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In Cina e Asia – Sullivan: "Usa e Ue allineati sulla strategia di de-risking”


In Cina e Asia – Sullivan: sullivan
I titoli di oggi:

Sullivan: "Usa e Ue allineati sulla strategia di de-risking"
Asia Centrale, Qin Gang incontra i rappresentanti in vista del summit di maggio
Italia-Cina, il report della Camera di commercio
Concluse le esercitazioni congiunte Usa-Filippine
Il valore geopolitico della ferrovia Cina-Pakistan
L’Argentina pagherà le importazioni cinesi in yuan

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La Norvegia vieta le importazioni dagli insediamenti israeliani


Pagine Esteri, 27 aprile 2023. La Norvegia ha annunciato ieri, mercoledì 26 aprile, il divieto alle importazioni di beni e servizi delle compagnie che “contribuiscono direttamente o indirettamente agli insediamenti illegali israeliani nei territori occupati, in quanto costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”.

La notizia segue l’annuncio, il giorno precedente (25 aprile), della città belga di Liegi, il cui consiglio ha votato per porre fine a tutti i legami con Israele, a causa del suo “regime di apartheid, colonizzazione e occupazione militare”. A febbraio la città di Barcellona aveva congelato i rapporti con Israele, interrompendo il gemellaggio con Tel Aviv: “Non possiamo più tacere di fronte alla violazione flagrante e sistematica dei diritti umani”, dichiarò in quell’occasione la sindaca Ada Colau.

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L’insediamento coloniale israeliano di Har Homa, nel sud-est di Gerusalemme (foto di Michele Giorgio)

La decisione di Oslo era già stata annunciata a giugno del 2022, quando fu stabilito di consentire l’etichetta “made in Israel” solo sui prodotti realizzati in Israele e non a quelli provenienti dai territori illegalmente occupati nel 1967: “I prodotti alimentari provenienti da aree occupate da Israele devono essere etichettati con l’area di provenienza e devono indicare che vengono da un insediamento israeliano”.

Il governo norvegese ha specificato che il divieto si applicherà ai territori occupati nelle alture del Golan e alla Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

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Insediamento israeliano in costruzione a Betlemme

A dicembre del 2022 Oslo ha annunciato che intendeva rivedere i propri investimenti in Israele, dichiarando che avrebbe potuto decidere di interromperli del tutto, a causa del coinvolgimento delle banche israeliane nelle imprese presenti negli insediamenti illegali della Cisgiordania. Pagine Esteri

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CINA. Con la telefonata a Zelensky, Xi spiazza gli Usa e strizza l’occhio all’Ue


di Michelangelo Cocco*

Pagine Esteri, 27 aprile 2023 – La Cina manderà in Ucraina e in “altri paesi” un inviato speciale per favorire una soluzione politica del conflitto in Ucraina. È questo il primo effetto concreto del colloquio telefonico di circa un’ora che mercoledì 26 aprile Xi Jinping ha avuto col suo omologo Volodymyr Zelensky. Per la prima volta dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, il presidente cinese ha discusso con quello ucraino, rendendo evidente con l’intervento diretto della massima autorità del partito comunista che l’attivismo diplomatico di Pechino è sostanziale e mira a fermare una guerra che danneggia gli interessi della Cina, peggiorando le sue relazioni con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, e deprimendo il commercio internazionale.

La Cina si è finora mantenuta “neutrale”: non ha condannato la guerra d’aggressione del suo quasi-alleato, ma non ne ha nemmeno sostenuto lo sforzo bellico, mentre ha ribadito continuamente l’importanza dei princìpi di “sovranità” e “integrità territoriale” (dell’Ucraina). Con la telefonata Xi-Zelensky, la Cina diventa di fatto l’unico grande paese a essere sceso in campo chiedendo la fine delle ostilità sulla base di un documento ufficiale, la “Posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina”, pubblicata il 24 febbraio scorso. Grazie alla sua “neutralità”, Pechino può esercitare una potente leva nei confronti sia di Mosca (in virtù della quasi-alleanza Cina-Russia e del rapporto “personale” tra Xi e Putin) sia di Kiev, alla quale è legata da ottimi rapporti, anche commerciali, e che promette di aiutare finanziando la ricostruzione.

Xi si è accordato con Zelensky per spedire come inviato speciale a Kiev (e in “altri paesi”) una delegazione guidata da Li Hui, attualmente rappresentante di Pechino per gli affari eurasiatici. Il numero uno del partito comunista cinese ha chiarito che il compito di Li sarà quello di aiutare a condurre “comunicazioni approfondite” con tutte le parti coinvolte per “trovare una soluzione politica alla crisi ucraina”. La nomina di un inviato speciale è il primo passaggio formale per tentare di mettere attorno a un tavolo negoziale russi e ucraini, sostenuti da una mediazione forte.

Secondo quanto riportato dalla tv di stato CCTV, Xi ha detto a Zelensky che:

Non importa come cambino i venti e le nuvole a livello internazionale, la Cina è disposta a lavorare con l’Ucraina per spingere per una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Il dialogo e il negoziato rappresentano l’unica via d’uscita praticabile. Le idee e le voci razionali stanno aumentando in questo momento, dobbiamo cogliere l’opportunità e accumulare le condizioni per una soluzione politica alla crisi. Nessuno vincerebbe in una guerra nucleare.

L’agenzia di stampa Xinhua ha aggiunto che:

Xi ha detto di aver apprezzato l’enfasi che il presidente Zelensky ha posto ripetutamente sullo sviluppo dei legami Cina-Ucraina e sulla cooperazione con la Cina, e ha ringraziato l’Ucraina per aver fornito una notevole assistenza per l’evacuazione dei cittadini cinesi lo scorso anno. Il rispetto reciproco per la sovranità e l’integrità territoriale, ha affermato Xi, è il fondamento politico dei legami bilaterali. Xi ha invitato entrambe le parti a concentrarsi sul futuro, a continuare a guardare e pianificare le relazioni bilaterali da una prospettiva a lungo termine, ed estendere la tradizione del rispetto reciproco e trattarsi reciprocamente con sincerità, in modo da promuovere lo sviluppo della partnership strategica Cina-Ucraina. La Cina non ha creato la crisi ucraina, né è parte della crisi, ha detto Xi, aggiungendo che in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e grande paese responsabile, la Cina non rimane a guardare, né getta benzina sul fuoco, ancor meno sfrutta la situazione per guadagni personali.

L’inviato speciale per l’Ucraina individuato dalla leadership cinese è il settantenne Li Hui. Si tratta di un diplomatico esperto, vice ministro degli esteri, laureato all’Università di studi stranieri di Pechino, che – scelto dall’ex presidente Hu Jintao – ha ricoperto l’incarico di ambasciatore a Mosca dal 2009 al 2019. In precedenza (dal 1997 al 2000) è stato ambasciatore in Kazakhstan. Li e i suoi collaboratori manterranno un dialogo costante con tutte le parti coinvolte – a cominciare dall’Ucraina e dalla Russia – in stretto coordinamento con la leadership del partito comunista a Pechino.

Zelensky ha descritto come “lunga e significativa” la conversazione con Xi che – ha sostenuto in un post su Twitter – «darà un forte impulso allo sviluppo delle nostre relazioni bilaterali». Con una dichiarazione sulla sua pagina ufficiale di Telegram, il presidente ucraino ha aggiunto: «Particolare attenzione è stata prestata alle modalità di una possibile cooperazione per stabilire una pace giusta e sostenibile per l’Ucraina. La pace deve essere giusta e sostenibile, basata sui princìpi del diritto internazionale e sul rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Non può esserci pace a scapito di compromessi territoriali».

Lo scambio di idee Xi-Zelensky è avvenuto con il consenso di Vladimir Putin. La portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che Mosca ha «preso atto della volontà della Cina di facilitare i negoziati con l’Ucraina». «Notiamo la prontezza della parte cinese a compiere sforzi per avviare un processo negoziale», ha aggiunto Zakharova durante una conferenza stampa mercoledì 26 aprile.

Il primo confronto tra Xi e Zelensky dall’inizio della guerra è arrivato in un momento cruciale, alla vigilia dell’annunciata contro-offensiva ucraina, mentre la Russia può contare al momento su un certo vantaggio in quanto a territori occupati. Si tratta però di una fase in cui tutte le parti manifestano stanchezza: secondo documenti d’intelligence Usa, in poco più di un anno, tra ucraini e russi, sono stati uccisi o feriti 354.000 soldati; gli Stati Uniti fanno fatica a stare dietro alle continue richieste di armamenti avanzate da Kiev; diversi paesi dell’Unione Europea (tra i quali l’Italia) si preparano al business della ricostruzione.

Nelle precedenti occasioni molto critica nei confronti dei tentativi di mediazione di Pechino, Washington è apparsa questa volta possibilista. Gli Stati Uniti – che fino a qualche settimana fa si sono limitati sostenere la resistenza ucraina, senza prendere in considerazione una possibile soluzione politica del conflitto – sono spiazzati dall’iniziativa cinese, che tuttavia non possono e forse a questo punto nemmeno vogliono ostacolare. Parlando ai giornalisti poche ore dopo la telefonata tra Xi e Zelensky, John Kirby l’ha giudicata “una buona cosa”. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale ha sostenuto di aver appreso della chiamata solo attraverso i media. E ha aggiunto: «Certamente accoglieremmo con favore qualsiasi sforzo per arrivare a una pace giusta fintanto che quella pace potrà essere, come ho detto, giusta, sostenibile e credibile. Non sarà sostenibile o credibile a meno che gli ucraini e il presidente Zelensky non ne siano investiti personalmente».

Eric Mamer, portavoce della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha affermato che la conversazione tra il presidente cinese e quello ucraino è stata «un primo passo importante e atteso da tempo dalla Cina nell’esercizio delle proprie responsabilità come membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». «La leadership cinese deve usare la sua influenza per portare la Russia a porre fine alla sua guerra di aggressione, ripristinare l’integrità territoriale dell’Ucraina e rispettare la sua sovranità, come base per una pace giusta», ha aggiunto Mamer.

Una eventuale mediazione di successo della Cina sulla guerra in Ucraina potrebbe riavvicinare la Cina all’Unione Europea, obiettivo al quale la leadership di Pechino lavora indefessamente, nel tentativo di bilanciare il “containment” statunitense col miglioramento delle relazioni commerciali e politiche con Bruxelles.

Secondo fonti vicine all’Eliseo riportate da Bloomberg, il presidente francese Emmanuel Macron – che ha insistito per la telefonata Xi-Zelensky durante il suo recente viaggio a Pechino – ha dato mandato al suo consigliere diplomatico Emmanuel Bonne di coordinarsi con il capo della commissione esteri del partito comunista cinese, Wang Yi, per portare Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati, auspicabilmente quest’estate.

«Incoraggiamo qualsiasi dialogo che possa contribuire a una risoluzione del conflitto in conformità con gli interessi fondamentali dell’Ucraina e del diritto internazionale – ha dichiarato ai giornalisti un funzionario dell’Eliseo dopo la telefonata Xi-Zelensky -. Questo è stato il messaggio trasmesso da [Macron] durante la sua visita di Stato in Cina, durante la quale il presidente Xi Jinping ha comunicato al capo dello Stato la sua intenzione di parlare con il presidente Zelenskyy».

L’iniziativa diplomatica cinese si era intensificata con il viaggio a Monaco di Wang. Il 18 febbraio scorso, intervenendo nella città bavarese alla 59esima Conferenza sulla sicurezza, Wang aveva accusato Washington aver sabotato i colloqui di pace e di «non curarsi della vita e della morte degli ucraini né dei danni all’Europa, perché evidentemente hanno obiettivi strategici più ampi». Wang aveva aggiunto che la Cina, che «sta dalla parte della pace e del dialogo» stava preparando un documento (la “Posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina”) per riaffermare la necessità del rispetto della “integrità territoriale” ucraina, ma anche delle “legittime preoccupazioni di sicurezza” russe.

Nei giorni successivi l’ex ministro degli esteri si era recato a Mosca per preparare la visita di Xi Jinping a Putin, che dal 20 al 22 marzo scorso ha incontrato il presidente russo per discutere della partnership bilaterale Cina-Russia e della guerra in Ucraina.

Il 16 marzo, prima dell’arrivo di Xi al Cremlino, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba aveva discusso al telefono con il suo omologo cinese, Qin Gang, i princìpi in base ai quali far partire eventuali colloqui di pace. La Cina, aveva dichiarato Kuleba al termine del colloquio, «non è solo un partner importante per l’Ucraina, ma anche una potenza chiave indispensabile negli affari internazionali». Pagine Esteri

*Questo approfondimento è stato pubblicato in origine da “Rassegna Cina, la newletter di Michelangelo Cocco”.

6801398Giornalista professionista, China analyst, scrivo per il quotidiano Domani. Ho pubblicato “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia (Carocci, 2022), e “Una Cina perfetta – La Nuova era del Pcc tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020). Habitué della Repubblica popolare dal 2007, ho vissuto a Pechino nel 2011-2012, corrispondente per il quotidiano il manifesto nello scoppiettante e nebbioso crepuscolo della tecnocrazia di Hu Jintao & Co. Sono rientrato in Cina nel gennaio 2018, anno I della Nuova era di Xi Jinping, quella in cui il Partito-Stato regalerà a tutti “una vita migliore” e costruirà “un grande paese socialista moderno”. Racconto storie, raccolgo dati e cito fatti evitando di proiettare le mie ansie e le mie (in)certezze su un popolo straordinario che se ne farebbe un baffo.

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In Cina e in Asia – La Cina lavora a una tassa sulla proprietà immobiliare


In Cina e in Asia – La Cina lavora a una tassa sulla proprietà immobiliare 6800217
I titoli di oggi

La Cina lancia una “caccia” alle spie
La Cina lavora a una tassa sulla proprietà immobiliare

Gli Stati Uniti invieranno sottomarini balistici nucleari in Corea del Sud
L’India ospita i colloqui informali sul Myanmar

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Verso una guerra tra Iran e Azerbaigian?


di Marco Santopadre

Pagine Esteri, 26 aprile 2023 – Nonostante i due governi siano impegnati in fitti colloqui allo scopo di placare gli animi, tra Iran e Azerbaigian la tensione rimane alta , a tal punto che alcuni osservatori temono addirittura un nuovo conflitto nell’area. Molto dipenderà anche dall’evoluzione dei rapporti tra Azerbaigian e Armenia, paesi che dal conflitto del 2020 sono di fatto in una condizione di scontro permanente. Gli ultimi mesi hanno visto una vera e propria escalation nei rapporti tra Teheran e Baku.

Arresti e accuse
A novembre i servizi di sicurezza Azerbaigiani hanno arrestato 19 uomini con l’accusa di preparare atti terroristici per conto dell’Iran. Da parte loro le autorità iraniane hanno accusato un cittadino azero di aver organizzato l’attacco al Santuario di Shah Cheragh, un santuario religioso sciita nella città iraniana meridionale di Shiraz, che ha provocato 15 morti e 40 feriti.

In seguito, il governo di Baku ha deciso di chiudere la sua ambasciata a Teheran dopo che il 27 gennaio un uomo armato ha attaccato la sede diplomatica, uccidendo il capo della sicurezza e ferendo due guardie. Dell’aggressione il leader azero Ilham Aliyev ha accusato non meglio precisati apparati iraniani: «Il fatto che, subito dopo questo atto di terrorismo, il terrorista sia stato intervistato dai media iraniani dimostra che era stato inviato da alcuni dei rami dell’establishment iraniano. Un’altra cosa strana è che due giorni dopo è stato descritto come disabile mentale». Nell’intervista citata l’aggressore ha raccontato ai media iraniani di aver assaltato l’ambasciata di Baku perché sua moglie, cittadina azera, era scomparsa dopo essersi recata nella rappresentanza diplomatica mesi prima. Nei giorni successivi i servizi di sicurezza di Baku avrebbero arrestato circa 400 esponenti di gruppi religiosi sciiti, accusati di possesso di droga e di portare avanti attività illegali.

Il 28 marzo, il deputato e vicepresidente dell’Assemblea Nazionale azera Fazil Mustafa – noto per i suoi virulenti attacchi contro l’Iran – è stato oggetto di alcuni colpi di arma da fuoco a poca distanza dalla sua abitazione. Anche in questo caso le autorità e la stampa azeri hanno puntato il dito contro Teheran. Alcuni giornali hanno pubblicato i nomi di quattro sospetti accusati di lavorare per l’Iran. Alcuni media statunitensi, da parte loro, hanno sottolineato la coincidenza tra il fallito attentato al parlamentare azero – che è rimasto ferito ma è sopravvissuto – e la visita del ministro degli Esteri di Baku, Jeyhun Bayramov, in Israele.

Il 6 aprile, poi, Baku ha espulso quattro diplomatici iraniani dichiarandoli persone non grate. Lo stesso giorno sei cittadini azeri sono stati arrestati a Baku con l’accusa di preparare un colpo di stato per imporre un regime fondamentalista sciita. Dopo qualche giorno le autorità azere hanno compiuto altri venti arresti di presunti agitatori religiosi al servizio di Teheran.

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Manifestazione di solidarietà con l’Azerbaigian a Tabriz (Iran) durante la seconda guerra del Nagorno Karabakh

Il conflitto per il Nagorno-Karabakh
Anche se Teheran si è tradizionalmente schierata con l’Armenia nel conflitto che oppone quest’ultima agli azeri, Teheran ha sempre cercato di mantenere un certo equilibrio nei rapporti con l’ex repubblica sovietica.

Nel corso della prima guerra tra Erevan e Baku per il controllo del Nagorno-Karabakh – territorio dell’Azerbaigian a maggioranza armena – l’Iran ha cercato di esercitare un ruolo di mediazione tra le parti, pur sostenendo l’Armenia con l’invio di aiuti e armi.
Il cessate il fuoco del 1994 ha cristallizzato per 16 anni la vittoria armena, con l’indipendenza de facto del Nagorno-Karabakh – ribattezzato Repubblica di Artsakh – e la conquista di sette distretti circostanti.

Negli ultimi anni, però, la depressa e politicamente insignificante ex repubblica sovietica è cresciuta a passi da gigante; grazie agli introiti dell’industria petrolifera e all’esportazione del gas, l’Azerbaigian è diventata una potenza regionale in espansione. Sostenuta dalle armi acquistate da Turchia, Israele e Russia (paese che pure sostiene l’Armenia) l’Azerbaigian si è trasformato in una potenza militare di media grandezza. Grazie ai droni turchi e israeliani e ai consiglieri militari inviati da Erdogan, nel settembre del 2020 Aliyev ha scatenato un’efficace offensiva contro Stepanakert (capitale dell’Artsakh). Dopo 44 giorni di aspri combattimenti Mosca ha imposto un cessate il fuoco che ha sancito la riconquista da parte azera di ampie porzioni dell’Artsakh e dei sette i distretti persi nel 1994. Da allora, grazie anche alla tolleranza delle migliaia di militari russi schierati per supervisionare il rispetto del cessate il fuoco, Baku ha condotto nuovi attacchi anche contro la stessa repubblica armena, strappando nuovi territori e sequestrando il corridoio di Lachin che collega l’Artsakh a Erevan.

Il conflitto del 2020 ha visto l’Iran mantenere un atteggiamento molto cauto, senza schierarsi troppo apertamente a favore di Erevan. A impensierire il governo – che pure teme l’espansionismo di Baku e le collegate mire turche e israeliane – la mobilitazione delle regioni iraniane a maggioranza azera del nord del paese. Nell’ottobre del 2020, decine di migliaia di persone hanno manifestato al grido di “il Karabakh è nostro” e gli imam dell’Azerbaigian orientale e orientale e delle regioni di Ardebil e Zanjan (sotto il controllo iraniano) hanno diffuso un appello in cui sostenevano le rivendicazioni di Baku sull’Artsakh. La stessa guida suprema del paese, Alì Khamenei, dichiarò che Baku aveva tutto il diritto di «liberare i territori occupati dall’Armenia».

Sull’indebolimento del sostegno iraniano a Erevan ha influito inoltre la decisione del premier armeno Nikol Pashinyan di stabilire relazioni diplomatiche con Israele – il principale nemico strategico della Repubblica Islamica – nonostante il sostegno militare di quest’ultimo agli azeri.

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Corridoio di Zangezur

Teheran teme l’estromissione dal Caucaso
L’esito della seconda guerra del Nagorno-Karabakh ha però indebolito fortemente la posizione dell’Iran nel Caucaso meridionale e causato ricadute economica negative. Per trent’anni il territorio montuoso dell’Azerbaigian al confine con l’Iran era stato controllato dagli armeni. Dal 2020 quelle province sono state recuperate da Baku grazie all’intercessione russa, e l’Azerbaigian ha deciso di imporre una tassa sui camion iraniani pieni di merci che li attraversano, diretti in Armenia o in Russia. Dopo il conflitto, inoltre, Baku spinge per avere il controllo sul “corridoio di Zangezur”, un’ampia fascia di territorio nel sud dell’Armenia che gli permetta di ottenere la continuità territoriale con la Repubblica di Nakhchivan, una sua regione autonoma incastonata tra Armenia, Iran e Turchia. Se Aliyev dovesse raggiungere il suo obiettivo, Teheran rimarrebbe completamente tagliata fuori dal Caucaso, tant’è che le autorità iraniane hanno più volte chiarito agli alleati russi di non accettare questo ennesimo sviluppo dell’espansionismo azero nel quadrante, pure previsto negli accordi di cessate il fuoco del 2020.
Grazie alla continuità territoriale, infatti, il corridoio di Zangezur agevolerebbe ulteriormente la proiezione della Turchia nell’Asia centrale turcofona, fino al Turkmenistan, mettendo a rischio gli interessi economici e geopolitici iraniani.

Per tentare di placare l’opposizione iraniana al corridoio di Zangezur, Baky e Mosca hanno offerto all’Armenia la possibilità di usufruire di un collegamento ferroviario che la colleghi con la Russia e con l’Iran, attraversando il territorio controllato dall’Azerbaigian. Ma i rischi che questo collegamento – tutto da realizzare – venga bloccato da Baku e che l’Iran rimanga isolato verso nord è considerato troppo alto da Teheran, che ha deciso di dare un segnale all’Azerbaigian organizzando nell’ottobre del 2022 delle massicce esercitazioni militari proprio in prossimità della propria frontiera settentrionale. Nel corso delle manovre, i militari di Teheran hanno approntato un ponte di barche sul fiume Aras, che definisce gran parte dei 700 km che separano i due paesi.
Dopo un incontro con il leader azero Aliyev nell’ottobre del 2022 il presidente iraniano Ibrahim Raisi ha respinto, in un comunicato, «qualsiasi cambiamento nei confini storici, nella geopolitica della regione e nelle rotte di transito tra Iran e Armenia».

Teheran avverte l’Unione Europea
Ma Raisi ha anche «rifiutato la presenza militare europea nella regione sotto qualsiasi copertura. Le questioni interne non ci distrarranno dagli interessi strategici della nazione iraniana», riferendosi evidentemente alle massicce proteste contro il regime che interessano la Repubblica Islamica ormai da molti mesi. A preoccupare la Repubblica Islamica è infatti anche una missione di monitoraggio dell’Unione Europea dispiegata in Armenia nell’autunno del 2022 e che ha visto la partecipazione di una cinquantina di membri. Un’iniziativa poco più che simbolica, attraverso la quale Bruxelles – su insistenza soprattutto della Francia – cerca di rimettere un piede nell’area (seguita da un’altra missione di monitoraggio, questa volta approntata dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dopo le proteste di Erevan contro l’eccessiva tolleranza dimostrata dagli alleati russi nei confronti delle pretese azere dopo il blocco del corridoio di Lachin da parte di militari e manifestanti nazionalisti di Baku mascherati da attivisti ecologisti.

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Il rischio di un conflitto
Per rafforzare la propria proiezione nell’area rivendicata da Baku e dichiarando che la sicurezza iraniana coincide con la sicurezza armena, ad ottobre il ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amirabdollahian, ha inaugurato un consolato della Repubblica Islamica a Kapan, il capoluogo della provincia di Syunik.
Se nel prossimo futuro le forze armate dell’Azerbaigian dovessero strappare nuovi territori all’Armenia, l’Iran potrebbe decidere di intervenire militarmente a fianco di Erevan, soprattutto nel caso in cui Baku tentasse di impossessarsi con la forza del corridoio di Zangezur nella provincia di Syunik. Come passo intermedio, Teheran potrebbe fornire a Erevan aiuti militari e i suoi droni per bilanciare gli Harop israeliani e i Bayraktar turchi consegnati a Baku.
Intanto negli ultimi mesi l’esercito iraniano ed in particolare i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno incrementato la propria presenza nelle regioni nord-occidentali del paese, al confine con Armenia e Azerbaigian.
L’Iran deve assolutamente tenere libero il proprio confine con l’Armenia se vuole realizzare l’ambizioso progetto di un Corridoio internazionale di transito nord-sud (INSTC), che ridurrebbe di molto i tempi di transito tra l’India e l’Europa e collegherebbe i porti russi con il Golfo Persico e l’Oceano Indiano attraverso il Caucaso e l’Iran. Ovviamente l’Azerbaigian sta lavorando ad un corridoio alternativo che bypassi sia la Russia sia l’Iran.

Il separatismo etnico e il fondamentalismo religioso
I due paesi adoperano anche la carta etnica e religiosa contro i propri avversari, accendendo un clima di odio che difficilmente potrà essere spento.
Teheran tenta di fomentare i settori della popolazione azera di fede sciita per indebolire il regime di Aliyev, mentre in Iran cresce il sentimento nazionalista favorevole a una annessione di quella che viene definita – in senso dispregiativo – “repubblica di Baku” per indicare i territori perduti dall’Impero Persiano a vantaggio di quello Russo all’inizio del XIX secolo.
D’altro canto le autorità di Baku e gli ambienti nazionalisti dell’Azerbaigian da tempo rivendicano apertamente l’annessione delle province settentrionali iraniane, abitate da popolazioni azere di lingua turca. Dall’estate del 2022 la stampa filogovernativa dell’Azerbaigian ha moltiplicato gli appelli all’annessione delle province azere dell’Iran, mentre il regime di Aliyev ha intensificato il proprio sostegno ai gruppi secessionisti. – Pagine Esteri

6779390* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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In Cina e Asia – Covid, la Cina rimuove l’obbligo dei test Pcr per gli arrivi


In Cina e Asia – Covid, la Cina rimuove l’obbligo dei test Pcr per gli arrivi cina
I titoli di oggi:

Covid, la Cina rimuove l'obbligo dei test Pcr per gli arrivi
Cina, approvati più progetti a carbone dell'intero 2022
Cina, primo arresto di un taiwanese per "separatismo"
L'Australia rivede la strategia di difesa

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La Corea a 360° – Decision to leave e Big Bet


La Corea a 360° – Decision to leave e Big Bet 6759965
“헤어질 결심 • Decision to Leave” presentato alla 75esima edizione del Festival di Cannes 2022 è l’ultimo lavoro di Park Chan-wook premiato con la Palma d’Oro nella categoria Miglior Regista. Lo racconta Giulia Son, insieme alla serie Big Bet

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SUDAN. A Khartoum residenti chiusi in casa senza cibo né acqua. Emergency non abbandona il Paese


di Eliana Riva –

Pagine Esteri, 24 aprile 2023. Sono tornati ieri a casa i circa 150 italiani che avevano chiesto di lasciare il Sudan in seguito all’esplosione dei combattimenti tra l’esercito regolare agli ordini del generale Abdel Fattah el Burhan e le Forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo.

Non hanno voluto lasciare il Paese i medici, gli infermieri e il personale di Emergency che pure ha evacuato alcuni addetti amministrativi. L’associazione umanitaria gestisce in Sudan tre diversi ospedali e ha deciso di non lasciare le strutture ma di continuare a seguire i pazienti ricoverati e quelli che potranno arrivare. Anche se la situazione è estremamente complicata e pericolosa, pure per il personale sanitario: gli ospedali sono stati colpiti da pesanti bombardamenti, in seguito ai quali decine di strutture pubbliche e private sono state evacuate e abbandonate. Le ambulanze vengono colpite per evitare che raggiungano le vittime e che prestino soccorso ai feriti, oppure sequestrate insieme al personale medico al loro interno.

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Il quadro peggiore è nella capitale, Khartoum, dove i combattimenti sono violenti. Anche le operazioni di evacuazione sono state rese complicate dallo stato dell’aeroporto, distrutto in parte e dalla difficoltà negli spostamenti: un convoglio francese è stato colpito ieri dagli spari e una persona è rimasta ferita.

Una prima evacuazione di italiani si era conclusa nella notte tra sabato e domenica. Nella giornata di ieri le operazioni sono state completate e il secondo aereo militare C-130 ha lasciato il Sudan partendo dall’aeroporto di Wadi Sednia, nei pressi della capitale.

Molti altri Paesi hanno completato o stanno procedendo, in queste ore, all’evacuazione dei propri connazionali. Tra di essi Belgio, Francia, Canada, Germania, India, Giordania, Kuwait, Olanda, Russia, Arabia Saudita.

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Bombardamenti a Khartoum

Al momento le persone uccise sono circa 427 e 3.700 i feriti. Negli ultimi 3 giorni circa 10.000 rifugiati hanno raggiunto il Sud Sudan, varcando il confine meridionale. Sono per i tre quarti sud sudanesi che si erano rifugiati in Sudan in fuga dalla guerra: il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza poco più di 10 anni fa, nel 2011. Autobus carichi di persone tentano di raggiungere l’Egitto, in un esodo i cui numeri non sono ancora definibili.

A Khartoum la popolazione vive da una settimana rinchiusa nelle proprie case. Le infrastrutture sono state danneggiate dai bombardamenti e in molti luoghi manca l’acqua e l’elettricità, scarseggiano viveri. Lasciare le proprie abitazioni è estremamente pericoloso, per i combattimenti ma anche per i saccheggi.

Le Forze di Supporto Rapido di Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del Consiglio Sovrano di Transizione, hanno cominciato lo scorso 15 aprile a insediarsi in diversi quartieri di Khartoum, prendendo possesso di un numero indefinito di edifici. Dagalo ha legami diretti con molti Paesi dell’area ma anche europei, oltre ad avere il controllo su molte delle miniere del Sudan, dalle quali estrae il 40% dell’oro che viene esportato.

Il generale Abdel Fattah el Burhan ha preso il potere in Sudan con il colpo di Stato dell’ottobre 2021. In quell’occasione si è nominato Presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, che avrebbe dovuto accompagnare il Sudan verso la creazione di un’amministrazione civile e la fine del governo dei militari. L’Esercito Regolare, ai comandi di El Burhan, ha cominciato un massiccio bombardamento con lo scopo di “ripulire la capitale dai focolai di gruppi ribelli”. Lo scorso venerdì la presenza delle truppe di terra dell’esercito regolare è diventata più numerosa. El Burhan è tornato in questi giorni a riaffermare la volontà di guidare il Paese verso una transizione democratica, ribadendo che farà quanto necessario per SUDAN. A Khartoum residenti chiusi in casa senza cibo né acqua. Emergency non abbandona il Paesesconfiggere le truppe ribelli. Pagine Esteri

ASCOLTA IL PODCAST DA KHARTOUM

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Africa rossa – Il Sudan non è l’Ucraina


Africa rossa – Il Sudan non è l’Ucraina sudan
Gli scontri in Sudan, il braccio di ferro tra Cina e Usa in Africa, l'interesse di Pechino le miniere africane, ma anche più in generale il futuro della Belt and Road. Sono alcuni dei temi molto che abbiamo affrontato nell'ultima puntata di Africa rossa, la rubrica a cura di Alessandra Colarizi.

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In Cina e Asia – Ambasciatore cinese: i paesi baltici non hanno uno "status effettivo” nel diritto internazionale


In Cina e Asia – Ambasciatore cinese: i paesi baltici non hanno uno ambasciatore
I titoli di oggi:

Alto diplomatico cinese: i paesi baltici non godono di uno “status effettivo” nel diritto internazionale
Borrell: "Le marine Ue dovrebbero pattugliare lo Stretto di Taiwan"
La Cina aumenta la propria presenza nella catena di produzione del gas in Medio Oriente
Continuano le proteste dei risparmiatori dello Henan
Il 70% degli universitari cinesi crede ancora nella meritocrazia
Fiera di Canton: focus sulla delocalizzazione della catena di approvvigionamento.

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PODCAST. Sudan, Stefano Rebora: “A Khartoum la popolazione è allo stremo. Si spara ovunque”


di Michele Giorgio

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Stefano Rebora

Pagine Esteri, 21 aprile 2023 – Resta fluida la situazione sul terreno ma l’Esercito regolare sudanese, agli ordini del generale Abdel Fattah el Burhan, avrebbe conquistato una della base militare nel nord-ovest del paese, considerata un importante punto di rifornimento della milizia avversaria, le Forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo. El Burhan sente di essere in vantaggio e, dopo aver incassato l’appoggio dei Fratelli musulmani sudanesi, ora chiede la resa di Dagalo. Quest’ultimo starebbe ricevendo aiuti dall’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar. Il bilancio di civili, soldati e miliziani uccisi è salito a 400 secondo le organizzazioni internazionali. Per conoscere meglio la situazione sul terreno e le condizioni della popolazione sudanese abbiamo raggiunto al telefono a Khartoum, Stefano Rebora, presidente di Music for Peace, una associazione umanitaria genovese presente dal 2018 in Sudan dove assiste mille famiglie e partecipa al potenziamento degli ospedali.

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Stati Uniti. Uccisioni di massa a ritmo di record nel 2023, un attacco a settimana


Pagine Esteri, 21 aprile 2023. Una carneficina ogni settimana. Il ritmo delle uccisioni di massa negli Stati Uniti in questi primi mesi del 2023 è da record. Già 88 vittime in 17 attacchi. In soli 111 giorni e sempre con armi da fuoco.

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Secondo i dati di Associated Press e USA Today, in collaborazione con la Northeastern University, sono 2.842 le persone morte in massacri negli Stati Uniti dal 2006. I numeri delle vittime in questo 2023, però, crescono in maniera impressionante. Gli attacchi si ripetono ogni settimana e coinvolgono persone diverse per età, sesso, provenienza: i bambini della scuola elementare di Nashville, i lavoratori agricoli nel nord della California, persone che danzavano per festeggiare il capodanno.

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Solo nell’ultima settimana sono state uccise a colpi di arma da fuoco 8 persone: 4 durante una festa di compleanno di un 16enne e altre 4 per mano di un b appena uscito di prigione, che ha sparato ai suoi genitori e poi agli automobilisti che percorrevano una trafficata strada del Maine. Pagine Esteri

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L’ultimo saluto alla poetessa Salma Khadra Jayyussi, icona intellettuale per la cultura mondiale


di Patrizia Zanelli*

Pagine Esteri, 21 aprile 2023. Giovedì, 20 luglio 2023, è venuta a mancare una figura straordinaria, una delle voci più citate e amate della Palestina. È infatti scomparsa ad Amman la celebre poetessa palestinese Salma Khadra Jayyusi, un nome presente nelle biblioteche universitarie e di innumerevoli case private di tutto il mondo. La grande intellettuale aveva appena compiuto 95 anni, oltre la metà dei quali spesi a far conoscere la letteratura e la cultura araba a livello internazionale tramite le sue pubblicazioni in inglese. La poetessa, che infatti era anche un’accademica e traduttrice, ci lascia oltre quarantacinque libri, soprattutto saggi e antologie. La sua era stata una vita davvero intensa e affascinante che non si può fare a meno di ricordare brevemente.

Nata il 16 aprile 1925 nella città giordana di Salt da padre palestinese – un avvocato e attivista nazionalista – e madre libanese, Salma Khadra trascorre quasi tutta l’infanzia in Palestina, tra Acri e Gerusalemme, dove completerà gli studi secondari presso l’istituto femminile tedesco Schmidt College. Studierà poi letteratura araba e inglese all’Università Americana di Beirut. Tornata a Gerusalemme, insegnerà in un istituto femminile, specializzato nella formazione delle docenti delle primarie. Nel 1946, sposa Burhan Jayyusi, un diplomatico giordano di origini palestinesi.

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Con la Nakba del 1948, Salma Khadra e il marito dovranno lasciare Gerusalemme e non potranno più tornare in Palestina. Negli anni ’50, mentre soggiornano a Bagdad, lei comincia a frequentare gli ambienti letterari dell’allora capitale della poesia araba. Conosce due figure pionieristiche della scuola poetica irachena, la poetessa, studiosa e docente universitaria Nazik Mala’ika (1923-2007) e il poeta Badr Shakir al-Sayyab (1926-1964), che la ispireranno molto. Nel 1960, Salma Khadra si trasferisce con il marito a Beirut e, nello stesso anno, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Il ritorno dalla fonte sognante”.

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Nel 1970, invece, ottiene il dottorato in Letteratura Araba presso l’Università di Londra. Pubblicherà la sua tesi Trends and Movements in Modern Arabic Poetry (Brill, 1977), un’importante monografia in due volumi. Insegnerà in varie università e lancerà progetti di ricerca e di traduzione, coinvolgendo il mondo accademico internazionale. Insignita di più riconoscimenti prestigiosi, tra cui il Premio Edward Said, nel 2005 – anno in cui è tra le cinque donne palestinesi candidate al Nobel per la Pace – e la “Medaglia di Gerusalemme”, nel 2019, è stata definita la “decana della letteratura araba” e “un’istituzione culturale”. Durante un’intervista rilasciata nel 2020 al quotidiano emiratino Gulf News, Salma Khadra Jayyusi ha dichiarato: “Chiunque cerchi di riunire il mondo ha una missione politica, che è molto benevola e umanista. Questo è l’obiettivo della mia vita… Le mie poesie parlano del fatto di essere umani”. Nel marzo 2023, la stessa poetessa e accademica palestinese ha ricevuto il Premio Mahmud Darwish per la Creatività.

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Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba(Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Ipocan, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī, e la raccolta poetica Tūnis al-ān wa hunā – Diario della Rivoluzione (Lushir, 2011) del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Ipocan, 2022).

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L’ultimo saluto alla poetessa Salma Khadra Jayyusi, icona intellettuale per la cultura mondiale


di Patrizia Zanelli*

Pagine Esteri, 21 aprile 2023. Giovedì, 20 luglio 2023, è venuta a mancare una figura straordinaria, una delle voci più citate e amate della Palestina. È infatti scomparsa ad Amman la celebre poetessa palestinese Salma Khadra Jayyusi, un nome presente nelle biblioteche universitarie e di innumerevoli case private di tutto il mondo. La grande intellettuale aveva appena compiuto 95 anni, oltre la metà dei quali spesi a far conoscere la letteratura e la cultura araba a livello internazionale tramite le sue pubblicazioni in inglese. La poetessa, che infatti era anche un’accademica e traduttrice, ci lascia oltre quarantacinque libri, soprattutto saggi e antologie. La sua era stata una vita davvero intensa e affascinante che non si può fare a meno di ricordare brevemente.

Nata il 16 aprile 1925 nella città giordana di Salt da padre palestinese – un avvocato e attivista nazionalista – e madre libanese, Salma Khadra trascorre quasi tutta l’infanzia in Palestina, tra Acri e Gerusalemme, dove completerà gli studi secondari presso l’istituto femminile tedesco Schmidt College. Studierà poi letteratura araba e inglese all’Università Americana di Beirut. Tornata a Gerusalemme, insegnerà in un istituto femminile, specializzato nella formazione delle docenti delle primarie. Nel 1946, sposa Burhan Jayyusi, un diplomatico giordano di origini palestinesi.

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Con la Nakba del 1948, Salma Khadra e il marito dovranno lasciare Gerusalemme e non potranno più tornare in Palestina. Negli anni ’50, mentre soggiornano a Bagdad, lei comincia a frequentare gli ambienti letterari dell’allora capitale della poesia araba. Conosce due figure pionieristiche della scuola poetica irachena, la poetessa, studiosa e docente universitaria Nazik Mala’ika (1923-2007) e il poeta Badr Shakir al-Sayyab (1926-1964), che la ispireranno molto. Nel 1960, Salma Khadra si trasferisce con il marito a Beirut e, nello stesso anno, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Il ritorno dalla fonte sognante”.

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Nel 1970, invece, ottiene il dottorato in Letteratura Araba presso l’Università di Londra. Pubblicherà la sua tesi Trends and Movements in Modern Arabic Poetry (Brill, 1977), un’importante monografia in due volumi. Insegnerà in varie università e lancerà progetti di ricerca e di traduzione, coinvolgendo il mondo accademico internazionale. Insignita di più riconoscimenti prestigiosi, tra cui il Premio Edward Said, nel 2005 – anno in cui è tra le cinque donne palestinesi candidate al Nobel per la Pace – e la “Medaglia di Gerusalemme”, nel 2019, è stata definita la “decana della letteratura araba” e “un’istituzione culturale”. Durante un’intervista rilasciata nel 2020 al quotidiano emiratino Gulf News, Salma Khadra Jayyusi ha dichiarato: “Chiunque cerchi di riunire il mondo ha una missione politica, che è molto benevola e umanista. Questo è l’obiettivo della mia vita… Le mie poesie parlano del fatto di essere umani”. Nel marzo 2023, la stessa poetessa e accademica palestinese ha ricevuto il Premio Mahmud Darwish per la Creatività.

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Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba(Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Ipocan, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī, e la raccolta poetica Tūnis al-ān wa hunā – Diario della Rivoluzione (Lushir, 2011) del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Ipocan, 2022).

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In CIna e Asia – Segni di dialogo tra Cina e Usa


In CIna e Asia – Segni di dialogo tra Cina e Usa Europa
I titoli di oggi:

Segni di dialogo tra Cina e Usa
Biden sente von der Leyen e Macron
Cina, Ding possibile leader per il clima in vista della cop28
Wagner Group ha chiesto aiuto alla Cina
BMW accusata di discriminare i clienti cinesi
Isole del Pacifico, l'Australia invita all'unità nello scontro Cina-Usa
Antartide, gli analisti allertano sulla nuova stazione di ricerca cinese

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TUNISIA. Si dà fuoco in segno di protesta. Il Paese nella morsa di Saied e della povertà


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 21 aprile 2023Tornare al fuoco – E’ morto giovedì 13 aprile per le ustioni di terzo grado riportate su tutto il corpo Nizar Issaoui, 35 anni, ex calciatore tunisino. Si era dato fuoco tre giorni prima davanti al distretto di polizia di Haffouz, un villaggio della regione di Kairouan nella Tunisia centrale, filmando con il cellulare fino alla fine il suo atto di protesta contro lo “stato di polizia” nel Paese. Fino alla fine: il volto sconvolto, le ultime frasi di denuncia, poi le fiamme improvvise sulla felpa scura, le urla dei presenti, il silenzio.

Una vita per il calcio, dalle giovanili fino alle squadre più importanti del campionato, poi il ritiro dallo sport e un’attività come agente di commercio. Era stato accusato di “terrorismo” dalle autorità tunisine dopo essersi lamentato pubblicamente del prezzo delle banane fissato da un commerciante a quasi 10 dinar al chilo (quasi 3 euro), il doppio del prezzo massimo fissato dal governo. “Per un litigio con qualcuno che vende le sue banane a dieci dinar, vengo accusato di terrorismo in una stazione di polizia. Terrorismo per una lamentela sulle banane”, lo si sente dire in un video postato sui social. Sarebbe stata quest’accusa a spingerlo, in un clima di proteste ed estrema tensione sociale, a suicidarsi dandosi fuoco. Poco prima, su Facebook, aveva scritto di “essersi condannato a morte”: “Non ho più energie. Fate sapere alla polizia che la sentenza sarà eseguita oggi stesso”.

La notizia del suicidio dell’ex calciatore ha fomentato la rabbia della popolazione tunisina, già mobilitata da mesi in proteste e scioperi contro il governo di Saied. I suoi funerali si sono trasformati in uno scontro tra i manifestanti e la polizia, che ha disperso la folla lanciando gas lacrimogeni.

Ritorna il fuoco nelle piazze in Tunisia, il fuoco che rievocando antichi incendi politici e sociali spaventa, terrorizza il potere, e potrebbe spingere il Presidente Saied a inasprire ulteriormente il pugno di ferro sul Paese nel tentativo di mantenersi saldo sulla sua poltrona. Era il 17 dicembre del 2010, oltre dodici anni fa, quando Mohamed Bouazizi, un fruttivendolo di 26 anni, si immolava sulla piazza del villaggio di Sidi Bouzid come Nizar Issaoui ha fatto pochi giorni fa. Il fuoco appiccato sul suo corpo avrebbe poi definitivamente infiammato la rivoluzione tunisina e in breve, da quella piazzetta sconosciuta in Tunisia, tutti i moti della primavera araba. La primavera sarebbe poi esitata nel ripristino dei vecchi regimi, se possibile più violenti e autoritari, o in estenuanti guerre civili, terreno fertile per la nascita di movimenti terroristici sanguinari, salvo che per quella che, almeno fino a qualche tempo fa, era considerata l’unica eccezione, il solo successo della rivoluzione che aveva sollevato il mondo arabo: la democrazia in Tunisia.

La rabbia e la fame – Le premesse che scatenarono la rivoluzione tunisina ci sono di nuovo tutte: l’inflazione sui prezzi alimentari, il taglio agli stipendi, la disoccupazione, la povertà. A queste si aggiunge, di nuovo, la repressione dell’opposizione politica e delle libertà fondamentali come quella di espressione. L’accusa di terrorismo e il presunto pestaggio in una stazione di polizia di un ex calciatore che si era lamentato del prezzo degli alimenti rappresentano l’emblema dell’esasperazione di un’intera popolazione.

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Proteste in Tunisia, fonte Twitter


Nel 2021, il Presidente tunisino Kais Saied, al potere dal 2019, ha sciolto il Parlamento e si è attribuito pieni poteri costituzionali. L’anno dopo di quello che è stato considerato un colpo di stato ha introdotto una nuova Costituzione di stampo islamista che ha rafforzato ulteriormente i suoi poteri. Le elezioni del 2022 sono state una farsa. Nelle piazze, i manifestanti sempre più spesso chiedono le dimissioni del Presidente che in pochi anni ha definitivamente distrutto i frutti della primavera, ma la repressione continua a inasprirsi. Non solo con la violenza fisica sulle folle che protestano, ma anche attraverso una fitta rete di arresti per presunto “terrorismo” mirata a imbavagliare gli oppositori politici, i giornalisti, gli intellettuali.

Da febbraio a oggi, sono stati condannati al carcere almeno 20 “dissidenti”: tra di loro, aveva provocato particolare clamore l’arresto del direttore generale della principale emittente radio tunisina, Mosaique FM. Tra il 17 e il 18 aprile scorso, la polizia tunisina ha, inoltre, arrestato Rached Ghannouchi, il leader del principale partito di opposizione Ennahda, e poco dopo altri tre suoi funzionari. La repressione non mira ad arrestarsi.

“Basta stato di polizia!”, gridano i manifestanti nelle piazze, ma sono anche e soprattutto i motivi economici a scatenare malcontento e proteste. La Tunisia sta, infatti, attraversando la più severa crisi economica dal 2011. Il tasso di inflazione ha superato il 10% e il debito pubblico sta arrivando al 90% del PIL. Numeri che continuano a gonfiarsi quotidianamente e per i quali nei mesi scorsi le trattative del Paese di Saied con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Unione Europea sono state frenetiche. Mentre ammiccava all’Unione Europea come garante della protezione delle coste occidentali dagli sbarchi e contrattava su un prestito da 1,9 miliardi di dollari con il FMI per condizioni imposte a suo dire “inaccettabili”, Saied era riuscito a febbraio a strappare alla Banca Mondiale un finanziamento di 120 milioni di dollari per il sostegno alle piccole e medie imprese. Già a marzo, però, sempre la Banca Mondiale ha congelato una parte delle sue missioni in Tunisia: un prezzo da pagare per il razzismo senza precedenti promulgato dal Presidente tunisino, che secondo l’Istituto di Washington viola i suoi “valori di inclusione, rispetto, anti-razzismo in tutte le sue forme”.

La propaganda razziale tunisina e quella comunione di intenti con l’Italia – Schiacciato dalle proteste dei dissidenti politici e dalla rabbia sociale per la fame dilagante nel Paese, nelle scorse settimane Saied ha, infatti, optato per l’antica strategia di dirottare l’odio sui migranti, sugli stranieri. Anche nell’agenda politica tunisina, infatti, all’ordine del giorno c’è la difesa della razza. Al punto da far lanciare Saied in accuse razziali di inaudita gravità: nelle sue parole, orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” sarebbero responsabili di “violenza, crimini e comportamenti inaccettabili” nel Paese. Non solo: l’intento criminale dei sud-africani sarebbe, secondo Saied, quello di sostituire la popolazione autoctona, facendo della Tunisia ““un altro stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”.

La conseguenza delle sue dichiarazioni è stata un’ondata di aggressioni, che molto rievocano i pogrom, da parte della popolazione tunisina contro gli immigrati sud-sahariani, improvvisamente responsabili di tutti i mali patiti dal Paese. Le reazioni delle organizzazioni internazionali come Amnesty International sono state tempestive, e anche la Banca Mondiale si è trovata, infine, costretta a congelare i suoi aiuti.

A difendere la Tunisia, però, continua a pensarci l’Italia, per il cui governo il Paese nord-africano rappresenta un fondamentale alleato per la sua politica contro gli sbarchi e in cui tra l’altro va recentemente di moda, come in Tunisia, il dibattito sulla presunta “sostituzione etnica”. L’Italia è tra l’altro il primo partner commerciale del Paese di Saied. E’ proprio per questa particolare vicinanza e i multipli interessi condivisi, che a farsi da garante di fronte al Fondo Monetario Internazionale per la Tunisia è stato proprio il governo Meloni. Il FMI aveva, infatti, chiesto a Saied un impegno nel taglio dei sussidi statali e nella privatizzazione delle compagnie pubbliche perché venisse erogato il suo prestito da 1.9 miliardi, un impegno che Saied non si è voluto assumere, troncando poco diplomaticamente il dialogo con l’Agenzia.

A fare da paciere, ci pensa la diplomazia italiana col suo pressing. L’ultima missione in questo senso risale al 13 aprile scorso, quando il ministro degli esteri Tajani ha ospitato alla Farnesina il suo omologo tunisino Nabil Ammar. Dopo l’incontro, Tajani ha ribadito quanto la Tunisia meriti il prestito internazionale e ha rassicurato sulle riforme progettate da Saied. “L’Italia è pronta a fare tutto ciò che è in suo potere per sostenere politicamente la Tunisia”, ha affermato, una dichiarazione su una comunione di intenti che alla luce della situazione politica in Tunisia dovrebbe allarmare. Per Tajani, però, i pogrom contro le minoranze sud-sahariane e gli arresti dei dissidenti sembrerebbero non esistere, dal momento che ci ha tenuto a parlare di “democrazia” nel Paese di Saied e ha chiosato, all’agenzia Nova, con una frase che suonerebbe ironica se non fosse tragica: “Non mi pare che ci siano state condanne a morte in Tunisia come è successo in Iran”. Un’ottima motivazione per garantire per la Tunisia di Saied agli occhi del mondo. Poco importa se i morti, come i suicidi incendiari, cominciano ad esserci, i quartieri dei migranti vengono presi d’assalto e le carceri si riempiono di prigionieri politici.

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"Questo sarà il primo di tanti altri”: dieci anni dallo sciopero dei portuali di Hong Kong


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Solidarietà e resistenza: sono passati dieci anni dallo sciopero che nel 2013 ha visto il coinvolgimento di circa 500 lavoratori portuali del Kwai Chung Containers Terminals di Hong Kong. Un momento rilevante per il movimento sindacale non solo della città, ma del movimento operaio internazionale: i manifestanti hanno resistito 40 giorni, supportati da attivisti e cittadini. Gig-ology è una rubrica sul mondo del lavoro asiatico.

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In Cina e Asia – Proteste dei fogli bianchi: liberate tre manifestanti


In Cina e Asia – Proteste dei fogli bianchi: liberate tre manifestanti proteste
I titoli di oggi:

Proteste dei fogli bianchi: liberate tre manifestanti
L'Ue chiede rilascio di due attivisti
La Cina ha sviluppato droni supersonici per la sorveglianza
La Russia preoccupata dall'eccesiva dipendenza tecnologica dalla Cina
Onu: l'India sta per superare la Cina come paese più popoloso al mondo
Yoon Suk-yeol: "Taiwan questione globale". E apre agli aiuti militari all'Ucraina

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LIBRI. “Poesia araba moderna e contemporanea”: un nuovo studio italiano di Simone Sibilio


di Patrizia Zanelli*

(nella foto i poeti Samih Qasim, Fadwa Tuqan e Mahmoud Darwish)

Pagine Esteri, 20 aprile 2023 – Raccontare la modernità importata dall’Occidente è il fulcro della componente letteraria di un vasto movimento di modernizzazione culturale, definito di solito Nahḍa, “Rinascita” o “Rinascimento”, che emerge nel mondo arabo – a partire dall’area siro-libanese e dall’Egitto – nella seconda metà dell’Ottocento e continua a svilupparsi nel Novecento sostanzialmente fino agli anni ’40, ma come progetto volto alla liberazione dalle tradizioni oscurantiste locali e dalla dipendenza da forze esterne non si esaurisce del tutto, tant’è che rimane un punto di riferimento per le voci progressiste e libertarie arabe dell’attuale era digitale globale.

6665225Ne parla Simone Sibilio in Poesia araba moderna e contemporanea (Ipocan, 2022), mettendo a frutto oltre vent’anni di studi appassionati nella materia indicata nel titolo stesso del libro, il primo del genere pubblicato in Italia. È una novità editoriale interessante sotto più aspetti: è al momento l’unica monografia italiana che tratti in maniera così approfondita un argomento di per sé articolato; ha a che fare con una ricca produzione poetica e le dinamiche culturali della contemporaneità di una regione del mondo variegata, culla e crocevia di civiltà. L’importanza di questa storia millenaria emerge dall’inizio alla fine del libro, che non è un’opera meramente compilativa; è innovativa, analitica e risponde alle esigenze odierne della transculturalità.

Professore di lingua e letteratura araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia, traduttore e poeta, Sibilio introduce subito un dato fondamentale: “La poesia araba, marca identitaria tradizionalmente percepita come ‘archivio’ storico di un popolo (dīwān al-‘arab), si conferma in epoca moderna non solo come espressione artistica portatrice di nuovi valori e modi espressivi, ma come pratica discorsiva dal profondo impatto sociale e politico”. Nel

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Simone Sibilio

volume, l’accademico analizza e scoglie la complessità di fenomeni culturali derivati dall’incontro/scontro con l’Occidente, anzitutto con l’Europa colonialista, avvenuto sin dagli inizi dell’Ottocento nel mondo arabo, fungendo parallelamente da acceleratore delle spinte innovatrici locali preesistenti e da generatore di una continua tensione tra la tradizione autoctona e una modernità importata, sulla scia delle guerre di conquista compiute dalla Francia e dall’Inghilterra. È all’interno di quest’interazione articolata con la cultura occidentale che si delinea la Nahḍa. In quel contesto, ricorda Sibilio, compaiono due tendenze contrapposte e parallele: la rivivificazione del patrimonio letterario arabo oppure l’assimilazione di modelli europei, che però in diversi casi vengono arabizzati, sicché nascono testi culturalmente ibridi e, perciò, originali.

Il volume è suddiviso in due sezioni distinte. Nella prima, Sibilio evidenzia la centralità del ‘discorso sulla modernità’ nella poesia araba del Novecento, presentando e chiarendo i termini dei dibattiti avvenuti al riguardo nel corso dell’intero secolo. Cosa non facile, lo studioso cerca di tracciare una linea di demarcazione tra ‘moderno’ e ‘contemporaneo’, nonché tra Modernismo e Postmodernismo. A cavallo tra il XIX e il XX secolo appaiono le prime manifestazioni pratiche e teoriche dell’esigenza di “rivoluzionare la visione della poesia e il linguaggio poetico, ma non gli schemi compositivi ancorati saldamente alla tradizione”. Sibilio descrive a grandi linee lo sviluppo dei maggiori movimenti affermatisi nella prima metà del Novecento: Neoclassicismo, Romanticismo e Simbolismo. I poemi neoclassici, spiega lo studioso, trasmettono patriottismo, esaltano l’arabicità ed evocano un passato glorioso, “come agente correttivo del presente, in funzione della lotta anticolonialista”, ma, per quanto abbiano aspetti innovativi e siano evocativi di immagini suggestive – per esempio, dell’Egitto, con la valle del Nilo e le maestose antichità faraoniche, e dell’Iraq, con il Tigri e la splendida Bagdad abbaside dell’epoca d’oro -, risultano inadatti a esprimere la nuova sensibilità intellettuale di un periodo di profonde trasformazioni.

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Ahmad Shawqi

Un contributo importante per l’innovazione della poesia, ricorda Sibilio, viene dalla letteratura di emigrazione (Adab al-Mahǧar), inaugurata da autori emigrati negli Stati Uniti, come i libanesi Amin al-Rihani (1876-1940) – pioniere ispirato da voci anglofone, e specialmente da Walt Whitman (1819-1892) -, il celebre Gibran Khalil Gibran (1883-1931), la cui opera rinvia a William Blake (1757-1827), a Friedrich Nietzsche (1844-1900), al Sufismo e alla spiritualità orientale, e Mikhail Nu‘ayma (1889-1988), irrequieto poeta intimista noto in Occidente con lo pseudonimo Naimy, che influenzeranno le correnti romantiche egiziane e levantine orientate al ribaltamento dei canoni estetici basati sull’imitazione dei modelli classici. Culla di questo movimento sarà l’Egitto, dove viene recepita soprattutto l’influenza del Romanticismo inglese. Al Cairo, allora capitale della Nahḍa, nasce il Gruppo Apollo, che introduce novità interessanti e riesce a influenzare perfino i principali esponenti del Neoclassicismo egiziano, come gli iconici Ahmad Shawqi (1869-1932) e Hafiz Ibrahim (1971-1932). Sempre negli anni ’30, nota Sibilio, cominciano ad affiorare in Libano e in Siria nuove tendenze tematiche e di ricerca estetica. Nascono due correnti minori di matrice francese: il Simbolismo e il Surrealismo, che talvolta si intreccia con il Sufismo e si svilupperà maggiormente più tardi. In questo periodo, si hanno comunque già casi di commistione di elementi romantici, simbolisti e surrealisti in un’unica opera.

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Nazik Malaika

Sibilio si sofferma poi sulla transizione dalla poesia moderna a quella contemporanea. La voce più pionieristica di questa fase è la poetessa irachena Nazik al-Mala’ika (1923-2007), che adotta il verso libero nel poema “Il colera” (1947) – ispirato alla diffusione dell’epidemia in Egitto quell’anno -, nonché in nove componimenti della raccolta “Schegge e cenere” (1949). Convinta della necessità di abbandonare vecchi modelli, per esprimere un nuovo impulso lirico, contribuisce anche come teorica e docente universitaria a diffondere questa novità, già adottata da due dei suoi connazionali: Badr Shakir al-Sayyab (1926-1964), in “Era amore?” (1946), e Buland al-Haydari (1926-1996), in “Battito dell’argilla”, uscito sempre nel ‘46. Sibilio nota che, tuttavia, alcuni critici considerano “Plutoland e altre poesie” (1947) dell’egiziano Louis Awad (1915-1990), come il primo vero esperimento di verso libero, nonché di liberazione da schemi tradizionali e di ricorso audace al dialetto. Il passo successivo di questa fase di transizione è quello della rivoluzione teorico-pratica promossa dal movimento modernista, emerso negli anni ’50 principalmente a Bagdad e a Beirut, che porterà all’ingresso sulla scena letteraria araba della poesia in prosa.

È di fatto all’inizio dell’era post-coloniale che si ha il passaggio alla poetica della contemporaneità. Come spiega Sibilio, gli anni ’50 costituiscono un momento pieno di novità per la poesia. In quel decennio, il mondo arabo è pervaso da un senso di incertezza e delusione, scaturito dalle ripercussioni della II Guerra Mondiale, dal susseguirsi di cambi di governo, senza soluzione di continuità dell’instabilità politica, in paesi appena divenuti indipendenti, “e soprattutto dall’impatto devastante della catastrofe (Nakba) abbattutasi sul popolo palestinese, in seguito alla fondazione di Israele (1948)”, e il conseguente scompiglio degli assetti geopolitici della regione. Quest’ultimo evento catastrofico, sottolinea Sibilio, sarà in effetti un “catalizzatore del cambiamento”, il principale fattore scatenante di una nuova visione della scrittura creativa che dovrà esprimere passo per passo le istanze del tempo e fungere da mezzo efficace di trasformazione socio-politica. In generale viene inoltre indagato e messo in discussione il rapporto tra l’intellettuale e il potere. Per quanto riguarda la poesia, insieme al Modernismo, espresso da Ezra Pound (1885-1972) e da T.S. Eliot (1888-1965), si diffonderanno la letteratura impegnata di matrice sartriana, l’Esistenzialismo, il Realismo sociale o socialista, il misticismo e infine i tratti della poetica postmoderna.

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Adonis

Sempre negli anni ‘50, ricorda Sibilio, emerge una delle figure più straordinarie del panorama culturale arabo e destinata a raggiungere la fama internazionale: il poeta modernista siriano Ali Ahmad Said Isbir (n. 1930), noto con lo pseudonimo Adonis, importante tanto per la sua opera quanto per il suo apporto teorico nei dibattiti sul concetto di modernità. La considera come “una costante, un processo in moto che resiste alla staticità, alla fissità dell’ordine temporale”. Sia Adonis che il poeta modernista marocchino Muhammad Bennis (n. 1948) rivedono il concetto di modernità “nella sua valenza storica e lo attribuiscono a diverse esperienze e pratiche testuali di varie epoche”. La cultura araba classica aveva sin dagli albori già visto tentativi di innovazione estetica, rintracciabili nei poemi di poeti considerati moderni, in epoca omayyade, e innovatori, in epoca abbaside. È quest’ultima, secondo Adonis, “da recuperare per la riscoperta di sé”.

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Mahmoud Darwish

Altro poeta modernista di fama mondiale a emergere a fine anni ‘50 è Mahmud Darwish (1941-2008), autentico simbolo della Palestina, ambasciatore internazionale delle rivendicazioni politiche del suo popolo, ma soprattutto un grande artista esploratore dell’universo umano. Sibilio evidenzia infatti i limiti e l’obsolescenza di alcune definizioni tuttora impiegate per indicare specifici movimenti o tendenze, collegabili ad auto-attribuzioni o a traiettorie ed esperienze, che talvolta esulano dall’ambito meramente letterario, come, per esempio: ‘poesia della resistenza’, riferita proprio alla vicenda palestinese; il cosiddetto indirizzo ‘mistico-cosmico’ diffuso in Tunisia negli anni ’80; il concetto di ‘avanguardia’, usato in contesti diversi da parte di gruppi che rifiutano canoni e modelli espressivi tradizionali. Importante è dunque considerare la biografia di ogni poeta e il legame che ha con la sua terra d’origine. Di respiro universale, afferma Sibilio, sono le poesie di al-Sayyab, di Adonis, nonché dell’altro celebre siriano Nizar Qabbani (1923-1998), e di Mahmud Darwish, che nei loro versi celebrano rispettivamente l’Iraq, la Siria e la Palestina. Ma ciò vale anche per la palestinese Fadwa Tuqan (1917-2003), per l’egiziano Amal Dunqul (1940-1983) e per lo yemenita Abdel Aziz al-Maqalih (1937-2022), tra i molti altri nomi che si potrebbero citare.

Nella seconda sezione del volume, suddivisa in otto capitoli, in cui le spiegazioni su questioni tematiche e formali sono spesso esemplificate da brani delle opere – in traduzione italiana – che vengono man mano descritte, Sibilio si concentra sulle voci più influenti della contemporaneità e sulle loro poetiche. Lo studioso percorre di fatto un itinerario che attraversa la componente asiatica e quella nordafricana e subsahariana del varieggiato mondo arabo. Presenta ben diciannove realtà geopolitiche diverse, seppure interconnesse, e centinaia di voci, ognuna con uno stile personale.

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Fadwa Tuqan

Particolarmente interessante per capire lo sviluppo delle tendenze del secondo Novecento è il quinto capitolo del volume, dedicato al principale campo di ricerca di Sibilio, da lui stesso definito “l’emblematico caso palestinese”. Lo studioso accenna alle esperienze avvenute in Palestina durante il periodo mandatario, “quando alcuni intellettuali, consci delle minacce rappresentate dall’ambigua politica britannica e dai propositi del movimento sionista, utilizzano la poesia […] come forma di protesta per accrescere la consapevolezza popolare sulle oscure manovre in atto, presagendo l’imminente tragedia che avrebbe colpito il proprio popolo”. Il poeta più celebre in tale senso e pioniere della Nahḍa palestinese è Ibrahim Tuqan (1905-1941), autore di versi patriotici, privi però dei toni celebrativi e dei motivi eroici dello stile neoclassico, e che si distingue anche per l’uso allora inedito di una sferzante ironia con cui punzecchia sia Londra sia i dirigenti nazionalisti arabi accusati d’inerzia. Altro esponente di spicco di questa fase è Abd al-Karim al-Karmi (1909-1980), noto come Abu Salma, che nel 1936 pubblica “La fiamma della poesia”, poema dedicato alla Grande Rivolta che durerà fino al 1939.

Sibilio poi analizza la poesia della Nakba o post-1948, incentrata sulle “condizioni psicologiche e materiali di un popolo espulso dalla propria terra e ignorato dalla comunità internazionale”. È un corpus poetico piuttosto variegato di valenza testimoniale; denuncia le difficoltà dei profughi; esprime dolore, nostalgia e collera, ma anche speranza di ritorno e di riscatto. Sibilio presenta due figure importanti emerse negli anni ’50: la già citata Fadwa Tuqan – allieva del fratello Ibrahim –, la quale si allontana dall’intimismo degli esordi romantici e neoclassici, legato all’angosciante vita racchiusa tra le mura domestiche, per rivolgere l’attenzione alla nuova catastrofica realtà collettiva. Adotta allora il verso libero e sfrutta le potenzialità del Simbolismo e del Realismo sociale, per comporre opere cariche di forza espressiva e di intensità emotiva, incentrate sul dramma del suo popolo. Dopo la guerra lanciata da Israele nel ’67, per conquistare il resto della Palestina, la poetessa rimane nella sua citta, Nablus, sotto occupazione militare israeliana, e usa un registro spiccatamente politico nelle sue poesie, diventando la voce più autorevole della causa palestinese.

Tornando agli anni ’50, Sibilio ricorda che in quel decennio Giabra Ibrahim Giabra (1929-1994) – letterato, traduttore e pittore in esilio a Bagdad dal ’48 – traduce in parte The Golden Bough (Il ramo d’oro, 1890) di James George Frazer (1854-1941), da cui lui stesso sarà molto influenzato. Conia il termine tammuzi (riferimento al dio mesopotamico della vegetazione Tammuz) per definire la corrente poetica che ricorre spesso “all’impiego degli archetipi di rinascita e fertilità”, di cui sarà uno dei maggiori esponenti. Nella raccolta “Tammuz in città” (1959), considerata pionieristica del Modernismo arabo, celebra la verdeggiante Palestina, scolpita nella memoria degli esuli, indaga la loro condizione esistenziale, mentre in certi componimenti propone le sue riflessioni personali sulla solitudine dell’individuo nella società contemporanea.

Basandosi, tra le altre cose, su un saggio critico del famoso scrittore Ghassan Kanafani (1946-1972), Sibilio esamina la poesia della resistenza palestinese. Come spiega lo studioso, è un “tipo di espressione che sul piano nazionale è figlia della lotta del suo popolo”; a livello internazionale rientra nel più ampio filone della poesia civica e d’impegno politico del Novecento e si collega alle esperienze anticolonialiste, anti-imperialiste e terzomondiste dall’Africa a Cuba, dal Vietnam al Sudamerica. In Palestina i pionieri di questa categoria letteraria sono Samiḥ al-Qasim (1939-2014) e appunto Mahmud Darwish, ma Sibilio sottolinea che l’opera del grande poeta di fama mondiale “ha ben presto trasceso i confini della causa nazionale per cogliere la quintessenza dell’umano universale come ogni capolavoro artistico destinato all’eternità”. Del resto, spiega lo studioso, entrambi gli autori, come gli altri del movimento, adottano man mano repertori e stili diversi. A differenza di quanto si tende a pensare, la lotta lanciata dai fedayin negli anni ’60 non è al centro della scena nella poesia della resistenza palestinese. “Vista nella sua complessità”, chiarisce Sibilio, “la relazione con la terra perduta/occupata viene esplorata attraverso una molteplicità di dimensioni simboliche che celano il motivo identitario: si guarda all’ambiente naturale florido, celebrando i prodotti offerti dalla terra; si attinge al repertorio mitologico, ma anche a quello folcloristico-popolare; si riesplora la simbologia religiosa, biblica o coranica, laddove l’identificazione con il martirio di Cristo acquisisce un valore elevato e ampiamente condiviso, preludio della resurrezione; si ricorre alla dimensione storica per riaffermare l’appartenenza al territorio, per resistere alla minaccia di cancellazione insita nel discorso sionista e nella prassi politica israeliana”.

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Ibrahim Nasrallah

La produzione poetica emersa negli anni ’70 e ‘80 è rappresentata specialmente da Murid al-Barghuthi (1944-2022), Zakariya Muhammad (n. 1950), Ibrahim Nasrallah (n. 1954) e Ghassan Zaqtān (n. 1954), tutti testimoni del declino delle ideologie unificanti, come il Panarabismo, e poi delusi dal processo di pace di Oslo con i suoi strascichi odierni. Vivendo nella diaspora o nella Cisgiordania occupata, dotati di versatilità artistica, spiega Sibilio, passano a nuovi modi espressivi nella ricerca di singolarità; abbinano strutture tradizionali e sperimentalismo, dissolvono la barriera tra verso libero e poesia in prosa, tra cultura scritta e visuale, tra generi letterari e tipi di scrittura; prediligono la dimensione individuale alle ‘grandi’ narrazioni. Lo studioso presenta anche uno dei maggiori poeti della nuova generazione, Najwan Darwish (n.1978), che unisce tradizione e modernità, la nostalgia del passato e il senso dell’urgenza del presente; ricorre all’ironia o addirittura al vituperio politico, con uno stile ora contemplativo ora quasi giornalistico, per denunciare i paradossi della realtà palestinese.

Come già detto, il nuovo libro di Sibilio è uno studio approfondito della produzione poetica moderna e contemporanea del varieggiato mondo arabo; evidenzia che la poesia è l’arte per eccellenza, un elemento identitario al pari dell’arabofonia per le società di una regione particolarmente complessa per ragioni storico-culturali e, quindi, ricca di storie. Il volume è senz’altro uno strumento scientifico importante per chi si occupa di questo argomento, nonché una lettura affascinante per persone non esperte animate dalla curiosità di conoscerlo. Pagine Esteri

*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Ipocan, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī, e la raccolta poetica Tūnis al-ān wa hunā – Diario della Rivoluzione (Lushir, 2011) del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Ipocan, 2022).

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La teologia della liberazione palestinese: dalla reinterpretazione delle Scritture alla decolonizzazione della mente


di Caterina Bandini*

Pagine Esteri, 19 aprile 2023 – «L’occupazione è un peccato contro Dio»: questo il postulato del documento Kairós Palestina: un momento di verità. Una parole di fede, speranza e amore dal cuore delle sofferenze dei palestinesi, pubblicato in arabo l’11 dicembre 2009 dal Consiglio ecumenico delle Chiese di Terra santa[1]. Ispirato al Kairós sudafricano, un documento pubblicato nel 1985 da una maggioranza di preti neri per denunciare il regime di apartheid, Kairós Palestina rappresenta il culmine di un lungo percorso di sensibilizzazione e politicizzazione delle Chiese palestinesi.

I palestinesi cristiani che vivono in Israele-Palestina sono circa 171 000 su una popolazione palestinese totale di più di 7 milioni di persone. La maggior parte si trova all’interno dello Stato d’Israele (120 000), 40 000 vivono nella Cisgiordania occupata, 10 000 a Gerusalemme e meno di un migliaio nella Striscia di Gaza. La minoranza cristiana ha una composizione eterogenea: i fedeli appartengono a ben 13 Chiese diverse, che vengono divise localmente tra «orientali» (Chiesa greco-ortodossa, armena, siriaca, ecc.) e «occidentali» (Chiesa cattolica romana, anglicana, luterana, ecc.). La maggioranza dei cristiani appartiene alla Chiesa greco-ortodossa (detta anche arabo-ortodossa o semplicemente ortodossa), la quale detiene il controllo del maggior numero di Luoghi santi; la seconda comunità più numerosa è quella cattolica di rito latino.

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Le Chiese palestinesi sono state o sono tutt’ora al centro di conflitti tra l’alto clero, appoggiato dai poteri stranieri e dalla loro presenza missionaria, ed il laicato palestinese. La Chiesa greco-ortodossa in particolare, che possiede un importante patrimonio immobiliare, ha venduto terreni e immobili dapprima al governo britannico, poi ai coloni sionisti e alle autorità israeliane. Inoltre, la dimensione transnazionale delle Chiese di Terra santa ha contribuito ad alimentare in seno alla società palestinese la diffidenza nei confronti dei cristiani, sospettati di collaborare con l’occidente colonizzatore. Ciò spiega, in parte, la preponderanza di attivisti cristiani tanto nel movimento nazionalista degli anni ‘30 quanto nel movimento di liberazione nazionale che si sviluppa dopo la Nakba. L’importanza di Kairós Palestina è dovuta al fatto che per la prima volta non sono i fedeli ad impegnarsi politicamente contro l’occupazione israeliana, bensì gli alti livelli della gerarchia ecclesiale.

La pubblicazione del documento rappresenta l’apice di un movimento nato in seno alla comunità protestante che coinvolge clero e laicato sin dalla prima Intifada (1987-1993) (Kuruvilla, 2013). Ispirandosi alla teologia contestuale, alla teologia della liberazione sud-americana e alla critica post-coloniale della Bibbia, il reverendo anglicano Naim Stifan Ateek, all’epoca pastore della Cattedrale di San Giorgio a Gerusalemme, pubblica nel 1989 Justice, and Only Justice: A Palestinian Theology of Liberation (Ateek, 1989), considerato il testo fondatore della teologia della liberazione palestinese. Nel libro, Ateek spiega che la lettura dell’Antico Testamento pone delle difficoltà specifiche ai palestinesi cristiani. I concetti di «popolo eletto» e «terra promessa» o ancora il racconto mitologico dell’Esodo assumono un significato politico nel contesto israelo-palestinese, dove l’idea di una continuità perfetta tra il popolo ebraico nella Bibbia e lo Stato d’Israele ha offerto una legittimità storico-religiosa all’impresa sionista. Secondo Ateek, se la Bibbia è stata strumentalizzata fino a diventare un elemento importante nel conflitto, può anche diventare un elemento della soluzione. I palestinesi cristiani devono quindi elaborare una lettura palestinese dell’Antico Testamento. Una comprensione universalista della natura di Dio sul piano teologico non significa che tutte le parti della Bibbia abbiano lo stesso valore per i cristiani: i libri dei Profeti, ad esempio, dove Dio fa prova di compassione nei confronti di altri popoli, rappresentano un’evoluzione rispetto ai libri dell’Esodo e di Giosuè caratterizzati dalla tradizione nazionalista e militarista degli zeloti.

Altri autori hanno partecipato allo sforzo di decolonizzazione dell’Antico Testamento, come il reverendo luterano Mitri Raheb (Raheb, 1995). Questo movimento teologico ed intellettuale è andato di pari passo con un’opera di arabizzazione e palestinizzazione delle Chiese che, fino ad allora, solo la Chiesa melkita aveva compiuto. Nella seconda metà del XX secolo, l’arabo sostituisce le lingue straniere nella liturgia, i membri del clero provengono sempre di più dalla popolazione locale e le istituzioni cristiane cominciano a rivendicare esplicitamente la loro appartenenza alla nazione palestinese. Anche la Chiesa cattolica romana prende parte a questo processo e s’impone come uno degli attori principali del movimento di teologia della liberazione contribuendo alla sua diffusione fuori dagli ambienti protestanti. La nomina, nel 1987, di Michel Sabbah a capo del Patriarcato latino di Gerusalemme rappresenta una tappa importante: primo (e finora unico) patriarca palestinese nella storia dell’istituzione, durante il suo mandato (1987-2008) Sabbah ha saputo coinvolgere la gerarchia cattolica romana nelle questioni politiche locali, prendendo posizione contro l’occupazione e per la pace, e incoraggiando l’impegno politico dei cristiani.

I teologi-attivisti si focalizzano sulla comunità cristiana internazionale. Uno degli obiettivi principali del movimento consiste a contrastare la diffusione del sionismo cristiano, una corrente di pensiero che appoggia l’esistenza dello Stato d’Israele come Stato esclusivamente ebraico sulla base di una lettura letterale dell’Antico Testamento (Nederveen-Pieterse, 1991). Il sionismo cristiano si è progressivamente affermato nelle comunità evangeliche statunitensi e sud-americane ed alcuni esponenti di questa corrente hanno un legame molto stretto col potere politico israeliano, il che contribuisce a marginalizzare il cristianesimo palestinese sulla scena internazionale. Dalla fine degli anni ‘80 ad oggi, varie organizzazioni palestinesi cristiane della società civile si sono impegnate nella creazione di circuiti di turismo e pellegrinaggio alternativi (come i cosiddetti pellegrinaggi «delle pietre vive») volti a far conoscere la realtà dell’occupazione ai cristiani provenienti da tutto il mondo (Feldman, 2011).

6646744Ed è proprio quest’interesse pronunciato nei confronti della comunità internazionale, a discapito delle comunità cristiane locali, che viene oggi criticato da una nuova generazione di teologi palestinesi. Essi considerano che l’opera dei padri fondatori Naim Ateek et Mitri Raheb e di tutti coloro che si sono ispirati al loro modello presenta una dimensione coloniale inerente alla struttura, la costruzione e gli obiettivi che gli autori si sono posti (Munayer e Munayer, 2022). Volendosi opporre al sionismo cristiano, Ateek e Raheb si sono rivolti ai cristiani occidentali e non ai cristiani palestinesi; hanno preso spunto quasi esclusivamente da teologi maschi, bianchi e occidentali; non hanno adottato un approccio intersezionale, esaminando di fatto un’unica dimensione dell’oppressione palestinese (da parte dell’occidente e dello Stato d’Israele) e tralasciandone altre (sessismo, classismo, islamofobia).

La nuova generazione propone l’elaborazione di una «teologia della liberazione civica» in linea col pensiero di Edward Said, uno dei primi a indicare la necessità di una lettura palestinese della Bibbia (Masalha e Isherwood, 2014). Non si tratta più soltanto di reinterpretare le Scritture, ma di decolonizzare la mente e la pratica religiosa dei palestinesi cristiani. Dall’advocacy sulla scena internazionale all’empowerement delle comunità locali, l’obiettivo principale di questa nuova teologia più contestuale e meno cristiana è il dialogo all’interno della società palestinese, in particolare fra cristiani e musulmani. Teologi e attivisti pubblicano più in arabo che in inglese[2], s’ispirano all’iconografia ortodossa più che a quella protestante o latina e prendono a modello figure cristiane della resistenza palestinese, come la giornalista Shireen Abu Aqleh uccisa nel maggio 2022 dall’esercito israeliano. Prodotto di questa rinascita teologica, una rivista accademica palestinese è stata recentemente fondata con l’obiettivo di creare uno spazio di discussione sul tema del cristianesimo palestinese in arabo e inglese. Il comitato editoriale del Journal of Palestinian Christianity è composto dal reverendo luterano Munther Isaac e due giovani teologi, Yousef AlKhoury e John Munayer, tutti e tre affiliati all’università evangelica palestinese di Betlemme, il Bethlehm Bible College[3]. Pagine Esteri

NOTE

[1] Per la versione italiana del documento: kairospalestine.ps/sites/defau…

[2] Si veda la pagina in arabo del sito Come and See – The Christian Website from Nazareth: comeandsee.com/ar/

[3] La presentazione della rivista è disponibile qui: files.constantcontact.com/6d0f…

Letture consigliate:

Ateek, Naim Stifan (1989) Justice, and Only Justice: A Palestinian Theology of Liberation. Maryknoll, Orbis Books.

Feldman, Jackie (2011) “Abraham the Settler, Jesus the Refugee: Contemporary Conflict and Christianity on the Road to Bethlehem”, History & Memory, 23 (1): 62-95.

Kuruvilla, Samuel Jacob (2013) Radical Christianity in Palestine and Israel: Liberation and Theology in the Middle East. Londra e New York, IB Tauris.

Masalha, Nur, Isherwood, Lisa (a cura di) (2014) Theologies of Liberation in Palestine-Israel. Indigenous, Contextual, and Postcolonial Perspectives. Eugene, Pickwick Publications.

Munayer John S., Munayer, Samuel S. (2022) “Decolonising Palestinian Liberation Theology: New Methods, Sources and Voices”, Studies in World Christianity, 28 (3): 287-310.

Nederveen-Pieterse, Jan (1991) “The History of a Metaphor: Christian Zionism and the Politics of Apocalypse”, Archives de sciences sociales des religions, 75: 75-103.

Raheb, Mitri (1995) I am a Palestinian Christian. Minneapolis, Augsburg Fortress Press.

6646746*Caterina Bandini è sociologa e attualmente ricercatrice presso il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e l’Università di Nantes nell’ambito di un progetto collettivo sulla sinistra “radicale” israeliana. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi con un’etnografia dei movimenti religiosi per la pace e i diritti umani in Israle-Palestina, dove ha condotto numerosi periodi di ricerca sul campo dal 2015 ad oggi. Si occupa principalmente di attivismo e movimenti sociali, relazione fra politica e religione, risoluzione dei conflitti, studi post-coloniali e settler colonial studies. È autrice dell’articolo “ʻLa terre ne nous appartient pas, nous lui appartenonsʼ. Usages militants de la théologie et recompositions identitaires en Israël-Palestine”, Critique Internationale (pubblicazione prevista per fine 2023) e curatrice (con Marion Lecoquierre) del volume tematico “Le colonialisme de peuplement : applications empiriques et approches critiques”, Revue Internationale de Politique Comparée (pubblicazione prevista per fine 2023). Sul tema del cristianesimo palestinese ha pubblicato: “Catholiques français et chrétiens palestiniens : pour une sociologie relationnelle de la solidarité”, Les Cahiers d’EMAM, 32 (2020).

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In Cina e Asia – Von der Leyen: "Non giremo le spalle alla Cina”


In Cina e Asia – Von der Leyen: von der leyen
Von der Leyen: "Non giremo le spalle alla Cina"
Ucraina: Macron vuole coordinare i negoziati di pace con la Cina
Xi a Kim: "Insieme per affrontare cambiamenti complessi e seri"
Aperta indagine dopo incendio in un ospedale di Pechino
Proteste dei "fogli bianchi": manifestante racconta la propria esperienza
Veicoli elettrici: i marchi cinesi contano per l'80% delle vendite domestiche
Il Bangladesh userà lo yuan per centrale nucleare russa

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Filippine: gli USA rafforzano la tenaglia militare contro la Cina


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 19 aprile 2023 – La competizione economica e geopolitica tra Stati Uniti e Cina sta scivolando sempre più velocemente verso il confronto sul piano militare.
Mentre la tensione si alza soprattutto intorno a Taiwan – la provincia ribelle di cui Pechino pretende la reintegrazione nel territorio nazionale – Washington rafforza le sue posizioni nel quadrante Indo-Pacifico dando vita ad una vera e propria tenaglia che accerchia la Repubblica Popolare dal Giappone fino all’Australia, passando per la Corea del Sud e le Filippine.
Al di fuori del proprio territorio nazionale Washington possiede, caso unico al mondo, circa 700 installazioni militari distribuite in 80 diversi paesi nei cinque continenti. Solo in Corea del Sud gli Stati Uniti possono contare su 56 mila soldati, ai quali occorre aggiungere i 25 mila dispiegati in Giappone.

Nelle ultime settimane, poi, gli Stati Uniti hanno rafforzato in maniera consistente la propria presenza nelle Filippine, suscitando la dura reazione di Pechino.

Per Washington quattro nuove basi militari nelle Filippine
All’inizio di aprile, il governo di Manila ha formalizzato l’ubicazione di altre quattro basi militari sul proprio territorio nelle quali le forze armate statunitensi potranno mantenere una consistente presenza sulla base dell’Accordo di cooperazione militare rafforzata (Enhanced Defence Cooperation Agreement, Edca) siglato con Washington nel 2014 e dell’Accordo sulle forze in visita (Vfa) del 1998.

L’Edca, che i due paesi hanno informato di voler ulteriormente potenziare, consentiva già a un elevato numero di militari statunitensi di utilizzare cinque basi filippine per portare avanti varie attività e per realizzare piste di decollo, magazzini, alloggi ed altre infrastrutture. Washington, tra l’altro, aveva già annunciato lo stanziamento di 82 milioni di dollari per potenziare le infrastrutture nelle cinque basi già utilizzate, che formalmente rimangono sotto il controllo di Manila.
Poi, lo scorso 2 febbraio, i due governi hanno annunciato l’estensione dell’accordo dopo un incontro nella capitale filippina tra il presidente Ferdinando Marcos Jr e il segretario americano alla Difesa, Lloyd Austin.

Tre dei nuovi siti militari – situati a Isabela, Zambales e Cagayan – concessi alle truppe statunitensi si trovano nell’isola settentrionale di Luzon, a soli 400 km da Taiwan, e comprendono la base navale di Santa Ana e l’aeroporto di Lal-lo. La quarta infrastruttura militare invece si trova sull’isola di Balabac, nella provincia di Palawan, la più vicina all’atollo delle Spratly, al centro di un aspro contenzioso territoriale tra la Cina e le Filippine. Pechino infatti adduce rivendicazioni storiche per rivendicare la propria sovranità su quasi tutto il Mar Cinese Meridionale, pur essendo stata sconfessata nel 2016 dalla Corte permanente arbitrale dell’Aja dell’ONU che ha dato ragione alle Filippine.

Nelle scorse settimane la tensione nell’area è tornata ad accendersi. Il 6 febbraio la guardia costiera delle Filippine ha accusato un’imbarcazione militare cinese, impegnata in un’operazione di pattugliamento, di aver puntato una “luce laser” contro l’equipaggio di un naviglio filippino nel Mar Cinese Meridionale, a circa 20 km dalle isole Spratly.

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Il dietrofront di Manila
Durante il suo mandato, il discusso presidente Rodrigo Duterte aveva dato vita ad una svolta nelle relazioni internazionali, allontanandosi da Washington e stringendo maggiori relazioni con Pechino. Ma da quando è entrato in carica nel luglio del 2022 il nuovo presidente Ferdinando Marcos Jr (figlio dell’ex dittatore Ferdinando Marcos, deposto nel 1986) ha invertito la rotta ripristinando e sviluppando la tradizionale alleanza politica e militare con gli Stati Uniti.

D’altronde le Filippine sono state formalmente una colonia statunitense dalla fine del XIX secolo – quando furono cedute a Washington dalla Spagna dopo la sconfitta di quest’ultima in un conflitto diretto con Washington – fino al 1946, per rimanere comunque nell’area di influenza della superpotenza. All’inizio degli anni ’90 si assistette a una forte riduzione della presenza militare statunitense nell’arcipelago, con il ritiro della maggior parte dei 15 militari presenti da decenni nelle due grandi basi di Clark Field e Subic Bay.

La situazione è cambiata con la firma dell’Accordo di cooperazione militare tra Manila e Washington del 2014 che ha permesso agli Stati Uniti di stanziare di nuovo un gran numero di truppe nell’arcipelago asiatico.

Washington: “contenere l’espansionismo della Cina”«I nuovi siti rafforzeranno l’interoperabilità degli Stati Uniti e le forze armate filippine e ci consentiranno di rispondere assieme (…) a una serie di sfide condivise nella regione dell’Indo-Pacifico, inclusi i disastri naturali e umanitari”, ha dichiarato la vice portavoce del Pentagono Sabrina Singh, ma è più che ovvio che l’accordo risponde principalmente alla necessità di Washington di rafforzare il proprio dispositivo militare nella regione per contrastare l’influenza cinese.

Il comandante della Difesa delle Filippine, Carlito Galvez, ha messo le mani avanti, affermando che il patto militare che concede agli USA l’usufrutto a tempo indeterminato di quattro nuove basi punta esclusivamente a rafforzare la deterrenza. «La situazione geopolitica sta diventando sempre più precaria. I nostri progetti nell’ambito dell’Edca (…) non sono concepiti per l’aggressione. Non ci stiamo preparando per la guerra. Piuttosto, puntiamo a sviluppare le nostre capacità di difesa contro eventuali minacce alla nostra sicurezza».

Il capo di stato maggiore congiunto delle forze armate statunitensi, Mark Milley, è stato però molto più sincero. La Repubblica Popolare, ha accusato il generale nel corso di un’audizione al Senato federale di Washington, «sta tentando di diventare la potenza regionale egemone (…) Per questo puntiamo ad accedere alle basi e alla supervisione, e siamo impegnati in un riposizionamento nel Pacifico occidentale». «I paesi della regione si stanno armando, e tutti, con rarissime eccezioni, vogliono la presenza degli Stati Uniti nella regione» ha affermato Milley citando l’acquisto di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare da parte dell’Australia e la corsa agli armamenti intrapresa dal Giappone.

A rincarare la dose, nel corso di un’intervista alla Cnn, è stato l’ambasciatore USA a Tokyo, Rahm Emanuel. «Si guardi all’India, alle Filippine, all’Australia, agli Stati Uniti, al Canada o al Giappone. Negli ultimi tre mesi tutti questi Paesi hanno avuto un confronto di qualche tipo con la Cina. A Pechino non possono essere scioccati dal fatto che questi stessi Paesi assumano delle iniziative per proteggersi o per scoraggiare attacchi» ha accusato il diplomatico.

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Militari statunitensi e filippini durante le manovre militari congiunte

La reazione di Pechino
Ovviamente, il rafforzamento della presenza militare statunitense nelle Filippine ha suscitato la dura reazione del governo della Repubblica Popolare Cinese. A marzo una delegazione del Ministero degli Esteri di Pechino in visita a Manila ha avvertito che l’estensione dell’Edca «trascinerà il paese negli abissi del conflitto geopolitico e finirà col danneggiarne l’economia». Nel corso di una conferenza stampa, l’ambasciatore cinese a Manila Huang Xilian è stato ancora più esplicito quando ha affermato che le Filippine stanno soffiando sul fuoco delle tensioni regionali: «Ovviamente, gli Usa vogliono approfittare dei nuovi siti militari per interferire nella situazione nello Stretto di Taiwan, per perseguire i propri obiettivi geopolitici e portare avanti la propria agenda anti-cinese a spese della pace e dello sviluppo delle Filippine e della regione».

Esercitazioni congiunte tra USA e Filippine
La scorsa settimana, però, le forze armate delle Filippine e degli Stati Uniti hanno realizzato le più massicce esercitazioni militari congiunte di sempre, mobilitando circa 17500 soldati di entrambi i paesi (di cui più di 12 mila statunitensi) più un centinaio di australiani, il doppio rispetto al 2022. Le imponenti manovre, denominate “Balikatan” (spalla a spalla), hanno simulato operazioni di sbarco anfibio e di combattimento aereo e attività di addestramento a fuoco vivo. Nei giorni precedenti le forze armate cinesi avevano invece simulato, poche centinaia di km più a nord, attacchi missilistici e incursioni aeree contro obiettivi a Taiwan.

Contemporaneamente, alla fine di una riunione interministeriale – che ha coinvolto i titolari degli Esteri e della Difesa – tra Washington e Manila i due paesi hanno diffuso un comunicato congiunto in cui accusano Pechino di compiere alcune “manovre illegali” nel Mar Cinese Meridionale. A tal proposito, il presidente filippino Marcos Jr ha usato toni belligeranti: «Questo Paese non perderà un centimetro del suo territorio. Continueremo a difendere la nostra integrità territoriale e sovranità in conformità con la nostra Costituzione e con il diritto internazionale».
Nel corso della riunione gli Stati Uniti hanno formalizzato un piano volto alla consegna alle Filippine, nei prossimi anni, di radar, droni, aerei da trasporto militare e sistemi di difesa aerea e costiera. – Pagine Esteri

6644509* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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Il tramonto dei diritti in India


Il tramonto dei diritti in India india
Quando il leader del Congresso, Rahul Gandhi, è stato condannato a due anni di carcere per aver “diffamato” Narendra Modi è stato soltanto dell'ultimo passo lungo un processo involutivo che ormai da diversi anni contraddistingue la cosiddetta "democrazia più grande del mondo". Una nostra analisi in partnership con Gariwo Onlus.

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In Cina e Asia – Il Pil cinese cresce più del previsto


In Cina e Asia – Il Pil cinese cresce più del previsto pil
I titoli di oggi: Cina, il Pil torna a crescere G7 contro ogni “coercizione” sullo stretto di Taiwan New York, due arresti legati a una “stazione di polizia segreta cinese” Hikvision, nuove prove sulla sorveglianza degli uiguri Taiwan pronta ad aprire un nuovo ufficio di rappresentanza a Milano Hong Kong, arriva un’altra condanna per Joshua Wong Myanmar, liberati 3 mila ...

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Il trilemma della sicurezza alimentare


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Davanti a emergenza climatica e globalizzazione la sfida per il futuro delle economie asiatiche si gioca anche nel rapporto tra risorse alimentari e popolazione. Un estratto dal nostro ultimo e-book dedicato ai trend demografici in Asia

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In Cina e Asia – Il Ministro della Difesa cinese incontra Putin


In Cina e Asia – Il Ministro della Difesa cinese incontra Putin Putin
I titoli di oggi:

Il Ministro della Difesa cinese incontra Putin
Ucraina: trovate "componenti di fabbricazione cinese" nelle armi russe
Borrell: "La Cina può svolgere un ruolo nella guerra"
Usa: società cinesi accusate di fornire al cartello messicano i precursori chimici del fentanil
Veterani del Partito comunista a capo dell’ufficio per Hong Kong e Macao
Sentenza di un tribunale di Pechino: gli "straordinari su WeChat" vanno pagati
Il Giappone avrà il suo primo casinò
L'esercito sudcoreano spara colpi di avvertimento contro una motovedetta della Corea del Nord

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SCONTRI IN SUDAN. Gradito anche all’Italia il capo miliziano Dagalo


di Antonio Mazzeo

Pagine Esteri, 17 aprile 2023 – Buoni contro cattivi, forze militari regolari contro paramilitari, filo-occidentali contro filo-russi. Ancora una volta analisti e commentatori tv preferiscono le esemplificazioni binarie per descrivere gli attori (solo alcuni di essi, in verità), che in queste ore si combattono violentemente nelle strade di Khartoum, capitale del Sudan. Da una parte le unità dell’esercito fedeli al presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, il generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan; dall’altra le Forze di Supporto Rapido (RSF), corpo d’élite del Servizio nazionale d’intelligence, guidate dal vicepresidente del consiglio, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemetti”. Il primo lo si vorrebbe vicino a Washington, il secondo a Mosca, ma probabilmente più che dalle distinte preferenze sui partner internazionali, il tentato golpe nasce dalla ferma opposizione del generale Hemetti a porre le “sue” milizie sotto il controllo della Presidenza del consiglio. “Un progetto – scrive l’africanista Fulvio Beltrami – in cui Hemetti vede un tentativo di distruggere il suo potere (e dei suoi immensi affari), privandolo del controllo della potente unità di combattimento”. (1)

Le Forze di Supporto Rapido conterebbero attualmente su un enorme numero di militari bene armati e addestrati – tra i 50.000 e i 70.000 -, molti dei quali già in forza alla Janjaweed, la milizia araba impiegata dal governo sudanese durante la lunga guerra in Darfur esplosa nel febbraio 2003. Le RSF furono istituite nel 2013 e poste sotto il comando del generale Hemetti; da allora si sono macchiate di gravi crimini contro l’umanità (massacri di civili, saccheggi e distruzioni, stupri, ecc.), soprattutto nel biennio 2014-15 ancora in Darfur. Il 3 giugno 2019, due mesi dopo il colpo di stato che costrinse alla fuga il presidente Omar al-Bashir in carica da 25 anni, i reparti guidati da Mohamed Hamdan Dagalo attaccarono con gas e armi da fuoco numerosi manifestanti nelle strade di Khartoum, uccidendo più di un centinaio di persone e gettandone i corpi nel Nilo.

Dopo un secondo golpe militare a fine ottobre 2021, al vertice dello stato africano si insediò il Consiglio Sovrano di Transizione presieduto dal generale al-Burhan, vicepresidente il sempre più potente capo delle RSF, impunito per le efferate stragi ma gradito a diverse cancellerie europee, Roma in testa. Come rilevato da Africa ExPress, Mohamed Hamdan Dagalo Hemetti è stato in visita “privata” in Italia il 9 febbraio 2022, in compagnia del fratello Al-Qoni Hamdan (ufficiale delle Forze di Supporto Rapido, responsabile del settore appalti) e da un uomo d’affari di origini siriane, Muhammad Abdul Halim. “Hemetti mirava anche ad ottenere finanziamenti per acquistare da una fabbrica italiana le attrezzature lattiero-casearie necessarie agli impianti in costruzione in Etiopia”, ha riportato la testata giornalistica. (2)

Il 3 settembre 2022 è stato l’ambasciatore italiano a Khartoum, Gianluigi Vassallo, a recarsi in visita dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, nei sui uffici del Palazzo presidenziale di Khartoum. Sul meeting è stata pubblicata una lunga nota sul sito istituzionale delle RSF. “Il diplomatico è stato ricevuto allo scadere del suo incarico, alla presenza del sottosegretario per gli Affari esteri, l’ambasciatore Dafa-Allah Al-Haj, e del Direttore del dipartimento europeo, l’ambasciatore Khalid Musa”, vi si legge. “Il vice presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, generale Mohammed Hamdan Dagalo ha sottolineato il desiderio del Sudan di sviluppare e rafforzare le sue relazioni con l’Italia in tutti i campi nell’interesse dei due paesi. Ha inoltre invitato l’Italia e la comunità internazionale a sostenere il Sudan e il suo popolo nel portare avanti il processo di transizione democratica (…) Dagalo ha lodato gli sforzi dell’Italia a supporto della stabilità del Sudan, apprezzando il livello del fruttuoso coordinamento tra i due paesi nei settori della lotta all’immigrazione illegale, della salute e degli interventi umanitari”. Altrettanto enfatiche le parole dell’ambasciatore Vassallo. “Esprimo il mio apprezzamento al governo del Sudan e al suo popolo per il sostegno continuo e il rispetto per il mio lavoro a Khartoum”, ha dichiarato il diplomatico. “E’ stata un’esperienza unica che ha testimoniato il grande sviluppo delle relazioni tra i due paesi. L’Italia continuerà a sostenere gli sforzi del Sudan per conseguire la stabilità e la transizione democratica e a cooperare insieme per combattere l’immigrazione illegale. Il mio paese ha donato 250.000 euro per supportare ciò che è stato danneggiato dai disastri naturali in Sudan. (3)

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Chiodo fisso quello dell’immigrazione irregolare per tutti i governi succedutisi alla guida del bel paese nelle ultime decadi, anche a costo di stringere relazioni e alleanze con i regimi più indigesti, impresentabili, violenti e corrotti del continente africano. Con il Sudan è stato firmato il 3 agosto 2016 un memorandum sui temi della gestione dei fenomeni migratori e delle frontiere (a sottoscriverlo a Roma l’allora direttore generale della Pubblica sicurezza, prefetto Franco Gabrielli e il direttore generale delle Forze di polizia sudanesi, generale Hashim Osman el-Hussein).

“Le parti di dichiarano pienamente impegnate a impedire i pericolosi viaggi di migranti che mettono seriamente a rischio le loro vite e convinte che un’efficace politica di rimpatrio avrebbe un notevole effetto deterrente, contribuendo a prevenire la migrazione irregolare e le tragedie umanitarie ad essa connesse”, si legge nel preambolo del memorandum.

L’accordo, mai revocato dall’Italia nonostante i successivi sanguinosi colpi di stato in Sudan, prevede la collaborazione tra le due forze di polizia in ampi settori: contrasto al crimine organizzato internazionale, immigrazione irregolare, traffico di esseri umani, crimine telematico e finanziario, riciclaggio di denaro, contraffazione di documenti, corruzione, ecc.. Numerosi gli interventi previsti: scambio di informazioni sui gruppi criminali organizzati, sulla loro struttura, gestione e modus operandi, nonché sull’applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali; scambio di informazioni sui gruppi terroristici operanti nei rispettivi territori e in materia di immigrazione irregolare e per combattere la tratta di esseri umani e il traffico di migranti; scambi di esperienze e di esperti tra le forze di polizia; organizzazione di corsi e attività addestrative; scambio di informazioni sui passaporti e sugli altri documenti di viaggio, sui visti e sui timbri di ingresso e uscita; possibile partecipazione congiunta ad iniziative di cooperazione operativa a livello regionale o internazionale, “anche nell’ambito delle attività svolte dalle competenti agenzie dell’Unione Europea, quali Frontex ed Europol”. Onde migliorare le capacità di gestione delle frontiere e dei flussi migratori e di contrasto alla migrazione irregolare, il memorandum prevede la possibilità che l’Italia offra alle autorità sudanesi “supporto e assistenza tecnica in termini di formazione e di fornitura di mezzi e di equipaggiamento”.

Infine una serie di articoli in tema di rimpatri di cittadini irregolari. “Le competenti autorità sudanesi forniscono assistenza e supporto nell’accertamento della nazionalità dei migranti irregolari, procedendo alla loro identificazione, al fine di consentire alle competenti autorità italiane di eseguire le misure di rimpatrio”, è previsto all’art. 9. “Le competenti autorità diplomatiche/consolari del Sudan procedono senza indugio alle interviste delle persone da rimpatriare, al fine di stabilire la loro nazionalità e, sulla base dei risultati del colloquio, senza svolgere ulteriori indagini sulla loro identità, emettono, il prima possibile, documenti di viaggio sudanesi d’emergenza, consentendo in tal modo alle competenti autorità italiane di organizzare ed eseguire operazioni di rimpatrio mediante voli di linea o charter”.

Il funesto e liberticida accordo sottoscritto quando ancora alla guida dello stato africano c’era Omar Hassan al-Bashir (dal 30 giugno 1989 incriminato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità), è stato duramente stigmatizzato dalle associazioni di giuristi e dalle ONG che difendono i diritti umani. “Il memorandum comporta lo stravolgimento delle già flebili garanzie previste dall’ordinamento in tema di rimpatri”, ha denunciato ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. “La Polizia italiana non solo si arroga il diritto di deportare stranieri irregolari in Sudan senza averli identificati con certezza come sudanesi, ma addirittura mortifica il controllo giurisdizionale previsto dalla legge consistente nella previa convalida dell’accompagnamento coattivo. Pertanto è uno strumento di natura politica illegittimo sia perché adottato al di fuori del controllo parlamentare sia perché sottratto alle procedure previste dalla fonti costituzionali, sovranazionali e nazionali”. Forti preoccupazioni sono state espresse anche dalla sezione italiana di Amnesty International. “L’Italia sta deportando queste persone in un paese dove alcuni gruppi corrono un rischio concreto di gravi violazioni dei loro diritti umani, sulla base di un accordo di riammissione il cui contenuto non è chiaro”, ha scritto AI. “Si teme tra l’altro il rimpatrio di originarie del Darfur, che andrebbero incontro a persecuzioni, repressioni brutali e altri gravi abusi”. (4)

Il 6 luglio 2017, nel corso di un incontro con il ministro degli Affari esteri della Repubblica del Sudan, Ibrahim A. Ghandour, l’allora titolare della Farnesina, Angelino Alfano, esprimeva la soddisfazione per i risultati conseguiti in meno di un anno dalla firma del memorandum anti-immigrati. “Riconosciamo il ruolo del Sudan sulla rotta migratoria dell’Africa Orientale e in particolare nell’ambito del Processo di Khartoum, strumento fondamentale per eradicare i flussi migratori irregolari e i traffici di esseri umani”, dichiarava il ministro Alfano. “Apprezziamo molto gli sforzi che il Sudan sta facendo per ospitare un gran numero di rifugiati nel proprio territorio e siamo pienamente consapevoli del ruolo svolto tra l’Africa subsahariana e mediterranea…”. (5)

Destituito manu militari il presidente Omar al-Bashir, l’Italia non ha perso tempo a riallacciare le relazioni con il nuovo fragile e diviso regime. Il 4 marzo 2020 l’allora vice ministra degli Esteri, Emanuela Claudia Del Re era la prima esponente del governo a recarsi in Sudan in visita istituzionale ed incontrare il presidente del primo governo di transizione Abdallah Hamdok, la ministra degli Esteri Asma Abdallah, quello delle Finanze Ibrahim Badawi e quello della Salute Akram al-Tom. La Vice Ministra ha espresso apprezzamento per l’attivismo sudanese in politica estera, in particolare per l’importante ruolo che sta rivestendo per la stabilizzazione della regione del Corno d’Africa”, riporta la Farnesina. “In campo multilaterale l’Italia rafforzerà l’advocacy nell’ambito del Group of friends of Sudan per facilitare la rimozione del Sudan dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo, mentre in ambito bilaterale avvieremo a breve i negoziati per la conclusione di un accordo quadro bilaterale sulla cooperazione allo sviluppo che faciliterà gli interventi italiani a sostegno della popolazione sudanese. (6)

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Dagalo incontra una delegazione francese

Nessun riferimento alle politiche di contrasto all’immigrazione, vero, ma sette mesi dopo sarebbe stata la stessa Del Re a rendere inequivocabili fini e obiettivi dei nuovi interventi di cooperazione pro-Sudan. Il 13 ottobre 2020, nel corso di una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri ad interim Omar Gamareldin Ismail, la vice ministra esprimeva l’apprezzamento “per gli sforzi compiuti dal governo sudanese nell’ospitare centinaia di migliaia di migranti e nel facilitare le operazioni di rimpatrio, in particolare dei migranti bloccati in Libia”. “Continueremo a fornire il supporto di cui avete bisogno, soprattutto attraverso organizzazioni delle Nazioni Unite che operano sul campo”, prometteva alla fine Emanuela Claudia Del Re. (7) E infatti, meno di un mese dopo, la Farnesina formalizzava la nuova strategia italiana per le migrazioni in Sudan, stanziando un contributo iniziale di 1,5 milioni di euro del Fondo Migrazioni a favore dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) al fine di promuovere progetti “a beneficio di migranti, rifugiati e comunità locali, in particolare negli Stati dell’est del Sudan, maggiormente esposti ai flussi migratori, e in corrispondenza del campo rifugiati di Shagrab”. (8)

Talmente buone le relazioni tra il governo italiano e le autorità di Khartoum in perenne lotta per il potere che il 5 marzo 2021 l’ambasciatore Gianluigi Vassallo annunciava sul sito del ministero degli Affari esteri nuove prospettive di partenariato con il Sudan. “L’Italia costituisce uno dei principali partner commerciali del Sudan a livello europeo, con interessi concentrati prevalentemente nei settori agroalimentare ed energetico”, asseriva il diplomatico. “Sono inoltre in corso di analisi alcune prospettive di partenariato in settori potenzialmente strategici e ancora poco esplorati, quali aeronautica aerospaziale e incubazione di start-up, ma anche infrastrutture e trasporti”. (9)

Il primo governo di transizione democratica veniva poi spodestato dal golpe dell’ottobre 2021 ma restava immutata – anzi no, cresceva – la fiducia di Roma nelle capacità di contrasto dei migranti del nuovo regime bipolare al-Burhan/Hemetti. “La Farnesina rafforza l’impegno in ambito migratorio in Sudan ed Etiopia”, annunciava euforico il ministro Luigi Di Maio a conclusione di una visita ad Addis Abeba (11 luglio 2022). “Abbiamo espresso particolare attenzione alle conseguenze sul piano migratorio dei conflitti in corso nella regione e sono stati finanziati tre progetti per un totale di 7 milioni di euro del Fondo Migrazioni per rafforzare l’azione di sostegno a rifugiati e migranti vulnerabili in Sudan ed Etiopia. Saranno inoltre rafforzate le attività volte a promuovere la coesistenza pacifica con le comunità locali dei migranti che dal Corno d’Africa seguono la rotta migratoria del Mediterraneo centrale”. (9)

A riprova del rilanciato sostegno dell’Italia, dal 2 al 5 agosto 2022 veniva effettuata in Sudan una missione congiunta del personale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione e dell’Ufficio UNHCR per l’Italia. La delegazione, accompagnata dall’ambasciatore Gianluigi Vassallo, si recava in visita nei campi di Um Rakuba e Tunyadbah, a 230km da Ghedarif, nel Sudan orientale, dove erano ospitati complessivamente più di 40.000 rifugiati. “Il Sudan ha dimostrato generosità nell’accogliere 1.142.000 rifugiati, di cui 50.000 in fuga dal recente conflitto nella regione del Tigray, in Etiopia”, annota con non poco cinismo e ipocrisia la Farnesina. “La missione congiunta in Sudan conferma il forte impegno italiano a favore non solo dei rifugiati, ma anche delle comunità locali che accolgono i rifugiati nel Paese, con l’obiettivo di una stabilizzazione dei flussi con soluzioni di lungo periodo, in particolare per i più giovani”. (11)

Negli stessi giorni in cui i tecnici del Ministero Affari esteri e dell’UNHCR erano in visita ai campi rifugiati sudanesi, una missione top secret di presunti agenti dei servizi segreti sbarcava nell’aeroporto di Khartoum a bordo di un aereo privato, un TARH-1 Dassault Falcon 900EX. A rivelare l’inquietante vicenda è stato Massimo Alberizzi, corrispondente per decenni del Corriere della Sera in Africa orientale e direttore oggi di Africa ExPress. “La delegazione è arrivata da Roma all’alba di mercoledì 3 agosto; in aeroporto le 12 persone appena sbarcate, tutte di nazionalità italiana, sono state ricevute dal tenente colonnello Abdel Rahim Taj El Din uno dei capi del cerimoniale del RSF”, scrive Alberizzi. La missione degli 007 sarebbe stata definita dopo la visita privata a febbraio in Italia del generale Mohamed Hamdan Dagalo. “Il comandante delle RSF ha presentato una lista di richieste comprendenti attrezzature per l’assistenza tecnica e il supporto strategico (cioè istruttori per corsi d’addestramento e armi)”, aggiunge il giornalista. “Il nostro Paese e gli altri partner coinvolti nell’operazione dopo una valutazione accurata, hanno informato Hemetti dell’approvazione delle sue richieste che contemplano anche droni dei quali l’ex janjaweed ha sostenuto di avere bisogno per il controllo delle frontiere e per fermare il flusso migratorio verso l’Europa”. (12)

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Una colonna di automezzi con a bordo miliziani delle Forze di supporto rapido

In un secondo articolo pubblicato il 26 agosto 2022, Massimo Alberizzi ha fornito ulteriori particolari sull’operazione militare clandestina. “Nel Paese africano già da oltre un anno, si alterna una squadra di 12 militari italiani il cui compito è di istruire gli ex janjaweed che ora si sono riciclati nel Rapid Support Forces”, ha spiegato il giornalista. “Il 12 gennaio Hemmetti e il suo braccio destro, Muhammad Abdul Halim, hanno ricevuto per due volte un’altra delegazione italiana, guidata da un dirigente del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), agenzia che dipende dalla Presidenza del Consiglio, con quattro uomini fidatissimi e una donna apparentemente rappresentante di una ONG, giunti a Karthum per pianificare l’addestramento”. All’incontro era presente pure il generale Ahmed Ibrahim Ali Mofadaal, capo dell’intelligence sudanese. “Ali Mofadaal è un pericoloso islamista che era uno dei dirigenti della dittatura di Omar Al Bashir”, annota Alberizzi. “E’ considerato il diretto responsabile della feroce repressione delle manifestazioni di piazza che si susseguono perché sia sciolto il governo militare (…) Durante l’incontro è stato confermato l’impegno italiano ad addestrare i janjaweed, ufficialmente per bloccare i migranti che tentano di raggiungere il Mediterraneo e quindi l’Europa attraverso il Sudan e la Libia passando dall’oasi di Kufra”. (13)

Né il ministero della Difesa né quello degli Esteri hanno inteso commentare l’accurata e dettagliata narrazione del direttore di Africa ExPress. L’intera vicenda è stata portata in discussione al Senato dal senatore Alberto Airola del Movimento 5 Stelle nella seduta del 6 settembre 2022. Nel corso del suo intervento il parlamentare ha anche ipotizzato che per le attività addestrative delle forze speciali del generale Hemmetti sarebbe stata utilizzata una parte del fondo per gli “aiuti umanitari” a favore del Sudan del valore di 46 milioni di euro, fondo deliberato dall’Unione europea nel 2017. (14) Anche in questo caso il governo italiano ha ritenuto di non dover fornire alcun chiarimento sull’affaire.

E dall’agosto 2022 andiamo ai giorni nostri. Mentre a Khartoum crescevano i rumori su un possibile scontro armato tra il numero uno e il numero due del governo militare di “transizione”, il 6 aprile scorso l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Marco Minniti (poi ministro dell’Interno dal dicembre 2016 al giugno 2018) firmava in qualità di presidente della Fondazione Med-Or del gruppo industriale-militare Leonardo SpA un Memorandum of Understanding con l’ambasciatore del Sudan in Italia, Sayed Altayeb Ahmed. “L’Intesa con la Repubblica del Sudan punta alla collaborazione nel campo della cultura”, spiega Med-Or Leonardo. “In linea con le attività già intraprese dalla Fondazione con altri paesi africani si stabilisce un mutuo impegno per il sostegno all’educazione, alla formazione professionale e, soprattutto, alla promozione della lingua italiana in Sudan”. L’accordo prevede in particolare l’erogazione di borse di studio e la partecipazione a corsi di alta formazione accademica e professionale per giovani studenti del Sudan presso università italiane, oltre alla realizzazione di progetti di ricerca congiunti tra Med-Or e alcuni think tank sudanesi. (15) Italiani, sempre e solo, brava gente… Pagine Esteri

Note:

1 farodiroma.it/sudan-scatta-il-…

2 https://www.africa-express.info/2022/09/08/italia-addestra-i-tagliagole-janjaweed-ma-il-parlamento-non-lo-sa-le-rivelazioni-di-africa-express-approdano-in-senato/

3 rsf.gov.sd/en/news/2358/Dagalo…

4 stranieriinitalia.it/attualita…

5 esteri.it/it/sala_stampa/archi…

6 https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/retediplomatica/2020/03/visita-della-vice-ministra-del-re-in-sudan_0/

7 esteri.it/it/sala_stampa/archi…

8 esteri.it/it/sala_stampa/archi…

9 esteri.it/it/sala_stampa/archi…

10 esteri.it/it/sala_stampa/archi…

11 esteri.it/it/sala_stampa/archi…

12 africa-express.info/2022/08/13…

13 africa-express.info/2022/08/26…

14 senato.it/japp/bgt/showdoc/18/…

15 med-or.org/news/fondazione-med…

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Attentato contro Kishida, il Giappone si sente nel mirino


Attentato contro Kishida, il Giappone si sente nel mirino 6584782
Nove mesi dopo l'omicidio di Shinzo Abe nuovo episodio. A Wakayama un 24enne, arrestato dalla polizia, tira un ordigno esplosivo a un comizio elettorale. Il premier ne esce illeso, mentre parte la riunione del ministro degli Esteri del G7

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Lula a Pechino: «Cambiare la governance globale»


Lula a Pechino: «Cambiare la governance globale» 6569764
L'INCONTRO DI XI E IL PRESIDENTE BRASILIANO. Pochi risultati sull’Ucraina, molti sul fronte commerciale e della «dedollarizzazione» del mondo

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Premio “Stefano Chiarini” assegnato a Francesca Albanese


Pagine Esteri, 15 aprile 2023 – Il Premio Internazionale Stefano Chiarini, alla memoria del giornalista del manifesto scomparso nel 2007, sarà assegnato oggi alla giurista Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’Onu per i Diritti Umani nei Territori palestinesi occupati. La cerimonia si svolgerà nel Municipio di Modena alle ore 10.30.

La giuria del premio – quest’anno dedicato agli «Invisibili – I Palestinesi in Libano» – riconosce «l’impegno e la professionalità dimostrata da Albanese nello svolgere l’importante lavoro di ricerca ed accertamento del mancato rispetto dei diritti umani nei territori occupati di Palestina». La sua relazione, prosegue la giuria, «Situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupato dal 1967» trasmessa all’Assemblea Generale dell’ONU, ha consentito di ribadire quanto enunciato dall’art.1 – 4° comma del Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra che riconosce il diritto alla ribellione ai popoli che «lottano contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi razzisti, nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione».

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Il programma proseguirà nel pomeriggio sempre a Modena presso «La Tenda» dove sarà assegnato allo studioso e ricercatore Gabriel Traetta il premio dedicato a Maurizio Musolino, giornalista e co-fondatore dell’associazione «Per non dimenticare Sabra e Chatila». Gabriel Traetta è autore del volume «Apartheid in Palestina – Origini e prospettive della questione palestinese». Sono previsti inoltre interventi di Wasim Dahmash docente all’Università degli Studi di Cagliari; di Bassam Saleh, presidente dell’associazione «Amici dei prigionieri palestinesi» e di Eliana Riva, storica e giornalista, regista del documentario «Il Cielo di Sabra e Chatila» prodotto da Pagine Esteri che sarà presentato in apertura del programma.

Il film, girato 40 anni dopo il massacro del settembre 1982 nei campi profughi palestinesi a Beirut, compiuto dalle milizie falangiste con la copertura dell’esercito israeliano, è un incontro con i sopravvissuti e i rifugiati di varie generazioni per raccontarne le condizioni di vita in Libano, le aspirazioni e il desiderio di tornare nella terra di origine. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Cina, allerta caduta rottami e blocco alla circolazione navale sullo stretto di Taiwan


In Cina e Asia – Cina, allerta caduta rottami e blocco alla circolazione navale sullo stretto di Taiwan missili
I titoli di oggi:

Cina, allerta caduta rottami e blocco alla circolazione navale sullo stretto di Taiwan
La Cina non farà parte di un progetto Onu sulle malattie infettive
Germania, in stallo l'accordo con la Cina per il porto di Amburgo
Ministra degli Esteri tedesca: cruciale per l'Europa come Pechino influenzerà Mosca
Corea del Nord: conferma collaudo di missile a combustibile solito

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I leaks del Pentagono confermano: forze Nato in Ucraina


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 14 aprile 2023 – Smentite, mezze ammissioni, infine la conferma: si tratterebbe della più massiccia fuga di notizie riservate degli ultimi anni.
Qualcuno – ieri l’FBI ha arrestato un giovane militare impiegato in una base statunitense in Massachusetts (altra storia è capire se per conto di qualcun altro e a quale scopo) – è effettivamente riuscito a trafugare un centinaio di documenti riservati del Pentagono che includono informazioni e analisi dell’intelligence e dello Stato Maggiore sul conflitto in corso in Ucraina.

Poi, questi leaks sono stati pubblicati su Discord, una piattaforma di comunicazione online dal quale sono stati diffusi su vari siti e social network, a volte con dei tagli ed a volte con delle modifiche. Negli ultimi giorni, dopo esser stati ampiamente controllati per depurarli di eventuali manipolazioni, alcuni sono stati pubblicati da grandi organi di informazione. Si tratta in generale di documenti classificati al massimo livello di riservatezza, alcuni dei quali da non condividere neanche con le intelligence dei paesi alleati.

I file resi pubblici riguardano diverse questioni, da un giudizio pessimistico sulla possibilità per l’esercito ucraino di riconquistare porzioni consistenti dei territori occupati da Mosca ad un’analisi dei dissidi all’interno dell’apparato statale e delle forze armate russe. Inoltre i leaks evidenziano che Washington spia costantemente lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky oltre che molti dei paesi considerati alleati.

Dai file emerge anche che l’intelligence statunitense prevede un lungo stallo nel conflitto che quindi potrebbe continuare ancora a lungo, visto che nessuno dei due schieramenti ha la forza militare per imporsi sull’altro.

La conferma: forze speciali dei paesi Nato in UcrainaTra i documenti più interessanti, però, ci sono quelli che confermano la presenza, in Ucraina, di forze speciali di vari paesi aderenti all’Alleanza Atlantica. In tutto, sul terreno, sarebbero schierati 50 membri delle forze speciali britanniche, 17 lettoni, 14 statunitensi, 15 francesi ed un solo olandese.

Non si tratterebbe quindi di grandi numeri, ai quali vanno però aggiunti alcune migliaia di membri delle diverse forze armate dei paesi occidentali e di altri paesi che combattono agli ordini di Kiev con le insegne della Legione Internazionale. A questi vanno poi sicuramente aggiunti tecnici e istruttori inviati di volta in volta dai paesi che donano o vendono armi di ultima generazione all’Ucraina; la maggior parte del lavoro di addestramento all’uso dei dispositivi può essere realizzato anche nei paesi di origine, ma spesso l’ultima fase non può non prevedere la presenza sul campo degli istruttori stranieri. Infine, ci sarebbero gli uomini inviati ufficialmente a rinforzare la sicurezza delle rappresentanze diplomatiche operanti a Kiev e che in realtà si dedicherebbero ad altro.

Già un anno fa dei funzionari ucraini avevano raccontato al Times che degli esperti britannici erano a Kiev per addestrare i locali all’uso di sistemi anti-carro; più tardi Le Figaro informò che una cinquantina di militari francesi erano sul campo per sostenere Kiev nell’analisi delle informazioni fornite dalla rete satellitare e nell’individuazione degli obiettivi nemici da colpire. Dal canto suo il New York Times ha informato sul fatto che un gruppo di membri delle forze speciali di Washington – probabilmente della Cia – operava a Kiev per gestire il consistente flusso di armi in arrivo da Europa e Stati Uniti e per proteggere il presidente ucraino, citando la presenza sul campo di militari canadesi, lituani, polacchi e cechi.

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Un militare ucraino si addestra all’uso dei razzi Usa “Javelin”

Superata un’altra linea rossa
Al di là dell’esiguità dei numeri – sempre che i numeri riportati siano veritieri – ora i leaks trafugati e diffusi confermano che i paesi della Nato non si limitano a fornire massicci aiuti finanziari, armi ed equipaggiamenti di vario tipo all’Ucraina, ma schierano sul campo un certo numero di propri militari in uno scontro bellico che potrebbe presto opporre direttamente il blocco euro-atlantico con la Russia.

Le forze speciali alle quali si rifornisce il documento potrebbero essere presenti in Ucraina per partecipare ai preparativi dell’annunciata controffensiva di primavera alla quale starebbero lavorando le forze armate ucraine. Uno dei documenti trafugati afferma ad esempio che Kiev progetta di attaccare con i droni alcune basi militari all’interno del territorio della Federazione Russa, in particolare nella confinante regione di Rostov sul Don. Un altro leak, reso noto dal Guardian, il Pentagono afferma che Kiev sta tentando di creare 12 nuove brigate dotate di 253 carri armati e circa 1500 veicoli blindati più leggeri. Secondo gli osservatori militari statunitensi però, al 23 marzo cinque di queste brigate non avevano ancora iniziato l’addestramento necessario e sei non possedevano l’equipaggiamento necessario a partecipare all’offensiva.

Secondo la BBC, che già nei mesi scorsi ha pubblicato delle informazioni filtrate dai comandi militari, le forze speciali occidentali presenti in Ucraina starebbero compiendo delle missioni di intelligence per facilitare il lavoro delle truppe ucraine. Il documento del Pentagono risalente al 23 marzo mette in rilievo che le forze speciali britanniche schierate sul campo sono le più numerose.

Recentemente il ministro della Difesa di Kiev, Oleksii Reznikov, ha risolutamente negato la presenza sul campo della Nato ed ha definito i leaks trafugati il frutto di un tentativo di manipolazione da parte della Russia, ma da Washington ormai non possono che confermare l’autenticità dei documenti diffusi nei giorni scorsi da una talpa.
Se anche queste forze speciali non stanno combattendo in prima linea, indubbiamente supportano o dirigono le truppe ucraine. Un’altra linea rossa nello scontro tra Russia e Alleanza Atlantica è stato superato, dopo la decisione del governo di schierare armi nucleari tattiche sul territorio della Bielorussia. – Pagine Esteri

6549979* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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I leaks del Pentagono confermano: forze Nato in Ucraina


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 14 aprile 2023 – Smentite, mezze ammissioni, infine la conferma: si tratterebbe della più massiccia fuga di notizie riservate degli ultimi anni.
Qualcuno – ieri l’FBI ha arrestato un giovane militare impiegato in una base statunitense in Massachusetts (altra storia è capire se per conto di qualcun altro e a quale scopo) – è effettivamente riuscito a trafugare un centinaio di documenti riservati del Pentagono che includono informazioni e analisi dell’intelligence e dello Stato Maggiore sul conflitto in corso in Ucraina.

Poi, questi leaks sono stati pubblicati su Discord, una piattaforma di comunicazione online dal quale sono stati diffusi su vari siti e social network, a volte con dei tagli ed a volte con delle modifiche. Negli ultimi giorni, dopo esser stati ampiamente controllati per depurarli di eventuali manipolazioni, alcuni sono stati pubblicati da grandi organi di informazione. Si tratta in generale di documenti classificati al massimo livello di riservatezza, alcuni dei quali da non condividere neanche con le intelligence dei paesi alleati.

I file resi pubblici riguardano diverse questioni, da un giudizio pessimistico sulla possibilità per l’esercito ucraino di riconquistare porzioni consistenti dei territori occupati da Mosca ad un’analisi dei dissidi all’interno dell’apparato statale e delle forze armate russe. Inoltre i leaks evidenziano che Washington spia costantemente lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky oltre che molti dei paesi considerati alleati.

Dai file emerge anche che l’intelligence statunitense prevede un lungo stallo nel conflitto che quindi potrebbe continuare ancora a lungo, visto che nessuno dei due schieramenti ha la forza militare per imporsi sull’altro.

La conferma: forze speciali dei paesi Nato in UcrainaTra i documenti più interessanti, però, ci sono quelli che confermano la presenza, in Ucraina, di forze speciali di vari paesi aderenti all’Alleanza Atlantica. In tutto, sul terreno, sarebbero schierati 50 membri delle forze speciali britanniche, 17 lettoni, 14 statunitensi, 15 francesi ed un solo olandese.

Non si tratterebbe quindi di grandi numeri, ai quali vanno però aggiunti alcune migliaia di membri delle diverse forze armate dei paesi occidentali e di altri paesi che combattono agli ordini di Kiev con le insegne della Legione Internazionale. A questi vanno poi sicuramente aggiunti tecnici e istruttori inviati di volta in volta dai paesi che donano o vendono armi di ultima generazione all’Ucraina; la maggior parte del lavoro di addestramento all’uso dei dispositivi può essere realizzato anche nei paesi di origine, ma spesso l’ultima fase non può non prevedere la presenza sul campo degli istruttori stranieri. Infine, ci sarebbero gli uomini inviati ufficialmente a rinforzare la sicurezza delle rappresentanze diplomatiche operanti a Kiev e che in realtà si dedicherebbero ad altro.

Già un anno fa dei funzionari ucraini avevano raccontato al Times che degli esperti britannici erano a Kiev per addestrare i locali all’uso di sistemi anti-carro; più tardi Le Figaro informò che una cinquantina di militari francesi erano sul campo per sostenere Kiev nell’analisi delle informazioni fornite dalla rete satellitare e nell’individuazione degli obiettivi nemici da colpire. Dal canto suo il New York Times ha informato sul fatto che un gruppo di membri delle forze speciali di Washington – probabilmente della Cia – operava a Kiev per gestire il consistente flusso di armi in arrivo da Europa e Stati Uniti e per proteggere il presidente ucraino, citando la presenza sul campo di militari canadesi, lituani, polacchi e cechi.

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Un militare ucraino si addestra all’uso dei razzi Usa “Javelin”

Superata un’altra linea rossa
Al di là dell’esiguità dei numeri – sempre che i numeri riportati siano veritieri – ora i leaks trafugati e diffusi confermano che i paesi della Nato non si limitano a fornire massicci aiuti finanziari, armi ed equipaggiamenti di vario tipo all’Ucraina, ma schierano sul campo un certo numero di propri militari in uno scontro bellico che potrebbe presto opporre direttamente il blocco euro-atlantico con la Russia.

Le forze speciali alle quali si riferisce il documento potrebbero essere presenti in Ucraina per partecipare ai preparativi dell’annunciata controffensiva di primavera alla quale starebbero lavorando le forze armate ucraine. Uno dei documenti trafugati afferma ad esempio che Kiev progetta di attaccare con i droni alcune basi militari all’interno del territorio della Federazione Russa, in particolare nella confinante regione di Rostov sul Don. Un altro leak, reso noto dal Guardian, il Pentagono afferma che Kiev sta tentando di creare 12 nuove brigate dotate di 253 carri armati e circa 1500 veicoli blindati più leggeri. Secondo gli osservatori militari statunitensi però, al 23 marzo cinque di queste brigate non avevano ancora iniziato l’addestramento necessario e sei non possedevano l’equipaggiamento necessario a partecipare all’offensiva.

Secondo la BBC, che già nei mesi scorsi ha pubblicato delle informazioni filtrate dai comandi militari, le forze speciali occidentali presenti in Ucraina starebbero compiendo delle missioni di intelligence per facilitare il lavoro delle truppe ucraine. Il documento del Pentagono risalente al 23 marzo mette in rilievo che le forze speciali britanniche schierate sul campo sono le più numerose.

Recentemente il ministro della Difesa di Kiev, Oleksii Reznikov, ha risolutamente negato la presenza sul campo della Nato ed ha definito i leaks trafugati il frutto di un tentativo di manipolazione da parte della Russia, ma da Washington ormai non possono che confermare l’autenticità dei documenti diffusi nei giorni scorsi da una talpa.
Se anche queste forze speciali non stanno combattendo in prima linea, indubbiamente supportano o dirigono le truppe ucraine. Un’altra linea rossa nello scontro tra Russia e Alleanza Atlantica è stato superato, dopo la decisione del governo di schierare armi nucleari tattiche sul territorio della Bielorussia. – Pagine Esteri

6567686* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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China Files School 2023 – Capire il secolo asiatico


China Files School 2023 – Capire il secolo asiatico school maggio 2023
Dopo il successo delle passate formazioni (qui l'ultimo ciclo del 2022) arriva una nuova edizione della nostra China Files School. Si svolgerà tra l'8 e il 25 maggio e sarà focalizzata su tutti i luoghi e dossier più “caldi” legati a Cina e Asia. Le iscrizioni aprono ora, con 20 posti disponibili. Ecco come partecipare

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In Cina e in Asia – Xi: le forze armate si preparino per i combattimenti veri


In Cina e in Asia – Xi: le forze armate si preparino per i combattimenti veri taiwan
I titoli di oggi:

Xi: le forze armate si preparino per i combattimenti veri
Arrestato per corruzione il giudice della corte suprema cinese
Pechino rafforza il suo ruolo come mediatore nei conflitti internazionali
La Cina riscrive la storia sulla pandemia

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L’Onu riaccende i riflettori sul Tibet


L’Onu riaccende i riflettori sul Tibet
Secondo un rapporto dell'Onu, circa un milione di bambini tibetani sarebbe stato strappato alle famiglie, ufficialmente per motivi di studio. Il programma prevede l'inserimento dei piccoli in collegi statali dove sono costretti a completare corsi di "istruzione obbligatoria" in mandarino anziché in doppia lingua. Pechino si smarca. Per il ministero degli Esteri cinese, lo studio contiene "bugie” e “voci per diffamare e screditare la Cina".

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Il carburante della Russia arriva in Iran su rotaia


Pagine Esteri, 12 aprile 2023 – È cominciata negli ultimi mesi l’esportazione di carburante russo verso l’Iran. Il massiccio accordo energetico tra Mosca e Teheran era stato siglato lo scorso anno, per un valore di 40 miliardi di dollari.

Con l’inizio della guerra in Ucraina e in seguito alle sanzioni imposte dai Paesi occidentali alla Russia, il Cremlino aveva necessità di trovare nuove vie di esportazione per i propri carburanti. E così, tra febbraio e marzo, secondo i dati diffusi, attraverso le proprie fonti, dall’agenzia Reuters, la Russia ha consegnato 30.000 tonnellate di gasolio e benzina all’Iran.

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Carri cisterna per il trasporto di petrolio su rotaia

I carichi di carburante hanno attraversato il Kazakistan e il Turkmenistan su rotaia. Non senza difficoltà: è previsto per quest’anno un aumento delle forniture ma la congestione ferroviaria potrebbe rallentare il progetto. Un volta in Iran, parte dei carburanti sono stati inviati su camion ai paesi vicini, compreso l’Iraq.

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Una raffineria di petrolio in Iran

Prima della guerra in Ucraina la Russia forniva piccole quantità di carburante a Teheran e tutte attraverso il Mar Caspio. Come è noto, l’Iran possiede grandi giacimenti e raffinerie ma a quanto pare la produzione interna non riesce più a soddisfare la domanda, che negli ultimi anni è aumentata.

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In Cina e Asia – Pechino si prepara a regolamentare i chatbot


In Cina e Asia – Pechino si prepara a regolamentare i chatbot 6510535
I titoli di oggi:

Pechino si prepara a regolamentare i chatbot
Gli Usa aiuteranno Taiwan a aumentare la propria partecipazione internazionale
Le preoccupazioni di Seoul per la fuga di documenti del Pentagono
Myanmar, raid aereo fa strage di civili
No allo stress. Sì a lavori ordinari e meditazione

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Verso Evyatar, la destra estrema detta la sua legge a Netanyahu


di Michele Giorgio

Pagine Esteri, 11 aprile 2023 – «Questa dichiarazione, che siamo qui e stiamo marciando verso il futuro, è una dichiarazione chiara. Spero che l’intero Stato di Israele lo capisca». Parla come sempre senza peli sulla lingua il ministro israeliano della sicurezza Itamar Ben Gvir. Ha ragione, con la marcia dei ventimila, fra cui sette ministri e 20 deputati, ieri verso Evyatar, sul monte Sabih, nel cuore della Cisgiordania palestinese occupata, l’estrema destra religiosa non ha solo chiesto il riconoscimento di quell’avamposto coloniale – evacuato nel 2021 e che attende di essere «legalizzato» – contro cui si batte da anni, pagando un alto prezzo di sangue, la popolazione della cittadina palestinese di Beita (Nablus). La destra estremista e suprematista ha mandato un segnale inequivocabile al premier Netanyahu: comandiamo noi, siamo noi che decidiamo la politica del governo. Non che Netanyahu sia moderato, le sue politiche, anche interne, come la riforma giudiziaria, esprimono bene la sua linea radicale. Ma il primo ministro deve fare i conti con l’emorragia di consensi che vede il suo partito, il Likud, in caduta libera nei sondaggi e forse medita un approccio più morbido. Eppure non può e, soprattutto, non vuole rinunciare a Ben Gvir che detta il ritmo dell’azione di governo e al ministro delle finanze Bezalel Smotrich che i palestinesi non li riconosce neppure come popolo. Si aggrappa a loro per sopravvivere politicamente e risolvere i suoi guai con la giustizia.

Per consentire la marcia verso Evyatar, in una delle zone di maggiore tensione in Cisgiordania, l’esercito ha dispiegato un battaglione di mille soldati a protezione dei coloni, ministri e deputati. Il decesso per le gravi ferite subite, di Lea Lucy Dee, 48 anni, la madre delle due giovani colone uccise venerdì in un agguato palestinese allo svincolo di Hamra, nella valle del Giordano, ha accresciuto l’urgenza dei coloni di ottenere subito da Netanyahu il riconoscimento definitivo dell’avamposto a ridosso di Beita. Una leader dei coloni, Daniela Weiss, si è scagliata contro il premier e ha intimato al governo «di liberarsi una volta per tutte dai diktat che giungono dagli Stati uniti e dall’Europa» finalizzati, secondo lei, a congelare la colonizzazione. Simili le dichiarazioni di altri coloni. Gli abitanti di Beita non si sono tirati indietro e hanno protestato, come fanno da anni, contro Evyatar: 50 case mobili e caravan su terra palestinese nel monte Sabih. «Andate via, questa è la nostra terra» hanno urlato assieme a «Dio è grande». Dei ragazzi hanno lanciato sassi. E quando hanno provato ad avvicinarsi al lungo corteo dei coloni, sono arrivate a tutta velocità le jeep dell’esercito attrezzate con tubi di lancio per i candelotti lacrimogeni. Tiri incessanti, accompagnati da spari di proiettili di gomma. Una nuvola di fumo denso e bianco ha avvolto quelli che protestavano. Poi è scattata la caccia dei soldati ai palestinesi che scappavano nei campi, tra gli ulivi piantati dai loro genitori, dai loro nonni e sempre più minacciati dall’espansione incessante della colonizzazione.

Alla fine di questa ennesima giornata di tensione e sangue, i feriti palestinesi soccorsi dalla Mezzaluna rossa sono stati 191 in gran parte intossicati dai lacrimogeni ma anche 17 da proiettili di gomma, di cui tre sono stati portati all’ospedale. Giornalisti della troupe di Al Araby Press sono stati investiti da una pioggia di lacrimogeni. Un altro reporter, Mahmoud Fawzy, è stato ferito a una gamba da un proiettile di gomma. Al bilancio di Beita si è aggiunto quello giunto dal campo profughi di Aqbet Jaber, all’ingresso della città di Gerico. Un ragazzino, 15 anni, Mohamed Balhan, è stato ucciso quando forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo per effettuare degli arresti. Almeno altre tre persone sono rimaste ferite, due da proiettili veri. Almeno 96 palestinesi (tra cui 17 minori e una donna) e 19 israeliani sono stati uccisi dall’inizio dell’anno coinciso con l’insediamento al potere del governo Netanyahu.

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I funerali di Mohamed Balhan

Da venerdì i coloni e la destra estrema invocano l’invasione o la rioccupazione per settimane o mesi, di alcune città autonome palestinesi in Cisgiordania. In particolare Jenin, roccaforte storica della militanza armata, e Nablus dove è stata ritrovata l’automobile usata dai responsabili dell’agguato ad Hamra alle tre donne israeliane uccise. L’opzione militare si è fatta più concreta in queste ultime settimane considerando il sostegno massiccio a queste invocazioni e l’ideologia che anima il governo Netanyahu. Qualche analista avverte che il crollo, nei sondaggi, del Likud di Netanyahu, potrebbe spingere il premier a tentare di recuperare consensi attraverso la forza militare. L’ultimo sondaggio svolto dalla tv Canale 13 rivela che il 71 per cento degli israeliani giudica negativamente il comportamento mantenuto dal premier Benyamin Netanyahu nei primi 100 giorni del suo governo. Se Israele andasse ora al voto il Likud otterrebbe 20 seggi rispetto ai 32 che ha avuto a novembre. In testa è il partito dell’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, al secondo posto c’è Yesh Atid dell’ex premier Lapid con 21 seggi. Risultati che sono la conseguenza della contestata riforma giudiziaria, quindi non legati alle politiche di Netanyahu nei confronti dei palestinesi o sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme. Pagine Esteri

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