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In Cina e Asia – Evergrande, Hui ha perso il 93% del proprio patrimonio


In Cina e Asia – Evergrande, Hui ha perso il 93% del proprio patrimonio evergrande
I titoli di oggi:
Evergrande, Hui perde il 93% del proprio patrimonio
Cina, il professore Yan invita gli studenti a studiare il periodo maoista
Afghanistan, arrestati cittadini cinesi sospettati di contrabbando di litio
Bangladesh, non si arrestano le violenze contro l'opposizione
Myanmar, scontri durante le ispezioni in vista delle elezioni

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ANALISI. Perché i palestinesi in Israele non partecipano ai raduni anti-Netanyahu


di Michele Giorgio

(le foto e il video sono di Michele Giorgio)

Pagine Esteri, 23 gennaio 2023 – Un successo delle proteste contro il governo in corso nelle strade di Israele. Così osservatori e giornali giudicano il licenziamento annunciato ieri dal premier Netanyahu del ministro dell’interno e della salute Aryeh Deri, leader del partito religioso ultraortodosso Shas, che la scorsa settimana i giudici della massima corte di Israele avevano dichiarato non idoneo a far parte dell’esecutivo in quanto condannato per gravi reati fiscali. Netanyahu durante la riunione di governo ha detto di essere “molto dispiaciuto” e ha accusato giudici di non aver rispettato la volontà espressa dagli elettori lo scorso primo novembre. Certo è che la sentenza della Corte suprema ha creato un primo serio problema alla stabilità del governo di estrema destra religiosa poiché Deri e lo Shas sono una colonna della coalizione. Netanyahu non può fare a meno dell’appoggio di questo suo alleato e ora cerca un modo per tenerlo nel governo. Forse nominerà Deri primo ministro supplente ma la procedura è molto complessa e non è escluso un nuovo intervento della Corte suprema.

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Sulle dimissioni di Deri insistevano i partiti di opposizione e il Movimento per un governo di qualità (Mgq), divenuto il principale organizzatore delle manifestazioni a Tel Aviv a scapito del gruppo ebraico-arabo Standing Together che due settimane fa aveva portato in strada circa 15mila persone. Sabato scorso circa 200 israeliani, in prevalenza giovani, hanno scandito slogan in Via Kaplan e in via Leonardo da Vinci a sostegno dei diritti dei palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Ma lo spostamento in una posizione di secondo piano di Standing Together ha contribuito a tenere gli arabo israeliani, ossia i palestinesi con cittadinanza israeliana, lontano dalle manifestazioni contro l’autoritarismo.

Pochi israeliani ebrei si sono posti domande sull’assenza da Piazza Habima dei cittadini arabi che pure è il segmento della società israeliana (21% della popolazione) che con ogni probabilità sarà tra i primi a finire nel mirino dell’estrema destra al governo. I palestinesi d’Israele spiegano che l’agenda della protesta non affronta i problemi più ampi del sistema. Difendere la democrazia, aggiungono, deve significare anche la fine della discriminazione aperta o strisciante contro i cittadini arabi e dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

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Rana Bishara

«Gli israeliani ebrei, o la maggior parte di essi, vivono in una bolla. Persino molti di quelli che si considerano progressisti non sembrano porsi il problema centrale dei diritti della minoranza araba», ci dice Rana Bishara, un’artista molto nota nella sua comunità. Un sondaggio pubblicato questa settimana dall’Israel Democracy Institute rivela che circa la metà degli ebrei in Israele pensa di dover avere più diritti rispetto ai cittadini arabi. «Gli ebrei – aggiunge Bishara – si stanno rendendo conto della deriva estremista che domina la politica in questo paese, noi lo denunciano da sempre». Anche la Corte suprema, che la folla di piazza Habima difende dalla riforma della giustizia del ministro Yariv Levin, è vista in modo diverso da ebrei e arabi in Israele. «Non ne sottovaluto l’importanza – spiega Bishara – ma questi giudici sono gli stessi che hanno sentenziato la legalità della legge fondamentale che (nel 2018) ha proclamato Israele come lo Stato degli ebrei e non anche dei suoi cittadini arabi, in cui la priorità è data allo sviluppo dell’insediamento ebraico».

Che le questioni dei diritti della minoranza araba e dell’occupazione dei Territori non siano parte dell’agenda delle proteste anti-Netanyahu lo ha confermato in interviste date a media locali il portavoce del Mgq, Nadav Lazare. «Ci occupiamo della natura del governo in Israele. Siamo un movimento centrista. L’occupazione non è l’oggetto delle manifestazioni», ha puntualizzato. Di fronte a ciò l’ex ministro arabo Issawi Frej, del partito sionista di sinistra Meretz, pur prendendo parte ai raduni a Tel Aviv, dice di capire i cittadini arabi. «Quando non parli di uguaglianza non aspettarti che venga il pubblico arabo. La democrazia non è solo rafforzare la Corte suprema».

Si lamenta Sally Abed di Standing Together. «Da una settimana all’altra è cambiato tutto» racconta «la prima volta c’erano quattro palestinesi (cittadini di Israele) su nove oratori, un religioso ortodosso e una donna transessuale. Ora è molto diverso». Pagine Esteri

GUARDA IL VIDEO

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ANALISI. Perché i palestinesi in Israele non partecipano ai raduni anti-Netanyahu


di Michele Giorgio

(le foto e il video sono di Michele Giorgio)

Pagine Esteri, 23 gennaio 2023 – Un successo delle proteste contro il governo in corso nelle strade di Israele. Così osservatori e giornali giudicano il licenziamento annunciato ieri dal premier Netanyahu del ministro dell’interno e della salute Aryeh Deri, leader del partito religioso ultraortodosso Shas, che la scorsa settimana i giudici della massima corte di Israele avevano dichiarato non idoneo a far parte dell’esecutivo in quanto condannato per gravi reati fiscali. Netanyahu durante la riunione di governo ha detto di essere “molto dispiaciuto” e ha accusato giudici di non aver rispettato la volontà espressa dagli elettori lo scorso primo novembre. Certo è che la sentenza della Corte suprema ha creato un primo serio problema alla stabilità del governo di estrema destra religiosa poiché Deri e lo Shas sono una colonna della coalizione. Netanyahu non può fare a meno dell’appoggio di questo suo alleato e ora cerca un modo per tenerlo nel governo. Forse nominerà Deri primo ministro supplente ma la procedura è molto complessa e non è escluso un nuovo intervento della Corte suprema.

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Sulle dimissioni di Deri insistevano i partiti di opposizione e il Movimento per un governo di qualità (Mgq), divenuto il principale organizzatore delle manifestazioni a Tel Aviv a scapito del gruppo ebraico-arabo Standing Together che due settimane fa aveva portato in strada circa 15mila persone. Sabato scorso circa 200 israeliani, in prevalenza giovani, hanno scandito slogan in Via Kaplan e in via Leonardo da Vinci a sostegno dei diritti dei palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Ma lo spostamento in una posizione di secondo piano di Standing Together ha contribuito a tenere gli arabo israeliani, ossia i palestinesi con cittadinanza israeliana, lontano dalle manifestazioni contro l’autoritarismo.

Pochi israeliani ebrei si sono posti domande sull’assenza da Piazza Habima dei cittadini arabi che pure è il segmento della società israeliana (21% della popolazione) che con ogni probabilità sarà tra i primi a finire nel mirino dell’estrema destra al governo. I palestinesi d’Israele spiegano che l’agenda della protesta non affronta i problemi più ampi del sistema. Difendere la democrazia, aggiungono, deve significare anche la fine della discriminazione aperta o strisciante contro i cittadini arabi e dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

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Rana Bishara

«Gli israeliani ebrei, o la maggior parte di essi, vivono in una bolla. Persino molti di quelli che si considerano progressisti non sembrano porsi il problema centrale dei diritti della minoranza araba», ci dice Rana Bishara, un’artista molto nota nella sua comunità. Un sondaggio pubblicato questa settimana dall’Israel Democracy Institute rivela che circa la metà degli ebrei in Israele pensa di dover avere più diritti rispetto ai cittadini arabi. «Gli ebrei – aggiunge Bishara – si stanno rendendo conto della deriva estremista che domina la politica in questo paese, noi lo denunciano da sempre». Anche la Corte suprema, che la folla di piazza Habima difende dalla riforma della giustizia del ministro Yariv Levin, è vista in modo diverso da ebrei e arabi in Israele. «Non ne sottovaluto l’importanza – spiega Bishara – ma questi giudici sono gli stessi che hanno sentenziato la legalità della legge fondamentale che (nel 2018) ha proclamato Israele come lo Stato degli ebrei e non anche dei suoi cittadini arabi, in cui la priorità è data allo sviluppo dell’insediamento ebraico».

Che le questioni dei diritti della minoranza araba e dell’occupazione dei Territori non siano parte dell’agenda delle proteste anti-Netanyahu lo ha confermato in interviste date a media locali il portavoce del Mgq, Nadav Lazare. «Ci occupiamo della natura del governo in Israele. Siamo un movimento centrista. L’occupazione non è l’oggetto delle manifestazioni», ha puntualizzato. Di fronte a ciò l’ex ministro arabo Issawi Frej, del partito sionista di sinistra Meretz, pur prendendo parte ai raduni a Tel Aviv, dice di capire i cittadini arabi. «Quando non parli di uguaglianza non aspettarti che venga il pubblico arabo. La democrazia non è solo rafforzare la Corte suprema».

Si lamenta Sally Abed di Standing Together. «Da una settimana all’altra è cambiato tutto» racconta «la prima volta c’erano quattro palestinesi (cittadini di Israele) su nove oratori, un religioso ortodosso e una donna transessuale. Ora è molto diverso». Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Cina, nuovo piano per l’uso dei robot


In Cina e Asia – Cina, nuovo piano per l’uso dei robot robot
Cina, nuovo piano per l’uso dei robot
Covid: "L'80% della popolazione cinese è già stata infettata"

Bonus di Capodanno ridotti per i "colletti bianchi" cinesi
Il lassismo dei funzionari al Gran Gala per il Capodanno
Progetti BRI con materiali "difettosi"
Giappone: "Il calo demografico minaccia le funzioni sociali"
L'India censura il documentario della BBC su Modi
La Corea del Sud vuole aumentare gli straordinari e renderli flessibili

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Armeni sotto assedio, emergenza umanitaria in Nagorno Karabakh


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 23 gennaio 2023 – Il cibo scarseggia e gli abitanti di Stepanakert e dei piccoli centri contigui sono obbligati a ricorrere alla tessera annonaria istituita dal governo del Nagorno Karabakh per accedere a quel minimo di beni di prima necessità che le autorità dell’enclave riescono a distribuire alla popolazione.
Da giorni mancano anche l’energia elettrica, l’acqua potabile e il gas, perché le condotte e gli elettrodotti provenienti dall’Armenia sono stati bloccati da Baku o sono stati sabotati. Anche internet funziona a singhiozzo. Scuole e uffici pubblici sono chiusi o lavorano a ritmo ridotto per l’impossibilità di illuminare e riscaldare gli edifici.
Gli scaffali di negozi e supermercati sono vuoti e le attività produttive sono per lo più bloccate; migliaia di persone hanno già perso il lavoro.
La situazione è tragica soprattutto negli ospedali dove i medicinali scarseggiano o sono esauriti e i malati gravi possono essere trasferiti in Armenia solo in circostanze eccezionali e grazie all’intervento della Croce Rossa Internazionale. Alcuni pazienti sono già morti per mancanza di cure adeguate e tempestive.
Il disastro umanitario è dietro l’angolo. Circa 120 mila persone sono bloccate, ormai da sei settimane, all’interno di ciò che rimane della Repubblica dell’Artsakh assediata dalle forze azere. Niente e nessuno può entrare o uscire nell’isola armena incastonata in territorio azero.

120 mila persone sotto assedio
Fino al 12 dicembre, ogni giorno a Stepanakert arrivavano circa 400 tonnellate di merci dall’Armenia. Ma quel giorno un folto gruppo di cittadini azeri ha deciso di bloccare il “corridoio di Lachin”, l’unica strada che collega l’Armenia con l’ex territorio azero dichiaratosi unilateralmente indipendente da Baku nel 1991.
Ufficialmente, a trasformare in ostaggi i 120 mila abitanti dell’enclave è una “protesta ambientalista”. A bloccare l’unica via di comunicazione terrestre esistente con Erevan, infatti, sarebbe un gruppo di attivisti ecologisti azeri desiderosi di impedire che le miniere di oro, rame e molibdeno di Drombon e Kashen, nel territorio della provincia ribelle, continuino a sfornare materiali di scarto altamente inquinanti. Ma nel paese guidato da trent’anni dal clan Aliyev non si muove nulla senza il consenso del regime; nessun’altra protesta è stata inoltre inscenata per denunciare l’inquinamento, altrettanto grave, provocato dalle attività estrattive disseminate nel resto dell’Azerbaigian, alcune di proprietà dello stesso presidente Ilham.
I presunti ambientalisti, denunciano Erevan e Stepanakert, altro non sono che militari e attivisti di organizzazioni azere riconducibili al regime di Baku, che assediando il Nagorno Karabakh sperando di convincere molti dei suoi abitanti ad abbandonare quei territori per rifugiarsi in Armenia. Mostrano cartelli contro l’inquinamento, ma intonano slogan e canti ultranazionalisti. «Coloro che non vogliono essere cittadini dell’Azerbaigian sono liberi di farlo; il corridoio di Lachin è aperto, nessuno gli impedirà di andarsene» ha tuonato il dittatore azero.

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Il blocco azero a Lachin

Il cessate il fuoco firmato il 10 novembre 2020 da Erevan e Baku dopo la “guerra dei 44 giorni” (durante la quale le truppe azere sostenute da Turchia e Israele hanno strappato agli armeni la maggior parte dei territori conquistati da questi ultimi all’all’inizio degli anni ’90) stabilisce che la percorribilità del “corridoio di Lachin” debba essere garantita dai 2000 soldati inviati da Mosca per monitorare il rispetto dell’accordo imposto dalla Russia per porre fine all’ennesimo scontro armato tra armeni e azeri.
Ma i membri delle forze di sicurezza azere travestiti da difensori dell’ambiente non hanno subito alcun intervento da parte dei peacekeeper russi, rimasti in disparte in prossimità della strada bloccata.
Mosca è impegnata nella difficile avventura ucraina e non vuole aprire altri fronti. Soprattutto, per quanto l’Armenia goda tradizionalmente della protezione russa, a Mosca ora interessa assai di più la proficua relazione con Baku e con Ankara, lo sponsor principale della repubblica turcofona ex sovietica divenuta negli ultimi anni una potenza regionale grazie al gas e al petrolio estratti nel Mar Caspio. E anche alle armi copiosamente acquistate proprio dalla Russia, che tramite una triangolazione con l’Azerbaigian riesce ad esportare in Europa quantità copiose di gas nonostante l’embargo decretato da Bruxelles dopo l’invasione dell’Ucraina. Forte della dipendenza russa dall’asse azero-turco, Aliyev ne approfitta per stringere la corda attorno alla comunità armena del Nagorno Karabakh, per costringerla ad abbandonare un territorio che abita da secoli e ogni pretesa di indipendenza. Baku, poi, vuole imporre all’Armenia l’apertura di un passaggio – il corridoio di Zangezur – che connetta l’Azerbaigian alla Repubblica Autonoma di Nakhchevan (una provincia azera separata dalla madrepatria dal territorio armeno) e di lì direttamente con la Turchia e il Mediterraneo.

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Peacekeepers russi

Il tradimento di Mosca
Del resto, il contingente russo non mosse un dito neanche quando, il 13 settembre 2022, le truppe azere lanciarono l’ennesimo attacco militare questa volta direttamente contro il territorio dell’Armenia. L’aggressione militare azera durò alcuni giorni senza che Mosca intervenisse se non invitando entrambe le parti alla moderazione, generando così un’ondata di disillusione nei confronti di Mosca tra la popolazione e la diaspora armena.

Erevan ospita alcune basi militari russe, e l’Armenia e la Russia sono legate da un’alleanza militare diretta. Di fronte alle incursioni e ai micidiali bombardamenti azeri, Erevan chiese esplicitamente l’intervento militare russo a difesa della sua integrità territoriale, invocando l’articolo 4 del Trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO) al quale l’Armenia aderisce insieme a Mosca e ad altre repubbliche ex sovietiche.

La Russia, però, si guardò bene dall’intervenire contro gli azeri e a quel punto il leader armeno Nikol Pashinyan da un lato si dichiarò pronto ad abbandonare a sè stessi gli abitanti dell’Artsakh pur di salvare l’Armenia (scatenando feroci manifestazioni di protesta), dall’altra riprese a invocare la protezione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Nel 2018, del resto, Nikol Pashinyan era stato eletto premier a capo di una coalizione politica filo-occidentale e anti-russa che poi però si era dovuta riavvicinare a Mosca sia per motivi economici sia per evitare che il paese fosse completamente sopraffatto dall’Azerbaigian. Ma ora molti armeni si sentono traditi da Vladimir Putin.
Se in precedenza il 64% degli armeni considerava la Russia un paese amico, nel 2021 la quota era scesa al 35%. Secondo un sondaggio pubblicato a gennaio dal Caucasus Research Resource Center, quasi la metà dei residenti dell’Alto Karabakh considerano necessaria l’indipendenza. Un quarto degli intervistati, invece, sceglierebbe l’annessione alla Federazione Russa in forma di repubblica autonoma; una quota di poco inferiore, infine, difende l’unificazione con la Repubblica Armena.

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L’Armenia non si fida più di Mosca
Mentre nel territorio assediato – a rischio di essere del tutto abbandonato da Mosca – le critiche all’immobilismo russo sono moderate – in Armenia le denunce nei confronti del doppiogiochismo di Putin si fanno sempre più esplicite.

A fine dicembre, centinaia di manifestanti hanno marciato per 11 km da Stepanakert ad una base del contingente militare russo per chiedere a Mosca di intervenire per sbloccare l’assedio. Nei giorni scorsi alcune forze politiche ultranazionaliste armene hanno manifestato di fronte all’ambasciata russa, perorando un intervento militare di Erevan contro Baku che visti gli attuali rapporti di forza si rivelerebbe suicida. L’8 gennaio un’altra manifestazione è stata organizzata da movimenti nazionalisti a Gjumri, città al confine della Turchiadove si trova la principale base militare russa in Armenia; 65 manifestanti sono stati arrestati.
Pashinyan ha criticato la mancanza di iniziativa di Mosca ed ha annunciato che l’Armenia non ospiterà le esercitazioni militari delle truppe del CSTO guidate dalla Russia previste nel 2023. Per la prima volta, poi, il premier ha affermato che non solo «la presenza militare russa non garantisce la sicurezza armena, ma costituisce una minaccia», anticipando che potrebbe chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di inviare i caschi blu per sostituire il contingente militare di Mosca.

Le promesse di Washington e Bruxelles
Ovviamente, sia l’amministrazione Biden che l’Unione Europea cercano di approfittarne per aumentare la propria influenza nel Caucaso a scapito di quella russa. In Europa si distingue soprattutto la Francia – paese nel quale, tradizionalmente, la diaspora armena possiede una qualche forza economica e politica – che ha alzato i toni contro Baku. Il governo italiano, al contrario, non prende posizione ed anzi il 12 gennaio il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha incontrato a Baku il presidente Aliyev in cerca di nuove forniture di gas e di commesse per le armi italiane.
Dichiarazioni roboanti a parte, comunque, né Bruxelles né Washington hanno finora intrapreso alcuna iniziativa concreta nei confronti dell’Azerbaigian. Il rapporto col regime di Aliyev e con quello turco, per l’Occidente, è importante quanto per la Russia di Putin. L’Unione Europea pretende che l’Armenia abbandoni l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia per siglare un trattato di associazione con Bruxelles, ma a Erevan non offre alcuna garanzia contro il regime azero.
Anche Pashinyan, da parte sua, è conscio della fortissima dipendenza di Erevan dall’economia (nel 2022 gli scambi commerciali tra Erevan e Mosca sono cresciuti del 67%), dalle forniture energetiche e dalla presenza militare russa e al tempo stesso dell’estrema debolezza del suo paese rispetto alla crescente potenza militare, economica e diplomatica azera.

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Manifestazione a Stepanakert contro il blocco azero

“Pulizia etnica”
Finora l’appello delle comunità armene isolate da sei settimane e delle piazze delle città armene affollate di manifestanti è stato raccolto solo dal Tribunale Internazionale dell’Aia, che ha convocato Baku per il 30 gennaio. Anche la Corte Europea dei Diritti Umani ha redarguito gli azeri, mentre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna del blocco del corridoio di Lachin. A detta del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, invece, la Russia «è pronta a dispiegare truppe al confine tra Armenia e Azerbaigian per sedare le tensioni nel Corridoio di Lachin» (cosa che avrebbe già dovuto fare in base dell’accordo del 2020) e starebbe pensando di inviare una missione della CSTO nella regione per “monitorare la situazione”.Dopo aver informato di aver chiesto al suo omologo azero Jeyhun Bayramov di sbloccare il corridoio di Lachin, Lavrov ha aggiunto che «una missione europea nella regione sarebbe controproducente».

Intanto, in mancanza di iniziative rapide e concrete, nell’enclave armena stretta nel gelido inverno caucasico, la situazione si fa ogni giorno più insostenibile. Le autorità dell’Armenia e dell’Artsakh chiedono all’ONU e ai paesi amici di organizzare un ponte aereo per rifornire di cibo e medicinali la popolazione stremata, ma finora nulla si è mosso. Mentre le condizioni di vita all’interno dell’enclave si fanno sempre più difficili, un migliaio di persone che era in territorio armeno al momento dell’inizio del blocco stradale non è potuto rientrare in Artsakh. Tra questi, decine di bambini di Stepanakert che si erano recati a Erevan per partecipare all’Eurovision Junior e ai quali da un mese e mezzo viene impedito di ricongiungersi ai genitori.
«L’assenza di una reazione adeguata all’aggressione azera potrebbe causare nuovi tragici sviluppi» avvertono i ministri degli Esteri di Armenia e Artsakh, mentre la diaspora armena in tutto il mondo lancia l’allarme sul rischio che nel Caucaso si realizzi un nuova ondata di pulizia etnica. Ma finora l’appello ad un intervento della comunità internazionale è rimasto inascoltato. – Pagine Esteri

4970335* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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Armeni sotto assedio, emergenza umanitaria in Nagorno Karabakh


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 23 gennaio 2023 – Il cibo scarseggia e gli abitanti di Stepanakert e dei piccoli centri contigui sono obbligati a ricorrere alla tessera annonaria istituita dal governo del Nagorno Karabakh per accedere a quel minimo di beni di prima necessità che le autorità dell’enclave riescono a distribuire alla popolazione.
Da giorni mancano anche l’energia elettrica, l’acqua potabile e il gas, perché le condotte e gli elettrodotti provenienti dall’Armenia sono stati bloccati da Baku o sono stati sabotati. Anche internet funziona a singhiozzo. Scuole e uffici pubblici sono chiusi o lavorano a ritmo ridotto per l’impossibilità di illuminare e riscaldare gli edifici.
Gli scaffali di negozi e supermercati sono vuoti e le attività produttive sono per lo più bloccate; migliaia di persone hanno già perso il lavoro.
La situazione è tragica soprattutto negli ospedali dove i medicinali scarseggiano o sono esauriti e i malati gravi possono essere trasferiti in Armenia solo in circostanze eccezionali e grazie all’intervento della Croce Rossa Internazionale. Alcuni pazienti sono già morti per mancanza di cure adeguate e tempestive.
Il disastro umanitario è dietro l’angolo. Circa 120 mila persone sono bloccate, ormai da sei settimane, all’interno di ciò che rimane della Repubblica dell’Artsakh assediata dalle forze azere. Niente e nessuno può entrare o uscire nell’isola armena incastonata in territorio azero.

120 mila persone sotto assedio
Fino al 12 dicembre, ogni giorno a Stepanakert arrivavano circa 400 tonnellate di merci dall’Armenia. Ma quel giorno un folto gruppo di cittadini azeri ha deciso di bloccare il “corridoio di Lachin”, l’unica strada che collega l’Armenia con l’ex territorio azero dichiaratosi unilateralmente indipendente da Baku nel 1991.
Ufficialmente, a trasformare in ostaggi i 120 mila abitanti dell’enclave è una “protesta ambientalista”. A bloccare l’unica via di comunicazione terrestre esistente con Erevan, infatti, sarebbe un gruppo di attivisti ecologisti azeri desiderosi di impedire che le miniere di oro, rame e molibdeno di Drombon e Kashen, nel territorio della provincia ribelle, continuino a sfornare materiali di scarto altamente inquinanti. Ma nel paese guidato da trent’anni dal clan Aliyev non si muove nulla senza il consenso del regime; nessun’altra protesta è stata inoltre inscenata per denunciare l’inquinamento, altrettanto grave, provocato dalle attività estrattive disseminate nel resto dell’Azerbaigian, alcune di proprietà dello stesso presidente Ilham.
I presunti ambientalisti, denunciano Erevan e Stepanakert, altro non sono che militari e attivisti di organizzazioni azere riconducibili al regime di Baku, che assediando il Nagorno Karabakh sperando di convincere molti dei suoi abitanti ad abbandonare quei territori per rifugiarsi in Armenia. Mostrano cartelli contro l’inquinamento, ma intonano slogan e canti ultranazionalisti. «Coloro che non vogliono essere cittadini dell’Azerbaigian sono liberi di farlo; il corridoio di Lachin è aperto, nessuno gli impedirà di andarsene» ha tuonato il dittatore azero.

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Il blocco azero a Lachin

Il cessate il fuoco firmato il 10 novembre 2020 da Erevan e Baku dopo la “guerra dei 44 giorni” (durante la quale le truppe azere sostenute da Turchia e Israele hanno strappato agli armeni la maggior parte dei territori conquistati da questi ultimi all’all’inizio degli anni ’90) stabilisce che la percorribilità del “corridoio di Lachin” debba essere garantita dai 2000 soldati inviati da Mosca per monitorare il rispetto dell’accordo imposto dalla Russia per porre fine all’ennesimo scontro armato tra armeni e azeri.
Ma i membri delle forze di sicurezza azere travestiti da difensori dell’ambiente non hanno subito alcun intervento da parte dei peacekeeper russi, rimasti in disparte in prossimità della strada bloccata.
Mosca è impegnata nella difficile avventura ucraina e non vuole aprire altri fronti. Soprattutto, per quanto l’Armenia goda tradizionalmente della protezione russa, a Mosca ora interessa assai di più la proficua relazione con Baku e con Ankara, lo sponsor principale della repubblica turcofona ex sovietica divenuta negli ultimi anni una potenza regionale grazie al gas e al petrolio estratti nel Mar Caspio. E anche alle armi copiosamente acquistate proprio dalla Russia, che tramite una triangolazione con l’Azerbaigian riesce ad esportare in Europa quantità copiose di gas nonostante l’embargo decretato da Bruxelles dopo l’invasione dell’Ucraina. Forte della dipendenza russa dall’asse azero-turco, Aliyev ne approfitta per stringere la corda attorno alla comunità armena del Nagorno Karabakh, per costringerla ad abbandonare un territorio che abita da secoli e ogni pretesa di indipendenza. Baku, poi, vuole imporre all’Armenia l’apertura di un passaggio – il corridoio di Zangezur – che connetta l’Azerbaigian alla Repubblica Autonoma di Nakhchevan (una provincia azera separata dalla madrepatria dal territorio armeno) e di lì direttamente con la Turchia e il Mediterraneo.

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Peacekeepers russi

Il tradimento di Mosca
Del resto, il contingente russo non mosse un dito neanche quando, il 13 settembre 2022, le truppe azere lanciarono l’ennesimo attacco militare questa volta direttamente contro il territorio dell’Armenia. L’aggressione militare azera durò alcuni giorni senza che Mosca intervenisse se non invitando entrambe le parti alla moderazione, generando così un’ondata di disillusione nei confronti di Mosca tra la popolazione e la diaspora armena.

Erevan ospita alcune basi militari russe, e l’Armenia e la Russia sono legate da un’alleanza militare diretta. Di fronte alle incursioni e ai micidiali bombardamenti azeri, Erevan chiese esplicitamente l’intervento militare russo a difesa della sua integrità territoriale, invocando l’articolo 4 del Trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO) al quale l’Armenia aderisce insieme a Mosca e ad altre repubbliche ex sovietiche.

La Russia, però, si guardò bene dall’intervenire contro gli azeri e a quel punto il leader armeno Nikol Pashinyan da un lato si dichiarò pronto ad abbandonare a sè stessi gli abitanti dell’Artsakh pur di salvare l’Armenia (scatenando feroci manifestazioni di protesta), dall’altra riprese a invocare la protezione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Nel 2018, del resto, Nikol Pashinyan era stato eletto premier a capo di una coalizione politica filo-occidentale e anti-russa che poi però si era dovuta riavvicinare a Mosca sia per motivi economici sia per evitare che il paese fosse completamente sopraffatto dall’Azerbaigian. Ma ora molti armeni si sentono traditi da Vladimir Putin.
Se in precedenza il 64% degli armeni considerava la Russia un paese amico, nel 2021 la quota era scesa al 35%. Secondo un sondaggio pubblicato a gennaio dal Caucasus Research Resource Center, quasi la metà dei residenti dell’Alto Karabakh considerano necessaria l’indipendenza. Un quarto degli intervistati, invece, sceglierebbe l’annessione alla Federazione Russa in forma di repubblica autonoma; una quota di poco inferiore, infine, difende l’unificazione con la Repubblica Armena.

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L’Armenia non si fida più di Mosca
Mentre nel territorio assediato – a rischio di essere del tutto abbandonato da Mosca – le critiche all’immobilismo russo sono moderate – in Armenia le denunce nei confronti del doppiogiochismo di Putin si fanno sempre più esplicite.

A fine dicembre, centinaia di manifestanti hanno marciato per 11 km da Stepanakert ad una base del contingente militare russo per chiedere a Mosca di intervenire per sbloccare l’assedio. Nei giorni scorsi alcune forze politiche ultranazionaliste armene hanno manifestato di fronte all’ambasciata russa, perorando un intervento militare di Erevan contro Baku che visti gli attuali rapporti di forza si rivelerebbe suicida. L’8 gennaio un’altra manifestazione è stata organizzata da movimenti nazionalisti a Gjumri, città al confine della Turchiadove si trova la principale base militare russa in Armenia; 65 manifestanti sono stati arrestati.
Pashinyan ha criticato la mancanza di iniziativa di Mosca ed ha annunciato che l’Armenia non ospiterà le esercitazioni militari delle truppe del CSTO guidate dalla Russia previste nel 2023. Per la prima volta, poi, il premier ha affermato che non solo «la presenza militare russa non garantisce la sicurezza armena, ma costituisce una minaccia», anticipando che potrebbe chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di inviare i caschi blu per sostituire il contingente militare di Mosca.

Le promesse di Washington e Bruxelles
Ovviamente, sia l’amministrazione Biden che l’Unione Europea cercano di approfittarne per aumentare la propria influenza nel Caucaso a scapito di quella russa. In Europa si distingue soprattutto la Francia – paese nel quale, tradizionalmente, la diaspora armena possiede una qualche forza economica e politica – che ha alzato i toni contro Baku. Il governo italiano, al contrario, non prende posizione ed anzi il 12 gennaio il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha incontrato a Baku il presidente Aliyev in cerca di nuove forniture di gas e di commesse per le armi italiane.
Dichiarazioni roboanti a parte, comunque, né Bruxelles né Washington hanno finora intrapreso alcuna iniziativa concreta nei confronti dell’Azerbaigian. Il rapporto col regime di Aliyev e con quello turco, per l’Occidente, è importante quanto per la Russia di Putin. L’Unione Europea pretende che l’Armenia abbandoni l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia per siglare un trattato di associazione con Bruxelles, ma a Erevan non offre alcuna garanzia contro il regime azero.
Anche Pashinyan, da parte sua, è conscio della fortissima dipendenza di Erevan dall’economia (nel 2022 gli scambi commerciali tra Erevan e Mosca sono cresciuti del 67%), dalle forniture energetiche e dalla presenza militare russa e al tempo stesso dell’estrema debolezza del suo paese rispetto alla crescente potenza militare, economica e diplomatica azera.

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Manifestazione a Stepanakert contro il blocco azero

“Pulizia etnica”
Finora l’appello delle comunità armene isolate da sei settimane e delle piazze delle città armene affollate di manifestanti è stato raccolto solo dal Tribunale Internazionale dell’Aia, che ha convocato Baku per il 30 gennaio. Anche la Corte Europea dei Diritti Umani ha redarguito gli azeri, mentre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna del blocco del corridoio di Lachin. A detta del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, invece, la Russia «è pronta a dispiegare truppe al confine tra Armenia e Azerbaigian per sedare le tensioni nel Corridoio di Lachin» (cosa che avrebbe già dovuto fare in base dell’accordo del 2020) e starebbe pensando di inviare una missione della CSTO nella regione per “monitorare la situazione”.Dopo aver informato di aver chiesto al suo omologo azero Jeyhun Bayramov di sbloccare il corridoio di Lachin, Lavrov ha aggiunto che «una missione europea nella regione sarebbe controproducente».

Intanto, in mancanza di iniziative rapide e concrete, nell’enclave armena stretta nel gelido inverno caucasico, la situazione si fa ogni giorno più insostenibile. Le autorità dell’Armenia e dell’Artsakh chiedono all’ONU e ai paesi amici di organizzare un ponte aereo per rifornire di cibo e medicinali la popolazione stremata, ma finora nulla si è mosso. Mentre le condizioni di vita all’interno dell’enclave si fanno sempre più difficili, un migliaio di persone che era in territorio armeno al momento dell’inizio del blocco stradale non è potuto rientrare in Artsakh. Tra questi, decine di bambini di Stepanakert che si erano recati a Erevan per partecipare all’Eurovision Junior e ai quali da un mese e mezzo viene impedito di ricongiungersi ai genitori.
«L’assenza di una reazione adeguata all’aggressione azera potrebbe causare nuovi tragici sviluppi» avvertono i ministri degli Esteri di Armenia e Artsakh, mentre la diaspora armena in tutto il mondo lancia l’allarme sul rischio che nel Caucaso si realizzi un nuova ondata di pulizia etnica. Ma finora l’appello ad un intervento della comunità internazionale è rimasto inascoltato. – Pagine Esteri

5012159* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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Armeni sotto assedio, emergenza umanitaria in Nagorno Karabakh


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 23 gennaio 2023 – Il cibo scarseggia e gli abitanti di Stepanakert e dei piccoli centri contigui sono obbligati a ricorrere alla tessera annonaria istituita dal governo del Nagorno Karabakh per accedere a quel minimo di beni di prima necessità che le autorità dell’enclave riescono a distribuire alla popolazione.
Da giorni mancano anche l’energia elettrica, l’acqua potabile e il gas, perché le condotte e gli elettrodotti provenienti dall’Armenia sono stati bloccati da Baku o sono stati sabotati. Anche internet funziona a singhiozzo. Scuole e uffici pubblici sono chiusi o lavorano a ritmo ridotto per l’impossibilità di illuminare e riscaldare gli edifici.
Gli scaffali di negozi e supermercati sono vuoti e le attività produttive sono per lo più bloccate; migliaia di persone hanno già perso il lavoro.
La situazione è tragica soprattutto negli ospedali dove i medicinali scarseggiano o sono esauriti e i malati gravi possono essere trasferiti in Armenia solo in circostanze eccezionali e grazie all’intervento della Croce Rossa Internazionale. Alcuni pazienti sono già morti per mancanza di cure adeguate e tempestive.
Il disastro umanitario è dietro l’angolo. Circa 120 mila persone sono bloccate, ormai da sei settimane, all’interno di ciò che rimane della Repubblica dell’Artsakh assediata dalle forze azere. Niente e nessuno può entrare o uscire nell’isola armena incastonata in territorio azero.

120 mila persone sotto assedio
Fino al 12 dicembre, ogni giorno a Stepanakert arrivavano circa 400 tonnellate di merci dall’Armenia. Ma quel giorno un folto gruppo di cittadini azeri ha deciso di bloccare il “corridoio di Lachin”, l’unica strada che collega l’Armenia con l’ex territorio azero dichiaratosi unilateralmente indipendente da Baku nel 1991.
Ufficialmente, a trasformare in ostaggi i 120 mila abitanti dell’enclave è una “protesta ambientalista”. A bloccare l’unica via di comunicazione terrestre esistente con Erevan, infatti, sarebbe un gruppo di attivisti ecologisti azeri desiderosi di impedire che le miniere di oro, rame e molibdeno di Drombon e Kashen, nel territorio della provincia ribelle, continuino a sfornare materiali di scarto altamente inquinanti. Ma nel paese guidato da trent’anni dal clan Aliyev non si muove nulla senza il consenso del regime; nessun’altra protesta è stata inoltre inscenata per denunciare l’inquinamento, altrettanto grave, provocato dalle attività estrattive disseminate nel resto dell’Azerbaigian, alcune di proprietà dello stesso presidente Ilham.
I presunti ambientalisti, denunciano Erevan e Stepanakert, altro non sono che militari e attivisti di organizzazioni azere riconducibili al regime di Baku, che assediando il Nagorno Karabakh sperando di convincere molti dei suoi abitanti ad abbandonare quei territori per rifugiarsi in Armenia. Mostrano cartelli contro l’inquinamento, ma intonano slogan e canti ultranazionalisti. «Coloro che non vogliono essere cittadini dell’Azerbaigian sono liberi di farlo; il corridoio di Lachin è aperto, nessuno gli impedirà di andarsene» ha tuonato il dittatore azero.

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Il blocco azero a Lachin

Il cessate il fuoco firmato il 10 novembre 2020 da Erevan e Baku dopo la “guerra dei 44 giorni” (durante la quale le truppe azere sostenute da Turchia e Israele hanno strappato agli armeni la maggior parte dei territori conquistati da questi ultimi all’all’inizio degli anni ’90) stabilisce che la percorribilità del “corridoio di Lachin” debba essere garantita dai 2000 soldati inviati da Mosca per monitorare il rispetto dell’accordo imposto dalla Russia per porre fine all’ennesimo scontro armato tra armeni e azeri.
Ma i membri delle forze di sicurezza azere travestiti da difensori dell’ambiente non hanno subito alcun intervento da parte dei peacekeeper russi, rimasti in disparte in prossimità della strada bloccata.
Mosca è impegnata nella difficile avventura ucraina e non vuole aprire altri fronti. Soprattutto, per quanto l’Armenia goda tradizionalmente della protezione russa, a Mosca ora interessa assai di più la proficua relazione con Baku e con Ankara, lo sponsor principale della repubblica turcofona ex sovietica divenuta negli ultimi anni una potenza regionale grazie al gas e al petrolio estratti nel Mar Caspio. E anche alle armi copiosamente acquistate proprio dalla Russia, che tramite una triangolazione con l’Azerbaigian riesce ad esportare in Europa quantità copiose di gas nonostante l’embargo decretato da Bruxelles dopo l’invasione dell’Ucraina. Forte della dipendenza russa dall’asse azero-turco, Aliyev ne approfitta per stringere la corda attorno alla comunità armena del Nagorno Karabakh, per costringerla ad abbandonare un territorio che abita da secoli e ogni pretesa di indipendenza. Baku, poi, vuole imporre all’Armenia l’apertura di un passaggio – il corridoio di Zangezur – che connetta l’Azerbaigian alla Repubblica Autonoma di Nakhchevan (una provincia azera separata dalla madrepatria dal territorio armeno) e di lì direttamente con la Turchia e il Mediterraneo.

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Peacekeepers russi

Il tradimento di Mosca
Del resto, il contingente russo non mosse un dito neanche quando, il 13 settembre 2022, le truppe azere lanciarono l’ennesimo attacco militare questa volta direttamente contro il territorio dell’Armenia. L’aggressione militare azera durò alcuni giorni senza che Mosca intervenisse se non invitando entrambe le parti alla moderazione, generando così un’ondata di disillusione nei confronti di Mosca tra la popolazione e la diaspora armena.

Erevan ospita alcune basi militari russe, e l’Armenia e la Russia sono legate da un’alleanza militare diretta. Di fronte alle incursioni e ai micidiali bombardamenti azeri, Erevan chiese esplicitamente l’intervento militare russo a difesa della sua integrità territoriale, invocando l’articolo 4 del Trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO) al quale l’Armenia aderisce insieme a Mosca e ad altre repubbliche ex sovietiche.

La Russia, però, si guardò bene dall’intervenire contro gli azeri e a quel punto il leader armeno Nikol Pashinyan da un lato si dichiarò pronto ad abbandonare a sè stessi gli abitanti dell’Artsakh pur di salvare l’Armenia (scatenando feroci manifestazioni di protesta), dall’altra riprese a invocare la protezione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Nel 2018, del resto, Nikol Pashinyan era stato eletto premier a capo di una coalizione politica filo-occidentale e anti-russa che poi però si era dovuta riavvicinare a Mosca sia per motivi economici sia per evitare che il paese fosse completamente sopraffatto dall’Azerbaigian. Ma ora molti armeni si sentono traditi da Vladimir Putin.
Se in precedenza il 64% degli armeni considerava la Russia un paese amico, nel 2021 la quota era scesa al 35%. Secondo un sondaggio pubblicato a gennaio dal Caucasus Research Resource Center, quasi la metà dei residenti dell’Alto Karabakh considerano necessaria l’indipendenza. Un quarto degli intervistati, invece, sceglierebbe l’annessione alla Federazione Russa in forma di repubblica autonoma; una quota di poco inferiore, infine, difende l’unificazione con la Repubblica Armena.

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L’Armenia non si fida più di Mosca
Mentre nel territorio assediato – a rischio di essere del tutto abbandonato da Mosca – le critiche all’immobilismo russo sono moderate – in Armenia le denunce nei confronti del doppiogiochismo di Putin si fanno sempre più esplicite.

A fine dicembre, centinaia di manifestanti hanno marciato per 11 km da Stepanakert ad una base del contingente militare russo per chiedere a Mosca di intervenire per sbloccare l’assedio. Nei giorni scorsi alcune forze politiche ultranazionaliste armene hanno manifestato di fronte all’ambasciata russa, perorando un intervento militare di Erevan contro Baku che visti gli attuali rapporti di forza si rivelerebbe suicida. L’8 gennaio un’altra manifestazione è stata organizzata da movimenti nazionalisti a Gjumri, città al confine della Turchiadove si trova la principale base militare russa in Armenia; 65 manifestanti sono stati arrestati.
Pashinyan ha criticato la mancanza di iniziativa di Mosca ed ha annunciato che l’Armenia non ospiterà le esercitazioni militari delle truppe del CSTO guidate dalla Russia previste nel 2023. Per la prima volta, poi, il premier ha affermato che non solo «la presenza militare russa non garantisce la sicurezza armena, ma costituisce una minaccia», anticipando che potrebbe chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di inviare i caschi blu per sostituire il contingente militare di Mosca.

Le promesse di Washington e Bruxelles
Ovviamente, sia l’amministrazione Biden che l’Unione Europea cercano di approfittarne per aumentare la propria influenza nel Caucaso a scapito di quella russa. In Europa si distingue soprattutto la Francia – paese nel quale, tradizionalmente, la diaspora armena possiede una qualche forza economica e politica – che ha alzato i toni contro Baku. Il governo italiano, al contrario, non prende posizione ed anzi il 12 gennaio il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha incontrato a Baku il presidente Aliyev in cerca di nuove forniture di gas e di commesse per le armi italiane.
Dichiarazioni roboanti a parte, comunque, né Bruxelles né Washington hanno finora intrapreso alcuna iniziativa concreta nei confronti dell’Azerbaigian. Il rapporto col regime di Aliyev e con quello turco, per l’Occidente, è importante quanto per la Russia di Putin. L’Unione Europea pretende che l’Armenia abbandoni l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia per siglare un trattato di associazione con Bruxelles, ma a Erevan non offre alcuna garanzia contro il regime azero.
Anche Pashinyan, da parte sua, è conscio della fortissima dipendenza di Erevan dall’economia (nel 2022 gli scambi commerciali tra Erevan e Mosca sono cresciuti del 67%), dalle forniture energetiche e dalla presenza militare russa e al tempo stesso dell’estrema debolezza del suo paese rispetto alla crescente potenza militare, economica e diplomatica azera.

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Manifestazione a Stepanakert contro il blocco azero

“Pulizia etnica”
Finora l’appello delle comunità armene isolate da sei settimane e delle piazze delle città armene affollate di manifestanti è stato raccolto solo dal Tribunale Internazionale dell’Aia, che ha convocato Baku per il 30 gennaio. Anche la Corte Europea dei Diritti Umani ha redarguito gli azeri, mentre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna del blocco del corridoio di Lachin. A detta del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, invece, la Russia «è pronta a dispiegare truppe al confine tra Armenia e Azerbaigian per sedare le tensioni nel Corridoio di Lachin» (cosa che avrebbe già dovuto fare in base dell’accordo del 2020) e starebbe pensando di inviare una missione della CSTO nella regione per “monitorare la situazione”.Dopo aver informato di aver chiesto al suo omologo azero Jeyhun Bayramov di sbloccare il corridoio di Lachin, Lavrov ha aggiunto che «una missione europea nella regione sarebbe controproducente».

Intanto, in mancanza di iniziative rapide e concrete, nell’enclave armena stretta nel gelido inverno caucasico, la situazione si fa ogni giorno più insostenibile. Le autorità dell’Armenia e dell’Artsakh chiedono all’ONU e ai paesi amici di organizzare un ponte aereo per rifornire di cibo e medicinali la popolazione stremata, ma finora nulla si è mosso. Mentre le condizioni di vita all’interno dell’enclave si fanno sempre più difficili, un migliaio di persone che era in territorio armeno al momento dell’inizio del blocco stradale non è potuto rientrare in Artsakh. Tra questi, decine di bambini di Stepanakert che si erano recati a Erevan per partecipare all’Eurovision Junior e ai quali da un mese e mezzo viene impedito di ricongiungersi ai genitori.
«L’assenza di una reazione adeguata all’aggressione azera potrebbe causare nuovi tragici sviluppi» avvertono i ministri degli Esteri di Armenia e Artsakh, mentre la diaspora armena in tutto il mondo lancia l’allarme sul rischio che nel Caucaso si realizzi un nuova ondata di pulizia etnica. Ma finora l’appello ad un intervento della comunità internazionale è rimasto inascoltato. – Pagine Esteri

5049356* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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Sarà l’ultima generazione cinese?


Sarà l’ultima generazione cinese? generazione
Sarà l'ultima generazione cinese? Secondo un recente sondaggio comparso su Weixin, su oltre 20.000 persone intervistate (per lo più donne tra i 18 e i 31 anni) ben due terzi ha dichiarato di non volere figli. Cosa frena veramente le coppie cinesi? Uno studio condotto da McKinsey a ottobre e pubblicato a dicembre attesta che circa il 62% della Gen Z cinese è preoccupato per la propria carriera mentre il 56% ambisce a ottenere uno stile di vita migliore. Molto più delle generazioni più anziane. Quando si parla di ostacoli economici, l’istruzione è al primo posto.

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China Briefing – 5 settori chiave da tenere d’occhio in Cina nel 2023


China Briefing – 5 settori chiave da tenere d’occhio in Cina nel 2023 2023
La crescita economica della Cina nel 2023 sarà guidata da diversi settori chiave che si stima cresceranno grazie all’abolizione delle restrizioni COVID, oltre che grazie al sostegno e agli incentivi governativi. Tra questi, il turismo, i veicoli a nuova energia, lo shopping online, lo sviluppo di software e ’il settore sanitario. Con Dezan Shira & Associates discutiamo dei cinque principali settori cinesi che saranno di grande interesse per gli investitori stranieri nel 2023.

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Wang Feng: "Calo demografico non vuol dire per forza declino”


Wang Feng:
Intervista a Wang Feng. Il sociologo ed esperto di demografia della University of California, Irvine, analizza radici e conseguenze del calo demografico cinese

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REPORTAGE-PALESTINA. Nel cuore di Nablus c’è un campo di battaglia


di Michele Giorgio

(le foto sono di Michele Giorgio)

Pagine Esteri, 20 gennaio 2023 – Il traffico è quello caotico di tutti i giorni. Fabbriche, laboratori di artigiani e negozi sono aperti. Come fanno ogni mattina gli studenti dell’università al Najah a passo veloce raggiungono il campus e di pomeriggio affollano i caffè intorno all’ateneo riempiendo l’aria di suoni, parole, risate. Nablus sembra vivere una tranquilla quotidianità. È solo apparenza. La seconda città palestinese della Cisgiordania dalla scorsa estate vive in un clima di guerra, una guerra che si combatte soprattutto di notte e che non risparmia nessuno. Il campo di battaglia principale è la casbah, la città vecchia. Gli uomini delle unità speciali dell’esercito israeliano, i mistaravim in abiti civili che si fingono palestinesi, di notte con azioni fulminee aprono la strada ai blitz dei reparti dell’esercito a caccia di militanti della Fossa dei Leoni, il gruppo che riunisce combattenti di ogni orientamento politico diventato l’icona della lotta armata palestinese. Incursioni che sono accompagnate da intensi scontri a fuoco e che terminano con uccisioni di palestinesi, compiute quasi sempre da cecchini.

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«Viviamo come se fossimo in guerra, con gli occupanti (israeliani) che entrano quasi ogni notte nella città per uccidere o catturare qualcuno e spesso a pagarne le conseguenze sono i civili» ci dice Majdi H., un educatore che ha accettato di accompagnarci. «La casbah è l’obiettivo principale di Israele – aggiunge – perché rappresenta il rifugio della resistenza. Però i raid avvengono ovunque e si trasformano in battaglia alla Tomba di Giuseppe». Majdi si riferisce alle «visite» notturne periodiche dei coloni israeliani al sito religioso all’interno dell’area A, sotto il pieno controllo palestinese. Il loro arrivo, con una scorta di dozzine di soldati e automezzi militari, innesca scontri a fuoco violenti con la Fossa dei Leoni. «Vogliano vivere la nostra vita, senza più vedere coloni e soldati ma non ci viene permesso» prosegue Majdi che da alcuni anni svolge, assieme ad altri colleghi, attività di sostegno psicologico ai minori. «Sono i più colpiti da questo clima – ci spiega -, bambini e ragazzi sono i più esposti ai danni che procura questa guerra, a bassa intensità ma pur sempre violenta». La situazione attuale, ricorda a molti l’operazione Muraglia di Difesa lanciata da Israele nel 2002, quando l’esercito, nel pieno della seconda Intifada, rioccupò le città autonome palestinesi. Calcolarono in circa 300 i morti palestinesi a Nablus attraversata e devastata per mesi da carri armati e mezzi blindati. Oggi come allora, i comandi militari e il governo israeliano giustificano il pugno di ferro con la «lotta al terrorismo» e alle organizzazione armate palestinesi responsabili di attacchi che in qualche caso hanno ucciso o ferito soldati e coloni.

La bellezza della casbah di Nablus è paragonabile solo a quella della città vecchia di Gerusalemme. I lavori di recupero avviati negli anni passati dalle autorità locali, grazie anche a progetti internazionali, hanno ridato nuovo splendore a edifici antichi e ad angoli nascosti. Gli hammam (bagni) che contribuiscono a rendere nota la città, sono stati ristrutturati così come le fabbriche di piastrelle e del sapone all’olio d’oliva e i laboratori a conduzione familiare che producono le gelatine ricoperte di zucchero a velo. «Ma la regina dei dolci di Nablus era e resta la kunafa» puntualizza Majdi riferendosi a una delle delizie della cucina palestinese. L’atmosfera è piacevole. Dopo la moschea al Khader si incontrano ristorantini con vasi fioriti e luci colorate che si riflettono sulla pietra bianca delle abitazioni. I commercianti espongono merci di ogni tipo e gli ambulanti a voce alta descrivono la bontà di frutta e verdura che hanno portato in città.

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Entrati nel rione Al Yasmin, Majdi si fa più serio e teso. «Siamo nella zona rossa, questa è la roccaforte della Fossa dei Leoni e di altri gruppi armati. Qui ci sono scontri a fuoco quasi ogni notte tra i nostri giovani e i soldati israeliani. Non puoi scattare foto e se incontriamo i combattenti, mi raccomando, non seguirli troppo a lungo con lo sguardo. Il timore di spie e collaborazionisti è forte» ci intima a voce bassa. Sopra le nostre teste, nei vicoli, sono stati stesi lunghi teli neri per nascondere ai droni israeliani i movimenti degli armati. I muri sono tappezzati di poster con i volti di martiri vecchi e nuovi, quelli uccisi durante la prima Intifada trent’anni fa e quelli colpiti a morte nelle ultime settimane. Una sorta di mausoleo ricavato in una piazzetta ne ricorda i più famosi, tra cui Ibrahim Nabulsi, che lo scorso agosto, circondato da truppe israeliane, preferì morire e non arrendersi. Nabulsi prima di essere colpito a morte inviò un audio alla madre virale per mesi. Per i palestinesi è un eroe. Per Israele invece il primo leader della Fossa dei Leoni era un «pericoloso terrorista» e tra i responsabili di gravi attacchi armati a soldati e coloni. I mistaravim israeliani hanno già decapitato un paio di volte i vertici della Fossa dei Leoni ma il gruppo vede crescere i suoi ranghi ogni giorno di più. Ne farebbero parte tra 100 e 150 abitanti di Nablus e dei villaggi vicini. Un paio di loro ci passano accanto, non possiamo fotografarli o fermarli per fare qualche domanda, ci ribadisce secco Majdi al quale nel frattempo si è unito Amer, un suo amico che vive nella casbah per garantirci un ulteriore «lasciapassare». L’uniforme degli armati è nera, il volto è coperto dal passamontagna, una fascia colorata con il logo del gruppo avvolge la parte superiore della testa. L’arma è quasi sempre un mitra M-16.

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Una «divisa» simile la indossano i membri del Battaglione Balata nel campo profughi più grande della città, noto anche per essere un bastione della resistenza alle forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese che tanti a Nablus, anche del partito Fatah del presidente Abu Mazen, ormai considerano «al servizio» di Israele. Le operazioni di sicurezza (repressive) a Nablus delle forze speciali dell’Anp sono la causa di proteste violente e le strade del centro cittadino si trasformano in terreno di scontro tra giovani e poliziotti. «Chiediamo, invano, da decenni la fine dell’occupazione israeliana, il problema principale di Nablus, di ogni città, di ogni palestinese» dice Osama Mustafa, direttore del centro culturale Yafa nel campo di Balata. «Ci abbiamo provato con gli accordi di Oslo, con i negoziati ma non è servito a nulla, restiamo sotto occupazione, le colonie israeliane ci circondano» aggiunge Mustafa. «Israele afferma che la sua pressione su Nablus è dovuta alla presenza in città di uomini armati e attua misure punitive che colpiscono tutta la popolazione». La frustrazione è palpabile, l’esasperazione per il disinteresse dei paesi occidentali deteriora il rapporto con l’Europa. «Al centro Yafa svolgiamo attività culturali e a favore dell’infanzia» spiega Mustafa «sono progetti civili, quasi sempre per i bambini. Eppure, per assegnarci i finanziamenti l’Ue chiede di firmare dichiarazioni di condanna della resistenza all’occupazione. Lo fa perché è Israele ad imporlo. Ma nessun palestinese può farlo». Pagine Esteri

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REPORTAGE-PALESTINA. Nel cuore di Nablus c’è un campo di battaglia


di Michele Giorgio

(le foto sono di Michele Giorgio)

Pagine Esteri, 20 gennaio 2023 – Il traffico è quello caotico di tutti i giorni. Fabbriche, laboratori di artigiani e negozi sono aperti. Come fanno ogni mattina gli studenti dell’università al Najah a passo veloce raggiungono il campus e di pomeriggio affollano i caffè intorno all’ateneo riempiendo l’aria di suoni, parole, risate. Nablus sembra vivere una tranquilla quotidianità. È solo apparenza. La seconda città palestinese della Cisgiordania dalla scorsa estate vive in un clima di guerra, una guerra che si combatte soprattutto di notte e che non risparmia nessuno. Il campo di battaglia principale è la casbah, la città vecchia. Gli uomini delle unità speciali dell’esercito israeliano, i mistaravim in abiti civili che si fingono palestinesi, di notte con azioni fulminee aprono la strada ai blitz dei reparti dell’esercito a caccia di militanti della Fossa dei Leoni, il gruppo che riunisce combattenti di ogni orientamento politico diventato l’icona della lotta armata palestinese. Incursioni che sono accompagnate da intensi scontri a fuoco e che terminano con uccisioni di palestinesi, compiute quasi sempre da cecchini.

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«Viviamo come se fossimo in guerra, con gli occupanti (israeliani) che entrano quasi ogni notte nella città per uccidere o catturare qualcuno e spesso a pagarne le conseguenze sono i civili» ci dice Majdi H., un educatore che ha accettato di accompagnarci. «La casbah è l’obiettivo principale di Israele – aggiunge – perché rappresenta il rifugio della resistenza. Però i raid avvengono ovunque e si trasformano in battaglia alla Tomba di Giuseppe». Majdi si riferisce alle «visite» notturne periodiche dei coloni israeliani al sito religioso all’interno dell’area A, sotto il pieno controllo palestinese. Il loro arrivo, con una scorta di dozzine di soldati e automezzi militari, innesca scontri a fuoco violenti con la Fossa dei Leoni. «Vogliano vivere la nostra vita, senza più vedere coloni e soldati ma non ci viene permesso» prosegue Majdi che da alcuni anni svolge, assieme ad altri colleghi, attività di sostegno psicologico ai minori. «Sono i più colpiti da questo clima – ci spiega -, bambini e ragazzi sono i più esposti ai danni che procura questa guerra, a bassa intensità ma pur sempre violenta». La situazione attuale, ricorda a molti l’operazione Muraglia di Difesa lanciata da Israele nel 2002, quando l’esercito, nel pieno della seconda Intifada, rioccupò le città autonome palestinesi. Calcolarono in circa 300 i morti palestinesi a Nablus attraversata e devastata per mesi da carri armati e mezzi blindati. Oggi come allora, i comandi militari e il governo israeliano giustificano il pugno di ferro con la «lotta al terrorismo» e alle organizzazione armate palestinesi responsabili di attacchi che in qualche caso hanno ucciso o ferito soldati e coloni.

La bellezza della casbah di Nablus è paragonabile solo a quella della città vecchia di Gerusalemme. I lavori di recupero avviati negli anni passati dalle autorità locali, grazie anche a progetti internazionali, hanno ridato nuovo splendore a edifici antichi e ad angoli nascosti. Gli hammam (bagni) che contribuiscono a rendere nota la città, sono stati ristrutturati così come le fabbriche di piastrelle e del sapone all’olio d’oliva e i laboratori a conduzione familiare che producono le gelatine ricoperte di zucchero a velo. «Ma la regina dei dolci di Nablus era e resta la kunafa» puntualizza Majdi riferendosi a una delle delizie della cucina palestinese. L’atmosfera è piacevole. Dopo la moschea al Khader si incontrano ristorantini con vasi fioriti e luci colorate che si riflettono sulla pietra bianca delle abitazioni. I commercianti espongono merci di ogni tipo e gli ambulanti a voce alta descrivono la bontà di frutta e verdura che hanno portato in città.

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Entrati nel rione Al Yasmin, Majdi si fa più serio e teso. «Siamo nella zona rossa, questa è la roccaforte della Fossa dei Leoni e di altri gruppi armati. Qui ci sono scontri a fuoco quasi ogni notte tra i nostri giovani e i soldati israeliani. Non puoi scattare foto e se incontriamo i combattenti, mi raccomando, non seguirli troppo a lungo con lo sguardo. Il timore di spie e collaborazionisti è forte» ci intima a voce bassa. Sopra le nostre teste, nei vicoli, sono stati stesi lunghi teli neri per nascondere ai droni israeliani i movimenti degli armati. I muri sono tappezzati di poster con i volti di martiri vecchi e nuovi, quelli uccisi durante la prima Intifada trent’anni fa e quelli colpiti a morte nelle ultime settimane. Una sorta di mausoleo ricavato in una piazzetta ne ricorda i più famosi, tra cui Ibrahim Nabulsi, che lo scorso agosto, circondato da truppe israeliane, preferì morire e non arrendersi. Nabulsi prima di essere colpito a morte inviò un audio alla madre virale per mesi. Per i palestinesi è un eroe. Per Israele invece il primo leader della Fossa dei Leoni era un «pericoloso terrorista» e tra i responsabili di gravi attacchi armati a soldati e coloni. I mistaravim israeliani hanno già decapitato un paio di volte i vertici della Fossa dei Leoni ma il gruppo vede crescere i suoi ranghi ogni giorno di più. Ne farebbero parte tra 100 e 150 abitanti di Nablus e dei villaggi vicini. Un paio di loro ci passano accanto, non possiamo fotografarli o fermarli per fare qualche domanda, ci ribadisce secco Majdi al quale nel frattempo si è unito Amer, un suo amico che vive nella casbah per garantirci un ulteriore «lasciapassare». L’uniforme degli armati è nera, il volto è coperto dal passamontagna, una fascia colorata con il logo del gruppo avvolge la parte superiore della testa. L’arma è quasi sempre un mitra M-16.

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Una «divisa» simile la indossano i membri del Battaglione Balata nel campo profughi più grande della città, noto anche per essere un bastione della resistenza alle forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese che tanti a Nablus, anche del partito Fatah del presidente Abu Mazen, ormai considerano «al servizio» di Israele. Le operazioni di sicurezza (repressive) a Nablus delle forze speciali dell’Anp sono la causa di proteste violente e le strade del centro cittadino si trasformano in terreno di scontro tra giovani e poliziotti. «Chiediamo, invano, da decenni la fine dell’occupazione israeliana, il problema principale di Nablus, di ogni città, di ogni palestinese» dice Osama Mustafa, direttore del centro culturale Yafa nel campo di Balata. «Ci abbiamo provato con gli accordi di Oslo, con i negoziati ma non è servito a nulla, restiamo sotto occupazione, le colonie israeliane ci circondano» aggiunge Mustafa. «Israele afferma che la sua pressione su Nablus è dovuta alla presenza in città di uomini armati e attua misure punitive che colpiscono tutta la popolazione». La frustrazione è palpabile, l’esasperazione per il disinteresse dei paesi occidentali deteriora il rapporto con l’Europa. «Al centro Yafa svolgiamo attività culturali e a favore dell’infanzia» spiega Mustafa «sono progetti civili, quasi sempre per i bambini. Eppure, per assegnarci i finanziamenti l’Ue chiede di firmare dichiarazioni di condanna della resistenza all’occupazione. Lo fa perché è Israele ad imporlo. Ma nessun palestinese può farlo». Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Ambasciatore cinese a Bruxelles: le relazioni Cina-UE sono ancora "molto buone”


In Cina e Asia – Ambasciatore cinese a Bruxelles: le relazioni Cina-UE sono ancora eu
Ambasciatore cinese a Bruxelles: le relazioni Cina-UE sono ancora “molto buone”
Pechino mira ad attirare talenti e investitori stranieri nel settore dell’innovazione
La Cina crea un’app unificata per i servizi di mobilità e riabilita Didi Global
Tornano i supereroi Marvel e DC in Cina

I censori della rete dichiarano guerra alle "emozioni cupe"
Triplicato l'export cinese verso la Corea del Nord
La strategia “zero Covid” è costata al Guangdong 21,9 miliardi di dollari
Marcos a Davos: "nel Mar cinese meridionale è a rischio il commercio mondiale"

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Taiwan Files – L’anno del coniglio e Lai dal cilindro


Taiwan Files – L’anno del coniglio e Lai dal cilindro 4921073
William Lai nuovo leader del DPP: qual è la sua visione sui rapporti sullo Stretto e sullo status quo tra Taiwan, Repubblica di Cina e Repubblica Popolare Cinese. Taiwan-USA: negoziati commerciali e training militare. Donne tra i riservisti. Disfida sui noodles e nomine a Pechino. Giù l’economia taiwanese. La rassegna settimanale di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei ...

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CINA. Il Covid colpisce duro il paese ma l’economia riparte


di Michele Giorgio

(la foto è di Tim Dennell)

Pagine Esteri, 20 gennaio 2023 – Sono milioni i contagi in Cina che conta nell’ultimo mese decina di migliaia di morti per il Covid, cifre mai toccate durante la pandemia e risultato oltre che del fallimento della campagna vaccinale cinese anche della fine delle rigide restrizioni ai movimenti e contatti sociali imposte dalle autorità nei passati tre anni. Ma le riaperture allo stesso tempo rilanciando quella che è considerata l’economia motore del mondo. Dopo il netto arretramento registrato nel 2022, quest’anno gli indici economici cinesi segneranno livelli di crescita significativi. Ne abbiamo parlato con Michelangelo Cocco*, giornalista a Shanghai e analista del Centri Studi sulla Cina Contemporanea.

player.vimeo.com/video/7907713…

4921449*Giornalista professionista, China analyst, scrivo per il quotidiano Domani. Ho pubblicato “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia (Carocci, 2022), e “Una Cina perfetta – La Nuova era del Pcc tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020). Habitué della Repubblica popolare dal 2007, ho vissuto a Pechino nel 2011-2012, corrispondente per il quotidiano il manifesto nello scoppiettante e nebbioso crepuscolo della tecnocrazia di Hu Jintao & Co. Sono rientrato in Cina nel gennaio 2018, anno I della Nuova era di Xi Jinping, quella in cui il Partito-Stato regalerà a tutti “una vita migliore” e costruirà “un grande paese socialista moderno”. Racconto storie, raccolgo dati e cito fatti evitando di proiettare le mie ansie e le mie (in)certezze su un popolo straordinario che se ne farebbe un baffo.

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pagineesteri.it/2023/01/20/mon…


CINA. Il Covid colpisce duro il paese ma l’economia riparte


di Michele Giorgio

(la foto è di Tim Dennell)

Pagine Esteri, 20 gennaio 2023 – Sono milioni i contagi in Cina che conta nell’ultimo mese decine di migliaia di morti per il Covid, cifre mai toccate durante la pandemia e risultato oltre che del fallimento della campagna vaccinale cinese anche della fine delle rigide restrizioni ai movimenti e ai contatti sociali imposte dalle autorità nei passati tre anni. Ma le riaperture allo stesso tempo rilanciano quella che è considerata l’economia motore del mondo.
Dopo il netto arretramento registrato nel 2022, quest’anno gli indici economici cinesi dovrebberosegnare livelli di crescita significativi. Ne abbiamo parlato con Michelangelo Cocco*, giornalista a Shanghai e analista del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

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4972636*Giornalista professionista, China analyst, scrivo per il quotidiano Domani. Ho pubblicato “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia (Carocci, 2022), e “Una Cina perfetta – La Nuova era del Pcc tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020). Habitué della Repubblica popolare dal 2007, ho vissuto a Pechino nel 2011-2012, corrispondente per il quotidiano il manifesto nello scoppiettante e nebbioso crepuscolo della tecnocrazia di Hu Jintao & Co. Sono rientrato in Cina nel gennaio 2018, anno I della Nuova era di Xi Jinping, quella in cui il Partito-Stato regalerà a tutti “una vita migliore” e costruirà “un grande paese socialista moderno”. Racconto storie, raccolgo dati e cito fatti evitando di proiettare le mie ansie e le mie (in)certezze su un popolo straordinario che se ne farebbe un baffo.

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CINA. Il Covid colpisce duro il paese ma l’economia riparte


di Michele Giorgio

(la foto è di Tim Dennell)

Pagine Esteri, 20 gennaio 2023 – Sono milioni i contagi in Cina che conta nell’ultimo mese decine di migliaia di morti per il Covid, cifre mai toccate durante la pandemia e risultato oltre che del fallimento della campagna vaccinale cinese anche della fine delle rigide restrizioni ai movimenti e ai contatti sociali imposte dalle autorità nei passati tre anni. Ma le riaperture allo stesso tempo rilanciano quella che è considerata l’economia motore del mondo.
Dopo il netto arretramento registrato nel 2022, quest’anno gli indici economici cinesi dovrebberosegnare livelli di crescita significativi. Ne abbiamo parlato con Michelangelo Cocco*, giornalista a Shanghai e analista del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

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5033721*Giornalista professionista, China analyst, scrivo per il quotidiano Domani. Ho pubblicato “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia (Carocci, 2022), e “Una Cina perfetta – La Nuova era del Pcc tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020). Habitué della Repubblica popolare dal 2007, ho vissuto a Pechino nel 2011-2012, corrispondente per il quotidiano il manifesto nello scoppiettante e nebbioso crepuscolo della tecnocrazia di Hu Jintao & Co. Sono rientrato in Cina nel gennaio 2018, anno I della Nuova era di Xi Jinping, quella in cui il Partito-Stato regalerà a tutti “una vita migliore” e costruirà “un grande paese socialista moderno”. Racconto storie, raccolgo dati e cito fatti evitando di proiettare le mie ansie e le mie (in)certezze su un popolo straordinario che se ne farebbe un baffo.

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PALESTINA/ISRAELE. Il fallimento dei «due Abbas»


di Michele Giorgio

Pagine Esteri, 19 gennaio 2023 – Nel caffè della Cisgiordania, avvolti dal fumo dei narghilè, i palestinesi discutono della debolezza politica del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen). Nei caffè della Galilea si parla invece dei rapporti più tesi in Israele tra ebrei e arabi e del «fallimento» del deputato islamista del Mansour Abbas. Con il suo partito, Raam, Mansour Abbas per un anno e mezzo ha fatto parte della coalizione «anti-Netanyahu» guidata prima dal nazionalista religioso Naftali Bennett e poi dal centrista laico Yair Lapid, passando alla storia di Israele come il primo esponente politico arabo membro a pieno titolo di un «governo sionista». Il ritorno al potere di Benyamin Netanyahu, alla testa di un esecutivo di estrema destra apertamente anti-palestinese, è una debacle per i «due Abbas».

Tra il 2020 e il 2021 Abu Mazen, illuso prima dall’ingresso alla Casa Bianca di Joe Biden e poi dalla fine del lungo regno di Netanyahu, si era convinto di poter riportare la questione palestinese sul tavolo delle diplomazie, grazie alla ripresa dei rapporti con la nuova Amministrazione Usa dopo la «rottura» durata quattro anni con Donald Trump. Le cose sono andate diversamente. Biden ha rimosso i palestinesi dalla sua agenda e si è limitato a riaprire il rubinetto, e solo in parte, degli aiuti umanitari all’Anp. Il governo Bennett/Lapid da parte sua ha continuato il blackout delle comunicazioni con i palestinesi e Abu Mazen ha avuto contatti occasionali, spesso carichi di tensione, solo con il ministro della difesa Benny Gantz. Lapid inoltre lo scorso agosto ha ordinato un altro massiccio attacco militare contro Gaza (circa 50 morti) e dopo gli attentati della scorsa primavera a Tel Aviv e altre città israeliane (18 morti) ha dato piena libertà di azione all’esercito che da mesi entra ed esce dai centri abitati palestinesi in Cisgiordania facendo morti e feriti. Incursioni che contribuiscono alla crescita della militanza palestinese armata, soprattutto a Jenin e Nablus, con riflessi diretti sulla credibilità e la stabilità dell’Anp accusata di «collaborazionismo» con Israele, a tutto vantaggio degli islamisti di Hamas.

Con questo governo israeliano le cose non potranno che complicarsi per tutti i palestinesi, dal cittadino comune al leader politico. Il ministro delle finanze israeliano ed esponente di punta dell’estrema destra Bezalel Smotrich ha di fatto il controllo del 60% del budget annuale dell’Anp. A tale percentuale corrispondono i dazi doganali e le imposte – tra 150 e 200 milioni di dollari al mese – che Israele raccoglie per conto dell’Anp. Fondi palestinesi che i passati governi israeliani hanno già congelato in più occasioni, con la motivazione di voler bloccare i sussidi versati dell’Anp alle famiglie dei prigionieri politici in carcere in Israele. Smotrich quindi potrà gestire un potente strumento di pressione sulla leadership palestinese, già fragile e ricattabile. Smotrich e il resto del governo israeliano hanno già messo in atto la minaccia annunciando il taglio dei fondi destinati all’Anp per decine di milioni di dollari. Per l’87enne Abu Mazen, in cattive condizioni di salute, i margini di manovra si fanno sempre più stretti mentre alle sue spalle sgomitano i pretendenti alla carica di presidente.

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Mansour Abbas

Non se la passa meglio l’altro Abbas, quello della Galilea. Un anno e mezzo fa ripeteva con orgoglio di aver cambiato per sempre la politica israeliana grazie alla sua «coraggiosa» adesione al governo Bennett/Lapid. Ora viene accusato da più parti di aver inutilmente causato il crollo della Lista araba unita. In un anno e mezzo Mansour Abbas ha ricevuto promesse non mantenute e annunci di fondi pubblici per le aree a maggioranza araba mai stanziati dal passato governo. Con il ritorno al potere di Netanyahu «l’esperimento arabo» nell’esecutivo è morto e sepolto. Mansour Abbas stenta a riconoscerlo e lancia accuse agli altri partiti arabi, responsabili a suo dire di non aver soccorso il passato governo. La Lista araba unita difficilmente risorgerà e i leader dei singoli partiti, in ordine sparso, annunciano che contro Netanyahu e i suoi ministri sarà avviata una mobilitazione popolare. «Saremo un’opposizione combattiva ma non basta, avvieremo anche un campagna congiunta arabo-ebraica», ha annunciato il deputato Ahmed Tibi. Pagine Esteri

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PALESTINA/ISRAELE. Il fallimento dei «due Abbas»


di Michele Giorgio

Pagine Esteri, 19 gennaio 2023 – Nel caffè della Cisgiordania, avvolti dal fumo dei narghilè, i palestinesi discutono della debolezza politica del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen). Nei caffè della Galilea si parla invece dei rapporti più tesi in Israele tra ebrei e arabi e del «fallimento» del deputato islamista del Mansour Abbas. Con il suo partito, Raam, Mansour Abbas per un anno e mezzo ha fatto parte della coalizione «anti-Netanyahu» guidata prima dal nazionalista religioso Naftali Bennett e poi dal centrista laico Yair Lapid, passando alla storia di Israele come il primo esponente politico arabo membro a pieno titolo di un «governo sionista». Il ritorno al potere di Benyamin Netanyahu, alla testa di un esecutivo di estrema destra apertamente anti-palestinese, è una debacle per i «due Abbas».

Tra il 2020 e il 2021 Abu Mazen, illuso prima dall’ingresso alla Casa Bianca di Joe Biden e poi dalla fine del lungo regno di Netanyahu, si era convinto di poter riportare la questione palestinese sul tavolo delle diplomazie, grazie alla ripresa dei rapporti con la nuova Amministrazione Usa dopo la «rottura» durata quattro anni con Donald Trump. Le cose sono andate diversamente. Biden ha rimosso i palestinesi dalla sua agenda e si è limitato a riaprire il rubinetto, e solo in parte, degli aiuti umanitari all’Anp. Il governo Bennett/Lapid da parte sua ha continuato il blackout delle comunicazioni con i palestinesi e Abu Mazen ha avuto contatti occasionali, spesso carichi di tensione, solo con il ministro della difesa Benny Gantz. Lapid inoltre lo scorso agosto ha ordinato un altro massiccio attacco militare contro Gaza (circa 50 morti) e dopo gli attentati della scorsa primavera a Tel Aviv e altre città israeliane (18 morti) ha dato piena libertà di azione all’esercito che da mesi entra ed esce dai centri abitati palestinesi in Cisgiordania facendo morti e feriti. Incursioni che contribuiscono alla crescita della militanza palestinese armata, soprattutto a Jenin e Nablus, con riflessi diretti sulla credibilità e la stabilità dell’Anp accusata di «collaborazionismo» con Israele, a tutto vantaggio degli islamisti di Hamas.

Con questo governo israeliano le cose non potranno che complicarsi per tutti i palestinesi, dal cittadino comune al leader politico. Il ministro delle finanze israeliano ed esponente di punta dell’estrema destra Bezalel Smotrich ha di fatto il controllo del 60% del budget annuale dell’Anp. A tale percentuale corrispondono i dazi doganali e le imposte – tra 150 e 200 milioni di dollari al mese – che Israele raccoglie per conto dell’Anp. Fondi palestinesi che i passati governi israeliani hanno già congelato in più occasioni, con la motivazione di voler bloccare i sussidi versati dell’Anp alle famiglie dei prigionieri politici in carcere in Israele. Smotrich quindi potrà gestire un potente strumento di pressione sulla leadership palestinese, già fragile e ricattabile. Smotrich e il resto del governo israeliano hanno già messo in atto la minaccia annunciando il taglio dei fondi destinati all’Anp per decine di milioni di dollari. Per l’87enne Abu Mazen, in cattive condizioni di salute, i margini di manovra si fanno sempre più stretti mentre alle sue spalle sgomitano i pretendenti alla carica di presidente.

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Mansour Abbas

Non se la passa meglio l’altro Abbas, quello della Galilea. Un anno e mezzo fa ripeteva con orgoglio di aver cambiato per sempre la politica israeliana grazie alla sua «coraggiosa» adesione al governo Bennett/Lapid. Ora viene accusato da più parti di aver inutilmente causato il crollo della Lista araba unita. In un anno e mezzo Mansour Abbas ha ricevuto promesse non mantenute e annunci di fondi pubblici per le aree a maggioranza araba mai stanziati dal passato governo. Con il ritorno al potere di Netanyahu «l’esperimento arabo» nell’esecutivo è morto e sepolto. Mansour Abbas stenta a riconoscerlo e lancia accuse agli altri partiti arabi, responsabili a suo dire di non aver soccorso il passato governo. La Lista araba unita difficilmente risorgerà e i leader dei singoli partiti, in ordine sparso, annunciano che contro Netanyahu e i suoi ministri sarà avviata una mobilitazione popolare. «Saremo un’opposizione combattiva ma non basta, avvieremo anche un campagna congiunta arabo-ebraica», ha annunciato il deputato Ahmed Tibi. Pagine Esteri

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Etiopia: dopo 600 mila morti una pace molto fragile


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 19 gennaio 2023 – Probabilmente, un bilancio esatto delle vittime del conflitto che ha insanguinato il nord dell’Etiopia negli ultimi due anni non sarà mai disponibile. Ma quelli forniti finora da diverse fonti parlano tutti di alcune centinaia di migliaia di morti.
In un’intervista al “Financial Times”, ad esempio, il mediatore dell’Unione Africana sul conflitto in Tigray, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, afferma che in due anni di guerra potrebbero essere morte fino a 600 mila persone.
Obasanjo ha ricordato che lo scorso 2 novembre, quando a Pretoria i funzionari etiopi hanno firmato un accordo di pace con i rappresentanti della guerriglia tigrina, i partecipanti alle trattative hanno parlato di una media di mille morti al giorno nei due anni di scontri tra l’esercito federale di Addis Abeba – e le milizie regionali alleate – e le forze del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (Tplf).
«Sulla base dei rapporti dal campo, il numero di morti potrebbe essere compreso tra 300 mila e 400 mila solo tra le vittime civili causate dalle atrocità, dalla fame e dalla mancanza di assistenza sanitaria» ha detto sempre al “Financial Times” Tim Vanden Bempt, membro del gruppo di ricercatori attivo all’Università belga di Gand che indaga sulle conseguenze del conflitto.

Due anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime
I combattimenti hanno avuto inizio il 4 novembre 2020, quando il primo ministro federale Abiy Ahmed ordinò l’intervento delle truppe etiopi contro le milizie del governo regionale del Tigray che poche ore prima avevano assaltato alcune caserme. A fianco di Ahmed – riconfermato nonostante la scadenza del suo mandato dopo la sospensione delle elezioni legislative a causa della pandemia – si schierarono anche le truppe dell’Eritrea e le milizie di alcuni stati regionali etiopi, come l’Amhara. Al fianco del TPLF – che aveva a lungo gestito il potere a livello federale prima di essere estromesso dalla corrente panetiopista capeggiata da Ahmed – si è schierato invece l’Esercito di Liberazione Oromo, che pur rappresentando l’etnia alla quale appartiene il primo ministro si batte per l’autodeterminazione del proprio territorio.

Per alcuni mesi sembrò che le truppe federali e gli eritrei – nemici storici di Addis Abeba prima che nel 2018 Ahmed siglasse la pace con il regime di Asmara aggiudicandosi un Nobel per la Pace – fossero in grado di sbaragliare le forze ribelli. Ma poi un’offensiva congiunta di tigrini e Oromo ha inflitto cocenti sconfitte alle truppe federali tanto che ad un certo punto i ribelli sembravano in grado di conquistare addirittura la capitale federale dopo aver conquistato ampie porzioni dell’Amhara e dell’Afar, nel centro-nord del paese.

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L’Etiopia cerca nuovi alleati
Mentre Usa e Ue, ex sostenitori di Addis Abeba, imponevano sanzioni all’Etiopia, in soccorso di Abiy Ahmed si sono schierati Cina, Turchia, Russia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, fornendo armi, supporto diplomatico e ingenti prestiti. Nel luglio 2021 l’Etiopia ha firmato con Mosca un accordo che impegna la Russia a fornire addestramento e tecnologie d’avanguardia per riorganizzare l’esercito di Addis Abeba. In cambio Mosca ha ottenuto un trattamento di favore nell’acquisizione di licenze per estrazioni minerarie ed energetiche.
Negli ultimi anni Ahmed ha rafforzato molto il legame con Pechino, che ha nel frattempo finanziato e realizzato decine di opere pubbliche e infrastrutture nel paese, compreso il treno che collega la capitale etiope con Gibuti, preso più volte di mira dal Tplf.
Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri cinese Qin Gang, nell’ambito di un lungo tour africano, ha firmato con l’omologo etiope Demeke Mekonnen diversi accordi bilaterali, tra i quali la cancellazione di una porzione consistente del debito etiope con Pechino (negli ultimi 10 anni la Cina ha prestato ad Addis Abeba 14 miliardi). Pechino ha confermato l’impegno per la realizzazione del Centro Africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc, l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana), la cui sede – interamente finanziata dalla Cina con 80 milioni – sorgerà ad Addis Abeba.

Sono stati soprattutto i droni da bombardamento ricevuti dagli alleati – i cinesi Wing Loong 2, i turchi Bayraktar Tb2 e gli iraniani Mujaher-6 – a permettere alle truppe federali di infliggere dure sconfitte al Tplf costringendolo ad arroccarsi nel Tigray e a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale. Le forze federali hanno ampiamente fatto ricorso ai bombardamenti indiscriminati sulle città tigrine, colpendo duramente la popolazione già stremata.

Una pace molto fragile
Una lunga e difficile trattativa, mediata dall’Unione Africana, ha finalmente portato alla firma del cessate il fuoco e alla stesura di un’agenda condivisa per un ritorno alla normalità.
Nelle ultime settimane sono stati indubbiamente fatti dei passi avanti. Ieri, ad esempio, le truppe federali sono entrate ad Adigrat, a lungo controllata dal Tplf. Nei giorni scorsi, invece, sono state le milizie amhara a ritirarsi da Scirè, nel Tigray occidentale, ottemperando agli impegni assunti in sede negoziale. Già a fine dicembre la polizia federale etiope era tornata a schierarsi a Mekelle, la capitale del Tigray, dopo due anni di assenza.
Il 10 gennaio, poi, le forze tigrine hanno iniziato a consegnare le armi pesanti sotto il monitoraggio di un apposito team dell’Unione Africana istituito grazie all’accordo raggiunto dalle parti a Nairobi lo scorso 22 dicembre. Il team, in coordinamento con i rappresentanti dei due schieramenti e l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (Igad, che riunisce 8 paesi del Corno d’Africa) è incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo di cessazione delle ostilità e di segnalare ritardi e violazioni.
Nel frattempo, la ministra della Salute Lia Tadesse ha annunciato la riattivazione delle strutture sanitarie distrutte o paralizzate dal conflitto, la distribuzione dei medicinali salvavita e l’avvio delle vaccinazioni contro il morbillo. Anche gli aeroporti di Mekelle e Scirè sono stati riaperti ed alcuni voli hanno riportato nella regione alcuni degli abitanti che erano dovuti fuggire a causa dei combattimenti o delle persecuzioni.

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Guerriglieri del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino

Disastro umanitario
Nella regione stanno arrivando anche, seppure a rilento, gli aiuti internazionali destinati alla popolazione, in precedenza bloccati quasi completamente dal governo federale.
Nel Tigray «si stima che 9 persone su 10 abbiano bisogno di assistenza umanitaria e 400mila circa siano vittime di una pesante carestia aggravata dal fatto che l’arrivo di aiuti umanitari è ancora limitato» scrive in un rapporto il Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani.
La siccità, oltre alla paralisi dell’economia locale, alla distruzione di molte infrastrutture e all’abbandono dei campi da parte degli sfollati, hanno causato in Tigray un vero e proprio disastro umanitario. Anche in altre regioni aride del paese, nel sud, le cose non vanno meglio: secondo Save the Children, attualmente 12 milioni di persone (su 115 milioni di abitanti totali) patirebbe la fame e 4 milioni di bambini sarebbero malnutriti.

L’incognita eritrea
Quella raggiunta il 2 novembre a Pretoria rischia di essere una pace incerta e provvisoria.
L’incognita maggiore è rappresentata dalla presenza in Tigray delle truppe eritree, negata per mesi sia da Abiy Ahmed sia dal dittatore di Asmara Isaias Afewerki, prima che la presenza di almeno metà dell’esercito del piccolo paese – resosi indipendente da Addis Abeba nel 1993 dopo una sanguinosa guerra durata due decadi – diventasse troppo ingombrante per continuare a nasconderla.
L’Eritrea rappresenta il “convitato di pietra” dell’accordo di cessate il fuoco permanente – alla quale non ha preso parte – e l’atteggiamento di Afewerki potrebbe rappresentare un ostacolo non secondario alla normalizzazione della situazione. Finché tutte le truppe eritree non avranno abbandonato il territorio tigrino, infatti, le milizie del Fronte di Liberazione difficilmente potranno disarmare. Al momento, il Tplf manterrebbe 20 mila miliziani armati schierati nelle zone di confine del Sudan.
Secondo Obasanjo e vari testimoni sul campo, gli eritrei avrebbero cominciato a rientrare lentamente in patria abbandonando ad esempio Axum e Scirè.
Ma ancora a gennaio il Centro di Coordinamento regionale per le emergenze – un gruppo di organizzazioni attive nel Tigray – ha denunciato le ennesime atrocità commesse dalle forze di Asmara contro i civili tigrini e contro gli oppositori di Afewerki che si erano rifugiati nella regione al confine con l’Eritrea.
Nei giorni scorsi molti dei 16 mila tigrini ospitati nel campo di Um Rakuba, nel Sudan orientale, hanno denunciato di non poter tornare a casa perché il loro territorio, nel Tigray occidentale, è occupato dalle milizie e da coloni Amhara o da soldati eritrei.
Secondo fonti tigrine citate dall’Avvenire, alla fine di novembre le truppe eritree avrebbero ucciso «3000 persone in una località a pochi km da Adua, 78 ad Adiabo e 85 nella provincia di Irob».
Nella regione, accusano sempre fonti tigrine, circa 120 mila donne sarebbero state violentate dai soldati etiopi ed eritrei e dai miliziani Amhara. Anche i guerriglieri del Tplf, però sono stati spesso accusati di atrocità nei confronti delle popolazioni delle regioni occupate durante l’offensiva contro Addis Abeba.

Difficilmente Afewerki – che arma milizie tigrine opposte al Tplf – rinuncerà a indebolire ulteriormente il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, che guidava l’Etiopia durante la guerra per l’indipendenza dell’Eritrea.
Anche se finora ha rappresentato un utile alleato del leader etiope, il regime di Asmara potrebbe tentare di rimanere nel Tigray anche senza il consenso di Abiy Ahmed. Numerosi analisti si interrogano sull’effettiva capacità del governo etiope di costringere i combattenti eritrei ad andarsene. Ne potrebbero nascere nuovi scontri, questa volta tra i due paesi prima rivali e poi alleati.

Oppure, il premier etiope potrebbe tacitamente tollerare o addirittura sollecitare la permanenza delle truppe eritree in Tigray per garantirsi il controllo del territorio e al tempo stesso permettere all’esercito federale di concentrare le proprie forze contro la ribellione Oromo, che nelle ultime settimane sembra incendiarsi.

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La ribellione Oromo
Mentre a nord si raffreddava il sanguinoso conflitto con i tigrini, Abiy Ahmed ha lanciato un’offensiva su vasta scala per distruggere le milizie dell’Esercito di Liberazione Oromo, che si batte per l’autodeterminazione della regione più vasta e popolosa dello stato (gli Oromo sono circa il 40% della popolazione totale) e la cui insurrezione si è recentemente estesa grazie all’indebolimento delle forze federali impegnate in Tigray. Anche in questo caso l’esercito federale sta facendo ampio uso dei droni sia contro le milizie dell’OLA che contro la popolazione civile. La stessa “Commissione per i diritti umani” di Addis Abeba ha documentato numerose esecuzioni sommarie compiute dalle truppe governative. D’altra parte l’OLA ha preso di mira gli Amhara che vivono nella regione mentre migliaia di Oromo sono stati cacciati o uccisi nelle regioni circostanti.
La situazione si sta «rapidamente deteriorando», ha avvisato l’agenzia di coordinamento degli aiuti dell’ONU. Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case e i servizi essenziali sono sospesi.
I rappresentanti Oromo che sostengono il governo federale chiedono ora al governo di implementare un accordo di pace simile a quello adottato per il Tigray, invocando la mediazione dell’Unione Africana, e accusano Abiy Ahmed di aver esacerbato le contraddizioni etniche nel paese. – Pagine Esteri

4904597* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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Etiopia: dopo 600 mila morti una pace molto fragile


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 19 gennaio 2023 – Probabilmente, un bilancio esatto delle vittime del conflitto che ha insanguinato il nord dell’Etiopia negli ultimi due anni non sarà mai disponibile. Ma quelli forniti finora da diverse fonti parlano tutti di alcune centinaia di migliaia di morti.
In un’intervista al “Financial Times”, ad esempio, il mediatore dell’Unione Africana sul conflitto in Tigray, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, afferma che in due anni di guerra potrebbero essere morte fino a 600 mila persone.
Obasanjo ha ricordato che lo scorso 2 novembre, quando a Pretoria i funzionari etiopi hanno firmato un accordo di pace con i rappresentanti della guerriglia tigrina, i partecipanti alle trattative hanno parlato di una media di mille morti al giorno nei due anni di scontri tra l’esercito federale di Addis Abeba – e le milizie regionali alleate – e le forze del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (Tplf).
«Sulla base dei rapporti dal campo, il numero di morti potrebbe essere compreso tra 300 mila e 400 mila solo tra le vittime civili causate dalle atrocità, dalla fame e dalla mancanza di assistenza sanitaria» ha detto sempre al “Financial Times” Tim Vanden Bempt, membro del gruppo di ricercatori attivo all’Università belga di Gand che indaga sulle conseguenze del conflitto.

Due anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime
I combattimenti hanno avuto inizio il 4 novembre 2020, quando il primo ministro federale Abiy Ahmed ordinò l’intervento delle truppe etiopi contro le milizie del governo regionale del Tigray che poche ore prima avevano assaltato alcune caserme. A fianco di Ahmed – riconfermato nonostante la scadenza del suo mandato dopo la sospensione delle elezioni legislative a causa della pandemia – si schierarono anche le truppe dell’Eritrea e le milizie di alcuni stati regionali etiopi, come l’Amhara. Al fianco del TPLF – che aveva a lungo gestito il potere a livello federale prima di essere estromesso dalla corrente panetiopista capeggiata da Ahmed – si è schierato invece l’Esercito di Liberazione Oromo, che pur rappresentando l’etnia alla quale appartiene il primo ministro si batte per l’autodeterminazione del proprio territorio.

Per alcuni mesi sembrò che le truppe federali e gli eritrei – nemici storici di Addis Abeba prima che nel 2018 Ahmed siglasse la pace con il regime di Asmara aggiudicandosi un Nobel per la Pace – fossero in grado di sbaragliare le forze ribelli. Ma poi un’offensiva congiunta di tigrini e Oromo ha inflitto cocenti sconfitte alle truppe federali tanto che ad un certo punto i ribelli sembravano in grado di conquistare addirittura la capitale federale dopo aver conquistato ampie porzioni dell’Amhara e dell’Afar, nel centro-nord del paese.

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L’Etiopia cerca nuovi alleati
Mentre Usa e Ue, ex sostenitori di Addis Abeba, imponevano sanzioni all’Etiopia, in soccorso di Abiy Ahmed si sono schierati Cina, Turchia, Russia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, fornendo armi, supporto diplomatico e ingenti prestiti. Nel luglio 2021 l’Etiopia ha firmato con Mosca un accordo che impegna la Russia a fornire addestramento e tecnologie d’avanguardia per riorganizzare l’esercito di Addis Abeba. In cambio Mosca ha ottenuto un trattamento di favore nell’acquisizione di licenze per estrazioni minerarie ed energetiche.
Negli ultimi anni Ahmed ha rafforzato molto il legame con Pechino, che ha nel frattempo finanziato e realizzato decine di opere pubbliche e infrastrutture nel paese, compreso il treno che collega la capitale etiope con Gibuti, preso più volte di mira dal Tplf, e la Grande Diga della Rinascita.
Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri cinese Qin Gang, nell’ambito di un lungo tour africano, ha firmato con l’omologo etiope Demeke Mekonnen diversi accordi bilaterali, tra i quali la cancellazione di una porzione consistente del debito etiope con Pechino (negli ultimi 10 anni la Cina ha prestato ad Addis Abeba 14 miliardi). Pechino ha confermato l’impegno per la realizzazione del Centro Africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc, l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana), la cui sede – interamente finanziata dalla Cina con 80 milioni – sorgerà ad Addis Abeba.

Sono stati soprattutto i droni da bombardamento ricevuti dagli alleati – i cinesi Wing Loong 2, i turchi Bayraktar Tb2 e gli iraniani Mujaher-6 – a permettere alle truppe federali di infliggere dure sconfitte al Tplf costringendolo ad arroccarsi nel Tigray e a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale. Le forze federali hanno ampiamente fatto ricorso ai bombardamenti indiscriminati sulle città tigrine, colpendo duramente la popolazione già stremata.

Una pace molto fragile
Una lunga e difficile trattativa, mediata dall’Unione Africana, ha finalmente portato alla firma del cessate il fuoco e alla stesura di un’agenda condivisa per un ritorno alla normalità.
Nelle ultime settimane sono stati indubbiamente fatti dei passi avanti. Ieri, ad esempio, le truppe federali sono entrate ad Adigrat, a lungo controllata dal Tplf. Nei giorni scorsi, invece, sono state le milizie amhara a ritirarsi da Scirè, nel Tigray occidentale, ottemperando agli impegni assunti in sede negoziale. Già a fine dicembre la polizia federale etiope era tornata a schierarsi a Mekelle, la capitale del Tigray, dopo due anni di assenza.
Il 10 gennaio, poi, le forze tigrine hanno iniziato a consegnare le armi pesanti sotto il monitoraggio di un apposito team dell’Unione Africana istituito grazie all’accordo raggiunto dalle parti a Nairobi lo scorso 22 dicembre. Il team, in coordinamento con i rappresentanti dei due schieramenti e l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (Igad, che riunisce 8 paesi del Corno d’Africa) è incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo di cessazione delle ostilità e di segnalare ritardi e violazioni.
Nel frattempo, la ministra della Salute Lia Tadesse ha annunciato la riattivazione delle strutture sanitarie distrutte o paralizzate dal conflitto, la distribuzione dei medicinali salvavita e l’avvio delle vaccinazioni contro il morbillo. Anche gli aeroporti di Mekelle e Scirè sono stati riaperti ed alcuni voli hanno riportato nella regione alcuni degli abitanti che erano dovuti fuggire a causa dei combattimenti o delle persecuzioni.

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Guerriglieri del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino

Disastro umanitario
Nella regione stanno arrivando anche, seppure a rilento, gli aiuti internazionali destinati alla popolazione, in precedenza bloccati quasi completamente dal governo federale.
Nel Tigray «si stima che 9 persone su 10 abbiano bisogno di assistenza umanitaria e 400mila circa siano vittime di una pesante carestia aggravata dal fatto che l’arrivo di aiuti umanitari è ancora limitato» scrive in un rapporto il Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani.
La siccità, oltre alla paralisi dell’economia locale, alla distruzione di molte infrastrutture e all’abbandono dei campi da parte degli sfollati, hanno causato in Tigray un vero e proprio disastro umanitario. Anche in altre regioni aride del paese, nel sud, le cose non vanno meglio: secondo Save the Children, attualmente 12 milioni di persone (su 115 milioni di abitanti totali) patirebbe la fame e 4 milioni di bambini sarebbero malnutriti.

L’incognita eritrea
Quella raggiunta il 2 novembre a Pretoria rischia di essere una pace incerta e provvisoria.
L’incognita maggiore è rappresentata dalla presenza in Tigray delle truppe eritree, negata per mesi sia da Abiy Ahmed sia dal dittatore di Asmara Isaias Afewerki, prima che la presenza di almeno metà dell’esercito del piccolo paese – resosi indipendente da Addis Abeba nel 1993 dopo una sanguinosa guerra durata due decadi – diventasse troppo ingombrante per continuare a nasconderla.
L’Eritrea rappresenta il “convitato di pietra” dell’accordo di cessate il fuoco permanente – alla quale non ha preso parte – e l’atteggiamento di Afewerki potrebbe rappresentare un ostacolo non secondario alla normalizzazione della situazione. Finché tutte le truppe eritree non avranno abbandonato il territorio tigrino, infatti, le milizie del Fronte di Liberazione difficilmente potranno disarmare. Al momento, il Tplf manterrebbe 20 mila miliziani armati schierati nelle zone di confine del Sudan.
Secondo Obasanjo e vari testimoni sul campo, gli eritrei avrebbero cominciato a rientrare lentamente in patria abbandonando ad esempio Axum e Scirè.
Ma ancora a gennaio il Centro di Coordinamento regionale per le emergenze – un gruppo di organizzazioni attive nel Tigray – ha denunciato le ennesime atrocità commesse dalle forze di Asmara contro i civili tigrini e contro gli oppositori di Afewerki che si erano rifugiati nella regione al confine con l’Eritrea.
Nei giorni scorsi molti dei 16 mila tigrini ospitati nel campo di Um Rakuba, nel Sudan orientale, hanno denunciato di non poter tornare a casa perché il loro territorio, nel Tigray occidentale, è occupato dalle milizie e da coloni Amhara o da soldati eritrei.
Secondo fonti tigrine citate dall’Avvenire, alla fine di novembre le truppe eritree avrebbero ucciso «3000 persone in una località a pochi km da Adua, 78 ad Adiabo e 85 nella provincia di Irob».
Nella regione, accusano sempre fonti tigrine, circa 120 mila donne sarebbero state violentate dai soldati etiopi ed eritrei e dai miliziani Amhara. Anche i guerriglieri del Tplf, però sono stati spesso accusati di atrocità nei confronti delle popolazioni delle regioni occupate durante l’offensiva contro Addis Abeba.

Difficilmente Afewerki – che arma milizie tigrine opposte al Tplf – rinuncerà a indebolire ulteriormente il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, che guidava l’Etiopia durante la guerra per l’indipendenza dell’Eritrea.
Anche se finora ha rappresentato un utile alleato del leader etiope, il regime di Asmara potrebbe tentare di rimanere nel Tigray anche senza il consenso di Abiy Ahmed. Numerosi analisti si interrogano sull’effettiva capacità del governo etiope di costringere i combattenti eritrei ad andarsene. Ne potrebbero nascere nuovi scontri, questa volta tra i due paesi prima rivali e poi alleati.

Oppure, il premier etiope potrebbe tacitamente tollerare o addirittura sollecitare la permanenza delle truppe eritree in Tigray per garantirsi il controllo del territorio e al tempo stesso permettere all’esercito federale di concentrare le proprie forze contro la ribellione Oromo, che nelle ultime settimane sembra incendiarsi.

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La ribellione Oromo
Mentre a nord si raffreddava il sanguinoso conflitto con i tigrini, Abiy Ahmed ha lanciato un’offensiva su vasta scala per distruggere le milizie dell’Esercito di Liberazione Oromo, che si batte per l’autodeterminazione della regione più vasta e popolosa dello stato (gli Oromo sono circa il 40% della popolazione totale) e la cui insurrezione si è recentemente estesa grazie all’indebolimento delle forze federali impegnate in Tigray. Anche in questo caso l’esercito federale sta facendo ampio uso dei droni sia contro le milizie dell’OLA che contro la popolazione civile. La stessa “Commissione per i diritti umani” di Addis Abeba ha documentato numerose esecuzioni sommarie compiute dalle truppe governative. D’altra parte l’OLA ha preso di mira gli Amhara che vivono nella regione mentre migliaia di Oromo sono stati cacciati o uccisi nelle regioni circostanti.
La situazione si sta «rapidamente deteriorando», ha avvisato l’agenzia di coordinamento degli aiuti dell’ONU. Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case e i servizi essenziali sono sospesi.
I rappresentanti Oromo che sostengono il governo federale chiedono ora al governo di implementare un accordo di pace simile a quello adottato per il Tigray, invocando la mediazione dell’Unione Africana, e accusano Abiy Ahmed di aver esacerbato le contraddizioni etniche nel paese. – Pagine Esteri

4921179* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

L'articolo Etiopia: dopo 600 mila morti una pace molto fragile proviene da Pagine Esteri.


Etiopia: dopo 600 mila morti una pace molto fragile


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 19 gennaio 2023 – Probabilmente, un bilancio esatto delle vittime del conflitto che ha insanguinato il nord dell’Etiopia negli ultimi due anni non sarà mai disponibile. Ma quelli forniti finora da diverse fonti parlano tutti di alcune centinaia di migliaia di morti.
In un’intervista al “Financial Times”, ad esempio, il mediatore dell’Unione Africana sul conflitto in Tigray, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, afferma che in due anni di guerra potrebbero essere morte fino a 600 mila persone.
Obasanjo ha ricordato che lo scorso 2 novembre, quando a Pretoria i funzionari etiopi hanno firmato un accordo di pace con i rappresentanti della guerriglia tigrina, i partecipanti alle trattative hanno parlato di una media di mille morti al giorno nei due anni di scontri tra l’esercito federale di Addis Abeba – e le milizie regionali alleate – e le forze del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (Tplf).
«Sulla base dei rapporti dal campo, il numero di morti potrebbe essere compreso tra 300 mila e 400 mila solo tra le vittime civili causate dalle atrocità, dalla fame e dalla mancanza di assistenza sanitaria» ha detto sempre al “Financial Times” Tim Vanden Bempt, membro del gruppo di ricercatori attivo all’Università belga di Gand che indaga sulle conseguenze del conflitto.

Due anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime
I combattimenti hanno avuto inizio il 4 novembre 2020, quando il primo ministro federale Abiy Ahmed ordinò l’intervento delle truppe etiopi contro le milizie del governo regionale del Tigray che poche ore prima avevano assaltato alcune caserme. A fianco di Ahmed – riconfermato nonostante la scadenza del suo mandato dopo la sospensione delle elezioni legislative a causa della pandemia – si schierarono anche le truppe dell’Eritrea e le milizie di alcuni stati regionali etiopi, come l’Amhara. Al fianco del TPLF – che aveva a lungo gestito il potere a livello federale prima di essere estromesso dalla corrente panetiopista capeggiata da Ahmed – si è schierato invece l’Esercito di Liberazione Oromo, che pur rappresentando l’etnia alla quale appartiene il primo ministro si batte per l’autodeterminazione del proprio territorio.

Per alcuni mesi sembrò che le truppe federali e gli eritrei – nemici storici di Addis Abeba prima che nel 2018 Ahmed siglasse la pace con il regime di Asmara aggiudicandosi un Nobel per la Pace – fossero in grado di sbaragliare le forze ribelli. Ma poi un’offensiva congiunta di tigrini e Oromo ha inflitto cocenti sconfitte alle truppe federali tanto che ad un certo punto i ribelli sembravano in grado di conquistare addirittura la capitale federale dopo aver conquistato ampie porzioni dell’Amhara e dell’Afar, nel centro-nord del paese.

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L’Etiopia cerca nuovi alleati
Mentre Usa e Ue, ex sostenitori di Addis Abeba, imponevano sanzioni all’Etiopia, in soccorso di Abiy Ahmed si sono schierati Cina, Turchia, Russia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, fornendo armi, supporto diplomatico e ingenti prestiti. Nel luglio 2021 l’Etiopia ha firmato con Mosca un accordo che impegna la Russia a fornire addestramento e tecnologie d’avanguardia per riorganizzare l’esercito di Addis Abeba. In cambio Mosca ha ottenuto un trattamento di favore nell’acquisizione di licenze per estrazioni minerarie ed energetiche.
Negli ultimi anni Ahmed ha rafforzato molto il legame con Pechino, che ha nel frattempo finanziato e realizzato decine di opere pubbliche e infrastrutture nel paese, compreso il treno che collega la capitale etiope con Gibuti, preso più volte di mira dal Tplf, e la Grande Diga della Rinascita.
Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri cinese Qin Gang, nell’ambito di un lungo tour africano, ha firmato con l’omologo etiope Demeke Mekonnen diversi accordi bilaterali, tra i quali la cancellazione di una porzione consistente del debito etiope con Pechino (negli ultimi 10 anni la Cina ha prestato ad Addis Abeba 14 miliardi). Pechino ha confermato l’impegno per la realizzazione del Centro Africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc, l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana), la cui sede – interamente finanziata dalla Cina con 80 milioni – sorgerà ad Addis Abeba.

Sono stati soprattutto i droni da bombardamento ricevuti dagli alleati – i cinesi Wing Loong 2, i turchi Bayraktar Tb2 e gli iraniani Mujaher-6 – a permettere alle truppe federali di infliggere dure sconfitte al Tplf costringendolo ad arroccarsi nel Tigray e a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale. Le forze federali hanno ampiamente fatto ricorso ai bombardamenti indiscriminati sulle città tigrine, colpendo duramente la popolazione già stremata.

Una pace molto fragile
Una lunga e difficile trattativa, mediata dall’Unione Africana, ha finalmente portato alla firma del cessate il fuoco e alla stesura di un’agenda condivisa per un ritorno alla normalità.
Nelle ultime settimane sono stati indubbiamente fatti dei passi avanti. Ieri, ad esempio, le truppe federali sono entrate ad Adigrat, a lungo controllata dal Tplf. Nei giorni scorsi, invece, sono state le milizie amhara a ritirarsi da Scirè, nel Tigray occidentale, ottemperando agli impegni assunti in sede negoziale. Già a fine dicembre la polizia federale etiope era tornata a schierarsi a Mekelle, la capitale del Tigray, dopo due anni di assenza.
Il 10 gennaio, poi, le forze tigrine hanno iniziato a consegnare le armi pesanti sotto il monitoraggio di un apposito team dell’Unione Africana istituito grazie all’accordo raggiunto dalle parti a Nairobi lo scorso 22 dicembre. Il team, in coordinamento con i rappresentanti dei due schieramenti e l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (Igad, che riunisce 8 paesi del Corno d’Africa) è incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo di cessazione delle ostilità e di segnalare ritardi e violazioni.
Nel frattempo, la ministra della Salute Lia Tadesse ha annunciato la riattivazione delle strutture sanitarie distrutte o paralizzate dal conflitto, la distribuzione dei medicinali salvavita e l’avvio delle vaccinazioni contro il morbillo. Anche gli aeroporti di Mekelle e Scirè sono stati riaperti ed alcuni voli hanno riportato nella regione alcuni degli abitanti che erano dovuti fuggire a causa dei combattimenti o delle persecuzioni.

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Guerriglieri del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino

Disastro umanitario
Nella regione stanno arrivando anche, seppure a rilento, gli aiuti internazionali destinati alla popolazione, in precedenza bloccati quasi completamente dal governo federale.
Nel Tigray «si stima che 9 persone su 10 abbiano bisogno di assistenza umanitaria e 400mila circa siano vittime di una pesante carestia aggravata dal fatto che l’arrivo di aiuti umanitari è ancora limitato» scrive in un rapporto il Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani.
La siccità, oltre alla paralisi dell’economia locale, alla distruzione di molte infrastrutture e all’abbandono dei campi da parte degli sfollati, hanno causato in Tigray un vero e proprio disastro umanitario. Anche in altre regioni aride del paese, nel sud, le cose non vanno meglio: secondo Save the Children, attualmente 12 milioni di persone (su 115 milioni di abitanti totali) patirebbe la fame e 4 milioni di bambini sarebbero malnutriti.

L’incognita eritrea
Quella raggiunta il 2 novembre a Pretoria rischia di essere una pace incerta e provvisoria.
L’incognita maggiore è rappresentata dalla presenza in Tigray delle truppe eritree, negata per mesi sia da Abiy Ahmed sia dal dittatore di Asmara Isaias Afewerki, prima che la presenza di almeno metà dell’esercito del piccolo paese – resosi indipendente da Addis Abeba nel 1993 dopo una sanguinosa guerra durata due decadi – diventasse troppo ingombrante per continuare a nasconderla.
L’Eritrea rappresenta il “convitato di pietra” dell’accordo di cessate il fuoco permanente – alla quale non ha preso parte – e l’atteggiamento di Afewerki potrebbe rappresentare un ostacolo non secondario alla normalizzazione della situazione. Finché tutte le truppe eritree non avranno abbandonato il territorio tigrino, infatti, le milizie del Fronte di Liberazione difficilmente potranno disarmare. Al momento, il Tplf manterrebbe 20 mila miliziani armati schierati nelle zone di confine del Sudan.
Secondo Obasanjo e vari testimoni sul campo, gli eritrei avrebbero cominciato a rientrare lentamente in patria abbandonando ad esempio Axum e Scirè.
Ma ancora a gennaio il Centro di Coordinamento regionale per le emergenze – un gruppo di organizzazioni attive nel Tigray – ha denunciato le ennesime atrocità commesse dalle forze di Asmara contro i civili tigrini e contro gli oppositori di Afewerki che si erano rifugiati nella regione al confine con l’Eritrea.
Nei giorni scorsi molti dei 16 mila tigrini ospitati nel campo di Um Rakuba, nel Sudan orientale, hanno denunciato di non poter tornare a casa perché il loro territorio, nel Tigray occidentale, è occupato dalle milizie e da coloni Amhara o da soldati eritrei.
Secondo fonti tigrine citate dall’Avvenire, alla fine di novembre le truppe eritree avrebbero ucciso «3000 persone in una località a pochi km da Adua, 78 ad Adiabo e 85 nella provincia di Irob».
Nella regione, accusano sempre fonti tigrine, circa 120 mila donne sarebbero state violentate dai soldati etiopi ed eritrei e dai miliziani Amhara. Anche i guerriglieri del Tplf, però sono stati spesso accusati di atrocità nei confronti delle popolazioni delle regioni occupate durante l’offensiva contro Addis Abeba.

Difficilmente Afewerki – che arma milizie tigrine opposte al Tplf – rinuncerà a indebolire ulteriormente il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, che guidava l’Etiopia durante la guerra per l’indipendenza dell’Eritrea.
Anche se finora ha rappresentato un utile alleato del leader etiope, il regime di Asmara potrebbe tentare di rimanere nel Tigray anche senza il consenso di Abiy Ahmed. Numerosi analisti si interrogano sull’effettiva capacità del governo etiope di costringere i combattenti eritrei ad andarsene. Ne potrebbero nascere nuovi scontri, questa volta tra i due paesi prima rivali e poi alleati.

Oppure, il premier etiope potrebbe tacitamente tollerare o addirittura sollecitare la permanenza delle truppe eritree in Tigray per garantirsi il controllo del territorio e al tempo stesso permettere all’esercito federale di concentrare le proprie forze contro la ribellione Oromo, che nelle ultime settimane sembra incendiarsi.

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La ribellione Oromo
Mentre a nord si raffreddava il sanguinoso conflitto con i tigrini, Abiy Ahmed ha lanciato un’offensiva su vasta scala per distruggere le milizie dell’Esercito di Liberazione Oromo, che si batte per l’autodeterminazione della regione più vasta e popolosa dello stato (gli Oromo sono circa il 40% della popolazione totale) e la cui insurrezione si è recentemente estesa grazie all’indebolimento delle forze federali impegnate in Tigray. Anche in questo caso l’esercito federale sta facendo ampio uso dei droni sia contro le milizie dell’OLA che contro la popolazione civile. La stessa “Commissione per i diritti umani” di Addis Abeba ha documentato numerose esecuzioni sommarie compiute dalle truppe governative. D’altra parte l’OLA ha preso di mira gli Amhara che vivono nella regione mentre migliaia di Oromo sono stati cacciati o uccisi nelle regioni circostanti.
La situazione si sta «rapidamente deteriorando», ha avvisato l’agenzia di coordinamento degli aiuti dell’ONU. Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case e i servizi essenziali sono sospesi.
I rappresentanti Oromo che sostengono il governo federale chiedono ora al governo di implementare un accordo di pace simile a quello adottato per il Tigray, invocando la mediazione dell’Unione Africana, e accusano Abiy Ahmed di aver esacerbato le contraddizioni etniche nel paese. – Pagine Esteri

5014284* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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In Cina e Asia – Xi rassicura sul Covid, ma le previsioni sui decessi non sono positive


In Cina e Asia – Xi rassicura sul Covid, ma le previsioni sui decessi non sono positive lavoratori pandemia
Xi rassicura sul Covid, ma le previsioni sui decessi non sono positive
Figure di spicco entrano nella Conferenza consultiva politica del popolo cinese
Pechino contesa tra Mosca e Kiev
Anche le donne entreranno nelle forze di riserva di Taiwan

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VIDEOLETTURA. “Diario della Rivoluzione”: la Tunisia e la poetica di Mohammed Sgaier Awlad Ahmad


di Patrizia Zanelli

(la foto di Mohammed Sgaier Awlad Ahmad è dal Festival della Letteratura del Mediterraneo)

Pagine Esteri, 18 gennaio 2022 – Se un giorno il popolo vorrà vivere / il destino lo dovrà assecondare

La notte dovrà dissiparsi / e le catene si dovranno spezzare

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Il mausoleo di Abu al-Qāsim al-Shabbi

Questi versi iniziali del poema “La volontà di vivere”, composto nel 1933 dal giovane poeta romantico tunisino Abu al-Qāsim al-Shabbi (1909-1934), ispirarono lo slogan più famoso della primavera araba del 2011: “Il popolo vuole la caduta del regime”. La scintilla delle rivolte esplose in più paesi dell’area era partita proprio dalla Tunisia, il 17 gennaio 2010, quando il ventiseienne venditore ambulante Mohamed Bouazìz si era dato fuoco in segno di protesta contro la disoccupazione e le vessazioni di uno Stato poliziesco. Ciò avveniva precisamente a Sidi Bouziz, capoluogo della regione in cui era nato Mohammed Sgaier Awlad Ahmad (1955-2016), considerato il poeta della stessa rivoluzione della dignità, sfociata nella caduta del regime di Zine El Abidine Ben ʿAli (1936-2019), il 14 gennaio 2011. Da lì a poco l’autore finì di comporre “La poesia della farfalla”, in cui propone un monologo immaginario di Mohamed Bouazìz, per commemorare l’auto-immIn “La poesia della farfalla”, Awlad Ahmad propone un monologo immaginario di Mohamed Bouazìz, per commemorare l’auto-immolazione del giovane ambulante che nel 2011 accese le proteste popolari in Tunisia che portarono alla caduta del dittatore Zine El Abidine Ben ʿAlilazione del giovane ambulante, morto dopo 18 giorni di ricovero in un ospedale di Ben Arous per le gravi ustioni riportate su oltre il 90% del corpo a seguito di quel gesto disperato, che aveva subito acceso le proteste popolari pacifiche in Tunisia. Il poeta incluse questa elegia e altri cinque componimenti nella raccolta “Diario della Rivoluzione”[1], pubblicata per la prima volta a livello internazionale in traduzione italiana da Lushir, nel settembre 2011.

Il piccolo volume in effetti contiene opere rappresentative di varie fasi della produzione poetica di Awlad Ahmad, che era originario di un villaggio situato in una regione semidesertica, povera e marginalizzata da ogni regime tunisino. L’infanzia vissuta in condizioni sociali difficili si rispecchia in molti testi dell’autore che era anche un giornalista e prosatore, voce del dissenso laico libertario sin dall’epoca dell’involuzione anti-democratica di Habib Bourghiba (1903-2000), padre socialista della Tunisia indipendente.

Awlad Ahmad si era politicizzato, mentre compiva gli studi secondari a Tunisi, partecipando al vibrante movimento studentesco degli anni ’70 e inserendosi nella sinistra tunisina. In quel periodo aveva anche iniziato a frequentare gli ambienti letterari della capitale. Dopo il diploma, andò in Francia per studiare psicologia all’Università di Reims. Tornato in Tunisia, iniziò la carriera giornalistica, scrivendo editoriali per quotidiani e periodici. Fu così che scoprì il proprio talento poetico e all’età di venticinque anni cominciò a scrivere poesie. Il suo primo componimento famoso è “L’inno dei sei giorni”, del 1984, dedicato alla “rivolta del pane” del gennaio di quell’anno, esplosa in risposta alle politiche neoliberiste adottate dal governo bourghibista. Il poema divenuto subito popolare fu bandito dal regime, e il poeta stesso fu incarcerato per poco tempo per avere partecipato a un sit-in a sostegno dell’Unione Generale Tunisina del Lavoro.

4889927Nel 1987, invece, fu arrestato a Tunisi, mentre usciva da un bar, e poi condannato a un mese di carcere per stato di manifesta ubriachezza in luogo pubblico; a seguito della detenzione fu inoltre licenziato. Nel novembre di quell’anno salì al potere Ben Ali, destituendo l’anziano Boughiba con un colpo di Stato militare definito “medico”. Nel 1988, Awlad Ahmad poté finalmente pubblicare “Inno dei sei giorni” in un’omonima raccolta, la prima della sua carriera letteraria, seguita da “Ma io sono Ahmad” e da “Non ho problemi”, entrambe del 1989, e da “Il Sud dell’acqua”, del 1991. D’altra parte, tuttavia, l’autore era già entrato nel mirino non solo del regime di Ben Ali, ma anche dei seguaci dell’oscurantismo religioso cresciuto in Tunisia e altrove nel mondo arabo insieme al neoliberismo. Fu addirittura condannato a morte per apostasia dallo Sheikh Yusuf Qaradawi (1926-2022); e lui rispose a questa fatwa, una vera istigazione a ucciderlo, sporgendo querela contro lo stesso islamista qatariota di origine egiziana legato ai Fratelli Musulmani, che l’aveva emessa. Sentendosi perseguitato da tutti coloro che non sopportavano la sua penna graffiante, e osteggiato perfino da alcuni progressisti e capo redattori tunisini, nel 1992, Awlad Ahmad cominciò a comporre a Casablanca il poema “Il testamento”, che completò in Tunisia e pubblicò su più giornali arabi divenendo celebre nell’intera regione. Fu elogiato dal grande poeta palestinese Mahmud Darwish (1941-2008), che lo aveva ispirato più d’ogni altro e con cui condivideva la propensione a raccontare come un cronista attento l’evoluzione storico-culturale della propria società.

Nel 1993, Awlad Ahmad riuscì a realizzare un vecchio sogno nel cassetto, diventando il fondatore e direttore della Maison de la Poésie (Bayt al-Shi‘r), istituita dal ministero della Cultura tunisino. Ben Ali cercava di presentarsi come un grande ammiratore e patrocinatore del poeta della “rivolta del pane”, che aveva preannunciato la fine del regime di Bourghiba, soltanto per promuovere la sua stessa immagine in Tunisia e soprattutto in Occidente. Il dispotico Presidente tunisino introduceva infatti riforme costituzionali puramente cosmetiche per darsi un minimo di parvenza democratica, falsità che diffondeva tramite la propaganda mediatica di Stato, ottenendo così il benestare degli Stati Uniti e dei paesi europei con cui era alleato. Awlad Ahmad era consapevole di questi giochi politici, che denunciava nei suoi testi; quindi, nel 1997, lasciò l’incarico alla Maison de la Poésie. Ripubblicò “Il testamento” in un’omonima raccolta del 2002 e poi lo incluse anche in “Diario della Rivoluzione”, volume che si apre con la poesia “Tunisia: qui e ora”, composta durante la fase iniziale della rivolta nata dalle “ceneri creative” del giovane ambulante Mohamed Bouazizi.

Dopo il successo delle proteste risultate nella fuga di Ben Ali in Arabia Saudita, Awlad Ahmad continuò a partecipare attivamente al processo di democratizzazione della Tunisia. Aveva paragonato la rivoluzione stessa, nata senza un progetto o inquadramento ideologico preciso, a un’opera poetica moderna che, a differenza di una poesia classica, nasce quasi spontaneamente, a partire da un’immagine o una parola viene costruita di giorno in giorno. Awlad Ahmad scriveva nutrendosi dei nuovi stimoli che riceveva man mano dalla realtà che lo circondava e con cui interagiva, usando un linguaggio puntualmente attuale, semplice, incisivo, vicino al colloquiale e spesso provocatorio. Adottò un metodo compositivo legato all’oralità e un lessico richiamante la quotidianità. Si serviva di assonanze e ripetizioni per conferire un ritmo particolare ai suoi componimenti, rendendoli facili da leggere, memorizzare, recitare e cantare. Durante le serate poetiche, con acompagnamento musicale, infatti, il pubblico li cantava insieme al poeta stesso. Awlad Ahmad creò esclusivamente poesie in prosa, ricche di metafore e perlopiù segnate dall’ironia, occupandosi di svariati temi, come l’amore, l’amicizia e la musica, mentre tendeva a improntare all’umorismo nero i testi di denuncia politica e sociale, usando talvolta il gergo giornalistico. Per ragioni che non riguardano lo stile poetico, si sentiva – ed è considerato – erede del già citato Abu al-Qāsim al-Shabbi, giovane poeta romantico, nella vita anticonformista, personaggio scomodo per le autorità governative e religiose tunisine degli anni ’20, e tuttora amato in quanto simbolo di libertà nel mondo arabo in genere.

La vittoria del partito islamista conservatore Ennahdha alle prime elezioni democratiche della Tunisia post-Ben Ali fu una battuta d’arresto del processo rivoluzionario a cui Awlad Ahmad rispose, come sempre, con la scrittura. Nel 2012, espresse le sue idee laiche, criticando apertamente il nuovo governo, durante un programma televisivo, e da lì a poco fu aggredito da alcuni cosiddetti “salafiti”, rappresentanti dell’islamismo più oscurantista. L’autore non smise mai di opporsi al totalitarismo di qualsiasi matrice fosse e alla relativa cultura del terrore; per farlo, usava “le bombe della poesia e i fulmini della prosa”, come lui medesimo definì i suoi strumenti culturali in un post pubblicato su Facebook. Lottò con altrettanta determinazione contro il cancro scoperto troppo tardi e di cui morì il 5 aprile del 2016, proprio il giorno prima del suo sessantunesimo compleanno. Nella prefazione a “Diario della Rivoluzione”, Mohammed-Salah Omri afferma che, dopo Abu al-Qāsim al-Shabbi, con cui condivideva la libertà di spirito, Awlad Ahmad è senz’altro il poeta tunisino più riconosciuto come tale. “Celebrato dalle voci della protesta, bandito dalle autorità politiche e religiose, ribelle nel vero senso del termine, bohèmien ma sempre prolifico”, era stato dagli anni ‘80 in poi l’intellettuale più rappresentativo della cultura della contestazione nella storia della Tunisia indipendente. Pagine Esteri

Per PAGINE ESTERI, Annalisa Comes legge tre componimenti della raccolta “Diario della Rivoluzione” di Mohammed Sgaier Awlad Ahmad: “Tunisia: ora e qui”, “La poesia della farfalla” e “Il testamento”.

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Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Oltre a Diario della Rivoluzione, ha tradotto diverse altre opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino”, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī e la raccolta poetica L’autunno, qui, è magico e immenso (Il Sirente, 2013) del poeta curdo-siriano Golan Haji. Ha curato con Sobhi Boustani, Rasheed El-Enany e Monica Ruocco il volume: Fiction and History: the Rebirth of the Historical Novel in Arabic. Proceedings of the 13th EURAMAL Conference, 28 May-1 June 2018, Naples/Italy (Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino”, 2022).

Costanza Ferrini è una comparatista di formazione filosofica, ricercatrice indipendente, saggista e artista. Si occupa di letteratura e cultura contemporanea del Mediterraneo. È stata corrispondente per l’Italia della rivista culturale La pensée de midi. Tra il 1997 e il 2002 ha progettato e curato la sezione letteraria della casa editrice Mesogea. Ha fatto parte per dieci anni del Comitato Scientifico del Festival di Letteratura Mediterranea di Lucera, di cui è stata anche direttrice artistica. Dal 2013, si dedica alla creazione di opere che coniugano scrittura e disegno, sia su argilla che su carta. I suoi lavori sono stati esposti in mostre collettive e personali organizzate in diverse città italiane ed europee. Ha pubblicato la monografia Venature mediterranee. Dialogo con scrittori di oggi (Mesogea, 1999). Oltre a Diario della Rivoluzione di Awlad Ahmad, ha curato molti altri volumi, fra cui la raccolta di poesie e opere d’arte di autrici di vari paesi, Di acqua e di tempo/Of Water and Time (Aiep, 2022), e l’antologia in due volumi Lingue di mare, lingue di terra (Mesogea,1999-2000).

Mohammed-Salah Omri è professore associato di Letteratura Araba e Comparata presso l’Università di Oxford. Si occupa specialmente di narrativa, di studi mediterranei, della percezione moderna dell’Islam in Occidente e di rivoluzioni arabe. Ha pubblicato le monografie: Confluency (Tarafud) Between Trade Unionism, Culture and Revolution in Tunisia (UGTT information and documentation unit, 2016) e Nationalism, Islam and World Literature: Sites of Confluence in the Writings of Mahmud al-Mas’adi (Routledge, 2006). Ha curato: con Mohsen El Khouni e Mouldi Guessoumi, University and society in the context of Arab revolutions and new humanism, (Rosa Luxembourg Foundation, 2016); con Maria Fusaro e Colin Heywood, Trade and cultural exchange in the early Modern Mediterranean: Braudel’s maritime legacy (Tauris, 2010); e The Novelization of Islamic Literatures: the intersections of Western, Arabic, Persian, Urdu and Turkish Traditions in Comparative Critical Studies, 2007.

NOTE

[1] Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, Tūnis al-ān wa hunā. Diario della Rivoluzione, a cura di Costanza Ferrini, Prefazione di Mohammed-Salah Omri, tr. Patrizia Zanelli, Lushir, 2011.

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VIAGGI E STORIA. L’Europa che nasce da Sarajevo, l’Europa che a Sarajevo muore


di Paolo Pantaleoni* –

Pagine Esteri, 4 gennaio 2022 – (Seconda parte – leggi qui la prima parte) Seguendo il corso della Sava fino alla confluenza sua nel Danubio si arriva in una Belgrado più affascinante che bella, una città che prosegue la sua torsione da città cosmopolita e laica, capitale per oltre cinquant’anni di un paese multietnico, a capitale di un’anima conservatrice ed ortodossa emersa nell’ultimo ventennio anche per negazione altrui.

Pochissimi i turisti stranieri che si incontrano in città.

La Serbia vive in gran parte di turismo interno, di serbi e cittadini delle repubbliche ex jugoslave, e di turismo russo.

Le bandiere russe sono ovunque, in sostegno all’invasione dell’Ucraina in nome della comune appartenenza all’ortodossia cattolica slava, e mentre alla comunità LGBTQ viene impedito di sfilare al Gay Pride, con un provvedimento di urgenza del governo, con facilità si incontrano sui muri del centro scritte inneggianti a Ratko Mladic.

I servizi segreti di mezzo mondo sapevano dove fosse il criminale latitante teoricamente pluriricercato, lo avevano anche filmato mentre andava al mare in Montenegro con la famiglia, protetto dal governo serbo è stato consegnato dalle autorità quando la Serbia aveva necessità di normalizzare il proprio rapporto con l’Unione Europea.

Non è un caso che sia stato protetto da governo e servizi più di quanto non siano stati protetti Milosevic e Karadzic.

Il sogno autarchico di Izbegovic dopo 30 anni si è avverato.

Sarajevo è oggi una sorte di colonia turca dove si muore di fame con 450 euro mensili di stipendio medio, con cui non si arriva a fine mese.

Il paese ferito ha smarrito da tempo la sua anima gentile e si è, poco alla volta, svuotato delle giovani generazioni man mano che venivano portati a termine i percorsi di studio accademico.

La migliore gioventù bosniaca emigra da anni in cerca di futuro.

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Memoriale di Srebrenica – © Foto di Paolo Pantaleoni

Gli accordi di Dayton hanno, in sintesi estrema, ratificato l’esistente, la separazione della società bosniaca su base etnica, dalla politica all’istruzione il settarianesimo istituzionalizzato è un pilastro della Bosnia di oggi.

Non stupisce la notizia secondo cui almeno 300 bosniaci sono andati a cercare fortuna gloria e danaro in Siria tra le file dell’Isis, ed almeno 70 sono morti.

La predicazione degli imam wahabiti arrivati dall’Arabia Saudita ha pescato con facilità nella povertà diffusa.

Per comprendere il neo ottomanesimo di Erdogan è stato utile recarmi a Sarajevo 3 volte nell’arco di un decennio.

I danni della ricostruzione sono prossimi a quelli della guerra.

In un paese in cui molti profughi non sono mai rientrati, dove i soldi degli aiuti internazionali vengono spartiti su base etnica, nella quotidianità bosniaca è assente la speranza.

Dopo Dayton in Bosnia si è privatizzato tutto il privatizzabile e sono arrivati i soldi delle petrolmonarchie del golfo, della Turchia e dell’Iran.

Una società laica da secoli si è lentamente islamizzata, le ragazze hanno ripreso ad indossare il velo, cosa estranea alla cultura bosniaca del secondo ‘900.

Il turismo di massa turco e saudita ha fatto il resto.

Mi tornano spesso in mente le parole di Ghassan Andoni, lucidissima mente libera Palestinese, quando rispetto ai fiumi di petroldollari sunniti che invadono la Palestina mi disse “sono Palestinese e voglio vivere in Palestina, non in un’area tribale dell’Afghanistan”.

Nel sonno della ragione il restauro della grande biblioteca di Sarajevo è stato completato, ora è un museo fatto sulle ceneri di 2milioni di libri perduti per sempre, mentre il centro storico di Sarajevo somiglia sempre più a quello di Istanbul.

Nel frattempo, eccezion fatta per la comunità dei serbi di Bosnia i consensi dei partiti nazionalisti sono in crisi.

Vent’anni di promesse disattese, di assenza di una ricostruzione capace di redistribuire ricchezza hanno portato nelle ultime elezioni ad un risultato sorprendente sia dentro la comunità croata che dentro quella bosniaca.

I partiti nazionalisti sono crollati nei consensi.

I nazionalisti mantengono una maggioranza ancora ampia solo nella comunità serba.

Per questo motivo, a intervalli regolari, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Milorad Dodik avvia la narrazione di un referendum sull’indipendenza della Repubblica Serba che, con ogni probabilità, non avverrà mai, accolto con freddezza anche dal governo serbo come si fa con un argomento inflazionato.

La fuga dalla Bosnia delle giovani generazioni scolarizzate ha impoverito enormemente il paese, sia sul piano culturale che sotto il profilo dello sviluppo economico.

A rendere ancor più grotteschi i panegirici nazionalisti di Dodik vi è la mancanza sul campo di persone con cui praticare una rottura non solo istituzionale.

Ricordo esattamente dov’ero e cosa stessi facendo l’11 Settembre del 2001 quando venni raggiunto dalla notizia degli attentati alle torri gemelle.

Ognuno di noi ricorda esattamente dove fosse e cosa stesse facendo quel giorno quando arrivarono le prima notizie dagli Stati Uniti seguite dalle immagini trasmesse in mondo visione.

Per quanto mi sforzi non riesco invece a ricordare dove fossi e cosa stessi facendo nelle giornate terribili tra il 9 ed il 25 Luglio 1995.

E pensare che in quei giorni, a poco più di un’ora di volo dall’Italia, morirono più del triplo delle vittime dell’11 Settembre 2001.

Oltre 8000 persone uccise nel cuore dell’Europa perché musulmane.

La più grande strage di civili del dopoguerra fu un genocidio di musulmani che si erano rifugiati nell’area protetta delle Nazioni Unite tra Tuzla e Srebrenica sotto la protezione dei caschi blu olandesi alloggiati presso l’ex fabbrica di trattori a Potocari.

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Memoriale di Srebrenica – © Foto di Paolo Pantaleoni

Dopo lo sfondamento da parte serba delle difese dell’enclave di Srebrenica, la popolazione della zona cercò rifugio presso la base dei caschi blu immaginando che le Nazioni Unite avrebbero offerto protezione ai civili.

Per l’esercito Serbo Bosniaco, e per i paramilitari serbi, greci (su Srebrenica sventolò la bandiera greca issata dai volontari della Guardia di Volontariato Greco, oggi Alba Dorata) e russi, i Caschi Blu Olandesi del colonnello Kerremans furono complici e non un ostacolo.

Per la corte Suprema Olandese, il Governo Olandese fu responsabile del 10% delle vittime del massacro di Srebrenica perché furono circa 5000 i bosniaci entrati fisicamente nell’ex fabbrica di trattori di Potocari in cui alloggiavano i militari dei Paesi Bassi.

Quando i serbi terminarono di portare via le persone ammassate all’esterno, dividendo gli uomini dalle donne, le persone che pensavano di essere al sicuro dentro la base olandese vennero fatte uscire e subirono la stessa sorte tragica delle altre.

Al memoriale del genocidio, lungo la strada che da Bratunac porta a Srebrenica, ci si torce dal dolore nel leggere un elenco di nomi che sembra non finire mai.

Il processo di identificazione delle vittime e di ricerca delle fosse comuni non è ancora terminato.

La vittima più giovane fu una neonata di nome Fatima, la madre l’aveva partorita dentro la base, venne uccisa dai miliziani serbi perché piangeva.

Il tribunale dell’AIA, lo stesso che ha assolto il criminale croato Ante Gotovina (ex legionario ed ex intimidatore di sindacalisti in sciopero negli anni in cui viveva in Francia) non si è mai sognato di processare i militari olandesi corresponsabili di un genocidio.

La comunità internazionale di sdegnò per la distruzione dello Stari Most di Mostar (come si sdegnò per la distruzione dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan, o dell’area archeologica di Palmira in Siria) ma non per le responsabilità delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea che riconobbero come interlocutori istituzionali personaggi impresentabili come Karadzic e Izetbegovic, o che riconobbero l’indipendenza di Croazia e Slovenia senza interrogarsi sulle conseguenze di quel riconoscimento.

Alexander Langer scriveva che l’Europa nasceva o moriva a Sarajevo.

Basta andare a Sarajevo oggi per assistere alla seconda tragedia bosniaca fatta di precarietà, povertà, settarismo e corruzione, per guardare anche a noi stessi, alle nostre comunità e capire quale Europa sia nata da Sarajevo e quale sia morta assieme alle 10mila vittime dell’assedio.

A Srebrenica oggi un giovane di nome Irvin (che ha perso il padre ed uno zio nel genocidio), ex profugo che trovò rifugio in Italia, ha deciso di porre fine al suo esilio per fare rientro in patria e realizzare dal nulla, in un terreno poco fuori Srebrenica, un eco villaggio autocostruito, in bi- edilizia, utilizzando le tecniche di costruzione tradizionali, recuperando le tegole dei tetti in ardesia dai villaggi distrutti nei dintorni.

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Ponte di Visegrad, sul fiume Drina – © Foto di Paolo Pantaleoni

Per qualche giorno quel villaggio è stato un luogo dell’anima nato per affrancare un’area meravigliosa, attraversata dalla maestosità della Drina e del suo canyon, dal ricordo tragico della guerra.

Irvin, grazie anche all’aiuto del Gruppo Italiano Amici della Natura, e col suo lavoro fatto in parti uguali di fatica ed umanità, organizza escursioni sostenibili, anche di più giorni, nelle foreste e nei monti al confine tra Serbia e Bosnia, ed ha coinvolto le persone dei villaggi attorno a Srebrenica, per promuovere il patrimonio culturale e le tradizioni della Bosnia rurale, contribuendo a tenere in vita quello che Salvatore Quasimodo chiamava il grande umanesimo contadino.

Come scriveva Winston Churchill, “i Balcani producono più storia di quella che possono digerire”.

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4873465*Paolo Pantaleoni, nato e cresciuto a Rimini. Di formazione umanistica, ha studiato presso l’Università di Bologna, abbandonando con successo gli studi in Scienze Politiche a favore di quelli in Storia. Militante sociale, per un decennio si è occupato di cooperazione decentrata in Palestina. Appassionato di cucina, per lavoro si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro ed igiene degli alimenti in una società di ristorazione. Nel tempo libero si divide tra il guardare il mondo con curiosità e lentezza e praticare le proprie passioni. Viaggiatore, camminatore, escursionista ed apicoltore ha una venerazione per la pesca con la mosca artificiale.

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Perù: la repressione fa 47 morti. Governo indagato per genocidio


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 12 gennaio 2023 – La repressione delle manifestazioni scatenate dall’arresto di Pedro Castillo dopo il fallimento dell’autogolpe tentato dall’ex presidente il 7 dicembre ha provocato un bagno di sangue.
Nell’ultimo mese sono state almeno 47 le vittime della violenza; l’ultima strage, la più sanguinosa, è stata compiuta dalle forze di sicurezza a Juliaca, nel dipartimento di Puno. Il bilancio provvisorio è di 18 vittime, ma potrebbe aumentare visto l’alto numero di feriti gravi.
Gli agenti e i militari incaricati di “ripristinare l’ordine” hanno sparato ad altezza d’uomo, riferiscono i testimoni, contro i manifestanti scesi in piazza per chiedere le dimissioni di Dina Boluarte – la numero due di Castillo designata presidente dopo l’arresto di quest’ultimo – lo scioglimento del parlamento e l’indizione di elezioni anticipate.
Inizialmente, la prima presidente donna del Perù aveva promesso di indire nuove elezioni a dicembre del 2023, ma il Congresso ha respinto la proposta posticipando il voto, forse, al 2024.
Da quel momento le proteste sono riprese con forza – tutti i sondaggi indicano che la stragrande maggioranza della popolazione vuole tornare alle urne il prima possibile – e la repressione sembra farsi sempre più dura. D’altronde, per il governo di Lima, le manifestazioni costituiscono la prosecuzione del «colpo di stato» maldestramente tentato dal leader della sinistra per evitare la destituzione.

La parabola dell’ex maestro di sinistra
Il 7 dicembre Castillo ordinò lo scioglimento del Congresso e la formazione di un “governo di emergenza”, con l’idea di chiamare il paese a elezioni anticipate e di forzare una riforma radicale del potere giudiziario. Quest’ultimo, controllato dagli ambienti conservatori e reazionari, ha sistematicamente boicottato la presidenza provocando non pochi problemi ad una compagine comunque raffazzonata. Anche il tentativo di Castillo di sottrarsi all’ennesimo tentativo di destituzione da parte dell’opposizione parlamentare è apparso improvvisato e privo dei necessari sostegni. Dopo la rinuncia e la condanna dei suoi stessi ministri, Castillo si è diretto all’ambasciata messicana a Lima per chiedere asilo, ma è stato arrestato dalla sua stessa scorta.
La vittoria del maestro rurale di origini indigene a capo di una coalizione di sinistra nel 2021 aveva bloccato l’elezione di Keiko Fujimori – figlia dell’ex dittatore di origini giapponesi Alberto Fujimori, tuttora in carcere per crimini contro l’umanità – e aveva destato grandi aspettative tra i movimenti indigeni e popolari da sempre ai margini della vita politica del paese. La sua promessa di una riforma radicale del sistema politico ed economico del Perù gli aveva garantito la vittoria, per quanto di misura, sui candidati della destra, ma il suo mandato si è rivelato un fallimento, sia per le contraddizioni e le divisioni interne alla sua compagine sia per l’impossibilità di governare un paese dominato da una élite allergica ad ogni cambiamento. Non solo i media (per lo più di proprietà del gruppo privato El Comercio) e i massimi organi giudiziari hanno mosso contro Castillo un’implacabile guerra, ma pezzi consistenti della sua stessa maggioranza parlamentare hanno portato avanti un sistematico ostruzionismo – compreso il suo partito, “Perù Libre”, che lo ha addirittura espulso – impedendo alla presidenza di varare almeno alcune delle riforme sociali ed economiche promesse. L’incompetenza e la discutibilità morale del personale politico scelto da Castillo per governare il paese e le trappole disseminate dalla destra hanno fatto il resto, provocando una crisi di governo permanente e le dimissioni di decine tra premier e ministri nel giro di poco più di un anno.

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La piazza vuole l’Assemblea Costituente
Appare indicativo il fatto che a guidare la svolta reazionaria e la repressione sia ora, dopo l’arresto di Castillo, la sua ex vice, Dina Boluarte, un’avvocatessa sessantenne con scarsa esperienza politica ed eletta nelle fila del partito di sinistra “Perù Libre”, ma che ora sembra offrirsi all’oligarchia peruviana come il baluardo della restaurazione politica.
Ma, dopo la relativa pausa in occasione delle feste di fine anno, le proteste popolari sono riprese con vigore il 4 gennaio, con l’indizione di uno sciopero generale ad oltranza che sta paralizzando soprattutto il sud del paese dove più forte è la presenza delle popolazioni aymara e dove più massiccio era stato il voto per Castillo. Blocchi stradali, occupazioni e scontri sono segnalati in diversi dipartimenti, soprattutto a Puno, Arequipa e Tacna. Particolarmente forti sono stati gli scontri registrati ieri tra indigeni che tentavano di occupare l’aeroporto di Cuzco e la polizia. Se non basterà, avvisano i manifestanti, verrà organizzata una grande marcia su Lima per assediare il governo e le sedi istituzionali.
Le organizzazioni popolari e parte delle sinistre continuano a chiedere la rinuncia di Boluarte e l’elezione di un’Assemblea Costituente che riscriva una Magna Charta che blinda il neoliberismo. Una richiesta fatta propria dal governatore del dipartimento di Puno, Richard Hancco, che dopo la strage di lunedì ha indetto tre giorni di lutto. Da parte sua il primo ministro Alberto Otárola ha imposto nel dipartimento andino tre giorni di coprifuoco notturno.

La strage di Juliaca
Nel frattempo però la conta dei morti e dei feriti aumenta, mentre ogni giorno si contano centinaia di arresti. La vittima più giovane è un’adolescente di soli 17 anni, Yamileth Aroquipa, studentessa di psicologia e volontaria in un rifugio per animali abbandonati. È stata uccisa a Juliaca, città nel sudest alla frontiera con la Bolivia. Tra le vittime ci sono Marco Antonio Samillan, un neurochirurgo colpito alla testa mentre tentava di soccorrere un ferito; Gabriel Omar López, 35 anni, venditore ambulante di gelati; Roger Cayo, 22 anni, studente di meccanica.
Contro i circa 9000 manifestanti disarmati che lunedì sera assediavano il locale aeroporto, raccontano i media locali, la Polizia Nazionale ha usato addirittura dei proiettili esplosivi. Il dottor Enrique Sotomayor, responsabile della terapia intensiva dell’ospedale Carlos Monge Medrano di Juliaca, ha riferito ai media locali che quasi tutti i cadaveri e i feriti arrivati nel nosocomio erano stati colpiti da proiettili di armi da fuoco abbastanza potenti da danneggiare gravemente gli organi interni.
Inferociti dalla caccia all’uomo seguita alla strage, alcuni manifestanti hanno incendiato una volante della polizia, causando la morte di un agente.

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Presidente e governo indagati per strage
Dopo le proteste e le denunce contro la brutalità della polizia e dell’esercito, mobilitato grazie allo stato d’emergenza proclamato dalle autorità, la Procura Generale di Lima ha aperto un’indagine per “genocidio” (strage), omicidio e lesioni gravi contro la presidente, il premier Otárola – che ha appena ottenuto la fiducia con 73 voti a favore e 43 contro – e i ministri degli Interni Victor Rojas e della Difesa Jorge Chavez. L’indagine coinvolge anche il primo premier incaricato da Boluarte, Pedro Angulo e l’ex ministro dell’Interno, Cesar Cervantes, e alcuni alti funzionari di polizia, fra cui il capo della regione di Ayacucho, Antero Mejia Escajadillo ed il comandante della seconda brigata di fanteria militare di Ayacucho, Jesus Vera Ipenza.
Gli indagati si difendono accusando Castillo, condannato a 18 mesi di carcere preventivo per cospirazione e ribellione, di manipolare i manifestanti, additati come terroristi e delinquenti. Boluarte, in particolare, ha denunciato la “sinistra radicale” come istigatrice alla sovversione violenta dell’ordine costituzionale. La stampa di destra e alcuni esponenti del governo hanno anche puntato il dito contro il narcotraffico e contro l’ex presidente socialista boliviano Evo Morales, al quale lunedì scorso Lima ha vietato l’ingresso nel paese e che ora viene accusato di essere tra gli organizzatori occulti delle proteste.

Castillo accusa Washington
Dal carcere l’ex presidente Castillo accusa il governo di «massacrare la popolazione indifesa», attribuendo la repressione agli Stati Uniti, interessati a riconquistare il controllo delle risorse minerarie del paese. Scrive l’ex maestro in una lettera scritta a mano: «La visita dell’ambasciatrice degli Stati Uniti (Lisa Kenna) al Palazzo non è gratis, e neanche a favore del Paese. È stata compiuta per dare l’ordine di portare l’esercito nelle strade e massacrare il mio popolo indifeso». Poco dopo la pubblicazione del messaggio dell’ex presidente, l’Ambasciata di Washington a Lima ha pubblicato una breve nota nella quale ribadiva il «rispetto» della Casa Bianca per le «istituzioni democratiche del Perù» rilanciando «un appello alla pace e all’unità».

Sulla situazione in Perù è intervenuto anche il primo presidente di sinistra della Colombia. «Ciò che sta avvenendo in Perù è un massacro contro la popolazione. Una soluzione politica e pacifica è essenziale. Fermare la morte e sedersi a parlare. Il sistema interamericano dei diritti umani deve agire con urgenza» ha scritto Gustavo Petro in un tweet.

Intanto, la concessione dell’asilo politico da parte del Messico a Lilia Paredes, moglie di Castillo, e i suoi due figli Arnold e Alondra, ha reso tesi i rapporti tra Lima e Città del Messico. Il governo peruviano ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore messicano Pablo Monroy a causa delle «continue ingerenze della missione diplomatica negli affari interni del paese». – Pagine Esteri

4782361* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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IRAN. Proteste. Le idee diverse di cambiamento di conservatori e riformisti


di Valeria Cagnazzo*

Pagine Esteri, 11 gennaio 2023 – Ci sono due episodi nell’ultima settimana, tra le tante immagini di violenza e di aule di tribunale arrivate dall’Iran, che possono dare un’idea di quanto le proteste che scuotono il Paese stiano anche ferocemente scuotendo le alte sfere della politica, sia dalla parte del governo che da quella dell’opposizione. Al di là dell’opinione pubblica internazionale, delle denunce delle organizzazioni per i diritti umani, delle reazioni più o meno vigorose delle diplomazie occidentali, è all’interno del Paese e nelle sue stanze di governo che si decidono le sorti dell’Iran.

La prima immagine è quella del leader supremo Ali Khamenei che siede su un palchetto rivolto a un’assemblea di donne velate di nero. Lui è ingobbito nei soliti abiti di ordinanza e indossa una mascherina chirurgica che a causa delle barba gli si arriccia e gli risale fino al labbro inferiore. E’ il 4 gennaio, l’incontro si svolge a Teheran, e l’ayatollah afferma che il velo è “una necessità inviolabile della Sharia”. Poi, però, aggiunge: “Coloro che non indossano adeguatamente l’hijab non dovrebbero essere accusate di essere irreligiose o controrivoluzionarie”. E rivolge un invito ai suoi sostenitori: “Evitate di escludere dai circoli islamici e rivoluzionari coloro che indossano male l’hijab” perché anch’esse sono “le nostre mogli e le nostre figlie”.

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La seconda immagine è il volto di Fatemeh Hashemi Rafsanjiani, le rughe le scavano il volto soprattutto intorno alle labbra e sotto alle occhiaie. E’ la figlia maggiore di Akbar Hashemi Rafsanjani, presidente moderato tra il 1989 e il 1997, deceduto nel 2017, deciso durante il suo mandato a migliorare i rapporti con l’Occidente e liberalizzare il mercato. Dal padre, Fatemeh Hashemi ha ereditato la passione per la politica, in un Paese in cui essere riformisti è sempre più difficile e l’opposizione è messa da parte. La sua fedina non è pulita, già nel 2012 è stata allontanata dalla politica e condannata al carcere per la sua propaganda “anti-statale” durante le elezioni del 2009.

Nella mattina di martedì 10 gennaio, il legale di Fatemeh Hashemi ha annunciato la condanna a 5 anni di carcere nei confronti della donna. Le accuse non sono ancora ufficiali, ma il suo attivismo e la sua propaganda contro il regime nell’ultimo anno e in particolare in questi ultimi mesi potrebbero essere la causa del suo ennesimo problema con la giustizia.

Secondo quanto dichiarato dall’agenzia Amwaj.media, Fatemeh Hashemi aveva incontrato nelle ultime settimane Mojtaba Khamenei, il figlio dell’ayatollah Khamenei e tra i suoi più papabili eredi. Al centro dell’incontro, secondo indiscrezioni e informazioni non ufficiali, ci sarebbe stata la richiesta da parte di Hashemi di ascoltare le richieste della popolazione e far imboccare al governo la via della riforma. L’esito non sembra essere stato dei migliori, e poco dopo su Hashemi si è abbattuta la condanna al carcere.

Una delle tante, in un Paese che giorno dopo giorno sentenzia e condanna anche alla pena capitale i leader delle proteste e gli attivisti. Nonostante le richieste provenienti da tutto il mondo di arrestare la macchina della morte e delle repressione messa in azione dal governo, i tribunali continuano a emettere sentenze draconiane. Muoiono per impiccagione manifestanti giovanissimi, colpevoli solo di aver partecipato alle proteste contro il regime o di aver diffuso critiche contro il governo.

Le manifestazioni, dal settembre 2022, si sono estese a oltre 160 città, in 31 province del Paese. Si marcia al canto di “Abbasso il dittatore”. La furia dei protestanti si rivolge contro lo status quo e contro la Repubblica islamica, non semplicemente contro la polizia morale o l’imposizione del velo.

Iniziate dopo la morte di Mahsa Amini, hanno convogliato in breve tempo la rabbia di tutto l’Iran. Anni di inflazione altissima, crollo della valuta, disoccupazione alle stelle, in un Paese in cui il dibattito pubblico non esiste e i partiti dell’opposizione sono stati ridotti al silenzio, dovevano inevitabilmente erompere prima o poi in un moto di rabbia. Uno tsunami, che continua a investire l’Iran, nonostante la repressione che il governo continua deliberatamente a operare a suon di condanne al carcere e alla pena capitale.

Mentre la repressione va avanti, però, l’ayatollah Khameini si mostra morbido e accondiscendente sull’obbligo del velo, un padre comprensivo delle “figlie” dell’Iran. Dall’altra parte, una donna dell’opposizione, dopo proteste e incontri clandestini con i suoi collaboratori, arriva a introdursi nelle stanze del Khameini figlio, perché la piazza venga ascoltata, perché qualcosa finalmente succeda. E del fatto che qualcosa debba succedere sembrano essere convinti i politici di entrambe le parti. Quelli che siedono al governo e che sostengono la repubblica islamica come quelli dell’opposizione. Ciascuno sta giocando le sue carte.

Tra i conservatori, si inizia a discutere di riforme. Le insurrezioni popolari non si fermano e il pericolo di una guerra civile è troppo alto per non cercare a questo punto di preservare lo status quo con qualche debole riforma che possa accontentare la popolazione e dare una parvenza di buona volontà.

Diversi politici conservatori ne starebbero discutendo a porte chiuse, ma nelle ultime settimane molti esponenti politici sono arrivati a rilasciare dichiarazioni pubbliche a sostegno di nuove aperture. L’ex relatore parlamentare Ali Larijani, ad esempio, un moderato e attualmente consigliere del leader supremo Ali Khamenei, secondo l’agenzia Amwaj avrebbe sostenuto che la Repubblica islamica dovrebbe ignorare l’applicazione dell’hijab obbligatorio, citando altre leggi che nella realtà dei fatti vengono ampiamente ignorate, come il divieto di utilizzo di antenne paraboliche.

Zarghami, ex capo conservatore della televisione di Stato e attualmente ministro della cultura e del turismo, avrebbe sottolineato che una riforma del sistema politico non significherebbe il suo collasso. Anche l’attuale portavoce del parlamento, Mohammed Baker Qalibaf, si sarebbe dichiarato a favore delle riforme, da operare all’interno del governo.

Alcuni bollettini diffusi a dicembre dal gruppo hacker “Black Reward” e attribuiti all’agenzia semi-ufficiale Fars, vicina all’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), sembrano supportare l’idea di un dibattito acceso all’interno della maggioranza dei conservatori. Al centro di esso, però, ci sarebbe ancora la questione del velo.

Nonostante il dibattito in seno alle alee conservatrici meno estremiste, nessun cambiamento potrà, però, effettivamente attuarsi, probabilmente, se non prima ratificato dall’Endurance Front, un gruppo religioso ultra-conservatore che controlla le posizioni più importanti della Repubblica.

Mentre alcuni conservatori, tra l’altro, si nascondono dietro al velo per preservare il loro potere, il cambiamento che i manifestanti chiedono è radicale. A intercettare le loro istanze, dovrebbero essere i riformisti, finalmente con un’occasione di tornare in prima linea – malgrado le ripercussioni e gli arresti previsti per i dissidenti.

Le strategie sembrano essere diverse, non ultima quella di rivolgersi direttamente al governo o ai garanti della Sharia e della Repubblica Islamica. Secondo un altro bollettino segreto diffuso dal gruppo hacker, l’ex presidente riformista Mohammad Khatami avrebbe scritto una lettera direttamente all’ayatollah per chiedere riforme strutturali. Proprio come Fatemeh Ashemi che si sarebbe rivolta direttamente a suo figlio.

I volti dell’opposizione tornano a riemergere e a spaventare l’establishment. A sostenerli, adesso, sarebbero milioni di iraniani insorti. E oltre ai politici noti di professione, i mesi di proteste hanno generato anche altre realtà.

Il 4 dicembre 2022, 30 organizzazioni locali coinvolte nell’organizzazione delle proteste, si sono riunite nella “Neighbourhood Alliance Youth of Iran”. Nel loro manifesto politico si chiede l’instaurazione di una forma di governo democratica e la separazione del potere politico da quello religioso, oltre al rispetto dei diritti universali dell’uomo e della donna.

ما جوانان و وارثان این مرز و بوم مرام‌نامه ای با محوریت سقوط ج.ا جدایی دین از سیاست و تشکیل یک دولت مردم سالار تحت حاکمیت قانون تهیه کرده ایم و بدینوسیله دوستان،گروهها و اصنافی را را که در تمامی هفت بند این مرام نامه با ما هم عقیده اند؛ به همکاری و ائتلاف دعوت میکنیم.#مهسا_امینی pic.twitter.com/x4ul6pyvdy

— اتحاد جوانان محلات ایران (@UYI_fa) January 2, 2023

Ci sono poi gli iraniani della diaspora, che abbandonarono il Paese nel 1979 e il cui supporto è adesso fondamentale per incoraggiare i manifestanti e tenere puntati i riflettori dei loro Paesi ospiti su quello che sta succedendo. Hanno costituito organizzazioni per i diritti umani e reti di professionisti come la coalizione degli avvocati iraniani che potrebbero rivelarsi preziose anche nel sostenere un eventuale periodo di transizione, se mai le proteste dovessero effettivamente esitare in una rivoluzione e portare all’instaurazione di un nuovo governo.

E’ questo, infatti, l’interrogativo che maggioranza e opposizione si pongono ma sul quale si arrovellano ugualmente gli analisti nazionali e internazionali e i principali attori delle proteste che sfilano per le strade. E’ giusto chiamarla rivoluzione, e, soprattutto, potrebbe davvero ribaltare la Repubblica islamica?

Secondo l’avvocato iraniano-australiano Faraz Maghami, sarà possibile solo se le opposizioni ricorderanno la lezione del passato. Anche nel 1979, ha dichiarato alla rivista abc.net, il Paese era travolto da un’ondata di proteste violente e inarrestabili come quelle di oggi, ma il risultato fu una rivoluzione “dirottata”. La causa fu la totale assenza di un progetto. Commentatori, attivisti politici, gruppi diversi si erano riuniti tra loro “in modo molto approssimativo” con l’intento di “rovesciare lo Shah”, ma quando si concretizzò la possibilità di rovesciarlo effettivamente, non esisteva un piano di transizione. E ad approfittarne fu Khomeini.

Si dice ottimista Abbas Milani, direttore della facoltà di Studi iraniani all’Università di Stanford, che crede che l’opposizione e i movimenti emersi negli ultimi mesi nel Paese sarebbero in grado di formulare un piano di transizione efficace. “Sono nella diaspora da 35 anni”, ha dichiarato allo stesso giornale, “e non ho mai, mai visto la comunità iraniana, sia all’interno che all’esterno dell’Iran, tanto dedita quanto organizzata quanto mobilitata per il suo scopo”.

Le proteste potrebbero fallire e i restauratori conservare il loro potere. Gli attivisti e gli iraniani della diaspora per il momento dicono di non volerci pensare, di non poter immaginare questa opzione. Le ripercussioni sarebbero troppo violente, la vendetta si abbatterebbe su un Paese intero con proporzioni senza precedenti. Ormai, ripetono, “Siamo a un punto di non ritorno”.

4762544*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico pediatra e praticante giornalista. Scrive poesie per le quali ha ottenuto premi e riconoscimenti. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Il suo libro “Inondazioni” (Capire Editore) nel 2020 è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.

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Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 2)


di Antonio Mazzeo*

Pagine Esteri, 11 gennaio 2023 – Nell’agosto 2022 l’Italia – insieme ai reparti dell’esercito ungherese, croato e statunitense- è entrata a far parte del nuovo battaglione da guerra attivato dalla NATO in Ungheria per “rafforzare le attività di vigilanza” anti-Russia nel fianco sud-orientale. “L’Operazione Enhanced Vigilance Activity (eVA) in Ungheria è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO”, annota lo Stato Maggiore. “Con l’adesione all’iniziativa, dopo il previsto iter autorizzativo parlamentare, l’Italia si conferma tra i principali Paesi contributori, in termini di uomini, mezzi e risorse, al rafforzamento della postura di deterrenza e difesa della NATO sul fianco est”. (1)

A cannoneggiare nella puszta ungherese

La consistenza massima annuale autorizzata per il contingente in Ungheria è di circa 250 unità dell’Esercito; esso è composto – ancora una volta – da personale della Brigata Alpina “Taurinense”, in particolare del 3° Reggimento Alpini, rinforzato da componenti del 1° Reggimento Artiglieria Terrestre da montagna, del 1° Reggimento “Nizza Cavalleria” e del 32° Reggimento Genio Guastatori, oltre a un nucleo di polizia militare del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”. Numerosi i veicoli tattici in dotazione, dalle blindo “Centauro” ai VTMM (Veicoli tattici medi multiruolo), ai VTLM (Veicoli tattici leggeri multiruolo) e ai BV206 (Veicoli tattici ad elevata mobilità) tipici delle truppe alpine. A completare il potente dispositivo bellico ci sono pure i sistemi d’arma in dotazione alle unità di artiglieria, quali gli obici FH70, i mortai “Thomson” da 120mm e i sistemi controcarro di 3^ generazione “Spike” con missili a lungo raggio prodotti dall’azienda israeliana Rafael Ltd.. “Tutti i reparti coinvolti nell’operazione eVA provengono da un intenso ciclo addestrativo che li ha visti partecipare, solo nell’ultimo semestre, alle esercitazioni Volpe Bianca 22 nell’alta Val di Susa, Cold Response 22 in Norvegia, Maurin 22 nell’alta Valle Maira e Candelo 22 nella baraggia biellese, senza contare il continuo addestramento di specialità a vivere, muovere e combattere in montagna”, riporta con malcelata enfasi bellica lo Stato Maggiore dell’Esercito.

Le attività operative hanno preso il via il 18 agosto, una decina di giorni dopo il completamento dello schieramento in territorio magiaro. Il battesimo è stato consacrato dall’addestramento al “combattimento nei centri abitati e di navigazione terrestre”, a fianco dei paracadutisti della 101^ Divisione Aviotrasportata di US Army e di una compagnia dell’esercito croato. A fine agosto gli alpini della “Taurinense” hanno svolto un modulo addestrativo al “movimento e combattimento in ambiente notturno”, con pattuglie da ricognizione per i plotoni fucilieri, “simulazione” di esercizi di tiro con mortai da 120mm e obici da 155mm, acquisizione di obiettivi in movimento per le squadre controcarri, pattuglie esploranti con blindo “Centauro”, impiego degli esplosivi per “ridurre la mobilità nemica” e di robot per la bonifica di ordigni avversari per la componente guastatori.

Nel corso della prima settimana di settembre il contingente italiano ha condotto contestualmente due diverse attività addestrative: l’esercitazione a partiti contrapposti denominata “Patrol Storm” (pattuglia tempesta) per “combinare” le capacità di fuoco e di “acquisizione di obiettivi nemici in ogni condizione ambientale”; e “Fire Observer Concentration” per standardizzare le procedure per l’osservazione, la richiesta e la gestione del fuoco terrestre “erogabile mediante sistemi di artiglieria in dotazione alla NATO”. Subito dopo gli alpini si sono sottoposti a quattro giornate consecutive di attività di tiro, diurno e notturno e “sotto stress” con armamento individuale e di reparto presso il poligono ungherese di Ujmajor.

A fine settembre, nell’estesa area addestrativa ungherese di Varpalota, si è svolta invece “Brave Warrior” (guerriero valoroso) per la validazione del nuovo battlegroup e il suo passaggio sotto il comando NATO. A “Brave Warrior” hanno partecipato anche i contingenti di Ungheria, Stati Uniti, Croazia e Slovacchia, per una forza totale di oltre 1.200 militari e 300 tra carri armati, blindati e obici di artiglieria. Ospiti e osservatori “eccellenti” alle grandi manovre i vertici militari della NATO, il Comandante del Joint Force Command NATO di Brunssum, gen. Guglielmo Luigi Miglietta e il Comandante Operativo di Vertice Interforze COVI, gen. Francesco Paolo Figliuolo. “Consentitemi di dire che è un orgoglio personale vedere impegnati in questo sforzo collettivo voi alpini della Brigata Taurinense, unità che ho avuto il privilegio di guidare tra il 2010 e il 2011”, ha dichiarato Figliuolo alla cerimonia conclusiva dei war games. “Non è un caso che in una missione particolare come questa sia stata scelta proprio un’unità delle Truppe Alpine dell’Esercito, a riprova della versatilità e della resilienza di un Corpo che ha scritto pagine gloriose della storia nazionale e militare, con un impiego che va dal deserto ai territori montani e artici, ai quali siamo più votati, fino alla pianura ungherese. Inoltre, voi siete portatori di quelli che sono gli stessi valori della NATO, valori che esaltano la coesione e la solidarietà e che fanno di voi un baluardo a difesa della democrazia e della libertà”. (2)

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A inizio ottobre nell’area di Veszprem si sono tenute le esercitazioni “Relentless 9” (implacabile) e “Strong Will 2022”. La “Relentless” ha riguardato la “capacità di ingaggio di bersagli corazzati alle lunghe distanze di giorno come di notte” da parte delle unità controcarri e di cavalleria pesante del battlegroup; la “Strong Will” è stata invece orientata ad affinare le capacità agli assetti ISR (Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento). Per esercitarsi a contrastare le minacce aeree “nemiche” e gli attacchi da parte di droni si è tenuta anche “Noble Imperat” (nobili comandi), con “combattimento a partiti contrapposti in ambiente caratterizzato da rischio CBRN (Chimico, Biologico, Radiologico, Nucleare)”. Anche in questa occasione era presente una componente della 101^ Divisione Aviotrasportata di US Army, insieme ad unità della polizia militare e del reparto specializzato anti-esplosivi delle forze armate croate e di “difesa” aerea e CBRN ungherese. “L’esercitazione, della durata di 7 giorni ha visto le unità del Battlegroup frenare e bloccare, mediante l’impiego combinato del fuoco aereo, di artiglieria, dei mortai pesanti e dei missili controcarro, oltre che degli ostacoli attivi e passivi realizzati dalle unità del genio (campi minati anticarro, fossati, terrapieni) un’unità nemica attaccante, per effettuare in seguito, mediante la componente corazzata di cavalleria e le unità di fanteria un contrattacco contro le forze avversarie”, riferisce l’Esercito italiano. Nel corso di “Noble Imperat” alcuni caccia F-18 di US Air Force ed elicotteri d’attacco Mi-24 ungheresi “hanno impiegato il loro munizionamento ordinario sui bersagli indicati dai team di controllo italiani, ungheresi e americani schierati sul terreno”.

Il 29 ottobre 2022 il personale militare medico degli alpini si è addestrato nell’area di Camp Croft al soccorso in “prima linea” congiuntamente con l’esercito croato e statunitense (Combat Medic Concentration). “Fondamentale, per i soccorritori militari, la conoscenza delle corrette procedure mediche, oltre che la capacità di operare con lucidità mentale anche in condizioni di elevato stress fisico, dovuto dal peso dell’equipaggiamento e dell’armamento in dotazione, nonché psicologico, derivante dall’impatto emotivo del ferimento, in questo caso simulato, di elementi della propria unità”, spiega l’Esercito. “Numerosi gli scenari di fronte ai quali si sono trovati ad operare i soccorritori, dagli scontri a fuoco con la presenza di feriti da colpi di armi leggere fino all’esplosione di ordigni quali mine e razzi controcarro a danno degli equipaggi dei veicoli”.

Novembre è ricordato per l’esercitazione a fuoco con obici e mortai “Noble Strike” (colpo nobile), orientata al “forzamento di ostacoli attivi e passivi posizionati dal nemico (campi minati e reticolati) per il successivo assalto a postazioni fortificate” e per “Noble Freedom”, operazione addestrativa “offensiva” con la partecipazione di oltre 500 unità e 100 veicoli da guerra. Il personale del 3° Reggimento Alpini ha condotto a dicembre due settimane di addestramento al “combattimento in aree urbanizzate” presso il Comando della 25ª Brigata Corazzata dell’esercito ungherese, situato nella città di Tata. Il 2022 si è concluso con l’esercitazione “Noble Defender” anch’essa orientata alla guerra urbana e in particolare “alla presa di un centro abitato occupato da forze nemiche con la presenza nell’area sia di personale civile non combattente, sia di trappole esplosive collocate dall’avversario”.

Il Tricolore comanda in Bulgaria

Con identiche finalità e obiettivi strategici del battlegroup “ungherese” dal marzo dello scorso anno ha preso il via l’operazione Enhanced Vigilance Activity (eVA) – Bulgaria, a cui la NATO ha assegnato oltre 1.100 militari delle forze terrestri di Bulgaria, Albania, Grecia, Italia, Repubblica della Macedonia del Nord, Montenegro e Stati Uniti. Il quartier generale si è insediato nell’area addestrativa di Novo Selo, nella regione di Vidin, prossima al confine con Romania e Serbia. Nella missione in terra bulgara l’Italia impiega circa 740 unità in forza alla Brigata Meccanizzata “Pinerolo” di stanza in Puglia. Dal 17 ottobre il nostro paese ha assunto il ruolo di Framework Nation, ovvero la leadership del nuovo battlegroup NATO, attraverso il comando dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”. Alla cerimonia di trasferimento della guida di (eVA) – Bulgaria erano presenti il Presidente della Repubblica di Bulgaria, Rumen Radev, il Comandante supremo delle forze alleate in Europa, gen. Christopher G. Cavoli, l’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone e il Comandante del COVI, gen. Figliuolo. Nonostante le roboanti parole d’encomio sulla leadership italica è indubbio che il mentore di questo nuovo gruppo NATO sia di casa negli USA. Prima ancora della “benedizione” del gen. Christopher G. Cavoli (già a capo delle forze armate USA in Europa e in Africa), le unità schierate a Novo Selo sono state “ispezionate” il 25 agosto 2022 dal Comandante del 5° Corpo d’Armata di U.S. Army, gen. John S. Kolasheski e dal Comandante dell’immancabile 101^ Divisione aviotrasportata, gen. Joseph P. McGee. Il 12 settembre è stata la volta della visita ufficiale dell’ammiraglio di US Navy, Stuart B. Munsch, comandante del Joint Force Command Naples.

Il “comando” italiano di (eVA) – Bulgaria è stato sperimentato sul campo a fine ottobre con l’esercitazione “Alliance Wall”: quattro giorni di fuoco no-stop con l’impiego di oltre 50 mezzi (blindati italiani “Freccia”, carri armati e veicoli d’attacco greci, statunitensi e bulgari). A inizio novembre è stata la volta di “Iron Strike” (colpo d’acciaio) con il dispiegamento di 300 militari e 70 mezzi tattici: per l’Italia un sistema di “difesa e controllo aereo”, gli obici semoventi PZH2000 da 155/52 mm di produzione tedesca (uno dei principali sistemi d’arma che i paesi NATO hanno consegnato all’Ucraina dopo l’invasione russa), i blindo “Centauro” e ancora i “Freccia”. Così come in Ungheria anche in Bulgaria non sono mancate le attività addestrative al combattimento in ambiente urbano. “L’esercitazione svoltasi a inizio dicembre e suddivisa in cinque fasi ha visto una iniziale ricognizione d’area seguita dal movimento verso le zone di accesso al villaggio; l’isolamento del centro abitato dal possibile avvicinamento di forze nemiche intervenute a supporto e difesa; la bonifica da possibili minacce presenti all’interno del villaggio ed infine, il consolidamento delle truppe nell’area ed il mantenimento del controllo della stessa”, annota lo Stato Maggiore.

Cacciabombardieri sul Baltico e nel Mar Nero anche per venderli

In gergo tecnico-militare è definita “Air Policing (AP)”; si tratta della missione di cui si è dotata la NATO a partire dalla metà degli anni cinquanta per integrare gli apparati e gli assetti dei paesi membri in un unico sistema di difesa aerea e missilistico. Nello specifico l’AP consiste nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo alleato e nell’identificazione di tutte le eventuali violazioni allo stesso; le operazioni sono svolte da caccia intercettori pronti al decollo in tempi radissimi (scramble). Le missioni di Air Policing sono condotte sotto il comando e controllo di due centri operativi NATO, ubicati rispettivamente a Uedem (Germania) e Torrejon (Spagna), sotto la supervisione dall’Allied Air Command di Ramstein (Germania). E, come ricorda con orgoglio lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, l’Italia è l’unica nazione dell’Alleanza Atlantica che ha partecipato a tutte le operazioni di Air Policing realizzate fino ad oggi.

Con la “spiralizzazione” della crisi russo-ucraina a inizio 2022 la NATO ha deciso di potenziare le attività di sorveglianza aerea dando vita alla cosiddetta enhanced Air Policing (eAP), in particolare sul fronte sud-orientale. In quest’ambito dallo scorso mese di novembre il nostro paese ha inviato una task force (TFA R Gladiator) presso l’aeroporto “Mihail Kogălniceanu” di Costanza (Romania), sul Mar Nero. TFA Gladiator impiega attualmente quattro cacciabombardieri Eurofighter EF-2000 “Typhoon” degli Stormi 4°, 36°, 37° e 51°dell’Aeronautica Militare, rispettivamente con base a Grosseto, Gioia del Colle, Trapani-Birgi e Istrana-Treviso. A Costanza sono presenti in tutto 150 tra piloti, controllori volo e tecnici, oltre alla componente di polizia militare assicurata dall’Arma dei Carabinieri. Nelle operazioni aeree sono pure coinvolti altri importanti enti dell’Aeronautica, tra cui il 14° Stormo di Pratica di Mare, la 46° Brigata Aerea di Pisa e il 16° Stormo Fucilieri dell’Aria con quartier generale a Martina Franca, Taranto.

In passato i caccia italiani avevano già svolto attività di “vigilanza aerea” NATO in Romania nel 2019 e – ininterrottamente – dai primi di dicembre 2021 fino al 1° luglio del 2022 con la task force “Black Storm” (tempesta nera). Durante quest’ultima missione i cacciabombardieri dell’Aeronautica hanno superato le 1.400 ore di volo con circa 750 sortite. “Si tratta di un risultato mai raggiunto da una TFA sul suolo europeo”, ricorda lo Stato Maggiore delle forze aree. “In parallelo è stato conseguito un elevato grado di interoperabilità con gli assetti aerei dell’Alleanza che in quei mesi erano impiegati nella regione (i Typhoon dell’Aeronautica tedesca e i caccia intercettori delle forze aeree rumene e statunitensi), con le unità della Marina militare francese e rumena e con i contingenti terrestri belgi, francesi, rumeni, britannici e statunitensi”. Durante TFA “Black Sorm” sono stati inviati in Romania per quasi due mesi pure i paracadutisti del 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” della brigata “Folgore” per partecipare in particolare all’esercitazione multinazionale “Scorpion Legacy” presso il poligono di Smardan nell’ambito del Military Training Education Program della NATO.

Nel periodo di assenza dal territorio rumeno gli EF-2000 “Typhoon” italiani non sono stati certo con le mani in mano: hanno operato invece in uno scenario geo-strategico ancora più critico. Dalla fine di luglio a fine novembre i cacciabombardieri sono stati rischierati con la task force “White Eagle” presso l’aeroporto “Krolewo” di Malbork, Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad), già sede dell’Air Policing NATO nel 2014 e nel 2015 dopo l’escalation bellica in Donbass e l’occupazione russa della Crimea. In poco meno di quattro mesi di attività i velivoli italiani hanno effettuato dalla base polacca oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”.

Che i caccia italiani abbiano davvero giocato con il fuoco durante la loro missione in Polonia appare evidente dalla lettura del comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica il 22 settembre. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem”, spiega la forza aerea. “La contemporanea presenza nel Baltico anche di alcuni assetti navali della NATO, ha fatto sì che per garantire la sicurezza dei confini dell’Alleanza, la catena di Comando e Controllo della NATO ha realizzato un dispositivo di sicurezza massimo (…) Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”. (3)

Rischiare il conflitto magari solo per una virata errata è davvero da folli ma a Roma c’è chi evidentemente persegue uber alles e sulla pelle di noi tutti la moltiplicazione dei profitti e dei dividendi azionari delle grandi industrie militari a capitale pubblico. Esageriamo perché pacifisti imbelli? Ecco cosa ha evidenziato l’analista Aurelio Giansiracusa, direttore di Ares Osservatorio Difesa in un articolo pubblicato a fine luglio: “Per l’Aeronautica Polacca il rischiaramento degli italiani è una preziosa occasione per interagire con i potenti caccia bombardieri prodotti dal consorzio Eurofighter costituito da Leonardo, BAE Systems ed Airbus. Non è un mistero che la Polonia, nell’ambito del potenziamento esponenziale in atto delle sue Forze Armate, sia interessata fortemente al velivolo europeo; del resto anche lo stesso consorzio Eurofighter (in Polonia guidato da Leonardo) spinge per l’adozione offrendo a Varsavia una nel programma”. (4)

Ecco ancora recitato il mantra della storia dell’ultimo secolo: in guerra per le armi e le armi per le guerra… Pagine Esteri

NOTE E LINK

4761328*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

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Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 2)


di Antonio Mazzeo*

Pagine Esteri, 11 gennaio 2023 – Nell’agosto 2022 l’Italia – insieme ai reparti dell’esercito ungherese, croato e statunitense- è entrata a far parte del nuovo battaglione da guerra attivato dalla NATO in Ungheria per “rafforzare le attività di vigilanza” anti-Russia nel fianco sud-orientale. “L’Operazione Enhanced Vigilance Activity (eVA) in Ungheria è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO”, annota lo Stato Maggiore. “Con l’adesione all’iniziativa, dopo il previsto iter autorizzativo parlamentare, l’Italia si conferma tra i principali Paesi contributori, in termini di uomini, mezzi e risorse, al rafforzamento della postura di deterrenza e difesa della NATO sul fianco est”. (1)

A cannoneggiare nella puszta ungherese

La consistenza massima annuale autorizzata per il contingente in Ungheria è di circa 250 unità dell’Esercito; esso è composto – ancora una volta – da personale della Brigata Alpina “Taurinense”, in particolare del 3° Reggimento Alpini, rinforzato da componenti del 1° Reggimento Artiglieria Terrestre da montagna, del 1° Reggimento “Nizza Cavalleria” e del 32° Reggimento Genio Guastatori, oltre a un nucleo di polizia militare del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”. Numerosi i veicoli tattici in dotazione, dalle blindo “Centauro” ai VTMM (Veicoli tattici medi multiruolo), ai VTLM (Veicoli tattici leggeri multiruolo) e ai BV206 (Veicoli tattici ad elevata mobilità) tipici delle truppe alpine. A completare il potente dispositivo bellico ci sono pure i sistemi d’arma in dotazione alle unità di artiglieria, quali gli obici FH70, i mortai “Thomson” da 120mm e i sistemi controcarro di 3^ generazione “Spike” con missili a lungo raggio prodotti dall’azienda israeliana Rafael Ltd.. “Tutti i reparti coinvolti nell’operazione eVA provengono da un intenso ciclo addestrativo che li ha visti partecipare, solo nell’ultimo semestre, alle esercitazioni Volpe Bianca 22 nell’alta Val di Susa, Cold Response 22 in Norvegia, Maurin 22 nell’alta Valle Maira e Candelo 22 nella baraggia biellese, senza contare il continuo addestramento di specialità a vivere, muovere e combattere in montagna”, riporta con malcelata enfasi bellica lo Stato Maggiore dell’Esercito.

Le attività operative hanno preso il via il 18 agosto, una decina di giorni dopo il completamento dello schieramento in territorio magiaro. Il battesimo è stato consacrato dall’addestramento al “combattimento nei centri abitati e di navigazione terrestre”, a fianco dei paracadutisti della 101^ Divisione Aviotrasportata di US Army e di una compagnia dell’esercito croato. A fine agosto gli alpini della “Taurinense” hanno svolto un modulo addestrativo al “movimento e combattimento in ambiente notturno”, con pattuglie da ricognizione per i plotoni fucilieri, “simulazione” di esercizi di tiro con mortai da 120mm e obici da 155mm, acquisizione di obiettivi in movimento per le squadre controcarri, pattuglie esploranti con blindo “Centauro”, impiego degli esplosivi per “ridurre la mobilità nemica” e di robot per la bonifica di ordigni avversari per la componente guastatori.

Nel corso della prima settimana di settembre il contingente italiano ha condotto contestualmente due diverse attività addestrative: l’esercitazione a partiti contrapposti denominata “Patrol Storm” (pattuglia tempesta) per “combinare” le capacità di fuoco e di “acquisizione di obiettivi nemici in ogni condizione ambientale”; e “Fire Observer Concentration” per standardizzare le procedure per l’osservazione, la richiesta e la gestione del fuoco terrestre “erogabile mediante sistemi di artiglieria in dotazione alla NATO”. Subito dopo gli alpini si sono sottoposti a quattro giornate consecutive di attività di tiro, diurno e notturno e “sotto stress” con armamento individuale e di reparto presso il poligono ungherese di Ujmajor.

A fine settembre, nell’estesa area addestrativa ungherese di Varpalota, si è svolta invece “Brave Warrior” (guerriero valoroso) per la validazione del nuovo battlegroup e il suo passaggio sotto il comando NATO. A “Brave Warrior” hanno partecipato anche i contingenti di Ungheria, Stati Uniti, Croazia e Slovacchia, per una forza totale di oltre 1.200 militari e 300 tra carri armati, blindati e obici di artiglieria. Ospiti e osservatori “eccellenti” alle grandi manovre i vertici militari della NATO, il Comandante del Joint Force Command NATO di Brunssum, gen. Guglielmo Luigi Miglietta e il Comandante Operativo di Vertice Interforze COVI, gen. Francesco Paolo Figliuolo. “Consentitemi di dire che è un orgoglio personale vedere impegnati in questo sforzo collettivo voi alpini della Brigata Taurinense, unità che ho avuto il privilegio di guidare tra il 2010 e il 2011”, ha dichiarato Figliuolo alla cerimonia conclusiva dei war games. “Non è un caso che in una missione particolare come questa sia stata scelta proprio un’unità delle Truppe Alpine dell’Esercito, a riprova della versatilità e della resilienza di un Corpo che ha scritto pagine gloriose della storia nazionale e militare, con un impiego che va dal deserto ai territori montani e artici, ai quali siamo più votati, fino alla pianura ungherese. Inoltre, voi siete portatori di quelli che sono gli stessi valori della NATO, valori che esaltano la coesione e la solidarietà e che fanno di voi un baluardo a difesa della democrazia e della libertà”. (2)

A inizio ottobre nell’area di Veszprem si sono tenute le esercitazioni “Relentless 9” (implacabile) e “Strong Will 2022”. La “Relentless” ha riguardato la “capacità di ingaggio di bersagli corazzati alle lunghe distanze di giorno come di notte” da parte delle unità controcarri e di cavalleria pesante del battlegroup; la “Strong Will” è stata invece orientata ad affinare le capacità agli assetti ISR (Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento). Per esercitarsi a contrastare le minacce aeree “nemiche” e gli attacchi da parte di droni si è tenuta anche “Noble Imperat” (nobili comandi), con “combattimento a partiti contrapposti in ambiente caratterizzato da rischio CBRN (Chimico, Biologico, Radiologico, Nucleare)”. Anche in questa occasione era presente una componente della 101^ Divisione Aviotrasportata di US Army, insieme ad unità della polizia militare e del reparto specializzato anti-esplosivi delle forze armate croate e di “difesa” aerea e CBRN ungherese. “L’esercitazione, della durata di 7 giorni ha visto le unità del Battlegroup frenare e bloccare, mediante l’impiego combinato del fuoco aereo, di artiglieria, dei mortai pesanti e dei missili controcarro, oltre che degli ostacoli attivi e passivi realizzati dalle unità del genio (campi minati anticarro, fossati, terrapieni) un’unità nemica attaccante, per effettuare in seguito, mediante la componente corazzata di cavalleria e le unità di fanteria un contrattacco contro le forze avversarie”, riferisce l’Esercito italiano. Nel corso di “Noble Imperat” alcuni caccia F-18 di US Air Force ed elicotteri d’attacco Mi-24 ungheresi “hanno impiegato il loro munizionamento ordinario sui bersagli indicati dai team di controllo italiani, ungheresi e americani schierati sul terreno”.

Il 29 ottobre 2022 il personale militare medico degli alpini si è addestrato nell’area di Camp Croft al soccorso in “prima linea” congiuntamente con l’esercito croato e statunitense (Combat Medic Concentration). “Fondamentale, per i soccorritori militari, la conoscenza delle corrette procedure mediche, oltre che la capacità di operare con lucidità mentale anche in condizioni di elevato stress fisico, dovuto dal peso dell’equipaggiamento e dell’armamento in dotazione, nonché psicologico, derivante dall’impatto emotivo del ferimento, in questo caso simulato, di elementi della propria unità”, spiega l’Esercito. “Numerosi gli scenari di fronte ai quali si sono trovati ad operare i soccorritori, dagli scontri a fuoco con la presenza di feriti da colpi di armi leggere fino all’esplosione di ordigni quali mine e razzi controcarro a danno degli equipaggi dei veicoli”.

Novembre è ricordato per l’esercitazione a fuoco con obici e mortai “Noble Strike” (colpo nobile), orientata al “forzamento di ostacoli attivi e passivi posizionati dal nemico (campi minati e reticolati) per il successivo assalto a postazioni fortificate” e per “Noble Freedom”, operazione addestrativa “offensiva” con la partecipazione di oltre 500 unità e 100 veicoli da guerra. Il personale del 3° Reggimento Alpini ha condotto a dicembre due settimane di addestramento al “combattimento in aree urbanizzate” presso il Comando della 25ª Brigata Corazzata dell’esercito ungherese, situato nella città di Tata. Il 2022 si è concluso con l’esercitazione “Noble Defender” anch’essa orientata alla guerra urbana e in particolare “alla presa di un centro abitato occupato da forze nemiche con la presenza nell’area sia di personale civile non combattente, sia di trappole esplosive collocate dall’avversario”.

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Il Tricolore comanda in Bulgaria

Con identiche finalità e obiettivi strategici del battlegroup “ungherese” dal marzo dello scorso anno ha preso il via l’operazione Enhanced Vigilance Activity (eVA) – Bulgaria, a cui la NATO ha assegnato oltre 1.100 militari delle forze terrestri di Bulgaria, Albania, Grecia, Italia, Repubblica della Macedonia del Nord, Montenegro e Stati Uniti. Il quartier generale si è insediato nell’area addestrativa di Novo Selo, nella regione di Vidin, prossima al confine con Romania e Serbia. Nella missione in terra bulgara l’Italia impiega circa 740 unità in forza alla Brigata Meccanizzata “Pinerolo” di stanza in Puglia. Dal 17 ottobre il nostro paese ha assunto il ruolo di Framework Nation, ovvero la leadership del nuovo battlegroup NATO, attraverso il comando dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”. Alla cerimonia di trasferimento della guida di (eVA) – Bulgaria erano presenti il Presidente della Repubblica di Bulgaria, Rumen Radev, il Comandante supremo delle forze alleate in Europa, gen. Christopher G. Cavoli, l’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone e il Comandante del COVI, gen. Figliuolo. Nonostante le roboanti parole d’encomio sulla leadership italica è indubbio che il mentore di questo nuovo gruppo NATO sia di casa negli USA. Prima ancora della “benedizione” del gen. Christopher G. Cavoli (già a capo delle forze armate USA in Europa e in Africa), le unità schierate a Novo Selo sono state “ispezionate” il 25 agosto 2022 dal Comandante del 5° Corpo d’Armata di U.S. Army, gen. John S. Kolasheski e dal Comandante dell’immancabile 101^ Divisione aviotrasportata, gen. Joseph P. McGee. Il 12 settembre è stata la volta della visita ufficiale dell’ammiraglio di US Navy, Stuart B. Munsch, comandante del Joint Force Command Naples.

Il “comando” italiano di (eVA) – Bulgaria è stato sperimentato sul campo a fine ottobre con l’esercitazione “Alliance Wall”: quattro giorni di fuoco no-stop con l’impiego di oltre 50 mezzi (blindati italiani “Freccia”, carri armati e veicoli d’attacco greci, statunitensi e bulgari). A inizio novembre è stata la volta di “Iron Strike” (colpo d’acciaio) con il dispiegamento di 300 militari e 70 mezzi tattici: per l’Italia un sistema di “difesa e controllo aereo”, gli obici semoventi PZH2000 da 155/52 mm di produzione tedesca (uno dei principali sistemi d’arma che i paesi NATO hanno consegnato all’Ucraina dopo l’invasione russa), i blindo “Centauro” e ancora i “Freccia”. Così come in Ungheria anche in Bulgaria non sono mancate le attività addestrative al combattimento in ambiente urbano. “L’esercitazione svoltasi a inizio dicembre e suddivisa in cinque fasi ha visto una iniziale ricognizione d’area seguita dal movimento verso le zone di accesso al villaggio; l’isolamento del centro abitato dal possibile avvicinamento di forze nemiche intervenute a supporto e difesa; la bonifica da possibili minacce presenti all’interno del villaggio ed infine, il consolidamento delle truppe nell’area ed il mantenimento del controllo della stessa”, annota lo Stato Maggiore.

Cacciabombardieri sul Baltico e nel Mar Nero anche per venderli

In gergo tecnico-militare è definita “Air Policing (AP)”; si tratta della missione di cui si è dotata la NATO a partire dalla metà degli anni cinquanta per integrare gli apparati e gli assetti dei paesi membri in un unico sistema di difesa aerea e missilistico. Nello specifico l’AP consiste nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo alleato e nell’identificazione di tutte le eventuali violazioni allo stesso; le operazioni sono svolte da caccia intercettori pronti al decollo in tempi radissimi (scramble). Le missioni di Air Policing sono condotte sotto il comando e controllo di due centri operativi NATO, ubicati rispettivamente a Uedem (Germania) e Torrejon (Spagna), sotto la supervisione dall’Allied Air Command di Ramstein (Germania). E, come ricorda con orgoglio lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, l’Italia è l’unica nazione dell’Alleanza Atlantica che ha partecipato a tutte le operazioni di Air Policing realizzate fino ad oggi.

Con la “spiralizzazione” della crisi russo-ucraina a inizio 2022 la NATO ha deciso di potenziare le attività di sorveglianza aerea dando vita alla cosiddetta enhanced Air Policing (eAP), in particolare sul fronte sud-orientale. In quest’ambito dallo scorso mese di novembre il nostro paese ha inviato una task force (TFA R Gladiator) presso l’aeroporto “Mihail Kogălniceanu” di Costanza (Romania), sul Mar Nero. TFA Gladiator impiega attualmente quattro cacciabombardieri Eurofighter EF-2000 “Typhoon” degli Stormi 4°, 36°, 37° e 51°dell’Aeronautica Militare, rispettivamente con base a Grosseto, Gioia del Colle, Trapani-Birgi e Istrana-Treviso. A Costanza sono presenti in tutto 150 tra piloti, controllori volo e tecnici, oltre alla componente di polizia militare assicurata dall’Arma dei Carabinieri. Nelle operazioni aeree sono pure coinvolti altri importanti enti dell’Aeronautica, tra cui il 14° Stormo di Pratica di Mare, la 46° Brigata Aerea di Pisa e il 16° Stormo Fucilieri dell’Aria con quartier generale a Martina Franca, Taranto.

In passato i caccia italiani avevano già svolto attività di “vigilanza aerea” NATO in Romania nel 2019 e – ininterrottamente – dai primi di dicembre 2021 fino al 1° luglio del 2022 con la task force “Black Storm” (tempesta nera). Durante quest’ultima missione i cacciabombardieri dell’Aeronautica hanno superato le 1.400 ore di volo con circa 750 sortite. “Si tratta di un risultato mai raggiunto da una TFA sul suolo europeo”, ricorda lo Stato Maggiore delle forze aree. “In parallelo è stato conseguito un elevato grado di interoperabilità con gli assetti aerei dell’Alleanza che in quei mesi erano impiegati nella regione (i Typhoon dell’Aeronautica tedesca e i caccia intercettori delle forze aeree rumene e statunitensi), con le unità della Marina militare francese e rumena e con i contingenti terrestri belgi, francesi, rumeni, britannici e statunitensi”. Durante TFA “Black Sorm” sono stati inviati in Romania per quasi due mesi pure i paracadutisti del 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” della brigata “Folgore” per partecipare in particolare all’esercitazione multinazionale “Scorpion Legacy” presso il poligono di Smardan nell’ambito del Military Training Education Program della NATO.

Nel periodo di assenza dal territorio rumeno gli EF-2000 “Typhoon” italiani non sono stati certo con le mani in mano: hanno operato invece in uno scenario geo-strategico ancora più critico. Dalla fine di luglio a fine novembre i cacciabombardieri sono stati rischierati con la task force “White Eagle” presso l’aeroporto “Krolewo” di Malbork, Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad), già sede dell’Air Policing NATO nel 2014 e nel 2015 dopo l’escalation bellica in Donbass e l’occupazione russa della Crimea. In poco meno di quattro mesi di attività i velivoli italiani hanno effettuato dalla base polacca oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”.

Che i caccia italiani abbiano davvero giocato con il fuoco durante la loro missione in Polonia appare evidente dalla lettura del comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica il 22 settembre. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem”, spiega la forza aerea. “La contemporanea presenza nel Baltico anche di alcuni assetti navali della NATO, ha fatto sì che per garantire la sicurezza dei confini dell’Alleanza, la catena di Comando e Controllo della NATO ha realizzato un dispositivo di sicurezza massimo (…) Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”. (3)

Rischiare il conflitto magari solo per una virata errata è davvero da folli ma a Roma c’è chi evidentemente persegue uber alles e sulla pelle di noi tutti la moltiplicazione dei profitti e dei dividendi azionari delle grandi industrie militari a capitale pubblico. Esageriamo perché pacifisti imbelli? Ecco cosa ha evidenziato l’analista Aurelio Giansiracusa, direttore di Ares Osservatorio Difesa in un articolo pubblicato a fine luglio: “Per l’Aeronautica Polacca il rischiaramento degli italiani è una preziosa occasione per interagire con i potenti caccia bombardieri prodotti dal consorzio Eurofighter costituito da Leonardo, BAE Systems ed Airbus. Non è un mistero che la Polonia, nell’ambito del potenziamento esponenziale in atto delle sue Forze Armate, sia interessata fortemente al velivolo europeo; del resto anche lo stesso consorzio Eurofighter (in Polonia guidato da Leonardo) spinge per l’adozione offrendo a Varsavia una nel programma”. (4)

Ecco ancora recitato il mantra della storia dell’ultimo secolo: in guerra per le armi e le armi per le guerra… Pagine Esteri

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO

Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1)


pagineesteri.it/2023/01/10/in-…

NOTE E LINK

4762361*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

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Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 2)


di Antonio Mazzeo*

Pagine Esteri, 11 gennaio 2023 – Nell’agosto 2022 l’Italia – insieme ai reparti dell’esercito ungherese, croato e statunitense- è entrata a far parte del nuovo battaglione da guerra attivato dalla NATO in Ungheria per “rafforzare le attività di vigilanza” anti-Russia nel fianco sud-orientale. “L’Operazione Enhanced Vigilance Activity (eVA) in Ungheria è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO”, annota lo Stato Maggiore. “Con l’adesione all’iniziativa, dopo il previsto iter autorizzativo parlamentare, l’Italia si conferma tra i principali Paesi contributori, in termini di uomini, mezzi e risorse, al rafforzamento della postura di deterrenza e difesa della NATO sul fianco est”. (1)

A cannoneggiare nella puszta ungherese

La consistenza massima annuale autorizzata per il contingente in Ungheria è di circa 250 unità dell’Esercito; esso è composto – ancora una volta – da personale della Brigata Alpina “Taurinense”, in particolare del 3° Reggimento Alpini, rinforzato da componenti del 1° Reggimento Artiglieria Terrestre da montagna, del 1° Reggimento “Nizza Cavalleria” e del 32° Reggimento Genio Guastatori, oltre a un nucleo di polizia militare del 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”. Numerosi i veicoli tattici in dotazione, dalle blindo “Centauro” ai VTMM (Veicoli tattici medi multiruolo), ai VTLM (Veicoli tattici leggeri multiruolo) e ai BV206 (Veicoli tattici ad elevata mobilità) tipici delle truppe alpine. A completare il potente dispositivo bellico ci sono pure i sistemi d’arma in dotazione alle unità di artiglieria, quali gli obici FH70, i mortai “Thomson” da 120mm e i sistemi controcarro di 3^ generazione “Spike” con missili a lungo raggio prodotti dall’azienda israeliana Rafael Ltd.. “Tutti i reparti coinvolti nell’operazione eVA provengono da un intenso ciclo addestrativo che li ha visti partecipare, solo nell’ultimo semestre, alle esercitazioni Volpe Bianca 22 nell’alta Val di Susa, Cold Response 22 in Norvegia, Maurin 22 nell’alta Valle Maira e Candelo 22 nella baraggia biellese, senza contare il continuo addestramento di specialità a vivere, muovere e combattere in montagna”, riporta con malcelata enfasi bellica lo Stato Maggiore dell’Esercito.

Le attività operative hanno preso il via il 18 agosto, una decina di giorni dopo il completamento dello schieramento in territorio magiaro. Il battesimo è stato consacrato dall’addestramento al “combattimento nei centri abitati e di navigazione terrestre”, a fianco dei paracadutisti della 101^ Divisione Aviotrasportata di US Army e di una compagnia dell’esercito croato. A fine agosto gli alpini della “Taurinense” hanno svolto un modulo addestrativo al “movimento e combattimento in ambiente notturno”, con pattuglie da ricognizione per i plotoni fucilieri, “simulazione” di esercizi di tiro con mortai da 120mm e obici da 155mm, acquisizione di obiettivi in movimento per le squadre controcarri, pattuglie esploranti con blindo “Centauro”, impiego degli esplosivi per “ridurre la mobilità nemica” e di robot per la bonifica di ordigni avversari per la componente guastatori.

Nel corso della prima settimana di settembre il contingente italiano ha condotto contestualmente due diverse attività addestrative: l’esercitazione a partiti contrapposti denominata “Patrol Storm” (pattuglia tempesta) per “combinare” le capacità di fuoco e di “acquisizione di obiettivi nemici in ogni condizione ambientale”; e “Fire Observer Concentration” per standardizzare le procedure per l’osservazione, la richiesta e la gestione del fuoco terrestre “erogabile mediante sistemi di artiglieria in dotazione alla NATO”. Subito dopo gli alpini si sono sottoposti a quattro giornate consecutive di attività di tiro, diurno e notturno e “sotto stress” con armamento individuale e di reparto presso il poligono ungherese di Ujmajor.

A fine settembre, nell’estesa area addestrativa ungherese di Varpalota, si è svolta invece “Brave Warrior” (guerriero valoroso) per la validazione del nuovo battlegroup e il suo passaggio sotto il comando NATO. A “Brave Warrior” hanno partecipato anche i contingenti di Ungheria, Stati Uniti, Croazia e Slovacchia, per una forza totale di oltre 1.200 militari e 300 tra carri armati, blindati e obici di artiglieria. Ospiti e osservatori “eccellenti” alle grandi manovre i vertici militari della NATO, il Comandante del Joint Force Command NATO di Brunssum, gen. Guglielmo Luigi Miglietta e il Comandante Operativo di Vertice Interforze COVI, gen. Francesco Paolo Figliuolo. “Consentitemi di dire che è un orgoglio personale vedere impegnati in questo sforzo collettivo voi alpini della Brigata Taurinense, unità che ho avuto il privilegio di guidare tra il 2010 e il 2011”, ha dichiarato Figliuolo alla cerimonia conclusiva dei war games. “Non è un caso che in una missione particolare come questa sia stata scelta proprio un’unità delle Truppe Alpine dell’Esercito, a riprova della versatilità e della resilienza di un Corpo che ha scritto pagine gloriose della storia nazionale e militare, con un impiego che va dal deserto ai territori montani e artici, ai quali siamo più votati, fino alla pianura ungherese. Inoltre, voi siete portatori di quelli che sono gli stessi valori della NATO, valori che esaltano la coesione e la solidarietà e che fanno di voi un baluardo a difesa della democrazia e della libertà”. (2)

A inizio ottobre nell’area di Veszprem si sono tenute le esercitazioni “Relentless 9” (implacabile) e “Strong Will 2022”. La “Relentless” ha riguardato la “capacità di ingaggio di bersagli corazzati alle lunghe distanze di giorno come di notte” da parte delle unità controcarri e di cavalleria pesante del battlegroup; la “Strong Will” è stata invece orientata ad affinare le capacità agli assetti ISR (Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento). Per esercitarsi a contrastare le minacce aeree “nemiche” e gli attacchi da parte di droni si è tenuta anche “Noble Imperat” (nobili comandi), con “combattimento a partiti contrapposti in ambiente caratterizzato da rischio CBRN (Chimico, Biologico, Radiologico, Nucleare)”. Anche in questa occasione era presente una componente della 101^ Divisione Aviotrasportata di US Army, insieme ad unità della polizia militare e del reparto specializzato anti-esplosivi delle forze armate croate e di “difesa” aerea e CBRN ungherese. “L’esercitazione, della durata di 7 giorni ha visto le unità del Battlegroup frenare e bloccare, mediante l’impiego combinato del fuoco aereo, di artiglieria, dei mortai pesanti e dei missili controcarro, oltre che degli ostacoli attivi e passivi realizzati dalle unità del genio (campi minati anticarro, fossati, terrapieni) un’unità nemica attaccante, per effettuare in seguito, mediante la componente corazzata di cavalleria e le unità di fanteria un contrattacco contro le forze avversarie”, riferisce l’Esercito italiano. Nel corso di “Noble Imperat” alcuni caccia F-18 di US Air Force ed elicotteri d’attacco Mi-24 ungheresi “hanno impiegato il loro munizionamento ordinario sui bersagli indicati dai team di controllo italiani, ungheresi e americani schierati sul terreno”.

Il 29 ottobre 2022 il personale militare medico degli alpini si è addestrato nell’area di Camp Croft al soccorso in “prima linea” congiuntamente con l’esercito croato e statunitense (Combat Medic Concentration). “Fondamentale, per i soccorritori militari, la conoscenza delle corrette procedure mediche, oltre che la capacità di operare con lucidità mentale anche in condizioni di elevato stress fisico, dovuto dal peso dell’equipaggiamento e dell’armamento in dotazione, nonché psicologico, derivante dall’impatto emotivo del ferimento, in questo caso simulato, di elementi della propria unità”, spiega l’Esercito. “Numerosi gli scenari di fronte ai quali si sono trovati ad operare i soccorritori, dagli scontri a fuoco con la presenza di feriti da colpi di armi leggere fino all’esplosione di ordigni quali mine e razzi controcarro a danno degli equipaggi dei veicoli”.

Novembre è ricordato per l’esercitazione a fuoco con obici e mortai “Noble Strike” (colpo nobile), orientata al “forzamento di ostacoli attivi e passivi posizionati dal nemico (campi minati e reticolati) per il successivo assalto a postazioni fortificate” e per “Noble Freedom”, operazione addestrativa “offensiva” con la partecipazione di oltre 500 unità e 100 veicoli da guerra. Il personale del 3° Reggimento Alpini ha condotto a dicembre due settimane di addestramento al “combattimento in aree urbanizzate” presso il Comando della 25ª Brigata Corazzata dell’esercito ungherese, situato nella città di Tata. Il 2022 si è concluso con l’esercitazione “Noble Defender” anch’essa orientata alla guerra urbana e in particolare “alla presa di un centro abitato occupato da forze nemiche con la presenza nell’area sia di personale civile non combattente, sia di trappole esplosive collocate dall’avversario”.

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Il Tricolore comanda in Bulgaria

Con identiche finalità e obiettivi strategici del battlegroup “ungherese” dal marzo dello scorso anno ha preso il via l’operazione Enhanced Vigilance Activity (eVA) – Bulgaria, a cui la NATO ha assegnato oltre 1.100 militari delle forze terrestri di Bulgaria, Albania, Grecia, Italia, Repubblica della Macedonia del Nord, Montenegro e Stati Uniti. Il quartier generale si è insediato nell’area addestrativa di Novo Selo, nella regione di Vidin, prossima al confine con Romania e Serbia. Nella missione in terra bulgara l’Italia impiega circa 740 unità in forza alla Brigata Meccanizzata “Pinerolo” di stanza in Puglia. Dal 17 ottobre il nostro paese ha assunto il ruolo di Framework Nation, ovvero la leadership del nuovo battlegroup NATO, attraverso il comando dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”. Alla cerimonia di trasferimento della guida di (eVA) – Bulgaria erano presenti il Presidente della Repubblica di Bulgaria, Rumen Radev, il Comandante supremo delle forze alleate in Europa, gen. Christopher G. Cavoli, l’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone e il Comandante del COVI, gen. Figliuolo. Nonostante le roboanti parole d’encomio sulla leadership italica è indubbio che il mentore di questo nuovo gruppo NATO sia di casa negli USA. Prima ancora della “benedizione” del gen. Christopher G. Cavoli (già a capo delle forze armate USA in Europa e in Africa), le unità schierate a Novo Selo sono state “ispezionate” il 25 agosto 2022 dal Comandante del 5° Corpo d’Armata di U.S. Army, gen. John S. Kolasheski e dal Comandante dell’immancabile 101^ Divisione aviotrasportata, gen. Joseph P. McGee. Il 12 settembre è stata la volta della visita ufficiale dell’ammiraglio di US Navy, Stuart B. Munsch, comandante del Joint Force Command Naples.

Il “comando” italiano di (eVA) – Bulgaria è stato sperimentato sul campo a fine ottobre con l’esercitazione “Alliance Wall”: quattro giorni di fuoco no-stop con l’impiego di oltre 50 mezzi (blindati italiani “Freccia”, carri armati e veicoli d’attacco greci, statunitensi e bulgari). A inizio novembre è stata la volta di “Iron Strike” (colpo d’acciaio) con il dispiegamento di 300 militari e 70 mezzi tattici: per l’Italia un sistema di “difesa e controllo aereo”, gli obici semoventi PZH2000 da 155/52 mm di produzione tedesca (uno dei principali sistemi d’arma che i paesi NATO hanno consegnato all’Ucraina dopo l’invasione russa), i blindo “Centauro” e ancora i “Freccia”. Così come in Ungheria anche in Bulgaria non sono mancate le attività addestrative al combattimento in ambiente urbano. “L’esercitazione svoltasi a inizio dicembre e suddivisa in cinque fasi ha visto una iniziale ricognizione d’area seguita dal movimento verso le zone di accesso al villaggio; l’isolamento del centro abitato dal possibile avvicinamento di forze nemiche intervenute a supporto e difesa; la bonifica da possibili minacce presenti all’interno del villaggio ed infine, il consolidamento delle truppe nell’area ed il mantenimento del controllo della stessa”, annota lo Stato Maggiore.

Cacciabombardieri sul Baltico e nel Mar Nero anche per venderli

In gergo tecnico-militare è definita “Air Policing (AP)”; si tratta della missione di cui si è dotata la NATO a partire dalla metà degli anni cinquanta per integrare gli apparati e gli assetti dei paesi membri in un unico sistema di difesa aerea e missilistico. Nello specifico l’AP consiste nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo alleato e nell’identificazione di tutte le eventuali violazioni allo stesso; le operazioni sono svolte da caccia intercettori pronti al decollo in tempi radissimi (scramble). Le missioni di Air Policing sono condotte sotto il comando e controllo di due centri operativi NATO, ubicati rispettivamente a Uedem (Germania) e Torrejon (Spagna), sotto la supervisione dall’Allied Air Command di Ramstein (Germania). E, come ricorda con orgoglio lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, l’Italia è l’unica nazione dell’Alleanza Atlantica che ha partecipato a tutte le operazioni di Air Policing realizzate fino ad oggi.

Con la “spiralizzazione” della crisi russo-ucraina a inizio 2022 la NATO ha deciso di potenziare le attività di sorveglianza aerea dando vita alla cosiddetta enhanced Air Policing (eAP), in particolare sul fronte sud-orientale. In quest’ambito dallo scorso mese di novembre il nostro paese ha inviato una task force (TFA R Gladiator) presso l’aeroporto “Mihail Kogălniceanu” di Costanza (Romania), sul Mar Nero. TFA Gladiator impiega attualmente quattro cacciabombardieri Eurofighter EF-2000 “Typhoon” degli Stormi 4°, 36°, 37° e 51°dell’Aeronautica Militare, rispettivamente con base a Grosseto, Gioia del Colle, Trapani-Birgi e Istrana-Treviso. A Costanza sono presenti in tutto 150 tra piloti, controllori volo e tecnici, oltre alla componente di polizia militare assicurata dall’Arma dei Carabinieri. Nelle operazioni aeree sono pure coinvolti altri importanti enti dell’Aeronautica, tra cui il 14° Stormo di Pratica di Mare, la 46° Brigata Aerea di Pisa e il 16° Stormo Fucilieri dell’Aria con quartier generale a Martina Franca, Taranto.

In passato i caccia italiani avevano già svolto attività di “vigilanza aerea” NATO in Romania nel 2019 e – ininterrottamente – dai primi di dicembre 2021 fino al 1° luglio del 2022 con la task force “Black Storm” (tempesta nera). Durante quest’ultima missione i cacciabombardieri dell’Aeronautica hanno superato le 1.400 ore di volo con circa 750 sortite. “Si tratta di un risultato mai raggiunto da una TFA sul suolo europeo”, ricorda lo Stato Maggiore delle forze aree. “In parallelo è stato conseguito un elevato grado di interoperabilità con gli assetti aerei dell’Alleanza che in quei mesi erano impiegati nella regione (i Typhoon dell’Aeronautica tedesca e i caccia intercettori delle forze aeree rumene e statunitensi), con le unità della Marina militare francese e rumena e con i contingenti terrestri belgi, francesi, rumeni, britannici e statunitensi”. Durante TFA “Black Sorm” sono stati inviati in Romania per quasi due mesi pure i paracadutisti del 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” della brigata “Folgore” per partecipare in particolare all’esercitazione multinazionale “Scorpion Legacy” presso il poligono di Smardan nell’ambito del Military Training Education Program della NATO.

Nel periodo di assenza dal territorio rumeno gli EF-2000 “Typhoon” italiani non sono stati certo con le mani in mano: hanno operato invece in uno scenario geo-strategico ancora più critico. Dalla fine di luglio a fine novembre i cacciabombardieri sono stati rischierati con la task force “White Eagle” presso l’aeroporto “Krolewo” di Malbork, Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad), già sede dell’Air Policing NATO nel 2014 e nel 2015 dopo l’escalation bellica in Donbass e l’occupazione russa della Crimea. In poco meno di quattro mesi di attività i velivoli italiani hanno effettuato dalla base polacca oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”.

Che i caccia italiani abbiano davvero giocato con il fuoco durante la loro missione in Polonia appare evidente dalla lettura del comunicato emesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica il 22 settembre. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem”, spiega la forza aerea. “La contemporanea presenza nel Baltico anche di alcuni assetti navali della NATO, ha fatto sì che per garantire la sicurezza dei confini dell’Alleanza, la catena di Comando e Controllo della NATO ha realizzato un dispositivo di sicurezza massimo (…) Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”. (3)

Rischiare il conflitto magari solo per una virata errata è davvero da folli ma a Roma c’è chi evidentemente persegue uber alles e sulla pelle di noi tutti la moltiplicazione dei profitti e dei dividendi azionari delle grandi industrie militari a capitale pubblico. Esageriamo perché pacifisti imbelli? Ecco cosa ha evidenziato l’analista Aurelio Giansiracusa, direttore di Ares Osservatorio Difesa in un articolo pubblicato a fine luglio: “Per l’Aeronautica Polacca il rischiaramento degli italiani è una preziosa occasione per interagire con i potenti caccia bombardieri prodotti dal consorzio Eurofighter costituito da Leonardo, BAE Systems ed Airbus. Non è un mistero che la Polonia, nell’ambito del potenziamento esponenziale in atto delle sue Forze Armate, sia interessata fortemente al velivolo europeo; del resto anche lo stesso consorzio Eurofighter (in Polonia guidato da Leonardo) spinge per l’adozione offrendo a Varsavia una nel programma”. (4)

Ecco ancora recitato il mantra della storia dell’ultimo secolo: in guerra per le armi e le armi per le guerra… Pagine Esteri

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO

Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1)


pagineesteri.it/2023/01/10/in-…

NOTE E LINK

4828469*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

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Nasce un partito ebreo e arabo: «Per un Israele di tutti i suoi cittadini»


di Michele Giorgio

(nella foto di Oren Ziv, l’incontro all’Abraham Hostel di Tel Aviv)

Pagine Esteri, 10 gennaio 2023Sami Abu Shahadeh ci accoglie al Cafè Paul, una storica caffetteria di Giaffa dove il leader del partito arabo Balad/Tajammo rilascia interviste e spesso discute di politica con amici e conoscenti. Abu Shahadeh non è più un deputato. La sua formazione politica, nazionalista di sinistra, parte fino alla scorsa estate della Lista unita araba, alle elezioni del primo novembre, ha ottenuto 140mila voti, un buon risultato ma non sufficiente per superare la soglia di sbarramento ed entrare nella Knesset. Una sorte toccata anche al Meretz, storico partito della sinistra sionista. «Non mi pento della scelta di correre da soli», esordisce Abu Shahadeh. Ora la Knesset è dominata dalla destra in tutte le sue espressioni laiche e religiose e da essa a fine dicembre è nato il governo estremista guidato da Benyamin Netanyahu. «In questo clima – aggiunge il leader di Balad – in cui forze fanatiche minacciano la democrazia e i diritti delle minoranze a cominciare da quella araba, il dialogo tra gruppi, organizzazioni e formazioni politiche di sinistra è utile e va favorito il più possibile».

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Avraham Burg

Con questo spirito Abu Shahadeh ha accolto l’invito a partecipare, in qualità quasi di ospite principale, al primo incontro pubblico del partito ebraico-arabo «Di tutti i suoi cittadini», nato da poche settimane, che nei giorni scorsi ha riunito nell’Abraham Hostel di Tel Aviv circa 250 persone di varie ramificazioni della sinistra sionista e antisionista, incluso il Meretz. A presiedere il nuovo partito sono l’ebreo Avraham Burg, ex speaker laburista della Knesset che anni fa ha annunciato di non essere più sionista, e l’arabo (palestinese) Faisal Azaiza, preside della facoltà di previdenza sociale dell’università di Haifa. L’attore protagonista comunque è Burg che da tempo cercava senza successo di fondare una formazione politica. L’ascesa al potere del governo più a destra della storia di Israele, con evidenti venature razziste e antidemocratiche, la scomparsa quasi totale della sinistra in Parlamento e l’appetito per nuove idee unito al desiderio di colmare le divisioni, hanno finito per creare interesse intorno al suo progetto. Ispirati dal nome del partito di Burg e Azaiza, sul palco allestito all’Abraham Hostel esponenti della società civile, attivisti locali, intellettuali, accademici e personalità politiche hanno discusso dell’idea di un Israele non più Stato ebraico e democratico ma Stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e arabi in completa uguaglianza.

Ad eccezione di quelli arabi, i leader dei partiti israeliani sionisti di qualsiasi orientamento difendono la definizione di Israele come Stato ebraico e democratico. Che nel 2018 è stata scritta in una legge fondamentale: Israele è lo Stato della nazione ebraica e in cui (anche nei territori occupati nel 1967) il popolo ebraico ha diritti esclusivi. «Israele – aggiunge Abu Shahadeh – è fondato sulla separazione, con la supremazia assegnata agli ebrei. Tutto ruota intorno a questo principio. Faccio un esempio. Come può essere democratico uno Stato che mentre sviluppa la rete ferroviaria non pianifica la costruzione di una stazione in un centro abitato arabo? Lo stesso vale per gli ospedali pubblici. Eppure gli arabi compongono più del 20% della popolazione».

Faisal Azaiza
Faisal Azaiza

La formula Israele Stato di tutti i suoi cittadini è considerata da molti israeliani l’incarnazione dell’antisionismo che respingono. «Per questo è difficile dire quanta strada potrà fare il partito di Burg e Azaiza» dice al manifesto il giornalista Meron Rapoport intervenuto al dibattito all’Abraham Hostel. Secondo Rapoport «‘Di tutti i suoi cittadini’ più che un partito dovrebbe essere un cantiere di idee per far maturare le coscienze». Il giornalista vede l’aspetto più positivo dell’incontro a Tel Aviv nel numero e nella varietà delle presenze politiche. «Un segnale interessante», afferma.

Avraham Burg ha spiegato che il nuovo partito non si definisce sionista o antisionista e sarà «una federazione di tendenze che concordano su una cosa: tutti gli israeliani devono essere uguali». Ma le differenze ideologiche tra le varie forze potenzialmente interessate restano ampie. Appare assai difficile che possa concretizzarsi una collaborazione tra «Di tutti i suoi cittadini» e il Meretz che resta ancorato ai principi del Sionismo. L’attrice ebrea Einat Weizman, compagna di partito di Sami Abu Shahadeh, ha alzato il tiro spiegando che non è possibile un partenariato tra ebrei e arabi in una realtà asimmetrica come quella israeliana e, pertanto, è necessaria una lotta guidata dai palestinesi per la decolonizzazione. All’Abraham Hostel inoltre non è sfuggita l’assenza di Ayman Odeh, leader di Hadash l’unico partito israeliano che si definisce di sinistra con un carattere arabo-ebraico. Nel vago sono rimaste questioni centrali. Israele Stato di tutti i suoi cittadini dovrà includere o escludere i cinque milioni di palestinesi che da 55 anni vivono sotto occupazione in Cisgiordania e Gaza? Quale sarà il destino degli altri cinque milioni di palestinesi profughi nel mondo arabo? Pagine Esteri

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Nasce un partito ebreo e arabo: «Per un Israele di tutti i suoi cittadini»


di Michele Giorgio
(nella foto di Oren Ziv, l’incontro all’Abraham Hostel di Tel Aviv)

Pagine Esteri, 10 gennaio 2023Sami Abu Shahadeh ci accoglie al Cafè Paul, una storica caffetteria di Giaffa dove il leader del partito arabo Balad/Tajammo rilascia interviste e spesso discute di politica con amici e conoscenti. Abu Shahadeh non è più un deputato. La sua formazione politica, nazionalista di sinistra, parte fino alla scorsa estate della Lista unita araba, alle elezioni del primo novembre, ha ottenuto 140mila voti, un buon risultato ma non sufficiente per superare la soglia di sbarramento ed entrare nella Knesset. Una sorte toccata anche al Meretz, storico partito della sinistra sionista. «Non mi pento della scelta di correre da soli», esordisce Abu Shahadeh. Ora la Knesset è dominata dalla destra in tutte le sue espressioni laiche e religiose e da essa a fine dicembre è nato il governo estremista guidato da Benyamin Netanyahu. «In questo clima – aggiunge il leader di Balad – in cui forze fanatiche minacciano la democrazia e i diritti delle minoranze a cominciare da quella araba, il dialogo tra gruppi, organizzazioni e formazioni politiche di sinistra è utile e va favorito il più possibile».

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Avraham Burg

Con questo spirito Abu Shahadeh ha accolto l’invito a partecipare, in qualità quasi di ospite principale, al primo incontro pubblico del partito ebraico-arabo «Di tutti i suoi cittadini», nato da poche settimane, che nei giorni scorsi ha riunito nell’Abraham Hostel di Tel Aviv circa 250 persone di varie ramificazioni della sinistra sionista e antisionista, incluso il Meretz. A presiedere il nuovo partito sono l’ebreo Avraham Burg, ex speaker laburista della Knesset che anni fa ha annunciato di non essere più sionista, e l’arabo (palestinese) Faisal Azaiza, preside della facoltà di previdenza sociale dell’università di Haifa. L’attore protagonista comunque è Burg che da tempo cercava senza successo di fondare una formazione politica. L’ascesa al potere del governo più a destra della storia di Israele, con evidenti venature razziste e antidemocratiche, la scomparsa quasi totale della sinistra in Parlamento e l’appetito per nuove idee unito al desiderio di colmare le divisioni, hanno finito per creare interesse intorno al suo progetto. Ispirati dal nome del partito di Burg e Azaiza, sul palco allestito all’Abraham Hostel esponenti della società civile, attivisti locali, intellettuali, accademici e personalità politiche hanno discusso dell’idea di un Israele non più Stato ebraico e democratico ma Stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e arabi in completa uguaglianza.

Ad eccezione di quelli arabi, i leader dei partiti israeliani sionisti di qualsiasi orientamento difendono la definizione di Israele come Stato ebraico e democratico. Che nel 2018 è stata scritta in una legge fondamentale: Israele è lo Stato della nazione ebraica e in cui (anche nei territori occupati nel 1967) il popolo ebraico ha diritti esclusivi. «Israele – aggiunge Abu Shahadeh – è fondato sulla separazione, con la supremazia assegnata agli ebrei. Tutto ruota intorno a questo principio. Faccio un esempio. Come può essere democratico uno Stato che mentre sviluppa la rete ferroviaria non pianifica la costruzione di una stazione in un centro abitato arabo? Lo stesso vale per gli ospedali pubblici. Eppure gli arabi compongono più del 20% della popolazione».

Faisal Azaiza
Faisal Azaiza

La formula Israele Stato di tutti i suoi cittadini è considerata da molti israeliani l’incarnazione dell’antisionismo che respingono. «Per questo è difficile dire quanta strada potrà fare il partito di Burg e Azaiza» dice al manifesto il giornalista Meron Rapoport intervenuto al dibattito all’Abraham Hostel. Secondo Rapoport «‘Di tutti i suoi cittadini’ più che un partito dovrebbe essere un cantiere di idee per far maturare le coscienze». Il giornalista vede l’aspetto più positivo dell’incontro a Tel Aviv nel numero e nella varietà delle presenze politiche. «Un segnale interessante», afferma.

Avraham Burg ha spiegato che il nuovo partito non si definisce sionista o antisionista e sarà «una federazione di tendenze che concordano su una cosa: tutti gli israeliani devono essere uguali». Ma le differenze ideologiche tra le varie forze potenzialmente interessate restano ampie. Appare assai difficile che possa concretizzarsi una collaborazione tra «Di tutti i suoi cittadini» e il Meretz che resta ancorato ai principi del Sionismo. L’attrice ebrea Einat Weizman, compagna di partito di Sami Abu Shahadeh, ha alzato il tiro spiegando che non è possibile un partenariato tra ebrei e arabi in una realtà asimmetrica come quella israeliana e, pertanto, è necessaria una lotta guidata dai palestinesi per la decolonizzazione. All’Abraham Hostel inoltre non è sfuggita l’assenza di Ayman Odeh, leader di Hadash l’unico partito israeliano che si definisce di sinistra con un carattere arabo-ebraico. Nel vago sono rimaste questioni centrali. Israele Stato di tutti i suoi cittadini dovrà includere o escludere i cinque milioni di palestinesi che da 55 anni vivono sotto occupazione in Cisgiordania e Gaza? Quale sarà il destino degli altri cinque milioni di palestinesi profughi nel mondo arabo? Pagine Esteri

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Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1)


di Antonio Mazzeo*

(le immagini di truppe e mezzi italiani in Lettonia sono di esercito.difesa.it)

Pagine Esteri, 10 gennaio 2023 – In meno di un anno è aumentato di cinque volte il numero dei militari italiani schierati in Europa orientale alle frontiere con Ucraina, Russia e Bielorussia. Sui 7.000 effettivi impiegati attualmente in missioni internazionali quasi 1.500 operano in ambito NATO nel “contenimento” delle forze armate russe. A partire del 2014 l’Alleanza atlantica ha dato vita ad un’escalation bellica sul fianco est come mai era accaduto nella sua storia. Nelle Repubbliche baltiche, in Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria, sono state realizzate grandi installazioni terrestri, aeree e navali, sono state trasferite le più avanzate tecnologie di guerra, sono state sperimentate le strategie dei conflitti globali del XXI secolo con l’uso dei droni e delle armi interamente automatizzate, cyber-spaziali e nucleari.

A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 il processo di riarmo e militarizzazione dell’Europa orientale è pericolosamente dilagato e ancora oggi appare inarrestabile. E l’Italia c’è con le sue truppe d’élite, le brigate di pronto intervento, gli obici, i carri armati e i cacciabombardieri “gioielli di morte” del complesso militare-industriale nazionale e dei soci-partner stranieri, primi fra tutti USA e Israele. A inizio 2023 il tricolore sventola in Lettonia, Ungheria, Bulgaria e Romania. E ogni giorno, 24h, le truppe sono in stato d’allerta e si addestrano in condizioni estreme ad ogni possibile scenario di conflitto con il Cremilino, dai combattimenti casa per casa, vicolo per vicolo, piazza per piazza, agli sfondamenti nell’infinito bassopiano sarmatico, finanche all’impiego di armi atomiche, chimiche e batteriologiche e alla “sopravvivenza” al tragico inverno nucleare. Missioni di aperta e dichiarata cobelligeranza, pericolosamente provocatorie e infinitamente dispendiose sul piano politico-diplomatico e su quello economico-finanziario. Ma del tutto ignorate dai media mainstream che dallo scoppio della guerra fratricida hanno scelto di fare da cassa amplificata di Ares e Thanos e che gli italiani neanche immaginano quanto esse potrebbero trascinarci alla terza e ultima guerra mondiale.

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Proviamo noi a raccontare chi sono e cosa fanno i reparti italiani inviati da una classe politica e di governo irresponsabile come topolino apprendista stregone. La componente più numerosa è quella terrestre: oggi è presente in Lettonia, Ungheria e Bulgaria, inquadrata all’interno delle forze di intervento rapido della NATO, i cosiddetti battlegroup, gruppi di battaglia. “Dinnanzi a una deteriorata percezione della sicurezza e a seguito di specifica richiesta avanzata da parte dei Paesi Baltici e della Polonia, al Summit di Varsavia del luglio 2016 la NATO ha ritenuto opportuno rafforzare la propria presenza sul fianco est dello spazio euro-atlantico, varando una misura di enhanced Forward Presence (eFP) che contempla lo schieramento di quattro Battle Group rispettivamente in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, supportate dagli altri Alleati”, ricorda lo Stato Maggiore della difesa. “L’eFP è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO che intende rafforzare il principio di deterrenza dell’Alleanza. In particolare, aver rafforzato la presenza sul fianco est rappresenta un chiaro esempio della determinazione nell’assolvere la missione primaria di sicurezza collettiva dell’integrità territoriale euro-atlantica contro ogni possibile aggressione e minaccia, nonché di riaffermazione della coesione e della solidarietà tra i Paesi membri”. (1) Meno edulcorata e più realista la versione del Comando generale della NATO. “Questi battlegroup sono multinazionali e pronti al combattimento e dimostrano la forza del legame transatlantico”, spiegano i vertici dell’Alleanza. “Essi operano insieme alle forze di difesa del paese ospitante, conducendo esercitazioni e attività di vigilanza. La loro presenza rende chiaro che un attacco ad uno degli Alleati sarà considerato un attacco all’intera Alleanza. I battlegroup sono parte del più grande rinforzo della difesa collettiva della NATO da una generazione a questa parte”. (2)

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la NATO ha rafforzato la propria presenza in Europa orientale dispiegando migliaia di truppe supplementari e istituendo in tempi rapidissimi altri quattro nuovi gruppi tattici multinazionali in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia. “Oggi gli otto gruppi tattici si estendono lungo tutto il fianco orientale della NATO, dal Mar Baltico a nord al Mar Nero a sud”, spiega lo Stato Maggiore italiano. “Oltre 40.000 truppe, insieme a significativi mezzi aerei e navali, sono ora sotto il diretto comando della NATO, supportate da altre centinaia di migliaia di truppe provenienti dai dispiegamenti nazionali degli Alleati. Inoltre, al Vertice di Madrid del giugno 2022, gli alleati hanno concordato un cambiamento fondamentale nella deterrenza della NATO. Ciò include il rafforzamento delle difese avanzate, il potenziamento dei gruppi tattici nella parte orientale dell’Alleanza fino al livello di brigata, la trasformazione della Forza di risposta della NATO e l’aumento del numero di forze ad alta prontezza a ben oltre 300.000 unità”. (3)

Italiani in Lettonia

Tutte le attività operative e addestrative condotte dalle forze armate Italiane sul fianco orientale della NATO sono disposte dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e sono coordinate dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), istituito – non certo casualmente – nel luglio 2021 per rimodulare l’architettura militare nazionale e “abbracciare il concetto del multi-dominio, terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber”. (4) Comandante del COVI è il gen. Francesco Paolo Figliuolo, il padre-alpino a cui sono stati attribuiti ampi poteri nella gestione socio-sanitaria dell’emergenza e post emergenza da Covid19.

L’Esercito italiano opera ininterrottamente da quasi un biennio all’interno del battlegroup NATO schierato in Lettonia (Operazione eFP Baltic Guardian), quello che annovera il maggior numero di nazioni partecipanti: oltre a Italia e Lettonia sono presenti Canada, Albania, Repubblica Ceca, Islanda, Montenegro, Macedonia del Nord, Polonia, Slovenia, Slovacchia e Spagna. Attualmente il contingente nazionale impiegato è di 250 militari appartenenti alla Brigata bersaglieri “Garibaldi” di stanza in Campania e da altri assetti forniti dal 17° Reggimento artiglieria controaerea “Sforzesca” (Sabaudia), dal 132° Reggimento carri (Cordenons, Pordenone), dal 7° Reggimento per la difesa CBRN “Cremona” (Civitavecchia), dal 3° Reggimento artiglieria da montagna (Remanzacco, Udine) e dall’11° Reggimento trasmissioni (Civitavecchia). Ingente è il numero di mezzi nella disponibilità di questi reparti: 139 tra veicoli da combattimento “Dardo”, carri armati “Ariete” e blindo “Centauro”.

I bersaglieri della “Garibaldi” sono arrivati nella grande installazione lettone di Adazi nel giugno 2022 prendendo il posto degli alpini della Brigata “Taurinense” (di stanza in Piemonte) e del 2° Reggimento trasmissioni alpino di Bolzano. “La partecipazione dell’Italia alla missione in Lettonia, oltre a testimoniare la solidarietà e la coesione dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, rappresenta, nel panorama delle operazioni fuori area, un’opportunità straordinaria per il personale italiano impiegato, che ha modo di dedicarsi esclusivamente all’addestramento al warfighting, con il valore aggiunto del confronto continuo con gli eserciti di altri Paesi alleati”, scrive lo Stato Maggiore dell’Esercito. Warfighting, cioè combattimento, e l’interminabile elenco e le dimensioni delle “esercitazioni” effettuate nella Repubblica baltica e nei paesi confinanti sono un’indubbia testimonianza che la task force NATO è nata e cresce per la “battaglia”. Tra le maggiori e più complesse attività addestrative della scorsa primavera è possibile enumerare “Horned Viper” (vipera cornuta), finalizzata all’applicazione delle procedure del Tactical Combat Casualty Car (la medicina tattica da combattimento e il soccorso dei militari feriti), sotto la supervisione del personale medico dell’esercito danese, canadese e statunitense. A maggio 2022 le truppe alpine hanno addestrato i cadetti della National Defense Academy lettone nelle attività di “infiltrazione” in ambiente boschivo ed “occupazione di postazioni difensive”, mentre il mese successivo hanno partecipato all’esercitazione controaerea “Ramstein Legacy presso la base aerea lettone di Lielvarde. Pianificata e condotta dal Comando generale della NATO e da quello delle forze armate USA in Europa (USEUCOM), “Ramstein Legacy” è stata svolta in contemporanea nello spazio aereo della Polonia e delle altre due Repubbliche baltiche; accanto agli italiani sono stati schierati i reparti di U.S. Army specializzati nella “difesa aerea” e missilistica.

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Sempre a giugno gli alpini della “Taurinense” sono stati impiegati in attività di supporto aereo ravvicinato (Close air Support) fuori dai confini lettoni: in Estonia con l’esercitazione “Furious Wolf” (lupo furioso),congiuntamente al battlegroup ivi schierato e ai caccia della NATO presenti nel Baltico; in Slovenia con “Adriatic Strike 22”, esercitazione di cooperazione aerea che ha coinvolto 28 paesi dell’Alleanza. Subito dopo l’arrivo in Lettonia a metà giugno, la Brigata “Garibaldi” si è addestrata al combattimento individuale e con i mezzi da fuoco “Dardo”, “Centauro” e “Ariete”. “Inoltre, nell’ambito delle iniziative finalizzate a mostrare la presenza della NATO in Lettonia, sono state svolte diverse mostre statiche di mezzi e materiali a favore non solo della popolazione ma anche degli allievi ufficiali della National Defence Academy lettone”, aggiunge lo Stato Maggiore dell’Esercito, enfatizzando il ruolo dei propri reparti quali ambasciatori-piazzisti delle armi made in Italy.

In piena estate si è tenuta l’esercitazione multinazionale “Rampart Forge” (forgia del bastione) con lo scopo di “consolidare lo stato di prontezza ed incrementare le capacità di combattimento delle unità su un terreno fortemente compartimentato”. Una “cellula” per la guerra cibernetica distaccata in Lettonia dal Comando interforze per le Operazioni in Rete (COR) di Roma ha condotto con i partner NATO operazioni cyber al fine di “rilevare, contrastare e neutralizzare minacce che possano limitare la libertà di manovra nel dominio cibernetico”. A fine agosto il contingente della “Garibaldi” ha effettuato con l’esercito di Stati Uniti d’America, Spagna e Lettonia un’esercitazione di combattimento terrestre ed aereo con l’impiego di elicotteri d’attacco Bell AH-1 “Cobra” e UH-1 “Iroquois Huey”.

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A settembre è stata la volta dell’esercitazione “Rampart Shield” (scudo del bastione) che ha consacrato il raggiungimento della piena capacità operativa del battlegrup NATO eFP “Latvia”. Durante i war games il personale militare ha condotto “attività tattiche difensive attraverso il posizionamento di ostacoli sul terreno per la battaglia”; inoltre un plotone difesa CBRN (chimica, batteriologica, radiologica e nucleare) proveniente dal 7° Reggimento “Cremona” ha svolto un’intensa attività di formazione teorico-pratica a favore di tutte le unità operative del battlegroup per la “gestione complessa di un incidente CBRN in ambiente war e decontaminazione operativa”. Sempre a settembre nel poligono di Adazi si sono svolte due fasi distinte di “Silver Arrow” (freccia d’argento): la prima ha visto schierati in formazioni contrapposte il battlegroup NATO in Lettonia e quello dispiegato in Polonia; alla seconda hanno invece partecipato 4.200 unità e oltre 1.000 mezzi da guerra di 17 Paesi dell’Alleanza (oltre a quelli della task force in Lettonia, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Regno Unito e USA). Nel corso di “Silver Arrow 2” ha fatto la sua comparsa il sistema di artiglieria ad alta mobilità M142 “HIMARS”, dispiegato dall’esercito USA per lanciare razzi contro bersagli fissi e mobili nel Mar Baltico. L’M142 “HIMARS” è stato poi fornito alle forze armate ucraine che lo hanno impiegato nella controffensiva d’autunno contro i carri armati russi.

Dal 28 ottobre al 2 novembre l’Esercito italiano è stato impegnato in Lettonia in un’esercitazione a fuoco su bersagli a mare congiuntamente allo Standing NATO Maritime Group 1 (SNMG-1), gruppo navale di pronto intervento con unità da guerra delle Marine di Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi, allo scopo di “incrementare la reciproca conoscenza tra forze terrestri e navali della NATO presenti sul fianco Est”, così come riposta l’ufficio stampa della Difesa. “Iron Spear” (lancia di ferro) è stata l’attività addestrativa multinazionale di metà novembre pianificata e diretta dal contingente italiano, a cui hanno preso parte le unità corazzate e blindate provenienti da 12 contingenti alleati di stanza nei Paesi Baltici. “Si è trattata di una dimostrazione della potenza di fuoco, notturna e diurna, di tutti i mezzi partecipanti (…) con valutazione sia della precisione che dei tempi di esecuzione delle manovre”, spiega lo Stato Maggiore dell’Esercito. Gli istruttori del contingente italiano hanno curato presso le aree sportive della base di Camp Adazi anche un corso per il personale appartenente al battlegroup NATO su una serie di attività ginniche “volte a mostrare l’efficacia del metodo di combattimento individuale militare italiano impiegato in un contesto operativo (MCM Academy)”. Sport e ginnastica verde-bianco-rosso per i guerrieri moderni dell’Alleanza con tanto di esercizi di condizionamento fisico, “imprescindibile per il personale che opera in area di operazione”, tecniche mirate alla difesa da arma lunga e corta, impiego dello sfollagente, di armi bianche e “combinazioni di percussioni volte a contrastare le forze nemiche in opposizione, con tempi di reazione veloci e condizioni disagiate”. “Gli istruttori – aggiunge lo Stato Maggiore – hanno evidenziato la forte componente psicologica che coinvolge il combattente militare, analizzando conseguentemente le principali tecniche di gestione dello stress, attuando un impiego della forza in aderenza al concetto di force escalation”. (5) (fine parte 1).

NOTE E LINK

1difesa.it/OperazioniMilitari/o…

2 nato.int/cps/en/natohq/news_20…

3 difesa.it/OperazioniMilitari/o…

4 difesa.it/SMD_/COVI/Pagine/def…

5difesa.it/OperazioniMilitari/o…

4736546*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

L'articolo Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1) proviene da Pagine Esteri.


pagineesteri.it/2023/01/10/mon…


Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1)


di Antonio Mazzeo*

(le immagini di truppe e mezzi italiani in Lettonia sono di esercito.difesa.it)

Pagine Esteri, 10 gennaio 2023 – In meno di un anno è aumentato di cinque volte il numero dei militari italiani schierati in Europa orientale alle frontiere con Ucraina, Russia e Bielorussia. Sui 7.000 effettivi impiegati attualmente in missioni internazionali quasi 1.500 operano in ambito NATO nel “contenimento” delle forze armate russe. A partire del 2014 l’Alleanza atlantica ha dato vita ad un’escalation bellica sul fianco est come mai era accaduto nella sua storia. Nelle Repubbliche baltiche, in Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria, sono state realizzate grandi installazioni terrestri, aeree e navali, sono state trasferite le più avanzate tecnologie di guerra, sono state sperimentate le strategie dei conflitti globali del XXI secolo con l’uso dei droni e delle armi interamente automatizzate, cyber-spaziali e nucleari.

A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 il processo di riarmo e militarizzazione dell’Europa orientale è pericolosamente dilagato e ancora oggi appare inarrestabile. E l’Italia c’è con le sue truppe d’élite, le brigate di pronto intervento, gli obici, i carri armati e i cacciabombardieri “gioielli di morte” del complesso militare-industriale nazionale e dei soci-partner stranieri, primi fra tutti USA e Israele. A inizio 2023 il tricolore sventola in Lettonia, Ungheria, Bulgaria e Romania. E ogni giorno, 24h, le truppe sono in stato d’allerta e si addestrano in condizioni estreme ad ogni possibile scenario di conflitto con il Cremilino, dai combattimenti casa per casa, vicolo per vicolo, piazza per piazza, agli sfondamenti nell’infinito bassopiano sarmatico, finanche all’impiego di armi atomiche, chimiche e batteriologiche e alla “sopravvivenza” al tragico inverno nucleare. Missioni di aperta e dichiarata cobelligeranza, pericolosamente provocatorie e infinitamente dispendiose sul piano politico-diplomatico e su quello economico-finanziario. Ma del tutto ignorate dai media mainstream che dallo scoppio della guerra fratricida hanno scelto di fare da cassa amplificata di Ares e Thanos e che gli italiani neanche immaginano quanto esse potrebbero trascinarci alla terza e ultima guerra mondiale.

4761203

Proviamo noi a raccontare chi sono e cosa fanno i reparti italiani inviati da una classe politica e di governo irresponsabile come topolino apprendista stregone. La componente più numerosa è quella terrestre: oggi è presente in Lettonia, Ungheria e Bulgaria, inquadrata all’interno delle forze di intervento rapido della NATO, i cosiddetti battlegroup, gruppi di battaglia. “Dinnanzi a una deteriorata percezione della sicurezza e a seguito di specifica richiesta avanzata da parte dei Paesi Baltici e della Polonia, al Summit di Varsavia del luglio 2016 la NATO ha ritenuto opportuno rafforzare la propria presenza sul fianco est dello spazio euro-atlantico, varando una misura di enhanced Forward Presence (eFP) che contempla lo schieramento di quattro Battle Group rispettivamente in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, supportate dagli altri Alleati”, ricorda lo Stato Maggiore della difesa. “L’eFP è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO che intende rafforzare il principio di deterrenza dell’Alleanza. In particolare, aver rafforzato la presenza sul fianco est rappresenta un chiaro esempio della determinazione nell’assolvere la missione primaria di sicurezza collettiva dell’integrità territoriale euro-atlantica contro ogni possibile aggressione e minaccia, nonché di riaffermazione della coesione e della solidarietà tra i Paesi membri”. (1) Meno edulcorata e più realista la versione del Comando generale della NATO. “Questi battlegroup sono multinazionali e pronti al combattimento e dimostrano la forza del legame transatlantico”, spiegano i vertici dell’Alleanza. “Essi operano insieme alle forze di difesa del paese ospitante, conducendo esercitazioni e attività di vigilanza. La loro presenza rende chiaro che un attacco ad uno degli Alleati sarà considerato un attacco all’intera Alleanza. I battlegroup sono parte del più grande rinforzo della difesa collettiva della NATO da una generazione a questa parte”. (2)

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la NATO ha rafforzato la propria presenza in Europa orientale dispiegando migliaia di truppe supplementari e istituendo in tempi rapidissimi altri quattro nuovi gruppi tattici multinazionali in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia. “Oggi gli otto gruppi tattici si estendono lungo tutto il fianco orientale della NATO, dal Mar Baltico a nord al Mar Nero a sud”, spiega lo Stato Maggiore italiano. “Oltre 40.000 truppe, insieme a significativi mezzi aerei e navali, sono ora sotto il diretto comando della NATO, supportate da altre centinaia di migliaia di truppe provenienti dai dispiegamenti nazionali degli Alleati. Inoltre, al Vertice di Madrid del giugno 2022, gli alleati hanno concordato un cambiamento fondamentale nella deterrenza della NATO. Ciò include il rafforzamento delle difese avanzate, il potenziamento dei gruppi tattici nella parte orientale dell’Alleanza fino al livello di brigata, la trasformazione della Forza di risposta della NATO e l’aumento del numero di forze ad alta prontezza a ben oltre 300.000 unità”. (3)

Italiani in Lettonia

Tutte le attività operative e addestrative condotte dalle forze armate Italiane sul fianco orientale della NATO sono disposte dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e sono coordinate dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), istituito – non certo casualmente – nel luglio 2021 per rimodulare l’architettura militare nazionale e “abbracciare il concetto del multi-dominio, terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber”. (4) Comandante del COVI è il gen. Francesco Paolo Figliuolo, il padre-alpino a cui sono stati attribuiti ampi poteri nella gestione socio-sanitaria dell’emergenza e post emergenza da Covid19.

L’Esercito italiano opera ininterrottamente da quasi un biennio all’interno del battlegroup NATO schierato in Lettonia (Operazione eFP Baltic Guardian), quello che annovera il maggior numero di nazioni partecipanti: oltre a Italia e Lettonia sono presenti Canada, Albania, Repubblica Ceca, Islanda, Montenegro, Macedonia del Nord, Polonia, Slovenia, Slovacchia e Spagna. Attualmente il contingente nazionale impiegato è di 250 militari appartenenti alla Brigata bersaglieri “Garibaldi” di stanza in Campania e da altri assetti forniti dal 17° Reggimento artiglieria controaerea “Sforzesca” (Sabaudia), dal 132° Reggimento carri (Cordenons, Pordenone), dal 7° Reggimento per la difesa CBRN “Cremona” (Civitavecchia), dal 3° Reggimento artiglieria da montagna (Remanzacco, Udine) e dall’11° Reggimento trasmissioni (Civitavecchia). Ingente è il numero di mezzi nella disponibilità di questi reparti: 139 tra veicoli da combattimento “Dardo”, carri armati “Ariete” e blindo “Centauro”.

I bersaglieri della “Garibaldi” sono arrivati nella grande installazione lettone di Adazi nel giugno 2022 prendendo il posto degli alpini della Brigata “Taurinense” (di stanza in Piemonte) e del 2° Reggimento trasmissioni alpino di Bolzano. “La partecipazione dell’Italia alla missione in Lettonia, oltre a testimoniare la solidarietà e la coesione dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, rappresenta, nel panorama delle operazioni fuori area, un’opportunità straordinaria per il personale italiano impiegato, che ha modo di dedicarsi esclusivamente all’addestramento al warfighting, con il valore aggiunto del confronto continuo con gli eserciti di altri Paesi alleati”, scrive lo Stato Maggiore dell’Esercito. Warfighting, cioè combattimento, e l’interminabile elenco e le dimensioni delle “esercitazioni” effettuate nella Repubblica baltica e nei paesi confinanti sono un’indubbia testimonianza che la task force NATO è nata e cresce per la “battaglia”. Tra le maggiori e più complesse attività addestrative della scorsa primavera è possibile enumerare “Horned Viper” (vipera cornuta), finalizzata all’applicazione delle procedure del Tactical Combat Casualty Car (la medicina tattica da combattimento e il soccorso dei militari feriti), sotto la supervisione del personale medico dell’esercito danese, canadese e statunitense. A maggio 2022 le truppe alpine hanno addestrato i cadetti della National Defense Academy lettone nelle attività di “infiltrazione” in ambiente boschivo ed “occupazione di postazioni difensive”, mentre il mese successivo hanno partecipato all’esercitazione controaerea “Ramstein Legacy presso la base aerea lettone di Lielvarde. Pianificata e condotta dal Comando generale della NATO e da quello delle forze armate USA in Europa (USEUCOM), “Ramstein Legacy” è stata svolta in contemporanea nello spazio aereo della Polonia e delle altre due Repubbliche baltiche; accanto agli italiani sono stati schierati i reparti di U.S. Army specializzati nella “difesa aerea” e missilistica.

4761205

Sempre a giugno gli alpini della “Taurinense” sono stati impiegati in attività di supporto aereo ravvicinato (Close air Support) fuori dai confini lettoni: in Estonia con l’esercitazione “Furious Wolf” (lupo furioso),congiuntamente al battlegroup ivi schierato e ai caccia della NATO presenti nel Baltico; in Slovenia con “Adriatic Strike 22”, esercitazione di cooperazione aerea che ha coinvolto 28 paesi dell’Alleanza. Subito dopo l’arrivo in Lettonia a metà giugno, la Brigata “Garibaldi” si è addestrata al combattimento individuale e con i mezzi da fuoco “Dardo”, “Centauro” e “Ariete”. “Inoltre, nell’ambito delle iniziative finalizzate a mostrare la presenza della NATO in Lettonia, sono state svolte diverse mostre statiche di mezzi e materiali a favore non solo della popolazione ma anche degli allievi ufficiali della National Defence Academy lettone”, aggiunge lo Stato Maggiore dell’Esercito, enfatizzando il ruolo dei propri reparti quali ambasciatori-piazzisti delle armi made in Italy.

In piena estate si è tenuta l’esercitazione multinazionale “Rampart Forge” (forgia del bastione) con lo scopo di “consolidare lo stato di prontezza ed incrementare le capacità di combattimento delle unità su un terreno fortemente compartimentato”. Una “cellula” per la guerra cibernetica distaccata in Lettonia dal Comando interforze per le Operazioni in Rete (COR) di Roma ha condotto con i partner NATO operazioni cyber al fine di “rilevare, contrastare e neutralizzare minacce che possano limitare la libertà di manovra nel dominio cibernetico”. A fine agosto il contingente della “Garibaldi” ha effettuato con l’esercito di Stati Uniti d’America, Spagna e Lettonia un’esercitazione di combattimento terrestre ed aereo con l’impiego di elicotteri d’attacco Bell AH-1 “Cobra” e UH-1 “Iroquois Huey”.

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A settembre è stata la volta dell’esercitazione “Rampart Shield” (scudo del bastione) che ha consacrato il raggiungimento della piena capacità operativa del battlegrup NATO eFP “Latvia”. Durante i war games il personale militare ha condotto “attività tattiche difensive attraverso il posizionamento di ostacoli sul terreno per la battaglia”; inoltre un plotone difesa CBRN (chimica, batteriologica, radiologica e nucleare) proveniente dal 7° Reggimento “Cremona” ha svolto un’intensa attività di formazione teorico-pratica a favore di tutte le unità operative del battlegroup per la “gestione complessa di un incidente CBRN in ambiente war e decontaminazione operativa”. Sempre a settembre nel poligono di Adazi si sono svolte due fasi distinte di “Silver Arrow” (freccia d’argento): la prima ha visto schierati in formazioni contrapposte il battlegroup NATO in Lettonia e quello dispiegato in Polonia; alla seconda hanno invece partecipato 4.200 unità e oltre 1.000 mezzi da guerra di 17 Paesi dell’Alleanza (oltre a quelli della task force in Lettonia, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Regno Unito e USA). Nel corso di “Silver Arrow 2” ha fatto la sua comparsa il sistema di artiglieria ad alta mobilità M142 “HIMARS”, dispiegato dall’esercito USA per lanciare razzi contro bersagli fissi e mobili nel Mar Baltico. L’M142 “HIMARS” è stato poi fornito alle forze armate ucraine che lo hanno impiegato nella controffensiva d’autunno contro i carri armati russi.

Dal 28 ottobre al 2 novembre l’Esercito italiano è stato impegnato in Lettonia in un’esercitazione a fuoco su bersagli a mare congiuntamente allo Standing NATO Maritime Group 1 (SNMG-1), gruppo navale di pronto intervento con unità da guerra delle Marine di Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi, allo scopo di “incrementare la reciproca conoscenza tra forze terrestri e navali della NATO presenti sul fianco Est”, così come riposta l’ufficio stampa della Difesa. “Iron Spear” (lancia di ferro) è stata l’attività addestrativa multinazionale di metà novembre pianificata e diretta dal contingente italiano, a cui hanno preso parte le unità corazzate e blindate provenienti da 12 contingenti alleati di stanza nei Paesi Baltici. “Si è trattata di una dimostrazione della potenza di fuoco, notturna e diurna, di tutti i mezzi partecipanti (…) con valutazione sia della precisione che dei tempi di esecuzione delle manovre”, spiega lo Stato Maggiore dell’Esercito. Gli istruttori del contingente italiano hanno curato presso le aree sportive della base di Camp Adazi anche un corso per il personale appartenente al battlegroup NATO su una serie di attività ginniche “volte a mostrare l’efficacia del metodo di combattimento individuale militare italiano impiegato in un contesto operativo (MCM Academy)”. Sport e ginnastica verde-bianco-rosso per i guerrieri moderni dell’Alleanza con tanto di esercizi di condizionamento fisico, “imprescindibile per il personale che opera in area di operazione”, tecniche mirate alla difesa da arma lunga e corta, impiego dello sfollagente, di armi bianche e “combinazioni di percussioni volte a contrastare le forze nemiche in opposizione, con tempi di reazione veloci e condizioni disagiate”. “Gli istruttori – aggiunge lo Stato Maggiore – hanno evidenziato la forte componente psicologica che coinvolge il combattente militare, analizzando conseguentemente le principali tecniche di gestione dello stress, attuando un impiego della forza in aderenza al concetto di force escalation”. (5) (fine parte 1).

NOTE E LINK

1difesa.it/OperazioniMilitari/o…

2 nato.int/cps/en/natohq/news_20…

3 difesa.it/OperazioniMilitari/o…

4 difesa.it/SMD_/COVI/Pagine/def…

5difesa.it/OperazioniMilitari/o…

4761209*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

L'articolo Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1) proviene da Pagine Esteri.


Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia (parte 1)


di Antonio Mazzeo*

(le immagini di truppe e mezzi italiani in Lettonia sono di esercito.difesa.it)

Pagine Esteri, 10 gennaio 2023 – In meno di un anno è aumentato di cinque volte il numero dei militari italiani schierati in Europa orientale alle frontiere con Ucraina, Russia e Bielorussia. Sui 7.000 effettivi impiegati attualmente in missioni internazionali quasi 1.500 operano in ambito NATO nel “contenimento” delle forze armate russe. A partire del 2014 l’Alleanza atlantica ha dato vita ad un’escalation bellica sul fianco est come mai era accaduto nella sua storia. Nelle Repubbliche baltiche, in Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria, sono state realizzate grandi installazioni terrestri, aeree e navali, sono state trasferite le più avanzate tecnologie di guerra, sono state sperimentate le strategie dei conflitti globali del XXI secolo con l’uso dei droni e delle armi interamente automatizzate, cyber-spaziali e nucleari.

A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 il processo di riarmo e militarizzazione dell’Europa orientale è pericolosamente dilagato e ancora oggi appare inarrestabile. E l’Italia c’è con le sue truppe d’élite, le brigate di pronto intervento, gli obici, i carri armati e i cacciabombardieri “gioielli di morte” del complesso militare-industriale nazionale e dei soci-partner stranieri, primi fra tutti USA e Israele. A inizio 2023 il tricolore sventola in Lettonia, Ungheria, Bulgaria e Romania. E ogni giorno, 24h, le truppe sono in stato d’allerta e si addestrano in condizioni estreme ad ogni possibile scenario di conflitto con il Cremilino, dai combattimenti casa per casa, vicolo per vicolo, piazza per piazza, agli sfondamenti nell’infinito bassopiano sarmatico, finanche all’impiego di armi atomiche, chimiche e batteriologiche e alla “sopravvivenza” al tragico inverno nucleare. Missioni di aperta e dichiarata cobelligeranza, pericolosamente provocatorie e infinitamente dispendiose sul piano politico-diplomatico e su quello economico-finanziario. Ma del tutto ignorate dai media mainstream che dallo scoppio della guerra fratricida hanno scelto di fare da cassa amplificata di Ares e Thanos e che gli italiani neanche immaginano quanto esse potrebbero trascinarci alla terza e ultima guerra mondiale.

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Proviamo noi a raccontare chi sono e cosa fanno i reparti italiani inviati da una classe politica e di governo irresponsabile come topolino apprendista stregone. La componente più numerosa è quella terrestre: oggi è presente in Lettonia, Ungheria e Bulgaria, inquadrata all’interno delle forze di intervento rapido della NATO, i cosiddetti battlegroup, gruppi di battaglia. “Dinnanzi a una deteriorata percezione della sicurezza e a seguito di specifica richiesta avanzata da parte dei Paesi Baltici e della Polonia, al Summit di Varsavia del luglio 2016 la NATO ha ritenuto opportuno rafforzare la propria presenza sul fianco est dello spazio euro-atlantico, varando una misura di enhanced Forward Presence (eFP) che contempla lo schieramento di quattro Battle Group rispettivamente in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, supportate dagli altri Alleati”, ricorda lo Stato Maggiore della difesa. “L’eFP è una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO che intende rafforzare il principio di deterrenza dell’Alleanza. In particolare, aver rafforzato la presenza sul fianco est rappresenta un chiaro esempio della determinazione nell’assolvere la missione primaria di sicurezza collettiva dell’integrità territoriale euro-atlantica contro ogni possibile aggressione e minaccia, nonché di riaffermazione della coesione e della solidarietà tra i Paesi membri”. (1) Meno edulcorata e più realista la versione del Comando generale della NATO. “Questi battlegroup sono multinazionali e pronti al combattimento e dimostrano la forza del legame transatlantico”, spiegano i vertici dell’Alleanza. “Essi operano insieme alle forze di difesa del paese ospitante, conducendo esercitazioni e attività di vigilanza. La loro presenza rende chiaro che un attacco ad uno degli Alleati sarà considerato un attacco all’intera Alleanza. I battlegroup sono parte del più grande rinforzo della difesa collettiva della NATO da una generazione a questa parte”. (2)

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la NATO ha rafforzato la propria presenza in Europa orientale dispiegando migliaia di truppe supplementari e istituendo in tempi rapidissimi altri quattro nuovi gruppi tattici multinazionali in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia. “Oggi gli otto gruppi tattici si estendono lungo tutto il fianco orientale della NATO, dal Mar Baltico a nord al Mar Nero a sud”, spiega lo Stato Maggiore italiano. “Oltre 40.000 truppe, insieme a significativi mezzi aerei e navali, sono ora sotto il diretto comando della NATO, supportate da altre centinaia di migliaia di truppe provenienti dai dispiegamenti nazionali degli Alleati. Inoltre, al Vertice di Madrid del giugno 2022, gli alleati hanno concordato un cambiamento fondamentale nella deterrenza della NATO. Ciò include il rafforzamento delle difese avanzate, il potenziamento dei gruppi tattici nella parte orientale dell’Alleanza fino al livello di brigata, la trasformazione della Forza di risposta della NATO e l’aumento del numero di forze ad alta prontezza a ben oltre 300.000 unità”. (3)

Italiani in Lettonia

Tutte le attività operative e addestrative condotte dalle forze armate Italiane sul fianco orientale della NATO sono disposte dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e sono coordinate dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), istituito – non certo casualmente – nel luglio 2021 per rimodulare l’architettura militare nazionale e “abbracciare il concetto del multi-dominio, terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber”. (4) Comandante del COVI è il gen. Francesco Paolo Figliuolo, il padre-alpino a cui sono stati attribuiti ampi poteri nella gestione socio-sanitaria dell’emergenza e post emergenza da Covid19.

L’Esercito italiano opera ininterrottamente da quasi un biennio all’interno del battlegroup NATO schierato in Lettonia (Operazione eFP Baltic Guardian), quello che annovera il maggior numero di nazioni partecipanti: oltre a Italia e Lettonia sono presenti Canada, Albania, Repubblica Ceca, Islanda, Montenegro, Macedonia del Nord, Polonia, Slovenia, Slovacchia e Spagna. Attualmente il contingente nazionale impiegato è di 250 militari appartenenti alla Brigata bersaglieri “Garibaldi” di stanza in Campania e da altri assetti forniti dal 17° Reggimento artiglieria controaerea “Sforzesca” (Sabaudia), dal 132° Reggimento carri (Cordenons, Pordenone), dal 7° Reggimento per la difesa CBRN “Cremona” (Civitavecchia), dal 3° Reggimento artiglieria da montagna (Remanzacco, Udine) e dall’11° Reggimento trasmissioni (Civitavecchia). Ingente è il numero di mezzi nella disponibilità di questi reparti: 139 tra veicoli da combattimento “Dardo”, carri armati “Ariete” e blindo “Centauro”.

I bersaglieri della “Garibaldi” sono arrivati nella grande installazione lettone di Adazi nel giugno 2022 prendendo il posto degli alpini della Brigata “Taurinense” (di stanza in Piemonte) e del 2° Reggimento trasmissioni alpino di Bolzano. “La partecipazione dell’Italia alla missione in Lettonia, oltre a testimoniare la solidarietà e la coesione dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, rappresenta, nel panorama delle operazioni fuori area, un’opportunità straordinaria per il personale italiano impiegato, che ha modo di dedicarsi esclusivamente all’addestramento al warfighting, con il valore aggiunto del confronto continuo con gli eserciti di altri Paesi alleati”, scrive lo Stato Maggiore dell’Esercito. Warfighting, cioè combattimento, e l’interminabile elenco e le dimensioni delle “esercitazioni” effettuate nella Repubblica baltica e nei paesi confinanti sono un’indubbia testimonianza che la task force NATO è nata e cresce per la “battaglia”. Tra le maggiori e più complesse attività addestrative della scorsa primavera è possibile enumerare “Horned Viper” (vipera cornuta), finalizzata all’applicazione delle procedure del Tactical Combat Casualty Car (la medicina tattica da combattimento e il soccorso dei militari feriti), sotto la supervisione del personale medico dell’esercito danese, canadese e statunitense. A maggio 2022 le truppe alpine hanno addestrato i cadetti della National Defense Academy lettone nelle attività di “infiltrazione” in ambiente boschivo ed “occupazione di postazioni difensive”, mentre il mese successivo hanno partecipato all’esercitazione controaerea “Ramstein Legacy presso la base aerea lettone di Lielvarde. Pianificata e condotta dal Comando generale della NATO e da quello delle forze armate USA in Europa (USEUCOM), “Ramstein Legacy” è stata svolta in contemporanea nello spazio aereo della Polonia e delle altre due Repubbliche baltiche; accanto agli italiani sono stati schierati i reparti di U.S. Army specializzati nella “difesa aerea” e missilistica.

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Sempre a giugno gli alpini della “Taurinense” sono stati impiegati in attività di supporto aereo ravvicinato (Close air Support) fuori dai confini lettoni: in Estonia con l’esercitazione “Furious Wolf” (lupo furioso),congiuntamente al battlegroup ivi schierato e ai caccia della NATO presenti nel Baltico; in Slovenia con “Adriatic Strike 22”, esercitazione di cooperazione aerea che ha coinvolto 28 paesi dell’Alleanza. Subito dopo l’arrivo in Lettonia a metà giugno, la Brigata “Garibaldi” si è addestrata al combattimento individuale e con i mezzi da fuoco “Dardo”, “Centauro” e “Ariete”. “Inoltre, nell’ambito delle iniziative finalizzate a mostrare la presenza della NATO in Lettonia, sono state svolte diverse mostre statiche di mezzi e materiali a favore non solo della popolazione ma anche degli allievi ufficiali della National Defence Academy lettone”, aggiunge lo Stato Maggiore dell’Esercito, enfatizzando il ruolo dei propri reparti quali ambasciatori-piazzisti delle armi made in Italy.

In piena estate si è tenuta l’esercitazione multinazionale “Rampart Forge” (forgia del bastione) con lo scopo di “consolidare lo stato di prontezza ed incrementare le capacità di combattimento delle unità su un terreno fortemente compartimentato”. Una “cellula” per la guerra cibernetica distaccata in Lettonia dal Comando interforze per le Operazioni in Rete (COR) di Roma ha condotto con i partner NATO operazioni cyber al fine di “rilevare, contrastare e neutralizzare minacce che possano limitare la libertà di manovra nel dominio cibernetico”. A fine agosto il contingente della “Garibaldi” ha effettuato con l’esercito di Stati Uniti d’America, Spagna e Lettonia un’esercitazione di combattimento terrestre ed aereo con l’impiego di elicotteri d’attacco Bell AH-1 “Cobra” e UH-1 “Iroquois Huey”.

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A settembre è stata la volta dell’esercitazione “Rampart Shield” (scudo del bastione) che ha consacrato il raggiungimento della piena capacità operativa del battlegrup NATO eFP “Latvia”. Durante i war games il personale militare ha condotto “attività tattiche difensive attraverso il posizionamento di ostacoli sul terreno per la battaglia”; inoltre un plotone difesa CBRN (chimica, batteriologica, radiologica e nucleare) proveniente dal 7° Reggimento “Cremona” ha svolto un’intensa attività di formazione teorico-pratica a favore di tutte le unità operative del battlegroup per la “gestione complessa di un incidente CBRN in ambiente war e decontaminazione operativa”. Sempre a settembre nel poligono di Adazi si sono svolte due fasi distinte di “Silver Arrow” (freccia d’argento): la prima ha visto schierati in formazioni contrapposte il battlegroup NATO in Lettonia e quello dispiegato in Polonia; alla seconda hanno invece partecipato 4.200 unità e oltre 1.000 mezzi da guerra di 17 Paesi dell’Alleanza (oltre a quelli della task force in Lettonia, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Regno Unito e USA). Nel corso di “Silver Arrow 2” ha fatto la sua comparsa il sistema di artiglieria ad alta mobilità M142 “HIMARS”, dispiegato dall’esercito USA per lanciare razzi contro bersagli fissi e mobili nel Mar Baltico. L’M142 “HIMARS” è stato poi fornito alle forze armate ucraine che lo hanno impiegato nella controffensiva d’autunno contro i carri armati russi.

Dal 28 ottobre al 2 novembre l’Esercito italiano è stato impegnato in Lettonia in un’esercitazione a fuoco su bersagli a mare congiuntamente allo Standing NATO Maritime Group 1 (SNMG-1), gruppo navale di pronto intervento con unità da guerra delle Marine di Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi, allo scopo di “incrementare la reciproca conoscenza tra forze terrestri e navali della NATO presenti sul fianco Est”, così come riposta l’ufficio stampa della Difesa. “Iron Spear” (lancia di ferro) è stata l’attività addestrativa multinazionale di metà novembre pianificata e diretta dal contingente italiano, a cui hanno preso parte le unità corazzate e blindate provenienti da 12 contingenti alleati di stanza nei Paesi Baltici. “Si è trattata di una dimostrazione della potenza di fuoco, notturna e diurna, di tutti i mezzi partecipanti (…) con valutazione sia della precisione che dei tempi di esecuzione delle manovre”, spiega lo Stato Maggiore dell’Esercito. Gli istruttori del contingente italiano hanno curato presso le aree sportive della base di Camp Adazi anche un corso per il personale appartenente al battlegroup NATO su una serie di attività ginniche “volte a mostrare l’efficacia del metodo di combattimento individuale militare italiano impiegato in un contesto operativo (MCM Academy)”. Sport e ginnastica verde-bianco-rosso per i guerrieri moderni dell’Alleanza con tanto di esercizi di condizionamento fisico, “imprescindibile per il personale che opera in area di operazione”, tecniche mirate alla difesa da arma lunga e corta, impiego dello sfollagente, di armi bianche e “combinazioni di percussioni volte a contrastare le forze nemiche in opposizione, con tempi di reazione veloci e condizioni disagiate”. “Gli istruttori – aggiunge lo Stato Maggiore – hanno evidenziato la forte componente psicologica che coinvolge il combattente militare, analizzando conseguentemente le principali tecniche di gestione dello stress, attuando un impiego della forza in aderenza al concetto di force escalation”. (5) (fine parte 1).

NOTE E LINK

1difesa.it/OperazioniMilitari/o…

2 nato.int/cps/en/natohq/news_20…

3 difesa.it/OperazioniMilitari/o…

4 difesa.it/SMD_/COVI/Pagine/def…

5difesa.it/OperazioniMilitari/o…

4828288*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

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Lunedì, 9 gennaio, 2023 - 12:30

Commentary

Africa

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Rafiq Raji

Ahead of the 27th United Nations Climate Change Conference (COP27) in Sharm El Shei

LinguaNon definito


VIAGGI E STORIA. I Balcani, dalla Slavonia ai monasteri ortodossi del Fruska Gora


di Paolo Pantaleoni* –

Pagine Esteri, 4 gennaio 2022 – La pianura della Sava disegna paesaggi monotoni in una Slavonia avvolta dal caldo di metà settembre.

Ciò che per secoli è stato il frutteto d’Europa oggi è ostaggio della monocoltura maidicola che disegna il nuovo orizzonte.

L’autostrada A3, che da Zagabria corre verso la frontiera orientale dell’Unione Europea, attraversa una pianura che sembra non avere fine.

Le roveri bianche che resero celebre la Slavonia nei tre secoli passati non ci sono quasi più, vittime di una gestione dissennata dei tagli delle risorse boschive.

Mai come in questo periodo, nel nuovo millennio, Zagabria e Belgrado sono distanti tra loro, nonostante le due città sorgano paradossalmente lungo le sponde dello stesso fiume.

La Sava è una sorta di cordone ombelicale che unisce tre differenti paesi slavi e che ha fatto da confine tra la dominazione ottomana e quella austriaca.

Un legame che Zagabria reciderebbe volentieri per avvicinarsi alla Mitteleuropa germanofona e rigorista, mentre Belgrado, che ha conosciuto in tempi recenti la devastazione delle bombe della Nato, continua a guardare sempre più ad Oriente ed alla Russia.

Nella direzione di un taglio netto con le radici degli slavi del sud guardava il lavoro dell’Istituto di Lingua e Linguistica Croata, nato nel 1991 per realizzare la separazione linguistica tra croato e serbo-croato.

Vennero coniati dei neologismi, introdotti nuovi vocaboli con il risultato di ridurre la mutua intellegibilità tra serbo e croato.

Nelle varie facoltà di lingue in molti paesi del mondo, se si fa eccezione per le sole università croate, non esistono cattedre di croato, e nemmeno di serbo.

Per i linguisti le torsioni nazionaliste restano lontane, e la lingua serbo-croata è sopravvista alla dissoluzione della ex Jugoslavia, nonostante i tentativi del governo di Zagabria di procedere nel senso opposto, creando una neolingua che è oggi un elemento portante dell’identità nazionale.

Quella croata è un’identità nazionale di recente creazione.

Nella Jugoslavia socialista del dopoguerra, un croato difficilmente si sarebbe definito tale, dato che per secoli tra i croati è stata prevalente l’identità territoriale rispetto a quella nazionale.

Sarebbe stato facile incontrare persone che si sarebbero definite dalmate, oppure istriane, oppure ancora zagabresi ma la piccola patria di Tudjman aveva bisogno di una nuova narrazione capace di alimentare lo spirito nazionalista in chiave indipendentista.

Alla frontiera tra Croazia e Serbia, in entrata verso i confini dell’Unione Europea, incontriamo una fila chilometrica di auto con targa tedesca, con a bordo le famiglie turche che rientrano in Germania dopo le ferie estive nel paese di origine.

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Fruska Gora – Foto di Paolo Pantaleoni

L’Unione Europea non si limita a finanziare il controllo delle frontiere sul versante croato, ma finanzia abbondantemente il governo serbo, affinché vigili sulla rotta balcanica dove chi fugge dai conflitti dal Medio Oriente, o dall’Asia Centrale, incontra la violenza e la brutalità di poliziotti e volontari serbi, bulgari, croati ed ungheresi (a seconda della tratta percorsa), in cui soprusi e vessazioni appesantiscono ulteriormente il bagaglio di sofferenza di chi cerca un futuro migliore.

La violenza di una classe politica, che in Italia disquisisce tra profughi veri e non veri, e tra rifugiati e migranti economici, è solo una vessazione ulteriore che irride la dignità umana.

Oltre la frontiera della UE, si apre la piana dello Srem dove la retorica nazionalista di Milosevic diede accoglienza ai serbi in fuga dalle Kraijne.

Era l’agosto del 1995, la guerra in Bosnia stava volgendo al termine (sarebbe terminata entro tre mesi), e per fare coincidere la realtà sul campo con quanto sarebbe stato sottoscritto nel testo finale dell’accordo di pace a Dayton (che deve il nome ad un’anonima base militare statunitense dell’Ohio), quei mesi finali furono caratterizzati da episodi di violenza inaudita per creare aree etnicamente omogenee prima del cessate il fuoco definitivo.

Serbi e croati lanciarono offensive violente per prendere il controllo di territori che sapevano non avrebbero dovuto cedere nel processo negoziale.

Fu quello il periodo in cui massacri e pulizia etnica ebbero un’impennata drammatica e qualche settimana prima, nell’indifferenza della comunità internazionale, a Srebrenica era avvenuto un genocidio.

Quello che Milosevic chiamava “il popolo celeste” era un ammasso infinto di contadini in fuga; persone semplici e con pochi soldi al seguito, che formavano colonne sterminate di trattori e mezzi di fortuna, in fuga dalla pulizia etnica croata e bosniaca dell’Operacjia Oluja (Operazione Tempesta).

Per quelle persone, che sui rimorchi dei trattori avevano tutti i loro beni, il governo di Milosevic allestì delle tendopoli improvvisate, immerse nel freddo e nel fango della piana dello Srem, in cui una massa di disperati si offriva per pochi dinari ai proprietari terrieri serbi per i lavori agricoli, in condizioni di sfruttamento e vessazione.

Quelle tendopoli della piana dello Srem, a metà anni ’90, anticiparono la vergogna dei ghetti del bracciantato agricolo nel sud Italia ed in Andalusia.

Oltrepassata la piana dello Srem il nostro percorso devia a nord verso le foreste di tiglio ed i monasteri ortodossi del Fruska Gora, oggi patrimonio Unesco, diventati in tempi recenti il luogo dell’identità ultranazionalista serba.

Con il collasso dell’ex Jugoslavia molti serbi, rimasti orfani dell’identità collettiva data da un partito che era anche riferimento totemico ed elemento di identificazione collettiva, hanno spostato lo spazio e la dimensione della propria identità dal partito alla religione, nello specifico quella largamente maggioritaria tra i popoli slavi.

Come per il festival degli ottoni a Gucka, anche il Fruska Gora è ostaggio della peggior propaganda nazionalista, e capita, la domenica mattina, di incontrare a messa persone in divisa da cetnico, o di venire salutati con il saluto cetnico fatto con pollice, indice e medio della mano destra a mimare un tre e con le restanti dita piegate.

Il gesto simboleggia le tre C (che diventano tre S nella translitterazione latina) che fanno da acronimo a Sloga Srbina Spasava (traducibile con l’Unità Salva la Serbia).

Ci saluta così un ragazzo sulla trentina, il fisico appesantito, esce da un minimarket non lontano da uno dei monasteri patrimonio Unesco, ci fornisce informazioni stradali e, nel congedarsi, ci saluta con le tre dita della mano su cui ha tatuata la data del 1389.

Per la retorica nazionalista serba la battaglia di Kosovo Polje (la piana dei merli) è una colpa collettiva da cui occorre redenzione.

Non a caso il criminale Mladic chiamava i musulmani bosniaci “i turchi”, e la memoria del genocidio di Srebrenica da parte serba semplicemente non esiste, ed il negazionismo di un crimine spaventoso coincide con il racconto della rivincita dei serbi sui turchi, 610 anni dopo Kosovo Polije.

Nel giugno del 1389 i serbi guidati da Lazar Hrebeljanovic provarono a fermare l’avanzata ottomana nei Balcani (Sofia era caduta in mano turca cinque anni prima) venendo sconfitti, ma riuscendo comunque ad uccidere il sultano Murad I grazie al gesto eroico del cavaliere Milos Obilic.

Il nazionalismo ultraconservatore serbo si autoalimenta anche con figure storicamente più recenti.

Le foto ed i gadget di Draza Mihajlovic campeggiano in tutti i monasteri, quando venni la prima volta una decina di anni fa, Mihajlović era ancora bandito dalla memoria collettiva serba, condannato a morte e fucilato nel 1946 per alto tradimento e collaborazione con il nemico.

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Monastero di Šišatovac – © Foto di Paolo Pantaleoni

Nel Maggio del 2015 la Corte Suprema Serba lo ha pienamente riabilitato, per compiacere la chiesa ortodossa e la galassia nazionalista che sosteneva l’allora presidente Nikolic e che oggi sostiene in larga parte l’attuale presidente Aleksandar Vucic.

L’Esercito Jugoslavo in Patria di Mihajlovic si costituì nel 1941, dopo il collasso del regio esercito Jugoslavo successivo all’invasione tedesca.

Costituito su base etnica, e su valori conservatori, riunì gli ufficiali e le truppe serbe fedeli al re Pietro II.

Il disegno iniziale dei cetnici di Mihajlovic era quello di costituire una resistenza nazionalista all’invasione nazifascista, per arrivare alla costituzione di un Regno di Serbia sulle ceneri del Regno di Jugoslavia.

Inizialmente sostenuti dagli alleati con lanci di armi e viveri, le truppe di Mihajlovic trovarono rapidamente un accordo con italiani e tedeschi, pur non dichiarandosi mai alleati degli invasori, e dirottarono i loro sforzi nella guerra antipartigiana, in chiave anticomunista, e contro i nazionalisti croati per fare della Serbia una nazione etnicamente omogenea.

Formalmente non belligeranti con Italiani e Tedeschi, più volte (come nella battaglia della Neretva) i cetnici di Mihajlovic combatterono a fianco di fascisti, nazisti ed ustasha croati contro le formazioni partigiane del Maresciallo Tito.

Aiutati informalmente dai servizi segreti italiani (che temevano rivendicazioni nazionaliste da parte degli alleati croati su Istria e Dalmazia), i cetnici combatterono una guerra parallela contro gli ultranazionalisti croati, i quali, istituito stato fantoccio con a guida Ante Pavelic, si adoperarono per eliminare dal territorio sotto il proprio controllo le popolazioni non croate e non cattoliche a partire da serbi ed ebrei.

Quelle che nacquero nel Fruska Gora come fortezze della fede ai tempi della dominazione Ottomana, per preservare l’identità religiosa ed i tesori dell’arte sacra ortodossa, furono edificate tra il XV ed il XVII secolo.

Le bombe della Nato del 1999 fecero ciò che gli Ottomani nemmeno tentarono, danneggiando diversi monasteri con i bombardamenti diffusi su tutto il paese. (Fine prima parte)

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4614020*Paolo Pantaleoni, nato e cresciuto a Rimini. Di formazione umanistica, ha studiato presso l’Università di Bologna, abbandonando con successo gli studi in Scienze Politiche a favore di quelli in Storia. Militante sociale, per un decennio si è occupato di cooperazione decentrata in Palestina. Appassionato di cucina, per lavoro si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro ed igiene degli alimenti in una società di ristorazione. Nel tempo libero si divide tra il guardare il mondo con curiosità e lentezza e praticare le proprie passioni. Viaggiatore, camminatore, escursionista ed apicoltore ha una venerazione per la pesca con la mosca artificiale.

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CULTURA. William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (3a parte)


di Patrizia Zanelli*

Pagine Esteri, 27 dicembre 2022 – Un tratto molto suggestivo di “Umm Saad” è la presenza dell’autore nella storia, in cui è presente anche sua moglie. Kanafani aveva incontrato l’attivista danese Anni Høver a Beirut, nel 1961, e fu amore a prima vista. Dopo due mesi erano già sposati; ebbero Fayiz, nel 1963, e Laila nel 1966. Nell’incipit di “Umm Saad”, l’autore è a casa, dove ci sono appunto anche la moglie e i bambini.

Kanafani voleva che il romanzo fosse realistico, ma allo stesso tempo cercò di nascondere il più possibile la propria presenza nella storia, da cui in effetti è perlopiù assente e nella quale svolge una funzione simile a quella di Shahrazàd, la narratrice dei racconti inclusi in Le mille è una notte. Umm Saad, la donna che lui conosceva gli riferiva fatti veri della sua vita personale; il realismo gli interessava per storicizzare la realtà contemporanea palestinese.

Nel 1954, Kanafani, allora diciottenne e con una formazione francofona alle spalle, si era rotto una gamba e, durante i sei mesi di convalescenza, si mise a leggere opere della letteratura araba classica, perché voleva migliorare le proprie competenze nella lingua in cui stava scrivendo i suoi primi racconti e dipendere meno dalle innovazioni letterarie occidentali, di cui intendeva servirsi. L’influenza di queste letture giovanili dello scrittore non è chiara nei suoi testi, poiché stilisticamente sono improntati al modernismo, nato appunto in America Latina ed Europa.

In “Umm Saad”, l’autore è sempre a casa, dove la protagonista va a trovarlo; ogni volta parlano della guerra appena finita e delle gravi conseguenze di quella seconda sconfitta che sono riassunte in questo breve enunciato: “sfilavano colonne di nuovi esuli”. Oltre trecentomila palestinesi, che abitavano nei territori invasi dall’esercito israeliano nel ’67, furono infatti costretti a fuggire all’estero; quasi la metà di loro erano già profughi sin dal ’48.

Nell’anno in cui pubblicò questo romanzo, cioè il 1969, Kanafani fondò e iniziò a dirigere la rivista politico-culturale al-Hadaf (L’obiettivo), organo ufficiale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione marxista-leninista nata all’indomani della Naksa. A quel punto l’autore si mise a scrivere a ritmo frenetico, di giorno scriveva articoli nell’ufficio del settimanale, e di sera a casa opere letterarie.

Durante un’intervista radiofonica rilasciata poco prima di morire – e pubblicata su al-Hadaf nel 1973 -, Kanafani espresse la propria ammirazione per The Sound and the Fury, dichiarando di esserne stato molto influenzato, di avere sfruttato gli espedienti artistici di Faulkner per creare i suoi stessi romanzi, i quali – va precisato – sono tutti brevi. Lo scrittore palestinese cercò man mano nuove modalità per rielaborare, e non replicare, il modello faulkneriano in base alle proprie esigenze espressive legate anche al contesto storico-culturale a cui si riferiva in ogni testo. Dopo averlo rielaborato per scrivere “Uomini sotto il sole” e “Tutto ciò che vi resta” – intenzionalmente un omaggio all’arte di Faulkner -, nella fase post-Naksa lo semplificò in “Ritorno a Haifa” e poi cominciò ad abbinarlo in modo più evidente a elementi del patrimonio letterario arabo, come fece in “Umm Saad”, che forse rappresenta un altro punto di svolta nella produzione narrativa dell’autore.

Questa tendenza postmoderna a unire modernità e tradizione emerge infatti anche negli ultimi due romanzi di Kanafani, entrambi rimasti incompiuti e pubblicati postumi sulla rivista Shu’ūn filastiniyya (Affari palestinesi) nel settembre del 1972. L’influenza della poesia araba preislamica (V-VI secolo d.C.) si coglie, in “L’Innamorato” ; il titolo dell’opera è il soprannome dato dagli abitanti di un villaggio al protagonista, una sorta di bandito leggendario in grado di sfuggire alla legge, presentandosi con un nome falso diverso ogni volta che si nasconde in un posto nuovo; così ‘Abd al-Karìm diventa Qasim e poi Hasanayn. Il racconto è ambientato nelle aree rurali dell’Alta Galilea all’epoca del mandato britannico sulla Palestina. Il capitano Black insegue per tre anni il giovane protagonista, che in passato ha compiuto un crimine misterioso. Lo pseudonimo Qasim, come spiega Hilary Kilpatrick in un articolo pubblicato nel 1976 sul Journal of Arabic Literature, è probabilmente un riferimento al riformatore musulmano siriano ‘Izz al-Din al-Qassām (1882-1935), che, dopo gli studi all’Università al-Azhar del Cairo, divenne un sostenitore delle lotte anticolonialiste in Libia e poi nel Levante. Agli inizi degli anni ’30 viveva in Palestina, dove formò gruppi di partigiani palestinesi e organizzò attacchi contro obiettivi sionisti e britannici. Accusato di complicità nell’omicidio di un poliziotto inglese, fu ucciso durante una caccia all’uomo.

L’attivismo e l’uccisione di al-Qassām furono fattori scatenanti della Grande Rivolta del 1936-1939, analizzata proprio da Kanafani in un saggio del 1972 , in cui sottolinea che, nella Palestina mandataria, la lotta anti-colonialista era assolutamente indispensabile per la società palestinese, nell’ambito della quale, tuttavia, il nazionalismo stesso, guidato da “dirigenti reazionari feudo-clericali locali”, frenò lo sviluppo dei movimenti progressisti, sostenitori delle masse contadine e operaie che erano maggiormente coinvolte nella resistenza armata contro la colonizzazione sionista. Il protagonista del romanzo ama i cavalli, tra cui una puledra, Samra’; perciò viene soprannominato l’Innamorato. La celebrazione delle virtù di queste cavalcature eleganti, veloci e d’importanza vitale durante i viaggi nel deserto è frequente nella poesia preislamica, soprattutto nei poemi dei poeti definiti ṣa‘ālīk, “vagabondi”, espulsi dalle loro tribù di solito per avere commesso un crimine disonorevole. Pagine Esteri

4524978In “L’Innamorato”, il protagonista vive sempre in compagnia di un cavallo, maschio o femmina che sia, l’animale condivide e rappresenta la voglia di libertà del giovane fuggiasco, la sua forza e imponenza fisica, la capacità di resistere, la vera amicizia di cui ha bisogno nella vita solitaria che conduce, essendo braccato o tradito da altri esseri umani. Lui riesce a fare cose prodigiose, come camminare a piedi nudi su un campo coperto dalla cenere di braci ardenti, lasciando a bocca aperta l’anziano Shaykh Salman, un latifondista che poi racconta quel fatto straordinario agli abitanti di al-Ghabasia. E così nasce la leggenda di Qasim, che dovrà fuggire a Tarshiha, dove diventa Hasanayn e sarà assunto come bracciante dal venerando Hagg Abbas, il quale vorrebbe anche fargli sposare Zaynab, che viveva a casa sua sin da quand’era bambina. La ragazza, rimasta orfana del padre, un contadino morto combattendo durante la rivolta, e allontanata dalla madre, una cameriera originaria di Harwan, in Siria, svanita nel nulla dopo essere stata arrestata dai militari inglesi, si innamora a prima vista del giovane protagonista che è attratto da lei. Un altro mistero del passato sembra legare Zaynab a Hasanayn, la cui nascente storia d’amore non è subito incoronata dal matrimonio, come sperava Hagg Abbas, un uomo che sgrana il rosario in continuazione e di fatto vuole semplicemente disfarsi delle proprie responsabilità verso la figlia di genitori di umili condizioni sociali. Soltanto il capitano Black conosce la vera identità del protagonista, catturarlo è l’ossessione della sua vita e in effetti riesce ad arrestarlo per poi rinchiuderlo nella prigione di Acri. E così ‘Abd al-Karìm diventa il Detenuto numero 362.

Ma non è questa la parte conclusiva del racconto che si snoda in “L’Innamorato”, romanzo storico e d’avventura insieme, pieno di colpi di scena e di suspense, costruito magnificamente dall’autore tramite un susseguirsi di analessi. Kanafani ancora una volta racconta la storia del popolo palestinese, affrontando temi di valenza universale, come l’amicizia, l’amore per la natura, per la vita e la libertà, nonché quello sbocciato tra due giovani, vittime del classismo; Zaynab, inoltre, è discriminata anche perché è una donna.

L’ingiustizia che regnava nella Palestina mandataria è denunciata in questo romanzo, in cui la voce del protagonista si alterna man mano a quella di ognuno dei suoi antagonisti, potenti e autoritari, e a quella di un narratore esterno. Tecnicamente, Kanafani rielaborò e semplificò “Tutto ciò che vi resta”, per scrivere “L’Innamorato”; le linee narrative che compongono la trama del racconto frammentato sono infatti più distinguibili in quest’ultimo testo di facile lettura, suggestivo per la poeticità – non lirismo – del linguaggio, per le descrizioni dei paesaggi e per il filo sottile d’ironia da cui è percorsa l’intera narrazione, che si sviluppa quasi come un dialogo tra i monologhi dei personaggi. L’autore scriveva anche opere teatrali forse influenzate dall’assurdismo, ma più probabilmente soltanto espressive del suo stesso senso dell’assurdo. Kanafani non idealizzava il suo popolo; in “L’Innamorato”, infatti, condanna e ridicolizza i latifondisti palestinesi tanto quanto i rappresentanti del mandato britannico. Leggendo questo testo purtroppo rimasto incompiuto, si ha l’impressione che l’autore lo stesse scrivendo per spiegare le cause della Nakba. Il fallimento della Grande Rivolta, guidata da dirigenti palestinesi reazionari e duramente repressa dai militari inglesi e da miliziani sionisti, era infatti stato il preludio della Catastrofe del ’48. Il villaggio di al-Ghabasia, menzionato in “L’Innamorato” – e anche in “Umm Saad” -, è uno dei tanti altri che furono distrutti dopo la fondazione d’Israele. Il protagonista del racconto e il padre di Zaynab, invece, rappresentano chiaramente i numerosi contadini che combatterono nella resistenza palestinese ai tempi del mandato.

L’ultimo romanzo di Kanafani è “Il sordo e il cieco” , che per contenuto e forma è d’una bellezza sorprendente, perché è tragicomico, ma la satira sociale è attenuata dalla poeticità del linguaggio e delle immagini evocate da diversi segmenti testuali. L’autore lo scrisse poco prima di morire dando nuovamente libero sfogo alla propria creatività, abbinando lo sperimentalismo alla trattazione di nuove tematiche, come la religiosità popolare musulmana che ha talune affinità con il cristianesimo. Nell’Islam la parola wālī, “amico di Dio”, è usata per indicare un uomo pio ritenuto in grado di compiere miracoli, quindi è paragonabile a un santo ed è spesso così definito. Il tema principale del romanzo è, però, la solidarietà tra i più sfortunati in una società di per sé messa male. I due protagonisti, Amer, un cieco, e Abu Qays, un sordo, entrambi profughi palestinesi, si incontrano per caso di notte in campagna davanti alla tomba di ‘Abd al-Ati, un santo la cui testa è nascosta tra i rami di un albero. È molto famoso a livello popolare e perfino i giornali parlano dei suoi miracoli. Dopo avere supplicato invano il santo di restituire, rispettivamente la vista all’uno e l’udito all’altro, i due pellegrini ormai sfiduciati si organizzano per sciogliere il mistero che ruota intorno alla figura di ‘Abd al-Ati. Amer sale sull’albero con l’aiuto di Abu Qays che lo regge sulle spalle e gli dice come muoversi. Il cieco sfrutta il tatto infallibile delle proprie dita per scoprire alla fine che la testa del santo in realtà non è altro che un enorme fungo.

Alla delusione si aggiunge la rabbia per essere stati ingannati e la voglia di raccontare la verità per evitare ad altri di subire lo stesso inganno. Ma, quando tornano in città, Amer e Abu Qays, rimangono inascoltati, perché quella credenza è troppo forte, la gente infelice vuole credere nei miracoli. Allora i due protagonisti decidono di distruggere la tomba del santo e il suo albero. Abu Qays va a trovare Amer nella panetteria dove lavora e, parlando con lui, scopre di essere originario dello stesso villaggio, Tirat Haifa, e da lì nasce una grande amicizia. Un giovane garzone sente i loro discorsi, si indigna e li minaccia, dicendo che li avrebbe denunciati alla polizia, se avessero cercato di distruggere la tomba del santo e il suo albero. I due amici, invece, realizzano il loro piano; poi affrontano altri problemi che, però, sembrano destinati a risolversi. È un gran peccato che questo testo sia rimasto incompiuto; è più che altro un romanzo filosofico, i monologhi hanno un sapore antico o atemporale che, accostato alle tecniche moderniste, diventa particolarmente affascinante. La storia è raccontata in prima persona da ognuno dei due protagonisti, le cui voci quindi si alternano; il cieco spiega cosa significhi la cecità, e il sordo la sordità; si compensano l’un l’altro sia nelle azioni sia nelle riflessioni al punto da sembrare una sola persona. È un bellissimo modo per dire che l’unione fa la forza. L’unico toponimo menzionato nel testo è Tirat Haifa, un altro villaggio palestinese distrutto durante la Nakba. Molti degli abitanti si rifugiarono in Giordania, dove quindi potrebbe essere ambientato il racconto.

In “Il cieco e il sordo”, Kanafani denuncia certe credenze, quasi delle superstizioni, considerate come una fonte di guadagno da coloro che sfruttano l’ingenuità e la disperazione di chi soffre per una disabilità o un altro problema incurabile. I pellegrinaggi alle tombe dei santi, che molti infelici credono in grado di fare miracoli, sono infatti perlopiù organizzati a mero scopo di lucro. L’autore vuole distruggere con il raziocinio l’inganno, non la speranza di poter cambiare la situazione; la solidarietà tra il cieco e il sordo, che di per sé è segno d’intelligenza, li rende rivoluzionari. I dialoghi tra i personaggi del racconto sono spesso divertenti, un misto di comicità e saggezza popolare, che attenua la tristezza delle tribolazioni e delusioni vissute dai due protagonisti e dalle loro famiglie, soprattutto le madri, sin da quand’erano bambini per colpa di sfruttatori delle sofferenze altrui. Ancora una volta l’autore descrive la situazione drammatica del suo popolo, e specialmente dei profughi palestinesi, affrontando temi che riguardano qualsiasi società per suggerire la necessità di rispettare la vita, la libertà e la dignità della persona.

La volontà di usare l’arte verbale per esprimere un messaggio umanista e di farlo tramite la concentrazione sull’individuo e lo sperimentalismo artistico sono tratti comuni di Kanafani e Faulkner che, in The Sound and the Fury, denuncia ogni forma di discriminazione, lancia un j’accuse a 360 gradi, accompagnato però da un senso di speranza nella salvezza dell’umanità. È per l’umanismo e l’avanguardismo, per la coerenza di contenuto e forma che questo testo, nato negli anni ’20 nel profondo Sud degli Stati Uniti, ispirò e probabilmente continuerà a ispirare autori di tutto il mondo. Soltanto tra il 1967 e il 1975, romanzi arabi famosi improntati al modello faulkneriano furono pubblicati dagli egiziani Nagib Mahfuz (1911-2006) – futuro vincitore del Nobel per la Letteratura 1988 -, Sulayman Fayyad (1929-2015) e Yahya al-Taher Abdallah (1938-1981); e dal saudita ‘Abd al-Rahman Munif (1933-2004).

Kanafani fu in tal senso l’anticipatore di tutti loro e anche il più avanguardista. Lo scrittore palestinese aveva capacità tecniche straordinarie; si dice sempre che, se non fosse morto ad appena trentasei anni, avrebbe sicuramente creato ancora molte altre opere belle e originali. Sì, perché avrebbe continuato a sperimentare, a cercare di dire una cosa come nessun altro l’avesse mai detta, per sorprendere un pubblico indefinito, descrivendo le sofferenze, le debolezze e gli errori del suo popolo oppresso, ma anche la forza, la speranza, la gioia di vivere da cui era ed è animato. È perciò che Kanafani è tuttora amato da un’infinità di palestinesi e di persone d’ogni parte del mondo. E continua a ispirare. Pagine Esteri

LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO

CULTURA. William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1a parte)


pagineesteri.it/2022/11/16/pri…

William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (2a parte)


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*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino”, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī.

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Il Giappone raddoppia le spese militari


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 22 dicembre 2022 – Non è la prima volta, negli ultimi anni, che il Giappone aumenta la spesa militare e decide di rafforzare il suo esercito, contravvenendo alle imposizioni “pacifiste” dettate dagli alleati – in particolare dagli Stati Uniti – dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.

Spese militari al 2% del Pil
Questa volta, però, il governo di Fumio Kishida ha deciso l’aumento più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale delle spese per la Difesa, che passano nel 2023 da 5200 miliardi a 6500 miliardi di yen, l’equivalente di 47 miliardi di dollari.
Come se non bastasse, il boom della spesa militare aprirà la strada ad un aumento fino al 2% del Prodotto interno lordo, portandola al livello dei paesi della Nato.

Il premier punta infatti ad aumentare il bilancio della Difesa per gli anni che vanno dal 2023 al 2027 fino a 318 miliardi di dollari, con un raddoppio di fatto rispetto al quinquennio che si sta chiudendo. Poco importa che l’articolo 9 della Costituzione giapponese, analogamente a quanto previsto dall’articolo 11 della Magna Carta italiana, reciti che «Il popolo rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali».

Le opposizioni denunciano il carattere militarista della decisione e il pericolo che questa scateni un’ulteriore escalation con Pechino e Pyongyang, e sottolineano che l’aumento delle spese militari sottrae importanti risorse ad un paese già sottoposto ad una forte crisi fiscale e ad un indebitamento pubblico da record. L’approvazione dell’aumento delle spese per la Difesa è stata preceduta da una polemica interna al Partito Liberal Democratico – principale forza del governo insieme al Komeito – tra coloro che proponevano di utilizzare i titoli di stato per coprire le nuove spese e il premier che invece ha optato per un aumento delle tasse. La Legge Finanziaria include un aumento graduale della tassazione sulle imprese a partire dal 2024 e altri provvedimenti volti a reperire le necessarie risorse addizionali.

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Manifestazione pacifista a Tokyo

Colpire la Cina
Il boom delle spese militari servirà a rafforzare le forze armate e a finanziare un piano di massiccio riarmo per sostenere la competizione militare nella regione dell’Indo-Pacifico. L’obiettivo del Giappone, affermano fonti del governo Kishida, è dotarsi di una forza convenzionale di deterrenza in grado di tenere testa alle ambizioni militari della Repubblica Popolare Cinese e di difendersi dalle minacce della Corea del Nord.

Tokyo intende aumentare significativamente la proiezione a lungo raggio della propria capacità militare, e a questo scopo ha deciso l’acquisto dagli Stati Uniti di alcune centinaia di Tomahawk; i missili da crociera statunitensi hanno infatti una gittata massima di 1600 km, che permetterebbe al Giappone di colpire obiettivi in territorio cinese in caso di conflitto.
L’esecutivo Kishida si è inoltre impegnato ad aumentare la gittata dei propri missili anti-nave, a sviluppare armi ipersoniche e a creare una forza speciale di auto-difesa contro i cyber-attacchi. Tokyo si è detta anche interessata a partecipare alla realizzazione dei caccia di sesta generazione Tempest, alla quale partecipano già la britannica BAE Systems e l’italiana Leonardo.

A spingere Tokyo ad adottare una politica di difesa più aggressiva, afferma il Washington Post, sarebbe stata anche l’invasione russa dell’Ucraina. «Il Giappone voleva limitare la sua spesa in materia di difesa ed evitare l’acquisto di sistemi d’arma d’attacco. Tuttavia, la situazione internazionale non ci consente di farlo» ha spiegato al quotidiano l’ex ambasciatore giapponese a Washington Ichiro Fujisaki.

Nella scia di Shinzo Abe
La realtà è che già durante il lungo governo del nazionalista Shinzo Abe, esponente della corrente più conservatrice del Partito Liberal Democratico (al governo quasi ininterrottamente dal 1955), Tokyo ha intrapreso il cammino verso una politica estera più aggressiva e militarista.
Prima del suo assassinio nel luglio scorso, Abe ha operato per centralizzare le politiche di sicurezza; ha riformato la Costituzione per affermare il cosiddetto “diritto all’autodifesa collettiva” del paese consentendo alle forze armate di intervenire in un conflitto non solo per difendere il Giappone ma anche un alleato contro un attacco esterno; infine, ha più volte aumentato gli stanziamenti per la Difesa fino a portare Tokyo al nono posto della classifica mondiale della spesa militare.
È anche vero, però, che l’invasione russa dell’Ucraina e i timori di un imminente attacco cinese a Taiwan hanno fatto aumentare il sostegno dell’opinione pubblica giapponese – tradizionalmente pacifista – al riarmo e alla creazione di un esercito forte e moderno.
All’inizio di dicembre una fonte del governo giapponese aveva già rivelato che l’esecutivo intende aumentare la presenza del proprio esercito nell’isola sudoccidentale di Okinawa “in previsione di un possibile scontro con la Cina su Taiwan». Il Ministro della Difesa Yasukazu Hamada prevede di portare a due il numero di reggimenti di fanteria di stanza sull’isola. Inoltre Tokyo prevede di triplicare le unità di difesa contro i missili balistici nelle Nansei, un arcipelago in parte contiguo a Taiwan, mentre le Forze di autodifesa aerea giapponesi sono state inviate per la prima volta nelle Filippine per partecipare a esercitazioni congiunte.

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Il premier giapponese Fumio Kishida

Gli Usa plaudonoLa nuova versione della Strategia di sicurezza nazionale varata dal governo di Fumio Kishida – a lungo ministro degli Esteri nei governi di Shinzo Abe – definisce la Cina «una sfida strategica senza precedenti», allineandosi così alla visione di Washington.

Non stupisce quindi l’entusiasmo manifestato nei confronti della storica decisione da parte degli Stati Uniti, che nel paese del Sol Levante mantengono da sempre un sostanzioso contingente militare dislocato in diverse basi. Da tempo la Casa Bianca chiede a Tokyo un maggiore protagonismo militare nel Pacifico in funzione anti-cinese. L’ambasciatore di Washington a Tokyo, Rahm Emanuel, ha definito la misura «una pietra miliare epocale» nelle relazioni tra i due paesi, indispensabile per fare dell’Indo-Pacifico un «territorio libero e aperto». Per il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan, «L’obiettivo del Giappone di aumentare significativamente gli investimenti nella difesa rafforzerà e modernizzerà anche l’alleanza Usa-Giappone».

Pechino: “non siamo una minaccia”Di segno opposto, ovviamente, la reazione di Pechino. Il governo cinese ha infatti denunciato che Tokyo «accusa falsamente la Repubblica Popolare Cinese di ricattare il Giappone attraverso misure economiche coercitive e di intraprendere attività militari minacciose che destano grande preoccupazione nella comunità internazionale».
L’ambasciata cinese in Giappone ha affermato che la nuova Strategia di sicurezza di Tokyo viola numerose intese raggiunte negli ultimi anni tra i due governi e alimenta le tensioni regionali invece di promuovere la stabilizzazione e la pace. «La Cina ha sempre aderito alla strada dello sviluppo pacifico, ha perseguito una politica nazionale di natura difensiva e non ha mai istigato né partecipato a una corsa agli armamenti», ha affermato la sede diplomatica di Pechino, difendendo la posizione del proprio governo su Taiwan e sulle isole Senkaku, che la Cina considera parte del proprio territorio nazionale. L’ambasciata ha infine invitato il Giappone a non giustificare il proprio riarmo con la «teoria della minaccia cinese» e a scegliere la strada del consenso politico considerando i due Paesi come «partner e non come reciproche minacce».

Ma proprio nei giorni scorso le unità navali del Giappone sono entrate in stato di allerta dopo l’individuazione di alcune unità militari cinesi, tra le quali la portaerei Liaoning, nelle acque territoriali rivendicate sia da Tokyo sia da Pechino. Secondo il Ministero della Difesa giapponese si tratterebbe della nona “incursione” cinese da novembre.

Nel tentativo di frenare le rivendicazioni di Pechino nel Mar cinese meridionale, Tokyo ha negli ultimi anni rafforzato la cooperazione diplomatica e militare con le Filippine e il Vietnam, paesi coinvolti in altrettanti contenziosi con Pechino per il controllo di alcune aree. Nei mesi scorsi, inoltre, Tokyo ha tentato di stringere i rapporti con l’Indonesia che finora ha sempre cercato di porsi come mediatrice nei conflitti regionali.

Anche la Repubblica Popolare di Corea ha reagito negativamente all’aumento record delle spese militari da parte del Giappone, definendolo un «pericoloso errore che muterà in maniera netta il contesto di sicurezza regionale». «Il Giappone sta causando una grave crisi di sicurezza nella Penisola coreana e nell’Asia orientale, adottando una nuova strategia di sicurezza che ammette a tutti gli effetti l’attacco preventivo contro Paesi terzi» afferma una nota del Ministero degli Esteri di Pyongyang. – Pagine Esteri

4391467* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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