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Summer School 2023 – Capire il secolo asiatico


Summer School 2023 – Capire il secolo asiatico school maggio 2023
Dopo il successo delle passate formazioni (qui l'ultimo ciclo del 2022) arriva una nuova edizione della nostra Summer School. Si svolgerà tra l'8 e il 25 maggio e sarà focalizzata su tutti i luoghi e dossier più “caldi” legati a Cina e Asia. Le iscrizioni aprono ora, con 20 posti disponibili. Ecco come partecipare

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In Cina e Asia – Avvocati per i diritti umani condannati a oltre 10 anni di carcere


In Cina e Asia – Avvocati per i diritti umani condannati a oltre 10 anni di carcere diritti umani carcere
I titoli di oggi:
Cina, avvocati per i diritti umani condannati a oltre 10 anni di carcere
Cina, per il caso della donna incatenata condannate sei persone
Cina-Usa, il legislatore: "Apple e Disney al centro del processo di decoupling"
Usa e Filippine danno via alle esercitazioni congiunte nel Pacifico
Chip war, il Sud-Est asiatico inizia a emergere per la produzione di microchip
L'India accusa il Myanmar di ospitare una postazione cinese segreta nella baia del Bengala

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L’Italia in Slovacchia, cresce l’impegno in Europa dell’Est


di Antonio Mazzeo

Pagine Esteri, 11 aprile 2023 – I cacciabombardieri dell’Aeronautica italiana prima in Polonia ai confini con l’enclave russa di Kaliningrad e poi, con i velivoli-spia, a Costanza, Romania, nel Mar Nero; oltre 1.550 militari dei reparti di pronto intervento dell’Esercito e centinaia di blindati, obici e carri armati in Lettonia, Ungheria e Bulgaria e, adesso, finanche una batteria di missili terra-aria e 150 artiglieri nella piccola repubblica centro-orientale della Slovacchia.

L’Italia si conferma come uno dei più agguerriti membri della NATO e rafforza ulteriormente la sua presenza nell’insidioso scacchiere geostrategico dell’Europa orientale nell’ambito delle politiche inter-alleate di sostegno alle forze armate ucraine contro la Russia di Putin.

A fine febbraio il Ministero della Difesa, tramite il Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), ha ordinato il rischiaramento del sistema missilistico terra-aria SAMP/T di produzione italo-francese nella base aerea di Malacky, sede del 46° Stormo dell’Aeronautica slovacca.

Il trasferimento della batteria missilistica e del contingente dell’Esercito proveniente in buona parte dal Comando Artiglieria Controaerei di Sabaudia e dal dipendente 4° Reggimento “Peschiera” di Mantova si è concluso a fine marzo e dal 1° aprile missili e militari sono impiegati in Slovacchia nell’ambito dell’operazione NATO denominata “Enhanced Vigilance Activity”.

Al Task Group rischiarato a Malacky hanno fatto visita lunedì 3 aprile il Comandante del COVI, generale Francesco Paolo Figliuolo, e l’ambasciatrice d’Italia in Slovacchia, Catherine Flumiani. “Il contingente sarà impegnato in attività funzionali al raggiungimento della cosiddetta Readiness Verification della NATO, che gli consentirà di conseguire la Piena capacità operativa e al sistema SAMP/T di inserirsi nella rete Integrated Air and Missile Defense dell’Alleanza”, riporta lo Stato Maggiore della difesa. “Si darà così continuità all’iniziativa di rafforzamento della difesa aerea di un Paese Alleato, rafforzando i confini e contribuendo alla deterrenza sul fianco orientale dell’Alleanza Atlantica”. (1)

L’invio in Slovacchia del sistema di guerra terra-aria era stato preannunciato a metà gennaio dal ministro Guido Crosetto in un’intervista all’agenzia ADNKronos. Riferendo di una telefonata avuta con il Segretario alla Difesa USA Lloyd J. Austin, Crosetto aveva aggiunto che una batteria antiaerea e antimissile SAMP/T avrebbe rimpiazzato in Slovacchia i missili Patriot di US Army che “verranno trasferiti in Germania per essere sottoposti a manutenzione”. (2)

Sviluppato nei primi anni 2000 nell’ambito del programma di cooperazione italo-francese FSAF (Famiglia di Sistemi Superficie Aria), il SAMP/T – spiega lo Stato Maggiore – è un “sistema missilistico di ultima generazione, caratterizzato da una particolare tecnologia che consente elevate flessibilità, mobilità e rapidità di impiego”.

“Il SAMP/T nasce dall’esigenza di disporre di un sistema a media portata idoneo a operare in nuovi scenari operativi, prioritariamente caratterizzati da ridotti tempi di reazione contro la minaccia aerea ed elevata mobilità”, aggiunge la Difesa. “L’attuale versione del SAMP/T ha capacità di avanguardia nel contrasto delle minacce aeree e dei missili balistici tattici a corto raggio”.

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Il sistema è stato progettato e realizzato dal consorzio europeo Eurosam formato da MBDA Italia, MBDA Francia e Thales. Fa uso del missile Aster 30 dotato di una testata esplosiva da 20 kg e una velocità massima di volo di 1.400 metri al secondo. Il missile può volare a un’altitudine di 25 km e ha un raggio d’azione di 100 km per l’intercettazione di aerei e 25 km per quella dei missili. Ogni lanciatore è posizionato su un veicolo Astra/Iveco o Renault-TRM-10000 ed è equipaggiato con otto missili intercettori all’interno di container da trasporto che vengono posti in posizione eretta prima del lancio. Il SAMP/T include anche un sofisticato radar muti-funzione Thompson-CSF “Arabel”. (3) Il costo di ogni singola batteria SAMP/T è stimato in circa 800 milioni di euro.

Attualmente l’Esercito italiano ha in dotazione cinque sistemi SAMP/T, operativi dal 2013. Essi sono stati impiegati fra il 2015 ed il 2016 a Roma per la sorveglianza dei cieli della Capitale in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia; una seconda batteria ha operato in Turchia nell’ambito dell’operazione NATO Active Fence dal giugno 2016 al dicembre 2019, nei pressi della città di Kahramanmaras, sul confine sud-est dell’Alleanza Atlantica. Una batteria di missili terra-aria è attualmente schierata in Kuwait nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve a guida statunitense, contro le milizie dell’ISIS in territorio iracheno e siriano.

Indiscrezioni raccolte dal sito specializzato Analisi Difesa e rese note la scorsa settimana, confermerebbero che un’altra batteria di SAMP/T, “composta da componenti francesi ed italiane”, è stata fornita pure all’Ucraina e “sarebbe già operativa”. (4) La consegna dei missili terra-aria alle forze armate di Kiev era stata concordata dai ministri della difesa di Italia e Francia nel corso di un colloquio telefonico il 3 febbraio scorso. Successivamente è trapelata la notizia che un’aliquota di una ventina di militari ucraini ha concluso una fase di addestramento per l’utilizzo del sistema d’arma a Sabaudia (Latina), presso il Comando Artiglieria Controaerei dell’Esercito, lo stesso a capo della nuova missione in Slovacchia.

Reparti delle forze armate italiane erano state schierate nella Repubblica Slovacca nell’estate del 2019 per partecipare ad una vasta esercitazione NATO (Toxic Valley) in cui sono state testate le capacità delle unità specialistiche nella guerra CBRN (chimica-batteriologica-radiologica-nucleare). Nello specifico nell’area addestrativa di Zemianske Kostol’any il personale del 7° Reggimento Difesa CBRN “Cremona” dell’Esercito di stanza a Civitavecchia ha schierato un laboratorio mobile campale per l’identificazione di agenti chimici, biologici e radiologici al fine di “affinare e validare le procedure di preparazione e analisi di campioni contaminati su matrici di diversa natura (quali gomma, terreno, liquidi, etc.)”. (5)

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022, le relazioni militari-industriali tra Italia e Slovacchia si sono fatte più strette. Nella prima settimana di aprile del 2022 l’ambasciatrice d’Italia Catherine Flumiani si è incontrata con il segretario alla Difesa slovacco Marian Majer per discutere “dell’attuale situazione della sicurezza in relazione all’aggressione russa e alle possibilità di approfondire la cooperazione bilaterale esistente”. Sempre secondo l’Ambasciata italiana a Bratislava, il segretario Majer “ha illustrato i passi fatti per la creazione di un gruppo di battaglia tattico avanzato in Slovacchia a rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza”, simile a quello già operativo in Lettonia in ambito NATO con la partecipazione italiana e slovacca. “Majer ha inoltre informato Flumiani delle priorità del governo in tema di difesa, e in particolare l’ammodernamento in corso delle Forze armate; ha inoltre proposto di riprendere le consultazioni su una più stretta cooperazione in campo militare, nonché di esaminare le possibilità di un’eventuale istituzione di un ufficio di addetto militare slovacco in Italia”. (6)

Per rafforzare la partnership italo-slovacca, l’11 maggio il segretario alla Difesa Marian Majer si è recato in visita a Roma dove ha incontrato l’allora sottosegretaria di Stato, Stefania Pucciarelli. “Molti i punti trattati durante l’incontro dalla cooperazione bilaterale nel quadro del comune impegno per la stabilità e sicurezza del continente europeo in tutti i domini militari e nella formazione/addestramento nei vari settori delle forze armate delle due nazioni, alla analisi del conflitto Russo/Ucraino dove il Senatore Pucciarelli ha espresso l’apprezzamento del Governo Italiano per il supporto slovacco alle Forze Armate Ucraine”, riporta in modo contorto l’ufficio stampa della Difesa.

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“Il Ministero della Difesa e l’industria Italiana confermano la piena disponibilità a supportare le esigenze di rinnovamento delle Forze Armate Slovacche, con soluzioni tecnologicamente avanzate e collaborazione con le aziende slovacche per portare lavoro e tecnologia innovativa al paese”, si legge ancora nel comunicato di Palazzo Baracchini. “Entrambe le parti hanno reciprocamente auspicato una sinergia fattiva anche nel settore della Cyber Security, attraverso il Cyber Range che la Difesa Italiana sta sviluppando nell’ambito cooperazione europea”. (7) Il Cyber Range è un poligono virtuale dove le forze armate si addestrano alle guerre cibernetiche ed è stato realizzato in cooperazione con la holding Leonardo SpA.

Dopo il faccia a faccia con la sottosegretaria Pucciarelli, Marian Majer e l’ambasciatrice della Slovacchia in Italia, Karla Wursterová, hanno raggiunto la base aerea di Galatina (Lecce) per vistare la Scuola di Volo internazionale del 61° Stormo dell’Aeronautica Militare, in particolare le strutture dedicate alla preparazione dei piloti di cacciabombardieri all’interno del Ground Based Training System con i simulatori T-346A “Master” prodotti anch’essi dal gruppo Leonardo.

Il 61° Stormo ospita personale militare proveniente da ben otto nazioni straniere (Arabia Saudita, Argentina, Austria, Giappone, Grecia, Qatar, Singapore e Stati Uniti d’America) e il segretario slovacco ha espresso l’interesse ad avvalersi delle infrastrutture addestrative di Galatina. L’Italia è un nostro partner importante con un ruolo fondamentale in ambito NATO ed è nostra ferma intenzione rafforzare questa cooperazione anche nell’ottica di rinnovare settori fondamentali della difesa e sicurezzaa partire dalle progettualità già in atto in ambiente aeronautico”, ha dichiarato Majer prima di rientrare a Bratislava.

Il 4 giugno 2022 è stata la sottosegretaria Stefania Pucciarelli a recarsi in visita in Slovacchia per incontrare Marian Majer e l’omologa rumena Simona Cojocaru e partecipare al Globsec2022 Bratislava Forum, una delle maggiori conferenze internazionali sui temi geo-strategici e delle nuove tecnologie promosso dal Ministero della difesa slovacco in collaborazione con la NATO, l’Unione europea e importanti gruppi industriali.

L’ultimo vertice politico e militare italo-slovacco si è svolto a Roma l’1 febbraio 2023: il neo-ministro della Difesa, Guido Crosetto e il ministro degli Affari Esteri ed Europei della Slovacchia Rastislav Káčer si sono confrontati su “cooperazione in materia di sicurezza, cooperazione bilaterale e collaborazione in ambito NATO”, auspicando un “rafforzamento dei rapporti anche attraverso accordi intergovernativi G2Ggovernment to government”. (8)

Adesso la speranza di politici e industriali italiani è che il rischiaramento a Malacky della Contraerea dell’Esercito e dei missili SAMP/T stimoli gli interessi slovacchi per i vecchi e nuovi gioielli di morte made in Italy. In prima linea ci sono innanzitutto i manager di Leonardo (MBDA Italia, co-produttrice del sistema missilistico inviato, è controllata dalla holding). Il gruppo industriale-militare ha già ottenuto importanti commesse nel paese del’Europa orientale. Nell’ottobre del 2014 Alenia Aermacchi/Finmeccanica (oggi Leonardo) ed il Ministero della Difesa slovacco hanno firmato un contratto per la fornitura di due velivoli da trasporto tattico medio C-27J “Spartan” comprensivo del relativo supporto logistico iniziale e dell’ addestramento di piloti e addetti alla manutenzione. (9)

Quattro anni più tardi Leonardo ha siglato un accordo di collaborazione nel settore del munizionamento guidato di precisione con Konstrukta Defence, azienda slovacca leader nella progettazione e nello sviluppo di sistemi di artiglieria. “L’accordo, che prevede l’integrazione della munizione guidata di precisione Vulcano sviluppata da Leonardo nel sistema da 155mm/52cal Zuzana 2 di Konstrukta, consentirà alle due aziende di commercializzare e promuovere congiuntamente questa soluzione sui mercati internazionali, collaborando in maniera efficace e sinergica nell’ottica di un rafforzamento delle capacità di difesa comune europea”, hanno spiegato i dirigenti del gruppo italiano. “La partnership si inquadra a pieno nel contesto della PeSCo (Permanent Structured Cooperation), l’iniziativa europea finalizzata ad accrescere la capacità operativa delle Forze Armate degli Stati membri mettendo in comune risorse e sviluppando gli armamenti in maniera cooperativa”. (10)

Lo scorso anno, nel corso del Piestany Air Show in Slovacchia, Leonardo ha presentato alle autorità militari locali la nuova versione armata dei “caccia-addestratori” M-345. Questi velivoli sono stati progettati per l’addestramento basico e avanzato dei piloti militari ma sono stati poi convertiti per svolgere un’ampia gamma di “combattimenti leggeri negli scenari in evoluzione per le moderne forze aeree”. (11)

“Le elevate prestazioni garantite dall’avionica e la notevole capacità di carico esterno – oltre 1.000 kg, con quattro piloni sotto-ala – consentono all’M-345 di svolgere anche ruoli operativi difesa aria-aria e aria-suolo”, dichiarano enfaticamente i manager di Leonardo. (12) I velivoli sono predisposti all’uso di missili teleguidati aria-aria e di bombe da 500 libbre.

Note:

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L’Italia in Slovacchia, cresce l’impegno in Europa dell’Est


di Antonio Mazzeo

Pagine Esteri, 11 aprile 2023 – I cacciabombardieri dell’Aeronautica italiana prima in Polonia ai confini con l’enclave russa di Kaliningrad e poi, con i velivoli-spia, a Costanza, Romania, nel Mar Nero; oltre 1.550 militari dei reparti di pronto intervento dell’Esercito e centinaia di blindati, obici e carri armati in Lettonia, Ungheria e Bulgaria e, adesso, finanche una batteria di missili terra-aria e 150 artiglieri nella piccola repubblica centro-orientale della Slovacchia.

L’Italia si conferma come uno dei più agguerriti membri della NATO e rafforza ulteriormente la sua presenza nell’insidioso scacchiere geostrategico dell’Europa orientale nell’ambito delle politiche inter-alleate di sostegno alle forze armate ucraine contro la Russia di Putin.

A fine febbraio il Ministero della Difesa, tramite il Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), ha ordinato il rischiaramento del sistema missilistico terra-aria SAMP/T di produzione italo-francese nella base aerea di Malacky, sede del 46° Stormo dell’Aeronautica slovacca.

Il trasferimento della batteria missilistica e del contingente dell’Esercito proveniente in buona parte dal Comando Artiglieria Controaerei di Sabaudia e dal dipendente 4° Reggimento “Peschiera” di Mantova si è concluso a fine marzo e dal 1° aprile missili e militari sono impiegati in Slovacchia nell’ambito dell’operazione NATO denominata “Enhanced Vigilance Activity”.

Al Task Group rischiarato a Malacky hanno fatto visita lunedì 3 aprile il Comandante del COVI, generale Francesco Paolo Figliuolo, e l’ambasciatrice d’Italia in Slovacchia, Catherine Flumiani. “Il contingente sarà impegnato in attività funzionali al raggiungimento della cosiddetta Readiness Verification della NATO, che gli consentirà di conseguire la Piena capacità operativa e al sistema SAMP/T di inserirsi nella rete Integrated Air and Missile Defense dell’Alleanza”, riporta lo Stato Maggiore della difesa. “Si darà così continuità all’iniziativa di rafforzamento della difesa aerea di un Paese Alleato, rafforzando i confini e contribuendo alla deterrenza sul fianco orientale dell’Alleanza Atlantica”. (1)

L’invio in Slovacchia del sistema di guerra terra-aria era stato preannunciato a metà gennaio dal ministro Guido Crosetto in un’intervista all’agenzia ADNKronos. Riferendo di una telefonata avuta con il Segretario alla Difesa USA Lloyd J. Austin, Crosetto aveva aggiunto che una batteria antiaerea e antimissile SAMP/T avrebbe rimpiazzato in Slovacchia i missili Patriot di US Army che “verranno trasferiti in Germania per essere sottoposti a manutenzione”. (2)

Sviluppato nei primi anni 2000 nell’ambito del programma di cooperazione italo-francese FSAF (Famiglia di Sistemi Superficie Aria), il SAMP/T – spiega lo Stato Maggiore – è un “sistema missilistico di ultima generazione, caratterizzato da una particolare tecnologia che consente elevate flessibilità, mobilità e rapidità di impiego”.

“Il SAMP/T nasce dall’esigenza di disporre di un sistema a media portata idoneo a operare in nuovi scenari operativi, prioritariamente caratterizzati da ridotti tempi di reazione contro la minaccia aerea ed elevata mobilità”, aggiunge la Difesa. “L’attuale versione del SAMP/T ha capacità di avanguardia nel contrasto delle minacce aeree e dei missili balistici tattici a corto raggio”.

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Il sistema è stato progettato e realizzato dal consorzio europeo Eurosam formato da MBDA Italia, MBDA Francia e Thales. Fa uso del missile Aster 30 dotato di una testata esplosiva da 20 kg e una velocità massima di volo di 1.400 metri al secondo. Il missile può volare a un’altitudine di 25 km e ha un raggio d’azione di 100 km per l’intercettazione di aerei e 25 km per quella dei missili. Ogni lanciatore è posizionato su un veicolo Astra/Iveco o Renault-TRM-10000 ed è equipaggiato con otto missili intercettori all’interno di container da trasporto che vengono posti in posizione eretta prima del lancio. Il SAMP/T include anche un sofisticato radar muti-funzione Thompson-CSF “Arabel”. (3) Il costo di ogni singola batteria SAMP/T è stimato in circa 800 milioni di euro.

Attualmente l’Esercito italiano ha in dotazione cinque sistemi SAMP/T, operativi dal 2013. Essi sono stati impiegati fra il 2015 ed il 2016 a Roma per la sorveglianza dei cieli della Capitale in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia; una seconda batteria ha operato in Turchia nell’ambito dell’operazione NATO Active Fence dal giugno 2016 al dicembre 2019, nei pressi della città di Kahramanmaras, sul confine sud-est dell’Alleanza Atlantica. Una batteria di missili terra-aria è attualmente schierata in Kuwait nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve a guida statunitense, contro le milizie dell’ISIS in territorio iracheno e siriano.

Indiscrezioni raccolte dal sito specializzato Analisi Difesa e rese note la scorsa settimana, confermerebbero che un’altra batteria di SAMP/T, “composta da componenti francesi ed italiane”, è stata fornita pure all’Ucraina e “sarebbe già operativa”. (4) La consegna dei missili terra-aria alle forze armate di Kiev era stata concordata dai ministri della difesa di Italia e Francia nel corso di un colloquio telefonico il 3 febbraio scorso. Successivamente è trapelata la notizia che un’aliquota di una ventina di militari ucraini ha concluso una fase di addestramento per l’utilizzo del sistema d’arma a Sabaudia (Latina), presso il Comando Artiglieria Controaerei dell’Esercito, lo stesso a capo della nuova missione in Slovacchia.

Reparti delle forze armate italiane erano state schierate nella Repubblica Slovacca nell’estate del 2019 per partecipare ad una vasta esercitazione NATO (Toxic Valley) in cui sono state testate le capacità delle unità specialistiche nella guerra CBRN (chimica-batteriologica-radiologica-nucleare). Nello specifico nell’area addestrativa di Zemianske Kostol’any il personale del 7° Reggimento Difesa CBRN “Cremona” dell’Esercito di stanza a Civitavecchia ha schierato un laboratorio mobile campale per l’identificazione di agenti chimici, biologici e radiologici al fine di “affinare e validare le procedure di preparazione e analisi di campioni contaminati su matrici di diversa natura (quali gomma, terreno, liquidi, etc.)”. (5)

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022, le relazioni militari-industriali tra Italia e Slovacchia si sono fatte più strette. Nella prima settimana di aprile del 2022 l’ambasciatrice d’Italia Catherine Flumiani si è incontrata con il segretario alla Difesa slovacco Marian Majer per discutere “dell’attuale situazione della sicurezza in relazione all’aggressione russa e alle possibilità di approfondire la cooperazione bilaterale esistente”. Sempre secondo l’Ambasciata italiana a Bratislava, il segretario Majer “ha illustrato i passi fatti per la creazione di un gruppo di battaglia tattico avanzato in Slovacchia a rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza”, simile a quello già operativo in Lettonia in ambito NATO con la partecipazione italiana e slovacca. “Majer ha inoltre informato Flumiani delle priorità del governo in tema di difesa, e in particolare l’ammodernamento in corso delle Forze armate; ha inoltre proposto di riprendere le consultazioni su una più stretta cooperazione in campo militare, nonché di esaminare le possibilità di un’eventuale istituzione di un ufficio di addetto militare slovacco in Italia”. (6)

Per rafforzare la partnership italo-slovacca, l’11 maggio il segretario alla Difesa Marian Majer si è recato in visita a Roma dove ha incontrato l’allora sottosegretaria di Stato, Stefania Pucciarelli. “Molti i punti trattati durante l’incontro dalla cooperazione bilaterale nel quadro del comune impegno per la stabilità e sicurezza del continente europeo in tutti i domini militari e nella formazione/addestramento nei vari settori delle forze armate delle due nazioni, alla analisi del conflitto Russo/Ucraino dove il Senatore Pucciarelli ha espresso l’apprezzamento del Governo Italiano per il supporto slovacco alle Forze Armate Ucraine”, riporta in modo contorto l’ufficio stampa della Difesa.

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“Il Ministero della Difesa e l’industria Italiana confermano la piena disponibilità a supportare le esigenze di rinnovamento delle Forze Armate Slovacche, con soluzioni tecnologicamente avanzate e collaborazione con le aziende slovacche per portare lavoro e tecnologia innovativa al paese”, si legge ancora nel comunicato di Palazzo Baracchini. “Entrambe le parti hanno reciprocamente auspicato una sinergia fattiva anche nel settore della Cyber Security, attraverso il Cyber Range che la Difesa Italiana sta sviluppando nell’ambito cooperazione europea”. (7) Il Cyber Range è un poligono virtuale dove le forze armate si addestrano alle guerre cibernetiche ed è stato realizzato in cooperazione con la holding Leonardo SpA.

Dopo il faccia a faccia con la sottosegretaria Pucciarelli, Marian Majer e l’ambasciatrice della Slovacchia in Italia, Karla Wursterová, hanno raggiunto la base aerea di Galatina (Lecce) per vistare la Scuola di Volo internazionale del 61° Stormo dell’Aeronautica Militare, in particolare le strutture dedicate alla preparazione dei piloti di cacciabombardieri all’interno del Ground Based Training System con i simulatori T-346A “Master” prodotti anch’essi dal gruppo Leonardo.

Il 61° Stormo ospita personale militare proveniente da ben otto nazioni straniere (Arabia Saudita, Argentina, Austria, Giappone, Grecia, Qatar, Singapore e Stati Uniti d’America) e il segretario slovacco ha espresso l’interesse ad avvalersi delle infrastrutture addestrative di Galatina. L’Italia è un nostro partner importante con un ruolo fondamentale in ambito NATO ed è nostra ferma intenzione rafforzare questa cooperazione anche nell’ottica di rinnovare settori fondamentali della difesa e sicurezzaa partire dalle progettualità già in atto in ambiente aeronautico”, ha dichiarato Majer prima di rientrare a Bratislava.

Il 4 giugno 2022 è stata la sottosegretaria Stefania Pucciarelli a recarsi in visita in Slovacchia per incontrare Marian Majer e l’omologa rumena Simona Cojocaru e partecipare al Globsec2022 Bratislava Forum, una delle maggiori conferenze internazionali sui temi geo-strategici e delle nuove tecnologie promosso dal Ministero della difesa slovacco in collaborazione con la NATO, l’Unione europea e importanti gruppi industriali.

L’ultimo vertice politico e militare italo-slovacco si è svolto a Roma l’1 febbraio 2023: il neo-ministro della Difesa, Guido Crosetto e il ministro degli Affari Esteri ed Europei della Slovacchia Rastislav Káčer si sono confrontati su “cooperazione in materia di sicurezza, cooperazione bilaterale e collaborazione in ambito NATO”, auspicando un “rafforzamento dei rapporti anche attraverso accordi intergovernativi G2Ggovernment to government”. (8)

Adesso la speranza di politici e industriali italiani è che il rischiaramento a Malacky della Contraerea dell’Esercito e dei missili SAMP/T stimoli gli interessi slovacchi per i vecchi e nuovi gioielli di morte made in Italy. In prima linea ci sono innanzitutto i manager di Leonardo (MBDA Italia, co-produttrice del sistema missilistico inviato, è controllata dalla holding). Il gruppo industriale-militare ha già ottenuto importanti commesse nel paese del’Europa orientale. Nell’ottobre del 2014 Alenia Aermacchi/Finmeccanica (oggi Leonardo) ed il Ministero della Difesa slovacco hanno firmato un contratto per la fornitura di due velivoli da trasporto tattico medio C-27J “Spartan” comprensivo del relativo supporto logistico iniziale e dell’ addestramento di piloti e addetti alla manutenzione. (9)

Quattro anni più tardi Leonardo ha siglato un accordo di collaborazione nel settore del munizionamento guidato di precisione con Konstrukta Defence, azienda slovacca leader nella progettazione e nello sviluppo di sistemi di artiglieria. “L’accordo, che prevede l’integrazione della munizione guidata di precisione Vulcano sviluppata da Leonardo nel sistema da 155mm/52cal Zuzana 2 di Konstrukta, consentirà alle due aziende di commercializzare e promuovere congiuntamente questa soluzione sui mercati internazionali, collaborando in maniera efficace e sinergica nell’ottica di un rafforzamento delle capacità di difesa comune europea”, hanno spiegato i dirigenti del gruppo italiano. “La partnership si inquadra a pieno nel contesto della PeSCo (Permanent Structured Cooperation), l’iniziativa europea finalizzata ad accrescere la capacità operativa delle Forze Armate degli Stati membri mettendo in comune risorse e sviluppando gli armamenti in maniera cooperativa”. (10)

Lo scorso anno, nel corso del Piestany Air Show in Slovacchia, Leonardo ha presentato alle autorità militari locali la nuova versione armata dei “caccia-addestratori” M-345. Questi velivoli sono stati progettati per l’addestramento basico e avanzato dei piloti militari ma sono stati poi convertiti per svolgere un’ampia gamma di “combattimenti leggeri negli scenari in evoluzione per le moderne forze aeree”. (11)

“Le elevate prestazioni garantite dall’avionica e la notevole capacità di carico esterno – oltre 1.000 kg, con quattro piloni sotto-ala – consentono all’M-345 di svolgere anche ruoli operativi difesa aria-aria e aria-suolo”, dichiarano enfaticamente i manager di Leonardo. (12) I velivoli sono predisposti all’uso di missili teleguidati aria-aria e di bombe da 500 libbre.

Note:

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CIAD. Espulso l’ambasciatore tedesco


Pagine Esteri, 8 aprile 2023- Il conto alla rovescia per lasciare il Paese è cominciato ieri sera. A Jan-Christian Gordon Kricke, ambasciatore tedesco, sono state date 48 ore per andare via dal Ciad.

Non sono state date motivazioni specifiche ma il Ministro della Comunicazione ha fatto sapere che “La decisione del governo è motivata dall’atteggiamento scortese e dal mancato rispetto delle consuetudini diplomatiche”. L’ambasciatore, dunque, avrebbe trattato con modi sgarbati funzionari governativi e diplomatici.

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Il presidente del Consiglio militare di transizione del Ciad, Mahamat Idriss Déby Itno

Secondo i media locali, la decisione potrebbe essere stata presa a causa delle critiche che l’ambasciatore muoveva al governo di transizione. Il presidente del Ciad, Mahamat Idriss Déby, è in carica dal 2021 e, nonostante le promesse, continua a rinviare le elezioni.

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I fronti di Xi: tè con Macron e fuoco vivo nello Stretto di Taiwan


I fronti di Xi: tè con Macron e fuoco vivo nello Stretto di Taiwan 6444745
Pechino coccola Parigi mentre striglia la Ue su Taiwan. Appena ripartito il presidente francese lanciate vaste esercitazioni militari. 72 ore con manovre di accerchiamento e pattugliamenti speciali. Lunedì test a fuoco vivo dall'isola di Pingtan, da dove lo scorso agosto furono lanciati missili

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Ucciso un turista italiano a Tel Aviv


Pagine Esteri, 8 aprile 2023 – Tel Aviv. Un arabo israeliano di Kufr Qassem, Yosef Abu Jaber, ieri sera poco dopo le 20.30 italiane ha travolto intenzionalmente con6446262 la sua automobile un gruppo di turisti che passeggiavano sul lungomare di Tel Aviv. Ha perso la vita un italiano, Alessandro Parini, 36 anni, avvocato di Roma, e almeno cinque persone sono rimaste ferite, tra cui un altro italiano, Roberto Niccolai, che è stato dimesso questa mattina dall’ospedale Ichlov di Tel Aviv. L’attentatore è stato ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco. Non era armato, nel veicolo è stata trovata solo una pistola giocattolo, come riferisce la stessa polizia italiana. La sua famiglia esclude categoricamente che Abu Jaber possa aver investito i turisti con l’intenzione di ucciderli, sottolinea che l’uomo era padre di cinque figlie e non aveva mai espresso forti posizioni politiche o simpatie per fazioni politiche.

La salma di Alessandro Parini “dovrebbe rientrare nei prossimi giorni in Italia”. Lo ha detto a SkyTg24 il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Parini si era laureato nel 2011 alla Luiss di Roma e aveva conseguito il dottorato di ricerca nel 2019 presso l’università di Tor Vergata. Aveva già fatto vacanze in Medio oriente, visitando la Giordania.

Il momento in cui Yosef Abu Jaber, arabo israeliano di Kufr Qassem, ha travolto almeno 6 persone a Tel Aviv, in Israele.
Tra di loro Alessandro Parini, avvocato italiano di 36 anni, che è rimasto ucciso.t.co/dMGFhp1eFd pic.twitter.com/Ql6iuPsGRD

— Pagine Esteri (@PagineEsteri) April 7, 2023

Intorno alle 13.00 di venerdì 7 aprile è stata data notizia che le Forze armate israeliane stanno richiamando riservisti, piloti, avieri e della difesa antiaerea e antirazzi.

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Due giovani colone israeliane, dell’insediamento di Efrat, sono state uccise e un’altra, la madre, ferita gravemente in un attacco armato palestinese nella Valle del Giordano, nella mattinata di Venerdì. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi da una autovettura contro quella delle vittime che era lì di passaggio. In un’altra macchina, che le precedeva, c’era il padre che ha assistito alla scena. Le ragazze avevano 15 e 20 anni.

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Nelle prime ore del mattino la polizia israeliana è di nuovo entrata con forze ingenti nella Spianata della moschea di Al Aqsa e ha caricato i fedeli presenti. Poco prima centinaia di palestinesi avevano scandito slogan a sostegno di Hamas e contro l’attacco israeliano a Gaza e in Libano.

Sono andati avanti per tutta la notte, quella tra il 6 e il 7 aprile, i raid aerei israeliani. Oltre ad aver colpito ripetutamente la Striscia di Gaza – dove si segnalano alcuni feriti tra cui b – l’aviazione israeliana ha bombardato anche il Libano del sud prendendo di mira presunte postazioni del movimento islamico Hamas alla periferia del campo profughi palestinese di Rashidiye, nei pressi di Tiro. Avrebbe aperto il fuoco anche l’artiglieria israeliana. Un abitante di Rashidiye ha riferito che due proiettili sono caduti vicino al campo. Altri testimoni riferiscono di un colpo su una piantagione. Da parte loro Hamas e altre formazioni armate palestinesi hanno risposto sparando decine di razzi verso il territorio meridionale israeliano, prendendo di mira centri nei pressi di Gaza e la città di Ashkelon. Prima dell’alba un razzo ha colpito un edificio a Sderot ferendo un israeliano.

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Pagine Esteri, 6 aprile 2023 – Dopo una giornata di tensioni è cominciato un pesante attacco aereo israeliano su Gaza. Non si hanno ancora notizie chiare in merito alle conseguenze. L’aviazione israeliana ha colpito varie zone della Striscia e le sirene di allarme sono state attivate in tutto il sud di Israele. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha avvertito dopo la riunione del gabinetto di sicurezza che “la risposta di Israele, stasera e dopo, esigerà un prezzo significativo dai nostri nemici”.

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Israele bombarda la Striscia di Gaza

Ezzedin Qassam, l’ala militare di Hamas spara missili antiaerei terra-aria verso l’aviazione israeliana. In un comunicato stampa le forze armate israeliane, hanno dichiarato di aver colpito due tunnel e due fabbriche di armi appartenenti al movimento islamico Hamas. Non si hanno conferme a Gaza. Da parte sua Hamas dichiara di aver esploso 9 missili in risposta ai bombardamenti.

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L’operazione militare chiamata “La mano forte” è stata lanciata ufficialmente dal ministro Benjamin Netanyahu in seguito all’esplosione di decine di missili provenienti dal sud del Libano, in risposta, a quanto pare, ai raid israeliani nella Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme. Negli ultimi 2 giorni immagini di aggressioni e di processioni di detenuti hanno fatto il giro dei social dopo che la polizia israeliana è entrata con la forza, per due notti di seguito, nella moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, dove decine di fedeli palestinesi si radunano per celebrare il Ramadan.

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In seguito all’incursione sono stati arrestati 400 palestinesi, lasciati sfilare in processione per le strade di Gerusalemme. Nel primo pomeriggio di oggi circa 30 razzi sono stati esplosi dal sud del Libano. Quasi tutti sono stati intercettati ma un paio pare siano caduti, provocando un ferito. Israele ha risposto con bombardamenti nel territorio libanese. Alle 23.30 circa, ora italiana, aerei da guerra israeliani hanno sorvolato e colpito la Striscia di Gaza, da nord a sud, provocando ingenti danni. Pagine Esteri

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Ucciso un turista italiano a Tel Aviv e due israeliane in Cisgiordania


Pagine Esteri, 7 aprile 2023 – Tel Aviv. Un arabo israeliano di Kufr Qassem, Yosef Abu Jaber, ha travolto con la sua automobile un gruppo di turisti. Ha perso la vita un italiano di 30 anni e altre sette persone sono rimaste ferite, tra cui 3 minorenni. Si attende la conferma ufficiale della nazionalità. L’attentatore è stato ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco.

A Tel Aviv un palestinese ha investito alcune persone. Poi ha sparato. 1 è stata uccisa e 7 ferite.
L’attentatore è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. pic.twitter.com/7JcQbgCIn3

— Pagine Esteri (@PagineEsteri) April 7, 2023

ORE 13.30 Le Forze armate israeliane stanno richiamando riservisti, piloti, avieri e della difesa antiaerea e antirazzi. Una decisione che sembra preludere alla ripresa con più intensità dei raid aerei su Gaza.

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ORE 11.30 Due giovani colone israeliane, dell’insediamento di Efrat, sono state uccise e un’altra, la madre, ferita gravemente in un attacco armato palestinese nella Valle del Giordano. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi da una autovettura contro quella delle vittime che era lì di passaggio.

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ORE 5.15 La polizia israeliana è di nuovo entrata con forze ingenti nella Spianata della moschea di Al Aqsa e ha caricato i fedeli presenti. Poco prima centinaia di palestinesi avevano scandito slogan a sostegno di Hamas e contro l’attacco israeliano a Gaza e in Libano.

ORE 5 Sono andati avanti per tutta la notte i raid aerei israeliani. Oltre ad aver colpito ripetutamente la Striscia di Gaza – dove si segnalano alcuni feriti tra cui b – l’aviazione israeliana ha bombardato anche il Libano del sud prendendo di mira presunte postazioni del movimento islamico Hamas alla periferia del campo profughi palestinese di Rashidiye, nei pressi di Tiro. Avrebbe aperto il fuoco anche l’artiglieria israeliana. Un abitante di Rashidiye ha riferito che due proiettili sono caduti vicino al campo. Altri testimoni riferiscono di un colpo su una piantagione. Da parte loro Hamas e altre formazioni armate palestinesi hanno risposto sparando decine di razzi verso il territorio meridionale israeliano, prendendo di mira centri nei pressi di Gaza e la città di Ashkelon. Prima dell’alba un razzo ha colpito un edificio a Sderot ferendo un israeliano.

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Pagine Esteri, 6 aprile 2023 – Dopo una giornata di tensioni è cominciato un pesante attacco aereo israeliano su Gaza. Non si hanno ancora notizie chiare in merito alle conseguenze. L’aviazione israeliana ha colpito varie zone della Striscia e le sirene di allarme sono state attivate in tutto il sud di Israele. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha avvertito dopo la riunione del gabinetto di sicurezza che “la risposta di Israele, stasera e dopo, esigerà un prezzo significativo dai nostri nemici”.

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Israele bombarda la Striscia di Gaza

Ezzedin Qassam, l’ala militare di Hamas spara missili antiaerei terra-aria verso l’aviazione israeliana. In un comunicato stampa le forze armate israeliane, hanno dichiarato di aver colpito due tunnel e due fabbriche di armi appartenenti al movimento islamico Hamas. Non si hanno conferme a Gaza. Da parte sua Hamas dichiara di aver esploso 9 missili in risposta ai bombardamenti.

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L’operazione militare chiamata “La mano forte” è stata lanciata ufficialmente dal ministro Benjamin Netanyahu in seguito all’esplosione di decine di missili provenienti dal sud del Libano, in risposta, a quanto pare, ai raid israeliani nella Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme. Negli ultimi 2 giorni immagini di aggressioni e di processioni di detenuti hanno fatto il giro dei social dopo che la polizia israeliana è entrata con la forza, per due notti di seguito, nella moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, dove decine di fedeli palestinesi si radunano per celebrare il Ramadan.

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In seguito all’incursione sono stati arrestati 400 palestinesi, lasciati sfilare in processione per le strade di Gerusalemme. Nel primo pomeriggio di oggi circa 30 razzi sono stati esplosi dal sud del Libano. Quasi tutti sono stati intercettati ma un paio pare siano caduti, provocando un ferito. Israele ha risposto con bombardamenti nel territorio libanese. Alle 23.30 circa, ora italiana, aerei da guerra israeliani hanno sorvolato e colpito la Striscia di Gaza, da nord a sud, provocando ingenti danni. Pagine Esteri

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Washington si rilancia in Africa e sfida Pechino e Mosca


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 7 aprile 2023 – Washington ha lanciato una vera e propria “offensiva diplomatica” allo scopo di recuperare ruolo ed egemonia nel continente africano che, negli ultimi anni, ha visto crescere fortemente l’influenza di varie potenze orientali e mediorientali mentre quella occidentale si affievoliva in modo consistente.

Il tour di Kamala Harris
L’ultima rappresentante statunitense a fare tappa in alcuni paesi africani è stata la vicepresidente Kamala Harris. Dal 25 marzo al 2 aprile, la numero due della Casa Bianca ha visitato prima il Ghana (Africa Occidentale), poi la Tanzania ed infine lo Zambia (nel sud-est del continente).

Nel corso della sua missione, Kamala Harris ha annunciato lo stanziamento di sette miliardi di dollari di investimenti pubblico-privati, finalizzati alla mitigazione del cambiamento climatico, e la messa a disposizione di un altro miliardo per il sostegno all’emancipazione femminile anche attraverso lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie digitali, nell’ambito del programma per la “Trasformazione digitale dell’Africa” lanciato a dicembre dal presidente Joe Biden. «Dobbiamo tutti apprezzare e comprendere l’importanza di investire nell’ingegno e nella creatività africani» ha affermato la vicepresidente.

A Dar es Salaam, Harris ha incontrato la presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan, annunciando lo stanziamento di 560 milioni a sostegno del commercio e del “rafforzamento della democrazia”. Ad Accra, poi, ha offerto al presidente ghanese Nana Akufo-Addo un pacchetto di aiuti da 140 milioni per rilanciare l’economia. A Lusaka, dove ha incontrato il presidente dello Zambia Hakainde Hichilema, Harris ha infine promesso lo stanziamento di 16 milioni per nuovi programmi contro la corruzione.

“Meno debito” e “più sicurezza”
I leader dei tre paesi visitati hanno tutti sottolineato che «l’eccesso di debito» grava sulle economie africane e ne impedisce lo sviluppo, chiedendo a Washington passi concreti. Da parte sua, nei prossimi mesi il dipartimento americano del Tesoro invierà dei consulenti che “assisteranno” i ministri delle Finanze di alcuni paesi africani (quelli visitati dalla vicepresidente Usa, ma anche Camerun, Kenya, Madagascar e Namibia) nell’applicazione delle riforme ritenute necessarie per migliorare la sostenibilità e permettere così la ristrutturazione del debito estero.
Di fatto gli emissari di Washington avranno una forte voce in capitolo sulle scelte economiche degli esecutivi assistiti, e nel frattempo la Casa Bianca alza la voce con Pechino affinché tagli il debito dei paesi africani.

Harris ha inoltre promesso “maggiore assistenza per la sicurezza” e maggiori investimenti, a partire da una pacchetto di aiuti per cento milioni finalizzati alla “prevenzione dei conflitti” e alla stabilizzazione in Ghana, Benin, Costa d’Avorio, Guineae Togo, che stanno subendo una crescente penetrazione fondamentalista. L’insorgenza jihadista e la conseguente instabilità mettono infatti a rischio l’applicazione dell’Accordo di libero scambio continentale africano (Afcfta) che punta ad aprire un mercato di 1,3 miliardi di persone – per un valore di 3400 miliardi – alle imprese statunitensi.
Offrendo il proprio sostegno alla sicurezza e alla stabilità, Washington cerca di competere su uno dei terreni sui quali si basa l’incremento dell’influenza di Mosca, che utilizza il dispiegamento dei mercenari della compagnia militare privata Wagnerper appoggiare i governi presi di mira da ribellioni armate, spesso di carattere jihadista.

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L’attivismo Usa per contrastare Cina e Russia
Kamala Harris è stata il quinto rappresentante dell’amministrazione Biden a visitare il continente a partire dal viaggio dell’agosto scorso del segretario di Stato, Antony Blinken, in Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo e Rwanda. A gennaio è stata la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, a visitare Senegal, Zambia e di nuovo il Sudafrica. Poi è toccato alla rappresentante permanente Usa alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, e ancora all’assistente segretaria di Stato per gli Affari africani, Molly Phee. Anche la first lady Jill Biden si è recata in Namibia e in Kenya e lo stesso presidente dovrebbe visitare l’Africa entro la fine dell’anno, così come faranno il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, e la segretaria al commercio, Gina Raimondo.

Il forte attivismo della Casa Bianca evidenzia che, dopo il forte arretramento dell’egemonia francese sotto i colpi della penetrazione russa soprattutto nel Sahel, Washington aspira a giocare un ruolo di primo piano nel continente, principalmente per contrastare l’espansione dell’influenza di Pechino ma anche di altri paesi come ad esempio la Turchia e le petromonarchie.

Gli Stati Uniti sono però molto indietro rispetto alla Cina che, ormai dal 2000, organizza ogni tre anni un vertice con i paesi africani. Nel 2021 (dati dell’Eurasia Group) il volume degli scambi commerciali tra il continente africano e la Cina aveva raggiunto i 254 miliardi di dollari, mentre gli scambi Usa-Africa erano fermi a un quarto, circa 64 miliardi.
La strategia di Washington si basa sul rafforzamento dei partenariati pubblico-privati come strumento per rendere le relazioni con gli Stati Uniti più appetibili per i paesi africani corteggiati dalle potenze concorrenti all’interno di un clima di competizione globale sempre più accesa.

Cercando di recuperare uno svantaggio di almeno trent’anni con Pechino, Washington tenta di mobilitare le proprie imprese private affinché investano in Africa. Biden ha ripreso il piano lanciato dal Segretario di Stato di Donald Trump, Mike Pompeo, e dall’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton nel 2019. Il progetto “Prosper Africa” si fonda sul coinvolgimento del settore privato statunitense come elemento trainante del rilancio delle relazioni economiche con l’Africa. Di fatto l’amministrazione statale si assume il compito di promuovere e facilitare gli investimenti privati statunitensi nel continente sapendo bene che questi potranno generare un aumento dell’influenza politica e militare di Washington.

In questa fase gli Stati Uniti approfittano anche del fatto che l’entità dei prestiti cinesi ai paesi africani sta diminuendo e che molti governi del continente cominciano a soffrire l’indebitamento contratto con Pechino in cambio della realizzazione di grandi infrastrutture. Se è vero che i prestiti concessi dal governo e dalle banche cinesi sono a breve termine più vantaggiosi rispetto a quelli dei governi occidentali e del Fondo Monetario Internazionale, è altrettanto vero che a lungo termine l’enorme entità del debitocontratto imbriglia comunque le economie del continente. Nel 2020, ad esempio, lo Zambia – pesantemente indebitato soprattutto con Pechino – ha dovuto dichiarare default nell’impossibilità di pagare gli interessi ai paesi creditori ed ora sta negoziando una ristrutturazione del debito.

Inoltre la Casa Bianca intende sfruttare il malcontento generato dalla crisi alimentare scatenata in molti paesi del sud del mondo dall’invasione russa dell’Ucraina. Sono molti i governi africani, anche di alcuni di quelli nell’orbita russa e cinese, che temono il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione e l’esplosione di ribellioni a causa dell’aumento dei prezzi e della penuria di alimenti. Non a caso, a pochi mesi dall’inizio dell’aggressione militare a Kiev, il Cremlino ha cercato di tamponare la crisi consentendo l’esportazione del grano ucraino.

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Il vertice Usa-Africa
All’interno della strategia di rilancio del proprio ruolo in Africa, a dicembre l’amministrazione Biden ha ospitato a Washington un secondo vertice con i paesi africani, dopo quello organizzato nel 2014 dal presidente Obama. Nel corso dell’evento, che ha visto la partecipazione dei rappresentanti di una cinquantina di paesi africani tra presidenti, premier e ministri, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato lo stanziamento di 15 miliardi di dollari (che diventeranno 55 nei prossimi tre anni) per finanziare accordi commerciali e investimenti. L’obiettivo ufficiale degli Stati Uniti è sviluppare le relazioni economiche, espandere i flussi commerciali e promuovere una “crescita economica sostenibile e inclusiva”.

Inoltre Biden ha ribadito il sostegno di Washington alla richiesta dell’Unione Africana di essere ammessa come membro permanente del G20, dove finora il continente è rappresentato solo dalla Repubblica Sudafricana. La Casa Bianca corteggia i 55 paesi africani all’insegna dello slogan «abbiamo bisogno di un maggior numero di voci africane nelle istituzioni internazionali».

Washington è in ritardo di 30 anni
Significativo che quasi in contemporanea con il viaggio di Janet Yellen in tre paesi africani anche il nuovo ministro degli Esteri di Pechino, Qin Gang, abbia realizzato un lungo tour che ha toccato Etiopia, Gabon, Angola, Benin ed Egitto. D’altronde ormai da 33 anni il primo viaggio all’estero del capo della diplomazia cinese viene realizzato ogni anno sempre nel continente africano, a dimostrazione della centralità accordatagli da Pechino.

Per quanto le offerte statunitensi di investimenti e aiuti abbiano suscitato un notevole interesse in Africa – i cui governi ormai si lasciano corteggiare dai vari offerenti per poi scegliere l’opzione ritenuta più conveniente – la strada per il rilancio di Washington nel continente appare comunque ardua. Per quanto abbia rafforzato le relazioni con il Marocco– sulla strada dell’integrazione nell’Alleanza Atlantica – e con l’Uganda, Washington non può più contare su molti amici nel continente. La Russiain questi anni è diventata il primo esportatore di armi dell’area mentre anche la Turchiatesse la sua tela a base di soft power.

Per comprendere quanto sia calata la presa di Washington sul continente, basti ricordare che ad aprile dello scorso anno, quando all’Assemblea Generale dell’ONU gli Stati Uniti hanno presentato una risoluzione per l’espulsione di Mosca dal Consiglio dei Diritti Umani, i rappresentanti di 34 paesi africani su 54 hanno votato contro, si sono astenuti o non hanno partecipato al voto. Per non parlare del gran numero di governi che hanno respinto le sanzioni politiche ed economicheimposte a Mosca dagli Usa, dall’UE e da altri paesi. – Pagine Esteri

6415869* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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Vieni avanti Pechino, l’Europa chiede a Xi di premere su Putin


Vieni avanti Pechino, l’Europa chiede a Xi di premere su Putin cina
MORRA CINESE. Visita di Von der Leyen e Macron: «Riporti la Russia alla ragione» Il leader cinese: «Chiamerò Zelensky, ma al momento opportuno»

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GAZA. Israele bombarda la Striscia


Pagine Esteri, 6 aprile 2023 – L’aviazione israeliana bombarda la Striscia Di Gaza. Dopo una giornata di tensioni è cominciato un pesante attacco aereo israeliano su Gaza. Non si hanno ancora notizie chiare in merito alle conseguenze. Si sa solo che l’aviazione israeliana ha colpito in varie zone della Striscia e che sirene di allarme sono state attivate in tutto il sud di Israele.

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Israele bombarda la Striscia di Gaza

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Israele bombarda la Striscia di Gaza e il Libano del Sud


Pagine Esteri, 6 aprile 2023 – Dopo una giornata di tensioni è cominciato un pesante attacco aereo israeliano su Gaza. Non si hanno ancora notizie chiare in merito alle conseguenze. L’aviazione israeliana ha colpito varie zone della Striscia e le sirene di allarme sono state attivate in tutto il sud di Israele. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha avvertito dopo la riunione del gabinetto di sicurezza che “la risposta di Israele, stasera e dopo, esigerà un prezzo significativo dai nostri nemici”.

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Israele bombarda la Striscia di Gaza

Ezzedin Qassam, l’ala militare di Hamas spara missili antiaerei terra-aria verso l’aviazione israeliana. In un comunicato stampa le forze armate israeliane, hanno dichiarato di aver colpito due tunnel e due fabbriche di armi appartenenti al movimento islamico Hamas. Non si hanno conferme a Gaza. Da parte sua Hamas dichiara di aver esploso 9 missili in risposta ai bombardamenti.

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L’operazione militare chiamata “La mano forte” è stata lanciata ufficialmente dal ministro Benjamin Netanyahu in seguito all’esplosione di decine di missili provenienti dal sud del Libano, in risposta, a quanto pare, ai raid israeliani nella Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme. Negli ultimi 2 giorni immagini di aggressioni e di processioni di detenuti hanno fatto il giro dei social dopo che la polizia israeliana è entrata con la forza, per due notti di seguito, nella moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, dove decine di fedeli palestinesi si radunano per celebrare il Ramadan.

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In seguito all’incursione sono stati arrestati 400 palestinesi, lasciati sfilare in processione per le strade di Gerusalemme. Nel primo pomeriggio di oggi circa 30 razzi sono stati esplosi dal sud del Libano. Quasi tutti sono stati intercettati ma un paio pare siano caduti, provocando un ferito. Israele ha risposto con bombardamenti nel territorio libanese. Alle 23.30 circa, ora italiana, aerei da guerra israeliani hanno sorvolato e colpito la Striscia di Gaza, da nord a sud, provocando ingenti danni. Pagine Esteri

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Israele bombarda Gaza e Libano del sud. Due donne israeliane uccise in Cisgiordania


7 APRILE

ORE 21.34 A Tel Aviv un palestinese ha investito un gruppo di persone e poi ha sparato, uccidendo un tirisra italiano e ferendone 7. L’attentatore è stato ucciso a colpi di arma da fuoco.

A Tel Aviv un palestinese ha investito alcune persone. Poi ha sparato. 1 è stata uccisa e 7 ferite.
L’attentatore è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. pic.twitter.com/7JcQbgCIn3

— Pagine Esteri (@PagineEsteri) April 7, 2023

ORE 13.30 Le Forze armate israeliane stanno richiamando riservisti, piloti, avieri e della difesa antiaerea e antirazzi. Una decisione che sembra preludere alla ripresa con più intensità dei raid aerei su Gaza.

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ORE 11.30 Due giovani colone israeliane, dell’insediamento di Efrat, sono state uccise e un’altra, la madre, ferita gravemente in un attacco armato palestinese nella Valle del Giordano. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi da una autovettura contro quella delle vittime che era lì di passaggio.

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ORE 5.15 La polizia israeliana è di nuovo entrata con forze ingenti nella Spianata della moschea di Al Aqsa e ha caricato i fedeli presenti. Poco prima centinaia di palestinesi avevano scandito slogan a sostegno di Hamas e contro l’attacco israeliano a Gaza e in Libano.

ORE 5 Sono andati avanti per tutta la notte i raid aerei israeliani. Oltre ad aver colpito ripetutamente la Striscia di Gaza – dove si segnalano alcuni feriti tra cui un bambino di 12 anni – l’aviazione israeliana ha bombardato anche il Libano del sud prendendo di mira presunte postazioni del movimento islamico Hamas alla periferia del campo profughi palestinese di Rashidiye, nei pressi di Tiro. Avrebbe aperto il fuoco anche l’artiglieria israeliana. Un abitante di Rashidiye ha riferito che due proiettili sono caduti vicino al campo. Altri testimoni riferiscono di un colpo su una piantagione. Da parte loro Hamas e altre formazioni armate palestinesi hanno risposto sparando decine di razzi verso il territorio meridionale israeliano, prendendo di mira centri nei pressi di Gaza e la città di Ashkelon. Prima dell’alba un razzo ha colpito un edificio a Sderot ferendo un israeliano.

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Pagine Esteri, 6 aprile 2023 – Dopo una giornata di tensioni è cominciato un pesante attacco aereo israeliano su Gaza. Non si hanno ancora notizie chiare in merito alle conseguenze. L’aviazione israeliana ha colpito varie zone della Striscia e le sirene di allarme sono state attivate in tutto il sud di Israele. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha avvertito dopo la riunione del gabinetto di sicurezza che “la risposta di Israele, stasera e dopo, esigerà un prezzo significativo dai nostri nemici”.

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Israele bombarda la Striscia di Gaza

Ezzedin Qassam, l’ala militare di Hamas spara missili antiaerei terra-aria verso l’aviazione israeliana. In un comunicato stampa le forze armate israeliane, hanno dichiarato di aver colpito due tunnel e due fabbriche di armi appartenenti al movimento islamico Hamas. Non si hanno conferme a Gaza. Da parte sua Hamas dichiara di aver esploso 9 missili in risposta ai bombardamenti.

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L’operazione militare chiamata “La mano forte” è stata lanciata ufficialmente dal ministro Benjamin Netanyahu in seguito all’esplosione di decine di missili provenienti dal sud del Libano, in risposta, a quanto pare, ai raid israeliani nella Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme. Negli ultimi 2 giorni immagini di aggressioni e di processioni di detenuti hanno fatto il giro dei social dopo che la polizia israeliana è entrata con la forza, per due notti di seguito, nella moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, dove decine di fedeli palestinesi si radunano per celebrare il Ramadan.

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In seguito all’incursione sono stati arrestati 400 palestinesi, lasciati sfilare in processione per le strade di Gerusalemme. Nel primo pomeriggio di oggi circa 30 razzi sono stati esplosi dal sud del Libano. Quasi tutti sono stati intercettati ma un paio pare siano caduti, provocando un ferito. Israele ha risposto con bombardamenti nel territorio libanese. Alle 23.30 circa, ora italiana, aerei da guerra israeliani hanno sorvolato e colpito la Striscia di Gaza, da nord a sud, provocando ingenti danni. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Incontro Tsai-McCarthy: la Cina reagisce con sanzioni e ispezioni nello Stretto 


In Cina e Asia – Incontro Tsai-McCarthy: la Cina reagisce con sanzioni e ispezioni nello Stretto Tsai
I titoli di oggi:

Incontro Tsai-McCarthy: la Cina reagisce con sanzioni e ispezioni nello Stretto

Le pressioni di Macron e von der Leyen su Xi

Cina, progetto da 500 milioni di dollari per la posa di cavi internet sottomarini

Il dilemma cinese sull’alternativa a ChatGPT
Lo yuan è la valuta più scambiata in Russia
Evergrande sigla accordo di ristrutturazione con i creditori
La Cina non riconosce più le rivendicazioni del Giappone sulle isole Curili

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Il patron di Foxconn vuole diventare il presidente di Taiwan


Il patron di Foxconn vuole diventare il presidente di Taiwan 6394957
Terry Gou, proprietario del colosso dell'elettronica e primo fornitore di iPhone per Apple, ha annunciato l'intenzione di candidarsi alle presidenziali taiwanesi del 2024 con il Guomindang. Ha enormi interessi in Cina ed è vicino a Donald Trump, ma non è detto che sarà lui il prescelto

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In Cina e in Asia – A Pechino Macron promuove la pace in Ucraina e il business con le aziende cinesi


In Cina e in Asia – A Pechino Macron promuove la pace in Ucraina e il business con le aziende cinesi ue
I titoli di oggi: A Pechino Macron promuove la pace in Ucraina e il business con le aziende cinesi Pechino pensa a uno stop dell’export di terre rare Il Messico implora: “Stop al fentanyl dalla Cina” Tokyo fornirà armamenti all’esercito di paesi alleati Ieri è stata la giornata dell’arrivo in Cina del presidente francese Emmanuel Macron che si è trascinato ...

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REPORTAGE. Il sacrificio di Gerusalemme


di Michele Giorgio

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Rafael Morris

Pagine Esteri, 5 aprile 2023 – Nel paese che ha fatto del successo delle startup e dell’hi tech il suo biglietto da visita, Rafael Morris rappresenta un altro mondo, antico, opposto alla modernità, quello degli israeliani ebrei che hanno abbracciato le profezie messianiche. Il suo ardente desiderio di accelerare la ricostruzione, dopo oltre 1900 anni, del Tempio ebraico sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme dimostra quanto i miti del passato siano radicati nelle aspettative del futuro ponendo le basi per nuove guerre e violenze. Morris, leader del gruppo Ritorno al Tempio, lunedì è stato fermato dalla polizia e interrogato. Gli succede ogni anno. Dopo qualche ora, lo hanno rimandato a casa tra gli applausi dei suoi compagni dopo aver promesso che oggi si terrà lontano dalla Spianata. La rispetterà? Ormai da alcuni anni, in occasione della Pasqua ebraica (Pessah), Morris annuncia il proposito di compiere sacrifici di agnelli sulla Spianata – l’Haram Sharif (Nobile Santuario), terzo luogo santo dell’Islam – ritenuta dalla tradizione religiosa ebraica l’area del monte dove sorgevano il Tempio di Erode e il Tempio di Salomone. Il sacrificio, simile a quello praticato nell’antichità, secondo Morris accelererà l’avvento del Messia e la ricostruzione del Tempio.

In passato andava a tirar fuori Morris dalle stazioni di polizia il suprematista Itamar Ben Gvir, oggi ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu ma che fino a qualche mese fa era l’avvocato di coloni ed estremisti di destra. Ben Gvir ora non ha una piena libertà di movimento. Se in cuor suo vorrebbe dar sfogo ai suoi sentimenti messianici, da ministro non può non tenere conto della posizione della Giordania, custode delle moschee della Roccia e di Al Aqsa, che potrebbe interrompere le relazioni con Israele di fronte a violazioni dello status della Spianata concordato con Tel Aviv. A gennaio la «passeggiata» di Ben Gvir su Haram Sharif provocò reazioni in tutto il mondo islamico e anche in Occidente.

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Morris comunque non si arrende. Sostenuto dalle sue schiere sempre più folte, forte dell’appoggio silenzioso di non pochi deputati alla Knesset e incitato a continuare dalla moglie Aviya –, una ultranazionalista che nel 2015 scatenò un putiferio urlando «Maometto è un porco» ai palestinesi musulmani diretti alla moschea di Al Aqsa -, anche quest’anno Morris ha fatto distribuire dal suo movimento volantini nella Città Vecchia invitando gli attivisti a portare un agnello sul Monte del Tempio promettendo 2.500 shekel (700 dollari) per chiunque sarà arrestato dalla polizia e 20.000 shekel (circa 8.300 dollari) per chi riuscirà a compiere il sacrificio. Non solo, ha anche offerto una ricompensa in denaro a chiunque nel quartiere musulmano sarà disposto a prendersi cura di un agnello fino a quando non potrà essere sacrificato. Oggi e i prossimi giorni diranno se Rafael Morris e i suoi seguaci riusciranno a realizzare i loro propositi, magari approfittando della silenziosa compiacenza del ministro Ben Gvir. L’eventuale realizzazione del sacrificio in pieno mese di Ramadan provocherebbe un’ondata di violenze. Nel 1990 l’annuncio dell’«avvio della ricostruzione del Tempio» provocò scontri che si conclusero con l’uccisione di 20 palestinesi da parte della polizia. La tensione in questi giorni è già alta per i «tour» che, con la scorta della polizia, compiono sulla Spianata gruppi di estremisti religiosi descritti ufficialmente come «fedeli ebrei».6379790

Si commette un grave errore considerando i propositi di Morris delle semplici «bizzarrie» di fanatici fuori dal tempo. La ricostruzione del Tempio è un progetto da attuare per una porzione non marginale di israeliani credenti e nazionalisti anche se da un punto di vista teologico era e resta vietata agli ebrei. La svolta è giunta con l’occupazione israeliana di Gerusalemme e del resto dei Territori palestinesi nel 1967. Per quelli inclini a sentirlo, la sopraggiunta sovranità ebraica su tutta Eretz Israele è un disegno divino per la realizzazione della redenzione. La spartizione della Spianata delle moschee è perciò invocata da coloro che pianificano di realizzare a Gerusalemme la «soluzione» di Hebron dove le autorità militari israeliane, dopo la strage di 29 palestinesi nel 1994, divisero in due la Tomba dei Patriarchi assegnandone una metà ai coloni ebrei insediati nella città.

Il fervore messianico coinvolge un numero crescente di fanatici, a partire dai cristiani sionisti di ogni parte del mondo divenuti tra i più accaniti sostenitori della ricostruzione del Tempio. Il regno di Dio è vicino, credono queste persone, spesso ex hippy diventati all’improvviso credenti. E la chiave per la salvezza è il Monte del Tempio di Gerusalemme. Guardano al sito anche i fondamentalisti americani che da un lato forniscono un sostegno incessante a Israele e dall’altro attendono con impazienza un’apocalisse in cui si aspettano che gli ebrei muoiano o si convertano al cristianesimo. Gli esperti di storia delle religioni avevano pronosticato che la febbre da Armageddon dell’anno Duemila si sarebbe smorzata una volta superata la soglia del nuovo millennio. Non è stato così. E tutto si complica quando i politici cercano di incanalare queste insane passioni religiose per i propri scopi.

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Anni fa un’ondata di fervore messianico ha investito i religiosi nazionalisti in Israele dopo che avevano appreso che in un’azienda agricola era nata una giovenca rossa, senza peli bianchi o neri nel mantello, quindi perfetta per il sacrificio necessario per ricostruzione del Tempio. Secondo la Bibbia, le ceneri di una giovenca rossa erano utilizzate migliaia di anni fa dai sacerdoti di Gerusalemme per purificare il popolo ebraico. Dopo averne ispezionato il colore del pelo, rosso intenso dal naso umido fin quasi alla punta della coda, due rabbini Menachem Makover e Haim Richman, stabilirono che la giovenca era quella giusta. Il quotidiano Haaretz invece vide giustamente nella giovenca rossa una «bomba a quattro zampe» potenzialmente in grado di infiammare tutta la regione. Poi, crescendo, sul mantello della giovenca spuntarono dei peli bianchi e la «bomba» fu disinnescata.

L’attesa dei religiosi più nazionalisti come Rafael Morris però resta intatta assieme ai programmi di partiti e uomini politici della destra estrema. «Siamo di fronte a gruppi di piccole dimensioni ma che con le loro azioni, specie se compiute in determinati periodi dell’anno, come la Pessah e il Ramadan, posso provocare un disastro gigantesco e gettare il Medio oriente in una nuova guerra», avverte l’analista ed esperto di nazionalismo religioso Michael Warshansky. Pagine Esteri

Questo articolo è stato pubblicato in origine dal quotidiano Il Manifesto

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In Cina e Asia – Manca il nome di Xi: ritirate milioni di copie del Quotidiano del Popolo


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I titoli di oggi: Manca il nome di Xi: ritirate milioni di copie del Quotidiano del Popolo Pentagono: si intensificano i movimenti di sottomarini cinesi con armi nucleari nel mar Cinese meridionale CATL nel mirino sia di Pechino che di Washington Cina, cambiano i nomi di 11 località tibetane Cina, aumentate le quote dei poliziotti di ronda Un servizio che ...

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L’Europa alla corte di Xi: un po’ di Ucraina, tanto business


L’Europa alla corte di Xi: un po’ di Ucraina, tanto business Europa
Domani l'incontro a Pechino con Macron e von der Leyen. In contemporanea negli Stati uniti arriva la presidente di Taiwan: la Cina promette reazioni

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LIBRI. Recensione: “Ho visto Ramallah”


di Patrizia Zanelli*

Pagine Esteri, 4 aprile 2023 – “Fa molto caldo sul ponte. Una goccia di sudore. Scivola dalla fronte alla montatura degli occhiali, poi sulle lenti. Il calore offusca quello che vedo, che mi aspetto di vedere, che ricordo. Mi guardo attorno, e questo luogo si confonde con le immagini di tutta una vita, trascorsa per lo più aspettando di ritornare. Attraverso il fiume Giordano. Il legno del ponte scricchiola sotto i miei passi. Sulla spalla sinistra porto una piccola sacca. Cammino verso ovest in modo naturale, ma solo in apparenza. Dietro di me il mondo, davanti a me il mio mondo”.

6357322Il poeta palestinese Murid al-Barghuthi (1944-2021) inizia a raccontare così, in Ho visto Ramallah [1], il suo ritorno in Palestina dopo un lungo esilio. Il ritorno in Palestina del poeta Murid Al Barghouti. Un percorso a ritroso di una vita vissuta tra due mondi. in questo romanzo autobiografico, per cui vinse nel 1997 la “Medaglia Nagib Mahfuz”, prestigioso premio letterario istituito dall’Università Americana del Cairo.

Evento storico cruciale del racconto è la guerra lanciata da Israele il 5 giugno del 1967, per occupare i territori palestinesi di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza, le alture siriane del Golan e la Penisola del Sinai egiziana. Allora laureando in Letteratura Inglese presso l’Università del Cairo, al-Barghuthi scoprirà di essere improvvisamente diventato esule. Poi vivrà in esilio in più paesi. Riuscirà a tornare in Palestina soltanto nell’estate del 1996 grazie agli Accordi di Oslo (1993 e 1995) che, però, lui stesso aveva da subito considerato inadatti a garantire una soluzione giusta e permanente del conflitto mediorientale. Ne ha la conferma appena arriva nel suo paese:

“Allora, sono questi i “territori occupati”! Questo luogo non è più un’espressione usata in un notiziario, puoi vederne chiaramente la terra, i sassi, le colline e le rocce. Questo luogo ha i suoi colori, una temperatura e arbusti che crescono spontanei…

Finalmente entro in Palestina, ma cosa sono tutte queste bandiere israeliane?”.

Via via deluso da quello che vede lungo il tragitto verso Ramallah, l’autore fa una riflessione generale, come se si rivolgesse alla sua gente, ricorrendo alla tipica autoironia: “Dal ’67 in poi tutto quello che abbiamo fatto è stato “temporaneo”, e sarebbe durato finché le cose non si fossero risolte. E ancora oggi, dopo trent’anni, niente è risolto!… Nel 1948, in seguito alla Nakba, la fondazione dello Stato d’Israele, i profughi si stabilirono nei paesi vicini come soluzione “temporanea”. Lasciarono le pentole sul fuoco sperando di tornare dopo qualche ora! Si dispersero nelle tende e in campi di lamiere di zinco e stagno “temporaneamente”… Abbiamo elaborato programmi di liberazione basati su tappe “temporanee”, ci hanno detto di avere accettato gli accordi di Oslo “temporaneamente”, e così via…”

Nella stessa riflessione al-Barghuthi denuncia chiaramente l’illusorietà di un processo di pace fallito in partenza, essendo sponsorizzato da Washington a sostegno di Tel Aviv, e che di fatto si traduce nella continuazione della Nakba. L’autoironia ravviva inoltre lo stile narrativo perlopiù asciutto e lineare, talvolta crudo, quasi giornalistico, tipico della non-fiction, adottato dall’autore per scrivere Ho visto Ramallah, un testo letterario affascinante e coinvolgente per il miscuglio di sentimenti che trasmette e perché la voce narrante è quella di un grande poeta che descrive la vita reale di persone vere. Nella prefazione del libro, Edward Said (1936-2003) nota anzitutto la concisione e la poeticità del racconto che definisce come “uno dei migliori resoconti personali sulla diaspora palestinese che siano mai stati scritti”. Del resto, anche lui aveva raccontato, in un saggio, il suo ritorno in Palestina, e precisamente a Gerusalemme, dopo un lungo esilio [2].

Munito di un permesso temporaneo per visitare i territori occupati da Israele, durante il breve soggiorno in Cisgiordania, al-Barghuthi ricorda la propria vita intrecciata a quella del suo popolo:“L’occupazione ci ha costretto a rimanere nel passato. Ecco la sua grave colpa: non ci ha privato dei forni d’argilla di ieri, ma della curiosità di sapere cosa avremmo potuto inventare un domani.”

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Il futuro negato della Palestina, sottolinea Monica Ruocco, è infatti il problema centrale affrontato da al-Barghuthi in Ho visto Ramallah. L’opera spiega inoltre bene il significato della parola ghurba, usata per indicare la lontananza dalla patria, l’esilio, lo stato psicologico di chi vive una situazione del genere e che, per il poeta palestinese, è come la morte: “La gente crede che tocchi soltanto agli altri. Quell’estate diventai lo straniero che avevo sempre creduto fosse qualcun altro.”

Una volta laureato, al-Barghuthi raggiunge alcuni parenti in Kuwait dove rimane per un paio d’anni. Poi torna al Cairo per sposare, nel 1970, la fidanzata egiziana Radwa Ashur (1946-2014) – che aveva conosciuto all’università -, futura scrittrice femminista, critica letteraria e accademica famosa. Nel 1972, mentre insegna e lavora per l’emittente radiofonica Filasṭīn (Palestina), il poeta pubblica la sua prima raccolta di poesie. Nel giugno del 1977, diventa padre di Tamim, ma, come altri attivisti palestinesi perseguitati dal regime di Sadat, dopo appena cinque mesi sarà espulso dall’Egitto, vivendo poi un secondo esilio. Accolto dall’Ungheria come rappresentante dell’Olp, riuscirà a tornare al Cairo soltanto nel 1994.

In Ho visto Ramallah, l’autore parla di questa lunga lontananza dalla moglie e dal figlio, inframmezzata dai periodi di vacanza in cui loro andavano a trovarlo a Budapest. Nel romanzo, infatti, unisce l’assenza dalla Palestina alla presenza in Palestina, suggerendo che ognuna delle due situazioni è implicita nell’altra nella vita dell’esule; spiega così appieno il senso della ghurba che per lui è una condizione definitiva dell’anima; descrive un dolore che sembra sfumarsi in una malinconia sempre nascosta in fondo al cuore. L’autore riscopre di fatto il suo paese con lo sguardo meravigliato – ma non distaccato – di uno straniero durante quel viaggio fitto di incontri con amici, parenti e intellettuali impegnati in un lavoro di resistenza culturale, come il grande poeta Mahmud Darwish (1941- 2008); e ricorda man mano il passato, per spiegare quello che prova mentre conosce direttamente il presente della sua gente sotto l’occupazione militare israeliana:

“Israele chiude un’area qualsiasi quando vuole. Le persone non possono entrare e uscire, se non quando viene meno il motivo della chiusura, ma di motivi se ne trovano sempre. Vengono alzate barriere tra una città e l’altra. Qui ho sentito la parola mahsom per la prima volta. Vuol dire ‘barriera’ in ebraico. La nascente sensazione di libertà è temporanea.”

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Nel romanzo, l’autore denuncia sia le azioni dell’occupante israeliano sia le scelte e l’arroganza dei dirigenti palestinesi; insiste infatti sull’illusorietà del processo di pace di Oslo: “Quando sentite qualcuno pronunciare da una tribuna l’espressione «smantellare gli insediamenti», fatevi una bella risata. Non sono fortezze fatte da bambini con il Lego o il Meccano. Le colonie sono di per sé Israele. Sono l’idea, l’ideologia, la geografia, un imbroglio, una delle tante trovate di Israele. Sono il luogo che ci apparteneva e che hanno fatto loro. Gli insediamenti sono le loro scritture nella loro forma originaria. Sono la loro Terra promessa. Sono la nostra assenza. Gli insediamenti sono la diaspora palestinese”.

In altri brani, l’autore esprime un misto di rabbia e amarezza nell’osservare la deturpazione del paesaggio tradizionale della Palestina, caratterizzato dall’armonia tra natura e architettura. Ora, invece, lo vede deformato per via delle azioni volute dallo Stato occupante, Israele, in linea con la sua politica di Apartheid volta a impedire ai palestinesi di costruirsi un futuro nel loro stesso paese: colonie sparse a macchia di leopardo, check-point ovunque, segni delle distruzioni compiute dall’esercito e così via.

D’altro canto, nel romanzo, al-Barghuthi descrive anche momenti belli e divertenti della propria vita, inclusi quelli vissuti nel seppure breve soggiorno in Palestina. Torna nel villaggio in cui era nato, Deir Ghassana, ricorda quando a sette anni si era trasferito con la famiglia da lì a Ramallah, allora un sobborgo di Gerusalemme. Descrive un matrimonio, con canti, e in particolare, un giovane che danza la dabka; i caffè; una serata poetica e altro. Nel testo include anche alcune delle sue poesie.

Ma durante quel viaggio non riesce a tornare a Gerusalemme: l’esercito israeliano aveva chiuso ogni accesso alla città. Per presentarla, nel romanzo, l’autore anzitutto la spoglia dei suoi simboli per restituirla alla realtà, rendendola viva. Raccoglie i propri ricordi personali di un’esistenza umana normale; con una modalità quasi cinematografica propone una carrellata di immagini di spazi e oggetti, descrive soprattutto una miriade di persone, di attività, di sensazioni ed emozioni, riuscendo a spiegare l’importanza esistenziale, affettiva e identitaria di questa città per il popolo palestinese: “La Gerusalemme che il mondo conosce è la capitale delle religioni, della politica, dei conflitti. Il mondo non conosce la nostra Gerusalemme, quella della gente […] Questa è la città dei nostri cinque sensi, dei nostri corpi e della nostra infanzia. La Gerusalemme in cui camminavamo senza fare troppo caso alla sua sacralità, perché vivevamo lì. E lei era noi”.

Ho visto Ramallah è un romanzo realistico, privo di sentimentalismi e tuttora attuale, perché l’autore presenta le mille sfumature del dolore palestinese, senza banalizzarlo né idealizzarlo, rivelandone tutta l’umanità. Descrive la vita reale della sua gente, parlando di morte, violenza e oppressione, ma anche di amore, bellezza e voglia di vivere. Nel 1998, inoltre, al-Barghuthi tornò di nuovo in Palestina con il figlio Tamim – adesso un poeta e accademico noto -, per fargli conoscere direttamente il suo paese. L’autore racconta anche quel viaggio, in Sono nato lì. Sono nato qui [3], un altro romanzo autobiografico o complemento di Ho visto Ramallah. Nel 2000, al-Barghuthi vinse il più importante premio letterario palestinese per la poesia. La sua intera opera rientra in una vasta testimonianza letteraria della Storia del popolo della Palestina che, come si sa e come conferma Edward Said, “non è un posto qualunque”. Pagine Esteri

NOTE

[1] Murid al-Barghuthi, Ho visto Ramallah, tr. Monica Ruocco, Ilisso, 2005.

[2] Edward Said, Tra guerra e pace: ritorno in Palestina-Israele, tr. Giovanna Bettini e Maria Antonietta Saracino, Feltrinelli, 1998.

[3] Murid al-Barghuthi, Sono nato lì. Sono nato qui, tr. Enrica Preti, Edizioni Q, 2021.

*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui la raccolta poetica Diario della Rivoluzione (Lushir, 2011) del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, e il romanzo Atyàf: Fantasmi dell’Egitto e della Palestina (Ilisso, 2008) della scrittrice egiziana Radwa Ashur. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Ipocan, 2022).

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Sustanalytics – Combustibili di distruzione di massa


Sustanalytics – Combustibili di distruzione di massa combustibili isole pacifico
La proliferazione dei combustibili fossili sarà regolamentata come per i trattati internazionali sulle armi nucleari? Per alcune isole del Pacifico, che stanno emergendo tra i paesi più attivi sul piano della denuncia multilaterale contro i grandi inquinatori, sì

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In Cina e Asia – Pallone cinese negli Usa, è dibattito sulle informazioni raccolte


In Cina e Asia – Pallone cinese negli Usa, è dibattito sulle informazioni raccolte pallone spia cinese esercitazioni
I titoli di oggi:
Pallone cinese negli Usa, aperto il dibattito sulle informazioni raccolte
App made in China, Pinduoduo bocciata dagli analisti
Cina, i primi dati sulle perdite delle compagnie aeree
Usa, Giappone e Corea del Sud: al via le esercitazioni congiunte nel Pacifico
Mar cinese meridionale, la Malesia chiede un confronto con Pechino mentre le Filippine aprono quattro nuove basi militari agli Usa
Malesia, rimossa la pena di morte obbligatoria per reati gravi
Bangladesh, incendio divora un complesso commerciale

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ISOLA DI SOCOTRA. Patrimonio dell’umanità ostaggio della geopolitica


di Eliana Riva –

Pagine Esteri, 3 aprile 2023 – Lo scorso venerdì 31 marzo il Governo di Salvezza Nazionale dello Yemen, la formazione guidata dagli Houthi, ha denunciato lo sbarco di nuove e ingenti forze militari degli Emirati Arabi Uniti sull’isola di Socotra. Lo scopo sarebbe quello di trasferirle su un’altra delle isole dell’arcipelago di proprietà yemenita, Abd al-Kūrī, che è stata trasformata, negli anni, in una base militare di Abu Dhabi, con il sostegno più recente di Israele.

L’isola di Socotra è un paradiso terrestre patrimonio dell’umanità. Un luogo singolare e ricco con una biodiversità eccezionale, composta da specie rare ed esemplari unici.

Abitata da circa 60.000 persone, si trova nel Mar Arabico, come fosse una pietruzza lanciata dalla mano tesa del Corno d’Africa a prolungare il Golfo di Aden. Insieme ad Abd al-Kūrī e alle piccolissime Samha e Darsa (quest’ultima di 7,5 kmq) forma un arcipelago di straordinaria e singolare bellezza. Il suo ecosistema è stato a lungo conservato incontaminato, cosa che ha permesso la sopravvivenza e la riproduzione di un numero molto alto di specie endemiche: animali e vegetali che esistono solo su quest’isola e che non è possibile trovare in nessun’altra parte del mondo. È grande circa 3.600 kmq ma i paesaggi che contiene sono tali e tanto diversi tra di loro da sembrare quasi illusori, alieni, miraggi ancestrali e scenari primordiali difficili da contenere.

Le spiagge di dune bianche di sabbia fine sono sormontate e protette da scure e aguzze montagne calcaree oltre le quali radure desertiche godono dell’ombra di giganteschi funghi verdi, gli Alberi di Drago (la Dracaena cinnibari, presente solo a Socrota), i cui rami sembrano fitte radici e dalla cui corteccia si ricava il “Sangue di drago”, una resina rossa utilizzata come tintura e ricca, si dice, di virtù terapeutiche.

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Le spiagge dell’isola di Socotra

Distante 230 km dalla Somalia e 350 km dallo Yemen, dal 1967 appartiene amministrativamente a quest’ultimo anche se sotto nomi e forme diverse: prima alla Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (Yemen del sud), poi alla Repubblica dello Yemen (unito), ma è dal giugno 2020 sotto il controllo del Consiglio di Transizione del Sud (STC), un’organizzazione secessionista yemenita supportata, trasformata e controllata dagli Emirati Arabi Uniti.

L’isola saluta le navi cargo che imboccano il Mar Rosso per attraversare il Canale di Suez e raggiungere, in circa 13 ore, il Mar Mediterraneo. Il 9% della fornitura mondiale di petrolio passa nei pressi di Socotra, sopra le navi da trasporto (circa 20.000 ogni anno).

Lo scorso febbraio 2023 Ansarallah, il movimento ufficiale yemenita degli Houthi, aveva già accusato gli Emirati di aver espulso i residenti della seconda isola più grande dell’Arcipelago di Socotra, Abd al-Kūrī, con l’obiettivo di trasformarla in un centro militare israelo-emiratino.

Il Ministero della Pesca del Governo di Salvezza Nazionale (NSG) il 31 marzo è tornato a denunciare alla televisione Al-Masirah che “i paesi dell’aggressione USA-Arabia Saudita non solo hanno occupato alcune delle isole dello Yemen, le sue spiagge e parti importanti delle sue terre, saccheggiando le sue ricchezze e distruggendo il suo ambiente ma hanno persino sfollato la popolazione di Abd al-Kūrī, che è una delle isole più importanti dell’Arcipelago di Socotra”. Il Ministro ha spiegato che le nuove immagini satellitari mostrano uno stabilimento per la costruzione di aeromobili e la realizzazione con pavimentazione di un’ampia area adiacente, per ospitare quelli che potrebbero essere magazzini militari o edifici logistici. Sono state poi create aree dedicate al personale militare e edifici moderni. Il Ministero della Pesca ha denunciato tali azioni da parte dei paesi occupanti “congiuntamente al nemico sionista nell’arcipelago e nelle isole strategiche yemenite”, chiedendo l’uscita delle truppe dall’isola di Abd al-Kuri e da tutte le terre, isole e coste yemenite, aggiungendo che “ritiene il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le Nazioni Unite e le sue organizzazioni umanitarie e per i diritti umani responsabili per il loro silenzio sulla violazione della sovranità yemenita su una serie di isole”. Il ministro della Difesa del Governo di Salvezza Nazionale yemenita, il generale Mohammad al-Atifi, ha recentemente avvertito che esauritisi i tentativi di risoluzione pacifica della questione, saranno intraprese tutte le azioni necessarie per riprendere la sovranità sui territori occupati: “Le azioni ostili, cospiratorie, di sabotaggio e di assedio a cui oggi assistiamo, sono sicura testimonianza che l’aggressione non vuole instaurare alcuna forma di pace, e non ha alcuna reale disponibilità a pensare positivamente alla stabilità e alla pace nella regione né a rispettare la volontà del popolo yemenita”.

Gli Emirati Arabi hanno tentato per anni di prendere il controllo dell’isola di Socotra, come hanno più volte denunciato in passato le forze di governo dello Yemen, chiedendo anche alle Nazioni Unite di intervenire per evitare l’occupazione. L’occasione giusta per gli emiratini è arrivata quando terribili cicloni, tra il 2015 e il 2018 hanno devastato l’isola, mettendo in ginocchio la già fragilissima economia. Insieme agli aiuti umanitari hanno fatto atterrare a Socotra centinaia di soldati, carrarmati, aerei da combattimento. E soldi. Soldi per costruire complessi residenziali, residence turistici ma soprattutto edifici militari. E poi anche posti di lavoro, a migliaia. Ma tutto ciò non è bastato a scongiurare le manifestazioni e le proteste della popolazione locale che chiedeva che gli Emirati lasciassero l’isola. L’Arabia Saudita, che pure guidava la coalizione contro gli Houthi di cui gli Emirati facevano parte, ha temuto che Abu Dhabi riuscisse a comprarsi il sostegno degli abitanti e nel 2018 ha inviato a sua volta truppe per “addestrare e difendere le forze yemenite locali”, ossia quelle governative, che sostenevano il presidente Mansour Hadi. Così gli Emirati hanno formalmente abbandonato l’occupazione ma nei fatti, per due anni, hanno atteso il momento giusto per riprendere definitivamente il controllo.

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I porti yemeniti controllati dagli Emirati Arabi Uniti

Il Movimento del Sud era una formazione separatista yemenita nata nel 2007 che aspirava al controllo della zona meridionale del Paese mediante una secessione dal resto della nazione su quelli che erano i confini del 1967-1990. Il gruppo è stato posto sotto l’ala protettiva degli Emirati Arabi Uniti che lo hanno rafforzato e sostenuto militarmente, trasformandolo fino a farlo diventare il Consiglio di Transizione del Sud, nel quale sono entrati a far parte alcuni governatori delle regioni meridionali dello Yemen, tra quello di Socotra. Il gruppo, nel giugno 2020, ha preso il controllo dell’isola, cacciando i sostenitori del presidente Hadi. Le bandiere sui palazzi sono diventate quelle degli Emirati Arabi, così come tutte le linee di comunicazione e telecomunicazione.

Abu Dhabi persegue una politica particolarmente aggressiva di controllo dei porti e dei luoghi chiave in Asia occidentale e nel Corno d’Africa. Attraverso espedienti e alleanze sono arrivati a controllare 12 porti dello Yemen del Sud, l’isola di Socotra e anche l’isola di Perim (chiamata anche Mayyun), lunga 5,6 km che divide in due l’ingresso dell’importantissimo stretto di Bab al-Mandab, in italiano letteralmente “Porta del lamento funebre”. Lo stretto congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden, che separa l’Africa dalla Penisola Arabica. Chiunque controlli l’isola di Perim detiene un’autorità strategica sullo stretto.

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Lo scorso anno gli Houthi avevano denunciato un altro trasferimento forzato di popolazione, quello dei pescatori di Perim. Nel 2017 gli Emirati avevano lì cominciato la costruzione di una base militare con pista di decollo ma avevano poi dichiarato di aver abbandonato isola e progetto. Nel 2021, però, l’Associated Press ha pubblicato immagini satellitari che mostrano importanti progressi nei lavori di costruzione della base militare che occupa praticamente l’intera Perim. I funzionari e gli ambasciatori di Abu Dhabi non hanno risposto alle domande dei giornalisti né hanno voluto commentare le immagini. Eppure, gli EAU nel luglio 2019 avevano annunciato il ritiro parziale dei loro soldati dalla coalizione anti Houthi a guida saudita.

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Immagine satellitare dell’isola di Perim, con le costruzioni militari

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Particolare delle installazioni militari sull’isola di Perim

Ma era già chiaro dallo scoppio della guerra che gli obiettivi di Abu Dhabi e quelli di Riyad non combaciassero. Il fatto che la prima appoggiasse il PLC (Presidential Leadership Council), il partito ufficiale di governo, e la seconda l’STC, i separatisti del Consiglio di Transizione del Sud, svelava la competizione sottintesa tra i due Paesi della Penisola Arabica per accaparrarsi il controllo politico e/o geografico dello Yemen.

Il principe Mohammed bin Zayed, nominato presidente degli EAU nel maggio del 2022, ha in programma di stabilire un impero marittimo che gli consenta il controllo delle rotte commerciali dal Golfo Persico al Mar Rosso. Gli Emirati sono il maggior ri-esportatore dell’intera regione. Una quantità altissima di merci viene importata all’interno dei confini emiratini e depositata per poi essere redistribuita con l’esportazione. Questo sistema costituisce quasi la metà delle esportazioni totali di Abu Dhabi (il 46,5%). Con l’obiettivo strategico di controllare le rotte commerciali, oltre ai 12 porti nello Yemen, al controllo di Perim e di Socotra, gli Emirati hanno una forte presenza di controllo degli scali marittimi nel Corno d’Africa, precisamente in Eritrea e in Somalia.

Un problema o, comunque, un grave impedimento per i progetti di MbZ è rappresentato dall’Iran, il quale pure sta espandendo le sue attività marittime dal Golfo Persico al Mar Rosso.

Nel settembre 2020, con la benedizione del presidente USA Donald Trump, gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato con Israele gli ormai celebri Accordi di Abramo, un trattato di pace e di normalizzazione dei rapporti commerciali e diplomatici. Nel giro di qualche mese, appena dopo il suo insediamento, il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden ha deciso di ritirare l’appoggio all’Arabia Saudita nella guerra in Yemen. Il vuoto lasciato dall’alleato americano e l’ufficializzazione dei rapporti privilegiati con lo stato ebraico hanno naturalmente guidato la convergenza degli interessi di Abu Dhabi e di quelli di Tel Aviv in chiave anti-Iran. In effetti, gli accordi prevedevano una cooperazione bilaterale proprio in queste aree e l’ipotesi che Israele potesse trarre vantaggio dalla presenza emiratina all’ingresso del Mar Rosso era stata immediatamente ventilata. Oggi è diventata una realtà fattuale, con Israele che supporta la realizzazione delle basi e fornisce sistemi di sorveglianza, di allerta e di intelligence.

Tra gli Emirati e Israele a guadagnarci di più è forse addirittura quest’ultimo, già soddisfatto di stabilire la propria presenza sul suolo appartenente a uno Stato arabo. Tel Aviv considera gli Houthi, i cui attacchi con i droni vanno solitamente a segno, una sorta di unità missilistica al servizio delle forze armate iraniane, utilizzati all’occorrenza da Teheran come una minaccia a Israele. In realtà non mancano divergenze tra l’Iran e gli Houthi, sarebbe semplicistico leggere le alleanze in un’ottica di integrale sovrapposizione ma è vero che Teheran sfrutta Ansarallah come minaccia e deterrente nei confronti dei “nemici” regionali.

D’altro canto, tra Mar Rosso, Mar Arabico e Golfo Persico, Israele e Iran sono impegnati ormai da lungo tempo in attacchi e rappresaglie reciproche a imbarcazioni commerciali e petroliere. Una presenza armata nel golfo di Socotra e sull’isola di Perim consente a Tel Aviv, da una posizione enormemente privilegiata, di controllare i movimenti Houthi e di rispondere in maniera tempestiva, a eventuali azioni dei ribelli o mosse iraniane. Israele conduce via mare il 98% circa del suo commercio e negli ultimi decenni l’importanza del Mar Rosso per Tel Aviv è cresciuta sensibilmente, anche perché in esso fluisce circa un quarto del commercio estero israeliano, quello che riguarda l’Asia, con la quale Israele intende stringere nuovi e più stretti rapporti, anche per limitare l’eccessiva dipendenza dall’Europa. Quando nel 1973, durante la guerra dello Yom Kippur, lo Yemen, in collaborazione con l’Egitto chiuse lo stretto di Bab el-Mandeb, bloccò tutte le attività commerciali che avevano destinazione Eilat. È un rischio alto per Tel Aviv lasciare all’Iran e agli Houthi la possibilità di mettere in piedi blocchi navali o di creare intenzionalmente incidenti come quello che ha coinvolto nel 2021 la nave portacontainer Ever Given. Certo, l’espansione israeliana nel Mar Rosso potrebbe allarmare ulteriormente l’Iran, ma la presenza degli Emirati Arabi Uniti rappresenta un freno: Abu Dhabi è il secondo partner commerciale della Repubblica islamica.

Superfluo ma necessario dire che la pace marittima del Golfo e del Mar Rosso è fondamentale anche per un altro importantissimo attore, la Cina, la quale ha interessi particolari affinché regni la quiete sulle rotte commerciali marittime che conducono al Canale di Suez. E proprio Pechino si è fatta promotrice della recentissima ripresa delle relazioni diplomatiche tra Ryadh e Teheran, che potrebbe cambiare gli scenari in Yemen a discapito degli Emirati Arabi Uniti e di Israele. Una pace tra gli Houthi (sostenuti dall’Iran) e le forze governative (sostenute dall’Arabia Saudita) difficilmente lascerebbe spazio agli obiettivi separatisti del Consiglio di Transizione del Sud (sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti). Appena lo scorso 23 febbraio il leader degli Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, in un video pubblicato dal canale televisivo Al Masirah, fondato da Ansarallah, ha dichiarato “fermeremo l’aggressione di chiunque violi la nostra indipendenza e la sovranità del nostro paese sulle isole, sulla terraferma e nel mare”. La minaccia, per nulla velata, è quella di un’aggressione alle installazioni militari israelo-emiratine sulle coste e sulle isole sotto sovranità yemenita, compresa quella di Socotra, della quale lo stesso al-Houthi ha più volte parlato.

شاهد | نحن نتمسك بحقوقنا المشروعة

من خطب #السيد_عبدالملك_بدرالدين_الحوثي #القول_السديد#شاهد_المسيرة pic.twitter.com/vU8Tiirfy6

— شاهد المسيرة(@ShahidAlmasirah) March 22, 2023

Una aggressione che, nel caso si raggiunga un accordo tra gli Houthi e il Presidential Leadership Council, potrebbe vedere addirittura insieme le due fazioni, al momento nemiche giurate, contro gli indipendentisti del Consiglio di Transizione del Sud e gli Emirati che li manovrano. Pagine Esteri

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Montenegro, storica sconfitta per il presidente Milo Djukanovic


MAPPAMONDO – Le brevi

Pagine Esteri, 3 aprile 2023 – Storica sconfitta, in Montenegro, per il padre-padrone della scena politica locale Milo Djukanovic, al potere ininterrottamente per quasi trent’anni, sette volte come capo del governo e due volte in qualità di presidente della Repubblica.
Il giovane economista Jakov Milatovic (36 anni), leader del Movimento centrista ed europeista “Europa Adesso” (Pes), è il nuovo presidente della ex repubblica jugoslava. Secondo il Centro per il monitoraggio e la ricerca (Cemi) sulla base del 100 per cento delle schede scrutinate, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali di ieri Milatovic ha ottenuto il 60% dei voti. Il suo sfidante, leader del Partito democratico dei socialisti (Dps) ha ottenuto solo il 40%.
Milatovic ha battuto il suo rivale in tutte le regioni del Paese e praticamente in tutte le città principali; nella capitale Podgorica la vittoria del leader del Pes è stata ancora più schiacciante, con il 69% dei consensi. Buona l’affluenza che, secondo i dati Cemi, è stata del 70,4%.
Il prossimo 11 giugno nel piccolo paese balcanico si terranno le elezioni parlamentari, e Djukanovic – artefice dell’indipendenza del Montenegro da Belgrado nel 2006 – spera in un’affermazione del suo partito per poter bilanciare la presidenza. Ma il suo Partito Democratico dei Socialisti è già uscito sconfitto dalle ultime elezioni legislative nel 2020, e anche questa volta i sondaggi gli sono sfavorevoli.

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Lo sconfitto ex presidente, Milo Djukanovic

Nel duello televisivo andato in onda venerdì sera, Milatovic non ha esitato a definire l’ex presidente un autocrate, “l’ultimo dittatore europeo”, accusandolo di aver contribuito al dilagare della corruzione e della criminalità e promettendo una “pagina nuova per il Montenegro”.
Al secondo turno delle presidenziali Milatovic ha ottenuto il sostegno di tutti e cinque gli altri candidati esclusi dal ballottaggio.
“Nei prossimi cinque anni porteremo il Paese nella Ue. Vogliamo i migliori rapporti con i Paesi vicini dei Balcani occidentali” ha detto il vincitore, che nel suo programma elettorale ha anche puntato al miglioramento delle relazioni tra il Montenegro e la Serbia (nel paese almeno un terzo della popolazione è serba).
Djukanovic ha invece ripetutamente accusato Belgrado di portare avanti una politica ‘egemonica’ nella regione sobillando le minoranze serbe. – Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Cina e Giappone, tra accuse di spionaggio e interessi commerciali


In Cina e Asia – Cina e Giappone, tra accuse di spionaggio e interessi commerciali giappone
I titoli di oggi:

Il ministro degli Esteri giapponese in visita ufficiale a Pechino
Chip war: la Cina prende di mira Micron
Continua la campagna anti-corruzione di Xi
Xi eleva le relazioni con Singapore
È morto Ryuichi Sakamoto, premio Oscar con L'Ultimo imperatore

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FINLANDIA. Destra e estrema destra vincono le elezioni


MAPPAMONDO – Le brevi

Pagine Esteri, 3 aprile 2023 – È arrivato solamente terzo il Partito Socialdemocratico Finlandese, della premier uscente Sanna Marin, al governo dal 2019 con una coalizione di centrosinistra.

Le elezioni in Finlandia hanno registrato una crescita Partito di Coalizione Nazionale (PCN), di centro destra e della destra estrema della formazione dei Finlandesi, la seconda più votata. Il partito di Petteri Orpo conquista, quando mancano pochissime schede ancora da scrutinare, il 20,7% delle preferenze. Poche migliaia di voti in più della destra populista di Riikka Purra.

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La premier finlandese uscente, Sanna Marin

Il partito della premier uscente si ferma al 19,9%. La formazione del governo non sarà semplice, visti i risultati. I colloqui, per tradizione, li guiderà il partito uscito vincente dalle elezioni il quale esprimerà anche il premier, che potrebbe essere proprio il leader del Partito di Coalizione Nazionale, Petteri Orpo.

In Finlandia si vota con un sistema proporzionale che assegna seggi per circoscrizioni. Per governare è necessaria una maggioranza di 101 deputati su 200.

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Taiwan Files – Tsai, Ma, i jet e… il babbuino


Taiwan Files – Tsai, Ma, i jet e… il babbuino 6333387
Tsai Ing-wen a New York e verso la California, Ma Ying-jeou incontra Song Tao e dice "siamo tutti cinesi". Jet militari sullo Stretto in attesa di Tsai-McCarthy (e Ma-Wang Huning?). L'impatto delle due visite sulle elezioni del 2024. Ma anche novità diplomatiche, semiconduttori con intervista a Frank Huang di Powerchip. La rassegna settimanale di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

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PODCAST. FRANCIA, contro la riforma delle pensioni un movimento radicale e trasversale


di Marco Santopadre

Pagine Esteri, 31 marzo 2023 – Contro la riforma delle pensioni decisa dal governo Macron-Borne che sposta in avanti di due anni l’età pensionabile, martedì scorso in Francia sono di nuovo scese in piazza circa due milioni di persone nel corso della decima giornata di sciopero e di mobilitazioneindetta finora dai sindacati.
A pesare è il contenuto della misura che penalizza soprattutto le fasce più deboli del mondo del lavoro. Ha suscitato rabbia la decisione, da parte dell’esecutivo, di approvare il pacchetto legislativo ricorrendo all’articolo 49.3 della Costituzione, che consente il varo di provvedimenti senza il voto dell’Assemblea Nazionale, dove la maggioranza avrebbe faticato non poco a trovare i numeri.
Nuove iniziative di protesta sono state già proclamate per la prossima settimana. Si moltiplicano intanto gli episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti ma anche dei giornalisti che documentano le mobilitazioni.
Ne abbiamo parlato con Marco Cesario, giornalista italiano che vive e lavora a Parigi.
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6272567Giornalista professionista e autore di numerosi tra saggi e romanzi, da Parigi Marco Cesario scrive per numerose testate, tra le quali Micromega, Linkiesta, Pagina99 e The Post Internazionale.

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In Cina e Asia – Von der Leyen: "Rapporto con la Cina tra i più intricati e importanti al mondo”


In Cina e Asia – Von der Leyen: von der leyen
I titoli di oggi:

Ue, von der Leyen: "Rapporto con la Cina tra i più intricati e importanti al mondo"
Chip war, iniziano a diminuire le apparecchiature destinate alla Cina
Cina potenza mediatrice? Secondo Kuleba Pechino non ha ancora deciso
Alibaba, Zhang spiega i dettagli della scissione del gruppo
Bonus monetari per le agenzie che attireranno turisti a Hangzhou

Pena di morte in Corea del Nord per droga, attività religiose e condivisone di video

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In Cina e in Asia – Dal Boao Forum la Cina guiderà la ripresa globale


In Cina e in Asia – Dal Boao Forum la Cina guiderà la ripresa globale 6248765
I titoli di oggi:

Dal Boao Forum la Cina guiderà la ripresa globale
Zelensky ha invitato Xi Jinping a Kiev

Cina e Brasile firmano 20 accordi commerciali
La Corea del Nord ha un nuovo ambasciatore cinese

Il leader del Partito del Xinjiang fa affari nel “cortile di casa” della Russia

Diminuisce la popolazione anche a Shanghai

Il Regno Unito entra nella CPTTP

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ISRAELE. Orly Noy: “Democrazia vera e che sia di tutti, ebrei e arabi. Basta occupazione dei Territori palestinesi”


di Michele Giorgio

Pagine Esteri, 30 marzo 2023 – Di fronte alla crisi interna alla maggioranza, alle contestazioni emerse nelle Forze armate e ai continui raduni di massa e cortei a Tel Aviv e in altre città contro la riforma giudiziaria, il premier Netanyahu lunedì scorso ha annunciato una sospensione del progetto del governo di estrema destra religiosa. La crisi però pone interrogativi centrali sulla natura stessa della democrazia israeliana, sui diritti delle minoranze e la continuazione dell’occupazione militare dei Territori palestinesi. Abbiamo intervistato Orly Noy, storica attivista dei diritti degli ebrei mizrahim (mediorientali). Noy lancia un appello per una democrazia israeliana nuova, non più ebraica ma per tutti i cittadini.

Netanyahu ha annunciato la sospensione della riforma. Nel frattempo è partito il negoziato tra maggioranza e opposizione. Molti israeliani però credono che tra qualche settimana, se non ci sarà un accordo, il governo accelererà l’iter alla Knesset per far diventare legge al più presto la riforma. Dopo cosa potrebbe accadere?

Non lo sappiamo. La Corte suprema, cioè l’organo di controllo che è tra i principali bersagli della maggioranza di destra estrema al potere, potrebbe non dare la sua approvazione alle nuove leggi. Il ministro della giustizia Yariv Levin ha addirittura minacciato i giudici. Non osate respingere la riforma, ha avvertito. Se invece lo faranno cosa accadrà, avremo due fonti di autorità nel paese, governo e Corte suprema? Giuristi ed esperti non hanno una risposta precisa a questi interrogativi.

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Orly Noy

Al centro di questo scontro ci sono la Corte suprema e l’autonomia dei giudici. Ma c’è anche un aspetto di cui si parla poco. La riforma punta a dare un peso maggiore al ruolo delle corti rabbiniche, religiose.

Si tratta di un punto centrale che la protesta tocca solo in piccola misura. L’espansione delle competenze dei tribunali rabbinici sarà devastante soprattutto per le donne più deboli socialmente, come le mizrahi. Darà più potere agli uomini. Già ora gli uomini sono in grado di estorcere condizioni favorevoli in caso di divorzio davanti ai giudici religiosi che (sulla base della legge ebraica) non garantiscono pari diritti a uomini e donne. Molte donne rinunciano ai loro diritti pur di ottenere il divorzio, persino alla custodia dei figli pur di separarsi da mariti violenti. Dopo la riforma peggiorerà tutto.

Sono previsti cambiamenti anche nell’istruzione.

Quelli del governo puntano alla privatizzazione del sistema scolastico. Le conseguenze saranno negative soprattutto per le comunità tenute ai margini, come i palestinesi (cittadini di Israele) e gli ebrei etiopi. Finiranno per allargare il gap educativo tra bambini di famiglie benestanti e quelli a basso reddito e più in generale tra ebrei e arabi.

Il quotidiano Haaretz ha scritto che la contestazione di Netanyahu è importante ma che questa è la protesta dei privilegiati, sottolineando l’assenza dalle strade della minoranza araba-palestinese così come gli ebrei etiopi e di parte di quelli mizrahim.

Protestano coloro che trovano accettabile la cosiddetta democrazia ebraica e vorrebbero riportare la situazione a prima dell’ascesa al potere dell’estrema destra. Perché i palestinesi (in Israele) non partecipano alle proteste? Per rispondere a questa domanda è sufficiente osservare le manifestazioni. Un mare di bandiere israeliane sventolate da centinaia di convinti sionisti, sì schierati contro Netanyahu ma fortemente nazionalisti. Un mondo al quale la minoranza araba (21% del totale della popolazione, ndr) sente di non appartenere. Le personalità che gli organizzatori delle proteste invitano a parlare durante i raduni sono quasi sempre ex alti ufficiali delle Forze armate ed ex capi della polizia che si descrivono come i veri patrioti a difesa di Israele, ebraico e democratico. Intervengono persone come l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz che ha dedicato la sua vita combattere i palestinesi. La Corte suprema, non lo dimentichiamo, ha approvato la legge che proclama Israele lo Stato della nazione ebraica e non di tutti i suoi cittadini. La comunità araba, perciò, non si sente coinvolta dalla protesta contro Netanyahu, pur sapendo che questo governo di estrema destra la colpirà duramente. Allo stesso modo si tengono a distanza dalle piazze gli ebrei etiopi. Sono contro Netanyahu e consapevoli che l’indipendenza del sistema giudiziario per loro è una protezione. Ma ricordano che la Corte suprema è rimasta in silenzio di fronte alla inaudita violenza della polizia contro la loro comunità. Così come la Corte suprema non è intervenuta davanti alla rimozione di tante famiglie ebree mizrahi povere da Kfar Shalem, Givat Amal e altre aree soggette a una gentrificazione spietata finalizzata a favorire i grandi investimenti edilizi. Queste e altre comunità ai margini chiedono vera giustizia, vera democrazia, vera uguaglianza, non il vecchio ordine.

Quale democrazia propone il Mizrahi Civic Collective di cui lei fa parte.

Siamo un gruppo di attivisti che guarda con orrore alla rivoluzione che sta attuando il governo Netanyahu. Allo stesso tempo non crediamo nella democrazia israeliana alla quale inneggiano nelle strade. Pensiamo che la lotta contro la discriminazione (da parte degli ebrei ashkenaziti, di origine europea, ndr) che ancora colpisce gli ebrei di origine mediorientale debba unirsi a quella dei palestinesi in Israele e nei Territori. Chiediamo una nuova democrazia che includa tutti, senza eccezioni, dai cittadini arabi agli ebrei etiopi, i mizrahi poveri, anche i lavoratori migranti, su di un piano di completa uguaglianza, di giustizia sociale ed economica. Chiediamo che abbia fine subito l’occupazione militare dei Territori e che i palestinesi possano godere di tutti i loro diritti come popolo e come individui. Questo è l’Israele del futuro che vogliamo. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Ristrutturazione senza precedenti per Alibaba


In Cina e Asia – Ristrutturazione senza precedenti per Alibaba Alibaba
I titoli di oggi:

Ristrutturazione senza precedenti per Alibaba
Pechino lancia campagna per difendere le imprese dai commenti diffamatori
La Cina ha speso 100 miliardi di dollari in tre anni in prestiti di salvataggio
L'ex ceo di Ftx ha pagato miliardi di tangenti alle autorità cinesi
Cina: l'anticorruzione prende di mira il settore sportivo
L'Arabia Saudita diventa dialogue partner della SCO
Giappone, Filippine e Usa lanceranno framework trilaterale di sicurezza
Myanmar: la giunta scioglie il partito di Suu Kyi

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Huwara, il tallone di Achille del dominio dei coloni


di Michele Giorgio

Pagine Esteri, 29 marzo 2023 – La Cisgiordana palestinese occupata dal 1967 non è più governata dall’esercito israeliano. Vi dominano ormai le regole dettate dell’ideologo dell’ultradestra religiosa, il rabbino Yitzhak Ginsburg. E i suoi seguaci, i coloni israeliani, fanno il bello e il cattivo tempo. Lunedì sera mentre Benyamin Netanyahu alzava, tatticamente, la bandiera bianca annunciando la sospensione, ma solo per qualche settimana, della riforma giudiziaria avviata dalla maggioranza di destra alla Knesset, i coloni israeliani hanno lanciato senza alcun impedimento un’altra spedizione punitiva contro il villaggio palestinese di Huwara, a sud di Nablus.

Almeno sei palestinesi sono stati aggrediti e feriti, uno dei quali in modo grave alla testa. Il raid non è stato così violento come quello dello scorso 27 febbraio quando circa 500 coloni hanno ucciso un palestinese e dato alle fiamme 30 case e un centinaio di automobili. Ma due giorni fa gli estremisti israeliani comunque hanno distrutto altre auto, un camion e danneggiato abitazioni e negozi dopo il ferimento di alcuni loro compagni. Il capo delle emergenze della Mezzaluna Rossa, Ahmad Jibrin, ha denunciato attacchi alle ambulanze giunte a portare soccorso ai feriti. I soldati israeliani, ha aggiunto, sono rimasti a guardare, anzi, hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti contro i palestinesi e imposto la chiusura dei negozi. Qualche ora dopo è spirato in ospedale a Nablus, Omayr Lolah, rimasto ferito il mese scorso a Nablus durante una incursione dell’esercito israeliano.

Huwara, è il tallone di Achille della determinazione dei coloni israeliani di muoversi ovunque e senza alcuna limitazione nella Cisgiordania occupata. Una volontà che fa i conti con la crescita della militanza armata palestinese. Nelle ultime settimane sono stato compiuti diversi attacchi a colpi d’arma da fuoco contro coloni (due morti e diversi feriti) che transitavano per il villaggio situato a metà strada tra alcuni insediamenti «ideologici» – Elon Moreh, Yizhar, Itamar – e lo svincolo per la superstrada che da quel punto porta a Tel Aviv in meno di trenta minuti. Un ministro israeliano Bezalel Smotrich, tra i leader dell’ultradestra religiosa, ha auspicato che Huwara «venga spazzato via». Poi si è rimangiato questo suo desiderio di fronte alle proteste palestinesi e internazionali. Non è però azzardato affermare che i coloni vedrebbero con grande favore la «rimozione» del villaggio (abitato da migliaia di persone). Ma non è possibile e, in attesa che sia completata una strada alternativa solo per loro, chiedono che tutta l’area, inclusa Nablus (circa 250mila abitanti), siano blindata e «chiusa» dall’esercito che già presidia quella zona con centinaia di soldati.

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Yossi Dagan nel suo “ufficio” a Huwara

Yossi Dagan, capo del cosiddetto Consiglio regionale (delle colonie) della Samaria, domenica mattina ha eretto una tenda nel centro di Huwara a pochi metri dalla strada, affermando che è «il suo nuovo ufficio». «Se non c’è sicurezza per i miei residenti (i coloni, ndr), mi siederò qui. La vita quotidiana del nemico (palestinese) non viene prima della vita dei cittadini israeliani», ha detto circondato da decine di soldati e guardie private. Dagan ha anche chiesto che le Forze armate lancino in Cisgiordania una nuova «Muraglia di Difesa», l’offensiva che nel 2002 su ordine del premier Ariel Sharon portò alla rioccupazione delle città divenute autonome con gli Accordi di Oslo del 1993. I morti furono centinaia.

Sempre lunedì sera a Gerusalemme altri estremisti di destra si sono lanciati in aggressioni a palestinesi e giornalisti israeliani ritenuti «ostili» durante una manifestazione con migliaia di sostenitori del governo e del premier Netanyahu. Tra gli aggressori spiccavano i membri del gruppo La Familia ripresi dalle telecamere di sorveglianza mentre attaccavano i passanti palestinesi e una troupe della tv israeliana Canale 13: un giornalista e un cameraman sono finiti all’ospedale. Un taxista palestinese preso di mira dagli estremisti è sfuggito per miracolo a un linciaggio ma la sua auto è stata completamente distrutta. La caccia al palestinese dell’altra sera ha ricordato quella della primavera del 2021, poche settimane prima delle forti tensioni esplose a Sheikh Jarrah, dove una trentina di famiglie palestinesi erano state minacciate di espulsione dalle loro case a favore di coloni. Pagine Esteri

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CULTURA. La parola poetica di Ghassan Zaqtan nel suo In cammino invocano i fratelli


di Simone Sibilio*

Pagine Esteri, 28 marzo 2023 –

Quattro sorelle da Zakariya

Quattro sorelle scalano il colle

sono sole

vestite di lutto.

Quattro sorelle sospirano davanti al bosco.

Quattro sorelle

madide lettere leggono al buio.

Un treno da ‘Artuf

passava oltre la foto.

Un cavallo portava una ragazza da Zakariya

oltre la curva nitriva in pianura.

Sulla gola le nubi andavano lente.

Quattro sorelle da Zakariya,

sole

sul colle

sono vestite solo di lutto.

Questi versi tratti dalla raccolta Biografia in carbone (2003) del celebre poeta palestinese Ghassan Zaqtan sigillano l’incontro tra la memoria privata, familiare e l’esperienza collettiva di una vasta comunità espulsa dalla propria terra e perduta sui sentieri d’esilio.

Potremmo dire che è una poesia rappresentativa di una tendenza dominante nella letteratura palestinese degli ultimi anni, il ritorno sui luoghi perduti nel ’48 o nelle successive tragiche vicende della storia palestinese, attraverso la descrizione di un’esperienza reale o anche solo attraverso l’immaginazione, motore del dire poetico. Il villaggio di Zakariya menzionato dal poeta e da cui proveniva la madre, venne raso al suolo in seguito alla Nakba e sostituito dall’insediamento israeliano col nome ebraico di Zecharia, in una operazione di “sovrascrittura toponomastica” tipica delle politiche identitarie israeliane. In seguito ad Oslo, Ghassan Zaqtan ritorna su quel sito accompagnando la madre e partecipando a questa esperienza di riconnessione con i luoghi e i ricordi familiari. Quel momento intriso di senso di perdita e di tensione è immortalato in questi toccanti versi.

Zaqtan è uno di quegli intellettuali palestinesi nati negli anni ’50 che dopo un lungo peregrinare tra le numerose méte della diaspora, in seguito agli Accordi di Oslo nel 1993 ha avuto l’opportunità di rientrare in Palestina, ma come spiega in un’intervista:

«Si trattava di un ritorno limitato a una parte ristretta del luogo, regolata dalle condizioni e dalle politiche dell’occupazione, un ritorno incompleto in un luogo incompleto”.

Nato nel 1954 a Beit Jala, nei Territori Occupati, e figlio di Khalīl Zaqtan, noto poeta ed educatore a cui si deve l’apertura della prima scuola nel campo profughi di Deisha, alla periferia di Betlemme, ha vissuto in esilio la maggior parte della sua giovinezza. In Giordania ha insegnato educazione fisica nei programmi educativi dell’UNRWA, poi ha vissuto prima in Siria, poi in Libano e in Tunisia come altri intellettuali palestinesi esuli al seguito dell’OLP.

In ambito giornalistico ed editoriale, è stato caporedattore della prima rivista letteraria palestinese pubblicata nei Territori Occupati, di appartenenza dell’OLP, “al-Bayadir”, poi delle riviste “al-Shu‘ara’” e “Masharif”, e infine della pagina letteraria del quotidiano di Ramallah “al-Ayyam”. Nel 1996 insieme ad altri intellettuali ha fondato la Casa della Poesia di Ramallah, dirigendo dal 2004 al 2011 il Dipartimento Cultura e pubblicazioni del Ministero della Cultura. Oggi vive a Kobar, un paesino nei pressi di Ramallah, punto di osservazione privilegiato sui colli circostanti e da cui cogliere i segni del luogo e del tempo che abbondano nella sua poesia.

È autore di quattro testi in prosa (in italiano è disponibile Ritratto del passato, a cura di L. Ladykoff, Poiesis, Bari, 2008 – 2° ristampa, 2011) e di oltre una decina di raccolte poetiche, di cui l’ultima in uscita: Vado a sentire le meraviglie di mio padre. Ha inoltre conseguito numerosi riconoscimenti arabi e internazionali, tra cui il Griffin Poetry nel 2013 per la raccolta tradotta in inglese da Fady Jouda Like a Straw Bird it follows me and Other Poems e i premi arabi Mahmoud Darwish (2016) e Anwar Salman (2019).

Le sue prime raccolte poetiche apparse tra gli anni ’80 e la fine degli anni ‘90, Primo mattino (1980), Vecchie ragioni, (1982), Stendardi, (1984), L’eroismo delle cose, (1988), sono in parte attraversate dalle domande e istanze della poesia in voga in quegli anni, erede della stagione della letteratura d’impegno sociale e politico, volta alla sublimazione del rapporto del rapporto con la terra e il luogo. Tuttavia serbano già i semi dell’indirizzo estetico che la scrittura di Zaqtan intraprenderà, strutturata attorno a quella “poetica delle piccole cose” – in contrapposizione alle grandi narrazioni, all’eroismo della lotta, al martirio o alle inquietudini della realtà politica a lungo dominanti nella poesia palestinese del ‘900 – condensata in un verso libero tenue e ponderato, pervaso da atmosfere meditative e toni tutt’altro che declamatori.

Ma è in una fase successiva segnata dall’uscita di La tentazione del monte, (1998) e, soprattutto, di Biografia in carbone (2003) che si può tracciare l’inizio di un percorso che renderà la parola poetica di Zaqtan facilmente riconoscibile nel panorama letterario arabo. Da queste due raccolte emergono con più evidenza quelli che saranno inoltre gli elementi portanti attorno a cui si orienterà la sua ricerca poetica, sempre più aperta alle suggestioni della narratività:

– l’illuminazione del particolare, l’attenzione alle piccole cose, siano esse presenze materiali o simboliche del quotidiano che colmano i vuoti o registrano i moti dell’anima; l’attenzione per ciò che apparrebbe marginale o perduto, ma che la poesia recupera o ravviva, rendendolo elemento rivelatore del rapporto con il luogo e con il sé;
– la scrittura del paesaggio, laddove l’avvicendarsi di modalità descrittive naturalistiche o realistiche lascia spazio all’irruzione del surreale e dell’onirico, così trasportando repentinamente il lettore da ambienti naturali, vividi, chiari, a scenari cupi, surreali o persino da incubo;
– a queste due traiettorie è correlata l’articolazione della memoria che assume una pluralità di forme e declinazioni: memoria storica e dei luoghi perduti, attraverso cui poter accedere ad un passato cancellato, al contempo dolente e carico di vita, e dunque alle istanze dell’identità e del discorso politico; memoria intertestuale con cui intraprende il dialogo con i grandi poeti del passato, memoria degli assenti, le cui voci vibrano con vigore in numerosi suoi testi, componendo la partitura della dualità vita/morte.

L’esilio, il movimento nello spazio e nel tempo, il paesaggio, la memoria sono, dunque, componenti centrali nell’opera di Zaqtan, che si ritrovano nelle tre raccolte antologizzate nel volume in italiano In cammino invocano i fratelli. Versi scelti, a cura di S. Sibilio, uscito per le Edizioni Q di Roma nel 2019. Le raccolte, scelte di concerto con l’autore, sono rappresentative di un progetto organico, ovvero presentano tratti, temi, atmosfere comuni e, piùin generale, sono figlie di una comune ricerca. Si tratta di Come uccello di paglia, mi segue del 2008; Nessun neo mi rivela a mia madre del 2014; In cammino invocano i fratelli del 2015, le ultima due inedite in italiano.

In particolare il topos del ricordo e quello dell’assenza vengono articolati all’interno di una poetica dell’ordinario che disvela il suo rapporto con spazi e tempi plurimi, saldato dall’incessante ricerca intertestuale. La Palestina in questo opere dimora sullo sfondo di un poema abitato da soggettività spesso escluse da quelle narrazioni e dettagli di luoghi e scenari descritti. E dunque il paesaggio territoriale e poetico a volte sembrano fondersi in un unico spazio in cui si muovono persone comuni ma anche spettri, visioni, richiami alla tradizione araba o biblica. Particolarmente intenso è quello sguardo sul movimento migratorio di popoli illuminato o solo evocato nella raccolta che dona il titolo al volume In cammino invocano i fratelli. In cammino sono i diseredati, i dispersi, gli esuli che attraversano i territori del sogno e della memoria in cerca di riconnettersi con la propria storia e con il luogo vissuto. Ed è un cammino comune a tanti popoli, dai Palestinesi a partire dalla Nakba ad altri, accolti in questo testo aperto e votato a riferire di esperienze altre di dispersione nella storia. E lungo questo cammino uno dei fratelli invocati è il grande Mahmud Darwish con cui Zaqtan intesse un profondo dialogo, in più di un testo, un dialogo che lega passato a presente in un costante gioco di rimandi e allusioni alla vita di un popolo che resiste dopo ormai 75 anni con ogni mezzo possibile alla minaccia di cancellazione:

Qui c’è un albero rigoglioso che non vediamo, eppure possiamo ancora ricordare

mandorli, fichi, due peschi, molti susini e un albicocco sotto la finestra di tua madre.

Qui è la luce, dove un poeta vide una scala nel vento

e al risvegliò ci scagliò la visione

mentre il luogo a lui destinato era ormai un’orchestra di colombe

“ volano le colombe,

si posano le colombe”.

Zaqtan è in Italia per un giro di presentazioni di In cammino invocano i fratelli. Versi scelti. Sarà a Venezia giovedì 30 per una conferenza (ore 08,45) all’Università Ca’ Foscari nella sede di Ca’ Dolfin in compagnia del docente di letteratura araba e traduttore Simone Sibilio, del docente di arabo Bishara Obeid e del poeta Gianni Montieri; e venerdì 31 marzo, ospite di Incroci di Civiltà (ore 09,00 all’Auditorium Santa Margherita); a Roma il 2 Aprile presso lo spazio artistico RomartFactory con Luisa Morgantini, Wasim Dahmash e Simone Sibilio.

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6211932* Simone Sibilio (Phd) insegna lingua e letteratura araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Le sue principali aree di ricerca sono la poesia araba moderna e contemporanea, la questione palestinese, la traduzione letteraria. Tra le sue maggiori pubblicazioni, Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese (Edizioni Q, II, 2015); In guerra non mi cercate. Poesia araba delle rivoluzioni e oltre (in collaborazione con O. Capezio, E. Chiti e F.M. Corrao, Le Monnier, 2018), Poesia araba moderna e contemporanea (Ipocan, Roma, 2022). Ha tradotto numerosi poeti arabi contemporanei tra cui Muhammad al-Fayturi, Talal Haidar, Moncef Ouhaibi, Ghassan Zaqtan, Najwan Darwish. È autore della silloge Una bussola per bandiera (Di Felice Edizioni, 2021).

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PODCAST. TURCHIA-SIRIA, terremoto già dimenticato dal mondo, immensi i bisogni dei civili


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 28 marzo 2023 – Nel devastante terremoto del 6 febbraio che ha colpito Siria e Turchia, hanno perso la vita almeno 50mila persone e sono rimasti coinvolti 24,4 milioni di persone. Migliaia di famiglie vivono in rifugi temporanei e faticano a procurarsi cibo e altri beni essenziali. La situazione appare grave in modo particolare nel nord-ovest della Siria dove il sisma si è aggiunto alle dure condizioni di vita in un territorio martoriato dalla guerra interna vissuta dal paese arabo dopo il 2011. A farci il quadro della situazione è Martina Iannizzotto, funzionaria del Programma Alimentare Mondiale, in questi giorni a Gaziantep.
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Martina Iannizzotto è una operatrice umanitaria con oltre venti anni di esperienza nella risposta ad emergenze. Ha lavorato in Serbia, Kossovo, Palestina, Siria, Libano, Turchia, Bangladesh e Colombia, con organizzazioni non-governative ed agenzie delle nazioni unite.

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In Cina e Asia – L’Ue approva strumento anti-coercizione


In Cina e Asia – L’Ue approva strumento anti-coercizione ue
I titoli di oggi:
Mar cinese meridionale, Scspi: "Operazioni Usa in aumento"
Cina, cittadino giapponese arrestato per spionaggio
Cina, Baidu cancella l'evento di lancio dell'omologo cinese di ChatGPT
Giappone e Usa annunciano accordo sui minerali della transizione energetica
Brics, l'ex presidente del Brasile alla guida della New Developement Bank
Myanmar, Min Aung Hlaing chiede "un'azione decisiva" contro gli oppositori

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In Cina e Asia – La "Davos cinese” allenta le tensioni Cina-Usa


In Cina e Asia – La davos
La "Davos cinese" allenta le tensioni Cina-Usa
L'Honduras abbandona Taiwan
Posticipata la telefonata tra Xi e Biden
Prime esercitazioni congiunte Usa-Ue nell'Indo-Pacifico
Hong Kong: la polizia approva una delle prime manifestazioni di protesta dal 2020

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Sustanalytics – Il report Ipcc (non) raccontato dai media cinesi


Sustanalytics – Il report Ipcc (non) raccontato dai media cinesi cina ipcc
Il sesto report Ipcc sui cambiamenti climatici ha lanciato un appello all'umanità, ma il discorso pubblico stimolato dai media è ancora acerbo, anche in Cina. La nuova puntata con la rubrica dedicata ad ambiente, energia e cambiamenti climatici in Asia

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In Cina e Asia – Tik Tok al Congresso Usa


In Cina e Asia – Tik Tok al Congresso Usa tik tok
I titoli di oggi:

Tik Tok al Congresso Usa

I rapporti Cina-Russia al Consiglio UE

Dopo 29 anni di detenzione ingiusta, riaperto vecchio caso di omicidio

La figlia di Kim sfoggia piumino di Dior

Rahul Gandhi condannato a 2 anni per diffamazione

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BRASILE. Lula dichiara guerra alle mafie minerarie e al genocidio degli Yanomami


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 24 marzo 2023 – Subito dopo la vittoria elettorale contro l’ex leader dell’ultradestra Jair Bolsonaro, nel corso del suo primo intervento da capo dello stato, il 30 ottobre Lula aveva promesso: «Il Brasile è pronto a riprendere la sua leadership nella lotta alla crisi climatica, proteggendo tutti i nostri biomi, in particolare la foresta pluviale amazzonica. […] Lotteremo per raggiungere la deforestazione zero in Amazzonia. […] Un albero in piedi vale più di tonnellate di legname estratto illegalmente da chi pensa solo al facile guadagno. Un fiume con acque limpide vale molto di più di tutto l’oro estratto con il mercurio che uccide la fauna selvatica e mette a rischio la vita umana».

Le responsabilità di Bolsonaro
Nello stesso intervento di insediamento, l’ex operaio metalmeccanico e leader del Partito dei Lavoratori (PT) aveva annunciato una svolta anche nel contrasto al genocidio dei popoli indigeni del paese: «Quando un bambino indigeno viene ucciso dall’avidità di predatori ambientali, una parte dell’umanità muore con lui. Ecco perché riprenderemo il monitoraggio e la sorveglianza dell’Amazzonia e combatteremo qualsiasi attività illegale, che si tratti di estrazione illegale di oro o di altri metalli, disboscamento o occupazione agricola».

Le parole di Lula hanno suscitato forti aspettative nelle popolazioni indigene, soprattutto nelle comunità Yanomami – ridotte ormai a 30 mila membri – che vivono nella foresta pluviale, in particolare negli stati di Roraima e Amazonas.
Negli ultimi anni, soprattutto grazie al via libera concesso da Bolsonaro allo sfruttamento indiscriminato del territorio amazzonico, ma anche a causa dell’eccessiva tolleranza dimostrata precedentemente dai governi a guida PT nei confronti delle attività estrattive illegali, gli Yanomami hanno visto ridursi rapidamente il proprio habitat e le risorse a disposizione.

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Bolsonaro visita una garimpa (miniera illegale)

Gli Yanomami decimati da fame e malattie
Gli indigeni sono stati decimati dagli omicidi, dalle malattie (in particolare la malaria, la polmonite e il Covid) e dalla denutrizione. Secondo il neonato Ministero dei Popoli Indigeni, istituito da Lula a dicembre e presieduto dalla leader indigena Sonia Guajajara, negli ultimi quattro anni sono morti almeno 570 bambini yanomami, soprattutto a causa della fame, di malattie curabili e della contaminazione.

I garimpeiros, i minatori illegali, inquinano i fiumi con il mercurio che utilizzano per separare l’oro dai sedimenti. A causa delle politiche di Bolsonaro, l’area disboscata dai garimpeiros è passata dai 1234 ettari dell’ottobre 2018 ai 5053 del dicembre 2022. Negli ultimi 35 anni, secondo uno studio dell’Istituto Nazionale per le Ricerche Spaziali (INPE) pubblicato a febbraio, le attività minerarie illegali condotte in Amazzonia sono aumentate di ben 12 volte.

D’altronde nel 2019, subito dopo aver assunto la presidenza, Bolsonaro aveva affermato che «le riserve ostacolano lo sviluppo del Paese», per poi smantellare gli enti pubblici deputati a difendere e garantire i diritti delle comunità indigene. Nel febbraio del 2020, poi, Bolsonaro ha approvato una norma che consente l’estrazione mineraria e la produzione di elettricità all’interno delle riserve indigene, suscitando le proteste delle ong e delle organizzazioni dei nativi.

Genocidio
Le responsabilità di Bolsonaro e del suo governo sono tali che il giudice Luis Roberto Barroso, della Corte Suprema Federale, ha ordinato di includerli in un’inchiesta per genocidio. Inoltre, anche la Corte Penale Internazionale dell’Aia sta esaminando due denunce contro Bolsonaro presentate dalla Confederazione dei Popoli Indigeni del Brasile e dalla Commissione Arns per crimini contro l’umanità e genocidio in merito alla gestione negazionista della pandemia di Covid.

I cercatori d’oro illegali hanno iniziato ad invadere i territori indigeni negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. La dittatura militare che ha governato il paese dal 1964 al 1985 esortò i poveri brasiliani a cercare fortuna in Amazzonia. Poi, durante gli anni ’90 decine di migliaia di minatori sono stati cacciati dalla foresta, mentre il presidente Collor de Mello istituiva le riserve Yanomami su quasi 10 milioni di ettari di territorio teoricamente protetto. Negli anni successivi, molto gradualmente, l’invasione delle riserve è di nuovo ripresa, fino al boom determinato dall’era Bolsonaro.

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Marcia di protesta degli Yanomami contro l’omicidio di due indigeni

«Più che una crisi umanitaria, ciò che ho visto a Roraima è stato un genocidio. Un crimine premeditato contro gli Yanomami» ha denunciato Lula dopo aver visitato, a fine gennaio, lo stato del nord al confine con Guyana e Venezuela. Poco prima, il presidente ha dichiarato lo “stato di emergenza sanitaria” nei territori indigeni.
A febbraio il governo brasiliano ha varato un piano per fornire agli indigeni cibo e assistenza sanitaria d’emergenza, e poi ha finalmente ordinato l’espulsione delle mafie minerarie illegali dalle riserve Yanomami, dove sono presenti tra i 20 e i 25 mila garimpeiros.
In particolare, la polizia federale è stata incaricata di “strangolare strategicamente” i minatori illegali, sequestrando le imbarcazioni che servono a risalire i fiumi fino alle aree protette o gli elicotteri utilizzati per raggiungere i territori più isolati. Gli agenti hanno sequestrato o reso inutilizzabili un centinaio tra barche e gommoni, e hanno requisito quasi 200 generatori di elettricità, 12 mila litri di carburante, macchinari per l’estrazione, motoseghe, scorte di mercurio. In totale, finora, sarebbero stati smantellati almeno 200 accampamenti illegali.
L’esecutivo ha firmato inoltre un decreto che vieta il sorvolo delle aree protette e che autorizza in alcuni casi l’abbattimento dei velivoli.
Le agenzie di sicurezza brasiliane hanno mappato almeno 75 piste di atterraggio clandestine solo nel territorio yanomami e ben 800 nell’insieme dei territori indigeni del paese.

Lula dichiara guerra ai garimpeiros
Da parte sua, il ministro della Giustizia Flavio Dino ha affermato che non è possibile arrestare migliaia di garimpeiros, e che occorrerà perseguire chi finanzia le miniere illegali e ricicla i profitti, riferendosi a centinaia di imprese legali che operano in tutto lo stato nella lavorazione e nella commercializzazione dell’oro e degli altri minerali estratti illegalmente.
Intanto però, da febbrario le forze speciali per la protezione dell’ambiente hanno distrutto aerei e sequestrato armi e macchinari utilizzati per aprire delle strade clandestine nella foresta amazzonica. Lo scorso dicembre il quotidiano britannico The Guardian aveva documentato l’esistenza di quella che è stata ribattezzata “strada del caos”, un percorso illegale di ben 120 km all’interno dei territori yanomami.

Come se non bastasse, per coordinare la logistica delle loro operazioni, i cercatori d’oro hanno cominciato ad usare anche la rete Starlink, costituita da circa 4000 satelliti posizionati a bassa quota che consentono di connettersi ad internet dagli angoli più remoti del globo. Grazie alla rete messa a disposizione dall’impresa SpaceX di proprietà di Elon Musk, i garimpeiros riescono a intercettare in anticipo i blitz delle forze dell’ordine e a fuggire. Nelle ultime settimane, all’interno dei territori yanomami, l’ente governativo ha sequestrato sette terminali di Starlink.
Teoricamente, l’accordo stipulato tra Bolsonaro ed Elon Musk il 20 maggio dell’anno scorso prevedeva la collocazione dei terminali in 19 mila scuole rurali per collegarle ad internet. Ma alla fine solo tre scuole hanno ottenuto l’allaccio a Starlink che nel frattempo ha invece fornito ai garimpeiros uno strumento in più per agire indisturbati.

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Un elicottero dei garimpeiros incendiato dagli agenti dell’Ibama

Stupri, sfruttamento sessuale, schiavitù
I cercatori d’oro illegali e le bande criminali che li proteggono e sfruttano (spesso i garimpeiros sono dei disperati alla ricerca di sostentamento) non solo distruggono le foreste, contaminano i fiumi e uccidono centinaia di indigeni ogni anno, sopprimendo chi si oppone alle loro attività o semplicemente propagando malattie nei confronti delle quali gli indigeni sono vulnerabili.
Nelle scorse settimane il ministro brasiliano dei Diritti Umani, Silvio Almeida, ha denunciato il rapimento, da parte dei garimpeiros, di donne e anche di bambine yanomami che poi vengono stuprate, costrette a prostituirsi o a lavorare per i loro aguzzini.
In alcuni casi, per distruggere le comunità Yanomami, i garimpeiros hanno rubato cibo e medicine e distribuito alcool e cocaina agli indigeni.
Alcuni giorni fa, poi, l’Istituto Brasiliano dell’Ambiente (IBAMA) ha denunciato che alcuni garimpeiros hanno esploso dei colpi di arma da fuoco contro alcuni dei propri agenti lungo il fiume Uraricoera.

Diminuiscono gli incendi
In attesa di capire se le misure intraprese dal governo federale brasiliano andranno fino in fondo, la repressione delle mafie minerarie sembra dare i primi frutti.

Secondo l’IPAM (Istituto per le Ricerche Ambientali sull’Amazzonia) nei mesi di gennaio e febbraio gli incendi registrati nelle aree abitate dagli Yanomami sono diminuiti del 62% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, proprio grazie alla repressione delle attività dei garimpeiros. Nell’insieme dello stato del Roraima, però, la diminuzione del numero di incendi è stata solo del 44%; in soli due mesi il fuoco ha distrutto ben 260 mila ettari di foresta, il 48% del territorio incendiato in tutto il paese. – Pagine Esteri

6130163* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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