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Claude AI’s Shared Chat Links Briefly Turned Up in Google Search, Exposing Private Conversations
#CyberSecurity
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Inside the Pro-Iran Hacktivist Coalition Racing to Mobilize During the US-Iran Conflict
#CyberSecurity
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AI-Powered Pentest Uncovers Eight Security Holes in Popular NodeBB Forum Software
#CyberSecurity
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PHP-FPM: perché pm static batte dynamic e ondemand sui server ad alto traffico
#tech
spcnet.it/php-fpm-perche-pm-st…
@informatica


PHP-FPM: perché pm static batte dynamic e ondemand sui server ad alto traffico


Il process manager sbagliato è spesso il vero collo di bottiglia di PHP


Quando un’applicazione PHP inizia a rallentare sotto traffico reale, la prima cosa che si tende a ottimizzare è il codice: query più efficienti, cache applicativa, opcache. Tutte cose giuste, ma c’è un parametro a monte che viene sistematicamente sottovalutato e che, su un server con traffico costante, può pesare quanto tutto il resto messo insieme: il process manager (PM) di PHP-FPM.

La quasi totalità delle installazioni lascia pm impostato su dynamic, il valore di default, oppure viene consigliato di passare a ondemand quando la memoria disponibile è scarsa. Per un server che riceve traffico costante e prevedibile, però, esiste una terza opzione quasi sempre trascurata: pm = static. In questo articolo vediamo perché, come calcolare i parametri corretti e in quali scenari conviene davvero.

Le tre modalità del process manager


PHP-FPM gestisce un pool di processi worker che eseguono lo script PHP per ogni richiesta. Il parametro pm nel file di configurazione del pool decide come questi worker vengono creati e distrutti nel tempo:

  • dynamic: il numero di processi figli varia dinamicamente in base a pm.max_children, pm.start_servers, pm.min_spare_servers e pm.max_spare_servers. All’avvio del servizio vengono lanciati pm.start_servers worker, poi il pool si espande e si contrae seguendo il carico.
  • ondemand: i processi vengono avviati solo quando arriva una richiesta, invece di essere già pronti all’avvio del servizio come accade con dynamic. Ottimo per il risparmio di memoria, meno per la latenza sul primo hit.
  • static: il numero di processi figli è fisso, determinato unicamente da pm.max_children. Nessuna logica di scaling: i worker vengono creati all’avvio e restano attivi.

La documentazione ufficiale di PHP elenca tutte le direttive globali di php-fpm.conf, ma la scelta tra queste tre modalità è più una questione di architettura del server che di singola direttiva.

Un parallelo utile: il governor della CPU


Chiunque abbia mai armeggiato con le impostazioni di risparmio energetico della CPU (CPUFreq governor, presenti sia su *nix che su Windows) riconoscerà lo stesso identico compromesso:

  • ondemand: scala la frequenza dinamicamente in base al carico corrente, saltando rapidamente alla frequenza massima per poi scendere durante i periodi di inattività.
  • conservative: scala la frequenza in modo più graduale rispetto a ondemand.
  • performance: mantiene sempre la CPU alla frequenza massima.

Il compromesso è lo stesso che si ritrova in PHP-FPM: un’impostazione privilegia la reattività immediata, le altre il risparmio di risorse durante i periodi di inattività. Con il governor performance, i core mantengono la frequenza massima invece di scalare verso il basso in idle: è un boost di prestazioni relativamente sicuro, il cui costo dipende quasi solo dai limiti termici della CPU. Lo stesso principio, applicato ai processi PHP-FPM invece che ai cicli di clock, è ciò che rende pm = static efficace su un server sotto carico costante.

Usare pm static per il massimo delle prestazioni


L’impostazione pm = static dipende fortemente dalla memoria libera disponibile sul server. Se la memoria è scarsa, ondemand o dynamic restano scelte più sicure. Se invece la memoria è disponibile, static elimina gran parte dell’overhead di gestione del pool impostando il numero di worker al massimo che il server può sostenere.

In pratica, pm.max_children con static va calcolato come il numero massimo di processi PHP-FPM che possono girare senza generare pressione sulla memoria disponibile o sulla cache del sistema, e senza saturare le CPU con una coda di operazioni PHP-FPM in attesa.

Un caso reale: un server con 32 GB di RAM installata, pm = static e pm.max_children = 100, usa un massimo di circa 10 GB. Anche con circa 200 utenti attivi negli ultimi 60 secondi (dato preso da Google Analytics), circa il 70% dei worker PHP-FPM resta idle. Questo è precisamente il punto: PHP-FPM lavora sempre alla capacità massima configurata, indipendentemente dal traffico istantaneo, e i worker idle restano pronti a rispondere immediatamente ai picchi di traffico invece di dover attendere che il process manager ne generi di nuovi (e poi li termini dopo che pm.process_idle_timeout scade).

Calcolare pm.max_children, non indovinarlo


Il passaggio più importante, spesso saltato, è misurare invece di stimare a occhio. Prima si misura la dimensione media residente (RSS) di un worker PHP-FPM sotto carico reale:

ps --no-headers -o rss -C php-fpm | awk '{ sum += $1; n++ } END { print sum/n/1024 " MB" }'

A questo punto si divide la memoria che si è disposti a dedicare a PHP-FPM per questo valore medio. Se un worker occupa in media 60 MB e si vogliono allocare 6 GB a PHP-FPM, il calcolo è circa pm.max_children = 100 (6144 / 60). È fondamentale lasciare margine per il sistema operativo, il web server e il database: non va mai assegnata a PHP-FPM tutta la RAM fisica disponibile.

Da qui si procede per iterazioni: si testa sotto carico reale e si affina il valore osservando uso di memoria, utilizzo CPU e tempi di risposta. Con pm = static, poiché i worker restano già residenti in memoria, i picchi di traffico si traducono in picchi di carico e CPU molto più contenuti, e le medie restano più stabili nel tempo.

Per monitorare i processi attivi in tempo reale si può usare top filtrato per utente:

top -bn1 | grep php-fpm

Impostando anche pm.max_requests a un valore alto (o a 0 per disabilitare il riavvio periodico dei worker) si evita ulteriore overhead di gestione, ma questa scelta ha senso solo su un server di produzione senza memory leak noti negli script PHP. In generale conviene comunque impostare un valore alto ma finito, ad esempio pm.max_requests = 1000, per garantire un riavvio periodico dei worker senza reintrodurre overhead significativo.

Quando usare ondemand e dynamic invece di static


Con pm = dynamic capita spesso di incontrare un warning simile a questo nei log:

WARNING: [pool xxxx] seems busy (you may need to increase pm.start_servers,
or pm.min/max_spare_servers), spawning 32 children, there are 4 idle,
and 59 total children

Il consiglio più comune, in questi casi, è passare a ondemand. Su un server costantemente sotto carico, però, questa scelta si ritorce contro: ondemand azzera i worker idle appena il traffico cala, per poi doverli rigenerare non appena il traffico torna a salire, scambiando risparmio di memoria con latenza di spawn esattamente nel momento peggiore. Un timeout di idle molto alto attenua il problema, ma a quel punto conviene semplicemente passare a pm.static con un pm.max_requests elevato.

dynamic e soprattutto ondemand restano invece la scelta giusta in scenari con molti pool PHP-FPM distinti sullo stesso server, ad esempio hosting condiviso con centinaia di account cPanel o siti diversi ciascuno con il proprio pool. In un ambiente con 100+ pool e 200+ domini, dove la maggior parte dei siti riceve pochissimo traffico, static o dynamic sprecherebbero enormi quantità di memoria su worker perennemente idle: ondemand chiude i worker inattivi liberando memoria, motivo per cui è diventato il default in ambienti come cPanel.

Un cenno ai container


Lo stesso ragionamento va adattato quando PHP-FPM gira dentro un container con risorse limitate (ad esempio 0.5 vCPU e 1 GB di RAM) e la scalabilità è orizzontale, tramite orchestrazione (Docker Swarm, Kubernetes). In questi contesti pm.static resta spesso l’unica scelta sensata a livello di singolo container, ma la decisione su quando far partire un nuovo container non può basarsi solo su CPU e memoria: va monitorato anche il numero di processi PHP-FPM attivi rispetto a pm.max_children. Se il pool ha 50 worker configurati e 40 sono già occupati, è il momento di avviare un nuovo container, indipendentemente da quanto CPU e RAM stiano effettivamente segnalando in quel momento. Questo richiede di esporre lo stato di php-fpm status al sistema di autoscaling, valutato a intervalli brevi.

Conclusione


Superata una certa soglia di traffico costante, ondemand e dynamic introducono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static ben calcolata elimina alla radice. La regola pratica è semplice da enunciare ma richiede disciplina nell’applicarla: non indovinare pm.max_children, misurarlo a partire dal consumo medio di RSS dei worker sotto carico reale, lasciare margine per OS, web server e database, e poi affinare osservando le metriche reali. Su un server dedicato o una VM con traffico prevedibile, il guadagno in stabilità di CPU e tempi di risposta è concreto. Su hosting condiviso con centinaia di pool a bassissimo traffico, ondemand resta la scelta più razionale. Conoscere il proprio sistema, prima ancora del proprio codice PHP, è ciò che fa la differenza.

Fonte: PHP-FPM tuning: Using ‘pm static’ for max performance, LinuxBlog.io (Hayden James)


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A Booby-Trapped Git Repository Can Quietly Leak Files Through Claude Code, Researchers Show
#CyberSecurity
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Nmap su Linux: la guida pratica a scanning e discovery di rete per sistemisti
#tech
spcnet.it/nmap-su-linux-la-gui…
@informatica


Nmap su Linux: la guida pratica a scanning e discovery di rete per sistemisti


Chi amministra server Linux prima o poi si trova a dover rispondere a una domanda apparentemente semplice: “cosa è realmente esposto su questa macchina, e su questa rete?” La risposta corretta non arriva mai da un elenco di regole firewall letto a memoria, ma da una verifica attiva. Nmap (Network Mapper) resta lo strumento di riferimento per questo tipo di verifica: open source, nato nel 1997, ancora oggi il punto di partenza per audit di sicurezza, mappatura di reti e troubleshooting di connettività.

In questo articolo vediamo un percorso pratico per usare nmap in scenari reali di amministrazione sistemi: dalla discovery degli host alla scansione delle porte, fino agli script NSE per individuare vulnerabilità e configurazioni deboli.

Nota importante: esegui scansioni solo su reti e host di tua proprietà o per cui hai autorizzazione esplicita. La scansione non autorizzata può costituire reato in molte giurisdizioni, Italia compresa (accesso abusivo a sistema informatico, art. 615-ter c.p.).

Installazione


Nmap è disponibile nei repository di tutte le distribuzioni principali:

# Debian/Ubuntu
sudo apt install nmap

# Fedora/RHEL/CentOS
sudo dnf install nmap

# Arch/Manjaro
sudo pacman -S nmap

# Verifica
nmap --version

Host discovery: chi è vivo sulla rete


Il primo passo in qualsiasi audit è capire quali host rispondono. Per questo si usa la scansione “ping”, che salta completamente il controllo delle porte:

nmap -sn 192.168.1.0/24

Su una rete locale nmap non si limita all’ICMP: usa il protocollo ARP, molto più veloce e capace di scovare anche dispositivi che ignorano i normali ping. Su reti instradate, invece, combina richieste ICMP echo, TCP SYN sulla porta 443, TCP ACK sulla porta 80 e timestamp ICMP. Il risultato è un inventario rapido e silenzioso di ciò che è realmente connesso, utile ad esempio quando serve scoprire quale indirizzo IP il DHCP ha assegnato a un nuovo dispositivo.

Scansione delle porte


Una volta identificati gli host attivi, il passo successivo è capire quali servizi espongono. Senza opzioni, nmap scansiona le 1.000 porte TCP più comuni e non richiede privilegi root:

nmap 192.168.1.10

Da root, il tipo di scansione predefinito diventa la SYN scan (o “stealth scan”), più veloce perché non completa mai l’handshake TCP a tre vie e lascia meno tracce nei log applicativi:
sudo nmap -sS 192.168.1.10

Le 1.000 porte di default lasciano fuori parecchio. Un’istanza MySQL su una porta non standard, o un demone SSH spostato sulla 2222, restano invisibili. Per una copertura completa:
sudo nmap -sS -p- 192.168.1.10   # tutte le 65.535 porte
sudo nmap -p 22,80,443,3306 192.168.1.10   # porte specifiche
sudo nmap -p 1-1024 192.168.1.10   # un intervallo

Va tenuto d’occhio anche l’UDP, spesso trascurato ma sede di servizi critici come DNS (53), SNMP (161) e NTP (123):
sudo nmap -sU -p 53,161,123 192.168.1.1

Le scansioni UDP sono più lente perché una porta chiusa non sempre genera una risposta esplicita: conviene limitare l’intervallo di porte o armarsi di pazienza.

Version detection e OS fingerprinting


Sapere che la porta 22 è aperta è utile. Sapere che dietro c’è OpenSSH 8.9p1 lo è molto di più, soprattutto per intercettare versioni obsolete durante un audit di sicurezza:

sudo nmap -sV 192.168.1.10

PORT     STATE SERVICE VERSION
22/tcp   open  ssh     OpenSSH 8.9p1 Ubuntu 3ubuntu0.6
80/tcp   open  http    nginx 1.24.0
3306/tcp open  mysql   MySQL 8.0.35

Con --version-intensity (da 0 a 9, default 7) si regola quanto nmap insiste nel probing: abbassarlo a 2-3 velocizza la scansione senza perdere molta precisione sui servizi comuni.

Per un’ipotesi sul sistema operativo, tramite fingerprinting dello stack TCP/IP, serve almeno una porta aperta e una chiusa:

sudo nmap -O 192.168.1.10

Su macchine virtuali o stack TCP personalizzati la stima può essere imprecisa, ma resta un segnale utile per separare rapidamente server Linux, macchine Windows e dispositivi embedded su uno stesso segmento di rete.

Per un quadro completo in un colpo solo (OS detection, version detection, script scanning e traceroute) c’è la scansione aggressiva:

sudo nmap -A 192.168.1.10

Genera molto traffico: da evitare su reti di produzione senza una finestra di manutenzione concordata.

Nmap Scripting Engine (NSE): oltre il semplice port scan


La vera potenza di nmap emerge con NSE, il motore di scripting che esegue controlli automatizzati sugli host scoperti: dalla ricerca di vulnerabilità note alla verifica di configurazioni deboli. Gli script risiedono in /usr/share/nmap/scripts/ e sono organizzati in categorie (default, auth, vuln, discovery, intrusive, safe).

# Vulnerabilità note (categoria più invasiva, usarla con criterio)
sudo nmap --script=vuln 192.168.1.10

# Accesso FTP anonimo
sudo nmap --script=ftp-anon -p 21 192.168.1.10

# Header HTTP (spesso rivelano versioni software o debug info)
sudo nmap --script=http-headers -p 80,443 192.168.1.10

# Open relay SMTP
sudo nmap --script=smtp-open-relay -p 25 192.168.1.20

Un controllo rapido su porta 80/443 con http-headers capita spesso di far emergere header con versioni software esposte inutilmente: una correzione da cinque minuti che chiude una falla di information disclosure.

Output e automazione


Per qualsiasi verifica che vada oltre il controllo estemporaneo, conviene salvare i risultati:

sudo nmap -sV 192.168.1.0/24 -oA scan_results

Il flag -oA genera contemporaneamente output normale (.nmap), XML (.xml, utile per l’integrazione con altri strumenti e dashboard) e formato “grepable” (.gnmap), comodo per il parsing rapido da shell.

Combinazioni utili nel lavoro quotidiano

# Solo porte effettivamente aperte, timing aggressivo su rete affidabile
sudo nmap -sS -T4 --open 192.168.1.10

# Tutti i server SSH su una subnet
sudo nmap -p 22 --open -sV 192.168.1.0/24

# Verifica che MySQL non sia esposto inutilmente
sudo nmap -p 3306 --open 192.168.1.0/24

# Discovery + version scan solo sugli host realmente attivi
sudo nmap -sn 192.168.1.0/24 -oG - | grep "Up" | awk '{print $2}' | sudo nmap -sV -iL -

MySQL esposto senza motivo è uno degli errori di configurazione più comuni e più pericolosi: una scansione mirata come quella sopra richiede due secondi e può intercettare il problema prima che lo trovi qualcun altro.

Nmap ha inoltre sei template di timing, da T0 (paranoico, lentissimo) a T5 (aggressivo): T3 è il default bilanciato, T4 va bene su reti locali affidabili, mentre su VPN o collegamenti lenti conviene scendere a T2 per evitare falsi negativi dovuti a pacchetti persi.

Porte filtrate: un segnale, non un fastidio


Nmap distingue tre stati: open, closed e filtered. Quest’ultimo indica che un firewall o un packet filter sta bloccando silenziosamente la sonda. Se compaiono molte porte filtrate su un server che non ti aspetti sia protetto da firewall, vale la pena indagare: potrebbe essere ufw, firewalld, un ruleset nftables o un security group del provider cloud. In ogni caso, è un’indicazione da non ignorare, e lo stesso principio vale per i probe di version detection e OS fingerprinting, che un firewall può alterare o azzerare.

Conclusione


Nmap non si impara in un pomeriggio, ma i comandi visti coprono la maggior parte del lavoro quotidiano di un sistemista: discovery degli host, scansione delle porte, identificazione di servizi e versioni, script NSE per approfondire, e output strutturato per automazione o revisione successiva. La sequenza tipica è semplice: si parte con -sn per la discovery, si aggiunge -sV quando servono i dettagli sui servizi, e si porta NSE in campo quando serve scavare più a fondo. Timing prudente in produzione, aggressivo nel proprio lab: è una distinzione che vale la pena interiorizzare prima di lanciare la prima scansione su un ambiente che non si controlla del tutto.

Fonte originale: Hayden James, “nmap on Linux: Guide to Network Scanning and Discovery”, LinuxBlog.io.


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MacOS: Applicazioni sicure? No! Come sostituire software attendibile senza avviso

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/macos-app…

Carolina Vivianti

#redhotcyber #cybersecurity #cybercrime #hacking #cti #ai #privacy #news #technology

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#GitLab Users Urged to Patch After Research Reveals Critical RCE Chain
securityaffairs.com/196062/hac…
#securityaffairs #hacking
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#EFF: Most #Smart #Wearables Still Fall Short on Privacy and Transparency
securityaffairs.com/196085/sec…
#securityaffairs #hacking

Finally, a transatlantic win on tech


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Finally, a transatlantic win on tech
IT'S MONDAY, AND THIS IS DIGITAL POLITICS. I'm Mark Scott, and I was expecting a slow July-August amid the ongoing heatwave. Alas, digital policymaking doesn't appear to be taking the summer off. Pace yourself, people.

— The European Union and United States are more aligned on digital competition enforcement than ever. It's just that politics keeps getting in the way.

— The United Kingdom is again playing musical chairs when it comes to digital policymaking.

— Everyone knows the US and China dominate AI. But I have the startling data that makes that clear.

Let's get started:



digitalpolitics.co/google-anti…

Neighborhood Bulletin Boards, circa 1982


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When the Internet first started gaining mainstream popularity in the late 90s, many optimists claimed that it would bring people together by reducing barriers to communication. That ideal hasn’t exactly come to pass yet, as anyone who has been on the Nextdoor neighborhood social network can likely attest to. Before social media, neighbors weren’t completely in the dark about their local communities, though. Besides word-of-mouth communication, there were also local access channels on cable TV, which had none of the downsides of modern social media. And [Hans] is bringing this style channel back.

[Hans]’s project is called CABLE 82, a bulletin board channel that matches the style of these channels from the 1980s. There’s better technology available for these types of systems now, though, so instead of relying on something like a character generator he’s using a Raspberry Pi running custom software to produce the video feed. The Pi hosts a web server so the 4:3 video feed can be reserved for the bulletin board display, but users who have older Pis with the yellow composite video output can skip using something like an HDMI to RF converter on their period-appropriate CRT displays. The software also adds sound functionality, as these channels always had some sort of elevator music playing while they were scrolling through local community news.

For those looking to recreate some of the nostalgia of 1980s community and technology, [Hans] has made this project open source, with all of the files on a GitHub page. Part of the reason [Hans] got interested in building something like this is that he had been trying to source a CRT television for retro gaming, and wanted to reproduce more of that era than just a few video games. A channel like this would be a great addition to a complete cable TV recreation build like this one, which even includes a preview channel of everything playing.

youtube.com/embed/d5Jcfx5oN0A?…


hackaday.com/2026/07/27/neighb…

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#nerdystuff in pausa pranzo

#iFixit è la Wikipedia della riparazione: guide passo passo per smontare, aggiustare e capire davvero cosa c'è dentro ogni tuo dispositivo, invece di buttarlo alla prima schermata nera.

🔧 it.ifixit.com

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-RCE bug in popular Java JSON library
-Scam compounds expand in Myanmar despite crackdown
-Google has a new APT naming scheme
-Bug lets you swap executable of legitimate macOS apps
-RubyGems API leak
-Kimi lags behind Western cyber models
-Dependabot gets a 3-day cooldown
-Signal disappearing messages now cover calls too
-Social media networks are hiding their data from academics
-US lawmakers propose AI Kill Switch Act

P: risky.biz/RBNEWS592/
N: news.risky.biz/risky-bulletin-…

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in reply to Catalin Cimpanu

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-FedRAMP boss wants to ban slow-patching vendors
-South Korea changes diplomat emails after hack
-DOJ reverses TikTok ban on govt devices
-US charges gift card fraudster
-US tries to prosecute protester who used a duress password
-SourTrade assembles malware in a victim's browser
-New attacks on hotel WiFis detected
-Proxy ecosystem expands despite takedowns
-Telegram spear-phishing targeting dissidents
-XCharge EV charging stations can be hacked via charging port
-Certighost &AgentForger vulns
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Il firewall non basta più! L’AI può bloccare gli attacchi prima che colpiscano

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/il-firewa…

Emanuele Nigro

#redhotcyber #cybersecurity #cybercrime #hacking #cti #ai #privacy #news #technology

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TrickBot ora usa il DNS tunneling per nascondersi: come mitigare il rischio


@Informatica (Italy e non Italy)
Una variante dello storico malware TrickBot adotta nuove tecniche di evasione e il DNS tunneling come metodo di comunicazione con il server di comando e controllo, per consentire agli attaccanti di nascondere lo scambio di dati all’interno del normale

DIECI ERRORI (+2) di un magistrato nell'uso della intelligenza artificiale


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In questo audio immagino dieci errori (+ 2 di bonus) che un magistrato può commettere nell'uso dell'intelligenza artificiale, prendendo spunto dalle raccomandazioni del CSM.


zerodays.podbean.com/e/dieci-e…

Magistrati e IA: le raccomandazioni del CSM (riga per riga)


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In questo podcast commento riga per riga le raccomandazioni del CSM sull'uso della IA da parte dei magistrati, compresi gli ultimi aggiornamenti.


zerodays.podbean.com/e/magistr…

A Music Box With A Very Modern Heart


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A ballerina music box is a charming ornament, but it remains one that is limited by its mechanism to a very short performance. [ShielaDixon] has one, and decided to make so much more with it.

The music box mechanism is a simple clockwork motor with a comb that’s picked by a drum to make the notes. Her box retains the mechanism to give the ballerina her performance, but replaces the comb with a microcontroller and audio channel. This is no mere MP3 player though, instead it’s a music box in itself. Each note of the comb was sampled, and the board plays them just as the music box would, under instruction from a text file containing the music. The repertoire can now go on for far longer, and contain many more compositions.

We like this hack, for its effectiveness, and for its recreation of the music box rather than simply playing a recording. Meanwhile if you recognise [ShieldDixon] from these pages, we’ve in the past featured another musical project of hers, a MIDI recorder.

youtube.com/embed/0E6ld1kIxoY?…


hackaday.com/2026/07/27/a-musi…

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Gli USA accusano un cittadino americano di aver cancellato alla frontiera il suo telefono con GrapheneOS

Sam Tunick avrebbe fornito agli agenti federali una falsa ‘password di coercizione’ quando hanno cercato di sequestrargli il telefono all'aeroporto Hartsfield-Jackson di Atlanta il 24 gennaio 2025.
Il governo ricorre a una vecchia legge che rende illegale distruggere o danneggiare i propri beni per impedire alle autorità di sequestrarli

theverge.com/policy/971097/us-…

@informatica

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Le aziende di intelligenza artificiale acquistano libri antichi, ne ingeriscono il contenuto per addestrare i modelli e poi li distruggono su scala incredibile

"I migliori dati al mondo sull'addestramento dell'intelligenza artificiale stanno per finire su uno scaffale."

futurism.com/artificial-intell…

@aitech

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Google ridefinisce i gruppi hacker criminali: nuovi nomi in due parole per ogni gruppo

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/google-ri…

Chiara Nardini

#redhotcyber #cybersecurity #cybercrime #hacking #cti #ai #privacy #news #technology

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Niente riassunti AI, solo lavoro manuale, appurato e verificato.

Piccole soddisfazioni e grandi risultati (soprattutto dietro le quinte).

Grazie 🦄


#LockBit5 and #Qilin Lead #Ransomware Attacks Against Italian Organizations
securityaffairs.com/196045/sec…
#securityaffairs #hacking

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#CoseDaSvizzeri

Quando sono arrivata qui 🇨🇭 mi sono trovata catapultata in un mondo davvero strano: negozi che chiudevano alle 18, uffici aperti già alle 7:30, nessuno in giro dopo le 21, niente rumore, tutti che salutano.

Bello!
La TV leggermente meno bella: con caroselli che parevano quelli dell'Italia di fine anni '70 (mancavano solo le Signorine Buonasera), parole desuete, toni pacati, programmazione davvero retro.

Non è male nemmeno quello, ma ciò che mi ha lasciata di stucco è stato il programma "La Svizzera dall'alto".

Passavo ore a guardare, in silenzio, le immagini di una bellezza disarmante.
Svizzera, come avrebbe dovuto essere l'Italia o qualsiasi altro paese.

Su #PlaySuisse si trovano ancora, insieme ai migliori paesaggi del #Goms e i laghi.

La TV elvetica potrebbe sembrare ancora così retrò, ma apprezzo molto questo stile.
Unica nota: ho imparato a metterci sotto una playlist apposita, per oggi farei suonare "Ho Ho Nobody's home" di Baerwald.

playsuisse.ch/it/show/823623

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☕ CYBERBRIEFING — Lunedì 27 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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#LockBit5 and #Qilin Lead #Ransomware Attacks Against Italian Organizations
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#securityaffairs #hacking
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Willy Wonka aveva un problema enorme di Cybersecurity (e nessuno se n’è mai accorto)

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/willy-won…

Daniela Linda

#redhotcyber #cybersecurity #cybercrime #hacking #cti #ai #privacy #news #technology

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È stato pubblicato un exploit RCE funzionante per GitLab, ma la patch è andata persa tra le solite correzioni

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/e-stato-p…

Luigi Zullo

#redhotcyber #cybersecurity #cybercrime #hacking #cti #ai #privacy #news #technology

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Scanwheel: A Pocket-Sized POV TV


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Scanwheel

When you hear the word TV, you probably think of a big LED screen, maybe even the old CRT TVs, but in either case it’s something large and fairly complicated. However, thanks to the persistence of vision, it doesn’t have to be. In this handheld-sized project from [Ancient], the Scanwheel is born, a miniature mechanical TV that uses a spinning disk and some LEDs to produce an image.

The electronics of the Scanwheel are pretty straightforward. The smarts come from a Raspberry Pi Pico, an A4988 motor driver, a couple of LEDs, and a small 21-02485 stepper motor. The Raspberry Pi Pico is used to command the motor speed as well as coordinate the LEDs to turn on at the right time. The case is 3D printed; the base includes space for the various support electronics as well as some small light baffles to ensure the LEDs don’t bleed over outside their intended area. The top of the case is a disk that includes 20 small holes spaced evenly around the perimeter at varying heights, allowing light to only leave the disk when one of these holes is in front of the LEDs.

When you put all these pieces together, spin the motor up to roughly 900 RPM, and turn the LEDs on in a precise order, you end up with a really cool result: a miniature TV. And due to the five different LEDs in this build, you actually have a color 20×20 pixel display in the center and, on either side of that, two more 20×20 black-and-white displays capable of showing different images. Thanks [Ancient] for sharing this awesome build that takes advantage of the persistence of vision effect to create a unique display. Be sure to check out the video below as well as the instructions on how to build your own. And if you enjoy this sort of thing, check out some of our other persistence-of-vision projects as well.

youtube.com/embed/41b8fw3_wP8?…


hackaday.com/2026/07/26/scanwh…

2026 Frikkin Lasers Challenge: Measuring Nanometer-Scale Displacements with an Optical Cavity


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A plastic device sits on a desk, with a computer display and an oscilloscope behind it. A fiber-optic cable runs from the device to a laser diode source.

Optical cavities – two mirrors arranged to reflect light multiple times between them – form the basis of lasers and certain optical filters. Since any angle between the two mirrors results in light being scattered away, parallel alignment is essential, yet difficult to maintain. Nevertheless, [Timothy Giles] managed to 3D-print and align such an optical cavity, and used it to detect minute shifts in space and wavelength.

The cavity has two semi-transparent mirrors facing towards each other. One mirror is held in a 3D-printed mount, and the other is attached to the diaphragm of a speaker with a hole drilled through the center. The hole avoids the speaker coil, and allows light exiting the optical cavity through the semi-transparent mirror to appear on a paper target, which is monitored by a webcam. On the other side of the optical cavity, a laser diode coupled to a single-mode fiber shines in through the other mirror. Alignment is challenging, but the webcam makes it easier; as the mirrors tilt relative to each other, the pattern seen on the paper target changes, providing feedback for more precise adjustment.

Light reflected within the cavity can interfere constructively or destructively with incoming light, changing the brightness of the emitted beam. [Tim] used the speaker as a linear actuator to vary the cavity’s length, which, by counting the peaks in brightness, allowed him to measure the diaphragm’s displacement. This also demonstrated a laser diode’s wavelength instability: when the cavity was set to a constant length and the laser started up, the output brightness would cycle a few times. As the diode was warming up, its output wavelength was shifting, creating the same changing interference pattern.

To get a Gaussian beam distribution, [Tim] used a fiber-coupled laser; if you’d like to build one, we’ve seen a coupling mechanism built before. Most lasers are built around an internal optical cavity, but some instead use an external cavity.

youtube.com/embed/7TqK1Sagn7g?…

2026 Hackaday Freaking Lasers Contest


hackaday.com/2026/07/26/2026-f…

Hackaday Links: July 26, 2026


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Hackaday Links Column Banner

At a time when so-called “artificial intelligence” seems inescapable, we were encouraged to see news that Amazon will be cracking down on third-party sellers that use AI-generated images for their product listings. They won’t be prevented from using the images, but they will need to clearly indicate that they don’t represent reality and were produced via artificial means. This comes in response to a recently enacted New York law that requires the disclosure of AI in advertisements.
Will this be the end of the cat sleeping bag?
But it’s not quite a clear cut as it might seem on the surface, as the New York law is actually about AI-generated people rather than products. Specifically, it’s designed to make it clear when a “synthetic performer” has been used in place of a human actor. As such, it would appear that the easiest way for Amazon sellers to dodge the new rule is to simply not include any humans in their AI slop images and videos. In other words, they can continue to post fake pictures of products without having to inform the consumer so long as they don’t show a fake person holding it.

Under normal circumstances we’d leave something like this next one for our weekly security column, but the utter lack of security in the Pope’s official “Click To Pray” mobile application revealed by researcher BobDaHacker on Friday is just too good a story to pass up. For one thing, who knew that there was an “official” prayer app? We don’t dabble in theology around these parts, but we’re fairly sure the good book didn’t mention anything about requiring a smartphone to give praise.

In any event, the service was so poorly constructed that you could simply step through the sequentially assigned numerical user IDs via the endpoint at api.clicktopray.org — because of course there’s a prayer API — and download any user’s personal information such as their full name, email address, and date of birth. There wasn’t even any rate limiting, so BobDaHacker was able to write simple script to quickly suck up the account details for each one of the service’s 700,000+ faithful users.

After waiting six months for a response from anyone at the Pope’s Worldwide Prayer Network, BobDaHacker took the story to the press. That seemed to get the pontiff’s attention, as the issue has now been addressed. Amen.

We know many readers appreciate a more minimalist approach to software, and still others are operating older devices that struggle with the admittedly ponderous bulk of the modern web. Both groups will likely appreciate brolly.sh, which provides a plain-text weather forecast for anywhere on Earth using data from Open-Meteo. It doesn’t just look the part either — we’re happy to report that if you pull down the forecast page for your location using something like wget, the resulting file is plain HTML which could be further parsed with grep and friends if you’re on a machine that doesn’t have a browser.

Speaking of older devices, Android Authority is reporting that Google has finally phased out support for Android 6.0 Marshmallow in Play services. This means that while devices running the older version of the mobile operating system will still be usable, they won’t be able to download software from the Play Store. Given that Marshmallow was released in October of 2015, this probably shouldn’t come as much of a shock. Any device out there that’s still running such an old release of the OS obviously hasn’t received any security updates in years, so the inability to download the latest mobile game should be the least of your worries if you are actually still using such a device as a daily driver.

Finally, given the impact Neuromancer has had on the hacker and maker communities over the decades, we felt obligated to point out that Apple has finally released a trailer for their upcoming adaptation. The ten episode series kicks off in January, and until now we haven’t had a good look at the aesthetic they were going for. Part of what made the novel so influential was how it described the world and the technology within it, but bringing those concepts to life on screen in a way that impresses modern audiences is going to be a unique challenge.

youtube.com/embed/g79GPZSQHBk?…

With how many hackers have put together their own real-world versions these last several years, we’re especially interested in the show’s depiction of cyberdecks. The novel itself doesn’t actually go into much detail about what they supposedly looked like, but contemporary illustrations were heavily influenced by 8-bit computers of the era from the likes of Amstrad and Atari. As much as we’d like to see something along those lines, we imagine a big-budget prestige television series probably demands something a bit sexier.


See something interesting that you think would be a good fit for our weekly Links column? Drop us a line; we’d love to hear about it.


hackaday.com/2026/07/26/hackad…

Filling High Pressure CO2 Tanks From Sugar Fermentation Gas


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After previously using the fermenting of sugar to obtain ethanol fuel, [Hyperspace Pirate] figured that it’d be a waste to just blast the other half of the yeast production in the form of carbon dioxide into the air. This poses the slight problem that gaseous CO2 is fairly bulky, while compressing it into a liquid isn’t exactly for the faint of heart. This of course means that it’s a fun challenge, involving a beach ball, vapor-compression and various compressors.

Although at room temperature compressing CO2 into a liquid requires quite extreme pressures, if you lower it to freezing temperatures it becomes quite feasible to use more typical off-the-shell compressors.

In the video both oil-less and regular compressors are used, mostly because ultimately you want to get pure CO2 into the bottle, without oil or water. Here a few methods are explored, including a pre-cooler with the oil-less compressor as it cannot quite hit the same pressures. With a typical compressor linked to an oil-separator you can directly fill the tank, which is pretty nice, though even with this removal of water turned out to be a chore.

Desiccating the gas that comes out of the fermentation vat, is attempted using a converted water filter that’s filled with desiccant beads, but as the later tests show, this isn’t quite good enough to prevent moisture to make it into the bottle and clogging its nozzle. Of course, moisture here is more acceptable than oil for most applications, so with some more work this could be quite a feasible method to fill bottles with liquid CO2 for various nefarious applications like paintball guns and more.

youtube.com/embed/pIGd8ZqkmzE?…


hackaday.com/2026/07/26/fillin…

Tyorgg reshared this.

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

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🚨 An undisclosed US hospital has allegedly been hit by the #Interlock ransomware group.

According to the ransom note, the attackers claim to have encrypted critical systems and exfiltrated sensitive information. Operations are reportedly disrupted, with multiple systems currently unavailable.

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Ever Seen Claude Use Fusion 360?


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All the parts of a digital clock. Photo by Lee Hutchinson.

We’ve all done it before: a simple project that escalated to the point of extreme overengineering.
But what’s less common is [Lee Hutchinson]’s digital clock, whose case is (somewhat-successfully) designed by LLMs!

A clock needs time synchronization, and a digital one needs some code to drive the display. An avid systemd user, [Lee] had no trouble at all setting up all the users and services needed to keep the time synchronized. Some rusty Python skills with some aid of the dreaded Claude Code later, [Lee] had a script to actually show the time too.

But now comes the interesting part: the case. Now, [Lee] isn’t really a mechanical engineer, and he doesn’t really like Autodesk Fusion’s UX. Most projects would see their creators just grit their teeth and get on with it. But here, in an experiment we haven’t often seen before, [Lee] connects LLMs to Fusion’s new MCP server feature! Did it work? Surprisingly enough, yes. Kind of. The local Qwen model got most of the way there on one request, but still made mistakes for the other. However, another pass with the more powerful Claude models got the job done.

But there’s much more to the story; [Lee] goes into more detail, and talks about the assembly process, over at Ars Technica.


hackaday.com/2026/07/26/ever-s…

Gli algoritmi della guerra, tra vittime civili e speranze di pace


L’intelligenza artificiale, gli attacchi informatici e la disinformazione alimentano nuove guerre, spesso invisibili, ma non meno letali di quelle che si sviluppano sui campi di battaglia. Arturo Di Corinto, esperto di cybersicurezza ed autore del libro “Guerra profonda” traccia i contorni di un conflitto che coinvolge sempre più direttamente i civili e ridefinisce il concetto stesso di sicurezza

Bianca Tombini – Città del Vaticano per Vatican News

“Prima arrivano gli hacker, poi i missili”. È questa la nuova grammatica dei conflitti descritta da Arturo Di Corinto che spiega come le guerre del XXI secolo non si combattano più soltanto con carri armati, artiglieria e soldati, ma in maniera più subdola attraverso reti informatiche, algoritmi, intelligenza artificiale e campagne di disinformazione. Oggi attacchi satellitari, disinformazione, profilazione e uso dell’intelligenza artificiale sono diventati componenti essenziali delle operazioni militari. La rivoluzione digitale ha infatti cambiato radicalmente scala e intensità delle guerre: “Il campo di battaglia è esteso al cyberspazio, alle infrastrutture della rete e perfino alla vita quotidiana dei cittadini”.

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AI, la raffica dei giganti: quando gli algoritmi diventano affare di Stato


Di Corinto presenta Guerra Profonda a RadioRai

È partita Open Ai che ha lanciato la nuova famiglia di Gpt, la 5.6, con versioni pensate per la ricerca avanzata e per l’uso quotidiano. Poi Elon Musk ha risposto con Grok 4.5, il suo modello a costi più bassi. Quindi è toccato ad Anthropic che ha rimesso in pista Claude Fable5, il sistema precedentemente bloccato dalla Casa Bianca per motivi di sicurezza, molto efficace nella scrittura di codice. Infine, Meta, che ha aggiornato il suo Muse Spark, per creare immagini e video su Instagram e Facebook. Insomma, una raffica di novità sull’intelligenza artificiale accaduta in appena 48 ore. E a permettere tutti questi rilasci c’è sempre stato lui, l’occhio vigile del governo americano, che concede o stoppa. Perché ormai la competizione tecnologica non si gioca più solo tra aziende. Ma irrompe nel campo della politica, tra regole, sicurezza e interessi nazionali. Ne parliamo nel nuovo episodio di Eta Beta. Ospite al microfono di Massimo Cerofolini: Arturo Di Corinto, giornalista e autore di Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Con un’intervista a Sanjay Rodrigues, fondatore di Phenomeal Ai. Regia di Cecilia Mosetti.

raiplaysound.it/audio/2026/07/…


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Hacker, cybergang e propaganda: l’altra guerra tra Israele e Iran


Oltre al conflitto nel mondo fisico, è in corso un altro conflitto, che si svolge nello spazio digitale. E che ha regole e dinamiche molto diverse, come spiega l’autore di “Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti”

Arturo Di Corinto

24 Giugno 2026Aggiornato alle 17:30

La Stampa

6 minuti di lettura

In questo estratto da Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Arturo Di Corinto racconta la dimensione invisibile della guerra contemporanea: quella combattuta attraverso reti, dati, piattaforme digitali, propaganda e attacchi informatici. Il volume, pubblicato da Luiss University Press (pp. 220, euro 22), con prefazione di Roberto Baldoni, fondatore e primo direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, analizza il modo in cui cybersicurezza, intelligenza artificiale e disinformazione stanno trasformando i conflitti internazionali.

Il 12 giugno 2025 Israele lancia un attacco aereo verso l’Iran che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Aiea, sta velocemente giungendo a una piena capacità nucleare. L’operazione, denominata “Rising Lion”, il “Risveglio del leone”, è accompagnata da una serie di attacchi informatici per tutta la prima fase del conflitto: attacchi Ddos, defacciamenti, esfiltrazione di dati sensibili e di informazioni riservate. Si creano due fronti hacktivisti: 94 a favore dell’Iran, 10 a favore di Israele e 15 anti-iraniani, per un totale di 119 gruppi, secondo le stime di CyberKnow (2025), l’azienda australiana specializzata in Osint e cyber threat intelligence.

Anche in occasione di questo conflitto, condotto con armi convenzionali e omicidi mirati che uccidono alti funzionari iraniani, compreso il capo dell’intelligence, il comandante della forza Quds, Saeed Izadi, lo schema si ripete: gli attacchi cinetici prima, e cioè i bombardamenti israeliani su siti sensibili iraniani e i lanci di missili balistici dall’Iran verso Israele, sono accompagnati dagli attacchi cibernetici e dalla disinformazione. Quello che pare un dominio separato, il mondo cyber, anche in questo caso ha una prosecuzione nel mondo fisico.

La propaganda viene subito attivata sui due fronti del conflitto. I media riportano un attacco alla banca iraniana Sepah, ma l’agenzia di stampa statale Irna sosterrà che le transazioni nella Repubblica Islamica non ne hanno sofferto. Poi sarà diffusa la notizia di un attacco informatico al cryptoexchange iraniano Nobitex con l’effetto di sottrargli circa 90 milioni di dollari di cryptovalute. L’exchange dirama una comunicazione in cui informa la clientela che ogni asset sarà rimborsato.

Le autorità della Repubblica Islamica dell’Iran sin dal 13 giugno decidono massicce restrizioni dell’accesso a Internet, il traffico si riduce all’80%. Ai funzionari del regime viene raccomandato di interrompere l’utilizzo di qualsiasi dispositivo connesso, anche di WhatsApp, per evitare di essere geolocalizzati e diventare un target degli israeliani, tecnica usata dagli stessi cybersoldati iraniani per identificare e colpire una base militare israeliana.

Dall’inizio del conflitto si registrano diversi tentativi di interruzione del funzionamento di infrastrutture critiche nei settori energetico e delle telecomunicazioni, con attacchi a centrali elettriche, raffinerie e impianti petrolchimici. I gruppi statuali e degli attivisti cercano infatti di infiltrarsi in dighe, aeroporti e centrali energetiche sfruttando vulnerabilità nei sistemi di controllo industriale (Industrial Control Systems, Ics, e Supervisory Control and Data Acquisition, Scada) per causare blackout o disservizi, intercettare dati e compromettere la sicurezza delle comunicazioni militari e civili.

Gli iraniani, per i quali la cyberwarfare è parte della dottrina militare della soft war, vedono schierate al proprio fianco alcune cybergang. Una di queste è nota come Handala, da sempre impegnata in attacchi ransomware, che stavolta però non appare interessata all’ottenimento di riscatti monetari ma a creare caos e incertezza nel cyberspace israeliano assumendo un profilo hacktivista.

Durante gli attacchi missilistici contro le città di Tel Aviv, Haifa, Be’er Sheva, vengono inoltre condotti attacchi Ddos mirati ai siti web delle stazioni radio israeliane per creare confusione e ostacolare la diffusione degli alert di allarme. In seguito, vengono divulgate notizie di attacchi contro centri di ricerca nucleare e militare, con diffusione di malware per il furto di informazioni. A farne le spese, il centro di ricerca Weizmann, come parte di una campagna di phishing avente come obiettivo istituzioni accademiche e del settore israeliano della difesa, azione motivata dal coinvolgimento delle università israeliane nel sistema militare e di sicurezza del Paese. Ed è infatti proprio il gruppo pro-pal Handala Hack che il 18 giugno 2025 annuncia una fuga di dati di 425 GB dall’azienda israeliana Mor Logistics e l’ottenimento dell’accesso a 4 TB di documenti classificati del Weizmann Institute of Science, colpito da un attacco missilistico iraniano il giorno prima (Daily DarkWeb, 2025).

Nel canale Telegram AptIran i gestori rivendicano gli attacchi contro Israele come ritorsione per i bombardamenti subiti. In aggiunta, il gruppo diffonde una serie di informazioni circa gli attacchi a servizi e infrastrutture iraniane e, in un post significativo, fornisce consigli ai potenziali target iraniani ricordando che, in un “teatro di guerra digitale”, “l’utilizzo di tecnologie non prodotte da vendor affidabili rappresenta un rischio diretto per le infrastrutture critiche del Paese (…) in quanto ogni componente importata o sviluppata da soggetti esterni può diventare uno strumento di intrusione, controllo o sabotaggio da parte del nemico” (Red Hot Cyber, 2025). Il gruppo mette in guardia i connazionali dalla possibile presenza di backdoor nella tecnologia in uso nel Paese, illustrando bene uno dei rischi centrali alla sovranità digitale.

Terminata la “guerra dei dodici giorni” gli attacchi cibernetici e le operazioni di influenza non smettono. L’azienda israeliana Check Point Software individua una campagna di phishing potenziata con l’intelligenza artificiale da parte di attori iraniani, gli Apt35 (Lakshmanan, 2025), che, a partire da metà giugno 2025, ha preso di mira cittadini israeliani utilizzando false e-mail e messaggi WhatsApp personalizzati, redatti con strumenti di intelligenza artificiale, come suggeriscono il layout strutturato e l’assenza di errori grammaticali. Al target della campagna, esperti israeliani di intelligenza artificiale, veniva paradossalmente chiesto supporto per un sistema di rilevamento delle minacce basato sull’AI, proprio per contrastare l’ondata di attacchi informatici che aveva preso di mira il loro Paese, Israele, a partire dal 12 giugno.

Successivamente, alla fine della guerra (quella che in seguito si rivelerà solo la prima campagna militare contro l’Iran), nei primi di agosto 2025, la società Security Scorecard decide di rilasciare pubblicamente un rapporto in cui viene chiarito come hanno operato gli attori filoiraniani delle minacce, noti e meno noti, durante il conflitto dei dodici giorni. Strike, il gruppo di threat intelligence di Security Scorecard, ha analizzato infatti oltre 250mila messaggi provenienti da 178 gruppi attivi, e ha potuto in tal modo rilevare una campagna digitale altamente coordinata che rispecchiava le azioni militari sul campo. L’analisi condotta ha individuato tre principali categorie di attori:

  1. hacktivisti vagamente affiliati che operano senza supervisione diretta ma allineati con le priorità del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (Irgc);
  2. cluster strutturati allineati all’Irgc che eseguono campagne mirate;
  3. gruppi interamente sponsorizzati dallo Stato come Imperial Kitten (noto anche come Tortoiseshell, Cuboid Sandstorm o Yellow Liderc).

Queste entità, concentrate su settori ad alto valore, tra cui istituzioni finanziarie, agenzie governative e organi di informazione, utilizzano attacchi di Sql injection, Ddos e metodi di esfiltrazione dei dati per la raccolta di informazioni e l’interruzione delle comunicazioni per danneggiare gli avversari. Operazioni che prevedono anche tecniche di ricognizione, analisi delle vulnerabilità per exploit zero-day e distribuzione di script malware personalizzati, il tutto programmato per coincidere con attacchi aerei e incursioni al confine (Security Scorecard, 2025).

In base alle analisi della società SOCRadar (2025), il conflitto Iran-Israele del 2025 ha portato a un’impennata dell’attività informatica, con oltre 600 segnalazioni di attacchi informatici su oltre cento canali Telegram tra il 12 e il 27 giugno 2025. Gli hacker filoiraniani non avrebbero colpito solo Israele, il Paese maggiormente preso di mira con 441 segnalazioni di attacchi, ma anche Stati Uniti (69), India (34) e nazioni mediorientali come Giordania (33) e Arabia Saudita (13).

[…]

A distanza di pochi mesi, nella notte di sabato 28 febbraio 2026, Israele attacca nuovamente l’Iran con una serie di incursioni aeree appoggiate dagli Stati Uniti. Tra sabato 28 febbraio e domenica 1° marzo, in concomitanza con l’avvio delle operazioni militari convenzionali, denominate “Operation Roaring Lion” (“Ruggito del leone”) da parte israeliana e “Operation Epic Fury” (“Furia epica”) da parte statunitense, si registra una serie di operazioni cyber di notevole portata.

Tra le prime evidenze documentate vi è il crollo quasi totale della connettività Internet in Iran. Secondo Doug Madory, direttore dell’analisi Internet presso la società Kentik, la connettività è precipitata in due distinte finestre temporali: la prima alle 07:06 GMT e la seconda alle 11:47 GMT del 1° marzo. NetBlocks ha a sua volta osservato un forte calo della connettività in coincidenza con l’inizio degli attacchi cinetici.

Inizialmente si ritiene che siano stati gli stessi iraniani a degradare la connettività, ma in seguito report pubblici e analisi specializzate la indicheranno come un’operazione in corso su larga scala che prende di mira le reti digitali iraniane. Secondo questi rapporti, diversi livelli dell’infrastruttura digitale e fisica del Paese sarebbero stati colpiti simultaneamente da diverse tecniche di sabotaggio: dalla manipolazione del Border Gateway Protocol (BGP) e dall’avvelenamento della cache DNS, fino ai sovraccarichi elettrici mirati tramite la manipolazione di sistemi SCADA, uniti agli attacchi cinetici contro gli Internet Exchange Point (IXP). L’effetto cumulativo di queste azioni, secondo diverse fonti, avrebbe ridotto drasticamente la connettività Internet in tutto il Paese, compromettendo gravemente le capacità operative e la risposta militare di Teheran.

Il blackout domestico non impedisce però le operazioni cibernetiche: impianti malware pre-posizionati e infrastrutture di attacco distribuite all’estero possono mantenere la capacità di colpire i bersagli, che includono settori civili e commerciali e la loro supply chain. In omaggio al solito cliché che vuole gli attacchi cinetici accompagnati da attacchi cibernetici, disinformazione e sabotaggio, va segnalato il fatto che subito viene hackerata un’app religiosa scaricata almeno cinque milioni di volte dai credenti sciiti. Si chiama BadeSaba Calendar e, invece di offrire informazioni sugli appuntamenti religiosi, all’improvviso visualizza messaggi di incitazione alla rivolta diretti alla popolazione islamica.

L’operazione militare “Ruggito del leone” scatena comunque una risposta immediata di Teheran, con ondate di missili balistici e droni contro basi statunitensi, infrastrutture regionali e centri urbani nei Paesi del Golfo, inclusi Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain e Kuwait. Nonostante questo dispiegamento di forze, però, come scrive Marco Bacini (2026), la superiorità continua in parte a misurarsi sulla quantità di mezzi dispiegati, ma si misura anche sulla capacità di strutturare conoscenza dai flussi di dati eterogenei raccolti da piattaforme autonome, sensoristica avanzata e reti di intelligence integrate. La velocità informazionale diventa moltiplicatore di potenza strategica e lo Stato che possiede un vantaggio strutturato nell’elaborazione cognitiva di segnali operativi consegue un vantaggio competitivo critico.

L’accecamento dei radar, l’azzeramento della contraerea e l’uccisione mirata del leader Khamenei al primo giorno di guerra, individuato forse tramite l’hacking di telecamere stradali, ci fa capire che missili e droni non sono i soli protagonisti di questa nuova era di conflitti. Come dice Bacini: “La guerra post-umana è in atto, e la sua comprensione teorica e politica è condizione necessaria per formulare politiche di sicurezza e deterrenza efficaci nelle prossime decadi”.


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Guerra profonda: recensioni e segnalazioni


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Di seguito le segnalazioni del mio nuovo libro, Guerra Profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, pubblicato da Luiss University Press.

AGENDA DIGITALE

La fine dell’Internet globale nell’epoca della guerra algoritmica


La fine dell’Internet globale nell’epoca della guerra algoritmica


agendadigitale.eu/cultura-digi…

ANSA

Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti


ansa.it/sito/notizie/cultura/l…

BLASTING NEWS

Guerra algoritmica: Di Corinto svela i nuovi fronti del conflitto digitale


it.blastingnews.com/cultura-sp…

Insicurezza digitale

Guerra Profonda: perché il nuovo libro di Arturo Di Corinto merita l’attenzione della community cyber


Guerra Profonda: perché il nuovo libro di Arturo Di Corinto merita l’attenzione della community cyber


insicurezzadigitale.com/guerra…

Red Hot Cyber

Guerra algoritmica: così IA, hacker e Big Tech stanno riscrivendo il potere globale


Guerra algoritmica: così IA, hacker e Big Tech stanno riscrivendo il potere globale


redhotcyber.com/post/guerra-al…

Report Difesa

Editoria: il nuovo libro di Arturo Di Corinto analizza la cybersecurity, la geopolitica e la sfida per la sovranità digitale


Editoria: il nuovo libro di Arturo Di Corinto analizza la cybersecurity, la geopolitica e la sfida per la sovranità digitale


reportdifesa.it/editoria-il-nu…
Articolo Report Difesa

Agenzia parlamentare, AgenParl

“Guerra profonda”, Arturo Di Corinto presenta a Roma il libro sulle nuove guerre digitali tra hacker, IA e disinformazione


agenparl.eu/2026/05/29/guerra-profonda-arturo-di-corinto-presenta-a-roma-il-libro-sulle-nuove-guerre-digitali-tra-hacker-ia-e-disinformazione/

La Repubblica

Benvenuti nell’era della guerra algoritmica: così la rete è diventata la nuova trincea


repubblica.it/tecnologia/2026/…

ADN Kronos

CYBERSICUREZZA: ‘GUERRA PROFONDA’, IN ARRIVO IL NUOVO LIBRO DI ARTURO DI CORINTO


‘Pensiero Libero’ e in libreria dal 5 giugno sarà presentato venerdì a Roma Roma, 27 mag. (Adnkronos) – ”Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti”: è il titolo del nuovo libro del giornalista e analista di cybersicurezza Arturo Di Corinto, pubblicato da Luiss University Press all’interno della collana ”Pensiero Libero” con la prefazione di Roberto Baldoni, in libreria dal prossimo 5 giugno. Il volume sarà presentato per la prima volta venerdì 29 maggio a Roma, alle ore 18.30 alla Libreria Mondadori alla Galleria Alberto Sordi, mentre altre presentazioni sono già previste per martedì 9 giugno e mercoledì 10 giugno a Milano.

”In seguito alla progressiva dipendenza da software e algoritmi, con lo sviluppo esponenziale dell’intelligenza artificiale e la corsa agli armamenti digitali, siamo entrati in una nuova era dei conflitti, siamo nell’era della guerra algoritmica. Una guerra che mette a rischio la sovranità digitale e quindi il benessere e l’incolumità stessa dei cittadini. La rete è diventata spazio e strumento di conflitto aperto a cui partecipano anche i civili”, scrive Di Corinto.

Mentre si delineano gli spazi di una guerra ibrida e sfuggente, combattuta non solo sui campi di battaglia tradizionali ma attraverso sabotaggi digitali, attacchi ransomware e offensive cibernetiche, i sistemi di difesa occidentali scricchiolano sotto la pressione di potenze rivali e asimmetrie tecnologiche sempre più profonde: il libro analizza la crescente interdipendenza tra scelte tecnologiche e dinamiche geopolitiche, offrendo una riflessione di strettissima attualità sulle nuove sfide per la sicurezza nazionale e la protezione delle infrastrutture critiche.

”Il libro discute dei rischi per la sovranità digitale portati dall’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale e quando la sovranità digitale è a rischio è come se fosse a rischio il territorio di uno Stato e in pericolo gli stessi cittadini”, afferma all’Adnkronos Di Corinto che, a pochi giorni dalla presentazione della prima enciclica ‘Magnifica Humanitas’ di Papa Leone XIV, osserva che si tratta proprio di molte questioni sollevate dal pontefice che ”ha riflettuto sul tema dell’autonomia della decisione degli agenti Ai, dell’uso illecito dell’Ai per la disinformazione, dell’importanza di adottare un approccio etico agli sviluppi dell’Ai”. ”Le minacce sono tre – conclude Di Corinto – i migliaia di attacchi cibernetici che si verificano ogni giorno; la disinformazione che offusca la distinzione tra verità e finzione; l’uso illecito e criminale dell’Ai”. (Sci/Adnkronos) ISSN 2465 – 1222 27-MAG-26 18:44 NNNN


dicorinto.it/articoli/recensio…


Guerra Profonda: perché il nuovo libro di Arturo Di Corinto merita l’attenzione della community cyber


Il settore della cybersecurity è spesso vittima di una visione riduttiva del conflitto digitale. Quando si parla di minacce informatiche si tende infatti a pensare quasi esclusivamente a malware, ransomware, vulnerabilità e attacchi alle infrastrutture critiche. Eppure la realtà degli ultimi anni ha dimostrato che il cyberspazio è soltanto una delle dimensioni attraverso cui si sviluppano i conflitti contemporanei.

Con il libro Guerra Profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, in uscita il 5 giugno per Luiss University Press, Arturo Di Corinto propone una riflessione che va ben oltre la tradizionale analisi della sicurezza informatica, portando il lettore all’interno di quel territorio sempre più sfumato dove tecnologia, informazione, psicologia e geopolitica si intrecciano (ordinabile già ora in pre-vendita).

Per chi conosce il percorso professionale dell’autore, non si tratta di un salto nel vuoto. Giornalista, divulgatore, docente e ricercatore nel campo della cybersecurity e dei diritti digitali, Di Corinto ha raccontato per anni l’evoluzione della rete, delle minacce informatiche e dei rapporti di potere che si sviluppano attorno alle tecnologie digitali.

Ciò che rende particolarmente interessante questo nuovo lavoro è il tentativo di superare la distinzione tradizionale tra guerra informatica e guerra dell’informazione. Le anticipazioni disponibili descrivono infatti un’analisi delle minacce ibride in cui cyberattacchi, campagne di disinformazione, operazioni psicologiche e utilizzo dell’intelligenza artificiale diventano componenti di un’unica architettura conflittuale.

È un approccio che risulta particolarmente attuale. Negli ultimi anni abbiamo osservato come gli attori statuali e non statuali abbiano progressivamente integrato strumenti tecnici e cognitivi nelle proprie operazioni. L’obiettivo non è più soltanto compromettere sistemi informatici o interrompere servizi essenziali, ma influenzare percezioni, alterare processi decisionali, polarizzare il dibattito pubblico e modellare il comportamento delle persone.

In questo contesto il concetto di “guerra profonda” appare particolarmente efficace. Non una guerra combattuta esclusivamente nelle reti informatiche, ma un conflitto che agisce contemporaneamente sulle infrastrutture tecnologiche e sulle infrastrutture cognitive della società.

Per gli operatori della cybersecurity il valore di una lettura come questa risiede proprio nella capacità di ampliare il perimetro di osservazione. La sicurezza non può più essere considerata esclusivamente un problema tecnico. Le campagne di influence operation, l’uso malevolo dell’intelligenza artificiale generativa, la manipolazione algoritmica dell’informazione e la crescente centralità della sovranità digitale rappresentano oggi fattori strategici almeno quanto le vulnerabilità software o gli exploit zero-day.

Il libro sembra inoltre inserirsi in un dibattito particolarmente rilevante per l’Europa: quello relativo all’autonomia tecnologica e alla capacità degli Stati di governare infrastrutture, dati e sistemi di intelligenza artificiale in un contesto caratterizzato da una crescente competizione geopolitica.

Per chi lavora nella threat intelligence, nella sicurezza nazionale, nella gestione del rischio o nella protezione delle infrastrutture critiche, Guerra Profonda promette quindi di offrire una chiave di lettura utile per comprendere come le minacce del XXI secolo stiano evolvendo verso forme sempre più ibride e multidimensionali.

In un’epoca in cui ransomware, campagne di disinformazione, deepfake, operazioni psicologiche e intelligenza artificiale convergono all’interno dello stesso ecosistema di minaccia, la vera sfida non è soltanto difendere reti e sistemi, ma comprendere il modo in cui viene attaccata la fiducia stessa su cui si fondano le nostre società digitali.

Ed è probabilmente proprio questa la domanda più interessante che il nuovo lavoro di Arturo Di Corinto sembra voler porre al lettore: siamo davvero preparati a riconoscere i nuovi campi di battaglia del mondo digitale?