l’estrema destra spagnola esce notevolmente rafforzata dalle amministrative.
Alle municipali Vox passa da 813 mila a 1 milione e 608 mila voti, cioè dal 3,56 al 7,18%, raddoppiando consensi e percentuale. In termini di consiglieri è un vero boom, da 530 a 1695.
Il bacino di voti che negli ultimi anni era andato a Ciudadanos lo ha assorbito quasi del tutto il partito di Feijóo, ma i neofranchistisono riusciti comunque a captarne una parte, pescando anche altrove. Ad esempio Vox è riuscita ad attirare completamente il voto, seppur marginale, che tradizionalmente andava ai partitini apertamente neofascisti e neonazisti.
Il partito fondato da Albert Rivera in Catalogna nel 2006 e poi rapidamente cresciuto grazie alla crisi dei due partiti maggiori negli anni dell’austerity, è stato espulso da tutti i parlamenti regionali e dalla quasi totalità dei consigli municipali. Ciudadanos, a lungo rappresentatosi come un partito liberale, moderno e moderato è stato fagocitato dalle destre radicali ed estreme e si avvia alla dissoluzione dopo la decisione di non presentarsi alle imminenti elezioni legislative.
Al contrario, Vox canta vittoria non solo per la vistosa crescita, ma soprattutto perché i suoi eletti diventano fondamentali per permettere al PP di raggiungere la maggioranza assoluta e governare in ben sei comunità – Aragona, Baleari, Cantabria, Estremadura, Murcia e Valencia – oltre che in molte città.
Domenica Vox è riuscito ad irrompere in molti consigli regionali e comunali dalla Castilla La Mancha all’Estremadura; nella Murcia passa dal 9,5 al 17,7%, e da 4 a 9 seggi, nonostante il boom del Pp che dal 32 sale al 43%. Nella Comunitat Valenciana il capolista Carlos Flores – condannato per “violenza psicologica” ai danni dell’ex moglie – porta i neofranchisti da 10 a 13 seggi.
«Celebriamo il consolidamento di Vox come partito assolutamente necessario per costruire l’alternativa al socialismo, al comunismo e ai loro soci separatisti e terroristi» ha commentato a caldo Santiago Abascal, riferendosi agli indipendentisti baschi di Bildu.

Trionfante, il leader dell’estrema destre nazionalista, xenofoba e omofoba ha avvisato lo stato maggiore del Pp di «non aspettarsi regali» e che nelle trattative per la formazione dei governi locali «non accetterà ricatti». Abascal ora assapora la concreta possibilità che le prossime elezioni consegnino la vittoria al Pp e permettano a Vox di accedere al governo statale come necessario puntello di Feijóo.

Il duello tra PP e Vox per il voto degli evangelici
La competizione tra i due partiti della destra, già forte nelle scorse settimane si appresta a diventare ancora più feroce nelle prossime.
I due partiti, tra le altre cose, si contendono i fedeli delle chiese evangeliche con i quali, negli ultimi anni, hanno stretto forti legami fino a trasformarne alcune in bacini elettorali stabili e organizzati.
In Spagna il cristianesimo evangelico è la religione che è aumentata di più e più in fretta negli ultimi due decenni, trainata dagli immigrati latinoamericani che conquistano gradualmente la cittadinanza e con la loro aggressiva attività di proselitismo pescano sempre più anche tra gli autoctoni.
Attraverso le loro reti di sostegno sul territorio alle famiglie di immigrati che hanno bisogno di aiuto per trovare lavoro, risolvere questioni burocratiche o affrontare drammi familiari legati alla droga, alla prostituzione o all’ingresso dei giovani nelle gang, le organizzazioni religiose aumentano rapidamente il numero di adepti, sottoposti a sedute motivazionali e una serrata “formazione ideologica”.
Secondo i dati dell’Osservatorio sul Pluralismo Religioso, il 2% della popolazione spagnola (48 milioni di persone) è di confessione protestante, e di questa percentuale i due terzi sono rappresentati da evangelici. I potenziali elettori da contendersi, quindi, ammontano a quasi 600 mila. Secondo l’Osservatorio, ben il 70,6% dei praticanti evangelici sono donne, e la fascia d’età più numerosa è quella che va dai 18 ai 44 anni. La maggioranza dei fedeli sono immigrati, e tra i nati in Spagna primeggiano le seconde generazioni o molti membri delle comunità gitane.
Le Chiese Evangeliche hanno messo solide radici nel paese, dove possono contare già su 4322 luoghi di culto, contro le 1750 moschee e i 634 templi dei Testimoni di Geova esistenti nel Regno. Tra le comunità autonome, a guidare la classifica c’è la Catalogna, seguita dalla regione di Madrid, dall’Andalusia e da Valencia.

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Rito neopentecostale

In generale, gli aderenti alle chiese evangeliche spagnole tendono a non schierarsi pubblicamente a favore di questo o quel partito. Secondo l’ultima inchiesta dell’Osservatorio (2018) solo il 3% dei sondati si dichiara di destra, contro il 41% che si definisce di centro e il 17,6% che si colloca a sinistra (il 38% però si rifiuta di rispondere).
Ma la verità è che generalmente i valori su cui si basano le varie chiese evangeliche, soprattutto neo-pentecostali, sono decisamente affini all’identità politica e alla propaganda della destra. Mentre i fedeli di vecchia data, per lo più autoctoni, sono generalmente più vicini al centrosinistra (in opposizione al dogma nazional-cattolicista del regime franchista che fino al 1967 perseguitò i membri delle confessioni riformate) la più recente ondata di immigrazione latinoamericana ha portato alla crescita della componente tradizionalista e fondamentalista. Anche il grosso della comunità gitana spagnola, aderente alla Chiesa di Filadelfia, è su posizioni politicamente molto conservatrici. Le prediche dei pastori e dei predicatori si incentrano spesso sugli strali pronunciati contro i “costumi corrotti e perversi” di coloro che difendono l’aborto o i diritti della comunità Lgbt, quando non la parità dei sessi. Non è raro che i leader religiosi si dedichino a “curare” l’omosessualità dei neofiti, a perorare la causa di una società ordinata, gerarchica e corporativa e a inveire contro la “dottrina diabolica del marxismo”.

I forti legami delle propaggini spagnole con le case madri latinoamericane, spesso fortemente attive nel sostegno alle correnti più reazionarie dello scenario politico – fondamentale quello tributato in Brasile a Jair Bolsonaro – avvicinano molte di esse ai partiti di destra ed estrema destra. E questo nonostante le violente campagne dei gruppi falangisti – alcuni dei quali legati o interni a Vox – contro le “bande latine”, termine che spesso identifica non solo le gang composte da immigrati ma anche le intere comunità nazionali di appartenenza.

Non stupisce quindi che la competizione tra Popolari e Vox per aggiudicarsi il voto dei fedeli evangelici sia diventata negli ultimi tempi sempre più accesa, producendo numerosi scambi polemici. In particolare a Madrid, alla fine di marzo, la partecipazione della pastora neo-pentecostale Yadira Maestre (della “Chiesa Cristo Viene”) ad una convention del Partito Popolare, durante la quale ha platealmente benedetto la presidente della regione Isabel Díaz Ayuso, il sindaco José Luis Martínez-Almeida e il presidente nazionale della formazione Alberto Núñez Feijóo, hanno scatenato le ire dei dirigenti di Vox, che hanno accusato i competitori di “strumentalizzazione”. Le parole di Maestre, che aveva chiesto al “Padre Celestiale” di proteggere il Pp e in particolare i tre dirigenti presenti alla convention, non erano andate giù all’estrema destra, che ha rivendicato la sua vicinanza discreta alle chiese evangeliche e ai loro valori 365 giorni l’anno, e non solo a ridosso delle elezioni.
Ed in effetti, negli ultimi anni non è stato raro vedere la leader di Vox a Madrid Rocío Monasterio e il marito Iván Espinosa – portavoce dei neofranchisti al Congresso dei Deputati – partecipare alle funzioni religiose in diversi luoghi di culto neo-pentecostali della capitale. «Ad Ayuso interessano solo i latinos ricchi», hanno tuonato i leader di Vox rivendicando di avere a cuore gli «ispanici della porta accanto».
Ma è stato il PP il partito che per primo ha dedicato funzionari e dirigenti alla captazione dei consensi delle chiese evangeliche, in cambio di favori e facilitazioni che la propria natura di forza di governo gli permette di elargire a pastori e predicatori collaborativi. E per definire gli immigrati latinoamericani Ayuso usa furbescamente il termine “nuovi spagnoli”, che li promuove a immigrati di serie A in opposizione a quelli di altra provenienza, da considerarsi invece estranei e pericolosi. – Pagine Esteri

7454861* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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La lunga marcia cinese nello Spazio, intervista a Andrea Santangelo


La lunga marcia cinese nello Spazio, intervista a Andrea Santangelo 7452961
La Cina ha lanciato con successo la nuova missione Shenzhou-16. Programma spaziale cinese, progressi in questo ambito e legami con la strategia militare abbiamo parlato: intervista ad Andrea Santangelo, professore ordinario di Astrofisica Sperimentale delle Alte Energie all’Università di Tubinga e Visiting Full Professor presso l’Institute of Hight Energy Physics

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In Cina e Asia – Corea del Nord, fallito il lancio del satellite spia


In Cina e Asia – Corea del Nord, fallito il lancio del satellite spia 7452812
I titoli di oggi:
-Corea del Nord, fallito il lancio del satellite spia
-Cina e India, espulsioni incrociate di giornalisti
-Nuove sanzioni americane contro gli spacciatori di fentanyl
-Malesia, arrestato equipaggio cinese per furto di relitti
-Yunnan, proteste della minoranza musulmana per la demolizione di una moschea
-Per sfidare gli Usa sulla tecnologia la Cina deve puntare sulla formazione
-Sentenza storica in Giappone: il divieto dei matrimoni omosessuali è incostituzionale

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Incontro di spie sul Lago Maggiore. Affonda la barca: uno dei morti era del Mossad


Pagine esseri, 30 maggio 2023 – Nella serata di domenica 28 maggio, una barca con a bordo 24 persone è affondata nel Lago Maggiore in seguito, probabilmente, al peggioramento delle condizioni atmosferiche.

A parte i membri dell’equipaggio, i passeggeri erano appartenenti ai servizi segreti italiani e a quelli israeliani del Mossad. Il comunicato ufficiale diramato dalle istituzioni italiane parla di una festa a bordo: erano riuniti sulla barca, si dice, per celebrare un compleanno. Oltre al capitano e a sua moglie, le altre 22 persone erano tutte di nazionalità italiana o israeliana.

Hanno perso la vita due membri dei servizi di intelligence italiani: Claudio Alonzi di 62 anni e Tiziana Barnobi di 53 anni. Sono stati, inoltre, ritrovati in mare i corpi senza vita di un agente del Mossad in pensione, Shimoni Erez, 50 anni e della moglie del capitano, Anya Bozhkova, di nazionalità russa.

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10 agenti del Mossad sono stati immediatamente riportati in Israele con l’utilizzo di un aereo militare. Si mantiene il riserbo sulla loro identità così come su quella dei 10 membri dei servizi segreti italiani sopravvissuti al naufragio.

La barca, chiamata Goduria o Good… uria, di proprietà del 53enne Carlo Carminati, si è inabissata subito dopo l’incidente, quando le forti raffiche di vento ne avrebbero causato il capovolgimento. La Procura di Busto Arsizio ha aperto un’indagine per stabilire se tutte le condizioni di sicurezza fossero state rispettate (secondo alcuni media la barca trasportava più persone di quante fossero ammesse) e se, soprattutto, non siano altre, oltre al maltempo, le reali cause del naufragio. La barca verrà recuperata dal fondo del Lago Maggiore per procedere alle perizie del caso.

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Nonostante la comunicazione ufficiale rilasciata dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, l’idea che venti 007 italiani e israeliani si ritrovino su di una barca al centro del Lago di Como per festeggiare un compleanno, pare grottesca e surreale. Impossibile non immaginare che tra gli obiettivi dell’incontro esistesse, invece, qualche attività sulla quale le fonti ufficiali non possono che tacere.

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In Cina e Asia – Shangri-La Dialogue, salta l’incontro tra i ministri della difesa cinese e Usa


In Cina e Asia – Shangri-La Dialogue, salta l’incontro tra i ministri della difesa cinese e Usa li shangfu difesa cinese
I titoli di oggi:
Shangri-La Dialogue, la Cina nega l'incontro tra i ministri della difesa cinese e Usa
Cina, troppi autisti per il ride-hailing: alcune città chiudono l'accesso ai nuovi lavoratori
La Cina e le aste d'arte, raccontate attravero un dipinto di Van Gogh scomparso
Cina-Afghanistan, riaprono i voli diretti
Spazio, partito il nuovo equipaggio della stazione cinese
Giappone, il figlio del premier si dimette per "un comportamento inappropriato"
Corea del Sud, ospitato il primo forum dedicato agli stati insulari del Pacifico

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Le mosse di Xi sulla via della "riunificazione” di Taiwan


Le mosse di Xi sulla via della taiwan
Quali nuovi strumenti per Pechino? Dopo quasi 9 mesi di silenzio, la Procura Suprema del Popolo di Pechino ha comunicato l’incriminazione di Yang Chih-yuan. La sua colpa sarebbe quella di aver sostenuto un referendum sull’indipendenza e aver partecipato alla fondazione del Partito Nazionalista di Taiwan, Non ci sono solo le armi militari. Xi Jinping mira a fare passi avanti sulla ...

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Venti di guerra nel Pacifico? Intervista all’ammiraglio Sandalli


Venti di guerra nel Pacifico? Intervista all’ammiraglio Sandalli guerra
Dunque si preparano davvero scenari di guerra nel Mar cinese Orientale e Meridionale? E in che tempi? Qual è la situazione soprattutto da un punto di vista militare nelle acque dove sorge Taiwan, l’isola che la Cina considera una provincia ribelle? La Repubblica Popolare Cinese dispone di una flotta da guerra in grado di competere con quella USA? Ne abbiamo parlato con l’ammiraglio Paolo Sandalli della Marina Militare Italiana, ora in congedo ma a lungo operativo nel Sud est asiatico e dunque attivo per la nostra Marina in quel teatro Estremo Orientale

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In Cina e Asia – Il nuovo ambasciatore cinese fa visita a Kissinger


In Cina e Asia – Il nuovo ambasciatore cinese fa visita a Kissinger kissinger
I titoli di oggi:

Xie Feng fa visita a Henry Kissinger
Gli Usa rafforzano le catene di approvvigionamento dei settori critici
Bill Gates: la Cina può dare un contributo unico alle sfide globali
Il primo aereo a fusoliera stretta realizzato in Cina fa il suo esordio nella tratta Shanghai-Pechino
La Corea del Nord fortifica i suoi confini con Cina e Russia

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Russia fornirà armi alla Somalia. Al Shaabab: uccisi 137 soldati dell’Atmis


della redazione

Pagine Esteri, 27 maggio 2023La Russia è pronta a fornire all’esercito somalo attrezzature militari nella sua guerra contro il terrorismo, ha annunciato ieri il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov dopo i colloqui a Mosca con il suo omologo somalo Abshir Omar Jama.

Lavrov ha detto che la Russia è in grado di soddisfare i bisogni materiali dell’esercito somalo nella sua lotta contro gli estremisti che agiscono nel territorio somalo, inclusi al-Shabaab e al-Qaeda. In precedenza, Lavrov aveva sottolineato la lunga relazione tra due paesi, che risale all’URSS. I due ministrri anche discusso dei preparativi per il vertice Russia-Africa previsto per luglio a San Pietroburgo. Un appuntamento con il quale Mosca conferma la sua intenzione di giocare un ruolo di primo piano in Africa e di stringere i rapporti politici ed economici con Paesi ritenuti fondamentali da un punto di vista strategico, tra cui la Somalia.

Intanto, proprio ieri, i ribelli di Al Shabaab hanno lanciato un violenti attacco contro una base dell’esercito ugandese – che fa parte dell’Atmis, il contingente militare dell’Unione africana in Somalia– a circa 120 chilometri a sud-ovest della capitale Mogadiscio.

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Un miliziano di Al Shaabab durante l’attacco

L’Atmis ha successivamente riferito che al Shabaab aveva attaccato la base usando una autobomba e attentatori suicidi. Il supporto aereo della missione avrebbe poi colpito gli aggressori mentre si ritiravano. Un comandante dell’esercito somalo ha aggiunto che entrambe le parti hanno subito pesanti perdite.

Al Shabaab da parte sua afferma di aver ucciso 137 soldati dell’Atmis, catturato molti altri oltre ad aver causato danni ingenti. Pagine Esteri

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Taiwan Files – Lo Stretto dopo il G7


Taiwan Files – Lo Stretto dopo il G7 7382882
G7, Ams, Nato e armi (con ritardi e nuove spedizioni). Turismo bloccato sullo Stretto. Morta l'ultima donna di conforto taiwanese. Proteste alla NTU. Turbolenze su economia e investimenti. La serie Netflix Wave Makers. La rassegna settimanale di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

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In Cina e Asia – Cina e Usa riavviano il dialogo commerciale


In Cina e Asia – Cina e Usa riavviano il dialogo commerciale Usa
Cina e Usa riavviano il dialogo commerciale
La Cina supera gli Usa nelle pubblicazioni scientifiche
Cina, scoperto il “bunker dell’orrore” giapponese
Solare, la Cina davanti a tutti - ma il rischio bolla è dietro l'angolo

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L’impero economico cinese passa per l’Asia Centrale


L’impero economico cinese passa per l’Asia Centrale asia centrale
La graduale riapertura della Cina dopo tre anni di Covid nell'ultimo anno ha spinto il governo ad accelerare la creazione dei collegamenti su strada e rotaia con i paesi limitrofi. In questo piano di sviluppo delle periferie fin dall’inizio ha ricoperto un ruolo centrale il Xinjiang, la regione del Far West cinese

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In Cina e Asia – La base americana di Guam minacciata dagli hacker cinesi 


In Cina e Asia – La base americana di Guam minacciata dagli hacker cinesi guam
I titoli di oggi:

La base americana di Guam minacciata dagli hacker cinesi
Ricercatore militare russo accusato di tradimento per aver passato segreti alla Cina
Cina: sempre più scioperi e proteste da parte dei lavoratori
Hong Kong: cancellazioni in massa dal registro dei donatori di organi
Papa Francesco chiede "libertà" di culto per i cattolici cinesi

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Coloni israeliani attaccano il villaggio palestinese di Burqa


della redazione

Pagine Esteri, 25 maggior 2023 – I palestinesi denunciano un raid di decine di coloni israeliani al villaggio di Burqa (Nablus), con l’esercito che non avrebbe fatto nulla per fermare l’attacco e ha sparato contro i palestinesi che protestavano. Due abitanti sono stati feriti. Una stalla e decine di alberi di olivo sono stati dati alle fiamme.

L’attacco è avvenuto dopo una visita al villaggio fatta da alcuni diplomatici europei per esprimere solidarietà per raid passati subiti da Burqa.

La tensione nell’area è forte dopo la decisione delle autorità israeliane di permettere il ritorno dei coloni nell’area dell’insediamento di Homesh, demolito nel 2005 dall’esercito, costruito in parte su terre di Burqa. I coloni sperano adesso di ricostruire l’insediamento, ipotesi al momento lontana, per la contrarietà espressa dagli Stati uniti. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – La Cina ha un nuovo ambasciatore a Washington


In Cina e Asia – La Cina ha un nuovo ambasciatore a Washington Usa
I titoli di oggi:

Il primo ministro russo Mikhail Mishustin in visita in Cina
Premier russo a Shanghai per firmare accordi commerciali
Xi auspica la costruzione di "un nuovo Tibet socialista"
Cina, il debito dei governi locali grava sulla vita dei residenti
"Cercare la verità nei fatti": Xi cita Mao per promuovere la sua campagna di ricerca politica
Pakistan: proteste contro il summit G20 sul turismo in Kashmir

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In Cina e Asia – Pacifico, accordo di sicurezza Usa-Papua Nuova Guinea


In Cina e Asia – Pacifico, accordo di sicurezza Usa-Papua Nuova Guinea Papua Nuova Guinea_Pacifico
I titoli di oggi:
Pacifico, accordo di sicurezza Usa-Papua Nuova Guinea
Cina-Russia, continua il lavoro della diplomazia tra i due paesi
Cina, emesse le nuove linee guida per l'assisitenza agli anziani
Corea del Sud, Yoon incontra Michel e Von der Leyen
Taiwan, respinta la richiesta per lo status di osservatore all'Oms
Thailandia, pronta la coalizione ma spariscono le contestazioni sulla legge contro la lesa maestà
Elezioni a Timor Est, vince l'opposizione

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“Guerre al terrorismo”: hanno fatto milioni di morti e continuano a uccidere


di Valeria Cagnazzo

(la foto in evidenza è di Russell Bassett)

Pagine Esteri, 22 maggio 2023 – Si intitola “Come la morte sopravvive alla guerra” il nuovo rapporto del progetto sui costi della guerra della Brown University pubblicato lo scorso 15 maggio. Analizzando le conseguenze delle guerre in cui gli Stati Uniti sono stati impegnati negli ultimi trent’anni in nome della lotta al terrorismo lanciata da Washington dopo l’11 settembre 2001, il lavoro rivela quanti e quali tipi di morte possano essere direttamente o indirettamente correlati alla guerra. E, soprattutto, quanto a lungo gli effetti di conflitti devastanti, come quelli in Iraq o in Afghanistan, possano continuare a mietere vittime tra i civili, anche ad anni di distanza dalla partenza delle truppe occupanti.

“”I costi della guerra” è un progetto con base negli Stati Uniti”, ha dichiarato Stephanie Savell, l’antropologa che ha guidato lo studio, “e spero che le persone possano usare questa ricerca per chiedere al governo USA di assumersi le sue responsabilità, incluse quelle dell’assistenza umanitaria e dei risarcimenti nelle zone di guerra”.

The Costs of War project is based in the U.S. and I hope people can use this research to hold the U.S. government accountable, including for humanitarian assistance and reparations in the war zones. [6/

— Stephanie Savell (@stephsavell) May 15, 2023

In Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria e Yemen la stima delle vittime delle guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo l’11 settembre si aggira intorno ai 4.5 milioni. Di queste, però, solo un milione di persone sarebbero state uccise direttamente negli scontri armati e nei bombardamenti nel corso dei conflitti. La maggioranza delle vittime, 3.6 milioni circa, prevalentemente bambini, sono morte a causa delle malattie, della fame e della distruzione del sistema sanitario che la guerra al terrore ha provocato in questi Paesi, colpendone le economie, le infrastrutture e i paesaggi. Si chiamano “morti indirette” e rappresentano il prezzo più alto di ogni conflitto.

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Esistono, ad esempio, delle morti in Afghanistan, si interrogano gli autori del rapporto, che possano non essere in qualche modo correlate al conflitto che ha interessato il Paese fino all’agosto del 2021? Decine di migliaia di bambini sotto i cinque anni continuano a morire nel Paese a causa della malnutrizione, di malattie infettive e di complicanze neonatali, a causa degli effetti della guerra.

Un bambino di un Paese in guerra ha 20 volte più possibilità di morire disidratato a causa della gastroenterite che per le ferite dirette di un’arma da fuoco, ma anche in quel caso è difficile scorporare quel decesso dal conflitto, che ha indebolito quel corpo e le sue difese immunitarie con la fame e l’abolizione del diritto alla salute. Anche a distanza dalla fine di una guerra, a pagare i prezzi più alti delle guerre sono in ogni caso i bambini. In Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen e Somalia attualmente, secondo i dati della Brown University, 7,6 milioni di bambini sotto i cinque anni sono affetti da malnutrizione acuta.

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La scia di dolore che le guerre americane hanno lasciato dietro di sé è lunga e continua a seminare morti e malattie o problemi fisici e mentali potenzialmente letali. Si possono definire con il termine epidemiologico di “inferenze causali” i nessi che collegano gli effetti diretti dei conflitti in un Paese a tutta la sequenza di morti, disabilità fisiche e disturbi psichiatrici che questi possono continuare a provocare nel lungo periodo. Secondo gli autori, le inferenze causali prendono il via, in questo caso, dal collasso economico e dall’insicurezza alimentare; dalla distruzione dei servizi sanitari e dalle infrastrutture; dalla contaminazione dei terreni e delle acque; dal trauma “riverberante” che perpetua disagi psichici e la violenza nei rapporti umani.

I numeri che tali inferenze causali si trascinano dietro sono spiazzanti e sicuramente sottostimano l’entità del problema, dal momento che sono scarsi e poco attendibili i dati statistici che si possono ricavare dai Paesi in guerra o in emergenza umanitaria, soprattutto quelli riguardanti la mortalità infantile e l’incidenza di malattie. Per questo, sottolineano gli autori, ulteriori studi sarebbero necessari per raccogliere numeri più affidabili e senza dubbio ancora più terrificanti.

A dimostrare le conseguenze devastanti delle guerre americane, però, oltre ai numeri ci sono le singole storie raccontate nel rapporto, che evidenziano quale peso queste continuino ad avere sull’esistenza di ogni civile. Come quella di Kharaizan, morta di parto in Yemen lasciando orfani sette figli perché il marito non aveva mezzi né denaro a sufficienza per accompagnarla in un presidio di pronto soccorso. O quella delle donne di Fallujah in Iraq, incapaci di portare a termine una gravidanza o di dare alla luce bambini senza malformazioni a causa dei bombardamenti che avvelenarono il Paese nel 2004. Come la storia dei ragazzi afghani vittime del “riverbero” psicologico della violenza che affermano “Spero solo che questa vita finisca” o dei loro fratelli ricoverati per malnutrizione che a un anno pesano come bambini di pochi mesi, indeboliti tanto dalla fame da non potersi muovere. Tutti questi “danni collaterali”, sembra voler ribadire il rapporto, ci riguardano, e l’eco incessante del loro moltiplicarsi anche ad anni di distanza dalla partenza delle truppe alleate dovrebbe tormentare con la stessa frequenza il sonno dei governi occidentali. Pagine Esteri

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NABLUS. Esercito uccide 3 palestinesi a Balata. Demolite case


della redazione

Pagine Esteri, 22 maggio 2023 – Tre combattenti palestinesi sono stati uccisi da soldati israeliani penetrati nella notte nel campo profughi di Balata (Nablus), in Cisgiordania. I tre sono stati identificati come Muhammad Zaytoun, 32 anni, Fathi Rizk, 30, e Abdullah Abu Hamdan, 24. Facevano parte delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, un gruppo armato politicamente vicino al partito Fatah. E’ stata la stessa organizzazione a comunicarne i nomi.

I tre uccisi si trovavano insieme nell’abitazione di Rizk quando sono stati circondanti dalle unità speciali dell’esercito israeliano.

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Almeno sei palestinesi sono stati feriti da proiettili – uno è in condizioni critiche – durante gli scontri a fuoco, secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese. Sono stati portati all’ospedale Rafidia.

Altri palestinesi sono rimasti feriti durante la demolizione di alcune case da parte di buldozer dell’esercito israeliano. Secondo il portavoce militare uno degli edifici sarebbe stato un “laboratorio per la fabbricazione di armi”. Gli abitanti del campo invece parlano di “punizione collettiva” inflitta a scopo di avvertimento a coloro che danno rifugio ai combattenti palestinesi. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – G7: la Cina convoca l’ambasciatore giapponese


In Cina e Asia – G7: la Cina convoca l’ambasciatore giapponese G7
I titoli di oggi:

G7: la Cina convoca l'ambasciatore giapponese
Metà dei cinesi approva una “riunificazione” armata di Taiwan
La Cina supera il Giappone come principale paese esportare di auto
Agenti di pubblica sicurezza cinesi responsabili a vita per la gestione dei casi
Carenza di scimmie da laboratorio cinesi negli Usa

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