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GAS. Macron manda la Legione Straniera a presidiare gli impianti nello Yemen


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 23 agosto 2022 – La battaglia dei paesi europei per l’accaparramento del gas naturale e contro le bollette stratosferiche vede Parigi in prima linea, al punto da inviare la famigerata Legione straniera in Yemen per proteggere l’impianto di gas liquefatto di Balhaf, nella provincia di Shabwa, che è di proprietà della multinazionale francese TotalEnergies SE. Secondo Abubaker Alqirbi, ex ministro degli esteri del governo yemenita riconosciuto dalle monarchie arabe e dall’Occidente, i soldati che compongono la forza militare simbolo del colonialismo francese, si troverebbero già a Shabwa. Il loro compito, ha aggiunto, è quello di garantire il proseguimento dei preparativi per esportare il gas di Balhaf verso la Francia e gli altri paesi europei intenzionati a sottrarsi alla dipendenza dall’energia russa.

Il passo conferma le difficoltà in cui manovra il presidente Macron, sostenitore accanito della produzione di energia nucleare ma che in questi ultimi mesi ha visto le centrali atomiche del suo paese rallentare per il calo del livello delle acque dei fiumi francesi, dovuto alla siccità. La Francia, nota potenza nucleare, già in passato, durante la calda e secca estate del 2003, ha dovuto frenare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per la scarsità di acqua. L’accademico Jeremy Rifkin, in una intervista di qualche tempo fa, spiegò che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche. E calcoli fatti da specialisti rivelano che un reattore da 1000 Megawatt ha bisogno di 2 milioni e mezzo di acqua al giorno per raffreddarsi.

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Senza acqua abbondante per le sue centrali, messo sotto pressione dal gas insufficiente a coprire la domanda interna, Macron ha mandato la forza mercenaria che combatte sotto il tricolore francese, a garantire che l’impianto di Balhaf ritorni pienamente operativo. Lo Yemen non è un grande esportatore di gas in tempo di pace ma ora non esporta nulla a causa della guerra civile che vede i ribelli sciiti Houthi in controllo della capitale Sanaa e di altre ampie porzioni del paese scontrarsi con le forze yemenite governative appoggiate dall’Arabia saudita, dagli Emirati e altri paesi arabi. Parigi, scrive qualche giornale arabo, appare intenzionata a rilanciare l’esportazione del gas yemenita per riportarla per lo meno al livello anteguerra, premurandosi di negoziare con le varie fazioni nemiche e i paesi della regione coinvolti in vario modo nel conflitto (ad eccezione dell’Iran).

Ostacoli ai disegni di Macron non ne mancano. L’impianto di Balhaf è stato trasformato in una base delle milizie pagate dagli Emirati che nei mesi scorsi hanno tenuto a distanza i combattenti Houthi. E le esortazioni lanciate da Mohammed Saleh bin Adyo, l’ex governatore di Shabwa, per esortare i miliziani a lasciare il sito, sono caduti tutti nel vuoto. Abu Dhabi pur essendo alleata di Riyadh (e di Parigi) persegue anche la sua agenda in Yemen e sponsorizza il Consiglio di transizione meridionale e altri gruppi separatisti che cercano di stabilire uno Stato indipendente nel sud del paese. Separatisti che si sono scontrati di recente con le truppe governative non lontano dall’impianto di Balhaf, provocando decine di vittime.

Perciò, anche per la ben addestrata Legione straniera non sarà facile tenere il controllo di una regione tanto instabile nonostante l’accordo per la cooperazione energetica firmato il mese scorso da Parigi e Abu Dhabi che prevede la produzione congiunta di gas liquefatto. Intanto va avanti in un tribunale di Parigi la causa intentata lo scorso 2 giugno da una serie di gruppi per i diritti umani contro tre industrie militari francesi. Sono accusate di complicità in crimini di guerra avendo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati, usate poi, assieme a quelle di altri paesi, per bombardare nello Yemen dove hanno fatto numerose vittime civili. Pagine Esteri

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GAS. Macron manda la Legione Straniera a presidiare gli impianti nello Yemen


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 23 agosto 2022 – La battaglia dei paesi europei per l’accaparramento del gas naturale e contro le bollette stratosferiche vede Parigi in prima linea, al punto da inviare la famigerata Legione straniera in Yemen per proteggere l’impianto di gas liquefatto di Balhaf, nella provincia di Shabwa, che è di proprietà della multinazionale francese TotalEnergies SE. Secondo Abubaker Alqirbi, ex ministro degli esteri del governo yemenita riconosciuto dalle monarchie arabe e dall’Occidente, i soldati che compongono la forza militare simbolo del colonialismo francese, si troverebbero già a Shabwa. Il loro compito, ha aggiunto, è quello di garantire il proseguimento dei preparativi per esportare il gas di Balhaf verso la Francia e gli altri paesi europei intenzionati a sottrarsi alla dipendenza dall’energia russa.

Il passo conferma le difficoltà in cui manovra il presidente Macron, sostenitore accanito della produzione di energia nucleare ma che in questi ultimi mesi ha visto le centrali atomiche del suo paese rallentare per il calo del livello delle acque dei fiumi francesi, dovuto alla siccità. La Francia, nota potenza nucleare, già in passato, durante la calda e secca estate del 2003, ha dovuto frenare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per la scarsità di acqua. L’accademico Jeremy Rifkin, in una intervista di qualche tempo fa, spiegò che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche. E calcoli fatti da specialisti rivelano che un reattore da 1000 Megawatt ha bisogno di 2 milioni e mezzo di acqua al giorno per raffreddarsi.

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Senza acqua abbondante per le sue centrali, messo sotto pressione dal gas insufficiente a coprire la domanda interna, Macron ha mandato la forza mercenaria che combatte sotto il tricolore francese, a garantire che l’impianto di Balhaf ritorni pienamente operativo. Lo Yemen non è un grande esportatore di gas in tempo di pace ma ora non esporta nulla a causa della guerra civile che vede i ribelli sciiti Houthi in controllo della capitale Sanaa e di altre ampie porzioni del paese scontrarsi con le forze yemenite governative appoggiate dall’Arabia saudita, dagli Emirati e altri paesi arabi. Parigi, scrive qualche giornale arabo, appare intenzionata a rilanciare l’esportazione del gas yemenita per riportarla per lo meno al livello anteguerra, premurandosi di negoziare con le varie fazioni nemiche e i paesi della regione coinvolti in vario modo nel conflitto (ad eccezione dell’Iran).

Ostacoli ai disegni di Macron non ne mancano. L’impianto di Balhaf è stato trasformato in una base delle milizie pagate dagli Emirati che nei mesi scorsi hanno tenuto a distanza i combattenti Houthi. E le esortazioni lanciate da Mohammed Saleh bin Adyo, l’ex governatore di Shabwa, per esortare i miliziani a lasciare il sito, sono caduti tutti nel vuoto. Abu Dhabi pur essendo alleata di Riyadh (e di Parigi) persegue anche la sua agenda in Yemen e sponsorizza il Consiglio di transizione meridionale e altri gruppi separatisti che cercano di stabilire uno Stato indipendente nel sud del paese. Separatisti che si sono scontrati di recente con le truppe governative non lontano dall’impianto di Balhaf, provocando decine di vittime.

Perciò, anche per la ben addestrata Legione straniera non sarà facile tenere il controllo di una regione tanto instabile nonostante l’accordo per la cooperazione energetica firmato il mese scorso da Parigi e Abu Dhabi che prevede la produzione congiunta di gas liquefatto. Intanto va avanti in un tribunale di Parigi la causa intentata lo scorso 2 giugno da una serie di gruppi per i diritti umani contro tre industrie militari francesi. Sono accusate di complicità in crimini di guerra avendo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati, usate poi, assieme a quelle di altri paesi, per bombardare nello Yemen dove hanno fatto numerose vittime civili. Pagine Esteri

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BRASILE. Ricardo Rao: “In Amazzonia la sovranità appartiene al crimine”


di Glória Paiva*

Pagine Esteri, 19 agosto 2022 – Tra i 400 abitanti di Spin Time Labs, il palazzo occupato in via di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, c’è un brasiliano di 51 anni. Stanco e appena ripresosi da un infarto. Ricardo Rao, che ha anche la nazionalità italiana, è stato accolto nello stabile tra gli abitanti autorganizzati, appartenenti a diciotto diverse nazionalità, in attesa che la sua compagna e il figlio di quattro anni possano lasciare il Brasile per raggiungerlo in Italia. La vita a Roma, per Ricardo, è quell’attesa ansiosa in una città così diversa dai villaggi indigeni vicino a Imperatriz, nel Maranhão, che sono stati la sua casa per dieci anni. Avvocato ed ex agente della Funai (l’agenzia brasiliana che si occupa dei popoli indigeni), Ricardo è scappato dal Brasile nel 2019 e ha cercato asilo politico a Oslo dopo essersi sentito perseguitato e aver ricevuto minacce per il suo lavoro, in una situazione molto simile a quella di Bruno Pereira, collega di Ricardo, ucciso lo scorso mese di giugno insieme al giornalista britannico Dom Phillips dai pescatori illegali ad Atalaia do Norte, stato dell’Amazonas.

Nella Funai, Rao svolgeva servizi di assistenza sociale alle comunità indigene, nonché il controllo e la protezione delle loro terre, come Pereira. Due anni dopo l’arrivo in Norvegia, Rao si trasferì a Roma, dove fu accolto dalle reti di movimenti popolari e di opposizione a Jair Bolsonaro. Ora si dedica alla scrittura, alla ricerca di lavoro e, insieme ad altri giuristi brasiliani, sta lavorando a una causa che mira a ritenere Bolsonaro responsabile della morte di cittadini italiani in Brasile durante la pandemia di Covid-19.

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Secondo Rao, dall’ascesa di Bolsonaro, le vite degli agenti della Funai e dei guardiani forestali indigeni sono diventate insostenibili. Il motivo della sua fuga è stata la morte del suo compagno di lavoro Paulo Guajajara, un capo indigeno e guardiano della foresta. Guajajara è stato ucciso a colpi di pistola a novembre del 2019, pochi giorni dopo aver scoperto una vasta area di piantagioni di marijuana nella terra indigena Arariboia, presumibilmente legata a un ufficiale di polizia militare di Rio de Janeiro, sebbene le indagini di polizia abbiano collegato la sua morte a un “conflitto tra indigeni e non-indigeni”. “Ho lasciato il Brasile perché sapevo che sarei stato il prossimo”, ha detto Rao. Tre giorni prima di imbarcarsi per Oslo, Ricardo ha consegnato un ampio documento alla Camera dei Deputati del Brasile, in cui ha evidenziato i legami tra agenti della polizia civile e militare e la criminalità organizzata del traffico del legno, del narcotraffico e degli omicidi delle popolazioni indigene nel Maranhão. Le sue denunce, tuttavia, non sono mai sfociate in indagini.

Il nome e l’immagine di Rao sono diventati noti in tutto il mondo a luglio, dopo la trasmissione di un video registrato alla 15a Assemblea Generale della FILAC, il Fondo per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni dell’America Latina e dei Caraibi, a Madrid. Nella registrazione, Marcelo Xavier, presidente del Funai, lascia l’incontro dopo che Ricardo lo affronta, urlando, accusandolo di essere responsabile del genocidio delle popolazioni indigene del Brasile e della morte di Bruno Pereira e Dom Phillips. Dopo la pubblicazione del video, la compagna e il figlio di Rao hanno iniziato a subire minacce. Rao ha parlato con Pagine Esteri.

Come hai iniziato a lavorare come agente di tutela della popolazione indigena?

Mia madre lavora come infermiera della Funai dal 1982. Vivevo con lei in un villaggio sulla costa nord di San Paolo e lì ho visto le difficoltà delle comunità indigene. Nel 2010 ero avvocato, insegnavo e lavoravo presso IBGE (l’istituto brasiliano di statistica). Mia madre, un giorno, mi ha detto di partecipare a un concorso pubblico della Funai. Ho vinto e sono andato a Brasilia per fare la preparazione per diventare indigenista. È lì che ho conosciuto Bruno Pereira. Ho lavorato nel Mato Grosso do Sul, dove ho conosciuto il genocidio dei Guarani-kaiowa, il gruppo etnico più oppresso di tutti. Hanno perso la loro terra negli anni ’40 e ancora oggi ci sono conflitti con gli eredi dei coloni. Nel 2015 mi sono trasferito a Barra do Corda, nel Maranhão, dove c’era anche una situazione molto conflittuale.

Che tipo di conflitti hai dovuto affrontare?

In qualità di coordinatore tecnico locale, dovevo svolgere l’ispezione e la protezione del territorio. C’era il problema dei taglialegna illegali, un fenomeno molto grave nel Maranhão, insieme ai bracconieri. Gli organizzatori di queste attività non erano mai presenti e ci si imbatteva sempre nella manovalanza, fatta di operai, contadini, in sostanza di poveri. Quindi, non li arrestavamo: il nostro obiettivo era distruggere la struttura con cui lavoravano, veicoli, camion, trattori, traghetti, nelle aree di estrazione illegale di oro. Era un’attività rischiosa, la nostra. Durante questo lavoro siamo stati spesso colpiti da squadre di cecchini nascosti nei boschi. Mi hanno sparato molte volte, mai colpito.

Quando sono iniziate le minacce nei tuoi confronti?

Quando la Polizia Militare ha iniziato a ricevere tangenti dai taglialegna illegali per impedire il nostro lavoro, nel 2019. Prendiamo il caso di Bruno: per 10 anni ha bruciato trattori, affondato traghetti che costavano milioni di reais. Per molti anni abbiamo svolto questo servizio, ma non ci hanno mai toccato, perché sapevano che uccidere un funzionario del governo avrebbe avuto serie conseguenze. Ma dall’ascesa del governo Bolsonaro, soprattutto dopo Marcelo Xavier alla Funai, è diventato tollerabile minacciare gli indigenisti. Per prima cosa hanno ucciso Maxciel Pereira da Silva, che ha lavorato con Bruno nello stato di Amazonas. Poi hanno ucciso Paulo Guajajara. Quindi sapevo che sarei stato il prossimo.

E anche tu ti sei sentito minacciato.

Giorni prima della morte di Paulo, un investigatore della polizia di Imperatriz, noto come “Carioca”, mi ha puntato una pistola alla testa e ha detto: “Chi vuole proteggere gli indios qui, non durerà”. A quel tempo, l’Abin (Agenzia brasiliana di intelligence) è apparsa alla Funai di Imperatriz. Il giorno dopo hanno aperto un procedimento amministrativo contro di me. Allora ho visto che dovevo fare i conti non solo con i criminali, ma anche con buona parte dello Stato. Un comandante della polizia militare è persino entrato nel mio ufficio al fine di trovare la motocicletta che avevo sequestrato a un taglialegna illegale. Il governatore Flávio Dino lo sapeva, ma non ha fatto nulla. Tutti sono intimiditi. Paulo Guajajara è stato ucciso il 1 novembre 2019. Il 28 ero a Oslo.

Che rapporto avevi con Bruno Pereira?

Ho conosciuto Bruno durante la formazione per diventare indigenista, nel 2009. È stato lui ad avvertirmi che stava iniziando una caccia agli indigenisti, dieci anni dopo. Bruno era in cima alla lista degli agenti più compromessi che potevano essere oggetto di persecuzione ed il mio nome veniva subito dopo. Sapeva che molti processi amministrativi avrebbero portato al licenziamento. Quindi ha preso un congedo di due anni ed è stato ucciso mentre era in congedo. L’ho chiesto anch’io, ma mi è stato rifiutato. Quando è scomparso, ho capito subito che era stato ucciso.

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Lei ha già affermato di non credere alle versioni ufficiali delle indagini sulla morte di Bruno.

La mia teoria è che Bruno sia stato ucciso perché aveva consegnato un documento proprio come il mio poco prima di morire, un documento molto importante sulla criminalità organizzata in Amazzonia. Come ha fatto a non rendersi conto che le istituzioni sono tutte infiltrate? C’è addirittura un procuratore della repubblica che fa parte delle milizie! E Bruno ha consegnato nelle loro mani il suo resoconto.

In che modo il governo Bolsonaro è connivente con la persecuzione a gli indigenisti?

Una volta ho incenerito un camion del più grande taglialegna illegale di Amarante (Maranhão), Lauro Coelho. Il suo camion era pieno di adesivi “Bolsonaro Presidente”. Ha comprato tanti voti per Bolsonaro in regione. La situazione del Funai oggi è paralizzata. Non ci sono più soldi per riparare le auto, per il carburante, non ci sono più ispezioni. Oggi, la Funai è un ufficio del registro, che timbra i documenti per gli indios. La sistematica persecuzione ai difensori dell’Amazzonia, già esistente, è peggiorata. A mio avviso, bisogna parlare di internazionalizzazione dell’Amazzonia. Non c’è mai stata una sovranità effettiva dello stato brasiliano su quel territorio, la sovranità appartiene al crimine. Se lo Stato brasiliano non è in grado di proteggere questa risorsa naturale di importanza universale, sono favorevole alla sua internazionalizzazione. Gli indigeni devono stare al sicuro. Persone come Bruno e Dorothy Stang, altra attivista statunitense assassinata in Amazzonia nel 2005, dovrebbero essere vive. Pagine Esteri

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* Glória Paiva è una giornalista, scrittrice e traduttrice brasiliana

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pagineesteri.it/2022/08/19/ape…


Sogni e morte sul “fiume d’oro” che scorre nelle viscere dell’Africa


Di Valeria Cagnazzo*

Pagine Esteri, 19 agosto 2022 – Sono state 18 le vittime del crollo di una miniera d’oro in Niger a inizio novembre, nella regione di Maradi, a sud del Paese e a pochi km dal confine con la Nigeria. E’ solo uno degli incidenti gravi che da alcuni anni, sempre con maggiore frequenza, stanno costando la vita a decine di minatori nel territorio saheliano. Tragedie abituali, secondo le autorità locali, a causa dell’instabilità del terreno e dei “metodi obsoleti” utilizzati per estrarre l’oro in questi territori. Le miniere di Maradi, che attirano migliaia di minatori da quando sono state scoperte a inizio 2021, rappresentano del resto solo uno dei tanti giacimenti che punteggiano una vastissima linea di ricchezza sotterranea nota come “il fiume d’oro”. Dal Sudan, come un nervo il percorso delle riserve di questo minerale si spinge nel terreno arido verso est e percorre il Ciad, il Niger, il Burkina Faso, fino al Mali e alla Mauritania: la nuova corsa all’oro che è iniziata da meno di un decennio lungo quest’insperato fiume ha aperto la strada a tecniche di estrazione “artigianali”, che causano costanti rischi per la manodopera impiegata negli scavi ma anche nuove forme di instabilità politica per gli Stati coinvolti.

Il primo giacimento del “fiume d’oro” fu scoperto nel 2012 in Sudan nella zona di Jabel Amir. Seguì il rinvenimento di risorse in Ciad, nel Tibesti, un anno dopo, e nel 2014 in Niger, non lontano da Agadez, e ancora nel nord del Mali e della Mauritania nel 2016. In poco tempo, le economie dei territori sahara-saheliani, che già nei secoli scorsi avevano attirato i colonizzatori per le ricchezze del loro sottosuolo, hanno ricominciato a ruotare intorno a questo minerale: Sudan, Mali e Burkina Faso rientrano oggi tra i primi cinque produttori d’oro nel continente africano. Le tonnellate di minerale estratte nei Paesi lungo questo fiume hanno rimpiazzato in questi anni il cotone nel mercato delle esportazioni.

2216996Il boom dell’oro, tuttavia, ha attirato soprattutto le mire di gruppi parastatali. Almeno un terzo dell’oro della zona saheliana, infatti, è estratto in maniera “artigianale” e “informale”, ovvero da gruppi non statali, rappresentati da privati o da organizzazioni illegali, spesso armate, che controllano le miniere, i lavoratori che scavano nelle viscere del terreno e spesso anche le intere aree abitate intorno alle riserve. Secondo un rapporto dell’International Crisis Group (ICG) del novembre 2019, l’oro ricavato in maniera “artigianale” oscillerebbe tra le 20 e le 50 tonnellate ogni anno in Mali, tra le 10 e le 30 tonnellate in Burkina Faso e intorno alle 15 tonnellate in Niger: un mercato del valore compreso tra 1,9 e 4,5 miliardi di dollari annui.

Una risorsa così ricca rappresenta nei Paesi del Sahel una fonte di impiego di importanza vitale. Dopo la crisi economica mondiale del 2008, per una popolazione quasi interamente dedita all’agricoltura e all’allevamento e pesantemente minacciata dall’avanzata del deserto e dalle drastiche conseguenze del cambiamento climatico, la scoperta del “fiume d’oro” è stato qualcosa di miracoloso. I numeri dei lavoratori impiegati nell’estrazione “artigianale” stilati dall’ICG parlano chiaro: si stimano un milione di minatori in Burkina Faso, 700.000 in Mali, 300.000 in Niger, ma vista l’assenza di un censimento della manodopera, prevalentemente impiegata “in nero”, i numeri potrebbero essere fino a tre volte più alti. Una risorsa di reddito che le famiglie residenti lungo questo nervo minerario difendono a costo di scontrarsi anche con le autorità statali. Ma a che prezzo?

La cronaca rivela, innanzitutto, il rischio che scavare in queste miniere rappresenta per i lavoratori. Gli aggettivi “artigianale” e “informale” non devono necessariamente far pensare a qualcosa di “primitivo”, come spiega in una chiara analisi sul tema Luca Raineri, ricercatore presso la Scuola Sant’Anna di Pisa ed esperto in materia di sicurezza in Africa. Nonostante la gestione spesso illegale e la corsa all’oro di gruppi parastatali che spesso si impossessano dei pozzi secondo la legge del “Chi prima arriva, meglio alloggia”, nelle miniere saheliane non si scava certo a mani nude, o almeno non sempre. Grazie alla loro crescente ricchezza, i proprietari delle miniere hanno potuto in molti casi perfezionare le estrazioni con tecniche sempre più moderne. Resta, però, il fatto che ai minatori impiegati in queste imprese artigianali e ufficiose non siano garantite le minime tutele sul lavoro, né i più elementari diritti umani. I crolli delle miniere nelle quali i lavoratori si ritrovano intrappolati e in cui spesso vengono seppelliti vivi sono all’ordine del giorno: l’incidente del 7 novembre in Niger ricorda quello di inizio settembre in Burkina Faso, in cui i corpi di almeno sei “cercatori d’oro illegali”, così li definì la polizia locale, furono trovati sottoterra, deceduti probabilmente per asfissia.

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La gestione delle miniere d’oro da parte di attori non statali, inoltre, può avere un potere distruttivo sui governi dei Paesi coinvolti o, in altri casi, rafforzarne i regimi. In pieno stile neoliberista, infatti, in molte zone del Sahel le estrazioni sono affidate a imprese private legate al governo: in cambio di una completa autonomia, i proprietari dei giacimenti garantiscono un prezioso supporto all’élite della capitale e la sicurezza della regione mediante un proprio corpo armato. In altre aree, al contrario, in cui delle riserve d’oro si sono appropriati gruppi di opposizione, l’estrazione “artigianale” assume un potenziale deflagrante nei confronti dei fragili equilibri politici regionali. La completa deregolamentazione della corsa all’oro, soprattutto laddove lo Stato è assente, comporta la crescita del banditismo. I gruppi terroristici si moltiplicano anche grazie a questa risorsa e il fiume dell’oro diventa lo scenario di scontri armati per il controllo del sottosuolo. Emblematico è il caso del Burkina Faso, dove, dopo la caduta di Compaoré (Presidente del Burkina Faso fino al 2014), i minatori hanno identificato sempre più spesso nei gruppi jihadisti i garanti dei loro posti di lavoro e della loro sicurezza.

Il crollo di una miniera aurifera è solo la punta dell’iceberg del terremoto politico che il fiume d’oro del deserto, scorrendo nei suoi tunnel sotterranei, sta provocando nel Sahel. Ancora una volta, nella Storia, i Paesi africani in gioco si ritrovano a fare i conti con la pericolosa ricchezza del loro sottosuolo. Ancora una volta, mentre i regimi e i gruppi terroristici allungano le mani, a pagare sono sempre i fili d’erba. Pagine Estere

FONTI

mining-technology.com/news/gol…

reuters.com/world/africa/least…

africanews.com/2021/09/03/burk…

iai.it/sites/default/files/rai…

crisisgroup.org/fr/africa/sahe…

2217000*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.

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Esercito israeliano fa irruzione e chiude le 6 ong palestinesi che accusa di “terrorismo”


AGGIORNAMENTO ORE 20

IL COMUNICATO DI AOI – CINI – Link2007 – Piattaforma delle ONG Italiane in Mediterraneo e Medio Oriente
Amnesty International Italia – Assopace Palestina – Rete italiana Pace e Disarmo

Attacco israeliano contro organizzazioni della società civile palestinese: il governo intervenga tempestivamente

Le Organizzazioni, Reti e Piattaforma firmatarie di questo appello, sollecitate dalle organizzazioni italiane operanti in Palestina, esprimono condanna e grande preoccupazione per il gravissimo atto di violenza avvenuto questa mattina, 18 agosto, che ha visto l’esercito israeliano fare irruzione negli uffici delle sei ONG palestinesi (Al-Haq, Bisan Center for Research and Development, Defence for Children International-Palestine, the Union of Agricultural Work Committees e la Union of Palestinian Women’s Committees) designate dal Ministero della Difesa israeliano quali organizzazioni terroristiche il 19 ottobre 2021 e, successivamente, dal Comandante Militare il 3 novembre 2021.

I militari hanno sequestrato computer e materiale e sigillato le porte dei sei uffici, tutti situati a Ramallah, affiggendovi un ordine di chiusura permanente, firmato dal Comandante dell’Esercito Israeliano in Cisgiordania. Il provvedimento afferma che negli uffici di queste organizzazioni vengono svolte attività illegali.

In questi mesi, nessuna prova è stata fornita dal Governo israeliano a sostegno della designazione delle sei ONG quali organizzazioni terroristiche, nonostante le ripetute richieste espresse sia dalle ONG stesse che da numerosi Governi e istituzioni internazionali.

Anche il Governo italiano, insieme ad altri otto governi di Paesi membri della Unione Europea, ha pubblicamente dichiarato che, in assenza di prove concrete, la solida collaborazione con sei organizzazioni che da decenni sono impegnate ad altissimo livello per la difesa e la promozione dei diritti umani nel Territorio Palestinese Occupato sarebbe continuata.

Riteniamo che gli avvenimenti di questa mattina siano un affronto da parte del Governo di Israele e una reazione inaccettabile alle legittime prese di posizione dei nove governi europei, che peraltro sono del tutto simili a quelle adottate dagli stessi Stati e dall’Unione Europea in passato in situazioni analoghe di mancato rispetto degli standard internazionali di protezione dei diritti umani.

L’attacco a chi difende e promuove il rispetto dei diritti umani delegittima l’utilizzo dei mezzi pacifici e legali per la risoluzione del conflitto, di fatto rafforzando le posizioni più estremiste in un momento di preoccupante escalation di violenza, che lascia la popolazione civile su entrambi i fronti ulteriormente vulnerabile.

Nel riaffermare con forza il sostegno a fianco delle sei ONG palestinesi e la estrema preoccupazione per l’incolumità di colleghi e colleghe che vi lavorano, le organizzazioni firmatarie di questo comunicato chiedono un intervento immediato del Governo italiano, che preveda:

  • La Convocazione immediata dei rappresentanti delle Autorità Diplomatiche israeliane perché riferiscano sul caso
  • La reiterazione dell’impegno pubblicamente espresso lo scorso 12 luglio a continuare a sostenere le sei ONG palestinesi, e le ONG italiane che vi collaborano, anche attraverso finanziamenti della Cooperazione Italiana
  • La denuncia di questi fatti come parte della politica di Israele volta ad imbavagliare la società civile palestinese, ad utilizzare le misure antiterrorismo in modo arbitrario e strumentale, al solo scopo di silenziare il dissenso e ostacolare l’azione dei difensori dei diritti umani e ad intimidire la popolazione, con il risultato di negare l’esercizio del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Tale denuncia, e la richiesta ufficiale di recedere da questi abusi, rientra negli obblighi che il diritto internazionale pone in capo agli Stati terzi a fronte della violazione di norme imperative, come nel caso di specie
  • Una presa di posizione chiara e misure concrete da parte del Governo italiano e della Unione Europea mirate a indurre Israele a porre fine alle pratiche discriminatorie e di oppressione che, come denunciato anche da Amnesty International e dalla ONG israeliana B’Tselem costituiscono un sistema di apartheid contro la popolazione palestinese tutta nel Territorio Occupato e in Israele.

AGGIORNAMENTO ORE 17.30

I rappresentanti di una ventina di paesi europei, tra i quali l’Italia, hanno fatto visita oggi ad al Haq in una dimostrazione di solidarietà all’ong e alle altre cinque organizzazioni per i diritti umani palestinesi chiuse la scorsa notte dall’esercito israeliano

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AGGIORNAMENTO ORE 14

IL COMMENTO DELLA DEPUTATA LAURA BODRINI, Presidente del Comitato della Camera sui diritti umani nel mondo.

“Solidarieta’ alle 6 ong palestinesi vittime di una violenta irruzione nelle loro sedi da parte dell’esercito israeliano allo scopo di interrompere ogni loro attivita’. Queste organizzazioni, impegnate nella difesa dei diritti umani, sono state accusate dal governo israeliano di sostegno al terrorismo, senza che sia mai stata fornita alcuna prova. L’Unione Europea, gli Stati Uniti e molti altri Paesi con cui le ong tutt’ora collaborano, hanno sollecitato a piu’ riprese il governo israeliano a dimostrare con prove concrete l’ipotesi di reato mossa nei loro confronti, senza tuttavia avere alcuna risposta. Il mese scorso, una nota congiunta dei ministeri degli Esteri di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia ha annunciato che questi Stati non ritengono “terroristiche” le 6 ong palestinesi. Questa operazione militare assume dunque le sembianze di un vero e proprio attacco, ingiustificabile nella scelta e brutale nelle modalita’. La comunita’ internazionale si attivi per interrompere da subito questo accanimento che ormai perdura da mesi. La lotta al terrorismo e’ cosa ben diversa dalla persecuzione di organizzazioni non governative che si impegnano per difendere la vita e i diritti delle persone”.

AGGIORNAMENTO 18 AGOSTO 2022 ORE 8

L’esercito israeliano ha fatto irruzione negli uffici delle 6 ong palestinesi per i diritti umani – tra cui Al Haq, Addameer e Bisan – che aveva dichiarato illegali ad ottobre per presunti “legami con il terrorismo”. I soldati hanno lasciato un ordine militare che dichiara le ong illegali e chiuse, sigillando le porte dei loro uffici in Cisgiordania. Qualche giorno fa il ministro della difesa israeliano Gantz aveva ratificato in via definitiva il suo provvedimento sulle ong nonostante le critiche registrate a livello internazionale.

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PER APPROFONDIRE IL TEMA VI INVITIAMO A LEGGERE L’ARTICOLO CHE PAGINE ESTERI PUBBLICO’ LO SCORSO OTTOBRE DOPO LA DECISIONE PRESA DAL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO.

della redazione

Pagine Esteri, 23 ottobre 2021Attacco frontale alle ong palestinesi per la tutela dei diritti umani, alcune delle quali operano da decenni e godono di ampio riconoscimento internazionale. Ieri il ministro della difesa israeliano, Benny Gantz, ha proclamato ufficialmente sei di queste ong “organizzazioni terroristiche” poiché, a suo dire, sono espressione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina – un partito di sinistra, di orientamento marxista, presente con tre deputati nel Consiglio legislativo palestinese – che Israele considera un gruppo terroristico.

Spiccano i nomi di Addameer, che assiste i prigionieri politici palestinesi, e di Al-Haq, un’organizzazione che lavora da decenni con le Nazioni Unite. Nell’elenco sono incluse anche Defense for Children International-Palestine, Union of Agricultural Workers, Bisan Center for Research and Development, Union of Palestinian Women Committees. Nei mesi scorsi con la stessa motivazione era stata ugualmente descritta come una “organizzazione terroristica” anche l’associazione Samidoun che diffonde informazioni sui detenuti politici.

La dichiarazione di Gantz è volta a mettere al bando queste ong palestinesi e autorizza l’esercito a chiudere i loro uffici, a sequestrare i loro beni e ad arrestare e incarcerare il loro personale. Infine, vieta il finanziamento alle loro attività. Quest’ultimo aspetto ha una particolare importanza per i rapporti internazionali di queste ong palestinesi. Con ogni probabilità il passo del ministro israeliano spingerà varie istituzioni e ong internazionali, in particolare quelle occidentali, a cessare qualsiasi sostegno ad Addameer, al Haq e alle altre ong colpite dal provvedimento. “È un attacco sfacciato, una pericolosa escalation che minaccia di paralizzare completamente il lavoro della società civile palestinese nell’opporsi all’abuso dei diritti umani”, ha commentato Omar Shakir, responsabile di Israele e Palestina per Human Rights Watch. Anche Amnesty International ha protestato con forza e condannato la decisione di Gantz.

Addameer fornisce assistenza gratuita e consulenza legale ai prigionieri palestinesi, centinaia dei quali sono detenuti nelle carceri israeliane senza processo e senza accuse formali. Documenta anche altre violazioni e mette in evidenza i maltrattamenti dei minori palestinesi. Al-Haq, ong storica della società civile palestinese, ricerca e documenta violazioni del diritto internazionale umanitario nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Il gruppo afferma di documentare le violazioni “indipendentemente dall’identità dell’autore”.

La dichiarazione di Gantz è stata denunciata anche dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem. “E’ una mossa che caratterizza i regimi totalitari” – ha scritto B’Tselem in un comunicato – “Ma la guerra non è pace, l’ignoranza non è potere e l’attuale governo (israeliano) non è un governo di cambiamento bensì un governo di continuazione del violento regime di apartheid che è in vigore da molti anni tra il mare e il fiume Giordano. B’Tselem è solidale con i nostri colleghi palestinesi, orgoglioso del nostro lavoro congiunto con loro nel corso degli anni e continuerà a farlo”.

Una reazione è giunta anche Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che, ha dichiarato, richiederà maggiori informazioni sulla designazione di “organizzazione terroristica” per le ong palestinesi decise dal ministro Gantz. “Il governo israeliano non ci ha avvertito in anticipo”, ha precisato il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price. “Crediamo che il rispetto dei diritti umani, le libertà fondamentali e una società civile forte siano di fondamentale importanza per una governance responsabile e reattiva”, ha aggiunto. Parole che possono essere interpretate come un raro rimprovero statunitense al governo israeliano. Pagine Esteri

L'articolo Esercito israeliano fa irruzione e chiude le 6 ong palestinesi che accusa di “terrorismo” proviene da Pagine Esteri.


Pugno di ferro di Israele e crollo dell’Anp di Abu Mazen. La Cisgiordania in fiamme


di Michele Giorgio –

(nella foto da twitter Ibrahim Nabulsi)

Pagine Esteri, 12 agosto 2022 – Martedì, mentre nella notte una calma carica di tensione regnava lungo le linee tra Israele e Gaza, l’esercito israeliano di fatto trasformava Ibrahim Nabulsi, 26 anni, in un eroe nazionale palestinese. Quando le unità scelte dell’esercito hanno circondato il suo rifugio nella casbah di Nablus, in Cisgiordania, il giovane palestinese, ricercato da Israele, ha scelto di non arrendersi. Ha resistito, risposto al fuoco, poi ha compreso che per lui era finita. Prima di essere ucciso, è riuscito a registrare un messaggio vocale su WhatsApp e l’ha inviato alla madre, per salutarla e per spiegare la sua decisione di morire da martire e di non arrendersi. L’audio ha girato girava su tutta la rete. Quindi ha esortato i suoi compagni di lotta a resistere all’occupazione. Pochi secondi dopo i militari israeliani hanno lanciato un razzo contro l’edificio in cui si era barricato. L’esplosione ha ucciso tutti quelli che erano all’interno. Oltre a Nabulsi, sono morti altri due palestinesi, Islam Sabbouh, e un adolescente di 17 anni. Intanto sale il bilancio dei palestinesi uccisi nei giorni scorsi dai bombardamenti a Gaza è salito a 49.

Nabulsi, considerato dagli israeliani un «pericoloso terrorista», in poche ore è diventato una figura leggendaria. Sui social e i giornali palestinesi hanno ricordato le tante volte in cui era sfuggito alla cattura da parte dell’intelligence israeliana – l’ultima due settimane fa – usando rifugi diversi e gallerie sotterranee. Proprio come fece il leader palestinese Yasser Arafat nel 1967 nelle settimane successive all’occupazione israeliana della Cisgiordania prima di rifugiarsi in Giordania. E quasi trent’anni dopo un’altra primula rossa, Ahmad Tabouk, noto come il «Robin Hood» della casbah di Nablus, ricercato dagli israeliani e anche dai servizi palestinesi. Tabouk da un lato combatteva l’occupazione e dall’altro estorceva denaro alla borghesia ricca della città per distribuirlo alle famiglie povere di Nablus. Arrestato dall’Anp e riabilitato come agente di polizia, fu ucciso dall’esercito israeliano durante la seconda Intifada.

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Nabulsi non è un simbolo unificante per i palestinesi come la giornalista Shireen Abu Akleh, uccisa a Jenin lo scorso maggio – ora una strada di Ramallah porta il suo nome -, ma la sua figura mette d’accordo un po tutti. Non era del movimento islamico Hamas, non faceva parte di Fatah anche se per qualche tempo aveva militato nelle Brigate di Al Aqsa, l’ala armata del partito del presidente Abu Mazen. Di fatto collaborava con tutti e anche ciò ne aveva fatto un punto di riferimento per tanti giovani a Nablus e Jenin. «In Israele cambiano i governi ma non le politiche nei confronti dei palestinesi – commenta Nasser Abul Hadi, un giornalista cisgiordano – (Israele) usa solo la forza, non analizza i cambiamenti che avvengono nella società palestinese, sul terreno, e non bada alle conseguenze dell’occupazione militare che dura da 55 anni». I proiettili che sparano i soldati, aggiunge, «stanno creando nuovi eroi per milioni di persone stanche dell’occupazione. I giovani palestinesi non accettano di vivere in queste condizioni e non pochi fra loro si uniscono alle organizzazioni armate, specie nei campi profughi di Jenin e Nablus». Quest’anno non meno di 1.720 persone sono state arrestate, sia palestinesi che cittadini arabi di Israele. Sessantasei palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da gennaio a giugno, rispetto agli 81 dell’intero 2021. La scorsa primavera, in attacchi armati palestinesi, 19 persone a Tel Aviv e altre città.

Sulla stampa in lingua ebraica, o parte di essa, non manca chi sottolinea che qualcosa di rilevante sta avvenendo in Cisgiordania. E non dipende solo dalla crescente influenza di Hamas in quel territorio. La leadership dell’Anp di Abu Mazen sta progressivamente perdendo il controllo. A dimostrarlo sono proprio i continui raid israeliani anche nelle aree A (il 14% della Cisgiordania) che ufficialmente ricadono sotto la piena autorità del governo palestinese. Il quotidiano Haaretz in un articolo di qualche giorno fa lasciava intendere che Tel Aviv non crede più alle possibilità dell’Anp di svolgere azioni di «antiterrorismo». Perciò preferisce lanciare raid in Cisgiordania, scontrandosi spesso con i combattenti palestinesi ed effettuando decine di arresti ogni settimana. Secondo Haaretz, le previsioni fatte dal governo israeliano su cosa accadrà il giorno dopo la morte di Abu Mazen sono già superate: il cambiamento in Cisgiordania è già avvenuto mentre l’anziano rais è ancora al potere. Pagine Esteri

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Pugno di ferro di Israele e crollo dell’Anp di Abu Mazen. La Cisgiordania in fiamme


di Michele Giorgio –

(nella foto da twitter Ibrahim Nabulsi)

Pagine Esteri, 12 agosto 2022 – Martedì, mentre nella notte una calma carica di tensione regnava lungo le linee tra Israele e Gaza, l’esercito israeliano di fatto trasformava Ibrahim Nabulsi, 26 anni, in un eroe nazionale palestinese. Quando le unità scelte dell’esercito hanno circondato il suo rifugio nella casbah di Nablus, in Cisgiordania, il giovane palestinese, ricercato da Israele, ha scelto di non arrendersi. Ha resistito, risposto al fuoco, poi ha compreso che per lui era finita. Prima di essere ucciso, è riuscito a registrare un messaggio vocale su WhatsApp e l’ha inviato alla madre, per salutarla e per spiegare la sua decisione di morire da martire e di non arrendersi. L’audio ha girato girava su tutta la rete. Quindi ha esortato i suoi compagni di lotta a resistere all’occupazione. Pochi secondi dopo i militari israeliani hanno lanciato un razzo contro l’edificio in cui si era barricato. L’esplosione ha ucciso tutti quelli che erano all’interno. Oltre a Nabulsi, sono morti altri due palestinesi, Islam Sabbouh, e un adolescente di 17 anni. Intanto sale il bilancio dei palestinesi uccisi nei giorni scorsi dai bombardamenti a Gaza è salito a 49.

Nabulsi, considerato dagli israeliani un «pericoloso terrorista», in poche ore è diventato una figura leggendaria. Sui social e i giornali palestinesi hanno ricordato le tante volte in cui era sfuggito alla cattura da parte dell’intelligence israeliana – l’ultima due settimane fa – usando rifugi diversi e gallerie sotterranee. Proprio come fece il leader palestinese Yasser Arafat nel 1967 nelle settimane successive all’occupazione israeliana della Cisgiordania prima di rifugiarsi in Giordania. E quasi trent’anni dopo un’altra primula rossa, Ahmad Tabouk, noto come il «Robin Hood» della casbah di Nablus, ricercato dagli israeliani e anche dai servizi palestinesi. Tabouk da un lato combatteva l’occupazione e dall’altro estorceva denaro alla borghesia ricca della città per distribuirlo alle famiglie povere di Nablus. Arrestato dall’Anp e riabilitato come agente di polizia, fu ucciso dall’esercito israeliano durante la seconda Intifada.

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Nabulsi non è un simbolo unificante per i palestinesi come la giornalista Shireen Abu Akleh, uccisa a Jenin lo scorso maggio – ora una strada di Ramallah porta il suo nome -, ma la sua figura mette d’accordo un po tutti. Non era del movimento islamico Hamas, non faceva parte di Fatah anche se per qualche tempo aveva militato nelle Brigate di Al Aqsa, l’ala armata del partito del presidente Abu Mazen. Di fatto collaborava con tutti e anche ciò ne aveva fatto un punto di riferimento per tanti giovani a Nablus e Jenin. «In Israele cambiano i governi ma non le politiche nei confronti dei palestinesi – commenta Nasser Abul Hadi, un giornalista cisgiordano – (Israele) usa solo la forza, non analizza i cambiamenti che avvengono nella società palestinese, sul terreno, e non bada alle conseguenze dell’occupazione militare che dura da 55 anni». I proiettili che sparano i soldati, aggiunge, «stanno creando nuovi eroi per milioni di persone stanche dell’occupazione. I giovani palestinesi non accettano di vivere in queste condizioni e non pochi fra loro si uniscono alle organizzazioni armate, specie nei campi profughi di Jenin e Nablus». Quest’anno non meno di 1.720 persone sono state arrestate, sia palestinesi che cittadini arabi di Israele. Sessantasei palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da gennaio a giugno, rispetto agli 81 dell’intero 2021. La scorsa primavera, in attacchi armati palestinesi, 19 persone a Tel Aviv e altre città.

Sulla stampa in lingua ebraica, o parte di essa, non manca chi sottolinea che qualcosa di rilevante sta avvenendo in Cisgiordania. E non dipende solo dalla crescente influenza di Hamas in quel territorio. La leadership dell’Anp di Abu Mazen sta progressivamente perdendo il controllo. A dimostrarlo sono proprio i continui raid israeliani anche nelle aree A (il 14% della Cisgiordania) che ufficialmente ricadono sotto la piena autorità del governo palestinese. Il quotidiano Haaretz in un articolo di qualche giorno fa lasciava intendere che Tel Aviv non crede più alle possibilità dell’Anp di svolgere azioni di «antiterrorismo». Perciò preferisce lanciare raid in Cisgiordania, scontrandosi spesso con i combattenti palestinesi ed effettuando decine di arresti ogni settimana. Secondo Haaretz, le previsioni fatte dal governo israeliano su cosa accadrà il giorno dopo la morte di Abu Mazen sono già superate: il cambiamento in Cisgiordania è già avvenuto mentre l’anziano rais è ancora al potere. Pagine Esteri

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La fame in Sri Lanka: una catastrofe che ci riguarda


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 8 agosto 2022 – I distributori di carburante sono chiusi, le case e gli uffici restano al buio per molte ore al giorno. Nella capitale Colombo, fuori dalle farmacie i pazienti depennano dalla lista della spesa i farmaci ai quali possono rinunciare, per ognuno di quelli salvavita tirano un sospiro pensando al riso o al latte che per alcuni giorni non potranno permettersi. Tre persone su quattro, ogni giorno, sono costrette a saltare un pasto. Lo Sri Lanka è affondato in una disastrosa crisi economica, la peggiore dal 1948, anno della sua indipendenza.

Il debito estero ammonta a oltre 51 miliardi di dollari e lo Sri Lanka ha dovuto dichiarare il fallimento: le sue riserve di valuta estera sono esaurite. Lontano dai riflettori internazionali, un Paese di 22 milioni di abitanti, con una popolazione istruita e con un reddito pro-capite tra i più alti dell’Asia meridionale, è scivolato nella catastrofe, fino a dover dichiarare la bancarotta. L’Onu chiede “immediata attenzione globale” per la crisi economica del Paese.

I tre mesi neri dello Sri Lanka – La catabasi dello Sri Lanka è stata lenta e inesorabile. Il debito che cresceva, le coltivazioni che non producevano più a sufficienza beni di sussistenza, il carburante che scarseggiava insieme a tutti gli altri prodotti di importazione che il Paese non poteva più permettersi: negli ultimi tre mesi, la situazione è precipitata.

In notti concitate di telefonate e riunioni segrete, nel mese di aprile il gabinetto del premier Rajapaksa si è rapidamente svuotato. A dimettersi anche il governatore della banca centrale, da settimane impegnato a rifiutare le proposte di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. All’ennesima dimissione, quella del nuovo ministro delle finanze, nominato solo ventiquattro ore prima, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Sono seguite settimane di proteste, i cittadini affamati raccolti nelle strade chiedevano pane, carburante e un nuovo governo: la polizia rispondeva con una repressione sempre più violenta, uccidendo almeno dieci manifestanti e ferendone centinaia. L’ordine era – e rimane – quello di sparare a vista contro “chiunque costituisca un pericolo”.

A inizio maggio è intervenuta l’Onu, allarmata dalla “crisi umanitaria” nel Paese, con il 75% della popolazione ridotta alla fame. Il 9 maggio, il primo ministro Mahinda Rajapaksa si è dimesso da primo ministro ed fuggito a Singapore. A luglio, anche il Presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, fratello dell’ex primo ministro, ha rassegnato le sue dimissioni ed è fuggito alle Maldive. Il palazzo presidenziale è stato preso d’assalto dai manifestanti, che si sono fatti immortalare mentre si tuffavano nelle sue piscine e mettevano a ferro e fuoco le sue camere da letto. Gli è succeduto un veterano della politica di Colombo, Ranil Wickremesinghe.

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Il vecchio e il nuovoPer decenni, lo Sri Lanka è stato amministrato da un governo ultranazionalista a conduzione familiare. Una vera dinastia, quella dei Rajapaksa, che ha controllato il Paese dal 2004. Mahinda Rajapaksa è stato Primo ministro nel 2004, poi Presidente per dieci anni, poi di nuovo Primo ministro dal 2018 al 2022. Suo fratello Gotabaya lo ha affiancato come Ministro della Difesa per un decennio e dal 2019 è stato Presidente. Due altri fratelli della famiglia Rajapaksa hanno ricoperto posizioni di potere nello stesso ventennio. Durante la guerra civile, i Rajapaksa furono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità a causa della violentissima repressione di cui furono autori contro la formazione ribelle delle Tigri Tamil. Su di loro, anche dopo la riappacificazione del Paese, continuarono ad allungarsi le ombre delle accuse di corruzione e di omicidi e sparizioni di oppositori politici, attivisti e giornalisti. Il soprannome di Gotabaya divenne “terminator”.

Dopo quasi diciott’anni al potere, a luglio la famiglia Rajapaksa è stata costretta ad abbandonare il Paese. Il popolo in rivolta accusava il governo di essere il responsabile della catastrofe dello Sri Lanka, a causa della corruzione e delle politiche economiche e agricole dei Rajapaksa di questi anni.

I nuovi volti al governo non sono, però, molto incoraggianti. Il nuovo Presidente, Ranil Wickremesinghe, non è certo un neofita: veterano dell’estrema destra, per sei volte primo ministro, protagonista della guerra civile e delle violenze contro i ribelli Tamil. Una storia molto familiare, per la popolazione. Fresco di nomina, come da tradizione Rajapaksa, ha scelto un suo vecchio amico come primo ministro, Dinesh Gunawardena, un fedelissimo del vecchio governo. Ha poi confermato lo stato di emergenza nel Paese: l’esercito è stato mandato nelle strade a reprimere nel sangue qualsiasi tentativo di protesta. Sul Paese è calato definitivamente il buio.

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Le cause di una tragedia annunciata I fratelli Rajapaksa sono considerati i prinicipali responsabili della crisi economica del Paese. La dinastia al potere ha accumulato debiti esteri, principalmente con Cina e India. Circa il 10 per cento del debito estero locale dello Sri Lanka è detenuto da Pechino, un creditore non certo affabile, che negli anni ha moltiplicato i suoi interessi e che adesso pretende risarcimenti immediati. Che Colombo non può certo offrire, dal momento che, dopo aver contratto la metà dei suoi debiti vendendo titoli di stato in valuta estera, se n’è trovato completamente sprovvisto. A inizio anno, degli oltre 51 miliardi di dollari che doveva restituire ai suoi creditori, le casse dello Sri Lanka ne possedevano a malapena uno.

Nelle mani dei Rajapaksa, tutto sembrava possibile in nome della liberalizzazione del mercato e dei fondi provenienti dai Paesi più ricchi: ai loro conoscenti venivano garantiti appalti per infrastrutture finanziate a suon di debiti. Adesso molte di loro sono ancora cantieri aperti, cattedrali a cielo aperto in un Paese alla fame.

Tra le cause della crisi, c’è poi la guerra russo-ucraina, che ha messo in crisi i Paesi ricchi ma ha completamente prostrato i Paesi a medio e basso reddito, che ancora stavano facendo i conti con le conseguenze della pandemia e addirittura della crisi economica del 2008. In Sri Lanka, l’emergenza da Covid19 aveva già determinato un danno disastroso all’economia, con un taglio netto a uno dei suoi settori principali, il turismo. La scarsità di materie prime, nel mercato di Colombo ormai completamente dipendente dalle importazioni, ha spinto le banche a contrarre nuovi vincoli con i suoi creditori.

La crisi dello Sri Lanka è, però, anche una crisi agro-alimentare, che affonda le sue radici ancora una volta nelle scelte dell’ex governo di Colombo ma che riguarda anche le nostre tavole, principalmente quelle dei ceti abbienti dell’Occidente democratico. Secondo molti studiosi, a rovinare irrimediabilmente il Paese è stata l’agricoltura biologica.

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L’agricoltura biologica che affama i poveri“Un’applicazione generalizzata del «bio» condannerebbe alla fame la maggioranza dell’umanità”, scriveva qualche settimana fa il giornalista Federico Rampini sulle pagine del Corriere, a proposito di quello che definiva “un piccolo, sporco segreto” della crisi dello Sri Lanka.

Nell’aprile del 2021, all’improvviso, letteralmente dalla sera alla mattina, il governo Rajapaksa annunciò la conversione dell’intero settore agricolo del Paese in agricoltura biologica. A consigliarlo in questa scelta erano stati indubbiamente i suoi soci economici orientali e occidentali, Paesi ricchi attratti dalle potenzialità di mercato dei prodotti biologici. La produzione “bio” attrae molto i ceti abbienti: i prodotti vengono coltivati senza l’uso di sostanze chimiche, non sono contaminati e non contaminano l’ambiente, costituiscono quindi una scelta salutista ed ecologica al tempo stesso. Un lusso virtuoso, in breve, ma adottarla su larga scala in un Paese povero può portarlo alla catastrofe.

E’ quello che è successo in Sri Lanka, dove da un giorno all’altro i contadini sono stati costretti a fare i conti con un nuovo sistema agricolo molto meno produttivo. Non potendo più usare fertilizzanti né pesticidi, i contadini hanno visto i loro campi impoverirsi a vista d’occhio. La produttività si dimezzava nelle loro mani, mentre il governo di Colombo continuava a pretendere il “bio”. Finché tre quarti della popolazione non hanno avuto più di che alimentarsi. Molto prima che il popolo si ribellasse contro la dinastia Rajapaksa, nelle strade erano gli agricoltori a manifestare, chiedendo di poter tornare ai metodi tradizionali di coltivazione e di “salvare il salvabile”. Non sono stati ascoltati.

Quando il governo si è reso conto delle proporzioni della catastrofe “bio”, era troppo tardi. In primavera, il primo ministro aveva annunciato che il Paese sarebbe tornato ad acquistare fertilizzante per l’agricoltura. Una promessa che aveva lasciato impassibili i contadini: non c’era più denaro, in Sri Lanka, neppure per il fertilizzante.

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Nella morsa del Fondo MonetarioPer un Paese della nuova via della seta come lo Sri Lanka, i creditori preferenziali sono sempre stati la Cina e l’India. Miliardi di debito sono stati accumulati da Colombo prima che si rendesse conto di non poterli restituire, né di poter fare fronte ai pesantissimi tassi di interesse di Pechino. Sono serviti mesi di proteste, morti per le strade, una crisi di governo e un’intera popolazione in emergenza umanitaria perché Colombo guardasse davanti a sé, verso l’enorme mostro dei propri creditori esigenti.

Per anni il Paese ha rifiutato il dialogo con Il Fondo Monetario Internazionale, ma secondo la nuova leadership non sembrano più esserci alternative. Un inverno cupo si prepara. Come annunciato dai portavoce del governo, la posizione dello Sri Lanka al tavolo delle trattative con il Fondo Monetario Internazionale non potrà che essere di estrema inferiorità e vulnerabilità. Per risanare la sua situazione economica, il Paese sarà costretto ad accettare qualsiasi condizione: privatizzazioni su larga scala, tagli alla previdenza sociale, sudditanza agli interessi delle economie di Stati Uniti ed Europa occidentale. I debiti saranno, insomma, pagati come sempre dagli ultimi, che ne usciranno soltanto più poveri e affamati.

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Mai così vicinoLe dimensioni umane della tragedia che il Paese sta affrontando ci coinvolgono senz’altro, ma non è solo per questo che la “catastrofe Sri Lanka” potrebbe insegnarci molto e metterci in guardia. Sul disastro del “biologico”, ad esempio: un lusso della sinistra benestante e al tempo stesso un pericolo umanitario per le economie più povere, se gestito in maniera sprovveduta.

Il caso Sri Lanka costituisce, poi, la punta di un iceberg immenso che la liberalizzazione dei mercati dei Paesi poveri, incoraggiata dal Fondo Monetario Internazionale, ha creato. La fame improvvisa di 21 milioni di persone potrebbe essere un campanello d’allarme potentissimo, se l’Occidente fosse pronto ad ascoltarlo.

Per anni il Paese ha accumulato debiti esteri da Paesi ricchi che li offrivano con tassi di interesse bassissimi, un miraggio per le economie più povere del mondo. I fondi dei creditori ricchi sono liberamente fluiti verso le economie “in crescita” del pianeta, inclusa quella di Colombo, che, però, al primo segnale di cedimento è stata lasciata completamente sola, con debiti e interessi improvvisamente altissimi da pagare.

“Considerato in questa luce, è chiaro che lo Sri Lanka non è solo; semmai, è solo un presagio di una tempesta in arrivo di sofferenza del debito in quelli che gli economisti chiamano i “mercati emergenti””, scrive sul Guardian Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts. “Il Fondo Monetario Internazionale si lamenta della situazione e non fa quasi nulla, e sia esso che la Banca Mondiale si aggiungono al problema con la loro rigida insistenza sui rimborsi e lo spaventoso sistema di supplementi imposto dal FMI. Mancano in azione il G7 e la “comunità internazionale”, il che è profondamente irresponsabile data la portata del problema e il loro ruolo nel crearlo”.

Secondo Ghosh, lo Sri Lanka non è che l’esempio dello tsunami che si abbatterà su molti altri Paesi vittime della stessa politica economic,a e di conseguenza anche sui Paesi ricchi in Occidente e in Asia. “La triste verità è che il “sentimento degli investitori” si muove contro le economie più povere indipendentemente dalle condizioni economiche reali in determinati Paesi.”, e aggiunge che “il contagio interesserà non solo le economie che stanno già attraversando difficoltà (…) Libano, Suriname e Zambia sono già formalmente inadempienti; La Bielorussia è sull’orlo; e l’Egitto, il Ghana e la Tunisia sono in grave difficoltà di indebitamento”. Una catastrofe annunciata che potrebbe aggredire i Paesi creditori da più fronti. Il potenziale di destabilizzazione politica ed economica delle crisi che l’Occidente ha contribuito a preparare è enorme.

Una fonte diplomatica singalese, intanto, ha anche annunciato “uno tsunami di migranti in Europa”. Nel solo mese di giugno, le richieste di passaporto da parte di cittadini singalesi sono state più di 80.000, quattro volte di più rispetto all’anno precedente. Un’altra delle conseguenze della propria economia con le quali l’Occidente prima o poi dovrà fare i conti.

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La fame in Sri Lanka: una catastrofe che ci riguarda


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 8 agosto 2022 – I distributori di carburante sono chiusi, le case e gli uffici restano al buio per molte ore al giorno. Nella capitale Colombo, fuori dalle farmacie i pazienti depennano dalla lista della spesa i farmaci ai quali possono rinunciare, per ognuno di quelli salvavita tirano un sospiro pensando al riso o al latte che per alcuni giorni non potranno permettersi. Tre persone su quattro, ogni giorno, sono costrette a saltare un pasto. Lo Sri Lanka è affondato in una disastrosa crisi economica, la peggiore dal 1948, anno della sua indipendenza.

Il debito estero ammonta a oltre 51 miliardi di dollari e lo Sri Lanka ha dovuto dichiarare il fallimento: le sue riserve di valuta estera sono esaurite. Lontano dai riflettori internazionali, un Paese di 22 milioni di abitanti, con una popolazione istruita e con un reddito pro-capite tra i più alti dell’Asia meridionale, è scivolato nella catastrofe, fino a dover dichiarare la bancarotta. L’Onu chiede “immediata attenzione globale” per la crisi economica del Paese.

I tre mesi neri dello Sri Lanka – La catabasi dello Sri Lanka è stata lenta e inesorabile. Il debito che cresceva, le coltivazioni che non producevano più a sufficienza beni di sussistenza, il carburante che scarseggiava insieme a tutti gli altri prodotti di importazione che il Paese non poteva più permettersi: negli ultimi tre mesi, la situazione è precipitata.

In notti concitate di telefonate e riunioni segrete, nel mese di aprile il gabinetto del premier Rajapaksa si è rapidamente svuotato. A dimettersi anche il governatore della banca centrale, da settimane impegnato a rifiutare le proposte di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. All’ennesima dimissione, quella del nuovo ministro delle finanze, nominato solo ventiquattro ore prima, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Sono seguite settimane di proteste, i cittadini affamati raccolti nelle strade chiedevano pane, carburante e un nuovo governo: la polizia rispondeva con una repressione sempre più violenta, uccidendo almeno dieci manifestanti e ferendone centinaia. L’ordine era – e rimane – quello di sparare a vista contro “chiunque costituisca un pericolo”.

A inizio maggio è intervenuta l’Onu, allarmata dalla “crisi umanitaria” nel Paese, con il 75% della popolazione ridotta alla fame. Il 9 maggio, il primo ministro Mahinda Rajapaksa si è dimesso da primo ministro ed fuggito a Singapore. A luglio, anche il Presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, fratello dell’ex primo ministro, ha rassegnato le sue dimissioni ed è fuggito alle Maldive. Il palazzo presidenziale è stato preso d’assalto dai manifestanti, che si sono fatti immortalare mentre si tuffavano nelle sue piscine e mettevano a ferro e fuoco le sue camere da letto. Gli è succeduto un veterano della politica di Colombo, Ranil Wickremesinghe.

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Il vecchio e il nuovoPer decenni, lo Sri Lanka è stato amministrato da un governo ultranazionalista a conduzione familiare. Una vera dinastia, quella dei Rajapaksa, che ha controllato il Paese dal 2004. Mahinda Rajapaksa è stato Primo ministro nel 2004, poi Presidente per dieci anni, poi di nuovo Primo ministro dal 2018 al 2022. Suo fratello Gotabaya lo ha affiancato come Ministro della Difesa per un decennio e dal 2019 è stato Presidente. Due altri fratelli della famiglia Rajapaksa hanno ricoperto posizioni di potere nello stesso ventennio. Durante la guerra civile, i Rajapaksa furono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità a causa della violentissima repressione di cui furono autori contro la formazione ribelle delle Tigri Tamil. Su di loro, anche dopo la riappacificazione del Paese, continuarono ad allungarsi le ombre delle accuse di corruzione e di omicidi e sparizioni di oppositori politici, attivisti e giornalisti. Il soprannome di Gotabaya divenne “terminator”.

Dopo quasi diciott’anni al potere, a luglio la famiglia Rajapaksa è stata costretta ad abbandonare il Paese. Il popolo in rivolta accusava il governo di essere il responsabile della catastrofe dello Sri Lanka, a causa della corruzione e delle politiche economiche e agricole dei Rajapaksa di questi anni.

I nuovi volti al governo non sono, però, molto incoraggianti. Il nuovo Presidente, Ranil Wickremesinghe, non è certo un neofita: veterano dell’estrema destra, per sei volte primo ministro, protagonista della guerra civile e delle violenze contro i ribelli Tamil. Una storia molto familiare, per la popolazione. Fresco di nomina, come da tradizione Rajapaksa, ha scelto un suo vecchio amico come primo ministro, Dinesh Gunawardena, un fedelissimo del vecchio governo. Ha poi confermato lo stato di emergenza nel Paese: l’esercito è stato mandato nelle strade a reprimere nel sangue qualsiasi tentativo di protesta. Sul Paese è calato definitivamente il buio.

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Le cause di una tragedia annunciata I fratelli Rajapaksa sono considerati i prinicipali responsabili della crisi economica del Paese. La dinastia al potere ha accumulato debiti esteri, principalmente con Cina e India. Circa il 10 per cento del debito estero locale dello Sri Lanka è detenuto da Pechino, un creditore non certo affabile, che negli anni ha moltiplicato i suoi interessi e che adesso pretende risarcimenti immediati. Che Colombo non può certo offrire, dal momento che, dopo aver contratto la metà dei suoi debiti vendendo titoli di stato in valuta estera, se n’è trovato completamente sprovvisto. A inizio anno, degli oltre 51 miliardi di dollari che doveva restituire ai suoi creditori, le casse dello Sri Lanka ne possedevano a malapena uno.

Nelle mani dei Rajapaksa, tutto sembrava possibile in nome della liberalizzazione del mercato e dei fondi provenienti dai Paesi più ricchi: ai loro conoscenti venivano garantiti appalti per infrastrutture finanziate a suon di debiti. Adesso molte di loro sono ancora cantieri aperti, cattedrali a cielo aperto in un Paese alla fame.

Tra le cause della crisi, c’è poi la guerra russo-ucraina, che ha messo in crisi i Paesi ricchi ma ha completamente prostrato i Paesi a medio e basso reddito, che ancora stavano facendo i conti con le conseguenze della pandemia e addirittura della crisi economica del 2008. In Sri Lanka, l’emergenza da Covid19 aveva già determinato un danno disastroso all’economia, con un taglio netto a uno dei suoi settori principali, il turismo. La scarsità di materie prime, nel mercato di Colombo ormai completamente dipendente dalle importazioni, ha spinto le banche a contrarre nuovi vincoli con i suoi creditori.

La crisi dello Sri Lanka è, però, anche una crisi agro-alimentare, che affonda le sue radici ancora una volta nelle scelte dell’ex governo di Colombo ma che riguarda anche le nostre tavole, principalmente quelle dei ceti abbienti dell’Occidente democratico. Secondo molti studiosi, a rovinare irrimediabilmente il Paese è stata l’agricoltura biologica.

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L’agricoltura biologica che affama i poveri“Un’applicazione generalizzata del «bio» condannerebbe alla fame la maggioranza dell’umanità”, scriveva qualche settimana fa il giornalista Federico Rampini sulle pagine del Corriere, a proposito di quello che definiva “un piccolo, sporco segreto” della crisi dello Sri Lanka.

Nell’aprile del 2021, all’improvviso, letteralmente dalla sera alla mattina, il governo Rajapaksa annunciò la conversione dell’intero settore agricolo del Paese in agricoltura biologica. A consigliarlo in questa scelta erano stati indubbiamente i suoi soci economici orientali e occidentali, Paesi ricchi attratti dalle potenzialità di mercato dei prodotti biologici. La produzione “bio” attrae molto i ceti abbienti: i prodotti vengono coltivati senza l’uso di sostanze chimiche, non sono contaminati e non contaminano l’ambiente, costituiscono quindi una scelta salutista ed ecologica al tempo stesso. Un lusso virtuoso, in breve, ma adottarla su larga scala in un Paese povero può portarlo alla catastrofe.

E’ quello che è successo in Sri Lanka, dove da un giorno all’altro i contadini sono stati costretti a fare i conti con un nuovo sistema agricolo molto meno produttivo. Non potendo più usare fertilizzanti né pesticidi, i contadini hanno visto i loro campi impoverirsi a vista d’occhio. La produttività si dimezzava nelle loro mani, mentre il governo di Colombo continuava a pretendere il “bio”. Finché tre quarti della popolazione non hanno avuto più di che alimentarsi. Molto prima che il popolo si ribellasse contro la dinastia Rajapaksa, nelle strade erano gli agricoltori a manifestare, chiedendo di poter tornare ai metodi tradizionali di coltivazione e di “salvare il salvabile”. Non sono stati ascoltati.

Quando il governo si è reso conto delle proporzioni della catastrofe “bio”, era troppo tardi. In primavera, il primo ministro aveva annunciato che il Paese sarebbe tornato ad acquistare fertilizzante per l’agricoltura. Una promessa che aveva lasciato impassibili i contadini: non c’era più denaro, in Sri Lanka, neppure per il fertilizzante.

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Nella morsa del Fondo MonetarioPer un Paese della nuova via della seta come lo Sri Lanka, i creditori preferenziali sono sempre stati la Cina e l’India. Miliardi di debito sono stati accumulati da Colombo prima che si rendesse conto di non poterli restituire, né di poter fare fronte ai pesantissimi tassi di interesse di Pechino. Sono serviti mesi di proteste, morti per le strade, una crisi di governo e un’intera popolazione in emergenza umanitaria perché Colombo guardasse davanti a sé, verso l’enorme mostro dei propri creditori esigenti.

Per anni il Paese ha rifiutato il dialogo con Il Fondo Monetario Internazionale, ma secondo la nuova leadership non sembrano più esserci alternative. Un inverno cupo si prepara. Come annunciato dai portavoce del governo, la posizione dello Sri Lanka al tavolo delle trattative con il Fondo Monetario Internazionale non potrà che essere di estrema inferiorità e vulnerabilità. Per risanare la sua situazione economica, il Paese sarà costretto ad accettare qualsiasi condizione: privatizzazioni su larga scala, tagli alla previdenza sociale, sudditanza agli interessi delle economie di Stati Uniti ed Europa occidentale. I debiti saranno, insomma, pagati come sempre dagli ultimi, che ne usciranno soltanto più poveri e affamati.

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Mai così vicinoLe dimensioni umane della tragedia che il Paese sta affrontando ci coinvolgono senz’altro, ma non è solo per questo che la “catastrofe Sri Lanka” potrebbe insegnarci molto e metterci in guardia. Sul disastro del “biologico”, ad esempio: un lusso della sinistra benestante e al tempo stesso un pericolo umanitario per le economie più povere, se gestito in maniera sprovveduta.

Il caso Sri Lanka costituisce, poi, la punta di un iceberg immenso che la liberalizzazione dei mercati dei Paesi poveri, incoraggiata dal Fondo Monetario Internazionale, ha creato. La fame improvvisa di 21 milioni di persone potrebbe essere un campanello d’allarme potentissimo, se l’Occidente fosse pronto ad ascoltarlo.

Per anni il Paese ha accumulato debiti esteri da Paesi ricchi che li offrivano con tassi di interesse bassissimi, un miraggio per le economie più povere del mondo. I fondi dei creditori ricchi sono liberamente fluiti verso le economie “in crescita” del pianeta, inclusa quella di Colombo, che, però, al primo segnale di cedimento è stata lasciata completamente sola, con debiti e interessi improvvisamente altissimi da pagare.

“Considerato in questa luce, è chiaro che lo Sri Lanka non è solo; semmai, è solo un presagio di una tempesta in arrivo di sofferenza del debito in quelli che gli economisti chiamano i “mercati emergenti””, scrive sul Guardian Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts. “Il Fondo Monetario Internazionale si lamenta della situazione e non fa quasi nulla, e sia esso che la Banca Mondiale si aggiungono al problema con la loro rigida insistenza sui rimborsi e lo spaventoso sistema di supplementi imposto dal FMI. Mancano in azione il G7 e la “comunità internazionale”, il che è profondamente irresponsabile data la portata del problema e il loro ruolo nel crearlo”.

Secondo Ghosh, lo Sri Lanka non è che l’esempio dello tsunami che si abbatterà su molti altri Paesi vittime della stessa politica economic,a e di conseguenza anche sui Paesi ricchi in Occidente e in Asia. “La triste verità è che il “sentimento degli investitori” si muove contro le economie più povere indipendentemente dalle condizioni economiche reali in determinati Paesi.”, e aggiunge che “il contagio interesserà non solo le economie che stanno già attraversando difficoltà (…) Libano, Suriname e Zambia sono già formalmente inadempienti; La Bielorussia è sull’orlo; e l’Egitto, il Ghana e la Tunisia sono in grave difficoltà di indebitamento”. Una catastrofe annunciata che potrebbe aggredire i Paesi creditori da più fronti. Il potenziale di destabilizzazione politica ed economica delle crisi che l’Occidente ha contribuito a preparare è enorme.

Una fonte diplomatica singalese, intanto, ha anche annunciato “uno tsunami di migranti in Europa”. Nel solo mese di giugno, le richieste di passaporto da parte di cittadini singalesi sono state più di 80.000, quattro volte di più rispetto all’anno precedente. Un’altra delle conseguenze della propria economia con le quali l’Occidente prima o poi dovrà fare i conti.

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La fame in Sri Lanka: una catastrofe che ci riguarda


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 8 agosto 2022 – I distributori di carburante sono chiusi, le case e gli uffici restano al buio per molte ore al giorno. Nella capitale Colombo, fuori dalle farmacie i pazienti depennano dalla lista della spesa i farmaci ai quali possono rinunciare, per ognuno di quelli salvavita tirano un sospiro pensando al riso o al latte che per alcuni giorni non potranno permettersi. Tre persone su quattro, ogni giorno, sono costrette a saltare un pasto. Lo Sri Lanka è affondato in una disastrosa crisi economica, la peggiore dal 1948, anno della sua indipendenza.

Il debito estero ammonta a oltre 51 miliardi di dollari e lo Sri Lanka ha dovuto dichiarare il fallimento: le sue riserve di valuta estera sono esaurite. Lontano dai riflettori internazionali, un Paese di 22 milioni di abitanti, con una popolazione istruita e con un reddito pro-capite tra i più alti dell’Asia meridionale, è scivolato nella catastrofe, fino a dover dichiarare la bancarotta. L’Onu chiede “immediata attenzione globale” per la crisi economica del Paese.

I tre mesi neri dello Sri Lanka – La catabasi dello Sri Lanka è stata lenta e inesorabile. Il debito che cresceva, le coltivazioni che non producevano più a sufficienza beni di sussistenza, il carburante che scarseggiava insieme a tutti gli altri prodotti di importazione che il Paese non poteva più permettersi: negli ultimi tre mesi, la situazione è precipitata.

In notti concitate di telefonate e riunioni segrete, nel mese di aprile il gabinetto del premier Rajapaksa si è rapidamente svuotato. A dimettersi anche il governatore della banca centrale, da settimane impegnato a rifiutare le proposte di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. All’ennesima dimissione, quella del nuovo ministro delle finanze, nominato solo ventiquattro ore prima, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Sono seguite settimane di proteste, i cittadini affamati raccolti nelle strade chiedevano pane, carburante e un nuovo governo: la polizia rispondeva con una repressione sempre più violenta, uccidendo almeno dieci manifestanti e ferendone centinaia. L’ordine era – e rimane – quello di sparare a vista contro “chiunque costituisca un pericolo”.

A inizio maggio è intervenuta l’Onu, allarmata dalla “crisi umanitaria” nel Paese, con il 75% della popolazione ridotta alla fame. Il 9 maggio, il primo ministro Mahinda Rajapaksa si è dimesso da primo ministro ed fuggito a Singapore. A luglio, anche il Presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, fratello dell’ex primo ministro, ha rassegnato le sue dimissioni ed è fuggito alle Maldive. Il palazzo presidenziale è stato preso d’assalto dai manifestanti, che si sono fatti immortalare mentre si tuffavano nelle sue piscine e mettevano a ferro e fuoco le sue camere da letto. Gli è succeduto un veterano della politica di Colombo, Ranil Wickremesinghe.

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Il vecchio e il nuovoPer decenni, lo Sri Lanka è stato amministrato da un governo ultranazionalista a conduzione familiare. Una vera dinastia, quella dei Rajapaksa, che ha controllato il Paese dal 2004. Mahinda Rajapaksa è stato Primo ministro nel 2004, poi Presidente per dieci anni, poi di nuovo Primo ministro dal 2018 al 2022. Suo fratello Gotabaya lo ha affiancato come Ministro della Difesa per un decennio e dal 2019 è stato Presidente. Due altri fratelli della famiglia Rajapaksa hanno ricoperto posizioni di potere nello stesso ventennio. Durante la guerra civile, i Rajapaksa furono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità a causa della violentissima repressione di cui furono autori contro la formazione ribelle delle Tigri Tamil. Su di loro, anche dopo la riappacificazione del Paese, continuarono ad allungarsi le ombre delle accuse di corruzione e di omicidi e sparizioni di oppositori politici, attivisti e giornalisti. Il soprannome di Gotabaya divenne “terminator”.

Dopo quasi diciott’anni al potere, a luglio la famiglia Rajapaksa è stata costretta ad abbandonare il Paese. Il popolo in rivolta accusava il governo di essere il responsabile della catastrofe dello Sri Lanka, a causa della corruzione e delle politiche economiche e agricole dei Rajapaksa di questi anni.

I nuovi volti al governo non sono, però, molto incoraggianti. Il nuovo Presidente, Ranil Wickremesinghe, non è certo un neofita: veterano dell’estrema destra, per sei volte primo ministro, protagonista della guerra civile e delle violenze contro i ribelli Tamil. Una storia molto familiare, per la popolazione. Fresco di nomina, come da tradizione Rajapaksa, ha scelto un suo vecchio amico come primo ministro, Dinesh Gunawardena, un fedelissimo del vecchio governo. Ha poi confermato lo stato di emergenza nel Paese: l’esercito è stato mandato nelle strade a reprimere nel sangue qualsiasi tentativo di protesta. Sul Paese è calato definitivamente il buio.

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Le cause di una tragedia annunciata I fratelli Rajapaksa sono considerati i prinicipali responsabili della crisi economica del Paese. La dinastia al potere ha accumulato debiti esteri, principalmente con Cina e India. Circa il 10 per cento del debito estero locale dello Sri Lanka è detenuto da Pechino, un creditore non certo affabile, che negli anni ha moltiplicato i suoi interessi e che adesso pretende risarcimenti immediati. Che Colombo non può certo offrire, dal momento che, dopo aver contratto la metà dei suoi debiti vendendo titoli di stato in valuta estera, se n’è trovato completamente sprovvisto. A inizio anno, degli oltre 51 miliardi di dollari che doveva restituire ai suoi creditori, le casse dello Sri Lanka ne possedevano a malapena uno.

Nelle mani dei Rajapaksa, tutto sembrava possibile in nome della liberalizzazione del mercato e dei fondi provenienti dai Paesi più ricchi: ai loro conoscenti venivano garantiti appalti per infrastrutture finanziate a suon di debiti. Adesso molte di loro sono ancora cantieri aperti, cattedrali a cielo aperto in un Paese alla fame.

Tra le cause della crisi, c’è poi la guerra russo-ucraina, che ha messo in crisi i Paesi ricchi ma ha completamente prostrato i Paesi a medio e basso reddito, che ancora stavano facendo i conti con le conseguenze della pandemia e addirittura della crisi economica del 2008. In Sri Lanka, l’emergenza da Covid19 aveva già determinato un danno disastroso all’economia, con un taglio netto a uno dei suoi settori principali, il turismo. La scarsità di materie prime, nel mercato di Colombo ormai completamente dipendente dalle importazioni, ha spinto le banche a contrarre nuovi vincoli con i suoi creditori.

La crisi dello Sri Lanka è, però, anche una crisi agro-alimentare, che affonda le sue radici ancora una volta nelle scelte dell’ex governo di Colombo ma che riguarda anche le nostre tavole, principalmente quelle dei ceti abbienti dell’Occidente democratico. Secondo molti studiosi, a rovinare irrimediabilmente il Paese è stata l’agricoltura biologica.

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L’agricoltura biologica che affama i poveri“Un’applicazione generalizzata del «bio» condannerebbe alla fame la maggioranza dell’umanità”, scriveva qualche settimana fa il giornalista Federico Rampini sulle pagine del Corriere, a proposito di quello che definiva “un piccolo, sporco segreto” della crisi dello Sri Lanka.

Nell’aprile del 2021, all’improvviso, letteralmente dalla sera alla mattina, il governo Rajapaksa annunciò la conversione dell’intero settore agricolo del Paese in agricoltura biologica. A consigliarlo in questa scelta erano stati indubbiamente i suoi soci economici orientali e occidentali, Paesi ricchi attratti dalle potenzialità di mercato dei prodotti biologici. La produzione “bio” attrae molto i ceti abbienti: i prodotti vengono coltivati senza l’uso di sostanze chimiche, non sono contaminati e non contaminano l’ambiente, costituiscono quindi una scelta salutista ed ecologica al tempo stesso. Un lusso virtuoso, in breve, ma adottarla su larga scala in un Paese povero può portarlo alla catastrofe.

E’ quello che è successo in Sri Lanka, dove da un giorno all’altro i contadini sono stati costretti a fare i conti con un nuovo sistema agricolo molto meno produttivo. Non potendo più usare fertilizzanti né pesticidi, i contadini hanno visto i loro campi impoverirsi a vista d’occhio. La produttività si dimezzava nelle loro mani, mentre il governo di Colombo continuava a pretendere il “bio”. Finché tre quarti della popolazione non hanno avuto più di che alimentarsi. Molto prima che il popolo si ribellasse contro la dinastia Rajapaksa, nelle strade erano gli agricoltori a manifestare, chiedendo di poter tornare ai metodi tradizionali di coltivazione e di “salvare il salvabile”. Non sono stati ascoltati.

Quando il governo si è reso conto delle proporzioni della catastrofe “bio”, era troppo tardi. In primavera, il primo ministro aveva annunciato che il Paese sarebbe tornato ad acquistare fertilizzante per l’agricoltura. Una promessa che aveva lasciato impassibili i contadini: non c’era più denaro, in Sri Lanka, neppure per il fertilizzante.

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Nella morsa del Fondo MonetarioPer un Paese della nuova via della seta come lo Sri Lanka, i creditori preferenziali sono sempre stati la Cina e l’India. Miliardi di debito sono stati accumulati da Colombo prima che si rendesse conto di non poterli restituire, né di poter fare fronte ai pesantissimi tassi di interesse di Pechino. Sono serviti mesi di proteste, morti per le strade, una crisi di governo e un’intera popolazione in emergenza umanitaria perché Colombo guardasse davanti a sé, verso l’enorme mostro dei propri creditori esigenti.

Per anni il Paese ha rifiutato il dialogo con Il Fondo Monetario Internazionale, ma secondo la nuova leadership non sembrano più esserci alternative. Un inverno cupo si prepara. Come annunciato dai portavoce del governo, la posizione dello Sri Lanka al tavolo delle trattative con il Fondo Monetario Internazionale non potrà che essere di estrema inferiorità e vulnerabilità. Per risanare la sua situazione economica, il Paese sarà costretto ad accettare qualsiasi condizione: privatizzazioni su larga scala, tagli alla previdenza sociale, sudditanza agli interessi delle economie di Stati Uniti ed Europa occidentale. I debiti saranno, insomma, pagati come sempre dagli ultimi, che ne usciranno soltanto più poveri e affamati.

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Mai così vicinoLe dimensioni umane della tragedia che il Paese sta affrontando ci coinvolgono senz’altro, ma non è solo per questo che la “catastrofe Sri Lanka” potrebbe insegnarci molto e metterci in guardia. Sul disastro del “biologico”, ad esempio: un lusso della sinistra benestante e al tempo stesso un pericolo umanitario per le economie più povere, se gestito in maniera sprovveduta.

Il caso Sri Lanka costituisce, poi, la punta di un iceberg immenso che la liberalizzazione dei mercati dei Paesi poveri, incoraggiata dal Fondo Monetario Internazionale, ha creato. La fame improvvisa di 21 milioni di persone potrebbe essere un campanello d’allarme potentissimo, se l’Occidente fosse pronto ad ascoltarlo.

Per anni il Paese ha accumulato debiti esteri da Paesi ricchi che li offrivano con tassi di interesse bassissimi, un miraggio per le economie più povere del mondo. I fondi dei creditori ricchi sono liberamente fluiti verso le economie “in crescita” del pianeta, inclusa quella di Colombo, che, però, al primo segnale di cedimento è stata lasciata completamente sola, con debiti e interessi improvvisamente altissimi da pagare.

“Considerato in questa luce, è chiaro che lo Sri Lanka non è solo; semmai, è solo un presagio di una tempesta in arrivo di sofferenza del debito in quelli che gli economisti chiamano i “mercati emergenti””, scrive sul Guardian Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts. “Il Fondo Monetario Internazionale si lamenta della situazione e non fa quasi nulla, e sia esso che la Banca Mondiale si aggiungono al problema con la loro rigida insistenza sui rimborsi e lo spaventoso sistema di supplementi imposto dal FMI. Mancano in azione il G7 e la “comunità internazionale”, il che è profondamente irresponsabile data la portata del problema e il loro ruolo nel crearlo”.

Secondo Ghosh, lo Sri Lanka non è che l’esempio dello tsunami che si abbatterà su molti altri Paesi vittime della stessa politica economic,a e di conseguenza anche sui Paesi ricchi in Occidente e in Asia. “La triste verità è che il “sentimento degli investitori” si muove contro le economie più povere indipendentemente dalle condizioni economiche reali in determinati Paesi.”, e aggiunge che “il contagio interesserà non solo le economie che stanno già attraversando difficoltà (…) Libano, Suriname e Zambia sono già formalmente inadempienti; La Bielorussia è sull’orlo; e l’Egitto, il Ghana e la Tunisia sono in grave difficoltà di indebitamento”. Una catastrofe annunciata che potrebbe aggredire i Paesi creditori da più fronti. Il potenziale di destabilizzazione politica ed economica delle crisi che l’Occidente ha contribuito a preparare è enorme.

Una fonte diplomatica singalese, intanto, ha anche annunciato “uno tsunami di migranti in Europa”. Nel solo mese di giugno, le richieste di passaporto da parte di cittadini singalesi sono state più di 80.000, quattro volte di più rispetto all’anno precedente. Un’altra delle conseguenze della propria economia con le quali l’Occidente prima o poi dovrà fare i conti.

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Gaza: “con le armi falciamo il prato, con la burocrazia li teniamo al guinzaglio”


di Eliana Riva –

Pagine Esteri, 9 agosto 2022 – “Penso che la parte più significativa dell’occupazione [israeliana] sia l’oppressione burocratica, quella con cui hai a che fare quando hai bisogno dei permessi di costruzione, quella che te lo toglie il permesso, e ciò significa che la tua casa verrà distrutta. Oppure che ti vieta di vedere la tua famiglia perché il permesso non è quello giusto. È una forma di oppressione burocratica. Non voglio dire che sia il lato peggiore dell’occupazione, ma fa parte dell’occupazione, dell’oppressione burocratica e io ho visto quanto sia ridicolo tutto questo. […] Perché neghiamo [ai palestinesi] i permessi? Perché gli stiamo rendendo così difficile ottenere medicine? Perché gli stiamo rendendo difficile procurarsi il cibo?”

Lunedì 1 agosto l’organizzazione israeliana Breaking the silence, ha pubblicato il fascicolo dal titolo Military Rule. Testimonianze di militari dell’Amministrazione Civile. Al suo interno una numerosa raccolta di esperienze di soldati israeliani impiegati nella Civil Administration, un organo militare israeliano che controlla ogni aspetto della vita civile dei palestinesi dei Territori Occupati della Cisgiordania.

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Insieme al Gaza District Coordination e al Liaison Office, tutti subordinati al COGAT (l’Ente di coordinamento delle attività di governo nei Territori Palestinesi), la Civil Administration gestisce e controlla, tra le altre cose, il rilascio dei permessi di spostamento (per motivi di lavoro, salute e altro) dei palestinesi, l’import e l’export dei beni (inclusi quelli di prima necessità), l’utilizzo delle risorse naturali, i permessi di costruzione delle infrastrutture civili.

Il fascicolo richiama l’interesse sulle dinamiche interne agli uffici e ai regolamenti dell’Amministrazione Civile dei Territori, dinamiche che hanno un fortissimo impatto sulla vita quotidiana dei palestinesi e che replicano i principi di subalternità, discriminazione, umiliazione e controllo tipici delle situazioni di dominio di un popolo su un altro.

Breaking the silence si occupa di raccogliere le esperienze dei soldati israeliani che, spesso giovanissimi, si trovano a gestire e controllare ogni aspetto della vita quotidiana di un’intera popolazione. ONG istituita da veterani dell’IDF (le forze armate israeliane), per quasi 20 anni ha dato ai soldati congedati l’opportunità di raccontare le loro esperienzemantenendo l’anonimato, mostrando all’opinione pubblica israeliana un’immagine cruda della gestione quotidiana dell’occupazione. In Military Rule per la prima volta sono state raccolte le testimonianze di ex militari che hanno prestato servizio, negli ultimi dieci anni, negli uffici del COGAT.

Raccontano le umiliazioni continue subite dai palestinesi risucchiati dal vortice delle richieste dei continui e numerosi permessi, il potere assoluto e arbitrario dei soldati agli sportelli, la subalternità spesso mortificante delle forze di sicurezza palestinesi, l’autorità suprema del movimento dei coloni, il sistema generale di oppressione.

C’è un ragazzo che si chiama Nijam. È palestinese. La sua casa è praticamente in mezzo al nulla ma si è trovata, ad un certo punto, sul lato israeliano [della barriera di separazione], che è vicino a Giv’on (un insediamento israeliano). Questo tizio per entrare in casa deve chiamare il centro operativo [israeliano] che deve aprire il cancello per farlo entrare. Non ha alcun controllo sul cancello che apre e chiude la sua casa. Deve chiamare il centro operativo.

Cosa intendi?

La sua casa è dalla parte israeliana. La sua casa è recintata.

Ok.

Non se ne è andato da lì. È stata costruita la recinzione e quindi hanno recintato anche lui. Invece di dargli semplicemente la cittadinanza, o lasciarlo stare. Nijam Faqia, mi pare sia questo il suo nome. Quindi chiama il centro operativo ogni mattina e dice “Ciao, sono Nijam, voglio entrare a casa mia”. Il centro operativo chiama poi gli agenti di polizia di frontiera della zona che gli aprono il cancello. Pazzesco.

Quante volte?

Una, due volte al giorno.

La gestione dell’amministrazione dei distretti dei Territori Occupati e Gaza dimostra piena coerenza con la gestione militare dell’occupazione. “È impossibile comprendere l’occupazione israeliana senza mettere sotto i riflettori queste unità governativespiega Breaking the silence – e nonostante ciò ricevono pochissima attenzione pubblica, sia dentro che fuori da Israele e la loro attività raramente è stata oggetto di inchieste indipendenti”.

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Coda per accedere allo sportello del DCL

Il regime dei permessi

Il DCL (District Coordination and Liaison office) è l’ente di coordinamento e collegamento distrettuale. I suoi uffici sono sparsi in tutta la Cisgiordania. Le responsabilità del DCL includono il coordinamento e il collegamento con l’Autorità Nazionale Palestinese, il rilascio di permessi per la popolazione palestinese, il controllo delle forze dell’ordine e la supervisione delle costruzioni e delle infrastrutture (acqua, elettricità, strade, ecc.) nella regione di competenza. Nella maggior parte dei casi, lo sportello al quale si rivolgono i palestinesi per presentare domande e richiedere permessi si trova all’interno delle strutture del DCL. I permessi di ingresso in Israele servono per poter lavorare, per poter vedere le proprie famiglie, per poter visitare i luoghi sacri in occasione delle festività religiose e per tanto altro.

Uno dei compiti del DCL è il rilascio delle carte magnetiche ai palestinesi. Ne hanno bisogno per passare attraverso i valichi e per richiedere un permesso di ingresso in Israele. Sono stato allo sportello per un mese e in questo mese è capitato un sacco di volte che le stampanti non funzionavano, un sacco di volte che i computer si sono fermati. Non è una cosa importante per i soldati. Ci sono 100 palestinesi seduti in una stanza, le stampanti hanno smesso di funzionare ma non c’è nervosismo. Se funziona funziona, se non funziona la gente torna domani. Una o due volte è capitato che, dopo alcuni problemi con le stampanti, i soldati hanno detto a tutti: “Chiudiamo alle quattro e mezza” non alle cinque, che è la solita ora. Cosa importa? Le persone possono tornare domani. Alcune volte le persone vengono e aspettano dalle due alle tre ore per ottenere la carta magnetica, e alla fine non la ottengono e gli viene semplicemente detto: “Torna domani alle otto e mezza”. A volte arrivi alle 100 persone, e basta, “Abbiamo raggiunto le 100”, non è importante fare molto di più. Non esiste un limite massimo, ma 100 è l’obiettivo minimo quindi se lo raggiungono pensano che hanno già fatto tutto quello che dovevano fare.

All’interno del fascicolo sono riportate alcune delle testimonianze dei residenti di Gazaraccolte da Gisha, una organizzazione israeliana senza scopo di lucro che si occupa di misurare la libertà di movimento dei palestinesi nei Territori Occupati e a Gaza. Gisha ha pubblicato le interviste all’interno di un resoconto dal titolo “Il regime dei permessi”, in cui i residenti della Striscia raccontano episodi di violenza e sopraffazione legati al rilascio delle autorizzazioni da parte dello stato occupante.

Solo pochi giorni fa una ricerca di un’altra organizzazione israeliana, Physicians for Human Rights– Israele, ha dimostrato la dipendenza quasi totale della sanità a Gaza dal regime dei permessi in Israele. Mentre Save the Children denunciava nel 2020 le morti causate dal ritardo del rilascio dei permessi di spostamento per malattie per i bambini e le bambine palestinesi.

Una testimonianza soprattutto, tra le centinaia, assume un significato macabro, che diventa particolarmente raccapricciante in questi giorni in cui si sta ancora dando sepoltura ai morti palestinesi determinati da un nuovo attacco militare israeliano (l’operazione denominata Breaking dawn) sulla Striscia di Gaza. Il tenente intervistato ammette di aver provato sollievo alla notizia di essere stato assegnato agli uffici amministrativi, perché avrebbe così evitato di partecipare a operazioni militari sul campo. Ma dopo alcuni mesi si accorge che quella violenza da cui credeva di essere fuggito in realtà lo circondava, diversa di aspetto ma profondamente affine.

Ero felice [di lavorare al COGAT], di non essere coinvolto in qualcosa che mi costringesse a combattere. Non volevo essere violento.

E la vedi diversamente oggi?

Assolutamente sì. Penso che sia diversa dalla violenza di cui siamo abituati a sentire parlare, la violenza al posto di blocco o i soldati che abusano dei palestinesi. Ma è un diverso tipo di violenza. È violenza burocratica. Usiamo molta violenza contro Gaza. Durante gli attacchi usiamo molta violenza, seminiamo distruzione e questo fa parte della stessa strategia. Ora vedo [quegli attacchi] come se servissero a “falciare il prato” ogni pochi anni, e nel frattempo gli abitanti di Gaza devono essere tenuti a guinzaglio molto corto, non dobbiamo permettere loro troppe uscite ed entrate, non è loro permesso di fare molte cose che noi diamo per scontate, come poter pescare dove vogliamo, o essere in grado di volare. È una prigione”.

Le testimonianze rilasciate a Breaking the silence dai soldati occupati a raccogliere agli sportelli le richieste dei palestinesi, rivelano che la revoca dei permessi di spostamento viene spesso utilizzata dagli organi preposti come misura di punizione collettiva. Che gli stessi soldati possono decidere in maniera soggettiva e capricciosa a chi concedere i permessi e a chi no. Che se arrestano un palestinese che vive nel tuo stesso palazzo, il permesso ti viene revocato.

Gli israeliani agli sportelli quasi mai parlano l’arabo, se non quello base appreso al corso di preparazione. E i palestinesi, anche anziani e anziane, che non conoscono l’ebraico o l’inglese sono non di rado umiliati e a volte mandati via nonostante abbiano atteso ore per essere ascoltati.

E poi lui (il soldato) gli dice (al palestinese), “va bene, vattene da qui, prendi un nuovo numero, non voglio parlarti”, nella speranza che alla fine finiscano con qualcun altro. Sì, ci sono soldati molto crudeli allo sportello. Come ho detto, è potere, ed è ciò che il potere fa a una persona. In questo caso è divertente, perché in altre situazioni non hai alcun potere. Quando arrivi in ​​un posto dove i coloni hanno bruciato il campo di qualcuno, non hai potere lì. Ma allo sportello sì.

I veterani hanno testimoniato che i permessi vengono utilizzati anche per mettere fine agli scioperi della fame, elemento di cui ha scritto lungamente il quotidiano israeliano Hareetz.

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Coda all’entrata del checkpoint

Le forze di sicurezza palestinesi

Le forze di sicurezza palestinesi devono concordare ogni più piccolo movimento con il COGAT. Il loro stesso equipaggiamento, la quantità di armi che indossano viene decisa da Israele, i cui organi amministrativi devono firmarne i permessi. Non solo. Prima di un attacco ad un’abitazione palestinese, prima che i militari israeliani irrompano in una civile abitazione nei Territori Occupati, viene fatta comunicazione alle forze di sicurezza palestinesi: i poliziotti hanno pochi minuti per lasciare le strade e la zona circostante e ritirarsi nelle proprie caserme. “La realtà – in cui i poliziotti palestinesi si affrettano a nascondersi nelle loro roccaforti poco prima che i soldati israeliani irrompano nella casa di una famiglia, puntando fucili contro donne e bambini che si sono appena svegliati – è umiliante. Mortalmente umiliante è vietare alla sicurezza palestinese di difendere il proprio popolonon solo dai soldati ma anche dai civili israeliani che attaccano i palestinesi nei loro campi e frutteti, nelle lore case e quando sono fuori a pascolare le proprie mandrie. Il rispetto da parte dell’Autorità Palestinese di questo divieto è umiliante. Non si fanno vedere se non siamo noi a dirglielo… Anche se non si ha a che fare con i coloni, anche se sono senza uniformi e senza armi, anche se devono indagare solo su un incidente d’auto: devono comunque coordinarlo con Israele” (Haaretz).

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Demolizione di una struttura agricola

Il potere dei coloni

Dalle testimonianze emerge che non solo alle forze di sicurezza palestinesi è vietato intervenire (o anche solo essere presenti) all’occupazione di terre palestinesi da parte dei coloni israeliani e dei movimenti politici a loro collegati. Persino ai militari israeliani è spesso vietata la presenza. E quando ci sono non hanno il permesso di alzare un dito contro i coloni. Seguendo lo stesso principio di annessione, le amministrazioni civili sono ben propense ad accettare lo spostamento di risorse naturali, come l’acqua, togliendole ai villaggi palestinesi per darle alle colonie israeliane.

Persino la scelta di quali case palestinesi demolire è guidata dalle pressioni del movimento dei coloni, seppure gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (lo ricordiamo per dovere di cronaca nonostante la storia ne abbia purtroppo decretato l’inutilità in assenza di regime punitivo) siano illegali per il diritto internazionale.

Come si decide cosa demolire?Ci sono così tante costruzioni abusive, perché demolire una casa e non un’altra?

Guarda una mappa delle demolizioni e potrai constatare che demoliscono le case vicine a un insediamento. Ci sono molti Khirbes (piccoli villaggi palestinesi) sulle colline meridionali di Hebron, ci sono così tanti villaggi illegali nell’Area C tra le colline meridionali di Hebron ma vengono demolite a Susiya o al-Tuwani. È una questione politica.

Raccolta e accesso ai dati riservati

Nella sua testimonianza rilasciata a Breaking the silence, una ex ufficiale addetta al COGAT scrive quanto fosse per gli israeliani importante ottenere notizie e dati sui palestinesi e quanto fosse facile accedervi:

Ci sono dei software che raccolgono diversi tipi di informazioni sui residenti palestinesi, in modo che possiamo tenere traccia dei loro movimenti. Quando digiti il ​​numero d’identità o il nome di qualcuno, hai immediatamente richiamato tutto il suo privato. Posso scansionare il viso della persona o il codice a barre che si trova sulla smartcard. Basta questo per recuperare le informazioni. I loro nomi completi, i parenti – fratelli, sorelle, mamma, papà, nonno, nonna, cugini, cugini di secondo grado, luogo di residenza, il tipo di permesso che hanno in base al settore in cui lavorano, che checkpoint possono attraversare, quali hanno attraversato, qual è stato il loro ultimo viaggio – significa l’ultima volta che hanno attraversato un posto di blocco e in che direzione stavano andando – e se gli è stato rifiutato l’ingresso, e la causa dei rifiuti che hanno ricevuto. E poi, ovviamente, tutto ciò che è legato alla loro storia. Durante il corso ci hanno anche insegnato come si può bloccare il permesso. E questo può accadere per molti motivi. Può essere bloccato dalla polizia israeliana o dallo Shin Bet. L’ingresso può essere rifiutato se si è coinvolti in attività criminali, se si è ricercati dall’Autorità Palestinese, dalla polizia israeliana. Ma anche se si hanno familiari che sono criminali o sospetti terroristi. Persino se si vive nello stesso edificio di qualcuno che è stato condannato o sospettato di essere coinvolto in attività terroristiche: questo è un altro modo in cui i palestinesi vengono puniti collettivamente dall’esercito israeliano. È completamente fuori dal loro controllo, basta solo che si trovino in una situazione in cui un membro della famiglia o un amico o qualcuno nel loro edificio sia coinvolto in attività che Israele considera terroristiche. In che modo a palestinesi innocenti è stata cambiata la vita: negandogli la libertà di movimento.

***

A volte in ufficio mi annoiavo, quindi scrivevo un numero a caso nella ricerca degli ID dei palestinesi e guardavo cosa usciva fuori. Potevo vedere tutto delle loro vite: famiglie, dettagli degli spostamenti, del loro lavoro.

La pubblicazione delle testimonianze ha avuto una certa eco sulla stampa israeliana e internazionale. Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che “il fattore dell’umiliazione è un altro dei mezzi utilizzati dal governo ostile di una giunta militare. Si legge dentro e tra le righe del fascicolo [di Breaking the silence], nell’arabo stentato pronunciato dai soldati agli sportelli di accoglienza per i palestinesi, il trattamento sprezzante anche nei confronti di chi è vecchio quanto i loro nonni e le loro nonne: nell’assegnare acqua ai coloni a spese di una comunità palestinese, nella revoca all’ingrosso dei permessi di movimento. L’umiliazione dell’altro è parte inseparabile della violenza burocratica – assassina dell’anima, del tempo e della speranza – che noi ebrei israeliani, essendo gli espropriatori di un popolo della sua terra, abbiamo trasformato in una forma d’arte. Usiamo il potere degli editti che abbiamo composto, le leggi, le procedure e le sentenze di onorevoli giudici per abusare continuamente delle altre persone. L’Amministrazione Civile non ha inventato il sistema, ma è la punta di diamante e la lancia di questa violenza burocratica”.

Il quotidiano inglese The Guardian ha scritto che “il sistema tentacolare del governo militare creato dall’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è un mondo che israeliani stanno conoscendo per la prima volta, dopo la pubblicazione di testimonianze di veterani che denunciano il regime dei permessi che governa il popolo e la terra palestinesi”.

In un comunicato stampa il COGAT ha risposto alle testimonianze raccolte da Breaking the silence affermando che non esistono dubbi sull’integrità dell’organizzazione e del suo staff e che casi di violazione delle procedure sono delle eccezioni e non riflettono le pratiche della Civil Administration. Pagine Esteri

L'articolo Gaza: “con le armi falciamo il prato, con la burocrazia li teniamo al guinzaglio” proviene da Pagine Esteri.


A Gaza è negato il diritto alla vita: intervista al dottor Angelo Stefanini


di Valeria Cagnazzo*

Pagine Esteri, 8 agosto 2022 -E’ rientrato da poco in Italia dalla sua ultima missione a Gaza per conto della Onlus PCRF (Soccorso Medico per i Bambini Palestinesi) il dottor Angelo Stefanini. Esperto di Salute Internazionale, il volontario porta avanti con l’organizzazione un progetto di salute pubblica volto al rafforzamento dei servizi sanitari di base nella Striscia di Gaza, realizzato grazie al supporto dell’Otto per mille Valdese e del Centro di Salute Globale della Regione Toscana, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Ha lasciato Gaza pochi giorni prima che Israele avviasse la sua nuova campagna militare sul territorio occupato, nota questa volta come Operazione Alba, che ha già provocato almeno 31 vittime.

Stefanini ha lavorato dal 1978 al 1986 in ospedali rurali e in programmi di salute pubblica in Africa. Ha insegnato alle università di Leeds, di Makerere in Uganda e, dal 1997 al 2015, è stato docente presso l’Università di Bologna. Nei Territori Palestinesi Occupati è stato nel 2002 rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e, dal 2008 al 2011, responsabile del programma sanitario italiano. Nel 2007 ha ricoperto il ruolo di Team leader di un progetto dell’Unione Europea di assistenza tecnica a Damasco, Siria. Nel 2006 ha fondato il Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale dell’Università di Bologna, che ha diretto fino al suo pensionamento nel 2015. Dallo stesso anno, presta servizio volontario per il PCRF.

Lei è di recente rientrato dalla Striscia di Gaza, dove si occupa del progetto di salute pubblica della Onlus di cui è volontario, il PCRF. Ha incontrato medici e dirigenti del Ministero della Sanità di Gaza e visitato gli ospedali del territorio. Che situazione ha trovato?

Difficile e azzardato per me dare un giudizio sulla situazione generale (per quanto circoscritto al settore sanitario), anche perché in questa visita mi sono limitato a recarmi in centri sanitari governativi con cui collaboriamo e in fase avanzata di sviluppo del progetto. Quest’ultimo, più nel dettaglio, riguarda il rafforzamento del sistema informativo sanitario dei servizi di “primary health care” attraverso la fornitura di infrastrutture informatiche (l’hardware) e formazione sia tecnica che manageriale del personale locale. L’aspetto secondo me più appassionante di questa collaborazione sta nel fatto che il software, ossia l’insieme delle componenti immateriali del sistema informativo, è stato prodotto interamente e autonomamente con successo dai tecnici palestinesi del Ministero della salute. La visita di due dei centri sanitari già attrezzati e operativi è stata molto soddisfacente, pur dovendo accettare l’inevitabilità della debolezza della rete delle connessioni internet (controllate e prese di mira dalle aggressioni israeliane).

Lavora da molti anni per Gaza, sottoposta a un embargo internazionale dal 2007. A questo, nell’ultimo periodo si sono sommate le conseguenze della pandemia, quelle della guerra tra Russia e Ucraina, per non parlare delle ripetute operazioni militari di Israele sul territorio. Le autorità denunciano che Gaza non si è ancora ripresa dai bombardamenti del maggio 2021, proprio in questi giorni in cui dal cielo piovono di nuovo le bombe. Quanto è peggiorata la situazione negli ultimi due anni?

A un anno e mezzo dalla guerra, Gaza è frustrata dalla lenta ricostruzione. Solo 200 delle 1.700 unità distrutte sono state ricostruite a Gaza, secondo il Ministero dei Lavori Pubblici. Nel corso di giugno scorso molte organizzazioni hanno ricordato con rapporti di vario tenore i 15 anni dall’inizio dell’assedio da parte di Israele in violazione del diritto internazionale.

Dall’inizio del blocco, Israele ha lanciato quattro attacchi a Gaza (2008, 2012, 2014 e 2021). Queste escalation di violenza hanno peggiorato la già terribile situazione di Gaza. Migliaia di palestinesi sono morti nei bombardamenti israeliani, inclusi molti bambini. Decine di migliaia di case, scuole e edifici per uffici sono state distrutte. L’80% della popolazione di Gaza dipende per sopravvivere dagli aiuti internazionali.

Nel frattempo, la pandemia di COVID-19 continua a colpire il sistema sanitario sovraccaricato di Gaza, in particolare perché coincide con le barriere israeliane all’accesso sicuro ed equo ai vaccini; la mancanza di personale medico qualificato e specializzato e la persistente carenza di medicinali essenziali e usa e getta. Alla fine del 2021, il 40 percento dei farmaci essenziali e il 19 percento dei medicinali monouso erano a “zero scorte“, il che significa meno di un mese di fornitura disponibile presso il Central Drug Store di Gaza.

Il sistema sanitario di Gaza, già fragile a causa delle restrizioni di chiusura di Israele, è stato ulteriormente degradato durante l’offensiva militare israeliana del maggio 2021. A ciò vanno aggiunti gli attacchi alle strutture e al personale e restrizioni rigorose ai movimenti, che hanno gravemente compromesso l’accesso ai servizi sanitari sia all’interno che all’esterno di Gaza.

Quali strategie hanno messo in campo gli ospedali di Gaza per far fronte a situazioni estreme, quali l’elettricità disponibile per sole quattro ore al giorno e l’assenza di acqua potabile?

Per far fronte a situazioni estreme gli ospedali di Gaza non hanno che da rivedere continuamente le loro priorità in termini sia di accesso preferenziale a cure salvavita sia di “raschiare il fondo del barile” con l’utilizzo di personale demotivato e stremato. La carenza di elettricità proveniente dalla centrale istituzionale viene per quanto possibile contrastata con l’utilizzo di gruppi elettrogeni dipendenti dal combustibile la cui disponibilità Israele ovviamente provvede a rendere estremamente precaria. Lo stesso si può dire per la disponibilità di acqua potabile accessibile quasi esclusivamente in bottiglie preconfezionate. L’impianto di desalinizzazione inaugurato nel 2017 non è in grado di rispondere ai bisogni.

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Quali sono le possibilità di formazione per i medici e gli studenti di medicina a Gaza? Lei si occupa di salute pubblica e di servizi sanitari di base, ma qual è la disponibilità di cure specialistiche sul territorio?

La disponibilità di cure mediche specialistiche si è gradualmente ridotta in questi ultimi anni sia per la minore disponibilità di specialisti sia per la quasi assenza di opportunità di aggiornamento professionale per gli specialisti esistenti. L’esodo verso l’estero di molti medici specialisti da Gaza ha portato il Ministero della salute a chiudere diversi reparti medici e chirurgici nei più importanti ospedali di Gaza. Questo fatto è il maggiore responsabile dell’aumento delle richieste di trasferimento di pazienti bisognosi di trattamenti specialistici verso ospedali fuori dalla Striscia di Gaza (Israele, Gerusalemme Est occupata, Cisgiordania, e altri paesi esteri).

ll regime dei permessi israeliani pregiudica l’accesso all’assistenza sanitaria essenziale per migliaia di pazienti palestinesi vulnerabili e i loro accompagnatori ogni anno. La politica di chiusura e le relative restrizioni all’assistenza sanitaria derivano da un più ampio sistema di discriminazione che viene imposto collettivamente ai Palestinesi sulla base della nazionalità e dell’etnia, e serve a frammentare il popolo palestinese e i servizi a sua disposizione, come l’assistenza sanitaria.

Delle oltre 15 mila domande di permesso per accedere a cure specialistiche fuori da Gaza presentate tramite l’Ufficio di collegamento sanitario palestinese da pazienti della Striscia di Gaza nel 2021, il 63,4% è stato approvato, lo 0,5% è stato negato e il 36,1% è stato ritardato, senza ricevere una risposta definitiva entro la data della loro nomina in ospedale. Sono proprio questi ritardi che spesso significano una sentenza di morte.

I bisogni di trasferimento sono legati alle lacune critiche nella disponibilità dell’assistenza sanitaria, che hanno un impatto enorme nella Striscia di Gaza. Le tecnologie mediche essenziali come le strutture di radioterapia e la TAC non sono disponibili nella Striscia di Gaza. Nel frattempo, si registra una carenza di farmaci e forniture di lunga data: nel corso del 2021, il 41% dei medicinali essenziali e il 27% dei dispositivi medici essenziali monouso avevano scorte rimanenti per meno di un mese durante le scorte mensili della farmacia centrale di Gaza. In termini di risorse umane, esistono carenze per diverse specialità mediche tra cui medicina di famiglia, nefrologia, oftalmologia e cardiochirurgia.

Un rapporto delle Nazioni Unite del 2012 aveva come titolo “Gaza nel 2020. Un posto vivibile?” e prevedeva che nel giro di otto anni, a causa della scarsità di acqua potabile, di elettricità, di servizi sanitari, la Striscia sarebbe diventata un territorio inabitabile. Nel 2022, Gaza è abitata da oltre 2 milioni di persone, che vivono in condizioni di vita sempre più drammatiche. Dimostrano, dunque, che è possibile abitare un posto inabitabile? E cosa rende abitabile o meno un territorio?

La previsione delle Nazioni Unite è una realtà per molti palestinesi a Gaza, che vivono con livelli vertiginosi di disoccupazione, condizioni economiche disastrose e crescente insicurezza. Un conoscente a cui ho posto questa domanda mi ha risposto: “ We are alive for lack of death”, forse traducibile in “siamo vivi perché non possiamo morire”, quel “non possiamo” inteso sia che “la gente di Gaza resiste contro la morte per darla vinta a Israele”, ma anche che, ormai è risaputo, l’importazione di cibo a Gaza viene regolata da Israele seguendo una cosiddetta “lista rossa” che contiene le quantità di calorie e materiale nutritivo appena sufficiente a tenere in vita il palestinese medio. Come affermò nel 2006 un consigliere del primo ministro Ehud Olmert, la politica israeliana era concepita “per mettere a dieta i palestinesi di Gaza, ma non per farli morire di fame”.

Se Gaza non è abitabile, non si può neanche parlare di “salute”, se ci atteniamo alla definizione dell’OMS.

Certamente no. Gaza è l’esempio paradigmatico, la metafora perfetta dell’assenza dei diritti, a cominciare del diritto alla vita e alla salute.

Ha denunciato anche un drammatico aumento di pensieri suicidari tra i più giovani.

Uno studio di Save the Children ha rilevato che l’80% dei giovani di Gaza vive in uno stato di angoscia emotiva tra il blocco israeliano e i ripetuti attacchi militari. Nell’ultimo anno oltre la metà dei minori palestinesi ha pensato al suicidio.

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Durante il suo ultimo viaggio a Gaza, ha anche tenuto due seminari per il Ministero della Salute di Gaza. Uno di questi si intitolava “Gli aiuti malsani per la salute in Palestina”. Cosa intende con quell’aggettivo? Gaza subisce una condizione di forte isolamento da parte della comunità internazionale. Quando quei pochi aiuti che riceve si definiscono persino “malsani”?

Nonostante in passato mi fossi sempre concentrato su argomenti tecnici e con rilevanza locale, questa volta ho pensato (e ottenuto un faticoso assenso da parte della controparte palestinese) di offrire ai partecipanti, alti dirigenti del ministero della salute, una prospettiva più ampia delle questioni relative alla salute, nel tentativo di aiutarli a saltare virtualmente il muro che li tiene chiusi da oltre quindici anni impedendo loro di dare un’occhiata ai problemi globali solo apparentemente distanti dalla loro vita professionale e personale quotidiana.

La domanda che ho posto ai partecipanti per la discussione è stata: “Come mai abbiamo avuto un aiuto internazionale volto a sostenere il processo di pace israelo-palestinese e portare alla creazione di uno Stato palestinese e invece quello che è successo è una complessa frammentazione della Palestina che ha reso sempre meno plausibile la probabilità di una soluzione a due Stati?”

Il pensiero che ho loro presentato è che gli aiuti internazionali ai palestinesi sono uno strumento politico per limitare i danni creati da un problema politico che i Paesi donatori non osano affrontare. Perpetuando i difetti strutturali del settore sanitario, gli aiuti sono diventati una condizione essenziale per la sua sopravvivenza. Nonostante questa realtà, la tendenza è di “fare sempre più dello stesso”. Mentre è evidente che l’aiuto senza libertà di movimento per i palestinesi è ampiamente sperperato, i donatori si astengono dal fare pressioni su Israele sottovalutando l’effetto dell’occupazione israeliana sull’efficacia dell’aiuto. Tutto sommato come donatori siamo complici dello status quo.

I partecipanti al seminario sono rimasti d’accordo, pur con un sorrisino complice.

A proposito di aiuti internazionali, puntualmente quando inizia una nuova campagna militare su Gaza, come l’Operazione Alba, una parte della società civile si interroga su cosa si può fare. E’ ancora lecito, alla luce di quanto dice, chiedersi cosa potrebbe fare la comunità internazionale per aiutare la popolazione palestinese? Quali potrebbero essere alcune strategie di salute internazionale da mettere in campo, sul breve e sul lungo termine, per aiutare una terra “invivibile”?

Non esistono, secondo me, strategie di “salute internazionale” per aiutare la popolazione palestinese. Per aiutare la popolazione di Gaza dobbiamo smetterla: 1) di considerarla sempre e soltanto un problema umanitario, una continua “cronica” emergenza. Come ho scritto di recente , Gaza è un laboratorio in cui Israele sta sperimentando nuove regole, creando e mantenendo un problema umanitario per occultare quello politico. Sostituendo la politica con la compassione non si aiuta Gaza anzi le si fa violenza. 2) Di identificarla con Hamas. E’ ora di vederla per quella che è, fatta cioè di bambini, donne, uomini, famiglie, persino morti e sepolti, persone innocenti che sono padri o madri, sorelle o fratelli, figlie o figli.

Il nostro compito, il vostro compito di giornalisti deve essere quello di riportare Gaza nella sfera politica, di parlare di quello che succede a Gaza anche quando non viene bombardata, inserendola in una cornice giuridica internazionale (15 anni di blocco illegale!) e denunciando la crisi umanitaria esistente come sintomo e risultato dell’occupazione, della colonizzazione e dell’apartheid dell’intera Palestina.

*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia. Ha scritto di Palestina su agenzie online, tra cui Nena News Agency. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.

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Gaza, terzo giorno di guerra. Sale il numero dei morti palestinesi, ospedali allo stremo


della redazione

Pagine Esteri, 7 agosto 2022 – Terzo giorno di attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza. Il numero dei morti palestinesi è salito a 31, tra cui 6 bambini e 4 donne. Almeno 265 i feriti. Israele fa sapere che il sistema di difesa anti-missile, Iron Dome, ha abbattuto il 97% dei razzi lanciati dalla Striscia di Gaza.

La protezione civile palestinese ha chiesto urgenti aiuti medici per poter far fronte al numero crescente di feriti che, da venerdì, affollano gli ospedali, già in crisi prima dell’attacco. In una conferenza stampa il portavoce della protezione civile di Gaza ha dichiarato che a partire da sabato l’esercito di “occupazione ha distrutto edifici residenziali senza preoccuparsi della presenza di donne, bambini e anziani“. Quando c’è stato l’attacco a Rafahle nostre squadre hanno lavorato instancabilmente per cercare le vittime tra le macerie. Ma non abbiamo risorse sufficienti per rispondere a questi attacchi. Abbiamo carenza di attrezzature a causa dell’assedio di Gaza che dura da 15 anni. Chiediamo alla comunità internazionale di permettere l’ingresso immediato di aiuti medici e attrezzature di emergenza“.

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La situazione a Gerusalemme è ancora molto tesa. Anche se la “passeggiata” sulla Spianata della Moschea di Al Aqsa, che le forze di sicurezza hanno consentito oggi ai membri religiosi della destra israeliana, ha visto un numero di partecipanti più basso di quanto si immaginasse. L’attacco a Gaza e una possibile violenta risposta di Jihad e, questa volta, anche di Hamas, ha evidentemente preoccupato molti fedeli ebrei, che hanno scelto alla fine di non recarsi a Gerusalemme.

Scambio di responsabilità tra Israele e Jihad Islami sulla strage di Jabalia, nord di Gaza, avvenuta sabato sera, quando un missile ha colpito una zona nei pressi di una moschea, uccidendo 5 persone tra cui 3 bambini. Israele ha dichiarato che, in seguito ad una inchiesta, può con sicurezza affermare che la strage è stata causata da un razzo lanciato dalla Jihad che per sbaglio è caduto all’interno di Gaza.

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Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha fatto sapere che supporta a pieno Israele e il suo diritto a difendersi, chiedendo però una de-escalation ad entrambe le parti (Israele e Jihad).

Intanto, sempre nella notte tra sabato e domenica, nel tentativo dello Stato ebraico di uccidere un ufficiale della Jihad Islami, Khaled Mansour, comandante della zona sud di Gaza, sono stati uccise almeno 2 persone e 32 ferite, secondo il Ministero della salute palestinese, incluso un bambino.

Ascolta la testimonianza audio da Gaza

Israele ha preparato il suo esercito ad una guerra che potrebbe, come dichiarato dai vertici militari, durare un mese. Dopo 3 giorni la situazione a Gaza è già disperata: l’unica centrale elettrica ha finito il carburante, c’è una gravissima carenza di medicine e macchinari medici, ci sono famiglie sfollate, le cui case sono state distrutte e che non sanno dove andare.

Leggi il resoconto delle giornate di sabato 6 e venerdì 5 agosto

COME È COMINCIATA L’OFFENSIVA

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Un attacco improvviso, quello israeliano Gaza. Tutto è cominciato con l’omicidio mirato di Taisir Al Jaabari, un comandante militare del Jihad Islami, raggiunto da un raid mentre si trova va all’interno della Palestine Tower di Gaza City. Durante l’attacco sono state uccise anche una bambina di 5 anni, Alaa Qadum e una ragazza di 23 anni. Subito dopo altri attacchi hanno colpito con velocità e precisione torrette di osservazione e altri obiettivi.

Il primo giorno dell’operazione Breaking Dawn si è chiuso con l’uccisione di 10 palestinesi e 55 feriti nella Striscia di Gaza.

I membri del Jihad Islami hanno atteso che arrivasse la sera per rispondere agli attacchi israeliani con il lancio di decine di razzi, un centinaio probabilmente, verso il sud e il centro di Israele, dove al suono delle sirene anti-missile migliaia di persone si sono messe a riparo nei rifugi.

Israele ha descritto l’operazione militare come un “attacco preventivo” per evitare il lancio di razzi e la risposta militare del Jihad all’arresto, lunedì 1 agosto, del proprio comandante militare in Cisgiordania, Bassam al Saadi, che è stato portato via da Jenin dall’esercito israeliano. In seguito all’operazione l’Egitto si era impegnato in una mediazione tra Israele e Jihad proprio per evitare un’escalation. A Gaza si attendeva, prevista per domenica 7 agosto, la risposta israeliana alle richieste del Jihad, che sarebbe dovuta giungere per bocca dei mediatori egiziani. Ma Israele ha attaccato prima.

Nella prima mattinata di sabato 6 agosto un nuovo raid israeliano ha ucciso, a Khan Yunis, Tamim Ghassan Hijasi, undicesima vittima in meno di 24 ore. Poco prima erano stati arrestati in Cisgiordania 19 membri del Jihad Islami.

La Relatrice Onu per i Diritti umani, Francesca Albanese, ha condannato l’attacco israeliano a Gaza: “L’operazione Breaking Dawn è un flagrante atto di aggressione. Illegale. Immorale. Irresponsabile”.

I condemn Israel’s airstrikes in Gaza to allegedly ‘deter’ Islamic Jihad’s possible retaliation for its leader’s arrest.

As Int’l Law only permits the use of force in self-defense, Operation Breaking Dawn is a flagrant act of aggression.

Illegal. Immoral. Irresponsible.

— Francesca Albanese, UN SRoPt (@FranceskAlbs) August 6, 2022

Le tempistiche utilizzate da Israele per il lancio di una nuova operazione militare su Gaza si legano a due particolari eventi: le elezioni israeliane previste per il prossimo 1 novembre e la visita in Iran, proprio nella giornata di ieri, del segretario generale del Jihad Islami, Ziad Abu Nakhleh.

In politica interna le dinamiche legate al turno elettorale vedono uno scontro preventivo, a colpi di accuse e rivendicazioni, tra il sempre presente Benjamin Netanyahu e l’attuale premier ad interim, Yair Lapid. In Israele la rivendicazione di meriti militari, di un passato lastricato di medaglie e di riconoscimenti battaglieri e sicuritari ha da sempre un’importanza cruciale per l’esito dei giochi elettorali. Su questo terreno Lapid non può, al momento, competere con Netanyahu ma un’operazione militare nel proprio curriculum potrebbe essere un modo per migliorare le cose.

Non è possibile leggere come una semplice coincidenza, d’altro canto, ciò che stava avvenendo in Iran proprio negli attimi in cui Israele ha deciso di procedere all’esecuzione di Taisir Al Jaabari. Il segretario generale del Jihad Islami, Ziad Abu Nakhleh, era a Tehran per incontrare il presidente Raisi. L’Iran è uno storico alleato della Jihad Islami e l’attacco israeliano su Gaza ha avuto l’obiettivo di consegnare un messaggio ben preciso al presidente Ebrahim Raisi.

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Ecuador: Il 25 luglio viene dichiarato giorno nazionale della Donna Afro. Evento storico.


Mishell Mantuano* –

(Traduzione Davide Matrone)


Pagine Esteri, 3 agosto 2022 – Le donne afroecuadoriane, in data 21 luglio, hanno raggiunto un risultato storico in Ecuador: il riconoscimento del giorno nazionale della donna afroecuadoriana, nera e afrodiscendente. Questo obiettivo segna un precedente storico nelle rivendicazioni dei diritti delle donne afro e dà continuità alla lotta e alla resistenza contro il razzismo strutturale che esiste nel paese e in tutto il continente.

Sin dalla mattina del 21 luglio, circa 150 donne afroecuadoriane provenienti da tutto il paese si sono riunite all’esterno dell’Assemblea Nazionale dell’Ecuador per esigere tale riconoscimento come un passo in più per la costruzione di una società giusta. All’esterno del perimentro dell’Assemblea Legislativa si sono realizzate una serie di cerimonie ancestrali con l’uso della croce della Lalibela, o meglio conosciuta come Etiope, che rappresenta le persone della diaspora africana. Per circa un’ora le donne hanno messo in atto un suggestivo e impressionante rituale danzante a ritmo di tamburi utilizzato tradizionalmente per difendere e preservare l’essenza dei quattro elementi naturali del Pianeta: il fuoco, l’acqua, l’aria e la terra. Elementi che i popoli afrodiscendenti dell’Ecuador cercano di salvaguardare ogni giorno per il benessere di tutti gli ecuadoriani afro del paese. In Ecuador, secondo l’ultimo censimento del 2020 il 7.2% della popolazione totale è afrodiscendente e conta con quasi 1 milione e centomila abitanti in tutte le 24 regioni del paese ma con una presenza importante in 9 di esse: Esmeraldas, Imbabura, Carchi, Loja, Guayas, Pichincha, El Oro, Los Rios e Manabí.

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Fonte: afros.wordpress.com/quienes-so…

Le Organizzazioni Afro Donne dell’Ecuador per anni hanno lottato per questo riconoscimento richiamando l’attenzione delle Istituzioni sul fatto che dal 25 luglio del 1992 si celebra il giorno internazionale della Donna AfroLatina, dei Caraibi e della Diaspora, ma non esiste ancora alcun riconoscimento istituzionale a livello nazionale.

Questo atto celebrativo e di resistenza nasce all’indomani dell’incontro di 400 donne afrodiscendenti realizzatosi nella Repubblica Domenicana che, in occasione dei 500 anni di conquista spagnola dell’America Latina, si riunirono per esporre e denunciare le problematiche delle donne afrodiscendenti: la discriminazione razziale, il sessimo, lo sfruttamento lavorativo, la povertà, l’esclusione nel sistema educativo, la disuguaglianza economica, l’emarginazione e la violenza di genere.

Così, dopo le cerimonie e i rituali, le donne afroecuadoriane hanno ricevuto l’autorizzazione per accedere nella parte alta della sala Nela Martínez dell’Assemblea Nazionale dell’Ecuador per assistere al dibattito parlamentare in programma per le ore 12.30. Il Presidente dell’Assemblea, Virgilio Saquisela, ha dovuto modificare il calendario delle attività parlamentari vista la pressione e determinazione delle organizzazioni afro all’esterno del Parlamento. L’ordine del giorno per tale riconoscimento era previsto per il pomeriggio dopo le ore 15. Le 150 donne afroecuadoriane hanno seguito con molta attenzione gli interventi dei parlamentari in un’Assemblea mezza vuota. Durante il dibattito c’era la preoccupazione che non si raggiungesse il quorum al momento del voto finale e tutto sarebbe sfumato nel nulla.

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Foto di Michelle Mantuano

Il dibattito si è aperto con le parole di Ines Morales Lastra, donna storica del movimento femminile afro dell’Ecuador in nome della Confederazione Comarca del Nord di Esmeraldas che dato risalto alla lotta delle donne e degli uomini neri del paese per la salvaguardia e la difesa dei boschi tropicali e delle mangrovie di questa regione del paese riconosciuti patrimonio ambientale e intangibile della nazione. La difesa dell’ambiente è fondamentale per la difesa della vita di ognuno di noi. “Da oltre 30 anni continuamo la nostra lotta come donne afrodiscendenti dell’Ecuador per la costruzione di un paese giusto ed uguale. E ispirandomi alle parole della Neo Vicepresidente della Colombia Francia Márquez, dobbiamo continuare per vivere in modo equilibrato la nostra esistenza collettiva”. In seguito, le parole di Irma Bautista, Coordinatrice delle Donne Negre dell’Ecuador che ha posto l’accento sul contributo degli afroecuadoriani e delle afroecuadoriane nella lotta d’indipendenza e nella costruzione della nazione ecuadoriana nei secoli trascorsi. Inoltre, ha dichiarato che questo riconoscimento è assolutamente necessario per combattere dalle Istituzioni il razzismo strutturale presente in tutti gli spazi della società.

A presentare la mozione parlamentare per il riconoscimento simbolico e legale del giorno della donna Afro è stata la assembleista afrodiscendente della regione di Esmeraldas, Paola Cabezas del partito UNES (Unione della Speranza) che ha raccolto le istanze territoriali delle organizzazioni delle donne afrodiscendenti dell’Ecuador. Alle ultime elezioni politiche del 2021, sono state elette solo due parlamentari donne afro su 137 in totale.

Una volta terminato il dibattito durato all’incira un’ora, si è giunti alla votazione con la presenza di 120 parlamentari su 137 (87.6%) che hanno votato all’unanimità la mozione e quindi il riconoscimento legale e simbolico richiesto dalla parlamentare Paola Cabezas in rappresentanza delle organizzazioni afrodiscendenti: Confederazione Comarca, CONAMUNE, Movimento delle Donne Nere del Nord di Esmeraldas, Fondazione Doña Ela, Fondazione Ecuadoriana AZUCAR ed Andina Red, tra le altre.

Dopo la vittoria di Francia Márquez in Colombia, si apre una fase di riscatto e di speranza per gli afro e per le afrodiscendenti del continente latinoamericano che sono – secondo gli ultimi dati emanati dalla CEPAL/UNFPA nell’anno 2020 – 134 milioni e rappresentano il 21% della popolazione continentale ma sono la parte maggiormente esclusa di tutta la regione.

L'articolo Ecuador: Il 25 luglio viene dichiarato giorno nazionale della Donna Afro. Evento storico. proviene da Pagine Esteri.


GAZA. Sempre più difficile per i bambini malati di cancro curarsi fuori dalla Striscia


di Eliana Riva –

Pagine Esteri, 29 luglio 2022 – Nel 2021 il 32% delle richieste di accesso alle cure per bambini e bambine presso ospedali fuori da Gaza è stato rallentato o respinto da Israele. Un aumento del 15% rispetto al 2021. E i minori che riescono ad ottenere il permesso di uscire dalla Striscia per ricevere cure in cliniche specializzate, sono spesso costretti a partire senza i propri genitori, ai quali non viene consentito di lasciare Gaza neanche per accompagnarli.

È il caso di Lynn, una bambina di 6 anni a cui è stato diagnosticato un cancro quando di anni ne aveva solo 3. Da tempo riceve cure in un ospedale israeliano a Tel Hashomer. Durante una delle degenze, lunga sei mesi a causa di un intervento chirurgico invasivo, la bimba è partita senza i propri genitori: a entrambi Israele ha respinto la richiesta di accompagnamento. La madre e il padre hanno potuto raggiungerla solamente dopo l’intercessione dei Medici per i Diritti Umani (Physicians for Human Rights– Israele).

“Riceviamo decine di richieste di aiuto da famiglie in circostanze simili ogni anno – racconta Aseel Aburass, coordinatrice per la libertà di movimento Palestinesi nell’OPT e nel dipartimento della clinica mobile Medici per i diritti umani Israele (PHRI) – La politica di Israele e il suo impatto sul fatto che i genitori siano in grado di rimanere con i propri figli e confortarli durante trattamenti difficili, è oggetto di un documento di sintesi che abbiamo recentemente pubblicato”.

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La sanità è quasi del tutto dipendente dal regime dei permessi di Israele. Il blocco israeliano imposto alla Striscia di Gaza ha effetti enormi su ogni settore della vita dei suoi abitanti. Lo stato dell’assistenza sanitaria è di certo una delle questioni più preoccupanti. Il blocco influisce anche sulla formazione dei medici, sui corsi di aggiornamento, sull’accesso alle attrezzature mediche, il cui ingresso nella Striscia, insieme ai medicinali e a tanto altro, spesso viene vietato dalle autorità dello Stato ebraico. A ciò si aggiungono le tensioni tra Hamas e Autorità Nazionale Palestinese che influiscono sul budget stanziato per la sanità a Gaza. Gli stessi Medici per i Diritti Umani documentavano nel 2018 che i malati di fibrosi cistica nella Striscia rischiavano di morire per il blocco dei medicinali, che il 90% dei malati di cancro non riceveva cure adeguate e che erano centinaia i bambini con deficit della crescita a causa della mancanza di latte terapeutico.

Nel 2018 l’incidenza tumorale nella Striscia di Gaza era tra le peggiori del mondo e superava quasi del doppio il numero dei malati di cancro in Israele. La situazione era peggiore per i bambini, che rappresentavano l’11% del totale dei malati di cancro, quando l’incidenza media nel resto del mondo (per bambine e bambini dai 14 anni in giù) era dell’1%.

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L’alta incidenza tumorale nella Striscia di Gaza è dovuta a diverse cause. La contaminazione ambientale è diffusa, a causa della mancanza di fognature e di impianti, distrutti e spesso mai ricostruiti dopo gli attacchi aerei; l’inquinamento da sostanze radioattive e tossiche portate dai bombardamenti è molto elevato. Ma oltre al numero altissimo di malati di tumore, anche la mortalità è sopra la media. Uno studio coordinato dal Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, finanziato dal Ministero della Salute italiano nell’ambito del programma EUROMED Cancer Network, nato per favorire le reti oncologiche nei paesi Mediterranei extra-europei, dimostra che le prime cause dell’alta mortalità per i malati oncologici nella Striscia di Gaza sono “la chiusura delle frontiere israeliana ed egiziana e le difficoltà nell’approvvigionamento di chemioterapici e materiale utilizzato in radioterapia. A 5 anni dalla diagnosi solo il 65% delle donne di Gaza cui è stato diagnosticato un tumore della mammella tra il 2005 e il 2014 era vivospiega Diego Serraino, direttore di Epidemiologia e Biostatistica del CRO e responsabile scientifico della ricerca – Una percentuale decisamente inferiore a quella della maggior parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: in Italia, per esempio, circa il 90% delle donne è vivo dopo 5 anni dalla diagnosi di tumore della mammella”.

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Gaza. Rete idrica danneggiata da un bombardamento israeliano. Foto di Michele Giorgio

Nel 2020 Save the Children denunciava che il ritardo nella concessione dei permessi di cura da parte delle autorità israeliane stava causando la morte di bambine e bambini che, piccolissimi, necessitavano di cure immediate, non solo di tipo oncologico ma anche relative a malformazioni cardiache e altro tipo di difficoltà alla nascita.

Con la pandemia di COVID-19 la situazione dei permessi è peggiorata: prima del 2020 erano circa 2.000 al mese le persone che richiedevano assistenza sanitaria al di fuori di Gaza. Ad aprile 2022 le richieste ricevute sono state 159. Il numero più basso degli ultimi 10 anni. Nonostante ciò, un terzo delle domande veniva comunque respinto dalle autorità israeliane.

Lo scorso 6 luglio il Palestinian Centre for Human Rights denunciava la morte di un uomo di Gaza, malato di cancro, in seguito alla mancata emissione del permesso di trasferimento da parte delle autorità israeliane. Jihad Mousa Humaidan Al-Qedra, 55 anni, avrebbe dovuto sottoporsi ad esami e trattamenti urgenti presso un ospedale di Nablus, in Cisgiordania ma dopo un mese dalla presentazione della domanda di permesso di viaggio per motivi di salute, Israele comunicava che la richiesta era ancora in fase di controllo di sicurezza.

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Secondo PHR – Israele anche il tasso di rifiuto delle domande dei genitori per accompagnare i propri figli è aumentato, dal 28% del 2020 al 35% del 2021. “Questo stato di cose – conclude Aseel Aburass – dovrebbe indignare il pubblico israeliano in generale e la comunità medica israeliana in particolare. L’accompagnamento dei genitori, in particolare quando il bambino sta lottando per la propria vita, dovrebbe essere ovvio. Purtroppo, è diventata una normalità che diritto alla salute dei palestinesi, soprattutto a Gaza, è sempre contingente, sempre soggetto alle decisioni israeliane. Ci confrontiamo ogni singolo giorno con le vittime di questa crudele realtà”.

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La “NATO del Pacifico” in allerta per l’accordo tra Cina e Isole Salomone


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 27 luglio 2022 – Non c’è solo la vicenda di Taiwan ad accendere la competizione geopolitica e militare tra Pechino e Washington. In un clima già reso incandescente dall’invasione russa dell’Ucraina, un nuovo braccio di ferro oppone ora gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare nell’Oceano Pacifico. Nelle scorse settimane, infatti, Pechino ha sottoscritto un accordo di cooperazione sulla sicurezza con il governo delle Isole Salomone, uno stato insulare di neanche 800 mila abitanti che però si trova in una posizione strategica nel Pacifico Meridionale, 1800 km ad est dell’Australia.

A confermare l’accordo con l’ex colonia britannica resasi indipendente nel 1978 – segnale evidente dell’aumento dell’influenza cinese nell’area – è stato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino Wang Wenbin. Secondo il funzionario l’accordo prevede una cooperazione tra le due parti «nel mantenimento dell’ordine sociale, nella protezione della vita e dei beni delle persone, nell’assistenza umanitaria e in reazione ad eventuali disastri naturali». Inoltre, ha aggiunto il dirigente della diplomazia cinese, l’accordo «non si rivolge contro terze parti» e punta alla «stabilità sociale e a lungo termine» nello stato insulare.

“No a una base militare cinese”

L’ennesimo avvicinamento nei confronti della Cina da parte delle Salomone ha generato una dura reazione degli Stati Uniti e dell’Australia, oltre che di alcuni paesi dell’area. Il timore di Washington e Canberra è che l’accordo di sicurezza rappresenti la premessa per l’apertura di una base navale cinese nell’arcipelago. Si tratterebbe della seconda base militare cinese all’estero, dopo quella aperta nel 2017 a Gibuti, nel Corno d’Africa, in un’area dove l’influenza cinese negli ultimi anni è cresciuta considerevolmente.

Dopo le veementi critiche ricevute, il primo ministro delle Salomone Monasseh Sogavare ha negato che l’accordo con Pechino preveda l’installazione di una base dell’Esercito Popolare di Liberazione sul suolo del suo paese. Comunque, in base all’accordo – il cui contenuto esatto rimane riservato – su richiesta del governo di Honiara la Cina potrà inviare nell’arcipelago forze militari e di polizia, e far attraccare le sue navi militari nei porti dello stato insulare.

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Il colpaccio cinese nel cortile di casa di Washington e Canberra

L’avvicinamento alla Cina delle Salomone, tradizionalmente inserite nella sfera d’influenza di Washington, è stato repentino quanto rapido. Subito dopo la sua elezione nel 2019, Sogavare ha infatti allacciato per la prima volta relazioni diplomatiche con Pechino dopo aver disconosciuto l’indipendenza di Taiwan e 36 anni di rapporti con la “provincia ribelle” cinese. Nel 2021, poi, le Salomone hanno siglato un accordo con la Cina grazie al quale hanno potuto vaccinare parte della propria popolazione contro il Covid19 mentre gli investimenti di imprese cinesi nello stato insulare si sono moltiplicati in cambio della concessione ad alcune aziende di Pechino del diritto di rimettere in funzione la miniera d’oro di Gold Ridge. Tra le infrastrutture finanziate dal governo cinese ci sono nuove strade e la costruzione di un grande stadio che potrebbe consentire a Honiara di ospitare i Giochi del Pacifico del 2023. Imprese cinesi stanno cercando di affittare o acquistare grandi appezzamenti di terreno o intere isole.

L’orientamento di Sogavare verso Pechino è stato però uno dei fattori scatenanti, insieme alle conseguenze della crisi economica, alle critiche contro la corruzione del governo (accusato di svendere il paese agli stranieri) e alla storica rivalità tra le isole di Malaita e Guadalcanal, delle proteste che hanno infiammato le Salomone nel novembre scorso. I manifestanti si sono ripetutamenti scontrati con le forze dell’ordine e si sono resi protagonisti di saccheggi e incendi soprattutto ai danni delle attività commerciali di cittadini cinesi, tentando di fare irruzione all’interno del parlamento e di assaltare la residenza del primo ministro. Tre persone avevano perso la vita a causa di un incendio doloso appiccato ad un edificio nella Chinatown di Honiara. Durante la sommossa sono state incendiate anche una caserma della polizia e una scuola superiore.
Per placare la ribellione e riportare l’ordine erano dovute intervenire anche militari e poliziotti provenienti dall’Australia e dalla Papua Nuova Guinea. È in seguito a questi fatti che alcune indiscrezioni hanno annunciato la firma di un accordo di sicurezza con Pechino, poi confermata dalla pubblicazione di una bozza dell’intesa, mentre alcuni addestratori della polizia cinese arrivavano a Honiara per coadiuvare le locali forze dell’ordine.

Contro l’accordo si sono schierati il governo dell’isola di Malaita – che ha deciso di mantenere rapporti economici e politici con Taiwan – e l’opposizione parlamentare. Per il leader della minoranza, Matthew Wale, l’intesa, definita troppo generica, avrebbe più a che fare con la «sopravvivenza politica del primo ministro (…) che con la sicurezza nazionale delle Salomone».

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Salomone, cartello di protesta contro gli accordi con Pechino

Le minacce di Washington

Nonostante le rassicurazioni del premier Sogavare, Washington è rapidamente passata dalle proteste alle minacce. «Crediamo che la firma di un tale accordo potrebbe aumentare la destabilizzazione nelle Isole Salomone e costituirebbe un precedente preoccupante per tutta la regione delle isole del Pacifico» ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price.
«Rispettiamo la sovranità delle Salomone, ma se venissero presi provvedimenti per stabilire una presenza militare cinese permanente de facto, allora avremmo significative preoccupazioni e risponderemo a queste preoccupazioni» ha affermato Daniel Kritenbrink, l’incaricato Usa per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, che nei giorni scorsi ha visitato Honiara insieme a Kurt Campbell, delegato di Biden per i rapporti con l’Indo-Pacifico. Durante la visita, la delegazione statunitense ha anche annunciato la riapertura dell’ambasciata di Washington nelle Salomone, chiusa ormai nel 1993. Per cercare di contrastare le mosse cinesi e di convincere Sogavare a desistere, non solo Washington ma anche Canberra ha spedito una delegazione alle Salomone, per poi far tappa alle Isole Figi e in Papa Nuova Guinea. Anche Tonga, la Micronesia, la Nuova Zelanda e il Giappone hanno ufficialmente espresso la propria preoccupazione per il memorandum siglato da Honiara e Pechino.

L’Australia sempre più interna alla “Nato del Pacifico”

Aspre critiche sono state espresse anche dal governo australiano, che nel 2017 aveva firmato un accordo di sicurezza con il precedente governo delle Salomone e che ha fornito ingenti aiuti economici all’arcipelago. Dal 2003 al 2019, inoltre, proprio l’Australia ha guidato una Missione di Assistenza Regionale (Ramsi) composta da forze di vari paesi incaricate di stabilizzare il paese dopo anni di disordini e caos economico.
Il primo ministro australiano Scott Morrison ha avvisato Sogavare che il suo paese considera l’eventuale presenza militare cinese alle Salomone come “una linea rossa” invalicabile. Il titolare australiano della Difesa, Peter Dutton, ha addirittura affermato che il suo paese dovrebbe prepararsi ad un’eventuale guerra, mentre alcuni opinionisti e funzionari hanno incitato il governo a invadere l’arcipelago per impedire la penetrazione militare di Pechino nel Pacifico Meridionale.

Nei mesi scorsi Canberra ha abbandonato la tradizionale politica estera, che ricercava buone relazioni con Pechino, per entrare esplicitamente nell’alleanza ordita da Washington nel Pacifico in funzione esplicitamente anti-cinese.
Nel settembre del 2021 gli Stati Uniti, l’Australia e la Gran Bretagna hanno annunciato la formazione un accordo militare e di sicurezza basato nella regione indo-pacifica, denominato Aukus. Canberra è stata premiata da Washington con la vendita di alcuni sottomarini nucleari – che inizialmente dovevano essere acquistati dalla Francia – che verranno posizionati in una nuova base navale di cui l’Australia ha annunciato la realizzazione sulla costa orientale del paese.
Inoltre l’Australia è entrata anche nel Quad (Dialogo quadrilaterale di sicurezza), un’alleanza strategica per ora informale guidata da Washington che comprende anche Giappone e India.

Pechino tesse la sua tela nel Pacifico

Di fronte a quella che la Cina ha ribattezzato una «Nato del Pacifico», denunciando la «mentalità da guerra fredda» degli Stati Uniti, Pechino ha annunciato che adotterà contromisure, una delle quali potrebbe essere proprio l’estensione della sua presenza all’interno di quello che Canberra e Washington considerano il proprio “cortile di casa”. Negli ultimi anni, poi, Pechino ha fornito assistenza medica e di protezione civile ad alcuni paesi del Pacifico Meridionale alle prese con disastri naturali o con le conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia. Inoltre la Repubblica Popolare ha stretto velocemente le relazioni con le Isole Figi, dove vivono ormai più di diecimila cinesi e il cui premier, Frank Bainimarama (un ex militare giunto al potere tramite un colpo di stato) appare molto sensibile alle esigenze di Pechino. Anche l’arcipelago delle Kiribati, su pressioni cinesi, ha deciso di interrompere le relazioni con Taiwan e di rafforzare quelle con la Cina. – Pagine Esteri

1933577* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

LINK E APPROFONDIMENTI:

theguardian.com/world/2022/apr…

nytimes.com/2022/03/24/world/a…

nytimes.com/2021/11/27/world/a…

limesonline.com/rubrica/cina-i…

formiche.net/2022/04/usa-cina-…

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ECOLOGIA. Taranto, la “CONVOCATORIA” per discutere di ambiente e giustizia sociale


della redazione

Pagine Esteri, 25 luglio 2022 – Si terrà dal 26 al 29 agosto a Taranto la CONVOCATORIA ECOLOGISTA, campeggio organizzato da una rete di realtà del Sud Italia (Raggia Tarantina, Cooperativa Sociale Robert Owen, Movimento No Muos, Laboratorio Politico Iskra, con la partecipazione di Ecologia Politica Network). Quest’anno alla sua prima edizione, l’iniziativa prende le mosse da una visione dell’ecologia improntata alle lotte per la giustizia sociale. A partire da una riflessione sulle cause storico-politiche della marginalizzazione del Sud come imprescindibili per guardare alla crisi ecologica, la CONVOCATORIA estenderà il dibattito al tema della solidarietà internazionale e della costruzione di strategie comuni, accogliendo attiviste e attivisti dal Mediterraneo.

Parteciperanno gruppi dalla Palestina, dal Kurdistan, dall’Egitto, al fine di aprire un fronte di progettualità condivisa. Questo percorso intende affrontare molti degli aspetti socio-politici che si interconnettono nella questione ecologica: la condizione del margine come territorio di resistenza, l’Occupazione [materiale e ontologica], l’appropriazione coloniale di pratiche e saperi, le lotte transfemministe, le autonomie. Uno dei punti di riferimento nella costruzione del campeggio è stata l’esperienza della COP26 di Glasgow, dove una mobilitazione dalla portata impressionante ha reso manifesta l’esistenza di un movimento ecologista mondiale guidato dal Sud Globale.

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La CONVOCATORIA intende guardare a questo movimento promuovendone le premesse e le pratiche, condividendo tutte quelle forme di collettività basate sulla resistenza anti-coloniale e anti-capitalista. Le realtà coinvolte sono attive nelle lotte per la sovranità, come il Mesopotamian Ecology Movement, nella solidarietà internazionale, come la Boycott, Divestment and Sanctions, nella decolonizzazione dei sistemi architettonici, come DAAR – Decolonizing Architecture Art Research.

Taranto è uno dei contesti simbolo della violenza sociale ed ecologica che ha dominato il Sud Italia attraverso i processi di industrializzazione, militarizzazione, espropriazione delle comunità. In questo senso la CONVOCATORIA pone l’identità tarantina come anello di congiunzione tra territori in cui colonizzazione interna, ecocidio, disgregazione sociale appartengono a uno stesso spettro di oppressione in cui rivendicare forme di emancipazione attraverso un percorso collettivo.ù

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Diversi eventi preparatori stanno accompagnando l’organizzazione del campeggio. Il 9 luglio scorso il Movimento No Muos ha presentato il dossier ‘”Università e Guerra”, esito di un’inchiesta sulle affiliazioni delle università italiane con l’industria bellica internazionale e con centri di ricerca a loro volta implicati – con un focus su Israele, Turchia e Stati Uniti. Il 30 luglio prossimo Federica De Rosa presenterà il volume “Laboratorio Favela” – testi e discorsi di Marielle Franco – che ripercorre il pensiero dell’attivista e politica brasiliana assassinata nel 2018 (presso il collettivo transfemminista Le Mele di Artemisia). Il 6 agosto si terrà un’assemblea pubblica di lancio che aprirà un dialogo tra le realtà promotrici e il territorio.

Le tre giornate dell’incontro alterneranno presentazioni, laboratori e momenti plenari presso la Cooperativa Sociale Robert Owen, sede della CONVOCATORIA, concludendosi con una marcia popolare il 28 agosto. Questo ritiro di dibattito e progettualità tra movimenti e soggetti territoriali avrà quindi come linea direttrice l’idea che il superamento del modello estrattivista non può essere immaginato se non a partire da un processo che unisca le diverse lotte sociali, e metta al centro l’interdipendenza di località e globalità. Un processo che si faccia portavoce dell’urgenza di “inventare, ri-articolare e contaminarci attraverso le plurime pratiche ed azioni dirette che ci permettono di resistere alla fine del mese e alla fine del mondo.”

convocatoria-ecologista-tarant…

facebook.com/events/s/convocat…

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ECOLOGIA. Taranto, la “CONVOCATORIA” per discutere di ambiente e giustizia sociale


Idella redazione


Pagine Esteri, 25 luglio 2022 – Si terrà dal 26 al 29 agosto a Taranto la CONVOCATORIA ECOLOGISTA, campeggio organizzato da una rete di realtà del Sud Italia (Raggia Tarantina, Cooperativa Sociale Robert Owen, Movimento No Muos, Laboratorio Politico Iskra, con la partecipazione di Ecologia Politica Network). Quest’anno alla sua prima edizione, l’iniziativa prende le mosse da una visione dell’ecologia improntata alle lotte per la giustizia sociale. A partire da una riflessione sulle cause storico-politiche della marginalizzazione del Sud come imprescindibili per guardare alla crisi ecologica, la CONVOCATORIA estenderà il dibattito al tema della solidarietà internazionale e della costruzione di strategie comuni, accogliendo attiviste e attivisti dal Mediterraneo.

Parteciperanno gruppi dalla Palestina, dal Kurdistan, dall’Egitto, al fine di aprire un fronte di progettualità condivisa. Questo percorso intende affrontare molti degli aspetti socio-politici che si interconnettono nella questione ecologica: la condizione del margine come territorio di resistenza, l’Occupazione [materiale e ontologica], l’appropriazione coloniale di pratiche e saperi, le lotte transfemministe, le autonomie. Uno dei punti di riferimento nella costruzione del campeggio è stata l’esperienza della COP26 di Glasgow, dove una mobilitazione dalla portata impressionante ha reso manifesta l’esistenza di un movimento ecologista mondiale guidato dal Sud Globale.

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La CONVOCATORIA intende guardare a questo movimento promuovendone le premesse e le pratiche, condividendo tutte quelle forme di collettività basate sulla resistenza anti-coloniale e anti-capitalista. Le realtà coinvolte sono attive nelle lotte per la sovranità, come il Mesopotamian Ecology Movement, nella solidarietà internazionale, come la Boycott, Divestment and Sanctions, nella decolonizzazione dei sistemi architettonici, come DAAR – Decolonizing Architecture Art Research.

Taranto è uno dei contesti simbolo della violenza sociale ed ecologica che ha dominato il Sud Italia attraverso i processi di industrializzazione, militarizzazione, espropriazione delle comunità. In questo senso la CONVOCATORIA pone l’identità tarantina come anello di congiunzione tra territori in cui colonizzazione interna, ecocidio, disgregazione sociale appartengono a uno stesso spettro di oppressione in cui rivendicare forme di emancipazione attraverso un percorso collettivo.ù

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Diversi eventi preparatori stanno accompagnando l’organizzazione del campeggio. Il 9 luglio scorso il Movimento No Muos ha presentato il dossier ‘”Università e Guerra”, esito di un’inchiesta sulle affiliazioni delle università italiane con l’industria bellica internazionale e con centri di ricerca a loro volta implicati – con un focus su Israele, Turchia e Stati Uniti. Il 30 luglio prossimo Federica De Rosa presenterà il volume “Laboratorio Favela” – testi e discorsi di Marielle Franco – che ripercorre il pensiero dell’attivista e politica brasiliana assassinata nel 2018 (presso il collettivo transfemminista Le Mele di Artemisia). Il 6 agosto si terrà un’assemblea pubblica di lancio che aprirà un dialogo tra le realtà promotrici e il territorio.

Le tre giornate dell’incontro alterneranno presentazioni, laboratori e momenti plenari presso la Cooperativa Sociale Robert Owen, sede della CONVOCATORIA, concludendosi con una marcia popolare il 28 agosto. Questo ritiro di dibattito e progettualità tra movimenti e soggetti territoriali avrà quindi come linea direttrice l’idea che il superamento del modello estrattivista non può essere immaginato se non a partire da un processo che unisca le diverse lotte sociali, e metta al centro l’interdipendenza di località e globalità. Un processo che si faccia portavoce dell’urgenza di “inventare, ri-articolare e contaminarci attraverso le plurime pratiche ed azioni dirette che ci permettono di resistere alla fine del mese e alla fine del mondo.”

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NUCLEARE. Sotto la sabbia: le scorie francesi che avvelenano l’Algeria


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 25 luglio 2022 – Non è una storia di datteri – Era la fine di marzo, il mondo intero era concentrato sulla guerra russo-ucraina e nei Paesi arabi le famiglie si preparavano al mese sacro del Ramadan, che sarebbe iniziato il 2 aprile. In quel periodo dell’anno, la vendita dei datteri sale vertiginosamente: è con questo frutto che tradizione vuole si interrompa il digiuno al tramonto. Sui social marocchini, in quei giorni, diversi account lanciavano l’hashtag #BoycottAlgerianDates, “Boicotta i datteri algerini”. Un altro capitolo della “guerra dei datteri” tra i due Paesi, tra i quali i rapporti non sono certamente distesi. Un anno prima, con gli stessi hashtag, i marocchini erano stati invitati ad acquistare solo datteri nazionali e a evitare quelli algerini perché “infestati da insetti mortali”. Quest’anno, non erano gli insetti a rendere pericolosi i frutti importati dall’Algeria.

Protezionismo e rivalità politica, indubbiamente, ma la “guerra dei datteri” chiamava in causa anche un altro spettro del passato. Sui social media si leggeva: “Con l’avvicinarsi del Ramadan, dovremmo tutti stare attenti ai datteri algerini. Contengono resti di radiazioni nucleari e sono irrigati con acque reflue. Si tratta di una combinazione di ingredienti che possono minacciare la tua vita e quella della tua famiglia”.

Nonostante la reazione del governo di Algeri, pronto a dichiarare la sicurezza dei propri datteri esportati in tutto il mondo, l’accusa si fondava, di fatto, su un capitolo irrisolto della storia algerina. I detrattori del dattero di importazione accusavano gli agricoltori algerini di coltivare i propri prodotti in campi “troppo vicini” alle aree del deserto del Sahara contaminate da “scorie nucleari”. Una realtà con la quale Algeri da decenni in qualche modo deve fare i conti: quello che i colonizzatori francesi hanno lasciato sotto la sabbia quando sono andati via.

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Un passato radioattivo – Il 18 marzo 1962, la Francia firmava gli accordi di Evian, con i quali riconosceva l’indipendenza dell’Algeria, dopo anni di scontri sanguinosi. Nella sua colonia nord-africana, la potenza francese aveva condotto test nucleari, sia atmosferici che sotterranei. I siti si trovavano nel Sahara algerino, vicino alle cittadine di Reggane e In Ekker. E’ lì che la Francia fece esplodere la sua prima bomba atomica, nel febbraio del 1960, con l’esperimento soprannominato “Jerboa Blu”: l’esplosione fu quattro volte più potente di quella della bomba di Hiroshima. Dopo gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, il Paese di Le Gaulle diventava la quarta potenza nucleare del mondo grazie ai test che conduceva nel Sahara (e nella Polinesia francese). Le scorie nucleari venivano nascoste sotto la sabbia, nella massima segretezza.

Gli esperimenti nucleari francesi non si esaurirono nel 1962. Recitava, infatti, un articolo degli accordi di Evian: “La Francia utilizzerà per un periodo di cinque anni i siti che comprendono gli impianti di In Ekker, Reggane e tutta Colomb-Béchar-Hammaguir, il cui perimetro è segnato nella mappa allegata, oltre ai corrispondenti posti di tracciamento tecnico”. Nessun articolo né clausola alludeva, però, allo smaltimento delle scorie, alla bonifica del terreno alla fine dei cinque anni, né alla salute della popolazione locale. In tutto, la Francia eseguì così 17 test nucleari sul suolo algerino, ben 11 di questi dopo l’indipendenza dell’Algeria. Nel 1967, poi, abbandonò definitivamente i suoi siti nucleari del Sahara, senza occuparsi delle conseguenze dei suoi esperimenti sull’ambiente e sulla salute delle persone.

Sessant’anni dopo, le aree desertiche di Reggane e In Ekker non sono ancora visitabili se non indossando dispositivi di sicurezza individuali e per brevissimi intervalli di tempo, data la persistenza di un altissimo livello di radioattività atmosferica. Le vittime delle radiazioni e i loro eredi aspettano ancora un risarcimento.

Nelle aree limitrofe ai siti nucleari, i medici denunciano un’altissima incidenza di tumori del sangue, della pelle, della mammella, e un tasso molto più alto rispetto alla media nazionale anche di malformazioni congenite e anomalie ortopediche. Gli effetti degli esperimenti nucleari continuano a colpire la popolazione locale, e non solo.

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Pagare le conseguenze – All’epoca dei test, il governo francese rassicurava i suoi connazionali e gli algerini della totale sicurezza dei test nucleari. Alcuni villaggi sorsero intorno ai siti solo per ospitare la manodopera locale coinvolta in quegli esperimenti e condotta sul posto con indicazioni semplici, quali “buttarsi a terra” e “tenere gli occhi chiusi” durante l’esplosione.

Gerard Dellac era un generale dell’esercito francese ai tempi dell’operazione “Jerboa blu”. Si trasferì in Algeria insieme alla moglie e ai due figli. Intervistato da France24 in un reportage del 2021, non è in grado di pronunciare molte parole a causa di un tumore maligno alla bocca per il quale ha subito molti interventi. Non ha dubbi sull’origine del cancro. Per lui parla la moglie: “All’epoca era orgoglioso, eravamo orgogliosi, lavoravamo per la grande potenza francese. Ma adesso abbiamo l’impressione di essere stati dimenticati”. Il veterano Dellac, però, è stato risarcito dal governo francese per la malattia riportata dopo gli esperimenti nucleari.

Diverse associazioni per le vittime dei test si sono costituite nel corso dei decenni. Nel 2010, anche grazie alle loro battaglie, in Francia è stata approvata una legge che riconosce il diritto al risarcimento “alle persone affette da patologie derivanti dall’esposizione alle radiazioni dai test nucleari condotti nel Sahara algerino e in Polinesia tra il 1960 e il 1998”. Nessun accenno, nella legge, alle conseguenze ecologiche degli esperimenti.

Decine di francesi, da allora, hanno ottenuto un risarcimento dal governo. Non è stato lo stesso per le vittime algerine: solo una di loro, su oltre 50 persone che hanno presentato un’istanza per i danni da radiazioni, è riuscita a essere risarcita dalla Francia.

Nello stesso reportage in cui compare monsieur Dellac, un anziano algerino, Abderrahmane Badidi Boualali, parla davanti a una recinzione e a un cartello giallo che avvisa di “Danger Nucleaire”: “Siamo stati dimenticati e abbandonati. Vogliamo che i nostri leader alzino la voce con la Francia e chiedano giustizia. La Francia ha compiuto un crimine terribile”.

Sotto la sabbia – La politica francese all’epoca dei test era semplice: tutto quello che poteva essere “contaminato”, doveva essere nascosto sotto terra. Le scorie delle esplosioni, invece, vale a dire lastre, rocce e sabbia vetrificata, venivano con incuria abbandonate all’aperto. Per decenni, il ministero degli Interni francese ha negato l’accesso alle mappe dei siti nel Sahara algerino nei quali negli anni ’60 le sostanze radioattive erano state sotterrate. Solo nel 2010, grazie a un’indagine indipendente, è stata rivelata la distribuzione di alcuni dei rifiuti tossici seppelliti sotto alla sabbia.

Fino al 2017, tuttavia, la possibilità che il governo francese potesse essere messo di fronte alle proprie responsabilità appariva fumosa. Parigi aveva sì accettato di accondiscendere alle richieste di risarcimento dei suoi veterani e delle loro famiglie, ma era remota l’ipotesi che un’inchiesta potesse effettivamente riportare sul tavolo l’annosa questione degli esperimenti nucleari ai danni dell’Algeria. In quell’anno, 122 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno siglato il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari. Nessuna potenza nucleare lo ha sottoscritto, neanche la Francia, che lo ha definito “incompatibile con un realistico approccio” alla denuclearizzazione. La sua esistenza, però, e il fatto che ben 122 Paesi lo condividano, pone anche i Paesi produttori di armi nucleari di fronte all’obbligo di rispondere dei suoi principi – e di non poter rifiutare un dialogo con le altre nazioni sulla base di questi.

Due articoli del trattato, in particolare, introducono un nuovo approccio al problema del nucleare e delle conseguenze degli esperimenti radioattivi nel mondo: l’articolo 6 affronta ‘“Assistenza alle vittime e risanamento ambientale”, il 7 la “Cooperazione e assistenza internazionale”. Da una parte, dunque, si afferma l’obbligo “positivo” dei Paesi responsabili di occuparsi delle vittime delle radiazioni e anche delle conseguenze ambientali: nel caso francese, un obbligo non ancora assolto né in un senso né nell’altro. Dall’altra parte, con l’articolo 7, si sottolinea l’importanza della Cooperazione internazionale: ad esempio, la Francia, per quanto non aderente al trattato, sarebbe eticamente chiamata a discutere e a cooperare con l’Algeria, che, invece, l’ha sottoscritto, in merito alle conseguenze delle sue scorie sul territorio sahariano.

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Il rapportoSulla scia di questo trattato, un rapporto, “Radioattività sotto la sabbia” pubblicato da Jean-Marie Collin e Patrice Bouveret nel 2020, compila un primo inventario di tutti i materiali di scarto, radioattivi e non, che la Francia si è lasciata dietro nelle aree di Reggane e In Ekker. Resti che, vi si legge, “rappresentano un pericolo tutt’altro che trascurabile sia per le persone che per la flora e la fauna”. In una sezione in particolare, “Recommendations”, si propongono delle soluzioni al danno arrecato dagli esperimenti francesi in Algeria: un’indagine approfondita, per esempio, per “recuperare i rifiuti non radioattivi o quelli dei test nucleari” ai fini di “garantire la sicurezza sanitaria per la popolazione locale e creare un ambiente più sano”.

Le raccomandazioni si rivolgono espressamente al governo francese, alludendo alla necessità di superare “oltre sessant’anni di segretezza e numerosi tabù”. Concretamente, tra le richieste degli autori c’è quella di “fornire alle autorità algerine un elenco completo dei siti in cui sono stati sepolti rifiuti contaminati, oltre all’ubicazione precisa di ciascuno di questi siti”. Alle autorità algerine, d’altro canto, è richiesto, ad esempio, un impegno nel condurre indagini sanitarie accurate sulla salute dei bambini all’epoca degli esperimenti e sui loro discendenti.

“Radioattività sotto la sabbia” è un rapporto senza ombra di dubbio caratterizzato da un ottimismo forse eccessivo verso la definitiva assunzione di responsabilità da parte della Francia nei confronti di un disastro sanitario e ambientale vecchio di oltre sessant’anni. L’inchiesta auspica “un nuovo capitolo delle relazioni” tra Francia e Algeria, nello spirito del Trattato per la Proibizione del Nucleare. Indubbiamente, il lavoro quantomeno ben si inserisce nella moderna lotta al nucleare, che non consta più soltanto del “no alle armi nucleari” tipico degli anni Novanta, ma che non può prescindere dal farsi anche carico delle gravose conseguenze che nei decenni passati il nucleare ha determinato sugli uomini e l’ambiente. Comprese quelle del nucleare francese in Algeria. Per questo, il suo monito rimane in qualche modo, malgrado il perdurante silenzio della Francia, realisticamente valido: “Il “passato nucleare” non deve più restare seppellito in fondo alla sabbia”.

L'articolo NUCLEARE. Sotto la sabbia: le scorie francesi che avvelenano l’Algeria proviene da Pagine Esteri.


ANALISI. Russia-Ucraina. La guerra potrebbe durare anni tra obiettivi russi, muro ucraino e interessi Usa


di Danilo Della Valle

Pagine Esteri, 18 luglio 2022 – Sono ormai trascorsi più di 4 mesi dal 24 Febbraio 2022, data di inizio della guerra “russo-ucraina” e, di pari passo, del confronto sul campo tra Mosca e l’Occidente. Dopo un primo periodo di smarrimento delle opinioni pubbliche mondiali e degli analisti sulle mire della Russia, pian piano il quadro si fa più chiaro. Nel frattempo a Mosca e Kiev le rispettive propagande fanno il proprio lavoro, “egregiamente”, da un lato raccontando l’imminente avanzata russa, senza alcun tipo di difficoltà, per difendere il “russkii mir” (il mondo russo), dalla parte di Kiev si racconta di un quasi collasso russo, a corto di provviste e armi, di una quasi pronta controffensiva ucraina per riprendersi tutti i territori conquistati dalla Russia, Crimea compresa, e varie altre storie più o meno “fantasiose”, riprese anche dalla stampa occidentale.

A proposito della stampa occidentale, dall’inizio del conflitto gran parte dei media hanno scelto più che di raccontare la guerra di propagandare le veline di Kiev, di fatto comportandosi come informazione di Paese in guerra. Eppure se nelle prime fasi della guerra, a prescindere dalle posizioni politiche, la narrazione era tutta concentrata su assunti di dubbia provenienza, tipo quelli secondo cui la Russia avesse scorte per soli tre giorni o che l’Ucraina sarebbe potuta arrivare fino in Russia infliggendo sconfitte su sconfitte a Mosca, oggi, pian piano, si sta scoprendo che al contrario la guerra di logoramento russa, fatta per lo più di artiglieria, una delle più potenti al mondo, rosicchia giornalmente pezzetti di territorio ucraino, soprattutto nella parte del sud est e nel Donbass, obiettivo minimo, secondo molti, dichiarato da Putin.

Per capire meglio il conflitto in atto sono almeno due gli scenari da analizzare: Il primo è sicuramente quello geopolitico.

Questo è un punto da cui si deve partire per capire bene quel che accade oggi. Alla caduta dell’Unione Sovietica e con la fine del bipolarismo si aprì inevitabilmente una nuova fase sia per la Federazione Russa che per il mondo intero. Dal punto di vista della politica interna la Russia, e tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico, si trovarono a transitare verso una economia di mercato (con tutti i pro, per pochi, e contro, per tanti) e una transizione molto più veloce del solito al sistema “democratico”, senza alcun passaggio intermedio. Fu una fase difficilissima per la Russia anche dal punto di vista geopolitico che di fatto perse il suo ruolo storico di “potenza”. Mentre in un primo momento diversi analisti statunitensi si chiedevano se fosse necessario pensare a favorire uno sfaldamento della Federazione Russa in tante repubbliche, facendo leva sulle spinte separatiste di alcune regioni del Caucaso e di alcune minoranze etniche(tesi ripresa a Varsavia nel Maggio 2022 durante il forum delle libere nazioni di Russia), alla fine si optò per cercare di integrare la Russia nel mondo Occidentale con un ruolo molto più marginale. Tuttavia la Russia non fu mai integrata a pieno regime nell’Occidente liberale e fu relegata sempre ad un ruolo secondario, trattata con una visibile diffidenza. Eppure con la vicina Europa la Federazione russa ha cercato, tra alti e bassi, punti di incontro politico ed economico, con l’Accordo per la partnership e la cooperazione (PCA), entrato in vigore già nel 1997, che prevedeva due vertici all’anno e un Comitato per la cooperazione. Dal 2003 poi anche con un Consiglio permanente per la partnership, di carattere prevalentemente politico.

Con la Russia degli anni novanta e inizio duemila relegata senza troppe possibilità di reagire ad un ruolo secondario nello scacchiere internazionale, l’espansione della Nato è stato sicuramente un fattore importante, non l’unico, nel mantenere alta la tensione nella zona. Già nel 1993 l’allora Presidente russo Boris Eltsin, grande amico degli Stati Uniti, aveva ammonito il suo omologo statunitense, Bill Clinton, di come dalle parti del Cremlino si stessero preoccupando per le intenzioni di Polonia e Repubblica Ceca di aderire alla Nato. Proprio a proposito della Nato Il 20 Giugno 1997 l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden, all’epoca senatore, dichiarava

[1]“Se mai esistesse qualcosa in grado di stravolgere i rapporti fra NATO e Russia, provocando una reazione vigorosa e ostile, non intendo per forza militare, questo sarebbe l’ammissione dei Paesi Baltici nella NATO”. Dalla dichiarazione dell’attuale Presidente all’effettività della stessa passò poco tempo. Il 24 Febbraio 2022 il quotidiano tedesco Der Spiegel in un articolo “ha ragione Putin?” [2] poneva l’accento sul fatto che vi fossero accordi tra Usa e Urss affinché la Nato non avesse cercato l’espansione ad est. A tal proposito, come riporta Sergio Romano nel suo “atlante delle crisi mondiali”, è utile la testimonianza dell’ex ambasciatore Usa in Urss Jack Matloch, che in un’intervista rilasciata nel 2007 al Corriere della Sera si espresse così sulle famose “promesse” mai trascritte dell’Occidente all’allora Unione Sovietica: “Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca, noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola. Peggio: promettemmo anche che la Nato sarebbe intervenuta solo in difesa di uno Stato membro, e invece bombardammo la Serbia per liberare il Kosovo che non faceva parte dell’Alleanza”.

[3]1810125

La situazione poi è pian piano cambiata negli anni 2000. Il primo Putin aveva sempre puntato ad una Russia “parte della famiglia europea”, ispirandosi pur tra tante difficoltà interne al tipo di sviluppo classico del capitalismo liberista, con tutti i pro, per pochi, e contro per tanti, e cercando di prendere un “posto al sole” per la Russia nello scacchiere internazionale occidentale. Significava quindi accettare il nuovo ordine venuto fuori dalla fine della Guerra Fredda. Tutto cambiò repentinamente nel 2008 dopo che per diverso tempo le richieste russe furono quasi del tutto ignorante.

L’avvertimento finale all’Occidente il presidente russo Putin lo lanciò nel febbraio 2008, alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ammonendo la visione del mondo “unipolare” e l’allargamento della Nato e criticando l’approccio “unilaterale” degli Usa sulle maggiori questioni dell’agenda mondiale. Putin di fatto avvertì che la Russia aveva delle linee rosse (Ucraina, Bielorussia e Georgia). Ecco, da Monaco in poi la Russia ha ripreso attivamente ad avere una politica estera volta a prendersi un posto da superpotenza nel mondo multipolare che si andava costituendo, di tanto in tanto intervenendo anche nei conflitti regionali come in Africa, Siria e/o nelle sue zone di influenza più vicine come Georgia e Donbass, probabilmente tornando a sognare “un ritorno al grande Impero o alla superpotenza di un tempo”. Inoltre dopo un certo periodo di avvicinamento della Russia all’Europa, con la guerra in atto, il Cremlino sta via via dirottando tutte le sue partnership a Oriente e verso i Brics, che nonostante non abbiano obiettivi politici e strategici totalmente comuni, se non quello della de-dollarizzazione dei mercati finanziari, continuano ad essere attrattivi per altri Paesi che chiedono di entrare a far parte del gruppo, come ultimamente hanno fatto Argentina e Iran.

Tuttavia la Russia oggi non può essere considerato il nemico principale della Nato dal punto di vista geopolitico, nonostante sia ancora dichiarata tale nell’ultimo Strategic Concept della Nato. La vera sfida della Nato è, come dichiarato nell’ultimo documento appunto, la Cina, con la quale probabilmente si aprirà una “partita” dopo aver risolto la questione Russia, che non vuol dire per forza aspettare la Pace o la fine della guerra, ma probabilmente andrebbe bene anche uno scenario di sirianizzazione del conflitto russo-ucraino con allontanamento, già avvenuto, della Federazione Russa dall’Europa.

Il secondo punto che va analizzato e confrontato con quello geopolitico è sicuramente quello della situazione interna Ucraina. Con l’entrata in scena della Russia la guerra è passata da una guerra civile ad un conflitto tra Paesi, con l’intervento almeno a livello di intelligence e di armi di diverse potenze occidentali. La guerra “strategica”, su larga scala quindi, vede l’Ucraina terreno di scontro tra Russia e Stati Uniti. La Russia vede il confronto come una possibilità di riconquistare l’influenza passata e rivitalizzare nell’opinione pubblica interna il patriottismo o nazionalismo imperiale (sentimenti entrambi esistenti in buon numero nella società russa), gli Stati Uniti invece pensano a due possibili opzioni; stancare la Russia e renderla più debole sul piano politico militare, rafforzando magari la presenza Nato nella zona, e allontanarla dall’Europa soprattutto in un’ottica futura di apertura del “fronte cinese” che toglierà diverse energie e risorse agli Usa. Che la guerra nella “terra di confine” possa essere una guerra tra Russia, sul campo da febbraio, e Usa, per procura, non significa che gli Ucraini siano semplici “oggetti” degli avvenimenti e non “soggetti”.

Dall’inizio del golpe di Maidan del 2014 la divisione della società ucraina tra est e ovest si è fatta via via più importante fino a sfociare nell’inizio della guerra civile che ha poi visto progressivamente la formazione delle forze separatiste da una parte, quella orientale, finanziate dai russi, ma non del tutto appiattite agli interessi russi e pronte a chiedere l’indipendenza del Donbass, e le forze lealiste dall’altra parte, quella occidentale, formate dall’esercito, che nel 2014 chiamò la guerra in Donbass “Operazione Speciale antiterrorismo”, e da una serie di milizie di ispirazione nazionaliste e/o naziste (Aidar, Azov, Donbass etc etcetera) molto spesso alle dipendenze di oligarchi locali. Tuttavia la situazione politica Ucraina, che fino al 2014 aveva affrontato diverse crisi, era stata sempre in grado di rientrare nei ranghi. Certo la divisione tra i due “mondi” è sempre stata abbastanz evidente, dal punto di vista elettorale: basti guardare il grafico delle ultime elezioni prima del Maidan, quindi 2010, e si può notare come il fiume Dnepr oltre a dividere in due il Paese geograficamente lo dividesse anche elettoralmente. Dopo il 2014 ovviamente la situazione di un Paese che stava affrontando, come tutti i Paesi del blocco post sovietico, il passaggio alla democrazia di stampo liberale, almeno sulla carta, è precipitata.

Oggi con la guerra in corso le divisioni della guerra civili, nonostante ufficialmente le si nasconda, sono più frequenti di quel che si pensa. L’8 giugno un servizio sul campo di Sky tg24 poneva l’accento sulla questione dei collaborazionisti filorussi presenti in tutta l’Ucraina (nel servizio in particolare si parlava anche di Bucha), in cui si diceva come fosse molto frequente il fenomeno, di ucraini che segnalavano ai russi gli obiettivi militari da colpire. Nelle interviste fatte a diversi militari ucraini si segnalava anche la durezza con la quale i militari intervenissero per punire i collaborazionisti (che comunque ci sono anche sul versante opposto) [4].

Quando il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio parla di guerra tra una democrazia, quella ucraina, e una dittatura sbaglia di grosso, basterebbe leggere un report Ocse, HRW o di Amnesty International[5][6][7] [8]. Non si può parlare di Ucraina come una democrazia compiuta, tuttalpiù si può dire, come per gli altri Paesi della zona, di una democrazia giovane con sfumature più o meno autoritaria, per molti di essi pericolosamente autoritarie. Basti pensare che nell’Ucraina post Maidan diverse sono le denunce di organismi internazionali riguardo le torture verso le migliaia prigionieri politici[9], decine sono state le uccisioni di giornalisti e politici[10]non in linea con il pensiero del governo[11]. E lo stesso per quanto riguarda la libertà di espressione e l’agire politico nel Paese. Se subito dopo il Maidan fu messo fuori legge il Partito Comunista Ucraino e smantellato il Partito delle Regioni (partito dell’ex Presidente Yanukovich che alle elezioni parlamentari raggiungeva la soglia del 30%), con lo scoppio della guerra sono stati messi al bando altri 11 partiti di opposizione.[12] Lo stesso discorso vale per i media, gli assalti ai media definiti “pro russi” dal 2014 sono stati centinaia e il governo ha chiuso diversi canali televisivi regionali e nazionali, accusati di essere filorussi, tra cui i 3 tra i maggiori canali televisivi nel febbraio 2021.[13] Questo significa che in un Paese così polarizzato è difficile parlare di democrazia. Ciò non vuole negare il diritto degli Ucraini a difendersi dall’invasione russa, ma è a volte utile non usare doppi standard di valutazione, soprattutto se non si è, almeno sulla carta, cobelligeranti.

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Intanto la catastrofe umanitaria giornalmente diventa sempre più imponente. Oltre alle migliaia di morti militari sono migliaia i morti civili sotto i bombardamenti: Negli ultimi giorni i bombardamenti russi hanno raggiunto Vynnitsia, nell’ucraina centrale, e Nikolaev, causando la morte di più di 30 civili, mentre bombardamenti ucraini hanno raggiunto nelle ultime settimane edifici civili e la stazione degli autobus a Donetsk, Stakhanov e Izum causando diversi morti. Al di là degli obiettivi tattici, che possono cambiare a seconda delle battaglie sul campo, e che per ora vedono un’avanzata russa nella parte sud est del Paese, con gran parte del Donbass preso, e una ripresa di altri territori sia nelle vicinanze di Kherson che nel centro nord del Paese da parte ucraina, prevedere come e quando finirà questa guerra è difficile perché gli scenari cambiano costantemente e non è facile stabilire se l’obiettivo strategico di Putin sia solo il Donbass, il ricongiungimento verso la Transinistria con la nascita della “Novorussia” o addirittura tutta l’Ucraina. Secondo il bollettino dell’intelligence britannica del 15 luglio, le forze russe continuano attacchi di artiglieria e, in qualche caso, assalti di piccole compagnie (delle forse speciali cecene soprattutto) senza però avanzare significativamente su obiettivi importanti e che dopo la conquista da parte russa di Lysychansk l’offensiva si sia ridotta. Sempre secondo bollettini britannici però la prospettiva per più ampi colloqui finalizzati alla conclusione delle ostilità rimane bassa. Questa possibilità è difficile da stabilire soprattutto perché si deve capire quali sono gli obiettivi russi, cosa è disposto a cedere l’Ucraina e cosa hanno intenzione di fare Usa e Ue. Qualche settimana fa il capo dell’intelligence Usa, Avril Haynes ha affermato che Putin “abbia gli stessi obiettivi politici che avevamo noi, ossia la conquista della maggior parte dell’Ucraina”[14]. Ecco, se così fosse la guerra potrebbe durare anni e/o allargarsi ulteriormente. Potrebbe durare anni perché innanzitutto l’esercito ucraino è molto numeroso, se consideriamo i riservisti e la legge marziale che vige ora, ben armato e ben addestrato visto che negli ultimi otto anni hanno avuto addestratori occidentali e hanno combattuto sul campo in Donbass. Inoltre se questo dovesse essere l’obiettivo finale, anche se ufficialmente la Russia ha sempre negato di voler occupare e restare in Ucraina, ciò significherebbe un dispendio di energie, risorse e vite umane non indifferenti da ambo le parti.

Per quanto riguarda invece l’Ucraina, bisogna capire cosa sia disposta a cedere e se lo è. Ad oggi il presidente ucraino dice di preparare una controffensiva che permetterà a Kiev di riprendersi il Donbass e anche la Crimea. È chiaro che tornare indietro alla condizione pre 24 febbraio risulta quasi impossibile. L’Ucraina ha “perso” l’ultima possibilità di avere la sovranità su tutto il territorio quando il 19 Febbraio il Presidente Zelensky rifiutò la proposta del cancelliere Scholz di rinunciare alla Nato, dichiarare la neutralità e lavorare per il rispetto degli accordi di Minsk II che prevedevano tra l’altro l’autonomia del Donbass all’interno dello Stato ucraino. Anche in questo caso ci sarebbe poi da mettere in conto la situazione interna. Se Zelensky avesse accettato le condizioni pre 24 febbraio probabilmente avrebbe avuto comunque grossi problemi interni con i battaglioni ultranazionalisti e nello stesso Donbass non si può sapere quanto sarebbero stati disposti ad accontentarsi di un’autonomia e non di una indipendenza. Inoltre poi c’è la Russia che difficilmente sarebbe disposta a tornare al punto di partenza dopo la perdita di decine di migliaia di uomini, mezzi e risorse. Anzi probabilmente più si va avanti e più cambieranno le pretese in fase di trattativa, se mai vi dovesse essere.

In ultimo bisogna capire le mosse degli Usa e dell’Ue. Se gli Usa alternano dichiarazioni di grande sostegno all’Ucraina, fino alla vittoria, a rassicurazioni alla Russia sul non volere un regime change ma di volere una tregua, l’Europa sembra esser uscita fuori dalle trattative. Intanto il vecchio Continente paga, paradossalmente, le sanzioni che ha fatto alla Russia (la quale per il momento le soffre relativamente poco ma che potrebbero avere un impatto molto più forte sulla vita quotidiana delle persone tra qualche mese). L’Europa è intrappolata praticamente in un circolo vizioso. L’aumento dei prezzi dell’energia danneggia l’economia interna, spingendo l’euro al ribasso ai minimi storici. A sua volta, l’euro più debole rende le importazioni di energia più costose. Proprio per le conseguenze dello shock energetico , secondo gli analisti di Bloomberg[15], i Paesi europei hanno rallentato l’assistenza economica all’Ucraina corrispondendo solo 1 miliardo di euro a fronte dei 9 promessi. Inoltre per un’Europa in questo momento politicamente debole con diverse crisi governative interne (Germania, Italia, Estonia, Francia e, fuori dalla Ue, la UK), con un autunno caldo dal punto di vista delle proteste e una situazione economica non certo rosea, c’è da capire quanta sia la voglia continuare sulla strada dello scontro diretto, molto pericoloso, con Mosca rischiando anche un allargamento del conflitto, pericolosamente verso Paesi Nato. E intanto Usa e Mosca si accusano, a giorni alterni, di quanto si stia oltrepassando il limite e si possa arrivare ad una escalation nucleare… Pagine Esteri

[1]Il discorso di Biden al Consiglio atlantico del 1997: “L’espansione Nato agli Stati Baltici provocherebbe una risposta ostile di Mosca” – Il Fatto Quotidiano

[2]https://www.spiegel.de/international/world/nato-s-eastward-expansion-is-vladimir-putin-right-a-

bf318d2c-7aeb-4b59-8d5f-1d8c94e1964d

[3]Sergio Romano, Atlante delle crisi mondiali, pag.248, Rizzoli Editori

[4] tg24.sky.it/mondo/2022/06/06/g…

[5]https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/Countries/UA/31stReportUkraine-en.pdf

[6]Ukraine_14th_HRMMU_Report.pdf

[7]https://www.amnesty.org/en/location/europe-and-central-asia/ukraine/report-ukraine/

[8]https://www.hrw.org/world-report/2015/country-chapters/ukraine

[9] peacelink.it/conflitti/a/49082…

[10] Kiev allows torture and runs secret jails, says UN | World | The Times

[11] Istantanee dalle prigioni dell’Ucraina “democratica” – Contropiano

[12]https://www.aljazeera.com/opinions/2022/3/21/why-did-ukraine-suspend-11-pro-russia-parties

[13] aljazeera.com/news/2021/2/5/uk…

support

[14]https://www.reuters.com/world/europe/putin-still-wants-most-ukraine-war-outlook-grim-us-

intelligence-chief-2022-06-29/

[15] bloomberg.com/news/newsletters…

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ANALISI. Russia-Ucraina. La guerra potrebbe durare anni tra obiettivi russi, muro ucraino e interessi Usa mi


di Danilo Della Valle

Pagine Esteri, 18 luglio 2022 – Sono ormai trascorsi più di 4 mesi dal 24 Febbraio 2022, data di inizio della guerra “russo-ucraina” e, di pari passo, del confronto sul campo tra Mosca e l’Occidente. Dopo un primo periodo di smarrimento delle opinioni pubbliche mondiali e degli analisti sulle mire della Russia, pian piano il quadro si fa più chiaro. Nel frattempo a Mosca e Kiev le rispettive propagande fanno il proprio lavoro, “egregiamente”, da un lato raccontando l’imminente avanzata russa, senza alcun tipo di difficoltà, per difendere il “russkii mir” (il mondo russo), dalla parte di Kiev si racconta di un quasi collasso russo, a corto di provviste e armi, di una quasi pronta controffensiva ucraina per riprendersi tutti i territori conquistati dalla Russia, Crimea compresa, e varie altre storie più o meno “fantasiose”, riprese anche dalla stampa occidentale.

A proposito della stampa occidentale, dall’inizio del conflitto gran parte dei media hanno scelto più che di raccontare la guerra di propagandare le veline di Kiev, di fatto comportandosi come informazione di Paese in guerra. Eppure se nelle prime fasi della guerra, a prescindere dalle posizioni politiche, la narrazione era tutta concentrata su assunti di dubbia provenienza, tipo quelli secondo cui la Russia avesse scorte per soli tre giorni o che l’Ucraina sarebbe potuta arrivare fino in Russia infliggendo sconfitte su sconfitte a Mosca, oggi, pian piano, si sta scoprendo che al contrario la guerra di logoramento russa, fatta per lo più di artiglieria, una delle più potenti al mondo, rosicchia giornalmente pezzetti di territorio ucraino, soprattutto nella parte del sud est e nel Donbass, obiettivo minimo, secondo molti, dichiarato da Putin.

Per capire meglio il conflitto in atto sono almeno due gli scenari da analizzare: Il primo è sicuramente quello geopolitico.

Questo è un punto da cui si deve partire per capire bene quel che accade oggi. Alla caduta dell’Unione Sovietica e con la fine del bipolarismo si aprì inevitabilmente una nuova fase sia per la Federazione Russa che per il mondo intero. Dal punto di vista della politica interna la Russia, e tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico, si trovarono a transitare verso una economia di mercato (con tutti i pro, per pochi, e contro, per tanti) e una transizione molto più veloce del solito al sistema “democratico”, senza alcun passaggio intermedio. Fu una fase difficilissima per la Russia anche dal punto di vista geopolitico che di fatto perse il suo ruolo storico di “potenza”. Mentre in un primo momento diversi analisti statunitensi si chiedevano se fosse necessario pensare a favorire uno sfaldamento della Federazione Russa in tante repubbliche, facendo leva sulle spinte separatiste di alcune regioni del Caucaso e di alcune minoranze etniche(tesi ripresa a Varsavia nel Maggio 2022 durante il forum delle libere nazioni di Russia), alla fine si optò per cercare di integrare la Russia nel mondo Occidentale con un ruolo molto più marginale. Tuttavia la Russia non fu mai integrata a pieno regime nell’Occidente liberale e fu relegata sempre ad un ruolo secondario, trattata con una visibile diffidenza. Eppure con la vicina Europa la Federazione russa ha cercato, tra alti e bassi, punti di incontro politico ed economico, con l’Accordo per la partnership e la cooperazione (PCA), entrato in vigore già nel 1997, che prevedeva due vertici all’anno e un Comitato per la cooperazione. Dal 2003 poi anche con un Consiglio permanente per la partnership, di carattere prevalentemente politico.

Con la Russia degli anni novanta e inizio duemila relegata senza troppe possibilità di reagire ad un ruolo secondario nello scacchiere internazionale, l’espansione della Nato è stato sicuramente un fattore importante, non l’unico, nel mantenere alta la tensione nella zona. Già nel 1993 l’allora Presidente russo Boris Eltsin, grande amico degli Stati Uniti, aveva ammonito il suo omologo statunitense, Bill Clinton, di come dalle parti del Cremlino si stessero preoccupando per le intenzioni di Polonia e Repubblica Ceca di aderire alla Nato. Proprio a proposito della Nato Il 20 Giugno 1997 l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden, all’epoca senatore, dichiarava

[1]“Se mai esistesse qualcosa in grado di stravolgere i rapporti fra NATO e Russia, provocando una reazione vigorosa e ostile, non intendo per forza militare, questo sarebbe l’ammissione dei Paesi Baltici nella NATO”. Dalla dichiarazione dell’attuale Presidente all’effettività della stessa passò poco tempo. Il 24 Febbraio 2022 il quotidiano tedesco Der Spiegel in un articolo “ha ragione Putin?” [2] poneva l’accento sul fatto che vi fossero accordi tra Usa e Urss affinché la Nato non avesse cercato l’espansione ad est. A tal proposito, come riporta Sergio Romano nel suo “atlante delle crisi mondiali”, è utile la testimonianza dell’ex ambasciatore Usa in Urss Jack Matloch, che in un’intervista rilasciata nel 2007 al Corriere della Sera si espresse così sulle famose “promesse” mai trascritte dell’Occidente all’allora Unione Sovietica: “Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca, noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola. Peggio: promettemmo anche che la Nato sarebbe intervenuta solo in difesa di uno Stato membro, e invece bombardammo la Serbia per liberare il Kosovo che non faceva parte dell’Alleanza”.

[3]La situazione poi è pian piano cambiata negli anni 2000. Il primo Putin aveva sempre puntato ad una Russia “parte della famiglia europea”, ispirandosi pur tra tante difficoltà interne al tipo di sviluppo classico del capitalismo liberista, con tutti i pro, per pochi, e contro per tanti, e cercando di prendere un “posto al sole” per la Russia nello scacchiere internazionale occidentale. Significava quindi accettare il nuovo ordine venuto fuori dalla fine della Guerra Fredda. Tutto cambiò repentinamente nel 2008 dopo che per diverso tempo le richieste russe furono quasi del tutto ignorante.

L’avvertimento finale all’Occidente il presidente russo Putin lo lanciò nel febbraio 2008, alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ammonendo la visione del mondo “unipolare” e l’allargamento della Nato e criticando l’approccio “unilaterale” degli Usa sulle maggiori questioni dell’agenda mondiale. Putin di fatto avvertì che la Russia aveva delle linee rosse (Ucraina, Bielorussia e Georgia). Ecco, da Monaco in poi la Russia ha ripreso attivamente ad avere una politica estera volta a prendersi un posto da superpotenza nel mondo multipolare che si andava costituendo, di tanto in tanto intervenendo anche nei conflitti regionali come in Africa, Siria e/o nelle sue zone di influenza più vicine come Georgia e Donbass, probabilmente tornando a sognare “un ritorno al grande Impero o alla superpotenza di un tempo”. Inoltre dopo un certo periodo di avvicinamento della Russia all’Europa, con la guerra in atto, il Cremlino sta via via dirottando tutte le sue partnership a Oriente e verso i Brics, che nonostante non abbiano obiettivi politici e strategici totalmente comuni, se non quello della de-dollarizzazione dei mercati finanziari, continuano ad essere attrattivi per altri Paesi che chiedono di entrare a far parte del gruppo, come ultimamente hanno fatto Argentina e Iran.

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Tuttavia la Russia oggi non può essere considerato il nemico principale della Nato dal punto di vista geopolitico, nonostante sia ancora dichiarata tale nell’ultimo Strategic Concept della Nato. La vera sfida della Nato è, come dichiarato nell’ultimo documento appunto, la Cina, con la quale probabilmente si aprirà una “partita” dopo aver risolto la questione Russia, che non vuol dire per forza aspettare la Pace o la fine della guerra, ma probabilmente andrebbe bene anche uno scenario di sirianizzazione del conflitto russo-ucraino con allontanamento, già avvenuto, della Federazione Russa dall’Europa.

Il secondo punto che va analizzato e confrontato con quello geopolitico è sicuramente quello della situazione interna Ucraina. Con l’entrata in scena della Russia la guerra è passata da una guerra civile ad un conflitto tra Paesi, con l’intervento almeno a livello di intelligence e di armi di diverse potenze occidentali. La guerra “strategica”, su larga scala quindi, vede l’Ucraina terreno di scontro tra Russia e Stati Uniti. La Russia vede il confronto come una possibilità di riconquistare l’influenza passata e rivitalizzare nell’opinione pubblica interna il patriottismo o nazionalismo imperiale (sentimenti entrambi esistenti in buon numero nella società russa), gli Stati Uniti invece pensano a due possibili opzioni; stancare la Russia e renderla più debole sul piano politico militare, rafforzando magari la presenza Nato nella zona, e allontanarla dall’Europa soprattutto in un’ottica futura di apertura del “fronte cinese” che toglierà diverse energie e risorse agli Usa. Che la guerra nella “terra di confine” possa essere una guerra tra Russia, sul campo da febbraio, e Usa, per procura, non significa che gli Ucraini siano semplici “oggetti” degli avvenimenti e non “soggetti”.

Dall’inizio del golpe di Maidan del 2014 la divisione della società ucraina tra est e ovest si è fatta via via più importante fino a sfociare nell’inizio della guerra civile che ha poi visto progressivamente la formazione delle forze separatiste da una parte, quella orientale, finanziate dai russi, ma non del tutto appiattite agli interessi russi e pronte a chiedere l’indipendenza del Donbass, e le forze lealiste dall’altra parte, quella occidentale, formate dall’esercito, che nel 2014 chiamò la guerra in Donbass “Operazione Speciale antiterrorismo”, e da una serie di milizie di ispirazione nazionaliste e/o naziste (Aidar, Azov, Donbass etc etcetera) molto spesso alle dipendenze di oligarchi locali. Tuttavia la situazione politica Ucraina, che fino al 2014 aveva affrontato diverse crisi, era stata sempre in grado di rientrare nei ranghi. Certo la divisione tra i due “mondi” è sempre stata abbastanz evidente, dal punto di vista elettorale: basti guardare il grafico delle ultime elezioni prima del Maidan, quindi 2010, e si può notare come il fiume Dnepr oltre a dividere in due il Paese geograficamente lo dividesse anche elettoralmente. Dopo il 2014 ovviamente la situazione di un Paese che stava affrontando, come tutti i Paesi del blocco post sovietico, il passaggio alla democrazia di stampo liberale, almeno sulla carta, è precipitata.

Oggi con la guerra in corso le divisioni della guerra civili, nonostante ufficialmente le si nasconda, sono più frequenti di quel che si pensa. L’8 giugno un servizio sul campo di Sky tg24 poneva l’accento sulla questione dei collaborazionisti filorussi presenti in tutta l’Ucraina (nel servizio in particolare si parlava anche di Bucha), in cui si diceva come fosse molto frequente il fenomeno, di ucraini che segnalavano ai russi gli obiettivi militari da colpire. Nelle interviste fatte a diversi militari ucraini si segnalava anche la durezza con la quale i militari intervenissero per punire i collaborazionisti (che comunque ci sono anche sul versante opposto) [4].

Quando il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio parla di guerra tra una democrazia, quella ucraina, e una dittatura sbaglia di grosso, basterebbe leggere un report Ocse, HRW o di Amnesty International[5][6][7] [8]. Non si può parlare di Ucraina come una democrazia compiuta, tuttalpiù si può dire, come per gli altri Paesi della zona, di una democrazia giovane con sfumature più o meno autoritaria, per molti di essi pericolosamente autoritarie. Basti pensare che nell’Ucraina post Maidan diverse sono le denunce di organismi internazionali riguardo le torture verso le migliaia prigionieri politici[9], decine sono state le uccisioni di giornalisti e politici[10]non in linea con il pensiero del governo[11]. E lo stesso per quanto riguarda la libertà di espressione e l’agire politico nel Paese. Se subito dopo il Maidan fu messo fuori legge il Partito Comunista Ucraino e smantellato il Partito delle Regioni (partito dell’ex Presidente Yanukovich che alle elezioni parlamentari raggiungeva la soglia del 30%), con lo scoppio della guerra sono stati messi al bando altri 11 partiti di opposizione.[12] Lo stesso discorso vale per i media, gli assalti ai media definiti “pro russi” dal 2014 sono stati centinaia e il governo ha chiuso diversi canali televisivi regionali e nazionali, accusati di essere filorussi, tra cui i 3 tra i maggiori canali televisivi nel febbraio 2021.[13] Questo significa che in un Paese così polarizzato è difficile parlare di democrazia. Ciò non vuole negare il diritto degli Ucraini a difendersi dall’invasione russa, ma è a volte utile non usare doppi standard di valutazione, soprattutto se non si è, almeno sulla carta, cobelligeranti.

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Intanto la catastrofe umanitaria giornalmente diventa sempre più imponente. Oltre alle migliaia di morti militari sono migliaia i morti civili sotto i bombardamenti: Negli ultimi giorni i bombardamenti russi hanno raggiunto Vynnitsia, nell’ucraina centrale, e Nikolaev, causando la morte di più di 30 civili, mentre bombardamenti ucraini hanno raggiunto nelle ultime settimane edifici civili e la stazione degli autobus a Donetsk, Stakhanov e Izum causando diversi morti. Al di là degli obiettivi tattici, che possono cambiare a seconda delle battaglie sul campo, e che per ora vedono un’avanzata russa nella parte sud est del Paese, con gran parte del Donbass preso, e una ripresa di altri territori sia nelle vicinanze di Kherson che nel centro nord del Paese da parte ucraina, prevedere come e quando finirà questa guerra è difficile perché gli scenari cambiano costantemente e non è facile stabilire se l’obiettivo strategico di Putin sia solo il Donbass, il ricongiungimento verso la Transinistria con la nascita della “Novorussia” o addirittura tutta l’Ucraina. Secondo il bollettino dell’intelligence britannica del 15 luglio, le forze russe continuano attacchi di artiglieria e, in qualche caso, assalti di piccole compagnie (delle forse speciali cecene soprattutto) senza però avanzare significativamente su obiettivi importanti e che dopo la conquista da parte russa di Lysychansk l’offensiva si sia ridotta. Sempre secondo bollettini britannici però la prospettiva per più ampi colloqui finalizzati alla conclusione delle ostilità rimane bassa. Questa possibilità è difficile da stabilire soprattutto perché si deve capire quali sono gli obiettivi russi, cosa è disposto a cedere l’Ucraina e cosa hanno intenzione di fare Usa e Ue. Qualche settimana fa il capo dell’intelligence Usa, Avril Haynes ha affermato che Putin “abbia gli stessi obiettivi politici che avevamo noi, ossia la conquista della maggior parte dell’Ucraina”[14]. Ecco, se così fosse la guerra potrebbe durare anni e/o allargarsi ulteriormente. Potrebbe durare anni perché innanzitutto l’esercito ucraino è molto numeroso, se consideriamo i riservisti e la legge marziale che vige ora, ben armato e ben addestrato visto che negli ultimi otto anni hanno avuto addestratori occidentali e hanno combattuto sul campo in Donbass. Inoltre se questo dovesse essere l’obiettivo finale, anche se ufficialmente la Russia ha sempre negato di voler occupare e restare in Ucraina, ciò significherebbe un dispendio di energie, risorse e vite umane non indifferenti da ambo le parti.

Per quanto riguarda invece l’Ucraina, bisogna capire cosa sia disposta a cedere e se lo è. Ad oggi il presidente ucraino dice di preparare una controffensiva che permetterà a Kiev di riprendersi il Donbass e anche la Crimea. È chiaro che tornare indietro alla condizione pre 24 febbraio risulta quasi impossibile. L’Ucraina ha “perso” l’ultima possibilità di avere la sovranità su tutto il territorio quando il 19 Febbraio il Presidente Zelensky rifiutò la proposta del cancelliere Scholz di rinunciare alla Nato, dichiarare la neutralità e lavorare per il rispetto degli accordi di Minsk II che prevedevano tra l’altro l’autonomia del Donbass all’interno dello Stato ucraino. Anche in questo caso ci sarebbe poi da mettere in conto la situazione interna. Se Zelensky avesse accettato le condizioni pre 24 febbraio probabilmente avrebbe avuto comunque grossi problemi interni con i battaglioni ultranazionalisti e nello stesso Donbass non si può sapere quanto sarebbero stati disposti ad accontentarsi di un’autonomia e non di una indipendenza. Inoltre poi c’è la Russia che difficilmente sarebbe disposta a tornare al punto di partenza dopo la perdita di decine di migliaia di uomini, mezzi e risorse. Anzi probabilmente più si va avanti e più cambieranno le pretese in fase di trattativa, se mai vi dovesse essere.

In ultimo bisogna capire le mosse degli Usa e dell’Ue. Se gli Usa alternano dichiarazioni di grande sostegno all’Ucraina, fino alla vittoria, a rassicurazioni alla Russia sul non volere un regime change ma di volere una tregua, l’Europa sembra esser uscita fuori dalle trattative. Intanto il vecchio Continente paga, paradossalmente, le sanzioni che ha fatto alla Russia (la quale per il momento le soffre relativamente poco ma che potrebbero avere un impatto molto più forte sulla vita quotidiana delle persone tra qualche mese). L’Europa è intrappolata praticamente in un circolo vizioso. L’aumento dei prezzi dell’energia danneggia l’economia interna, spingendo l’euro al ribasso ai minimi storici. A sua volta, l’euro più debole rende le importazioni di energia più costose. Proprio per le conseguenze dello shock energetico , secondo gli analisti di Bloomberg[15], i Paesi europei hanno rallentato l’assistenza economica all’Ucraina corrispondendo solo 1 miliardo di euro a fronte dei 9 promessi. Inoltre per un’Europa in questo momento politicamente debole con diverse crisi governative interne (Germania, Italia, Estonia, Francia e, fuori dalla Ue, la UK), con un autunno caldo dal punto di vista delle proteste e una situazione economica non certo rosea, c’è da capire quanta sia la voglia continuare sulla strada dello scontro diretto, molto pericoloso, con Mosca rischiando anche un allargamento del conflitto, pericolosamente verso Paesi Nato. E intanto Usa e Mosca si accusano, a giorni alterni, di quanto si stia oltrepassando il limite e si possa arrivare ad una escalation nucleare… Pagine Esteri

[1]Il discorso di Biden al Consiglio atlantico del 1997: “L’espansione Nato agli Stati Baltici provocherebbe una risposta ostile di Mosca” – Il Fatto Quotidiano

[2]https://www.spiegel.de/international/world/nato-s-eastward-expansion-is-vladimir-putin-right-a-

bf318d2c-7aeb-4b59-8d5f-1d8c94e1964d

[3]Sergio Romano, Atlante delle crisi mondiali, pag.248, Rizzoli Editori

[4] tg24.sky.it/mondo/2022/06/06/g…

[5]https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/Countries/UA/31stReportUkraine-en.pdf

[6]Ukraine_14th_HRMMU_Report.pdf

[7]https://www.amnesty.org/en/location/europe-and-central-asia/ukraine/report-ukraine/

[8]https://www.hrw.org/world-report/2015/country-chapters/ukraine

[9] peacelink.it/conflitti/a/49082…

[10] Kiev allows torture and runs secret jails, says UN | World | The Times

[11] Istantanee dalle prigioni dell’Ucraina “democratica” – Contropiano

[12]https://www.aljazeera.com/opinions/2022/3/21/why-did-ukraine-suspend-11-pro-russia-parties

[13] aljazeera.com/news/2021/2/5/uk…

support

[14]https://www.reuters.com/world/europe/putin-still-wants-most-ukraine-war-outlook-grim-us-

intelligence-chief-2022-06-29/

[15] bloomberg.com/news/newsletters…

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L'articolo ANALISI. Russia-Ucraina. La guerra potrebbe durare anni tra obiettivi russi, muro ucraino e interessi Usa mi proviene da Pagine Esteri.


ANALISI. Russia-Ucraina. La guerra potrebbe durare anni tra obiettivi russi, muro ucraino e interessi Usa mi


di Danilo Della Valle

Pagine Esteri, 18 luglio 2022 – Sono ormai trascorsi più di 4 mesi dal 24 Febbraio 2022, data di inizio della guerra “russo-ucraina” e, di pari passo, del confronto sul campo tra Mosca e l’Occidente. Dopo un primo periodo di smarrimento delle opinioni pubbliche mondiali e degli analisti sulle mire della Russia, pian piano il quadro si fa più chiaro. Nel frattempo a Mosca e Kiev le rispettive propagande fanno il proprio lavoro, “egregiamente”, da un lato raccontando l’imminente avanzata russa, senza alcun tipo di difficoltà, per difendere il “russkii mir” (il mondo russo), dalla parte di Kiev si racconta di un quasi collasso russo, a corto di provviste e armi, di una quasi pronta controffensiva ucraina per riprendersi tutti i territori conquistati dalla Russia, Crimea compresa, e varie altre storie più o meno “fantasiose”, riprese anche dalla stampa occidentale.

A proposito della stampa occidentale, dall’inizio del conflitto gran parte dei media hanno scelto più che di raccontare la guerra di propagandare le veline di Kiev, di fatto comportandosi come informazione di Paese in guerra. Eppure se nelle prime fasi della guerra, a prescindere dalle posizioni politiche, la narrazione era tutta concentrata su assunti di dubbia provenienza, tipo quelli secondo cui la Russia avesse scorte per soli tre giorni o che l’Ucraina sarebbe potuta arrivare fino in Russia infliggendo sconfitte su sconfitte a Mosca, oggi, pian piano, si sta scoprendo che al contrario la guerra di logoramento russa, fatta per lo più di artiglieria, una delle più potenti al mondo, rosicchia giornalmente pezzetti di territorio ucraino, soprattutto nella parte del sud est e nel Donbass, obiettivo minimo, secondo molti, dichiarato da Putin.

Per capire meglio il conflitto in atto sono almeno due gli scenari da analizzare: Il primo è sicuramente quello geopolitico.

Questo è un punto da cui si deve partire per capire bene quel che accade oggi. Alla caduta dell’Unione Sovietica e con la fine del bipolarismo si aprì inevitabilmente una nuova fase sia per la Federazione Russa che per il mondo intero. Dal punto di vista della politica interna la Russia, e tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico, si trovarono a transitare verso una economia di mercato (con tutti i pro, per pochi, e contro, per tanti) e una transizione molto più veloce del solito al sistema “democratico”, senza alcun passaggio intermedio. Fu una fase difficilissima per la Russia anche dal punto di vista geopolitico che di fatto perse il suo ruolo storico di “potenza”. Mentre in un primo momento diversi analisti statunitensi si chiedevano se fosse necessario pensare a favorire uno sfaldamento della Federazione Russa in tante repubbliche, facendo leva sulle spinte separatiste di alcune regioni del Caucaso e di alcune minoranze etniche(tesi ripresa a Varsavia nel Maggio 2022 durante il forum delle libere nazioni di Russia), alla fine si optò per cercare di integrare la Russia nel mondo Occidentale con un ruolo molto più marginale. Tuttavia la Russia non fu mai integrata a pieno regime nell’Occidente liberale e fu relegata sempre ad un ruolo secondario, trattata con una visibile diffidenza. Eppure con la vicina Europa la Federazione russa ha cercato, tra alti e bassi, punti di incontro politico ed economico, con l’Accordo per la partnership e la cooperazione (PCA), entrato in vigore già nel 1997, che prevedeva due vertici all’anno e un Comitato per la cooperazione. Dal 2003 poi anche con un Consiglio permanente per la partnership, di carattere prevalentemente politico.

Con la Russia degli anni novanta e inizio duemila relegata senza troppe possibilità di reagire ad un ruolo secondario nello scacchiere internazionale, l’espansione della Nato è stato sicuramente un fattore importante, non l’unico, nel mantenere alta la tensione nella zona. Già nel 1993 l’allora Presidente russo Boris Eltsin, grande amico degli Stati Uniti, aveva ammonito il suo omologo statunitense, Bill Clinton, di come dalle parti del Cremlino si stessero preoccupando per le intenzioni di Polonia e Repubblica Ceca di aderire alla Nato. Proprio a proposito della Nato Il 20 Giugno 1997 l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden, all’epoca senatore, dichiarava

[1]“Se mai esistesse qualcosa in grado di stravolgere i rapporti fra NATO e Russia, provocando una reazione vigorosa e ostile, non intendo per forza militare, questo sarebbe l’ammissione dei Paesi Baltici nella NATO”. Dalla dichiarazione dell’attuale Presidente all’effettività della stessa passò poco tempo. Il 24 Febbraio 2022 il quotidiano tedesco Der Spiegel in un articolo “ha ragione Putin?” [2] poneva l’accento sul fatto che vi fossero accordi tra Usa e Urss affinché la Nato non avesse cercato l’espansione ad est. A tal proposito, come riporta Sergio Romano nel suo “atlante delle crisi mondiali”, è utile la testimonianza dell’ex ambasciatore Usa in Urss Jack Matloch, che in un’intervista rilasciata nel 2007 al Corriere della Sera si espresse così sulle famose “promesse” mai trascritte dell’Occidente all’allora Unione Sovietica: “Quando ebbe luogo la riunificazione tedesca, noi promettemmo al leader sovietico Gorbačëv – io ero presente – che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non avremmo allargato l’Alleanza agli ex Stati satelliti dell’Urss nell’Europa dell’Est. Non mantenemmo la parola. Peggio: promettemmo anche che la Nato sarebbe intervenuta solo in difesa di uno Stato membro, e invece bombardammo la Serbia per liberare il Kosovo che non faceva parte dell’Alleanza”.

[3]La situazione poi è pian piano cambiata negli anni 2000. Il primo Putin aveva sempre puntato ad una Russia “parte della famiglia europea”, ispirandosi pur tra tante difficoltà interne al tipo di sviluppo classico del capitalismo liberista, con tutti i pro, per pochi, e contro per tanti, e cercando di prendere un “posto al sole” per la Russia nello scacchiere internazionale occidentale. Significava quindi accettare il nuovo ordine venuto fuori dalla fine della Guerra Fredda. Tutto cambiò repentinamente nel 2008 dopo che per diverso tempo le richieste russe furono quasi del tutto ignorante.

L’avvertimento finale all’Occidente il presidente russo Putin lo lanciò nel febbraio 2008, alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ammonendo la visione del mondo “unipolare” e l’allargamento della Nato e criticando l’approccio “unilaterale” degli Usa sulle maggiori questioni dell’agenda mondiale. Putin di fatto avvertì che la Russia aveva delle linee rosse (Ucraina, Bielorussia e Georgia). Ecco, da Monaco in poi la Russia ha ripreso attivamente ad avere una politica estera volta a prendersi un posto da superpotenza nel mondo multipolare che si andava costituendo, di tanto in tanto intervenendo anche nei conflitti regionali come in Africa, Siria e/o nelle sue zone di influenza più vicine come Georgia e Donbass, probabilmente tornando a sognare “un ritorno al grande Impero o alla superpotenza di un tempo”. Inoltre dopo un certo periodo di avvicinamento della Russia all’Europa, con la guerra in atto, il Cremlino sta via via dirottando tutte le sue partnership a Oriente e verso i Brics, che nonostante non abbiano obiettivi politici e strategici totalmente comuni, se non quello della de-dollarizzazione dei mercati finanziari, continuano ad essere attrattivi per altri Paesi che chiedono di entrare a far parte del gruppo, come ultimamente hanno fatto Argentina e Iran.

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Tuttavia la Russia oggi non può essere considerato il nemico principale della Nato dal punto di vista geopolitico, nonostante sia ancora dichiarata tale nell’ultimo Strategic Concept della Nato. La vera sfida della Nato è, come dichiarato nell’ultimo documento appunto, la Cina, con la quale probabilmente si aprirà una “partita” dopo aver risolto la questione Russia, che non vuol dire per forza aspettare la Pace o la fine della guerra, ma probabilmente andrebbe bene anche uno scenario di sirianizzazione del conflitto russo-ucraino con allontanamento, già avvenuto, della Federazione Russa dall’Europa.

Il secondo punto che va analizzato e confrontato con quello geopolitico è sicuramente quello della situazione interna Ucraina. Con l’entrata in scena della Russia la guerra è passata da una guerra civile ad un conflitto tra Paesi, con l’intervento almeno a livello di intelligence e di armi di diverse potenze occidentali. La guerra “strategica”, su larga scala quindi, vede l’Ucraina terreno di scontro tra Russia e Stati Uniti. La Russia vede il confronto come una possibilità di riconquistare l’influenza passata e rivitalizzare nell’opinione pubblica interna il patriottismo o nazionalismo imperiale (sentimenti entrambi esistenti in buon numero nella società russa), gli Stati Uniti invece pensano a due possibili opzioni; stancare la Russia e renderla più debole sul piano politico militare, rafforzando magari la presenza Nato nella zona, e allontanarla dall’Europa soprattutto in un’ottica futura di apertura del “fronte cinese” che toglierà diverse energie e risorse agli Usa. Che la guerra nella “terra di confine” possa essere una guerra tra Russia, sul campo da febbraio, e Usa, per procura, non significa che gli Ucraini siano semplici “oggetti” degli avvenimenti e non “soggetti”.

Dall’inizio del golpe di Maidan del 2014 la divisione della società ucraina tra est e ovest si è fatta via via più importante fino a sfociare nell’inizio della guerra civile che ha poi visto progressivamente la formazione delle forze separatiste da una parte, quella orientale, finanziate dai russi, ma non del tutto appiattite agli interessi russi e pronte a chiedere l’indipendenza del Donbass, e le forze lealiste dall’altra parte, quella occidentale, formate dall’esercito, che nel 2014 chiamò la guerra in Donbass “Operazione Speciale antiterrorismo”, e da una serie di milizie di ispirazione nazionaliste e/o naziste (Aidar, Azov, Donbass etc etcetera) molto spesso alle dipendenze di oligarchi locali. Tuttavia la situazione politica Ucraina, che fino al 2014 aveva affrontato diverse crisi, era stata sempre in grado di rientrare nei ranghi. Certo la divisione tra i due “mondi” è sempre stata abbastanz evidente, dal punto di vista elettorale: basti guardare il grafico delle ultime elezioni prima del Maidan, quindi 2010, e si può notare come il fiume Dnepr oltre a dividere in due il Paese geograficamente lo dividesse anche elettoralmente. Dopo il 2014 ovviamente la situazione di un Paese che stava affrontando, come tutti i Paesi del blocco post sovietico, il passaggio alla democrazia di stampo liberale, almeno sulla carta, è precipitata.

Oggi con la guerra in corso le divisioni della guerra civili, nonostante ufficialmente le si nasconda, sono più frequenti di quel che si pensa. L’8 giugno un servizio sul campo di Sky tg24 poneva l’accento sulla questione dei collaborazionisti filorussi presenti in tutta l’Ucraina (nel servizio in particolare si parlava anche di Bucha), in cui si diceva come fosse molto frequente il fenomeno, di ucraini che segnalavano ai russi gli obiettivi militari da colpire. Nelle interviste fatte a diversi militari ucraini si segnalava anche la durezza con la quale i militari intervenissero per punire i collaborazionisti (che comunque ci sono anche sul versante opposto) [4].

Quando il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio parla di guerra tra una democrazia, quella ucraina, e una dittatura sbaglia di grosso, basterebbe leggere un report Ocse, HRW o di Amnesty International[5][6][7] [8]. Non si può parlare di Ucraina come una democrazia compiuta, tuttalpiù si può dire, come per gli altri Paesi della zona, di una democrazia giovane con sfumature più o meno autoritaria, per molti di essi pericolosamente autoritarie. Basti pensare che nell’Ucraina post Maidan diverse sono le denunce di organismi internazionali riguardo le torture verso le migliaia prigionieri politici[9], decine sono state le uccisioni di giornalisti e politici[10]non in linea con il pensiero del governo[11]. E lo stesso per quanto riguarda la libertà di espressione e l’agire politico nel Paese. Se subito dopo il Maidan fu messo fuori legge il Partito Comunista Ucraino e smantellato il Partito delle Regioni (partito dell’ex Presidente Yanukovich che alle elezioni parlamentari raggiungeva la soglia del 30%), con lo scoppio della guerra sono stati messi al bando altri 11 partiti di opposizione.[12] Lo stesso discorso vale per i media, gli assalti ai media definiti “pro russi” dal 2014 sono stati centinaia e il governo ha chiuso diversi canali televisivi regionali e nazionali, accusati di essere filorussi, tra cui i 3 tra i maggiori canali televisivi nel febbraio 2021.[13] Questo significa che in un Paese così polarizzato è difficile parlare di democrazia. Ciò non vuole negare il diritto degli Ucraini a difendersi dall’invasione russa, ma è a volte utile non usare doppi standard di valutazione, soprattutto se non si è, almeno sulla carta, cobelligeranti.

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Intanto la catastrofe umanitaria giornalmente diventa sempre più imponente. Oltre alle migliaia di morti militari sono migliaia i morti civili sotto i bombardamenti: Negli ultimi giorni i bombardamenti russi hanno raggiunto Vynnitsia, nell’ucraina centrale, e Nikolaev, causando la morte di più di 30 civili, mentre bombardamenti ucraini hanno raggiunto nelle ultime settimane edifici civili e la stazione degli autobus a Donetsk, Stakhanov e Izum causando diversi morti. Al di là degli obiettivi tattici, che possono cambiare a seconda delle battaglie sul campo, e che per ora vedono un’avanzata russa nella parte sud est del Paese, con gran parte del Donbass preso, e una ripresa di altri territori sia nelle vicinanze di Kherson che nel centro nord del Paese da parte ucraina, prevedere come e quando finirà questa guerra è difficile perché gli scenari cambiano costantemente e non è facile stabilire se l’obiettivo strategico di Putin sia solo il Donbass, il ricongiungimento verso la Transinistria con la nascita della “Novorussia” o addirittura tutta l’Ucraina. Secondo il bollettino dell’intelligence britannica del 15 luglio, le forze russe continuano attacchi di artiglieria e, in qualche caso, assalti di piccole compagnie (delle forse speciali cecene soprattutto) senza però avanzare significativamente su obiettivi importanti e che dopo la conquista da parte russa di Lysychansk l’offensiva si sia ridotta. Sempre secondo bollettini britannici però la prospettiva per più ampi colloqui finalizzati alla conclusione delle ostilità rimane bassa. Questa possibilità è difficile da stabilire soprattutto perché si deve capire quali sono gli obiettivi russi, cosa è disposto a cedere l’Ucraina e cosa hanno intenzione di fare Usa e Ue. Qualche settimana fa il capo dell’intelligence Usa, Avril Haynes ha affermato che Putin “abbia gli stessi obiettivi politici che avevamo noi, ossia la conquista della maggior parte dell’Ucraina”[14]. Ecco, se così fosse la guerra potrebbe durare anni e/o allargarsi ulteriormente. Potrebbe durare anni perché innanzitutto l’esercito ucraino è molto numeroso, se consideriamo i riservisti e la legge marziale che vige ora, ben armato e ben addestrato visto che negli ultimi otto anni hanno avuto addestratori occidentali e hanno combattuto sul campo in Donbass. Inoltre se questo dovesse essere l’obiettivo finale, anche se ufficialmente la Russia ha sempre negato di voler occupare e restare in Ucraina, ciò significherebbe un dispendio di energie, risorse e vite umane non indifferenti da ambo le parti.

Per quanto riguarda invece l’Ucraina, bisogna capire cosa sia disposta a cedere e se lo è. Ad oggi il presidente ucraino dice di preparare una controffensiva che permetterà a Kiev di riprendersi il Donbass e anche la Crimea. È chiaro che tornare indietro alla condizione pre 24 febbraio risulta quasi impossibile. L’Ucraina ha “perso” l’ultima possibilità di avere la sovranità su tutto il territorio quando il 19 Febbraio il Presidente Zelensky rifiutò la proposta del cancelliere Scholz di rinunciare alla Nato, dichiarare la neutralità e lavorare per il rispetto degli accordi di Minsk II che prevedevano tra l’altro l’autonomia del Donbass all’interno dello Stato ucraino. Anche in questo caso ci sarebbe poi da mettere in conto la situazione interna. Se Zelensky avesse accettato le condizioni pre 24 febbraio probabilmente avrebbe avuto comunque grossi problemi interni con i battaglioni ultranazionalisti e nello stesso Donbass non si può sapere quanto sarebbero stati disposti ad accontentarsi di un’autonomia e non di una indipendenza. Inoltre poi c’è la Russia che difficilmente sarebbe disposta a tornare al punto di partenza dopo la perdita di decine di migliaia di uomini, mezzi e risorse. Anzi probabilmente più si va avanti e più cambieranno le pretese in fase di trattativa, se mai vi dovesse essere.

In ultimo bisogna capire le mosse degli Usa e dell’Ue. Se gli Usa alternano dichiarazioni di grande sostegno all’Ucraina, fino alla vittoria, a rassicurazioni alla Russia sul non volere un regime change ma di volere una tregua, l’Europa sembra esser uscita fuori dalle trattative. Intanto il vecchio Continente paga, paradossalmente, le sanzioni che ha fatto alla Russia (la quale per il momento le soffre relativamente poco ma che potrebbero avere un impatto molto più forte sulla vita quotidiana delle persone tra qualche mese). L’Europa è intrappolata praticamente in un circolo vizioso. L’aumento dei prezzi dell’energia danneggia l’economia interna, spingendo l’euro al ribasso ai minimi storici. A sua volta, l’euro più debole rende le importazioni di energia più costose. Proprio per le conseguenze dello shock energetico , secondo gli analisti di Bloomberg[15], i Paesi europei hanno rallentato l’assistenza economica all’Ucraina corrispondendo solo 1 miliardo di euro a fronte dei 9 promessi. Inoltre per un’Europa in questo momento politicamente debole con diverse crisi governative interne (Germania, Italia, Estonia, Francia e, fuori dalla Ue, la UK), con un autunno caldo dal punto di vista delle proteste e una situazione economica non certo rosea, c’è da capire quanta sia la voglia continuare sulla strada dello scontro diretto, molto pericoloso, con Mosca rischiando anche un allargamento del conflitto, pericolosamente verso Paesi Nato. E intanto Usa e Mosca si accusano, a giorni alterni, di quanto si stia oltrepassando il limite e si possa arrivare ad una escalation nucleare… Pagine Esteri

[1]Il discorso di Biden al Consiglio atlantico del 1997: “L’espansione Nato agli Stati Baltici provocherebbe una risposta ostile di Mosca” – Il Fatto Quotidiano

[2]https://www.spiegel.de/international/world/nato-s-eastward-expansion-is-vladimir-putin-right-a-

bf318d2c-7aeb-4b59-8d5f-1d8c94e1964d

[3]Sergio Romano, Atlante delle crisi mondiali, pag.248, Rizzoli Editori

[4] tg24.sky.it/mondo/2022/06/06/g…

[5]https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/Countries/UA/31stReportUkraine-en.pdf

[6]Ukraine_14th_HRMMU_Report.pdf

[7]https://www.amnesty.org/en/location/europe-and-central-asia/ukraine/report-ukraine/

[8]https://www.hrw.org/world-report/2015/country-chapters/ukraine

[9] peacelink.it/conflitti/a/49082…

[10] Kiev allows torture and runs secret jails, says UN | World | The Times

[11] Istantanee dalle prigioni dell’Ucraina “democratica” – Contropiano

[12]https://www.aljazeera.com/opinions/2022/3/21/why-did-ukraine-suspend-11-pro-russia-parties

[13] aljazeera.com/news/2021/2/5/uk…

support

[14]https://www.reuters.com/world/europe/putin-still-wants-most-ukraine-war-outlook-grim-us-

intelligence-chief-2022-06-29/

[15] bloomberg.com/news/newsletters…

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Mondiali di calcio: i militari italiani si schierano a bordo campo in Qatar


di Antonio Mazzeo –

Pagine Esteri, 15 luglio 2022 – Azzurri fuori dal mondiale di calcio ma 560 militari italiani si schiereranno a bordo campo in Qatar per contribuire alla sicurezza armata della kermesse sportiva in programma dal 21 novembre al 18 dicembre 2022. Alla vigilia del terremoto politico che ha investito il governo Draghi & C., il Consiglio dei ministri ha varato il decreto missioni internazionali per l’anno in corso. Principale novità, la partecipazione delle forze armate italiane al dispositivo predisposto dalle autorità qatariote per proteggere militarmente la Fifa World Cup.

“La missione bilaterale di supporto alle forze armate del Qatar vedrà l’impegno di 560 unità di personale militare, 46 mezzi terrestri, 1 mezzo navale e 2 mezzi aerei”, annota l’esecutivo. “Le forze italiane saranno inquadrate nella Combined Joint Task Force Qatar. Il fabbisogno finanziario della missione è pari a 10.811.025 euro, di cui 3.500.000 per obbligazioni esigibili nell’anno 2023”. Che una tranche finanziaria sia trasferita sulle voci di spesa del prossimo anno non è un mero artificio di bilancio: il governo ha infatti comunicato alle Camere che l’impegno militare in territorio qatariota non ha un termine di scadenza predeterminato.

“La missione bilaterale ha lo scopo di fornire supporto alle Forze armate del Qatar per l’implementazione del sistema di difesa e sicurezza in occasione dei Mondiali di calcio 2022che costituiscono un evento di rilevanza globale per copertura mediatica, valore economico e potenziali flussi di persone”, si legge nella scheda tecnica predisposta dallo Stato maggiore della difesa. “Per il Qatar, l’organizzazione e la riuscita dell’evento assumono dunque straordinaria importanza, anche in virtù del complesso ambiente geopolitico in cui il Paese è inserito. In tale contesto, l’evento potrebbe potenzialmente essere oggetto di attività ostili di natura militare o terroristica condotte da stati terzi, attori non statuali, organizzazioni terroristiche transnazionali o singoli individui. I vertici qatarioti hanno, pertanto, espresso l’auspicio che l’Italia possa contribuire a garantirne la protezione”.

I militari italiani coopereranno alla predisposizione dei piani di allerta, all’addestramento delle forze d’élite qatariote e al rafforzamento del dispositivo militare, aereo, terrestre e navale nell’emirato. “In fase preparatoria, il contributo nazionale è costituito di esperti pianificatori militari, che contribuiscono alla stesura del piano di difesa dell’evento sportivo; in aggiunta, sono forniti corsi e moduli formativi in aree e campi di interesse qatariota, da svolgere in Italia e in Qatar”, aggiunge la Difesa. “Durante la fase di condotta delle operazioni, è previsto lo schieramento, nel territorio del Qatar e nelle acque internazionali prospicienti, di un dispositivo nazionale interforze, posto sotto catena di comando esclusivamente nazionale, costituito da assetti CBRN (chimico, biologico, radiologico e nucleare), Counter-IED (contro gli ordigni esplosivi improvvisati), Counter-UAS (contro i sistemi aerei a pilotaggio remoto), cinofili, una unità navale con elicotteri imbarcati e un radar di scoperta contro minaccia aerea”. (1)

Il contingente italiano opererà sotto la supervisione del Supreme Committee for Delivery and Legacy dello Stato del Qatar che ha costituito una task force che si avvale di circa 5.000 militari e a cui si affiancheranno i reparti dei paesi partner che con l’Italia supporteranno la “protezione” dei mondiali di calcio (ad oggi Francia, Regno Unito, USA e Turchia). A Doha interverrà anche la NATO. L’Alleanza nordatlantica, per onorare la “stretta cooperazione militare con il Qatar”, fornirà la formazione contro le minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari, grazie al Centro d’eccellenza NATO per la difesa CBRN costituito nella Repubblica ceca e a un reparto specializzato delle forze armate slovacche. “Le attività addestrative includeranno la protezione VIP (very important people) e di difesa contro gli ordigni esplosivi improvvisati, che sarà offerta dalla Romania”, ha comunicato l’Alleanza. (2)

Una prima sessione di “formazione” NATO del personale delle forze armate del Qatar è stata svolta a maggio in Slovacchia. Dal 30 maggio al 30 giugno si è tenuta invece nel poligono permanente di Capo Teulada, in Sardegna, l’esercitazione “Steel Storm 2022” di integrazione delle unità dell’Esercito Italiano e dell’Aeronautica che saranno dispiegate in Qatar in vista del grande evento sportivo. L’attività addestrativa è stata pianificata dalla Brigata meccanizzata “Sassari” e ha visto operare congiuntamente unità militari italiane e qatariote.

“L’esercitazione ha permesso di sviluppare, in un ambiente realistico e con l’ausilio di strumentazioni all’avanguardia, le abilità addestrative dei militari del Qatar nell’utilizzo di tecniche per il controllo della folla, nei pattugliamenti e nella vigilanza di aree urbane, negli interventi di primo soccorso, nel metodo di combattimento individuale, con l’acquisizione e il miglioramento della capacità di reazione immediata ed efficace a ipotetiche situazioni di crisi”, spiega lo Stato maggiore. Sono stati simulati in particolare interventi in caso di minacce terroristiche a ridosso di infrastrutture critiche quali stadi, uffici postali, cinema, centri commerciali e luoghi affollati. Per l’occasione sono giunti a Capo Teulada, in qualità di addestratori, militari del 186° Reggimento Paracadutisti “Folgore”, del Centro di eccellenza C-IED di Roma, del 7° Reggimento difesa CBRN “Cremona” di Civitavecchia, del Centro Militare Veterinario di Grosseto e, per l’Aeronautica Militare, componenti del 16° stormo “Protezione delle Forze” di Martina Franca e del Centro di eccellenza per Aeromobili a pilotaggio remoto di Amendola (Foggia). (3)

La fase finale di “Steel Storm 2022” si è svolta alla presenza del Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, del comandante delle Forze Operative Sud, Giuseppenicola Tota, e del comandante delle forze terrestri del Qatar, generale Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin. “L’esercitazione ha rappresentato anche un’utile occasione per finalizzare alcuni aspetti riguardanti il piano di cooperazione Italia-Qatar per gli anni 2023-24, che prevede due grandi eventi esercitativi, che hanno lo scopo di incrementare la sinergia e l’interoperabilità dei due eserciti”, ha spiegato il generale Serino.

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Il Ministro della difesa Lorenzo Guerini in visita in Qatar

Ma le vere ragioni dell’oneroso impegno italiano per la Fifa World Cup 2022 sono state espresse dallo Stato maggiore della difesa e dal ministro Lorenzo Guerini. “La richiesta di supporto alle attività di difesa del Qatar in occasione dei Mondiali si configura come il naturale corollario e il coronamento di una collaborazione tecnico-operativa e industriale avviata da anni e con grosse potenzialità di sviluppo/opportunità”, scrive la Difesa. “L’Italia è orgogliosa di poter contribuire al regolare svolgimento di una rassegna globale: la cooperazione militare bilaterale tra Italia e Qatar è forte e intensa e abbraccia numerose attività di spiccato valore strategico”, ha dichiarato Guerini. “L’Italia crede nella partnership dei nostri due Paesi, che vede già in atto numerosi programmi di cooperazione industriale, e guarda con fiducia ad altre attività e collaborazioni, in piena coerenza anche con i nostri interessi comuni in materia di sicurezza e difesa”. (4)

Il petro-emirato del Qatar è oggi il maggiore cliente del complesso militare-industriale-finanziario italiano – Leonardo e Fincantieri in testa – e le lucrose commesse di armi sono state ottenute anche grazie al pressing a tutto campo di presidenti del consiglio, ministri, amministratori delegati, generali e ammiragli. Lo scorso febbraio il gruppo industriale Leonardo S.p.A. ha consegnato all’Aeronautica militare del Qatar sei caccia addestratori avanzati M-346 “Master” realizzati negli stabilimenti di Varese-Venegono. I velivoli possono raggiungere una velocità massima di 1.093 km/h, a una quota operativa di 13.715 metri sul livello del mare e possono essere impiegati anche per azioni di combattimento e attacco con missili aria-aria o per i bombardamenti contro obiettivi terrestri con munizioni di caduta da 500 libbre.

La consegna dei caccia rientra nell’ambito dell’accordo di cooperazione sottoscritto dalle forze aeree di Italia e Qatar nel novembre 2020 e che prevede anche la formazione dei piloti qatarioti nelle maggiori basi aeree italiane e presso il nuovo polo integrato di addestramento al volo costituito dall’International Training Flight School di Galatina (Lecce), dallo scalo di Decimomannu (Cagliari) e dal poligono di Salto di Quirra, ancora in Sardegna. I primi sei “allievi” della Qatar Emiri Air Force hanno concluso il corso avanzato propedeutico al volo sui caccia di prima linea lo scorso 12 luglio. (5)

Ancora a Leonardo la Marina militare del Qatar ha richiesto la fornitura di un Centro Operativo Navale per il monitoraggio e il pieno controllo delle acque territoriali, della Zona Economica Esclusiva e degli spazi di mare adiacenti. In base all’accordo, il nuovo Centro Operativo sovrintenderà al comando, controllo e coordinamento delle operazioni marittime, supportando le forze armate dell’emirato nei processi decisionali e nella gestione degli interventi “rapidi”. (6) Sempre nel marzo 2022 Leonardo ha consegnato alle forze armate di Doha due elicotteri multiruolo versione NFH (Nato Frigate Helicopter), prodotti nello stabilimento di Venezia Tessera e destinati alle operazioni navali. I velivoli sono parte della maxi-commessa del valore di oltre 3 miliardi di euro firmata nel 2018 dal consorzio europeo NHIndustries costituito da Airbus Helicopters (62,5%), GKN Fokker (5,5%) e Leonardo (32%). Il Qatar ha ordinato 16 elicotteri in versione TTH per compiti terrestri e 12 in versione NFH. Leonardo opera in qualità di prime contractor con la responsabilità per la gestione del programma, l’assemblaggio finale e la consegna dei 12 elicotteri per la Marina, più la fornitura di servizi di supporto e addestramento per gli equipaggi e i tecnici addetti alla loro manutenzione. All’holding italiana è stata attribuita anche la realizzazione di radar, sensori elettro-ottici, sistemi video ed identificazione e quelli per la gestione dei sistemi d’arma degli elicotteri (missili aria-superficie e siluri per il contrasto a minacce navali e sottomarine). (7)

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Qatar. Cerimonia di consegna dei primi due elicotteri multiruolo versione NFH

Anche nel caso degli elicotteri del consorzio NHIndustries/Leonardo, sono le forze armate italiane a collaborare alla formazione dei piloti militari dell’emirato. È presso l’aeroporto di Viterbo, sede del 1° Reggimento “Antares” dell’Aviazione dell’esercito italiano (AVES) che si svolge l’addestramento del personale della Qatari Emiri Air Force, con la supervisione dei tecnici di Leonardo. “La formazione del personale qatariota è una delle attività addestrative di punta di AVES ed evidenzia il ruolo ormai consolidato di scuola internazionale di volo per la componente militare elicotteri”, spiega lo Stato maggiore dell’Esercito. “L’impegno complessivo, nei tre anni dall’avvio del programma Qatar, ha consentito il conseguimento di 2.000 ore di volo su elicottero NH-90 nella versione terrestre, cui si aggiungono ulteriori 2.500 ore sul simulatore di volo”. (8) Il 10 luglio 2022 lo scalo militare di Viterbo ha ospitato il vicepremier e ministro della difesa del Qatar, Khalid Mohamed Al Attyiah, in visita in Italia. Nel dare il benvenuto all’ospite, il comandante dell’Aviazione dell’esercito, generale Andrea Di Stasio, ha evidenziato che ad oggi sono stati addestrati più di una decina di equipaggi delle forze armate dell’emirato. “L’incontro è proseguito con la dimostrazione di un atto tattico condotto da un elicottero NH-90 (con equipaggio mistoitaliano e qatariota), che ha rilasciato personale utilizzando la tecnica del fast rope, e da un CH47F che ha recuperato i militari utilizzando la tecnica del grappolo, episodi operativi che richiedono un’alta specializzazione”, ha enfatizzato l’ufficio stampa dell’Esercito. (9)

Prima di recarsi a Viterbo, il vice premier Al Attyiah, in compagnia del ministro della difesa Lorenzo Guerini, aveva partecipato presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia) alla consegna del pattugliatore offshore OPV “Sheraouh”, seconda unità della classe commissionata al cantiere italiano dal ministero della Difesa del Qatar nell’ambito di un programma di acquisizione navale che ha un valore complessivo di quasi 4 miliardi di euro e prevede, oltre ai due pattugliatori offshore, quattro corvette e una unità anfibia LPD (Landing Platform Dock). Alla cerimonia a Muggiano erano presenti pure i Capi di Stato maggiore della Marina militare di Italia e Qatar (l’ammiraglio Enrico Credendino e il generale Abdulla Bin Hassan Al Sulaiti) e il neopresidente di Fincantieri SpA, il generale Claudio Graziano, già Capo di Stato maggiore della Difesa e fino al 15 maggio 2022 presidente del Comitato militare dell’Unione europea.

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Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a colloquio con il vice primo ministro e ministro di Stato per gli Affari della Difesa del Qatar, Khalid bin Mohamed Al Attyiah

“Il pattugliatore Sheraouh, al pari del gemello Musherib, consegnato nel gennaio 2022, è un’unità altamente flessibile con capacità di assolvere a molteplici compiti che vanno dal pattugliamento, al ruolo di nave combattente”, riferisce Fincantieri. (10) Le due unità hanno una lunghezza di circa 63 metri, una larghezza di 9,2 metri, una velocità massima di 30 nodi, e possono ospitare a bordo 38 persone di equipaggio.

Lo scorso maggio ha avuto invece luogo nello stabilimento Fincantieri di Palermo l’impostazione della nave anfibia LPD commissionata dal Qatar. Questa unità avrà una lunghezza di circa 143 metri, una larghezza di 21,5 e potrà ospitare fino a 550 persone. Sarà dotata di due rampe carrabili e di un bacino interno allagabile in grado di accogliere un mezzo da sbarco veloce; il ponte di volo sarà dimensionato per ospitare gli elicotteri multiruolo NFH di Leonardo. (11) Due delle quattro corvette ordinate sono state consegnate nei mesi scorsi alla Marina militare del Qatar. Realizzate a Muggiano, le unità sono lunghe circa 107 metri, larghe 14,70 metri e raggiungono la velocità massima di 28 nodi. Le corvette possono ospitare 112 militari, diversi battelli veloci gonfiabili e un elicottero NFH.

Ovviamente non solo con gli aerei, gli elicotteri e le navi da guerra può spiegarsi la passione dei leader politici, militari e industriali italiani per il ricco e potente emirato del Golfo. Con la frenetica corsa alla diversificazione delle fonti energetiche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Qatar si è candidato a divenire in pochi anni il leader mondiale della produzione di gas naturale liquefatto (GNL). Il 19 giugno a Doha, il ministro per gli Affari energetici dell’emirato, nonché presidente e amministratore delegato di QatarEnergy, Saad Sherida Al-Kaabi, ha sottoscritto con l’Ad di Eni, Claudio Descalzi, un accordo per la creazione di una joint venture. “QatarEnergy deterrà una quota del 75% e Eni il restante 25%”, spiega il portavoce dell’holding italiana. “La joint venture a sua volta deterrà il 12,5% dell’intero progetto NFE – North Field East, di cui fanno parte 4 mega treni GNL con una capacità combinata di liquefazione pari a 32 milioni di tonnellate/anno (MTPA)”. Grazie al progetto NFE il Qatar aumenterà le capacità di esportazione di GNL dagli attuali 77 MTPA a 110 MTPA. Sono previsti investimenti per quasi 29 miliardi di dollari.

NFE dovrebbe entrare in produzione entro la fine del 2025 e impiegherà tecnologie e processi all’avanguardia per minimizzare l’impronta carbonica complessiva, tra cui la cattura e lo stoccaggio della CO2”, enfatizza Claudio Descalzi. “Siamo onorati e lieti di essere stati scelti come partner nel progetto di espansione. Questo accordo è una significativa pietra miliare per Eni e si inserisce nel nostro obiettivo di diversificazione verso fonti energetiche più pulite e affidabili, in linea con la nostra strategia di decarbonizzazione”. (12)

Decantare la sostenibilità socio-ambientale del progetto NFE è come affermare che più armi di distruzione di massa produci, più assicuri la pace e il disarmo dei popoli. “Eni svilupperà in Qatar il progetto considerato da tanti come la peggiore bomba climatica al mondo”, scrive Andrea Barolini su Valori, la testata giornalistica di proprietà di Fondazione Finanza Etica. “Il North Field East è un giacimento di gas naturale immenso che si stima possa contenere il 10% delle riserve mondiali. Un autentico disastro in termini di contributo al riscaldamento globale, nonostante le rassicurazioni dei vertici dell’azienda, che insiste sull’utilizzo di tecnologie che sarebbero in grado di limitare i danni al clima”. Un’inchiesta pubblicata a maggio dal quotidiano The Guardian inserisce l’NFE tra i progetti di sfruttamento di petrolio e gas più dannosi in assoluto. “Bombe climatiche, appunto, suscettibili di provocare emissioni per più di un miliardo di tonnellate di CO2 sull’insieme del loro ciclo di vita”, conclude Barolini.

Niente bomber azzurri in campo a Doha 2022, ma tante, anzi tantissime bombe belliche e ambientali per il Qatar made in Italy.

Note

(1) temi.camera.it/leg18/provvedim…

(2) nato.int/cps/en/natohq/news_19…

(3) esercito.difesa.it/comunicazio…

(4) difesa.it/Il_Ministro/Comunica…

(5) aeronautica.difesa.it/comunica…

(6) leonardo.com/it/press-release-…

(7) africa-express.info/2022/02/04…

(8) esercito.difesa.it/comunicazio…

(9) esercito.difesa.it/comunicazio…

(10) fincantieri.com/it/media/comun…

(11) fincantieri.com/it/media/comun…

(12) valori.it/eni-bomba-climatica-…

(13) eni.com/it-IT/media/comunicati…

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Biden all’expo delle armi di Israele. Oggi la firma del patto anti-Iran


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 14 luglio 2022 – Si chiama «Mead» (Middle East Air Defense) e ha lo scopo di collegare i sistemi antiaerei di Israele e dei paesi arabi suoi alleati per impedire all’Iran di usare droni e missili. In particolare – ma non si dice – se Israele lancerà un attacco contro le centrali atomiche iraniane innescando l’inevitabile risposta di Teheran contro Tel Aviv e alcune capitali arabe del Golfo. Per il «Mead» e altri programmi di rafforzamento militare di Israele, Joe Biden è giunto ieri in Medio oriente. Un viaggio fino al 16 luglio che lo porterà anche a riconciliarsi con l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman (Mbs). Un paio di anni fa Biden e non pochi Democratici lo descrivevano come il mandante dell’assassino del giornalista Jamal Khashoggi. Ora il principe sarà riabilitato nel nome dell’alleanza con i Saud che dura da 80 anni e degli interessi supremi degli Stati uniti.

Dopo l’arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, dove è stato accolto dal premier ad interim Yair Lapid, il presidente americano ha ribadito che le relazioni tra i due paesi alleati sono «più forti e più profonde di quanto non siano mai state» e ricordato che questa è la sua decima visita in Israele. «Ogni volta è una benedizione – ha detto – perché la connessione tra i nostri due popoli è viscerale». Poi è passato alla sostanza, affermando che gli Stati uniti ribadiranno «il ferreo impegno verso la sicurezza d’Israele» e continueranno a potenziare l’integrazione dello Stato ebraico nella regione.

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Che Biden si sia precipitato, poco dopo l’atterraggio dell’Air Force One, ad osservare e a farsi spiegare le capacità delle ultime armi prodotte dalla tecnologia militare israeliana, è una indicazione precisa delle finalità della sua visita. Il «briefing» tenuto dal ministro della difesa Gantz si è svolto in uno degli spazi dell’aeroporto di Tel Aviv. A Biden sono stati mostrati i sistemi Arrow, David’s Sling, Iron Dome e l’intercettore laser in fase di sviluppo Iron Beam che quasi certamente otterrà un finanziamento da parte dell’Amministrazione. Armamenti e sistemi di difesa antiaerea che Biden ritiene alcuni dei pilastri dell’alleanza militare, con a capo Israele, che intende costruire nella regione.

«Con il presidente Biden discuteremo di questioni di sicurezza nazionale e della costruzione di una nuova architettura di sicurezza ed economia con le nazioni del Medio Oriente, in seguito agli Accordi di Abramo e ai risultati del Vertice del Negev…e della necessità di rinnovare una forte coalizione globale che fermi il programma nucleare iraniano», ha confermato da parte sua il premier Lapid. «Una volta – ha aggiunto rivolgendosi a Biden – ti sei definito un sionista. Hai detto che non bisogna essere ebrei per essere sionisti. Sei un grande sionista e uno dei migliori amici che Israele abbia mai conosciuto».

Biden che ha fatto visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, e incontrato due sopravvissute all’Olocausto, nei suoi discorsi ha anche detto di essere un sostenitore della soluzione a Due Stati (Israele e Palestina). Ma quando domani a Betlemme incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen, non andrà oltre la promessa di un po’ di aiuti economici ai palestinesi. A Betlemme Biden non vedrà la famiglia della giornalista palestinese (con passaporto Usa) Shireen Abu Akleh, uccisa l’11 maggio a Jenin. Gli avevano chiesto un colloquio per discutere della dichiarazione di Washington secondo cui le forze israeliane non hanno ucciso intenzionalmente la giornalista anche se probabilmente ne erano responsabili. Il segretario di stato Blinken ha invitato gli Abu Akleh a Washington per un incontro con «funzionari», ma non con Biden.

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Biden all’expo delle armi di Israele. Oggi la firma del patto anti-Iran


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 14 luglio 2022 – Si chiama «Mead» (Middle East Air Defense) e ha lo scopo di collegare i sistemi antiaerei di Israele e dei paesi arabi suoi alleati per impedire all’Iran di usare droni e missili. In particolare – ma non si dice – se Israele lancerà un attacco contro le centrali atomiche iraniane innescando l’inevitabile risposta di Teheran contro Tel Aviv e alcune capitali arabe del Golfo. Per il «Mead» e altri programmi di rafforzamento militare di Israele, Joe Biden è giunto ieri in Medio oriente. Un viaggio fino al 16 luglio che lo porterà anche a riconciliarsi con l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman (Mbs). Un paio di anni fa Biden e non pochi Democratici lo descrivevano come il mandante dell’assassino del giornalista Jamal Khashoggi. Ora il principe sarà riabilitato nel nome dell’alleanza con i Saud che dura da 80 anni e degli interessi supremi degli Stati uniti.

Dopo l’arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, dove è stato accolto dal premier ad interim Yair Lapid, il presidente americano ha ribadito che le relazioni tra i due paesi alleati sono «più forti e più profonde di quanto non siano mai state» e ricordato che questa è la sua decima visita in Israele. «Ogni volta è una benedizione – ha detto – perché la connessione tra i nostri due popoli è viscerale». Poi è passato alla sostanza, affermando che gli Stati uniti ribadiranno «il ferreo impegno verso la sicurezza d’Israele» e continueranno a potenziare l’integrazione dello Stato ebraico nella regione.

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Che Biden si sia precipitato, poco dopo l’atterraggio dell’Air Force One, ad osservare e a farsi spiegare le capacità delle ultime armi prodotte dalla tecnologia militare israeliana, è una indicazione precisa delle finalità della sua visita. Il «briefing» tenuto dal ministro della difesa Gantz si è svolto in uno degli spazi dell’aeroporto di Tel Aviv. A Biden sono stati mostrati i sistemi Arrow, David’s Sling, Iron Dome e l’intercettore laser in fase di sviluppo Iron Beam che quasi certamente otterrà un finanziamento da parte dell’Amministrazione. Armamenti e sistemi di difesa antiaerea che Biden ritiene alcuni dei pilastri dell’alleanza militare, con a capo Israele, che intende costruire nella regione.

«Con il presidente Biden discuteremo di questioni di sicurezza nazionale e della costruzione di una nuova architettura di sicurezza ed economia con le nazioni del Medio Oriente, in seguito agli Accordi di Abramo e ai risultati del Vertice del Negev…e della necessità di rinnovare una forte coalizione globale che fermi il programma nucleare iraniano», ha confermato da parte sua il premier Lapid. «Una volta – ha aggiunto rivolgendosi a Biden – ti sei definito un sionista. Hai detto che non bisogna essere ebrei per essere sionisti. Sei un grande sionista e uno dei migliori amici che Israele abbia mai conosciuto».

Biden che ha fatto visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, e incontrato due sopravvissute all’Olocausto, nei suoi discorsi ha anche detto di essere un sostenitore della soluzione a Due Stati (Israele e Palestina). Ma quando domani a Betlemme incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen, non andrà oltre la promessa di un po’ di aiuti economici ai palestinesi. A Betlemme Biden non vedrà la famiglia della giornalista palestinese (con passaporto Usa) Shireen Abu Akleh, uccisa l’11 maggio a Jenin. Gli avevano chiesto un colloquio per discutere della dichiarazione di Washington secondo cui le forze israeliane non hanno ucciso intenzionalmente la giornalista anche se probabilmente ne erano responsabili. Il segretario di stato Blinken ha invitato gli Abu Akleh a Washington per un incontro con «funzionari», ma non con Biden.

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Biden all’expo delle armi di Israele. Oggi la firma del patto anti-Iran


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 14 luglio 2022 – Si chiama «Mead» (Middle East Air Defense) e ha lo scopo di collegare i sistemi antiaerei di Israele e dei paesi arabi suoi alleati per impedire all’Iran di usare droni e missili. In particolare – ma non si dice – se Israele lancerà un attacco contro le centrali atomiche iraniane innescando l’inevitabile risposta di Teheran contro Tel Aviv e alcune capitali arabe del Golfo. Per il «Mead» e altri programmi di rafforzamento militare di Israele, Joe Biden è giunto ieri in Medio oriente. Un viaggio fino al 16 luglio che lo porterà anche a riconciliarsi con l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman (Mbs). Un paio di anni fa Biden e non pochi Democratici lo descrivevano come il mandante dell’assassino del giornalista Jamal Khashoggi. Ora il principe sarà riabilitato nel nome dell’alleanza con i Saud che dura da 80 anni e degli interessi supremi degli Stati uniti.

Dopo l’arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, dove è stato accolto dal premier ad interim Yair Lapid, il presidente americano ha ribadito che le relazioni tra i due paesi alleati sono «più forti e più profonde di quanto non siano mai state» e ricordato che questa è la sua decima visita in Israele. «Ogni volta è una benedizione – ha detto – perché la connessione tra i nostri due popoli è viscerale». Poi è passato alla sostanza, affermando che gli Stati uniti ribadiranno «il ferreo impegno verso la sicurezza d’Israele» e continueranno a potenziare l’integrazione dello Stato ebraico nella regione.

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Che Biden si sia precipitato, poco dopo l’atterraggio dell’Air Force One, ad osservare e a farsi spiegare le capacità delle ultime armi prodotte dalla tecnologia militare israeliana, è una indicazione precisa delle finalità della sua visita. Il «briefing» tenuto dal ministro della difesa Gantz si è svolto in uno degli spazi dell’aeroporto di Tel Aviv. A Biden sono stati mostrati i sistemi Arrow, David’s Sling, Iron Dome e l’intercettore laser in fase di sviluppo Iron Beam che quasi certamente otterrà un finanziamento da parte dell’Amministrazione. Armamenti e sistemi di difesa antiaerea che Biden ritiene alcuni dei pilastri dell’alleanza militare, con a capo Israele, che intende costruire nella regione.

«Con il presidente Biden discuteremo di questioni di sicurezza nazionale e della costruzione di una nuova architettura di sicurezza ed economia con le nazioni del Medio Oriente, in seguito agli Accordi di Abramo e ai risultati del Vertice del Negev…e della necessità di rinnovare una forte coalizione globale che fermi il programma nucleare iraniano», ha confermato da parte sua il premier Lapid. «Una volta – ha aggiunto rivolgendosi a Biden – ti sei definito un sionista. Hai detto che non bisogna essere ebrei per essere sionisti. Sei un grande sionista e uno dei migliori amici che Israele abbia mai conosciuto».

Biden che ha fatto visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, e incontrato due sopravvissute all’Olocausto, nei suoi discorsi ha anche detto di essere un sostenitore della soluzione a Due Stati (Israele e Palestina). Ma quando domani a Betlemme incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen, non andrà oltre la promessa di un po’ di aiuti economici ai palestinesi. A Betlemme Biden non vedrà la famiglia della giornalista palestinese (con passaporto Usa) Shireen Abu Akleh, uccisa l’11 maggio a Jenin. Gli avevano chiesto un colloquio per discutere della dichiarazione di Washington secondo cui le forze israeliane non hanno ucciso intenzionalmente la giornalista anche se probabilmente ne erano responsabili. Il segretario di stato Blinken ha invitato gli Abu Akleh a Washington per un incontro con «funzionari», ma non con Biden.

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L’Albania si offre alla Nato come avamposto nei Balcani


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 12 luglio 2022 – Nonostante il suo ingresso nella Nato risalga già al 2009, l’Albania è rimasta a lungo in una posizione defilata e periferica rispetto al processo di riorganizzazione dell’alleanza militare capitanata da Washington nel continente europeo. Negli ultimi mesi, però, il governo della piccola repubblica balcanica ha deciso di candidare il paese ad un ruolo assai più attivo e strategico nello schieramento atlantista, approfittando anche delle tensioni causate dalla crisi ucraina e dall’invasione russa. Il vertice della Nato svoltosi alla fine di giugno, in particolare, ha costituito l’occasione per una serie di incontri che hanno ulteriormente accelerato il processo di riconversione di alcune delle installazioni militari già esistenti nell’Adriatico meridionale.

Rama offre la base navale di Porto Romano

In occasione dello storico summit di Madrid dell’Alleanza Atlantica, il primo ministro di Tirana, Edi Rama, ha dichiarato che il suo paese è impegnato in una serie di colloqui con i collaboratori di Jens Stoltenberg allo scopo di realizzare una base navale nei pressi di Durazzo, per destinarla ad offrire supporto logistico e militare alle operazioni della Nato nel Mediterraneo.
L’area prescelta è quella di Porto Romano e la realizzazione dell’installazione dovrebbe essere cofinanziata dall’Albania e dal Patto Atlantico; secondo la proposta del premier socialista, la realizzazione della base militare nel porto marittimo sarebbe a carico della Nato mentre dell’area commerciale si occuperebbe Tirana. Grazie all’ampliamento di quest’ultima, il nuovo porto mercantile di Durazzo diventerebbe il più importante del paese.
«Un incontro speciale tra il team di esperti albanesi e della Nato si terrà presto per svelare il progetto dettagliato e proseguire con ulteriori colloqui e discussioni sul progetto» ha affermato Rama nel corso di una conferenza stampa. Intanto con un comunicato l’Alleanza ha informato che il 13 luglio il segretario generale della Nato riceverà a Bruxelles il premier albanese.

Lavori in corso alla base di Pashaliman

Già a maggio Rama ha offerto all’Alleanza Atlantica l’utilizzo della base navale di Pashaliman, che si trova 180 km a sud della capitale. L’installazione, che Tirana si è impegnata ad ampliare ed ammodernare, è stata costruita negli anni ’50 nel quadro della cooperazione militare con l’Unione Sovietica. Fino alla rottura tra Enver Hoxha e Mosca, nel 1960-61, Pashaliman ospitò 12 sottomarini sovietici, che in seguito si ridussero a quattro. Dopo l’implosione del regime socialista l’area venne in gran parte abbandonata e poi saccheggiata durante gli scontri del 1997, per poi essere ristrutturata dalla Turchia; da allora viene utilizzata come approdo logistico per alcune navi militari dell’Albania e di altri paesi che pattugliano lo Ionio e l’Atlantico. «In questi tempi difficili e pericolosi, credo che la Nato dovrebbe prendere in considerazione l’idea di avere una base navale in Albania» ha spiegato Rama.

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La base aerea di Kuçovë

In attesa di capire se Stoltenberg accetterà l’offerta di Tirana, la Nato ha comunque già avviato dall’inizio dell’anno i lavori per potenziare la base aerea di Kuçovë, 85 km a sud di Tirana, in modo che possa essere utilizzata dai caccia dell’Alleanza, che per ora ha deciso di investire nell’operazione circa 50 milioni di euro sulla base di un accordo che risale al 2018.

La base originaria – all’epoca la località era stata ribattezzata Qyteti Stalin (“Città di Stalin”) – venne realizzata tra il 1952 e il 1955, e fu utilizzata dal governo albanese per ospitare decine di caccia prima sovietici (MiG, Yakovlev e Antonov) e poi, dopo la rottura con Mosca, di fabbricazione cinese (Shenyang J-5 e J-6), alcuni dei quali sono stati impiegati fino al 2005. Poi negli anni ’90 l’area venne di fatto abbandonata e saccheggiata, finché tra il 2002 e il 2004 il campo d’aviazione di Kuçovë fu rinnovato e adeguato agli standard minimi della Nato.

Ora la vecchia base aerea nell’Albania centro-meridionale, che verrà estesa oltre i suoi 350 ettari attraverso un certo numero di espropri, diventerà una base operativa tattica della Nato – la prima dell’Alleanza nei Balcani occidentali – in grado di ospitare una squadriglia di caccia F-16. «La posizione del quartier generale avanzato in Albania fornirà una maggiore interoperabilità con i nostri alleati albanesi, un importante accesso agli hub di trasporto nei Balcani e una maggiore flessibilità logistica» recitava a gennaio un comunicato diffuso dal Comando per le operazioni speciali degli Stati Uniti in Europa (Soceur) basato a Stoccarda, in Germania.

Il 20 gennaio scorso a Kuçovë si è svolta la cerimonia di inaugurazione dei nuovi importanti lavori, alla presenza del primo ministro Rama, del Ministro della Difesa Niko Peleshi e dell’ambasciatrice degli Stati Uniti in Albania Yuri Kim. Come ha annunciato nel dicembre del 2021 Peleshi, la struttura è stata anche già scelta come quartier generale dell’Aviazione Militare albanese, al momento ridotta al lumicino e formata di fatto soltanto da alcuni elicotteri Cougar (in attesa di alcuni Blackhawk) ma da nessun caccia.

Il primo ministro socialista considera l’operazione una grande occasione per modernizzare e rafforzare le capacità operative delle forze armate albanesi e per accrescere il ruolo dell’Albania nell’Alleanza Atlantica e supportare la procedura di ingresso di Tirana nell’Unione Europea, approfittando di una fase segnata dall’aumento della conflittualità con Russia e Cina.

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Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il premier albanese Edi Rama

Un avamposto Nato contro Russia e CinaDi fatto Tirana si candida a costituire un avamposto della Nato in grado di contenere le influenze di Mosca e Pechino su alcuni paesi dell’area come la Serbia, supportando al tempo stesso il processo di cooptazione nell’Alleanza di nuovi paesi dell’area come la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo, dopo l’ingresso della Macedonia del Nord. In alcune sue dichiarazioni il titolare della Difesa Peleshi è stato molto esplicito: «La costruzione di questa base è un chiaro messaggio inviato ad altri attori con cattive intenzioni nella regione dei Balcani occidentali. (…) La crescente presenza occidentale in tutta la nostra regione non consentirà la penetrazione e l’influenza di questi rivali, che hanno programmi e interessi diversi da quelli in cui crediamo e condividiamo».

Stando alle stesse dichiarazioni di alcuni generali della Nato, si evince che l’Albania viene considerata un avamposto strategico per l’addestramento e il dispiegamento rapido delle forze speciali di Washington, da utilizzare nel corso di un’eventuale crisi bellica in tutta l’area balcanica.
«Grazie al supporto che stiamo trovando da parte delle strutture di difesa statunitensi, stiamo prendendo coscienza che se investiamo in modo intelligente e affrontiamo il nostro percorso di rafforzamento e miglioramento della qualità delle nostre forze militari, possiamo essere un valore aggiunto per la NATO, anche per eventuali altri progetti. Del resto, stiamo assistendo alla concretizzazione di qualcosa che, inizialmente, sembrava irrealizzabile» ha spiegato Rama, per il quale i progetti da realizzare in ambito Nato dovrebbero costituire un volano per lo sviluppo di varie opportunità di carattere economico e commerciale.

Proprio nei giorni scorsi, tra l’altro, il premier Rama ha annunciato la scoperta nel paese di importanti riserve di gas e di petrolio – ancora da quantificare – ad opera della compagnia energetica anglo-olandese Shell.

1719714* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.


LINK E APPROFONDIMENTI

apnews.com/article/nato-edi-ra…

france24.com/en/live-news/2022…

ilpiccolo.gelocal.it/trieste/c…

balkaninsight.com/2022/01/07/u…

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EGITTO. Il “Dialogo nazionale” secondo il dittatore Al Sisi


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 11 luglio 2022 – Il 5 luglio scorso in Egitto è stato ufficialmente inaugurato il cosiddetto “dialogo nazionale”. Da un’idea del Presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, nasce una piattaforma pubblica che accoglierà rappresentanti della società civile e della politica all’interno della quale si potranno discutere i problemi politici, economici e sociali del Paese. L’obiettivo, secondo le intenzioni dichiarate da Al Sisi, è riaprire un dialogo con i partiti di opposizione e ricevere da loro critiche e proposte di riforme per governare l’Egitto. Una drastica “riforma politica” in quello che Al Sisi ha battezzato come “l’anno della società civile”. “Vogliamo che l’opposizione critichi il nostro lavoro e dica ciò che gli piace, ed è mio dovere rispondere”, così lo ha descritto il suo ideatore.

La proposta era stata lanciata dal Presidente egiziano nell’aprile scorso, nel bel mezzo del banchetto annuale dell’”Iftar della famiglia egiziana”. Durante il pranzo, Al Sisi aveva rivolto un appello a tutti i partiti politici e le correnti giovanili del Paese – eccezion fatta per i Fratelli Musulmani, pochi giorni prima confermati da un tribunale egiziano nella lista dei gruppi terroristici per altri cinque anni – a elaborare insieme, attraverso un dialogo tra maggioranza e opposizione, un nuovo “piano d’azione nazionale”. L’Egitto, aveva dichiarato il Presidente, “accoglie tutti e le differenze d’opinione non rovinano la causa della Nazione”.

Una svolta sotto i migliori auspici quella che aveva annunciato Al Sisi in primavera e che adesso sembrerebbe prendere forma. La riapertura al dialogo ha richiesto un’organizzazione scrupolosa. Il risultato è un apparato complesso in cui le diverse voci del Paese saranno chiamate a confrontarsi secondo le regole di uno Statuto di 19 articoli.

A regolare il dialogo sarà la National Training Academy, un’istituzione di formazione politica diretta dallo stesso Al Sisi. Gli ordini del giorno saranno stabiliti dal coordinatore generale del dialogo nazionale. Per ricoprire l’incarico è stato nominato il capo del sindacato dei giornalisti egiziani, Diaa Rashwan. Una scelta accolta felicemente da molti commentatori in Egitto come prova di un progetto serio e neutrale. E’ stato Rashwan a eleggere, dopo varie consultazioni politiche, i 19 membri del consiglio del dialogo nazionale: tra di loro senatori, avvocati, giornalisti, femministe. Il loro compito sarà quello di selezionare le proposte da portare direttamente alle orecchie di Al Sisi. Per il dialogo nazionale è necessaria, infine, una segreteria tecnica, presieduta da Mahmoud Fawzy, già segretario generale del governo del Consiglio supremo per la regolamentazione dei media.

Il fulcro di questa raffinata organizzazione saranno, di fatto, le sessioni di dibattito pubblico. Queste si terranno presso la National Training Academy di Al Sisi nelle date stabilite dal coordinatore generale. Ufficialmente, tutti sono invitati a candidarsi al dialogo e a partecipare alle sessioni di discussione. Sul sito della Conferenza Nazionale della Gioventù è, infatti, disponibile un modulo che i cittadini possono compilare per registrarsi al dialogo: finora, sarebbero pervenute oltre 700.000 candidature. Non è chiaro, tuttavia, quanti comuni cittadini prenderanno parte al dialogo, e in quali modalità.

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Diverse sono state le reazioni dei partiti a questa improvvisa apertura al dialogo con le opposizioni. Alcune formazioni politiche, tra le quali Al-Wafd e il National Progressive Unionist Party, hanno aderito entusiasticamente al progetto. Secondo l’ex candidato alla presidenza del governo, Hamdeen Sabahi, si tratta di un passo avanti: “Il dialogo può consentire il ripristino della pluralità di voci in Egitto, di sapere come essere d’accordo e come dissentire, anche se, affinché il dialogo abbia successo, deve essere organizzato dalla Presidenza”, ha dichiarato a The Africa Report.

Tarek Fahmy, professore di scienze politiche all’Università del Cairo, ha detto ad Al Monitor: “Ci sono diverse condizioni che devono essere soddisfatte affinché il dialogo nazionale possa raccogliere i suoi frutti. Il principale tra questi è che la questione venga presa sul serio”. Attraverso “la partecipazione di tutte le forze politiche, ad eccezione dei Fratelli musulmani”, “il dialogo nazionale alla fine avrà luogo ed è importante che ci siano meccanismi esecutivi affinché si svolga senza intoppi”, secondo lo studioso.

Più cauta è stata la risposta di altri partiti. Dopo diverse consultazioni avvenute nel mese di maggio, serie criticità sono state avanzate dal Movimento Civile Democratico, che riunisce al suo interno sette partiti di opposizione, che ha comunque accettato l’invito al dialogo. “Negli ultimi otto anni, le voci dei partiti politici liberali” ha dichiarato ad Al Monitor il giornalista Khaled Dawoud, ex segretario generale del Partito della Costituzione liberale, “Sono stati messi a tacere in seguito alla detenzione di un numero significativo dei loro membri per le loro opinioni politiche e ideologiche; è giunto il momento di consentire ai partiti liberali di impegnarsi politicamente”.

Non tutti si sono lasciati trascinare dall’entusiasmo per il dialogo politico in Egitto. E’ un’impressione comune, anche al di fuori dei confini egiziani, che le intenzioni reali di Al Sisi non nascano dall’improvviso desiderio di trasformare il suo regime autoritario in un governo democratico. Secondo molti studiosi e analisti, il “nuovo corso” di dialogo politico che la Presidenza del Cairo sembra voler aprire deriva piuttosto dal tentativo di smacchiarsi la coscienza dei propri crimini davanti alla comunità internazionale. La svolta avviene, del resto, in un periodo di estrema difficoltà e di bisogno per l’Egitto, prostrato dalla crisi economica, dal rincaro di materie prime e carburante. Un’immagine edulcorata potrebbe giovare nelle relazioni internazionali – come l’impressione di una distensione del regime potrebbe alleggerire gli animi di un popolo impoverito e arrabbiato.

Il governo vuole fare un carnevale per mostrare al mondo che abbiamo una democrazia, mentre il regime ha le sue impronte su molti crimini contro il popolo e continua ad arrestare, torturare e detenere egiziani“, ha dichiarato a The Africa Report un vecchio componente dei Socialisti Rivoluzionari, tra i partiti che guidarono la rivoluzione del 2011.

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Proprio sulla questione dei detenuti politici in Egitto, il Movimento civile democratico e diverse organizzazioni per i diritti umani, tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch, hanno iniziato a fare pressione all’indomani dell’annuncio dell’apertura al dialogo da parte di Al Sisi. Sono, infatti, decine di migliaia i prigionieri per reati d’opinione attualmente rinchiusi nelle carceri egiziane.

Le proposte che sono state redatte dai partiti di opposizione nel loro contenuto e nella ridondanza danno un’idea della situazione sociale e politica e del grado di esasperazione raggiunto nel Paese. Tra i suggerimenti, o meglio gli spunti di discussione, si legge: “Dovrebbe essere definito un calendario per il lavoro della Commissione della grazia, insieme all’annuncio di una sede della Commissione dove le famiglie possano presentare le loro domande di liberazione dei propri cari”; “Amnistia per tutti i casi politici, come quelli accusati di pubblicazione di notizie false e uso improprio dei social media, manifestazioni e raduni”; “Prevenire e criminalizzare l’arresto delle famiglie dei ricercati come strumento di ricatto e vendetta, insieme al loro rilascio immediato”; “Amnistia per i detenuti condannati in un tribunale militare con accuse politiche”; “Indagine su episodi di tortura e processo di valutazione delle sentenze giudiziarie emesse dal 24 luglio 2013 in tutti i casi politici”; “Fine della revoca della cittadinanza egiziana come strumento punitivo per i presunti dissidenti”. Insieme a questi punti, anche proposte di riforme economiche, democratiche e altri aspetti relativi alla tutela dei diritti umani in Egitto. Richieste che recano in sé drammatiche denunce – e che adesso, alla luce del nuovo clima di “dialogo politico”, il Presidente egiziano apparentemente non potrà ignorare nella sua agenda.

Anche Reporters Sans Frontières (RSF) ha colto l’occasione dell’annuncio del dialogo politico per fare pressione sul governo Al Sisi: “RSF chiede al governo egiziano di sbloccare i siti web di notizie e di rilasciare i giornalisti incarcerati nel “dialogo nazionale” che inizia oggi”, si legge in un comunicato del 5 luglio sul sito dell’organizzazione. “Questo dialogo nazionale deve portare a risultati concreti, compreso lo sblocco dei siti di notizie e il rilascio di tutti i giornalisti e blogger”, secondo Sabrina Bennoui, capo dell’ufficio Medio Oriente di RSF. Si intuisce scetticismo da parte di RSF, che, ripercorrendo i primi nove mesi del piano quinquennale annunciato nel settembre 2021 da Al Sisi come “Strategia per i diritti umani”, precisa: “Da allora, cinque giornalisti sono stati rilasciati e uno è stato messo in detenzione, con il risultato che il numero di giornalisti detenuti in Egitto è ora pari a 22. I tribunali egiziani hanno anche denunciato due blogger, Mohamed Oxygen e Alaa Abdel Fattah, e due giornalisti, Hisham Fouad e Alia Awad”. Dati che ancora non permettono di concedere molta fiducia al governo del Cairo in fatto di libertà d’espressione.

Perplessità sono state espresse anche da altre organizzazioni di attivisti. Ferma la denuncia di Human Rights Watch: “L’Egitto sotto il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi sta vivendo una delle peggiori crisi dei diritti umani da molti decenni. Il governo ha cercato di mascherare gli abusi ma non ha preso misure serie per affrontare la crisi. Decine di migliaia di critici del governo, inclusi giornalisti, attivisti pacifici e difensori dei diritti umani, rimangono incarcerati con accuse abusive di “terrorismo”, molti in una lunga detenzione preventiva. Le autorità molestano e trattengono i parenti dei dissidenti all’estero”.

Resta, dunque, da aspettare e stare a vedere in che cosa si tradurrà questo “dialogo nazionale” voluto da Al Sisi e valutare che non sia, come nei presagi del dissidente anonimo dei Socialisti Rivoluzionari, soltanto “un carnevale”, una celebrazione della farsa e del grottesco. Proprio nei giorni dell’apertura del “dialogo”, arriva l’accusa alle autorità egiziane da parte di Amnesty e Human Rights Watch di aver manomesso le indagini sulla morte del ricercatore Ayman Hadhoud, 48 anni, secondo le organizzazioni torturato e ucciso in carcere. E’ del 7 luglio, inoltre, la notizia dell’arresto della blogger e attivista Aya Kamal el-Din, prelevata dalla propria abitazione nella giornata di domenica e, secondo quanto riferito dal suo avvocato, comparsa in una stazione di polizia del Cairo solo due giorni dopo. Un’utente egiziana ha commentato sarcasticamente la notizia sui social scrivendo che l’arresto di Aya Kamal el-Din era un passo necessario ad “aprire la via del dialogo nazionale”.

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DOCUMENTARIO. Gli stupri delle native americane, strumento di colonizzazione


di Nello del Gatto –

Pagine Esteri, 8 luglio 2022 – Nei secoli l’aggressione sessuale nei confronti delle donne native americane è stato uno strumento di sopraffazione e colonizzazione, un modo per dimostrare il potere degli invasori nei confronti delle popolazioni locali. Ancora oggi, un buco legislativo nella giurisprudenza americana impedisce di perseguire i non nativi colpevoli di violenze nei confronti delle donne native americane.

Secondo dati del Dipartimento di Giustizia, una donna nativa su tre viene violentata nel corso della sua vita, mentre altre fonti riferiscono che molte donne native sono troppo demoralizzate per denunciare lo stupro.

Più dell’80 per cento dei crimini sessuali nelle riserve sono commessi da uomini non indiani, che sono immuni da procedimenti giudiziari da parte dei tribunali tribali, mentre i pubblici ministeri federali rifiutano di perseguire il 67% dei casi di abusi.

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Nello del Gatto è corrispondente estero, autore e conduttore per Radio 3 Rai. Dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria si è dedicato agli esteri, occupandosi di diritti civili. Ha trascorsi sei anni in India come corrispondente dell’ANSA e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo. Dal 2019 è a Gerusalemme.

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Lunedì, 4 luglio, 2022 - 16:15

Daily focus

Daily Focus

Da est a ovest i libici scendono in piazza contro il carovita, i blackout elettrici e per chiedere elezioni che rinnovino una classe dirigente corrotta e incapace.

LinguaItaliano

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-buio-sulla-libia-35627


Italia nello Stretto di Hormuz in funzione anti-Iran


di Antonio Mazzeo

Pagine Esteri, 4 luglio 2022 – A fine estate l’Italia sarà a capo dell’operazione militare europea nello Stretto di Hormuz a “difesa” degli interessi delle transnazionali dell’energia e per il “contenimento” della presenza iraniana. Ad annunciare la provocatoria missione nel conflittuale corridoio marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman è il ministero della Difesa, a conclusione della visita in Pakistan del Capo di Stato Maggiore, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Tra gli argomenti trattati durante gli incontri con i vertici delle forze armate pakistane – si legge nella nota emessa il 24 giugno – il Capo di Stato Maggiore italiano ha sottolineato l’accresciuto impegno del nostro Paese nell’area con l’assunzione del Comando della Missione NATO in Iraq e con la prossima assunzione del Comando della missione di coalizione Europea EMASOH”. (1).

Acronimo di European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz, EMASOH è la “missione di sorveglianza marittima” promossa nel gennaio 2020 – in modo autonomo – dai governi di Danimarca, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Italia, dopo una serie di attacchi contro le unità utilizzate per il trasporto di gas e petrolio negli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb (tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden) e ai terminali petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita. Principali responsabili delle incursioni a petroliere e navi metaniere, secondo Stati Uniti, Unione europea e petroregimi arabi, i pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran.

“La crescente insicurezza e instabilità nel Golfo e nello Stretto di Hormuz a partire del 2019 con numerosi incidenti marittimi e non, è il risultato delle crescenti tensioni regionali e ha influenzato negativamente la libertà di navigazione e la sicurezza delle unità europee ed extraeuropee nell’area”, riportano i paesi membri di EMASOH. (2) Nonostante l’apertura di nuove rotte commerciali e l’espansione del mercato globale, dallo Stretto di Hormuz continua a transitare il 21% delle risorse petrolifere (circa 21 milioni di barili al giorno). Attraverso questo tratto di mare lungo 150 Km. e largo 33, l’Arabia Saudita fa passare 6,4 milioni di barili di petrolio al giorno, l’Iraq 3,4, gli Emirati Arabi Uniti 2,7, il Kuwait 2, mentre il Qatar, il più grande produttore mondiale di gas naturale liquefatto (LNG), quasi tutto il suo gas destinato all’esportazione. (3) Da qui l’esigenza di alcuni dei principali clienti europei di concorrere alla rimilitarizzazione della regione anche in concorrenza con gli stessi Stati Uniti d’America e i partner del Golfo.

Quartier generale di EMASOH è la base navale francese di Camp de la Paix ad Abu Dhabi (la Francia di Macron è il paese che più ha spinto per il lancio della missione aeronavale). La componente militare (Operation Agénor, nome di matrice classica, sinonimo di molto virile, coraggioso, condottiero dei prodi) include sette unità da guerra e un pattugliatore aereo delle forze armate degli stati promotori più la Norvegia. “Nei primi due anni di vita, EMASOH-Agénor ha visto operare complessivamente tredici fregate e dodici differenti velivoli di pattugliamento e riconoscimento marittimo”, riporta la nota emessa dal Comando il 25 febbraio 2022. “In totale gli assetti aerei hanno condotto più di 1.000 ore di volo mentre le imbarcazioni hanno navigato per 750 giorni, attraversando lo Stretto di Hormuz oltre 170 volte. Tuttavia la sicurezza nel Golfo e nello Stretto rimane volatile. Nonostante il rafforzamento della collaborazione con il Consiglio di Cooperazione del Golfo (paesi membri Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Kuwait, Oman e Qatar, Nda), persistono le tensioni regionali pre-esistenti e il rischio di escalation e di potenziali nuovi incidenti. (…) Riconoscendo l’effetto preventivo duraturo della presenza di EMASOH, cercheremo adesso di migliorarne l’efficienza sviluppando sinergie con differenti iniziative europee nell’Oceano indiano nord-occidentale”. (4) Una missione destinata dunque a rafforzare la propria componente militare e il raggio operativo geo-strategico e che sarà a guida italiana molto presumibilmente dal semestre 2022 fino al febbraio 2023.

La nuova avventura militare nelle acque del Golfo non prenderà il via di certo con i migliori auspici. Voluta dall’allora governo Conte bis (Pd-LeU-M5S) sull’onda del rinnovato asse diplomatico-economico-militare tra Roma e Parigi, la partecipazione italiana ad EMASOH è stata inaspettatamente bloccata per tutto il corso del primo anno di attività. Il 30 maggio 2020, prima dell’approvazione del decreto di finanziamento delle operazioni all’estero delle forze armate italiane, il governo decideva l’annullamento della partecipazione di un’unità della Marina ad EMASOH, così come era stato previsto a gennaio. L’allora premier Giuseppe Conte e il (riconfermato) ministro della difesa Lorenzo Guerini non vollero spiegare la ragione della decisione; Analisi Difesa puntò il dito contro una supposta “pressione” esercitata dal Ministero degli Affari Esteri (allora come adesso, responsabile del dicastero l’on. Luigi Di Maio), “non nuovo a entrare a gamba tesa nel campo delle missioni militari all’estero, finanziate da un decreto annuale che stanzia anche i fondi per la cooperazione e sviluppo della Farnesina”. (5)

Dopo la falsa partenza, indigesta per ampi settori politici e delle forze armate, il via alla partecipazione italiana a EMASOH fu annunciato dal ministro Guerini in un’audizione nelle commissioni Difesa di Camera e Senato, nel marzo 2021. (6) Il successivo 5 agosto, con l’approvazione in Parlamento del documento di proroga delle missioni internazionali, veniva predisposta una copertura finanziaria di 9.032.736 euro (di cui 2 milioni esigibili nell’anno 2022) per l’operazione navale nello Stretto di Hormuz. “La missione prevede l’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nella regione che comprende il Golfo dell’Oman e l’intero Golfo Persico, un’area storicamente caratterizzata da interessi vitali per l’economia nazionale e dei paesi europei”, scrive lo Stato Maggiore della Difesa. “Essa è finalizzata a tutelare il naviglio mercantile nazionale, supportare il naviglio mercantile non nazionale, rafforzare la cooperazione con le altre iniziative nell’area e contribuire alla maritime situational awareness dello spazio aeromarittimo al fine di garantire la libertà di navigazione e il libero flusso del commercio globale”. “L’Italia – enfatizza la Difesa – alla luce del ruolo strategico di quest’area per gli interessi nazionali, intende dispiegare un sistema di sicurezza, mantenendo una posizione neutrale nei confronti degli Stati regionali, nel rispetto del diritto internazionale, al fine di contribuire alla stabilità dell’area”. (7) Il decreto fissa un tetto massimo nell’impiego del dispositivo militare: 193 unità di personale, una unità navale, due mezzi aerei e un non meglio specificato supporto ISR Intelligence, Surveillance and Reconnaissance, successivamente identificato dalla stampa estera specializzata in un drone MQ-9 Reaper dell’Aeronautica militare, precedentemente schierato in Kuwait per la “sorveglianza” dello scacchiere iracheno. (8)

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L’isola di Hormuz (foto di Farsnews)

Oltre al velivolo senza pilota, la presenza militare italiana nelle acque del Golfo è stata limitata al dispiegamento dal 1° ottobre al 15 dicembre 2021 della fregata missilistica “Federico Martinengo”, assegnata nei mesi precedenti all’Operazione Atalanta dell’Unione europea contro la pirateria a largo delle coste somale e nel Mar Rosso, nell’ambito della European Union Naval Force for Somalia (EU-NavFor Somalia). Nel corso della sua partecipazione a EMASOH, la fregata ha effettuato soste tecniche nei porti di Mascate (Oman), Doha (Qatar) e Manama (Bahrein), sapientemente utilizzate dalle autorità nazionali per propagandare il Sistema Italia (armi e tecnologie belliche) e rafforzare le relazioni diplomatico-militari con i paesi ospiti. Ciò è comunque bastato per irritare Teheran. “La Repubblica Islamica dell’Iran ha protestato contro la presenza di forze straniere nella regione, in particolar modo europee, che non può che creare le condizioni per esacerbare le tensioni già esistenti”, riportava il 14 ottobre 2021 l’agenzia di stampa iraniana Fars. “E’ stato altresì sottolineato che la sicurezza della zona del Golfo dovrebbe essere assicurata soltanto dai Paesi vicini”. (9)

Il regime iraniano aveva già espresso disappunto e risentimento per la decisione del Comando centrale delle forze armate USA di dar vita, nel luglio 2019, alla “missione internazionale di sicurezza marittima” – sempre nello Stretto di Hormuz e nelle acque del Golfo Persico – denominata IMSC – International Maritime Security Construct. “IMSC è nata in risposta alla crescita delle minacce alla libertà di navigazione e al libero flusso del commercio per le legittime marinerie nelle acque internazionali della regione mediorientale”, spiega il Dipartimento della difesa USA. “La task force multinazionale Sentinel, braccio operativo di IMSC, è stata istituita il 7 novembre 2019 con lo scopo di scoraggiare le attività maligne sponsorizzate dallo stato in tutta l’area operativa in modo da ridare sicurezza all’industria navale commerciale”. A IMSC-Sentinel oltre agli Stati Uniti contribuiscono Albania, Bahrain, Estonia, Lituania, Romania, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Regno Unito, mentre hanno espresso l’intenzione di offrire una forma di cooperazione Corea del Sud, Qatar e Kuwait. Il 6 agosto 2019, nella sessione di chiusura della Knesset, l’allora ministro degli esteri di Israele, Israel Katz, aveva espresso la volontà di fornire intelligence alla missione a guida USA. Alle dichiarazioni di Tel Aviv è seguita una dura presa di posizione dell’ammiraglio Alireza Tangsiri, comandante delle Guardie del Corpo Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran. “Ogni illegittima presenza di Israele nel Golfo Persico potrebbe sfociare in un confronto militare nella regione e la responsabilità per quanto accadrà sarà di Stati Uniti e Regno Unito”. (10)

Inutile dire come le politiche delle cannoniere promosse in prima istanza da Washington e Parigi (con scarsa coordinazione tra le parti, nonostante le identiche finalità anti-Iran), congiuntamente al dirompente attivismo di Israele nel “controllo” delle rotte petrolifere e del gas dell’intero Medio Oriente, abbiano esacerbato gli animi contribuendo ad aggravare le tensioni, specie tra Teheran e Tel Aviv. “L’attacco mortale ai danni di una petroliera a largo delle coste dell’Oman alla fine del luglio 2021 rappresenta un ulteriore sviluppo sia del rischio generale per la navigazione nel Golfo, dello Stretto di Hormuz e del mare Arabico, sia per la ribollente guerra ombra che viene condotta da Iran e Israele”, scrivono gli analisti militari Hugo Decis e Charlotte Le Breton dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra. “L’attacco è stato condotto con un velivolo senza pilota apparentemente decollato dall’Iran, che ha colpito la nave cisterna MV Mercer Street, gestita da una società israeliana. Questo evento segna un’indubbia escalation. L’Iran ha minacciato ripetutamente di chiudere lo Stretto di Hormuz in passato. Finora non è riuscito a portare a termine queste minacce parzialmente per preservare i propri interessi economici, ma ha anche continuato ad accumulare strumenti ed assetti finalizzati a questo obiettivo. Ciò indica che permane il rischio di escalation”. (11)

All’aggravamento della crisi nell’area ha concorso inevitabilmente la decisione assunta a Bruxelles dal Consiglio dell’Unione Europea, lo scorso mese di febbraio, che ha esteso all’Oceano Indiano nord-occidentale il cosiddetto Coordinated Maritime Presence Concept con cui sono stati predisposti misure ed interventi a difesa degli interessi strategici europei e della navigazione nel Golfo di Guinea (documento varato nell’agosto 2019). In particolare il Consiglio Ue ha suggerito di rafforzare il coordinamento e la cooperazione con la missione EMASOH e di “considerare un’Area Marittima di Interesse l’Oceano Indiano nord-occidentale, una regione che si estende dallo Stretto di Hormuz al Tropico meridionale e dal nord del Mar Rosso fino al centro dell’Oceano Indiano”. (12)

La decisione di Bruxelles non potrà non avere conseguenze a breve termine anche di ordine militare.La Coordinated Maritime Presence consentirà all’Unione europea di condividere intelligence e coordinamento operativo nella regione del Golfo, stabilendo effettivamente legami tra EMASOH e l’Operazione Atalanta che combatte la pirateria a largo della Somalia”, scrivono i ricercatori Cinzia Bianco dell’European Council on Foreign Relations di Berlino e Matteo Moretti dell’Istituto di Affari Internazionali di Roma. “Convertire lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso in un’area integrata rafforza la capacità di dare sicurezza a entrambi (…) L’abbraccio Ue di EMASOH è l’ultima luce verde a una nuova generazione di missioni flessibili create ad hoc e che possono essere dislocate in aree sensibili per gli interessi dell’Unione europea, compensando il lungo processo decisionale della Politica Comune su Difesa e Sicurezza della Ue. Questa principale categoria di missioni, che include l’Operazione Takuba nel Sahel e l’European Naval Engagement nell’Indo-Pacifico, diverrà ancora più comune e rafforzerà le capacità di proiezione europea. EMASOH dovrà rafforzare la sua presenza navale e gli assetti per la sorveglianza aerea se vuole essere credibile in mezzo a una forte competizione multipolare nella regione”.

Ancora più militari, navi e aerei da guerra Ue nel Golfo, dunque. Specie adesso che è partita una dissennata corsa per “differenziare” i mercati di approvvigionamento delle risorse energetiche, così da ridurre la dipendenza dalla Russia e aumentare l’import dagli impresentabili regimi super-armati della Penisola arabica. In pole position tra i paesi in gara per più gas e più petrolio dalla regione del Golfo c’è ovviamente l’Italia di Mario Draghi, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio, per nome e per conto dell’holding a capitale statale ENI. A metà febbraio, prima dell’aggressione russa contro l’Ucraina, il governo ha sottoscritto un accordo strategico con il Qatar per accrescere le forniture di GNL. L’emirato fornisce già il 10% circa del gas naturale importato dall’Italia; inoltre la Qatar Petroleum, l’azienda petrolifera statale, possiede il 23% della joint venture che controlla il Terminale GNL Adriatico, l’impianto di rigassificazione posto a circa 15 km al largo di Porto Levante, Rovigo (le altre quote sono per il 70% della statunitense ExxonMobil e per il 7% di Snam SpA, società di infrastrutture energetiche controllata in parte dalla Cassa Depositi e Prestiti). (14)

Tutti “buoni” motivi per indossare baionetta ed elmetto e proiettarsi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico a difendere quello che Guerini e Stato maggiore definiscono ormai il Mediterraneo Mare Nostrum super-allargato. Ci inimichiamo di sicuro ancora di più l’Iran ma se si chiude una porta si apre un portone, anzi tanti portoni per fare nuovi e più lucrosi affari di gas e petrolio con emiri e sceicchi…

Note e Link

(1) difesa.it/SMD_/CaSMD/Eventi/Pa…

(2) fmn.dk/en/topics/operations/ig…

(3) ilpost.it/2019/08/04/stretto-h…

(4) hellenicshippingnews.com/emaso…

(5) analisidifesa.it/2020/05/il-go…

(6) sicurezzainternazionale.luiss.…

(7) difesa.it/OperazioniMilitari/o…

(8) air-cosmos.com/article/golfe-p…

(9) themeditelegraph.com/it/market…

(10) globalsecurity.org/military/op…

(11) iiss.org/blogs/military-balanc…

(12) consilium.europa.eu/media/5443…

(13) mei.edu/publications/europes-r…

(14) formiche.net/2022/02/gas-ue-ru…

L'articolo Italia nello Stretto di Hormuz in funzione anti-Iran proviene da Pagine Esteri.


Italia nello Stretto di Hormuz in funzione anti-Iran


di Antonio Mazzeo

Pagine Esteri, 4 luglio 2022 – A fine estate l’Italia sarà a capo dell’operazione militare europea nello Stretto di Hormuz a “difesa” degli interessi delle transnazionali dell’energia e per il “contenimento” della presenza iraniana. Ad annunciare la provocatoria missione nel conflittuale corridoio marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman è il ministero della Difesa, a conclusione della visita in Pakistan del Capo di Stato Maggiore, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Tra gli argomenti trattati durante gli incontri con i vertici delle forze armate pakistane – si legge nella nota emessa il 24 giugno – il Capo di Stato Maggiore italiano ha sottolineato l’accresciuto impegno del nostro Paese nell’area con l’assunzione del Comando della Missione NATO in Iraq e con la prossima assunzione del Comando della missione di coalizione Europea EMASOH”. (1).

Acronimo di European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz, EMASOH è la “missione di sorveglianza marittima” promossa nel gennaio 2020 – in modo autonomo – dai governi di Danimarca, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Italia, dopo una serie di attacchi contro le unità utilizzate per il trasporto di gas e petrolio negli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb (tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden) e ai terminali petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita. Principali responsabili delle incursioni a petroliere e navi metaniere, secondo Stati Uniti, Unione europea e petroregimi arabi, i pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran.

“La crescente insicurezza e instabilità nel Golfo e nello Stretto di Hormuz a partire del 2019 con numerosi incidenti marittimi e non, è il risultato delle crescenti tensioni regionali e ha influenzato negativamente la libertà di navigazione e la sicurezza delle unità europee ed extraeuropee nell’area”, riportano i paesi membri di EMASOH. (2) Nonostante l’apertura di nuove rotte commerciali e l’espansione del mercato globale, dallo Stretto di Hormuz continua a transitare il 21% delle risorse petrolifere (circa 21 milioni di barili al giorno). Attraverso questo tratto di mare lungo 150 Km. e largo 33, l’Arabia Saudita fa passare 6,4 milioni di barili di petrolio al giorno, l’Iraq 3,4, gli Emirati Arabi Uniti 2,7, il Kuwait 2, mentre il Qatar, il più grande produttore mondiale di gas naturale liquefatto (LNG), quasi tutto il suo gas destinato all’esportazione. (3) Da qui l’esigenza di alcuni dei principali clienti europei di concorrere alla rimilitarizzazione della regione anche in concorrenza con gli stessi Stati Uniti d’America e i partner del Golfo.

Quartier generale di EMASOH è la base navale francese di Camp de la Paix ad Abu Dhabi (la Francia di Macron è il paese che più ha spinto per il lancio della missione aeronavale). La componente militare (Operation Agénor, nome di matrice classica, sinonimo di molto virile, coraggioso, condottiero dei prodi) include sette unità da guerra e un pattugliatore aereo delle forze armate degli stati promotori più la Norvegia. “Nei primi due anni di vita, EMASOH-Agénor ha visto operare complessivamente tredici fregate e dodici differenti velivoli di pattugliamento e riconoscimento marittimo”, riporta la nota emessa dal Comando il 25 febbraio 2022. “In totale gli assetti aerei hanno condotto più di 1.000 ore di volo mentre le imbarcazioni hanno navigato per 750 giorni, attraversando lo Stretto di Hormuz oltre 170 volte. Tuttavia la sicurezza nel Golfo e nello Stretto rimane volatile. Nonostante il rafforzamento della collaborazione con il Consiglio di Cooperazione del Golfo (paesi membri Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Kuwait, Oman e Qatar, Nda), persistono le tensioni regionali pre-esistenti e il rischio di escalation e di potenziali nuovi incidenti. (…) Riconoscendo l’effetto preventivo duraturo della presenza di EMASOH, cercheremo adesso di migliorarne l’efficienza sviluppando sinergie con differenti iniziative europee nell’Oceano indiano nord-occidentale”. (4) Una missione destinata dunque a rafforzare la propria componente militare e il raggio operativo geo-strategico e che sarà a guida italiana molto presumibilmente dal semestre 2022 fino al febbraio 2023.

La nuova avventura militare nelle acque del Golfo non prenderà il via di certo con i migliori auspici. Voluta dall’allora governo Conte bis (Pd-LeU-M5S) sull’onda del rinnovato asse diplomatico-economico-militare tra Roma e Parigi, la partecipazione italiana ad EMASOH è stata inaspettatamente bloccata per tutto il corso del primo anno di attività. Il 30 maggio 2020, prima dell’approvazione del decreto di finanziamento delle operazioni all’estero delle forze armate italiane, il governo decideva l’annullamento della partecipazione di un’unità della Marina ad EMASOH, così come era stato previsto a gennaio. L’allora premier Giuseppe Conte e il (riconfermato) ministro della difesa Lorenzo Guerini non vollero spiegare la ragione della decisione; Analisi Difesa puntò il dito contro una supposta “pressione” esercitata dal Ministero degli Affari Esteri (allora come adesso, responsabile del dicastero l’on. Luigi Di Maio), “non nuovo a entrare a gamba tesa nel campo delle missioni militari all’estero, finanziate da un decreto annuale che stanzia anche i fondi per la cooperazione e sviluppo della Farnesina”. (5)

Dopo la falsa partenza, indigesta per ampi settori politici e delle forze armate, il via alla partecipazione italiana a EMASOH fu annunciato dal ministro Guerini in un’audizione nelle commissioni Difesa di Camera e Senato, nel marzo 2021. (6) Il successivo 5 agosto, con l’approvazione in Parlamento del documento di proroga delle missioni internazionali, veniva predisposta una copertura finanziaria di 9.032.736 euro (di cui 2 milioni esigibili nell’anno 2022) per l’operazione navale nello Stretto di Hormuz. “La missione prevede l’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nella regione che comprende il Golfo dell’Oman e l’intero Golfo Persico, un’area storicamente caratterizzata da interessi vitali per l’economia nazionale e dei paesi europei”, scrive lo Stato Maggiore della Difesa. “Essa è finalizzata a tutelare il naviglio mercantile nazionale, supportare il naviglio mercantile non nazionale, rafforzare la cooperazione con le altre iniziative nell’area e contribuire alla maritime situational awareness dello spazio aeromarittimo al fine di garantire la libertà di navigazione e il libero flusso del commercio globale”. “L’Italia – enfatizza la Difesa – alla luce del ruolo strategico di quest’area per gli interessi nazionali, intende dispiegare un sistema di sicurezza, mantenendo una posizione neutrale nei confronti degli Stati regionali, nel rispetto del diritto internazionale, al fine di contribuire alla stabilità dell’area”. (7) Il decreto fissa un tetto massimo nell’impiego del dispositivo militare: 193 unità di personale, una unità navale, due mezzi aerei e un non meglio specificato supporto ISR Intelligence, Surveillance and Reconnaissance, successivamente identificato dalla stampa estera specializzata in un drone MQ-9 Reaper dell’Aeronautica militare, precedentemente schierato in Kuwait per la “sorveglianza” dello scacchiere iracheno. (8)

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L’isola di Hormuz (foto di Farsnews)

Oltre al velivolo senza pilota, la presenza militare italiana nelle acque del Golfo è stata limitata al dispiegamento dal 1° ottobre al 15 dicembre 2021 della fregata missilistica “Federico Martinengo”, assegnata nei mesi precedenti all’Operazione Atalanta dell’Unione europea contro la pirateria a largo delle coste somale e nel Mar Rosso, nell’ambito della European Union Naval Force for Somalia (EU-NavFor Somalia). Nel corso della sua partecipazione a EMASOH, la fregata ha effettuato soste tecniche nei porti di Mascate (Oman), Doha (Qatar) e Manama (Bahrein), sapientemente utilizzate dalle autorità nazionali per propagandare il Sistema Italia (armi e tecnologie belliche) e rafforzare le relazioni diplomatico-militari con i paesi ospiti. Ciò è comunque bastato per irritare Teheran. “La Repubblica Islamica dell’Iran ha protestato contro la presenza di forze straniere nella regione, in particolar modo europee, che non può che creare le condizioni per esacerbare le tensioni già esistenti”, riportava il 14 ottobre 2021 l’agenzia di stampa iraniana Fars. “E’ stato altresì sottolineato che la sicurezza della zona del Golfo dovrebbe essere assicurata soltanto dai Paesi vicini”. (9)

Il regime iraniano aveva già espresso disappunto e risentimento per la decisione del Comando centrale delle forze armate USA di dar vita, nel luglio 2019, alla “missione internazionale di sicurezza marittima” – sempre nello Stretto di Hormuz e nelle acque del Golfo Persico – denominata IMSC – International Maritime Security Construct. “IMSC è nata in risposta alla crescita delle minacce alla libertà di navigazione e al libero flusso del commercio per le legittime marinerie nelle acque internazionali della regione mediorientale”, spiega il Dipartimento della difesa USA. “La task force multinazionale Sentinel, braccio operativo di IMSC, è stata istituita il 7 novembre 2019 con lo scopo di scoraggiare le attività maligne sponsorizzate dallo stato in tutta l’area operativa in modo da ridare sicurezza all’industria navale commerciale”. A IMSC-Sentinel oltre agli Stati Uniti contribuiscono Albania, Bahrain, Estonia, Lituania, Romania, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Regno Unito, mentre hanno espresso l’intenzione di offrire una forma di cooperazione Corea del Sud, Qatar e Kuwait. Il 6 agosto 2019, nella sessione di chiusura della Knesset, l’allora ministro degli esteri di Israele, Israel Katz, aveva espresso la volontà di fornire intelligence alla missione a guida USA. Alle dichiarazioni di Tel Aviv è seguita una dura presa di posizione dell’ammiraglio Alireza Tangsiri, comandante delle Guardie del Corpo Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran. “Ogni illegittima presenza di Israele nel Golfo Persico potrebbe sfociare in un confronto militare nella regione e la responsabilità per quanto accadrà sarà di Stati Uniti e Regno Unito”. (10)

Inutile dire come le politiche delle cannoniere promosse in prima istanza da Washington e Parigi (con scarsa coordinazione tra le parti, nonostante le identiche finalità anti-Iran), congiuntamente al dirompente attivismo di Israele nel “controllo” delle rotte petrolifere e del gas dell’intero Medio Oriente, abbiano esacerbato gli animi contribuendo ad aggravare le tensioni, specie tra Teheran e Tel Aviv. “L’attacco mortale ai danni di una petroliera a largo delle coste dell’Oman alla fine del luglio 2021 rappresenta un ulteriore sviluppo sia del rischio generale per la navigazione nel Golfo, dello Stretto di Hormuz e del mare Arabico, sia per la ribollente guerra ombra che viene condotta da Iran e Israele”, scrivono gli analisti militari Hugo Decis e Charlotte Le Breton dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra. “L’attacco è stato condotto con un velivolo senza pilota apparentemente decollato dall’Iran, che ha colpito la nave cisterna MV Mercer Street, gestita da una società israeliana. Questo evento segna un’indubbia escalation. L’Iran ha minacciato ripetutamente di chiudere lo Stretto di Hormuz in passato. Finora non è riuscito a portare a termine queste minacce parzialmente per preservare i propri interessi economici, ma ha anche continuato ad accumulare strumenti ed assetti finalizzati a questo obiettivo. Ciò indica che permane il rischio di escalation”. (11)

All’aggravamento della crisi nell’area ha concorso inevitabilmente la decisione assunta a Bruxelles dal Consiglio dell’Unione Europea, lo scorso mese di febbraio, che ha esteso all’Oceano Indiano nord-occidentale il cosiddetto Coordinated Maritime Presence Concept con cui sono stati predisposti misure ed interventi a difesa degli interessi strategici europei e della navigazione nel Golfo di Guinea (documento varato nell’agosto 2019). In particolare il Consiglio Ue ha suggerito di rafforzare il coordinamento e la cooperazione con la missione EMASOH e di “considerare un’Area Marittima di Interesse l’Oceano Indiano nord-occidentale, una regione che si estende dallo Stretto di Hormuz al Tropico meridionale e dal nord del Mar Rosso fino al centro dell’Oceano Indiano”. (12)

La decisione di Bruxelles non potrà non avere conseguenze a breve termine anche di ordine militare.La Coordinated Maritime Presence consentirà all’Unione europea di condividere intelligence e coordinamento operativo nella regione del Golfo, stabilendo effettivamente legami tra EMASOH e l’Operazione Atalanta che combatte la pirateria a largo della Somalia”, scrivono i ricercatori Cinzia Bianco dell’European Council on Foreign Relations di Berlino e Matteo Moretti dell’Istituto di Affari Internazionali di Roma. “Convertire lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso in un’area integrata rafforza la capacità di dare sicurezza a entrambi (…) L’abbraccio Ue di EMASOH è l’ultima luce verde a una nuova generazione di missioni flessibili create ad hoc e che possono essere dislocate in aree sensibili per gli interessi dell’Unione europea, compensando il lungo processo decisionale della Politica Comune su Difesa e Sicurezza della Ue. Questa principale categoria di missioni, che include l’Operazione Takuba nel Sahel e l’European Naval Engagement nell’Indo-Pacifico, diverrà ancora più comune e rafforzerà le capacità di proiezione europea. EMASOH dovrà rafforzare la sua presenza navale e gli assetti per la sorveglianza aerea se vuole essere credibile in mezzo a una forte competizione multipolare nella regione”.

Ancora più militari, navi e aerei da guerra Ue nel Golfo, dunque. Specie adesso che è partita una dissennata corsa per “differenziare” i mercati di approvvigionamento delle risorse energetiche, così da ridurre la dipendenza dalla Russia e aumentare l’import dagli impresentabili regimi super-armati della Penisola arabica. In pole position tra i paesi in gara per più gas e più petrolio dalla regione del Golfo c’è ovviamente l’Italia di Mario Draghi, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio, per nome e per conto dell’holding a capitale statale ENI. A metà febbraio, prima dell’aggressione russa contro l’Ucraina, il governo ha sottoscritto un accordo strategico con il Qatar per accrescere le forniture di GNL. L’emirato fornisce già il 10% circa del gas naturale importato dall’Italia; inoltre la Qatar Petroleum, l’azienda petrolifera statale, possiede il 23% della joint venture che controlla il Terminale GNL Adriatico, l’impianto di rigassificazione posto a circa 15 km al largo di Porto Levante, Rovigo (le altre quote sono per il 70% della statunitense ExxonMobil e per il 7% di Snam SpA, società di infrastrutture energetiche controllata in parte dalla Cassa Depositi e Prestiti). (14)

Tutti “buoni” motivi per indossare baionetta ed elmetto e proiettarsi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico a difendere quello che Guerini e Stato maggiore definiscono ormai il Mediterraneo Mare Nostrum super-allargato. Ci inimichiamo di sicuro ancora di più l’Iran ma se si chiude una porta si apre un portone, anzi tanti portoni per fare nuovi e più lucrosi affari di gas e petrolio con emiri e sceicchi…

Note e Link

(1) difesa.it/SMD_/CaSMD/Eventi/Pa…

(2) fmn.dk/en/topics/operations/ig…

(3) ilpost.it/2019/08/04/stretto-h…

(4) hellenicshippingnews.com/emaso…

(5) analisidifesa.it/2020/05/il-go…

(6) sicurezzainternazionale.luiss.…

(7) difesa.it/OperazioniMilitari/o…

(8) air-cosmos.com/article/golfe-p…

(9) themeditelegraph.com/it/market…

(10) globalsecurity.org/military/op…

(11) iiss.org/blogs/military-balanc…

(12) consilium.europa.eu/media/5443…

(13) mei.edu/publications/europes-r…

(14) formiche.net/2022/02/gas-ue-ru…

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MADRID. Per Sánchez e la Nato anche l’immigrazione è un nemico


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 2 luglio 2022 – Nel corso di una lunga conferenza stampa, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha rivendicato con orgoglio i risultati politici incassati durante il vertice Nato di Madrid. Il leader socialista puntava a rafforzare le relazioni con Washington e a questo scopo martedì ha siglato una dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Spagna. Il “governo più progressista” che Madrid abbia avuto dalla morte di Franco, paradossalmente, ripercorre i passi del premier di destra José Maria Aznar, che nel 2001 siglò un’intesa simile con George W. Bush subito dopo l’intervento militare della Nato in Afghanistan, conclusosi con un eclatante fallimento lo scorso anno.
Tra i punti fondamentali del documento che porta la firma di Sánchez e Biden c’è una gestione comune dei “flussi migratori illegali”. Per quanto il punto 9 raccolga le raccomandazioni dell’ONU sulla promozione di una «immigrazione sicura, ordinata e regolare», il testo fa un ulteriore passo nella tendenza a considerare i flussi migratori una minaccia da affrontare anche attraverso appositi meccanismi militari.

La strage di Melilla
Un obiettivo che chiarisce il senso delle dichiarazioni del premier socialista a proposito della strage di migranti a Melilla, che hanno creato sconcerto e indignazione nella sinistra iberica e sono state accolte con stupore da molti sostenitori dell’attuale esecutivo. Il 24 giugno, 37 profughi subsahariani (per lo più sudanesi) sono morti asfissiati o schiacciati nel tentativo di superare le recinzioni che blindano l’enclave spagnola in Marocco. Associazioni e Ong hanno denunciato la brutalità dei gendarmi marocchini, che hanno aggredito i migranti con manganelli, lacrimogeni e pietre, picchiando persone inermi già a terra e tirando o spingendo giù dalle reti e dai cancelli chi riusciva ad arrampicarsi. Le crude immagini della strage hanno fatto il giro del mondo: decine di corpi senza vita o agonizzanti impilati uno sull’altro e vigilati da un cordone di gendarmi marocchini in assetto antisommossa.

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Morti e feriti a Melilla, ai piedi di una recinzione

L’immigrazione irregolare come minaccia

Il presidente del governo spagnolo e alcuni dei suoi ministri – tutti socialisti – hanno però elogiato l’operato della Gendarmeria marocchina, sottolineando la proficua collaborazione con le forze di sicurezza di Madrid. Sánchez ha denunciato addirittura un «attacco violento all’integrità territoriale della Spagna» e ha puntato il dito contro «le mafie responsabili del traffico di esseri umani».
In molti hanno sottolineato il cinismo e l’ipocrisia di una presa di posizione che considera il disperato tentativo del 24 giugno addirittura un’aggressione all’integrità territoriale spagnola, quando Madrid ha finora accolto senza colpo ferire più di 170 mila rifugiati ucraini, bianchi, cristiani e “politicamente corretti” perché provenienti da un paese aggredito da un nemico strategico della Nato come la Russia.

Per masse crescenti di diseredati in fuga da guerre, dittature e catastrofi climatiche, Ceuta e Melilla – territori retaggio del passato coloniale spagnolo incastonati in territorio marocchino – rappresentano delle fondamentali porte d’ingresso nel continente europeo, le uniche a disposizione via terra nel continente africano. Per questo, avvisano sinistre e associazioni, la strage di Melilla non sarà l’ultima se Spagna, Unione Europea e Nato non cambieranno le proprie politiche migratorie.
Ma il nuovo Concetto Strategico approvato a Madrid e i toni e gli argomenti utilizzati dal premier spagnolo sembrano andare esattamente nella direzione opposta.

La Nato contro l’immigrazione irregolare
Nell’agenda del vertice, infatti, l’immigrazione illegale è stata affrontata come una “minaccia all’integrità degli stati” ai quali far fronte in maniera organizzata e decisa, al pari dei ricatti energetici. Gongolante, nel corso di un intervento con il segretario di stato Usa Antony Blinken durante il Nato Public Forum, il ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares ha spiegato che il nuovo Concetto Strategico considera le migrazioni irregolari, quando vengono usate come arma politica, delle minacce alla sicurezza degli stati. «Il rischio è sempre, come abbiamo visto al confine tra Bielorussia e Polonia, che qualcosa possa usare l’immigrazione contro la nostra integrità territoriale o la nostra sovranità» ha ribadito l’esponente socialista.

Intervistata dal quotidiano progressista spagnolo Público, la ricercatrice del CIDOB (Barcelona Center for International Affairs) Blanca Garcés spiega: «Si sta creando un concetto di minaccia ibrida che intende trasformare le politiche migratorie in una questione di difesa» attraverso due narrazioni complementari, quella dell’immigrazione come minaccia alla sicurezza degli stati e quella della gestione dei flussi migratori da parte delle mafie. Questo discorso, sottolinea Garcés, permette di «trasformare le migrazioni in una questione di sicurezza nazionale e di legittimare la creazione di situazioni emergenziali che prevedono la sospensione del diritto di asilo, l’intervento degli eserciti alle frontiere e la sospensione della possibilità di operare per i giornalisti e le organizzazioni sociali».

Da parte sua, un dossier del “Centro Delàs d’Estudios por la Paz” denuncia i meccanismi – ad esempio l’operazione Sea Guardian condotta dalla Nato nel Mediterraneo – attraverso i quali «gli stati europei deviano i flussi migratori fuori dal territorio dell’UE, privando i migranti della protezione» loro accordata dalle convenzioni internazionali. Il riferimento ai lauti finanziamenti concessi dall’Ue al regime turco per “contenere” l’immigrazione verso il continente, infischiandosene delle modalità utilizzate dalle forze di sicurezza di Ankara, è obbligato. Ma di fatto la Spagna di Sánchez sta utilizzando lo stesso meccanismo demandando alle forze di sicurezza marocchine – costi quel che costi – il compito di impedire che migliaia di disperati arrivino a Ceuta e Melilla.
Queste considerazioni gettano una luce più chiara sulle argomentazioni utilizzate dai dirigenti socialisti spagnoli per giustificare il brutale comportamento della gendarmeria marocchina, certo non estraneo alla morte di decine di persone.

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Joe Biden e Pedro Sanchez durante il vertice della Nato a Madrid

La realpolitik di Sánchez
Gli elogi di Sánchez e Albares nei confronti delle autorità marocchine riflettono anche i nuovi rapporti di Madrid con Rabat. Nel maggio del 2021, infatti, dopo l’ingresso a Ceuta – agevolato dalla «distrazione» della gendarmeria marocchina – di circa 8000 profughi, i toni usati dal leader del Psoe contro Rabat erano stati durissimi. Ma nel marzo scorso Sánchez ha cambiato registro, riconoscendo la sovranità marocchina sui territori saharawi illegalmente occupati dal regno di Mohammed VI e avviando nuove relazioni di amicizia con Rabat. Il premier spagnolo non ha desistito neanche dopo che la sua intelligence lo ha informato che il suo cellulare era stato spiato dalle autorità marocchine tramite il malware israeliano Pegasus, o dopo la reazione stizzita dell’Algeria che, dopo aver bloccato il trasferimento del suo gas al Marocco ha sospeso il Trattato di amicizia e di buon vicinato firmato con Madrid nel 2002, riducendo le esportazioni di gas anche in Spagna.
Sánchez non vuole ora mettere a rischio i rapporti con il paese nordafricano e non vuole fare a meno dell’esternalizzazione del compito di “difendere” le proprie frontiere meridionali dai flussi migratori.

Ceuta e Melilla contese
D’altra parte, però, con il Marocco la Spagna ha ancora aperta la questione della sovranità su Ceuta e Melilla che il governo di Rabat non ha smesso di rivendicare.
Nei giorni che hanno preceduto il vertice di Madrid, infatti, ha insistito con i suoi partner dell’Alleanza affinché i due territori coloniali venissero esplicitamente citati come protetti dall’ombrello della difesa collettiva in caso di attacco, sulla base di quanto previsto dell’Articolo 5 del Trattato Atlantico. Un’esplicita menzione del tema all’interno del nuovo Strategic Concept avrebbe concesso numerosi punti a Sánchez, delegittimando le richieste marocchine di restituzione dei due territori. Il Marocco è uno dei principali partner della Nato in tutta l’Africa – particolarmente prezioso ora che occorre contenere l’Algeria legata a Mosca o la presenza russa in Libia – ma Mohammed VI non potrebbe non tener conto di un simile pronunciamento da parte del Patto Atlantico.
Ma per non indispettire i marocchini gli statunitensi non hanno accettato del tutto le richieste di Madrid. Alla fine Sánchez si è dovuto accontentare di un riferimento indiretto e generico alla questione, ottenendo che nel Concetto Strategico fosse inserito un passaggio che recita: la Nato ha l’obiettivo di «difendere ogni centimetro del territorio alleato, preservando la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli aderenti». «Appare chiaro il concetto che la Nato difende ogni centimetro di tutti i paesi che ne fanno parte senza eccezione – ha spiegato Albares – Nei documenti non appaiono mai i nomi di città specifiche».

1597495* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

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MADRID. La Nato globale prepara lo scontro con Russia e Cina


di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 30 giugno 2022 – Il vertice dell’Alleanza Atlantica in corso a Madrid può essere sicuramente definito storico. Per diversi motivi, infatti, non è stato un summit qualsiasi. È il primo a tenersi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Se la Nato ha contribuito non poco – soprattutto a partire dal cambio di regime andato in scena a Kiev nel 2014 – all’innalzamento della tensione nell’area, dalla mossa russa l’ex alleanza militare nata per contrastare il blocco sovietico ha tratto nuova linfa per rilanciare il suo ruolo e guadagnare nuova legittimità.

Un vertice storico

A rendere storica la riunione in corso nella capitale iberica è anche l’ennesimo allargamento dei confini del North Atlantic Treaty Organization che con un’accelerazione non indifferente ha sancito l’ingresso di Finlandia e Svezia dopo la rimozione del veto inizialmente opposto da Ankara. Per contrastare un paese – la Russia – colpevole di aver aggredito e invaso uno stato sovrano, l’Alleanza che afferma di incarnare gli ideali di democrazia e libertà decide di sottostare ai diktat del regime turco che occupa da anni il nord della Siria e non esita a realizzare sanguinose azioni militari in Iraq contro la guerriglia curda. Del resto, è proprio in cambio dell’abbandono della tradizionale tolleranza dei governi scandinavi nei confronti delle organizzazioni della resistenza curda (e della vendita di armi) che Erdoğan ha rimosso il veto all’ingresso dei nuovi soci. Un’altra vittoria per il Sultano, che paradossalmente negli ultimi anni ha portato il suo paese ai margini della Nato, ha allacciato un’alleanza di comodo con Mosca e non ha esitato a contrastare le richieste di Washington pur di poter affermare la propria egemonia regionale e internazionale.

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Il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg con i Ministri degli Esteri di Svezia e Finlandia

Il boom delle spese militari
Il vertice in corso a Madrid è storico anche per altri motivi. Ad esempio perchè la Casa Bianca è riuscita ad imporre agli altri soci un aumento consistente delle spese militari. Nel giro di pochi mesi decine di governi hanno deciso il raddoppio degli stanziamenti della difesa e quindi un aumento considerevole del bilancio destinato alla Nato. E la soglia del 2% del Pil dei paesi aderenti, che fino a qualche tempo fa sembrava un traguardo irraggiungibile, potrebbe essere presto anche superata. Nelle scorse ore da Londra è arrivata la notizia che il governo Johnson – che cerca protagonismo militare e internazionale dopo la Brexit – ha affermato di puntare al 2,5%.
Quest’aumento del budget servirà a portare la forza d’intervento rapido dell’Alleanza dagli attuali 40 mila a ben 300 mila effettivi, pronti a mobilitarsi in pochi giorni se – o quando, bisognerebbe dire – l’escalation bellica globale che ormai sembra inarrestabile lo richiederà. Intanto, serviranno a presidiare tutto il fianco est della Nato, quello che negli ultimi decenni si è spinto sempre più vicino ai confini della Federazione Russa.

Dagli USA nuove truppe in Europa

Inoltre, ha annunciato Joe Biden, «gli Usa rafforzeranno la loro presenza militare in Europa, incluse le capacità difensive aeree aggiuntive in Italia e Germania». Un colpo per gli ambienti continentali che negli ultimi mesi avevano tentato di accelerare la costituzione di un esercito europeo “complementare alla Nato”, approfittando del disimpegno di Washington. Attualmente gli Stati Uniti hanno già oltre 100 mila militari dispiegati in Europa, cinque volte quanti ne avevano prima che Mosca lanciasse la sua “operazione militare speciale” in Ucraina.
Gli Usa invieranno 65 militari in Italia, dove verrà installata una batteria di difesa aerea a corto raggio che sarà un’unità subordinata al battaglione di difesa aerea di stanza in Germania. Gli Stati Uniti istituiranno inoltre un quartier generale permanente per il Quinto corpo dell’esercito in Polonia. A Varsavia e nei tre Paesi baltici arriveranno nuove truppe a rotazione. Nel Regno Unito, infine, saranno dispiegati due nuovi squadroni di caccia F-35. I leader dell’Alleanza saranno poi chiamati oggi a esprimersi sul dispiegamento di gruppi tattici aggiuntivi in Ungheria, Romania, Bulgaria e Slovacchia.

Il nuovo Strategic Concept contro Mosca e Pechino

Il vertice di Madrid è da considerarsi storico, inoltre, perché supererà le linee guida fissate nel documento firmato a Lisbona nel 2010. Dodici anni dopo, la Nato non vuole più essere solo il bastione militare della leadership statunitense in Europa, ma lancia la sfida per la supremazia globale a vecchi e nuovi nemici. Se nel documento varato a Lisbona la Russia era ancora definita un potenziale partner strategico, lo “Strategic Concept” uscito da Madrid considera Mosca un nemico globale e Pechino “una sfida” e una minaccia per gli interessi e i valori occidentali, da affrontare a tutto campo in quanto costituisce un “concorrente sistemico” che “cerca di minare l’ordine internazionale”.

La proiezione dell’Alleanza al di fuori dei confini e delle aree di interesse storiche è plasticamente rappresentata, nel vertice in corso, dalla presenza dei rappresentanti di Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Sud Corea. È la “Nato asiatica“, che i dirigenti dell’organizzazione nata nel 1949 con soli 12 paesi membri – diventati nel frattempo 30, più Svezia e Finlandia – continuano ad affermare di non perseguire rispondendo alle rimostranze di Pechino.
Nel suo primo intervento dopo il suo arrivo a Madrid l’inquilino della Casa Bianca Joe Biden ha chiarito la posta in gioco: «L’alleanza sta rafforzando la sua posizione. Sta affrontando le minacce all’est e le sfide al sud. La Nato è pronta su tutti i fronti e le direzioni, sul dominio terrestre, aereo e marittimo». E – l’ennesima provocazione nei confronti di Mosca – il prossimo vertice dell’Alleanza si terrà il prossimo anno a Vilnius, in Lituania.
Nel frattempo, il Patto Atlantico continuerà a rafforzare militarmente alcuni paesi dell’Europa orientale così come ha fatto con l’Ucraina negli anni scorsi. «Lavoreremo con loro per costruire la loro integrità e resilienza, sviluppare capacità e sostenere la loro indipendenza politica» si legge nel documento a proposito di Bosnia-Erzegovina, Moldova e Georgia.

Una sfida su tre fronti

È evidente che la sfida più urgente per l’Alleanza è quella che affronta in Ucraina; lungi dal ricercare una fine rapida del conflitto e una riduzione massima del danno, la Nato sembra puntare ad un incancrenimento dello scontro bellico allo scopo di indebolire Mosca e approfittare della polarizzazione internazionale innescata dall’invasione russa per giustificare una nuova escalation che favorisce soprattutto gli interessi politici ed economici di Washington (vedasi il capitolo sanzioni e guerra del gas). Ma è anche a sud che si gioca la sfida, oltre che nell’area dell’Indo-Pacifico dove il contenimento dell’espansione cinese assume risvolti sempre più militari. Infatti, dal Maghreb al Sahel al Vicino Oriente l’attività e la presenza militare russa – dalla Siria alla Libia al Mali – preoccupano non poco la Nato.

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Gli obiettivi di Pedro Sánchez
Il permier spagnolo Pedro Sánchez ha investito non poco nel vertice della Nato ospitato dal suo paese. Non mira soltanto ad un ritorno d’immagine e di prestigio all’interno del paese e a livello internazionale; ciò su cui punta è un rafforzamento del ruolo della Spagna all’interno dell’Alleanza Atlantica e al conseguimento di alcuni obiettivi geopolitici.
Nei mesi scorsi il governo spagnolo – di cui fa parte Unidas Podemos, che pure è sempre stata molto critica nei confronti della Nato – ha annunciato un sostanzioso aumento delle spese militari e ha deciso un ennesimo invio di armi pesanti all’esercito ucraino insieme ad alcuni tank Leopard.
All’inizio di giugno la ministra della Difesa, Margarita Robles, ha chiesto un aumento immediato del bilancio militare di ben tre miliardi di euro da poter esibire al vertice Nato in corso, obiettivo presto sfumato ma solo per motivi contabili. Il suo esecutivo, comunque, ha già deciso di raddoppiare la spesa militare – dall’1,03 al 2% del Pil – entro il 2030.

La Spagna ha una posizione strategica per lo schieramento della Nato nel sud dell’Europa fin dai primi accordi militari tra il regime franchista e gli Stati Uniti negli anni ’50. Nella base di Torrejòn de Ardoz è posizionato il centro di controllo delle operazioni aeree in tutto il sud del continente; da qui partirono i bombardamenti in Libia nel 2011. Albacete ospita invece la base di addestramento dei caccia, mentre a Bétera ha sede il quartier generale delle truppe di terra. Nella base navale di Rota, infine, sono stati ospitati finora quattro cacciatorpedinieri Aegis statunitensi, che però ora diventeranno sei grazie ad un accordo formalizzato nei giorni scorsi proprio a Madrid tra l’inquilino della Moncloa e quello della Casa Bianca. Pagine Esteri

1563371* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

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LIBRI – Arundhati Roy, “In marcia con i ribelli”. Viaggio con i protagonisti della storia


di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 16 giugno 2022Quando è legittima la violenza? Quando un popolo è giustificato a imbracciare le armi per difendere i propri diritti? All’indomani dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il dibattito intorno alla legittimità della violenza e intorno al concetto di “resistenza” si è infiammato. Lo spettacolo dell’opinionismo televisivo emblematicamente rappresenta da mesi, quotidianamente, la contrapposizione tra le fazioni favorevoli e non alla resistenza armata del popolo ucraino. La prima ha raccolto sin dal principio più consensi. Nelle strade, persino i graffiti adesso gridano “L’Ucraina ha diritto alla resistenza armata”. Non hanno raccolto un simile consenso le cronache delle resistenze armate o non violente in altre parti del pianeta, già sedate o ancora oggi drammaticamente attive contro operazioni “belliche”, interne o esterne, altrettanto feroci. Un libro di Arundhati Roy, “In marcia con i ribelli”, percorre un viaggio accanto ai protagonisti della resistenza nelle foreste dell’India centrale.

La gente che ha imbracciato le armi non passa il suo tempo a guardare (o a esibirsi per) la tivù, a leggere i giornali, o a seguire i sondaggi via sms per il quesito di Filosofia Morale del giorno: “la violenza è buona o cattiva? Inviate un sms con la risposta a…”. Va in giro. Combatte. Crede di avere il diritto di difendere la propria casa e la propria terra. Crede di meritare giustizia”.

Scrive così Roy, sempre con un tono minatorio che non lascia scampo. “Nelle mani di Arundhati le parole diventano armi”, dice Naomi Klein in copertina (ed. 2017) nell’edizione italiana del libro, a metà tra saggio e reportage narrativo, pubblicato in Italia da Guanda per la prima volta nel 2012. Vincitrice del Booker Prize nel 1997 con il romanzo “Il dio delle piccole cose” che l’ha resa celebre in tutto il mondo, in “In marcia con i ribelli” Roy racconta le tre settimane trascorse nel 2009 con i ribelli della guerriglia maoista naxalita nelle foreste del Chhattisggarh rurale, nel cuore dell’India.

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Gli stati indiani del Chhattisgarh e Jharkhand sono abitati da milioni di abitanti appartenenti a gruppi tribali indigeni. Per decenni, il governo indiano si è disinteressato di queste aree estremamente povere, inaccessibili a causa della loro natura montuosa e delle loro fitte foreste. Sono diventate, per questo, una sorta di quartier generale per i gruppi maoisti dichiarati illegali dal governo: l’antico partito comunista indiano che nel ’69 guidò l’insurrezione dei naxaliti, infatti, fu sciolto dal governo centrale, e l’attuale partito comunista indiano (CPI), al quale i maoisti appartengono, è considerato fuorilegge. La presenza dei maoisti nella zona ha avviato pratiche di collaborazione tra il movimento e le comunità di indigeni qui residenti e forme di autonomia politica nelle foreste, delle quali Delhi non si è curata fino alla scoperta dei ricchissimi giacimenti minerari del territorio.

Quando il cuore dell’India ha rivelato di nascondere nel suo sottosuolo materiali preziosi quali bauxite, uranio, carbone, stagno, rame, diamanti, oro, quarzite, silicio e molto altro, il governo indiano, infatti, si è concentrato su come sfruttare nel modo più redditizio possibile un territorio impervio, abitato da milioni di indigeni e costellato da piccoli gruppi di guerriglieri. Da una parte, spiega Roy nella premessa, ha siglato accordi con multinazionali e grandi industrie del settore estrattivo; dall’altra, si è resa necessaria un’operazione di “pulizia” della zona. L’allora ministro degli interni, P. Chidambaram, è diventato il principale promotore della campagna di estrazione, una corsa ai minerali che, ha dichiarato, doveva essere quanto più “rapida ed efficiente”. Le foreste dovevano essere disboscate e, soprattutto, i loro abitanti dovevano essere sfollati e trasferiti a vivere nelle città.

Per giustificare un’operazione così violenta nei confronti dell’ecologia e della popolazione residente in quelle foreste, è necessario, scrive Roy, un nemico, un bersaglio, un oggetto contro il quale scatenare una persecuzione che incidentalmente abbatterà alberi, brucerà villaggi, costringerà i civili alla fuga. Il nemico pubblico perfetto diventano i maoisti delle foreste. La guerra nei loro confronti, lanciata nella giungla, viene battezzata dai media con il nome di “Operazione Caccia Verde”, per quanto il ministro Chidambaram rifiuterà sempre questo appellativo e negherà persino l’esistenza di qualsivoglia operazione. Nelle foreste, però, arriva l’esercito, viene schierata la polizia armata, si costituiscono milizie di indigeni assoldati e armati dal governo centrale per dare la caccia a tutti i presunti ribelli.

Il governo fornisce armi alla “Salwa Judum”, la milizia del popolo, che ha attraversato le foreste della provincia di Dantewada uccidendo, violentando e dando alle fiamme qualunque cosa trovasse, per poi lasciare 50.000 persone rinchiuse nei campi di polizia e le restanti 300.000 senza casa o costrette alla fuga”, si legge nel libro.

Rintracciare un nemico pubblico offre il pretesto al governo, anche quello che si considera una delle più grandi democrazie del mondo, per militarizzarsi. Prima il pericolo islamista, poi il pericolo maoista, Roy enuncia con allarme le strategie utilizzate dai paesi “democratici” per usare le armi e la violenza, spendendo puntualmente il lasciapassare della “sicurezza” dello Stato.

Nelle foreste dell’India centrale, la minaccia che il governo e le multinazionali possano impadronirsi del territorio distruggendo secoli di storia e insediamenti abitati da milioni di persone ha spinto gli indigeni, gli adivasi, un popolo con un passato di resistenza molto più antico del movimento maoista, e i contadini senza terra, a unire le proprie forze con la guerriglia naxalita contro il nemico: lo Stato.

Se le popolazioni tribali hanno preso le armi, l’hanno fatto perché un governo che non ha offerto che violenza e abbandono ora vuole strappare loro l’ultima cosa che possiedono: la terra”, scrive Roy. E ancora: “La lotta armata non è la prima ma l’ultimissima scelta di una popolazione disperata”.

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Arundhati Roy

Alla vigilia dell’Operazione Caccia Verde, Arundhati Roy entra in quelle foreste accompagnata da un ragazzino con uno zainetto di Charlie Brown sulle spalle. Cammina accanto ai maoisti, si arrampica per le strade tortuose e inospitali della foresta, mangia insieme a loro, dorme con loro nel suo sacco a pelo. Nel suo taccuino, raccoglie le testimonianze dei guerriglieri, descrive i loro modi di sorridere, ma racconta anche dell’organizzazione della loro società. Il 45% dei ribelli sono donne, sfuggite a violenze e stupri e testimoni di assassini e massacri nei loro villaggi. Si adegua alle loro regole, alle loro parole d’ordine, li chiama “compagno Venu”, “compagna Kamla”, consapevole del privilegio che le è stato concesso di seguirli nella loro attività clandestina e di raccontarli. Ascolta le loro canzoni, legge le loro poesie, parla di fiori lasciati a essiccare tra le pagine dei libri e dei mitra pesanti che portano sul collo.

E’ una scrittrice appassionata, Arundhati Roy, il cui tono entusiastico abbandona troppo spesso il rigore del reporter per abbracciare lo slancio dell’attivista. Non nasconde, tuttavia, le sue remore sulla resistenza maoista, sulla violenza, sull’organizzazione del movimento, malgrado tutto ancora patriarcale, non vuole santificarli. Ammette, però, ancora una volta come in tanti suoi saggi e interventi, il fallimento dei metodi gandhiani, che hanno “ingannato” gli indiani paralizzandoli. Quando il governo ti arresta, ti violenta, ti uccide, sradica la tua famiglia dal suo villaggio per trasferirla in una baraccopoli in città, e i media sono pilotati da quello stesso governo e finanziati dalle multinazionali che vogliono sfruttare la tua terra, la risposta, sottolinea Roy, non può essere l’immobilismo. Lo ribadisce con toni infiammati, con la consapevolezza che per evitare una corsa al massacro basterebbe giungere a una soluzione molto semplice: lasciare la bauxite dove si trova, nelle montagne.

“In marcia con i ribelli” è un libro fondamentale non solo per comprendere l’Operazione Caccia Verde e la resistenza che anima il cuore verde dell’India, ma anche per indagare le strategie usate dalle democrazie per sopprimere il dissenso e per affermare la propria forza – e i propri interessi economici – con la violenza. Nelle foreste come nel resto dell’India, chiunque si opponga all’Operazione Caccia Verde o ad altre operazioni del governo può essere tacciato di simpatie maoiste e arrestato. Bollare i dissidenti con l’etichetta del “terrorismo”, di qualsiasi matrice, è per le democrazie una soluzione efficace per eliminare l’opposizione. Quanto più il nemico è pericoloso, tanto più lo Stato sarà legittimato a militarizzarsi.

Tutto, in questo viaggio, è sempre descritto con quello stile unico che qualcuno ha definito “il realismo poetico di Arundhati Roy”. “Sento campanacci, qualcuno che tira su con il naso, qualcuno che si rigira, i peti del bestiame. Va tutto bene al mondo. Mi si chiudono gli occhi”. Nel bel mezzo della guerriglia, di fronte a un governo che scava nelle montagne e ne sradica villaggi, famiglie, esseri umani, di fronte alla violenza delle multinazionali e all’ingiustizia della narrazione mediatica, la delicatezza di quel suo “Va tutto bene al mondo”. Quello che contraddistingue la scrittura di Arundhati Roy da quella di tanti altri suoi colleghi attivisti, giornalisti, scrittori: un amore indistruttibile per l’uomo che si insinua dappertutto, con la tenerezza dell’edera, e che rende ogni suo libro, come “In marcia con i ribelli”, un capolavoro. Pagine Esteri

1553056*Valeria Cagnazzo (Galatina, 1993) è medico in formazione specialistica in Pediatria a Bologna. Come medico volontario è stata in Grecia, Libano ed Etiopia. Ha scritto di Palestina su agenzie online, tra cui Nena News Agency, anche sotto pseudonimo. Sue poesie sono comparse nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza” per il progetto “Le parole necessarie”, nella rivista “Poesia” (Crocetti editore) e su alcune riviste online. Ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Per la sezione inediti, nel 2018 ha vinto il premio di poesia “Elena Violani Landi” dell’Università di Bologna e il premio “Le stanze del Tempo” della Fondazione Claudi, mediante il quale nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, “Inondazioni” (Capire Editore). Nel 2020, il libro è stato selezionato nella triade finalista del premio “Pordenone legge – I poeti di vent’anni”.

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VIDEO. Gerusalemme. Dichiarata “assente” la famiglia palestinese Sumarin rischia l’espulsione da Silwan


di Michele Giorgio –

Pagine Esteri, 29 giugno 2022 – La famiglia palestinese Sumarin di Silwan, un quartiere ai piedi delle mura della città vecchia di Gerusalemme, attende la sentenza, definitiva, della Corte Suprema israeliana sull’appello che ha presentato contro l’ordine di sfratto dalla sua abitazione a favore del Fondo nazionale ebraico. Stamattina decine di attivisti israeliani contro l’occupazione hanno tenuto una manifestazione di protesta davanti alla sede della Corte suprema di Gerusalemme.
La vicenda si trascina da molti anni. Dietro la richiesta di sfratto c’è l’“immobiliare” Elad, braccio esecutivo del movimento dei coloni israeliani a Gerusalemme nonché organizzazione alla quale il Fondo nazionale ebraico permette di usare il suo nome e il suo status per nascondere i veri querelanti di fronte ai giudici.

La famiglia Sumarin – a rischio concreto di espulsione se il suo appello non sarà accolto – è vittima di un sistema insidioso sviluppato in particolare dai governi israeliani di destra negli anni ’80, insieme alle organizzazioni dei coloni e al Fondo nazionale ebraico, che permette alle associazioni ed organizzazioni nazionaliste impegnate a “riconquistare” la zona palestinese di Gerusalemme (sotto occupazione dal 1967), di reclamare abitazioni e terre palestinesi a Silwan sulla base della legge sulla “proprietà degli assenti”. Proprietà che vengono passate al Fondo nazionale ebraico e poi ai coloni. Il metodo fu svelato in passato dalla commissione d’inchiesta Klugman ma i beni sottratti non sono mai stati restituiti ai palestinesi.

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L’uso della legge sulla “proprietà degli assenti” – con cui Israele dopo il 1948 ha confiscato gran parte delle case e delle terre di palestinesi profughi o semplicemente sfollati a causa della guerra – è un esempio di politica di lenta espulsione dei palestinesi nascosta con “mezzi legali”.

Negli anni ‘80 il Custode delle proprietà degli assenti dichiarò la casa dei Sumarin come “proprietà di assenti”, a insaputa della stessa famiglia palestinese, sulla base di una dichiarazione giurata dei coloni che attestava l’“assenza” del padrone di casa, Haj Musa Sumarin, e che invece viveva regolarmente nell’abitazione.

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Silwan

Haj Musa Sumarin ha abitato a Silwan fino alla morte ma ciò non ha impedito al Custode di dichiarare ancora una volta la sua casa come “proprietà di un assente”. L’abitazione quindi fu trasferita dal Custode all’Autorità per lo Sviluppo al Fondo nazionale ebraici e infine alla Elad.
L’interesse per la casa dei Sumarin nasce dal fatto che è una proprietà strategica situata a poche decine di metri dalla Moschea di Al-Aqsa, e adiacente alla quale i coloni della Elad hanno costruito il centro, presunto archeologico, “Città di re David”. L’acquisizione della proprietà palestinese consentirebbe alla Elad di completare il controllo di un’ampia area all’ingresso di Silwan, di avviare ulteriori “scavi archeologici” e ridurre ulteriormente la presenza palestinese in questa zona sensibile.

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Domenica, 12 giugno, 2022 - 12:00

Commentary

Giornalisti scomparsi

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Emiliano Guanella

CORRISPONDENTE DA SAN PAOLO (RSI - TV SVIZZERA E LA STAMPA) E ANALISTA POLITICO

La scomparsa del giornalista inglese Dom Phillips e dello studioso degli indios Bruno Pereira è solo l’ultima dimostrazione del clima di violenza e illegalità diff

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Giovedì, 17 marzo, 2022 - 09:00

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Zelensky al Bundestag: “Ogni bomba alza un muro in Europa”. Sono 130 le persone tratte in salvo finora dal teatro di Mariupol, e per domani annunciato colloquio Xi-Biden

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