Elezioni in Grecia, per Syriza è una disfatta
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 22 maggio 2023 – La destra al governo supera il 40% e guadagna 150 mila voti, doppia letteralmente il partito di Alexis Tsipras che perde 600 mila voti e scende al 20%.
Il risultato delle elezioni di ieri in Grecia smentisce in parte sia i sondaggi della vigilia sia gli exit poll diffusi dopo la chiusura delle urne dalla Tv pubblica ellenica ERT. Lo spoglio ha infatti confermato la preannunciata vittoria della destra ma con dimensioni assai più soverchianti per la coalizione di sinistra che subisce una disfatta senza precedenti.
Nei giorni scorsi Alexis Tsipras aveva dichiarato di sperare nella mobilitazione del voto giovanile – più favorevole a Syriza che alla destra di Mitsotakis – per ribaltare i rapporti di forza o quantomeno accorciare il distacco con Nea Dimokratia a pochi punti percentuali per poter poi unire i propri seggi a quelli conquistati dai socialisti e formare un governo alternativo.
Ma per Syriza il risultato del voto di ieri è catastrofico.
Riferendosi alla sconfitta del 2019, durante la campagna elettorale Tsipras aveva esplicitamente affermato di aver «imparato dai suoi errori» lasciando intendere di aver usato in passato toni populisti e di aver promesso svolte irrealizzabili.
La “Coalizione della Sinistra Radicale” (Sy.Riz.A) mantiene lo stesso nome del partito che nel 2015 promise la rottura con l’austerità imposta dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale ma decise poi di accettare il disastroso terzo memorandum, seppur tentando di applicare una qualche riduzione del danno. Ma l’Alleanza Progressista non è più lo stesso partito dell’epoca. Negli ultimi quattro anni, pur stando all’opposizione, ha accentuato il suo profilo socialdemocratico e governista. Se da una parte migliaia di dirigenti e militanti radicali hanno abbandonato la coalizione – per fondare gruppi dissidenti alla sua sinistra o più spesso per tornare alle lotte tematiche o territoriali quando non a casa – dall’altra il suo organigramma è stato rimpolpato da migliaia di quadri provenienti dal Partito Socialista e da altre organizzazioni moderate.
Ma la moderazione evidentemente non ha pagato, e paradossalmente una parte degli elettori in fuga hanno premiato il Partito Socialista, che dopo la crisi verticale degli anni scorsi sembra risollevarsi e cercare un ruolo di primo piano nello scenario politico. Il Pasok passa dall’8,10 all’11,46 e si afferma come terzo partito.
Per il resto hanno pesato la delusione, la disillusione e la rassegnazione. A sinistra l’unica formazione a beneficiare – senza grandi exploit – del tracollo di Syriza è il Partito Comunista di Grecia (KKE), che dal 5,3 sale al 7,2 superando il 10% in numerose circoscrizioni.
Della crisi di Syriza non riescono ad approfittare invece due formazioni create da transfughi e che rimangono sotto la soglia di sbarramento del 3%. Il risultato peggiore lo ottiene Mera25, movimento fondato dall’ex ministro delle Finanze Yannis Varoufakis che nel 2015 ruppe con Tsipras dopo la decisione del governo di non difendere il ‘no’ uscito vittorioso dal referendum popolare e di accettare le imposizioni della Troika. Alle scorse elezioni il movimento socialdemocratico di sinistra aveva ottenuto il 3,44% e 9 deputati, ma questa volta il 2,62% condanna Mera25 a rimanere fuori dal parlamento. Un po’ meglio è andata a “Plefsi Eleftherias”, il movimento di sinistra libertaria dell’ex presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou, che con il 2,89% manca di poco la soglia di sbarramento necessaria per ottenere rappresentanti.
Un buon risultato – considerando la tenuta di Nuova Democrazia, movimento teoricamente di centrodestra ma dall’identità politica spesso oltranzista su molti temi – lo ha ottenuto “Soluzione greca”, movimento di destra nazionalista che ha di fatto sostituito Alba Dorata nel panorama politico. Elliniki Lysi prende il 4,45 mentre nel 2019 si era fermato al 3,70.
Non ce l’ha fatta invece il movimento di destra clericale “Niki”, che avrebbe potuto fornire una sponda a Mitsotakis per formare una maggioranza al Vouli ton Ellinon (l’assemblea nazionale). Il movimento fondato nel 2019 dal teologo e scrittore Dimitris Natsios a Salonicco (dove supera il 5%) rimane di pochissimo al di sotto del 3%.
Nonostante la vittoria schiacciante riportata da Nea Dimokratia sull’opposizione e la crescita dell’1% rispetto alla precedente tornata elettorale – dal 39,85 al 40,8 – che gli dà diritto a 146 deputati (solo 5 in meno della maggioranza assoluta) Kyriakos Mtsotakis ha ribadito quanto già affermato durante la campagna elettorale. Il premier uscente non ha nessuna intenzione di negoziare un governo di coalizione con i socialisti, che al pari di Syriza considera un «ostacolo per la stabilità finanziaria e la modernizzazione del paese».
Il leader della destra ha subito annunciato ieri sera che rifiuta il mandato della presidente della Repubblica di cercare alleati al Vouli e che punta a votare di nuovo il 25 giugno, una settimana prima di quanto preventivato nelle scorse settimane nel caso in cui il voto di ieri non gli avesse consegnato la maggioranza assoluta. Mitsotakis spera così di allungare ancora di più il suo vantaggio, sottraendo consensi – in nome del “voto utile” – alle piccole formazioni della destra che ieri non hanno superato lo sbarramento, ma soprattutto di approfittare del premio di maggioranza assegnato al partito che arriva in testa.
Nel 2016 l’esecutivo guidato da Syriza aveva abolito aveva abolito la misura – un premio da 20 a 50 seggi sul totale di 300, concesso in proporzione al risultato raggiunto – che la legge elettorale assegnava alla formazione politica più votata.
Non avendo ottenuto all’epoca il sostegno di almeno due terzi dei parlamentari, come prevede la Costituzione, la riforma elettorale di Syriza non era entrata in vigore subito – e infatti nel 2019 Nea Dimokratia, giunta in testa, si avvalse del premio di maggioranza – slittando alle elezioni di ieri. Il meccanismo maggioritario è stato tuttavia subito ripristinato dal governo di Nuova Democrazia, ma anche in questo caso senza una maggioranza dei due terzi, e quindi tornerà in vigore alla prossima tornata elettorale.
Per l’esponente di una delle famiglie più potenti e politicamente longeve del paese – il padre Konstantinos è stato premier negli anni ’90, mentre la sorella Dora Bakoyanni ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri – quello di ieri è stato un trionfo, sorretto oltretutto da un aumento della partecipazione al voto. Se nel 2019 l’affluenza era stata del 57,8%, alle urne ieri si sono recati il 60,9% degli aventi diritto.
Le sinistre avevano sperato che i passi falsi dell’oligarca potessero intaccare la sua popolarità, soprattutto dopo la rabbia e l’indignazione generati in settori consistenti della società greca dal terribile incidente ferroviario di Tempe, costato la vita il 28 febbraio a 57 persone.
In piazza, in ripetute occasioni, sono scese circa due milioni di persone, per denunciare che all’origine della tragedia ci sono la privatizzazione e la svendita ai privati – compresa Trenitalia – delle ferrovie elleniche.
Ma in campagna elettorale Mitsotakisha potuto snocciolare una serie di dati economici apparentemente positivi: dal 2019 al 2022 il Pil è cresciuto di 11 miliardi, la disoccupazione è ufficialmente scesa dal 17,3 al 12%, l’inflazione ha rinculato al 5,4% e per l’anno prossimo la Commissione Europea ha previsto per il paese una crescita del 2,4%.
Le opposizioni hanno denunciato che spesso si tratta di dati manipolati, che nascondono una situazione sociale di crescente degrado: la disoccupazione è diminuita solo perché un numero enorme di giovani è emigrato all’estero, i contratti di lavoro sono sempre più precari e milioni di persone hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita negli ultimi anni, a partire dall’erosione dei salari per colpa dell’aumento del prezzo dei generi alimentari e dei carburanti.
Approfittando delle procedure d’urgenza adottate durante la pandemia, il capo del governo ha regalato a oligarchi greci e multinazionali straniere decine miliardi di euro in appalti, ha aumentato il controllo della destra sul sistema mediatico e ha attaccato i sindacati, la contrattazione nazionale e la tenuta dei servizi pubblici; ha avvicinato ancora di più il paese a Washington e a Israele.
Neanche gli scandali che lo hanno visto protagonista hanno impedito il nuovo trionfo di Mitsotakis. Quando è venuto fuori che i servizi segreti spiavano esponenti dell’opposizione, giornalisti e militari utilizzando lo spyware Predator, il premier si è difeso affermando che i responsabili erano non meglio definiti “attori privati”. Anche quando media e ong lo hanno accusato di ributtare in mare i profughi provenienti dalla Turchia – come dimostrato alla vigilia del voto dal filmato pubblicato dal New York Times che ritrae 12 migranti mentre vengono costretti dalla Guardia Costiera a salire su una zattera al largo dell’isola di Lesvos – Mitsotakis ha negato e minimizzato. Il voto di ieri gli ha dato ragione. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
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SUDAN. Centinaia di morti nel Darfur all’ombra della guerra tra Al Burhan e Dagalo
della redazione
(la foto è di Albert Gonzalez Farran/ONU)
Pagine Esteri, 16 maggio 2023 – Si aggrava la violenza nel Darfur occidentale, con centinaia di morti e un ulteriore peggioramento della crisi umanitaria mentre nella capitale Khartoum e nel resto del Sudan non ottengono risultati gli sforzi per raggiungere, dopo un mese di combattimenti, un cessate il fuoco tra l’esercito agli ordini del generale Abdel Fattah Al Burhan e i miliziani delle Forze di supporto rapido (Rsf) guidati dal generale Mohammad Hamdan Dagalo, più noto come Hemedti.
Il sindacato dei medici sudanesi riferisce che almeno 280 persone sono state uccise venerdì e sabato nella città di Geneina, nel Darfur occidentale. 180 i feriti. I combattimenti sono avvenuti tra le Rsf e gruppi armati di cittadini. “Piangiamo le perdite di vite umane derivanti dal conflitto in tutto il Sudan”, afferma il sindacato in un post su Facebook.
I combattimenti a Geneina sono tra le tribù arabe e i Masalit. Si tratta di un conflitto che ha più di 20 anni per questioni legate al controllo della terra e delle sue risorse e che riesplose in base agli sviluppi politici. Già lo scorso 21 aprile si erano verificati combattimenti tra nomadi arabi e agricoltori Masalit. Le Rsf sono schierate con i gruppi armati arabi mentre l’esercito sostiene i Masalit. Venerdì le forze armate sudanesi hanno accusato i miliziani di Dagalo di aver bombardato civili. Le Rsf hanno replicato denunciando l’esercito che avrebbe colpito i quartieri residenziali della città.
Gran parte della copertura mediatica internazionale del conflitto in Sudan si è concentrata nell’ultimo mese sulla violenza nella capitale, Khartoum. Ma Geneina è stata teatro di alcuni dei peggiori combattimenti nel paese con centinaia di vittime. Geneina, peraltro, da anni ospita circa 100.000 sfollati. Gli operatori umanitari riferiscono che i civili sono in balia della violenza, intrappolati in casa per giorni a causa di bombardamenti incessanti, impossibilitati a scappare e tagliati fuori dall’assistenza sanitaria e dai beni di prima necessità. A Geneina sono in corso saccheggi e violenze.
La regione del Darfur nel suo insieme ha vissuto una guerra devastante dal 2003 al 2020. Vari gruppi hanno partecipato al conflitto ma è stato in gran parte combattuto dall’esercito sudanese e dalla milizia Janjaweed contro i gruppi ribelli sotto la bandiera del Fronte Rivoluzionario Sudanese. La guerra ha avuto una chiara dimensione etnica, poiché i militari e i Janjaweed sono in gran parte sudanesi arabizzati mentre i ribelli sono principalmente non arabi, come i Masalit. Le Rsf sono nate proprio dalla milizia Janjaweed.
Il Sudan vive una forte instabilità politica dalla rimozione nel 2019, dopo trent’anni al potere, del dittatore Omar al Bashir. Successivamente si è formato un governo di transizione, ma Al Burhan, con l’aiuto di Dagalo, ha preso il potere con un colpo di stato del 2021 e fermato i passi in avanti verso un sistema democratico. Quindi lo scorso 15 aprile sono iniziati i combattimenti tra le Rsf e le forze armate regolari in seguito alle forti tensioni tra Dagalo e Al Burhan. Pagine Esteri
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È troppo presto per un Medio Oriente "cinese”
Il 10 marzo scorso, a Pechino, Iran e Arabia Saudita raggiunto un accordo per impegnarsi a ristabilire le relazioni bilaterali, interrotte nel 2016. Abbiamo parlato del ruolo della Cina nel negoziato con Jacopo Scita, Policy Fellow del think tank Bourse & Bazaar Foundation.
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In Cina e Asia – Elezioni in Thailandia: vince il Move Forward davanti al Pheu Thai
Elezioni in Thailandia: vince il Move Forward davanti al Pheu Thai
L'UE discute la sua strategia sulla Cina e sull'Indo-Pacifico
Cittadino americano condannato all'ergastolo per spionaggio
Xi Jinping spinge sulla megaregione Jing-Jin-Ji per la "modernizzazione cinese"
Le accuse di un ex dirigente a ByteDance
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Taiwan Files – La strada verso le presidenziali
È il 2 gennaio 2019. Xi Jinping prende la parola per un messaggio di inizio anno rivolto ai “compatrioti” di Taiwan, in occasione del 40esimo anniversario del primo messaggio del 1979. Sotto la guida di Deng Xiaoping, allora si era passati dall’utilizzare il termine “liberazione” a quello “riunificazione”. Quattro decadi dopo, è però cambiato tanto. La Repubblica di Cina non è più un regime a partito unico sotto ...
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VIDEO. Gaza. Niente tregua, ucciso un altro comandante militare del Jihad
della redazione
Pagine Esteri, 12 maggio 2023 – Dopo una notte relativamente tranquilla, il fallimento dei negoziati mediati dall’Egitto per il cessate il fuoco tra Israele e il Jihad islami è sfociato in una ripresa dei raid aerei israeliani e dei lanci di razzi da parte dell’organizzazione armata. Questo pomeriggio un attacco aereo israeliano ha ucciso Iyad Al Hasani, un altro comandante militare del Jihad, assieme ad altri due palestinesi. Sale ad almeno 34 il bilancio dei palestinesi uccisi da martedì, giorno di inizio dell’attacco israeliano. Un razzo palestinese ieri ha ucciso un civile israeliano a Rehovot.
Iyad Al Hasani
Questa mattina sono stati sparati razzi anche verso Gerusalemme. La città non è stata raggiunta ma le sirene di allarme sono scattate in vari insediamenti coloniali israeliani nella Cisgiordania occupata, a Beit Shemesh a una ventina di chilometri da Gerusalemme. Itai Blumenthal, corrispondente della tv Kan, sostiene che “Israele fa pressioni sul movimento islamico Hamas, che controlla Gaza, affinché la Jihad fermi il lancio di razzi”.
La tregua intanto si allontana dopo l’interruzione da parte di Israele dei contatti indiretti per una tregua con la Jihad islamica. Secondo i media israeliani, Hamas finora non ha preso parte attiva ai lanci di razzi ma non li ha nemmeno impediti, e starebbe cercando di organizzare proteste in Israele la settimana prossima, quando gli israeliani festeggeranno la ‘Giornata di Gerusalemme’, ovvero l’occupazione della zona araba della città nel 1967. Pagine Esteri
GUARDA IL VIDEO
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GAZA-ISRAELE. Terzo giorno di bombardamenti. Aumentano le vittime a Gaza, ucciso un israeliano
Pagine Esteri, 11 maggio 2023. Un israeliano è stato ucciso a Rehovot, nel centro di Israele, da un razzo lanciato dalla Striscia di Gaza che ha colpito l’edificio in cui abitava. Altre quattro persone sono rimaste ferite.
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I bombardamenti israeliani su Gaza continuano per il terzo giorno consecutivo. Centinai di razzi sono stati lanciati dalla Striscia verso Israele, quasi tutti intercettati dai sistemi antimissili.
I morti palestinesi sono al momento 28, tra loro 5 bambini, 4 donne, 5 comandanti del Jihad Islami.
Un razzo ha raggiunto questo pomeriggio un palazzo di Rehovot, a circa 30 chilometri di distanza da Tel Aviv. Al momento si conta un morto ma il bilancio potrebbe salire.
Il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato che Israele è nel bel mezzo della sua campagna militare, denominata Scudo e Freccia, che ha l’obiettivo di uccidere comandanti e membri del Jihad Islami.
Pare stiano continuando i tentativi dell’Egitto di far giungere le parti ad una tregua. Cosa che, però, appare al momento molto complicata.
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In Cina e in Asia – Xi rilancia la mega smart city di Xiong’an
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Parigi: "La Cina può svolgere un ruolo per la pace"
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Cina ed Ecuador firmano accordo di libero scambio
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CILE: l’estrema destra mobilita la maggioranza silenziosa
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 10 maggio 2023 – Sarà il Partito Repubblicano, formazione che raccoglie l’eredità politica e ideologica del regime fascista e turboliberista imposto da Augusto Pinochet dal 1973 al 1990, ad avere la maggioranza nel Consiglio Costituzionale di Santiago.
Il Consiglio Costituzionale in mano alla destra
L’organismo eletto domenica con il mandato di approvare una nuova bozza di Costituzione sarà quindi controllato dal partito di estrema destra guidato da José Antonio Kast, che ha raccolto il 35,5% dei consensi, riuscendo ad eleggere ben 23 dei 51 membri del Consiglio. I 3,3 milioni di voti ottenuti il 7 maggio fanno del Partito Repubblicano la formazione più votata in Cile dalla fine del regime. Si tratta di un risultato enorme, tenendo conto che alle elezioni per il Senato del 2021 il Pr aveva ottenuto un solo seggio e che era rimasto fuori dalla precedente assemblea costituente.
“Unità per il Cile”, la coalizione che sostiene l’attuale governo progressista di Gabriel Boric ha incassato il 28,4% e 16 seggi mentre altri 11 seggi (21,1%) vanno alla coalizione della destra liberale “Cile sicuro”. Dal Consiglio Costituzionale rimane invece fuori “Tutto per il Cile”, erede della “Concertación de Partidos por la Democracia” che ha a lungo governato il paese dopo la fine della dittatura; la coalizione di centrosinistra ha raggranellato solo il 9%. Nessun seggio anche per il Partito della Gente (5,4%), formazione di destra populista. Un seggio è stato invece attribuito, come previsto dalla legge elettorale, ad un rappresentante dei popoli indigeni del paese.
Record di voti nulli
Alle urne, anche in virtù dell’obbligatorietà del voto, si sono recati ben 12,8 milioni di aventi diritto, quasi l’85% del totale, con un’impennata apparente di partecipazione rispetto alle precedenti tornate elettorali. Ma l’enorme quota di voti nulli – 2,1 milioni, il 17% del totale – e di schede bianche – 565 mila, 4,55% – mostrano quanto siano diffusi il disinteresse e la disillusionetra gli elettori cileni.
Manifestante nel corso di una protesta nell’autunno del 2019
L’estallido social e la fase costituente
Il processo di revisione della Costituzione pinochettista è stato avviato il 25 ottobre del 2020 da uno storico referendum (approvato dal 78% dei votanti ma solo dal 38% degli aventi diritto, in una giornata caratterizzata da una forte astensione) convocato dal governo di destra di Sebastian Piñera per placare l’estallido social esploso in Cile nell’autunno del 2019. Formalmente le agitazioni sociali erano iniziate contro gli aumenti delle tariffe del trasporto pubblico, ma si erano presto estese alla richiesta di una riforma generalizzata di un sistema economico rigidamente liberista imposto durante la dittatura che affida ai grandi gruppi privati il controllo dei principali servizi pubblici e impedisce una qualsiasi seria redistribuzione della ricchezza. In piazza erano scesi soprattutto gli studenti e le donne, ma anche settori consistenti di lavoratori.
Nel 2021 era stata eletta (ma solo dal 43% degli aventi diritto) un’Assemblea Costituente composta da 155 membri, di cui 48 “indipendenti” spesso espressione dei movimenti sociali e della società civile. Ne era nato un testo contraddittorio che però aggrediva alcuni dei pilastri autoritari e liberisti imposti durante la dittatura.
Gli elettori bocciano la nuova costituzione
Nel referendum popolare convocato lo scorso 4 settembre, però, ben il 61,87% degli elettori ha bocciato la proposta di nuova Costituzione. Il “Rechazo” si è imposto in tutte le 16 regioni del Paese, raggiungendo punte del 74% nelle regioni del Nuble e dell’Araucania. Era il segno che la maggioranza della popolazione del paese non condivide le ansie riformiste e progressiste dei settori più avanzati della società cilena che si erano mobilitati nel 2019 e nel 2020. L’esito del voto di domenica scorsa conferma quanto sia forte nel paese il radicamento dell’ideologia reazionaria incarnata da José Antonio Kast.
«Il Cile ha sconfitto un governo fallito, che è stato incapace di affrontare le crisi della sicurezza, dell’immigrazione, le crisi economiche e sociali» ha commentato il leader dell’estrema destra.
L’ombra di Pinochet
Ora i repubblicani avranno il potere di veto all’interno dell’emiciclo e potranno probabilmente contare sul sostegno di “Cile sicuro” per controllare, con 33 seggi, la maggioranza del Consiglio incaricato di approvare una nuova bozza di Costituzione. Paradossalmente, saranno ora gli ammiratori del dittatore e delle sue politiche a dover riformare il testo costituzionale redatto durante il regime, che i Repubblicani ammettono di non avere alcuna intenzione di stravolgere.
Anche in questo caso, la Carta sfornata alla fine dei suoi lavori dal Consiglio – che sarà fortemente vincolato a una bozza a sua volta redatta dai 24 esperti designati il 6 marzo dal Congresso di Santiago – dovrà essere approvata da almeno i tre quinti dei membri dell’Assemblea per poi essere sottoposto al giudizio popolare. Il fatto che ad aprire i lavori della speciale commissione congressuale sia stato chiamato Hernán Larraín Fernández, che ebbe un ruolo non secondario durante il regime di Pinochet e che viene per questo contestato dalle organizzazioni per i diritti umani, lascia intendere quanto siano mutati, in soli due anni, gli equilibri politici del Cile.
L’esito del voto di domenica rappresenta un’ennesima doccia fredda per Gabriel Boric e il governo del paese, che dopo la bocciatura di settembre ha già tirato i remi in barca rispetto a molte delle riforme radicali promesse, che avevano portato la coalizione di sinistra “Apruebo Dignidad” (socialisti, comunisti, Frente Amplio, umanisti) a vincere le elezioni presidenziali, nel dicembre del 2021, proprio contro il leader dei repubblicani José Antonio Kast.
Josè Antonio Kast insieme all’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro
“Legge e ordine”. Kast mobilita la maggioranza silenziosa
Stavolta, però, la destra radicale è riuscita a mobilitare una vera e propria “maggioranza silenziosa”. Alle precedenti tornate elettorali aveva partecipato una quota assai minore di elettori, e molti di quelli che stavolta si sono recati alle urne, quando non hanno annullato la scheda, hanno confermato la propria fedeltà ai “valori” del passato regime o hanno espresso la propria paura nei confronti di cambiamenti legislativi e culturali percepiti come rischiosi.
Il campione della destra è riuscito a catalizzare l’attenzione degli elettori con un discorso basato sul sempreverde asse “legge ed ordine”, con i suoi strali contro gli immigrati illegali – soprattutto venezuelani, haitiani e peruviani – e l’aumento delle rapine e dei crimini violenti (che comunque non rendono il Cile il paese più insicuro del continente). La disillusione per le promesse non mantenute da Boric – che negli ultimi mesi rincorre, tra l’altro senza grande fortuna, i toni securitari della destra, abbandonando parte dell’agenda sociale che ne ha favorito la vittoria – e la rabbia sociale suscitata dall’aumento esorbitante dei prezzi degli alimenti e dei servizi fanno il resto.
Il risultato è che anche il secondo tentativo di riforma della costituzione potrebbe andare a vuoto, chiudendo chissà per quanto tempo la finestra apertasi nel 2020. Il referendum che dovrà seguire il varo della seconda bozza, infatti, potrebbe di nuovo bocciare il lavoro dei costituenti. Oppure, potrebbe approvare un testo non dissimile – forse ancora peggiore – da quello vergato nel 1980 dal generale Pinochet e dai suoi “Chicago Boys”, ma stavolta legittimato dal voto popolare proprio mentre il paese è governato da una coalizione di sinistra.
La sconfitta per il governo – che nei giorni scorsi è comunque riuscito a portare a casa la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali – arriva poco dopo che Boric ha presentato la sua ambiziosa proposta di aumentare il controllo statale sui progetti strategici del litio e creare una nuova compagnia nazionale per sfruttare il metallo bianco. L’esito del progetto – che si sta già scontrando con numerosi ostacoli di ordine tecnico e politico – chiarirà quanto è ancora forte la presa della maggioranza di sinistra sul paese. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
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PAKISTAN. Mille manifestanti arrestati dopo il fermo dell’ex Premier Khan
Pagine Esteri, 10 maggio 2023. È attesa per oggi una grande manifestazione dei sostenitori di Imran Khan, l’ex Primo Ministro arrestato ieri mentre si trovava presso l’Alta Corte di Giustizia di Islamabad.
Il 70enne ex campione di cricket si trovava nella capitale per partecipare all’udienza del processo che lo vede imputato per corruzione. Dopo essere stato deposto da un voto di sfiducia, lo scorso anno, Imran Khan ha dichiarato di essere stato raggiunto da 85 capi di accusa, tra cui quelli di corruzione, terrorismo, oltraggio ai tribunali, sommosse, blasfemia.
Secondo Khan e il suo partito si tratta di un accanimento giudiziario guidato da ragioni strettamente politiche, interne ed esterne: il premier non era ben visto dagli Stati Uniti, anche a causa dei suoi legami con la Cina e la Russia.
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Khan era appena entrato nell’edificio che ospita l’Alta Corte di Giustizia quando l’area è stata circondata ed è stato fatto uscire da decine di paramilitari che lo hanno caricato su un veicolo e portato via. I membri del suo partito e i suoi legali hanno atteso che la stessa Corte di Giustizia si pronunciasse sulla legalità dell’arresto. Dopo qualche ora il fermo è stato definito legale ma in quel momento erano già in strada a centinaia i sostenitori dell’ex Primo Ministro, che secondo i sondaggi è ancora il leader più amato in Pakistan. Un manifestante è stato ucciso e a decine sono rimasti feriti.
Le autorità hanno fatto oggi sapere di aver arrestato quasi 1.000 persone nella provincia di Punjab e che durante gli scontri sono rimasti feriti 130 membri delle forze di sicurezza. Il governo ha dato l’ordine di dispiegare l’esercito nella provincia di Punjab.
L’accesso ai social network è stato bloccato per ordine del governo, e internet è stato messo fuori uso in alcune zone del Paese. Nonostante questo sono comparsi sui social video delle proteste ma anche delle violenze: edifici, checkpoint e luoghi simbolo dell’esercito e delle forze di polizie sono stati dati alle fiamme.
L’ex premier Khan portato via dai paramilitari
Il segretario generale del partito di Khan, Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), Asad Umar, ha dichiarato che elementi governativi sotto copertura si sono resi responsabili di violenze e incendi. Anche Asad Umar è stato arrestato oggi, non è ancora chiaro con quali accuse.
I social media risultano ancora inaccessibili, anzi, oggi si è aggiunto Instagram alla lista che ieri era composta solo da Facebook, Twitter e YouTube.
Secondo media pakistani Khan è stato portato in tribunale questa mattina. Pagine Esteri
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In Cina e Asia – Cina-Ue: Qin Gang corteggia la Germania
Investimenti cinesi in Europa ai minimi dal 2013
Arrestato magnate cinese per raccolta illegale di fondi
Nuove rotte tra Cina e Mar Mediterraneo
Cina: diritti riproduttivi in tribunale
L'ex premier in esilio Thaksin Shinawatra vuole tornare in Thailandia
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Qin Gang in Europa: sanzioni e Canada ostacoli sulla distensione
Il ministro degli Esteri cinese tra Germania, Francia e Norvegia. Si cerca di immaginare un terreno comune sull'Ucraina, ma Pechino prova a slegare le relazioni dalla guerra. Intanto Xi Jinping prepara il vertice con le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale
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In Cina e Asia – Qin Gang incontra l’ambasciatore Usa in Cina
I titoli di oggi:
Qin Gang incontra l'ambasciatore Usa in Cina
Ottawa espelle il diplomatico cinese accusato di minacce verso un politico canadese
Cina, alla Commissione centrale Xi chiede attenzione su demografia e tecnologia
ChatGPT, in Cina la prima detenzione legata all'utilizzo del bot per produrre fake news
LinkedIn chiude la app pensata per il mercato cinese
Giappone, la Camera dei rappresentanti vota una controversa legge sui rifugiati
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Attacco improvviso israeliano su Gaza, numerosi morti e feriti tra i palestinesi
della redazione
Pagine Esteri, 9 maggio 2023 – Almeno 12 palestinesi sono stati uccisi e altri 20 feriti nell’attacco improvviso lanciato nella notte da Israele contro la Striscia di Gaza. Tra i morti ci sono tre bambini e una o più donne. Obiettivo ufficiale dell’offensiva aerea denominata “Scudo e Freccia” sono stati alcuni leader di spicco del Jihad Islami colti di sorpresa nelle loro abitazioni ed uffici. Inizialmente il bombardamento condotto, pare, anche con droni killer, ha preso di mira Jihad al-Ghanam, Khalil al-Bahtini, membro del Consiglio militare e comandante della regione settentrionale nelle Brigate al-Quds (l’ala armata del Jihad) e Tariq Ezz al- Din e i suoi due figli, Ali e Mayar.
Tra gli uccisi figura anche il dottor Jamal Khaswan, direttore del consiglio di amministrazione dell’ospedale Al-Wafa.
Poi l’aviazione israeliana ha preso di mira numerosi obiettivi che il portavoce militare israeliano ha descritto come campo militari e siti per la fabbricazione di razzi ed esplosivi. Gli attacchi hanno provocato altre vittime, alcune delle quali civili. Il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant ha scritto su Twitter che “l’esercito e lo Shin Bet (intelligence, ndr) hanno svolto la loro missione con precisione, contro la leadership del Jihad islami nella Striscia di Gaza”. Non ha fatto alcun riferimento ai bambini e alle altre vittime civili.
In previsione di una probabile escalation, le autorità di Gaza hanno annunciato la chiusura degli istituti scolastici e il rinvio degli esami previsti per oggi fino a nuovo avviso. L’orario di lavoro nelle istituzioni governative è stato ridotto al minimo necessario. Anche l’Unrwa (Onu) ha annunciato che, al fine di garantire la sicurezza degli studenti e del personale docente e scolastico, le lezioni saranno sospese. Altrettanto avverrà nelle università.
A Gaza tutti si attendono una guerra ampia. Il Jihad, si prevede, lancerà i suoi razzi contro Israele in risposta agli attacchi subiti e alle uccisioni. Poi dovrebbe cominciare un attacco massiccio da parte di Israele che ha già avvertito la sua popolazione nei pressi di Gaza di restare in casa e nei rifugi. I media israeliani sostengono che il governo Netanyahu vorrebbe tenere fuori dal conflitto il movimento Hamas, la principale forza militare a Gaza. Ma il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha replicato che “il nemico ha fatto un errore nelle sue stime e pagherà il prezzo del suo crimine” e che “l’aggressione ha preso di mira tutto il nostro popolo e la resistenza è unita nell’affrontarla”. Pagine Esteri
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Gli Usa "arruolano” l’Asia-Pacifico, ma c’è chi protesta
In Australia manifestazione contro la base per sottomarini a propulsione nucleare Aukus. Nelle Filippine si contesta la reintroduzione dell'addestramento militare obbligatorio per gli studenti universitari. In Giappone e Corea del Sud malumori sul disgelo suggellato dal vertice tra Kishida e Yoon a Seul
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Cent’anni fa il femminismo arabo: due centenari importanti per l’Egitto e non solo
di Patrizia Zanelli*
Pagine Esteri, 8 maggio 2023 – Il 16 marzo del 1923 nasceva al Cairo l’Unione Femminista Egiziana (UFE), formata da donne dell’alta borghesia e del ceto medio, musulmane e cristiane, e presieduta da Hoda Shaarawi (Hudā Sha‘rāwī, 1879-1947). È la più famosa delle undici fondatrici della neonata organizzazione – la prima del genere nella storia del femminismo arabo –, fondata proprio in quella data, per ricordare la sua partecipazione alla Rivoluzione del 1919. Era infatti il quarto anniversario del giorno in cui la stessa Shaarawi, abituata a vivere nell’harem, era uscita di casa per guidare quasi trecento altre donne dell’alta borghesia in una marcia di protesta contro il protettorato britannico sull’Egitto, che durava dal 1882. La micia dell’insurrezione popolare, esplosa il 9 marzo 1919, era stata la deportazione del parlamentare Saad Zaghlul (1858-1927) e di altri tre nazionalisti egiziani del neofondato Partito Wafd, ordinata dalle autorità coloniali.
Durante la marcia organizzata per l’appunto il 16 marzo di quell’anno, Shaarawi e le altre manifestanti erano completamente velate, secondo l’usanza ancora diffusa allora. Come spiega Margot Badran, in Feminists, Islam, and Nation [1], da secoli il velo, niqab, non era tanto un simbolo religioso quanto una tradizione patriarcale; lo portavano di fatto le musulmane, le cristiane e le ebree dei ceti medio-alti nelle città e nelle aree rurali. Lo indossavano anche le donne povere del proletariato urbano, che però erano più libere di muoversi proprio per ragioni economiche: non vivevano nell’harem, struttura tipica delle abitazioni signorili; uscivano di casa, per andare a lavorare e ottenere una retribuzione che serviva agli interessi degli uomini delle loro famiglie. Le contadine, invece, non lo portavano, perché incompatibile con il lavoro nei campi.
D’altro canto, nell’ambito del movimento di modernizzazione culturale, definito Nahḍa (Rinascita o Rinascimento), e talvolta Tanwīr (Illuminismo), sorto a metà Ottocento nell’area siro-libanese e in Egitto, si stava già cercando di abolire la segregazione femminile e l’uso del velo. Due proposte che rientravano nella promozione generale del potenziamento della posizione della donna nelle società arabe, visto come massimo indizio di modernità e passo fondamentale per la liberazione dalle tradizioni oscurantiste locali e dalla dominazione delle potenze imperialiste straniere dell’epoca.
Nel 1805, Muhammad Ali Pascià (1769-1849) aveva trasformato l’Egitto in una provincia autonoma dell’Impero Ottomano e poi avviato la modernizzazione del paese, destinato a diventare il centro della Nahḍa, anzitutto grazie all’introduzione della stampa moderna, nel 1820. Durante il regno dello stesso governatore o viceré, e precisamente nel 1832, fu aperto il primo istituto d’istruzione femminile; era specializzato nella formazione delle donne aiuto medico; le allieve appartenevano al ceto medio. Diverse scuole missionarie, soprattutto francesi e inglesi, per bambine furono istituite da allora in poi.
In quel periodo emerse la figura di un intellettuale modernista, considerato tra i principali promotori della parità di genere nel mondo arabo: Rifa‘a al-Tahtawi (1801-1873), pedagogo, scrittore e traduttore, pioniere della Nahḍa, che nel resoconto autobiografico, “Oro raffinato nel compendio di Parigi”, del 1834, esprime la propria ammirazione per lo stile di vita delle donne francesi, ritenendolo un modello di modernità da imitare e conforme ai principi dell’Islam. Fu anche il padre dell’egittologia moderna egiziana e della pedagogia faraonista; abbinò teorie egittologiche al geo-determinismo di Montesquieu per definire l’egizianità, diventando così il teorico primario del Faraonismo, forma di nazionalismo territoriale che assunse il passato faraonico come base per la definizione di un’identità nazionale in grado di unire una popolazione formata da una maggioranza musulmana, un’importante minoranza copto-cristiana e una piccola comunità ebraica. Nel suo ultimo libro, “La guida sicura per i ragazzi e le ragazze”, del 1972, al-Tahtawi riconosce a entrambi i sessi il diritto all’istruzione.
Altro pioniere della Nahḍa è il riformatore musulmano progressista Muhammad Abduh (1849-1905), che reinterpretò il racconto di Adamo ed Eva dell’Antico Testamento, confutando il dogma dell’inferiorità della donna, per smantellare i derivati pregiudizi sessisti. In qualità di mufti, emanò una serie di fatwa per promuovere la parità di genere, proponendo, solo per esempio, l’abrogazione della poligamia. Avendo lanciato la reinterpretazione modernista del Corano e delle altre fonti del diritto islamico, permise a uomini e donne appunto di reinterpretarle in tal senso.
Nasceranno discorsi filo-femministi maschili e femministi femminili. Gli uomini, nota Badran, partono da considerazioni astratte sull’arretrata condizione femminile, volte a spiegare l’arretratezza del loro paese. Le donne, invece, propongono riflessioni sulle proprie esperienze personali, per aiutare se stesse a vivere meglio ed emanciparsi. Badran rileva che l’avvocato copto Murqus Fahmi (1872-1955) imputava l’arretratezza dell’Egitto e della condizione femminile al sistema patriarcale, all’oppressione delle donne perpetrata dagli uomini delle loro famiglie, che le consideravano moralmente deboli e le segregavano in casa, col pretesto di difenderle dal disonore, per controllare non solo il loro onore ma anche il loro patrimonio. Ispirandosi a una tragedia avvenuta realmente, criticò duramente il patriarcato nell’opera teatrale “La donna dell’Est” (1894).
Abduh e Fahmi influenzeranno il giurista e scrittore Qasim Amin (1863-1908) che, in “La liberazione della donna” (1899) e “La nuova donna” (1900), denuncia l’arretratezza delle donne egiziane, considerando la loro condizione arretrata come un ostacolo al progresso della nazione. Le sue controverse teorie ‘femministe’, basate sul riformismo islamico e su argomentazioni secolari, sono ampiamente confutate, per esempio, da Leila Ahmed, in Women and Gender in Islam [2]. Secondo la studiosa, questo padre del ‘femminismo’ nazionale, abbagliato dall’ammirazione per la cultura occidentale, era un paternalista emulatore degli stereotipi sulle società musulmane inventati dal colonizzatore. Badran, invece, ricorda che Amin fu osteggiato da diversi conservatori suoi coevi per avere promosso l’abrogazione della poligamia, della segregazione femminile e dell’uso del velo, chiarendo che queste usanze non sono prescritte dall’Islam.
(foto di UN Women/Ryan Brown)
Nel frattempo, in seguito alla guerra civile interconfessionale esplosa nel Monte Libano, nel 1860, e diffusasi fino alla Siria, molti intellettuali libanesi e siriani, prevalentemente giornalisti cristiani, ma anche musulmani, sceglievano il Cairo o Alessandria come luogo d’esilio, unendo i loro sforzi di innovazione culturale a quelli egiziani.
Il femminismo arabo ha talune affinità con quello nato in Occidente e altrove nel mondo; nasce in ambienti borghesi, assumendo inizialmente la forma dell’associazionismo femminile filantropico. Per le donne il primo passo verso l’emancipazione è certamente l’istruzione; hanno bisogno di comunicare le loro idee, incontrandosi, o/e tramite la scrittura e la stampa. Le pioniere della Nahḍa iniziarono di fatto a pubblicare testi espressivi di una consapevolezza femminista poco dopo l’uscita dell’ultimo libro di al-Tahtawi, nel 1872. Le libanesi Maryam Nahhas (1856-1888) e Zaynab Fawwaz (1860-1914), entrambe immigrate in Egitto, e precisamente ad Alessandria, pubblicarono rispettivamente nel 1879 e nel 1894, i primi dizionari biografici di donne, compilati per dimostrare, spiega Badran, le loro capacità di svolgere un ruolo pubblico importante. Altra pioniera è l’aristocratica egiziana di origini turco-circasse, Aisha Esmat al-Taymuriyya (1840-1902), poetessa e scrittrice che per i suoi scritti coraggiosi è considerata la vera madre del femminismo arabo; in “Le conseguenze delle circostanze in parole e fatti” (1887), definisce l’harem come “una caverna di isolamento” e rivela di avere desiderato sin da bambina di imparare a leggere e scrivere, e non a ricamare. Nel libretto di 16 pagine, “Specchio contemplativo su alcune cose” (1892), invece, l’autrice reinterpreta il Corano, suggerendo che il Libro Sacro dell’Islam fosse meno patriarcale di quanto sostenuto dal conservatorismo islamico.
In seguito all’invasione britannica dell’Egitto del 1882, il femminismo si legò di più al nazionalismo, il che risultò in formulazioni espressive di una ricerca di affermazione dell’egizianità. Costretta dal marito poligamo a vivere a lungo isolata a casa sua nell’oasi del Fayyum, Malak Hifni Nasif (1886-1918), ex-docente di scuola e conferenziera universitaria del Cairo, combina anticolonialismo e anti-patriarcato nei suoi saggi e articoli, improntati al modernismo musulmano, pubblicati nel quotidiano al-Jarīda (Il giornale) e poi raccolti nel libro “Pezzi femministi” (1909). Benché riconoscesse i passi in avanti compiuti dalle donne europee, metteva in guardia dall’imitarle ciecamente, indicando le contadine egiziane non velate come un modello autoctono a cui ispirarsi. Nasif trovava inoltre conforto, tenendo una fitta corrispondenza con un’altra figura importante per il femminismo arabo, Mayy Ziyada (1886-1941), poetessa e scrittrice, nata a Nazareth da madre palestinese cristiana greco-ortodossa e padre libanese maronita, ma vissuta quasi sempre al Cairo, dove creò, nel 1912, un salone letterario frequentato da intellettuali di varia provenienza. La pedagoga e saggista Nabawiyya Musa (1886-1951) – futura attivista famosa dell’UFE –, invece, apparteneva a una famiglia musulmana del ceto medio della città di Zagazig; visse però sin dall’infanzia ad Alessandria. Dovette lottare strenuamente contro le convenzioni sociali conservatrici dell’epoca, per completare gli studi; fu la prima egiziana a ottenere un diploma d’istruzione superiore, nel 1908, ma non poté accedere all’università (accesso che sarebbe rimasto precluso alle donne fino al 1929). Divenuta una docente di scuola sempre ad Alessandria, nel 1909, smise di portare il niqab; per lei, lo stile di vita delle contadine egiziane che vivevano in simbiosi con i mariti era il modello da imitare.
Nell’autobiografia, “Le mie memorie”, pubblicata postuma in arabo nel 1981 e tradotta in inglese col titolo Harem Years: the Memoirs of an Egyptian Feminist [3], Shaarawi ricorda che sin dall’inizio della Rivoluzione del 1919 le donne avevano creato delle bandiere speciali, cucendo sul tessuto verde una mezzaluna che abbraccia una croce. Era un nuovo simbolo dell’unità nazionale egiziana, nato in risposta alla classica strategia divide et impera adottata dalle autorità britanniche, che cercavano di fomentare la guerra civile, asserendo che, in Egitto, la maggioranza musulmana stesse lottando contro le minoranze religiose. Furono soprattutto i copti, ricorda Shaarawi, a indignarsi per questa calunnia pericolosa per il movimento nazionalista e, perciò, subito smentita da varie dimostrazioni popolari di solidarietà interreligiosa: “Gli egiziani si riunivano nelle moschee, nelle chiese e nelle sinagoghe; imam camminavano a braccetto con preti e rabbini”.
Allora si era diffuso il Faraonismo, e molte femministe vedevano lo status sociale goduto dalle egizie come un modello autoctono a cui ispirarsi per il progresso del loro paese. Il pittore Muhammad Nagi (1888-1956) commemorò subito la Rivoluzione del 1919, nel dipinto faraonista, “La rinascita dell’Egitto”, in cui la nazione egiziana è simboleggiata da Iside.
Nel mondo arabo, in generale, femminismo e nazionalismo sono strettamente legati da sempre; ma le rivendicazioni femministe spesso rimangono in secondo piano rispetto alle cause nazionali. La situazione però varia da un paese all’altro. Un caso significativo è l’Algeria, dove, durante la lunga dominazione coloniale francese (1830-1960), i colonizzatori imposero un aggressivo processo di acculturazione ossia di francesizzazione. Il niqab, spiega Badran, divenne un simbolo identitario della cultura autoctona, e difenderlo una forma di resistenza anticolonialista. Le donne algerine lo portavano, privilegiando la lotta nazionalista alla loro emancipazione dal patriarcato. In Egitto, la situazione era diversa; il colonialismo britannico era soprattutto economico e non intaccò più di tanto la cultura autoctona. L’élite egiziana era in effetti francofona, e la scelta della francofonia una forma di resistenza culturale contro i colonizzatori inglesi. Nei primi due decenni del Novecento, le femministe continuarono a portare il niqab, non per la causa nazionale, bensì per ragioni tattiche; lo usavano come strumento per aiutare se stesse e altre donne dell’alta borghesia e del ceto medio ad agire nella società.
È per questo che Shaarawi, nel 1913, convinse l’allora quindicenne Sayza Nabarawi (1897-1987) – futura attivista dell’UFE e giornalista famosa – a indossare il velo, che si rifiutava di mettere, perché, avendo trascorso buona parte dell’infanzia a Parigi, non riusciva ad adattarsi allo stile di vita conservatore egiziano. Iniziò così a fare da mentore alla giovane, nipote e di fatto figlia adottiva di una sua amica che le aveva chiesto di aiutarla, sapendo che era una donna eloquente e aperta alla cultura occidentale. Shaarawi (nata Nur al-Hoda Sultan) era già madre di Bahna e di Muhammad; aveva maturato la propria consapevolezza femminista, al Cairo, dopo avere ottenuto nel 1892 il divorzio dal marito, l’allora cinquantatreenne Ali Shaarawi, che lei tredicenne era appena stata costretta a sposare; poi lo aveva risposato nel 1899. In quei sette anni di separazione, infatti, mentre continuava a studiare il Corano, l’arabo, l’inglese e il francese a casa, riceveva ospiti egiziane ed europee. Quindi, nonostante fosse vissuta nell’harem sin da quand’era nata, aveva una mentalità cosmopolita, nonché le capacità comunicative di una leader carismatica. Era inoltre una filantropa, fondatrice di un dispensario per donne povere e di una scuola per bambine, che aveva creato perché studiassero materie letterarie e scientifiche, non economia domestica. Per lei, il velo era il simbolo della segregazione femminile, ma bisognava smettere di portarlo, quando la società egiziana sarebbe stata pronta per un tale cambiamento, perché divenisse capillare.
Ci sono altri fatti storici legati alla nascita dell’UFE e quindi alla biografia di Shaarawi da ricordare. Nel novembre del 1918, suo marito era tra i fondatori e dirigenti del Wafd. Il 12 gennaio 1920, nacque il Comitato Centrale delle Donne Wafdiste (CCDW), formato da molte delle partecipanti alla marcia anticolonialista del 1919. Shaarawi ne fu eletta la presidente; lei e le altre attiviste non intendevano soltanto seguire l’agenda nazionalista del partito; volevano che la liberazione nazionale fosse accompagnata dall’emancipazione femminile. Su pressione dei rivoluzionari, il 22 febbraio del 1922, Londra rilasciò la Dichiarazione Unilaterale d’Indipendenza dell’Egitto, un atto puramente formale; il paese rimase sotto occupazione britannica. Nello stesso mese morì il marito di Shaarawi, che quindi sarà più libera di muoversi. Le condizioni poste dall’Inghilterra, accettate dal governo egiziano, non soddisfacevano il Wafd né il CCDW; volevano la piena indipendenza del paese; quindi, decisero di continuare la disobbedienza civica anche per promuovere le loro riforme sociali, che includevano la garanzia della parità di genere e l’abbandono del velo. Per mobilitare la società civile ritennero necessario formare un’associazione indipendente dal partito; fu perciò che le Wafdiste fondarono l’UFE nel marzo 1923. Il mese successivo fu varata la nuova Costituzione egiziana, che prevedeva pari diritti per tutti i cittadini, ma questa parità fu violata da lì a poco dalla legge elettorale che escludeva le donne dal diritto di voto.
Shaarawi, ormai vedova, Nabawiyya Musa e Sayza Nabarawi, altrettanto libere di muoversi perché nubili, partiranno in nave da Alessandria per andare in Italia a rappresentare l’Egitto al IX congresso dell’Alleanza Internazionale Pro Suffragio Femminile, nota come International Alliance of Women (IAW), organizzato a Roma, dal 12 al 19 maggio del 1923, il primo a ospitare delegazioni non provenienti dall’Occidente. Durante il soggiorno romano, le tre femministe egiziane, che erano sempre a volto scoperto, rimasero un po’ deluse dei lavori dei convegno, perché le sorelle americane ed europee si atteggiavano a salvatrici del Terzo Mondo, trattavano tutte le altre da pari soltanto per il loro genere, mostravano solidarietà femminile, ma si rifiutarono di condannare il colonialismo, pur sapendo che affliggeva soprattutto le donne dei paesi colonizzati. In sostanza, afferma Badran, l’imperialismo occidentale si rifletteva perfino nella sorellanza internazionale. In Occidente, inoltre, era il periodo dell’orientalismo e, in Italia, del fascismo; nei giornali italiani le fotografie di Shaarawi, che era a capo della delegazione egiziana, erano accompagnate da didascalie come “L’Oriente al Congresso Femminile” o “La femminilità musulmana”. Nessuna dicitura etnicista accompagnava le immagini delle rappresenti occidentali.
Al congresso partecipò per la prima volta anche l’Unione delle Donne Ebree della Palestina (sotto mandato britannico dal 1920), affiliata al sionismo internazionale, appena fondata a Tel Aviv, e che chiaramente escludeva le palestinesi autoctone. Nessun altro paese arabo, sottolinea Badran, aveva e avrebbe mai dovuto affrontare una simile duplice battaglia per l’indipendenza dal colonialismo e per la stessa sopravvivenza nazionale. Alcune palestinesi musulmane e cristiane di Gerusalemme, inoltre, avevano già fondato, nel 1920, l’Unione delle Donne della Palestina. Nello stesso anno avevano anche iniziato il loro attivismo nazionalista pubblico, partecipando a una manifestazione contro la minaccia sionista e il mandato britannico. A partire dal 1936, inizio della Grande Rivolta, nota sempre Badran, la difesa della Palestina sarà una delle principali missioni dell’UFE e del femminismo panarabo; le femministe egiziane, in coordinamento con le palestinesi, porteranno la questione all’attenzione delle associazioni pacifiste internazionali e della Lega delle Nazioni.
Per quanto riguarda i fatti del 1923, in Casting off the Veil [4], Sania Sharawi Lanfranchi, ricordando l’esperienza di vita di sua nonna Hoda, spiega che, alla fine dello stesso congresso IAW, Nabawiyya Musa rientrò subito in Egitto per preparare l’accoglienza delle altre due compagne attiviste, che poco dopo fecero insieme il viaggio di ritorno fino al Cairo. Mentre erano a bordo della nave, diretta ad Alessandra, affrontarono la questione del velo; Sayza aprì il discorso dicendo di non volerlo più indossare. Hoda, che si era ripromessa di liberarsene, concordò con la giovane amica, ritenendo che fosse giunto il momento opportuno per farlo. Poiché a Roma erano state sempre a volto scoperto, velarsi di nuovo, sarebbe stato un atto d’ipocrisia e di codardia, pensarono entrambe. Sarebbe stato un passo indietro per la loro causa femminista. Nabawiyya Musa aveva infatti informato la stampa del ritorno delle due attiviste dell’UFE in modo tale da renderlo un evento mediatico, perché ottenesse il massimo della pubblicità. Quindi, alla fine del viaggio, arrivate alla stazione centrale del Cairo, Hoda e Sayza scesero dal treno a volto scoperto: “Furono accolte da un momento di silenzio attonito, dopo il quale tutte le donne del loro circolo, che erano in attesa di accoglierle, si tolsero il velo. Fu una scena magnifica che in futuro sarebbe stata sempre raccontata con entusiasmo da coloro che l’avevano vista”, conclude Lanfranchi.
Proprio grazie alla copertura mediatica dell’evento, quel gesto coraggioso ispirerà molte altre donne del mondo arabo. Al rientro dall’esilio, nel settembre 1923, Zaghlul era a bordo della stessa nave su cui si trovava Shaarawi; il leader del Wafd era con la moglie, Safiya, che, vedendo l’amica a volto scoperto, si tolse il niqab prima di sbarcare ad Alessandria appunto accanto al marito, un eroe nazionale; fu un’ulteriore scelta ispiratrice. Verso la metà degli anni ’40, infatti, in Egitto e altri paesi arabi, nessuno tipo di velo si sarebbe quasi più usato; le donne studiavano all’università, lavoravano in vari settori; alcune erano accademiche e/o attiviste.
Hoda Shaarawi talvolta indossava l’hijab e talaltra non si copriva neppure la testa; continuerà l’attivismo; ma morirà, nel 1947, senza avere avuto la possibilità di votare. Con la Rivoluzione del 1952, di fatto un coup militare, l’Egitto da monarchia ereditaria diventerà una repubblica e raggiungerà la piena indipendenza dall’Inghilterra. Le donne egiziane otterranno finalmente il diritto di voto soltanto nel 1956, in base alla nuova Costituzione promulgata da Gamal Abdel Nasser (1918-1970). Dopo la morte del leader carismatico, simbolo del socialismo arabo, del panarabismo e del terzomondismo, però dittatore, il suo altrettanto autoritario successore, Anwar Sadat (1918-1981), islamista, neoliberista e filo-americano, con un passato filonazista, cercò subito di cambiare il volto dell’Egitto, dove, appunto negli anni ’70, insieme all’impoverimento del ceto medio, iniziò il ritorno del velo.
Questa è un’altra lunga storia, ma riassumibile, riferendo un concetto spesso ribadito da accademiche e altre intellettuali femministe internazionali, musulmane e non: le guerre e le forme subdole di colonialismo dell’era post-coloniale, nei paesi islamici, hanno avuto e continuano ad avere gravi conseguenze sociali, come sempre e ovunque nel mondo, soprattutto per le donne.
NOTE
[1] Margot Badran, Feminists, Islam, and Nation. Gender and the Making of Modern Egypt, American University in Cairo Press, 1996.
[2] Leila Ahmed, Women and Gender in Islam, Yale University Press, 1992.
[3] Hoda Shaarawi, Harem Years. The Memoirs of an Egyptian Feminist. Translated and Introduced by Margot Badran, American University in Cairo Press, 1986.
[4] Sania Sharawi Lanfranchi, Casting off the Veil. The Life of Hoda Shaarawi, Egypt’s First Feminist, Tauris, 2012/A volto scoperto. La vita di Huda Shaarawi, prima femminista d’Egitto, Rowayat, 2018.
*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui i romanzi Memorie di una gallina (Ipocan, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī, e Atyàf: Fantasmi dell’Egitto e della Palestina (Ilisso, 2008) della scrittrice egiziana Radwa Ashur, e la raccolta poetica Tūnis al-ān wa hunā – Diario della Rivoluzione (Lushir, 2011) del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Ipocan, 2022).
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In Cina e Asia – Il vicepresidente cinese all’incoronazione di re Carlo III
Il vicepresidente cinese all'incoronazione di re Carlo III
La Belt and Road Initiative guarda all'Afghanistan
La polizia di Hong Kong sequestra la "Pillar of Shame"
Minacce cinesi contro legislatore canadese
Morti nascoste nella tragedia nella miniera dello Hebei
Kishida primo premier giapponese a visitare Seul in 12 anni
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Summit Sco di Goa, segnali di unità. Ma anche di distanza
Ucraina confinata ai bilaterali, in particolare tra il russo Lavrov e il cinese Qin. A luglio verrà annunciato l'ingresso di Iran e Bielorussia. Ma all'interno del gruppo cova la tensione tra India e Cina
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Taiwan Files – Tempeste politiche
Mancano poco più di 8 mesi alle elezioni presidenziali taiwanesi. Per iniziare a entrare nel clima, su Netflix è uscito da poco Wave Makers, una serie che racconta in maniera puntuale e precisa quello che si muove dietro una campagna elettorale taiwanese. Soprattutto dal punto di vista della comunicazione, visto che tra intrighi e campagne i protagonisti sono proprio i ...
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AFRICA. Etiopia, la pace con il Tigray per fare la guerra all’Eritrea
di Lorenzo Scategni*
Pagine Esteri, 5 maggio 2023 – “Se vuoi la guerra, prepara la pace!”. Sembrerebbe questa la paradossale regola secondo cui in Etiopia si procede ad un accordo di pace tra governo centrale e i leaders del Tigray, regione etiope al confine con l’Eritrea.
Sono ormai due anni che è in atto un ferocissimo confronto armato tra l’esercito governativo e la comunità di etnia tigrina, guerra che non ha avuto regole né pietà e che ben presto si è allargata anche ad altre regioni e altre comunità del paese, come ad esempio quella degli Oromo, e ha mietuto sino ad oggi 800 mila vittime e 2 milioni e mezzo di sfollati, di cui oltre 50 mila rifugiati in Sudan, intrappolati da poche settimane in un’altra sanguinosa guerra civile.
Negli ultimi mesi, molti segnali fanno concretamente sperare che le ostilità stiano cessando e che si voglia siglare una pace duratura, che permetta nuove elezioni nella regione del Tigray, il rilascio dei reciproci prigionieri di guerra e, probabilmente, il disarmo dell’esercito tigrino. Se il percorso di pace fa ben sperare, preoccupazione suscita il motivo per cui esso sembra essere stato intrapreso. Fonti ben informate dall’interno della comunità tigrina ci avvisano, infatti, che questa pace serve a entrambi i contendenti perché il governo Etiope avrebbe in programma una nuova guerra contro l’Eritrea, per la quale gli esperti combattenti tigrini possono tornare molto utili.
Il governo di Asmara, servendosi di una paradossale e interessata alleanza con il presidente etiope Abiy Ahmed Ali, aveva partecipato alla guerra contro il Tigray, entrando col proprio esercito nella regione Etiope, col doppio fine di annientare i combattenti tigrini, che si distinsero durante la storica guerra tra Etiopia ed Eritrea, e cercare, per eliminarli, tutti coloro che per ragioni politiche sono fuggiti dal rigidissimo regime eritreo per rifugiarsi in Tigray. L’esercito di Asmara è ancora presente in terra tigrina, anche se si sta lentamente ritirando via via che le ostilità vanno scemando.
Per capire cosa è cambiato durante questi due anni tanto da spingere a una rapida pace e alla preparazione di una nuova guerra, dobbiamo ricordare che il conflitto Ucraina-Russia ha sconvolto gli equilibri non solo in Europa, ma in tutto il mondo, coinvolgendo e sconvolgendo in particolare l’Africa centro-settentrionale, tanto fragile nei suoi assetti interni tanto ricca di risorse che fanno gola ai grandi competitors mondiali: Stati Uniti, Russia e Cina.
Il bisogno di oro e terre rare da parte dei grandi della terra aveva creato già situazioni di conflitti interni in Repubblica Centrafricana, dove le miniere principali sono in mano alla Cina, e in Ciad. Da poche settimane questa esigenza ha scatenato una guerra civile che è e sarà devastante in Sudan. Il materiale estratto, però, deve essere anche trasportato e per questo servono porti sicuri sul Mar Rosso. L’Eritrea, il cui regime è talmente vicino alla Cina da definire questo Stato la Corea del Nord africana, rappresenta lo sbocco sul mare più importante.
L’Etiopia, allora, da paese più filoccidentale della regione, diventa pedina nel risiko mondiale col fine di contrastare la “cinese” Eritrea in una guerra che si spera possa essere ancora scongiurata. Se così non fosse, il famoso motto di Vegezio “Se vuoi la pace prepara la guerra” invertirà i suoi complementi oggetti, scatenando non solo un nuovo paradosso logico, ma anche un vortice reale nel quale saranno risucchiati chissà quanti innocenti per chissà quanto tempo. Pagine Esteri
*Lorenzo Scategni è un volontario italiano a Khartoum e un analista per l’Africa orientale
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In Cina e Asia – Qin Gang visita il Pakistan
Dopo il summit Sco in India, Qin Gang visita il Pakistan
La Cina invita alla calma dopo l’attacco compiuti da droni contro il Cremlino
Sgominata una rete web che dalla Cina promuoveva fake news
Rapporto cinese: "La CIA ha cercato di rovesciare 50 governi stranieri"
Usa e Filippine annunciano nuove linee guida militari
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La nuova diplomazia cinese, e i suoi margini
“L’avvenire della civiltà dipende dal compito che i cinesi si assumeranno in questo secolo.” La profezia di Benito Mussolini potrebbe avverarsi con cento anni di ritardo. O almeno questo è quello che sembra pensare il gruppo dirigente di Pechino. Dopo tre anni di stallo, dedicati a perseguire la politica “Zero Covid”, la Cina si è riaffacciata al mondo con una ...
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Palestina. Distrutto lo skatepark al porto di Gaza
Pagine Esteri, 4 maggio 2023. Lo scorso Primo Maggio è stato demolito lo skatepark del porto di Gaza City. Costruito nel 2017 grazie al progetto Gaza FREEstyle, era diventato un punto di incontro per giovani, adulti e bambini e un riferimento per iniziative culturali e sociali, come Pagine Esteri aveva documentato con video e interviste.
Il governo di Hamas ha ordinato, apparentemente senza una precisa motivazione, la demolizione della rampa di skate e le ruspe hanno distrutto il campo in poche ore.
Di seguito, il comunicato del Gaza FREEstyle:
Quello che vedete nel video qui sotto è lo skate park del porto di Gaza, distrutto dai mezzi di demolizione del governo di Hamas.
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Video dello Skate Park di Gaza, girato nel 2021 per Pagine Esteri.
Inutile girarci intorno, Hamas si pone in maniera autoritaria negando ai giovani spazi di socialità.
L’area del porto era frequentata da decine di giovani di tutte le età, negli anni era diventata un punto di aggregazione per tantissim* freestyler e writers di tutta la striscia.
Le crew che negli anni hanno costruito il park, organizzavano lezioni per ragazze e bambin*, jam di skate ed eventi circensi.Il murales che vedete nel video ”FREE PALESTINE” è stato realizzato a giugno 2022 durante le attività di scambio con artisti locali.
La costruzione del park è iniziata nel 2017 con la prima rampa in legno; Negli anni successivi l’area è stata trasformata in uno skatepark in cemento.
Le crew di skaters sono triplicate nonostante a Gaza, non esista la possibilità di comprarsi uno skate.
Praticare lo skate a Gaza è un modo per evadere dalle sofferenze della vita, sognare in un luogo che si trova sotto la brutalità di un assedio militare ferocissimo.
Ecco perché lo skatepark del porto era importante e simbolico per noi e per i gazawi.Il Gaza FREEstyle si avvicina alla sua decima Carovana di Solidarietà; in questi ultimi anni abbiamo lavorato per costruire una Casa internazionale delle Donne in collaborazione con le associazioni femminili locali.
La demolizione avvenuta stamattina è un brutto segnale, in pochi minuti è stato distrutto ciò che collettivamente avevamo costruito in tanti anni e con tanti soldi.
Come Gaza Freestyle e centro Vik denunciamo questa azione che non trova nessuna giustificazione.
Insieme alle crew di skaters, nei prossimi giorni, andremo a fondo di questa brutta storia. Chiederemo conto di quanto accaduto con i documenti alla mano.
A metà maggio, partirà una delegazione di 5 compagn che andrà per costruire il progetto della casa internazionale delle donne. In quell’occasione porteremo a Gaza più materiale possibile da skate e cercheremo di individuare una nuova area dove fare il park. APRIAMO LA RACCOLTA DI SKATE, TRUCK, ROTELLE, ROLLER, ABBIGLIAMENTO SPECIFICO che porteremo a Gaza tramite una nostra delegazione femminile che partirà a maggio.
Termine della raccolta 14 maggio.
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PODCAST. TURCHIA: le elezioni saranno un referendum su Erdogan
di Marco Santopadre
Pagine Esteri, 4 maggio 2023 – Il prossimo 14 maggio, a pochi mesi dal terremotoche ha devastatomolte regioni, in Turchia si svolgeranno delle elezioni cruciali in un paese spaccato tra i partiti che sostengono il presidente Recep Tayyip Erdoğan, al potere ormai da più di due decenni, e le opposizioni di destra, centro e sinistra che tentano la spallata.
A vincere la sfida delle presidenziali, affermano i sondaggi, potrebbe essere il leader del Partito Repubblicano Popolare, Kemal Kılıçdaroğlu, il quale ha promesso profonde riforme del sistema politico e cambiamenti consistenti nel posizionamento della Turchia a livello internazionale ma che, anche in caso di vittoria, potrebbe avere non pochi problemi a formare un governo stabile e duraturo.
Pagine Esteri ha intervistato il giornalista turco Murat Cinar per capire se effettivamente questa volta le possibilità di una sconfitta del “sultano” sono consistenti e sul perché sta venendo meno nel paese un consenso che ha permesso al leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di dominare la scena politica turca così a lungo. Pesano la crisi economica e la violazione dei diritti umani e politici dei dissidentie delle minoranze – Pagine Esteri
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Murat Cinar, giornalista e formatore, risiede in Italia (a Torino) dal 2002. Collabora a numerose testate italiane e turche ed è autore di alcune pubblicazioni, tra le quali “Ogni luogo è Taksim” (Rosenberg&Sellier) e “Undici storie di resistenza, undici anni della Turchia” (EBS Print).
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In Cina e Asia – Ritorna il boom del lusso in Cina
Ritorna il boom del lusso in Cina
La NATO aprirà una sede in Giappone
Alle elezioni locali di Hong Kong i cittadini avranno meno potere democratico
I colossi dei microchip Usa sviluppano nuovi modelli per il mercato cinese
La polizia di Shanghai rintraccia uiguri e giornalisti stranieri nello Xinjiang
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In Cina e Asia – La Cina vota risoluzione Onu che condanna la Russia
La Cina vota risoluzione Onu che condanna la Russia
Cina: divieti di uscita come strumento politico
Cina: boom di turisti durante la festa dei lavoratori
La Cina rafforza i rapporti economici con la Mongolia
Anche la Corea del Nord ha un problema di natalità
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Cina-Mondo: Gli e-book di China Files n°19
È ora disponibile il nuovo e-book di China Files, un dossier che offre alcune riflessioni sulla politica estera cinese degli ultimi anni. Ecco come ottenere una copia e sostenere il lavoro della redazione con un contributo libero
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In Cina e Asia – Marcos è arrivato negli Usa
I titoli di oggi:
Marcos è arrivato negli Usa
Ding Liren è il primo cinese campione del mondo di scacchi
Cina, la ledership presterà maggiore attenzione ai reclami dei cittadiniù
Uzbekistan, vince il "si" al referendum costituzionale
Onu, la Cina chiede più rappresentanza per i paesi in via di sviluppo nel Consiglio di sicurezza
Corea del Sud e Cina i due paesi dove è più costoso crescere figli, rivela uno studio
Myanmar, Qin: "Non c'è una soluzione rapida"
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Thailandia al voto: scelta tra riforme e status quo filo-militare
È tutto pronto per le elezioni in Thailandia del 14 maggio. Il Pheu Thai domina nei sondaggi ma è difficile che riuscirà a governare da solo, mentre i partiti filo-militari sanno di poter contare sui 250 voti del senato non elettivo
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Cosa ci dice la telefonata tra Xi e Zelensky?
Prima la mediazione tra Iran e Arabia Saudita, poi il corteggiamento dei leader europei: dove possibile, la Cina ha cercato in ogni modo di ripristinare la propria reputazione internazionale in risposta al rapido deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Ora non è escluso che anche la guerra in Ucraina venga sfruttata come palcoscenico per promuovere l’immagine di una Cina superpotenza responsabile.
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