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Guerra. Voci da Gaza


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(Traduzione a cura di Federica Riccardi)

insaniyyat.org/voices-from-gaz…

Insaniyyat, Society of Palestinian Anthropologists

Dall’inizio dell’attuale, feroce, guerra israeliana contro la popolazione di Gaza, familiari e amici, compresi i membri della nostra comunità Insaniyyat, hanno cercato con ansia di avere notizie dei propri cari in tutta Gaza. Di seguito sono riportate le trascrizioni di messaggi di testo personali, note vocali e post sui social media che gli amici e i cari di Gaza sono riusciti a inviare in risposta; messaggi intermittenti composti nel bel mezzo dei bombardamenti e della distruzione, mentre erano sopraffatti dalle notizie di continue morti, anche di amici e parenti, senza elettricità, cibo, acqua, rifugio sicuro e speranza. Offriamo umilmente queste voci da Gaza sotto assedio che attestano l’immensa sofferenza dei gazawi, ma anche il loro sconfinato coraggio e la loro volontà di sopravvivere. Nelle parole dell’avvocato per i diritti umani di Gaza, Raji Sourani, che parla dal profondo di questa “guerra”: “Sono così orgoglioso del mio popolo, di un coraggio e di una forza incredibili…
Sono orgoglioso del mio popolo, perché con tutta la forza di Israele, l’esercito più forte del Medio Oriente, contro Gaza, i suoi 365 chilometri quadrati, e dopo un blocco di 16 anni nell’area più densamente popolata della Terra, che manca di tutto, sono ancora forti, stanno ancora sopravvivendo… Abbiamo morte dappertutto, nelle strade e nel cielo – e le morti vengono dal cielo, dal mare, dall’artiglieria… Non si sono arresi… Sono molto orgoglioso di essere gazawi. Sono molto orgoglioso di essere palestinese”

Raed Issa*, artista

Venerdì 13 ottobre
Grazie, cari amici, per i vostri messaggi e mi scuso per non aver risposto perché non c’è internet, né elettricità, né acqua, né sicurezza!!!
(Amore in tempo di guerra)
Vogliamo rassicurarvi: Se ci chiedete come stiamo – stiamo ancora, lode a Dio, non bene!!! I bombardamenti e l’orrore non si fermano né di notte né di giorno!!! Gaza è miserabile e aspetta la liberazione di Dio!!! Cosa possiamo dirvi! Dei nostri bambini che fanno mille e una domanda! O dei loro semplici bisogni che non possiamo soddisfare! O di come dormono la notte sotto i boati degli aerei della morte e i terremoti che provocano a causa del loro odio nero. E le scene disumane di bambini innocenti, così come gli edifici e le aree residenziali che sono diventati cenere o i ricordi che hanno cancellato? O della sposa che non conclude il suo matrimonio! O di una madre che ha perso tutti i suoi figli. O di intere famiglie che sono state cancellate dall’anagrafe! O del corteo funebre di un martire che è passato di qui poco fa. O delle famiglie sfollate, che non sanno dove andare, cosa mangiare o come bere, quando ce l’hanno, o se c’è il tempo per mangiare e bere, tutte cose che al momento sono la preoccupazione minore. È vero che il tempo è lungo, molto lungo, e a volte la notte sembra durare quanto un mese lunare senza elettricità. E la passiamo a parlare delle Mille e una notte! E non c’è tempo per l’amore, la cultura e l’educazione! Persino la speranza e l’arte sono prigioniere! Siamo ancora sotto shock, possiamo solo aspettare e aspettare cosa!!! Ci sono buone notizie che sollevano il morale o ci sono notizie di un’altra tragedia qui o là. E per seguire tutto ciò che accade sul terreno non possiamo far altro che aspettare e siamo molto, molto, impegnati in questa lunga, lunghissima, attesa che determina il nostro destino all’ombra del silenzio e dell’indifferenza internazionale. L’angoscia è grande, il dolore è acuto e la calamità è immensa. Non abbiamo altra scelta per la libertà che la pazienza e la preghiera. Perché non abbiamo altra scelta”.

* Raed Issa è un artista contemporaneo nato nel campo profughi di al Breij e vive a Gaza City con la moglie e i figli. La sua arte esplora i temi della vulnerabilità, della perdita e del lutto di una vita sotto assedio e in guerra, ed è stata esposta in Palestina, Giordania, Svizzera, Australia e Irlanda. È fondatore del programma di belle arti della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese a Gaza e membro fondatore del collettivo di arte contemporanea di Gaza Eltiqa. Durante la guerra di Israele del 2014 contro Gaza, la sua casa e gran parte delle sue opere d’arte sono state distrutte. Per vedere l’opera di Raed, per saperne di più leggi qui.

A.*, Giornalista e traduttore
I seguenti sono messaggi vocali che A. ha inviato agli amici tra il 12 e il 15 ottobre 2023:

Giovedì 12 ottobre
La situazione a Gaza è molto critica, soprattutto dopo la dichiarazione minacciosa di Avichay Adraee, capo della divisione dei media arabi del portavoce dell’IDF, che ha invitato i gazawi a evacuare verso il sud della Striscia. Tutti i palestinesi di Gaza che vivono vicino ai confini erano già fuggiti verso il centro e poco dopo i bombardamenti israeliani hanno spazzato via l’intera area di Al Rimal, solitamente il luogo più sicuro del centro di Gaza City. Si tratta di un esodo nazionale di massa. I palestinesi sono bloccati per le strade, alcuni portano con sé bambini, altri una misera bottiglia d’acqua vuota, altri ancora i loro familiari anziani. I numeri della fuga verso il sud della Striscia sono straordinari, un’area già sovrappopolata che non sarà in grado di assorbire tutti coloro che fuggono lì.
Ho bucato una gomma e, guardandomi intorno, sono sbalordito dall’enorme numero di civili bloccati.
La loro situazione è straziante.
A tutto questo si aggiunge il fatto che Israele sta uccidendo personale medico e giornalisti. Finora hanno bombardato più di 12 ambulanze.
Non abbiamo internet, non abbiamo corrente, non abbiamo elettricità. Stanno bombardando i generatori elettrici e le unità di fornitura di Internet.
Non riusciamo a metterci in contatto tra noi e i giornalisti perdono la connessione.
La situazione è molto grave.
Israele ha commesso oltre 23 massacri, spazzando via intere famiglie, tutti civili. Stanno bombardando case e palazzi, senza avvisare i residenti.
Oltre il 60% delle vittime sono bambini e donne. A Gaza stanno commettendo un genocidio, una pulizia etnica, proprio come nella Nakba del 1948.
Non c’è un solo posto sicuro a Gaza in questo momento. Nessuno è al sicuro. Israele sta usando tattiche di panico con le famiglie. Contattattano le famiglie, di 40 o più membri, le chiama e chiede loro di evacuare. A volte si tratta di un messaggio preregistrato. A quel punto migliaia di persone iniziano a cercare di fuggire per salvarsi la vita, poi corrono a cercare un riparo e poi il bombardamento avviene da un’altra parte senza alcun preavviso.
Non avvertono, bombardano a piacimento.
Questa volta è la guerra più sanguinosa, stanno bombardando intere unità abitative, alti edifici di appartamenti, come le Palestine Towers, che ospitavano 82 famiglie prima di essere completamente rase al suolo. Quelle famiglie ora non hanno più una casa. Dove dovrebbero andare?
Stanno prendendo di mira molti alti edifici residenziali.
Come giornalista, sono paralizzato e non riesco a seguire tutte le notizie. A causa della mancanza di connessione, sto scrivendo i miei servizi su carta! Non c’è internet, non c’è elettricità, i computer portatili sono morti, la connessione è saltata.
Molte delle notizie che stiamo cercando di coprire e inviare non vengono nemmeno ricevute.
Non posso garantire che il mio reportage vi raggiunga e, anche se lo facesse, non sono sicuro di essere vivo quando lo farà.
Abbiamo appena ricevuto una telefonata da un amico che sta andando nel sud della Striscia e ci ha detto che le forze d’occupazione stanno uccidendo i palestinesi sulle strade principali mentre cercano di fuggire verso sud. È un esodo, una Nakba, una distruzione totale.
Come potete sentire intorno a me, nella mia casa, ci sono attualmente più di 50 palestinesi che cercano rifugio qui, come potete sentire dalle voci dei bambini che piangono. Anche i nostri vicini ospitano più di 50 persone. Intere famiglie vengono spazzate via a Gaza. Le testate giornalistiche stanno cercando di contattarmi, ma non sono riuscito a rispondere o a mettermi in contatto con loro.
Finora nessun palestinese di Gaza ha vissuto questo massacro senza perdere almeno una persona cara o un familiare.
Le case delle mie due sorelle sono state completamente distrutte. Stamattina sono andate a controllare e non hanno trovato nulla. Il fidanzato della figlia di mio zio è stato martirizzato e non abbiamo più notizie di lui. Siamo in uno stato di shock, anche come giornalista, non ho parole.
Dov’è l’Occidente? Dove sono i diritti umani che predicano? Dov’è il diritto internazionale? E le organizzazioni internazionali? Dov’è l’ONU? Tutte quelle entità che pretendono di stare dalla parte dell’umanità. Quello che viene commesso è sicuramente un crimine di guerra e una violazione del diritto internazionale. È un genocidio e deve essere immediatamente fermato.
Riteniamo tutti i governi arabi e occidentali responsabili di aver ulteriormente sostenuto l’occupazione e di averle permesso di commettere queste atrocità contro l’umanità.
Non sono sicuro che resterò qui ancora a lungo, questa potrebbe essere il mio ultimo messaggio vocale.

Sabato 14 ottobre (mattina)
…Ci è stato detto di dirigerci a sud e mentre la gente si dirigeva lì, i soldati israeliani hanno preso di mira e ucciso alcuni di loro – circa 70 martiri e più di 200 feriti, la maggior parte dei quali sono donne e bambini.
Rimaniamo nella nostra casa – ci rifiutiamo di lasciare la nostra casa. Non permetteremo che si verifichi un’altra Nakba. La situazione è così difficile: non c’è acqua né elettricità dall’inizio della guerra. Ora cerchiamo l’acqua potabile… ma è molto difficile trovarla. Quindi, stiamo cercando di conservare l’acqua che abbiamo – chiediamo a tutti di conservare l’acqua e di non usarla a meno che non sia assolutamente necessario lavarla. Questa è la situazione in cui ci troviamo.

Sabato 14 ottobre (sera)
… ho ricevuto la notizia che un mio caro amico è stato martirizzato. Era un giovane brillante, davvero un giovane brillante. Mi fa sentire così sconfitto. Sono così triste. Lavorava con [il gruppo italiano di solidarietà di skateboard] Gaza Freestyle quando sono venuti a Gaza – lo conoscono. Era uno scrittore di We Are Not Numbers e scriveva per Palestine Chronicle. Ho scritto un post sul mio account, ho aggiunto una foto di noi due insieme e ho taggato il suo account. La sua pagina è fantastica – i suoi post erano così belli. Che la sua anima possa riposare in pace. È stato ucciso insieme ai suoi familiari.

Ho appreso la notizia della sua morte dagli Stati Uniti… Posso connettermi a Internet solo pochi minuti ogni 5-6 ore… Un suo parente negli Stati Uniti mi ha inviato la notizia su di lui. Gli ho detto che era una bugia, gli ho inviato il mio numero e gli ho detto: “Se fai sul serio, chiamami”. Quando mi ha chiamato stava piangendo e mi ha detto che aveva ricevuto la notizia che Yousef e la sua famiglia erano stati martirizzati. Anche loro ospitavano degli sfollati nella loro casa di Beit Lahiya. Sono stati uccisi tutti senza preavviso: l’intera casa è stata bombardata con loro dentro. La maggior parte di loro, donne e bambini, sono stati martirizzati sul posto. Alcuni di loro sono ancora sotto le macerie… Che la sua anima possa riposare in pace.

Domenica 15 ottobre (mattina)
Ciao, spero che stiate tutti bene – caro Dio, prego per la fine di questa situazione. Davvero, siamo esausti, non ce la facciamo più. Grazie a Dio oggi è stato relativamente calmo, nella notte ci sono stati alcuni bombardamenti ma nel complesso la notte è stata tranquilla. Sono ancora nella mia casa a Gaza [City], molte persone sono fuggite a sud, ma molte sono rimaste qui a nord dopo aver visto il massacro di 70 persone e più di 200 feriti sulla strada verso sud – la gente si è spaventata, comprese le persone che avevano intenzione di fuggire e hanno deciso di rimanere qui. E poi ci sono stati tanti bombardamenti nel Sud, tanti bombardamenti e bombardamenti e bombardamenti, massacri, tante persone martirizzate, tante persone uccise. Questo per dire che le persone che hanno lasciato Gaza sono andate a sud e hanno cercato rifugio presso le persone residenti lì e poi sono state tutte bombardate. Ci sono anche persone fuggite a sud che sono tornate a Gaza [City]. L’UNRWA ha annunciato che fornirà servizi solo nel sud, ritirandosi completamente dal nord. Il Programma Alimentare Mondiale dice di avere cibo per 1,3 milioni di persone bloccate al valico di Rafah e altri dicono che ci sono medicine bloccate al valico. Siamo tutti stanchi di parlare. La gente ha fame. Nei negozi di Gaza non c’è più nulla, anche se si hanno soldi, non c’è più nulla da comprare, soprattutto le cose di base, i beni di prima necessità. Tutti stanno riducendo al minimo ciò che mangiano. E la gente non mangia e non beve perché non vuole andare in bagno. Ascoltate, tagliare l’elettricità e internet è più facile che tagliare l’acqua. Così hanno tagliato l’acqua. Ma l’acqua che esce dai rubinetti non è potabile, non lo è mai stata. Di solito la gente prende l’acqua potabile dai camion dell’acqua che girano per le strade. Ora i camion dell’acqua non possono circolare per le strade a causa della distruzione, gli autisti e il personale dei camion dell’acqua sono stati uccisi e gli autisti dei camion dell’acqua hanno paura di muoversi. I pochi pozzi d’acqua dolce a Gaza non possono essere raggiunti… L’acqua che la gente ha (acqua residua in serbatoi di stoccaggio), quell’acqua, sapete che ci sono studi che dicono che il 79% di essa non è sicura da bere per gli esseri umani e gli animali. La gente sta iniziando a bere quell’acqua non sicura: è una catastrofe. Nessuno può lavarsi. Non ci si può nemmeno lavare le mani prima di mangiare, si è coperti di polvere e sporcizia e non ci si può lavare, non ci si può pulire per pregare, i vestiti non si possono lavare. Non c’è acqua. È un problema enorme, catastrofico.

Domenica 15 ottobre (pomeriggio)
Il problema del mancato arrivo degli aiuti sta uccidendo soprattutto negli ospedali. Ci sono stati 10 medici martirizzati, così come le ambulanze, molte delle quali sono state attaccate. Quindi – sapete cosa sta facendo la gente? C’è un attacco aereo su un edificio – così qualcuno nelle vicinanze sale in macchina e va a portare fuori la gente – perché le ambulanze non possono arrivare abbastanza velocemente, non ce ne sono abbastanza e molte strade sono distrutte, i veicoli non possono passare. Quindi, forse l’avete visto, le persone trasportano i feriti e i morti nelle loro auto, sui carretti, su qualsiasi cosa abbiano per portarli all’ospedale. Ma poi all’ospedale non c’è più posto, non ci sono letti per i malati e i feriti. Non c’è spazio per i cadaveri. Negli ospedali i malati e i feriti vengono messi per terra. Per quelli che hanno ferite più leggere, fanno il minimo indispensabile e dicono loro: “Andate, andate a casa, ci sono persone con ferite più gravi”. I poveri medici lavorano 24 ore al giorno, giorno dopo giorno, non hanno un attimo di riposo e chiedono l’elemosina di forniture mediche, chiedono aiuto – sono sopraffatti. E il numero di martiri, di morti, dove li metti? Gli obitori dell’ospedale sono pieni. Quindi, cosa hanno iniziato a fare: hanno preso i camion dei gelati e hanno impilato i corpi uno sull’altro. I camion sono freddi e non c’è altro posto dove mettere i corpi.

Domenica 15 ottobre (sera)
La situazione umanitaria è devastante. Ci sono tantissime case distrutte e bombardamenti continui. Molti medici sono stati uccisi e ora sono costretti a scegliere chi salvare da sotto le macerie. Ci sono stati più di dieci ospedali che hanno ricevuto chiamate dall’IDS per evacuare, ospedali! Ma i medici dicono che noi restiamo, non possiamo portare i pazienti, dove li porteremmo? Noi restiamo qui con loro, non li abbandoneremo.

Mentre i volontari e i medici cercano di soccorrere i feriti e di portare via i martiri e pur sapendo che potrebbero esserci ancora persone vive sotto le macerie, sono costretti ad andarsene perché ricevono una richiesta di aiuto in altre aree dove la possibilità di salvare vite umane è più alta… non hanno scelta. È una vera catastrofe. E il mondo sta a guardare… non fanno entrare nemmeno gli aiuti umanitari. Non si tratta di essere occidentali o arabi o palestinesi, si tratta di umanità e diritti umani.

Almeno vediamo che il mondo è in fiamme e reagisce là fuori, questo è di grande sostegno per noi qui.

Vi prego di continuare a manifestare, di non interrompere la vostra dimostrazione di solidarietà nei nostri confronti. Ci è di grande conforto sapere che siete presenti là fuori.

Non so come facciano coloro che si bevono la propaganda unilaterale ad essere tranquilli con la loro coscienza… la sofferenza che ho visto oggi è indescrivibile.

Venerdì 20 ottobre
…Il mio telefono, Jawwal, si è spento da ieri, quando è tornata l’elettricità è stato fantastico, così ho potuto ricaricare il mio telefono. In realtà non si tratta di elettricità, ma di un motore che porta elettricità una volta al giorno per un’ora.

Sto bene, fino ad ora… questa sera è stata molto difficile. Questa mattina sono rimasta scioccato dalla notizia della mia cara amica che è stata martirizzata. È una poetessa e una persona davvero eccezionale, che Allah abbia pietà di lei, è stata martirizzata… e addirittura tutti hanno iniziato a scrivere su Facebook e sui social media “Se sarò martirizzato, per favore ricordatevi di me”. O persone che scrivono “So che sarò martirizzato”, è qualcosa di incredibile, è come se non sapessimo se siamo in un film o se è un incubo. è qualcosa di surreale. Mi chiedo: “È possibile che tutto questo sia un incubo? Finirà? Tutto questo finirà davvero?”. D’altra parte, la speranza è qui con il dolore e la sofferenza…

Ieri hanno liberato due prigionieri, una donna e sua figlia, entrambe americane, e sono arrivati degli aiuti. Sicuramente è stato il risultato di un accordo. I bombardamenti diminuiscono, ma solo di giorno, di notte tornano. Questa notte, mentre guardo, il cielo è tutto rosso [per i bombardamenti], quindi è tutto molto strano, è surreale, per davvero siamo entrati in qualcosa che sembra incosciente.

Ieri hanno bombardato l’ospedale, ma la gente si è rifiutata di uscire.

Oggi una delle migliori aree residenziali di Gaza è stata cancellata, ripulita, letteralmente, Tel el Alia. La casa di mia cugina è stata rasa al suolo, lei, il marito e le tre figlie hanno trovato rifugio nell’ospedale di Al Aqsa. Ieri l’ho chiamata e mi ha detto: “Stiamo qui… volete bombardare? Stiamo qui, dove andremo?”.

Mi sono arrabbiato molto per le persone che sono state uccise nella chiesa. Sapete, loro (i cristiani) sono molto pochi a Gaza, sono tutti molto rispettati, ho molti amici della comunità. C’è un giovane che è stato martirizzato e che conosco. Stavo parlando con un mio amico in modo da ottenere il permesso di andare lì per Middle East Eye. Gli ho detto che volevo parlare con Majd e lui mi ha detto che Majd è in terapia intensiva e che sua madre è stata martirizzata. Questa notizia ci ha rattristato molto, tutti i bombardamenti e le distruzioni, l’ospedale e la chiesa ci hanno rattristato ancora di più…

* A. è un giovane giornalista e traduttore laureato in letteratura inglese all’Università islamica di Gaza. A. ha chiesto a Insaniyyat di non rivelare la sua identità a causa del timore diffuso che i giornalisti a Gaza siano attivamente presi di mira da Israele. Si veda ad esempio il precedente dei bombardamenti nel 2021 di sedi di importanti di media e l’uccisione della famiglia del capo ufficio di Al Jazeera Gaza, Wael Al-Dahdouh, il 25 ottobre 2023.

Andaleeb Adwan*, femminista, scrittrice ed educatrice

I seguenti sono i messaggi Whatsapp che Andaleeb ha potuto inviare tra l’8 e il 17 ottobre 2023:

Lunedì 9 ottobre

…Io e le bambine, i miei nipoti, la loro madre e i suoi genitori, suo cugino con la moglie e i figli siamo intrappolati nel seminterrato della loro casa che si trova vicino all’Università islamica e tutti i bombardamenti sono proprio accanto a noi. La situazione è indescrivibile, l’orrore va oltre ogni immaginazione, la casa è stata gravemente danneggiata e c’è molta distruzione intorno a noi e sopra di noi. Mio figlio Muhammed, il giornalista, è nel cortile dell’ospedale al-Shifa dove si è riparato con gli altri giornalisti che hanno dovuto evacuare i loro uffici dopo essere stati avvertiti.
… tra l’altro siamo in questa situazione da mezzogiorno
… ma sono distrutta, i miei nervi sono a pezzi e ho detto che vi scriverò.
… Non si può dormire, gli attacchi aerei non ci danno la possibilità di farlo. Andiamo in bagno a due a due, per paura.
…. Con noi ci sono due dei miei nipoti e un’altra bambina e un altro bambino, figli dello zio di mia nuora: in tutto quattro bambini.
(Passano 10 minuti senza bombardamenti)
… [Potete andarvene?]
… No, è difficile uscire… le strade sono disastrate… le macchine non possono circolare… e siamo nell’oscurità più totale e non c’è luce per le strade.
… molte persone hanno cercato di uscire e sono rimaste intrappolate nelle strade.
… stanno facendo una cosa [bombardamento a schema] chiamata cintura di fuoco in diverse aree, dividono i quartieri in cellule isolandole l’una dall’altra
… buon Dio, che abbiano finito
… stiamo aspettando la mattina

Martedì 11 ottobre (mattina)
… Siamo fuggiti dall’edificio perché vogliono bombardare i due edifici che si trovano dall’altra parte della strada.
… abbiamo camminato a lungo tra le distruzioni in modo che Mohammed sapesse come raggiungerci con un’auto e portarci all’hotel al Dera.

Martedì 11 ottobre (sera)
… Grazie a Dio stiamo bene e i bambini stanno bene e sono felici di essere riuniti al loro padre
… e siamo riusciti a lavare via la polvere e la sporcizia
… questo per dire che la nostra situazione è molto migliorata grazie a Dio

Mercoledì 12 ottobre
… Buongiorno. Ieri a mezzanotte siamo dovuti scappare dall’albergo perché volevano bombardare la zona. Siamo andati in una casa con altre persone da parenti di mia nuora. Poco dopo volevamo tornare in albergo – Hahhahaha – ho una perdita di sensibilità incredibile!
… Sai, Israele non ha prezzo e noi palestinesi non valiamo nulla. Il nostro sangue è così a buon mercato.
… Siamo tornati in albergo e dopo mezz’ora hanno bombardato con bombe al fosforo un edificio esattamente di fronte a noi. Stavamo soffocando e siamo fuggiti di nuovo dall’albergo ed eccoci qui a casa dello zio di mia nuora.
… Io sto bene… Tutti stanno bene… Spero che questa notte sia tranquilla.

Venerdì 14 ottobre
Grazie a Dio siamo arrivati sani e salvi a Rafah, sono con la mia famiglia, gli Adwan.

Lunedì 16 ottobre
… Buongiorno, stiamo bene
… Non abbiamo abbastanza acqua potabile, nessuno qui ha l’acqua potabile
… Due dei bambini si sono ammalati, hanno febbre e diarrea
… Dio ci liberi

Martedì 17 ottobre
… Dall’alba ci sono stati bombardamenti intorno a noi
… ci sono tanti, tantissimi, morti e feriti
… ci sono tanti morti e feriti

Martedì 31 ottobre (mattina)
La notte è andata bene
Ma adesso
I bombardamenti sono vicini
Non c’è elettricità e i generatori per strada sono completamente silenziosi perché non c’è gas o gasolio.
Abbiamo installato pannelli solari per ricaricare i cellulari e batterie per alcune luci a LED intorno a noi di notte.
Lunghe file per il pane fin dal mattino, perché ci vuole molto tempo e un sacchetto di pane costa il doppio.
Internet va e viene ed è molto debole.
E l’acqua non è sicura da bere e noi la compriamo al doppio del prezzo e usiamo roba di plastica per non dover lavare i piatti
E raccogliamo l’acqua usata per tirare lo sciacquone del bagno
E il sonno è costantemente disturbato

M e A e i loro due figli sono con me
E il collega di M, sua moglie e i suoi tre figli, e la figlia di mia sorella con due bambini, e suo fratello che vive nello stesso edificio, nell’appartamento di fronte al nostro, e ha 6 figli.
Sì, siamo una folla intera.
E mio cugino paterno, il padre di mia nipote, la cui madre, mia sorella, è morta, e la sua attuale moglie sono al primo piano.

*Andaleeb Adwan è un’attivista di lunga data per i diritti delle donne e la democrazia a Gaza. È fondatrice e direttrice del Community Development and Media Center di Gaza City, che lavora con giovani e donne per promuovere lo spazio democratico e l’espressione di sé attraverso i media cittadini socialmente consapevoli. Si veda il suo post dalla guerra israeliana del 2021 su Gaza qui e un’intervista del 2012 qui.

S.*, Operatrice comunitaria con bambini e giovani

Di seguito sono riportati i messaggi Whatsapp che S. ha potuto inviare agli amici tra il 10 e il 26 ottobre 2023:

13 ottobre (pomeriggio)
La casa è piena.
È piena come una scatola di sardine.
Niente internet dopo le 12.
Nessuna preoccupazione.

15 ottobre
Stanno uccidendo le famiglie
Intere famiglie
La moglie di Jalil e i suoi figli
I nostri vicini
Tutti loro
Sto soffrendo
L’ONU e il CICR sono fuggiti e hanno lasciato la gente indietro
Sono triste
Voglio piangere, ma devo gestire la situazione
Voglio dimenticare quello che ho visto
Non si può immaginare
Oltre la realtà
Non posso credere a ciò che sto vedendo
Grande non è la parola giusta
No, non grande
Di più più più più
Puoi dirlo a Fayrouz
Non posso dirle della famiglia di Jalil.
Lei li conosce

17 ottobre
Acqua e cibo?
Niente
Molto poco
Una razione per ciascuno, anche per le galline
Ma niente per le piante

Beh, la razione varia
Ci sono persone con problemi ai reni, anziani e bambini

Il mio caffè è la mia razione
Oggi la giornata è andata avanti cercando di risolvere il problema dell’acqua
L’energia solare è stata colpita
Se riesco a ripararla in parte, il problema dell’acqua può essere risolto.
In televisione vedevo i sopravvissuti e le persone che li aiutavano, ma qui non ci sono più soccorritori, ora il sopravvissuto salva quello accanto a lui.
È una merda
Niente Tarzan dalla fine della giungla
Capite cosa voglio dire
Sto solo chiarendo

10280028

18 ottobre
Siamo andati a dormire nel 2023 e ci siamo svegliati nel 1948

21 ottobre
La situazione oggi è di merda
I bombardamenti non si fermano
Oggi ci hanno fatto entrare i sudari per le sepolture
Per davvero, non metaforicamente
Due camion su venti [la prima consegna di aiuti umanitari]
No, non c’è bisogno di sudari perché i martiri non vengono messi nei sudari e i cristiani vengono sepolti con i loro vestiti.
Inoltre non è la cosa più importante, oggi ci sono le fosse comuni.
I dettagli non sono importanti, ma a volte è importante riflettere.
Gli aiuti non sono arrivati e quelli che sono arrivati oggi credo fossero solo per il sud e il bisogno più grande è nel nord e nella città di Gaza.
Non c’è pane, non c’è acqua, non ci sono pannolini per anziani e bambini, latte, plastica per coprire le finestre se la casa non è completamente distrutta, coperte, materassi, elettricità, biancheria intima, vestiti, assorbenti igienici e cibo in scatola.
Immaginatevi di svegliarvi in un deserto e di dover vivere in modo essenziale
La cosa bella è che la gente ha creato una rete di protezione, ma è arrivata la guerra e la gente era già povera in partenza, sia chi ospitava sia chi era ospitato.
Niente medicine di tutti i tipi, anestesia, contraccettivi, tutto quello che si può immaginare.
Caffè scuro senza cardamomo
Pastelli e giocattoli per bambini
khalas
E gas e diesel
Da ieri le operazioni si fanno senza anestesia
E per le ferite da schegge che si trovano in punti meno pericolosi del corpo: [saranno trattate] dopo la guerra
La priorità per le cure è per le persone che hanno una maggiore speranza di vita

21 ottobre (tarda sera)
Personalmente, voglio una tazza di buon caffè e voglio dormire due ore ininterrotte e senza svegliarmi terrorizzato.
Ho smesso di saper dire frasi lunghe
Dimentico come una matta
Oggi ho lasciato il lavoro
Mi sembrava di aver perso la strada

No, non è l’età, lo giuro.
dopo sabato dimentico molto di più che dal mio ultimo compleanno
Lo giuro

Dico che forse è bene che tu venga.
Intorno a me sono morte tante persone
Amici, colleghi e conoscenti
Potremmo essercene andati tutti
Il cerchio è diventato molto piccolo
I bambini sono invecchiati molto la scorsa settimana

Immaginate se potessi venire in macchina e portare la famiglia
Al Nilo
…Messaggio inoltrato:
“#Attenzione: A partire da domani domenica, una confezione di pane da 3 chili sarà venduta al prezzo di 4 shekel da pagare al proprietario del panificio, in seguito a un accordo tra l’UNRWA e i proprietari dei panifici dopo che l’UNRWA ha fornito loro la farina.
I panifici inizieranno a vendere secondo questo accordo, a partire dall’alba di domani, domenica 22/10/2023. I panifici sono…
[Sono elencati 18 panifici situati nel sud].
Grazie, Egitto.

10280030

22 ottobre
Il mio collega che era come un fratello è stato martirizzato
Un artista mi ha spezzato il cuore
Non abbiamo dormito
Hanno ucciso gli sfollati in fondo alla strada
La mia testa sta per esplodere

23 ottobre
Voglio dormire
Sono stanca
Sto per morire
Hanno detto che questa notte finirà a mezzanotte

24 ottobre (mattina)
Orrore

24 ottobre (sera)
Non credo di poter dormire
Ho del lavoro da fare
Il mio collega che lavora in emergenza con me – le sue figlie sono sotto le macerie
E suo padre è stato martirizzato
E sua moglie è stata martirizzata
E i bombardamenti continuano
E stanno bombardando vicino al nostro rifugio al lavoro – è pieno di bambini

45 minuti dopo
13 martiri vicino al rifugio

26 ottobre (mattina)
Mi dispiace che i giorni siano sempre più duri e che la perdita e la tristezza aumentino.
Ma il mio collega Ahmed ha tirato fuori sua figlia da sotto le macerie dopo 36 ore.
Si chiama Afaf, forse ha 9 anni.
Le notti sono terrificanti e i giorni sono terrificanti
La piccola Afaf sta bene
E ha ridato il buonumore a suo padre
Racconta le storie di 36 ore
Sta bene e ha ridato vita e speranza a tutti.
Ieri eravamo tutti depressi nel rifugio e all’improvviso è arrivata la notizia della piccola Afaf, così abbiamo fatto festa, ma poi all’improvviso abbiamo saputo che Dima, una giovane sposa incinta di un mese, era sotto le macerie.
C’era tristezza e poi hanno detto che era stata martirizzata con suo marito, il suo bambino non ancora nato e il resto della famiglia.
È stato difficile
Così me ne sono andata
Perché conosco Dima
È della nostra famiglia
E un’amica di mia nipote, Rana.
Non potevo
Poi le notizie sono aumentate e il numero di persone che conosciamo, vicine e lontane, che sono sotto la guerra e sono state martirizzate o sotto le macerie o qualcos’altro dai dettagli della guerra.
Così ero un po’ stanca
Ma oggi sto meglio
Sono occupata perché devo aprire un nuovo rifugio.
E il primo compito è l’acqua
Voglio dire, mi hai chiesto
Quindi ti rispondo

Mi piacerebbe camminare lungo al Nilo
Se possibile, signora…


Una nota sul metodo
Insaniyyat pubblica solo i dispacci di persone che hanno dato il permesso esplicito di farlo. Non abbiamo potuto pubblicare molti messaggi che ci sono stati inviati perché non siamo riusciti a raggiungere le persone, soprattutto durante il blackout dell’elettricità e delle comunicazioni imposto collettivamente da Israele a tutta la Striscia di Gaza per 32 ore il 27-28 ottobre.

Abbiamo anche notato un cambiamento nella volontà dei giornalisti di condividere le informazioni che li riguardano individualmente. Questo cambiamento è stato particolarmente evidente dopo che un attacco aereo israeliano ha ucciso i membri della famiglia di Wael Dahdouh, il principale corrispondente da Gaza per Al Jazeera. Subito dopo l’uccisione, il 26 ottobre, Dahdouh ha dichiarato: “Si vendicano di noi con i nostri figli?”.

Si ringrazia Insaniyyat, Society of Palestinian Anthropologists per aver concesso il permesso di tradurre e pubblicare questo articolo.

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La mossa dell’orso: arriva Xi ma la Cina si riprende i panda


La mossa dell’orso: arriva Xi ma la Cina si riprende i panda panda
Entra Xi Jinping, escono i panda. Gli Stati uniti si preparano ad accogliere il principale rivale, ma devono lasciar partire gli amati animali, simbolo della diplomazia cinese da oltre un millennio.

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In Cina e Asia – Cina, continua la fase di "deflazione”. Colpito anche il manifatturiero globale


In Cina e Asia – Cina, continua la fase di manifatturiero
I titoli di oggi: Cina, continua la fase di deflazione Nuovi chip “depotenziati” di Nvidia per la Cina Dal Pacifico allo Stretto di Taiwan: nuova rotta per la portaerei cinese Shandong Icbc colpita dagli hacker russi I panda dello zoo di Washington tornano in Cina Gli Usa non arretrano dall’Asia-Pacifico. Al via nuovi colloqui con l’India Pakistan, prestati dalla ...

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GAZA. Esodo a sud, migliaia a piedi verso una salvezza che non c’è


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di Michele Giorgio

(questo articolo è stato pubblicato in origine da Il Manifesto*)

Pagine Esteri, 9 novembre 2023Migliaia di civili palestinesi, un flusso lungo chilometri, donne con in braccio i figli, anziani a passo lento, uomini stremati dalla fatica e dalla sete, perché l’acqua è difficile da trovare, anche ieri hanno abbandonato il nord di Gaza ridotto in macerie, senza più neppure le panetterie. Un esodo che ha riportato alla memoria di tanti le scene della Nakba nel 1948 e volto a raggiungere il sud della Striscia, alla ricerca della salvezza che nessuno potrà mai garantire a questa gente sino a quando continueranno i bombardamenti aerei israeliani. I nuovi arrivati a sud hanno trovato poco o nulla per rifocillarsi. Manca tutto e serve tutto. Si sono avviati alle mense all’aperto delle associazioni di carità sperando di poter mangiare qualcosa. Foto che hanno fatto il giro del mondo mostravano ieri bambini palestinesi con ciotole in mano in attesa di un pugno di riso e un po’ di pane.

Terminate le poche ore in cui i comandi israeliani permettono di percorrere il «corridoio sicuro» sulla superstrada Salah Edin, il flusso di sfollati dal nord si è subito interrotto. Gli oltre due milioni di palestinesi si sono rifugiati in ogni luogo possibile, per sottrarsi al buio totale della notte di Gaza illuminata dai bagliori delle esplosioni delle bombe che portano la morte. Raid aerei che potrebbero fermarsi ma solo per poche ore, al massimo un paio di giorni. Non una tregua. Non la vuole Israele e neppure l’Amministrazione Biden, come ha ribadito il Segretario di Stato Blinken. Solo una «pausa umanitaria» di 24-48 ore per permettere la distribuzione di aiuti alla popolazione in cambio della liberazione di una dozzina dei 241 ostaggi israeliani e stranieri nelle mani di Hamas e di altre organizzazioni. Sarebbe questa l’intesa che Qatar ed Egitto, con il sostegno dell’Amministrazione Biden, avrebbero raggiunto con il movimento islamico. Ieri sera, sempre secondo queste indiscrezioni, si attendeva la risposta di Israele che potrebbe accettare, anche per le pressioni dell’Amministrazione Biden che vuole riportare a casa gli americani prigionieri a Gaza. Ci sono anche voci di trattative per calmare il confine tra Libano e Israele dove ieri l’esercito israeliano e i combattenti di Hezbollah si sono scambiati razzi anticarro e cannonate.

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Il gabinetto di guerra guidato da Benyamin Netanyahu mette le mani avanti. Sarà solo una breve interruzione dell’attacco contro Gaza, poi i bombardamenti e l’avanzata dei carri armati dentro la Striscia procederanno senza altri impedimenti. Non ci sono limiti di tempo all’operazione di terra che Israele sta conducendo, ha ribadito Benny Gantz, uno dei membri dell’esecutivo ristretto formato dal premier Netanyahu per combattere la guerra contro Hamas ma di fatto contro tutti i palestinesi di Gaza. Si tratta, ha detto Gantz a un gruppo di giornalisti a Tel Aviv, «di una guerra esistenziale, sia in termini di sicurezza di Israele, sia per preservare i valori sionisti e democratici dello Stato» che, a suo dire, sarebbero minacciati da Hamas, la cui distruzione resta «l’obiettivo strategico» dell’offensiva militare in corso che ha causato quasi 11mila morti e oltre 25mila feriti tra i palestinesi, oltre alla distruzione totale o parziale di decine di migliaia di case e palazzi.

I media internazionali cominciano ad allentare l’attenzione sulle conseguenze per i civili dell’enorme potenza militare dispiegata da Israele: è operativa l’intera 252esima divisione della riserva, non accadeva dall’invasione israeliana del Libano nel 1982. Eppure, ieri ci sono state altre stragi di civili sotto le bombe sganciate dagli F-16 e dai droni. I palestinesi hanno riferito di 20 uccisi nell’ennesimo bombardamento sul campo profughi di Jabaliya e della famiglia Hatoum decimata da una bomba caduta sulla sua abitazione a poche decine di metri dall’ospedale Shifa che Israele ritiene una copertura per una base di Hamas. Decine di morti e feriti in altri raid aerei a nord come a sud di Gaza, in particolare a Deir Al Balah.

Israele, che ha perduto a Gaza 33 soldati dall’inizio dell’offensiva di terra, continua a diffondere comunicati di successi militari e di progressi nell’accerchiamento di Hamas e della sua leadership. Il suo esercito avrebbe distrutto 130 pozzi e gallerie sotterranee usate dai militanti del movimento islamico ed eliminato un altro comandante nemico. Gli account social vicini alle Forze armate e ai servizi di intelligence ieri scrivevano che le distruzioni di massa hanno talmente cambiato la faccia del nord di Gaza che gli uomini di Hamas, uscendo dai tunnel, non riconoscerebbero il luogo in cui si trovano a combattere. Non è questa però l’impressione che si ricava guardando un video diffuso ieri dalle Brigate Qassam, l’ala militare di Hamas. Le immagini mostrano giovani con lanciarazzi che colpiscono con precisione carri armati e mezzi corazzati. Non è chiaro se le esplosioni che si intravedono abbiano provocato danni o perdite tra gli equipaggi dei mezzi israeliani. In ogni caso indicano che Hamas mette a segno azioni di guerriglia, oltre a lanciare razzi verso Israele: non ha smesso di farlo un solo giorno dal 7 ottobre. Le Brigate Qassam sostengono anche di aver causato perdite significative a una unità israeliana caduta in un agguato a Sheikh Ajleen, a sud di Gaza city.

Dal Libano, Saleh Aruri, il numero due della direzione politica del movimento islamico, in uniforme da combattimento, ha assicurato ieri che «non avranno fine gli attacchi» ai reparti israeliani entrati a Gaza. Due leader politici di Hamas, intervistati dal New York Times, hanno detto di considerare un successo l’attacco nel sud di Israele il 7 ottobre in cui sono rimasti uccisi 1400 soldati e civili. Secondo Khalil al-Hayya, sarebbe stato necessario «per cambiare l’intera equazione e non limitarsi ad avere uno scontro…Siamo riusciti a rimettere sul tavolo la questione palestinese e ora nessuno nella regione è tranquillo». Pagine Esteri

*ilmanifesto.it/esodo-a-sud-mig…

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In Cina e in Asia – La Cina elabora un piano per riduzione di emissioni di metano


In Cina e in Asia – La Cina elabora un piano per riduzione di emissioni di metano 10259108
I titoli di oggi:

La Cina elabora un piano per riduzione di emissioni di metano
Per Xi la salvaguardia nazionale è legata al settore energetico e ferroviario
Il G7 vuole relazioni stabili con Pechino
La fuga delle multinazionali dalla Cina
La cooperazione militare hi-tech tra Russia e Cina

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PANAMA. Proteste e scioperi contro una miniera, finora quattro morti


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di Redazione

Pagine Esteri, 8 novembre 2023 – Due persone che partecipavano a una protesta antigovernativa a Panama sono state uccise ieri aggravando una tensione sociale già elevatissima. Il 20 ottobre scorso la rabbia per un lucroso contratto minerario ha scatenato infatti massicce manifestazioni popolari nel paese separato nel 1903 dalla Colombia dagli Stati Uniti affinché Washington potesse agevolmente controllare il Canale realizzato per unire gli oceani Atlantico e Pacifico.

Le vittime sarebbero due insegnanti che stavano presidiando alcune barricate piazzate sull’Autostrada Panamericana all’altezza di Chame, 80 km a sud-ovest della capitale. Secondo i testimoni un uomo si sarebbe fermato davanti alla barricata, sarebbe sceso dalla sua auto e avrebbe sparato ai due manifestanti con una pistola. Nei giorni scorsi erano già morti altri due manifestanti, investiti da alcuni autoveicoli durante i blocchi stradali. Numerosi sono anche i feriti causati dalla repressione delle proteste da parte delle forze dell’ordine, che hanno spesso fatto uso di manganelli, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

Le autorità del paese hanno informato dell’arresto di un uomo accusato del duplice omicidio senza però fornire alcun elemento sulla sua identità. In un comunicato pubblicato sui social l’Associazione degli insegnanti di Panama (ASOPROF) ha dichiarato che l’autore della sparatoria sarebbe un cittadino con doppia nazionalità, statunitense e panamense.

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Nel mirino una concessione mineraria ad una multinazionale canadese
Nelle ultime due settimane decine di migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni indette contro l’aggiudicazione di una concessione ad una filiale locale della multinazionale canadese First Quantum Minerals per lo sfruttamento della più grande miniera di rame di tutta l’America Centrale, in un clima di forte malcontento nei confronti del governo.

Lo scorso anno era stato l’aumento del prezzo del cibo, delle medicine e del carburante deciso dal governo di Laurentino Cortizo a scatenare la rabbia della popolazione, ed ora le proteste sono esplose di nuovo. Era dal 1987, quando migliaia di panamensi scesero in strada contro la dittatura del generale Manuel Noriega, che non si registravano proteste così partecipate e radicali.

Secondo l’associazione panamense dei dirigenti aziendali, i blocchi stradali istituiti dai manifestanti hanno causato alle imprese perdite giornaliere fino a 80 milioni di dollari, mentre lo sciopero degli insegnanti ha obbligato il governo a chiudere le scuole per una settimana in tutto il paese.

I funzionari governativi hanno esortato la popolazione a porre fine alle proteste, ma i sindacati dei lavoratori edili e degli insegnanti, insieme alle comunità indigene, hanno promesso di continuare a scendere in piazza fino all’annullamento del contratto First Quantum.
Il nuovo contratto, concordato lo scorso 20 ottobre e sostenuto da una legge varata dal governo di Panama, garantisce all’impresa canadese una concessione mineraria di 20 anni con un’opzione di estensione per altri 20, in cambio del versamento annuale di 375 milioni di dollari nelle casse del paese.

La compagnia mineraria assicura che contribuisce per il 5% del PIL all’economia del paese e che dal 2019 produce circa 300.000 tonnellate di concentrato di rame all’anno, pari al 75% delle esportazioni totali del minerale.

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La miniera a cielo aperto di Cobre Panama

Le preoccupazioni per l’ambiente e per il benessere delle comunità indigene
La miniera di “Cobre Panama” ha iniziato a funzionare nel 2019 e si trova nel distretto costiero di Donoso, nella provincia di Colon, sulla costa caraibica all’interno di un parco teoricamente protetto.

I manifestanti denunciano che la miniera danneggerà ulteriormente l’ambiente naturale, inquinerà l’acqua e l’aria e distruggerà la biodiversità, e temono che il contratto avvantaggi le imprese straniere e non le comunità locali e indigene. Infine le associazioni degli agricoltori denunciano che il massiccio consumo di acqua da parte dell’attività mineraria minaccia la produzione di riso e l’allevamento del bestiame, industrie essenziali che già soffrono a causa della crescente siccità.

Le realtà sociali e sindacali che hanno scatenato le proteste denunciano il trattamento di favore garantito alla First Quantum e l’esiguità della contropartita richiesta all’impresa in cambio della lucrosa concessione. Inoltre il movimento di protesta chiede una moratoria generale alla attribuzione di nuove concessioni minerarie per garantire la salvaguardia dell’ambiente.

Il presidente Cortizo, sperando di placare i manifestanti, la scorsa settimana ha firmato una moratoria sulle nuove concessioni minerarie per l’estrazione di metalli che si applica a 13 nuove richieste pendenti, ma non a quella della First Quantum.

Nel 2021 la Corte Suprema del paese centramericano aveva dichiarato incostituzionale il precedente contratto stipulato con la multinazionale, che poi è stato rinegoziato e approvato durante l’estate dal locale parlamento. Il nuovo contratto è però ora all’esame della Corte Suprema, che potrebbe pronunciarsi sulla sua costituzionalità già il mese prossimo. Nei giorni scorsi, però, il presidente Laurentino Cortizo ha annunciato l’intenzione di indire un referendum nazionale domenica 17 dicembre «affinché i panamensi decidano… se la legge 406 sull’attività mineraria deve essere annullato o meno». Pagine Esteri

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AL SHIFA. Il principale ospedale di Gaza è un campo per sfollati


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Reportage dell’agenzia Reuters

(foto dell’agenzia Wafa, traduzione dall’inglese a cura della redazione)

Stipati sotto ripari di tela improvvisati nel parcheggio, dormendo nei corridoi o sui pianerottoli, trascorrendo le ore del giorno nelle scale, stendendo la biancheria sul tetto – migliaia di sfollati di Gaza riempiono ogni spazio dell’Ospedale Al Shifa.

L’ospedale principale di Gaza City si è trasformato in un gigantesco rifugio per le persone le cui case sono state bombardate, o che temono che lo saranno, durante l’assalto militare israeliano alla Striscia di Gaza entrato nel suo secondo mese. “Siamo scappati di casa a causa dei forti attacchi aerei”, ha detto Um Haitham Hejela, una donna rifugiata con i bambini piccoli in una tenda improvvisata realizzata con tessuto, spago e stuoie. “La situazione peggiora giorno dopo giorno”, ha detto. “Non c’è né cibo né acqua. Quando mio figlio va a prendere l’acqua fa la fila per tre o quattro ore. Hanno colpito i panifici, non abbiamo il pane”.

I giornalisti Reuters in visita all’ospedale martedì (ieri) hanno visto persone distese su entrambi i lati dei corridoi, che lasciavano solo uno spazio ristretto per consentire a chiunque di camminare, effetti personali immagazzinati nelle scale e sui davanzali delle finestre e pile di sacchi della spazzatura. L’impressione forte era quella di un affollamento estremo. Questa situazione non riguarda solo lo Shifa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che 122.000 sfollati di Gaza abbiano trovato rifugio negli ospedali, nelle chiese e in altri edifici pubblici in tutta la Striscia, con altri 827.000 nelle scuole.

La guerra è stata innescata da un attacco del 7 ottobre contro Israele da parte dei combattenti di Hamas che hanno ucciso 1.400 persone e preso in ostaggio altre 240. In risposta, Israele ha lanciato un attacco aereo, marittimo e terrestre contro Hamas che, secondo i funzionari di Gaza, ha ucciso più di 10.000 persone nella fascia costiera densamente popolata.

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Medics transport an injured Palestinian child into Al-Shifa hospital in Gaza City following an Israeli airstrike on October 11, 2023, as raging battles between Israel and the Hamas movement continued for the fifth consecutive day. Medical supplies, including oxygen, were running low at Gaza’s overwhelmed Al-Shifa hospital as the death toll from five days of ferocious fighting between Hamas and Israel rose sharply on October 11 with Israel keeping up its bombardment of Gaza after recovering the dead from the last communities near the border where Palestinian militants had been holed up. Photo by Atia Darwish apaimages

DALLA PAURA ALLA PAURA

Per gli ospedali, la crisi degli sfollati sta aggravando una situazione già catastrofica, con carenza di forniture mediche ed elettricità a causa dell’arrivo quotidiano di un numero enorme di pazienti gravemente feriti. Il personale sta ricorrendo a misure disperate, come eseguire interventi chirurgici senza anestesia.

Ad Al Shifa, gli sfollati affermano di essere venuti in cerca di sicurezza, ma di non sentirsi al sicuro a causa degli attacchi aerei nelle vicinanze e dell’avvicinarsi dell’esercito israeliano.

Israele sostiene di aver circondato Gaza City con le sue forze armate. L’ esercito israeliano accusa il movimento islamico Hamas di nascondere gli ingressi di tunnel e i suoi centri operativi all’interno di Al Shifa, cosa che Hamas ha negato.

“Siamo passati di paura in paura”, ha detto Um Lama, una madre in lutto rifugiata in un corridoio con diversi bambini e parenti più anziani. Sua figlia Lama è stata tra le vittime dell’attacco aereo di venerdì ad una un’ambulanza appena fuori dal cancello dell’ospedale. Il direttore dello Shifa ha detto che 15 persone sono state uccise e 60 ferite. Israele invece afferma di aver preso di mira un’ambulanza che trasportava combattenti di Hamas. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha detto che l’ambulanza faceva parte di un convoglio che tentava di evacuare persone gravemente ferite.

“Guardate la nostra situazione. È questa la vita che stiamo vivendo? Non abbiamo cibo, né elettricità né acqua. Dormiamo nei corridoi”, ha detto Um Lama. Israele ha intimato agli abitanti di Gaza che vivono ancora nel nord della Striscia di spostarsi nel sud, anch’esso bombardato anche se meno intensamente. Martedì, durante una conferenza stampa, a un portavoce militare israeliano ono state fatte domande sulle notizie di bombe esplose sullo Shifa durante la notte.

“Sono consapevole che è successo. Probabilmente c’era qualche esigenza operativa”, ha detto. “Stiamo cercando di convincere le persone ad andarsene, questo è tutto quello che posso dire al riguardo. Questo è il tipo di messaggio con cui le persone cercano di uscire da lì”.

Tuttavia le donne rifugiate in ospedale affermano che, nonostante le terribili condizioni di vita e la paura, non hanno intenzione di andarsene perché non hanno nessun posto dove andare e nessun posto è sicuro.

“Siamo forti. Qualunque cosa facciano con noi, non lasceremo Al Shifa. Hanno tagliato l’acqua, l’elettricità, niente cibo, ma noi siamo forti. Possiamo mangiare solo biscotti e noci. Possiamo mangiare qualsiasi cosa”, ha detto Hejela.

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Tenacemente Tuvalu


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L'arcipelago polinesiano, che sta finendo sott'acqua, ha cambiato la costituzione per continuare a esistere anche senza una terra. Una sfida diretta a tutti i concetti di nazione

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In Cina e Asia – Ministeriale G7 a Tokyo, Blinken chiede unità su Ucraina e Gaza


In Cina e Asia – Ministeriale G7 a Tokyo, Blinken chiede unità su Ucraina e Gaza blinken
I titoli di oggi: Ministeriale G7 a Tokyo, Blinken chiede unità su Ucraina e Gaza Belt and Road, la Cina rivaluta il debito La portaerei Shandong passa dal Giappone e raggiunge il mar Cinese meridionale Giappone, la Chiesa dell’Unificazione propone una compensazione da 67 milioni di dollari Cina, il bilancio di Fmi: economia in calo e rischi su debito locale ...

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In Cina e Asia – L’Ue fa appella alla stabilità strategica per affrontare rivalità con Pechino


In Cina e Asia – L’Ue fa appella alla stabilità strategica per affrontare rivalità con Pechino ue
Ue fa appella alla stabilità strategica per affrontare rivalità con Pechino Cina: più controlli sull’export di terre rare Lo “zar dell’economia cinese” negli Usa per stabilizzare le relazioni Ripartono i colloqui tra i leader di Australia e Cina Fuga di capitali stranieri dalla Cina Cina, dirigente di azienda di livestreaming in isolamento Terremoto in Nepal: la comunità scientifica avverte dei ...

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Giappone e Filippine varano un accordo militare contro la Cina


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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 7 novembre 2023 – Continuano in Asia le manovre contro Pechino da parte di due importanti alleati degli Stati Uniti e con la supervisione di Washington. Le Filippine e il Giapponehanno infatti raggiunto un accordo per consentire lo schieramento reciproco di forze militari, come ha annunciato ieri il Ministro della Difesa di Manila.

Controversie territoriali
Sia Manila sia Tokyo sono in contrasto con Pechino a causa di alcune controversie territoriali che negli ultimi anni hanno causato un innalzamento della tensione nella regione e diversi scontri. Nel Mar Cinese meridionale, oltre alle Filippine, anche la Malesia, il Brunei, il Vietnam e Taiwan rivendicano dei tratti di mare e degli isolotti che Pechino considera sotto la sua sovranità.
Invece il Giapponesi contende con la Cina le isole Senkaku-Diaoyu nel Mar Cinese orientale. Si tratta di un piccolo arcipelago dalle acque ricche di pesce e il cui sottosuolo nasconde importanti giacimenti di petrolio e gas.

Verso un “Accordo di accesso reciproco”
«Attendiamo con ansia un Accordo di Accesso Reciproco tra i nostri due paesi, dato l’impegno del governo giapponese e di quello filippino a preservare l’ordine internazionale basato sulle regole e il diritto internazionale», ha detto il responsabile della Difesa filippino, Gilberto Teodoro, in una conferenza stampa.
Teodoro ha parlato a margine di una cerimonia in una base militare, a nord della capitale, che è una delle nove a cui gli Stati Uniti hanno avuto accesso nell’ambito dell’Accordo di Cooperazione Rafforzata per la Difesa (EDCA) varato nei mesi scorsi. Washington ha stanziato già 100 milioni di dollari per ammodernare e ampliare le basi aeree e navali alle quali ha avuto accesso.
«Gli Stati Uniti stanno aiutando il governo filippino a rafforzare la sua posizione difensiva per includere l’affermazione dei suoi diritti legittimi nel Mar delle Filippine occidentali» ha detto Teodoro.
Filippine e Giappone dovrebbero varare presto un accordo che prevede l’invio di truppe nel territorio del partner per effettuare esercitazioni e rafforzare la cooperazione. Una volta raggiunto, l’accordo dovrà essere sottoposto alla ratifica del Senato filippino e del parlamento di Tokyo.

Il patto dovrebbe assomigliare all’accordo già raggiunto tra le Filippine e gli Stati Uniti, che fornisce un quadro giuridico in base al quale gli Usa mantengono una presenza militare costante ma a rotazione nelle Filippine, finalizzato allo svolgimento di esercitazioni, al pattugliamento delle aree marittime contese con la Cina, all’addestramento.

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La triangolazione con gli Stati Uniti
Il primo ministro giapponese Fumio Kishida, in visita nelle Filippine lo scorso fine settimana, ha affermato che il suo Paese, le Filippine e gli Stati Uniti stanno collaborando per “proteggere la libertà” nel Mar Cinese Meridionale. «Il Giappone continuerà ad aiutare il rafforzamento delle capacità di sicurezza delle Filippine, contribuendo così alla pace e alla stabilità regionale», ha dichiarato il capo del governo nipponico che sabato è salito a bordo di una nave pattuglia di Manila – di fabbricazione giapponese – in una simbolica dimostrazione di sostegno.

L’assistenza militare giapponese a Manila
Negli ultimi anni il Giappone ha fornito una dozzina di navi pattuglia alle Filippine, inclusa quella visitata da Kishida, la “Teresa Magbanua”, lunga 97 metri. La guardia costiera di Manila utilizza queste navi per i pattugliamenti e per trasportare i rifornimenti e le truppe verso nove isole, isolotti e barriere coralline occupate dalle Filippine nel Mar Cinese Meridionale.
Ora il governo di Tokyo si è impegnato a fornire alle Filippine altre navi, oltre ad alcuni radar di sorveglianza che saranno posizionati in cinque aree lungo le coste, e a inviare un certo quantitativo di attrezzature militari.
Il Giappone è inoltre già il principale finanziatore di progetti infrastrutturali nelle Filippine, e fornisce aiuti economici per la realizzazione di progetti come la metropolitana di Manila, ponti e ferrovie in tutto il paese.
I legami militari sono iniziati nel 2012, dopo che Shinzo Abe è entrato in carica come primo ministro giapponese, e si sono notevolmente sviluppati da quando Ferdinando Marcos Junior (figlio dell’omonimo dittatore che ha governato il paese tra il 1965 e il 1986) è diventato presidente della Repubblica delle Filippine nel giugno del 2022.

Diversi movimenti nazionalisti e di sinistra si oppongono all’alleanza militare con il Giappone e gli Stati Uniti – che configura quella che molti analisti e lo stesso governo cinese considerano una sorta di “Nato asiatica” – memori della brutale occupazione nipponica nel corso della Seconda Guerra Mondiale e timorosi che il braccio di ferro con Pechino possa sfociare in un conflitto cruento. Le opposizioni accusano Tokyo, che recentemente ha deciso di raddoppiare gli stanziamenti per le spese militari, di voler imporre alle Filippine la propria egemonia militare ed economica sfruttando il contenzioso territoriale con la Repubblica Popolare Cinese. Pagine Esteri

10212081* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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In Cina e Asia – CIIE: Xi promette maggiore apertura al commercio internazionale. E incontra Albanese


In Cina e Asia – CIIE: Xi promette maggiore apertura al commercio internazionale. E incontra Albanese CIIE
I titoli di oggi:

CIIE: Xi promette maggiore apertura al commercio internazionale. E incontra Albanese
La Cina punta a diventare leader nella produzione di robot umanoidi
La Cina mette in guardia i diplomatici dalle infiltrazioni occidentali

Xi chiede a Scholz di cooperare per la pace a Gaza e in Ucraina

Clima, Ia, mar Cinese meridionale: Usa e Cina tornano a parlarsi
Giappone, rafforzata la cooperazione militare con le Filippine

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REPORTAGE. Lavoratori di Gaza descrivono gli abusi subiti durante la detenzione in Israele


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Di Lubna Masarwa a Gerusalemme e Nadda Osman a Londra – Middle East Eye

(articolo tradotto dall’inglese da Federica Riccardi*)

I lavoratori palestinesi di Gaza detenuti da Israele hanno raccontato di essere stati maltrattati, umiliati e torturati per quattro settimane dopo essere stati arrestati in risposta all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre. Si stima che circa 4.500 lavoratori di Gaza si trovassero in Israele quando centinaia di combattenti palestinesi hanno preso d’assalto le comunità israeliane vicino alla Striscia di Gaza, uccidendo circa 1400 persone.

Nonostante si trovassero in Israele con un permesso di lavoro, sono stati tutti radunati in strutture di detenzione e, secondo le testimonianze di prima mano, ripetutamente umiliati e maltrattati.

I lavoratori recentemente rilasciati da Israele hanno raccontato a Middle East Eye che i loro permessi di lavoro erano stati revocati e che sono stati rimandati a Gaza a piedi, nonostante l’enclave costiera fosse sottoposta a continui bombardamenti e a un’invasione di terra israeliana. I lavoratori sono stati costretti a camminare per 6 km fino a quando sono arrivati a Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom, vicino alla città meridionale di Gaza, Rafah.

Nei video che circolano online, si vedono centinaia di lavoratori tornare a Gaza a piedi. Non è chiaro quanti dei 4.500 lavoratori siano stati rilasciati. I palestinesi hanno raccontato a MEE di vari abusi subiti durante la detenzione, molti dei quali sembrano equivalere a torture.

Un uomo mi ha chiesto se volevo qualcosa da bere, poi mi ha gettato addosso acqua bollente”. “Ragazzi della stessa età dei miei figli ci hanno spogliato e urinato addosso… nessuno ha parlato di noi lavoratori detenuti in Israele, non la Croce Rossa; l’Autorità Palestinese ci ha tradito, il mondo intero ci ha tradito”, ha detto un lavoratore ad Al Jazeera al suo arrivo a Gaza.

Miriam Marmur, direttrice del gruppo israeliano per i diritti Gisha, ha dichiarato a MEE che le informazioni ricevute sulla detenzione dei lavoratori sono “estremamente preoccupanti e allarmanti”. “Non abbiamo modo di sapere quante persone siano state trattenute illegalmente nei centri di detenzione israeliani perché Israele si è rifiutato di rivelare i nomi e la posizione delle persone detenute”, ha dichiarato Marmur.

Marmur ha aggiunto che i lavoratori sono stati trattenuti in strutture all’interno di basi militari israeliane nella Cisgiordania occupata e non è a conoscenza di quanti lavoratori siano ancora detenuti.

“Ci sono diverse segnalazioni di incursioni da parte delle forze israeliane, che prelevano i lavoratori palestinesi e li portano nei centri di detenzione”, ha detto Marmur, aggiungendo che “da quello che descrivono, le condizioni sono estremamente, estremamente terribili”.

Middle East Eye ha chiesto un commento all’esercito israeliano.

Abusi psicologici e fisici

I lavoratori palestinesi rilasciati hanno dichiarato di non aver avuto accesso a una rappresentanza legale. Agli operatori umanitari è stato anche vietato di entrare nelle strutture di detenzione per effettuare valutazioni delle condizioni.

“Siamo stati maltrattati per 25 giorni, eravamo circa 5.000-6.000 persone detenute”, ha dichiarato una persona ad Al Jazeera. Molti dei lavoratori hanno raccontato di essere stati costantemente minacciati mentre venivano loro poste domande su Hamas. “Alcune persone sono state interrogate. Hanno avuto la peggio, sono stati incatenati e picchiati. Ci hanno chiesto se conoscevamo qualcuno di Hamas”, ha raccontato un anziano signore ai media locali. “Ovviamente non sappiamo nulla, siamo solo lavoratori”, ha detto un altro uomo in un filmato che circola online.

I lavoratori hanno dichiarato che le autorità israeliane non hanno permesso loro di accedere ai telefoni o di telefonare alle loro famiglie, lasciando molti di loro preoccupati per il benessere dei loro cari sotto i bombardamenti.

“Se Dio vuole, torneremo e troveremo i nostri figli e le nostre famiglie sani e salvi”, ha dichiarato un uomo ai media locali. “Siamo stati torturati, nessuno ha avuto pietà di noi. Ci hanno preso soldi e vestiti, ci hanno lasciato nudi per tre giorni mentre ci torturavano. Eravamo affamati, ci hanno preso a calci e pugni, ci hanno calpestato la testa, ne sto ancora soffrendo”.

Secondo i lavoratori, sono stati consegnati alle forze israeliane dai loro datori di lavoro.

Nei filmati diffusi online, si vedono i lavoratori che mostrano le targhette blu applicate alle loro caviglie. Hanno dichiarato che nessuno dei loro effetti personali, compresi telefoni e denaro, è stato loro restituito prima del rilascio.

Gli israeliani acclamano i filmati degli abusi

Dopo l’attacco del 7 ottobre, la retorica e il sentimento anti-palestinese hanno raggiunto un massimo storico in Israele. I funzionari israeliani hanno chiesto l’eliminazione di Gaza e hanno invitato a torturare i palestinesi collegati all’attacco.

Nel frattempo, si sono intensificati gli attacchi contro i cittadini palestinesi di Israele e i palestinesi della Cisgiordania occupata. All’inizio di questa settimana, gruppi israeliani di estrema destra hanno condiviso e celebrato sulle app di messaggistica video di quelli che sembravano essere lavoratori palestinesi in Cisgiordania maltrattati da soldati israeliani.

Molti di questi video sono stati pubblicati su “Without Limits”, un canale Telegram della destra israeliana, che conta oltre 117.000 iscritti, tra gli altri gruppi di destra.

In un video straziante, si vedono uomini palestinesi bendati con fascette intorno alle mani che vengono assaliti da truppe pesantemente armate. Gli uomini, alcuni dei quali sono stati spogliati completamente nudi, si sentono urlare mentre giacciono a terra. I soldati li trascinano per terra, mentre un soldato israeliano calpesta la testa di un detenuto. I suoi colleghi si sentono ridere in sottofondo.

La clip ha quasi 2.000 emoji di risate e centinaia di emoji di celebrazione, oltre a reazioni di occhi innamorati. L’esercito israeliano ha dichiarato in precedenza a MEE che le azioni dei soldati visti nel filmato sono “deplorevoli” e ha detto che indagini sono in corso. Pagine Esteri

GUARDA IL VIDEO – AVVERTENZA: IMMAGINI FORTI NON ADATTE A PERSONE IMPRESSIONABILI

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* l’articolo originale può essere visionato al link seguente

middleeasteye.net/news/israel-…

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La tattica "globale” della Cina di Xi


La tattica xi
Più in generale la recente latitanza di Xi ai vertici internazionali rientra in una ristrutturazione delle competenze all’interno del partito-Stato. Dopo essersi accerchiato di fedelissimi, sempre più spesso, il presidente preferisce delegare la diplomazia. Per Eric Olander, fondatore di The China-Global South Project, l’assenteismo del presidente “non è una questione di riluttanza”, quanto piuttosto “una decisione diplomatica tattica”.

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L’Onu dice basta ma il Blocco Economico di Cuba non cesserà


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di Davide Matrone

Pagine Esteri, 4 novembre 2023 – Il 2 novembre all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è tenuta la votazione della Risoluzione contro il Blocco Economico inflitto dagli Stati Uniti a Cuba. Il risultato anche quest’anno è stato schiacciante a favore del governo cubano. Ben 187 paesi membri dell’ONU hanno votato per l’eliminazione dell’anacronistico blocco economico, commerciale e finanziario che colpisce l’economia dell’Isola grande dei Caraibi. Solo due paesi hanno votato contro e sono gli Stati Uniti e lo stato d’Israele. Un solo astenuto, l’Ucraina.

Precedenti storici

La vittoria della Rivoluzione Cubana nel 1959 determinò il punto di rottura della geopolitica continentale e la questione cubana divenne il nodo principale della politica estera degli Stati Uniti. Fu immediata la reazione del paese nordamericano che cominciò ad armare una serie di piani per destabilizzare il primo governo rivoluzionario e socialista del continente. L’azione di forza contro Cuba era stata già progettata sin dai primi mesi della vittoria di Castro. A fomentarla fu l’allora vicepresidente degli Stati Uniti Richard Nixon che aveva messo su “Il Progetto Cuba” coi fratelli Dulles, John Foster e Allan, rispettivamente Segretario di Stato e capo della C.I.A.

Il 17 marzo del 1960 il presidente statunitense Dwight Eisenhower approvò il piano che includeva una guerra psicologica e azioni politiche, economiche e paramilitari contro Cuba e la sua popolazione. Nel settembre del 1960 Fidel Castro pronunciò il suo primo discorso alla sede delle Nazioni Unite a New York ed era ben chiaro che il suo governo non avrebbe retrocesso di un millimetro di fronte ai piani e agli attacchi dell’imperialismo nordamericano che fu criticato duramente dallo stesso Castro per almeno 10 volte nel suo discorso. La risposta statunitense fu immediata: nell’ottobre del 1960 cominciò ad applicarsi il blocco economico contro Cuba dopo le espropriazioni delle compagnie e proprietà statunitensi ad opera del governo Rivoluzionario.

Il punto di massima rottura tra i due paesi si ebbe nell’anno 1962. Nel gennaio dello stesso anno, si organizzò l’Ottava Riunione di Consulta dei Ministri delle Relazioni Estere degli Stati Americani a Punta del Este in Uruguay. A quell’incontro il governo di Cuba si presentò con una folta delegazione presieduta dall’ex Presidente Oswaldo Dorticós. L’allora Governo Rivoluzionario denunciò che Washington pretendeva utilizzare l’evento per ricattare i paesi dell’America Latina e metterglieli contro. Alla fine della riunione Cuba fu esclusa dall’OEA. Come risposta a questa esclusione, nei primi giorni di febbraio si approvò la Seconda Dichiarazione di l’Avana in una gigantesca concentrazione popolare nella Piazza della Rivoluzione “José Martí”. Giorni successivi si stabilisce il blocco economico totale contro Cuba ad opera del governo Kennedy con la Risoluzione 3447. Da allora il blocco, commerciale e finanziario non è terminato, anzi ha registrato inasprimenti in vari momenti storici come quelli degli anni 90 con la promulgazione delle leggi Helms Burton, Torricelli, poi quelle dell’anno 2000 e le ultime nel governo di Donald Trump con un pacchetto di leggi ad hoc per inasprire la condizione materiale dei cubani.

Gli effetti del blocco economico a Cuba

Gli effetti di questa misura sono stati devastanti per la popolazione cubana e i suoi governi. Il blocco si applica nell’ambito economico, commerciale e finanziario colpendo tutti i settori dell’economia nazionale cubana. Secondo stime governative dal 1962 ad oggi si calcola una perdita per un totale di 160 miliardi di dollari. Nel solo anno 2022 / 2023 le perdite ammontarono a 5 miliardi di dollari. Eppure nonostante queste grandi perdite, Cuba ha resistito con dignità e finanche alle perdite causate dalle importazioni dall’ex URSS dopo la caduta del muro di Berlino. È riuscita anche a brevettare 5 vaccini grazie ai successi della biotecnologia nazionale durante la grande crisi del biennio 2019, 2020 dovuta alla propagazione del COVID 19.

31 Votazioni dell’ONU che condannano il blocco economico

Fu nell’anno 1991 che si presentò per la prima volta all’ONU, il Progetto di Risoluzione contro il Blocco Economico da parte del governo Cubano. A pochi giorni dalla votazione, la delegazione cubana ritirò il documento per le enormi pressioni da parte del governo statunitense. Dal 1992 si registrò la prima votazione che si ripete ogni mese di novembre all’interno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nel primo anno votarono a favore dell’eliminazione del blocco economico 95 paesi però dall’anno 2004 si passò a 179 paesi che condannarono la misura statunitense. La votazione con il numero più alto di paesi che dissero no al blocco si registrò nell’anno 2013 con 188 voti e da allora si oscilla tra i 184 e 187. Durante questi 3 decenni di votazioni, solo due paesi hanno mantenuto una posizione favorevole al blocco economico contro Cuba e cioè: Stati Uniti e Israele. Anche quest’anno sono stati gli unici due paesi a votare contro con un unico voto di astensione da parte dello stato di Ucraina.

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foto di Jorge Luis Baños/IPS

Il comportamento dell’Ucraina con la solidarietà Cubana

Nel 2018 L’Ucraina si assentò durante la votazione, poi seguirono quattro astensioni di seguito nelle votazioni del 2019, 2021, 2022 e 2023. Nel 2020 si registrò un’interruzione dei lavori dell’ONU per la situazione epidemiologica COVID-19 a livello globale.

L’Ucraina negli ultimi anni è chiaramente nell’orbita occidentale filostatunitense, oggi è aiutata e sostenuta economicamente, politicamente e militarmente dall’Europa e dagli Stati Uniti nel conflitto bellico contro la Russia ed è in processo la sua integrazione nella NATO. È quindi parte di quel pezzo di mondo che ostacola, critica e condanna Cuba in ogni occasione. Tuttavia non vota contro Cuba nelle votazioni annuali all’ONU. Perché?

Sarebbe il caso di ricordare quello che fece il governo cubano con la popolazione ucraina all’indomani del disastro nucleare di Cernobyl nel 1986. L’Ucraina allora era parte dell’impero sovietico e tra i primi paesi a solidarizzare con la popolazione ucraina fu proprio Cuba che attivò una serie di piani di solidarietà. Quando nell’anno 1990 il caso Cernobyl già non era più notizia, Cuba inviò sul suolo ucraino un gran numero di medici per riscontrare gli effetti delle radiazioni sulla popolazione. Dal 1990 al 2016 Cuba ha ricevuto sul suo territorio 26 mila ucraini di cui 22 mila bambini e bambine. Furono realizzate 70 mila consulte in 22 specialità mediche da parte dei medici cubani che usarono, oltretutto, farmaci prodotti dalla biotecnologia cubana. I primi 139 bambini e bambine che giunsero sull’isola cubana per ricevere trattamenti medici furono ricevuti personalmente dal Presidente Fidel Castro. Ancora oggi, moltissimi in Ucraina ricordano la solidarietà cubana. I bambini di allora, oggi adulti, raccontano quest’esperienza con affetto e rispetto come si evidenzia in un reportage realizzato dalla BBC inglese nel 2019. (bbc.com/mundo/noticias-america…)

Alcune reazioni dopo la votazione

Il Ministro degli esteri cubano ha dichiarato: “Durante 6 decenni, Cuba ha resistito a uno spietato blocco economico, commerciale e finanziario. Oltre l’80% della nostra popolazione attuale ha conosciuto solo la Cuba bloccata. La perversa decisione di rafforzare in modo inedito il blocco in questa congiuntura di crisi economica mondiale derivata dalla pandemia, per promuovere la destabilizzazione del paese, rivela con tutta chiarezza la profonda crudeltà e inumanità di questa politica”.

La ministra degli esteri del Gabón ha dichiarato: ”Il blocco economico, commerciale e finanziario ha un grande impatto per la vita quotidiana di tutti i cittadini di Cuba. Porre fine al blocco sarebbe un passo significativo per migliorare la qualità di vita del popolo cubano”

La ministra degli esteri cilena ha affermato: ”Cile non è d’accordo con le imposizioni delle sanzioni unilaterali di nessun tipo. Riaffermare la necessità di porre fine al blocco Economico a Cuba, cosi come la sua esclusione dalla lista dei paesi che patrocinano il terrorismo”

Per saperne di più ho contattato Yamila González Ferrer, Vicepresidente dell’Unione Nazionale dei Giuristi di Cuba che ha dichiarato: ”Questa votazione riflette l’opinione dell’immensa e schiacciante maggioranza di paesi del mondo contro una politica aggressiva e genocida degli USA contro il popolo cubano. Una volta ancora ha vinto la ragione, la giustizia e il reclamo di tutto il mondo che vuole porre fine a questo blocco economico, commerciale e finanziario. Credo che sia molto importante in questo momento riconoscere l’appoggio internazionale che permette di rendere più visibile la lotta di Cuba. Inoltre la giornalista cubana Diane Dewar raggiunta telefonicamente ha dichiarato: ”Il blocco economico statunitense contro Cuba è una delle più grandi ingiustizie commesse nel mondo. Per oltre sei decenni gli Stati Uniti hanno dato fastidio a un governo e allo stesso tempo al suo popolo che ha deciso di ricostruire la sua propria storia”. Pagine Esteri

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Macron punta sull’Asia Centrale, Mosca arretra


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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 4 novembre 2023 – Mercoledì Emmanuel Macron ha iniziato un viaggio in Asia Centrale che lo ha portato prima in Kazakistan e poi in Uzbekistan. Un anno fa erano stati i leader dei due paesi ad essere ricevuti all’Eliseo.
Nelle due repubbliche ex sovietiche l’influenza di Mosca si sta via via allentando e ad approfittarne sono stati soprattutto la Cina, la Turchia e, appunto, Parigi.
Il Kazakistan e l’Uzbekistan sono due paesi centrali per gli equilibri geopolitici dell’area, grazie alla loro posizione, al centro di un crocevia tra est e ovest e tra sud e nord che ha stimolato l’attivismo di numerose potenze, e alle ricchezze del sottosuolo.

Macron a caccia di uranio e petrolio
Il Kazakistan, ricco di petrolio, è diventato un produttore ancora più importante dopo la decisione dell’Unione Europea di trovare nuovi fornitori in sostituzione della Russia, punita dopo l’invasione dell’Ucraina.
Inoltre Astana è il maggiore esportatore di uranio al mondo. Dopo il golpe del 26 luglio in Niger, che ha messo in discussione la presa francese sull’ex colonia, Parigi è alla ricerca di nuove fonti del prezioso minerale per bilanciare il blocco delle importazioni dal paese africano, che finora copriva il 15% del fabbisogno di combustibile delle 18 centrali nucleari dell’Esagono.
Di qui la prioritaria necessità di aumentare gli approvvigionamenti provenienti dal Kazakistan, dove l’impresa francese Orano (il cui presidente accompagnava Macron) sfrutta già una miniera di uranio nel paese che da sola copre il 12% dell’intero fabbisogno di Parigi e gestisce una joint venture con l’azienda nucleare statale Kazatomprom. Inoltre il gigante energetico francese EDF potrebbe aggiudicarsi la realizzazione della prima centrale nucleare del Kazakistan realizzata dopo lo smantellamento di quelle costruite in epoca sovietica. Astana soddisfa già il 40% del fabbisogno francese di uranio (e il 25% di quello complessivo europeo) ma Parigi spera che le forniture possano aumentare notevolmente, come d’altronde quelle di greggio.
«Poiché l’energia nucleare rappresenta il 63% del settore energetico francese, esiste un enorme potenziale per un’ulteriore cooperazione. I nostri interessi convergono anche quando si tratta di raggiungere zero emissioni di carbonio in futuro» ha affermato il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev, riferendosi anche ai progetti di cooperazione firmati con Parigi nel campo delle energie rinnovabili, oltre che nel comparto farmaceutico.

Inoltre Orano ha annunciato l’avvio delle prime attività di estrazione del minerale in Uzbekistan proprio in concomitanza con l’arrivo del presidente francese a Samarcanda. Se il Kazakistan è attualmente il primo produttore mondiale del combustibile nucleare, la seconda tappa del tour francese in Asia Centrale è il quinto. Pochi giorni fa Parigi ha già firmato un altro accordo con la Mongolia, che però è un produttore abbastanza marginale di uranio e deve fare i conti con un agguerrito movimento che contesta i metodi estremamente inquinanti di estrazione.

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Relazioni economiche privilegiate
Parigi ha da tempo elevato le relazioni economiche con Astana al livello del partenariato strategico che la visita di Macron mira a rafforzare e accelerare. Nel 2022 gli scambi commerciali tra Francia e Kazakistan hanno raggiunto i 5,3 miliardi di euro, principalmente nel campo degli idrocarburi. Parigi è già il quinto investitore nel paese centrasiatico davanti alla Cina, con 771 milioni di dollari di investimenti nel 2022, un incremento del 28% rispetto all’anno precedente. Il gigante energetico francese Total (al pari dell’italiana Eni) controlla il 17% del capitale del consorzio che sfrutta il giacimento petrolifero di Kashagan, nel Mar Caspio.

Ad Astana Macron e Tokayev hanno firmato una dichiarazione d’intenti per una partnership nello strategico settore delle terre e dei metalli rari (allo scopo di ridurre la dipendenza da Pechino) mentre Parigi importa già dal Kazakistan il 20% del titanio utilizzato dalla sua industria aerospaziale. Le francesi Alstom e Thales potrebbero ottenere un commessa, rispettivamente, per la produzione di treni elettrici e per la vendita di radar militari.

Con l’Uzbekistan gli scambi commerciali sono assai più ridotti ma in rapida crescita, avviati verso la simbolica soglia del miliardo di euro l’anno. Inoltre Macron si è impegnato con il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev a facilitare il varo di un Trattato di Cooperazione tra Bruxelles e Tashkent e a intercedere per l’ingresso del paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Uranio non olet
Né a Parigi né a Bruxelles sembra interessare che entrambi i paesi siano governati da regimi fortemente autoritari, che di fatto impediscono la libera espressione del dissenso e lo sviluppo di un’opposizione politica.
Il presidente francese ha anzi elogiato le “riforme” di Mirziyoyev – che nel 2017 ha aperto l’Uzbekistan al commercio internazionale – e la capacità di Tokayev di mantenere la stabilità nel suo paese. Poco importa che la suddetta “stabilità” sia stata imposta con una repressione – supportata dalle truppe inviate dai paesi del CSTO guidato da Mosca – che nel 2022 è costata la vita a centinaia di manifestanti.

Tanto la Francia quanto l’Unione Europea vogliono approfittare del fatto che l’Uzbekistan e soprattutto il Kazakistan, che hanno basato la propria crescita economica soprattutto sull’esportazione degli idrocarburi, del carbone e dell’uranio, intendono ora differenziare velocemente gli investimenti, ponendosi al centro di una fitta rete di relazioni commerciali in virtù della propria posizione geopolitica.

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Riserve di uranio del Kazakistan

La Russia arretra
Per un certo numero di anni dopo lo scioglimento dell’URSS, Kazakistan e Uzbekistan sono rimaste nell’orbita politica, economica e militare russa, ma negli ultimi anni hanno accelerato un processo di allontanamento da Mosca iniziato da più di un decennio. La Federazione Russa rimane il partner principale delle due repubbliche, che però stanno sviluppando rapporti sempre più intensi con altre potenze, puntando a giocare su più tavoli.
Anche a costo di prendere esplicitamente le distanze da Mosca, come è avvenuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tanto Astana quanto Tashkent hanno aderito alle sanzioni varate da Ue e Nato contro la Federazione Russa, si sono rifiutate di riconoscere l’annessione delle regioni ucraine occupate e si sono offerte come sostituti di Mosca nella fornitura di gas e petrolio all’occidente, diventando un nodo nei collegamenti tra Europa e Cina che bypassa la Russia.

Una scelta ovviamente apprezzata da Macron che ha elogiato Tokayev e ha affermato di non sottovalutare «in alcun modo le difficoltà geopolitiche, le pressioni (…) che alcuni attori potrebbero esercitare su di voi».

A ottobre i ministri degli Esteri del Kazakistan e dell’Uzbekistan, insieme a quelli del Kirghizistan, del Tagikistan e del Turkmenistan, si sono riuniti per la prima volta con i loro omologhi dei 27 paesi dell’Unione Europea. A settembre era stato invece Joe Biden ad incontrare i leader dei paesi centrasiatici ai margini dell’Assemblea generale dell’ONU.

Di fronte al consolidamento del ruolo francese e genericamente occidentale nel suo cortile di casa, la Russia fa buon viso a cattivo gioco – Mosca rimane, almeno formalmente, il partner strategico di Astana e Tashkent – ma non è affatto contenta.
Mercoledì il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che il Kazakistan, in quanto stato sovrano, è libero di sviluppare legami con qualsiasi paese. Ma pochi giorni prima il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva accusato l’occidente di tentare di allontanare da Mosca i «vicini, amici e alleati» della Russia.
«Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di sostenere il sentimento nazionalista, diffondendo menzogne, manipolando l’opinione pubblica, anche attraverso Internet e i social network» aveva già chiarito a giugno Alexander Shevtsov, deputato del Consiglio di sicurezza russo.

Ma la Russia non deve preoccuparsi soltanto dell’invadenza francese ed europea. Negli ultimi anni la Cina ha stretto forti legami con il Kazakistan, investendo ingenti risorse nelle infrastrutture del paese, integrandolo nei corridoi previsti dalla “Nuova Via della Seta” e soppiantando in vari campi la primogenitura di Mosca.

E proprio a ridosso di Emmanuel Macron, a stringere accordi con le repubbliche dell’Asia Centrale sono arrivati giovedì e venerdì prima il premier ungherese Viktor Orban e poi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. – Pagine Esteri

10152015* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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In Cina e Asia – Cina e Usa si incontreranno per parlare di non proliferazione nucleare


In Cina e Asia – Cina e Usa si incontreranno per parlare di non proliferazione nucleare proliferazione
I titoli di oggi:

Cina e Stati Uniti si incontreranno per parlare di non proliferazione nucleare
Il Canada accusa la marina cinese di nuova intercettazione pericolosa
Hong Kong prima città asiatica a ospitare i Gay Games
Funzionari thailandesi in colloquio con Hamas per il rilascio degli ostaggi
Il Xinjiang prepara area di libero scambio
Bangladesh: 250 fabbriche chiuse, i lavoratori del tessile chiedono di triplicare il salario
Myanmar, l'esercito perde il controllo di una città chiave al confine con la Cina

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Dialoghi – Caffè corretto alla cinese


Dialoghi – Caffè corretto alla cinese caffè
La bizzarra collaborazione tra Moutai e Luckin Coffee sembra aver convinto i più giovani. Una nuova puntata di Dialoghi.

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LIVE GIORNO 27. A Gaza gli ospedali stanno chiudendo. “Senza gasolio si trasformeranno in obitori”


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della redazione –

Pagine Esteri, 2 novembre 2023. Dopo i 500 cittadini stranieri che ieri, per la prima volta dall’inizio della guerra, hanno potuto lasciare Gaza, insieme a un’ottantina di gravi feriti e ammalati palestinesi, oggi è stata consegnata una lista contenente 596 nomi di cittadini stranieri o palestinesi con doppia cittadinanza che hanno il permesso di attraversare il valico di Rafah e andare in Egitto. Da questa mattina una lunga fila di macchine si muove verso Rafah, nella speranza che il valico si apra e che sia possibile uscire. L’Egitto ha comunicato che aiuterà a far uscire da Gaza, attraverso il valico di Rafah, 7.000 tra internazionali e palestinesi con doppia cittadinanza.

I due violenti attacchi di ieri sul grande campo profughi di Jabalia (al quale se ne è aggiunto un terzo nella notte) hanno causato 195 morti e 120 dispersi oltre a un numero altissimo di feriti, circa 770, la maggior parte dei quali sono stati trasportati all’ospedale indonesiano, l’unico rimasto operativo nel nord di Gaza. La struttura lavora 50 volte sopra le proprie capacità e il Ministero della Salute ha fatto sapere che, a causa dell’embargo di carburante, il generatore principale non funziona più: l’elettricità e il funzionamento dei macchinari medici è garantito solo da piccoli generatori di emergenza. Il Ministero fa sapere anche che in qualsiasi momento, nelle prossime 24 ore, anche questi generatori potrebbero spegnersi, trasformando l’ospedale “in un obitorio”. I morti palestinesi a Gaza, al momento, sono 8.805. 132 le persone uccise in Cisgiordania.

Secondo Al Jazeera l’esercito israeliano ha isolato la parte nord-occidentale della Striscia di Gaza, intensificando le incursioni di terra e i combattimenti con i gruppi armati palestinesi, distruggendo case e bloccando le strade che conducono verso sud, bloccando di fatto gli abitanti. Un soldato israeliano è stato ucciso nelle prime ore di oggi a Gaza. Dal 7 ottobre i soldati israeliani uccisi sono stati 332.

Sul fronte libanese continuano le schermaglie tra Hezbollah e l’esercito israeliano. Il gruppo sciita ha colpito un drone israeliano e le IDF hanno risposto con colpi anticarro.

Sono 60 i palestinesi arrestati durante la notte in varie città della Cisgiordania occupata, compreso il rappresentante degli studenti dell’Università Birzeit. Il totale degli arresti dal 7 ottobre in Cisgiordania è salito a 1800. Due palestinesi sono stati uccisi e sei feriti a Qalqilya e Ramallah. Pagine Esteri

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In Cina e in Asia – La Cina dà l’ultimo addio a Li Keqiang


In Cina e in Asia – La Cina dà l’ultimo addio a Li Keqiang li keqiang
La Cina dà l'ultimo addio a Li Keqiang
Per Xi risolvere i problemi finanziari è un “tema eterno per il governo”
La Cina fa un passo indietro sugli investimenti ingenti nel Pacifico meridionale
Le stazioni meteorolog

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Taiwan Files – L’opposizione tratta sulle elezioni, Pechino indaga sulla Foxconn


Taiwan Files – L’opposizione tratta sulle elezioni, Pechino indaga sulla Foxconn 10106875
I due principali rivali del candidato di maggioranza alle presidenziali di gennaio cercano un (complicato) accordo. Le chance di Gou Taiming ridotte dopo l'indagine cinese sul suo colosso Foxconn. Avvertimenti dallo Xiangshan Forum, Israele e Gaza visti da Taiwan. Semiconduttori. Manifestanti contro il memoriale di Chiang Kai-shek. La rassegna di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

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In Cina e Asia – Nuovo ruolo per lo "zar dell’economia cinese” mentre l’indice manifatturiero cala


In Cina e Asia – Nuovo ruolo per lo manifatturiero
Lo “zar dell’economia” He Lifeng confermato direttore della Commissione centrale economica Mar cinese meridionale, il Pla respinge corvetta militare filippina Guerra in Ucraina, Usa invitano Pechino a usare “influenza” per contenere Mosca e Pyongyang Cina, calo degli investimenti diretti esteri per il sesto mese consecutivo Stati Uniti, programma di acquisto di frutti di mare giapponesi contro il ban di Pechino ...

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Sull’onda del K-Pop: l’influenza della cultura sudcoreana in Vietnam


Sull’onda del K-Pop: l’influenza della cultura sudcoreana in Vietnam vietnam
Da quando Vietnam e Corea del Sud hanno stabilito rapporti diplomatici formali nel 1992, la cultura popolare si è però rivelata la migliore ambasciatrice di Seul nel Paese del Sud-Est asiatico

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LIVE. GIORNO 24. Israele uccide 4 palestinesi a Jenin, Gaza tagliata in due dai carri armati


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della redazione

(foto: il campo profughi di Jenin, di Michele Giorgio)

Pagine Esteri, 30 ottobre 2023 – Almeno quattro giovani palestinesi sono stati uccisi la scorsa notte durante una incursione dell’esercito israeliano a Jenin, in Cisgiordania. Altri cinque palestinesi sono stati feriti, uno è in condizioni critiche. Israele sostiene di aver ucciso uno dei leader della Brigata Jenin del Jihad islamico palestinese. All’attacco hanno preso parte anche droni e due ruspe militari che hanno causato danni ad edifici, case e strade e distrutto di proposito una statua. Lo scorso luglio, durante una operazione militare altamente distruttiva nel campo profughi di Jenin, l’esercito israeliano uccise 12 palestinesi.

Secondo un conteggio fatto da fonti giornalistiche, in Cisgiordania dallo scorso 7 ottobre sono stati uccisi 117 palestinesi dagli spari dei soldati ma anche di coloni israeliani.

Israele nelle scorse ore ha tagliato in due la Striscia di Gaza e sta accerchiando Gaza city, il capoluogo. L’esercito ha pubblicato immagini di carri armati sulla costa di Gaza mentre continuano le incursioni lungo il confine orientale. “Stiamo gradualmente espandendo l’attività di terra e la portata delle nostre forze”, ha detto il portavoce militare Daniel Hagari. Poco prima erano giunte notizi di combattimenti in cui sarebbero stati uccisi militanti di Hamas ed è rimasto ferito gravemente un soldato. Il movimento islamico da parte sua afferma di aver centrato con missili due mezzi corazzati.

I palestinesi riferiscono che mezzi corazzati stazionano al centro della Salah Edin Road, la principale strada di collegamento tra il nord e il sud di Gaza, e hanno fatto fuoco su alcune auto civili.

GUARDA IL VIDEO

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Di pari passo all’aumento dell’intensità degli scontri nel centro-nord di Gaza e quella dei raid aerei, cresce l’allarme per il peggioramento della condizione dei civili in gran parte ammassati nel sud della Striscia. Ieri a migliaia hanno assaltato un magazzino delle Nazioni unite con scorte di farina. Il presidente americano Biden, che pure sostiene l’azione militare di Israele, ha nuovamente esortato il premier Netanyahu a permettere l’ingresso a Gaza di un flusso più sostenuto di aiuti umanitari.

Resta in bilico inoltre la sorte di migliaia di sfollati rifugiati negli ospedali Al Quds e Shifa di cui Israele continua a chiedere l’evacuazione.

Il ministero della sanità a Gaza ha aggiornato a poco più di 8.000 i palestinesi uccisi dai raid aerei. Israele invece ha aumentato a 239 il numero dei suoi cittadini e quelli di altri paesi presi in ostaggio da Hamas. Pagine Esteri

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In Cina e Asia – Forum Xiangshan: militari di Cina e Russia condannano le interferenze americane


In Cina e Asia – Forum Xiangshan: militari di Cina e Russia condannano le interferenze americane Xiangshan
I titoli di oggi:

Cina, inizia il 10° Forum Xiangshan sulla diplomazia militare
Cina e Stati Uniti al lavoro per organizzare l'incontro tra Xi e Biden a novembre
Cina, presentata la bozza di revisione della Legge sulla tutela dei segreti di Stato
La cinese YMTC ha prodotto il chip di memoria 3D NAND più avanzato al mondo
Bangladesh, almeno sei morti a seguito di grandi manifestazioni dell'opposizione in tutto il paese
Le Maldive stanno trattando per il ritiro del soldati indiani dal paese

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Tecnocina, alle radici del "red mirror” della nuova era


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A proposito di «Tecnocina. Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi», l’ultimo volume di Simone Pieranni (Add) che indaga alla radice e porta alla luce i fenomeni sociopolitici e le storie dello sviluppo tecnologico della Repubblica popolare

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LIVE GIORNO 21. Tagliate tutte le comunicazioni a Gaza. Israele lancia l’attacco di terra


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AGGIORNAMENTI

ORE 21

E’ in corso un massiccio attacco israeliano di fanteria e mezzi corazzati a Beit Hanoun e altri centri abitati nel centro-nord di Gaza. Vi partecipano anche aerei ed elicotteri.

ORE 20.30

Immagini mostrano carri armati israeliani avvicinarsi alla recinzione al confine con Gaza. Manifestazioni nella Cisgiordania occupata, a Nablus, Tulkarem, Ramallah e in altre città, dopo il taglio delle comunicazioni a Gaza e l’inizio del bombardamento più violento del conflitto.

ORE 19.30

Le forze armate israeliane hanno dichiarato che stanno estendendo l’attacco di terra a Gaza.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha dichiarato di non poter in alcun modo comunicare con la propria sala operativa nella Striscia di Gaza, perché le autorità israeliane hanno tagliato tutte le reti di comunicazione, compresa internet e rete telefonica fissa e mobile. “Questa interruzione non ci consente di portare avanti il servizio di emergenza e di smistare le ambulanze verso i luoghi di emergenza e i feriti negli ospedali”.

ORE 18.35

Lanci di razzi da Gaza verso il centro di Israele. Le autorità israeliane segnalano lanci provenienti anche dal Libano. Sirene antirazzo suonano anche a Tel Aviv.

ORE 18.30

Distrutto il memoriale della giornalista Shireen Abu Akleh, costuito a Jenin, nel luogo in cui è stata uccisa l’11 maggio del 2022. La Federazione internazionale dei giornalisti ha condannato l’atto vandalico e ha chiesto alla Corte penale internazionale di indagare sull’uccisione della giornalista. Al momento è in corso a Gaza un attacco che alcuni media definiscono “il più violento dall’inizio della guerra”. I cellulari hanno perso completamente la linea e anche i più grandi network, come Al Jazeera, non sono in grado di contattare i propri corrispondenti.

ORE 16.30

“Il comando centrale di Hamas è sotto e all’interno dell’ospedale Shifa di Gaza City, il più grande della Striscia. Hamas gestisce la guerra dagli ospedali e usa i civili come scudi umani”. L’incredibile affermazione arriva dal portavoce militare israeliano Daniel Hagari.

Da parte sua il presidente francese Emmanuel Macron, che solo pochi giorni fa aveva espresso totale sostegno a Israele, affermando che Hamas è come l’ISIS, oggi è intervenuto affermando che “Il blocco totale, i bombardamenti indiscriminati e la prospettiva di un’operazione di terra non sono in grado di fornire una protezione sufficiente ai civili palestinesi”. “È cruciale che Israele agisca in modo mirato contro i terroristi” ha detto Macron al termine del Consiglio Europeo. “Penso che sia legittimo chiedersi se Israele viola il diritto internazionale dopo aver visto le immagini, la sofferenza e lo sfollamento di oltre un milione di persone da tre settimane” ha detto invece il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez.

Gli Stati Uniti impongono sanzioni a otto individui e quattro entità presumibilmente legate a Hamas. Lo ha annunciato il segretario di Stato Antony Blinken.

ORE 13.45

Le Nazioni Unite hanno accusato Israele di commettere crimini di guerra nella Striscia di Gaza avendo messo in atto una ”punizioni collettiva” della popolazione palestinese dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre. ”La punizione collettiva è un crimine di guerra. La punizione collettiva da parte di Israele dell’intera popolazione di Gaza deve fermarsi immediatamente”, ha detto Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. Anche Hamas, spiega l’Agenzia Onu, ha commesso crimini di guerra e atrocità lo scorso 7 ottobre e continua a compirli tenendo in ostaggio civili.

L’Unesco, l’organismo dell’Onu per la Scienza, l’Educazione e la Cultura ha emesso un comunicato in cui chiede “lo stop immediato dei bombardamenti contro le scuole” nonché “la protezione delle strutture educative, che servono spesso da rifugi per la popolazione”. Nel comunicato l’Unesco ricorda che colpire o usare scuole e strutture educative a ” fini militari costituisce una violazione del diritto internazionale”.

Sirene anti missile hanno suonato poco dopo le 14 (le 13 in Italia) a Tel Aviv ed in altre località della zona centrale di Israele oltre che ad Ashdod, una città del sud. A Tel Aviv un razzo ha colpito un edificio ferendo tre persone.

Oggi intanto sono solo 10 i camion carichi di aiuti umanitari che Israele ha fatto entrare nella Striscia di Gaza dall’Egitto dal valico di Rafah.

ORE 12.30

Richard Peeperkorn, responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella Striscia, ha detto che l’agenzia ha ricevuto stime secondo cui circa 1.000 corpi non identificati sono ancora sepolti sotto le macerie di Gaza e non sono ancora inclusi nel bilancio delle vittime.

Il coordinatore generale di Medici Senza Frontiere (MSF) nei territori palestinesi occupati, David Cantero, ha chiesto di mettere fine al “bagno di sangue” provocato dai “bombardamenti indiscriminati” israeliani sulla Striscia di Gaza. .

Il Pentagono ha informato che sta inviando altri 900 militari statunitensi in Medio Oriente che saranno distribuiti in varie basi della regione.

Le forze armate iraniane effettueranno nei prossimi giorni esercitazioni militari su larga scala con veicoli blindati, artiglieria, missili, elicotteri e droni. Le esercitazioni militari dureranno due giorni e si svolgeranno nella provincia di Isfahan, nel centro del paese, ha riferito venerdì l’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione.

ORE 12.00

La nave portaelicotteri francese Tonnerre potrebbe arrivare già nel fine settimana al largo della Striscia di Gaza. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri francese Catherine Colonna in una intervista. Formalmente Parigi ha inviato la nave da guerra per evacuare i 170 cittadini francesi intrappolati nella Striscia di Gaza e per partecipare ad eventuali operazioni di soccorso alla popolazione civile, ma appare chiaro che Macron non vuole lasciare ai soli Stati Uniti la gestione dell’attuale crisi.

Hamas non potrà rilasciare gli ostaggi sequestrati durante l’attacco a Israele del 7 ottobre finché non verrà concordato un cessate il fuoco duraturo. Lo scrive il quotidiano russo Kommersant citando un membro della delegazione di Hamas in visita a Mosca.

Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 1.030 cittadini palestinesi in Cisgiordania dal 7 ottobre. Tra gli arrestati ci sarebbero 670 presunti attivisti di Hamas.

ORE 11,30

Philippe Lazzarini, Commissario generale dell’Unrwa – l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi – stamattina ha tenuto una conferenza stampa presso il quartier generale dell’organizzazione a Gerusalemme. Lazzarini ha confermato che la situazione umanitaria a Gaza è gravissima e che alla popolazione palestinese servono immediatamente ingenti quantità di beni di prima necessità. Agli operatori dell’URNWA a Gaza – ha spiegato Lazzarini – serve il carburante perché altrimenti non sono in grado di continuare l’assistenza della popolazione civile. Il Commissario Generale dell’Urnwa ha detto di non essere a conoscenza di furti di carburante da parte di Hamas ed ha elevato a 57 il numero dei suoi dipendenti palestinesi uccisi dalle bombe israeliane dal 7 ottobre nella Striscia.

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Philippe Lazzarini durante la conferenza stampa

ORE 10,50

Secondo le Nazioni Unite nelle ultime 24 ore gli attacchi israeliani hanno ucciso a Gaza 481 persone, di cui 209 bambini. Ieri un bombardamento ha colpito le aree residenziali di Khan Yunis, con circa 40 morti, e quelli a Rafah, vicino al confine con l’Egitto e zona di arrivo degli aiuti umanitari. Quest’ultimo attacco ha ucciso 12 persone, tra cui cinque bambini.

Ancora un bombardamento su territorio egiziano dopo il missile su Taba lanciato nella notte: secondo l’agenzia Reuters che cita due fonti di sicurezza egiziane, un razzo è caduto nella città egiziana di Nuweiba sul Mar Rosso. Secondo le autorità militari israeliane gli attacchi potrebbero essere partiti dallo Yemen; nei giorni scorsi le milizie sciite Houthi avevano già lasciato dei missili che però erano stati intercettati e abbattuti da alcuni navi statunitensi e dall’Arabia Saudita.

ORE 10

Tre palestinesi sono stati uccisi – e altri 12 feriti – dall’esercito israeliano a Jenin, nel nord della Cisgiordania. Lo ha fatto sapere il direttore dell’ospedale cittadino Wissam Bakr.

Le Nazioni Unite rendono noto che circa 30 mila persone che nei giorni scorsi si erano spostati nel sud della Striscia di Gaza obbedendo alle imposizioni israeliane sono ritornati nel nord del territorio palestinese a causa degli intensi bombardamenti che ci sono anche nel sud del territorio e del sovraffollamento dei rifugi.

Il portavoce militare israeliano Daniel Hagari ha informato questa mattina che gli ostaggi israeliani e stranieri nelle mani di Hamas e di altri gruppi e partiti della resistenza palestinese sono 229.

Re Carlo d’Inghilterra, che è presidente della Croce Rossa Britannica, ha incontrato a Buckingham Palace i responsabili delle associazioni Medical Aid for Palestinians, British Red Cross, Unicef Uk e Christian Aid per discutere della crisi umanitaria a Gaza.

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di Redazione

Pagine Esteri, 27 ottobre 2023 – Durante la notte reparti di fanteria israeliani sono di nuovo penetrati all’interno della Striscia di Gaza accompagnati da un certo numero di carri armati. Con il consueto comunicato stereotipato, i comandi militari di Tel Aviv affermano di aver colpito postazioni e infrastrutture di Hamas senza fare alcun riferimento al tipo di resistenza incontrata e al numero di vittime civili. Non si placano comunque i martellanti bombardamenti da parte dei caccia e dei missili israeliani che hanno ridotto in macerie molte località meridionali palestinesi, distruggendo o danneggiando fortemente finora più del 25% di tutti gli edifici della Striscia di Gaza, compresi ospedali, scuole, moschee, chiese, panetterie, supermercati. Sempre secondo Israele sarebbero stati colpiti «più di 250 obiettivi».

La situazione umanitaria all’interno della Striscia diventa sempre più drammatica: la Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato ieri solo 12 camion di aiuti umanitari sono entrati nel territorio assediato attraverso il valico di Rafah con l’Egitto. Israele continua ad opporsi all’invio di carburante necessario ad azionare le pompe che iniettano acqua potabile nelle condutture e a fornire elettricità alle strutture sanitarie.
Ieri, il ministero della Sanità di Gaza ha pubblicato un documento di 212 pagine con l’elenco di tutti i nomi e i numeri di identificazione dei 7.028 palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani dal 7 ottobre scorso, dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva messo in dubbio l’attendibilità dei bilanci delle vittime forniti dalle autorità della Striscia. Ieri un portavoce di Hamas ha anche affermato che gli attacchi israeliani hanno finora ucciso circa 50 ostaggi.

Sempre stanotte i caccia di Washington hanno bombardato due postazioni delle milizie sciite filoiraniane in Siria, accusate di aver lanciato nei giorni scorsi degli attacchi contro alcune basi militari statunitensi nel nord-est della Siria e in Iraq. Gli attacchi sono stati condotti dagli F-16 nei pressi di Abu Kamal, una città siriana al confine con l’Iraq.

Sei persone invece sono state ferite da un razzo caduto nella notte su Taba, una cittadina egiziana al confine con Israele (che forse era il reale obiettivo del lancio). Alcuni testimoni hanno riferito che il razzo è caduto sulla dependance di un ospedale in questa città sul Mar Rosso, situata all’estremità nord-orientale del Sinai.

Sul fronte politico, i leader dei 27 Stati membri dell’UE hanno chiesto all’unanimità “corridoi umanitari e pause” nei bombardamenti su Gaza per consentire a cibo, acqua e forniture mediche di raggiungere la popolazione palestinese. In un testo di compromesso, concordato dopo ore di discussioni, i capi di Stato e di governo dei 27 hanno dichiarato che l’UE “ribadisce l’importanza di garantire la protezione di tutti i civili in ogni momento in linea con il diritto umanitario internazionale” e che “deplora tutti perdita di vite civili”. Ma nel testo manca ogni riferimento alla richiesta di un cessate il fuoco immediato che invece è richiesto dai paesi arabi, dalla Russia, dalla Cina e da alcuni paesi dell’America Latina. – Pagine Esteri

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LIVE GIORNO 21. Tagliate tutte le comunicazioni a Gaza. Israele lancia l’attacco di terra


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AGGIORNAMENTI

ORE 24

I palestinesi riferiscono di un massacro di 15-20 persone a causa di un raid aereo sul campo profughi di Shate (Gaza city). I feriti sarebbero decine.

ORE 21

E’ in corso un massiccio attacco israeliano di fanteria e mezzi corazzati a Beit Hanoun e altri centri abitati nel centro-nord di Gaza. Vi partecipano anche aerei ed elicotteri e, pare, anche mezzi navali. Hamas da parte sua dice di aver ingaggiato combattimenti a Beit Hanoun e a Est di Burej e, secondo media arabi, avrebbe sparato razzi anticarro contro i carri armati israeliani. Il bombardamento aereo continua intenso. Notizie di civili in fuga verso sud.

ORE 20.30

Immagini mostrano carri armati israeliani avvicinarsi alla recinzione al confine con Gaza. Manifestazioni nella Cisgiordania occupata, a Nablus, Tulkarem, Ramallah e in altre città, dopo il taglio delle comunicazioni a Gaza e l’inizio del bombardamento più violento del conflitto.

L’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che chiede una “tregua umanitaria immediata”.

ORE 19.30

Le forze armate israeliane hanno dichiarato che stanno estendendo l’attacco di terra a Gaza.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha dichiarato di non poter in alcun modo comunicare con la propria sala operativa nella Striscia di Gaza, perché le autorità israeliane hanno tagliato tutte le reti di comunicazione, compresa internet e rete telefonica fissa e mobile. “Questa interruzione non ci consente di portare avanti il servizio di emergenza e di smistare le ambulanze verso i luoghi di emergenza e i feriti negli ospedali”.

ORE 18.35

Lanci di razzi da Gaza verso il centro di Israele. Le autorità israeliane segnalano lanci provenienti anche dal Libano. Sirene antirazzo suonano anche a Tel Aviv.

ORE 18.30

Distrutto il memoriale della giornalista Shireen Abu Akleh, costuito a Jenin, nel luogo in cui è stata uccisa l’11 maggio del 2022. La Federazione internazionale dei giornalisti ha condannato l’atto vandalico e ha chiesto alla Corte penale internazionale di indagare sull’uccisione della giornalista. Al momento è in corso a Gaza un attacco che alcuni media definiscono “il più violento dall’inizio della guerra”. I cellulari hanno perso completamente la linea e anche i più grandi network, come Al Jazeera, non sono in grado di contattare i propri corrispondenti.

ORE 16.30

“Il comando centrale di Hamas è sotto e all’interno dell’ospedale Shifa di Gaza City, il più grande della Striscia. Hamas gestisce la guerra dagli ospedali e usa i civili come scudi umani”. L’incredibile affermazione arriva dal portavoce militare israeliano Daniel Hagari.

Da parte sua il presidente francese Emmanuel Macron, che solo pochi giorni fa aveva espresso totale sostegno a Israele, affermando che Hamas è come l’ISIS, oggi è intervenuto affermando che “Il blocco totale, i bombardamenti indiscriminati e la prospettiva di un’operazione di terra non sono in grado di fornire una protezione sufficiente ai civili palestinesi”. “È cruciale che Israele agisca in modo mirato contro i terroristi” ha detto Macron al termine del Consiglio Europeo. “Penso che sia legittimo chiedersi se Israele viola il diritto internazionale dopo aver visto le immagini, la sofferenza e lo sfollamento di oltre un milione di persone da tre settimane” ha detto invece il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez.

Gli Stati Uniti impongono sanzioni a otto individui e quattro entità presumibilmente legate a Hamas. Lo ha annunciato il segretario di Stato Antony Blinken.

ORE 13.45

Le Nazioni Unite hanno accusato Israele di commettere crimini di guerra nella Striscia di Gaza avendo messo in atto una ”punizioni collettiva” della popolazione palestinese dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre. ”La punizione collettiva è un crimine di guerra. La punizione collettiva da parte di Israele dell’intera popolazione di Gaza deve fermarsi immediatamente”, ha detto Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. Anche Hamas, spiega l’Agenzia Onu, ha commesso crimini di guerra e atrocità lo scorso 7 ottobre e continua a compirli tenendo in ostaggio civili.

L’Unesco, l’organismo dell’Onu per la Scienza, l’Educazione e la Cultura ha emesso un comunicato in cui chiede “lo stop immediato dei bombardamenti contro le scuole” nonché “la protezione delle strutture educative, che servono spesso da rifugi per la popolazione”. Nel comunicato l’Unesco ricorda che colpire o usare scuole e strutture educative a ” fini militari costituisce una violazione del diritto internazionale”.

Sirene anti missile hanno suonato poco dopo le 14 (le 13 in Italia) a Tel Aviv ed in altre località della zona centrale di Israele oltre che ad Ashdod, una città del sud. A Tel Aviv un razzo ha colpito un edificio ferendo tre persone.

Oggi intanto sono solo 10 i camion carichi di aiuti umanitari che Israele ha fatto entrare nella Striscia di Gaza dall’Egitto dal valico di Rafah.

ORE 12.30

Richard Peeperkorn, responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella Striscia, ha detto che l’agenzia ha ricevuto stime secondo cui circa 1.000 corpi non identificati sono ancora sepolti sotto le macerie di Gaza e non sono ancora inclusi nel bilancio delle vittime.

Il coordinatore generale di Medici Senza Frontiere (MSF) nei territori palestinesi occupati, David Cantero, ha chiesto di mettere fine al “bagno di sangue” provocato dai “bombardamenti indiscriminati” israeliani sulla Striscia di Gaza. .

Il Pentagono ha informato che sta inviando altri 900 militari statunitensi in Medio Oriente che saranno distribuiti in varie basi della regione.

Le forze armate iraniane effettueranno nei prossimi giorni esercitazioni militari su larga scala con veicoli blindati, artiglieria, missili, elicotteri e droni. Le esercitazioni militari dureranno due giorni e si svolgeranno nella provincia di Isfahan, nel centro del paese, ha riferito venerdì l’agenzia Tasnim, legata ai Guardiani della Rivoluzione.

ORE 12.00

La nave portaelicotteri francese Tonnerre potrebbe arrivare già nel fine settimana al largo della Striscia di Gaza. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri francese Catherine Colonna in una intervista. Formalmente Parigi ha inviato la nave da guerra per evacuare i 170 cittadini francesi intrappolati nella Striscia di Gaza e per partecipare ad eventuali operazioni di soccorso alla popolazione civile, ma appare chiaro che Macron non vuole lasciare ai soli Stati Uniti la gestione dell’attuale crisi.

Hamas non potrà rilasciare gli ostaggi sequestrati durante l’attacco a Israele del 7 ottobre finché non verrà concordato un cessate il fuoco duraturo. Lo scrive il quotidiano russo Kommersant citando un membro della delegazione di Hamas in visita a Mosca.

Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 1.030 cittadini palestinesi in Cisgiordania dal 7 ottobre. Tra gli arrestati ci sarebbero 670 presunti attivisti di Hamas.

ORE 11,30

Philippe Lazzarini, Commissario generale dell’Unrwa – l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi – stamattina ha tenuto una conferenza stampa presso il quartier generale dell’organizzazione a Gerusalemme. Lazzarini ha confermato che la situazione umanitaria a Gaza è gravissima e che alla popolazione palestinese servono immediatamente ingenti quantità di beni di prima necessità. Agli operatori dell’URNWA a Gaza – ha spiegato Lazzarini – serve il carburante perché altrimenti non sono in grado di continuare l’assistenza della popolazione civile. Il Commissario Generale dell’Urnwa ha detto di non essere a conoscenza di furti di carburante da parte di Hamas ed ha elevato a 57 il numero dei suoi dipendenti palestinesi uccisi dalle bombe israeliane dal 7 ottobre nella Striscia.

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Philippe Lazzarini durante la conferenza stampa

ORE 10,50

Secondo le Nazioni Unite nelle ultime 24 ore gli attacchi israeliani hanno ucciso a Gaza 481 persone, di cui 209 bambini. Ieri un bombardamento ha colpito le aree residenziali di Khan Yunis, con circa 40 morti, e quelli a Rafah, vicino al confine con l’Egitto e zona di arrivo degli aiuti umanitari. Quest’ultimo attacco ha ucciso 12 persone, tra cui cinque bambini.

Ancora un bombardamento su territorio egiziano dopo il missile su Taba lanciato nella notte: secondo l’agenzia Reuters che cita due fonti di sicurezza egiziane, un razzo è caduto nella città egiziana di Nuweiba sul Mar Rosso. Secondo le autorità militari israeliane gli attacchi potrebbero essere partiti dallo Yemen; nei giorni scorsi le milizie sciite Houthi avevano già lasciato dei missili che però erano stati intercettati e abbattuti da alcuni navi statunitensi e dall’Arabia Saudita.

ORE 10

Tre palestinesi sono stati uccisi – e altri 12 feriti – dall’esercito israeliano a Jenin, nel nord della Cisgiordania. Lo ha fatto sapere il direttore dell’ospedale cittadino Wissam Bakr.

Le Nazioni Unite rendono noto che circa 30 mila persone che nei giorni scorsi si erano spostati nel sud della Striscia di Gaza obbedendo alle imposizioni israeliane sono ritornati nel nord del territorio palestinese a causa degli intensi bombardamenti che ci sono anche nel sud del territorio e del sovraffollamento dei rifugi.

Il portavoce militare israeliano Daniel Hagari ha informato questa mattina che gli ostaggi israeliani e stranieri nelle mani di Hamas e di altri gruppi e partiti della resistenza palestinese sono 229.

Re Carlo d’Inghilterra, che è presidente della Croce Rossa Britannica, ha incontrato a Buckingham Palace i responsabili delle associazioni Medical Aid for Palestinians, British Red Cross, Unicef Uk e Christian Aid per discutere della crisi umanitaria a Gaza.

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di Redazione

Pagine Esteri, 27 ottobre 2023 – Durante la notte reparti di fanteria israeliani sono di nuovo penetrati all’interno della Striscia di Gaza accompagnati da un certo numero di carri armati. Con il consueto comunicato stereotipato, i comandi militari di Tel Aviv affermano di aver colpito postazioni e infrastrutture di Hamas senza fare alcun riferimento al tipo di resistenza incontrata e al numero di vittime civili. Non si placano comunque i martellanti bombardamenti da parte dei caccia e dei missili israeliani che hanno ridotto in macerie molte località meridionali palestinesi, distruggendo o danneggiando fortemente finora più del 25% di tutti gli edifici della Striscia di Gaza, compresi ospedali, scuole, moschee, chiese, panetterie, supermercati. Sempre secondo Israele sarebbero stati colpiti «più di 250 obiettivi».

La situazione umanitaria all’interno della Striscia diventa sempre più drammatica: la Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato ieri solo 12 camion di aiuti umanitari sono entrati nel territorio assediato attraverso il valico di Rafah con l’Egitto. Israele continua ad opporsi all’invio di carburante necessario ad azionare le pompe che iniettano acqua potabile nelle condutture e a fornire elettricità alle strutture sanitarie.
Ieri, il ministero della Sanità di Gaza ha pubblicato un documento di 212 pagine con l’elenco di tutti i nomi e i numeri di identificazione dei 7.028 palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani dal 7 ottobre scorso, dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva messo in dubbio l’attendibilità dei bilanci delle vittime forniti dalle autorità della Striscia. Ieri un portavoce di Hamas ha anche affermato che gli attacchi israeliani hanno finora ucciso circa 50 ostaggi.

Sempre stanotte i caccia di Washington hanno bombardato due postazioni delle milizie sciite filoiraniane in Siria, accusate di aver lanciato nei giorni scorsi degli attacchi contro alcune basi militari statunitensi nel nord-est della Siria e in Iraq. Gli attacchi sono stati condotti dagli F-16 nei pressi di Abu Kamal, una città siriana al confine con l’Iraq.

Sei persone invece sono state ferite da un razzo caduto nella notte su Taba, una cittadina egiziana al confine con Israele (che forse era il reale obiettivo del lancio). Alcuni testimoni hanno riferito che il razzo è caduto sulla dependance di un ospedale in questa città sul Mar Rosso, situata all’estremità nord-orientale del Sinai.

Sul fronte politico, i leader dei 27 Stati membri dell’UE hanno chiesto all’unanimità “corridoi umanitari e pause” nei bombardamenti su Gaza per consentire a cibo, acqua e forniture mediche di raggiungere la popolazione palestinese. In un testo di compromesso, concordato dopo ore di discussioni, i capi di Stato e di governo dei 27 hanno dichiarato che l’UE “ribadisce l’importanza di garantire la protezione di tutti i civili in ogni momento in linea con il diritto umanitario internazionale” e che “deplora tutti perdita di vite civili”. Ma nel testo manca ogni riferimento alla richiesta di un cessate il fuoco immediato che invece è richiesto dai paesi arabi, dalla Russia, dalla Cina e da alcuni paesi dell’America Latina. – Pagine Esteri

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La Cina al centro


La Cina al centro scarpari
Un’ideologia imperiale durata 2000 anni, un leader autoritario – Xi Jinping – che la ripropone per spostare il baricentro della leadership mondiale da Washington a Pechino e sovvertire l’attuale ordine globale. Ma il realizzarsi di queste ambizioni richiede qualcosa che la Cina di oggi non è in grado di esprimere: quella forza di attrazione che solo una cultura fondata sulla ...

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In Cina e Asia – Morto improvvisamente l’ex premier cinese Li Keqiang


In Cina e Asia – Morto improvvisamente l’ex premier cinese Li Keqiang li keqiang
I titoli di oggi:

Morto improvvisamente l'ex premier cinese Li Keqiang
Cina-Usa: Wang Yi incontra Blinken
Cina e Russia pronte a "rafforzare la cooperazione verso una nuova era" delle relazioni bilaterali
Cina: il Partito rafforza il controllo sul settore finanziario e sul flusso di dati
La Cina sta accelerando la sostituzione della tecnologia occidentale con quella prodotta "in casa"
Bloomberg: i chip del Mate 60 Pro di Huawei sono stati prodotti con macchinari dell'olandese ASML

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In Cina e Asia – Xi spera che Cina e Usa collaborino per il reciproco progresso


In Cina e Asia – Xi spera che Cina e Usa collaborino per il reciproco progresso xi biden usa cina
I titoli di oggi: Xi spera che Cina e Usa collaborino per il reciproco progresso La Cina vara una norma per rafforzare l’educazione patriottica In Cina debutta una nuova generazione di astronauti La Cina ha varato i primi sottomarini con lanciamissili a propulsione nucleare Pechino rafforza i rapporti diplomatici con la Colombia Per la Corte suprema giapponese è incostituzionale la ...

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In Cina e Asia – China rich list, ecco chi sono i miliardari cinesi del 2023


In Cina e Asia – China rich list, ecco chi sono i miliardari cinesi del 2023 rich list
li di oggi:

China rich list, ecco chi sono i miliardari cinesi del 2023
Cina, Li Shangfu rimosso dall'incarico di ministro della Difesa
Cina, Xi alla Banca centrale mentre viene nominato il nuovo ministro delle Finanze
Conflitto Israele-Hamas, Wang al telefono
Corea del Sud, sequestrata nave con presunti defectors a bordo
Hong Kong, Lee promette "nuove leggi per la sicurezza"
Indonesia, Prabowo è ufficialmente candidato alla presidenza

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Africa rossa – Il terzo Belt and Road forum e la risposta dell’Occidente


Africa rossa – Il terzo Belt and Road forum e la risposta dell’Occidente BRI
L’Ue corteggia l’Africa all’indomani del Belt and Road Forum. Il debito africano aumenta e gli investimenti cinesi calano. L’ideologia torna al centro dell’agenda estera cinese, mentre Pechino punta a sviluppare settori più sostenibili e a minore intensità di capitale – non senza incappare in qualche incidente di percorso. Un bilancio delle relazioni tra la Cina e il continente africano nell’ultima ...

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CINA. Rimosso il ministro della difesa


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Pagine Esteri, 24 ottobre 2023. Il Ministro cinese delle Difesa Li Shangfu è stato rimosso dal suo incarico.

Shangfu, nominato lo scorso marzo, non si vedeva in pubblico dal mese di agosto.

È il secondo ministro a perdere il lavoro negli ultimi mesi, dopo la cacciata dell’ex Ministro degli Esteri Qing Gang.

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Qing Gang, ex Ministro cinese degli Affari Esteri

Xi Jin Ping sta portando avanti una sorta di campagna di rafforzamento della sicurezza nazionale che sta causando sconvolgimenti ai livelli più alti di leadership del Paese.

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In Cina e Asia – Wang Yi atteso negli Usa per preparare l’incontro tra Biden e Xi


In Cina e Asia – Wang Yi atteso negli Usa per preparare l’incontro tra Biden e Xi usa
I titoli di oggi:

Wang Yi atteso negli Usa per preparare l'incontro tra Biden e Xi
La Cina è pronta a dominare il deep sea mining?

L' "altra metà del Cielo" nella famiglia tradizionale di Xi
Cina, censurato un libro sui fallimenti dell’ultimo imperatore Ming

Giappone, il premier promette misure economiche per combattere l’inflazione
Contro spionaggio e minacce alla sicurezza: la Cina prende di mira le aziende private
Cina e Bhutan verso una distensione dei rapporti “il prima possibile”

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Taiwan: Xi vara un piano d’integrazione che sa di inglobamento


Taiwan: Xi vara un piano d’integrazione che sa di inglobamento taiwan
Il mondo si concentra quasi esclusivamente sulle esercitazioni militari e le manovre di jet e navi sullo Stretto, ma c'è molto di più. Il Partito comunista non ha ancora abbandonato l'idea di una possibile "riunificazione" ("unificazione", secondo Taipei) pacifica. Qualche settimana fa, il Comitato centrale del Partito comunista cinese e il Consiglio di Stato hanno pubblicato congiuntamente un documento di pianificazione contenente 21 punti specifici per trasformare la provincia del Fujian in una zona dimostrativa per lo “sviluppo integrato” con Taiwan.

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In Cina e Asia – Avviate indagini sulla Foxconn: possibile impatto su Taiwan e Usa


In Cina e Asia – Avviate indagini sulla Foxconn: possibile impatto su Taiwan e Usa 9930821
I titoli di oggi:

-Cina, indagini sulla Foxconn: possibile impatto su Taiwan e Usa
-Collisioni tra navi filippine e cinesi nel Mar cinese meridionale
-Summit Usa-Ue, la Cina tra i temi più discussi del vertice
-Pechino studia le sanzioni Usa contro la Russia negli scenari sull'invasione di Taiwan
-Nato, la relazione Cina-Russia è un "rischio per la sicurezza dell'Artico"
-La Cina estende le restrizioni all'esportazione di grafite
-Sicurezza alimentare, la Cina apre alla coltivazione di nuove varietà OGM di mais e soia
-Indonesia, Prabowo sceglie il figlio di Widodo come candidato alla vicepresidenza
-Corea del Sud, a un anno dalla strage di Itaewon ancora dubbi sui festeggiamenti di Halloween 2023

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Alla moschea di Taipei, solidarietà con il popolo palestinese


Alla moschea di Taipei, solidarietà con il popolo palestinese 9929588
L'iniziativa dal basso. Il governo di Taiwan schierato con decisione con Tel Aviv. Gli organizzatori: "Hamas non rappresenta tutti i musulmani, né tutti i palestinesi". Il racconto da Taipei

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Allarme nel Caucaso: l’Azerbaigian sta per invadere l’Armenia?


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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 20 ottobre 2023La riconquista da parte dell’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh, enclave armena che dopo 30 anni ha cessato di essere una repubblica di fatto indipendente da Baku lo scorso 20 settembre, non sembra aver riportato la calma nella regione, anzi.

Dagli USA voci di una imminente invasione
Secondo il quotidiano “Politico”, a inizio ottobre il segretario di Stato americano Antony Blinken avrebbe avvisato un piccolo gruppo di parlamentari sulla possibilità che l’Azerbaigian proceda presto ad un’invasione dell’Armenia. L’amministrazione Biden ha smentito, ma poi il portavoce del Dipartimento di Stato, Matthew Miller, ha avvisato Baku sulle «gravi conseguenze» derivanti la violazione dell’integrità territoriale armena.
Di nuovo, rispetto all’allarme lanciato da Blinken, c’è ora che il regime di Ilham Aliyev potrebbe approfittare della crisi mediorientale per portare a termine, impunito, un obiettivo strategico di Baku: l’occupazione del sud dell’Armenia.
In numerose occasioni lo stesso dittatore azero ha definito la provincia meridionale armena di Syunik come “Zangezur occidentale”, reclamandone la sovranità. Lo stesso ha fatto a proposito della capitale armena Erevan, definita in realtà «una città storicamente azera».

Aliyev issa la bandiera azera sull’Artsakh
Dopo che le sue truppe hanno sbaragliato le difese della Repubblica di Artsakh in appena 24 ore, decretando la fine della plurisecolare presenza armena nella regione e la precipitosa fuga di più di 100 mila abitanti terrorizzati dalla possibile pulizie etnica, il 15 ottobre il leader azero si è recato a Stepanakert, l’ex capitale del Nagorno-Karabakh ridotta ormai a città fantasma. Nella ribattezzata Khankendi, Aliyev ha issato la bandiera azera e calpestato quella armena, radioso per la vittoria che, ha spiegato, ha esaudito un desiderio coltivato per 20 anni, cioè da quando sostituì il padre Heydar alla guida del regime.

Una “grande Turchia” dal Mediterraneo alla Cina
Ora Baku sembrerebbe voler approfittare del contesto internazionale e dell’estrema debolezza dell’Armenia per invaderla, occupandone i territori meridionali; otterrebbe così la continuità territoriale con il Nakhchivan, provincia azera che sorge ad ovest del territorio armeno, per raggiungere il quale da decenni i convogli in partenza da Baku devono attraversare il nord dell’Iran, paese con il quale l’Azerbaigian ha rapporti non proprio idilliaci.
L’Iraninfatti, che pure si è tenuta fuori dal conflitto azero-armeno, teme assai la possibile continuità territoriale che proietterebbe l’influenza economica, politica e militare turca fino all’Asia centrale costellata di ex repubbliche sovietiche turcofone e fino al cosiddetto “Turkestan orientale”, cioè la regione cinese dello Xinjiang abitata dagli Uiguri musulmani, bypassando completamente Russia e Iran.
Inoltre Teheran rimprovera ad Aliyev la sua alleanza con Israele e la concessione a Tel Aviv di alcune basi, in territorio azero, dalle quali gli israeliani spiano l’Iran. Da tempo Israele fornisce quasi il 70% delle armi acquistate dall’Azerbaigian, che in cambio fornisce a Tel Aviv il 40% degli idrocarburi importati. Nel frattempo Baku caldeggia un avvicinamento ulteriore tra la Turchia – il principale sponsor dell’espansionismo azerbaigiano – e Israele, che però proprio in questi giorni il massacro dei palestinesi di Gaza da parte di Tsahal mette a dura prova.
Per tentare di dissuadere Aliyev dall’aggredire Erevan, Teheran negli ultimi mesi ha tentato di intavolare con Baku una trattativa per la normalizzazione quantomeno delle relazioni commerciali, promettendo una via più rapida per le merci e gli idrocarburi azeri nel loro transito verso ovest attraverso il territorio iraniano. Aliyev non sembra tirarsi indietro.

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Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdogan

Continue minacce all’Armenia
Però al tempo stesso il regime azero continua a mandare messaggi aggressivi all’Armenia, accusata di ostacolare la continuità territoriale con il Nakhchivan e di continuare ad occupare 8 villaggi azeri, che si trovano in 5 piccole exclave azerbaigiane in territorio armeno.
In realtà l’Azerbaigian occupa 215 chilometri quadrati di territori strappati alla Repubblica di Armenia, per la maggior parte nell’aggressione militare condotta contro Erevan nel settembre 2022, quando si impossessò di alture strategiche che consentirebbero alle truppe di Baku di bersagliare obiettivi armeni anche a grande distanza.
Mentre a Baku, sostengono alcuni analisti che monitorano i cieli, continuano ad arrivare cargo israeliani carichi di armi di ultima generazione, le truppe armene dispongono di difese obsolete. Difficilmente la promessa di Macron di inviare armi a Erevan – ammesso che si concretizzi – cambierà di molto i rapporti di forza.

Erevan e Mosca sempre più distanti
Mosca, da parte sua, ha da tempo mollato l’Armenia, avamposto cristiano nel Caucaso islamico ormai abbandonata al suo destino in virtù di vari fattori. Da una parte la volontà di punire il governo di Nikol Pashinyan, filoccidentale e ulteriormente avvicinatosi a Washington e Bruxelles dopo che nel 2020 la Russia si era ben guardata dal bloccare l’aggressione militare azera che condusse alla perdita, da parte dell’Artsakh, della maggior parte dei territori conquistati negli anni ’90. Ora ci si è messa anche l’adesione alla Corte Penale Internazionale – che Pashinyan afferma di voler utilizzare per denunciare i crimini di guerra azeri – ad allontanare i due paesi. All’ultima riunione della CSI (la Confederazione degli Stati Indipendenti guidata da Mosca) Pashinyan non si è fatto vedere. Per tutta risposta la Russia blocca da settimane le merci armene dirette all’interno della Federazione e accampa scuse per non consegnare a Erevan armi che gli armeni hanno già pagato, per quanto a prezzo di favore, in quanto entrambi i paesi aderiscono al Trattato per la Sicurezza Collettiva dal quale però Pashinyan si è ormai di fatto ritirato visto l’immobilismo dell’alleanza militare nei confronti dell’aggressività azera.

L’alleanza tra Russia e Azerbaigian
Dissidi politici a parte, inoltre, Mosca non vuole inimicarsi la Turchia, con la quale negli ultimi anni ha intavolato una altalenante ma utile relazione che accentua la già consistente distanza tra Erdogan e l’Alleanza Atlantica. Per non parlare poi degli interessi economici e commerciali della Russia in Azerbaigian in un momento delicato come quello venutosi a creare dopo l’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni prima che le truppe di Mosca violassero i confini di Kiev, Russia e Azerbaigian hanno firmato un importante trattato politico-militareallargato poi al fronte energetico: l’Azerbaigian acquista già ingenti quantità di gas russo – potendo così destinare all’esportazione quello estratto in patria – e presto farà lo stesso con il petrolio, consentendo a Mosca di aggirare l’embargo sugli idrocarburi decretato da UE e USA.

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Profughi armeni in fuga dal Nagorno-Karabakh

L’Armenia rischia il tracollo
Se davvero Aliyev decidesse di infliggere a Erevan un ulteriore colpo invadendo il paese e occupandone le regioni meridionali, l’Armenia potrebbe opporre davvero una flebile resistenza, non potendo contare né su ingenti risorse economiche utili a riempire gli arsenali né su alleati internazionali di peso disponibili a mettersi di traverso.
Nelle ultime settimane sia l’amministrazione Biden sia il governo francese sia i dirigenti delle istituzioni europee hanno aumentato la pressione su Baku affinché desista dai bellicosi propositi. Washington, ad esempio, ha sospeso il rinnovo della deroga che le consente di eludere il Freedom Support Act, provvedimento che impedirebbe di fornire aiuti militari all’Azerbaigian aggirato sistematicamente dal 2002.
Ma la finestra apertasi dopo la sconfitta dell’Artsakh e l’esplosione delle crisi in Ucraina e Palestina, potrebbe rappresentare un’occasione davvero troppo ghiotta per convincere Erdogan e Aliyev a rinunciare ad una vittoria che cambierebbe in maniera netta gli equilibri politici, economici e militari di tutto il Caucaso.
Sarebbe una catastrofe per l’Armenia che potrebbe addirittura collassare come paese. Ma anche per Putin, che pure negli ultimi anni non ha voluto e potuto intervenire per bloccare le pretese dell’alleato azero, si tratterebbe di un colpo significativo alla sua influenza nel Caucaso, dove l’egemonia di Turchia e Azerbaigian diventerebbe difficile da contrastare.

Per ora i vari attori internazionali fanno qualche timido passo: Parigi ha annunciato che aprirà presto un ufficio dell’addetto militare a Erevan e un consolato a Syunik, unendosi così a Iran e Russia. Ma nessun paese, da oriente a occidente, ha finora imposto sanzioni a Baku, anche se il parlamento europeo ha approvato nei giorni scorsi una risoluzione in tal senso.
Intanto le truppe azere, il 23 e 24 ottobre, hanno in programma esercitazioni congiunte con alcuni reparti dell’esercito turco in Nakhchivan e nel Nagorno-Karabakh. – Pagine Esteri

9893939* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 20 ottobre 2023La riconquista da parte dell’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh, enclave armena che dopo 30 anni ha cessato di essere una repubblica di fatto indipendente da Baku lo scorso 20 settembre, non sembra aver riportato la calma nella regione, anzi.

Dagli USA voci di una imminente invasione
Secondo il quotidiano “Politico”, a inizio ottobre il segretario di Stato americano Antony Blinken avrebbe avvisato un piccolo gruppo di parlamentari sulla possibilità che l’Azerbaigian proceda presto ad un’invasione dell’Armenia. L’amministrazione Biden ha smentito, ma poi il portavoce del Dipartimento di Stato, Matthew Miller, ha avvisato Baku sulle «gravi conseguenze» derivanti la violazione dell’integrità territoriale armena.
Di nuovo, rispetto all’allarme lanciato da Blinken, c’è ora che il regime di Ilham Aliyev potrebbe approfittare della crisi mediorientale per portare a termine, impunito, un obiettivo strategico di Baku: l’occupazione del sud dell’Armenia.
In numerose occasioni lo stesso dittatore azero ha definito la provincia meridionale armena di Syunik come “Zangezur occidentale”, reclamandone la sovranità. Lo stesso ha fatto a proposito della capitale armena Erevan, definita in realtà «una città storicamente azera».

Aliyev issa la bandiera azera sull’Artsakh
Dopo che le sue truppe hanno sbaragliato le difese della Repubblica di Artsakh in appena 24 ore, decretando la fine della plurisecolare presenza armena nella regione e la precipitosa fuga di più di 100 mila abitanti terrorizzati dalla possibile pulizie etnica, il 15 ottobre il leader azero si è recato a Stepanakert, l’ex capitale del Nagorno-Karabakh ridotta ormai a città fantasma. Nella ribattezzata Khankendi, Aliyev ha issato la bandiera azera e calpestato quella armena, radioso per la vittoria che, ha spiegato, ha esaudito un desiderio coltivato per 20 anni, cioè da quando sostituì il padre Heydar alla guida del regime.

Una “grande Turchia” dal Mediterraneo alla Cina
Ora Baku sembrerebbe voler approfittare del contesto internazionale e dell’estrema debolezza dell’Armenia per invaderla, occupandone i territori meridionali; otterrebbe così la continuità territoriale con il Nakhchivan, provincia azera che sorge ad ovest del territorio armeno, per raggiungere il quale da decenni i convogli in partenza da Baku devono attraversare il nord dell’Iran, paese con il quale l’Azerbaigian ha rapporti non proprio idilliaci.
L’Iraninfatti, che pure si è tenuta fuori dal conflitto azero-armeno, teme assai la possibile continuità territoriale che proietterebbe l’influenza economica, politica e militare turca fino all’Asia centrale costellata di ex repubbliche sovietiche turcofone e fino al cosiddetto “Turkestan orientale”, cioè la regione cinese dello Xinjiang abitata dagli Uiguri musulmani, bypassando completamente Russia e Iran.
Inoltre Teheran rimprovera ad Aliyev la sua alleanza con Israele e la concessione a Tel Aviv di alcune basi, in territorio azero, dalle quali gli israeliani spiano l’Iran. Da tempo Israele fornisce quasi il 70% delle armi acquistate dall’Azerbaigian, che in cambio fornisce a Tel Aviv il 40% degli idrocarburi importati. Nel frattempo Baku caldeggia un avvicinamento ulteriore tra la Turchia – il principale sponsor dell’espansionismo azerbaigiano – e Israele, che però proprio in questi giorni il massacro dei palestinesi di Gaza da parte di Tsahal mette a dura prova.
Per tentare di dissuadere Aliyev dall’aggredire Erevan, Teheran negli ultimi mesi ha tentato di intavolare con Baku una trattativa per la normalizzazione quantomeno delle relazioni commerciali, promettendo una via più rapida per le merci e gli idrocarburi azeri nel loro transito verso ovest attraverso il territorio iraniano. Aliyev non sembra tirarsi indietro.

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Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdogan

Continue minacce all’Armenia
Però al tempo stesso il regime azero continua a mandare messaggi aggressivi all’Armenia, accusata di ostacolare la continuità territoriale con il Nakhchivan e di continuare ad occupare 8 villaggi azeri, che si trovano in 5 piccole exclave azerbaigiane in territorio armeno.
In realtà l’Azerbaigian occupa 215 chilometri quadrati di territori strappati alla Repubblica di Armenia, per la maggior parte nell’aggressione militare condotta contro Erevan nel settembre 2022, quando si impossessò di alture strategiche che consentirebbero alle truppe di Baku di bersagliare obiettivi armeni anche a grande distanza.
Mentre a Baku, sostengono alcuni analisti che monitorano i cieli, continuano ad arrivare cargo israeliani carichi di armi di ultima generazione, le truppe armene dispongono di difese obsolete. Difficilmente la promessa di Macron di inviare armi a Erevan – ammesso che si concretizzi – cambierà di molto i rapporti di forza.

Erevan e Mosca sempre più distanti
Mosca, da parte sua, ha da tempo mollato l’Armenia, avamposto cristiano nel Caucaso islamico ormai abbandonata al suo destino in virtù di vari fattori. Da una parte la volontà di punire il governo di Nikol Pashinyan, filoccidentale e ulteriormente avvicinatosi a Washington e Bruxelles dopo che nel 2020 la Russia si era ben guardata dal bloccare l’aggressione militare azera che condusse alla perdita, da parte dell’Artsakh, della maggior parte dei territori conquistati negli anni ’90. Ora ci si è messa anche l’adesione alla Corte Penale Internazionale – che Pashinyan afferma di voler utilizzare per denunciare i crimini di guerra azeri – ad allontanare i due paesi. All’ultima riunione della CSI (la Confederazione degli Stati Indipendenti guidata da Mosca) Pashinyan non si è fatto vedere. Per tutta risposta la Russia blocca da settimane le merci armene dirette all’interno della Federazione e accampa scuse per non consegnare a Erevan armi che gli armeni hanno già pagato, per quanto a prezzo di favore, in quanto entrambi i paesi aderiscono al Trattato per la Sicurezza Collettiva dal quale però Pashinyan si è ormai di fatto ritirato visto l’immobilismo dell’alleanza militare nei confronti dell’aggressività azera.

L’alleanza tra Russia e Azerbaigian
Dissidi politici a parte, inoltre, Mosca non vuole inimicarsi la Turchia, con la quale negli ultimi anni ha intavolato una altalenante ma utile relazione che accentua la già consistente distanza tra Erdogan e l’Alleanza Atlantica. Per non parlare poi degli interessi economici e commerciali della Russia in Azerbaigian in un momento delicato come quello venutosi a creare dopo l’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni prima che le truppe di Mosca violassero i confini di Kiev, Russia e Azerbaigian hanno firmato un importante trattato politico-militareallargato poi al fronte energetico: l’Azerbaigian acquista già ingenti quantità di gas russo – potendo così destinare all’esportazione quello estratto in patria – e presto farà lo stesso con il petrolio, consentendo a Mosca di aggirare l’embargo sugli idrocarburi decretato da UE e USA.

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Profughi armeni in fuga dal Nagorno-Karabakh

L’Armenia rischia il tracollo
Se davvero Aliyev decidesse di infliggere a Erevan un ulteriore colpo invadendo il paese e occupandone le regioni meridionali, l’Armenia potrebbe opporre davvero una flebile resistenza, non potendo contare né su ingenti risorse economiche utili a riempire gli arsenali né su alleati internazionali di peso disponibili a mettersi di traverso.
Nelle ultime settimane sia l’amministrazione Biden sia il governo francese sia i dirigenti delle istituzioni europee hanno aumentato la pressione su Baku affinché desista dai bellicosi propositi. Washington, ad esempio, ha sospeso il rinnovo della deroga che le consente di eludere il Freedom Support Act, provvedimento che impedirebbe di fornire aiuti militari all’Azerbaigian aggirato sistematicamente dal 2002.
Ma la finestra apertasi dopo la sconfitta dell’Artsakh e l’esplosione delle crisi in Ucraina e Palestina, potrebbe rappresentare un’occasione davvero troppo ghiotta per convincere Erdogan e Aliyev a rinunciare ad una vittoria che cambierebbe in maniera netta gli equilibri politici, economici e militari di tutto il Caucaso.
Sarebbe una catastrofe per l’Armenia che potrebbe addirittura collassare come paese. Ma anche per Putin, che pure negli ultimi anni non ha voluto e potuto intervenire per bloccare le pretese dell’alleato azero, si tratterebbe di un colpo significativo alla sua influenza nel Caucaso, dove l’egemonia di Turchia e Azerbaigian diventerebbe difficile da contrastare.

Per ora i vari attori internazionali fanno qualche timido passo: Parigi ha annunciato che aprirà presto un ufficio dell’addetto militare a Erevan e un consolato a Syunik, unendosi così a Iran e Russia. Ma nessun paese, da oriente a occidente, ha finora imposto sanzioni a Baku, anche se il parlamento europeo ha approvato nei giorni scorsi una risoluzione in tal senso.
Intanto le truppe azere, il 23 e 24 ottobre, hanno in programma esercitazioni congiunte con alcuni reparti dell’esercito turco in Nakhchivan e nel Nagorno-Karabakh. – Pagine Esteri

9894195* Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive, tra le altre cose, di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria.

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