Il Giappone raddoppia le spese militari
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 22 dicembre 2022 – Non è la prima volta, negli ultimi anni, che il Giappone aumenta la spesa militare e decide di rafforzare il suo esercito, contravvenendo alle imposizioni “pacifiste” dettate dagli alleati – in particolare dagli Stati Uniti – dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
Spese militari al 2% del Pil
Questa volta, però, il governo di Fumio Kishida ha deciso l’aumento più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale delle spese per la Difesa, che passano nel 2023 da 5200 miliardi a 6500 miliardi di yen, l’equivalente di 47 miliardi di dollari.
Come se non bastasse, il boom della spesa militare aprirà la strada ad un aumento fino al 2% del Prodotto interno lordo, portandola al livello dei paesi della Nato.
Il premier punta infatti ad aumentare il bilancio della Difesa per gli anni che vanno dal 2023 al 2027 fino a 318 miliardi di dollari, con un raddoppio di fatto rispetto al quinquennio che si sta chiudendo. Poco importa che l’articolo 9 della Costituzione giapponese, analogamente a quanto previsto dall’articolo 11 della Magna Carta italiana, reciti che «Il popolo rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali».
Le opposizioni denunciano il carattere militarista della decisione e il pericolo che questa scateni un’ulteriore escalation con Pechino e Pyongyang, e sottolineano che l’aumento delle spese militari sottrae importanti risorse ad un paese già sottoposto ad una forte crisi fiscale e ad un indebitamento pubblico da record. L’approvazione dell’aumento delle spese per la Difesa è stata preceduta da una polemica interna al Partito Liberal Democratico – principale forza del governo insieme al Komeito – tra coloro che proponevano di utilizzare i titoli di stato per coprire le nuove spese e il premier che invece ha optato per un aumento delle tasse. La Legge Finanziaria include un aumento graduale della tassazione sulle imprese a partire dal 2024 e altri provvedimenti volti a reperire le necessarie risorse addizionali.
Manifestazione pacifista a Tokyo
Colpire la Cina
Il boom delle spese militari servirà a rafforzare le forze armate e a finanziare un piano di massiccio riarmo per sostenere la competizione militare nella regione dell’Indo-Pacifico. L’obiettivo del Giappone, affermano fonti del governo Kishida, è dotarsi di una forza convenzionale di deterrenza in grado di tenere testa alle ambizioni militari della Repubblica Popolare Cinese e di difendersi dalle minacce della Corea del Nord.
Tokyo intende aumentare significativamente la proiezione a lungo raggio della propria capacità militare, e a questo scopo ha deciso l’acquisto dagli Stati Uniti di alcune centinaia di Tomahawk; i missili da crociera statunitensi hanno infatti una gittata massima di 1600 km, che permetterebbe al Giappone di colpire obiettivi in territorio cinese in caso di conflitto.
L’esecutivo Kishida si è inoltre impegnato ad aumentare la gittata dei propri missili anti-nave, a sviluppare armi ipersoniche e a creare una forza speciale di auto-difesa contro i cyber-attacchi. Tokyo si è detta anche interessata a partecipare alla realizzazione dei caccia di sesta generazione Tempest, alla quale partecipano già la britannica BAE Systems e l’italiana Leonardo.
A spingere Tokyo ad adottare una politica di difesa più aggressiva, afferma il Washington Post, sarebbe stata anche l’invasione russa dell’Ucraina. «Il Giappone voleva limitare la sua spesa in materia di difesa ed evitare l’acquisto di sistemi d’arma d’attacco. Tuttavia, la situazione internazionale non ci consente di farlo» ha spiegato al quotidiano l’ex ambasciatore giapponese a Washington Ichiro Fujisaki.
Nella scia di Shinzo Abe
La realtà è che già durante il lungo governo del nazionalista Shinzo Abe, esponente della corrente più conservatrice del Partito Liberal Democratico (al governo quasi ininterrottamente dal 1955), Tokyo ha intrapreso il cammino verso una politica estera più aggressiva e militarista.
Prima del suo assassinio nel luglio scorso, Abe ha operato per centralizzare le politiche di sicurezza; ha riformato la Costituzione per affermare il cosiddetto “diritto all’autodifesa collettiva” del paese consentendo alle forze armate di intervenire in un conflitto non solo per difendere il Giappone ma anche un alleato contro un attacco esterno; infine, ha più volte aumentato gli stanziamenti per la Difesa fino a portare Tokyo al nono posto della classifica mondiale della spesa militare.
È anche vero, però, che l’invasione russa dell’Ucraina e i timori di un imminente attacco cinese a Taiwan hanno fatto aumentare il sostegno dell’opinione pubblica giapponese – tradizionalmente pacifista – al riarmo e alla creazione di un esercito forte e moderno.
All’inizio di dicembre una fonte del governo giapponese aveva già rivelato che l’esecutivo intende aumentare la presenza del proprio esercito nell’isola sudoccidentale di Okinawa “in previsione di un possibile scontro con la Cina su Taiwan». Il Ministro della Difesa Yasukazu Hamada prevede di portare a due il numero di reggimenti di fanteria di stanza sull’isola. Inoltre Tokyo prevede di triplicare le unità di difesa contro i missili balistici nelle Nansei, un arcipelago in parte contiguo a Taiwan, mentre le Forze di autodifesa aerea giapponesi sono state inviate per la prima volta nelle Filippine per partecipare a esercitazioni congiunte.
Il premier giapponese Fumio Kishida
Gli Usa plaudonoLa nuova versione della Strategia di sicurezza nazionale varata dal governo di Fumio Kishida – a lungo ministro degli Esteri nei governi di Shinzo Abe – definisce la Cina «una sfida strategica senza precedenti», allineandosi così alla visione di Washington.
Non stupisce quindi l’entusiasmo manifestato nei confronti della storica decisione da parte degli Stati Uniti, che nel paese del Sol Levante mantengono da sempre un sostanzioso contingente militare dislocato in diverse basi. Da tempo la Casa Bianca chiede a Tokyo un maggiore protagonismo militare nel Pacifico in funzione anti-cinese. L’ambasciatore di Washington a Tokyo, Rahm Emanuel, ha definito la misura «una pietra miliare epocale» nelle relazioni tra i due paesi, indispensabile per fare dell’Indo-Pacifico un «territorio libero e aperto». Per il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan, «L’obiettivo del Giappone di aumentare significativamente gli investimenti nella difesa rafforzerà e modernizzerà anche l’alleanza Usa-Giappone».
Pechino: “non siamo una minaccia”Di segno opposto, ovviamente, la reazione di Pechino. Il governo cinese ha infatti denunciato che Tokyo «accusa falsamente la Repubblica Popolare Cinese di ricattare il Giappone attraverso misure economiche coercitive e di intraprendere attività militari minacciose che destano grande preoccupazione nella comunità internazionale».
L’ambasciata cinese in Giappone ha affermato che la nuova Strategia di sicurezza di Tokyo viola numerose intese raggiunte negli ultimi anni tra i due governi e alimenta le tensioni regionali invece di promuovere la stabilizzazione e la pace. «La Cina ha sempre aderito alla strada dello sviluppo pacifico, ha perseguito una politica nazionale di natura difensiva e non ha mai istigato né partecipato a una corsa agli armamenti», ha affermato la sede diplomatica di Pechino, difendendo la posizione del proprio governo su Taiwan e sulle isole Senkaku, che la Cina considera parte del proprio territorio nazionale. L’ambasciata ha infine invitato il Giappone a non giustificare il proprio riarmo con la «teoria della minaccia cinese» e a scegliere la strada del consenso politico considerando i due Paesi come «partner e non come reciproche minacce».
Ma proprio nei giorni scorso le unità navali del Giappone sono entrate in stato di allerta dopo l’individuazione di alcune unità militari cinesi, tra le quali la portaerei Liaoning, nelle acque territoriali rivendicate sia da Tokyo sia da Pechino. Secondo il Ministero della Difesa giapponese si tratterebbe della nona “incursione” cinese da novembre.
Nel tentativo di frenare le rivendicazioni di Pechino nel Mar cinese meridionale, Tokyo ha negli ultimi anni rafforzato la cooperazione diplomatica e militare con le Filippine e il Vietnam, paesi coinvolti in altrettanti contenziosi con Pechino per il controllo di alcune aree. Nei mesi scorsi, inoltre, Tokyo ha tentato di stringere i rapporti con l’Indonesia che finora ha sempre cercato di porsi come mediatrice nei conflitti regionali.
Anche la Repubblica Popolare di Corea ha reagito negativamente all’aumento record delle spese militari da parte del Giappone, definendolo un «pericoloso errore che muterà in maniera netta il contesto di sicurezza regionale». «Il Giappone sta causando una grave crisi di sicurezza nella Penisola coreana e nell’Asia orientale, adottando una nuova strategia di sicurezza che ammette a tutti gli effetti l’attacco preventivo contro Paesi terzi» afferma una nota del Ministero degli Esteri di Pyongyang. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Il Giappone raddoppia le spese militari proviene da Pagine Esteri.
Il Giappone raddoppia le spese militari
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 22 dicembre 2022 – Non è la prima volta, negli ultimi anni, che il Giappone aumenta la spesa militare e decide di rafforzare il suo esercito, contravvenendo alle imposizioni “pacifiste” dettate dagli alleati – in particolare dagli Stati Uniti – dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
Spese militari al 2% del Pil
Questa volta, però, il governo di Fumio Kishida ha deciso l’aumento più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale delle spese per la Difesa, che passano nel 2023 da 5200 miliardi a 6500 miliardi di yen, l’equivalente di 47 miliardi di dollari.
Come se non bastasse, il boom della spesa militare aprirà la strada ad un aumento fino al 2% del Prodotto interno lordo, portandola al livello dei paesi della Nato, alleanza militare di cui pure il paese non fa parte.
Il premier punta infatti ad aumentare il bilancio della Difesa per gli anni che vanno dal 2023 al 2027 fino a 318 miliardi di dollari, con un raddoppio di fatto rispetto al quinquennio che si sta chiudendo. Poco importa che l’articolo 9 della Costituzione giapponese, analogamente a quanto previsto dall’articolo 11 della Magna Carta italiana, reciti che «Il popolo rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali».
Le opposizioni denunciano il carattere militarista della decisione e il pericolo che questa scateni un’ulteriore escalation con Pechino e Pyongyang, e sottolineano che l’aumento delle spese militari sottrae importanti risorse ad un paese già sottoposto ad una forte crisi fiscale e ad un indebitamento pubblico da record. L’approvazione dell’aumento delle spese per la Difesa è stata preceduta da una polemica interna al Partito Liberal Democratico – principale forza del governo insieme al Komeito – tra coloro che proponevano di utilizzare i titoli di stato per coprire le nuove spese e il premier che invece ha optato per un aumento delle tasse. La Legge Finanziaria include un aumento graduale della tassazione sulle imprese a partire dal 2024 e altri provvedimenti volti a reperire le necessarie risorse addizionali.
Manifestazione pacifista a Tokyo
Pronti a colpire la Cina
Il boom delle spese militari servirà a rafforzare le forze armate e a finanziare un piano di massiccio riarmo per sostenere la competizione militare nella regione dell’Indo-Pacifico. L’obiettivo del Giappone, affermano fonti del governo Kishida, è dotarsi di una forza convenzionale di deterrenza in grado di tenere testa alle ambizioni militari della Repubblica Popolare Cinese e di difendersi dalle minacce della Corea del Nord.
Tokyo intende aumentare significativamente la proiezione a lungo raggio della propria capacità militare, e a questo scopo ha deciso l’acquisto dagli Stati Uniti di alcune centinaia di Tomahawk; i missili da crociera statunitensi hanno infatti una gittata massima di 1600 km, che permetterebbe al Giappone di colpire obiettivi in territorio cinese in caso di conflitto.
L’esecutivo Kishida si è inoltre impegnato ad aumentare la gittata dei propri missili anti-nave, a sviluppare armi ipersoniche e a creare una forza speciale di auto-difesa contro i cyber-attacchi. Tokyo si è detta anche interessata a partecipare alla realizzazione dei caccia di sesta generazione Tempest, alla quale partecipano già la britannica BAE Systems e l’italiana Leonardo.
A spingere Tokyo ad adottare una politica di difesa più aggressiva, afferma il Washington Post, sarebbe stata anche l’invasione russa dell’Ucraina. «Il Giappone voleva limitare la sua spesa in materia di difesa ed evitare l’acquisto di sistemi d’arma d’attacco. Tuttavia, la situazione internazionale non ci consente di farlo» ha spiegato al quotidiano l’ex ambasciatore giapponese a Washington Ichiro Fujisaki.
Nella scia di Shinzo Abe
La realtà è che già durante il lungo governo del nazionalista Shinzo Abe, esponente della corrente più conservatrice del Partito Liberal Democratico (al governo quasi ininterrottamente dal 1955), Tokyo ha intrapreso il cammino verso una politica estera più aggressiva e militarista.
Prima del suo assassinio nel luglio scorso, Abe ha operato per centralizzare le politiche di sicurezza; ha riformato la Costituzione per affermare il cosiddetto “diritto all’autodifesa collettiva” del paese consentendo alle forze armate di intervenire in un conflitto non solo per difendere il Giappone ma anche un alleato contro un attacco esterno; infine, ha più volte aumentato gli stanziamenti per la Difesa fino a portare Tokyo al nono posto della classifica mondiale della spesa militare.
È anche vero, però, che l’invasione russa dell’Ucraina e i timori di un imminente attacco cinese a Taiwan hanno fatto aumentare il sostegno dell’opinione pubblica giapponese – tradizionalmente pacifista – al riarmo e alla creazione di un esercito forte e moderno.
All’inizio di dicembre una fonte del governo giapponese aveva già rivelato che l’esecutivo intende aumentare la presenza del proprio esercito nell’isola sudoccidentale di Okinawa “in previsione di un possibile scontro con la Cina su Taiwan». Il Ministro della Difesa Yasukazu Hamada prevede di portare a due il numero di reggimenti di fanteria di stanza sull’isola. Inoltre Tokyo prevede di triplicare le unità di difesa contro i missili balistici nelle Nansei, un arcipelago in parte contiguo a Taiwan, mentre le Forze di autodifesa aerea giapponesi sono state inviate per la prima volta nelle Filippine per partecipare a esercitazioni congiunte.
Il premier giapponese Fumio Kishida
Gli Usa plaudonoLa nuova versione della Strategia di sicurezza nazionale varata dal governo di Fumio Kishida – a lungo ministro degli Esteri nei governi di Shinzo Abe – definisce la Cina «una sfida strategica senza precedenti», allineandosi così alla visione di Washington.
Non stupisce quindi l’entusiasmo manifestato nei confronti della storica decisione da parte degli Stati Uniti, che nel paese del Sol Levante mantengono da sempre un sostanzioso contingente militare dislocato in diverse basi. Da tempo la Casa Bianca chiede a Tokyo un maggiore protagonismo militare nel Pacifico in funzione anti-cinese. L’ambasciatore di Washington a Tokyo, Rahm Emanuel, ha definito la misura «una pietra miliare epocale» nelle relazioni tra i due paesi, indispensabile per fare dell’Indo-Pacifico un «territorio libero e aperto». Per il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan, «L’obiettivo del Giappone di aumentare significativamente gli investimenti nella difesa rafforzerà e modernizzerà anche l’alleanza Usa-Giappone».
Pechino: “non siamo una minaccia”Di segno opposto, ovviamente, la reazione di Pechino. Il governo cinese ha infatti denunciato che Tokyo «accusa falsamente la Repubblica Popolare Cinese di ricattare il Giappone attraverso misure economiche coercitive e di intraprendere attività militari minacciose che destano grande preoccupazione nella comunità internazionale».
L’ambasciata cinese in Giappone ha affermato che la nuova Strategia di sicurezza di Tokyo viola numerose intese raggiunte negli ultimi anni tra i due governi e alimenta le tensioni regionali invece di promuovere la stabilizzazione e la pace. «La Cina ha sempre aderito alla strada dello sviluppo pacifico, ha perseguito una politica nazionale di natura difensiva e non ha mai istigato né partecipato a una corsa agli armamenti», ha affermato la sede diplomatica di Pechino, difendendo la posizione del proprio governo su Taiwan e sulle isole Senkaku, che la Cina considera parte del proprio territorio nazionale. L’ambasciata ha infine invitato il Giappone a non giustificare il proprio riarmo con la «teoria della minaccia cinese» e a scegliere la strada del consenso politico considerando i due Paesi come «partner e non come reciproche minacce».
Ma proprio nei giorni scorso le unità navali del Giappone sono entrate in stato di allerta dopo l’individuazione di alcune unità militari cinesi, tra le quali la portaerei Liaoning, nelle acque territoriali rivendicate sia da Tokyo sia da Pechino. Secondo il Ministero della Difesa giapponese si tratterebbe della nona “incursione” cinese da novembre.
Nel tentativo di frenare le rivendicazioni di Pechino nel Mar cinese meridionale, Tokyo ha negli ultimi anni rafforzato la cooperazione diplomatica e militare con le Filippine e il Vietnam, paesi coinvolti in altrettanti contenziosi con Pechino per il controllo di alcune aree. Nei mesi scorsi, inoltre, Tokyo ha tentato di stringere i rapporti con l’Indonesia che finora ha sempre cercato di porsi come mediatrice nei conflitti regionali.
Anche la Repubblica Popolare di Corea ha reagito negativamente all’aumento record delle spese militari da parte del Giappone, definendolo un «pericoloso errore che muterà in maniera netta il contesto di sicurezza regionale». «Il Giappone sta causando una grave crisi di sicurezza nella Penisola coreana e nell’Asia orientale, adottando una nuova strategia di sicurezza che ammette a tutti gli effetti l’attacco preventivo contro Paesi terzi» afferma una nota del Ministero degli Esteri di Pyongyang. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Il Giappone raddoppia le spese militari proviene da Pagine Esteri.
Il Battaglione Azov in visita in Israele «si purifica» a Masada
di Michele Giorgio*
Pagine Esteri, 22 dicembre 2022 – Accusati di antisemitismo e di essere neonazisti, eppure accolti con calore in Israele. Militari del famigerato Battaglione Azov, oggi chiamato Reggimento Azov, sono giunti la scorsa settimana, assieme a una delegazione ucraina, a Gerusalemme dove hanno incontrato tra gli altri ufficiali riservisti delle forze armate israeliane. Scopo del viaggio, di cui si è appreso solo due giorni fa da articoli apparsi su alcuni giornali locali, è stato quello di discutere con gli interlocutori israeliani dell’andamento della guerra con la Russia e di smentire quanto si dice a proposito dei sentimenti razzisti dei combattenti dell’Azov.
Sabato la delegazione ucraina è andata nell’area del Mar Morto dove ha visitato il sito archeologico di Masada, la cittadella dove l’esercito romano nel 73, al termine della prima guerra giudaica, mise sotto assedio un gruppo di ribelli zeloti arroccati in una fortezza. Alla fine, i Romani riuscirono ad espugnarla trovandovi i cadaveri di quasi tutti gli assediati che si erano suicidati in massa. Un luogo che, stando a ciò che riferiscono i media israeliani, ha ispirato la guida della delegazione, Ilya Samoilenko, uno degli ufficiali dell’Azov che si sono barricati mesi fa nelle acciaierie dell’Azovstal, al punto da spingerlo a paragonare la difesa di Mariupol dall’attacco russo a quella di Masada contro i Romani. «Quando oggi in Israele si parla della difesa di Mariupol, gli israeliani, comprendendo prima di tutto le differenze militari tra la guerra di 2000 anni fa e oggi, ripetono costantemente: Mariupol è la tua Masada», ha proclamato, attraverso un portavoce, Samoilenko, accompagnato in Israele da Yuliya Fedosyuk, dell’Associazione delle famiglie dei difensori dell’Azovstal. In Israele Samoilenko ha lungamente parlato dei soldati ucraini che hanno combattuto al suo fianco e che sono detenuti in Russia.
Il Reggimento Azov oggi afferma di essere diverso dal Battaglione Azov e di aver congedato i neonazisti che ne facevano parte. Proprio Samoilenko, durante l’assedio dell’Azovstal, descrisse in un’intervista le accuse secondo cui il reggimento è neonazista parte della «propaganda russa». L’Azov, disse, «è cambiato. Ha epurato il suo oscuro passato. L’unico radicalismo che abbracciamo è la nostra volontà di difendere l’Ucraina». A sostegno delle sue affermazioni la stampa israeliana, evidentemente imbarazzata da una visita tanto ingombrante, ha pubblicato un fiume di dichiarazioni di analisti ed esperti, locali e internazionali, che si affannano a confermare il «cambiamento radicale» avvenuto nell’Azov nel passaggio da Battaglione a Reggimento. I lupi in sostanza sarebbero diventati agnelli, semplici patrioti che combattono agli ordini della Guardia Nazionale dell’Ucraina e bravi padri di famiglia. I dubbi invece restano forti ed è ancora vivo il ricordo di crimini compiuti nel 2013-14 dal Battaglione Azov durante le violenze e spargimenti di sangue che aprirono la strada al colpo di stato contro il presidente filorusso Viktor Yanukovich.
Il suprematista ucraino Andriy Biletsky a colloquio con due miliziani dell’Azov
In rete circolano articoli e notizie, di cui non è possibile verificare il fondamento, di vendite avvenute negli anni passati di fucili Tavor israeliani agli uomini dell’Azov ritenuti dall’Onu e dai centri per i diritti umani responsabili di crimini di guerra nel Donbass tra cui torture, violenze sessuali e attacchi contro abitazioni civili. Uno dei fondatori dell’Azov, è stato un deputato nel parlamento ucraino. Sostiene la necessità di «ripristinare l’onore della razza bianca» e ha proposto leggi che vietano il «mescolamento razziale». Pagine Esteri
*Questo articolo è stato pubblicato in origine sul quotidiano Il Manifesto
L'articolo Il Battaglione Azov in visita in Israele «si purifica» a Masada proviene da Pagine Esteri.
Il Battaglione Azov in visita in Israele «si purifica» a Masada
di Michele Giorgio*
Pagine Esteri, 22 dicembre 2022 – Accusati di antisemitismo e di essere neonazisti, eppure accolti con calore in Israele. Militari del famigerato Battaglione Azov, oggi chiamato Reggimento Azov, sono giunti la scorsa settimana, assieme a una delegazione ucraina, a Gerusalemme dove hanno incontrato tra gli altri ufficiali riservisti delle forze armate israeliane. Scopo del viaggio, di cui si è appreso solo due giorni fa da articoli apparsi su alcuni giornali locali, è stato quello di discutere con gli interlocutori israeliani dell’andamento della guerra con la Russia e di smentire quanto si dice a proposito dei sentimenti razzisti dei combattenti dell’Azov.
Sabato la delegazione ucraina è andata nell’area del Mar Morto dove ha visitato il sito archeologico di Masada, la cittadella dove l’esercito romano nel 73, al termine della prima guerra giudaica, mise sotto assedio un gruppo di ribelli zeloti arroccati in una fortezza. Alla fine, i Romani riuscirono ad espugnarla trovandovi i cadaveri di quasi tutti gli assediati che si erano suicidati in massa. Un luogo che, stando a ciò che riferiscono i media israeliani, ha ispirato la guida della delegazione, Ilya Samoilenko, uno degli ufficiali dell’Azov che si sono barricati mesi fa nelle acciaierie dell’Azovstal, al punto da spingerlo a paragonare la difesa di Mariupol dall’attacco russo a quella di Masada contro i Romani. «Quando oggi in Israele si parla della difesa di Mariupol, gli israeliani, comprendendo prima di tutto le differenze militari tra la guerra di 2000 anni fa e oggi, ripetono costantemente: Mariupol è la tua Masada», ha proclamato, attraverso un portavoce, Samoilenko, accompagnato in Israele da Yuliya Fedosyuk, dell’Associazione delle famiglie dei difensori dell’Azovstal. In Israele Samoilenko ha lungamente parlato dei soldati ucraini che hanno combattuto al suo fianco e che sono detenuti in Russia.
Il Reggimento Azov oggi afferma di essere diverso dal Battaglione Azov e di aver congedato i neonazisti che ne facevano parte. Proprio Samoilenko, durante l’assedio dell’Azovstal, descrisse in un’intervista le accuse secondo cui il reggimento è neonazista parte della «propaganda russa». L’Azov, disse, «è cambiato. Ha epurato il suo oscuro passato. L’unico radicalismo che abbracciamo è la nostra volontà di difendere l’Ucraina». A sostegno delle sue affermazioni la stampa israeliana, evidentemente imbarazzata da una visita tanto ingombrante, ha pubblicato un fiume di dichiarazioni di analisti ed esperti, locali e internazionali, che si affannano a confermare il «cambiamento radicale» avvenuto nell’Azov nel passaggio da Battaglione a Reggimento. I lupi in sostanza sarebbero diventati agnelli, semplici patrioti che combattono agli ordini della Guardia Nazionale dell’Ucraina e bravi padri di famiglia. I dubbi invece restano forti ed è ancora vivo il ricordo di crimini compiuti nel 2013-14 dal Battaglione Azov durante le violenze e spargimenti di sangue che aprirono la strada al colpo di stato contro il presidente filorusso Viktor Yanukovich.
Il suprematista ucraino Andriy Biletsky a colloquio con due miliziani dell’Azov
In rete circolano articoli e notizie, di cui non è possibile verificare il fondamento, di vendite avvenute negli anni passati di fucili Tavor israeliani agli uomini dell’Azov ritenuti dall’Onu e dai centri per i diritti umani responsabili di crimini di guerra nel Donbass tra cui torture, violenze sessuali e attacchi contro abitazioni civili. Uno dei fondatori dell’Azov, è stato un deputato nel parlamento ucraino. Sostiene la necessità di «ripristinare l’onore della razza bianca» e ha proposto leggi che vietano il «mescolamento razziale». Pagine Esteri
*Questo articolo è stato pubblicato in origine sul quotidiano Il Manifesto
L'articolo Il Battaglione Azov in visita in Israele «si purifica» a Masada proviene da Pagine Esteri.
SONDAGGIO. Senza negoziati né diritti, i palestinesi «votano» per la lotta armata
di Michele Giorgio –
Pagine Esteri, 17 dicembre 2022 – Scorrendo i risultati del sondaggio appena pubblicato dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr), il sociologo Khalil Shikaki non esita a parlare di un «cambiamento radicale avvenuto in pochi mesi» nell’opinione pubblica palestinese, in particolare in Cisgiordania. Il dato che più di altri balza all’occhio è quello dell’aumento netto, rispetto al sondaggio precedente, del sostegno alla lotta armata contro l’occupazione israeliana. «Il 72% dei 1.200 intervistati si è detto favorevole alla nascita di gruppi armati simili alla Fossa dei Leoni», dice Shikaki riferendosi all’organizzazione che ha la sua roccaforte nella casbah di Nablus e che riunisce militanti di diversi orientamenti politici.
Una crescita che Shikaki vede come conseguenza anche dell’escalation in Cisgiordania dove si ripetono, quasi con frequenza quotidiana, i raid dell’esercito israeliano. Il bilancio provvisorio di palestinesi uccisi nel 2022 è di 166, tra i quali donne e minori. Di pari passo, sottolinea il sociologo, «Stiamo assistendo a un calo evidente nella percentuale di coloro che appoggiano la soluzione a due Stati (Israele e Palestina), data l’assenza di negoziati diplomatici». Il sostegno a una risoluzione negoziata del conflitto è ora al 32%. Un decennio fa il supporto si attestava al 55%.
Il sondaggio ha solo rivelato in cifre ciò che è palpabile nelle strade della Cisgiordania. L’assenza di qualsiasi prospettiva di una soluzione politica all’occupazione cominciata nel 1967 e l’intensificarsi della campagna militare israeliana, sembrano aver convinto un numero crescente di palestinesi, soprattutto quelli più giovani, che l’unica opzione sia quella armata.
Nel frattempo, gran parte della popolazione perde fiducia nell’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen. L’87% degli intervistati ha detto ai ricercatori del Pcpsr che l’Anp non ha il diritto di arrestare i membri dei gruppi armati per impedire gli attacchi all’esercito israeliano. Il 79% si è anche detto contrario alla resa dei combattenti e alla consegna delle loro armi all’Anp.
L’emblema del gruppo armato di Nablus “Fossa dei Leoni”
Questi numeri assumono una rilevanza maggiore se si tiene conto che la classe media palestinese – formata in prevalenza da impiegati dell’Anp, da imprenditori e professionisti – è stata negli ultimi venti anni in buona parte contraria non solo alla lotta armata ma anche riluttante ad appoggiare una nuova Intifada popolare contro l’occupazione poiché avrebbe messo in discussione il suo status. Una posizione che, spiegano gli analisti palestinesi, è mutata di fronte alla insostenibilità dell’occupazione che dura da 55 anni.
Gli imprenditori, piccoli e grandi, solo per fare un esempio, incontrano difficoltà crescenti a operare negli stretti margini consentiti da regole e procedure imposte dall’Amministrazione Civile (Ac) israeliana, che per conto delle forze armate è responsabile della gestione della vita quotidiana di milioni di palestinesi, a eccezione delle competenze specifiche dell’Anp di Abu Mazen. L’Ac, attraverso la concessione di permessi di lavoro in Israele a 140mila manovali palestinesi, ha reso dipendente dallo Stato ebraico una quota significativa di famiglie cisgiordane, pur migliorando le loro condizioni di vita. Allo stesso tempo, non ha fatto nulla per tutte le altre.
I palestinesi, dall’operaio all’imprenditore, sono soggetti ogni giorno all’ottenimento di permessi, autorizzazioni e altro ancora dagli occupanti mentre, talvolta a poche centinaia di metri dalle loro abitazioni, i coloni israeliani godono di libertà di movimento e pieni diritti. Anche questi aspetti si riflettono nei risultati del sondaggio del Pcpsr.
E i palestinesi si attendono un peggioramento del quadro generale quando entreranno in carica i ministri, nonché leader della destra ultranazionalista, del nuovo governo israeliano. Il 61% degli intervistati pensa che l’esecutivo guidato da Benyamin Netanyahu sarà più estremista, il 64% si aspetta che il prossimo governo espellerà le famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, il 68% che evacuerà con la forza i beduini palestinesi di Khan al-Ahmar e il 58% che cambierà lo status quo alla moschea Al-Aqsa. Previsioni certo non infondate. Pagine Esteri
L'articolo SONDAGGIO. Senza negoziati né diritti, i palestinesi «votano» per la lotta armata proviene da Pagine Esteri.
SONDAGGIO. Senza negoziati né diritti, i palestinesi «votano» per la lotta armata
di Michele Giorgio –
Pagine Esteri, 17 dicembre 2022 – Scorrendo i risultati del sondaggio appena pubblicato dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr), il sociologo Khalil Shikaki non esita a parlare di un «cambiamento radicale avvenuto in pochi mesi» nell’opinione pubblica palestinese, in particolare in Cisgiordania. Il dato che più di altri balza all’occhio è quello dell’aumento netto, rispetto al sondaggio precedente, del sostegno alla lotta armata contro l’occupazione israeliana. «Il 72% dei 1.200 intervistati si è detto favorevole alla nascita di gruppi armati simili alla Fossa dei Leoni», dice Shikaki riferendosi all’organizzazione che ha la sua roccaforte nella casbah di Nablus e che riunisce militanti di diversi orientamenti politici.
Una crescita che Shikaki vede come conseguenza anche dell’escalation in Cisgiordania dove si ripetono, quasi con frequenza quotidiana, i raid dell’esercito israeliano. Il bilancio provvisorio di palestinesi uccisi nel 2022 è di 166, tra i quali donne e minori. Di pari passo, sottolinea il sociologo, «Stiamo assistendo a un calo evidente nella percentuale di coloro che appoggiano la soluzione a due Stati (Israele e Palestina), data l’assenza di negoziati diplomatici». Il sostegno a una risoluzione negoziata del conflitto è ora al 32%. Un decennio fa il supporto si attestava al 55%.
Il sondaggio ha solo rivelato in cifre ciò che è palpabile nelle strade della Cisgiordania. L’assenza di qualsiasi prospettiva di una soluzione politica all’occupazione cominciata nel 1967 e l’intensificarsi della campagna militare israeliana, sembrano aver convinto un numero crescente di palestinesi, soprattutto quelli più giovani, che l’unica opzione sia quella armata.
Nel frattempo, gran parte della popolazione perde fiducia nell’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen. L’87% degli intervistati ha detto ai ricercatori del Pcpsr che l’Anp non ha il diritto di arrestare i membri dei gruppi armati per impedire gli attacchi all’esercito israeliano. Il 79% si è anche detto contrario alla resa dei combattenti e alla consegna delle loro armi all’Anp.
L’emblema del gruppo armato di Nablus “Fossa dei Leoni”
Questi numeri assumono una rilevanza maggiore se si tiene conto che la classe media palestinese – formata in prevalenza da impiegati dell’Anp, da imprenditori e professionisti – è stata negli ultimi venti anni in buona parte contraria non solo alla lotta armata ma anche riluttante ad appoggiare una nuova Intifada popolare contro l’occupazione poiché avrebbe messo in discussione il suo status. Una posizione che, spiegano gli analisti palestinesi, è mutata di fronte alla insostenibilità dell’occupazione che dura da 55 anni.
Gli imprenditori, piccoli e grandi, solo per fare un esempio, incontrano difficoltà crescenti a operare negli stretti margini consentiti da regole e procedure imposte dall’Amministrazione Civile (Ac) israeliana, che per conto delle forze armate è responsabile della gestione della vita quotidiana di milioni di palestinesi, a eccezione delle competenze specifiche dell’Anp di Abu Mazen. L’Ac, attraverso la concessione di permessi di lavoro in Israele a 140mila manovali palestinesi, ha reso dipendente dallo Stato ebraico una quota significativa di famiglie cisgiordane, pur migliorando le loro condizioni di vita. Allo stesso tempo, non ha fatto nulla per tutte le altre.
I palestinesi, dall’operaio all’imprenditore, sono soggetti ogni giorno all’ottenimento di permessi, autorizzazioni e altro ancora dagli occupanti mentre, talvolta a poche centinaia di metri dalle loro abitazioni, i coloni israeliani godono di libertà di movimento e pieni diritti. Anche questi aspetti si riflettono nei risultati del sondaggio del Pcpsr.
E i palestinesi si attendono un peggioramento del quadro generale quando entreranno in carica i ministri, nonché leader della destra ultranazionalista, del nuovo governo israeliano. Il 61% degli intervistati pensa che l’esecutivo guidato da Benyamin Netanyahu sarà più estremista, il 64% si aspetta che il prossimo governo espellerà le famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, il 68% che evacuerà con la forza i beduini palestinesi di Khan al-Ahmar e il 58% che cambierà lo status quo alla moschea Al-Aqsa. Previsioni certo non infondate. Pagine Esteri
L'articolo SONDAGGIO. Senza negoziati né diritti, i palestinesi «votano» per la lotta armata proviene da Pagine Esteri.
SONDAGGIO. Senza negoziati né diritti, i palestinesi «votano» per la lotta armata
di Michele Giorgio –
Pagine Esteri, 17 dicembre 2022 – Scorrendo i risultati del sondaggio appena pubblicato dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr), il sociologo Khalil Shikaki non esita a parlare di un «cambiamento radicale avvenuto in pochi mesi» nell’opinione pubblica palestinese, in particolare in Cisgiordania. Il dato che più di altri balza all’occhio è quello dell’aumento netto, rispetto al sondaggio precedente, del sostegno alla lotta armata contro l’occupazione israeliana. «Il 72% dei 1.200 intervistati si è detto favorevole alla nascita di gruppi armati simili alla Fossa dei Leoni», dice Shikaki riferendosi all’organizzazione che ha la sua roccaforte nella casbah di Nablus e che riunisce militanti di diversi orientamenti politici.
Una crescita che Shikaki vede come conseguenza anche dell’escalation in Cisgiordania dove si ripetono, quasi con frequenza quotidiana, i raid dell’esercito israeliano. Il bilancio provvisorio di palestinesi uccisi nel 2022 è di 166, tra i quali donne e minori. Di pari passo, sottolinea il sociologo, «Stiamo assistendo a un calo evidente nella percentuale di coloro che appoggiano la soluzione a due Stati (Israele e Palestina), data l’assenza di negoziati diplomatici». Il sostegno a una risoluzione negoziata del conflitto è ora al 32%. Un decennio fa il supporto si attestava al 55%.
Il sondaggio ha solo rivelato in cifre ciò che è palpabile nelle strade della Cisgiordania. L’assenza di qualsiasi prospettiva di una soluzione politica all’occupazione cominciata nel 1967 e l’intensificarsi della campagna militare israeliana, sembrano aver convinto un numero crescente di palestinesi, soprattutto quelli più giovani, che l’unica opzione sia quella armata.
Nel frattempo, gran parte della popolazione perde fiducia nell’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen. L’87% degli intervistati ha detto ai ricercatori del Pcpsr che l’Anp non ha il diritto di arrestare i membri dei gruppi armati per impedire gli attacchi all’esercito israeliano. Il 79% si è anche detto contrario alla resa dei combattenti e alla consegna delle loro armi all’Anp.
L’emblema del gruppo armato di Nablus “Fossa dei Leoni”
Questi numeri assumono una rilevanza maggiore se si tiene conto che la classe media palestinese – formata in prevalenza da impiegati dell’Anp, da imprenditori e professionisti – è stata negli ultimi venti anni in buona parte contraria non solo alla lotta armata ma anche riluttante ad appoggiare una nuova Intifada popolare contro l’occupazione poiché avrebbe messo in discussione il suo status. Una posizione che, spiegano gli analisti palestinesi, è mutata di fronte alla insostenibilità dell’occupazione che dura da 55 anni.
Gli imprenditori, piccoli e grandi, solo per fare un esempio, incontrano difficoltà crescenti a operare negli stretti margini consentiti da regole e procedure imposte dall’Amministrazione Civile (Ac) israeliana, che per conto delle forze armate è responsabile della gestione della vita quotidiana di milioni di palestinesi, a eccezione delle competenze specifiche dell’Anp di Abu Mazen. L’Ac, attraverso la concessione di permessi di lavoro in Israele a 140mila manovali palestinesi, ha reso dipendente dallo Stato ebraico una quota significativa di famiglie cisgiordane, pur migliorando le loro condizioni di vita. Allo stesso tempo, non ha fatto nulla per tutte le altre.
I palestinesi, dall’operaio all’imprenditore, sono soggetti ogni giorno all’ottenimento di permessi, autorizzazioni e altro ancora dagli occupanti mentre, talvolta a poche centinaia di metri dalle loro abitazioni, i coloni israeliani godono di libertà di movimento e pieni diritti. Anche questi aspetti si riflettono nei risultati del sondaggio del Pcpsr.
E i palestinesi si attendono un peggioramento del quadro generale quando entreranno in carica i ministri, nonché leader della destra ultranazionalista, del nuovo governo israeliano. Il 61% degli intervistati pensa che l’esecutivo guidato da Benyamin Netanyahu sarà più estremista, il 64% si aspetta che il prossimo governo espellerà le famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, il 68% che evacuerà con la forza i beduini palestinesi di Khan al-Ahmar e il 58% che cambierà lo status quo alla moschea Al-Aqsa. Previsioni certo non infondate. Pagine Esteri
L'articolo SONDAGGIO. Senza negoziati né diritti, i palestinesi «votano» per la lotta armata proviene da Pagine Esteri.
PERÙ. Castillo rimarrà in carcere per 18 mesi. Sale il numero dei manifestanti uccisi
di Eliana Riva –
Pagine Esteri, 16 dicembre 2022 – L’ex presidente del Perù Pedro Castillo, maestro elementare e dirigente sindacale, sorpresa delle elezioni del 2021 in Perù, rimarrà in prigione per 18 mesi come misura di carcerazione preventiva. La decisione è stata presa oggi (alle 20.00 in Perù) dal giudice supremo Juan Carlos Checkley, che ha giudicato gravi le misure annunciate dallo stesso Castillo il 7 dicembre scorso. Il presidente-maestro, in un discorso alla nazione aveva denunciato tentativi di golpe da parte delle destre e, per questo motivo, aveva dichiarato di voler sciogliere il parlamento e dar vita subito ad un processo di riforma costituzionale.
I suoi avvocati hanno immediatamente presentato ricorso ma Castillo rimane imputato dei reati di ribellione, associazione a delinquere e alterazione della quiete pubblica. La difesa, curata da Torres Vásquez, dichiara insensata l’accusa di ribellione dal momento che non ci sono state azioni violente di alcun tipo, organizzate da Castillo o dai suoi sostenitori.
Manifestazioni pro-Castillo nella regione di Ayacucho
Ma la decisione del giudice supremo ha gettato benzina sul fuoco delle manifestazioni che si stanno tenendo da giorni ormai in varie città del Perù. La situazione diventa ora dopo ora più drammatica, aumenta la violenza della repressione delle forze dell’ordine e cresce il numero dei manifestanti uccisi dalla polizia, al momento 18. I manifestanti chiedono la scarcerazione di Pedro Castillo e la convocazione di una nuova assemblea costituente.
Ad Ayacucho si sono tenuti, nelle ultime ore, gli scontri più violenti, con 7 manifestanti uccisi e 52 feriti. Il governo regionale ha accusato la premier Dina Boluarte, che ha preso il posto di Castillo dopo la mozione di sfiducia da parte del parlamento, di essere la responsabile, insieme ai ministri della difesa e dell’interno, delle uccisioni tra i manifestanti. Lo stesso governatore ha chiesto alla presidente di ordinare alla polizia di interrompere l’utilizzo di armi da fuoco contro chi protesta. Ma il governo ha, al contrario, dichiarato lo Stato di Emergenza nelle regioni più coinvolte dalle manifestazioni. La detenzione preventiva terrà l’ex presidente in carcere fino a giugno 2024. Così ha deciso il giudice supremo. Si aggrava il bilancio degli scontri tra polizia e manifestanti pro-Castillo
L'articolo PERÙ. Castillo rimarrà in carcere per 18 mesi. Sale il numero dei manifestanti uccisi proviene da Pagine Esteri.
In Ucraina la Russia è “condannata a vincere”
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 16 dicembre 2022 – La guerra in Ucraina sta per entrare nel decimo mese ma i combattimenti sembrano tutt’altro che vicini alla conclusione.
Il fronte occidentale continua a sostenere politicamente, economicamente e militarmente Kiev affermando di mirare – come d’altronde ripete quotidianamente Volodymyr Zelensky – alla definitiva sconfitta della Federazione Russa e al completo ritiro delle sue truppe da tutto il territorio ucraino.
La Russia non può perdere
Ma la verità – e lo sanno bene le cancellerie dei paesi aderenti al Patto Atlantico – è che la Russia non può perdere, perché un passo falso in Ucraina potrebbe segnare la fine del potere di Vladimir Putin e gravi conseguenze per la Federazione.
Nei giorni scorsi Zelensky ha affermato che «se morisse Putin la guerra finirebbe», ma non è affatto scontato. Certo, a Mosca potrebbe prevalere la corrente pragmatica dell’establishment, cosciente dei limiti oggettivi della macchina militare e dell’economia russa e magari incline a cercare una ricomposizione con la Nato, alla quale del resto la Russia si era fortemente avvicinata a metà degli anni ’90 del secolo scorso (ai tempi della “Partnership for Peace”), prima che Washington la escludesse e iniziasse l’assedio.
Il contesto internazionale attuale, però, non sembra certo evolvere verso una ricomposizione tra i vari poli della competizione globale tra potenze e blocchi geopolitici. La sconfitta del più consistente tentativo finora intrapreso da Mosca di riprendersi un pezzo importante dello spazio territoriale e geopolitico occupato prima dall’impero russo e poi dall’Urss, costituirebbe un grave shock non solo per l’attuale dirigenza russa ma soprattutto per le correnti ancora più radicali dello scenario politico russo, nel quale nazionalismo e sciovinismo prendono sempre più piede.
In caso di fallimento, è proprio da questi ambienti radicali che dovrebbe difendersi Putin, la cui caduta potrebbe innescare un’ulteriore escalation da parte della Russia nello strenuo tentativo di evitare un possibile collasso in uno scontro con la Nato sempre più diretto, per quanto per ora combattuto sul suolo ucraino. Le difficoltà di Mosca stanno già creando scompiglio negli “stan” dell’Asia Centrale, dove i vari regimi cercano di limitare la tradizionale influenza russa rafforzando le relazioni economiche e militari con la Cina, la Turchia e i paesi occidentali.
Qual è l’obiettivo di Mosca?
Non è affatto chiaro, però, cosa Putin consideri sufficiente per dichiararsi vincitore. Nelle prime settimane dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, sembrava che la cosiddetta “operazione militare speciale” puntasse non solo alla conquista del maggior numero di territori possibile ma anche a imporre a Kiev un governo fantoccio o comunque incline ad una trattativa impari con Mosca.
Poi, fallita la presa di Kiev e la decapitazione della leadership ucraina, la strategia del Cremlino sembrava mirare a occupare quantomeno tutta l’Ucraina sud-orientale per conquistare una stabile continuità territoriale con la Crimea e assimilare la maggior parte dei territori abitati dai russofoni, appropriandosi oltretutto delle zone più ricche di risorse naturali e infrastrutture industriali.
Nelle ultime settimane, invece, la strategia di Mosca sembra essere ulteriormente mutata: ora sembra che Putin miri a tenersi almeno alcuni dei territori annessi dopo aver deciso di abbandonare Kherson e le zone sulla sponda destra del fiume Dnipro, la cui difesa sarebbe costata un prezzo eccessivo, puntando nel contempo a fiaccare l’Ucraina per obbligare la sua la leadership a trattare.
Mosca martella città e infrastrutture
A questo mirano gli incessanti e implacabili bombardamenti, con droni e missili, delle infrastrutture civili (soprattutto centrali elettriche e sistemi idrici) e delle città ucraine realizzati dalle forze russe guidate da ottobre dal generale Sergej Surovikin.
Anche se Putin ha avvisato che i bombardamenti delle infrastrutture nevralgiche ucraine continueranno “in risposta” al sabotaggio del ponte di Kerč’ da parte di Kiev, appare evidente che Mosca intende piegare la popolazione civile lasciandola al buio, al freddo e senz’acqua durante il lungo e duro inverno ucraino.
Il premier ucraino Denys Smyhal ha avvisato che se gli attacchi ai sistemi elettrici ed idrici continueranno, il Pil del paese potrebbe crollare quest’anno del 50%.
Una relativa pausa invernale dei combattimenti a terra, inoltre, è utile a Mosca anche per addestrare ed inviare al fronte forze fresche, mobilitate in autunno, e riorganizzarsi logisticamente.
Usa e Ue aumentano aiuti e forniture militari
Per tentare di impedire il collasso dell’Ucraina l’Unione Europea si è impegnata a fornire a Kiev, nel corso del 2023, un pacchetto di aiuti pari a 18 miliardi, superando il veto del governo ungherese minacciato da Bruxelles del blocco dei fondi europei.
Dopo aver a lungo tentennato, invece, Washington sembra intenzionata ad inviare alcune batterie di Patriot a Kiev per migliorare la difesa antiaerea ucraina almeno sulla capitale del paese. Fornendo i Patriot, in grado di individuare e distruggere aerei e missili nemici anche a notevole distanza (ma non i droni), gli Stati Uniti sperano di diminuire l’intensità dei bombardamenti russi e dare un po’ di respiro a Kiev.
La formazione del personale in grado di utilizzare questo scudo antiaereo, però, è una procedura che richiede mesi; Mosca teme quindi che la Nato decida di far gestire inizialmente i Patriot al proprio personale militare, il che aumenterebbe ulteriormente il grado coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nel conflitto in corso.
Proprio nei giorni scorsi, d’altronde, il tenente generale Robert Magowan, ex comandante dei Royal Marine di Londra, ha ammesso esplicitamente che alcune unità d’élite della marina britannica hanno partecipato a missioni «ad alto rischio politico e militare» e ad «operazioni segrete» sul suolo ucraino.
Gli Usa – che in totale hanno finora fornito all’Ucraina 19,3 miliardi di aiuti militari – hanno già inviato a Kiev alcuni missili HIMARS, imponendo però agli ucraini di utilizzarli solo per colpire le forze di Mosca sul suolo del paese invaso e non oltre il confine russo.
All’inizio di dicembre, comunque, Kiev ha deciso di bombardare, con droni dell’epoca sovietica potenziati, le basi russe di Ryazan ed Engels e un impianto petrolifero vicino a Kursk, centinaia di chilometri oltre il confine. Se gli attacchi hanno avuto un innegabile effetto psicologico sia in patria sia oltreconfine, la sortita non ha certo inciso sugli equilibri bellici. Mosca ha infatti risposto con massicci bombardamenti lanciando missili di ultima generazione realizzati negli ultimi mesi nonostante l’embargo alla quale la Russia è sottoposta da parte di Usa ed Ue.
La guerra sarà lunga
Da parte sua la Nato continua a inviare segnali contraddittori. Da una parte frena, tendenzialmente, gli impeti ucraini nel timore che Mosca si convinca ad usare tutti i mezzi a sua disposizione alzando il livello dell’asticella. D’altra parte, però, l’Alleanza Atlantica non ha nessun interesse ad un cessate il fuoco che concederebbe ossigeno a Mosca e potrebbe fomentare le contraddizioni interatlantiche tra Bruxelles – fortemente penalizzata dalla polarizzazione dello scenario mondiale sia sul fronte economico che militare – e Washington e Londra – che invece se ne avvantaggiano.
La Nato sembra puntare ad un lungo conflitto nella speranza non che Kiev cacci definitivamente i russi dal proprio territorio – possibilità alquanto remota – ma che la continuazione dei combattimenti sfianchi a lungo andare la Russia causando una crisi che ridimensioni fortemente le aspirazioni geopolitiche di Mosca.
Parlando al “Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani” Putin ha avvisato il popolo russo che la guerra in Ucraina sarà lunga e che sussiste il pericolo che si trasformi in un conflitto nucleare, anche se nessuna delle parti ammette di poter utilizzare per prima l’opzione atomica. Il presidente russo ha però vantato alcuni risultati positivi, come «l’acquisizione di nuovi territori» e il fatto che «il Mar d’Azov è diventato un mare interno della Russia».
Anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha ammesso che la guerra sarà lunga, insistendo sul fatto che sarà il campo di battaglia a decidere dove e quando si terranno eventuali colloqui di pace, escludendo quindi una trattativa con Mosca. Una trattativa che in realtà esiste già, per quanto dietro i riflettori, come dimostra il recente scambio tra un’atleta statunitense arrestata in Russia per traffico di stupefacenti e Viktor Bout, un ex ufficiale dell’aeronautica sovietica arrestato dagli Usa perché accusato di trafficare armi. A rivelare i contatti tra Russia e USA anche le reazioni infastidite e preoccupate di Kiev dei giorni scorsi; evidentemente gli ucraini temono un accordo tra le potenze nucleari che li bypassi.
Il Donbass sempre più martoriato
Paradossalmente, sia Putin che Stoltenberg hanno convenuto su un fatto che spesso l’informazione e la politica tendono a dimenticare: la guerra in corso non è iniziata il 24 febbraio scorso ma nel 2014, quando con il sostegno della Nato le correnti nazionaliste e scioviniste ucraine presero il potere a Kiev lanciando una “operazione militare speciale” contro le popolazioni russofone del Donbass che si opponevano al nuovo regime, a loro volta sostenute da Mosca che decise di annettersi la Crimea.
Il Donbass rimane il territorio più martoriato nei combattimenti, con le forze russe impegnate da settimane a tentare di strappare a Kiev la città di Bakhmut, strategica per l’eventuale conquista di centri come Kramatorsk, Slovjansk, Lyman e Izium.
Nelle ultime ore sembrerebbe che le forze di Mosca stiano avendo la meglio e stiano lentamente avanzando, dopo che negli ultimi due mesi non si sono registrati cambiamenti significativi della linea del fronte. Dal canto loro, le autorità dell’ormai ex Repubblica Popolare di Donetsk denunciano i più massicci bombardamenti dal 2014, che stanno riducendo le città in macerie e terrorizzando quella parte della popolazione che ha deciso di non evaquare in Russia. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo In Ucraina la Russia è “condannata a vincere” proviene da Pagine Esteri.
In Ucraina la Russia è “condannata a vincere”
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 16 dicembre 2022 – La guerra in Ucraina sta per entrare nel decimo mese ma i combattimenti sembrano tutt’altro che vicini alla conclusione.
Il fronte occidentale continua a sostenere politicamente, economicamente e militarmente Kiev affermando di mirare – come d’altronde ripete quotidianamente Volodymyr Zelensky – alla definitiva sconfitta della Federazione Russa e al completo ritiro delle sue truppe da tutto il territorio ucraino.
La Russia non può perdere
Ma la verità – e lo sanno bene le cancellerie dei paesi aderenti al Patto Atlantico – è che la Russia non può perdere, perché un passo falso in Ucraina potrebbe segnare la fine del potere di Vladimir Putin e gravi conseguenze per la Federazione.
Nei giorni scorsi Zelensky ha affermato che «se morisse Putin la guerra finirebbe», ma non è affatto scontato. Certo, a Mosca potrebbe prevalere la corrente pragmatica dell’establishment, cosciente dei limiti oggettivi della macchina militare e dell’economia russa e magari incline a cercare una ricomposizione con la Nato, alla quale del resto la Russia si era fortemente avvicinata a metà degli anni ’90 del secolo scorso (ai tempi della “Partnership for Peace”), prima che Washington la escludesse e iniziasse l’assedio.
Il contesto internazionale attuale, però, non sembra certo evolvere verso una ricomposizione tra i vari poli della competizione globale tra potenze e blocchi geopolitici. La sconfitta del più consistente tentativo finora intrapreso da Mosca di riprendersi un pezzo importante dello spazio territoriale e geopolitico occupato prima dall’impero russo e poi dall’Urss, costituirebbe un grave shock non solo per l’attuale dirigenza russa ma soprattutto per le correnti ancora più radicali dello scenario politico russo, nel quale nazionalismo e sciovinismo prendono sempre più piede.
In caso di fallimento, è proprio da questi ambienti radicali che dovrebbe difendersi Putin, la cui caduta potrebbe innescare un’ulteriore escalation da parte della Russia nello strenuo tentativo di evitare un possibile collasso in uno scontro con la Nato sempre più diretto, per quanto per ora combattuto sul suolo ucraino. Le difficoltà di Mosca stanno già creando scompiglio negli “stan” dell’Asia Centrale, dove i vari regimi cercano di limitare la tradizionale influenza russa rafforzando le relazioni economiche e militari con la Cina, la Turchia e i paesi occidentali.
Qual è l’obiettivo di Mosca?
Non è affatto chiaro, però, cosa Putin consideri sufficiente per dichiararsi vincitore. Nelle prime settimane dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, sembrava che la cosiddetta “operazione militare speciale” puntasse non solo alla conquista del maggior numero di territori possibile ma anche a imporre a Kiev un governo fantoccio o comunque incline ad una trattativa impari con Mosca.
Poi, fallita la presa di Kiev e la decapitazione della leadership ucraina, la strategia del Cremlino sembrava mirare a occupare quantomeno tutta l’Ucraina sud-orientale per conquistare una stabile continuità territoriale con la Crimea e assimilare la maggior parte dei territori abitati dai russofoni, appropriandosi oltretutto delle zone più ricche di risorse naturali e infrastrutture industriali.
Nelle ultime settimane, invece, la strategia di Mosca sembra essere ulteriormente mutata: ora sembra che Putin miri a tenersi almeno alcuni dei territori annessi dopo aver deciso di abbandonare Kherson e le zone sulla sponda destra del fiume Dnipro, la cui difesa sarebbe costata un prezzo eccessivo, puntando nel contempo a fiaccare l’Ucraina per obbligare la sua la leadership a trattare.
Mosca martella città e infrastrutture
A questo mirano gli incessanti e implacabili bombardamenti, con droni e missili, delle infrastrutture civili (soprattutto centrali elettriche e sistemi idrici) e delle città ucraine realizzati dalle forze russe guidate da ottobre dal generale Sergej Surovikin.
Anche se Putin ha avvisato che i bombardamenti delle infrastrutture nevralgiche ucraine continueranno “in risposta” al sabotaggio del ponte di Kerč’ da parte di Kiev, appare evidente che Mosca intende piegare la popolazione civile lasciandola al buio, al freddo e senz’acqua durante il lungo e duro inverno ucraino.
Il premier ucraino Denys Smyhal ha avvisato che se gli attacchi ai sistemi elettrici ed idrici continueranno, il Pil del paese potrebbe crollare quest’anno del 50%.
Una relativa pausa invernale dei combattimenti a terra, inoltre, è utile a Mosca anche per addestrare ed inviare al fronte forze fresche, mobilitate in autunno, e riorganizzarsi logisticamente.
Usa e Ue aumentano aiuti e forniture militari
Per tentare di impedire il collasso dell’Ucraina l’Unione Europea si è impegnata a fornire a Kiev, nel corso del 2023, un pacchetto di aiuti pari a 18 miliardi, superando il veto del governo ungherese minacciato da Bruxelles del blocco dei fondi europei.
Dopo aver a lungo tentennato, invece, Washington sembra intenzionata ad inviare alcune batterie di Patriot a Kiev per migliorare la difesa antiaerea ucraina almeno sulla capitale del paese. Fornendo i Patriot, in grado di individuare e distruggere aerei e missili nemici anche a notevole distanza (ma non i droni), gli Stati Uniti sperano di diminuire l’intensità dei bombardamenti russi e dare un po’ di respiro a Kiev.
La formazione del personale in grado di utilizzare questo scudo antiaereo, però, è una procedura che richiede mesi; Mosca teme quindi che la Nato decida di far gestire inizialmente i Patriot al proprio personale militare, il che aumenterebbe ulteriormente il grado coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nel conflitto in corso.
Proprio nei giorni scorsi, d’altronde, il tenente generale Robert Magowan, ex comandante dei Royal Marine di Londra, ha ammesso esplicitamente che alcune unità d’élite della marina britannica hanno partecipato a missioni «ad alto rischio politico e militare» e ad «operazioni segrete» sul suolo ucraino.
Gli Usa – che in totale hanno finora fornito all’Ucraina 19,3 miliardi di aiuti militari – hanno già inviato a Kiev alcuni missili HIMARS, imponendo però agli ucraini di utilizzarli solo per colpire le forze di Mosca sul suolo del paese invaso e non oltre il confine russo.
All’inizio di dicembre, comunque, Kiev ha deciso di bombardare, con droni dell’epoca sovietica potenziati, le basi russe di Ryazan ed Engels e un impianto petrolifero vicino a Kursk, centinaia di chilometri oltre il confine. Se gli attacchi hanno avuto un innegabile effetto psicologico sia in patria sia oltreconfine, la sortita non ha certo inciso sugli equilibri bellici. Mosca ha infatti risposto con massicci bombardamenti lanciando missili di ultima generazione realizzati negli ultimi mesi nonostante l’embargo alla quale la Russia è sottoposta da parte di Usa ed Ue.
La guerra sarà lunga
Da parte sua la Nato continua a inviare segnali contraddittori. Da una parte frena, tendenzialmente, gli impeti ucraini nel timore che Mosca si convinca ad usare tutti i mezzi a sua disposizione alzando il livello dell’asticella. D’altra parte, però, l’Alleanza Atlantica non ha nessun interesse ad un cessate il fuoco che concederebbe ossigeno a Mosca e potrebbe fomentare le contraddizioni interatlantiche tra Bruxelles – fortemente penalizzata dalla polarizzazione dello scenario mondiale sia sul fronte economico che militare – e Washington e Londra – che invece se ne avvantaggiano.
La Nato sembra puntare ad un lungo conflitto nella speranza non che Kiev cacci definitivamente i russi dal proprio territorio – possibilità alquanto remota – ma che la continuazione dei combattimenti sfianchi a lungo andare la Russia causando una crisi che ridimensioni fortemente le aspirazioni geopolitiche di Mosca.
Parlando al “Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani” Putin ha avvisato il popolo russo che la guerra in Ucraina sarà lunga e che sussiste il pericolo che si trasformi in un conflitto nucleare, anche se nessuna delle parti ammette di poter utilizzare per prima l’opzione atomica. Il presidente russo ha però vantato alcuni risultati positivi, come «l’acquisizione di nuovi territori» e il fatto che «il Mar d’Azov è diventato un mare interno della Russia».
Anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha ammesso che la guerra sarà lunga, insistendo sul fatto che sarà il campo di battaglia a decidere dove e quando si terranno eventuali colloqui di pace, escludendo quindi una trattativa con Mosca. Una trattativa che in realtà esiste già, per quanto dietro i riflettori, come dimostra il recente scambio tra un’atleta statunitense arrestata in Russia per traffico di stupefacenti e Viktor Bout, un ex ufficiale dell’aeronautica sovietica arrestato dagli Usa perché accusato di trafficare armi. A rivelare i contatti tra Russia e USA anche le reazioni infastidite e preoccupate di Kiev dei giorni scorsi; evidentemente gli ucraini temono un accordo tra le potenze nucleari che li bypassi.
Il Donbass sempre più martoriato
Paradossalmente, sia Putin che Stoltenberg hanno convenuto su un fatto che spesso l’informazione e la politica tendono a dimenticare: la guerra in corso non è iniziata il 24 febbraio scorso ma nel 2014, quando con il sostegno della Nato le correnti nazionaliste e scioviniste ucraine presero il potere a Kiev lanciando una “operazione militare speciale” contro le popolazioni russofone del Donbass che si opponevano al nuovo regime, a loro volta sostenute da Mosca che decise di annettersi la Crimea.
Il Donbass rimane il territorio più martoriato nei combattimenti, con le forze russe impegnate da settimane a tentare di strappare a Kiev la città di Bakhmut, strategica per l’eventuale conquista di centri come Kramatorsk, Slovjansk, Lyman e Izium.
Nelle ultime ore sembrerebbe che le forze di Mosca stiano avendo la meglio e stiano lentamente avanzando, dopo che negli ultimi due mesi non si sono registrati cambiamenti significativi della linea del fronte. Dal canto loro, le autorità dell’ormai ex Repubblica Popolare di Donetsk denunciano i più massicci bombardamenti dal 2014, che stanno riducendo le città in macerie e terrorizzando quella parte della popolazione che ha deciso di non evaquare in Russia. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo In Ucraina la Russia è “condannata a vincere” proviene da Pagine Esteri.
In Ucraina la Russia è “condannata a vincere”
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 16 dicembre 2022 – La guerra in Ucraina sta per entrare nel decimo mese ma i combattimenti non sembrano affatto vicini alla conclusione.
Il fronte occidentale continua a sostenere politicamente, economicamente e militarmente Kiev affermando di mirare – come d’altronde ripete quotidianamente Volodymyr Zelensky – alla definitiva sconfitta della Federazione Russa e al completo ritiro delle sue truppe da tutto il territorio ucraino.
La Russia non può perdere
Ma la verità – e lo sanno bene le cancellerie dei paesi aderenti al Patto Atlantico – è che la Russia non può perdere, perché un passo falso in Ucraina potrebbe segnare la fine del potere di Vladimir Putin e gravi conseguenze per la Federazione.
Nei giorni scorsi Zelensky ha affermato che «se morisse Putin la guerra finirebbe», ma non è affatto scontato. Certo, a Mosca potrebbe prevalere la corrente pragmatica dell’establishment, cosciente dei limiti oggettivi della macchina militare e dell’economia russa e magari incline a cercare una ricomposizione con la Nato, alla quale del resto la Russia si era fortemente avvicinata a metà degli anni ’90 del secolo scorso (ai tempi della “Partnership for Peace”), prima che Washington la escludesse e iniziasse l’assedio.
Il contesto internazionale attuale, però, non sembra certo evolvere verso una ricomposizione tra i vari poli della competizione globale tra potenze e blocchi geopolitici. La sconfitta del più consistente tentativo finora intrapreso da Mosca di riprendersi un pezzo importante dello spazio territoriale e geopolitico occupato prima dall’impero russo e poi dall’Urss, costituirebbe un grave shock non solo per l’attuale dirigenza russa ma soprattutto per le correnti ancora più radicali dello scenario politico russo, nel quale nazionalismo e sciovinismo prendono sempre più piede.
In caso di fallimento, è proprio da questi ambienti radicali che dovrebbe difendersi Putin, la cui caduta potrebbe innescare un’ulteriore escalation da parte della Russia nello strenuo tentativo di evitare un possibile collasso in uno scontro con la Nato sempre più diretto, per quanto per ora combattuto sul suolo ucraino. Le difficoltà di Mosca stanno già creando scompiglio negli “stan” dell’Asia Centrale, dove i vari regimi cercano di limitare la tradizionale influenza russa rafforzando le relazioni economiche e militari con la Cina, la Turchia e i paesi occidentali.
Qual è l’obiettivo di Mosca?
Non è affatto chiaro, però, cosa Putin consideri sufficiente per dichiararsi vincitore. Nelle prime settimane dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, sembrava che la cosiddetta “operazione militare speciale” puntasse non solo alla conquista del maggior numero di territori possibile ma anche a imporre a Kiev un governo fantoccio o comunque incline ad una trattativa impari con Mosca.
Poi, fallita la presa di Kiev e la decapitazione della leadership ucraina, la strategia del Cremlino sembrava mirare a occupare quantomeno tutta l’Ucraina sud-orientale per conquistare una stabile continuità territoriale con la Crimea e assimilare la maggior parte dei territori abitati dai russofoni, appropriandosi oltretutto delle zone più ricche di risorse naturali e infrastrutture industriali.
Nelle ultime settimane, invece, la strategia di Mosca sembra essere ulteriormente mutata: ora sembra che Putin miri a tenersi almeno alcuni dei territori annessi dopo aver deciso di abbandonare Kherson e le zone sulla sponda destra del fiume Dnipro, la cui difesa sarebbe costata un prezzo eccessivo, puntando nel contempo a fiaccare l’Ucraina per obbligare la sua la leadership a trattare.
Mosca martella città e infrastrutture
A questo mirano gli incessanti e implacabili bombardamenti, con droni e missili, delle infrastrutture civili (soprattutto centrali elettriche e sistemi idrici) e delle città ucraine realizzati dalle forze russe guidate da ottobre dal generale Sergej Surovikin.
Anche se Putin ha avvisato che i bombardamenti delle infrastrutture nevralgiche ucraine continueranno “in risposta” al sabotaggio del ponte di Kerč’ da parte di Kiev, appare evidente che Mosca intende piegare la popolazione civile lasciandola al buio, al freddo e senz’acqua durante il lungo e duro inverno ucraino.
Il premier ucraino Denys Smyhal ha avvisato che se gli attacchi ai sistemi elettrici ed idrici continueranno, il Pil del paese potrebbe crollare quest’anno del 50%.
Una relativa pausa invernale dei combattimenti a terra, inoltre, è utile a Mosca anche per addestrare ed inviare al fronte forze fresche, mobilitate in autunno, e riorganizzarsi logisticamente.
Usa e Ue aumentano aiuti e forniture militari
Per tentare di impedire il collasso dell’Ucraina l’Unione Europea si è impegnata a fornire a Kiev, nel corso del 2023, un pacchetto di aiuti pari a 18 miliardi, superando il veto del governo ungherese minacciato da Bruxelles del blocco dei fondi europei.
Dopo aver a lungo tentennato, invece, Washington sembra intenzionata ad inviare alcune batterie di Patriot a Kiev per migliorare la difesa antiaerea ucraina almeno sulla capitale del paese. Fornendo i Patriot, in grado di individuare e distruggere aerei e missili nemici anche a notevole distanza (ma non i droni), gli Stati Uniti sperano di diminuire l’intensità dei bombardamenti russi e dare un po’ di respiro a Kiev.
La formazione del personale in grado di utilizzare questo scudo antiaereo, però, è una procedura che richiede mesi; Mosca teme quindi che la Nato decida di far gestire inizialmente i Patriot al proprio personale militare, il che aumenterebbe ulteriormente il grado coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nel conflitto in corso.
Proprio nei giorni scorsi, d’altronde, il tenente generale Robert Magowan, ex comandante dei Royal Marine di Londra, ha ammesso esplicitamente che alcune unità d’élite della marina britannica hanno partecipato a missioni «ad alto rischio politico e militare» e ad «operazioni segrete» sul suolo ucraino.
Gli Usa – che in totale hanno finora fornito all’Ucraina 19,3 miliardi di aiuti militari – hanno già inviato a Kiev alcuni missili HIMARS, imponendo però agli ucraini di utilizzarli solo per colpire le forze di Mosca sul suolo del paese invaso e non oltre il confine russo.
All’inizio di dicembre, comunque, Kiev ha deciso di bombardare, con droni dell’epoca sovietica potenziati, le basi russe di Ryazan ed Engels e un impianto petrolifero vicino a Kursk, centinaia di chilometri oltre il confine. Se gli attacchi hanno avuto un innegabile effetto psicologico sia in patria sia oltreconfine, la sortita non ha certo inciso sugli equilibri bellici. Mosca ha infatti risposto con massicci bombardamenti lanciando missili di ultima generazione realizzati negli ultimi mesi nonostante l’embargo alla quale la Russia è sottoposta da parte di Usa ed Ue.
La guerra sarà lunga
Da parte sua la Nato continua a inviare segnali contraddittori. Da una parte frena, tendenzialmente, gli impeti ucraini nel timore che Mosca si convinca ad usare tutti i mezzi a sua disposizione alzando il livello dell’asticella. D’altra parte, però, l’Alleanza Atlantica non ha nessun interesse ad un cessate il fuoco che concederebbe ossigeno a Mosca e potrebbe fomentare le contraddizioni interatlantiche tra Bruxelles – fortemente penalizzata dalla polarizzazione dello scenario mondiale sia sul fronte economico che militare – e Washington e Londra – che invece se ne avvantaggiano.
La Nato sembra puntare ad un lungo conflitto nella speranza non che Kiev cacci definitivamente i russi dal proprio territorio – possibilità alquanto remota – ma che la continuazione dei combattimenti sfianchi a lungo andare la Russia causando una crisi che ridimensioni fortemente le aspirazioni geopolitiche di Mosca.
Parlando al “Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani” Putin ha avvisato il popolo russo che la guerra in Ucraina sarà lunga e che sussiste il pericolo che si trasformi in un conflitto nucleare, anche se nessuna delle parti ammette di poter utilizzare per prima l’opzione atomica. Il presidente russo ha però vantato alcuni risultati positivi, come «l’acquisizione di nuovi territori» e il fatto che «il Mar d’Azov è diventato un mare interno della Russia».
Anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha ammesso che la guerra sarà lunga, insistendo sul fatto che sarà il campo di battaglia a decidere dove e quando si terranno eventuali colloqui di pace, escludendo quindi una trattativa con Mosca. Una trattativa che in realtà esiste già, per quanto dietro i riflettori, come dimostra il recente scambio tra un’atleta statunitense arrestata in Russia per traffico di stupefacenti e Viktor Bout, un ex ufficiale dell’aeronautica sovietica arrestato dagli Usa perché accusato di trafficare armi. A rivelare i contatti tra Russia e USA anche le reazioni infastidite e preoccupate di Kiev dei giorni scorsi; evidentemente gli ucraini temono un accordo tra le potenze nucleari che li bypassi.
Il Donbass sempre più martoriato
Paradossalmente, sia Putin che Stoltenberg hanno convenuto su un fatto che spesso l’informazione e la politica tendono a dimenticare: la guerra in corso non è iniziata il 24 febbraio scorso ma nel 2014, quando con il sostegno della Nato le correnti nazionaliste e scioviniste ucraine presero il potere a Kiev lanciando una “operazione militare speciale” contro le popolazioni russofone del Donbass che si opponevano al nuovo regime, a loro volta sostenute da Mosca che decise di annettersi la Crimea.
Il Donbass rimane il territorio più martoriato nei combattimenti, con le forze russe impegnate da settimane a tentare di strappare a Kiev la città di Bakhmut, strategica per l’eventuale conquista di centri come Kramatorsk, Slovjansk, Lyman e Izium.
Nelle ultime ore sembrerebbe che le forze di Mosca stiano avendo la meglio e stiano lentamente avanzando, dopo che negli ultimi due mesi non si sono registrati cambiamenti significativi della linea del fronte. Dal canto loro, le autorità dell’ormai ex Repubblica Popolare di Donetsk denunciano i più massicci bombardamenti dal 2014, che stanno riducendo le città in macerie e terrorizzando quella parte della popolazione che ha deciso di non evacuare in Russia. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo In Ucraina la Russia è “condannata a vincere” proviene da Pagine Esteri.
EGITTO-TURCHIA. El Sisi rinuncia alla pace con Erdogan. La sua priorità è il gas
della redazione
Pagine Esteri, 15 dicembre 2022 – Resta, almeno per ora, un gesto simbolico senza effetti concreti la stretta di mano che il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi e il leader turco Recep Tayyip Erdogan si sono dati il mese scorso davanti all’emiro Tamim bin Hamad al Thani del Qatar, lasciando presagire una normalizzazione delle relazioni tra Egitto e Turchia. Questa settimana, con l’obiettivo di replicare al memorandum d’intesa tra Tripoli e Ankara nel Mediterraneo, el Sisi a sorpresa ha firmato un decreto che definisce i confini occidentali della Zona economica esclusiva (Zee) dell’Egitto. Il decreto firmato da el Sisi taglia a metà le Zee di Libia e Turchia, così come previste con il memorandum turco-libico. Si attende ora la risposta turca.
La mossa unilaterale di el Sisi frena il riavvicinamento con la Turchia in atto da circa un anno. I due paesi sono avversari irriducibili dal giorno del colpo di stato che nel 2013 portò al potere el Sisi e alla rimozione dei Fratelli musulmani alleati di Erdogan. Ma lo sono anche per motivi strategici ed economici poiché hanno forti interessi nello sfruttamento delle ingenti riserve di gas sottomarino nel Mediterraneo orientale.
Il Cairo ha voluto delimitare nel Mediterraneo ciò che ritiene debba essere sotto il suo controllo e rappresenti un interesse nazionale egiziano. Le entrate miliardarie che lascia intravedere nei prossimi anni lo sfruttamento del gas sottomarino di cui anche l’Egitto è ricco – all’enorme giacimento Zohr si è aggiunta la scoperta di recente di quello di Narges IX, di fronte alla città di El Arish (Sinai) -, hanno spinto el Sisi a rompere gli indugi e a inserirsi con prepotenza nel contesto energetico emerso dalla guerra tra Russia e Ucraina e dalle sanzioni occidentali all’energia di Mosca.
A contrapporsi nella regione sono in particolare gli interessi della Turchia e dei Paesi del forum del gas nel Mediterraneo orientale (Emgf: Francia, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Autorità nazionale palestinese). Le parti si combattono a suon di definizione delle rispettive acque territoriali e delle Zone economiche esclusive. Adesso è stato il turno dell’Egitto. Allo stesso tempo il Cairo prova ad ostacolare l’EastMed (1), il gasdotto che dovrebbe convogliare il gas di Israele e Cipro verso Italia e Grecia. Meno gas passerà per l’EastMed e più ricaverà l’Egitto con l’esportazione del suo gas liquido prodotto negli impianti di Damietta e Idku (disponibile anche per il passaggio del gas israeliano e cipriota). L’Egitto inoltre sogna di esportare verso l’Europa elettricità prodotta nel suo territorio.
Un eventuale ridimensionamento del progetto dell’EastMed non dispiace neppure ad Ankara che punta a diventare un hub energetico con gas russo, azero e anche Gnl. La Turchia infatti ha la maggior capacità di rigassificazione della regione. Pagine Esteri
NOTE
1) Il gasdotto del Mediterraneo orientale o semplicemente EastMed è un gasdotto pianificato offshore/onshore per collegare direttamente le risorse energetiche del Mediterraneo orientale alla Grecia continentale attraverso Cipro e Creta. Ancora in fase di progettazione, trasporterà il gas naturale dalle riserve di gas off-shore nel Bacino Levantino in Grecia e, insieme ai gasdotti Poseidon e IGB, in Italia e in altre regioni europee. Avrà una lunghezza di circa 1.900 km, raggiungerà una profondità di tre chilometri e avrà una capacità di 10 miliardi di metri cubi all’anno.
L'articolo EGITTO-TURCHIA. El Sisi rinuncia alla pace con Erdogan. La sua priorità è il gas proviene da Pagine Esteri.
EGITTO-TURCHIA. El Sisi rinuncia alla pace con Erdogan. La sua priorità è il gas
della redazione
Pagine Esteri, 15 dicembre 2022 – Resta, almeno per ora, un gesto simbolico senza effetti concreti la stretta di mano che il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi e il leader turco Recep Tayyip Erdogan si sono dati il mese scorso davanti all’emiro Tamim bin Hamad al Thani del Qatar, lasciando presagire una normalizzazione delle relazioni tra Egitto e Turchia. Questa settimana, con l’obiettivo di replicare al memorandum d’intesa tra Tripoli e Ankara nel Mediterraneo, el Sisi a sorpresa ha firmato un decreto che definisce i confini occidentali della Zona economica esclusiva (Zee) dell’Egitto. Il decreto firmato da el Sisi taglia a metà le Zee di Libia e Turchia, così come previste con il memorandum turco-libico. Si attende ora la risposta turca.
La mossa unilaterale di el Sisi frena il riavvicinamento con la Turchia in atto da circa un anno. I due paesi sono avversari irriducibili dal giorno del colpo di stato che nel 2013 portò al potere el Sisi e alla rimozione dei Fratelli musulmani alleati di Erdogan. Ma lo sono anche per motivi strategici ed economici poiché hanno forti interessi nello sfruttamento delle ingenti riserve di gas sottomarino nel Mediterraneo orientale.
Il Cairo ha voluto delimitare nel Mediterraneo ciò che ritiene debba essere sotto il suo controllo e rappresenti un interesse nazionale egiziano. Le entrate miliardarie che lascia intravedere nei prossimi anni lo sfruttamento del gas sottomarino di cui anche l’Egitto è ricco – all’enorme giacimento Zohr si è aggiunta la scoperta di recente di quello di Narges IX, di fronte alla città di El Arish (Sinai) -, hanno spinto el Sisi a rompere gli indugi e a inserirsi con prepotenza nel contesto energetico emerso dalla guerra tra Russia e Ucraina e dalle sanzioni occidentali all’energia di Mosca.
A contrapporsi nella regione sono in particolare gli interessi della Turchia e dei Paesi del forum del gas nel Mediterraneo orientale (Emgf: Francia, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Autorità nazionale palestinese). Le parti si combattono a suon di definizione delle rispettive acque territoriali e delle Zone economiche esclusive. Adesso è stato il turno dell’Egitto. Allo stesso tempo il Cairo prova ad ostacolare l’EastMed (1), il gasdotto che dovrebbe convogliare il gas di Israele e Cipro verso Italia e Grecia. Meno gas passerà per l’EastMed e più ricaverà l’Egitto con l’esportazione del suo gas liquido prodotto negli impianti di Damietta e Idku (disponibile anche per il passaggio del gas israeliano e cipriota). L’Egitto inoltre sogna di esportare verso l’Europa elettricità prodotta nel suo territorio.
Un eventuale ridimensionamento del progetto dell’EastMed non dispiace neppure ad Ankara che punta a diventare un hub energetico con gas russo, azero e anche Gnl. La Turchia infatti ha la maggior capacità di rigassificazione della regione. Pagine Esteri
NOTE
1) Il gasdotto del Mediterraneo orientale o semplicemente EastMed è un gasdotto pianificato offshore/onshore per collegare direttamente le risorse energetiche del Mediterraneo orientale alla Grecia continentale attraverso Cipro e Creta. Ancora in fase di progettazione, trasporterà il gas naturale dalle riserve di gas off-shore nel Bacino Levantino in Grecia e, insieme ai gasdotti Poseidon e IGB, in Italia e in altre regioni europee. Avrà una lunghezza di circa 1.900 km, raggiungerà una profondità di tre chilometri e avrà una capacità di 10 miliardi di metri cubi all’anno.
L'articolo EGITTO-TURCHIA. El Sisi rinuncia alla pace con Erdogan. La sua priorità è il gas proviene da Pagine Esteri.
Per le pelli animali le industrie di auto disboscano il Paraguay
a cura di Survival International –
Pagine Esteri, 15 dicembre 2022 – Tra la deforestazione illegale del territorio degli Ayoreo Totobiegosode del Chaco paraguaiano, le pelli importate in Italia dal Paraguay, e alcune aziende automobilistiche come BMW e Jaguar Land Rover c’è un legame diretto.
Per realizzare interni, sedili e volanti, infatti, molte case automobilistiche acquistano pellami da due aziende italiane leader del settore: Pasubio Spa e Gruppo Mastrotto Spa. A loro volta, le due aziende si riforniscono da concerie che commerciano con allevamenti colpevoli di occupare la terra ancestrale degli Ayoreo e quella dei loro gruppi isolati e di disboscarla illegalmente mettendo a rischio la loro stessa sopravvivenza. Gli Ayoreo sono l’ultimo popolo incontattato del Sud America sopravvissuto al di fuori del bacino amazzonico.
Questo legame è al cuore dell’Istanza depositata oggi da Survival International – in collaborazione e con l’autorizzazione degli Ayoreo Totobiegosode – contro Pasubio, presso il Punto di Contatto Nazionale italiano (PCN) dell’OCSE.
Alcune settimane fa, Survival aveva inviato lettere di diffida a entrambe le società sollecitandole a interrompere queste importazioni. Ma mentre Gruppo Mastrotto ha risposto avviando con Survival un dialogo che è ancora in corso e sarà poi oggetto di valutazione finale, Pasubio ha fatto pervenire solo una breve e sterile comunicazione di discolpa generica, senza mostrare alcuna volontà di confronto. Da qui, la decisione di ricorrere subito all’OCSE contro l’azienda Pasubio.
Un camion di pelli dell’azienda Chortizer, uno degli allevamenti che occupano e disboscano illegalmente la terra degli Ayoreo Totobiegosode. Immagine tratta dal documentario “South America – Episode 4” di BBC. © Simon Reeve/BBC
Il legame tra le pelli utilizzate nell’industria automobilistica e la distruzione illegale della foresta degli Ayoreo è stato svelato per la prima volta da un’indagine della ONG britannica Earthsight. Risalendo fino all’origine della filiera, nei rapporti Grand Theft Chaco I e Grand Theft Chaco II, Earthsight rivela infatti che quasi tutti i 2 terzi delle pelli esportate dal Paraguay ogni anno nel mondo vanno alle aziende italiane, e principalmente a Pasubio, che dipende per oltre il 90% dei suoi 313milioni di euro di ricavi annuali proprio dall’industria automobilistica.
Nell’Istanza depositata oggi da Survival al PCN, si legge che la Conceria Pasubio sembra non aver rispettato diversi principi contenuti nelle Linee Guida OCSE, tra cui quelli sulla Divulgazione di informazioni (III), sui Diritti umani (IV), sull’Ambiente (VI) e sugli Interessi del consumatore (VIII).
Nell’Istanza, Survival chiede, tra le altre cose, che la multinazionale “accetti di interrompere immediatamente l’importazione di pelli dalle concerie del Paraguay responsabili e/o coinvolte nella deforestazione dell’area protetta degli Ayoreo Totobiegosode. La condotta perpetrata dalla società, infatti, contribuisce ad alimentare la deforestazione illegale e la violazione dei diritti del popolo Ayoreo Totobiegosode, privandolo della foresta da cui dipende per tutte le sue vitali necessità; forzandolo a uscire dalla propria terra in cerca di cibo e cure, e costringendolo a contatti forzati e indesiderati con il mondo esterno – cosa che porterà loro, inevitabilmente, morte e malattie come già accaduto in passato”.
Namje Picanerai, uomo Ayoreo Totobiegosode, con il nipote. Gli Ayoreo Totobiegosode lottano da oltre 30 anni per la restituzione della loro terra ancestrale, nel Chaco paraguaiano. © Survival
“Il governo paraguaiano ha consegnato la maggior parte del territorio ancestrale degli Ayoreo ad aziende agroindustriali che abbattono la foresta senza sosta: prima tagliano gli alberi preziosi, poi incendiano la foresta e infine introducono il bestiame sulla terra disboscata” ha dichiarato oggi la responsabile della campagna di Survival Teresa Mayo, che recentemente ha visitato le comunità degli Ayoreo Totobiegodose raccogliendo la loro disperata richiesta di sostegno. “Nel frattempo, gli Ayoreo si vedono distruggere i loro mezzi di sostentamento, la salute fisica e mentale, e anche la vita. Ma restano determinati a lottare per continuare ad esistere insieme ai loro parenti incontattati, costretti a vivere in fuga perenne dai bulldozer in oasi di foresta che diventano ogni giorno sempre più piccole.”
“Se gli stranieri continueranno a tagliare gli alberi, i nostri parenti incontattati non sapranno più come sopravvivere… Dobbiamo proteggere la foresta che rimane” ha detto Porai Picanerai, leader Ayoreo Totobiegosode.
“Gli Ayoreo Totobiegosode stanno rischiando il genocidio a causa di una deforestazione selvaggia che è decisamente illegale, ma continua a crescere di pari passo con le importazioni di pelli dell’Italia” ha aggiunto Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival. “Gli esperti prevedono addirittura che la domanda di pelle per auto aumenterà di oltre il 5% all’anno fino al 2027. Clienti e consumatori finali devono esserne consapevoli, e poiché l’Italia è il più grande acquirente di pelli paraguaiane al mondo, ha il potere e la responsabilità di intervenire smettendo di fare affari con gli allevamenti di bestiame che operano illegalmente all’interno della terra indigena con la connivenza di politici e funzionari corrotti. Non ci si può arricchire sulla pelle degli Ayoreo!”
Gli Ayoreo Totobiegosode lottano per la restituzione delle terre ancestrali dal 1993[/b], anno in cui hanno presentato una formale rivendicazione territoriale al governo.
Nel 2001 il governo del Paraguay ha riconosciuto legalmente un territorio di 550.000 ettari nell’Alto Paraguay come “Patrimonio naturale e culturale del popolo indigeno Ayoreo Totobiegosode” (PNCAT). Tuttavia, ad oggi le autorità hanno trasferito agli Ayoreo titoli di proprietà solo su alcune migliaia di ettari di terra e continuano a violare sia le misure cautelari emesse dalla Commissione Inter-Americana per i diritti umani (IACHR) sul territorio (che richiedono allo Stato del Paraguay di proteggere e tutelare il PNCAT e i gruppi incontattati che vi abitano prevenendo l’ingresso di terzi e contatti indesiderati), sia le risoluzioni emesse nel 2018 dall’Istituto forestale nazionale (INFONA), che rendono inequivocabilmente illegale la deforestazione.
La carne e il pellame del Paraguay sono responsabili, per unità di peso, di più deforestazione di qualsiasi altra materia prima sulla terra (Grand Theft Chaco I, p.36).
L'articolo Per le pelli animali le industrie di auto disboscano il Paraguay proviene da Pagine Esteri.
YEMEN: 11.000 bambini uccisi o feriti dalla guerra
di Valeria Cagnazzo*
Pagine Esteri, 13 dicembre 2022 – Una media di 4 bambini uccisi o feriti ogni giorno, tutti i giorni, dal 2015 ad oggi. Oltre 3.770 quelli che hanno perso la vita, ma il dato potrebbe essere di gran lunga sottostimato. E’ quanto emerge dal più recente rapporto pubblicato dall’UNICEF, l’Agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite, sugli otto anni di conflitto in Yemen.
A pagare le spese del conflitto che devasta il Paese dal 2015 e vede scontrarsi le forze filogovernative, sostenute dall’Arabia Saudita, e i ribelli Houthi, supportati dall’Iran, sono, ancora una volta, i bambini. Al termine del suo ultimo viaggio in Yemen, la Direttrice Esecutiva dell’Unicef, Catherine Russell, ha denunciato la drammatica situazione in cui versa il Paese e soprattutto la popolazione minorenne, con nuovi allarmanti dati.
“Migliaia di bambini hanno perso la vita”, ha dichiarato, raccontando anche i suoi incontri con i piccoli pazienti nei reparti pediatrici dei pochi ospedali rimasti in piedi, rimasti feriti o menomati a vita a causa della guerra. “Come Mansour, che ho incontrato in un centro di riabilitazione e protesi sostenuto dall’UNICEF. La sua gamba è stata amputata dal ginocchio dopo che è stato colpito da un cecchino. Nessun bambino dovrebbe sopportare tutto questo”.
In aprile 2022, un accordo tra il governo e gli Houthi ha ridotto l’intensità del conflitto, ma tra i bambini si continuano a contare le vittime di una guerra irrisolta. Solo tra inizio ottobre e fine novembre, riferisce sempre l’UNICEF, 62 bambini sono rimasti uccisi o feriti. Non era andata meglio nei tre mesi precedenti, quando almeno 74 altri minorenni avevano perso la vita o subito gravi ferite a causa dell’esplosione di mine antiuomo.
E’ per questo che Catherine Russell ha approfittato della missione per chiedere un rinnovo della tregua nel Paese, e che le parti rivali così come la comunità internazionale si spendano per tutelare l’infanzia yemenita, se ancora si vuole sperare di assicurare ai bambini del Paese “un futuro decente”.
Non sono soltanto le esplosioni, infatti, a minacciare i bambini in Yemen. “Centinaia di migliaia rimangono a rischio di morte per malattie prevenibili o fame“, ha dichiarato Russell. Si perde la vita perché non si ha accesso all’acqua, al cibo, e perché ci si ammala di malattie infettive altrove curabili e prevenibili con l’igiene e le vaccinazioni.
I numeri di bambini che costantemente rischiano di morire per questi motivi sembrano sfuggire alle statistiche. Volendo azzardare un bilancio, ma sottolineando ancora una volta quanto possa sottostimare l’entità del problema, l’UNICEF parla di 2.2 milioni di bambini “gravemente malnutriti”. Un quarto di loro ha meno di cinque anni. Per loro è altissimo il rischio di contrarre e di morire di malattie come il colera e il morbillo. Il 28% dei bambini sotto l’anno, tra l’altro, secondo l’UNICEF non ha ricevuto vaccinazioni.
Appena pochi giorni fa, il 9 dicembre, l’ONG Medici Senza Frontiere (MSF) ha pubblicato sul suo sito ufficiale l’articolo “Cinque ragioni per cui la malnutrizione sta aumentando in Yemen”. Se è vero che le esplosioni da aprile si sono ridotte, anche l’ONG premio Nobel per la Pace ribadisce come le morti di fame siano in salita.
La povertà generata dalla guerra ha fatto sì che le famiglie non possano più permettersi l’acquisto di cibo, è questa la prima motivazione addotta da MSF al picco di malnutrizione. Né è possibile accedere a cure mediche di base, a causa del collasso del sistema sanitario yemenita. Le condizioni di vita, inoltre, sono spesso drammatiche, e molti sono gli sfollati interni, per i quali l’accesso ai beni di prima necessità è estremamente ridotto. La scarsità di servizi di cure primarie, inoltre, ha drasticamente ridotto la consapevolezza sulla salute, con cure scarse o assenti durante la gravidanza e durante i primi mesi di vita dei bambini, con rischi di malnutrizione e malattie amplificati.
MSF, infine, individua nei vuoti della risposta umanitaria il quinto motivo per il quale lo Yemen sta letteralmente morendo di fame. L’interruzione di programmi di assistenza da parte di alcune organizzazioni o la carenza di programmi nutrizionali o di approvvigionamento di cibo tra gli errori individuati nel settore umanitario. Per questo motivo, ad esempio, il cibo terapeutico per i bambini gravemente malnutrito non arriva in tutte le aree e se è disponibile, non lo è a sufficienza per tutti i pazienti.
Proprio poiché gli sforzi umanitari compiuti nel Paese vittima di otto anni di guerra e troppo spesso dimenticato non sono evidentemente stati sufficienti, durante la sua missione in Yemen, la Direttrice dell’UNICEF ha lanciato l’”Appello di azione umanitaria per i bambini” (Humanitarian Action for Children Appeal). Un fondo grazie al quale raggiungere i bambini vittime delle guerre di tutto il mondo con acqua, cibo, servizi sanitari, educazione e protezione, per il valore di 10.3 miliardi di dollari. In Yemen, riguarderebbe un numero di persone drammaticamente alto: oltre 23.4 milioni di persone, ovvero tre quarti della popolazione, hanno al momento bisogno di assistenza. Oltre 17.8 milioni non hanno accesso ad acqua pulita e servizi igienici. Oltre la metà di loro sono bambini. Pagine Esteri
*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia. Ha scritto di Palestina su agenzie online, tra cui Nena News Agency, anche sotto pseudonimo. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.
L'articolo YEMEN: 11.000 bambini uccisi o feriti dalla guerra proviene da Pagine Esteri.
Lunedì, 12 Dicembre, 2022 - 12:00
Il mondo in tasca
Repressione capitale
LinguaItaliano
Marocco: proteste contro gli aumenti e la repressione
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 8 dicembre 2022 – Alcune migliaia di persone sono scese in piazza domenica a Rabat per protestare contro «l’alto costo della vita e la repressione» politica, partecipando ad una manifestazione promossa dal Fronte Sociale Marocchino (Fsm). La sigla riunisce diversi partiti politici di sinistra, organizzazioni per i diritti umani e sindacati come la Confederazione Democratica del Lavoro.
Alla marcia, la più partecipata degli ultimi mesi, hanno partecipato alcune migliaia di persone – un risultato notevole in un paese che reprime sistematicamente le libertà politiche – anche se la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale (DGSN) ha parlato di soli 1500 manifestanti. La manifestazione ha sfilato per quasi due ore nel centro della capitale marocchina, dalla porta della Medina fino a Piazza degli Alawiti, passando accanto alla sede del parlamento.
L’inflazione erode i salari, la povertà aumenta
«Il popolo vuole prezzi più bassi (…). Il popolo vuole abbattere il dispotismo e la corruzione» hanno gridato i partecipanti arrivati anche dal resto del Marocco. «Siamo venuti per protestare contro un governo che incarna il matrimonio tra denaro e potere e che sostiene il capitalismo monopolistico» ha spiegato il coordinatore nazionale dell’Fsm, Younès Ferachine.
Secondo un recente rapporto dell’Alto commissariato per la pianificazione (Hcp), il Marocco è tornato «al livello di povertà e di vulnerabilità del 2014» in seguito alla pandemia di Covid-19 e all’inflazione. L’impennata dei prezzi (ad ottobre è stato rilevato un +7,1% su base annua) e in particolare l’aumento del costo dei carburanti, dei generi alimentari e dei servizi, uniti a un’eccezionale siccità, hanno inoltre frenato la crescita economia, che alla fine dell’anno dovrebbe essere pari soltanto ad un +0,8%.
Le forze sociali e politiche che hanno partecipato alla marcia hanno chiesto le dimissioni del governo denunciando che a risentire della situazione non è più solo il potere d’acquisto dei settori più poveri della popolazione, ma ormai anche quello della classe media. Il Paese soffre di disparità sociali e territoriali crescenti che costringono sempre più cittadini, soprattutto giovani, all’emigrazione.
La disparità di reddito, stimata secondo il coefficiente di Gini, è del 46,4%, ovvero al di sopra della soglia socialmente tollerabile (42%). Secondo gli stessi dati forniti dal governo di Rabat, il 20% della popolazione è in stato di povertà assoluta (con un reddito inferiore a 1,8 euro al giorno), il 40% in povertà relativa (con un reddito inferiore a 3 euro al giorno) e il 60% in condizioni di precarietà (meno di 4,5 euro al giorno).
youtube.com/embed/Mx91f7UcQK0?…
Il governo rivendica le sue politiche sociali
Di fronte alle proteste e all’aumento del malcontento sociale, il governo guidato dall’imprenditore Aziz Akhannouch ha più volte rivendicato quella che definisce la sua “politica sociale”, in particolare l’estensione della copertura sanitaria a oltre 10 milioni di marocchini a basso reddito. Lo scorso ottobre, il governo ha inoltre annunciato un nuovo maxi-fondo sovrano da 4 miliardi di euro creato per sostenere gli investimenti pubblici e tentare così di rilanciare l’economia del paese e contrastare la crisi.
Si tratta però di misure ritenute parziali e insufficienti da parte delle opposizioni di sinistra. In particolare i sindacati denunciano la rinuncia, da parte del governo marocchino, al varo di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. Proposta dalle opposizioni parlamentari anche sulla base dell’appello del segretario generale dell’ONU a tassare gli “scandalosi” profitti realizzati dalle aziende del settore energetico in maniera da recuperare risorse da destinare al contrasto dell’inflazione e della povertà, alla fine il premier Akhannouch non ha inserito la misura all’interno della legge finanziaria adottata lo scorso 19 ottobre dal Consiglio dei Ministri. La rinuncia a questa e ad altre misure redistributive ha rilanciato le accuse, nei confronti dell’esecutivo, di favorire l’élite economica e di incarnare la collusione tra potere politico e mondo degli affari.
“No agli arresti dei dissidenti”
I manifestanti hanno anche lanciato slogan contro gli arresti di dissidenti, denunciando «ogni forma di repressione politica, antisindacale e contro la libertà d’espressione, mentre vengono incarcerati diversi blogger e giornalisti critici nei confronti del governo. «È una regressione inaccettabile», ha denunciato Ferachine.
Uno degli ultimi arresti ha preso di mira, a novembre, è stato l’ex ministro dei Diritti Umani Mohamed Ziane. A ottobre l’avvocato e fondatore del Partito Liberale, che attualmente ha 80 anni, aveva chiesto l’abdicazione del sovrano Mohamed VI – che risiede a Parigi e rientra in Marocco solo per alcune cerimonie – e la fine della sistematica violazione dei diritti politici e democratici. Per tutta risposta Ziane è stato prima oggetto di una feroce campagna denigratoria da parte dei media governativi e delle autorità, ed in seguito è stato condannato dalla Corte d’Appello di Rabat a tre anni di detenzione per un totale di 11 capi di accusa formulati in una denuncia del Ministero degli Interni di Rabat.
“No agli accordi con Israele”Nel corteo sono state sventolate numerose bandiere palestinesi. La marcia ha rappresentato infatti anche l’occasione per condannare la normalizzazione dei rapporti tra Rabat e lo stato di Israele, decisa nel 2020 nell’ambito degli “accordi di Abramo”. Secondo i sondaggi una gran parte della popolazione si dice contraria alla crescente collaborazione economica e militare tra il regno marocchino e Tel Aviv.L’ultimo importante passo in questo senso risale al 23 marzo scorso, quando il Ministro dell’Industria e del Commercio marocchino Ryad Mezzour e il presidente del board dei direttori dell’Israel Aerospace Industries, Amir Peretz, hanno siglato uno storico accordo di cooperazione.
Nel giugno scorso, poi, il governo di Rabat ha firmato un contratto con l’israeliana Elbit Systems per la fornitura del sistema “Alinet”, allo scopo di sviluppare le capacità del paese nel campo della guerra elettronica.
A luglio il capo di Stato maggiore dell’esercito di Israele, Aviv Kohavi, ha incontrato a Rabat l’omologo marocchino El Farouk; i due avrebbero discusso i dettagli del rafforzamento della cooperazione militare e discusso la possibilità di lanciare un’alleanza regionale volta «a frenare l’influenza iraniana in Medio Oriente e in Nord Africa».
Israele ha anche fornito a Rabat la tecnologia necessaria a produrre in proprio dei droni da bombardamento, che il paese utilizza per colpire la guerriglia del Fronte Polisario, l’organizzazione che si batte per la liberazione dei territori saharawi occupati illegalmente dal Marocco.
Lo scorso 3 dicembre uno di questi droni ha colpito in pieno un fuoristrada nella zona del confine con la Mauritania, uccidendo il conducente e scatenando la reazione di Mohamed el Mokhtar Ould Abdi, governatore della provincia di Tiris-Zemmour, che si trova sulle linee di contatto con l’ex colonia spagnola occupata da Rabat. L’uccisione dei cittadini mauritani fuori dai confini nella zona cuscinetto del Sahara occidentale «non è più accettabile» ha detto il capo del governo locale. Già a settembre due cercatori d’oro mauritani erano stati uccisi nel corso di un bombardamento compiuto da un drone marocchino contro presunte postazioni del Fronte Polisario. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Marocco: proteste contro gli aumenti e la repressione proviene da Pagine Esteri.
Marocco: proteste contro gli aumenti e la repressione
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 8 dicembre 2022 – Alcune migliaia di persone sono scese in piazza domenica a Rabat per protestare contro «l’alto costo della vita e la repressione» politica, partecipando ad una manifestazione promossa dal Fronte Sociale Marocchino (Fsm). La sigla riunisce diversi partiti politici di sinistra, organizzazioni per i diritti umani e sindacati come la Confederazione Democratica del Lavoro.
Alla marcia, la più partecipata degli ultimi mesi, hanno partecipato alcune migliaia di persone – un risultato notevole in un paese che reprime sistematicamente le libertà politiche – anche se la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale (DGSN) ha parlato di soli 1500 manifestanti. La manifestazione ha sfilato per quasi due ore nel centro della capitale marocchina, dalla porta della Medina fino a Piazza degli Alawiti, passando accanto alla sede del parlamento.
L’inflazione erode i salari, la povertà aumenta
«Il popolo vuole prezzi più bassi (…). Il popolo vuole abbattere il dispotismo e la corruzione» hanno gridato i partecipanti arrivati anche dal resto del Marocco. «Siamo venuti per protestare contro un governo che incarna il matrimonio tra denaro e potere e che sostiene il capitalismo monopolistico» ha spiegato il coordinatore nazionale dell’Fsm, Younès Ferachine.
Secondo un recente rapporto dell’Alto commissariato per la pianificazione (Hcp), il Marocco è tornato «al livello di povertà e di vulnerabilità del 2014» in seguito alla pandemia di Covid-19 e all’inflazione. L’impennata dei prezzi (ad ottobre è stato rilevato un +7,1% su base annua) e in particolare l’aumento del costo dei carburanti, dei generi alimentari e dei servizi, uniti a un’eccezionale siccità, hanno inoltre frenato la crescita economia, che alla fine dell’anno dovrebbe essere pari soltanto ad un +0,8%.
Le forze sociali e politiche che hanno partecipato alla marcia hanno chiesto le dimissioni del governo denunciando che a risentire della situazione non è più solo il potere d’acquisto dei settori più poveri della popolazione, ma ormai anche quello della classe media. Il Paese soffre di disparità sociali e territoriali crescenti che costringono sempre più cittadini, soprattutto giovani, all’emigrazione.
La disparità di reddito, stimata secondo il coefficiente di Gini, è del 46,4%, ovvero al di sopra della soglia socialmente tollerabile (42%). Secondo gli stessi dati forniti dal governo di Rabat, il 20% della popolazione è in stato di povertà assoluta (con un reddito inferiore a 1,8 euro al giorno), il 40% in povertà relativa (con un reddito inferiore a 3 euro al giorno) e il 60% in condizioni di precarietà (meno di 4,5 euro al giorno).
youtube.com/embed/Mx91f7UcQK0?…
Il governo rivendica le sue politiche sociali
Di fronte alle proteste e all’aumento del malcontento sociale, il governo guidato dall’imprenditore Aziz Akhannouch ha più volte rivendicato quella che definisce la sua “politica sociale”, in particolare l’estensione della copertura sanitaria a oltre 10 milioni di marocchini a basso reddito. Lo scorso ottobre, il governo ha inoltre annunciato un nuovo maxi-fondo sovrano da 4 miliardi di euro creato per sostenere gli investimenti pubblici e tentare così di rilanciare l’economia del paese e contrastare la crisi.
Si tratta però di misure ritenute parziali e insufficienti da parte delle opposizioni di sinistra. In particolare i sindacati denunciano la rinuncia, da parte del governo marocchino, al varo di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. Proposta dalle opposizioni parlamentari anche sulla base dell’appello del segretario generale dell’ONU a tassare gli “scandalosi” profitti realizzati dalle aziende del settore energetico in maniera da recuperare risorse da destinare al contrasto dell’inflazione e della povertà, alla fine il premier Akhannouch non ha inserito la misura all’interno della legge finanziaria adottata lo scorso 19 ottobre dal Consiglio dei Ministri. La rinuncia a questa e ad altre misure redistributive ha rilanciato le accuse, nei confronti dell’esecutivo, di favorire l’élite economica e di incarnare la collusione tra potere politico e mondo degli affari.
“No agli arresti dei dissidenti”
I manifestanti hanno anche lanciato slogan contro gli arresti di dissidenti, denunciando «ogni forma di repressione politica, antisindacale e contro la libertà d’espressione, mentre vengono incarcerati diversi blogger e giornalisti critici nei confronti del governo. «È una regressione inaccettabile», ha denunciato Ferachine.
Uno degli ultimi arresti ha preso di mira, a novembre, è stato l’ex ministro dei Diritti Umani Mohamed Ziane. A ottobre l’avvocato e fondatore del Partito Liberale, che attualmente ha 80 anni, aveva chiesto l’abdicazione del sovrano Mohamed VI – che risiede a Parigi e rientra in Marocco solo per alcune cerimonie – e la fine della sistematica violazione dei diritti politici e democratici. Per tutta risposta Ziane è stato prima oggetto di una feroce campagna denigratoria da parte dei media governativi e delle autorità, ed in seguito è stato condannato dalla Corte d’Appello di Rabat a tre anni di detenzione per un totale di 11 capi di accusa formulati in una denuncia del Ministero degli Interni di Rabat.
“No agli accordi con Israele”Nel corteo sono state sventolate numerose bandiere palestinesi. La marcia ha rappresentato infatti anche l’occasione per condannare la normalizzazione dei rapporti tra Rabat e lo stato di Israele, decisa nel 2020 nell’ambito degli “accordi di Abramo”. Secondo i sondaggi una gran parte della popolazione si dice contraria alla crescente collaborazione economica e militare tra il regno marocchino e Tel Aviv.L’ultimo importante passo in questo senso risale al 23 marzo scorso, quando il Ministro dell’Industria e del Commercio marocchino Ryad Mezzour e il presidente del board dei direttori dell’Israel Aerospace Industries, Amir Peretz, hanno siglato uno storico accordo di cooperazione.
Nel giugno scorso, poi, il governo di Rabat ha firmato un contratto con l’israeliana Elbit Systems per la fornitura del sistema “Alinet”, allo scopo di sviluppare le capacità del paese nel campo della guerra elettronica.
A luglio il capo di Stato maggiore dell’esercito di Israele, Aviv Kohavi, ha incontrato a Rabat l’omologo marocchino El Farouk; i due avrebbero discusso i dettagli del rafforzamento della cooperazione militare e discusso la possibilità di lanciare un’alleanza regionale volta «a frenare l’influenza iraniana in Medio Oriente e in Nord Africa».
Israele ha anche fornito a Rabat la tecnologia necessaria a produrre in proprio dei droni da bombardamento, che il paese utilizza per colpire la guerriglia del Fronte Polisario, l’organizzazione che si batte per la liberazione dei territori saharawi occupati illegalmente dal Marocco.
Lo scorso 3 dicembre uno di questi droni ha colpito in pieno un fuoristrada nella zona del confine con la Mauritania, uccidendo il conducente e scatenando la reazione di Mohamed el Mokhtar Ould Abdi, governatore della provincia di Tiris-Zemmour, che si trova sulle linee di contatto con l’ex colonia spagnola occupata da Rabat. L’uccisione dei cittadini mauritani fuori dai confini nella zona cuscinetto del Sahara occidentale «non è più accettabile» ha detto il capo del governo locale. Già a settembre due cercatori d’oro mauritani erano stati uccisi nel corso di un bombardamento compiuto da un drone marocchino contro presunte postazioni del Fronte Polisario. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Marocco: proteste contro gli aumenti e la repressione proviene da Pagine Esteri.
Marocco: proteste contro gli aumenti e la repressione
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 8 dicembre 2022 – Alcune migliaia di persone sono scese in piazza domenica a Rabat per protestare contro «l’alto costo della vita e la repressione» politica, partecipando ad una manifestazione promossa dal Fronte Sociale Marocchino (Fsm). La sigla riunisce diversi partiti politici di sinistra, organizzazioni per i diritti umani e sindacati come la Confederazione Democratica del Lavoro.
Alla marcia, la più partecipata degli ultimi mesi, hanno partecipato alcune migliaia di persone – un risultato notevole in un paese che reprime sistematicamente le libertà politiche – anche se la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale (DGSN) ha parlato di soli 1500 manifestanti. La manifestazione ha sfilato per quasi due ore nel centro della capitale marocchina, dalla porta della Medina fino a Piazza degli Alawiti, passando accanto alla sede del parlamento.
L’inflazione erode i salari, la povertà aumenta
«Il popolo vuole prezzi più bassi (…). Il popolo vuole abbattere il dispotismo e la corruzione» hanno gridato i partecipanti arrivati anche dal resto del Marocco. «Siamo venuti per protestare contro un governo che incarna il matrimonio tra denaro e potere e che sostiene il capitalismo monopolistico» ha spiegato il coordinatore nazionale dell’Fsm, Younès Ferachine.
Secondo un recente rapporto dell’Alto commissariato per la pianificazione (Hcp), il Marocco è tornato «al livello di povertà e di vulnerabilità del 2014» in seguito alla pandemia di Covid-19 e all’inflazione. L’impennata dei prezzi (ad ottobre è stato rilevato un +7,1% su base annua) e in particolare l’aumento del costo dei carburanti, dei generi alimentari e dei servizi, uniti a un’eccezionale siccità, hanno inoltre frenato la crescita economia, che alla fine dell’anno dovrebbe essere pari soltanto ad un +0,8%.
Le forze sociali e politiche che hanno partecipato alla marcia hanno chiesto le dimissioni del governo denunciando che a risentire della situazione non è più solo il potere d’acquisto dei settori più poveri della popolazione, ma ormai anche quello della classe media. Il Paese soffre di disparità sociali e territoriali crescenti che costringono sempre più cittadini, soprattutto giovani, all’emigrazione.
La disparità di reddito, stimata secondo il coefficiente di Gini, è del 46,4%, ovvero al di sopra della soglia socialmente tollerabile (42%). Secondo gli stessi dati forniti dal governo di Rabat, il 20% della popolazione è in stato di povertà assoluta (con un reddito inferiore a 1,8 euro al giorno), il 40% in povertà relativa (con un reddito inferiore a 3 euro al giorno) e il 60% in condizioni di precarietà (meno di 4,5 euro al giorno).
youtube.com/embed/Mx91f7UcQK0?…
Il governo rivendica le sue politiche sociali
Di fronte alle proteste e all’aumento del malcontento sociale, il governo guidato dall’imprenditore Aziz Akhannouch ha più volte rivendicato quella che definisce la sua “politica sociale”, in particolare l’estensione della copertura sanitaria a oltre 10 milioni di marocchini a basso reddito. Lo scorso ottobre, il governo ha inoltre annunciato un nuovo maxi-fondo sovrano da 4 miliardi di euro creato per sostenere gli investimenti pubblici e tentare così di rilanciare l’economia del paese e contrastare la crisi.
Si tratta però di misure ritenute parziali e insufficienti da parte delle opposizioni di sinistra. In particolare i sindacati denunciano la rinuncia, da parte del governo marocchino, al varo di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. Proposta dalle opposizioni parlamentari anche sulla base dell’appello del segretario generale dell’ONU a tassare gli “scandalosi” profitti realizzati dalle aziende del settore energetico in maniera da recuperare risorse da destinare al contrasto dell’inflazione e della povertà, alla fine il premier Akhannouch non ha inserito la misura all’interno della legge finanziaria adottata lo scorso 19 ottobre dal Consiglio dei Ministri. La rinuncia a questa e ad altre misure redistributive ha rilanciato le accuse, nei confronti dell’esecutivo, di favorire l’élite economica e di incarnare la collusione tra potere politico e mondo degli affari.
“No agli arresti dei dissidenti”
I manifestanti hanno anche lanciato slogan contro gli arresti di dissidenti, denunciando «ogni forma di repressione politica, antisindacale e contro la libertà d’espressione, mentre vengono incarcerati diversi blogger e giornalisti critici nei confronti del governo. «È una regressione inaccettabile», ha denunciato Ferachine.
Uno degli ultimi arresti ha preso di mira, a novembre, è stato l’ex ministro dei Diritti Umani Mohamed Ziane. A ottobre l’avvocato e fondatore del Partito Liberale, che attualmente ha 80 anni, aveva chiesto l’abdicazione del sovrano Mohamed VI – che risiede a Parigi e rientra in Marocco solo per alcune cerimonie – e la fine della sistematica violazione dei diritti politici e democratici. Per tutta risposta Ziane è stato prima oggetto di una feroce campagna denigratoria da parte dei media governativi e delle autorità, ed in seguito è stato condannato dalla Corte d’Appello di Rabat a tre anni di detenzione per un totale di 11 capi di accusa formulati in una denuncia del Ministero degli Interni di Rabat.
“No agli accordi con Israele”Nel corteo sono state sventolate numerose bandiere palestinesi. La marcia ha rappresentato infatti anche l’occasione per condannare la normalizzazione dei rapporti tra Rabat e lo stato di Israele, decisa nel 2020 nell’ambito degli “accordi di Abramo”. Secondo i sondaggi una gran parte della popolazione si dice contraria alla crescente collaborazione economica e militare tra il regno marocchino e Tel Aviv.L’ultimo importante passo in questo senso risale al 23 marzo scorso, quando il Ministro dell’Industria e del Commercio marocchino Ryad Mezzour e il presidente del board dei direttori dell’Israel Aerospace Industries, Amir Peretz, hanno siglato uno storico accordo di cooperazione.
Nel giugno scorso, poi, il governo di Rabat ha firmato un contratto con l’israeliana Elbit Systems per la fornitura del sistema “Alinet”, allo scopo di sviluppare le capacità del paese nel campo della guerra elettronica.
A luglio il capo di Stato maggiore dell’esercito di Israele, Aviv Kohavi, ha incontrato a Rabat l’omologo marocchino El Farouk; i due avrebbero discusso i dettagli del rafforzamento della cooperazione militare e discusso la possibilità di lanciare un’alleanza regionale volta «a frenare l’influenza iraniana in Medio Oriente e in Nord Africa».
Israele ha anche fornito a Rabat la tecnologia necessaria a produrre in proprio dei droni da bombardamento, che il paese utilizza per colpire la guerriglia del Fronte Polisario, l’organizzazione che si batte per la liberazione dei territori saharawi occupati illegalmente dal Marocco.
Lo scorso 3 dicembre uno di questi droni ha colpito in pieno un fuoristrada nella zona del confine con la Mauritania, uccidendo il conducente e scatenando la reazione di Mohamed el Mokhtar Ould Abdi, governatore della provincia di Tiris-Zemmour, che si trova sulle linee di contatto con l’ex colonia spagnola occupata da Rabat. L’uccisione dei cittadini mauritani fuori dai confini nella zona cuscinetto del Sahara occidentale «non è più accettabile» ha detto il capo del governo locale. Già a settembre due cercatori d’oro mauritani erano stati uccisi nel corso di un bombardamento compiuto da un drone marocchino contro presunte postazioni del Fronte Polisario. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Marocco: proteste contro gli aumenti e la repressione proviene da Pagine Esteri.
ARMI. La Leonardo DRS punta sulla produzione di droni-kamikaze
di Antonio Mazzeo*
Pagine Esteri, 7 dicembre 2022 – Il loro nome tecnico è loitering munitions o munizioni circuitanti; sono piccoli droni dotati di una testata esplosiva che possono essere teleguidati contro l’obiettivo anche a decine di chilometri di distanza. Si tratta cioè di veri e propri velivoli-kamikaze il cui impiego sta crescendo rapidamente e irresponsabilmente nei principali scenari di guerra internazionali. Leonardo SpA, l’holding militare-industriale a capitale pubblico, ha deciso di puntare sulla loro produzione ed esportazione, consapevole che nei prossimi anni i profitti saranno ragguardevoli. A curare l’affaire è stata delegata la società controllata che ha sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America, in stretta collaborazione con un’azienda del comparto bellico di Israele.
I dirigenti di Leonardo DRS (Arlington, Virginia) hanno reso noto che l’unità commerciale dei sistemi terrestri di St. Louis, Missouri, ha stipulato il 6 ottobre scorso un accordo con la SpearUAV Ltd. di Tel Aviv per sviluppare una versione delle munizioni aeree Viper su scala nanometrica “per andare incontro alle richieste emergenti di molteplici clienti militari statunitensi”.
“SpearUAV ha sviluppato Viper rapidamente in risposta alle lezioni apprese durante i recenti grandi conflitti”, spiegano i manager del gruppo israeliano. “Il sistema a lancio verticale fornisce agli operatori in linea di combattimento munizioni aeree convenienti, semplici da usare ed efficaci contro una varietà di bersagli, compresi quelli in posizione defilata. Piccole munizioni aeree come le Viper stanno rivoluzionando le piccole unità tattiche assicurando una precisione veramente letale nelle mani del singolo combattente”.
Ancora SpearUAV Ltd. afferma che queste nuove munizioni “forniscono una potenza di fuoco reattiva per distruggere minacce immediate come cecchini nemici e gruppi operativi”, riducendo “al minimo” i danni collaterali in terreni urbani complessi. Il Viper richiede un addestramento minimo all’uso, si adatta a tutte le tipologie di munizionamento esistenti e può essere equipaggiato con il sistema di controllo terrestre Ninox compatibile con Android, Microsoft Windows e Linux.
“Siamo molto entusiasti di questa nuova partnership che sfrutta la vasta esperienza di integrazione della piattaforma e sviluppo del carico utile di Leonardo DRS con le sinergie tecnologiche di SpearUAV”, ha dichiarato Aaron Hankins, general manager di DRS Land Systems. “Abbiamo riconosciuto la Spear come un’azienda all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia dei sistemi a pilotaggio remoto. Viper espande i nostri attuali sforzi nel campo dei droni”. Più raccapriccianti le parole di Gadi Kuperman, a capo del consiglio di amministrazione di SpearUAV. “Vogliamo fornire agli utenti la possibilità di utilizzare Viper allo stesso modo con cui farebbero con qualsiasi altro pezzo di equipaggiamento da combattimento o munizione, come un proiettile o una granata”, ha commentato Kuperman. “Si tratta di uno strumento da campo di battaglia; è pronto e pensato per essere usato in qualsiasi momento e senza esitazione. E potrebbe esserlo da un soldato di fanteria o dagli equipaggi di piattaforme terrestri o navali“.
Drone killer israeliano Spike nlos
I mini-droni kamikaze sono stati lanciati ufficialmente all’inizio di ottobre quasi in contemporanea all’accordo tra Leonardo e SpearUAV. Una ventina di giorni dopo, come riportato dal sito specializzato Israeldefence, il ministro della difesa dell’Azerbaijan, Madat Guliyev, ha incontrato l’amministratore dell’azienda Gadi Kuperman per discutere sulla possibilità di rifornire le forze armate azere proprio con le nuove munizioni circuitanti Viper.
SpearUAV Ltd. opera dal 2017 nella progettazione e sviluppo di esplosivi e sistemi aerei a pilotaggio remoto per fini militari o di controllo sicuritario. La società annovera tra i principali clienti il ministero della difesa israeliano e i corpi militari di alcuni paesi partner. Gli azionisti e i manager provengono tutti dalle forze armate o dai servizi segreti di Israele: Gadi Kuperman è un ex colonnello dell’aeronautica militare che ha coordinato diversi programmi di riarmo aereo, mentre nel board di SpearUAV compaiono pure i nomi di Yossi Cohen (presidente), già direttore della famigerata agenzia di intelligence Mossad; Moshe Maor, ex direttore del gruppo aerospaziale e missilistico Rafael Advanced Defense Systems; Yaakov Barak, già generale e comandante delle forze terrestri; Shai Bar, ex colonnello a capo della divisione sistemi d’arma / engineering e conflitti a bassa intensità, poi ufficiale di collegamento della missione israeliana presso l’esercito USA.
In vista dell’espansione nei mercati internazionali, nel maggio 2022 SpearUAV ha rastrellato cospicui finanziamenti tra gli investitori privati ottenendo ben 17 milioni di dollari da una delle società israeliane specializzate nella produzione di droni da guerra e munizioni auto esplodenti, UVision Air Ltd.. Quest’ultima è stata fondata nel 2011 nella città di Tzur Yidal (distretto centrale) ed è presieduta dall’ex generale Avi Mizrachi, già capo del Comando centrale delle forze armate di Israele e successivamente responsabile vendite per l’area del sud-est asiatico di un’altra importante azienda bellica israeliana, Elbit Systems Ltd..
UVision Air Ltd. ha stabilito propri uffici di rappresentanza in India e negli Stati Uniti d’America dove ha anche ottenuto una importante commessa per fornire un sistema d’attacco con loitering munitions al Corpo dei Marines. Nell’ottobre 2021 la società ha sottoscritto una partnership strategica con la multinazionale tedesca Rheinmetall per progettare, produrre e commercializzare principalmente in Europa sistemi di armamento orbitante. In particolare le munizioni auto esplodenti del tipo “Hero” prodotte da UVision saranno integrate a bordo di alcuni dei più moderni veicoli militari di Rheinmetall come i blindati 8×8 Boxer CRV, i Lynx infantry fighting e i mezzi a pilotaggio remoto terrestri Mission Master.
Come ha documentato Flightglobal.com, la partnership industriale israelo-tedesca comporterà molto probabilmente la produzione di loitering munitions nel nostro paese. “L’accordo è stato sottoscritto da RWM Italia S.p.A., la consociata italiana del Gruppo Rheinmetall”, scrive la testata specialistica del settore aerospaziale. “RWM Italia condurrà il processo di europeizzazione dei sistemi Hero e i suoi stabilimenti, grazie alle capacità di sviluppo delle testate, introdurranno modelli innovativi per l’Hero, oltre a fornire la certificazione secondo gli standard UE e NATO”. Le nuove munizioni circuitanti accresceranno le “capacità anti-tank” dei potenziali clienti europei ma potrebbero armare pure le forze navali e aeree.
La produzione dei droni kamikaze in cooperazione con l’israeliana UVision dovrebbe interessare lo stabilimento RWM di Domusnovas in Sardegna. Intanto l’Esercito italiano ha deciso di rifornirsi del sistema di munizionamento “Hero-30” con una spesa di 4 miliardi di euro circa nei prossimi cinque anni. “Hero-30 di U-Vision è costituito da un tubo che all’interno contiene un drone azionato e interamente comandato da un solo uomo”, spiega la Difesa. “La versione originale ha un peso 3 Kg circa con un range operativo che varia dai 5 ai 40 km, con un’autonomia di volo di 30 minuti e azionato da un motore elettrico posteriore”. I mini-droni saranno consegnati alle Forze speciali di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri: rispettivamente il 9° Reggimento d’Assalto paracadutisti “Col Moschin”, il Gruppo Operativo Incursori del COMSUBIN, il 17° Stormo Incursori e il GIS – Gruppo Intervento Speciale. L’addestramento del personale all’uso degli Hero-30 sarà svolto in Israele presso il quartier generale di UVision; l’azienda fornirà inoltre il supporto logistico integrato, comprensivo di manutenzione basica e gestione/sostituzione di alcune parti di ricambio di consumo.
La fittissima connection militare-industriale italo-israeliana è enfatizzata dall’accordo di fusione firmato il 21 giugno negli USA da Leonardo DRS e RADA Electronic Industries Ltd., azienda con sede nella città di Netanaya (a una trentina di km a nord di Tel Aviv). La controllata statunitense di Leonardo SpA ha acquisito il 100% del capitale sociale di RADA in cambio dell’assegnazione del 19,5% delle proprie azioni ai titolari della società israeliana.
Fondata nel 1970, RADA Electronic Industries Ltd. occupa più di 250 dipendenti e possiede anche un centro di ricerca nell’High-Tech Park di Beer’Sheva (Negev) e uno stabilimento nella città settentrionale di Beit She’an. Il gruppo produce prioritariamente radar tattici militari e software avanzati; l’uomo di punta nel Consiglio di amministrazione è Joseph Weiss, ex comandante della Marina militare di Israele ed ex presidente del Cda di IAI – Israel Aerospace Industries Ltd., la più grande società del settore aerospaziale del paese. Joseph Weiss siede attualmente anche nel Cda dell’Istituto di Tecnologia “Technion” di Haifa e coincidenza vuole che sia pure direttore di UVision Air Ltd.. Pagine Esteri
*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).
L'articolo ARMI. La Leonardo DRS punta sulla produzione di droni-kamikaze proviene da Pagine Esteri.
ARMI. La Leonardo DRS punta sulla produzione di droni-kamikaze
di Antonio Mazzeo*
Pagine Esteri, 7 dicembre 2022 – Il loro nome tecnico è loitering munitions o munizioni circuitanti; sono piccoli droni dotati di una testata esplosiva che possono essere teleguidati contro l’obiettivo anche a decine di chilometri di distanza. Si tratta cioè di veri e propri velivoli-kamikaze il cui impiego sta crescendo rapidamente e irresponsabilmente nei principali scenari di guerra internazionali. Leonardo SpA, l’holding militare-industriale a capitale pubblico, ha deciso di puntare sulla loro produzione ed esportazione, consapevole che nei prossimi anni i profitti saranno ragguardevoli. A curare l’affaire è stata delegata la società controllata che ha sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America, in stretta collaborazione con un’azienda del comparto bellico di Israele.
I dirigenti di Leonardo DRS (Arlington, Virginia) hanno reso noto che l’unità commerciale dei sistemi terrestri di St. Louis, Missouri, ha stipulato il 6 ottobre scorso un accordo con la SpearUAV Ltd. di Tel Aviv per sviluppare una versione delle munizioni aeree Viper su scala nanometrica “per andare incontro alle richieste emergenti di molteplici clienti militari statunitensi”.
“SpearUAV ha sviluppato Viper rapidamente in risposta alle lezioni apprese durante i recenti grandi conflitti”, spiegano i manager del gruppo israeliano. “Il sistema a lancio verticale fornisce agli operatori in linea di combattimento munizioni aeree convenienti, semplici da usare ed efficaci contro una varietà di bersagli, compresi quelli in posizione defilata. Piccole munizioni aeree come le Viper stanno rivoluzionando le piccole unità tattiche assicurando una precisione veramente letale nelle mani del singolo combattente”.
Ancora SpearUAV Ltd. afferma che queste nuove munizioni “forniscono una potenza di fuoco reattiva per distruggere minacce immediate come cecchini nemici e gruppi operativi”, riducendo “al minimo” i danni collaterali in terreni urbani complessi. Il Viper richiede un addestramento minimo all’uso, si adatta a tutte le tipologie di munizionamento esistenti e può essere equipaggiato con il sistema di controllo terrestre Ninox compatibile con Android, Microsoft Windows e Linux.
“Siamo molto entusiasti di questa nuova partnership che sfrutta la vasta esperienza di integrazione della piattaforma e sviluppo del carico utile di Leonardo DRS con le sinergie tecnologiche di SpearUAV”, ha dichiarato Aaron Hankins, general manager di DRS Land Systems. “Abbiamo riconosciuto la Spear come un’azienda all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia dei sistemi a pilotaggio remoto. Viper espande i nostri attuali sforzi nel campo dei droni”. Più raccapriccianti le parole di Gadi Kuperman, a capo del consiglio di amministrazione di SpearUAV. “Vogliamo fornire agli utenti la possibilità di utilizzare Viper allo stesso modo con cui farebbero con qualsiasi altro pezzo di equipaggiamento da combattimento o munizione, come un proiettile o una granata”, ha commentato Kuperman. “Si tratta di uno strumento da campo di battaglia; è pronto e pensato per essere usato in qualsiasi momento e senza esitazione. E potrebbe esserlo da un soldato di fanteria o dagli equipaggi di piattaforme terrestri o navali“.
Drone killer israeliano Spike nlos
I mini-droni kamikaze sono stati lanciati ufficialmente all’inizio di ottobre quasi in contemporanea all’accordo tra Leonardo e SpearUAV. Una ventina di giorni dopo, come riportato dal sito specializzato Israeldefence, il ministro della difesa dell’Azerbaijan, Madat Guliyev, ha incontrato l’amministratore dell’azienda Gadi Kuperman per discutere sulla possibilità di rifornire le forze armate azere proprio con le nuove munizioni circuitanti Viper.
SpearUAV Ltd. opera dal 2017 nella progettazione e sviluppo di esplosivi e sistemi aerei a pilotaggio remoto per fini militari o di controllo sicuritario. La società annovera tra i principali clienti il ministero della difesa israeliano e i corpi militari di alcuni paesi partner. Gli azionisti e i manager provengono tutti dalle forze armate o dai servizi segreti di Israele: Gadi Kuperman è un ex colonnello dell’aeronautica militare che ha coordinato diversi programmi di riarmo aereo, mentre nel board di SpearUAV compaiono pure i nomi di Yossi Cohen (presidente), già direttore della famigerata agenzia di intelligence Mossad; Moshe Maor, ex direttore del gruppo aerospaziale e missilistico Rafael Advanced Defense Systems; Yaakov Barak, già generale e comandante delle forze terrestri; Shai Bar, ex colonnello a capo della divisione sistemi d’arma / engineering e conflitti a bassa intensità, poi ufficiale di collegamento della missione israeliana presso l’esercito USA.
In vista dell’espansione nei mercati internazionali, nel maggio 2022 SpearUAV ha rastrellato cospicui finanziamenti tra gli investitori privati ottenendo ben 17 milioni di dollari da una delle società israeliane specializzate nella produzione di droni da guerra e munizioni auto esplodenti, UVision Air Ltd.. Quest’ultima è stata fondata nel 2011 nella città di Tzur Yidal (distretto centrale) ed è presieduta dall’ex generale Avi Mizrachi, già capo del Comando centrale delle forze armate di Israele e successivamente responsabile vendite per l’area del sud-est asiatico di un’altra importante azienda bellica israeliana, Elbit Systems Ltd..
UVision Air Ltd. ha stabilito propri uffici di rappresentanza in India e negli Stati Uniti d’America dove ha anche ottenuto una importante commessa per fornire un sistema d’attacco con loitering munitions al Corpo dei Marines. Nell’ottobre 2021 la società ha sottoscritto una partnership strategica con la multinazionale tedesca Rheinmetall per progettare, produrre e commercializzare principalmente in Europa sistemi di armamento orbitante. In particolare le munizioni auto esplodenti del tipo “Hero” prodotte da UVision saranno integrate a bordo di alcuni dei più moderni veicoli militari di Rheinmetall come i blindati 8×8 Boxer CRV, i Lynx infantry fighting e i mezzi a pilotaggio remoto terrestri Mission Master.
Come ha documentato Flightglobal.com, la partnership industriale israelo-tedesca comporterà molto probabilmente la produzione di loitering munitions nel nostro paese. “L’accordo è stato sottoscritto da RWM Italia S.p.A., la consociata italiana del Gruppo Rheinmetall”, scrive la testata specialistica del settore aerospaziale. “RWM Italia condurrà il processo di europeizzazione dei sistemi Hero e i suoi stabilimenti, grazie alle capacità di sviluppo delle testate, introdurranno modelli innovativi per l’Hero, oltre a fornire la certificazione secondo gli standard UE e NATO”. Le nuove munizioni circuitanti accresceranno le “capacità anti-tank” dei potenziali clienti europei ma potrebbero armare pure le forze navali e aeree.
La produzione dei droni kamikaze in cooperazione con l’israeliana UVision dovrebbe interessare lo stabilimento RWM di Domusnovas in Sardegna. Intanto l’Esercito italiano ha deciso di rifornirsi del sistema di munizionamento “Hero-30” con una spesa di 4 miliardi di euro circa nei prossimi cinque anni. “Hero-30 di U-Vision è costituito da un tubo che all’interno contiene un drone azionato e interamente comandato da un solo uomo”, spiega la Difesa. “La versione originale ha un peso 3 Kg circa con un range operativo che varia dai 5 ai 40 km, con un’autonomia di volo di 30 minuti e azionato da un motore elettrico posteriore”. I mini-droni saranno consegnati alle Forze speciali di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri: rispettivamente il 9° Reggimento d’Assalto paracadutisti “Col Moschin”, il Gruppo Operativo Incursori del COMSUBIN, il 17° Stormo Incursori e il GIS – Gruppo Intervento Speciale. L’addestramento del personale all’uso degli Hero-30 sarà svolto in Israele presso il quartier generale di UVision; l’azienda fornirà inoltre il supporto logistico integrato, comprensivo di manutenzione basica e gestione/sostituzione di alcune parti di ricambio di consumo.
La fittissima connection militare-industriale italo-israeliana è enfatizzata dall’accordo di fusione firmato il 21 giugno negli USA da Leonardo DRS e RADA Electronic Industries Ltd., azienda con sede nella città di Netanaya (a una trentina di km a nord di Tel Aviv). La controllata statunitense di Leonardo SpA ha acquisito il 100% del capitale sociale di RADA in cambio dell’assegnazione del 19,5% delle proprie azioni ai titolari della società israeliana.
Fondata nel 1970, RADA Electronic Industries Ltd. occupa più di 250 dipendenti e possiede anche un centro di ricerca nell’High-Tech Park di Beer’Sheva (Negev) e uno stabilimento nella città settentrionale di Beit She’an. Il gruppo produce prioritariamente radar tattici militari e software avanzati; l’uomo di punta nel Consiglio di amministrazione è Joseph Weiss, ex comandante della Marina militare di Israele ed ex presidente del Cda di IAI – Israel Aerospace Industries Ltd., la più grande società del settore aerospaziale del paese. Joseph Weiss siede attualmente anche nel Cda dell’Istituto di Tecnologia “Technion” di Haifa e coincidenza vuole che sia pure direttore di UVision Air Ltd.. Pagine Esteri
*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).
L'articolo ARMI. La Leonardo DRS punta sulla produzione di droni-kamikaze proviene da Pagine Esteri.
ARMI. La Leonardo DRS punta sulla produzione di droni-kamikaze
di Antonio Mazzeo*
Pagine Esteri, 7 dicembre 2022 – Il loro nome tecnico è loitering munitions o munizioni circuitanti; sono piccoli droni dotati di una testata esplosiva che possono essere teleguidati contro l’obiettivo anche a decine di chilometri di distanza. Si tratta cioè di veri e propri velivoli-kamikaze il cui impiego sta crescendo rapidamente e irresponsabilmente nei principali scenari di guerra internazionali. Leonardo SpA, l’holding militare-industriale a capitale pubblico, ha deciso di puntare sulla loro produzione ed esportazione, consapevole che nei prossimi anni i profitti saranno ragguardevoli. A curare l’affaire è stata delegata la società controllata che ha sede e stabilimenti negli Stati Uniti d’America, in stretta collaborazione con un’azienda del comparto bellico di Israele.
I dirigenti di Leonardo DRS (Arlington, Virginia) hanno reso noto che l’unità commerciale dei sistemi terrestri di St. Louis, Missouri, ha stipulato il 6 ottobre scorso un accordo con la SpearUAV Ltd. di Tel Aviv per sviluppare una versione delle munizioni aeree Viper su scala nanometrica “per andare incontro alle richieste emergenti di molteplici clienti militari statunitensi”.
“SpearUAV ha sviluppato Viper rapidamente in risposta alle lezioni apprese durante i recenti grandi conflitti”, spiegano i manager del gruppo israeliano. “Il sistema a lancio verticale fornisce agli operatori in linea di combattimento munizioni aeree convenienti, semplici da usare ed efficaci contro una varietà di bersagli, compresi quelli in posizione defilata. Piccole munizioni aeree come le Viper stanno rivoluzionando le piccole unità tattiche assicurando una precisione veramente letale nelle mani del singolo combattente”.
Ancora SpearUAV Ltd. afferma che queste nuove munizioni “forniscono una potenza di fuoco reattiva per distruggere minacce immediate come cecchini nemici e gruppi operativi”, riducendo “al minimo” i danni collaterali in terreni urbani complessi. Il Viper richiede un addestramento minimo all’uso, si adatta a tutte le tipologie di munizionamento esistenti e può essere equipaggiato con il sistema di controllo terrestre Ninox compatibile con Android, Microsoft Windows e Linux.
“Siamo molto entusiasti di questa nuova partnership che sfrutta la vasta esperienza di integrazione della piattaforma e sviluppo del carico utile di Leonardo DRS con le sinergie tecnologiche di SpearUAV”, ha dichiarato Aaron Hankins, general manager di DRS Land Systems. “Abbiamo riconosciuto la Spear come un’azienda all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia dei sistemi a pilotaggio remoto. Viper espande i nostri attuali sforzi nel campo dei droni”. Più raccapriccianti le parole di Gadi Kuperman, a capo del consiglio di amministrazione di SpearUAV. “Vogliamo fornire agli utenti la possibilità di utilizzare Viper allo stesso modo con cui farebbero con qualsiasi altro pezzo di equipaggiamento da combattimento o munizione, come un proiettile o una granata”, ha commentato Kuperman. “Si tratta di uno strumento da campo di battaglia; è pronto e pensato per essere usato in qualsiasi momento e senza esitazione. E potrebbe esserlo da un soldato di fanteria o dagli equipaggi di piattaforme terrestri o navali“.
Drone killer israeliano Spike nlos
I mini-droni kamikaze sono stati lanciati ufficialmente all’inizio di ottobre quasi in contemporanea all’accordo tra Leonardo e SpearUAV. Una ventina di giorni dopo, come riportato dal sito specializzato Israeldefence, il ministro della difesa dell’Azerbaijan, Madat Guliyev, ha incontrato l’amministratore dell’azienda Gadi Kuperman per discutere sulla possibilità di rifornire le forze armate azere proprio con le nuove munizioni circuitanti Viper.
SpearUAV Ltd. opera dal 2017 nella progettazione e sviluppo di esplosivi e sistemi aerei a pilotaggio remoto per fini militari o di controllo sicuritario. La società annovera tra i principali clienti il ministero della difesa israeliano e i corpi militari di alcuni paesi partner. Gli azionisti e i manager provengono tutti dalle forze armate o dai servizi segreti di Israele: Gadi Kuperman è un ex colonnello dell’aeronautica militare che ha coordinato diversi programmi di riarmo aereo, mentre nel board di SpearUAV compaiono pure i nomi di Yossi Cohen (presidente), già direttore della famigerata agenzia di intelligence Mossad; Moshe Maor, ex direttore del gruppo aerospaziale e missilistico Rafael Advanced Defense Systems; Yaakov Barak, già generale e comandante delle forze terrestri; Shai Bar, ex colonnello a capo della divisione sistemi d’arma / engineering e conflitti a bassa intensità, poi ufficiale di collegamento della missione israeliana presso l’esercito USA.
In vista dell’espansione nei mercati internazionali, nel maggio 2022 SpearUAV ha rastrellato cospicui finanziamenti tra gli investitori privati ottenendo ben 17 milioni di dollari da una delle società israeliane specializzate nella produzione di droni da guerra e munizioni auto esplodenti, UVision Air Ltd.. Quest’ultima è stata fondata nel 2011 nella città di Tzur Yidal (distretto centrale) ed è presieduta dall’ex generale Avi Mizrachi, già capo del Comando centrale delle forze armate di Israele e successivamente responsabile vendite per l’area del sud-est asiatico di un’altra importante azienda bellica israeliana, Elbit Systems Ltd..
UVision Air Ltd. ha stabilito propri uffici di rappresentanza in India e negli Stati Uniti d’America dove ha anche ottenuto una importante commessa per fornire un sistema d’attacco con loitering munitions al Corpo dei Marines. Nell’ottobre 2021 la società ha sottoscritto una partnership strategica con la multinazionale tedesca Rheinmetall per progettare, produrre e commercializzare principalmente in Europa sistemi di armamento orbitante. In particolare le munizioni auto esplodenti del tipo “Hero” prodotte da UVision saranno integrate a bordo di alcuni dei più moderni veicoli militari di Rheinmetall come i blindati 8×8 Boxer CRV, i Lynx infantry fighting e i mezzi a pilotaggio remoto terrestri Mission Master.
Come ha documentato Flightglobal.com, la partnership industriale israelo-tedesca comporterà molto probabilmente la produzione di loitering munitions nel nostro paese. “L’accordo è stato sottoscritto da RWM Italia S.p.A., la consociata italiana del Gruppo Rheinmetall”, scrive la testata specialistica del settore aerospaziale. “RWM Italia condurrà il processo di europeizzazione dei sistemi Hero e i suoi stabilimenti, grazie alle capacità di sviluppo delle testate, introdurranno modelli innovativi per l’Hero, oltre a fornire la certificazione secondo gli standard UE e NATO”. Le nuove munizioni circuitanti accresceranno le “capacità anti-tank” dei potenziali clienti europei ma potrebbero armare pure le forze navali e aeree.
La produzione dei droni kamikaze in cooperazione con l’israeliana UVision dovrebbe interessare lo stabilimento RWM di Domusnovas in Sardegna. Intanto l’Esercito italiano ha deciso di rifornirsi del sistema di munizionamento “Hero-30” con una spesa di 4 miliardi di euro circa nei prossimi cinque anni. “Hero-30 di U-Vision è costituito da un tubo che all’interno contiene un drone azionato e interamente comandato da un solo uomo”, spiega la Difesa. “La versione originale ha un peso 3 Kg circa con un range operativo che varia dai 5 ai 40 km, con un’autonomia di volo di 30 minuti e azionato da un motore elettrico posteriore”. I mini-droni saranno consegnati alle Forze speciali di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri: rispettivamente il 9° Reggimento d’Assalto paracadutisti “Col Moschin”, il Gruppo Operativo Incursori del COMSUBIN, il 17° Stormo Incursori e il GIS – Gruppo Intervento Speciale. L’addestramento del personale all’uso degli Hero-30 sarà svolto in Israele presso il quartier generale di UVision; l’azienda fornirà inoltre il supporto logistico integrato, comprensivo di manutenzione basica e gestione/sostituzione di alcune parti di ricambio di consumo.
La fittissima connection militare-industriale italo-israeliana è enfatizzata dall’accordo di fusione firmato il 21 giugno negli USA da Leonardo DRS e RADA Electronic Industries Ltd., azienda con sede nella città di Netanaya (a una trentina di km a nord di Tel Aviv). La controllata statunitense di Leonardo SpA ha acquisito il 100% del capitale sociale di RADA in cambio dell’assegnazione del 19,5% delle proprie azioni ai titolari della società israeliana.
Fondata nel 1970, RADA Electronic Industries Ltd. occupa più di 250 dipendenti e possiede anche un centro di ricerca nell’High-Tech Park di Beer’Sheva (Negev) e uno stabilimento nella città settentrionale di Beit She’an. Il gruppo produce prioritariamente radar tattici militari e software avanzati; l’uomo di punta nel Consiglio di amministrazione è Joseph Weiss, ex comandante della Marina militare di Israele ed ex presidente del Cda di IAI – Israel Aerospace Industries Ltd., la più grande società del settore aerospaziale del paese. Joseph Weiss siede attualmente anche nel Cda dell’Istituto di Tecnologia “Technion” di Haifa e coincidenza vuole che sia pure direttore di UVision Air Ltd.. Pagine Esteri
*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).
L'articolo ARMI. La Leonardo DRS punta sulla produzione di droni-kamikaze proviene da Pagine Esteri.
IRAN. Abolita la “polizia morale” ma Teheran non conferma. Tre giorni di nuove mobilitazioni
di Valeria Cagnazzo*
Pagine Esteri, 5 dicembre 2022 – Per tre giorni a partire da oggi uno sciopero generale bloccherà le attività commerciali in Iran. A indirlo sono stati nella giornata di ieri gli attivisti che da oltre undici settimane a questa parte portano avanti le proteste che stanno infiammando il Paese. La rabbia per il decesso di Mahsa Amini, ventiduenne di origine curda morta il 16 settembre in una stazione di polizia dopo l’arresto perché non indossava bene il velo, non si è ancora sedata. I manifestanti intanto non allentano la pressione sul governo. Per i prossimi tre giorni, oltre a invitare i commercianti a tenere abbassate le serrande dei loro negozi, chiedono alla popolazione di boicottare qualsiasi attività economica. L’apice di queste giornate dovrebbe essere raggiunto mercoledì 7 dicembre, con una protesta di massa in occasione della visita del Presidente Ebrahim Raisi all’Università di Teheran per le celebrazioni della “Giornata dello studente”.
Quando a metà settembre gli iraniani si sono lanciati in strada in segno di protesta per la presunta uccisione di Amini, nessuno avrebbe previsto che le manifestazioni si sarebbero protratte per oltre due mesi mettendo il Paese a ferro e fuoco con una delle più grandi insurrezioni popolari dalla rivoluzione khomeinista del 1979.
Mahsa Amini si trovava a Teheran in visita a suo fratello quando la “polizia della moralità”, l’organo del governo che si occupa di vigilare sulla condotta e sull’abbigliamento degli iraniani, l’ha arrestata perché il suo velo copriva la tua testa in maniera blanda, lasciando scoperti i capelli sulla fronte. Due ore dopo, la ragazza, che nella sua famiglia veniva chiamata con il suo nome curdo Jina (pronunciato Zhina), secondo quanto riferito dalle autorità avrebbe avuto un infarto e una crisi epilettica nella stazione di polizia dove era stata condotta. Dopo tre giorni di coma, la studentessa è morta nell’Ospedale Kasra di Teheran, secondo i familiari per le torture subite durante l’arresto.
Nel Paese gli arresti e le violenze della polizia della moralità in nome del rispetto della “sharia” sono all’ordine del giorno, e forse proprio per questo l’uccisione di Mahsa Amini è finita per scatenare un’indignazione inedita. “Chiunque avrebbe potuto essere al suo posto”, hanno commentato gli attivisti sui social. Dal 16 settembre, per le strade le fila dei manifestanti contro il governo di Raisi e contro i suoi bracci armati continuano a ingrossarsi, le donne sfilano accanto agli uomini togliendosi il velo e dandogli fuoco e su Twitter si sono tagliate i capelli “per Mahsa”.
L’esito delle proteste è un fiume di sangue. Secondo l’agenzia HRANA (Human Rights Activist News Agency), da settembre al 3 dicembre almeno 470 manifestanti sarebbero stati uccisi dalla polizia. Tra di loro, ci sarebbero 64 minorenni. I poliziotti uccisi sarebbero al momento 61. Oltre alla mattanza di attivisti, ingenti sono stati anche gli arresti. Sempre secondo HRANA, 18.210 manifestanti sarebbero finiti dietro alle sbarre per aver partecipato alle proteste o per aver espresso critiche online nei confronti del governo.
Un governo che ha smesso di negare l’entità della crisi che l’ha travolto e che sabato scorso ha ammesso, nella persona del Ministro dell’interno, che nelle proteste degli iraniani ci sarebbero state numerose vittime, circa 200 persone secondo le sue stime. Poco più tardi, si sarebbe persino spinto oltre.
E’ di sabato 3 dicembre, infatti, la notizia che la polizia morale iraniana sarebbe stata abolita. A rilanciarla, tra gli altri, Reuters e Al Jazeera, per quanto finora non siano ancora giunte conferme ufficiali da parte del governo di Teheran. Un esito inaspettato e probabilmente insperato anche da parte di gran parte dei manifestanti che da due mesi e mezzo rischiano la vita chiedendo diritti e libertà.
Ad annunciarlo sarebbe stato il Procuratore Generale Mohammad Jafar Montazeri, durante un evento sulla “guerra ibrida nelle recenti rivolte”. Secondo l’agenzia Iranian Labor Agency, intervistato a proposito della polizia morale avrebbe risposto “E’ stata la stessa autorità che l’ha fondata a smantellarla”. Il ministero dell’interno, che è l’organo che effettivamente controlla il corpo dei poliziotti morali, non ha al momento rilasciato né conferme né smentite. Montazeri si sarebbe premurato poi di aggiungere che l’autorità giudiziaria avrebbe continuato a vigilare sulla condotta morale della popolazione.
Sul corpo delle donne iraniane il governo vigila con rigore sin dalla rivoluzione dell’ayatollah Khomeini. E’ contro di lui soprattutto che la folla si scagliava nel giorno del funerale di Mahsa Amini, come principale responsabile della morte della ragazza. Qualsiasi trasgressione da allora può essere punita con l’arresto e con qualunque forma di violenza e di tortura. E’ solo sotto il governo di Mahmoud Ahmadinejad nel 2006, però, che è stato formalmente istituito un corpo di polizia a se stante deputato esclusivamente al controllo del rispetto delle leggi comportamentali della sharia.
La cosiddetta “polizia della moralità”, “Gasht-e-Ershad” in persiano, da allora controlla che le donne indossino adeguatamente il velo, ovvero senza lasciare scoperti i capelli, e che i loro abiti non lascino intuire le forme del loro corpo e le loro maniche coprano le braccia fino ai polsi. Vigila, inoltre, anche sul consumo di alcool, sulle effusioni in pubblico, sugli incontri di uomini e donne che non siano imparentati tra di loro. Ciascuna di queste azioni può comportare una multa o addirittura la detenzione, e sempre più testimonianze negli anni hanno riferito di torture e violenze da parte dei poliziotti morali ai danni delle donne, dentro e fuori le stazioni di polizia.
Diverse proteste e mobilizzazioni social della società civile iraniana hanno provato negli ultimi anni a contestare l’utilizzo di questo strumento di violenza per reprimere i diritti delle donne iraniane e non solo e, in generale, l’imposizione dell’hijab. Nel 2016, era stata creata addirittura una app per android, “Gershad”, per aiutare le donne a evitare la “polizia della moralità”, segnalando i siti di pattugliamento su una mappa virtuale.
Sul sito di Play Store, nelle informazioni della app, i cui programmatori sono rimasti anonimi, si legge “Gershad è una mappa di diverse città dell’Iran, insieme a informazioni aggiornate sugli ultimi luoghi in cui è presente la pattuglia dell’Irshad. Osservando la mappa della città in cui vivi, puoi scegliere percorsi che hanno meno probabilità di essere presidiati. Allo stesso tempo, quando ti imbatti in una visita guidata in una parte della città, puoi facilmente segnare la sua posizione a Gershad in pochi secondi e salvare altri cittadini dall’essere intrappolati”. L’app fu bloccata poco dopo il suo lancio.
Adesso ad essere bloccata sarebbe stata finalmente la “polizia della moralità”, al prezzo di centinaia di morti e migliaia di arresti. Secondo molti attivisti, tuttavia, questa presunta “soppressione” potrebbe equivalere semplicemente a un atto “formale” mirato a distrarre l’opinione pubblica internazionale, che aveva condannato negli scorsi mesi la repressione delle manifestazioni in Iran e l’utilizzo della violenza per imporre il velo. L’organismo potrebbe, di fatto, ricostituirsi con un nuovo nome, o le sue “competenze” essere affidate ad altre forze di polizia.
Nessuno, d’altronde, ha annunciato che le donne iraniane saranno liberate dall’imposizione del velo in pubblico, hanno osservato diversi attivisti in rete. Non è solo contro il velo o la polizia della moralità, d’altronde, che stanno protestando da settembre, hanno osservato in molti, ma per porre fine al regime islamico in Iran. La notizia dell’abolizione del corpo di polizia potrebbe comportare quindi un grave danno all’esito delle loro manifestazioni, piuttosto che avere i risvolti positivi che dall’osservatorio occidentale sembrerebbe avere.
It’s disinformation that Islamic Republic of Iran has abolished it’s morality police. It’s a tactic to stop the uprising.
Protesters are not facing guns and bullets to abolish morality police or forced hijab.They want to end Islamic regime.#MahsaAmini
pic.twitter.com/qRcY0Kaepc pic.twitter.com/6ShBqnSbMn— Masih Alinejad 🏳️ (@AlinejadMasih) December 4, 2022
Lo smantellamento delle pattuglie dell’Ershad potrebbe essere soltanto lo specchietto per le allodole progettato dal governo di Raisi per allontanare gli occhi internazionali dalle strade insanguinate dall’Iran, temono gli attivisti. Un atto pseudo-liberale per convincere delle buone intenzioni del regime. La ratifica della sospensione, transitoria o meno, dei poliziotti della moralità rischierebbe in tal caso di avere come unico effetto quello di spegnere drammaticamente i riflettori sui volti delle donne e degli uomini che in Iran invocano la caduta del governo, condannandoli alla repressione più violenta nel silenzio del mondo. Pagine Esteri
*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993), praticante pubblicista, è un medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia. Ha pubblicato libri di poesie ottenendo numerosi riconoscimenti e premi.
L'articolo IRAN. Abolita la “polizia morale” ma Teheran non conferma. Tre giorni di nuove mobilitazioni proviene da Pagine Esteri.
Colombia: un mostro energetico minaccia comunità e ambiente
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 2 dicembre 2022 – Recentemente i media colombiani si sono concentrati sull’enorme serpente – un boa constrictor di oltre due metri – ritrovato nella sala turbine della centrale idroelettrica di Hidroituango. Ma è per altri motivi che centinaia di migliaia di persone tengono gli occhi puntati sull’enorme installazione, pronti a cogliere i segnali di una possibile catastrofe per mettersi in salvo.
Nelle ultime settimane, infatti, i lavori di completamento della diga e della centrale hanno subito una netta accelerazione per tentare di rispettare l’obiettivo di far entrare in funzione entro la fine di novembre almeno due delle otto turbineche, ad opera completata, dovranno trasformare la forza dell’acqua in elettricità. Nel caso in cui l’obiettivo non fosse stato raggiunto, l’impresa avrebbe dovuto pagare ingenti multe.
Un mostro idroelettrico
In costruzione ormai da molti anni tra ritardi, incidenti e promesse di sviluppo, la grande opera ha già provocato inondazioni, inquinamento e la distruzione dell’ecosistema dell’area della Colombia dove sorge, rappresentando una tetra minaccia per un vasto territorio.
Imbrigliare in un enorme bacino il Cauca – il secondo fiume più importante della Colombia dopo il Magdalena – ha condotto alla sparizione dei modi di vita tradizionali delle comunità che vivevano sulle sue sponde, e che si dedicavano alla pesca, all’agricoltura e all’estrazione artigianale dell’oro dalla sabbia. Neanche la valutazione di impatto ambientale, che ha messo in evidenza gli alti rischi connessi con le caratteristiche idrogeologiche di una zona altamente sismica e soggetta a smottamenti, ha impedito che l’EPM (la società pubblica Empresas Públicas de Medellín) continuasse la costruzione del gigante idroelettrico nel dipartimento di Antioquia, a circa 135 km da Medellín, nel nordest della Colombia.
Quando verrà ultimata, quella di Ituango sarà la diga più grande di tutto il paese e la quarta per importanza di tutta l’America Latina. Un progetto faraonico che ha bloccato il Cauca con un muro alto 225 metri – come un grattacielo di 80 piani – e lungo 560 in grado di contenere 20 milioni di metri cubi di acqua per produrre 14 mila gigawattora di energia all’anno. A regime – da previsioni, nel 2026 – la centrale dovrebbe produrre il 17% dell’energia totale del paese, permettendo di ridurre in modo consistente l’utilizzo di combustibili fossili e di abbassare il prezzo dell’elettricità.
Finora, però, i costi di realizzazione sono lievitati a dismisura, passando da 2 a 3,7 miliardi di euro. I lavori, iniziati nel 2009 e che inizialmente dovevano concludersi nel 2018, sono andati più a rilento del previsto a causa di una lunga sequela di errori ed incidenti.
Un villaggio sommerso dalle acque del Cauca nel 2018
Nel 2018 si sfiorò la catastrofe
Nella primavera del 2018 si verificò l’incidente più grave e si sfiorò la tragedia: a causa dei detriti trasportati dal fiume dopo forti piogge e di alcune frane, i tunnel nei quali era convogliato il Cauca si ostruirono, e l’acqua cominciò a salire di livello nella diga e ad esercitare una forte pressione sul muro di contenimento non ancora ultimato. Per evitare il crollo della diga, la direzione dell’EPM decise di permettere lo sfogo dell’acqua attraverso la sala delle turbine, causandone la totale distruzione con un danno economico incalcolabile.
Pochi giorni dopo, però – era il 12 maggio – la pressione causò comunque la disostruzione di uno dei tunnel e l’acqua, irrompendo nel letto del fiume, inondò vasti territori a valle della diga spazzando via tutto ciò che incontrava. Numerosi comuni della zona dovettero essere evacuati; solo da tre municipi – Valdivia, Tarazá e Cáceres – furono sfollati circa 15 mila abitanti. Se la diga avesse ceduto circa 130 mila persone sarebbero state seriamente minacciate, ha ammesso recentemente Robinson Miranda, il direttore del settore sociale e ambientale delle Imprese Pubbliche di Medellín, durante una conversazione con alcuni giornalisti colombiani e stranieri. Una minaccia, ovviamente, che continua ad aleggiare sui territori a valle della centrale.
Delle famiglie evacuate nel 2018, circa 2500 ci hanno messo più di un anno a tornare alle proprie case, e comunque la forza dell’acqua ha distrutto decine di abitazioni, strade ed edifici pubblici soprattutto a Puerto Valdivia dove la scuola, l’ambulatorio e un ponte sono stati spazzati via e tuttora non sono ancora stati ricostruiti. A dar retta all’EPM tutti gli sfollati sono rientrati alle loro case, ma le testimonianze degli attivisti locali e dei giornalisti arrivati a Puerto Valdivia nelle ultime settimane raccontano di strade fantasma costellate di edifici in rovina che solo da qualche settimana hanno visto iniziare i lavori di ricostruzione.
Il rischio di una nuova catastrofe
Molte famiglie hanno abbandonato le loro case lungo il Cauca – dove tornano ogni tanto per controllare che i loro pochi averi non siano stati rubati – ed hanno dovuto prendere in affitto altre abitazioni sulle colline; troppa la paurache si ripeta ciò che è successo nel 2018 o che si verifichi un incidente ancora più devastante.
Una preoccupazione condivisa dal primo presidente di sinistra del paese; «Prima di accendere le turbine di Hidroituango si devono evacuare gli abitanti a rischio come misura di precauzione» ha scritto Gustavo Petro sulle reti sociali, raccogliendo gli appelli delle comunità e delle associazioni locali. Il pronunciamento della massima carica dello stato ha convinto le autorità locali a procedere all’evacuazione delle famiglie che vivono nella zona più vicina alla centrale nei giorni della messa in funzione delle prime due turbine. Nei giorni scorsi era stata la stessa la ministra delle Miniere e dell’Energia, Irene Velez, a citare il rischio di un cedimento della montagna al momento dell’entrata in funzione delle turbine, eventualità smentita dal governatore di Antioquia Anibal Gaviria.
Comunità sfollate ed ecosistemi danneggiati
“Incidenti” a parte, la realizzazione del colossale impianto ha provocato pesanti conseguenze ambientali sui territori circostanti e un irreversibile sconvolgimento degli ecosistemi.
Gli abitanti assicurano che dopo la realizzazione della diga il clima della regione è cambiato con un aumento dell’umidità che rende meno redditizia la coltivazione della yucca e del mais, le colture tradizionali della zona.
Inoltre negli ultimi anni la superficie del lago artificiale è stata ricoperta di giacinti d’acqua, una pianta galleggiante fortemente infestante che impedisce allo specchio d’acqua di ossigenarsi e fa da schermo alla luce del sole, danneggiando la flora e la fauna. La diffusione del giacinto d’acqua ha a sua volta provocato un ambiente adatto alla proliferazione delle zanzare che attraverso le loro punture trasmettono agli abitanti della zona il virus della leishmaniosi che causa ulcere, febbre, vomito e diarrea.
Negli ultimi anni, poi, la centrale ha più volte chiuso le paratie della diga prosciugando quasi completamente il fiume e provocando così la morte di decine di migliaia di pesci, con danni incalcolabili per l’intero ecosistema e per i pescatori che ancora riuscivano a sopravvivere sfruttando le acque del Cauca. L’opera artificiale, infine, ha distrutto i territori ancestrali degli indigeni Nutabe che, esclusi dai risarcimenti accordati alle comunità locali, si sono spesso ridotti a vivere ai margini dei centri abitati della zona, in una condizione di marginalità e sradicamento.
Pesci morti nel Cauca in secca
Gli oppositori perseguitati
Contro la diga, sin dall’inizio dei lavori, si è sviluppata nella regione una forte opposizione, coordinata dal movimento “Rio Vivos” – fiumi vivi – che ha tentato negli anni di sviluppare iniziative di denuncia e sensibilizzazione, scontrandosi però con minacce e persecuzioni (spesso da parte di bande paramilitari evidentemente al servizio degli interessi economici che sostengono Hidroituango) che hanno obbligato molti attivisti e attiviste a fuggire dal dipartimento di Antioquia per rifugiarsi in altre regioni della Colombia quando non all’estero. È il caso ad esempio di Milena Florez, che ha dovuto cercare scampo a Barcellona insieme alla sua famiglia.
In alcuni casi le intimidazioni si sono limitate a minacce di morte telefoniche, ma spesso hanno preso la forma di minacce fisiche dirette nei confronti degli attivisti e dei loro familiari. Numerosi sono i leader della protesta che sono stati assassinatio che sono semplicemente spariti, allungando la triste lista dei desaparecidos.
I grandi sponsor del gigante idroelettrico – in particolare l’ex presidente Alvaro Uribe e l’ex governatore di Antioquia Sergio Fajardo – hanno sempre presentato la realizzazione della diga come un qualcosa di inevitabile e prioritario.
Dopo anni di lavori, quando le prime due turbine sono state testate, appare chiaro che l’unico risultato visibile del mostro energetico per ora è la distruzione di migliaia di ettari di foresta tropicale, il trasferimento forzato delle comunità locali, l’assassinio dei suoi leader politici e sociali, la distruzione dell’economia dei territori interessati e lo sconvolgimento di interi ecosistemi. Ammesso che non si verifichino altri incidenti gravi, ne sarà valsa la pena? – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Colombia: un mostro energetico minaccia comunità e ambiente proviene da Pagine Esteri.
Mediterraneo Contemporaneo 2022. La rassegna culturale ci racconta la Tunisia
Pagine Esteri, 1 dicembre 2022 – Torna Mediterraneo contemporaneo il luogo della cultura altra e considerata diversa. La visione decoloniale è centrale in questa rassegna, curata da Maria Rosaria Greco, che dopo il Libano della prima edizione, quest’anno è dedicata alla Tunisia, con appuntamenti che vanno dal 30 novembre al 3 dicembre fra Napoli e Salerno, con un filo conduttore: democrazia e migrazioni.
Il progetto è lo spazio mediterraneo del Centro di produzione teatrale Casa del Contemporaneo e vuole intercettare le avanguardie artistiche, le voci messe a tacere, le identità culturali che attraversano le società mediterranee, delle quali siamo parte integrante più di quanto immaginiamo.
“Dopo il Libano era interessante passare al continente africano – dichiara la curatrice Maria Rosaria Greco – alla riva sud del Mediterraneo. E la Tunisia in particolare vive un momento molto delicato: dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011 che cacciava il tiranno Ben Ali, oggi il Paese è una democrazia? Esiste una prospettiva decoloniale? Nessuna riforma strutturale è stata adottata, sia in campo economico che sociale, e la Tunisia è rimasta intrappolata in una grave crisi economica, peggiorata dalla pandemia e dalla crisi energetica, che spinge sempre più giovani tunisini a prendere la via del mare verso l’Europa. In questo contesto qual è lo scenario artistico e culturale? Di sicuro una delle grandi conquiste dei tunisini dopo il 2011 è stata la liberazione della parola, in questa libertà d’espressione trova spazio la nuova Tunisia, quella democratica, plurale, coraggiosa, che non vuole tornare alla dittatura. Mediterraneo contemporaneo vuole scoprire e ascoltare questa voce”.
Ogni appuntamento permette di conoscere da vicino la Tunisia, le sue tensioni culturali e sociali, i suoi sapori, la sua musica, e ogni ospite sarà un pezzo di questo racconto.
Mercoledi 30 novembre a Napoli il primo appuntamento, all’Accademia di Belle Arti alle ore 10, in collaborazione con la Scuola di Cinema e grazie alla KITCHENFILM. È la proiezione del film La bella e le bestie della regista Kaouther Ben Hania, con la presenza della protagonista Mariam Al Ferjani. Ispirato a una storia vera il film è liberamente tratto dal libro Coupable d’avoir été violée (2013), scritto da Meriem Ben Mohamed assieme alla giornalista Ava Djamshidi e racconta la storia di Mariam, violentata da tre poliziotti, che decide di denunciare. Modera Gina Annunziata, docente ABANA di storia del cinema.
Giovedì 1 dicembre il secondo incontro. Si fa a Salerno, al Teatro Ghirelli alle ore 18 con Renata Pepicelli, docente di Islamistica e storia dei paesi islamici all’Università di Pisa (tra le maggiori esperte in Italia della realtà socioculturale tunisina), per un approfondimento sulle tensioni sociali e culturali della Tunisia, con lei Giso Amendola, docente di sociologia del diritto all’Università di Salerno, accompagnati dal dj set di Kais Zriba, giornalista e dj tunisino. Durante la serata sarà offerto cous cous e tè alla menta, a cura dell’associazione Ubuntu – Nuove generazioni italiane. (Ingresso libero – prenotazione consigliata al n. +393499438958).
Il terzo appuntamento è venerdì 2 dicembre alle ore 11,30 all’Università degli studi di Salerno, Aula 1 SSC -Edificio C, con la giornalista Arianna Poletti che presenta l’inchiesta appena pubblicata e condotta con la collega Aida Delpuech: “TuNur, il modello di esportazione di energia verde dal Nord Africa all’Ue”. Un’impresa britannico-tunisina sta progettando una gigantesca centrale solare nel deserto della Tunisia, un impianto che richiede un enorme consumo d’acqua. L’energia verde però andrà solo all’Europa. Con lei i docenti Unisa Gennaro Avallone, sociologia dello spazio e Giso Amendola, sociologia del diritto.
Sabato 3 dicembre al Teatro Ghirelli di Salerno, alle ore 19.30 si chiude con il concerto dei Fanfara Station. Il trio è composto da Marzouk Mejri voce, percussioni, fiati tunisini, loop, Charles Ferris tromba, trombone e loop, Ghiaccioli e Branzini elettronica e programming. I Fanfara Station fondono la forza di un’orchestra di fiati e l’elettronica ai ritmi e canti del Maghreb. Il progetto si ispira al ricordo della banda del padre di Marzouk a Tunisi. La formazione celebra l’epopea dei popoli migranti del Mediterraneo, delle culture musicali della diaspora africana e dei flussi che da sempre uniscono il Medio Oriente al Maghreb, all’Europa e alle Americhe. (Ingresso 12 euro – prenotazione obbligatoria al n. +393499438958).
APPUNTAMENTI IN BREVE
- CINEMA – Mercoledì 30 novembre, ore 10,00. All’Accademia di Belle Arti di Napoli la proiezione del film “La bella e le bestie” della regista Kaouther Ben Hania, con la presenza della protagonista Mariam Al Ferjani e Gina Annunziatadocente di storia del cinema.
- CULTURA – Giovedì 1 dicembre, ore 18,00. Al teatro Ghirelli di Salerno l’approfondimento sulle tensioni sociali e culturali in Tunisia, con la presenza di Renata Pepicelli, docente di Islamistica e storia dei paesi islamici all’Università di Pisa, Giso Amendola, docente di sociologia del diritto all’Università di Salerno, accompagnati dal dj set di Kais Zriba. A chiusura cous cous e tè alla menta, a cura dell’associazione Ubuntu – Nuove generazioni italiane.
- ATTUALITA’ – Venerdì 2 dicembre, ore 11,30. All’Università degli studi di Salerno, Aula 1 SSC – Edificio C, la giornalista Arianna Poletti presenta l’inchiesta appena pubblicata: “TuNur, il modello di esportazione di energia verde dal Nord Africa all’Ue” con i docenti Unisa Gennaro Avallone, sociologia dello spazio e Giso Amendola, sociologia del diritto.
- MUSICA – Sabato 3 dicembre, ore 19,30. Al Teatro Ghirelli di Salerno il concerto dei Fanfara Station. Il trio è composto da Marzouk Mejri voce, percussioni, fiati tunisini, loop, Charles Ferris tromba, trombone e loop, Ghiaccioli e Branzini elettronica e programming.
Il progetto è promosso da Casa del Contemporaneo, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana, in partenariato con Regione Campania, Provincia di Salerno, Comune di Salerno, Università degli studi di Salerno, Accademia di Belle Arti di Napoli, Fondazione Salerno Contemporanea, Teatro Antonio Ghirelli e Associazione Ubuntu – Nuove generazioni italiane. Media partner il Manifesto e Pagine Esteri.
L'articolo Mediterraneo Contemporaneo 2022. La rassegna culturale ci racconta la Tunisia proviene da Pagine Esteri.
CISGIORDANIA. 5 palestinesi uccisi. Lapid chiede di fermare la Corte Penale Internazionale
di Michele Giorgio –
Pagine Esteri, 30 novembre, 2022 – Giunto ai suoi ultimi giorni da primo ministro, Yair Lapid ha inviato una lettera a più di 50 capi di stato e di governo in cui esorta a fermare i palestinesi intenzionati a sollecitare le Nazioni unite ad applicare la risoluzione approvata all’inizio di novembre che chiede il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sull’occupazione militare israeliana, la colonizzazione ebraica e i piani di annessione allo Stato ebraico del territorio palestinese. Secondo Lapid sarebbe in atto «uno sforzo concertato contro Israele, per screditare le legittime preoccupazioni degli israeliani sulla sicurezza e per delegittimare l’esistenza» dello Stato ebraico.
Il premier israeliano uscente, un paio di mesi fa, si era detto a favore della soluzione a Due Stati (Israele e Palestina). Ma questa soluzione non potrà mai essere realizzata se prima non avrà termine l’occupazione militare israeliana dei territori di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est cominciata nel 1967. Occupazione presente in ogni momento dell’esistenza degli occupati e che ha colpito anche ieri: quattro palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano durante incursioni in Cisgiordania alla ricerca, afferma Tel Aviv, di «sospetti terroristi». A Kafr Ein sono stati uccisi due fratelli, Zafer e Jawad Rimawi. A Beit Ummar (Hebron) è stato colpito a morte Mufid Khalil. Il poliziotto dell’Anp Raed al Naasan è stato ucciso durante scontri nel villaggio di Al Mughayer (Ramallah).
I funerali di due dei cinque palestinesi uccisi, foto WAFA
Un quinto palestinese, Rani Fayez, è stato ucciso a Betunia dopo che, stando al bollettino diffuso dal portavoce dell’esercito, aveva investito intenzionalmente con la sua automobile e ferito gravemente una soldatessa israeliana appena uscita da un parcheggio. Inseguito, Fayez è morto sotto i colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia israeliana. Il portavoce militare ha spiegato le uccisioni come atti di «legittima difesa». Diverso il giudizio dei palestinesi della Cisgiordania. Il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Muhammad Shtayyeh ha definito «un crimine atroce» l’uccisione dei due fratelli. «Siamo di fronte a una escalation – ha detto – che porta il presagio di grandi pericoli». «Con la continua dichiarazione di guerra al nostro popolo, chiediamo ai paesi del mondo di intervenire con urgenza per fermare e frenare la macchina per uccidere israeliana».
L’escalation di questi ultimi giorni, segnati anche da un attentato a Gerusalemme Ovest in cui sono morti due israeliani, rischia di aggravarsi nelle prossime settimane quando la palla passerà al nuovo governo di estrema destra che sta formando Benyamin Netanyahu. Preoccupa più di tutto l’incarico di futuro ministro della Pubblica Sicurezza, con poteri speciali, assegnato a Itamar ben Gvir, il leader del partito razzista Otzmah Yehudit. Stando ai media israeliani i comandi militari hanno avvertito Netanyahu che la situazione potrebbe precipitare in una terza Intifada palestinese se ci saranno provocazioni da parte dei suoi ministri ultranazionalisti.
Nella regione intanto cresce il rischio di una nuova guerra. Manovre aeree che simuleranno attacchi contro le centrali nucleari iraniane sono state avviate ieri dalle aviazioni militari di Israele e Stati Uniti. Si tratta di una delle esercitazioni congiunte più ampie ed impegnative degli ultimi anni. Pagine Esteri
L'articolo CISGIORDANIA. 5 palestinesi uccisi. Lapid chiede di fermare la Corte Penale Internazionale proviene da Pagine Esteri.
CISGIORDANIA. 5 palestinesi uccisi. Lapid chiede di fermare la Corte Penale Internazionale
di Michele Giorgio –
Pagine Esteri, 30 novembre, 2022 – Giunto ai suoi ultimi giorni da primo ministro, Yair Lapid ha inviato una lettera a più di 50 capi di stato e di governo in cui esorta a fermare i palestinesi intenzionati a sollecitare le Nazioni unite ad applicare la risoluzione approvata all’inizio di novembre che chiede il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sull’occupazione militare israeliana, la colonizzazione ebraica e i piani di annessione allo Stato ebraico del territorio palestinese. Secondo Lapid sarebbe in atto «uno sforzo concertato contro Israele, per screditare le legittime preoccupazioni degli israeliani sulla sicurezza e per delegittimare l’esistenza» dello Stato ebraico.
Il premier israeliano uscente, un paio di mesi fa, si era detto a favore della soluzione a Due Stati (Israele e Palestina). Ma questa soluzione non potrà mai essere realizzata se prima non avrà termine l’occupazione militare israeliana dei territori di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est cominciata nel 1967. Occupazione presente in ogni momento dell’esistenza degli occupati e che ha colpito anche ieri: quattro palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano durante incursioni in Cisgiordania alla ricerca, afferma Tel Aviv, di «sospetti terroristi». A Kafr Ein sono stati uccisi due fratelli, Zafer e Jawad Rimawi. A Beit Ummar (Hebron) è stato colpito a morte Mufid Khalil. Il poliziotto dell’Anp Raed al Naasan è stato ucciso durante scontri nel villaggio di Al Mughayer (Ramallah).
I funerali di due dei cinque palestinesi uccisi, foto WAFA
Un quinto palestinese, Rani Fayez, è stato ucciso a Betunia dopo che, stando al bollettino diffuso dal portavoce dell’esercito, aveva investito intenzionalmente con la sua automobile e ferito gravemente una soldatessa israeliana appena uscita da un parcheggio. Inseguito, Fayez è morto sotto i colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia israeliana. Il portavoce militare ha spiegato le uccisioni come atti di «legittima difesa». Diverso il giudizio dei palestinesi della Cisgiordania. Il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Muhammad Shtayyeh ha definito «un crimine atroce» l’uccisione dei due fratelli. «Siamo di fronte a una escalation – ha detto – che porta il presagio di grandi pericoli». «Con la continua dichiarazione di guerra al nostro popolo, chiediamo ai paesi del mondo di intervenire con urgenza per fermare e frenare la macchina per uccidere israeliana».
L’escalation di questi ultimi giorni, segnati anche da un attentato a Gerusalemme Ovest in cui sono morti due israeliani, rischia di aggravarsi nelle prossime settimane quando la palla passerà al nuovo governo di estrema destra che sta formando Benyamin Netanyahu. Preoccupa più di tutto l’incarico di futuro ministro della Pubblica Sicurezza, con poteri speciali, assegnato a Itamar ben Gvir, il leader del partito razzista Otzmah Yehudit. Stando ai media israeliani i comandi militari hanno avvertito Netanyahu che la situazione potrebbe precipitare in una terza Intifada palestinese se ci saranno provocazioni da parte dei suoi ministri ultranazionalisti.
Nella regione intanto cresce il rischio di una nuova guerra. Manovre aeree che simuleranno attacchi contro le centrali nucleari iraniane sono state avviate ieri dalle aviazioni militari di Israele e Stati Uniti. Si tratta di una delle esercitazioni congiunte più ampie ed impegnative degli ultimi anni. Pagine Esteri
L'articolo CISGIORDANIA. 5 palestinesi uccisi. Lapid chiede di fermare la Corte Penale Internazionale proviene da Pagine Esteri.
CISGIORDANIA. 5 palestinesi uccisi. Lapid chiede di fermare la Corte Penale Internazionale
di Michele Giorgio –
Pagine Esteri, 30 novembre, 2022 – Giunto ai suoi ultimi giorni da primo ministro, Yair Lapid ha inviato una lettera a più di 50 capi di stato e di governo in cui esorta a fermare i palestinesi intenzionati a sollecitare le Nazioni unite ad applicare la risoluzione approvata all’inizio di novembre che chiede il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sull’occupazione militare israeliana, la colonizzazione ebraica e i piani di annessione allo Stato ebraico del territorio palestinese. Secondo Lapid sarebbe in atto «uno sforzo concertato contro Israele, per screditare le legittime preoccupazioni degli israeliani sulla sicurezza e per delegittimare l’esistenza» dello Stato ebraico.
Il premier israeliano uscente, un paio di mesi fa, si era detto a favore della soluzione a Due Stati (Israele e Palestina). Ma questa soluzione non potrà mai essere realizzata se prima non avrà termine l’occupazione militare israeliana dei territori di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est cominciata nel 1967. Occupazione presente in ogni momento dell’esistenza degli occupati e che ha colpito anche ieri: quattro palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano durante incursioni in Cisgiordania alla ricerca, afferma Tel Aviv, di «sospetti terroristi». A Kafr Ein sono stati uccisi due fratelli, Zafer e Jawad Rimawi. A Beit Ummar (Hebron) è stato colpito a morte Mufid Khalil. Il poliziotto dell’Anp Raed al Naasan è stato ucciso durante scontri nel villaggio di Al Mughayer (Ramallah).
I funerali di due dei cinque palestinesi uccisi, foto WAFA
Un quinto palestinese, Rani Fayez, è stato ucciso a Betunia dopo che, stando al bollettino diffuso dal portavoce dell’esercito, aveva investito intenzionalmente con la sua automobile e ferito gravemente una soldatessa israeliana appena uscita da un parcheggio. Inseguito, Fayez è morto sotto i colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia israeliana. Il portavoce militare ha spiegato le uccisioni come atti di «legittima difesa». Diverso il giudizio dei palestinesi della Cisgiordania. Il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Muhammad Shtayyeh ha definito «un crimine atroce» l’uccisione dei due fratelli. «Siamo di fronte a una escalation – ha detto – che porta il presagio di grandi pericoli». «Con la continua dichiarazione di guerra al nostro popolo, chiediamo ai paesi del mondo di intervenire con urgenza per fermare e frenare la macchina per uccidere israeliana».
L’escalation di questi ultimi giorni, segnati anche da un attentato a Gerusalemme Ovest in cui sono morti due israeliani, rischia di aggravarsi nelle prossime settimane quando la palla passerà al nuovo governo di estrema destra che sta formando Benyamin Netanyahu. Preoccupa più di tutto l’incarico di futuro ministro della Pubblica Sicurezza, con poteri speciali, assegnato a Itamar ben Gvir, il leader del partito razzista Otzmah Yehudit. Stando ai media israeliani i comandi militari hanno avvertito Netanyahu che la situazione potrebbe precipitare in una terza Intifada palestinese se ci saranno provocazioni da parte dei suoi ministri ultranazionalisti.
Nella regione intanto cresce il rischio di una nuova guerra. Manovre aeree che simuleranno attacchi contro le centrali nucleari iraniane sono state avviate ieri dalle aviazioni militari di Israele e Stati Uniti. Si tratta di una delle esercitazioni congiunte più ampie ed impegnative degli ultimi anni. Pagine Esteri
L'articolo CISGIORDANIA. 5 palestinesi uccisi. Lapid chiede di fermare la Corte Penale Internazionale proviene da Pagine Esteri.
Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (2a parte)
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 28 novembre 2022 – Negli ultimi anni e in maniera ancora più consistente negli ultimi mesi i legami economici tra Kazakistan e Cina sono cresciuti. In Pechino il Kazakistan – insieme al Turkmenistan– ha trovato una sponda per diversificare le esportazioni di gas e petrolio (estratti spesso da aziende russe) grazie alla realizzazione delle pipeline Asia Centrale-Cina e Kazakistan-Cina; in cambio delle forniture di idrocarburi all’energivoro gigante asiatico, le repubbliche centrasiatiche hanno ottenuto decine di miliardi di investimenti e l’accesso delle proprie merci all’enorme mercato cinese.
Il Kazakistan guarda a Pechino e non solo
La dichiarazione congiunta Cina-Kazakistan seguita al vertice di settembre pone le basi per un ulteriore sviluppo della cooperazione economica nei settori dell’energia e delle infrastrutture.
Dopo l’indipendenza raggiunta all’atto dello scioglimento dell’Unione Sovietica, il Kazakistan è stato inserito in tutti i progetti di integrazione promossi da Mosca, dalla Comunità degli Stati Indipendenti all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, dall’Unione Economica Eurasiatica all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Il presidente Tokayev, così come il suo predecessore Nazarbayev, è cosciente del fatto che il suo paese dipende ancora molto, soprattutto economicamente, dal potente vicino del nord. Ma nonostante il crescente nervosismo di Mosca, Astana continua a perseguire la diversificazione dei rapporti economici e politici internazionali, approfittando della sua posizione di snodo dei traffici tra est e ovest e delle sue ingenti risorse naturali.
Durante il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti per partecipare all’Assemblea generale dell’Onu, Tokayev ha incontrato i rappresentanti di importanti multinazionali statunitensi, tra le quali Microsoft e General Electric. La Casa Bianca e tutto il fronte occidentale, ovviamente, osserva con interesse i movimenti di Astana.
L’Unione Europea corteggia l’Asia CentraleEsortazioni ad ampliare lo stato di diritto e ad applicare riforme democratiche a parte, né gli Usa né l’UE hanno adottato alcuna sanzione contro il regime autocratico kazako neanche dopo la sanguinosa repressione – costata centinaia di morti – della rivolta del gennaio scorso contro Tokayev, sedata grazie all’intervento delle forze speciali russe.
In particolare, l’Unione Europea ha esplicitamente investito nel tentativo di diventare un attore geopolitico ed economico influente in Asia Centrale, cercando di intaccare lo storico primato russo.
L’UE ha decisamente puntato su Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, offrendo alle cinque repubbliche ex sovietiche partenariati regionali e internazionali, con l’obiettivo di aggiudicarsi crescenti forniture di idrocarburi utili a sostituire le esportazioni finora provenienti dalla Russia, trovare nuovi sbocchi commerciali, perorare l’isolamento di Moscaed evitare che a trarre vantaggio dall’indebolimento dell’influenza russa nell’area siano solamente Pechino e Ankara.
A tale scopo, alla fine di ottobre, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel si è incontrato ad Astana con i leader dei cinque “stan”; poco prima, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen aveva avuto un incontro in videoconferenza con il presidente kazako Tokayev.
L’Unione Europea sta letteralmente corteggiando l’Asia Centrale, ed in particolare Kazakistan e Uzbekistan. Per ottenere lo scopo Bruxelles potrebbe investire parte dei 300 miliardi di euro messi a disposizione entro il 2027 nell’ambito del “Global Gateway”, un piano ideato per rappresentare l’alternativa europea alla Belt and Road Initiative di Pechino. L’UE punta a implementare la sua Rotta Internazionale di Trasporto trans-caspico o “Corridoio Mediano”, un sistema di trasporto delle merci via ferrovia e via nave che ha lo scopo di collegare l’Europa alla Cina aggirando il territorio russo attraverso Turchia, Azerbaigian e Kazakistan. Su questo progetto dei passi in avanti sono stati compiuti durante i colloqui di Samarcanda del 17 e 18 novembre tra i rappresentanti europei e quelli locali. «L’UE ha molto da offrire per aiutarvi a diversificare le vostre opzioni di politica estera» e a «sostenere i vostri sforzi di integrazione regionale» ha detto il capo della diplomazia europea Josep Borrell nel corso del suo intervento. «Noi siamo il più grande investitore in Asia centrale: quasi la metà degli investimenti cumulati nella regione – più del 40% – sono stati effettuati da imprese dell’UE» ha aggiunto Borrell.
Josep Borrell a Samarcanda
Gli “stan” alzano la voce
Recentemente Astana e le altre capitali dell’Asia Centrale sono state al centro dell’intenso lavorio diplomatico e geopolitico accelerato dall’invasione russa dell’Ucraina. Alcuni degli eventi più importanti hanno anche rappresentato lo scenario all’interno del quale i leader di alcuni “stan” hanno pubblicamente tenuto testa, in maniera anche eclatante, alle pretese russe.
A settembre, durante il vertice della Sco di Samarcanda, il presidente kirghiso Sadyr Japarov ha lasciato che Vladimir Putin lo aspettasse per diversi minuti da solo, davanti alle telecamere, prima del previsto incontro bilaterale.
Al vertice della Comunità degli Stati Indipendenti del 14 ottobre ad Astana, invece, il presidente del Tagikistan Emomali Rahmon ha pubblicamente ammonito il capo del Cremlino a trattare gli stati dell’Asia Centrale con più rispetto. Il video del suo intervento, durante il quale ricorda a Putin che “non sono più i tempi dell’Unione Sovietica” e sollecita Mosca ad aumentare i suoi investimenti nel suo paese, è diventato virale.
I due episodi, inconcepibili fino a qualche mese fa, manifestano una crescente insofferenza da parte dei paesi dell’Asia Centrale nei confronti dell’influenza russa o, quantomeno, indicano che le difficoltà russe in Ucraina stanno convincendo i regimi dei vari “stan” ad alzare il prezzo della propria fedeltà a Mosca – comunque non più totale e incondizionata – allo scopo di ottenere maggiori investimenti e nuove concessioni.
La Cina apre i cordoni della borsaD’altronde il leader cinese Xi Jinping, quando si è recato in Uzbekistana metà settembre per prendere parte al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ha firmato con Tashkent accordi per 16 miliardi di dollari, quasi quattro volte il valore di quelli sottoscritti con Mosca (4,6 miliardi). Inoltre, nel 2021 la Cina ha superato la Russia come fonte principale di investimenti diretti esteri in Uzbekistan con 2,2 miliardi di dollari contro i 2,1 di Mosca.
A margine del vertice di Samarcanda, poi, l’Uzbekistan ha firmato, con la Cina e il Kirghizistan, uno storico accordo da 4,5 miliardi per la realizzazione di una ferrovia che colleghi i tre paesi e che sia in grado di trasportare più rapidamente le merci (in particolare quelle di Pechino) verso occidente bypassando il territorio russo.
Il presidente Shavkat Mirziyoyev, al potere dal 2016, accentua così l’autonomia da Mosca di un paese che non fa parte né dell’Unione Economica Eurasiatica – guidata dalla Russia – né dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva.
Oltre che a Pechino, Tashkent cerca sponde ad Ankara: il 29 marzo, nel corso di una visita di Erdogan nel paese, i ministri della Difesa uzbeko e turco hanno firmato un accordo per lo sviluppo della cooperazione militare.
Reparti della CSTO
La “Nato russa” vacilla?
Uno degli strumenti di influenza russa in Asia Centrale che sembra perdere più mordente sembra essere quello di carattere militare, che pure Mosca ha utilizzato con successo a gennaio per evitare la caduta del regimie kazako inviando nel paese le truppe del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza che riunisce Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan.
Quando però nel settembre scorso le forze armate azerbaigiane, sostenute dalla Turchia, hanno aggredito la Repubblica Armena – e non più solo l’enclave del Nagorno-Karabakh – il CSTO ha mostrato tutti i suoi limiti. Non solo Mosca non è riuscita ad impedire preventivamente l’aggressione, nonostante la presenza sul campo di migliaia di soldati russi in veste di peacekeepers, ma ha faticato molto a bloccare le forze azere. Infine alla richiesta, da parte di Erevan, di intervento delle truppe dell’alleanza per proteggere l’integrità territoriale dell’Armenia sulla base dell’articolo 4 del trattato, Mosca ha risposto picche, nonostante tra la Russia e il piccolo paese esista anche un’alleanza militare diretta.
Neanche gli altri membri del CSTO, d’altronde, hanno dimostrato particolare entusiasmo per l’intervento, viste le crescenti relazioni economiche e militari intrattenute con l’Azerbaigian e la Turchia. L’atteggiamento di Mosca ha provocato delusione e sdegno in Armenia, il cui governo si è rivolto agli Stati Uniti (che hanno inviato a Erevan Nancy Pelosi) e a Bruxelles.
Per di più il Ministro della Difesa kazako Mukhtar Tleuberdi ha affermato che il paese intendeva abbandonare il patto militare, anche se poi è stato smentito dal presidente Tokayev.
Infine, sempre a settembre gli eserciti di due membri del CSTO – Tagikistan e Kirghizistan – si sono duramente scontrati per il controllo di estese aree di confine oggetto di una contesa che dura da decenni. Anche in questo caso Mosca ha faticato a convincere i contendenti a cessare il fuoco, l’ennesimo segnale che la tenuta della cosiddetta “Nato russa” scricchiola.
La Russia perde terreno
Ovviamente, nonostante la crescita dell’influenza di alcuni dei suoi competitori nell’area, la presa della Russia sull’Asia Centrale è ancora prevalente, grazie alla sua diffusa presenza militare diretta e alla dipendenza delle economie locali da quella di Mosca. Ad esempio, le rimesse inviate in patria dai propri emigrati in Russia rappresentano circa il 30% del prodotto interno lordo di Kirghizistan e Tagikistan.
Però sembra che la situazione determinata dall’avventura bellica in Ucraina abbia provocato un allentamento – occorrerà vedere se temporaneo o meno – del controllo russo sull’Asia Centrale a favore soprattutto della Cina, ma anche della Turchia. Se negli ultimi decenni la competizione sino-russa nell’area aveva portato a una relativa divisione dei ruoli – lo sceriffo russo deteneva il controllo militare e politico mentre la Cina sviluppava la propria influenza economica e commerciale – le recenti evoluzioni geopolitiche stanno avvantaggiando Pechino anche come interlocutore politico strategico dei diversi “stan”.
In prospettiva, inoltre, anche le attenzioni europee e statunitensi potrebbero dare dei grattacapi a Mosca, che allo stato rimane il principale attore della scena centrasiatica ma che potrebbe presto subire l’ascesa della potenza di Pechino nel suo tradizionale cortile di casa. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (2a parte) proviene da Pagine Esteri.
Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (1a parte)
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 24 novembre 2022 – Nei giorni scorsi, il Tagikistan – che pure è il paese dell’Asia centrale forse più legato a Mosca – ha firmato un accordo con la Repubblica Popolare Cinese che prevede l’organizzazione di esercitazioni militari congiunte “antiterrorismo” ogni due anni. L’intesa rafforza e stabilizza la cooperazione tra i due paesi in materia militare, dopo le esercitazioni congiunte già realizzate sporadicamente in passato.
Si tratta dell’ultimo segnale di un aumento dell’influenza di Pechino nelle ex repubbliche sovietiche che, per motivi storici, culturali, economici e militari, hanno a lungo rappresentato il cortile di casa di Mosca dopo lo scioglimento dell’URSS.
La penetrazione militare cinese in TagikistanNell’area la Federazione Russia gode di un primato militare ancora forte, controllando le basi di Baikonur, Sary-Shagan e Balkhash in Kazakistan, la base aerea di Kant in Kirghizistan e l’installazione di Dushambe in Tagikistan. Ma stando a voci via via confermate, già dal 2016 la Cina ha realizzato una struttura militare in un’area dell’est del Tagikistan vicina al turbolento confine con l’Afghanistan. Le autorità tagike hanno sempre negato la circostanza, ma recentemente il quotidiano locale “Asia-Plus” ha nuovamente confermato, citando fonti militari, la costruzione del sito – grazie a fondi cinesi – che avrebbe dovuto essere utilizzato esclusivamente dalle forze di Dushambe. Secondo la testata, non solo i militari di Pechino avrebbero nel frattempo iniziato a utilizzare la base nella regione di Gorno-Badakhshan, ma avrebbero realizzato in Tagikistan tre centri di comando, cinque avamposti in prossimità della frontiera e un centro di addestramento. Già nel 2020 il dipartimento della Difesa di Washington, riferendosi proprio al Tagikistan, rilevava come Pechino stesse «cercando di stabilire infrastrutture più consistenti all’estero per consentire al suo esercito di proiettarsi a più elevate distanze». Nell’ottobre del 2021, del resto, lo stesso governo di Dushambe aveva annunciato la costituzione da parte della Cina di guarnigioni fisse per le unità di intervento rapido nel villaggio di Vakhon.
L’invasione dell’Ucraina spaventa l’Asia centrale
L’espansione cinese in Asia Centrale è un processo, lento ma senza interruzioni, che risale quanto meno al 2013, con l’avvio da parte di Pechino del gigantesco progetto infrastrutturale denominato “Belt and Road Initiative” o “Nuova Via della Seta”.
L’aggressione russa dell’Ucraina e le difficoltà incontrate dalle forze armate di Mosca nel paese invaso hanno accelerato – per motivi opposti – il distanziamento delle cinque repubbliche ex sovietiche. I regimi locali temono che lo sciovinismo russo, incarnato dalla dottrina del “Russkij Mir” che guida la strategia del Cremlino, possa presto rappresentare una minaccia diretta per paesi che ospitano una quota consistente di popolazione russa o russofona. Al tempo stesso, i rovesci militari di Mosca in Ucraina orientale hanno appannato l’aura di invincibilità di cui godeva finora l’Armata Russa.
Il Kazakistan, enorme e ricchissimo paese scelto dalla Cina per lanciare la sua iniziativa egemonica verso ovest, è il paese che più si sta allontanando da Mosca.
Il Kazakistan si allontana da Mosca
A gennaio le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza militare guidata da Mosca che include sei repubbliche ex sovietiche, salvarono il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev da una violenta ribellione. Il grosso dei 2500 soldati intervenuti a sedare nel sangue la rivolta – i morti furono alcune centinaia – apparteneva alla 45a brigata dell’esercito russo.
Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha convinto Tokayev a continuare a prendere le distanze da Mosca e a cercare nuovi partner a livello internazionale. Il presidente vuole trasformare il Kazakistan in uno dei 30 paesi più sviluppati del mondo, forte di un enorme territorio ricco di idrocarburi, carbone e uranio e quindi assai appetibile per gli investitori internazionali.
Il governo kazako non ha mai espresso né sostegno né comprensione nei confronti dell’operazione militare russa contro Kiev; inoltre, Astana non ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche del Donbass ed ha da subito implementato le sanzioni finanziarie, economiche e commerciali internazionali contro Mosca, mossa che ha irritato notevolmente il Cremlino. Alcuni media russi hanno infatti accusato Tokayev di aver addirittura inviato armi a Kiev tramite una triangolazione con Londra e Amman.
Astana ha annullato la parata del 9 maggio – il Giorno della Vittoria – per evitare ogni possibile sovrapposizione con la propaganda russa sulla “denazificazione dell’Ucraina”. Nelle ultime settimane, inoltre, il governo ha iniziato l’iter per consolidare la diffusione e l’utilizzo della lingua nazionale e limitare quelle del russo, ampiamente utilizzato nella scuola e nell’amministrazione pubblica nonché parlato da milioni di cittadini. Secondo vari osservatori, con la scusa di redistribuire in maniera razionale la forza lavoro, le autorità di Astana starebbero costringendo molti cittadini kazaki che tornano in patria dall’estero a insediarsi nelle regioni settentrionali del paese, quelle dove si concentra la popolazione di origine russa che rappresenta circa il 15% del totale.
Lo sciovinismo russo allarma AstanaD’altronde, le autorità di Astana sono state messe in allarme da alcune dichiarazioni di esponenti politici russi che hanno più volte messo in dubbio l’esistenza stessa di una nazione kazaka o che hanno fatto appello alla difesa delle popolazioni russofone del nord del paese. Tra questi il deputato comunista al parlamento cittadino di Mosca, Sergey Savostyanov, che ha suggerito di includere il Kazakistan in una «zona di smilitarizzazione e denazificazione» che protegga la sicurezza e gli interessi di Mosca. Ad agosto, poi, Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza di Mosca, ha scritto sul social Vkontakte che la Federazione dovrebbe occuparsi del Kazakistan del nord definendo il vicino, con cui condivide più di 8000 km di confine, di essere uno “stato artificiale” e accusando il regime kazako di realizzare un genocidio contro la popolazione russa. L’ex presidente russo ha poi cancellato il post lamentando un hackeraggio del suo account, ma il segnale ha comunque allarmato Tokayev anche perché già nel 2014 lo stesso Putin aveva utilizzato argomentazioni simili. Nel 2020, in un intervento alla tv di stato di Mosca, il deputato russo Vyacheslav Nikonov aveva poi dichiarato: «Il Kazakistan semplicemente non esisteva, il Kazakistan settentrionale non era abitato e il Kazakistan di oggi è un grande dono della Russia e dell’Unione Sovietica».
Nelle scorse settimane Mosca e Astana sono stati protagonisti di un conflitto diplomatico: la Russia che pretendeva l’espulsione dell’ambasciatore ucraino ad Astana, colpevole di feroci dichiarazioni antirusse, e il governo kazako ha accusato la Russia di non comportarsi come un “partner strategico di pari livello”. Contemporaneamente Astana ha affermato che non riconosce l’annessione alla Russia dei territori conquistati da Mosca in Ucraina, ed ha dichiarato che le decine di migliaia di cittadini russi che arrivano nel paese per sfuggire all’arruolamento (o che temono di essere coscritti in una prossima nuova mobilitazione a sorpresa) non saranno consegnati alle autorità russe. Già a marzo il viceministro degli Esteri kazako aveva detto che il suo paese era lieto di ospitare le aziende in fuga da Mosca a causa delle sanzioni.
In questa situazione si è abilmente inserita proprio la Cina. A settembre, in visita ufficiale in Kazakistan prima di partecipare al vertice di Samarcanda (Uzbekistan) dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il leader cinese Xi Jinping ha esplicitamente offerto a Tokayev il proprio supporto a difesa dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale del Kazakistan, riferendosi implicitamente proprio alle neanche troppo velate minacce russe.
Astana si rivolge alla Cina e alla Turchia
Per diminuire l’ancora consistente dipendenza del Kazakistan dalla Russia, il leader kazako persegue esplicitamente una rapida diversificazione delle esportazioni del petrolio, cercando di bypassare il territorio russo e di sottrarre quindi a Mosca un elemento di possibile, forte condizionamento. Ora quasi l’80% del petrolio esportato da Astana verso l’Europa transita nel Caspian Pipeline Consortium (CPC), di cui Mosca detiene il 31%, oltretutto dal porto russo di Novorossiysk. Mentre il CPC trasporta ogni giorno un milione di barili di greggio, attraverso la rotta alternativa nel Mar Caspio Astana ne transitano solo 100 mila barili quotidiani. Se la Russia decidesse di chiudere il CPC, Astana perderebbe il 40% dei propri introiti totali. Per aumentare in maniera consistente la quota di petrolio esportata attraverso metodi alternativi Tokayev e si è rivolto alla Turchia e all’Azerbaigian.
Per la prima volta dalla sua ascesa al potere, nei mesi scorsi Tokayev si è recato in Turchia, dove ha ottenuto da Erdoganil varo di una partnership strategica e l’impegno da parte dell’industria militare turca a produrre i propri droni in Kazakistan. Come se non bastasse, Astana ha siglato con Ankara un accordo sullo scambio di informazioni militari.
Interessato al porto di Baku – snodo internazionale utile a distribuire il proprio petrolio evitando il territorio russo – Tokayev si è congratulato con il dittatore Aliyev per aver ripristinato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, riconquistando la maggior parte dei territori del Nagorno-Karabakh. E questo nonostante il Kazakistan sia un alleato dell’Armenia all’interno del CSTO.
Per ampliare la propria tradizionale “politica estera multivettoriale”, Astana guarda anche ad occidente, come vedremo nella seconda parte dell’articolo. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (1a parte) proviene da Pagine Esteri.
Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (1a parte)
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 24 novembre 2022 – Nei giorni scorsi, il Tagikistan – che pure è il paese dell’Asia centrale forse più legato a Mosca – ha firmato un accordo con la Repubblica Popolare Cinese che prevede l’organizzazione di esercitazioni militari congiunte “antiterrorismo” ogni due anni. L’intesa rafforza e stabilizza la cooperazione tra i due paesi in materia militare, dopo le esercitazioni congiunte già realizzate sporadicamente in passato.
Si tratta dell’ultimo segnale di un aumento dell’influenza di Pechino nelle ex repubbliche sovietiche che, per motivi storici, culturali, economici e militari, hanno a lungo rappresentato il cortile di casa di Mosca dopo lo scioglimento dell’URSS.
La penetrazione militare cinese in TagikistanNell’area la Federazione Russia gode di un primato militare ancora forte, controllando le basi di Baikonur, Sary-Shagan e Balkhash in Kazakistan, la base aerea di Kant in Kirghizistan e l’installazione di Dushambe in Tagikistan. Ma stando a voci via via confermate, già dal 2016 la Cina ha realizzato una struttura militare in un’area dell’est del Tagikistan vicina al turbolento confine con l’Afghanistan. Le autorità tagike hanno sempre negato la circostanza, ma recentemente il quotidiano locale “Asia-Plus” ha nuovamente confermato, citando fonti militari, la costruzione del sito – grazie a fondi cinesi – che avrebbe dovuto essere utilizzato esclusivamente dalle forze di Dushambe. Secondo la testata, non solo i militari di Pechino avrebbero nel frattempo iniziato a utilizzare la base nella regione di Gorno-Badakhshan, ma avrebbero realizzato in Tagikistan tre centri di comando, cinque avamposti in prossimità della frontiera e un centro di addestramento. Già nel 2020 il dipartimento della Difesa di Washington, riferendosi proprio al Tagikistan, rilevava come Pechino stesse «cercando di stabilire infrastrutture più consistenti all’estero per consentire al suo esercito di proiettarsi a più elevate distanze». Nell’ottobre del 2021, del resto, lo stesso governo di Dushambe aveva annunciato la costituzione da parte della Cina di guarnigioni fisse per le unità di intervento rapido nel villaggio di Vakhon.
L’invasione dell’Ucraina spaventa l’Asia centrale
L’espansione cinese in Asia Centrale è un processo, lento ma senza interruzioni, che risale quanto meno al 2013, con l’avvio da parte di Pechino del gigantesco progetto infrastrutturale denominato “Belt and Road Initiative” o “Nuova Via della Seta”.
L’aggressione russa dell’Ucraina e le difficoltà incontrate dalle forze armate di Mosca nel paese invaso hanno accelerato – per motivi opposti – il distanziamento delle cinque repubbliche ex sovietiche. I regimi locali temono che lo sciovinismo russo, incarnato dalla dottrina del “Russkij Mir” che guida la strategia del Cremlino, possa presto rappresentare una minaccia diretta per paesi che ospitano una quota consistente di popolazione russa o russofona. Al tempo stesso, i rovesci militari di Mosca in Ucraina orientale hanno appannato l’aura di invincibilità di cui godeva finora l’Armata Russa.
Il Kazakistan, enorme e ricchissimo paese scelto dalla Cina per lanciare la sua iniziativa egemonica verso ovest, è il paese che più si sta allontanando da Mosca.
Il Kazakistan si allontana da Mosca
A gennaio le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza militare guidata da Mosca che include sei repubbliche ex sovietiche, salvarono il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev da una violenta ribellione. Il grosso dei 2500 soldati intervenuti a sedare nel sangue la rivolta – i morti furono alcune centinaia – apparteneva alla 45a brigata dell’esercito russo.
Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha convinto Tokayev a continuare a prendere le distanze da Mosca e a cercare nuovi partner a livello internazionale. Il presidente vuole trasformare il Kazakistan in uno dei 30 paesi più sviluppati del mondo, forte di un enorme territorio ricco di idrocarburi, carbone e uranio e quindi assai appetibile per gli investitori internazionali.
Il governo kazako non ha mai espresso né sostegno né comprensione nei confronti dell’operazione militare russa contro Kiev; inoltre, Astana non ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche del Donbass ed ha da subito implementato le sanzioni finanziarie, economiche e commerciali internazionali contro Mosca, mossa che ha irritato notevolmente il Cremlino. Alcuni media russi hanno infatti accusato Tokayev di aver addirittura inviato armi a Kiev tramite una triangolazione con Londra e Amman.
Astana ha annullato la parata del 9 maggio – il Giorno della Vittoria – per evitare ogni possibile sovrapposizione con la propaganda russa sulla “denazificazione dell’Ucraina”. Nelle ultime settimane, inoltre, il governo ha iniziato l’iter per consolidare la diffusione e l’utilizzo della lingua nazionale e limitare quelle del russo, ampiamente utilizzato nella scuola e nell’amministrazione pubblica nonché parlato da milioni di cittadini. Secondo vari osservatori, con la scusa di redistribuire in maniera razionale la forza lavoro, le autorità di Astana starebbero costringendo molti cittadini kazaki che tornano in patria dall’estero a insediarsi nelle regioni settentrionali del paese, quelle dove si concentra la popolazione di origine russa che rappresenta circa il 15% del totale.
Lo sciovinismo russo allarma AstanaD’altronde, le autorità di Astana sono state messe in allarme da alcune dichiarazioni di esponenti politici russi che hanno più volte messo in dubbio l’esistenza stessa di una nazione kazaka o che hanno fatto appello alla difesa delle popolazioni russofone del nord del paese. Tra questi il deputato comunista al parlamento cittadino di Mosca, Sergey Savostyanov, che ha suggerito di includere il Kazakistan in una «zona di smilitarizzazione e denazificazione» che protegga la sicurezza e gli interessi di Mosca. Ad agosto, poi, Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza di Mosca, ha scritto sul social Vkontakte che la Federazione dovrebbe occuparsi del Kazakistan del nord definendo il vicino, con cui condivide più di 8000 km di confine, di essere uno “stato artificiale” e accusando il regime kazako di realizzare un genocidio contro la popolazione russa. L’ex presidente russo ha poi cancellato il post lamentando un hackeraggio del suo account, ma il segnale ha comunque allarmato Tokayev anche perché già nel 2014 lo stesso Putin aveva utilizzato argomentazioni simili. Nel 2020, in un intervento alla tv di stato di Mosca, il deputato russo Vyacheslav Nikonov aveva poi dichiarato: «Il Kazakistan semplicemente non esisteva, il Kazakistan settentrionale non era abitato e il Kazakistan di oggi è un grande dono della Russia e dell’Unione Sovietica».
Nelle scorse settimane Mosca e Astana sono stati protagonisti di un conflitto diplomatico: la Russia che pretendeva l’espulsione dell’ambasciatore ucraino ad Astana, colpevole di feroci dichiarazioni antirusse, e il governo kazako ha accusato la Russia di non comportarsi come un “partner strategico di pari livello”. Contemporaneamente Astana ha affermato che non riconosce l’annessione alla Russia dei territori conquistati da Mosca in Ucraina, ed ha dichiarato che le decine di migliaia di cittadini russi che arrivano nel paese per sfuggire all’arruolamento (o che temono di essere coscritti in una prossima nuova mobilitazione a sorpresa) non saranno consegnati alle autorità russe. Già a marzo il viceministro degli Esteri kazako aveva detto che il suo paese era lieto di ospitare le aziende in fuga da Mosca a causa delle sanzioni.
In questa situazione si è abilmente inserita proprio la Cina. A settembre, in visita ufficiale in Kazakistan prima di partecipare al vertice di Samarcanda (Uzbekistan) dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il leader cinese Xi Jinping ha esplicitamente offerto a Tokayev il proprio supporto a difesa dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale del Kazakistan, riferendosi implicitamente proprio alle neanche troppo velate minacce russe.
Astana si rivolge alla Cina e alla Turchia
Per diminuire l’ancora consistente dipendenza del Kazakistan dalla Russia, il leader kazako persegue esplicitamente una rapida diversificazione delle esportazioni del petrolio, cercando di bypassare il territorio russo e di sottrarre quindi a Mosca un elemento di possibile, forte condizionamento. Ora quasi l’80% del petrolio esportato da Astana verso l’Europa transita nel Caspian Pipeline Consortium (CPC), di cui Mosca detiene il 31%, oltretutto dal porto russo di Novorossiysk. Mentre il CPC trasporta ogni giorno un milione di barili di greggio, attraverso la rotta alternativa nel Mar Caspio Astana ne transitano solo 100 mila barili quotidiani. Se la Russia decidesse di chiudere il CPC, Astana perderebbe il 40% dei propri introiti totali. Per aumentare in maniera consistente la quota di petrolio esportata attraverso metodi alternativi Tokayev e si è rivolto alla Turchia e all’Azerbaigian.
Per la prima volta dalla sua ascesa al potere, nei mesi scorsi Tokayev si è recato in Turchia, dove ha ottenuto da Erdoganil varo di una partnership strategica e l’impegno da parte dell’industria militare turca a produrre i propri droni in Kazakistan. Come se non bastasse, Astana ha siglato con Ankara un accordo sullo scambio di informazioni militari.
Interessato al porto di Baku – snodo internazionale utile a distribuire il proprio petrolio evitando il territorio russo – Tokayev si è congratulato con il dittatore Aliyev per aver ripristinato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, riconquistando la maggior parte dei territori del Nagorno-Karabakh. E questo nonostante il Kazakistan sia un alleato dell’Armenia all’interno del CSTO.
Per ampliare la propria tradizionale “politica estera multivettoriale”, Astana guarda anche ad occidente, come vedremo nella seconda parte dell’articolo. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (1a parte) proviene da Pagine Esteri.
Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (1a parte)
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 24 novembre 2022 – Nei giorni scorsi, il Tagikistan – che pure è il paese dell’Asia centrale forse più legato a Mosca – ha firmato un accordo con la Repubblica Popolare Cinese che prevede l’organizzazione di esercitazioni militari congiunte “antiterrorismo” ogni due anni. L’intesa rafforza e stabilizza la cooperazione tra i due paesi in materia militare, dopo le esercitazioni congiunte già realizzate sporadicamente in passato.
Si tratta dell’ultimo segnale di un aumento dell’influenza di Pechino nelle ex repubbliche sovietiche che, per motivi storici, culturali, economici e militari, hanno a lungo rappresentato il cortile di casa di Mosca dopo lo scioglimento dell’URSS.
La penetrazione militare cinese in TagikistanNell’area la Federazione Russia gode di un primato militare ancora forte, controllando le basi di Baikonur, Sary-Shagan e Balkhash in Kazakistan, la base aerea di Kant in Kirghizistan e l’installazione di Dushambe in Tagikistan. Ma stando a voci via via confermate, già dal 2016 la Cina ha realizzato una struttura militare in un’area dell’est del Tagikistan vicina al turbolento confine con l’Afghanistan. Le autorità tagike hanno sempre negato la circostanza, ma recentemente il quotidiano locale “Asia-Plus” ha nuovamente confermato, citando fonti militari, la costruzione del sito – grazie a fondi cinesi – che avrebbe dovuto essere utilizzato esclusivamente dalle forze di Dushambe. Secondo la testata, non solo i militari di Pechino avrebbero nel frattempo iniziato a utilizzare la base nella regione di Gorno-Badakhshan, ma avrebbero realizzato in Tagikistan tre centri di comando, cinque avamposti in prossimità della frontiera e un centro di addestramento. Già nel 2020 il dipartimento della Difesa di Washington, riferendosi proprio al Tagikistan, rilevava come Pechino stesse «cercando di stabilire infrastrutture più consistenti all’estero per consentire al suo esercito di proiettarsi a più elevate distanze». Nell’ottobre del 2021, del resto, lo stesso governo di Dushambe aveva annunciato la costituzione da parte della Cina di guarnigioni fisse per le unità di intervento rapido nel villaggio di Vakhon.
L’invasione dell’Ucraina spaventa l’Asia centrale
L’espansione cinese in Asia Centrale è un processo, lento ma senza interruzioni, che risale quanto meno al 2013, con l’avvio da parte di Pechino del gigantesco progetto infrastrutturale denominato “Belt and Road Initiative” o “Nuova Via della Seta”.
L’aggressione russa dell’Ucraina e le difficoltà incontrate dalle forze armate di Mosca nel paese invaso hanno accelerato – per motivi opposti – il distanziamento delle cinque repubbliche ex sovietiche. I regimi locali temono che lo sciovinismo russo, incarnato dalla dottrina del “Russkij Mir” che guida la strategia del Cremlino, possa presto rappresentare una minaccia diretta per paesi che ospitano una quota consistente di popolazione russa o russofona. Al tempo stesso, i rovesci militari di Mosca in Ucraina orientale hanno appannato l’aura di invincibilità di cui godeva finora l’Armata Russa.
Il Kazakistan, enorme e ricchissimo paese scelto dalla Cina per lanciare la sua iniziativa egemonica verso ovest, è il paese che più si sta allontanando da Mosca.
Il Kazakistan si allontana da Mosca
A gennaio le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza militare guidata da Mosca che include sei repubbliche ex sovietiche, salvarono il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev da una violenta ribellione. Il grosso dei 2500 soldati intervenuti a sedare nel sangue la rivolta – i morti furono alcune centinaia – apparteneva alla 45a brigata dell’esercito russo.
Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha convinto Tokayev a continuare a prendere le distanze da Mosca e a cercare nuovi partner a livello internazionale. Il presidente vuole trasformare il Kazakistan in uno dei 30 paesi più sviluppati del mondo, forte di un enorme territorio ricco di idrocarburi, carbone e uranio e quindi assai appetibile per gli investitori internazionali.
Il governo kazako non ha mai espresso né sostegno né comprensione nei confronti dell’operazione militare russa contro Kiev; inoltre, Astana non ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche del Donbass ed ha da subito implementato le sanzioni finanziarie, economiche e commerciali internazionali contro Mosca, mossa che ha irritato notevolmente il Cremlino. Alcuni media russi hanno infatti accusato Tokayev di aver addirittura inviato armi a Kiev tramite una triangolazione con Londra e Amman.
Astana ha annullato la parata del 9 maggio – il Giorno della Vittoria – per evitare ogni possibile sovrapposizione con la propaganda russa sulla “denazificazione dell’Ucraina”. Nelle ultime settimane, inoltre, il governo ha iniziato l’iter per consolidare la diffusione e l’utilizzo della lingua nazionale e limitare quelle del russo, ampiamente utilizzato nella scuola e nell’amministrazione pubblica nonché parlato da milioni di cittadini. Secondo vari osservatori, con la scusa di redistribuire in maniera razionale la forza lavoro, le autorità di Astana starebbero costringendo molti cittadini kazaki che tornano in patria dall’estero a insediarsi nelle regioni settentrionali del paese, quelle dove si concentra la popolazione di origine russa che rappresenta circa il 15% del totale.
Lo sciovinismo russo allarma AstanaD’altronde, le autorità di Astana sono state messe in allarme da alcune dichiarazioni di esponenti politici russi che hanno più volte messo in dubbio l’esistenza stessa di una nazione kazaka o che hanno fatto appello alla difesa delle popolazioni russofone del nord del paese. Tra questi il deputato comunista al parlamento cittadino di Mosca, Sergey Savostyanov, che ha suggerito di includere il Kazakistan in una «zona di smilitarizzazione e denazificazione» che protegga la sicurezza e gli interessi di Mosca. Ad agosto, poi, Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza di Mosca, ha scritto sul social Vkontakte che la Federazione dovrebbe occuparsi del Kazakistan del nord definendo il vicino, con cui condivide più di 8000 km di confine, di essere uno “stato artificiale” e accusando il regime kazako di realizzare un genocidio contro la popolazione russa. L’ex presidente russo ha poi cancellato il post lamentando un hackeraggio del suo account, ma il segnale ha comunque allarmato Tokayev anche perché già nel 2014 lo stesso Putin aveva utilizzato argomentazioni simili. Nel 2020, in un intervento alla tv di stato di Mosca, il deputato russo Vyacheslav Nikonov aveva poi dichiarato: «Il Kazakistan semplicemente non esisteva, il Kazakistan settentrionale non era abitato e il Kazakistan di oggi è un grande dono della Russia e dell’Unione Sovietica».
Nelle scorse settimane Mosca e Astana sono stati protagonisti di un conflitto diplomatico: la Russia ha preteso l’espulsione dell’ambasciatore ucraino ad Astana colpevole di feroci dichiarazioni antirusse, e il governo kazako ha accusato la Russia di non comportarsi come un “partner strategico di pari livello”. Contemporaneamente Astana ha affermato che non riconosce l’annessione alla Russia dei territori conquistati da Mosca in Ucraina, ed ha dichiarato che le decine di migliaia di cittadini russi che arrivano nel paese per sfuggire all’arruolamento (o che temono di essere coscritti in una prossima nuova mobilitazione a sorpresa) non saranno consegnati alle autorità russe. Già a marzo il viceministro degli Esteri kazako aveva detto che il suo paese era lieto di ospitare le aziende in fuga da Mosca a causa delle sanzioni.
In questa situazione si è abilmente inserita proprio la Cina. A settembre, in visita ufficiale in Kazakistan prima di partecipare al vertice di Samarcanda (Uzbekistan) dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il leader cinese Xi Jinping ha esplicitamente offerto a Tokayev il proprio supporto a difesa dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale del Kazakistan, riferendosi implicitamente proprio alle neanche troppo velate minacce russe.
Astana si rivolge alla Cina e alla Turchia
Per diminuire l’ancora consistente dipendenza del Kazakistan dalla Russia, il leader kazako persegue esplicitamente una rapida diversificazione delle esportazioni del petrolio, cercando di bypassare il territorio russo e di sottrarre quindi a Mosca un elemento di possibile, forte condizionamento. Ora quasi l’80% del petrolio esportato da Astana verso l’Europa transita nel Caspian Pipeline Consortium (CPC), di cui Mosca detiene il 31%, oltretutto dal porto russo di Novorossiysk. Mentre il CPC trasporta ogni giorno un milione di barili di greggio, attraverso la rotta alternativa nel Mar Caspio Astana ne transitano solo 100 mila barili quotidiani. Se la Russia decidesse di chiudere il CPC, Astana perderebbe il 40% dei propri introiti totali. Per aumentare in maniera consistente la quota di petrolio esportata attraverso metodi alternativi Tokayev e si è rivolto alla Turchia e all’Azerbaigian.
Per la prima volta dalla sua ascesa al potere, nei mesi scorsi Tokayev si è recato in Turchia, dove ha ottenuto da Erdoganil varo di una partnership strategica e l’impegno da parte dell’industria militare turca a produrre i propri droni in Kazakistan. Come se non bastasse, Astana ha siglato con Ankara un accordo sullo scambio di informazioni militari.
Interessato al porto di Baku – snodo internazionale utile a distribuire il proprio petrolio evitando il territorio russo – Tokayev si è congratulato con il dittatore Aliyev per aver ripristinato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, riconquistando la maggior parte dei territori del Nagorno-Karabakh. E questo nonostante il Kazakistan sia un alleato dell’Armenia all’interno del CSTO.
Per ampliare la propria tradizionale “politica estera multivettoriale”, Astana guarda anche ad occidente, come vedremo nella seconda parte dell’articolo. – Pagine Esteri
Leggi la seconda parte dell’articolo: Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (2a parte)
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
L'articolo Cina, Turchia e UE insidiano il primato russo in Asia Centrale (1a parte) proviene da Pagine Esteri.
William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (2a parte)
di Patrizia Zanelli*
Pagine Esteri, 23 novembre 2022 – In The Sound and the Fury, la descrizione della situazione dei membri di una famiglia aristocratica in decadenza serve a raffigurare il declino del Sud degli Stati Uniti avvenuto a seguito della guerra di secessione americana. Faulkner scrisse infatti il romanzo per evidenziare il legame tra eventi storici traumatici e crisi esistenziali personali. In un articolo pubblicato nel 2000 sul Journal of Arabic Literature, Aida Azouqa nota che similmente la Nakba è all’origine dei problemi dei protagonisti di “Tutto ciò che vi resta”: Maryam, una donna dalla vita sentimentale tormentata – il cui ruolo nel racconto è simile a quello di Caddy in The Sound and the Fury – e il fratello sedicenne Hamid. Come numerosi romanzieri occidentali, Kanafani era stato chiaramente influenzato dal freudismo e dall’esistenzialismo; usò la tipica crisi identitaria adolescenziale per raffigurare quella nazionale dovuta alla diaspora palestinese, in questo romanzo in cui ritrae appunto un adolescente per rappresentare la nazione. I conflitti interiori ed esterni affrontati da Hamid evocano la confusione di un’epoca della Storia del popolo della Palestina; il Tempo è il grande nemico del fratello e della sorella la cui infanzia felice è ormai soltanto un ricordo del passato da quando vivono in un campo profughi lontano da Giaffa, dove abitavano in un bel quartiere residenziale moderno con la loro famiglia del ceto medio-alto. La vita infelice di Maryam, dovuta alla lontananza dalla madre, da cui avrebbe potuto ricevere buoni consigli, evitando di mettersi nei guai, conclude Azouqa, rappresenta la disgrazia subita da un’intera nazione.
D’altra parte, “Tutto ciò che vi resta” è forse il romanzo più autobiografico di Kanafani, che da bambino aveva frequentato una scuola missionaria francese a Giaffa, per volontà del padre, un avvocato e attivista nazionalista, che esercitava la professione in quella fiorente città palestinese benché fosse lontana da Acri. Quando poi nell’aprile del ’48 aveva lasciato la Palestina con la famiglia, trovando rifugio in un villaggio sulla frontiera libanese, il dodicenne Ghassan avrà avuto la sensazione che il suo mondo dell’infanzia fosse crollato. Il padre aveva scelto quel paesino come una sistemazione provvisoria, convinto di poter tornare presto a casa, ma dopo la fondazione d’Israele e il prolungarsi dell’attesa decise di trasferirsi con la famiglia a Damasco. Nella capitale siriana il giovane Ghassan dovette lavorare, passando da un mestiere all’altro, per completare l’istruzione secondaria. Nel 1953, iniziò a insegnare in una delle scuole dell’UNRWA, a conoscere direttamente la dura realtà dei campi profughi, a maturare una maggiore consapevolezza politica e il desiderio di contribuire alla causa nazionale del suo popolo. Poi da studente universitario partecipò al movimento studentesco, attivismo per cui fu espulso dall’Università di Damasco, e da qui la decisione di raggiungere la sorella e il fratello in Kuwait, dove erano emigrati come molti altri esuli palestinesi, attratti dalle opportunità di lavoro presenti nel paese petrolifero.
Dunque, l’adolescenza particolarmente difficile vissuta dallo scrittore, accompagnata da una crescente politicizzazione, è simile a quella di Hamid, il protagonista di “Tutto ciò che vi resta”, che molti esperti considerano inoltre come una sorta di ponte, essendo un romanzo che presenta temi o motivi ripresi dall’autore nella fase successiva della sua produzione letteraria, durante la quale si avvicinò maggiormente alla letteratura impegnata teorizzata da Sartre, rinunciando alla tecnica del flusso di coscienza del modello faulkneriano. Questo cambiamento è dovuto a un altro trauma collettivo, una seconda sconfitta, che portò Kanafani a voler dar voce in modo più chiaroalle istanze politiche del suo popolo.
L’arte narrativa dello scrittore fu inevitabilmente influenzata dalla Naksa (Ricaduta), la disfatta militare araba nella guerra lanciata da Israele il 5 giugno 1967, per occupare i territori palestinesi di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza, le alture siriane del Golan e la Penisola del Sinai egiziana. Kanafani pubblicò, nell’anno seguente, il saggio “La letteratura palestinese della resistenza sotto occupazione, 1948-1968” 1 ; e nel 1969, il romanzo “Ritorno a Haifa” (2) . In quest’opera, l’autore descrive la situazione post-Naksa, per ricordare la Nakba e la Shoah, unendo la memoria storica delle tragedie dei due popoli. All’indomani della guerra di occupazione, le autorità israeliane effettivamente aprirono la frontiera tra Israele e i territori palestinesi appena occupati. Nel romanzo, il 30 giugno 1967, Said e la moglie Safiya partono in auto da Ramallah per andare a Haifa, dove non erano più potuti tornare dopo l’esodo di massa del 21 aprile 1948, provocato dall’aggressione compiuta dai miliziani sionisti con la complicità dei militari inglesi. Quel giorno lui e lei si trovavano per strada, l’uno lontano dall’altra, erano stati come risucchiati dalla folla di persone in fuga verso il porto durante il bombardamento, spinti su un’imbarcazione britannica e costretti a lasciare la città, senza avere avuto la possibilità di portare con sé il figlio di cinque mesi Khaldun, rimasto da solo a casa loro. È proprio nella speranza di ritrovarlo che i due protagonisti tornano a Haifa. Arrivati a destinazione, scoprono che la loro vecchia casa è abitata da una coppia di ebrei polacchi, Efrat e Miriam, divenuti i genitori adottivi di Khaldun, ora Dov, un soldato israeliano.
Kanafani riprese il modello faulkneriano, come lui stesso lo aveva rielaborato in “Uomini sotto il sole”, per creare appunto “Ritorno a Haifa”, in cui è fondamentale la retrospezione. Nel primo dei cinque capitoli del testo, Said e Safiya ricordano l’esodo coatto dalla città; e nel terzo, vengono esposti i fatti accaduti da quando Efrat e Miriam avevano lasciato Varsavia agli inizi del novembre del 1947, finché non si erano stabiliti, il 29 aprile del ’48, nella casa dei protagonisti palestinesi assenti, concessa agli stessi immigrati dall’Agenzia Ebraica a patto che adottassero il bambino ritrovato lì una settimana prima da una donna ebrea che abitava al piano superiore. La storia è narrata da un narratore esterno, e i punti di vista sono multipli in questo racconto, in cui l’autore ricostruisce e intreccia la memoria della Nakba con quella della Shoah. Il principio etico condiviso da tutti i personaggi, espresso nell’enunciato “all’ingiustizia non si pone rimedio con una nuova ingiustizia”, è il nodo centrale di un romanzo tematicamente complesso che unisce dati storici precisi riguardo al tragico conflitto tra i due popoli ad altri temi di portata universale, come l’amore genitoriale, la paternità, il patriottismo e l’idea stessa di patria. I genitori palestinesi sono gli sconfitti, i più deboli e sofferenti, eppure hanno la forza di ammettere i propri errori e le proprie debolezze, e di riconoscere perfino il dolore dell’altro. Nel romanzo, l’autore esprime una piena solidarietà con il popolo ebraico vittima delle persecuzioni naziste, rappresentato dalla coppia di ebrei polacchi appena sfuggiti all’Olocausto nel novembre del ‘47. Ma nel giugno del ’67, Efrat e Miriam rappresentano gli israeliani, i vincitori che, pur riconoscendo le sofferenze inferte ai palestinesi, trovano negli errori e nelle debolezze del popolo vinto un’autogiustificazione che li intrappola nelle loro stesse contraddizioni condensate nella figura di Khaldun/Dov. Il giovane educato all’odio, alla negazione della Nakba, chiuso nella sua crisi identitaria, è un figlio adottato/rubato/perduto, nato a Haifa pochi mesi prima che la città diventasse parte d’Israele come oltre la metà della Palestina. I genitori naturali si sentono in colpa per averlo abbandonato, pur sapendo di essere stati costretti a lasciarlo a casa da solo ancora lattante insieme alla loro terra.
Ancora una volta l’autore raffigura la relazione tra Spazio e Tempo nella Storia e la crisi identitaria di un adolescente associata a quella collettiva. Alla fine, però, Khaldun/Dov rappresenta la Nakba, un passato da dimenticare per Said e Safiya il cui figlio più giovane Khaled si è appena arruolato in un gruppo di fedayin per liberare il suo popolo. Lui è il presente e il futuro, conosce la propria identità e quella dei suoi genitori, che lo hanno cresciuto, raccontandogli la verità; quindi personifica la consapevolezza, l’autocoscienza nazionale, la rivoluzione, la salvezza della nazione. La crisi familiare non è però affatto risolta. I genitori, che hanno già perduto un figlio e non sopportano l’idea di perderne un altro, accettano con grande amarezza la decisione di Khaled di sacrificarsi per la patria. È altrettanto amara la constatazione che i due fratelli, entrambi vissuti sotto il peso di un destino crudele, potrebbero combattere l’uno contro l’altro. Solo la pace li può salvare.
In questo terzo romanzo di Kanafani, lo stile è più lineare, e il messaggio politico più esplicito, il che è tipico della letteratura palestinese della resistenza, nell’ambito della quale i sentimenti di rabbia e frustrazione vengono mitigati o addirittura soppiantati da una volontà di riscatto, alimentata dalla speranza nella possibilità di cambiare la situazione. Su “Ritorno a Haifa” si basano un omonimo film, del 1982, girato in Libano dal regista iracheno Kassem Hawal (n. 1940), e un altro, del 1995, intitolato “Il sopravvissuto”, diretto dal cineasta iraniano Seifollah Dad (1955-2009). Lo stesso romanzo ha inoltre ispirato diversi spettacoli teatrali presentati in vari paesi del mondo.
Per quanto riguarda invece “Gli ingannati”, l’adattamento di “Uomini sotto il sole”, Saleh cambiò non solo il titolo ma anche il finale dell’opera originale; nel film infatti i tre protagonisti bussano alle pareti della cisterna (3) . La loro richiesta d’aiuto rimane però inascoltata. Il regista egiziano, ideologicamente marxista, espresse così la propria rabbia nei confronti dei regimi arabi responsabili della Naksa, una seconda sconfitta che in ambito culturale stimolò da un lato l’impegno a registrare la memoria della Nakba e dall’altro una volontà di ribellarsi in generale, particolarmente spiccata nella cultura giovanile dell’epoca. In un articolo pubblicato nel 1976 sul periodico British Society for Middle Eastern Studies Bulletin, Hillary Kilpatrick ricorda che Kanafani vide il film e approvò il cambiamento del finale per il messaggio politico che veicolava; inoltre lo considerava una sorta di aggiornamento storico necessario. La passività dei protagonisti del romanzo ormai contrastava con la lotta armata che i profughi palestinesi stavano conducendo sin dagli anni ’60. Kanafani dava grande importanza all’arte, si identificava anzitutto come un artista, riteneva che lo scopo della letteratura fosse di contribuire alla trasformazione della società, ma come romanziere lui preferivaconcentrarsi sull’individuo, basandosi sulla propria esperienza personale e su quella delle persone che conosceva.
Questo atteggiamento letterario e politico dello scrittore palestinese spiega ulteriormente la sua predilezione per il modello faulkneriano. Va poi ricordato che, sempre nel 1969, Kanafani pubblicò “Umm Saad” (4) ; in questo caso, la narrazione è in prima persona, ma il narratore – che sembra essere l’autore reale – racconta la storia di un altro personaggio, una figura femminile veramente esistita. La protagonista del romanzo è una donna resiliente, una contadina sulla quarantina abituata al duro lavoro nei campi; rappresenta la resistenza palestinese e addirittura la Palestina stessa i cui figli l’avevano sempre coltivata e ora lottano per liberarla e tornare da lei. Umm Saad è la madre di tutti loro. Sembra che Kanafani abbia scritto questo romanzo dall’atmosfera fiabesca, per esporre in forma artistica le idee che aveva espresso nel già citato saggio sulla letteratura palestinese della resistenza. Nel libro dice infatti che il suo popolo aveva iniziato a lottare per liberare la patria difendendola dal colonialismo sionista sin dall’epoca del mandato britannico sulla Palestina. L’autore si concentra sui contadini palestinesi che in passato avevano sofferto per la vendita dei terreni ai coloni da parte dei latifondisti e dopo la Nakba soffrivano vivendo nei campi profughi.
In “Umm Saad”, il narratore del racconto sembra quasi un cantastorie moderno. Descrivendo la vicenda della protagonista, presenta man mano altri personaggi, di cui lei gli parla e così nasce di volta in volta una storia nella storia. Ciò spiega ancor più la frammentazione del racconto, un espediente narrativo generalmente volto anche a raffigurare la disgregazione sociale che caratterizza le società contemporanee, e di cui Kanafani si serviva per rappresentare la diaspora palestinese. Lo scrittore cercò nuove modalità artistiche per veicolare un messaggio rivoluzionario tramite questo breve romanzo, che scrisse attingendo alla letteratura popolare araba, senza però rinunciare a certe tecniche moderniste, e specialmente ai punti di vista multipli. L’autore riuscì a esprimere la propria creatività, fondendo perfettamente tradizione e modernità in “Umm Saad”, un’opera intrisa di quel tipico ottimismo che è la vera linfa della resilienza del popolo palestinese. È inoltre interessante ricordare che in un’intervista rilasciata al quotidiano kuwaitiano al-Siyāsa (La politica) durante questa seconda fase spiccatamente politicizzata della sua produzione narrativa, Kanafani dichiarò: “Per quanto mi riguarda, la politica e il romanzo sono tutt’uno e posso categoricamente affermare di essere diventato politicamente impegnato, perché sono un romanziere, e non viceversa”. Pagine Esteri
La prima parte dell’articolo di Patrizia Zanelli è a questo link:
CULTURA. William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1a parte)
pagineesteri.it/2022/11/16/in-…
NOTE
1) Kanafani scrisse questo saggio letterario per completare un altro dal titolo simile pubblicato sempre nel ’68 e che ricopre il periodo 1948-1966.
2) Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa, tr. Isabella Camera d’Afflitto, Rispostes, 1985; Edizioni Lavoro, 2014.
3) Il film “Gli ingannati” (al-Makhdū‘ūn) è noto anche col titolo inglese “The Dupes”.
4) Ghassan Kanafani, Umm Saad, tr. Isabella Camera d’Afflitto, Rispostes, 1985; Edizioni Lavoro, 2014.
*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino”, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī.
L'articolo William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (2a parte) proviene da Pagine Esteri.
MIGRAZIONI. Minori non accompagnati. La storia di Youssef
di Daniela Volpecina*
Pagine Esteri, 21 novembre 2022 – Il mio nome è Youssef e ho appena compiuto 15 anni ma a volte ho l’impressione di averne molti di più. Succede, dicono, quando sei costretto a separarti dalla tua terra e dalla tua gente e a ricominciare, da solo, a migliaia di chilometri di distanza. Proprio come è accaduto a me.
Nel 2021 ho lasciato l’Egitto, la mia famiglia, gli amici per affrontare un viaggio rocambolesco e pieno di incognite attraverso il mare e due continenti. Un’impresa enorme per un ragazzino che prima d’ora non era mai uscito dal suo villaggio.
Quando sono scappato, avevo ancora 14 anni. Non è stata una decisione facile e se non ci fosse stata mia madre a incoraggiarmi probabilmente ora sarei ancora nel mio Paese. A prendere bacchettate sulle mani dal maestro di scuola e a giocare a calcio in strada con un pallone fatto di stracci. Il destino però aveva in serbo per me qualcosa di diverso. Come avrei scoperto di lì a poco.
Il mio villaggio si trova nella parte occidentale dell’Egitto, in mezzo al nulla. Una terra arida, a tratti inospitale, famosa per il clima sahariano.
Per raggiungere la capitale ci vogliono quasi otto ore di treno, almeno così mi hanno detto, io al Cairo non ci sono mica mai stato. Le piramidi le ho viste solo in foto, su un libro di storia. Troppo lontane da quel fazzoletto di terra nel quale sono nato. Cheope, Tutankhamon, La Sfinge, sono la mia ossessione. Da quando ero alto appena una spanna. E immaginavo di essere stato un faraone in una delle mie vite passate. O almeno di aver fatto parte della famiglia reale. Una volta in tv hanno mostrato la Valle dei Re, dagli scavi sono emerse tantissime tombe e in ognuna ornamenti funerari, suppellettili, oro, oggetti preziosi. In alcune c’erano ancora le mummie, che impressione, chissà se ce ne sono altre sepolte lì da qualche parte. Ho sognato tante volte di essere un esploratore e rinvenire nuove tracce di questa antica civiltà dalla quale discende il mio popolo. Un sogno che ho accantonato da quando sono andato via. E’ difficile da spiegare ma a volte ho il sentore che non tornerò più. Non è un presentimento, è più un timore che alimenta tanti interrogativi. Interrogativi che mi pongo spesso da quando sono in Italia e soprattutto da quando ho scoperto che nelle scuole italiane un’ampia parte dei programmi è dedicata proprio alla storia del mio Paese. Mi domando se tornerò mai nella mia terra, se rivedrò i luoghi che mi hanno accolto quando ero ancora un bambino e se esiste un altro posto nel mondo che imparerò a chiamare ‘casa’. Probabilmente sì, ora riesco a vederlo con maggiore lucidità ma allora, spaventato com ero e poco preparato a tutto ciò che avrei dovuto affrontare, la mia mente era impegnata in ben altre riflessioni e turbamenti.
La prima volta che ho tentato di lasciare il Paese, l’ho fatto a piedi. Insieme ad altri ragazzi, tutti più grandi di me. Saremo stati dieci, forse dodici. Ci siamo messi in marcia al calar del sole e abbiamo camminato tutta la notte lungo i sentieri di montagna, seguendo un uomo che si è fatto pagare profumatamente con la promessa di portarci al confine con la Libia. Con me solo un piccolo zaino, un ricambio e qualcosa da mangiare. Che fatica! Se ci ripenso oggi. Era buio pesto e la strada tutta in salita. Faceva freddo ma era proibito persino battere i denti. Dovevamo muoverci con cautela e in gran silenzio per non rischiare di essere scoperti. Non saprei dire quanti anni avessero i miei compagni di viaggio e neanche da quale villaggio provenissero. Non ci furono presentazioni ufficiali, né tempo per una chiacchierata amicale. Di tanto in tanto solo il respiro affannoso di chi a stento riusciva a tenere il passo e lo scalpiccio dei sandali sul sentiero sterrato. Il rumore più assordante era però certamente quello generato dai pensieri e amplificato dal battito accelerato dei nostri cuori, le cui frequenze sono letteralmente impazzite quando la polizia di frontiera ha puntato le sue torce su di noi. La fortuna ci ha infatti voltato le spalle a pochi metri dalla meta. ‘Alt’, ‘Fermatevi subito’, sono le ultime frasi che sono riuscito a sentire prima degli spari. Quando mi sono voltato ho visto che gli agenti ci stavano già inseguendo. Troppo vicini per poterli seminare. Solo alcuni dei ragazzi sono riusciti a scappare e ovviamente si è data alla fuga anche la guida portandosi con se il mio zaino. Sono stato arrestato e messo in cella per cinque lunghi giorni. Quando mi hanno rilasciato, ho pensato che forse la seconda volta l’avrei fatta franca. Mi sbagliavo. C’ho riprovato ed è andata di nuovo male. Sono stato trattenuto dalle guardie per altri tre giorni, solo per aver tentato di lasciare il mio Paese.
All’epoca non potevo saperlo ma raggiungere i deserti orientali della Libia negli ultimi anni è diventato un miraggio. E sono sempre meno quelli che ci riescono. Il confine tra i due Paesi è presidiato infatti da decine di migliaia di truppe egiziane, cosparso di mine antiuomo e spesso monitorato anche dai cieli grazie al controllo aereo. Troppo alto il rischio di instabilità generato dal possibile passaggio di estremisti e militanti ostili alle autorità del Cairo, sempre più imponente il contrabbando di armi, droga ed esseri umani che si verifica lungo la frontiera.
Riflessioni e analisi che avrei maturato solo successivamente, come è possibile immaginare. In quel momento avevo solo una gran fretta di partire e pochi mezzi a disposizione per farlo. Tentare per la terza volta di attraversare il confine via terra, affidandomi a mercenari pronti ad abbandonarmi al mio destino al primo ostacolo, non mi sembrava più un’idea così eccezionale. L’unica soluzione possibile era quella di sorvolare la frontiera. Proprio così. Prendere un aereo fino a Bengasi. Lì sarei stato intercettato da un gruppo clandestino che avrebbe organizzato il viaggio in Italia. Un piano perfetto. Almeno sulla carta. Prima avrei dovuto racimolare i soldi necessari. Come fare? E’ stato in quel momento che ho sentito forte il sostegno di mia madre. Una donna che, lo dico con fierezza, ha sacrificato tutto per me. Per garantirmi un futuro migliore. Un destino diverso da quello truce che ha accomunato tanti miei coetanei. Ancora prima delle primavere arabe.
E’ stata lei, anche questa volta, a sbracciarsi le maniche e a darsi da fare. Ha lavorato sodo, ha venduto quel poco di oro che avevamo in casa, ha chiesto un prestito per mettere insieme la somma che avrebbe coperto tutto il tragitto. Anche quello via mare. Fino in Italia. E tutto ciò pur conoscendo i rischi che avrei corso e pur sapendo che, nella migliore delle ipotesi, avremmo dovuto separarci chissà per quanto tempo.
Ottomila euro. A tanto ammontava il prezzo della mia libertà. Il costo da pagare per un nuovo inizio a migliaia di chilometri da casa. In una terra dove nulla è come pensavo e dove tutto mi appare in forme e colori differenti da quelli che ero abituato a percepire.
Il giorno del decollo ero emozionatissimo. Non ero mai salito su un aereo prima di allora. Dal finestrino guardavo estasiato il tappeto di nuvole – scomposte e apparentemente inconsistenti – sotto di noi, unico grado di separazione tra il cielo e il mare. Infinito, terso e azzurro il primo, così cristallino e increspato il secondo. Uno spettacolo perfetto per alimentare i sogni di un viaggiatore inesperto. Fantasticavo su chi sarebbe venuto a prendermi all’aeroporto, probabilmente, pensavo, sarà un autista in livrea con l’abito gallonato e le scarpe con la fibbia pronto ad aprirmi lo sportello della sua limousine oppure un giovane vestito all’occidentale a bordo di un’auto sportiva con tutte le hit del momento sparate a palla da un mega stereo incorporato nel cruscotto. Penso, ad un certo punto, di aver immaginato anche di essere accolto in una villa su due piani vista mare, degustando cibi prelibati e assaggiando pietanze mai conosciute. Sogni. Fantasticherie di ragazzo. Una bella illusione durata esattamente due ore. Il tempo del volo.
L’uomo che è venuto a prendermi in aeroporto era vestito in modo molto anonimo. Di lui mi ha colpito il fatto che fosse volutamente taciturno e anche parecchio accigliato. Non mi hai mai rivolto la parola e a stento mi avrà guardato. Mi ha portato in un garage non lontano da Bengasi e lì sono rimasto rinchiuso per due giorni e due notti. Insieme ad altre trenta persone. Solo quando è arrivata la conferma del pagamento del viaggio da parte di mia madre, la porta del garage si è aperta e un altro uomo si è fatto strada nella penombra per prelevarmi e portarmi in auto a Tobruk. Con me altri sette uomini. Probabilmente anche i loro bonifici erano stati incassati. Questa volta il percorso è stato più lungo. Quasi interminabile. Abbiamo viaggiato ininterrottamente per circa dieci ore.
Avrei voluto dormire. Sapevo sarebbe stato l’unico modo per tornare a sognare. Dopo i due giorni nel garage, avevo infatti smesso di fantasticare. Piuttosto avevo iniziato a temere. Temere per la mia sicurezza. Per la mia incolumità. Non sapevo con certezza dove fossimo diretti. Avrebbero potuto abbandonarmi lungo il percorso, in qualche anfratto dimenticato da Allah, far perdere le mie tracce, uccidermi persino. Chi avrebbe saputo di me? Del giovane Youssef che sognava di raggiungere l’Italia? Probabilmente nessuno. Tentai con tutte le forze che mi erano rimaste di scacciare questi orribili pensieri e cominciai a concentrare lo sguardo sul percorso. Fu allora che vidi una pattuglia della polizia libica. La prima. Lungo il tragitto incrociammo almeno tre posti di blocco. E tutte e tre le volte ci imposero di fermarci. Ufficialmente per controllare i documenti. Ma scoprii presto che non era solo per quello. Al termine della perquisizione gli agenti portarono via sigarette, soldi e anche cellulari. Il mio era nascosto in una scarpa (un vecchio trucco suggerito da un amico che aveva tentato invano di lasciare il Paese l’anno precedente) e così sono riuscito a sottrarlo alla bramosia degli uomini in divisa.
Poi il viaggio è proseguito nella sua disagevole e fastidiosa monotonia. Intorno a noi solo tanta desolazione. L’ultima fermata, prima della tappa definitiva, è stata programmata a pochi Km dalla destinazione esclusivamente per bendarci. Il percorso da quel momento in poi mi è apparso ancora più tortuoso e infinito. Quando l’auto ha decelerato per poi fermarsi e l’uomo alla guida del veicolo ha aperto lo sportello, era già buio. Eppure i miei occhi, ormai liberi dalla benda, hanno faticato ugualmente a mettere a fuoco il palazzo che si stagliava di fronte.
Non saprei dire quanti anni avesse questo edificio, in parte ancora allo stato grezzo, anche perché siamo rimasti davanti alla porta solo per una manciata di minuti. Dentro invece ci sarei rimasto per 45 giorni. Sempre nella stessa stanza. Insieme ad altri 120 uomini di diverse età e nazionalità. Tutti in attesa della barca che ci avrebbe traghettato in Italia. Una barca che però sembrava non arrivare mai.
Non è stato facile ritagliarsi quei pochi centimetri di pavimento dove rimanere seduto tutto il giorno, tutti i giorni, in religioso silenzio, fino al momento fatidico. ‘Dovete essere invisibili e silenziosi’, questo è ciò che ci veniva intimato quotidianamente in un dialetto arabo che non saprei riprodurre. Ci si poteva alzare solo per andare nell’unico bagno disponibile ma la fila era sempre lunghissima. Se qualcuno faceva rumore o alzava la voce, venivamo manganellati tutti, senza distinzione. Braccia, gambe, schiena. Se ti andava male potevi beccarti anche una scudisciata sul viso o sul capo.
Ho ricordi sfocati di quei giorni tutti uguali, scanditi soltanto dall’arrivo del cibo, quasi sempre bruciato e immangiabile, che ci portavano, due volte al giorno, uomini dai volti arcigni, armati di tutto punto, che aprivano bocca solo per minacciarci. Ricordo di aver pensato e ripensato mille volte al motivo per il quale mi trovavo lì e se ne fosse valsa davvero la pena. In alcuni momenti, ripensando a mia madre e al mio villaggio, mi rispondevo che avrei fatto meglio a rimanere a casa mia, poi però mi facevo forza, stringevo i denti e ripetevo a me stesso, quasi come fosse un mantra, ‘il peggio è passato, il meglio sta per arrivare’. E il bello è che in quei momenti ci credevo sul serio.
Più volte in quelle sei settimane ci avevano lasciato intendere che la partenza sarebbe stata imminente ma ai loro annunci non seguiva mai un segnale concreto. Ci illudevano, forse per scongiurare proteste o tensioni. I malumori, già alla fine della prima settimana, cominciavano infatti a farsi sentire ma chiedere spiegazioni o ribellarsi a quello stato di cose non era affatto consigliabile. Un siriano che ci aveva provato era stato malmenato e colpito ripetutamente alla nuca. Un gesto che ci zittì tutti. Definitivamente. Spegnendo sul nascere ogni possibile tentativo di rivolta.
Poi finalmente il segnale, quello vero, arrivò. Di quel giorno ricordo a malapena la data ma so che eravamo già a novembre. Dall’unica finestra della stanza, coperta da una tenda opaca, intravidi un cielo stranamente plumbeo. Al piano di sotto il calpestio ripetuto di passi pesanti e lo stridio di carrelli. Come se una massa di persone si fosse improvvisamente mossa tutta insieme. ‘Si stanno dando un gran da fare lì sotto’, brontolò un vecchio seduto poco distante da me. Erano già le 5 del pomeriggio quando uno degli uomini salì ad annunciare la partenza. Un’ora più tardi eravamo già in movimento. Ci hanno caricato, quattordici persone alla volta, in macchine di fortuna e piccoli furgoni. E ci hanno portato tutti in un’altra casa, questa volta non lontano dal mare. ‘Ci siamo’, mi sono detto. E ho stretto forte i pugni.
Quando ho visto la barca in lontananza ho pensato ad un miraggio. Solo quando si è avvicinata alla riva ho concretizzato che forse il momento tanto atteso e anche così temuto era arrivato. Ma l’imbarcazione non era proprio quella che avevo immaginato. Dire che si trattasse di un vecchio relitto rimesso in sesto per l’occasione non renderebbe affatto l’idea delle pessime condizioni in cui versava quel mezzo che avrebbe dovuto condurci fin sulle coste italiane. Rabbrividii quando scoprii che su quel peschereccio malmesso avremmo dovuto starci in 302. In prevalenza egiziani come me ma anche tanti siriani e qualche tunisino.
Appena salito a bordo ho avvertito uno sbandamento. Sarei caduto se ci fosse stato lo spazio per farlo. Ma intorno a me c’era già una bolgia di persone intente ad occupare i ponti, la chiglia e ogni centimetro calpestabile della barca. A stento e a fatica sono riuscito a inserirmi anch’io e a trovare un appiglio al quale aggrapparmi durante quelli che sarebbero stati i sei giorni più brutti della mia vita.
“Sono un ribelle/perché non voglio vivere nelle lacrime e nel sangue/perché non voglio la povertà e la fame…”era tanto che non sentivo questo brano, ho letto che in alcuni Paesi dell’Africa è stato censurato, lo canticchia un giovane seduto non lontano da me. Lo interpreto come un segnale di speranza e ottimismo. Che è poi il clima generale che si respira sul peschereccio. Sono tutti fiduciosi e soddisfatti per essere riusciti a imbarcarsi. Il cielo è sereno. E gli scafisti continuano a ripetere che in tre giorni saremo in Italia. Condizioni meteo permettendo. Anche le provviste imbarcate sono tarate per questo lasso di tempo. A bordo ci sono solo 15 litri di acqua disponibili al giorno, l’equivalente di un bicchiere e mezzo a testa. E’ chiaro fin dalla partenza che patiremo la sete.
Sul peschereccio si affollano uomini e ragazzini. Con due di loro ho stretto un’amicizia fraterna. Si chiamano Ahmed e Mahmoud, e sono entrambi egiziani. Abbiamo tanto in comune e tutti e tre desideriamo la stessa cosa. Studiare e crescere in un contesto democratico. In un Paese che sia in grado di riconoscere i nostri talenti e ci consenta di realizzare le nostre aspirazioni. Mi piace conversare con loro, rende il viaggio meno faticoso e il tempo scorre più velocemente. Finalmente, mi dico convinto, la fortuna è tornata ad assistermi, ma ho parlato troppo presto. Il mio ottimismo è destinato a infrangersi contro le onde sempre più alte del mare che non ho mai visto così agitato.
La tempesta è nell’aria e i primi ad averne sentore sono i veterani, quelli che hanno già tentato invano di raggiungere l’Italia una prima volta attraverso il mare. Per noi ragazzi il pericolo è qualcosa di astratto e affascinante ma fiutarlo è un’arte che spetta agli adulti. Ancor di più se non sei mai stato in balia delle onde in mare aperto per così tanto tempo. Molti di noi arrivano dal deserto. Alcuni non hanno mai messo piede fuori dal proprio villaggio. E non hanno mai visto il mare prima d’ora. C’è chi impreca, chi vomita, chi si contorce per gli spasmi allo stomaco. E tutto questo prima ancora che la tempesta raggiunga il suo apice.
Per tre giorni e tre notti la pioggia scende incessante. Senza mai concedere tregua. Esposti alle intemperie e senza alcuna possibilità di ripararsi, restiamo lì a inzupparci fino al midollo, ciascuno pregando il proprio Dio, qualcuno invocando persino il diavolo purchè metta fine al diluvio.
Leggo il terrore negli occhi di chi mi è accanto. Probabilmente sa che quella potrebbe essere l’ultima scena che vedrà in vita sua. Che il mio potrebbe essere l’ultimo sguardo che incrocerà. E allora mi faccio forza, gli allungo la mano, gliela stringo, forte, lui mi guarda sorpreso per un attimo, poi fa lo stesso con il suo vicino, e la catena umana cresce, fino all’ultimo centimetro visibile del ponte. E’ a questo punto che qualcuno intona un canto, triste e monotono, ma che ci fa sentire tutti meno soli.
Poi l’onda. Anomala. Selvaggia. Trascinante. E il buio.
Quando qualche ora più tardi ho riaperto gli occhi, la situazione intorno a me non era diventata affatto più rassicurante. I più fragili si ammalano, c’è chi vomita di continuo e chi non ha più la forza neanche di mangiare il panino al formaggio che ci hanno portato gli scafisti. Quando il motore va in avaria e il livello dell’acqua sale fino alle ginocchia, l’entusiasmo delle prime ore scompare del tutto per lasciare spazio alla paura e all’ansia.
Sono ore terribili. Quelle in cui rivedi, come in un film, tutta la tua vita al ralenti e maledici il giorno in cui hai deciso di intraprendere il viaggio. Quei momenti che non augureresti a nessuno. Quelli in cui realizzi che potrebbero essere gli ultimi della tua vita e che tu li stai vivendo con dei perfetti sconosciuti, lontano da chi ami. Un pensiero che devono aver fatto in tanti. E che qualcuno lassù probabilmente ha ascoltato.
Come per miracolo, a sbloccare la situazione è stato uno di noi. Un meccanico. Proprio così. Tra gli sciagurati che si sono imbarcati in Libia c’era anche un uomo abile con i motori. E’ grazie al suo intervento se il peschereccio non è affondato. Non ricordo il suo nome ma penso che lo ringrazierò in eterno. Così come quell’egiziano che vedendomi fradicio mi ha portato dei vestiti asciutti. Un gesto di grande umanità. Spero un giorno di poter ricambiare in qualche modo.
Sudici, spaventati, disidratati (l’acqua potabile a disposizione è terminata da un bel po’ proprio come avevo previsto) e ancora in balìa del mare mosso, così ci hanno trovato e recuperato i soccorritori italiani nella notte tra il 13 e il 14 novembre del 2021 al largo di Roccella Ionica nella Locride.
Non so come abbiano fatto ad avvistarci. Se fossero di passaggio in quelle acque o se siano stati allertati da qualcuno che era a bordo del peschereccio. Mi piace pensare che chi mi ama, abbia avuto la forza e l’istinto di spingere quella vecchia imbarcazione verso un porto sicuro. Ancorarla al molo di una terra ricca di opportunità e speranza per chi, come me, tenta di cambiare il proprio futuro. Un futuro ancora tutto da scrivere e costruire. Qui in Italia.
YOUSSEF OGGI
Youssef oggi vive a Caserta, ospite di una delle strutture di accoglienza del Cidis, insieme ad altri minori stranieri non accompagnati originari di Albania, Tunisia, Egitto, Gambia, Pakistan, Bangladesh e non solo. Dopo aver frequentato con successo l’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e superato gli esami per ottenere la licenza media, Youssef ha intrapreso un nuovo percorso scolastico in un istituto della provincia di Caserta finalizzato a conseguire il diploma di Tecnico per i servizi socio assistenziali – Odontotecnico. Nel frattempo continua a frequentare corsi di lingua italiana, svolge attività sportiva e partecipa attivamente come volontario a tutte le iniziative sociali di rigenerazione urbana messe in campo dal Cidis con una duplice finalità: consentire a questi giovani stranieri di contribuire alla riqualificazione del territorio nel quale vivono attraverso interventi di manutenzione e conservazione di parchi e spazi verdi, e al tempo stesso accelerare quel processo di integrazione sociale che non può prescindere da un ruolo di cittadinanza attiva.
Per tutti loro si tratta infatti di mostrare un segnale di gratitudine e di riconoscenza nei confronti del Paese che li ha accolti ma è anche un modo per migliorare la vivibilità del luogo in cui hanno scelto di studiare e lavorare. Il percorso di integrazione e inclusione sociale è naturalmente solo agli inizi ma sono tutti fiduciosi e certi di poter dare tanto al territorio nel quale stanno mettendo radici. Youssef in primis che non perde occasione per confrontarsi e dialogare con i suoi nuovi amici senza però dimenticare quelli vecchi. Ha mantenuto infatti vivo il suo legame con Ahmed e Mahmoud, i due egiziani conosciuti sul peschereccio, anche se per il momento si sentono solo telefonicamente perché i suoi coetanei attualmente sono ospiti di alcune strutture del nord Italia. E, grazie alle videochiamate, riesce a vedere quasi tutti i giorni la sua adorata mamma che continua a spronarlo a dare il meglio di se in tutte le circostanze. Adora il cibo italiano e ha ricominciato a sognare ad occhi aperti. Un giorno, ora ne è certo, tornerà in Egitto per riabbracciare la sua famiglia e per vedere finalmente le piramidi. Pagine Esteri
*Giornalista professionista freelance, Daniela Volpecina collabora con il quotidiano Il Mattino e l’emittente tv La7. Ha realizzato reportage in Italia e all’estero. Alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati da Avvenire, Donna Moderna, Informazioni della Difesa, TmNews e Agon Channel. Ha partecipato, con un suo scritto, alla raccolta di storie sulla pandemia ‘Ekatomére’ di Terra somnia editore. Un altro racconto, sul mondo del calcio, è inserito nel volume ‘Interrompo dal San Paolo’ pubblicato dalla Giammarino editore.
L'articolo MIGRAZIONI. Minori non accompagnati. La storia di Youssef proviene da Pagine Esteri.
MIGRAZIONI. Minori non accompagnati. La storia di Youssef
di Daniela Volpecina*
Pagine Esteri, 21 novembre 2022 – Il mio nome è Youssef e ho appena compiuto 15 anni ma a volte ho l’impressione di averne molti di più. Succede, dicono, quando sei costretto a separarti dalla tua terra e dalla tua gente e a ricominciare, da solo, a migliaia di chilometri di distanza. Proprio come è accaduto a me.
Nel 2021 ho lasciato l’Egitto, la mia famiglia, gli amici per affrontare un viaggio rocambolesco e pieno di incognite attraverso il mare e due continenti. Un’impresa enorme per un ragazzino che prima d’ora non era mai uscito dal suo villaggio.
Quando sono scappato, avevo ancora 14 anni. Non è stata una decisione facile e se non ci fosse stata mia madre a incoraggiarmi probabilmente ora sarei ancora nel mio Paese. A prendere bacchettate sulle mani dal maestro di scuola e a giocare a calcio in strada con un pallone fatto di stracci. Il destino però aveva in serbo per me qualcosa di diverso. Come avrei scoperto di lì a poco.
Il mio villaggio si trova nella parte occidentale dell’Egitto, in mezzo al nulla. Una terra arida, a tratti inospitale, famosa per il clima sahariano.
Per raggiungere la capitale ci vogliono quasi otto ore di treno, almeno così mi hanno detto, io al Cairo non ci sono mica mai stato. Le piramidi le ho viste solo in foto, su un libro di storia. Troppo lontane da quel fazzoletto di terra nel quale sono nato. Cheope, Tutankhamon, La Sfinge, sono la mia ossessione. Da quando ero alto appena una spanna. E immaginavo di essere stato un faraone in una delle mie vite passate. O almeno di aver fatto parte della famiglia reale. Una volta in tv hanno mostrato la Valle dei Re, dagli scavi sono emerse tantissime tombe e in ognuna ornamenti funerari, suppellettili, oro, oggetti preziosi. In alcune c’erano ancora le mummie, che impressione, chissà se ce ne sono altre sepolte lì da qualche parte. Ho sognato tante volte di essere un esploratore e rinvenire nuove tracce di questa antica civiltà dalla quale discende il mio popolo. Un sogno che ho accantonato da quando sono andato via. E’ difficile da spiegare ma a volte ho il sentore che non tornerò più. Non è un presentimento, è più un timore che alimenta tanti interrogativi. Interrogativi che mi pongo spesso da quando sono in Italia e soprattutto da quando ho scoperto che nelle scuole italiane un’ampia parte dei programmi è dedicata proprio alla storia del mio Paese. Mi domando se tornerò mai nella mia terra, se rivedrò i luoghi che mi hanno accolto quando ero ancora un bambino e se esiste un altro posto nel mondo che imparerò a chiamare ‘casa’. Probabilmente sì, ora riesco a vederlo con maggiore lucidità ma allora, spaventato com ero e poco preparato a tutto ciò che avrei dovuto affrontare, la mia mente era impegnata in ben altre riflessioni e turbamenti.
La prima volta che ho tentato di lasciare il Paese, l’ho fatto a piedi. Insieme ad altri ragazzi, tutti più grandi di me. Saremo stati dieci, forse dodici. Ci siamo messi in marcia al calar del sole e abbiamo camminato tutta la notte lungo i sentieri di montagna, seguendo un uomo che si è fatto pagare profumatamente con la promessa di portarci al confine con la Libia. Con me solo un piccolo zaino, un ricambio e qualcosa da mangiare. Che fatica! Se ci ripenso oggi. Era buio pesto e la strada tutta in salita. Faceva freddo ma era proibito persino battere i denti. Dovevamo muoverci con cautela e in gran silenzio per non rischiare di essere scoperti. Non saprei dire quanti anni avessero i miei compagni di viaggio e neanche da quale villaggio provenissero. Non ci furono presentazioni ufficiali, né tempo per una chiacchierata amicale. Di tanto in tanto solo il respiro affannoso di chi a stento riusciva a tenere il passo e lo scalpiccio dei sandali sul sentiero sterrato. Il rumore più assordante era però certamente quello generato dai pensieri e amplificato dal battito accelerato dei nostri cuori, le cui frequenze sono letteralmente impazzite quando la polizia di frontiera ha puntato le sue torce su di noi. La fortuna ci ha infatti voltato le spalle a pochi metri dalla meta. ‘Alt’, ‘Fermatevi subito’, sono le ultime frasi che sono riuscito a sentire prima degli spari. Quando mi sono voltato ho visto che gli agenti ci stavano già inseguendo. Troppo vicini per poterli seminare. Solo alcuni dei ragazzi sono riusciti a scappare e ovviamente si è data alla fuga anche la guida portandosi con se il mio zaino. Sono stato arrestato e messo in cella per cinque lunghi giorni. Quando mi hanno rilasciato, ho pensato che forse la seconda volta l’avrei fatta franca. Mi sbagliavo. C’ho riprovato ed è andata di nuovo male. Sono stato trattenuto dalle guardie per altri tre giorni, solo per aver tentato di lasciare il mio Paese.
All’epoca non potevo saperlo ma raggiungere i deserti orientali della Libia negli ultimi anni è diventato un miraggio. E sono sempre meno quelli che ci riescono. Il confine tra i due Paesi è presidiato infatti da decine di migliaia di truppe egiziane, cosparso di mine antiuomo e spesso monitorato anche dai cieli grazie al controllo aereo. Troppo alto il rischio di instabilità generato dal possibile passaggio di estremisti e militanti ostili alle autorità del Cairo, sempre più imponente il contrabbando di armi, droga ed esseri umani che si verifica lungo la frontiera.
Riflessioni e analisi che avrei maturato solo successivamente, come è possibile immaginare. In quel momento avevo solo una gran fretta di partire e pochi mezzi a disposizione per farlo. Tentare per la terza volta di attraversare il confine via terra, affidandomi a mercenari pronti ad abbandonarmi al mio destino al primo ostacolo, non mi sembrava più un’idea così eccezionale. L’unica soluzione possibile era quella di sorvolare la frontiera. Proprio così. Prendere un aereo fino a Bengasi. Lì sarei stato intercettato da un gruppo clandestino che avrebbe organizzato il viaggio in Italia. Un piano perfetto. Almeno sulla carta. Prima avrei dovuto racimolare i soldi necessari. Come fare? E’ stato in quel momento che ho sentito forte il sostegno di mia madre. Una donna che, lo dico con fierezza, ha sacrificato tutto per me. Per garantirmi un futuro migliore. Un destino diverso da quello truce che ha accomunato tanti miei coetanei. Ancora prima delle primavere arabe.
E’ stata lei, anche questa volta, a sbracciarsi le maniche e a darsi da fare. Ha lavorato sodo, ha venduto quel poco di oro che avevamo in casa, ha chiesto un prestito per mettere insieme la somma che avrebbe coperto tutto il tragitto. Anche quello via mare. Fino in Italia. E tutto ciò pur conoscendo i rischi che avrei corso e pur sapendo che, nella migliore delle ipotesi, avremmo dovuto separarci chissà per quanto tempo.
Ottomila euro. A tanto ammontava il prezzo della mia libertà. Il costo da pagare per un nuovo inizio a migliaia di chilometri da casa. In una terra dove nulla è come pensavo e dove tutto mi appare in forme e colori differenti da quelli che ero abituato a percepire.
Il giorno del decollo ero emozionatissimo. Non ero mai salito su un aereo prima di allora. Dal finestrino guardavo estasiato il tappeto di nuvole – scomposte e apparentemente inconsistenti – sotto di noi, unico grado di separazione tra il cielo e il mare. Infinito, terso e azzurro il primo, così cristallino e increspato il secondo. Uno spettacolo perfetto per alimentare i sogni di un viaggiatore inesperto. Fantasticavo su chi sarebbe venuto a prendermi all’aeroporto, probabilmente, pensavo, sarà un autista in livrea con l’abito gallonato e le scarpe con la fibbia pronto ad aprirmi lo sportello della sua limousine oppure un giovane vestito all’occidentale a bordo di un’auto sportiva con tutte le hit del momento sparate a palla da un mega stereo incorporato nel cruscotto. Penso, ad un certo punto, di aver immaginato anche di essere accolto in una villa su due piani vista mare, degustando cibi prelibati e assaggiando pietanze mai conosciute. Sogni. Fantasticherie di ragazzo. Una bella illusione durata esattamente due ore. Il tempo del volo.
L’uomo che è venuto a prendermi in aeroporto era vestito in modo molto anonimo. Di lui mi ha colpito il fatto che fosse volutamente taciturno e anche parecchio accigliato. Non mi hai mai rivolto la parola e a stento mi avrà guardato. Mi ha portato in un garage non lontano da Bengasi e lì sono rimasto rinchiuso per due giorni e due notti. Insieme ad altre trenta persone. Solo quando è arrivata la conferma del pagamento del viaggio da parte di mia madre, la porta del garage si è aperta e un altro uomo si è fatto strada nella penombra per prelevarmi e portarmi in auto a Tobruk. Con me altri sette uomini. Probabilmente anche i loro bonifici erano stati incassati. Questa volta il percorso è stato più lungo. Quasi interminabile. Abbiamo viaggiato ininterrottamente per circa dieci ore.
Avrei voluto dormire. Sapevo sarebbe stato l’unico modo per tornare a sognare. Dopo i due giorni nel garage, avevo infatti smesso di fantasticare. Piuttosto avevo iniziato a temere. Temere per la mia sicurezza. Per la mia incolumità. Non sapevo con certezza dove fossimo diretti. Avrebbero potuto abbandonarmi lungo il percorso, in qualche anfratto dimenticato da Allah, far perdere le mie tracce, uccidermi persino. Chi avrebbe saputo di me? Del giovane Youssef che sognava di raggiungere l’Italia? Probabilmente nessuno. Tentai con tutte le forze che mi erano rimaste di scacciare questi orribili pensieri e cominciai a concentrare lo sguardo sul percorso. Fu allora che vidi una pattuglia della polizia libica. La prima. Lungo il tragitto incrociammo almeno tre posti di blocco. E tutte e tre le volte ci imposero di fermarci. Ufficialmente per controllare i documenti. Ma scoprii presto che non era solo per quello. Al termine della perquisizione gli agenti portarono via sigarette, soldi e anche cellulari. Il mio era nascosto in una scarpa (un vecchio trucco suggerito da un amico che aveva tentato invano di lasciare il Paese l’anno precedente) e così sono riuscito a sottrarlo alla bramosia degli uomini in divisa.
Poi il viaggio è proseguito nella sua disagevole e fastidiosa monotonia. Intorno a noi solo tanta desolazione. L’ultima fermata, prima della tappa definitiva, è stata programmata a pochi Km dalla destinazione esclusivamente per bendarci. Il percorso da quel momento in poi mi è apparso ancora più tortuoso e infinito. Quando l’auto ha decelerato per poi fermarsi e l’uomo alla guida del veicolo ha aperto lo sportello, era già buio. Eppure i miei occhi, ormai liberi dalla benda, hanno faticato ugualmente a mettere a fuoco il palazzo che si stagliava di fronte.
Non saprei dire quanti anni avesse questo edificio, in parte ancora allo stato grezzo, anche perché siamo rimasti davanti alla porta solo per una manciata di minuti. Dentro invece ci sarei rimasto per 45 giorni. Sempre nella stessa stanza. Insieme ad altri 120 uomini di diverse età e nazionalità. Tutti in attesa della barca che ci avrebbe traghettato in Italia. Una barca che però sembrava non arrivare mai.
Non è stato facile ritagliarsi quei pochi centimetri di pavimento dove rimanere seduto tutto il giorno, tutti i giorni, in religioso silenzio, fino al momento fatidico. ‘Dovete essere invisibili e silenziosi’, questo è ciò che ci veniva intimato quotidianamente in un dialetto arabo che non saprei riprodurre. Ci si poteva alzare solo per andare nell’unico bagno disponibile ma la fila era sempre lunghissima. Se qualcuno faceva rumore o alzava la voce, venivamo manganellati tutti, senza distinzione. Braccia, gambe, schiena. Se ti andava male potevi beccarti anche una scudisciata sul viso o sul capo.
Ho ricordi sfocati di quei giorni tutti uguali, scanditi soltanto dall’arrivo del cibo, quasi sempre bruciato e immangiabile, che ci portavano, due volte al giorno, uomini dai volti arcigni, armati di tutto punto, che aprivano bocca solo per minacciarci. Ricordo di aver pensato e ripensato mille volte al motivo per il quale mi trovavo lì e se ne fosse valsa davvero la pena. In alcuni momenti, ripensando a mia madre e al mio villaggio, mi rispondevo che avrei fatto meglio a rimanere a casa mia, poi però mi facevo forza, stringevo i denti e ripetevo a me stesso, quasi come fosse un mantra, ‘il peggio è passato, il meglio sta per arrivare’. E il bello è che in quei momenti ci credevo sul serio.
Più volte in quelle sei settimane ci avevano lasciato intendere che la partenza sarebbe stata imminente ma ai loro annunci non seguiva mai un segnale concreto. Ci illudevano, forse per scongiurare proteste o tensioni. I malumori, già alla fine della prima settimana, cominciavano infatti a farsi sentire ma chiedere spiegazioni o ribellarsi a quello stato di cose non era affatto consigliabile. Un siriano che ci aveva provato era stato malmenato e colpito ripetutamente alla nuca. Un gesto che ci zittì tutti. Definitivamente. Spegnendo sul nascere ogni possibile tentativo di rivolta.
Poi finalmente il segnale, quello vero, arrivò. Di quel giorno ricordo a malapena la data ma so che eravamo già a novembre. Dall’unica finestra della stanza, coperta da una tenda opaca, intravidi un cielo stranamente plumbeo. Al piano di sotto il calpestio ripetuto di passi pesanti e lo stridio di carrelli. Come se una massa di persone si fosse improvvisamente mossa tutta insieme. ‘Si stanno dando un gran da fare lì sotto’, brontolò un vecchio seduto poco distante da me. Erano già le 5 del pomeriggio quando uno degli uomini salì ad annunciare la partenza. Un’ora più tardi eravamo già in movimento. Ci hanno caricato, quattordici persone alla volta, in macchine di fortuna e piccoli furgoni. E ci hanno portato tutti in un’altra casa, questa volta non lontano dal mare. ‘Ci siamo’, mi sono detto. E ho stretto forte i pugni.
Quando ho visto la barca in lontananza ho pensato ad un miraggio. Solo quando si è avvicinata alla riva ho concretizzato che forse il momento tanto atteso e anche così temuto era arrivato. Ma l’imbarcazione non era proprio quella che avevo immaginato. Dire che si trattasse di un vecchio relitto rimesso in sesto per l’occasione non renderebbe affatto l’idea delle pessime condizioni in cui versava quel mezzo che avrebbe dovuto condurci fin sulle coste italiane. Rabbrividii quando scoprii che su quel peschereccio malmesso avremmo dovuto starci in 302. In prevalenza egiziani come me ma anche tanti siriani e qualche tunisino.
Appena salito a bordo ho avvertito uno sbandamento. Sarei caduto se ci fosse stato lo spazio per farlo. Ma intorno a me c’era già una bolgia di persone intente ad occupare i ponti, la chiglia e ogni centimetro calpestabile della barca. A stento e a fatica sono riuscito a inserirmi anch’io e a trovare un appiglio al quale aggrapparmi durante quelli che sarebbero stati i sei giorni più brutti della mia vita.
“Sono un ribelle/perché non voglio vivere nelle lacrime e nel sangue/perché non voglio la povertà e la fame…”era tanto che non sentivo questo brano, ho letto che in alcuni Paesi dell’Africa è stato censurato, lo canticchia un giovane seduto non lontano da me. Lo interpreto come un segnale di speranza e ottimismo. Che è poi il clima generale che si respira sul peschereccio. Sono tutti fiduciosi e soddisfatti per essere riusciti a imbarcarsi. Il cielo è sereno. E gli scafisti continuano a ripetere che in tre giorni saremo in Italia. Condizioni meteo permettendo. Anche le provviste imbarcate sono tarate per questo lasso di tempo. A bordo ci sono solo 15 litri di acqua disponibili al giorno, l’equivalente di un bicchiere e mezzo a testa. E’ chiaro fin dalla partenza che patiremo la sete.
Sul peschereccio si affollano uomini e ragazzini. Con due di loro ho stretto un’amicizia fraterna. Si chiamano Ahmed e Mahmoud, e sono entrambi egiziani. Abbiamo tanto in comune e tutti e tre desideriamo la stessa cosa. Studiare e crescere in un contesto democratico. In un Paese che sia in grado di riconoscere i nostri talenti e ci consenta di realizzare le nostre aspirazioni. Mi piace conversare con loro, rende il viaggio meno faticoso e il tempo scorre più velocemente. Finalmente, mi dico convinto, la fortuna è tornata ad assistermi, ma ho parlato troppo presto. Il mio ottimismo è destinato a infrangersi contro le onde sempre più alte del mare che non ho mai visto così agitato.
La tempesta è nell’aria e i primi ad averne sentore sono i veterani, quelli che hanno già tentato invano di raggiungere l’Italia una prima volta attraverso il mare. Per noi ragazzi il pericolo è qualcosa di astratto e affascinante ma fiutarlo è un’arte che spetta agli adulti. Ancor di più se non sei mai stato in balia delle onde in mare aperto per così tanto tempo. Molti di noi arrivano dal deserto. Alcuni non hanno mai messo piede fuori dal proprio villaggio. E non hanno mai visto il mare prima d’ora. C’è chi impreca, chi vomita, chi si contorce per gli spasmi allo stomaco. E tutto questo prima ancora che la tempesta raggiunga il suo apice.
Per tre giorni e tre notti la pioggia scende incessante. Senza mai concedere tregua. Esposti alle intemperie e senza alcuna possibilità di ripararsi, restiamo lì a inzupparci fino al midollo, ciascuno pregando il proprio Dio, qualcuno invocando persino il diavolo purchè metta fine al diluvio.
Leggo il terrore negli occhi di chi mi è accanto. Probabilmente sa che quella potrebbe essere l’ultima scena che vedrà in vita sua. Che il mio potrebbe essere l’ultimo sguardo che incrocerà. E allora mi faccio forza, gli allungo la mano, gliela stringo, forte, lui mi guarda sorpreso per un attimo, poi fa lo stesso con il suo vicino, e la catena umana cresce, fino all’ultimo centimetro visibile del ponte. E’ a questo punto che qualcuno intona un canto, triste e monotono, ma che ci fa sentire tutti meno soli.
Poi l’onda. Anomala. Selvaggia. Trascinante. E il buio.
Quando qualche ora più tardi ho riaperto gli occhi, la situazione intorno a me non era diventata affatto più rassicurante. I più fragili si ammalano, c’è chi vomita di continuo e chi non ha più la forza neanche di mangiare il panino al formaggio che ci hanno portato gli scafisti. Quando il motore va in avaria e il livello dell’acqua sale fino alle ginocchia, l’entusiasmo delle prime ore scompare del tutto per lasciare spazio alla paura e all’ansia.
Sono ore terribili. Quelle in cui rivedi, come in un film, tutta la tua vita al ralenti e maledici il giorno in cui hai deciso di intraprendere il viaggio. Quei momenti che non augureresti a nessuno. Quelli in cui realizzi che potrebbero essere gli ultimi della tua vita e che tu li stai vivendo con dei perfetti sconosciuti, lontano da chi ami. Un pensiero che devono aver fatto in tanti. E che qualcuno lassù probabilmente ha ascoltato.
Come per miracolo, a sbloccare la situazione è stato uno di noi. Un meccanico. Proprio così. Tra gli sciagurati che si sono imbarcati in Libia c’era anche un uomo abile con i motori. E’ grazie al suo intervento se il peschereccio non è affondato. Non ricordo il suo nome ma penso che lo ringrazierò in eterno. Così come quell’egiziano che vedendomi fradicio mi ha portato dei vestiti asciutti. Un gesto di grande umanità. Spero un giorno di poter ricambiare in qualche modo.
Sudici, spaventati, disidratati (l’acqua potabile a disposizione è terminata da un bel po’ proprio come avevo previsto) e ancora in balìa del mare mosso, così ci hanno trovato e recuperato i soccorritori italiani nella notte tra il 13 e il 14 novembre del 2021 al largo di Roccella Ionica nella Locride.
Non so come abbiano fatto ad avvistarci. Se fossero di passaggio in quelle acque o se siano stati allertati da qualcuno che era a bordo del peschereccio. Mi piace pensare che chi mi ama, abbia avuto la forza e l’istinto di spingere quella vecchia imbarcazione verso un porto sicuro. Ancorarla al molo di una terra ricca di opportunità e speranza per chi, come me, tenta di cambiare il proprio futuro. Un futuro ancora tutto da scrivere e costruire. Qui in Italia.
YOUSSEF OGGI
Youssef oggi vive a Caserta, ospite di una delle strutture di accoglienza del Cidis, insieme ad altri minori stranieri non accompagnati originari di Albania, Tunisia, Egitto, Gambia, Pakistan, Bangladesh e non solo. Dopo aver frequentato con successo l’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e superato gli esami per ottenere la licenza media, Youssef ha intrapreso un nuovo percorso scolastico in un istituto della provincia di Caserta finalizzato a conseguire il diploma di Tecnico per i servizi socio assistenziali – Odontotecnico. Nel frattempo continua a frequentare corsi di lingua italiana, svolge attività sportiva e partecipa attivamente come volontario a tutte le iniziative sociali di rigenerazione urbana messe in campo dal Cidis con una duplice finalità: consentire a questi giovani stranieri di contribuire alla riqualificazione del territorio nel quale vivono attraverso interventi di manutenzione e conservazione di parchi e spazi verdi, e al tempo stesso accelerare quel processo di integrazione sociale che non può prescindere da un ruolo di cittadinanza attiva.
Per tutti loro si tratta infatti di mostrare un segnale di gratitudine e di riconoscenza nei confronti del Paese che li ha accolti ma è anche un modo per migliorare la vivibilità del luogo in cui hanno scelto di studiare e lavorare. Il percorso di integrazione e inclusione sociale è naturalmente solo agli inizi ma sono tutti fiduciosi e certi di poter dare tanto al territorio nel quale stanno mettendo radici. Youssef in primis che non perde occasione per confrontarsi e dialogare con i suoi nuovi amici senza però dimenticare quelli vecchi. Ha mantenuto infatti vivo il suo legame con Ahmed e Mahmoud, i due egiziani conosciuti sul peschereccio, anche se per il momento si sentono solo telefonicamente perché i suoi coetanei attualmente sono ospiti di alcune strutture del nord Italia. E, grazie alle videochiamate, riesce a vedere quasi tutti i giorni la sua adorata mamma che continua a spronarlo a dare il meglio di se in tutte le circostanze. Adora il cibo italiano e ha ricominciato a sognare ad occhi aperti. Un giorno, ora ne è certo, tornerà in Egitto per riabbracciare la sua famiglia e per vedere finalmente le piramidi. Pagine Esteri
*Giornalista professionista freelance, Daniela Volpecina collabora con il quotidiano Il Mattino e l’emittente tv La7. Ha realizzato reportage in Italia e all’estero. Alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati da Avvenire, Donna Moderna, Informazioni della Difesa, TmNews e Agon Channel. Ha partecipato, con un suo scritto, alla raccolta di storie sulla pandemia ‘Ekatomére’ di Terra somnia editore. Un altro racconto, sul mondo del calcio, è inserito nel volume ‘Interrompo dal San Paolo’ pubblicato dalla Giammarino editore.
L'articolo MIGRAZIONI. Minori non accompagnati. La storia di Youssef proviene da Pagine Esteri.
MIGRAZIONI. Minori non accompagnati. La storia di Youssef
di Daniela Volpecina*
Pagine Esteri, 21 novembre 2022 – Il mio nome è Youssef e ho appena compiuto 15 anni ma a volte ho l’impressione di averne molti di più. Succede, dicono, quando sei costretto a separarti dalla tua terra e dalla tua gente e a ricominciare, da solo, a migliaia di chilometri di distanza. Proprio come è accaduto a me.
Nel 2021 ho lasciato l’Egitto, la mia famiglia, gli amici per affrontare un viaggio rocambolesco e pieno di incognite attraverso il mare e due continenti. Un’impresa enorme per un ragazzino che prima d’ora non era mai uscito dal suo villaggio.
Quando sono scappato, avevo ancora 14 anni. Non è stata una decisione facile e se non ci fosse stata mia madre a incoraggiarmi probabilmente ora sarei ancora nel mio Paese. A prendere bacchettate sulle mani dal maestro di scuola e a giocare a calcio in strada con un pallone fatto di stracci. Il destino però aveva in serbo per me qualcosa di diverso. Come avrei scoperto di lì a poco.
Il mio villaggio si trova nella parte occidentale dell’Egitto, in mezzo al nulla. Una terra arida, a tratti inospitale, famosa per il clima sahariano.
Per raggiungere la capitale ci vogliono quasi otto ore di treno, almeno così mi hanno detto, io al Cairo non ci sono mica mai stato. Le piramidi le ho viste solo in foto, su un libro di storia. Troppo lontane da quel fazzoletto di terra nel quale sono nato. Cheope, Tutankhamon, La Sfinge, sono la mia ossessione. Da quando ero alto appena una spanna. E immaginavo di essere stato un faraone in una delle mie vite passate. O almeno di aver fatto parte della famiglia reale. Una volta in tv hanno mostrato la Valle dei Re, dagli scavi sono emerse tantissime tombe e in ognuna ornamenti funerari, suppellettili, oro, oggetti preziosi. In alcune c’erano ancora le mummie, che impressione, chissà se ce ne sono altre sepolte lì da qualche parte. Ho sognato tante volte di essere un esploratore e rinvenire nuove tracce di questa antica civiltà dalla quale discende il mio popolo. Un sogno che ho accantonato da quando sono andato via. E’ difficile da spiegare ma a volte ho il sentore che non tornerò più. Non è un presentimento, è più un timore che alimenta tanti interrogativi. Interrogativi che mi pongo spesso da quando sono in Italia e soprattutto da quando ho scoperto che nelle scuole italiane un’ampia parte dei programmi è dedicata proprio alla storia del mio Paese. Mi domando se tornerò mai nella mia terra, se rivedrò i luoghi che mi hanno accolto quando ero ancora un bambino e se esiste un altro posto nel mondo che imparerò a chiamare ‘casa’. Probabilmente sì, ora riesco a vederlo con maggiore lucidità ma allora, spaventato com ero e poco preparato a tutto ciò che avrei dovuto affrontare, la mia mente era impegnata in ben altre riflessioni e turbamenti.
La prima volta che ho tentato di lasciare il Paese, l’ho fatto a piedi. Insieme ad altri ragazzi, tutti più grandi di me. Saremo stati dieci, forse dodici. Ci siamo messi in marcia al calar del sole e abbiamo camminato tutta la notte lungo i sentieri di montagna, seguendo un uomo che si è fatto pagare profumatamente con la promessa di portarci al confine con la Libia. Con me solo un piccolo zaino, un ricambio e qualcosa da mangiare. Che fatica! Se ci ripenso oggi. Era buio pesto e la strada tutta in salita. Faceva freddo ma era proibito persino battere i denti. Dovevamo muoverci con cautela e in gran silenzio per non rischiare di essere scoperti. Non saprei dire quanti anni avessero i miei compagni di viaggio e neanche da quale villaggio provenissero. Non ci furono presentazioni ufficiali, né tempo per una chiacchierata amicale. Di tanto in tanto solo il respiro affannoso di chi a stento riusciva a tenere il passo e lo scalpiccio dei sandali sul sentiero sterrato. Il rumore più assordante era però certamente quello generato dai pensieri e amplificato dal battito accelerato dei nostri cuori, le cui frequenze sono letteralmente impazzite quando la polizia di frontiera ha puntato le sue torce su di noi. La fortuna ci ha infatti voltato le spalle a pochi metri dalla meta. ‘Alt’, ‘Fermatevi subito’, sono le ultime frasi che sono riuscito a sentire prima degli spari. Quando mi sono voltato ho visto che gli agenti ci stavano già inseguendo. Troppo vicini per poterli seminare. Solo alcuni dei ragazzi sono riusciti a scappare e ovviamente si è data alla fuga anche la guida portandosi con se il mio zaino. Sono stato arrestato e messo in cella per cinque lunghi giorni. Quando mi hanno rilasciato, ho pensato che forse la seconda volta l’avrei fatta franca. Mi sbagliavo. C’ho riprovato ed è andata di nuovo male. Sono stato trattenuto dalle guardie per altri tre giorni, solo per aver tentato di lasciare il mio Paese.
All’epoca non potevo saperlo ma raggiungere i deserti orientali della Libia negli ultimi anni è diventato un miraggio. E sono sempre meno quelli che ci riescono. Il confine tra i due Paesi è presidiato infatti da decine di migliaia di truppe egiziane, cosparso di mine antiuomo e spesso monitorato anche dai cieli grazie al controllo aereo. Troppo alto il rischio di instabilità generato dal possibile passaggio di estremisti e militanti ostili alle autorità del Cairo, sempre più imponente il contrabbando di armi, droga ed esseri umani che si verifica lungo la frontiera.
Riflessioni e analisi che avrei maturato solo successivamente, come è possibile immaginare. In quel momento avevo solo una gran fretta di partire e pochi mezzi a disposizione per farlo. Tentare per la terza volta di attraversare il confine via terra, affidandomi a mercenari pronti ad abbandonarmi al mio destino al primo ostacolo, non mi sembrava più un’idea così eccezionale. L’unica soluzione possibile era quella di sorvolare la frontiera. Proprio così. Prendere un aereo fino a Bengasi. Lì sarei stato intercettato da un gruppo clandestino che avrebbe organizzato il viaggio in Italia. Un piano perfetto. Almeno sulla carta. Prima avrei dovuto racimolare i soldi necessari. Come fare? E’ stato in quel momento che ho sentito forte il sostegno di mia madre. Una donna che, lo dico con fierezza, ha sacrificato tutto per me. Per garantirmi un futuro migliore. Un destino diverso da quello truce che ha accomunato tanti miei coetanei. Ancora prima delle primavere arabe.
E’ stata lei, anche questa volta, a sbracciarsi le maniche e a darsi da fare. Ha lavorato sodo, ha venduto quel poco di oro che avevamo in casa, ha chiesto un prestito per mettere insieme la somma che avrebbe coperto tutto il tragitto. Anche quello via mare. Fino in Italia. E tutto ciò pur conoscendo i rischi che avrei corso e pur sapendo che, nella migliore delle ipotesi, avremmo dovuto separarci chissà per quanto tempo.
Ottomila euro. A tanto ammontava il prezzo della mia libertà. Il costo da pagare per un nuovo inizio a migliaia di chilometri da casa. In una terra dove nulla è come pensavo e dove tutto mi appare in forme e colori differenti da quelli che ero abituato a percepire.
Il giorno del decollo ero emozionatissimo. Non ero mai salito su un aereo prima di allora. Dal finestrino guardavo estasiato il tappeto di nuvole – scomposte e apparentemente inconsistenti – sotto di noi, unico grado di separazione tra il cielo e il mare. Infinito, terso e azzurro il primo, così cristallino e increspato il secondo. Uno spettacolo perfetto per alimentare i sogni di un viaggiatore inesperto. Fantasticavo su chi sarebbe venuto a prendermi all’aeroporto, probabilmente, pensavo, sarà un autista in livrea con l’abito gallonato e le scarpe con la fibbia pronto ad aprirmi lo sportello della sua limousine oppure un giovane vestito all’occidentale a bordo di un’auto sportiva con tutte le hit del momento sparate a palla da un mega stereo incorporato nel cruscotto. Penso, ad un certo punto, di aver immaginato anche di essere accolto in una villa su due piani vista mare, degustando cibi prelibati e assaggiando pietanze mai conosciute. Sogni. Fantasticherie di ragazzo. Una bella illusione durata esattamente due ore. Il tempo del volo.
L’uomo che è venuto a prendermi in aeroporto era vestito in modo molto anonimo. Di lui mi ha colpito il fatto che fosse volutamente taciturno e anche parecchio accigliato. Non mi hai mai rivolto la parola e a stento mi avrà guardato. Mi ha portato in un garage non lontano da Bengasi e lì sono rimasto rinchiuso per due giorni e due notti. Insieme ad altre trenta persone. Solo quando è arrivata la conferma del pagamento del viaggio da parte di mia madre, la porta del garage si è aperta e un altro uomo si è fatto strada nella penombra per prelevarmi e portarmi in auto a Tobruk. Con me altri sette uomini. Probabilmente anche i loro bonifici erano stati incassati. Questa volta il percorso è stato più lungo. Quasi interminabile. Abbiamo viaggiato ininterrottamente per circa dieci ore.
Avrei voluto dormire. Sapevo sarebbe stato l’unico modo per tornare a sognare. Dopo i due giorni nel garage, avevo infatti smesso di fantasticare. Piuttosto avevo iniziato a temere. Temere per la mia sicurezza. Per la mia incolumità. Non sapevo con certezza dove fossimo diretti. Avrebbero potuto abbandonarmi lungo il percorso, in qualche anfratto dimenticato da Allah, far perdere le mie tracce, uccidermi persino. Chi avrebbe saputo di me? Del giovane Youssef che sognava di raggiungere l’Italia? Probabilmente nessuno. Tentai con tutte le forze che mi erano rimaste di scacciare questi orribili pensieri e cominciai a concentrare lo sguardo sul percorso. Fu allora che vidi una pattuglia della polizia libica. La prima. Lungo il tragitto incrociammo almeno tre posti di blocco. E tutte e tre le volte ci imposero di fermarci. Ufficialmente per controllare i documenti. Ma scoprii presto che non era solo per quello. Al termine della perquisizione gli agenti portarono via sigarette, soldi e anche cellulari. Il mio era nascosto in una scarpa (un vecchio trucco suggerito da un amico che aveva tentato invano di lasciare il Paese l’anno precedente) e così sono riuscito a sottrarlo alla bramosia degli uomini in divisa.
Poi il viaggio è proseguito nella sua disagevole e fastidiosa monotonia. Intorno a noi solo tanta desolazione. L’ultima fermata, prima della tappa definitiva, è stata programmata a pochi Km dalla destinazione esclusivamente per bendarci. Il percorso da quel momento in poi mi è apparso ancora più tortuoso e infinito. Quando l’auto ha decelerato per poi fermarsi e l’uomo alla guida del veicolo ha aperto lo sportello, era già buio. Eppure i miei occhi, ormai liberi dalla benda, hanno faticato ugualmente a mettere a fuoco il palazzo che si stagliava di fronte.
Non saprei dire quanti anni avesse questo edificio, in parte ancora allo stato grezzo, anche perché siamo rimasti davanti alla porta solo per una manciata di minuti. Dentro invece ci sarei rimasto per 45 giorni. Sempre nella stessa stanza. Insieme ad altri 120 uomini di diverse età e nazionalità. Tutti in attesa della barca che ci avrebbe traghettato in Italia. Una barca che però sembrava non arrivare mai.
Non è stato facile ritagliarsi quei pochi centimetri di pavimento dove rimanere seduto tutto il giorno, tutti i giorni, in religioso silenzio, fino al momento fatidico. ‘Dovete essere invisibili e silenziosi’, questo è ciò che ci veniva intimato quotidianamente in un dialetto arabo che non saprei riprodurre. Ci si poteva alzare solo per andare nell’unico bagno disponibile ma la fila era sempre lunghissima. Se qualcuno faceva rumore o alzava la voce, venivamo manganellati tutti, senza distinzione. Braccia, gambe, schiena. Se ti andava male potevi beccarti anche una scudisciata sul viso o sul capo.
Ho ricordi sfocati di quei giorni tutti uguali, scanditi soltanto dall’arrivo del cibo, quasi sempre bruciato e immangiabile, che ci portavano, due volte al giorno, uomini dai volti arcigni, armati di tutto punto, che aprivano bocca solo per minacciarci. Ricordo di aver pensato e ripensato mille volte al motivo per il quale mi trovavo lì e se ne fosse valsa davvero la pena. In alcuni momenti, ripensando a mia madre e al mio villaggio, mi rispondevo che avrei fatto meglio a rimanere a casa mia, poi però mi facevo forza, stringevo i denti e ripetevo a me stesso, quasi come fosse un mantra, ‘il peggio è passato, il meglio sta per arrivare’. E il bello è che in quei momenti ci credevo sul serio.
Più volte in quelle sei settimane ci avevano lasciato intendere che la partenza sarebbe stata imminente ma ai loro annunci non seguiva mai un segnale concreto. Ci illudevano, forse per scongiurare proteste o tensioni. I malumori, già alla fine della prima settimana, cominciavano infatti a farsi sentire ma chiedere spiegazioni o ribellarsi a quello stato di cose non era affatto consigliabile. Un siriano che ci aveva provato era stato malmenato e colpito ripetutamente alla nuca. Un gesto che ci zittì tutti. Definitivamente. Spegnendo sul nascere ogni possibile tentativo di rivolta.
Poi finalmente il segnale, quello vero, arrivò. Di quel giorno ricordo a malapena la data ma so che eravamo già a novembre. Dall’unica finestra della stanza, coperta da una tenda opaca, intravidi un cielo stranamente plumbeo. Al piano di sotto il calpestio ripetuto di passi pesanti e lo stridio di carrelli. Come se una massa di persone si fosse improvvisamente mossa tutta insieme. ‘Si stanno dando un gran da fare lì sotto’, brontolò un vecchio seduto poco distante da me. Erano già le 5 del pomeriggio quando uno degli uomini salì ad annunciare la partenza. Un’ora più tardi eravamo già in movimento. Ci hanno caricato, quattordici persone alla volta, in macchine di fortuna e piccoli furgoni. E ci hanno portato tutti in un’altra casa, questa volta non lontano dal mare. ‘Ci siamo’, mi sono detto. E ho stretto forte i pugni.
Quando ho visto la barca in lontananza ho pensato ad un miraggio. Solo quando si è avvicinata alla riva ho concretizzato che forse il momento tanto atteso e anche così temuto era arrivato. Ma l’imbarcazione non era proprio quella che avevo immaginato. Dire che si trattasse di un vecchio relitto rimesso in sesto per l’occasione non renderebbe affatto l’idea delle pessime condizioni in cui versava quel mezzo che avrebbe dovuto condurci fin sulle coste italiane. Rabbrividii quando scoprii che su quel peschereccio malmesso avremmo dovuto starci in 302. In prevalenza egiziani come me ma anche tanti siriani e qualche tunisino.
Appena salito a bordo ho avvertito uno sbandamento. Sarei caduto se ci fosse stato lo spazio per farlo. Ma intorno a me c’era già una bolgia di persone intente ad occupare i ponti, la chiglia e ogni centimetro calpestabile della barca. A stento e a fatica sono riuscito a inserirmi anch’io e a trovare un appiglio al quale aggrapparmi durante quelli che sarebbero stati i sei giorni più brutti della mia vita.
“Sono un ribelle/perché non voglio vivere nelle lacrime e nel sangue/perché non voglio la povertà e la fame…”era tanto che non sentivo questo brano, ho letto che in alcuni Paesi dell’Africa è stato censurato, lo canticchia un giovane seduto non lontano da me. Lo interpreto come un segnale di speranza e ottimismo. Che è poi il clima generale che si respira sul peschereccio. Sono tutti fiduciosi e soddisfatti per essere riusciti a imbarcarsi. Il cielo è sereno. E gli scafisti continuano a ripetere che in tre giorni saremo in Italia. Condizioni meteo permettendo. Anche le provviste imbarcate sono tarate per questo lasso di tempo. A bordo ci sono solo 15 litri di acqua disponibili al giorno, l’equivalente di un bicchiere e mezzo a testa. E’ chiaro fin dalla partenza che patiremo la sete.
Sul peschereccio si affollano uomini e ragazzini. Con due di loro ho stretto un’amicizia fraterna. Si chiamano Ahmed e Mahmoud, e sono entrambi egiziani. Abbiamo tanto in comune e tutti e tre desideriamo la stessa cosa. Studiare e crescere in un contesto democratico. In un Paese che sia in grado di riconoscere i nostri talenti e ci consenta di realizzare le nostre aspirazioni. Mi piace conversare con loro, rende il viaggio meno faticoso e il tempo scorre più velocemente. Finalmente, mi dico convinto, la fortuna è tornata ad assistermi, ma ho parlato troppo presto. Il mio ottimismo è destinato a infrangersi contro le onde sempre più alte del mare che non ho mai visto così agitato.
La tempesta è nell’aria e i primi ad averne sentore sono i veterani, quelli che hanno già tentato invano di raggiungere l’Italia una prima volta attraverso il mare. Per noi ragazzi il pericolo è qualcosa di astratto e affascinante ma fiutarlo è un’arte che spetta agli adulti. Ancor di più se non sei mai stato in balia delle onde in mare aperto per così tanto tempo. Molti di noi arrivano dal deserto. Alcuni non hanno mai messo piede fuori dal proprio villaggio. E non hanno mai visto il mare prima d’ora. C’è chi impreca, chi vomita, chi si contorce per gli spasmi allo stomaco. E tutto questo prima ancora che la tempesta raggiunga il suo apice.
Per tre giorni e tre notti la pioggia scende incessante. Senza mai concedere tregua. Esposti alle intemperie e senza alcuna possibilità di ripararsi, restiamo lì a inzupparci fino al midollo, ciascuno pregando il proprio Dio, qualcuno invocando persino il diavolo purchè metta fine al diluvio.
Leggo il terrore negli occhi di chi mi è accanto. Probabilmente sa che quella potrebbe essere l’ultima scena che vedrà in vita sua. Che il mio potrebbe essere l’ultimo sguardo che incrocerà. E allora mi faccio forza, gli allungo la mano, gliela stringo, forte, lui mi guarda sorpreso per un attimo, poi fa lo stesso con il suo vicino, e la catena umana cresce, fino all’ultimo centimetro visibile del ponte. E’ a questo punto che qualcuno intona un canto, triste e monotono, ma che ci fa sentire tutti meno soli.
Poi l’onda. Anomala. Selvaggia. Trascinante. E il buio.
Quando qualche ora più tardi ho riaperto gli occhi, la situazione intorno a me non era diventata affatto più rassicurante. I più fragili si ammalano, c’è chi vomita di continuo e chi non ha più la forza neanche di mangiare il panino al formaggio che ci hanno portato gli scafisti. Quando il motore va in avaria e il livello dell’acqua sale fino alle ginocchia, l’entusiasmo delle prime ore scompare del tutto per lasciare spazio alla paura e all’ansia.
Sono ore terribili. Quelle in cui rivedi, come in un film, tutta la tua vita al ralenti e maledici il giorno in cui hai deciso di intraprendere il viaggio. Quei momenti che non augureresti a nessuno. Quelli in cui realizzi che potrebbero essere gli ultimi della tua vita e che tu li stai vivendo con dei perfetti sconosciuti, lontano da chi ami. Un pensiero che devono aver fatto in tanti. E che qualcuno lassù probabilmente ha ascoltato.
Come per miracolo, a sbloccare la situazione è stato uno di noi. Un meccanico. Proprio così. Tra gli sciagurati che si sono imbarcati in Libia c’era anche un uomo abile con i motori. E’ grazie al suo intervento se il peschereccio non è affondato. Non ricordo il suo nome ma penso che lo ringrazierò in eterno. Così come quell’egiziano che vedendomi fradicio mi ha portato dei vestiti asciutti. Un gesto di grande umanità. Spero un giorno di poter ricambiare in qualche modo.
Sudici, spaventati, disidratati (l’acqua potabile a disposizione è terminata da un bel po’ proprio come avevo previsto) e ancora in balìa del mare mosso, così ci hanno trovato e recuperato i soccorritori italiani nella notte tra il 13 e il 14 novembre del 2021 al largo di Roccella Ionica nella Locride.
Non so come abbiano fatto ad avvistarci. Se fossero di passaggio in quelle acque o se siano stati allertati da qualcuno che era a bordo del peschereccio. Mi piace pensare che chi mi ama, abbia avuto la forza e l’istinto di spingere quella vecchia imbarcazione verso un porto sicuro. Ancorarla al molo di una terra ricca di opportunità e speranza per chi, come me, tenta di cambiare il proprio futuro. Un futuro ancora tutto da scrivere e costruire. Qui in Italia.
YOUSSEF OGGI
Youssef oggi vive a Caserta, ospite di una delle strutture di accoglienza del Cidis, insieme ad altri minori stranieri non accompagnati originari di Albania, Tunisia, Egitto, Gambia, Pakistan, Bangladesh e non solo. Dopo aver frequentato con successo l’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e superato gli esami per ottenere la licenza media, Youssef ha intrapreso un nuovo percorso scolastico in un istituto della provincia di Caserta finalizzato a conseguire il diploma di Tecnico per i servizi socio assistenziali – Odontotecnico. Nel frattempo continua a frequentare corsi di lingua italiana, svolge attività sportiva e partecipa attivamente come volontario a tutte le iniziative sociali di rigenerazione urbana messe in campo dal Cidis con una duplice finalità: consentire a questi giovani stranieri di contribuire alla riqualificazione del territorio nel quale vivono attraverso interventi di manutenzione e conservazione di parchi e spazi verdi, e al tempo stesso accelerare quel processo di integrazione sociale che non può prescindere da un ruolo di cittadinanza attiva.
Per tutti loro si tratta infatti di mostrare un segnale di gratitudine e di riconoscenza nei confronti del Paese che li ha accolti ma è anche un modo per migliorare la vivibilità del luogo in cui hanno scelto di studiare e lavorare. Il percorso di integrazione e inclusione sociale è naturalmente solo agli inizi ma sono tutti fiduciosi e certi di poter dare tanto al territorio nel quale stanno mettendo radici. Youssef in primis che non perde occasione per confrontarsi e dialogare con i suoi nuovi amici senza però dimenticare quelli vecchi. Ha mantenuto infatti vivo il suo legame con Ahmed e Mahmoud, i due egiziani conosciuti sul peschereccio, anche se per il momento si sentono solo telefonicamente perché i suoi coetanei attualmente sono ospiti di alcune strutture del nord Italia. E, grazie alle videochiamate, riesce a vedere quasi tutti i giorni la sua adorata mamma che continua a spronarlo a dare il meglio di se in tutte le circostanze. Adora il cibo italiano e ha ricominciato a sognare ad occhi aperti. Un giorno, ora ne è certo, tornerà in Egitto per riabbracciare la sua famiglia e per vedere finalmente le piramidi. Pagine Esteri
*Giornalista professionista freelance, Daniela Volpecina collabora con il quotidiano Il Mattino e l’emittente tv La7. Ha realizzato reportage in Italia e all’estero. Alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati da Avvenire, Donna Moderna, Informazioni della Difesa, TmNews e Agon Channel. Ha partecipato, con un suo scritto, alla raccolta di storie sulla pandemia ‘Ekatomére’ di Terra somnia editore. Un altro racconto, sul mondo del calcio, è inserito nel volume ‘Interrompo dal San Paolo’ pubblicato dalla Giammarino editore.
L'articolo MIGRAZIONI. Minori non accompagnati. La storia di Youssef proviene da Pagine Esteri.
Qatar, i Mondiali della vergogna
i Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 17 novembre 2022 – «Gli alimenti non sono freschi. Puzzano già quando arrivano, ma bisogna mangiarli (…) L’acqua da bere era molto sporca, per bere quella di qualità bisogna avere i soldi. Noi bevevamo acqua sporca… e ti vengono malattie ai reni, calcoli. Il denaro che ho guadagnato l’ho speso all’ospedale» racconta un lavoratore nepalese, reduce da un lungo periodo in Qatar, intervistato nel suo paese da “La Media Inglesa” nel documentario “Qatar: el mundial a sus pies”. «Trasportavo, da solo, 300 o 400 sacchi ogni giorno. Non potevamo mai riposare, le guardie non ce lo permettevano» racconta un altro manovale. Questo anche per 12 ore al giorno, esposti a temperature che arrivano sovente a 50°.
Sportwashing
Lavoro forzato, caldo, morti sul lavoro, maltrattamenti: i racconti dei lavoratori e delle lavoratrici straniere sono spesso una fotocopia l’uno dell’altro. E i rapporti delle organizzazioni internazionali per i diritti umani riportano in maniera unanime una situazione caratterizzata da una violazione sistematica.
Eppure, il 20 novembre nel piccolo emirato si aprirà la ventiduesima edizione della Coppa del Mondo di calcio maschile. Per quanto, dopo anni di parziali silenzi, i media di tutto il mondo stiano finalmente rivelando il contesto in cui 32 squadre si sfideranno per la conquista del più ambito dei trofei, i timidi tentativi di boicottaggiodella competizione non hanno sortito gli effetti sperati e la kermesse andrà in onda per un mese, catalizzando l’attenzione di miliardi di persone.
Un’enorme vetrina internazionale per la petromonarchia qatariota, che sull’evento ha investito – non sempre in maniera limpida e legale – miliardi di euro al fine di rendere possibile una formidabile occasione di sportwashing che accrediti Doha come potenza mondiale dello sport e non solo.
Da quando nel 2010 riuscì ad aggiudicarsi il ballottaggio contro gli Stati Uniti – 16 dei 22 grandi elettori della Fifa, nel frattempo, hanno o hanno avuto a che fare con la giustizia per vicende di corruzione – ottenendo la possibilità di ospitare la prestigiosissima competizione, il piccolo ma incredibilmente ricco Qatar ha fatto molta strada.
Con soli 3 milioni di abitanti, Doha occupa il 55esimo posto nella classifica del FMI con un Pil di 221 miliardi di dollari. Sempre secondo il Fondo Monetario, i cittadini possono contare su un reddito pro capite di quasi 83 mila dollari, il decimo più alto al mondo (in classifica è tra le Isole Caiman e Singapore). Questa grande ricchezza è in gran parte dovuta al fatto che il paese detiene il 15% delle riserve mondiali di gas naturale, terzo al mondo alle spalle di Russia e Iran.
Dal 2017 l’emirato ha dovuto subire un certo isolamento da parte dei suoi soci del Consiglio di Cooperazione del Golfo che, guidati dall’Arabia Saudita, lo hanno sottoposto ad un duro embargo commerciale, accusando la tv satellitare Al Jazeera di fomentare il terrorismo e spingere i popoli del Medio Oriente alla rivolta contro i propri regimi. Dopo che Doha si è legata a doppio filo ad Ankara in nome della comune adesione alla Fratellanza Musulmana – un contingente militare turco è incaricato della sicurezza del piccolo petrostato – Riad e soci hanno deciso di concludere l’assedio e il Qatar arriva all’appuntamento dei mondiali al massimo della sua influenza.
Per dotarsi delle infrastrutture necessarie ad ospitare i Mondiali di Calcio il Qatar ha speso l’esorbitante cifra di 229 miliardi di dollari, un valore equivalente al proprio Pil annuale.
Un sistema basato sull’apartheid
Il sistema sociale e politico della petromonarchia, governata col pugno di ferro dall’emiro Cheikh Tamim bin Hamad Al Thani (la cui dinastia regna ininterrottamente dalla metà del XIX secolo) si fonda su una netta separazione tra i cittadini autoctoni e gli immigrati, che costituiscono il 95% circa della forza lavoro complessiva, e sulla discriminazione totale di questi ultimi.
Il 79,6% della popolazione attuale del paese (alcune fonti parlano addirittura dell’85%) è costituita da immigrati provenienti dall’India (la comunità più grande con 700 mila membri), dal Bangladesh, dall’Indonesia, dal Nepal, dal Pakistan, dalle Filippine, dallo Sri Lanka e da alcuni paesi africani come il Kenya.
Ovviamente sono stati centinaia di migliaia di migranti a costruire le mirabolanti infrastrutture di cui il Qatar si è dotato negli ultimi 12 anni: 7 stadi (climatizzati!), un nuovo aeroporto, una rete ferroviaria ad hoc, grattacieli, strade, autostrade, hotel e Lusail, una città costruita dal nulla nel deserto sulla costa orientale.
Prima dell’assegnazione dei Mondiali, il Qatar contava meno di un milione di abitanti. Dal 2010, attratti dal miraggio di uno stipendio – 7-800 euro – in grado di consentirgli di sfamare le proprie famiglie, milioni di lavoratori sono arrivati in Qatar da vari paesi per scoprire che le condizioni di lavoro e le retribuzioni non erano affatto quelle promesse.
La kafala
Centinaia di migliaia di immigrati – manovali, operai, vigilantes, inservienti, domestici – sono caduti nella rete della kafala, un sistema di “patrocinio” – vigente in molti paesi della Penisola Arabica e del Medio Oriente – da parte delle imprese che permette ai lavoratori stranieri di accedere al paese, ottenere il permesso di residenza temporanea e quello di lavoro. Il sistema della kafala, affermatosi negli ultimi 50 anni, assogetta i lavoratori stranieri ad una condizione semi-schiavile, privandoli dei più elementari diritti: al loro arrivo gli viene confiscato il passaporto in modo che non possano cambiare lavoro né tantomeno allontanarsi dal paese, se non dopo aver ottenuto l’approvazione del padrone. In questa condizione le aziende impongono condizioni di lavoro disumane, contando anche sul fatto che i cittadini stranieri in Qatar non possono affiliarsi ai sindacati. I reportage di numerosi media e i rapporti delle organizzazioni umanitarie internazionali hanno documentato orari di lavoro anche di 14-16 ore al giorno per retribuzioni medie di 200 euro – che spesso non vengono corrisposte affatto o lo sono con mesi di ritardo; turni di lavoro di sette giorni a settimana senza giorno di riposo; lavoratori alloggiati in tuguri sporchi e striminziti; maltrattamenti; licenziamenti e rimpatri arbitrari; aggressioni; violenze sessuali.
Nel 2020, dopo anni di pressioni e denunce e quando comunque la maggior parte delle infrastrutture per il mondiale erano state realizzate, il Qatar ha finalmente approvato due leggi che mirano a “umanizzare” questa moderna forma di schiavitù, permettendo in alcune condizioni ai lavoratori migranti di cambiare lavoro o di abbandonare il paese senza il consenso dei padroni, fissando un salario minimo (intorno ai 250 euro) e regolamentando in maniera più precisa gli orari di lavoro. La legislazione ha anche inasprito le regole per evitare l’esposizione dei lavoratori a temperature troppo elevate e teoricamente dal primo giugno al 15 settembre è vietato lavorare all’aperto.
Se applicate capillarmente, le nuove leggi potrebbero contrastare efficacamente il sistema della kafala, ma nonostante le rassicurazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (un’agenzia dell’Onu basata proprio a Doha) organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch continuano a documentare gli abusi sistematici contro i lavoratori stranieri.
I cantieri, un bagno di sangue
La realizzazione delle strabilianti infrastrutture del Mondiale è costata un vero e proprio bagno di sangue. Le autorità qatariote forniscono un bilancio di pochi morti sul lavoro certificati, ma la realtà è ben diversa. Nel febbraio del 2021 un reportage del Guardian parlò di 6500 morti considerando solo alcune delle comunità immigrate nella petromonarchia. Altre fonti azzardano addirittura cifre ancora più spaventose, come Amnesty che dal 2010 al 2019 documenta 15 mila decessi. Si tratta ovviamente di stime, non suffragate da documenti ufficiali che Doha si guarda bene dal fornire. E a chi tenta di indagare le autorità del petrostato non rendono le cose facili: nel novembre del 2021 due giornalisti norvegesi che realizzavano un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nei cantieri dei mondiali sono stati arrestati per 30 ore e tutto il girato è stato cancellato prima della loro espulsione.
Secondo il Guardian, «un documento proveniente dal servizio legale del governo qatariota raccomandava di commissionare uno studio sulle numerose morti per arresto cardiaco dei lavoratori migranti, e di varare una legge che permettesse di fare autopsie in tutti i casi di morti improvvise o inaspettate sul lavoro, ma nessuno di questi provvedimenti è stato adottato».
A queste già drammatiche cifre vanno aggiunte quelle riguardanti gli infortuni, i suicidi e le migliaia di lavoratori stranieri tornati a casa con gravi patologie sviluppate a causa delle condizioni di lavoro alle quali sono stati sottoposti.
Una monarchia assoluta fondata sulla discriminazione
Non sono solo i lavoratori stranieri a subire la violenza del sistema. La monarchia assoluta, che non ammette l’esistenza di partiti politici ed esercita una ferrea censura sulla stampa, secondo un rapporto di Human Rights Watch «applica un sistema discriminatorio di tutela maschile che nega alle donne il diritto a prendere decisioni fondamentali sulle proprie vite».
Tempo fa Nasser Al-Khater, l’amministratore delegato del Mondiale, ha minacciato nel corso di una conferenza stampa: «chiunque sventoli una bandiera del movimento LGBTIQ+ potrà essere condannato a pena tra i 7 e gli 11 anni di carcere» salvo poi affermare che in Qatar «tutti sono ben accolti, ma devono rispettare la cultura e le tradizioni del paese». Ma poi l’ambasciatore dell’evento, Khalid Salman, nel corso di un’intervista alla tv tedesca Zdf ha definito l’omosessualità «un danno psichico».
Anche tralasciando le preoccupazioni sull’impatto ambientale della kermesse calcistica qatariota (ben documentate ad esempio in questo articolo), la definizione di “mondiali della vergogna” è più che giustificata. Vergogna per le autorità del Qatar, che respingono le accuse e le denunce parlando di una campagna di calunnie contro il Qatar. Ma vergogna anche per un sistema sportivo, mediatico ed economico internazionale che nasconde la polvere sotto il tappeto in nome dell’enorme occasione di business e di legittimazione politica che il Mondiale di Calcio rappresenta. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.
LINK E APPROFONDIMENTI:
amnesty.it/qatar-lavoratori-mi…
hrw.org/es/news/2021/03/29/qat…
indianexpress.com/article/expr…
theguardian.com/global-develop…
apnews.com/article/world-cup-s…
L'articolo Qatar, i Mondiali della vergogna proviene da Pagine Esteri.
Qatar, i Mondiali della vergogna
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 17 novembre 2022 – «Gli alimenti non sono freschi. Puzzano già quando arrivano, ma bisogna mangiarli (…) L’acqua da bere era molto sporca, per bere quella di qualità bisogna avere i soldi. Noi bevevamo acqua sporca… e ti vengono malattie ai reni, calcoli. Il denaro che ho guadagnato l’ho speso all’ospedale» racconta un lavoratore nepalese, reduce da un lungo periodo in Qatar, intervistato nel suo paese da “La Media Inglesa” nel documentario “Qatar: el mundial a sus pies”. «Trasportavo, da solo, 300 o 400 sacchi ogni giorno. Non potevamo mai riposare, le guardie non ce lo permettevano» racconta un altro manovale. Questo anche per 12 ore al giorno, esposti a temperature che arrivano sovente a 50°.
Sportwashing
Lavoro forzato, caldo, morti sul lavoro, maltrattamenti: i racconti dei lavoratori e delle lavoratrici straniere sono spesso una fotocopia l’uno dell’altro. E i rapporti delle organizzazioni internazionali per i diritti umani riportano in maniera unanime una situazione caratterizzata da una violazione sistematica.
Eppure, il 20 novembre nel piccolo emirato si aprirà la ventiduesima edizione della Coppa del Mondo di calcio maschile. Per quanto, dopo anni di parziali silenzi, i media di tutto il mondo stiano finalmente rivelando il contesto in cui 32 squadre si sfideranno per la conquista del più ambito dei trofei, i timidi tentativi di boicottaggiodella competizione non hanno sortito gli effetti sperati e la kermesse andrà in onda per un mese, catalizzando l’attenzione di miliardi di persone.
Un’enorme vetrina internazionale per la petromonarchia qatariota, che sull’evento ha investito – non sempre in maniera limpida e legale – miliardi di euro al fine di rendere possibile una formidabile occasione di sportwashing che accrediti Doha come potenza mondiale dello sport e non solo.
Da quando nel 2010 riuscì ad aggiudicarsi il ballottaggio contro gli Stati Uniti – 16 dei 22 grandi elettori della Fifa, nel frattempo, hanno o hanno avuto a che fare con la giustizia per vicende di corruzione – ottenendo la possibilità di ospitare la prestigiosissima competizione, il piccolo ma incredibilmente ricco Qatar ha fatto molta strada.
Con soli 3 milioni di abitanti, Doha occupa il 55esimo posto nella classifica del FMI con un Pil di 221 miliardi di dollari. Sempre secondo il Fondo Monetario, i cittadini possono contare su un reddito pro capite di quasi 83 mila dollari, il decimo più alto al mondo (in classifica è tra le Isole Caiman e Singapore). Questa grande ricchezza è in gran parte dovuta al fatto che il paese detiene il 15% delle riserve mondiali di gas naturale, terzo al mondo alle spalle di Russia e Iran.
Dal 2017 l’emirato ha dovuto subire un certo isolamento da parte dei suoi soci del Consiglio di Cooperazione del Golfo che, guidati dall’Arabia Saudita, lo hanno sottoposto ad un duro embargo commerciale, accusando la tv satellitare Al Jazeera di fomentare il terrorismo e spingere i popoli del Medio Oriente alla rivolta contro i propri regimi. Dopo che Doha si è legata a doppio filo ad Ankara in nome della comune adesione alla Fratellanza Musulmana – un contingente militare turco è incaricato della sicurezza del piccolo petrostato – Riad e soci hanno deciso di concludere l’assedio e il Qatar arriva all’appuntamento dei mondiali al massimo della sua influenza.
Per dotarsi delle infrastrutture necessarie ad ospitare i Mondiali di Calcio il Qatar ha speso l’esorbitante cifra di 229 miliardi di dollari, un valore equivalente al proprio Pil annuale.
Un sistema basato sull’apartheid
Il sistema sociale e politico della petromonarchia, governata col pugno di ferro dall’emiro Cheikh Tamim bin Hamad Al Thani (la cui dinastia regna ininterrottamente dalla metà del XIX secolo) si fonda su una netta separazione tra i cittadini autoctoni e gli immigrati, che costituiscono il 95% circa della forza lavoro complessiva, e sulla discriminazione totale di questi ultimi.
Il 79,6% della popolazione attuale del paese (alcune fonti parlano addirittura dell’85%) è costituita da immigrati provenienti dall’India (la comunità più grande con 700 mila membri), dal Bangladesh, dall’Indonesia, dal Nepal, dal Pakistan, dalle Filippine, dallo Sri Lanka e da alcuni paesi africani come il Kenya.
Ovviamente sono stati centinaia di migliaia di migranti a costruire le mirabolanti infrastrutture di cui il Qatar si è dotato negli ultimi 12 anni: 7 stadi (climatizzati!), un nuovo aeroporto, una rete ferroviaria ad hoc, grattacieli, strade, autostrade, hotel e Lusail, una città costruita dal nulla nel deserto sulla costa orientale.
Prima dell’assegnazione dei Mondiali, il Qatar contava meno di un milione di abitanti. Dal 2010, attratti dal miraggio di uno stipendio – 7-800 euro – in grado di consentirgli di sfamare le proprie famiglie, milioni di lavoratori sono arrivati in Qatar da vari paesi per scoprire che le condizioni di lavoro e le retribuzioni non erano affatto quelle promesse.
La kafala
Centinaia di migliaia di immigrati – manovali, operai, vigilantes, inservienti, domestici – sono caduti nella rete della kafala, un sistema di “patrocinio” – vigente in molti paesi della Penisola Arabica e del Medio Oriente – da parte delle imprese che permette ai lavoratori stranieri di accedere al paese, ottenere il permesso di residenza temporanea e quello di lavoro. Il sistema della kafala, affermatosi negli ultimi 50 anni, assogetta i lavoratori stranieri ad una condizione semi-schiavile, privandoli dei più elementari diritti: al loro arrivo gli viene confiscato il passaporto in modo che non possano cambiare lavoro né tantomeno allontanarsi dal paese, se non dopo aver ottenuto l’approvazione del padrone. In questa condizione le aziende impongono condizioni di lavoro disumane, contando anche sul fatto che i cittadini stranieri in Qatar non possono affiliarsi ai sindacati. I reportage di numerosi media e i rapporti delle organizzazioni umanitarie internazionali hanno documentato orari di lavoro anche di 14-16 ore al giorno per retribuzioni medie di 200 euro – che spesso non vengono corrisposte affatto o lo sono con mesi di ritardo; turni di lavoro di sette giorni a settimana senza giorno di riposo; lavoratori alloggiati in tuguri sporchi e striminziti; maltrattamenti; licenziamenti e rimpatri arbitrari; aggressioni; violenze sessuali.
Nel 2020, dopo anni di pressioni e denunce e quando comunque la maggior parte delle infrastrutture per il mondiale erano state completate, il Qatar ha approvato due leggi per “umanizzare” questa moderna forma di schiavitù, permettendo in alcune condizioni ai lavoratori migranti di cambiare lavoro o di abbandonare il paese senza il consenso dell’azienda, fissando un salario minimo (circa 250 euro) e regolamentando in maniera più precisa gli orari di lavoro. La legislazione ha anche inasprito le regole per evitare l’esposizione dei lavoratori a temperature troppo elevate e teoricamente dal primo giugno al 15 settembre è vietato lavorare all’aperto.
Se applicate capillarmente, le nuove leggi potrebbero contrastare efficacamente il sistema della kafala, ma nonostante le rassicurazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (agenzia dell’Onu basata proprio a Doha) Amnesty International e Human Rights Watch continuano a documentare abusi sistematici contro i lavoratori stranieri.
I cantieri, un bagno di sangue
La realizzazione delle strabilianti infrastrutture del Mondiale è costata un vero e proprio bagno di sangue. Le autorità qatariote forniscono un bilancio di pochi morti sul lavoro certificati, ma la realtà è ben diversa. Nel febbraio del 2021 un reportage del Guardian parlò di 6500 morti considerando solo alcune delle comunità immigrate nella petromonarchia. Altre fonti azzardano addirittura cifre ancora più spaventose, come Amnesty che dal 2010 al 2019 documenta 15 mila decessi. Si tratta ovviamente di stime, non suffragate da documenti ufficiali che Doha si guarda bene dal fornire. E a chi tenta di indagare le autorità del petrostato non rendono le cose facili: nel novembre del 2021 due giornalisti norvegesi che realizzavano un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nei cantieri dei mondiali sono stati arrestati per 30 ore e tutto il girato è stato cancellato prima della loro espulsione.
Secondo il Guardian, «un documento proveniente dal servizio legale del governo qatariota raccomandava di commissionare uno studio sulle numerose morti per arresto cardiaco dei lavoratori migranti, e di varare una legge che permettesse di fare autopsie in tutti i casi di morti improvvise o inaspettate sul lavoro, ma nessuno di questi provvedimenti è stato adottato».
A queste già drammatiche cifre vanno aggiunte quelle riguardanti gli infortuni, i suicidi e le migliaia di lavoratori stranieri tornati a casa con gravi patologie sviluppate a causa delle condizioni di lavoro alle quali sono stati sottoposti.
Una monarchia assoluta fondata sulla discriminazione
Non sono solo i lavoratori stranieri a subire la violenza del sistema. La monarchia assoluta, che non ammette l’esistenza di partiti politici ed esercita una ferrea censura sulla stampa, secondo un rapporto di Human Rights Watch «applica un sistema discriminatorio di tutela maschile che nega alle donne il diritto a prendere decisioni fondamentali sulle proprie vite».
Tempo fa Nasser Al-Khater, l’amministratore delegato del Mondiale, ha minacciato nel corso di una conferenza stampa: «chiunque sventoli una bandiera del movimento LGBTIQ+ potrà essere condannato a pena tra i 7 e gli 11 anni di carcere» salvo poi affermare che in Qatar «tutti sono ben accolti, ma devono rispettare la cultura e le tradizioni del paese». Ma poi l’ambasciatore dell’evento, Khalid Salman, nel corso di un’intervista alla tv tedesca Zdf ha definito l’omosessualità «un danno psichico».
Anche tralasciando le preoccupazioni sull’impatto ambientale della kermesse calcistica qatariota (ben documentate ad esempio in questo articolo), la definizione di “mondiali della vergogna” è più che giustificata. Vergogna per le autorità del Qatar, che respingono le accuse e le denunce parlando di una campagna di calunnie contro il Qatar. Ma vergogna anche per un sistema sportivo, mediatico ed economico internazionale che nasconde la polvere sotto il tappeto in nome dell’enorme occasione di business e di legittimazione politica che il Mondiale di Calcio rappresenta. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
LINK E APPROFONDIMENTI:
amnesty.it/qatar-lavoratori-mi…
hrw.org/es/news/2021/03/29/qat…
indianexpress.com/article/expr…
theguardian.com/global-develop…
apnews.com/article/world-cup-s…
L'articolo Qatar, i Mondiali della vergogna proviene da Pagine Esteri.
Qatar, i Mondiali della vergogna
di Marco Santopadre*
Pagine Esteri, 17 novembre 2022 – «Gli alimenti non sono freschi. Puzzano già quando arrivano, ma bisogna mangiarli (…) L’acqua da bere era molto sporca, per bere quella di qualità bisogna avere i soldi. Noi bevevamo acqua sporca… e ti vengono malattie ai reni, calcoli. Il denaro che ho guadagnato l’ho speso all’ospedale» racconta un lavoratore nepalese, reduce da un lungo periodo in Qatar, intervistato nel suo paese da “La Media Inglesa” nel documentario “Qatar: el mundial a sus pies”. «Trasportavo, da solo, 300 o 400 sacchi ogni giorno. Non potevamo mai riposare, le guardie non ce lo permettevano» racconta un altro manovale. Questo anche per 12 ore al giorno, esposti a temperature che arrivano sovente a 50°.
Sportwashing
Lavoro forzato, caldo, morti sul lavoro, maltrattamenti: i racconti dei lavoratori e delle lavoratrici straniere sono spesso una fotocopia l’uno dell’altro. E i rapporti delle organizzazioni internazionali per i diritti umani riportano in maniera unanime una situazione caratterizzata da una violazione sistematica.
Eppure, il 20 novembre nel piccolo emirato si aprirà la ventiduesima edizione della Coppa del Mondo di calcio maschile. Per quanto, dopo anni di parziali silenzi, i media di tutto il mondo stiano finalmente rivelando il contesto in cui 32 squadre si sfideranno per la conquista del più ambito dei trofei, i timidi tentativi di boicottaggiodella competizione non hanno sortito gli effetti sperati e la kermesse andrà in onda per un mese, catalizzando l’attenzione di miliardi di persone.
Un’enorme vetrina internazionale per la petromonarchia qatariota, che sull’evento ha investito – non sempre in maniera limpida e legale – miliardi di euro al fine di rendere possibile una formidabile occasione di sportwashing che accrediti Doha come potenza mondiale dello sport e non solo.
Da quando nel 2010 riuscì ad aggiudicarsi il ballottaggio contro gli Stati Uniti – 16 dei 22 grandi elettori della Fifa, nel frattempo, hanno o hanno avuto a che fare con la giustizia per vicende di corruzione – ottenendo la possibilità di ospitare la prestigiosissima competizione, il piccolo ma incredibilmente ricco Qatar ha fatto molta strada.
Con soli 3 milioni di abitanti, Doha occupa il 55esimo posto nella classifica del FMI con un Pil di 221 miliardi di dollari. Sempre secondo il Fondo Monetario, i cittadini possono contare su un reddito pro capite di quasi 83 mila dollari, il decimo più alto al mondo (in classifica è tra le Isole Caiman e Singapore). Questa grande ricchezza è in gran parte dovuta al fatto che il paese detiene il 15% delle riserve mondiali di gas naturale, terzo al mondo alle spalle di Russia e Iran.
Dal 2017 l’emirato ha dovuto subire un certo isolamento da parte dei suoi soci del Consiglio di Cooperazione del Golfo che, guidati dall’Arabia Saudita, lo hanno sottoposto ad un duro embargo commerciale, accusando la tv satellitare Al Jazeera di fomentare il terrorismo e spingere i popoli del Medio Oriente alla rivolta contro i propri regimi. Dopo che Doha si è legata a doppio filo ad Ankara in nome della comune adesione alla Fratellanza Musulmana – un contingente militare turco è incaricato della sicurezza del piccolo petrostato – Riad e soci hanno deciso di concludere l’assedio e il Qatar arriva all’appuntamento dei mondiali al massimo della sua influenza.
Per dotarsi delle infrastrutture necessarie ad ospitare i Mondiali di Calcio il Qatar ha speso l’esorbitante cifra di 229 miliardi di dollari, un valore equivalente al proprio Pil annuale.
Un sistema basato sull’apartheid
Il sistema sociale e politico della petromonarchia, governata col pugno di ferro dall’emiro Cheikh Tamim bin Hamad Al Thani (la cui dinastia regna ininterrottamente dalla metà del XIX secolo) si fonda su una netta separazione tra i cittadini autoctoni e gli immigrati, che costituiscono il 95% circa della forza lavoro complessiva, e sulla discriminazione totale di questi ultimi.
Il 79,6% della popolazione attuale del paese (alcune fonti parlano addirittura dell’85%) è costituita da immigrati provenienti dall’India (la comunità più grande con 700 mila membri), dal Bangladesh, dall’Indonesia, dal Nepal, dal Pakistan, dalle Filippine, dallo Sri Lanka e da alcuni paesi africani come il Kenya.
Ovviamente sono stati centinaia di migliaia di migranti a costruire le mirabolanti infrastrutture di cui il Qatar si è dotato negli ultimi 12 anni: 7 stadi (climatizzati!), un nuovo aeroporto, una rete ferroviaria ad hoc, grattacieli, strade, autostrade, hotel e Lusail, una città costruita dal nulla nel deserto sulla costa orientale.
Prima dell’assegnazione dei Mondiali, il Qatar contava meno di un milione di abitanti. Dal 2010, attratti dal miraggio di uno stipendio – 7-800 euro – in grado di consentirgli di sfamare le proprie famiglie, milioni di lavoratori sono arrivati in Qatar da vari paesi per scoprire che le condizioni di lavoro e le retribuzioni non erano affatto quelle promesse.
La kafala
Centinaia di migliaia di immigrati – manovali, operai, vigilantes, inservienti, domestici – sono caduti nella rete della kafala, un sistema di “patrocinio” – vigente in molti paesi della Penisola Arabica e del Medio Oriente – da parte delle imprese che permette ai lavoratori stranieri di accedere al paese, ottenere il permesso di residenza temporanea e quello di lavoro. Il sistema della kafala, affermatosi negli ultimi 50 anni, assogetta i lavoratori stranieri ad una condizione semi-schiavile, privandoli dei più elementari diritti: al loro arrivo gli viene confiscato il passaporto in modo che non possano cambiare lavoro né tantomeno allontanarsi dal paese, se non dopo aver ottenuto l’approvazione del padrone. In questa condizione le aziende impongono condizioni di lavoro disumane, contando anche sul fatto che i cittadini stranieri in Qatar non possono affiliarsi ai sindacati. I reportage di numerosi media e i rapporti delle organizzazioni umanitarie internazionali hanno documentato orari di lavoro anche di 14-16 ore al giorno per retribuzioni medie di 200 euro – che spesso non vengono corrisposte affatto o lo sono con mesi di ritardo; turni di lavoro di sette giorni a settimana senza giorno di riposo; lavoratori alloggiati in tuguri sporchi e striminziti; maltrattamenti; licenziamenti e rimpatri arbitrari; aggressioni; violenze sessuali.
Nel 2020, dopo anni di pressioni e denunce e quando comunque la maggior parte delle infrastrutture per il mondiale erano state completate, il Qatar ha approvato due leggi per “umanizzare” questa moderna forma di schiavitù, permettendo in alcune condizioni ai lavoratori migranti di cambiare lavoro o di abbandonare il paese senza il consenso dell’azienda, fissando un salario minimo (circa 250 euro) e regolamentando in maniera più precisa gli orari di lavoro. La legislazione ha anche inasprito le regole per evitare l’esposizione dei lavoratori a temperature troppo elevate e teoricamente dal primo giugno al 15 settembre è vietato lavorare all’aperto.
Se applicate capillarmente, le nuove leggi potrebbero contrastare efficacamente il sistema della kafala, ma nonostante le rassicurazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (agenzia dell’Onu basata proprio a Doha) Amnesty International e Human Rights Watch continuano a documentare abusi sistematici contro i lavoratori stranieri.
I cantieri, un bagno di sangue
La realizzazione delle strabilianti infrastrutture del Mondiale è costata un vero e proprio bagno di sangue. Le autorità qatariote forniscono un bilancio di pochi morti sul lavoro certificati, ma la realtà è ben diversa. Nel febbraio del 2021 un reportage del Guardian parlò di 6500 morti considerando solo alcune delle comunità immigrate nella petromonarchia. Altre fonti azzardano addirittura cifre ancora più spaventose, come Amnesty che dal 2010 al 2019 documenta 15 mila decessi. Si tratta ovviamente di stime, non suffragate da documenti ufficiali che Doha si guarda bene dal fornire. E a chi tenta di indagare le autorità del petrostato non rendono le cose facili: nel novembre del 2021 due giornalisti norvegesi che realizzavano un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nei cantieri dei mondiali sono stati arrestati per 30 ore e tutto il girato è stato cancellato prima della loro espulsione.
Secondo il Guardian, «un documento proveniente dal servizio legale del governo qatariota raccomandava di commissionare uno studio sulle numerose morti per arresto cardiaco dei lavoratori migranti, e di varare una legge che permettesse di fare autopsie in tutti i casi di morti improvvise o inaspettate sul lavoro, ma nessuno di questi provvedimenti è stato adottato».
A queste già drammatiche cifre vanno aggiunte quelle riguardanti gli infortuni, i suicidi e le migliaia di lavoratori stranieri tornati a casa con gravi patologie sviluppate a causa delle condizioni di lavoro alle quali sono stati sottoposti.
Una monarchia assoluta fondata sulla discriminazione
Non sono solo i lavoratori stranieri a subire la violenza del sistema. La monarchia assoluta, che non ammette l’esistenza di partiti politici ed esercita una ferrea censura sulla stampa, secondo un rapporto di Human Rights Watch «applica un sistema discriminatorio di tutela maschile che nega alle donne il diritto a prendere decisioni fondamentali sulle proprie vite».
Tempo fa Nasser Al-Khater, l’amministratore delegato del Mondiale, ha minacciato nel corso di una conferenza stampa: «chiunque sventoli una bandiera del movimento LGBTIQ+ potrà essere condannato a pena tra i 7 e gli 11 anni di carcere» salvo poi affermare che in Qatar «tutti sono ben accolti, ma devono rispettare la cultura e le tradizioni del paese». Ma poi l’ambasciatore dell’evento, Khalid Salman, nel corso di un’intervista alla tv tedesca Zdf ha definito l’omosessualità «un danno psichico».
Anche tralasciando le preoccupazioni sull’impatto ambientale della kermesse calcistica qatariota (ben documentate ad esempio in questo articolo), la definizione di “mondiali della vergogna” è più che giustificata. Vergogna per le autorità del Qatar, che respingono le accuse e le denunce parlando di una campagna di calunnie contro il Qatar. Ma vergogna anche per un sistema sportivo, mediatico ed economico internazionale che nasconde la polvere sotto il tappeto in nome dell’enorme occasione di business e di legittimazione politica che il Mondiale di Calcio rappresenta. – Pagine Esteri
* Marco Santopadre, giornalista e scrittore, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora anche con il Manifesto, Catarsi e Berria.
LINK E APPROFONDIMENTI:
amnesty.it/qatar-lavoratori-mi…
hrw.org/es/news/2021/03/29/qat…
indianexpress.com/article/expr…
theguardian.com/global-develop…
apnews.com/article/world-cup-s…
L'articolo Qatar, i Mondiali della vergogna proviene da Pagine Esteri.
CULTURA. William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1a parte)
di Patrizia Zanelli*
Pagine Esteri, 16 novembre 2022 – Alcuni testi particolarmente originali sul piano artistico non diventano veri e propri best seller internazionali, ma hanno un impatto straordinario sullo sviluppo della cultura mondiale. Un caso famoso in tal senso è The Sound and the Fury,[1] (L’urlo e il furore) pubblicato nel 1929 dallo scrittore statunitense William Faulkner (1897-1962), vincitore del Nobel per la Letteratura 1949. La celebrità di questo romanzo modernista, ambientato nei primi tre decenni del ‘900 in una cittadina del Sud degli Stati Uniti, si deve anche al successo dell’omonimo adattamento cinematografico, uscito nel 1959. Lo stesso testo di Faulkner comincerà a influenzare la produzione culturale araba negli anni ’60 grazie all’avanguardismo di due intellettuali palestinesi: il letterato e pittore Giabra Ibrahim Giabra (Betlemme, 1919-Baghdad, 1994), e lo scrittore, critico letterario, giornalista e attivista marxista Ghassan Kanafani (Acri, 1936-Beirut, 1972). Entrambi erano stati costretti a lasciare la Palestina nell’ambito della Nakba (Catastrofe), l’evento traumatico vissuto dal loro popolo per via delle operazioni militari avvenute nei mesi precedenti la fondazione d’Israele, il 14 maggio 1948, e nel corso della prima guerra arabo-israeliana.
Nel 1961, Giabra tradusse The Sound and the Fury, e la sua traduzione araba influì molto sull’arte narrativa di Kanafani che aveva iniziato nel 1957 a pubblicare racconti incentrati sul binomio esilio-morte, mentre insegnava lettere in Kuwait. Nel gennaio del 1963, lo stesso scrittore palestinese pubblicò il suo primo romanzo, “Uomini sotto il sole”,[2] proprio nella città in cui dopo nove anni avrebbe perso la vita per avere portato avanti le sue idee politiche. L’8 luglio 2022 è stato infatti commemorato il cinquantesimo anniversario della morte di Kanafani, assassinato a Beirut in un attentato di solito attribuito al Mossad israeliano; con l’esplosione della sua auto, se ne andò insieme a lui la nipote sedicenne Lamìs. Il 6 luglio di sessant’anni fa, invece, Faulkner morì per motivi di salute.
L’originalità di The Sound and the Fury sta nella molteplicità dei punti di vista abbinata alla frammentazione del racconto, un abbinamento che costituisce l’espediente tecnico fondamentale ideato dallo scrittore statunitense per creare questo romanzo. Nell’opera, l’autore presenta la situazione dei tre fratelli Compson e il modo in cui ognuno di loro considera la sorella Caddy che, per via della sua promiscuità sessuale, ha rovinato la reputazione della famiglia aristocratica ormai in decadenza a cui appartengono. Il testo è suddiviso in quattro sezioni; in ciascuna delle prime tre, uno dei protagonisti racconta la storia dal proprio angolo visuale; la narrazione è di tipo autobiografico, e il campo visivo è limitato, riflettendo la percezione soggettiva della realtà. Nella quarta sezione, invece, la linea narrativa è sviluppata da un narratore onnisciente, voce esterna che narra gli eventi, come se vedesse tutto dall’alto, conosce il passato, il presente, il futuro, la psicologia e i pensieri dei personaggi, e ogni altro elemento del racconto. Il romanzo ha una struttura temporale complessa, caratterizzata da analessi – o flashback – e da prolessi. L’autore usa inoltre la tecnica del flusso di coscienza perfino nella prima sezione del testo in cui la storia è raccontata dal fratello Compson più giovane che è affetto da una disabilità intellettiva. Non è facile la lettura di The Sound and the Fury, definito talvolta come “il romanzo dei romanzieri” in quanto inesauribile fonte d’ispirazione artistica. Inizialmente, la complessità tecnica del testo portò certi commentatori a trascurare il messaggio politico che Faulkner veicola nell’opera stessa, che di fatto è una denuncia contro la mentalità conservatrice e razzista predominante nel Sud degli Stati Uniti.
Kanafani riprese il modello faulkneriano e lo rielaborò a modo suo, ossia lo trasformò, per creare “Uomini sotto il sole”, in cui descrive le sofferenze di tre palestinesi che fuggono dai campi profughi e attraversano il deserto per emigrare in Kuwait nella speranza di costruire una vita più dignitosa per sé e le loro famiglie, ma non hanno documenti di viaggio e proprio quando stanno per giungere a destinazione, incontrano la morte. Muoiono per ipertermia e asfissia dentro la cisterna vuota in cui un camionista e passeur improvvisato, loro compatriota, li aveva convinti a nascondersi, mentre lui sbrigava le procedure per passare la frontiera irachena. Questo quarto personaggio è un palestinese che aveva perso la virilità combattendo come partigiano (fidā’ī) della resistenza nel ’48. Non potendo più costruirsi una famiglia, pensa solo a guadagnare soldi per vivere meglio dopo quella ferita a cui avrebbe preferito la morte. Sente inoltre di essersi sacrificato inutilmente, visto che con la sconfitta militare aveva perduto anche la patria. Alla fine del racconto, getta i cadaveri dei tre migranti in una discarica, e come per scaricare le proprie responsabilità su di loro, si domanda perché, mentre erano ancora vivi, non avessero bussato alle pareti della cisterna, per chiedere aiuto. Sembra che l’autore abbia scelto questo finale sconcertante per indurre il lettore a interrogarsi sul significato dell’intera opera e a cercare da sé la risposta; il narratore in effetti narra la storia, esponendo i fatti senza commentarli o esprimere giudizi.
Indubbiamente “Uomini sotto il sole” è una rappresentazione della diaspora palestinese; tuttavia sotto certi aspetti il testo è interpretabile in modi diversi, poiché è improntato al simbolismo. In questo breve romanzo, ambientato nel 1958, Kanafani descrive varie conseguenze della Nakba, il trauma post-coloniale subito dal suo popolo. Ognuno dei personaggi principali rappresenta una generazione diversa e una situazione personale particolare. L’autore denuncia sia la corruzione dei regimi arabi, simboleggiati dai funzionari degli uffici che controllano la frontiera iracheno-kuwaitiana, sia la mancanza di solidarietà tra i palestinesi stessi, che cercano di migliorare le proprie condizioni individualmente, invece di unirsi in una lotta politica comune. “Uomini sotto il sole” è un’opera intramontabile perché propone un tema di portata universale e purtroppo sempre attuale; fa riflettere sugli effetti terribili di una guerra, sulla vita difficile dei profughi, nonché sulle migrazioni in genere, sulle ragioni che inducono le persone a emigrare anche a costo di affrontare un viaggio pericoloso.
Ghassan Kanafani
Kanafani decise di frammentare il racconto, ma fece altre scelte importanti che rendono il romanzo diverso dal modello faulkneriano. Il testo è suddiviso in sette capitoli; ciascuno dei primi tre è dedicato a uno dei migranti; in quelli successivi vengono esposti i fatti che portano alla loro morte. La struttura temporale del romanzo è caratterizzata dalle analessi che ricostruiscono il passato dei quattro personaggi principali. In un segmento narrativo del quarto capitolo, è descritto il momento in cui il camionista aveva perso la possibilità di costruirsi una famiglia; la ferita personale riflette il trauma subito dal popolo palestinese con la perdita di una parte della propria patria. L’intera storia è narrata in terza persona da un narratore esterno; la voce narrante è unica, ma i punti di vista sono multipli. Questa molteplicità è realizzata tramite quella che Genette definisce come la focalizzazione interna variabile; di volta in volta uno dei quattro personaggi principali diventa focale; le immagini descritte nell’enunciato sono quelle percepite dai suoi occhi e, leggendo il segmento narrativo in questione, si ha l’impressione che sia lui a parlare. Dunque, è come se raccontasse la storia in prima persona dal proprio angolo visuale ristretto. Alla fine il racconto sembra un mosaico composto dalle diverse percezioni che i protagonisti hanno della stessa realtà. Kanafani abbina la voce esterna alla focalizzazione interna con maestria in “Uomini sotto il sole”, in cui usa di rado la tecnica del monologo interiore, talvolta il pensiero diretto legato e numerose sequenze dialogiche. Lo stile fluido e lineare della narrazione attenua la complessità di questo capolavoro il cui adattamento, “Gli ingannati”, realizzato dal regista egiziano Tewfik Saleh (Tawfīq Ṣāliḥ, 1926-2013) e uscito nel 1972, è tuttora considerato tra i 100 migliori film del cinema arabo.
Kanafani attinse maggiormente a The Sound and the Fury per creare “Tutto ciò che vi resta”[3], del 1966, ma compose questo suo secondo romanzo, rinunciando alla frammentazione del racconto. Nell’opera, l’autore descrive la situazione di una famiglia palestinese di Giaffa, i cui membri erano stati costretti a lasciare la città nel ’48, dopo che il padre era morto combattendo nella resistenza contro i miliziani sionisti poco prima della fondazione d’Israele. Nel tumulto della Nakba si erano dispersi andando a vivere in campi profughi diversi. Un figlio e una figlia vivono a Gaza; pensano che la madre sia in Giordania e forse è l’unica a sapere dove sia stato sepolto loro padre morto eroicamente. Il romanzo è incentrato sulla crisi identitaria associata alla diaspora palestinese.
I protagonisti sono il sedicenne Hamid, sua sorella Maryam rimasta incinta di Zakaria, prima che quest’uomo spregevole la sposasse; il Deserto che l’adolescente, turbato dal senso misto di odio e vergogna dovuto a questo fatto disonorevole per la famiglia, ha deciso di attraversare nella speranza di trovare la madre in Giordania; e l’Orologio il cui ticchettio risuona nella mente della giovane donna preoccupata per il fratello in viaggio, maltrattata dal marito e angosciata per essersi rovinata la reputazione per via della relazione extraconiugale che aveva avuto con lui.
William Faulkner
Cinque linee narrative si incontrano e scontrano senza un filo logico apparente nel racconto, caratterizzato dalle analessi e dalla tecnica del flusso di coscienza. Si scopre man mano che Zakaria aveva tradito sia la prima moglie – da cui aveva già avuto tre figli – sia la causa nazionale, poiché aveva rivelato al nemico il nome del capo di un gruppo di fedayin che aveva combattuto nella guerra di Suez del ’56. L’uomo era stato quindi giustiziato dalle autorità israeliane. Hamid lo conosceva, perché era un amico di famiglia, e temeva di fare la sua stessa fine. La crisi identitaria dell’adolescente non dipende soltanto dagli atti disonorevoli compiuti dalla sorella e dal cognato, ma anche dalla sua stessa incapacità di affrontare il nemico e diventare un eroe come il padre. Cerca il conforto della madre, che anche Maryam vorrebbe. Il fratello ama ancora la sorella, nonostante tutto, perché gli resta soltanto lei. Lui però si è allontanato da lei, che quindi ama il marito, benché sia spregevole, perché ormai le resta solo lui. La dispersione dei membri di una famiglia rappresenta la diaspora palestinese e una crisi identitaria collettiva dovuta allo sradicamento dalla patria, dalla comunità originaria, e da qui la paura della solitudine, di perdersi nel luogo d’esilio per l’assenza di legami affettivi stabili.
Nel romanzo è inoltre raffigurata la relazione tra Spazio e Tempo nella Storia, in senso sia narratologico che storiografico e sociologico. Grazie all’introspezione, ai ricordi di famiglia e specialmente del padre morto eroicamente per la liberazione nazionale, Hamid e Maryam trovano letteralmente la forza e il coraggio per liberarsi dei problemi del passato e pensare al futuro; la soluzione sta nel ribellarsi contro la realtà opprimente del presente. Rispetto al modello faulkneriano, “Tutto ciò che vi resta” è contraddistinto dal simbolismo e dalla confusione delle linee narrative, riconoscibili solo grazie al cambiamento del tipo di carattere usato di volta in volta da Kanafani. La lettura del testo non è facile; e una parte della critica accusò l’autore di avere privilegiato lo sperimentalismo artistico all’impegno di esprimere le rivendicazioni politiche del suo popolo in un modo accessibile al pubblico generale. D’altro canto, “Tutto ciò che vi resta” è una vera gemma letteraria, forse l’opera in cui Kanafani, che si dedicava anche alla pittura, diede maggior sfogo alla propria creatività unendo cultura scritta e visuale tramite l’adozione di tecniche simili a quelle cinematografiche. Nel testo di appena 80 pagine, l’autore veicola comunque un messaggio politico importante soprattutto per le nuove generazioni, un invito a ribellarsi per cambiare la situazione e raggiungere la libertà. Pagine Esteri
*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Ha tradotto diverse opere letterarie, tra cui il romanzo Memorie di una gallina (Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino”, 2021) dello scrittore palestinese Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī.
NOTE
[1] William Faulkner, L’urlo e il furore, tr. Augusto Dauphiné, Mondadori, 1947; tr. Vincenzo Mantovani, Mondadori, 1980; Einaudi, 1997.
[2] Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole, tr. Isabella Camera d’Afflitto, Rispostes, 1984; Edizioni Lavoro, 2016.
[3] Ghassan Kanafani, Tutto ciò che vi resta, tr. Emanuela Capobianco, Cicorivolta, 2017.
L'articolo CULTURA. William Faulkner e i romanzi dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1a parte) proviene da Pagine Esteri.