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Ladybird accelera: il browser indipendente ora punta al 4K


Il panorama dei browser web è bloccato da tempo in una situazione di stallo tecnico, dove quasi ogni alternativa a Chrome, ad eccezione di Firefox, si limita a vestire con un abito diverso il motore di Google. Ladybird ha deciso di percorrere la strada più difficile: costruire tutto da zero. I progressi di marzo 2026 mostrano che questa scommessa sta pagando, trasformando quello che era un progetto di nicchia in una piattaforma sempre più scattante e capace di gestire il web moderno. Il […]
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Il panorama dei browser web è bloccato da tempo in una situazione di stallo tecnico, dove quasi ogni alternativa a Chrome, ad eccezione di Firefox, si limita a vestire con un abito diverso il motore di Google. Ladybird ha deciso di percorrere la strada più difficile: costruire tutto da zero. I progressi di marzo 2026 mostrano che questa scommessa sta pagando, trasformando quello che era un progetto di nicchia in una piattaforma sempre più scattante e capace di gestire il web moderno.

Il cuore di questa rivoluzione si chiama AsmInt. Si tratta di un nuovo interprete JavaScript scritto a mano in linguaggio assembly (per architetture x86_64 e AArch64). Invece di passare per le consuete traduzioni del codice C++, il browser ora parla in modo molto più diretto all’hardware. I risultati nei test di velocità sono brutali: miglioramenti che vanno dal 37% fino al 69% in base al tipo di operazione. La navigazione risulta sensibilmente più reattiva, specialmente su siti carichi di script complessi.

Il traguardo del 4K e la pulizia del codice


Per la prima volta, Ladybird riesce a gestire correttamente i flussi video VP9 e l’audio Opus all’interno dei contenuti WebM. Questo significa che il supporto a YouTube ha fatto un salto generazionale, permettendo di selezionare la qualità video fino al 4K. Al momento la funzione è nascosta dietro una “flag” sperimentale perché il consumo di memoria è ancora elevato e mancano alcuni meccanismi di pulizia dei dati bufferizzati, ma il segnale è chiaro: l’indipendenza non significa rinunciare all’alta definizione.

Eliminando il vecchio sistema di compilazione JavaScript a favore di un’architettura più snella, il progetto ha guadagnato in stabilità. Anche il motore per le espressioni regolari è stato riscritto completamente da zero utilizzando il linguaggio Rust, una scelta che ha portato a un incremento di velocità pari a sei volte rispetto al passato.

Che cos’è Ladybird


Per i nuovi lettori, Ladybird è un browser unico al mondo. A differenza di quasi tutti i concorrenti (come Edge, Brave o Opera), non prende in prestito il motore di Google (Chromium) né quello di Apple (WebKit). L’obiettivo è creare un software che rispetti gli standard del web senza sottostare alle logiche commerciali dei giganti della Silicon Valley, garantendo un’alternativa reale e trasparente.

Segnalibri e siti più fluidi


Oltre alle grandi manovre sotto il cofano, marzo ha portato novità pratiche. Ora il browser supporta i segnalibri persistenti salvati in formato JSON, una funzione fondamentale per l’uso quotidiano. Sono stati risolti anche numerosi problemi di visualizzazione su siti popolari come Microsoft.com e Chess.com, grazie a una gestione più precisa dei fogli di stile (CSS) e dei caricamenti in parallelo. Con oltre due milioni di test di compatibilità superati, Ladybird non è più solo un esperimento, ma un software che inizia a masticare il web reale con estrema competenza.

SOURCE:// ladybird.org

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Anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti


Una delle tematiche di maggior interesse per l’ordine giudiziario in questo periodo è quello relativo alle modalità di elezione dei membri “togati” del Consiglio superiore della magistratura. La legge del 1967 prevedeva un sistema maggioritario a doppio turno che aveva dimostrato una notevole tendenza a favorire la schiacciante affermazione di una sola corrente in occasione delle elezioni del 1972. In quelle elezioni infatti Magistratura Indipendente, attraverso un efficace sistema di alleanze, era riuscita ad ottenere l’assegnazione di tutti i seggi spettanti ai membri magistrati eletti <252 (nelle successive elezioni del 1976, con un nuovo sistema elettorale proporzionale la stessa corrente otterrà solo 8 seggi su 20 <253). Secondo molti osservatori <254, proprio a causa della sua composizione, durante la legislatura consigliare iniziata nel 1972, il Csm si era caratterizzato in senso conservatore e si era reso protagonista di una lunga serie di iniziative volte a penalizzare i magistrati delle correnti più progressiste, a cominciare da Magistratura Democratica, sia attraverso l’uso dei poteri disciplinari sia con le assegnazioni agli uffici direttivi. Da un punto di vista tecnico comunque, il sistema elettorale appariva, dopo la prova del 1972, scarsamente idoneo ad assicurare un buon funzionamento dell’organo e praticamente tutte le correnti, in occasione della campagna elettorale per le elezioni dell’Associazione Nazionale Magistrati del giugno 1975, comprendevano nel loro programma un sostegno alla riforma (compresa Magistratura Indipendente) <255.
Dello stesso avviso erano i principali partiti, ma con sfumature diverse. Il Pci, pur votando a favore della legge di riforma in Parlamento nella seconda metà del 1975, non sembra dare eccessivo peso a tale iniziativa; l’Unità ne parla poco e, si direbbe, svogliatamente. Su Rinascita se ne occupano saltuariamente gli esperti di giustizia del Pci: Spagnoli, Perna, Malagugini, Barcellona; ma certo non sembra essere una delle priorità del partito. Più battagliero appare il Psi; già alla fine di gennaio, nel corso delle polemiche circa le dichiarazioni di Spagnuolo al Mondo, il ministro Zagari rilascia un’intervista allo stesso settimanale <256, in cui dichiara che tra le riforme necessarie per rendere più efficace la funzione giurisdizionale vi è quella relativa ad una revisione, in senso proporzionalista, delle legge elettorale per il Csm. In aprile poi il Psi, attraverso Viviani, presenta il proprio disegno di legge per la riforma elettorale; nello stesso periodo Vincenzo Balzamo, che cura i lavori della commissione problemi dello Stato del Psi, rende noto che, per quanto riguarda il Csm, la priorità è la riforma elettorale, mentre eventuali revisioni costituzionali (con riferimento al disegno di legge Bianco-Gargani) possono anche essere opportune, ma ancor più importante è mantenere l’indipendenza della magistratura <257. Nella stessa direzione va anche il rapporto del convegno del Psi sullo Stato che si tiene a Gardone a settembre. <258 Nel frattempo anche la Dc si è espressa a favore del sistema proporzionale ed anzi, attraverso il deputato Coppola, presenta un proprio disegno di legge in tal senso <259, che confluirà poi con quello del Psi nella legge approvata a ottobre. Non mancano, tra i moderati ed anche fra i democristiani coloro che sono critici nei confronti del progetto di legge (come sarà evidente a novembre, quando il Presidente Leone rinvia la norma alle Camere), ma l’intera magistratura, o quasi, è ormai per la riforma e, inoltre, vi è una considerazione di importanza non secondaria: il vecchio sistema elettorale può aver favorito gli elementi moderati, ma nulla garantisce che lo farà anche in futuro; le forze progressiste sembrano avanzare nell’ambito della magistratura come in altri settori della società italiana e la prospettiva di ritrovarsi con Magistratura democratica che controlla il Csm non deve essere vista con favore dai democristiani (e non solo da loro). L’unico partito a votare contro la riforma è quindi il Movimento Sociale. Forse anche per questo desta qualche stupore l’iniziativa di Leone (definita «pretestuosa» da Alessandro Pizzorusso <260); anche perché da un punto di vista tecnico-giuridico non sembra che le osservazioni siano particolarmente fondate (ne sarà accolta solo una su quattro dal Parlamento, che confermerà definitivamente la legge a dicembre). Secondo una nota inviata da Malagugini alla segreteria del Pci nell’ottobre 1975, a convincere Leone dell’opportunità di rinviare la legge sarebbe stato Cucco, consigliere per Terzo potere del Csm <261. Come accennato, uno dei problemi maggiori causati dalla schiacciante maggioranza conservatrice al Csm nella legislatura iniziata nel 1972, secondo i progressisti, è quello dei procedimenti disciplinari <262. Nel corso del periodo in esame si assiste in effetti ad alcuni procedimenti in cui il contenuto politico appare piuttosto evidente. Tra i più noti quello di tre pretori del lavoro di Milano, sottoposti a procedimento disciplinare a causa delle sentenze da loro emesse tra il 1971 ed il 1973; si tratta di un caso piuttosto noto perché seguito da vicino dalla stampa e perché descritto nei dettagli nel libro “Magistrati scomodi”, uscito nel 1974 <263 e narrato nelle memorie di uno dei giudici inquisiti <264. Il procedimento si presenta come estremamente delicato perché teso, nelle intenzioni di coloro che lo hanno promosso, a sanzionare il merito delle sentenze dei pretori, la loro attività giurisdizionale. Per quanto riguarda il contenuto delle sentenze, leggendo oggi le memorie di Romano Canosa (scritte alla fine degli anni Settanta), le convinzioni che esprime ed il linguaggio usato in quel momento, non si fatica a credere che esse dovessero essere il frutto di un’interpretazione favorevole ai lavoratori fino ai limiti (e forse in qualche caso anche oltre) della lettera della legge; d’altra parte, lo stesso Canosa afferma di aver ascoltato le critiche di Gino Giugni, principale ispiratore dello statuto dei lavoratori, al «radicalismo di una certa magistratura di sinistra» <265. Se le sentenze potevano essere considerate dettate da parzialità il rimedio doveva però essere necessariamente costituito dai giudizi di appello (i quali infatti, come lamenta Canosa ribaltavano quasi sempre il giudizio di primo grado) ma non un’inchiesta disciplinare finalizzata a giudicare l’attività giurisdizionale e quindi ledere l’indipendenza del giudice nel suo libero convincimento; infatti il procedimento disciplinare presso il Csm, pur governato da giudici conservatori, giunge ad una soluzione di proscioglimento.
Per quanto riguarda gli altri provvedimenti disciplinari “politici” essi riguardano magistrati quasi sempre di Magistratura democratica e gli atti censurabili consistono nella maggior parte dei casi <266 in critiche delle sentenze di altri giudici o dichiarazioni pubbliche considerate incompatibili con l’ufficio ricoperto <267. La Dc si occupa poco della questione ed il suo quotidiano non dà quasi alcun peso alle vicende. Il partito comunista si schiera a difesa dei magistrati progressisti sotto inchiesta e sottolinea, in particolare, l’intento politico generale da parte dell’alta magistratura e del Csm a maggioranza moderata e come le mancanze (o presunte tali) che si vogliono colpire siano sempre riconducibili alla manifestazione del pensiero <268. Ma, anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti e attacca duramente il Csm ed i magistrati conservatori che promuovono le azioni disciplinari <269. Anche in questo caso valgono le considerazioni già fatte a proposito dei toni dei socialisti sulle inchieste sull’eversione di destra: il partito, avvertendo che la sua immagine risulta logorata dagli anni di collaborazione con la Dc compie tutti gli sforzi possibili per accreditarsi presso gli ambienti della sinistra.
Un elemento importante per l’elaborazione di una politica sulla giustizia e sull’ordinamento giudiziario da parte dei partiti della sinistra è il loro rapporto con la corrente più progressista della magistratura, ovvero Magistratura Democratica. Dopo la scissione del 1969 questo gruppo si era spostato sulla sinistra dell’asse politico e, in occasione del primo congresso, tenutosi a Firenze nel 1973, l’argomento più significativo del dibattito era stato l’atteggiamento nei confronti della sinistra tradizionale, in particolare del partito comunista. Con le elezioni politiche del 1972 Generoso Petrella aveva abbandonato la segreteria della corrente per l’elezione al Senato nelle liste del Pci ed era stato sostituito da Marco Ramat, in quel momento di simpatie socialiste <270; a Firenze dunque si confrontano due gruppi principali, la “destra” interna, rappresentata da Violante, Bruti Liberati, Grimaldi, dallo stesso Petrella, che affermava il ruolo del Pci come punto di riferimento principale, e la “sinistra” con Accattatis, Senese, Marrone, ed altri che sostenevano due punti fondamentali: l’autonomia ideologica rispetto ai partiti della sinistra tradizionale e l’esigenza di formulare strategie politico-giudiziarie “di classe” <271; la conferma di Ramat alla segreteria testimonia lo sforzo di cercare una mediazione tra le due anime della corrente. Un risultato che sembra in buona misura raggiunto in occasione del congresso successivo, nell’aprile del 1975 a Napoli, che segna probabilmente il momento di maggior approssimazione di Magistratura democratica con il Pci <272. In questo periodo Md conta sul sostegno del 13% dei magistrati, contro oltre il 40% di Magistratura Indipendente e poco più del 20% ciascuno a Terzo Potere e Impegno Costituzionale <273.
Alla vigilia della VII legislatura quindi, pur in presenza di elementi fortemente innovatori che introducono un acceso dibattito interno, la magistratura appare ancora caratterizzata, rispetto alla società italiana, dalla prevalenza di giudici di orientamento moderato-conservatore <274 soprattutto nei suoi gradi più elevati, forse anche in virtù del fatto che la gran maggioranza dei magistrati provengono dalle regioni del Mezzogiorno <275, le quali appunto si distinguono, dal punto di vista politico-culturale, per un maggior seguito ottenuto dai partiti moderati <276. Eppure diversi magistrati appartenenti alle giovani leve, non necessariamente orientate a sinistra o aderenti a Magistratura Democratica, quando si trovano davanti inchieste delicate che riguardano esponenti di partito dimostrano di non farsi influenzare da quella sorta di “sudditanza” culturale nei confronti delle forze politiche, soprattutto quelle di governo, che aveva caratterizzato l’ordine giudiziario italiano fin dall’unificazione.
E’ opinione diffusa che lo scandalo dei petroli, come anche le inchieste sulle “deviazioni” dei servizi di sicurezza che denotano quantomeno una mancanza di incisività nel controllo politico, abbiano avuto un ruolo significativo nella riduzione di consensi sofferto dalla Dc in occasione delle elezioni del giugno 1975, alle quali, non a caso, il Pci si presenta come il partito dalle “mani pulite”. Anche nel 1976 il coinvolgimento di diversi esponenti Dc in possibili violazioni della legge continua ad avere effetti, se è vero che pur decidendo di dare il voto a questo partito, molti moderati si vedono costretti a “turarsi il naso”, secondo la celebre espressione di Indro Montanelli. In questa maniera le inchieste giudiziarie ricordate danno un contributo importante, forse fondamentale, a quell’«assedio» di cui parla Flaminio Piccoli e che descrive lo stato d’animo di molti democristiani tra il 1974 ed il 1976 <277 quando l’immagine del partito è forse adeguatamente resa dal film di Elio Peltri “Todo modo”, del 1975, in cui un gruppo di dirigenti Dc si isola completamente dalla società per richiudersi in un mondo surreale in cui si mescolano i sensi di colpa dei dirigenti delle correnti interne per gli scandali di cui si sono resi protagonisti, alle ipocrisie ed ai litigi legati all’esercizio del potere.
Ma gli effetti delle inchieste giudiziarie non si limitano al consenso elettorale; essi si estendono, verosimilmente, anche agli equilibri interni della Dc: a Fanfani succede, pur in presenza di grandi resistenze, un personaggio caratterizzato da notevoli anomalie nella storia del partito, Zaccagnini, che non gode di un grande seguito personale, ma che si è messo in luce per aver denunciato la mancanza di tensione etica e la necessità di abbandonare pratiche non trasparenti; in molti, all’interno ed all’esterno del partito di maggioranza relativa confidano in una fase di “rinnovamento”, in cui un diverso atteggiamento rispetto ai metodi illegali di finanziamento, ai legami con la criminalità organizzata e l’approccio nei confronti di certi elementi delle forze armate sospettate di scarsa fedeltà ai valori democratici, hanno un ruolo importantissimo.
Le inchieste che riguardano i partiti di governo, portano, da un punto di vista politico ed elettorale, significativi vantaggi al maggior partito di opposizione e di ciò i dirigenti del partito comunista sono consapevoli. Eppure, se da una parte il lavoro dei magistrati permette al Pci di acquisire maggior forza, dall’altra parte esso crea il rischio di radicalizzare la contrapposizione con la Dc che non è funzionale alla collaborazione tra i due maggiori partiti che costituisce il disegno strategico del Pci e, quando le inchieste coinvolgono i socialisti, rischiano di creare un solco nell’ambito della sinistra. Berlinguer è deciso a tener ferma la rotta del partito in direzione del compromesso storico, l’unica strategia che può portare i comunisti a responsabilità di governo correndo pochissimi rischi, di conseguenza la sua tattica è quella di evitare una esasperazione dei toni. Inoltre, pur apprezzando le novità di segno “democratico” che emergono in maniera sempre più evidente tra i giudici, non pochi responsabili del partito dimostrano sempre una certa diffidenza nei confronti di esponenti di un potere burocratico che, in tutta autonomia, intraprendono iniziative capaci di incidere sulle dinamiche dei partiti. Tuttavia la posizione del partito per quanto riguarda l’eversione di destra, la criminalità organizzata, ma anche la corruzione pubblica è chiara ed è di aperto contrasto. Il risultato è una politica in cui i comunisti, pur senza alzare i toni, senza ricorrere al deprecato “qualunquismo”, senza cioè attribuire all’intera Democrazia Cristiana le responsabilità per gli atti devianti di singoli esponenti, adottano tutte le iniziative specifiche per favorire l’emergere delle responsabilità personali di coloro che sono sottoposti a indagini.
Con i socialisti il Pci è ancora più cauto. Per quanto riguarda i processi che si riferiscono al terrorismo di marca fascista non esistono problemi di sorta; si tratta di vicende che uniscono i due partiti della sinistra contro, almeno ciò è quanto si percepisce nel dibattito pubblico, alcuni partiti di governo; si tratta di inchieste, si potrebbe dire, che favoriscono la linea dell’”alternativa di sinistra” in campo politico; un discorso analogo vale per la criminalità organizzata. Mentre il problema della corruzione e del finanziamento occulto dei partiti è assai più delicato: il Psi sembra pagare la prossimità col potere centrale che dura ormai da oltre un decennio e, in alcune circostanze, membri del partito vengono lambiti, o anche coinvolti, nelle indagini, cosa che probabilmente non rimane senza conseguenze per le delusioni elettorali del Psi nel 1975. Inoltre, anche se la stampa non dà grande risalto alla cosa, il partito vota puntualmente, o quasi, in sintonia con la Dc nella commissione inquirente che si occupa di petroli, Montedison ed altro. In questo caso le inchieste sembrano, da un punto di vista politico favorire l’unità d’azione tra Dc e Psi, in una parola, il Centrosinistra.

[NOTE]252 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia, Einaudi, Torino, 1982. Vedere anche “Gerarchie e potere nella magistratura”, Il Contemporaneo, allegato a Rinascita N. 9 del 1 marzo 1974.
253 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit.
254 Vedere, ad esempio, R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Da piazza Fontana a mani pulite.Cit.
255 Vedere l’inserto sulla campagna elettorale in La Magistratura aprile-maggio 1975,
256 “Colpire a fondo. Colloquio con Mario Zagari”, Il Mondo del 31 gennaio 1974. N. 5; vedere anche “Grandi forze sono senza controllo”, l’Avanti, 23 gennaio 1974
257 “Per la giustizia soluzioni globali”, l’Avanti del 12 aprile 1974
258“Ampliare le libertà per rafforzare le istituzioni”, l’Avanti del 27 settembre 1974
259 “Nuove rappresentanze per i magistrati”, il Popolo del 09 aprile 1975
260 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia. Cit. Pag. 42.
261 Nota del 21 ottobre 75, Fondazione Gramsci, Archivio del Pci, Busta N. 208, Pag. 910X
262 Sull’argomento vedere, ad esempio, “La disciplina dei magistrati”, Quale giustizia N. 38-39 del 1977; oppure E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni Novanta”. Cit. Pag. 191.
263 Magistratura Democratica, Magistrati scomodi. Un tentativo di epurazione, Dedalo, Bari, 1974.
264 R. Canosa, Storia di un pretore, Einaudi, Torino, 1978.
265 Romano Canosa, Storia di un pretore. Cit. Pag. 87.
266 Una significativa eccezione è costituita dal trasferimento ai danni del pretore Di Giorgio di Martina Franca. Verosimilmente l’interessamento del Csm deriva dalle inchieste del pretore che avevano toccato interessi politici e imprenditoriali locali. Vedere “Trasferito il pretore Di Giorgio”, l’Unità del 14 gennaio 1974
267 Il periodico Quale giustizia di maggio-giugno 1977 contiene una descrizione dei casi più significativi.
268 Vedere, ad esempio, “L’attacco ai magistrati democratici”, l’Unità del 14 maggio 1974
269 Vedere, per esempio, “Caso Ramat, riappare la repressione”, l’Avanti del 26/04/1974 o “Il Csm all’azione repressiva”, l’Avanti del 18 maggio 1974, o, ancora, “al Csm altri tre pretori perseguiti per le loro sentenze in materia di lavoro”, l’Avanti del 13 ottobre 1974
270 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 320.
271 G. Palombarini, Giudici a sinistra. Cit. Pag. 117
272 Vedere, ad esempio, “I giudici fanno il compromesso storico”, Espresso, N. 16 del 1975
273 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 385 Si tratta delle percentuali di voto ottenute da ciascuna corrente in occasione delle elezioni per la giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati nel 1976.
274 Questa circostanza è testimoniata, oltre che dai risultati elettorali per il rinnovo dei vertici dell’Anm e per il Csm, da diversi protagonisti dell’epoca, ad esempio Paolo Emilio Taviani, che, nelle sue memorie, nel parlare di Vittorio Occorsio, ricorda che gli era stato descritto come giudice «orientato a sinistra», un giudizio che il politico democristiano considera «un merito anziché un difetto» in considerazione «dell’eccessivo reazionarismo della maggioranza dei magistrati anziani»; si tratta di un commento che risale alla fine del 1973.
275 Di Federico, Caratteristiche socioculturale della magistratura. La tendenza degli ultimi vent’anni, Rusconi, Milano, 1989.
276 R. Mannheimer e G. Sani, Il Mercato elettorale, Il Mulino, Bologna, 1987.
277 G. Galli, Storia del socialismo italiano. Cit. Pag. 413.
Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013
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Oltre la metà degli italiani spia gli smartphone altrui in pubblico: il dato sorprendente sulla privacy


Più del 50% degli italiani ammette di aver sbirciato lo smartphone di uno sconosciuto in pubblico. Un fenomeno diffuso, spesso guidato dalla curiosità, che solleva dubbi sulla sicurezza e sulla privacy digitale
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Una nuova ricerca di Samsung rivela che gli spazi pubblici in Europa sono diventati una sorta di “schermo condiviso”: il 59% degli italiani afferma di aver guardato accidentalmente il telefono di uno sconosciuto, indicando i mezzi pubblici come il luogo in cui è più probabile notare lo schermo altrui (56%). Quasi un italiano su quattro (24%) ammette di aver osservato il telefono di qualcun altro per curiosità, esponendosi così a contenuti privati che spaziano dalle foto personali ai dati bancari

DJI Avata 360: il drone FPV che rivoluziona il volo immersivo
DJI Avata 360 porta il volo FPV a un livello completamente nuovo grazie a un’esperienza immersiva a 360°. Ecco come funziona, cosa cambia rispetto ai droni tradizionali e perché potrebbe rivoluzionare il settore
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Samsung ha intervistato 11.000 europei a supporto del lancio di Galaxy S26 Ultra, che introduce un Privacy Display integrato. Questa nuova tecnologia hardware rende i contenuti dello schermo visibili solo frontalmente, proteggendo la privacy dagli sguardi laterali senza compromettere l’esperienza visiva. Lo studio evidenzia, inoltre, un divario tra la percezione della privacy e la realtà anche in Italia: se il 59% ritiene che l’uso del proprio telefono sia privato anche in luoghi affollati, il 56% afferma che in pubblico è facile vedere lo schermo degli altri. Nonostante oltre un quarto delle persone ignori la situazione (26%) o distolga subito lo sguardo (30%), il 7% ammette di continuare a guardare con discrezione.

Dai messaggi al denaro: cosa c’è in gioco


Quasi la metà (48%) afferma di aver avuto la sensazione che qualcuno stesse guardando lo schermo del proprio telefono in pubblico. Solo il 25% considera l’uso dello smartphone in pubblico un’attività privata e sebbene i consumatori possano essere già consapevoli di questo rischio, i nuovi dati indicano che le informazioni visibili sono spesso inaspettatamente personali. Circa un terzo degli italiani (39%) dichiara di aver visto contenuti personali sul telefono di uno sconosciuto in pubblico, e il 28% afferma di aver visto qualcosa che riteneva non avrebbe dovuto vedere. I contenuti osservati più frequentemente includono:

  • Foto personali / galleria – 40%;
  • Volto o voce durante una videochiamata – 31%;
  • Messaggi personali (ad esempio del partner/coniuge) – 30%;
  • Notifiche o profili social – 24%;
  • Shopping online – 15%;
  • Notifiche o profili di app di dating – 9%;
  • Saldo bancario o dettagli del conto – 8%,

Queste situazioni sono generalmente involontarie e si verificano nella vita quotidiana. È proprio questo che crea un “pubblico accidentale”: persone che vedono ciò che compare sullo schermo di qualcun altro semplicemente perché è nel loro campo visivo, spesso senza avere altro da fare se non guardarsi intorno. Il 56% indica i mezzi pubblici come il contesto più frequente, seguiti dal 39% durante l’attesa in fila (ad esempio al supermercato o nei negozi) e dal 16% in bar, ristoranti o caffè.

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Addio chiavi: con Nuki Smart Lock puoi aprire la porta di casa con un semplice tap, proprio come i pagamenti contactless. Ecco come funziona la serratura smart
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Una crescente attenzione alla protezione delle informazioni personali


Con l’aumentare della consapevolezza che gli altri possano vedere i contenuti dei loro schermi in pubblico, molte persone stanno cambiando il modo in cui utilizzano lo smartphone. Se solo il 7% dichiara di non fare nulla quando percepisce che qualcuno sta guardando il proprio schermo, il 40% afferma di smettere completamente di usare il telefono, e solo l’8% arriverebbe ad affrontare direttamente la persona. Per il timore che uno sconosciuto possa vedere ciò che appare sullo schermo, gli italiani dichiarano di aver evitato o rimandato attività come operazioni bancarie (54%), l’inserimento di codici di accesso o PIN (42%) e la lettura di messaggi privati del partner (42%). Questi comportamenti riflettono un cambiamento più ampio nel modo in cui viene percepita la privacy: non più soltanto come qualcosa da gestire tramite le impostazioni del dispositivo, ma anche come un aspetto influenzato dall’ambiente circostante.

Una priorità di Samsung


Con il Privacy Display di Samsung Galaxy S26 Ultra, gli utenti dispongono di un nuovo strumento per proteggere le proprie informazioni, affiancando queste buone pratiche quotidiane. La privacy è da tempo una priorità per Samsung e il Privacy Display rappresenta l’ultimo passo dell’azienda nel supportare le persone a mantenere riservati i propri dati nei momenti che contano davvero – con il supporto di sette anni di aggiornamenti di sicurezza per garantire una protezione duratura nel tempo. Lo studio ha inoltre evidenziato che il 44% degli intervistati evita di svolgere determinate attività negli spazi pubblici, segnalando una chiara esigenza di maggiore controllo da parte degli utenti sulla visibilità dei propri contenuti digitali.

Benjamin Braun di Samsung Europe, ha dichiarato: “il telefono è uno degli oggetti più personali che possediamo: custodisce foto, dati bancari, messaggi e molto altro. Utilizzo i mezzi pubblici quasi ogni giorno e l’ultima cosa che desidero è che la persona accanto a me veda cosa c’è sul mio schermo”


In un’epoca in cui lo smartphone è diventato un’estensione della nostra vita personale, episodi apparentemente innocui come uno sguardo fugace allo schermo altrui assumono un peso ben diverso. Essere consapevoli dei rischi e adottare semplici accorgimenti — come ridurre la visibilità dello schermo o utilizzare filtri privacy — può fare la differenza nel proteggere i propri dati. Perché, oggi più che mai, la sicurezza digitale passa anche dai piccoli gesti quotidiani.


DJI Avata 360: il nuovo drone FPV che rivoluziona il volo immersivo


DJI ha presentato Avata 360, il nuovo drone di punta dell’azienda offre immagini a 360°. Inoltre, il potente sistema di trasmissione video O4+ e il rilevamento degli ostacoli permettono ai creator di vedere più lontano, con un’esperienza di volo più stabile, più sicura e ancora più immersiva. Abbinato a DJI Goggles e ai Motion Controller, l’ultimo arrivato della serie Avata offre un’esperienza di volo immersiva con tutto il brivido dell’FPV.
Nella foto sopra, DJI Avata segue i ciclistiNella foto sopra, DJI Avata segue i ciclisti

Due obiettivi per aumentare la creatività


Avata 360 beneficia di due diversi obiettivi che possono essere alternati in modo fluido. L’obiettivo a 360° utilizza sensori equivalenti a 1 pollice che catturano immagini a 360° con ricchi dettagli per video HDR a 8K/60 fps e foto da 120 MP. Con pixel grandi e un'ampia gamma dinamica, anche luci e ombre vengono catturate con nitidezza. Sia i video sia le foto possono essere esportati direttamente o rielaborati in post-produzione. La modalità Obiettivo singolo, invece, consente ai creator di effettuare riprese tradizionali in 4K/60fps, come con Avata.

Autenticazione push mobile: sicurezza bancaria sul tuo smartphone
Le banche stanno abbandonando le password tradizionali. L’autenticazione push mobile permette di approvare accessi e pagamenti con un tap sullo smartphone — ma come funziona davvero e quanto è sicura?
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Trasmissione video stabile


Il nuovo drone è dotato del sistema di trasmissione video O4+ di punta dell’azienda, che offre live feed stabili e nitidi per voli più fluidi e coinvolgenti. Le sue eccellenti capacità anti‑interferenza consentono la trasmissione in alta definizione e ad alta frequenza di fotogrammi a 1080p/60 fps e supportano una portata fino a 20 km.
Le lenti sono facilmente intercambiabiliLe lenti sono facilmente intercambiabili

Sicurezza avanzata


Avata 360 offre fino a 23 minuti di autonomia di volo (dichiara DJI) e include diverse funzioni di sicurezza standard, tra cui il rilevamento omnidirezionale degli ostacoli in notturna e le pareliche integrate. Se danneggiata, la lente della fotocamera può essere sostituita facilmente con il kit lente di ricambio con strumenti per DJI Avata 360 (venduto separatamente). Consente inoltre un’esperienza eccezionale nella creazione di contenuti aerei: una singola ripresa realizzata con l’imaging a 360° può essere trasformata, in post-produzione, in molteplici clip.
Grazie a DJI RC Motion 3, anche i principianti potranno eseguire acrobazie aeree come il driftingGrazie a DJI RC Motion 3, anche i principianti potranno eseguire acrobazie aeree come il drifting

Le principali funzionalità


Il DJI Avata 360 integra una serie di funzionalità avanzate che ridefiniscono l’esperienza FPV rendendola accessibile anche ai meno esperti. Tra le principali novità spiccano lo Spotlight Free, che consente di agganciare automaticamente un soggetto in movimento replicando movimenti di camera professionali, e ActiveTrack 360°, capace di adattare dinamicamente il tracciamento in base allo scenario, mantenendo sempre il soggetto al centro dell’inquadratura.
DJI Avata con Radiocomando RC2DJI Avata con Radiocomando RC2
La modalità FPV introduce un effetto di rollio naturale applicabile anche in post-produzione, mentre il tracciamento intelligente, supportato da algoritmi evoluti, permette di seguire con precisione persone, veicoli e animali anche in riprese a 360°. Sul fronte editing, il sistema GyroFrame consente un controllo totale dell’inquadratura direttamente in app, affiancato da uno stabilizzatore virtuale che abilita rotazioni e inclinazioni infinite per movimenti di camera più dinamici. Completano il pacchetto una lente frontale sostituibile, 42 GB di memoria interna per registrazioni fino a 30 minuti in 8K senza microSD e trasferimenti ultra rapidi tramite Wi-Fi 6, che garantiscono velocità fino a 100 MB/s per un flusso di lavoro immediato e senza interruzioni.

Nuovo iPad Air M4: prezzo, scheda tecnica e novità | TechPerTutti
Apple ha presentato ufficialmente il nuovo iPad Air con chip M4: il tablet di fascia media si rinnova con prestazioni da top di gamma, supporto ad Apple Intelligence e connettività Wi-Fi 7, mantenendo invariato il prezzo di partenza
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Prezzo e disponibilità


DJI Avata 360 sarà disponibile per l’acquisto su dji-store.it e presso i rivenditori autorizzati a partire dal 23 aprile, nelle seguenti configurazioni:

  • DJI Avata 360 (DJI RC 2) 729 euro;
  • DJI Avata 360 Fly More Combo (DJI RC 2) 949 euro;
  • DJI Avata 360 Motion Combo 949 euro.


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Arrivano, in beta, i canali su SimpleX Chat


SimpleX Chat 6.5 beta introduce canali pubblici basati su chat relay. Scopri le nuove funzioni, i miglioramenti prestazionali e le limitazioni della versione attuale.
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SimpleX Chat aggiorna la propria piattaforma con una funzionalità che potrebbe cambiare il modo in cui gli utenti interagiscono su questa rete di messaggistica focalizzata sulla privacy. La versione 6.5.0-beta.7.1 introduce i canali pubblici basati su chat relay, attualmente disponibili in fase beta.

Questa novità rappresenta un passo significativo per SimpleX, che finora si era concentrata principalmente su comunicazioni peer-to-peer private. I canali pubblici permettono ora di creare spazi di discussione accessibili a chiunque, mantenendo comunque l’architettura decentralizzata che caratterizza il progetto. Il sistema si basa sui chat relay, infrastrutture che facilitano la connessione senza rivelare indirizzi IP o metadati sensibili.

Dai primi test emerge un quadro chiaro delle possibilità offerte per ora: ogni canale genera un link pubblico di iscrizione, piuttosto lungo e non facilmente memorizzabile e un codice QR per l’accesso rapido. Gli amministratori possono visualizzare il numero e il nome degli iscritti, impostare un’immagine pubblica identificativa e configurare la durata automatica dei messaggi, con opzioni che vanno dall’eliminazione immediata fino a un anno. L’impostazione predefinita è di una settimana.
Alcuni screenshot di un canale creato come test
È possibile aggiungere un messaggio di benvenuto che viene inviato automaticamente a chi si iscrive e selezionare quali relay SimpleX devono ospitare il canale. Il supporto include testo, immagini, video e file di vario tipo. Una caratteristica distintiva è la natura broadcast: solo l’amministratore pubblica, gli iscritti ricevono ma non possono rispondere direttamente.

Oltre ai canali pubblici, l’aggiornamento porta miglioramenti prestazionali concreti. Secondo gli sviluppatori il consumo di memoria si è ridotto di circa il 30 per cento, mentre le connessioni iniziali risultano più rapide e stabili, specialmente su reti con qualità scarsa. Queste ottimizzazioni toccano sia la versione desktop che quella mobile.

Su desktop gli utenti possono ora selezionare il testo nei messaggi, inviare messaggi vocali e godersi una riproduzione audio e video più stabile. Una correzione risolve anche il problema di navigazione verso messaggi citati durante ricerche o filtraggio contenuti.

Su Android e desktop vige una limitazione da tenere presente: le app mobili possono collegarsi solo con versioni desktop identiche. Chi aggiorna su un dispositivo dovrà assicurarsi che anche l’altro lato della comunicazione sia allineato alla stessa versione.

SimpleX Chat rimane un progetto open source, con aggiornamenti regolari disponibili sul repository GitHub. La natura beta dei canali pubblici suggerisce che ulteriori affinamenti arriveranno nelle prossime settimane, con possibili cambiamenti basati sul feedback della comunità.

Per chi cerca alternative alle piattaforme di messaggistica mainstream, questa evoluzione dimostra come sia possibile bilanciare apertura e privacy senza compromessi architetturali.

SOURCE:// github.com

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Il Trionfo della Morte di Marco Abbagnara: tra Noir, Etica e Oscura Redenzione

Indice dei contenuti

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Copertina del libro Il Trionfo della Morte di Marco Abbagnara

Titolo: Il trionfo della morte

Serie: secondo libro della trilogia

Autore: Marco Abbagnara

Genere:

Editore ‏ : ‎ Pathos Edizioni
Data di pubblicazione ‏ : ‎ 27 febbraio 2025
Lingua ‏ : ‎ Italiano

La contessa Lucrezia Montecadì è ormai l’ossessione del detective Carlos Diabo, che lo attrae e lo respinge, che lo incita a voler scoprire che fine ha fatto Alejandro, suo cognato e marito di Lucrezia e la bellissima Adama. Omicidi, tradimenti e una profonda fede nel disegno di Dio e della chiesa di Manto sono i confini entro cui si muove la potente imprenditrice, contessa e titolare della casa farmaceutica Radesa.

“Il Trionfo della Morte di Marco Abbagnara


Dopo il successo di Lucrezia purificatrice del male, (potete leggere l’articolo cliccando qui magozine.it/lucrezia-purificat…) Marco Abbagnara torna in libreria con “Il Trionfo della Morte”, il secondo capitolo della sua ambiziosa trilogia. Se il primo volume ci aveva introdotto in un mondo di ombre e contrasti, questo sequel alza la posta in gioco, trascinando il lettore in un vortice di etica distorta, giustizia sommaria e oscure trame scientifiche.

Un Ritorno Atteso: Lucrezia e Carlos


In questo nuovo capitolo ritroviamo i volti che hanno reso celebre la saga. Al centro della scena campeggia la Contessa Lucrezia Montecadì, un personaggio che incarna perfettamente il binomio dell’eroe oscuro. Lucrezia non è una protagonista convenzionale: è una forza della natura che combatte il male utilizzandone i medesimi strumenti, muovendosi in quella zona grigia dove la morale si dissolve.

A contrastarla c’è nuovamente l’investigatore Carlos, la sua nemesi naturale. Se Carlos rappresenta, almeno sulla carta, la “coscienza pulita” e il rigore della legge, Abbagnara compie un’operazione chirurgica anche il detective, finisce per riflettere i peccati della sua razza. Tra i due non vi è solo uno scontro tra giustizia e crimine, ma un duello filosofico su cosa significhi realmente “ripulire il mondo”.

L’Ombra di Arconte: Il Male ha un Nuovo Volto


Arconte, una figura che evoca immediatamente suggestioni esoteriche e orrorifiche. Arconte è l’incarnazione della crudeltà priva di scrupoli, un uomo che vive nella lussuria e nel culto della propria depravazione. Il suo legame con un misterioso affresco raffigurante la morte non è solo un elemento estetico, ma un simbolo della tentazione. Attorno a lui gravitano figure minori, come due giovani ladruncoli mossi dalla brama di denaro, le cui vite si intrecceranno tragicamente con i piani del villain, dimostrando come il desiderio materiale possa trasformarsi in una condanna a morte.

“La morte, in questo romanzo, non è un mostro da temere, ma un linguaggio. Una forza che purifica il falso per rivelare l’autentico.”

Scienza e Peccato: La Svolta Narrativa


Abbagnara inserisce nel tessuto del romanzo un elemento di trama sorprendente: la scoperta che Lucrezia potrebbe possedere, nel suo sangue o nelle sue azioni, una cura inaspettata contro il cancro. Questo sposta il libro dal genere noir puro verso il thriller scientifico e sociale. Riuscirà la Contessa a trasformare questa scoperta in una speranza concreta?

Fino a che punto si spingerà la concorrenza spietata di chi vuole lucrare sulla sofferenza?

Questa sottotrama serve a esplorare il passato di Lucrezia, un passato fatto di violenza e dolore che l’ha resa la paladina delle donne indifese, trasformando la sua “morte interiore” in una missione di vita e purificazione per gli altri.

Uno Stile Immersivo e Poetico


La scrittura di Marco Abbagnara si conferma pulita, diretta, ma profondamente evocativa. L’autore non si limita a raccontare una storia; crea un’atmosfera. I personaggi non sono semplici pedine narrative, ma anime in bilico che portano il peso di desideri taciuti e colpe inconfessabili.

Mentre si legge, si ha la sensazione di non essere meri spettatori: si respira con i protagonisti, si prova la loro rabbia e la loro rassegnazione. Abbagnara ha il raro dono di trattare tematiche profonde la violenza di genere, l’etica medica, la natura del male senza mai risultare didascalico, lasciando che siano le azioni a parlare.

Un’Esperienza Disturbante e Bellezza


“Il Trionfo della Morte” è un’esperienza narrativa potente e, a tratti, disturbante. È un libro che lascia addosso un mix di inquietudine e bellezza, una sensazione di perdita che si accompagna a una rivelazione finale.

Se cercate un romanzo che vi faccia riflettere sulla sottile linea che separa il santo dal peccatore, l’ultima opera di Abbagnara è una lettura imprescindibile. La morte qui non è la fine, ma un nuovo, oscuro inizio.

Il libro è acquistabile sia sul sito della casa editrice che su amazon al seguente link https://www.amazon.it/trionfo-della-morte-Marco-Abbagnara/

Recensione

#recensione

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11 aprile, milano: angela passarello, “in-croci” – mostra @ adec arte


angela passarello in-croci_ dall'11 aprile 2026
cliccare per ingrandire

pdf del comunicato stampa (e testo critico di MG): slowforward.net/wp-content/upl…
#ADECArte #AngelaPassarello #art #arte #INCROCI #inaugurazione #MarcoGiovenale #mostra #vernissage

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Buttondown introduce le passkey e rinnova la sicurezza con l’aggiornamento di marzo


L'ultimo aggiornamento di Buttondown si concentra sulla sicurezza e sull'esperienza di accesso degli autori. La novità più incisiva di marzo è l'introduzione delle passkey, una mossa che permette di abbandonare le tradizionali password in favore di un'autenticazione basata direttamente sui sensori biometrici o sui PIN del proprio dispositivo. Accedendo alla pagina di login è ora possibile configurare questo nuovo metodo in pochi secondi. La piattaforma consente di usare le passkey sia […]
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L’ultimo aggiornamento di Buttondown si concentra sulla sicurezza e sull’esperienza di accesso degli autori. La novità più incisiva di marzo è l’introduzione delle passkey, una mossa che permette di abbandonare le tradizionali password in favore di un’autenticazione basata direttamente sui sensori biometrici o sui PIN del proprio dispositivo.

Accedendo alla pagina di login è ora possibile configurare questo nuovo metodo in pochi secondi. La piattaforma consente di usare le passkey sia come via d’accesso principale al posto della password, sia come livello aggiuntivo per l’autenticazione a due fattori. Insieme a questa novità arriva anche un’opzione fondamentale per prevenire gli imprevisti: la generazione dei codici di recupero. All’interno del pannello di sicurezza, gli utenti che attivano una passkey sono caldamente invitati a creare queste chiavi di emergenza per evitare di rimanere tagliati fuori dal proprio account. Per gestire in modo organizzato tutte queste credenziali di nuova generazione, è possibile appoggiarsi a un gestore multipiattaforma come Proton Pass.

Oltre a blindare gli account, Buttondown ha snellito diverse dinamiche legate alla gestione dei lettori. Il tracciamento delle risposte alle newsletter adesso è attivo di default per tutti. Gli autori non devono più spulciare tra le impostazioni per monitorare i messaggi in entrata, a patto di non utilizzare già un indirizzo di posta personalizzato che mantiene la priorità tecnica su questa automazione.

Anche gli iscritti ottengono maggiore trasparenza grazie alle descrizioni pubbliche per i tag. Chi riceve le newsletter può finalmente leggere all’interno del proprio portale i dettagli esatti delle categorie tematiche a cui ha aderito. Gli sviluppatori hanno infine sistemato un fastidioso difetto del sistema di analisi interno, escludendo in via definitiva le bozze dai conteggi delle visualizzazioni per offrire metriche di lettura realmente affidabili.

SOURCE:// buttondown.com

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su ‘ahida’: un’introduzione al “dossier italia”


Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60.
Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica.

ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne.

https://www.ahidaonline.com/post/dossier-italiaintroduzionealdossieritalia
#ahida #ahidaOnline #dossierItalia #introduzione #neofascismo #opposizione #Resistenza

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Wine 11.6 rimette mano al driver Android


Wine 11.6 è disponibile: la novità principale è la ripresa dei lavori sul driver Android, fermi da anni. Arrivano anche miglioramenti per le mod dei giochi e 28 correzioni di bug.
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Wine 11.6 è disponibile dal 3 aprile, sesto aggiornamento di sviluppo del ramo 11.x. Niente stravolgimenti, ma un paio di novità degne di nota per chi segue il progetto.

La più curiosa riguarda Android: il team ha ripreso i lavori sul driver Android, fermo da tempo. Si tratta di modifiche al sistema di build per supportare versioni moderne di Gradle e adattamenti per le API Android più recenti, quindi siamo ancora agli inizi, ma è un segnale che qualcuno ha deciso di riprendere in mano quel fronte. In passato, nel 2024, si era parlato di far girare giochi Windows su Android tramite Wine con DXVK, VKD3D-Proton e FEX, sotto il nome in codice “Cassia”, ma da allora ben poco si era mosso.

Per quanto riguarda i giochi, Wine 11.6 migliora la gestione dell’ordine di caricamento delle DLL per supportare meglio le mod, risolve una regressione introdotta dalla 11.5 che bloccava il negozio in-game di Diablo IV e corregge crash legati alle ICU DLL in Cyberpunk 2077.

Tra i 28 bug risolti figurano problemi con Minecraft Windows 10 Edition, Google Earth, HWiNFO 8.24 e Mount & Blade: Warband, oltre a correzioni per StarOffice 5.1, PDFSam e altri applicativi. Aggiornate anche alcune compatibilità VBScript, utili per ambienti aziendali con applicazioni che fanno uso di scripting incorporato.

SOURCE:// winehq.org
SOURCE:// phoronix.com
SOURCE:// linuxiac.com

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Proton Workspace: la suite cifrata per le aziende che non vogliono stare su Google o Microsoft


Proton lancia Workspace, una suite aziendale integrata con posta, documenti, videochiamate cifrate e altro ancora. Un'alternativa concreta a Google Workspace e Microsoft 365.
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Proton ha lanciato Proton Workspace, una suite aziendale che raccoglie in un unico abbonamento tutti i servizi dell’azienda svizzera, aggiungendo due novità: Proton Meet, una piattaforma di videoconferenza cifrata, e Lumo, un assistente AI con cifratura zero-access.

La mossa è chiaramente posizionata contro Google Workspace e Microsoft 365. Il punto di forza non è la quantità di funzioni, ma il modello di sicurezza: cifratura end-to-end su tutti i servizi, codice sorgente aperto, sede in Svizzera fuori dall’orbita del CLOUD Act americano. Proton sostiene, con qualche fondamento, che nemmeno i propri server possono leggere i dati degli utenti aziendali.

La novità più interessante è Proton Meet. A differenza di Zoom, Google Meet o Microsoft Teams, le chiamate usano il protocollo MLS (Messaging Layer Security) e sono cifrate in modo che nemmeno Proton possa accedere ai contenuti. Non serve un account per partecipare o ospitare una riunione, il che lo rende utilizzabile anche da giornalisti, attivisti o chiunque abbia motivo di tenere certe conversazioni riservate. Con un account gratuito si arriva fino a un’ora di chiamata e 50 partecipanti.

Il timing del lancio non è casuale: mentre Google, Microsoft e Zoom accelerano sull’integrazione dell’IA nelle loro piattaforme, cresce la preoccupazione che le conversazioni aziendali finiscano nei dataset di addestramento. Proton punta esattamente su questo, con Proton che promette di non poter usare i dati per l’IA nemmeno volendo.

I piani


Workspace Standard costa 12,99€/mese per utente (fatturazione annuale) e include Mail, Calendar, Drive, Docs, Sheets, Meet, VPN e Pass, con 1 TB di spazio e fino a 15 domini email personalizzati.

Workspace Premium sale a 19,99€/mese e aggiunge 3 TB di spazio, fino a 250 partecipanti per chiamata, 20 domini email e l’accesso a Lumo, l’assistente AI. Esiste anche un piano Enterprise, da concordare direttamente con Proton.

I clienti esistenti del Business Suite vengono aggiornati automaticamente a Workspace Standard senza costi aggiuntivi.

SOURCE:// proton.me
SOURCE:// betanews.com
SOURCE:// itsecurityguru.org

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Il provvedimento della Cassazione nel caso Libra. Intervista con l’Avv. Stefano Greco per capirne di più


Una battaglia dopo l'altra per fermare le stragi in mare
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Il 3 aprile 2026 c’è stato il provvedimento della Corte di Cassazione sul caso Libra riferito al naufragio di un barcone carico di migranti l’11 ottobre 2013 al largo di Lampedusa in cui persero la vita soprattutto bambini e donne.

La Corte di Cassazione si è espressa cassando limitatamente ai capi A e B i reati dolosi ex art. 328 c.p. e confermando per il resto la sentenza sul capo C ovvero omicidio colposo plurimo, condannando i ministeri, responsabili civili, Ministeri della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti, alle spese legali nei confronti delle parti civili. I reati si erano prescritti in primo grado ma sia la sentenza del Tribunale che quella della Corte d’appello avevano motivato ampiamente l’impossibilità di assolvere gli imputati, riconoscendo loro la responsabilità dei fatti.

Gli imputati sono Leopoldo Manna responsabile della sala operativa dell’I.M.R.C.C. Centro Nazionale di Soccorso, situato presso il Comando Generale Guardia Costiera a Roma, che ha la responsabilità nazionale per il coordinamento delle operazioni S.A.R. Search and Rescue – Ricerca e Soccorso e Luca Licciardi comandante della sezione operazioni reali correnti di Cincnav, Comando in capo della squadra navale che rappresenta il braccio operativo dello Stato Maggiore della Marina Militare italiana.

Nei pochi articoli che si sono occupati in maniera abbastanza superficiale della sentenza di Cassazione si ricorda l’accaduto come “il naufragio dei bambini” e si punta l’attenzione più che altro sulla prescrizione dei reati. Per capirne di più abbiamo intervistato l’Avv. Stefano Greco del Foro di Roma che fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici, e che nel processo Libra ha difeso l’ASGI, costituitasi parte civile insieme ad un’altra associazione e a circa una quarantina dei 200 superstiti sopravvissuti al naufragio.

L’Avv. Stefano Greco all’inizio del dibattimento aveva già un’ampia esperienza processuale in materia avendo difeso Medici Senza Frontiere nel processo di Trapani riferito alla nave Juventa e il caso Guardian del 2011. Con lui, che ringraziamo per la disponibilità, ricostruiamo perchè la pronuncia della Cassazione ha oggi una particolare rilevanza.

Ci è sembrato utile non soffermarci superficialmente sull’intera vicenda ma approfondire i temi per capire come “una battaglia dopo l’altra” sia importante connettere i tasselli utili a contribuire a far sì che si fermino le stragi nel Mediterraneo. Grazie al contributo dell’Avv. Stefano Greco connettiamo i punti dal lontano 2006 fino ad oggi con la scottante attualità di questioni come le zone S.A.R. e le modalità o meno del soccorso in mare.

INTERVISTA ALL’AVV. STEFANO GRECO

  • Il pronunciamento della Cassazione arriva dopo un lungo iter processuale riferito alle responsabilità per l’operatività della nave Libra della Marina militare italiana durante il naufragio di un barcone pieno di migranti l’11 ottobre 2013 con un pesante bilancio di morti. Un dramma che si poteva evitare. Vogliamo ricostruire cosa è successo?

C’è stata la parola definitiva per il penale della Corte di Cassazione in merito alla vicenda. Sappiamo che i reati si sono già prescritti tutti durante la fase del primo grado. Siamo arrivati fino in Cassazione perché il Tribunale di Roma e poi la Corte d’Appello hanno su sollecitazione degli imputati applicato la prescrizione non riconoscendo però, come loro volevano, l’assoluzione degli stessi dai reati contestati. Si è arrivati così fino in Cassazione in tempi abbastanza brevi perché il processo è iniziato a dicembre 2019. Il ritardo è stato accumulato ai fini della prescrizione dalla Procura in fase di indagine, dopo che ha chiesto due volte, e una terza per un altro troncone dell’indagine, l’archiviazione e per due volte questa istanza è stata rigettata, arrivando poi a una imputazione coatta e modifica da parte del GIP dei primi due capi di imputazione, fissando un termine alla consumazione del reato.

  • Ci vuoi ricordare cosa riguardano i tre capi di imputazione A, B e C?

I capi A e B sono quelli con cui veniva contestato l’omissione d’atti d’ufficio o meglio il ritardo nell’emissione di atti d’ufficio rispettivamente al comandante Leopoldo Manna, il quale all’epoca era il responsabile della sala operativa I.M.R.C.C. di Roma e a Luca Licciardi suo omologo presso la Marina militare presso la sala operativa Cincnav.

Il capo C invece è quello che riguarda il concorso dei due nel reato di omicidio colposo plurimo.

La Cassazione ha ritenuto di dover assolvere Manna e Licciardi dai primi due capi di imputazione, capo A e B e ha riconosciuto che non vi è stato ritardo nell’inviare la nave Libra dalle 16,22 (richiesta di malta) alle 17,04 (ordine alla nave di dirigersi verso i naufraghi) fino a giungere sul luogo del soccorso (ore 18,15). Leggeremo in seguito le motivazioni. Mentre ha mantenuto la sentenza di secondo grado e di primo grado tali per quanto riguarda il capo C cioè il concorso in omicidio colposo plurimo.

  • Puoi spiegarci cosa è successo dal momento in cui gli imputati pur accogliendo la prescrizione avvenuta in primo grado sono ricorsi fino in Cassazione per avere l’assoluzione?

Il termine di prescrizione si era verificato già durante il primo grado. Abbiamo fatto una istruttoria in primo grado molto completa e lunga con due udienze al mese per un anno e mezzo, un impegno veramente notevole. Abbiamo sentito tantissime persone ai massimi livelli delle strutture gerarchiche, sia della Marina che della Guardia Costiera. Alla conclusione gli imputati non rinunciando alla prescrizione, e la Procura, hanno concluso per avere l’assoluzione piena. La cosa da notare infatti è che il Tribunale di primo grado con una sentenza di 90 pagine, cosa eccezionale per una prescrizione che di solito si limita alla formuletta di rito, ha motivato per quale motivo non dava l’assoluzione ai due ufficiali, ritenendoli responsabili, sia nel ritardo dell’invio della nave libra in soccorso, sia per il reato di omicidio colposo plurimo.

La stessa cosa è successa anche in Corte d’appello dove si è arrivati su ricorso degli imputati e dell’Avvocatura dello Stato che rappresentava il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Infrastrutture. La prima sezione della Corte d’Appello di Roma ha emesso una sentenza, questa volta di 30 pagine, in cui confermava la responsabilità degli imputati, argomentando il tutto e facendo anche un richiamo importante ai principi Costituzionali.

Si è arrivati così all’attuale pronunciamento della Cassazione che, come dicevamo, ritiene gli imputati responsabili del capo C, concorso in omicidio colposo plurimo, assolvendo i medesimi per i due capi A e B del ritardo nell’ottemperare all’ordine di Malta.

  • Si è concluso così l’iter dal punto di vista penale ma la partita non è chiusa del tutto perché ora si aprirà la parte civile?

Eravamo molto preoccupati, come difesa delle parti civili, perché l’assoluzione completa per tutti e tre i capi di imputazione avrebbe comportato la preclusione del procedimento civile per risarcimento del danno. Invece la Cassazione, come dicevamo, ha fatto una scelta diversa, cassando limitatamente ai capi A e B i reati dolosi ex art. 328 c.p. e confermando per il resto la sentenza capo C ovvero omicidio colposo plurimo, condannando i ministeri, Ministeri della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti alle spese legali nei confronti delle parti civili.

  • Puoi spiegarci l’importanza della conferma da parte della Cassazione del capo d’imputazione C?

Per spiegarmi meglio devo fare una premessa.

I due capi d’imputazione A e B riguardano solo una parte della vicenda.

L’intera vicenda inizia alle 12.39, ora locale, dell’11 ottobre quando è stata fatta la prima telefonata dal barcone chiedendo il soccorso e si conclude con il naufragio avvenuto alle 17,07, mentre il soccorso vero e proprio inizia alle ore 18,15 con l’arrivo di Nave Libra sul luogo del naufragio.

I primi due capi di imputazione A e B, riferiti al ritardo nell’emissione di atti d’ufficio, sono stati contestati agli imputati dalle 16,22 alle 17,07. Perché dalle 16,22? Perché in quel momento arriva un fax dal coordinamento del soccorso, l’R.C.C. di Malta, cioè la loro sala operativa, che chiede di poter utilizzare la nave Libra dopo che alle 16.15 un aereo maltese aveva avvistato un’imbarcazione instabile e sovraccarica di migranti. In poche parole Malta, dopo l’avvistamento, si affretta a mandare un fax agli italiani dicendo di mettere a disposizione la nave Libra.

Quando riceve il fax l’I.M.R.C.C. (ndr, Italian Marittime Rescue Coordinate Centre) telefona al Comando flotta italiano per dire che da Malta si sta chiedendo la Nave Libra e che forse è il caso di mettere direttamente in contatto la Nave con l’R.C.C. di Malta. La Marina Militare ferma tutto dicendo che bisogna aspettare per capire meglio cosa vogliono fare i maltesi con la nave. Dice ancora che bisogna cercare di convincere Malta a non utilizzare la nave, comunicando loro che ci sono altri assetti che possono essere utilizzati visto che Nave Libra è uno strumento importante nell’area, perché serve a proteggere i pescherecci italiani nella zona davanti alla Tunisia e a difenderli da eventuali attacchi sia tunisini che libici.

Questo è quello che avviene. Passa il tempo. Si arriva alle 17,03, quando finalmente Licciardi riceve il famoso fax. Lo legge e solo a quel punto dice che va bene: la nave può dirigersi verso il target cioè il barcone di migranti. Il ritardo consiste proprio nel tempo che passa tra le 16,22 e le 17,04.

Poi alle 17,07 arriva l’informazione che il barcone si è rovesciato e a quel punto viene ordinato alla nave di dirigersi alla massima velocità verso il barcone. Nave Libra giungerà solo alle 18,15 quando ormai molte donne e molti bambini erano affogati.

Proprio per quanto riguarda quei fatidici 40/50 minuti viene contestato il ritardo come riconosciuto nella sentenza di primo e secondo grado quando si afferma che in una situazione di emergenza non possono passare 40/50 minuti per leggere un fax.

C’è una cosa abbastanza incredibile che ha cercato di sostenere la difesa dei due ufficiali. Da un lato si continuava ad affermare che era insolito il fatto che Malta mandasse un fax, visto che di solito queste cose si fanno con una telefonata diretta, ma poi rispetto alla telefonata diretta fatta dall’I.M.R.C.C al Cincnav per dire che è arrivato il fax in cui i maltesi chiedono la nave, la Marina aspetta che arrivi il fax e il comandante Licciardi aspetta di leggere il fax prima di dare il via all’uso della nave. Tutto è quanto meno assurdo.

L’importanza del reato di omicidio colposo plurimo, capo d’imputazione C, è che abbraccia tutta intera la vicenda, dalla prima telefonata fino al momento del naufragio.

Questo ci ha permesso come avvocati di fare entrare nel processo tutta la vicenda. Sia la Procura che gli imputati hanno cercato fino all’ultimo, fino in Cassazione, di dire che i giudici dovevano occuparsi solo del periodo dalle 16.22 alle 17.04 e che ci si doveva disinteressare di quanto successo prima e dopo.

La nostra discussione in Cassazione è stata proprio incentrata sul capo d’imputazione C, che ci interessa in quanto parti civili. E’ l’importanza del capo C, omicidio colposo plurimo, che dà una luce particolare a tutta quanta la vicenda.

  • Secondo te qual’è l’interesse che hanno avuto gli imputati e i Ministeri, attraverso l’Avvocatura, a fare ricorso fino in Cassazione pur di fronte a una sentenza già dal primo grado di prescrizione? Cosa è in gioco in profondità con questo processo?

Al di là del risarcimento alle parti civili, del fatto che in questo modo se non ci sono reati dolosi forse gli imputati possono essere rimborsati delle spese legali e via discorrendo, quello che secondo me resta il punto centrale di questa storia è la gestione delle aree S.A.R. in mare e l’affermazione o meno della corresponsabilità dei centri di coordinamento e controllo dei vari stati nelle vicende di soccorso in mare. Come anche la necessità di affermare che un barcone, sovraccarico ed instabile, è già in distress e deve essere soccorso, quanto prima.

  • La questione delle aree S.A.R. è un tema centrale di questo processo. Puoi parlarci di questa questione di scottante attualità?

Questo punto è particolarmente importante perché l’Italia continua a sostenere di non essere tenuta a intervenire nelle aree S.A.R. di un altro Stato, pure quando riceve per prima la chiamata di soccorso.

L’Italia ha aiutato la Libia a dichiarare all’IMO (International Marittime Organization) una propria area S.A.R., quando sappiamo che poi la Libia ha una limitata capacità di intervento, di soccorso in mare e soprattutto riporta nei lagher le persone. Stessa cosa vale per la Tunisia. Teniamo conto che sia la Libia che la Tunisia il più delle volte agiscono su impulso di Roma che passa loro le informazioni e indica che c’è il tal barcone da andare a prendere.

C’è poi l’enorme area S.A.R. maltese che si frappone tra l’Europa e l’Africa. Una zona sproporzionata rispetto alle dimensioni di Malta e dove non riesce a portare soccorso a tutto quello che vi passa. Malta peraltro non ha recepito le modifiche alla normativa S.A.R. internazionale in cui sono state introdotte delle norme specifiche sull’immigrazione. Quando ci sono fenomeni di immigrazione non si sente del tutto obbligata a intervenire oppure fa degli interventi tampone. Va sul posto quando la chiamano perché il motore è fuori servizio, lo aggiusta e fa continuare l’imbarcazione verso l’Italia, scaricandosi dalle responsabilità.

L’Italia paradossalmente si ritrova una zona S.A.R. a sud, cioè sotto la Sicilia, che confina con quella maltese. Il problema è che Lampedusa è al di sotto come latitudine di Malta, di conseguenza la zona S.A.R. intorno a Lampedusa è molto ristretta. Gli italiani pretenderebbero di portare i soccorsi solamente entro le 24 miglia dalla costa di Lampedusa perché dicono lì si ferma la nostra area S.A.R. Che oltre diventa maltese per cui ci devono pensare loro. E’ una questione che va avanti da anni con un gioco delle parti in cui i due M.R.C.C. formalmente collaborano, si sentono, però non sempre intervengono.

L’altro problema che emerge da questo processo è lo stesso che ritroviamo nel naufragio di Roccella Ionica, nel naufragio di Cutro così come in buona parte dei naufragi che si sono avvicendati in tutti questi anni. L’Italia nel 2006, sotto il governo Berlusconi con Ministro dell’interno Pisanu, riunì al Viminale tutte le forze che facevano soccorso in mare e stilò un protocollo operativo. Il protocollo operativo del 2006 in parte non teneva conto della normativa S.A.R. perché stabiliva che in certe condizioni i barconi non vanno immediatamente soccorsi ma bisogna aspettare che diventi evidente il pericolo di naufragio. Fino a quel momento le imbarcazioni della Marina Militare in acque internazionali, della Guardia di Finanza nelle aree contigue e della Capitaneria di Porto nelle acque territoriali si devono limitare a ombreggiare le imbarcazioni segnalate. Non devono portare immediatamente soccorso ma guardarle e seguirle a distanza, senza farsi vedere attraverso sistemi radar e di rilevazione. Non è un’operazione di soccorso ma di law enforcement cioè di polizia nel senso che bisogna capire chi gestisce il traffico, cercando di scoprire collegamenti a terra e in mare, eventuali scafisti e via discorrendo. In breve un’attività di polizia tesa a reprimere eventuali reati.

Cosa succede agendo in base a questo protocollo operativo? Questo modo di operare – aspettare e restare in attesa – ha portato al fatto che al barcone di cui si è trattato nel processo Libra, sovraccarico, instabile e che imbarcava acqua, come accertato nel procedimento, si è aspettato a portare soccorso perché si muoveva. Il solo fatto che si muovesse comportava che non fosse in pericolo imminente e andasse solamente ombreggiato. Per quattro ore l’hanno guardato da lontano, hanno evitato gli avvicinarsi finché alla fine il barcone si è rovesciato causando la morte di molte persone.

La stessa cosa è successa a Cutro. Hanno aspettato il barcone in spiaggia per verificare cosa succedeva quando toccava terra. Quando ha toccato il fondale o le onde sono state troppo forti il barcone si è sfasciato e sono morte molte persone. A Roccella Ionica stessa cosa.

E’ un modo di operare che può portare solo a delle tragedie.

Già “i viaggi della speranza” avvengono in una cornice fuori da ogni norma di sicurezza. La Guardia Costiera, più che la Marina Militare, in situazioni non ufficiali ci ha detto che questi barconi nel momento stesso in cui lasciano la riva libica andrebbero soccorsi. Questo è quello che si fece all’epoca con le ONG fino al 2017/2018 o con Mare Nostrum nel senso che come lasciavano la costa libica si andava a soccorrerle perché erano già barconi sovraccarichi, senza sistemi né individuali né collettivi di salvataggio, in molti casi zattere di fortuna, senza un equipaggio professionale, dove a bordo ci sono donne e bambine, persone vestite non certo per andare per mare e che in caso di caduta in acqua in poche ore vanno in ipotermia, come è successo nel naufragio prima di pasqua ed in quello di pasqua, di pochi giorni fa. Sono esseri umani che vanno salvati immediatamente. Non va aspettato chissà che cosa. Non bisogna aspettare che l’imbarcazione si fermi o che sia già troppo tardi. Dall’inizio del l’anno si stimano circa 600 morti appena in tre mesi (fonte OIM).

Queste sono le cose importanti di questo processo, che si leggono nelle sentenze del primo e del secondo grado.

  • Chiudiamo l’intervista con i drammatici aspetti umani del processo a partire dal fatto che ancora non si sa quanti siano stati i morti.

Ci sono stati momenti molto toccanti in aula in particolare durante le testimonianze dei superstiti. Il numero ufficiale dei morti non è stato ancora determinato del tutto. I cadaveri raccolti sono stati 26 in maggior parte donne e bambini, si valutano poi circa 200 dispersi.

Durante la sua testimonianza un soccorritore della Guardia di finanza ha detto che quando sono arrivati sul posto hanno trovato soprattutto corpi di donne e bambini. Donne, che in maggioranza non sanno nuotare, vestite con le loro palandrane che le intrappolano. Bambini che sono i più deboli e che affogano per primi.

Ci è stato anche spiegato che quando un corpo affoga, si riempie d’acqua, diventa pesante, va a fondo e prima che ritorni a galla bisogna aspettare alcuni giorni, che vada in fermentazione, per questo sono stati recuperati solo 26 cadaveri per lo più tenuti a galla dai pochi giubotti di salvataggio o perché morti per altra causa (con i polmoni ancora pieni d’aria). I superstiti sono stati circa 200 e di questi una quarantina circa si sono costituiti parte civile. In tutto pare che sul barcone ci fossero oltre 400 persone. Un superstite ha detto di aver visto in mano ad un trafficante una lista con 500 nomi. Purtroppo i numeri sono destinati a restare incerti come in tutti i naufragi ma non possiamo dimenticare che ognuno di questi corpi è un essere umano perduto nel mare.

La cosa triste è che i cadaveri raccolti in mare vengono seppelliti in tombe senza nome nei vari cimiteri della penisola, senza neppure fare un campionamento del DNA, senza dare la possibilità per i parenti delle vittime di piangere in un luogo i propri cari. Bisognerebbe occuparsi di questa cosa, preservando la dignità dei morti, raccogliere e conservare il DNA dei morti in mare e raccogliere le spoglie in un unico sacrario, dove sia visibile a tutti la strage che si stà consumando nel Mediterraneo Centrale. Dando, infine, alle famiglie la possibilità di cercare e conoscere la fine dei propri cari.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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AerynOS 2026.03: GNOME 50 e novità nel gestore pacchetti


AerynOS 2026.03 è disponibile in alpha con GNOME 50, KDE Plasma 6.6.3 e miglioramenti al gestore pacchetti moss. Una delle prime distribuzioni a integrare la nuova versione di GNOME.
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AerynOS, distribuzione Linux indipendente costruita da zero e ancora in fase alpha, ha pubblicato la versione 2026.03. Nata dalle ceneri di Serpent OS, dispone di strumenti di gestione dei pacchetti sviluppati internamente.

La novità più evidente è l’arrivo di GNOME 50, adottato da pochissime distribuzioni finora. La versione inclusa è quella originale, senza modifiche, basata esclusivamente su Wayland: il VRR (sincronizzazione dinamica tra scheda video e monitor per eliminare i micro-scatti) e il fractional scaling sono abilitati di default, e il controllo parentale riceve alcuni miglioramenti. Chi preferisce KDE trova Plasma aggiornato alla versione 6.6.3.

Due aggiunte pratiche anche per il gestore pacchetti moss: è ora possibile cercare quale pacchetto fornisce un determinato eseguibile, utile quando manca un comando e non si sa da dove installarlo, e si possono rimuovere più stati di sistema in una sola operazione. Il repository Volatile, usato principalmente da chi confeziona pacchetti, viene ora distribuito tramite rete di distribuzione dei contenuti per ridurre i tempi di scaricamento.

Vale la pena ricordare che AerynOS è ancora in alpha e non prevede un programma di installazione grafico: si installa da terminale, con connessione di rete attiva. Non è una distribuzione per uso quotidiano, ma un progetto da tenere d’occhio.

SOURCE:// aerynos.com
SOURCE:// phoronix.com
SOURCE:// linuxiac.com

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ExpressVPN lancia ExpressAI: chat con l’intelligenza artificiale in un ambiente di esecuzione isolato


ExpressVPN ha lanciato ExpressAI, una piattaforma di chat AI che elabora le conversazioni in ambienti di esecuzione isolati e cifrati. La promessa è che nessuno, nemmeno l'azienda, possa leggere i prompt. Ma chi c'è dietro conta.
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ExpressVPN ha presentato ExpressAI, una piattaforma di chat con modelli di intelligenza artificiale che punta sulla riservatezza come caratteristica principale. Il servizio è disponibile ora, incluso nell’abbonamento Pro dell’azienda, e permette di usare diversi modelli, tra cui varianti di DeepSeek, Qwen e NVIDIA Nemotron, oltre a GPT-4o.

Il meccanismo su cui si regge la proposta di privacy è quello degli ambienti di esecuzione isolati, tecnologia fornita da NVIDIA. I prompt dell’utente vengono cifrati sul dispositivo prima di essere inviati, processati all’interno di un’area di memoria inaccessibile anche ai server di ExpressVPN, e cancellati al termine della sessione. Non vengono conservati, non vengono usati per addestrare modelli, non vengono analizzati dall’azienda. Almeno secondo la descrizione tecnica e la privacy policy, che escludono esplicitamente qualsiasi forma di profilazione o analisi comportamentale.

L’audit c’è, e dice cose interessanti


ExpressVPN ha commissionato a Cure53, laboratorio di sicurezza tedesco con una buona reputazione nel settore, un audit completo dell’infrastruttura di ExpressAI. Il lavoro, pubblicato a marzo 2026, ha coperto frontend, backend, crittografia, gestione delle chiavi e infrastruttura AWS. Cinque ricercatori, ventidue giorni di lavoro.

Il risultato non è una pagella immacolata: su 19 problemi identificati, 6 sono stati classificati come vulnerabilità vere, di cui alcune con livello di gravità alto. Tra queste, la mancata verifica della firma dell’ambiente isolato in alcuni scenari e un problema nel backend che avrebbe permesso di alterarne la configurazione dall’esterno. Cure53 segnala che ExpressVPN ha risolto diverse vulnerabilità già durante il periodo di test, il che è un segnale positivo, ma precisa anche che i problemi ancora aperti andrebbero chiusi rapidamente.

La conclusione del report è che l’architettura di base è solida, con alcune aree che richiedono raffinamento. Non un disco verde pieno, ma nemmeno un bocciato.

Chi c’è dietro, però, vale la pena ricordarlo


ExpressVPN è di proprietà di Kape Technologies dal 2021, acquisita per quasi un miliardo di dollari. Kape fino al 2018 si chiamava Crossrider ed era nota per aver fornito una piattaforma per la creazione di estensioni browser utilizzata per iniettare pubblicità, al punto che Malwarebytes e Symantec classificavano il software come adware. L’azienda ha cambiato nome e direzione, e sostiene di aver abbandonato completamente quel modello di business. Il fatto che gestisca oggi diversi servizi VPN e siti di recensioni VPN, alcuni dei quali tendono a promuovere i propri prodotti in cima alle classifiche, non è però privo di interesse per chi valuta queste cose.

ExpressAI non è open source, non è gratuito, e si basa sulla fiducia in un’infrastruttura proprietaria. L’audit esterno è un elemento concreto a favore, ma rimane pur sempre un audit commissionato dall’azienda stessa.

SOURCE:// expressvpn.com
SOURCE:// ExpressAI expressvpn.com
SOURCE:// cure53.de
SOURCE:// theregister.com

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Cling 2.0 riscrive da zero il motore di ricerca file per macOS


Cling 2.0 abbandona fd e fzf e passa a un motore di ricerca tutto suo, nativo e veloce. Cerca tra milioni di file in meno di 100 millisecondi.
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Cling 2.0 è disponibile. L’utility open source per macOS dedicata alla ricerca istantanea di file riparte da un motore completamente nuovo, scritto da zero e senza più dipendenze esterne: le versioni precedenti si appoggiavano a fd e fzf, ora tutto gira in modo nativo all’interno dell’app.

Un motore pensato per i percorsi file


Il nuovo indice è stato progettato specificamente per lavorare sui percorsi del filesystem, non è più un adattamento di strumenti generici. I risultati sono più pertinenti e arrivano in meno di 100 millisecondi anche su milioni di file: la ricerca lavora su tutti i core della CPU in parallelo e usa istruzioni SIMD per le operazioni più pesanti. Gli indici vengono salvati in formato binario e caricati all’istante all’avvio.

Filtri, cronologia e terminale


Tra le novità pratiche, i filtri rapidi ora permettono di restringere i risultati per estensione (.pdf, .docx) o limitare la ricerca alle sole cartelle. Si possono anche combinare parole chiave ed estensioni direttamente nel campo di ricerca, scrivendo ad esempio .png icon o invoice .pdf.

La cronologia delle ricerche è navigabile con le frecce e supporta l’autocompletamento con Tab. All’apertura, Cling mostra automaticamente i file modificati più di recente.

Arriva anche un’interfaccia da terminale: il comando cling permette di cercare, gestire l’indice e forzare la reindicizzazione dalla riga di comando. Completano il quadro l’invio rapido di file ad app come Yoink tramite scorciatoia, un pannello in tempo reale con le modifiche al filesystem e al suo indice, e il tema opzionale Liquid Glass con alternative opache e traslucide.

Gratuito con opzione Pro


Cling 2.0 è gratuito per le aree di ricerca Home e Applicazioni, con un limite di 500 risultati. La licenza Pro costa 12 euro una tantum per un massimo di cinque Mac e sblocca ambiti aggiuntivi (Libreria, Sistema, Root), l’indicizzazione dei volumi esterni, i filtri rapidi, gli script personalizzati e fino a 10.000 risultati. La prova completa dura 14 giorni senza richiedere dati di pagamento. Per chi preferisce la versione precedente, Cling v1 resta disponibile e gratuita.

Cling è rilasciato con licenza GPL-3.0 e richiede macOS 14 o successivo.

SOURCE:// github.com
SOURCE:// lowtechguys.com

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Treno Frecciabianca 8601 con ETR485.044 in transito a Cecina (24/01/2024)


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K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare, 2026)


Di Antonio Zoppetti

La storia della lingua italiana non è molto conosciuta, anche perché a scuola si insegna la storia della letteratura, che è tutt’altra cosa. Fino al 1960 – quando Bruno Migliorini colmò questa lacuna – non esistevano nemmeno opere specialistiche che avevano tentato di ricostruirla per intero. Negli anni Duemila l’argomento è stato finalmente coperto da svariati libri dal taglio manualistico o scolastico. Ho provato però a riproporla con un intento divulgativo e allo stesso tempo narrativo, per raccontarla a tutti più che agli studenti, perché è una storia molto interessante e persino divertente in alcuni suoi risvolti.

Nei piani alti è fatta soprattutto di controversie spesso molto accese, e da una “questione della lingua” che è nata con Dante prima ancora che il suo italiano – il fiorentino – si affermasse come il canone a cui tutti gli altri volgari avrebbero finito per sottostare. Ma mentre infuriavano le dispute letterarie e linguistiche per fissare i canoni di una lingua che si è in qualche modo formata secoli prima che l’Italia fosse unificata politicamente, nei piani bassi – fuori dalle aree centrali dello Stivale dove la lingua dei libri e quella spontanea del volgo tendeva a coincidere – gli italiani si esprimevano ognuno nel proprio dialetto.

La diglossia – cioè la presenza sul territorio di due lingue che non possiedono una pari dignità, e sono dunque gerarchizzate – è il filo rosso di questa storia.

Il latino, la lingua madre da cui i volgari sono derivati, è il primo protagonista ma anche antagonista, perché come molte madri tendeva a sovrastare e soffocare le lingue che ne erano derivate. Queste, per affrancarsi, hanno dovuto tagliare il loro cordone ombelicale e raggiungere la loro autonomia proprio sottraendo terreno alla lingua più antica, prestigiosa e internazionale.

Anche quando non era ormai più una lingua viva – perché non era più la lingua naturale di nessuno –, il latino si teneva ben stretta la scrittura. Dunque, per secoli, nel parlare quotidiano si ricorreva al volgare locale, ma i pochi che sapevano leggere e scrivere ricorrevano al latino: la lingua colta e internazionale, l’unica che possedesse le sue regole, cioè la grammatica.

Solo intorno all’anno Mille nella nostra penisola sono comparsi i primi frammentari tentativi di mettere per iscritto anche il volgare italico, prima con scritti di natura privata o pratica, e poi con i primi componimenti poetici che erano erano cantati, e sapevano arrivare al popolo di allora che ascoltava, più che leggere. Dopo aver conquistato la poesia, con il tempo i volgari italici hanno poi dato vita alle proprie letterature, e nei secoli hanno sottratto sempre più ambiti al latino, per esprimere la scienza, e diventare la lingua delle riviste, della scuola e della cultura… ma a loro volta i volgari erano in competizione tra loro nel loro intento di rivolgersi a tutto il Paese.

Nel Cinquecento il toscano ha finito per imporsi sulle altre parlate per il suo prestigio letterario, ma anche per motivazioni sociali più profonde. Da quel momento in poi, nella nuova diglossia, la lingua delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca e Boccaccio – è stata presa come modello delle prime grammatiche e del Vocabolario della Crusca che hanno dettato le regole della scrittura nella nuova era della stampa, e gli altri volgari sono precipitati allo status di “dialetti”, lingue inferiori, di solito considerate rozze, da purgare ed emendare, almeno nella scrittura, visto che questo “italiano” era una lingua libresca e innaturale, fuor dalla Toscana.

Naturalmente questo processo non era affatto condiviso da tutti. C’era chi lo contestava e non lo seguiva, chi ha continuato a scrivere nel proprio dialetto dando vita a una letteratura parallela considerata di genere minore. C’era anche chi scriveva in un italiano pratico lontano dalle questioni di stile, perché puntava alla comunicazione e alla comprensibilità senza preoccuparsi dei modi eleganti e delle uniformità. E poi c’era invece chi considerava il toscano superiore e dismetteva la propria parlata naturale per scrivere in toscano, in un’alienazione linguistica che si ritrova nel veneto Bembo, che rinunciava al proprio idioma nel suo scrivere e nel dare vita alla sua grammatica dal successo strepitoso, come nel milanese Manzoni che decise di sciacquare i cenci nell’Arno per purgare i difetti del suo scrivere che risentiva del meneghino che parlava.

Intanto, la nostra lingua si era guadagnata una fama internazionale e un’ammirazione immensa, soprattutto grazie al Rinascimento, e poi alla musica lirica; ma mentre gli italianismi si espandevano all’estero, allo stesso tempo l’italiano era influenzato dallo spagnolo dei tempi della dominazione e della scoperta del Nuovo Mondo, e poi dal successivo prestigiosissimo francese di Luigi XIV, dell’Illuminismo, dell’epoca napoleonica o della Belle Époque.

Fatta l’Italia, nel 1861, non bisognava solo “fare anche gli italiani” – come nella massima attribuita a D’Azeglio – ma anche l’italiano, visto dal primo censimento emergeva che gli analfabeti rappresentavano il 78% della popolazione.

Con la scuola, il diffondersi dei giornali e poi con l’avvento del sonoro, del cinema, della televisione, oltre che con il mescolamento della popolazione dovuto ai flussi migratori del secondo dopoguerra, nel Novecento l’italiano è divenuto finalmente patrimonio di tutti, e sono spuntate le prime generazioni italofone dalla nascita. I dialetti, però, hanno perso ulteriormente terreno e in alcune zone del Paese – non ovunque, per fortuna – sono in via di abbandono. Ma proprio quando l’italiano novecentesco diventava un fenomeno sociale di massa – come aveva colto per primo Pasolini –, tramontata l’era del francese è oggi l’inglese la lingua con cui dobbiamo confrontarci. E davanti a questa lingua che gode di un prestigio superiore, vediamo la nostra regredire su molti fronti, dalla ricerca scientifica ai progetti di insegnare in inglese all’università. In questi e altri ambiti faticosamente guadagnati a scapito del latino nel corso dei secoli, oggi l’italiano perde terreno in una nuova diglossia che rischia di trasformarlo – insieme ad altre lingue – in un dialetto di un mondo che pensa e parla in inglese.

Allo stesso tempo, la moltiplicazione selvaggia degli anglicismi sta comportando un cambio di pelle dell’italiano storico, e confrontare quello che sta accadendo oggi con quello che è già successo in passato davanti all’antico splendore dello spagnolo o del francese è fondamentale per comprendere le grandi differenze che l’interferenza dell’inglese sta determinando.

K e spada”, perché questo gioco di parole?

L’idea di raccontare questa storia come un romanzo della lingua italiana, e di ricostruirne le tenzoni letterarie come in un’avventura di cappa e spada, si intreccia con la simbolica vicenda della lettera “k”, che agli albori fu spesso impiegata per rendere il suono duro della “c” (velare) a partire da quello che è considerato l’atto di nascita dell’italiano: una sentenza in cui per la prima volta il volgare veniva trascritto sulla pergamena con i suoi suoni, il “Sao ko kelle terre” del Placito capuano. Questa soluzione è stata in seguito sconfitta dal “ch” in voga nella più blasonata lingua degli epigoni di Dante. Ma il “duello” tra le due soluzioni ortografiche si è protratto per secoli, e solo tra il Seicento e il Settecento questa lettera è scomparsa da tutti i libri, al punto che in seguito è stata definita “straniera”, visto che nelle lingue germaniche ha invece attecchito.

Poiché nulla è mai definitivo, attraverso l’interferenza dell’inglese oggi assistiamo al suo ritorno in auge attraverso parole di alta frequenza come killer, trekking o click, mentre il “ch” di chat e di check-up ribalta le regole ortografiche che si sono consolidate nei secoli e rischia di sconquassarle.

K e spada nasce da queste premesse. E la spada non è solo la metafora delle infinite controversie per stabilire quale sia l’italiano – l’eterna questione della lingua che ci fa dibattere anche oggi sul politicamente corretto, gli anglicismi o la femminilizzazione della cariche – è anche il simbolo del potere e dello Stato. Se la differenza tra una lingua e un dialetto è che la prima è più prestigiosa anche perché possiede un esercito (per riprendere la massima di Max Weinreich) o un’università (come aggiungeva Umberto Eco), per capire dove l’italiano sta andando è opportuno raccontare la storia della nostra lingua nei suoi rapporti con la società.

Come aveva indicato Gramsci, ogni volta che riaffiora la questione della lingua significa che sotto ci sono in atto questioni più profonde, una riorganizzazione dell’egemonia culturale e un conflitto tra le classi dirigenti. Sono insomma i modelli culturali alti che vengono poi imitati dalle masse e si propagano. Anche Pasolini aveva compreso che il nuovo italiano unitario novecentesco non era più trainato dagli scrittori come nel secolo precedente, ma erano gli imprenditori, i centri industriali del nord o i mezzi di informazione ad avere in mano le sorti del nostro idioma.

Oggi, tra questi focolai di irradiazione della lingua ci sono anche i protagonisti del web, le multinazionali d’oltreoceano e le politiche linguistiche globali che puntano alla diffusione dell’inglese, e sembrano poco interessate al plurilinguismo, considerato un ostacolo alla lingua unica dei mercati, più che una ricchezza da proteggere e coltivare.

K e spada non è solo la storia della nostra lingua, è anche la storia della nostra società e di tutti noi: ricostruisce chi siamo e da dove veniamo, ma soprattutto riflette su dove stiamo andando.

Chi è interessato, per farsi un’idea del taglio del libro può leggere il “Prologo” con l’indice dell’opera disponibile gratuitamente a questo indirizzo:

aaa.italofonia.info/wp-content…

Un grazie a chi lo vorrà diffondere.

Il libro a stampa è già disponibile su Amazon e Ibs, in attesa che si propaghi anche sulle altre consuete piattaforme e che sia affiancato dalla più economica versione digitale.

#KESpada #linguaItaliana #rassegnaStampa


Alienazione linguistica e diglossia lessicale


Di Antonio Zoppetti

Provo a a riprendere e sviluppare qualche riflessione esposta in una lezione intitolata “L’italiano e i libri ieri e oggi: l’inglese tra le righe?” che ho tenuto la scorsa settimana presso l’Università di Heidelberg (Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda) nell’ambito della XXIV Settimana della lingua italiana nel mondo.

La diglossia storica: il toscano e gli altri volgari

Alla fine del Trecento, in una corrispondenza privata con il toscano Francesco di Marco Datini di Prato, il lombardo Giovanni da Pessano si scusava per non essere un “bon scritore” e per non essere “achostumato” alla scrittura colta [Lorenzo Tomasin, “Sulla percezione medievale dello spazio linguistico romanzo”, in Medioevo romanzo, Dalerno editrice, Roma 2015, XXXIX / 2, p. 280].
A quei tempi, il volgare toscano si stava imponendo in tutta la nostra penisola come lingua colta della scrittura, ed era considerato di maggior prestigio rispetto agli altri volgari, soprattutto quelli del nord che erano percepiti come rozzi. In uno scritto di Dante sui volgari (il De vulgari eloquentia), le parlate di genovesi, milanesi e bergamaschi erano addirittura oggetto di scherno, e anche Machiavelli (nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, 1524 circa) non poteva accomunare l’idioma di Dante alla lingua di “Milano, Vinegia e Romagna, e tutte le bestemmie di Lombardia.”

Nel Cinquecento, in Italia regnava la diglossia, cioè un bilinguismo squilibrato per cui le masse perlopiù si esprimevano nei propri idiomi locali, ma la lingua “superiore” dei libri era diventata il toscano delle tre corone del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) elevato a modello grammaticale, o al massimo il fiorentino che era comunque abbastanza vicino a quel canone. Questa frattura è stata sancita da Pietro Bembo, il teorico del purismo che considerava il toscano trecentesco la perfezione. I suoi precetti e la sua grammatica si erano imposti come il modello vincente, orientando anche la nascita dell’accademia della Crusca e del suo vocabolario che legittimava solo il lessico e le varianti ortografiche toscane respingendo invece tutte le voci degli altri volgari, considerate indegne e da purgare.

Da quel momento in poi tutti gli altri volgari regredirono allo stato di “dialetti”, varietà “impure” dell’italiano-toscano elevato a lingua perfetta. E nella nostra storica diglossia, questo toscano prendeva il posto ed era destinato a soppiantare l’altra lingua superiore del passato, il latino della cultura e dei libri, che nei secoli successivi avrebbe perso sempre più terreno nella scienza, nella scuola, nelle leggi e in ogni altro ambito.

Il purismo, pur tra le accesissime polemiche, si impose nell’egemonia culturale con una forza schiacciante. Basta ricordare che il massimo poeta del Cinquecento, Ludovico Ariosto, che non era toscano ma emiliano, per adeguarsi a questi principi riscrisse per ben tre volte il suo Orlando furioso per modificare la sua lingua “impura” e intrisa di settentrionalismi: el diventava il (e in lo/la si trasformava in nello/nella), mentre le x erano riscritte con le s, e le forme verbali venivano uniformate (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). In questo modo Ariosto fu incluso nel vocabolario, al contrario di Torquato Tasso, che davanti alle stroncature della Crusca, invece di inchinarsi al canone del toscano e “purgarsi” da solo aveva osato difendere la sua lingua della Gerusalemme liberata e dunque fu il grande escluso che non venne inserito tra gli autori del dizionario. Chi non pubblicava in toscano e non seguiva i precetti dei puristi non solo era biasimato, ma addirittura non veniva pubblicato o considerato.

Su questo sfondo, chi non era toscafono di nascita – dunque in grado di mettere in pratica quei precetti in modo quasi naturale e istintivo – faticava enormemente a scrivere in “italiano”. E davanti alla nuova diglossia a base toscana, invece che latina, l’atteggiamento dei letterati oscillava tra il riconoscimento della superiorità del toscano e il rivendicare invece la dignità degli altri volgari.

Il primo atteggiamento è stato quello vincente.

Il toscano era un buon collante in grado di superare le incomprensioni dialettali delle varie regioni, sin dal Quattrocento ammirato e imitato anche a Milano: Ludovico il Moro apprezzava gli scrittori toscani e guardava alla lingua fiorentina come modello. Aleggiava insomma un certo senso di inferiorità delle altre parlate rispetto ai modelli toscani, e alla fine del Quattrocento, Gaspare Visconti, un poeta alla corte degli Sforza, nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”, ma il chiedere venia per la propria lingua non toscana è un motivo ricorrente che si trova spesso negli scritti di chi voleva ricorrere al toscano senza che fosse la sua lingua naturale.

L’alienazione del proprio idioma in favore di un altro

Per imparare la lingua superiore, successivamente tra gli scrittori prese piede la consuetudine dei soggiorni toscani, e il veneziano Carlo Goldoni, nel Settecento, considerava fortunatissimo chi era nato a Firenze, perché quella lingua gli risultava spontanea, e consigliava per “un Uomo di lettere, trattenersi per qualche tempo a Firenze ad imparar dalle Balie e dalle Fantesche ciò che altrove si mendica dal Bembo, dal Boccaccio o dalla Crusca medesima.”
Emblema di questa prassi, e di questa difficoltà di apprendere la lingua pura, è il celebre “volli, volli, fortissimamente volli” dell’Alfieri, piemontese di nascita ma che decise di “parlare, udire, pensare e sognare in toscano” e si trasferì a Firenze per meglio padroneggiare “quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispensabile base per bene scriverla” (Vita scritta da esso). Allo stesso tempo l’autore lamentava tutta la difficoltà, per chi non era toscano, di padroneggiare quell’idioma (“Lettera a Ranieri de’ Calzabugi”) scrisse le proverbiali parole:

“Da quel giorno in poi (che fu in giugno del 75) volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. Ma dovendo io scrivere in pura lingua toscana, di cui era presso che all’abbiccì, fu d’uopo per primo contravveleno astenermi affatto dalla lettura d’ogni qualunque libro francese, per non iscrivere poi in lingua barbarica: un poco di latino, ed il rimanente d’italiano fu dunque la mia sola lettura d’allora in poi; stante che di greco non so, né d’inglese.”

Era la stessa difficoltà e la stessa soluzione che avrebbe intrapreso il milanese Alessandro Manzoni, che nella tormentata revisione dei Promessi Sposi, si accorse che i dizionari non gli bastavano per toscanizzare nel giusto modo la sua lingua, e alla fine abbandonò quella soluzione per sciacquare i panni in Arno. La lingua delle precedenti stesure del suo capolavoro gli risultava troppo artificiale e libresca, proprio perché si basava sui dizionari, e quelli che aveva utilizzato erano soprattutto il monumentale vocabolario milanese-italiano di Cherubini e quello della cosiddetta “Crusca veronese” di Cesari, il massimo rappresentante del purismo Ottocentesco che aveva dato vita a un dizionario di taglio cruscante benché fosse appunto di Verona.
Ma questo non deve stupire, perché a prevalere nel nostro Paese caratterizzato da un’eterna diglossia è stata la compiaciuta alienazione linguistica. In altre parole, a parte gli scrittori toscani che avevano fatto la storia, i massimi difensori dell’italiano basato sul tosco-fiorentino furono spesso i non toscafoni.

Pietro Bembo era veneziano, ma oltre a imporsi come teorico del purismo fu autore di una grammatica che avrebbe fatto scuola; fu uno stretto collaboratore del tipografo-editore Aldo Manuzio, il più grande stampatore del Cinquecento di tutta l’Europa. Benché Venezia impiegasse il proprio volgare orgogliosamente come lingua ufficiale delle leggi e della cancelleria, che si estendeva anche come lingua-tetto in tutta l’area veneta, i libri nati dal sodalizio Manuzio-Bembo si basarono sulla norma del toscano, dunque contribuirono a diffonderlo e in tutto il Paese e a renderlo il canone della scrittura.

E così è prevalsa l’alienazione linguistica e i più intransigenti difensori del toscano erano spesso non toscani, come Bembo, Cesari, Alfieri e soprattutto come Manzoni.

I sostenitori della dignità delle altre lingue italiche, invece, furono sconfitti. Esisteva una letteratura parallela che si esprimeva in altre parlate, e uno dei più noti e agguerriti sostenitori di queste posizioni fu per esempio il milanese Carlo Porta, che contro il classicista Pietro Giordani (storpiato in “Giavan”) scriveva:

“Dunque senza sapere la lingua toscana non ci può essere morale né civiltà? (…) E noi, zoticoni di Milano, li andiamo a mozzar via senza pietà quelle frattaglie tanto preziose, quelli così fatti che sono il gran merito dell’abate Giavano?”

Accanto a simili posizioni c’erano poi gli scrittori “indifferenti” alla questione della lingua, quelli che scrivevano in modo istintivo senza preoccuparsi della forma, e avevano in mente una lingua che doveva farsi intendere, invece che seguire il purismo. Costoro scrivevano spesso trattati pratici, articoli di giornale, romanzi come quelli di Garibaldi… Ma ancora una volta questi componimenti non erano considerati un modello virtuoso.

Dalla diglossia a base toscana a quella a base inglese

La diglossia per cui il toscano era la lingua della scrittura mentre le masse erano dialettofone si è ricomposta soltanto nella seconda metà del Novecento, quando sono spuntate le prime generazioni italofone anche fuori dalle aree toscane e finalmente l’italiano è diventato una lingua unitaria. Parlare e scrivere hanno trovato la loro convergenza in un’osmosi in cui le differenze tra oralità e scrittura si sono sempre più attenuate in un italiano unitario dove erano confluiti anche altri elementi oltre a quelli tosco-fiorentini che costituivano lo zoccolo duro. Negli anni Sessanta Pasoliniaveva notato che questo nuovo italiano unitario era soprattutto tecnologico e arrivava prevalentemente dai centri industriali del nord, più che dal modello toscano letterario.
Se l’italiano standard nell’Ottocento indicava quello che si insegnava a scuola in opposizione alle varietà dialettofone, superata la diglossia lingua-dialetto il nuovo italiano unificato, nel diventare un nuovo standard inevitabilmente si livellava e alcuni vocaboli o costrutti un tempo considerati popolari e non ammessi nella lingua “alta” sono stati invece accettati non solo nel parlato, ma anche nella scrittura dei giornali, dei contesti istituzionali o universitari. Negli anni Ottanta questo italiano di tutti è stato definito dal linguista Gaetano Berruto come “neostandard” e da Francesco Sabatini come “italiano medio”.

Ma proprio quando sembrava che la diglossia fosse superata, ecco che nel nuovo millennio ne è emersa una nuova: la diglossia che fa dell’inglese la lingua superiore. E davanti alla quale l’italiano regredisce su tutti i fronti.

Se la lingua della scienza, sino al Seicento, era esclusivamente il latino, Galileo Galilei ha spezzato questa prassi fondando la prosa scientifica italiana, e costruendo un modello poi seguito da altri scienziati – da Redi a Vallisneri – che è sopravvissuta fino al Novecento, quando Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna hanno diffuso un internazionalismo come neutrino.
Se l’italiano-toscano, nei secoli, ha sottratto al latino sempre più ambiti, come la lingua dell’insegnamento e delle leggi, oggi assistiamo alla sua regressione nei confronti dell’inglese, e sempre più atenei stanno puntando all’inglese come la lingua della formazione, con buona pace del diritto allo studio nella propria lingua madre. Intanto, l’inglese prende piede come lingua dell’Ue, benché non esista alcuna carta che sancisca la legittimità di questa prassi. E mentre l’inglese planetario – definito un po’ spregiativamente anche globalese o globish – si allarga in tutto il mondo, stiamo andando verso una nuova diglossia neomedioevale – come l’ha chiamata il linguista tedesco Jürgen Trabant – per cui l’inglese diviene la lingua della cultura alta, e gli idiomi nazionali rischiano di diventare i dialetti di un mondo che pensa e parla in inglese.

Gli anglicismi che penetrano in ogni idioma locale – e l’italiano è una delle lingue più coinvolte dal fenomeno – sono gli effetti collaterali di questa nuova situazione. Il loro numero è tale che in molti ambiti – si pensi all’informatica, all’economia, alle tecno-scienze, al lavoro… – l’italiano è ormai incapace di esprimere certi domini con le proprie parole. E mentre la lingua dei giornali e anche delle istituzioni si riempie di espressioni inglese, l’italiano regredisce, si ibrida e fondamentalmente viene meno lo storico prestigio basato sui suoni dell’italiano-toscano.
Come ai tempi dello sfaldamento del latino nascevano parole costruite sul sonus del latino – per esempio caballus invece di equus – oggi sul modello dell’inglese nascono pseudoanglicismi come footing, smart working, beauty case o baby gang. E se un tempo i non toscafoni cercavano di “toscaneggiare” e di approssimarsi al modello della lingua superiore, oggi si introducono le espressioni inglesi in modo voluto e compiaciuto: il nuovo modello cerca e riproduce i suoni inglesi, poco importa siano ortodossi o reinventati in modo maccheronico. Questo è il nuovo modello linguistico inseguito dalla nuova egemonia culturale, e questo italiano “newstandard” – o itanglese – è caratterizzato dalla sua “diglossia lessicale”. Nell’ambiente di lavoro, per esempio, non si può più usare l’italiano per esprimere certe cose, perché la lingua di prestigio è l’inglese, dunque bisogna usare questa terminologia “alienante” che il settore richiede e allo stesso tempo impone. E così nel mio settore non è più possibile evitare l’alienazione linguistica e parlare per esempio di revisioni editoriali, perché c’è solo l’editing, e sono costretto a presentarmi ai clienti come editor, altrimenti mi guardano male, sono percepito come un non addetto ai lavori che non sta usando la lingua che identifica il settore da un punto di vista sociolinguistico.

E chi non adegua il suo linguaggio, come aveva fatto Ariosto, viene fatto fuori come è accaduto a Tasso.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #storiaDegliAnglicismi #storiaDellaLinguaItaliana


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ASUS ExpertBook Ultra ufficiale: laptop AI ultraleggero per professionisti


ASUS presenta il nuovo ASUS ExpertBook Ultra, un laptop pensato per i professionisti che combina prestazioni basate sull’intelligenza artificiale, design ultraleggero e sicurezza avanzata
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Asus ha annunciato la disponibilità del nuovo ExpertBook Ultra. Creato per i professionisti e i leader aziendali di nuova generazione, ExpertBook Ultra combina una raffinata maestria artigianale, potenti prestazioni accelerate dall'intelligenza artificiale e sicurezza di livello aziendale in un formato ultraleggero.

Design sofisticato


ExpertBook Ultra incarna una sobrietà raffinata grazie al suo telaio minimalista, progettato per gli ambienti professionali moderni. Realizzato con tecnologia di precisione CNC, il dispositivo combina una lega di magnesio-alluminio e l'avanzata tecnologia Nano Ceramic, offrendo una protezione eccezionale pur mantenendo un profilo elegante e leggero.
ExpertBook Ultra pesa 0,99 kg e misura 10,9 mm di spessoreExpertBook Ultra pesa 0,99 kg e misura 10,9 mm di spessore, ed offre una portabilità senza sforzo per i professionisti sempre in movimento
Nonostante la sua forma ultraleggera, il notebook è progettato per soddisfare gli standard di resistenza militari, garantendo affidabilità a lungo termine nell'uso quotidiano. Completato da una suite di porte I/O essenziali, tra cui due prese Thunderbolt 4 Type-C con funzionalità complete, una su ciascun lato per una maggiore praticità, e una batteria a lunga durata da 70 Wh, ExpertBook Ultra supporta una produttività ininterrotta durante tutta la giornata lavorativa.

tado° in utile: 5,5 milioni di termostati smart connessi
tado° diventa profittevole superando i 5,5 milioni di termostati smart connessi: un traguardo importante che conferma la crescita del mercato smart home e la solidità della strategia aziendale
TechpertuttiGuglielmo Sbano


La configurazione della batteria ad alta densità vanta un design in cui quattro celle sono suddivise in due coppie. Anziché allineare tutte le celle in una lunga fila ad alta tensione, esse sono accoppiate per creare una tensione più bassa e più stabile (7,8 volt) con una capacità doppia. Questa tensione minore è il segreto dell'efficienza del laptop: infatti, poiché la maggior parte dei componenti del computer funziona a bassissima potenza, è molto più facile ed efficiente dal punto di vista energetico ridurre la potenza da 7,8 V piuttosto che da una tensione più alta come 15 V. Ciò si traduce in un minore spreco di calore e una maggiore durata della batteria, mentre la disposizione piatta e affiancata delle celle consente di risparmiare spazio, rendendo il laptop più sottile e lasciando spazio per ventole di raffreddamento più efficienti.
Asus ExpertBook Ultra vanta un processore Intel Core Ultra X9 Series 3Asus ExpertBook Ultra vanta un processore Intel Core Ultra X9 Series 3

Prestazioni e AI


Il cuore di ExpertBook Ultra è costituito dal processore Intel Core Ultra X9 Series 3 di ultima generazione, che offre fino a 50 TOPS di prestazioni NPU per accelerare i carichi di lavoro AI, il multitasking intensivo e le applicazioni aziendali più esigenti. Questa piattaforma di elaborazione avanzata garantisce prestazioni fluide e reattive nei moderni flussi di lavoro aziendali e creativi. A questo si aggiunge la soluzione termica ASUS ExpertCool Pro, che consente un'erogazione efficiente dell'energia supportando fino a 50 W di TDP. L'architettura di raffreddamento avanzata garantisce prestazioni costanti anche con carichi di lavoro elevati, mantenendo un ambiente di lavoro silenzioso e privo di distrazioni.

Esperienza utente


Il notebook Asus è progettato per migliorare ogni interazione. Il suo touchscreen tandem OLED 3K offre una luminosità HDR fino a 1400 nit e garantisce una nitidezza eccellente, una riproduzione dei colori vivida e dettagli nitidi per le attività professionali e la fruizione di contenuti multimediali. Protetto dal vetro Corning Gorilla Glass Victus resistente ai graffi con finitura Gorilla Glass Matte, il display garantisce durata e una visione confortevole in diverse condizioni di illuminazione.

L'esperienza è ulteriormente migliorata da un sistema audio a sei altoparlanti ottimizzato con Dolby Atmos, dotato di due woofer a doppio magnete e due tweeter dedicati, che offrono un suono ricco e coinvolgente per videoconferenze, presentazioni e riproduzione multimediale. La navigazione di precisione è resa possibile da un touchpad tattile di alta qualità, mentre la tastiera è dotata di un delicato rivestimento per offrire un comfort superiore durante le sessioni di digitazione prolungate.

Soluzioni AI intelligenti


Il cuore di ExpertBook Ultra è ASUS MyExpert, una suite di produttività AI unificata appositamente progettata per i flussi di lavoro aziendali, che aiuta i professionisti a lavorare in modo più intelligente ed efficiente. Le funzionalità AI integrate consentono l'interazione in linguaggio naturale per l'assistenza relativa al PC, insieme alla sintesi dei documenti, alla traduzione e al perfezionamento della scrittura. Esso supporta, inoltre, la ricerca integrata di file locali e nel cloud per un accesso più rapido a immagini e documenti, e offre funzionalità avanzate di meeting intelligence che generano automaticamente trascrizioni, traduzioni, sintesi delle riunioni ed elenchi di attività da svolgere.

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Apple ha presentato ufficialmente il nuovo iPad Air con chip M4: il tablet di fascia media si rinnova con prestazioni da top di gamma, supporto ad Apple Intelligence e connettività Wi-Fi 7, mantenendo invariato il prezzo di partenza
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Sicurezza e affidabilità


ExpertBook Ultra protegge le risorse aziendali con ASUS ExpertGuardian, un'architettura di sicurezza realizzata in conformità con le linee guida NIST SP 800-193. Questo framework protegge l'integrità del firmware impedendo modifiche non autorizzate, rilevando attività dannose e consentendo il ripristino automatico a firmware affidabili. Il dispositivo rafforza anche la protezione BIOS a lungo termine, aggiungendo la crittografia post-quantistica (PQC) al livello di sicurezza del firmware.

Disponibilità


Asus ExpertBook è disponibile al prezzo di 2.299 euro.


tado° raggiunge la redditività: oltre 5,5 milioni di termostati smart connessi


tado° ha annunciato oggi di aver collegato più di 5,5 milioni di termostati smart e di aver raggiunto la redditività operativa, segnando un traguardo chiave nella sua crescita.

Johannes Schwarz di tado° ha dichiarato: “la forte crescita degli ultimi anni e la nostra posizione di leadership nel mercato europeo ci hanno permesso di raggiungere la redditività come azienda. Questo traguardo rafforza la nostra indipendenza e ci consente di accelerare l’espansione della nostra piattaforma di gestione energetica domestica”


Tutto è cominciato dai termostati smart


Inizialmente nota per i suoi termostati smart, tado° si è evoluta in una piattaforma più ampia di gestione dell’energia domestica, spinta dalla crescente domanda di tecnologie che aiutano le famiglie a gestire l’aumento dei costi energetici. In particolare, l'azienda combina prodotti per il riscaldamento smart e tariffe elettriche dinamiche che mirano a ridurre significativamente sia i costi energetici per le famiglie sia le emissioni di carbonio. Per venire incontro alla complessità delle abitazioni europee, tado° funziona con una vasta gamma di sistemi di riscaldamento – inclusi caldaie a gas, riscaldamento a gasolio, pompe di calore, teleriscaldamento e condizionatori – indipendentemente dal produttore, e grazie al controllo in ogni singola stanza tramite termostati smart per riscaldamento a pavimento e radiatori, tado° dichiara un risparmio medio per i suoi clienti del 22%.

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Efficienza energetica: una priorità


Poiché i prezzi dell’energia restano instabili e l’Europa accelera la transizione verso le energie rinnovabili, l’efficienza energetica torna a essere una priorità per famiglie.

Christian Deilmann ditado° ha dichiarato: “i prezzi dell’energia e la sicurezza energetica sono nuovamente al centro del dibattito in Europa. Il kilowattora più economico è quello che non consumi mai. Con sempre più energia solare ed eolica nel sistema elettrico, la gestione intelligente dell’energia diventerà sempre più importante per aiutare le famiglie a controllare i costi.”



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Guardando al futuro


tado° raggiunge la redditività riducendo la dipendenza da investimenti esterni, abbassando il costo del capitale e rafforzando la propria indipendenza. L’azienda punta anche su una cultura interna orientata alla crescita, coinvolgendo i dipendenti attraverso un programma di azionariato virtuale. Guardando al futuro, tado° continuerà a sviluppare la propria piattaforma puntando su ottimizzazione basata su IA, maggiore integrazione delle energie rinnovabili e gestione intelligente delle tariffe energetiche, in linea con l’evoluzione della transizione energetica.

Deilmann ha concluso: “le abitazioni stanno diventando veri e propri hub energetici. Il nostro obiettivo è integrare riscaldamento, energia solare, veicoli elettrici e tariffe energetiche in un unico sistema intelligente che aiuti le famiglie a risparmiare denaro, supportando al contempo la transizione verso l’energia rinnovabile.”



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Netrunner 26 “Twilight” riparte da Debian 13 e Plasma 6


La distribuzione Linux per desktop basata su KDE si aggiorna con Debian Trixie, kernel 6.16 e il server grafico XLibre al posto di Xorg.
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Netrunner 26, nome in codice “Twilight”, è la nuova versione della distribuzione Linux pensata per l’uso desktop e costruita attorno all’ambiente KDE Plasma. Il progetto esiste da oltre quindici anni: nato su base Kubuntu, dal 2015 ha spostato le fondamenta su Debian, guadagnandosi una piccola ma affezionata comunità tra chi cerca un sistema stabile con un desktop moderno e ricco di funzioni già pronte all’uso.

Con questa versione, Netrunner passa a Debian 13 “Trixie”, rilasciata da poco, e a KDE Plasma 6.3.6, un salto generazionale rispetto alla serie 5 della release precedente. Il desktop è più curato nell’aspetto e nel funzionamento, con componenti aggiornati a KDE Frameworks 6.13 e Qt 6.8.2.

Kernel più recente e XLibre al posto di Xorg


Una scelta interessante riguarda il kernel: dove Debian 13 propone di serie il Linux 6.12, Netrunner opta per il 6.16, più recente e con un supporto migliore per schede grafiche AMD e Intel, chip audio e adattatori Wi-Fi di ultima generazione.

Altra novità rilevante è l’adozione di XLibre Xserver per le sessioni X11. Si tratta di un fork del vecchio Xorg, nato per garantire compatibilità con le applicazioni X11 tradizionali e offrire un’alternativa a chi non vuole o non può ancora passare a Wayland. Per la gestione audio, invece, si passa a PipeWire e WirePlumber, ormai lo standard nelle distribuzioni moderne.

Applicazioni aggiornate e strumenti specifici


Tra il software preinstallato figurano Firefox 140.7 ESR, Thunderbird 140.6 ESR, LibreOffice 25.2.3, VLC, GIMP 3.0.4, Inkscape, Kdenlive e VirtualBox. Arriva anche Stacher7, un’interfaccia grafica per yt-dlp che permette di scaricare video e audio dal web senza passare dal terminale.

I pacchetti specifici di Netrunner sono stati riscritti per funzionare con Qt 6, incluso il montaggio condivisioni di rete Samba e il tema di accesso SDDM. Il sistema di gestione dei pacchetti unificato dovrebbe semplificare gli aggiornamenti futuri.

L’immagine ISO a 64 bit è disponibile sul sito ufficiale del progetto.

SOURCE:// netrunner.com
SOURCE:// linuxiac.com
SOURCE:// 9to5linux.com

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Quad9 aggiunge il DNS su QUIC: più veloce e più privato


Il resolver DNS no-profit Quad9 attiva il supporto a DoH3 e DoQ, i due protocolli basati su QUIC che migliorano latenza, sicurezza e resistenza ai problemi di rete, specialmente su mobile.
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Quad9, il resolver DNS no-profit con sede in Svizzera, ha attivato su tutta la sua rete globale il supporto a DNS over HTTP/3 (DoH3) e DNS over QUIC (DoQ). Entrambi i protocolli si basano su QUIC, la tecnologia di trasporto sviluppata da Google e poi standardizzata, che sta progressivamente rimpiazzando TCP in molte applicazioni web.

Il vantaggio pratico è concreto: QUIC integra cifratura e gestione della connessione in un unico passaggio, invece di negoziarle in sequenza come avviene con TCP e TLS. Questo riduce i tempi di avvio della connessione e, per il DNS, si traduce in risposte più rapide, specialmente quando la rete non è stabile. Un altro miglioramento rispetto ai protocolli tradizionali è la gestione delle perdite di pacchetti: con TCP, una singola perdita blocca tutte le richieste in coda. QUIC gestisce ogni query in modo indipendente, quindi una perdita non impatta le altre. Su mobile, dove le condizioni di rete cambiano di continuo, la differenza è apprezzabile.

DoH3 e DoQ: due approcci distinti


DoH3 è semplicemente DNS over HTTPS trasportato su HTTP/3, che a sua volta viaggia su QUIC. Per chi usa già l’endpoint di Quad9 (https://dns.quad9.net/dns-query) non serve fare nulla: i client che supportano HTTP/3 passano automaticamente al nuovo protocollo, compresi i browser basati su Chromium nelle versioni recenti.

DoQ è invece un protocollo diverso: porta le query DNS direttamente su QUIC, senza passare per HTTP. Usa la porta 853, la stessa di DNS over TLS. È ancora poco diffuso rispetto a DoH e DoT, e Quad9 lo attiva anche con l’obiettivo di stimolare l’ecosistema, dando agli sviluppatori di client DNS un’infrastruttura reale su cui testare.

Entrambi i protocolli sono disponibili su tutte le varianti del servizio: resolver con filtraggio dei malware, resolver senza filtri ed endpoint con ECS abilitato.

SOURCE:// quad9.net

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10 aprile, ostia (roma): evento sulla consapevolezza dell’autismo


📖 Lettura di fiabe
a cura di
Gruppo Subword
Associazione Le Tartarughe.

🗓️ Venerdì 10 aprile
🕟 16:30
📍 Scuola Amendola
via dell’Idroscalo 82, Ostia
#art #arte #AssociazioneLeTartarughe #autismo #giochi #GruppoSubword #laboratori #laboratoriArtistici #lettura #letturaDiFiabe #letture #Ostia #petTherapy #ScuolaAmendola #Subword

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Trantino, da incendiario a pompiere. Ma il problema è la sua idea di città


Nell’ultima intervista, rilasciata a La Sicilia e pubblicata il 5 aprile 2026, Trantino prova ad aggiustare il tiro, a riposizionarsi come uomo del dialogo e della moderazione. Ma la pezza è peggiore del buco. Di fronte alla bagarre di questi giorni, il sindaco lascia intendere che semplicemente i toni si siano alzati. Ma non è andata così.È stato proprio un suo post, sbagliato e […]

Leggi il resto: argocatania.it/2026/04/07/tran…

#AmministrazioneTrantino #EnricoTrantino #giovani #PalestraPietroLupo #SanBerillo

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Continua la persecuzione contro Pınar Selek – Aggiornamenti dall’udienza a Istanbul del 2.4.2026


Una vicenda giudiziaria che affonda le sue radici nell'attacco del potere turco contro il mondo accademico
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La vicenda giudiziaria che coinvolge Pınar Selek, sociologa, scrittrice, attivista femminista e antimilitarista, trae origine dall’arresto avvenuto nel 1998 sulla base di una contestazione relativa all’attentato esplosivo verificatosi nello stesso anno presso il mercato delle spezie di Istanbul.

Sin dall’inizio, tuttavia, il procedimento si è concentrato sull’attività di ricerca sociologica condotta dall’imputata sulla comunità e sulla resistenza curde. Un ambito di cui Selek si è rifiutata di fornire informazioni e nominativi. Questo rifiuto le è costato un regime di torture durante il periodo di detenzione.
Nel corso di oltre ventotto anni di procedimenti penali a suo carico sono state pronunciate quattro sentenze assolutorie. Nonostante ciò, il procedimento è stato riaperto più volte con la costante richiesta di emettere ed eseguire un mandato di arresto internazionale e di ottenere l’estradizione dalla Francia, dove Pınar Selek continua a svolgere oggi la sua attività accademica come professoressa associata di sociologia all’Università Côte d’Azur.
Il collegio difensivo evidenzia come l’Interpol abbia escluso la legittimità del mandato di arresto internazionale, non ravvisando i presupposti per una cooperazione internazionale, circostanza che non ha impedito la prosecuzione del processo né la reiterazione delle richieste di comparizione personale e di applicazione di misure detentive.

In tale contesto si è svolta l’udienza del 2 aprile 2026 dinanzi alla 15ª Camera della Corte d’Assise di Istanbul.
L’udienza si è conclusa con un ulteriore rinvio al 18 settembre 2026, ore 13.00, senza alcuna trattazione nel merito.

Il rinvio è stato motivato, da un lato, dall’assenza dell’imputata, la cui presenza è ritenuta necessaria ai fini della prosecuzione del giudizio, e, dall’altro, con riferimento alla mancanza di riscontro sulla richiesta di estradizione dalla Francia. La procura ha ribadito la necessità della presenza fisica di Pınar Selek, escludendo la possibilità di audizione tramite rogatoria internazionale attraverso l’autorità giudiziaria francese e insistendo sulla richiesta di estradizione. Nel corso dell’udienza è stata altresì acquisita agli atti, su istanza delle difese, la pubblicazione “Lever la tête, la recherche interdite sur la résistance kurde” edita nel febbraio di quest’anno dall’Université Paris Cité, accompagnata da una relazione sulla diffusione accademica della ricerca. La produzione documentale è stata valorizzata dalle difese quale elemento idoneo a provare la natura esclusivamente scientifica dell’attività svolta dall’imputata. Le condotte contestate a Pinar Selek hanno recentemente incluso anche la sua attività accademica in Francia: in particolare le viene contestata la partecipazione a iniziative universitarie sul tema delle migrazioni, descritte come elementi di collegamento con il PKK. Una contestazione che rischia di avere gravi ripercussioni sulla libertà accademica e di ricerca, come era stato già denunciato l’anno passato da numerosi accademici con la sottoscrizione di un appello in solidarietà alla collega, pubblicato in Italia da Il Manifesto.

Alla trattazione dell’udienza erano presenti esponenti del movimento femminista e LGBTAIQ+, ospiti della conferenza stampa ad Istanbul in collegamento con Pınar Selek – invitata presso la sede francese della LDH (Ligue des Droits de l’Homme).

C’erano inotre l’associazione accademica France Université, ricercatori e ricercatrici di diversi atenei francesi, due deputati de La France Insoumise e di L’Après, l’eurodeputata verde Melissa Camara; nonché una rappresentante dell’ordine degli avvocati di Lione insieme a numerose altre avvocate europee e rappresentati di organizzazioni per i diritti umani di Svizzera e Francia.
Il permanere delle accuse contro Pınar Selek si colloca in un contesto di politica interna in cui il partito AKP, pur avendo attivato il percorso di dialogo e pacificazione con il PKK, lascia immutato un quadro interno caratterizzato da continue violazioni dei diritti fondamentali, con lo strumento penale utilizzato per continuare a reprimere il dissenso politico e le lotte sociali, l’autodeterminazione delle donne e delle soggettività lgbtaiq+.

Per partecipare alla prossima udienza e sostenere la campagna di solidarietà si può prendere contatto con l’Associazione Nazionale Giuristi Democratici.

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Flow 2.0.5: gesti, ricerca vocale e nuova build per F-Droid


Flow 2.0.5 aggiunge gesti pinch-to-zoom, ricerca vocale, pulsante per saltare gli sponsor e una build FOSS dedicata a F-Droid.
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Flow, il client YouTube per Android con raccomandazioni gestite interamente in locale, si aggiorna alla versione 2.0.5 con una lista di novità piuttosto lunga.

La più visibile riguarda i gesti nel riproduttore video: adesso si può ingrandire con il classico pinch-to-zoom e passare a schermo intero con uno swipe verso l’alto, due scorciatoie che rendono l’esperienza più fluida. Arriva anche la ricerca vocale, un selettore per cambiare l’icona dell’app e la possibilità di disattivare il feed della schermata principale per chi preferisce un approccio più minimale.

SponsorBlock e riproduzione


Per chi usa SponsorBlock, questa versione aggiunge un pulsante per saltare manualmente i segmenti sponsorizzati, utile quando il salto automatico non convince. C’è anche un nuovo toggle per lo stabilizzatore vocale e la possibilità di continuare la riproduzione video durante una telefonata, gestendo il focus audio in modo indipendente.

FlowNeuro e due build distinte


Il motore di raccomandazioni locale, FlowNeuro, è stato modularizzato e ora genera suggerimenti in modo più mirato, con un apprendimento basato anche sui tag dei contenuti. A livello di distribuzione, Flow offre ora due varianti: la build GitHub classica, con controllo automatico degli aggiornamenti, e una build FOSS senza questa funzione, pensata per la pubblicazione su F-Droid e IzzyOnDroid.

Tra le altre migliorie: deduplicazione degli Shorts nel feed iscrizioni, caricamento più rapido, menu azioni rapide con pressione prolungata sulle schede video, più opzioni per la risoluzione di download e diverse correzioni di stabilità.

Flow è gratuito, open source con licenza GPLv3 e non richiede account Google né servizi proprietari. L’APK si scarica da GitHub o, per la versione FOSS, dai repository compatibili.

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Ente riscrive la crittografia in Rust e la fa verificare da un auditor basato su IA


Il nuovo componente crittografico in Rust puro di Ente supera l'audit di sicurezza di winfunc, startup che usa LLM per trovare vulnerabilità reali nel codice.
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Ente ha riscritto da zero il proprio componente crittografico in Rust puro, eliminando la dipendenza da libsodium, e lo ha sottoposto a un audit indipendente prima di metterlo in produzione. Risultato: nessun problema critico.

Il nuovo crate, ente-core, è già attivo nella beta web di Locker (la cassaforte cifrata per documenti e credenziali) e in Ensu, l’app per chat con LLM locali lanciata a marzo.

Chi è Ente


Ente è un’azienda che sviluppa servizi cloud interamente cifrati e open source. Il prodotto principale è Ente Photos, un’alternativa a Google Photos e iCloud con crittografia end-to-end: le foto vengono cifrate sul dispositivo prima di lasciarlo, e i server non possono accedervi. Accanto a Photos c’è Ente Auth, un’app per l’autenticazione a due fattori nata come sostituto di Authy dopo la sua dismissione.

L’ultimo arrivato nella famiglia è Locker, una cassaforte digitale per documenti sensibili, credenziali e note riservate, con funzioni di condivisione protetta e passaggio di consegne in caso di emergenza. Locker è gratuito fino a 100 elementi; il limite sale a 1000 per chi ha un abbonamento Photos.

Tutto il codice è pubblicato su GitHub e l’infrastruttura crittografica è stata già verificata in passato da Cure53 e Symbolic Software.

Perché abbandonare libsodium


Libsodium è una libreria solida e collaudata, ma i suoi wrapper Rust dipendono da libsodium-sys, un collegamento a codice C che complica la compilazione multipiattaforma. Con le librerie del progetto RustCrypto, Ente ottiene le stesse primitive crittografiche con piena compatibilità nel formato dei dati, ma compilabili nativamente per ogni piattaforma, mobile e web via WASM inclusi, con un singolo cargo build.

L’audit e la sorpresa


A verificare ente-core è stata winfunc, una startup che usa modelli linguistici per analizzare codice sorgente e trovare vulnerabilità. L’approccio è diverso dai classici scanner automatici: winfunc segue i percorsi dei dati nel codice, genera exploit funzionanti e propone correzioni mirate, non suggerimenti generici.

Ente li aveva già notati quando avevano analizzato spontaneamente il codice server del progetto, producendo un rapporto con meno falsi positivi e indicazioni più concrete rispetto agli strumenti tradizionali. Per ente-core li hanno scelti come auditor ufficiale.

Il rapporto completo è pubblico: solo problemi di gravità media e bassa, nessuno sfruttabile nel modello di minaccia di Ente. Il team prevede comunque di correggerli tutti.

Prossimi passi


L’obiettivo dichiarato è estendere ente-core a tutte le applicazioni dell’ecosistema (Photos, Auth, Locker, Ensu), arrivando a un’unica implementazione crittografica in Rust condivisa ovunque.

Per chi non conoscesse gli ultimi arrivi: Locker è la cassaforte cifrata per documenti sensibili e credenziali, gratuita fino a 100 elementi. Ensu è il progetto sperimentale di Ente Labs per usare modelli linguistici interamente in locale, senza inviare nulla al cloud.

SOURCE:// ente.com
SOURCE:// winfunc.com

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Bitwarden 2026.3.1 per Android: policy istantanee e pulizia della cassaforte


L'aggiornamento 2026.3.1 di Bitwarden per Android applica le policy organizzative in tempo reale, consente di eliminare gli elementi archiviati e corregge diversi bug su autocompletamento e passkey.
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Bitwarden per Android si aggiorna alla versione 2026.3.1 con una serie di miglioramenti che toccano sia la gestione organizzativa sia la stabilità dell’app.

La novità più rilevante per chi usa Bitwarden in ambito aziendale è l’applicazione istantanea delle policy organizzative: le modifiche decise dagli amministratori si propagano ora in tempo reale ai dispositivi dei membri, senza bisogno di sincronizzare manualmente la cassaforte. Un cambiamento piccolo sulla carta, ma che in ambienti con molti utenti fa la differenza.

Gestione della cassaforte e correzioni


Arriva anche la possibilità di eliminare gli elementi archiviati direttamente dalla cassaforte, una comodità per chi accumula credenziali obsolete e vuole fare pulizia senza troppi passaggi.

Il grosso dell’aggiornamento, però, sta nelle correzioni. Risolti diversi crash legati all’autocompletamento e alla navigazione tra schermate, un problema che impediva la creazione di passkey con alcune applicazioni, e un bug per cui i codici di verifica TOTP non venivano sincronizzati correttamente. Sistemata anche la duplicazione degli elementi dopo la scansione di un codice QR per l’autenticazione a due fattori.

Completano il pacchetto etichette e messaggi più chiari nell’interfaccia, un contrasto migliore per le icone e correzioni al generatore di passphrase e alla cronologia delle password.

L’aggiornamento è già disponibile su Google Play e su GitHub.

SOURCE:// github.com

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Ji?í Procházka: Seguire Alex Pereira nei pesi massimi è “un’ottima idea”


Ji?í Procházka ritiene di poter offrire una prestazione migliore contro Alex Pereira, nonostante le due sconfitte per knockout subite nei loro precedenti incontri titolati. Con Pereira che ha lasciato vacante il titolo dei pesi massimi leggeri, Procházka affronterà Carlos Ulberg per la cintura a UFC 327. Tuttavia, per una possibile rivincita futura contro Pereira, Procházka prevede di salire nei pesi massimi, ritenendo conclusa la permanenza del brasiliano nei 93 kg. Pur riconoscendo […]
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Ji?í Procházka ritiene di poter offrire una prestazione migliore contro Alex Pereira, nonostante le due sconfitte per knockout subite nei loro precedenti incontri titolati.

Con Pereira che ha lasciato vacante il titolo dei pesi massimi leggeri, Procházka affronterà Carlos Ulberg per la cintura a UFC 327. Tuttavia, per una possibile rivincita futura contro Pereira, Procházka prevede di salire nei pesi massimi, ritenendo conclusa la permanenza del brasiliano nei 93 kg.

Pur riconoscendo che il suo rendimento migliore si è visto nei massimi leggeri, afferma di avere esperienza nei pesi massimi sin dai tempi in Rizin e di poter competere con avversari più pesanti mantenendo velocità, resistenza e precisione. Nonostante il pensiero di Pereira resti presente, Procházka sottolinea che il suo obiettivo principale è conquistare il titolo UFC, affrontando ogni incontro come se fosse decisivo, senza focalizzarsi esclusivamente sulla vendetta.

Current Month

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Un giovane su 3 sogna di lavorare nello sport: le 10 professioni del futuro


Un giovane su tre sogna una carriera nello sport. Dalla tecnologia ai nuovi ruoli digitali, ecco le 10 professioni del futuro che stanno trasformando il settore
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Mentre nuove dinamiche digitali, come ad esempio i prediction markets, stanno ridefinendo il rapporto tra sport, tecnologia e finanza, il settore sportivo europeo continua a dimostrarsi un motore economico e occupazionale in forte espansione. Secondo The Careers & Enterprise Company, l'ente indipendente per l'orientamento professionale del Regno Unito, gli studenti che iniziano la scuola secondaria a 11 anni, hanno tra le loro principali ambizioni di carriera il settore sportivo (per il 29%), seguiti dalle professioni legate al mondo dell'arte e musica (19%) e la cura degli animali (15%).

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I dati di Glovo sul Carbonara Day mostrano oltre 250.000 ordini nell’ultimo anno. Roma domina la classifica, seguita da Milano e Napoli, mentre il sabato sera si conferma il momento preferito per il food delivery
TechpertuttiGuglielmo Sbano

L'occupazione nel settore sportivo: i numeri


Sempre secondo i più recenti dati di Eurostat, nel 2023 erano circa 1,55 milioni le persone che, nell’Unione Europea, erano impiegate nel settore sportivo, pari allo 0,76% dell’occupazione totale. Nel 2024 il numero ha raggiunto circa 1,6 milioni di occupati, con una crescita del +6,5% su base annua, confermando un trend positivo dopo la fase pandemica che nei prossimi anni dovrebbe crescere ulteriormente. Le analisi evidenziano come lo sport sia un comparto particolarmente rilevante per l’occupazione giovanile: oltre un terzo dei lavoratori (36,8% secondoEurostat) ha tra i 15 e i 29 anni, una quota significativamente superiore alla media degli altri settori.

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vivo porta in Italia la nuova serie vivo V70, puntando su design curato, comparto fotografico evoluto e prestazioni solide. Ecco tutto quello che c’è da sapere su caratteristiche, prezzo e disponibilità
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Allo stesso tempo, il settore presenta caratteristiche peculiari: una maggiore diffusione dei contratti part-time, un’incidenza più elevata di lavoro autonomo e un livello di qualificazione professionale in costante crescita. Si tratta di dati particolarmente rilevanti in occasione della Giornata internazionale dello sport (World Sport Day), che si celebra ogni anno il 6 aprile. Proprio in questo ambito, da sempre capace di affascinare i più giovani, si inseriscono alcune delle professioni più richieste e ambite: dallo sport trader, il professionista che opera sugli eventi sportivi con un approccio strutturato e orientato ai processi, fino all’eSports manager, figura responsabile della gestione organizzativa, strategica e operativa di un team di videogiochi competitivi.

L'arrivo della digitalizzazione


Dal punto di vista economico complessivo, lo sport rappresenta un comparto strategico anche in termini di impatto sul sistema produttivo: si stima che esso contribuisca a circa il 3,4% del PIL dell’UE, generando milioni di posti di lavoro diretti e indiretti lungo la filiera. Parallelamente alla crescita occupazionale, il settore sportivo sta vivendo una trasformazione profonda guidata dalla digitalizzazione e dall’innovazione tecnologica. In particolare, secondo lo Sports Business Journal, il settore non è più limitato agli atleti, ma replica la struttura di un’azienda complessa, con funzioni che spaziano da marketing a finanza, fino a data, media e operations. Secondo analisi recenti, le attività legate allo sport rappresentano oggi la componente dominante di queste piattaforme, arrivando a costituire la gran parte dei volumi e dei ricavi.

“Il cambiamento che stiamo osservando non riguarda solo le professioni, ma il modo in cui le nuove generazioni si avvicinano al lavoro. C’è una crescente attrazione verso ambiti che uniscono dati, tecnologia e capacità decisionale. Anche nel mondo dello sport, sempre più spesso, non si tratta solo di passione ma di competenze legate all’analisi, alla gestione del rischio e alla lettura degli scenari” ha sottolineato Davide Renna, tra i principali sport trader professionisti a livello europeo.


Il settore sportivo europeo si trova oggi in una fase di forte evoluzione: da un lato continua a crescere come bacino occupazionale e leva economica, dall’altro si intreccia sempre più con innovazione tecnologica e nuovi modelli di business digitali. La sfida per i prossimi anni, secondo gli analisti, sarà trovare un equilibrio tra sviluppo economico, tutela dei lavoratori e regolazione di strumenti emergenti, in un ecosistema in cui sport, dati e finanza sono sempre più interconnessi.

“Lo sport trading è ancora poco conosciuto in Italia, ma rappresenta un ambito in forte evoluzione. Non è una questione di intuizione, ma di metodo: analisi dei dati, gestione del rischio e capacità di prendere decisioni in condizioni di incertezza. È proprio questa combinazione che lo rende una delle professioni più interessanti per chi vuole sviluppare competenze trasferibili anche ad altri contesti” ha concluso Davide Renna.



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Gli italiani stanno cambiando modo di decidere: sempre più persone chiedono alle IA consigli su acquisti, viaggi e servizi. Ma le aziende non sono ancora pronte a questo nuovo scenario
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Il futuro del settore: quali le professionalità più richieste


Tornando ai dati, sempre secondo Eurostat, anche l’occupazione femminile nel mondo sportivo è in costante crescita. Il numero di donne occupate nel settore ha visto un continuo aumento portando il numero di persone a 623.900 nel 2019, per poi diminuire nel 2020 (-50mila, -8,0%). Dal 2021 il numero di donne occupate nello sport è in crescita, raggiungendo nel 2024 il livello più alto a 721.100 (+29.100, +4,2 % rispetto al 2023). Ecco, nel dettaglio, quali sono le figure professionali che gli esperti ritengono in più rapida ascesa che uniscono passione per lo sport e innovazione tecnologica:

  • Digital sport producer: si occupa della produzione, gestione e distribuzione dei contenuti per l'editoria sportiva digitale;
  • Sports data analyst: è lo specialista che identifica e raccoglie tutti i dati relativi alle diverse discipline sportive (statistiche, dati e analisi);
  • Sport trader: professionista che opera sulla compravendita di quote nei mercati sportivi;
  • Club media manager: si occupa della comunicazione social delle società sportive e delle federazioni agonistiche;
  • eSports manager: gestisce l'organizzazione complessiva, la strategia e le operazioni di un team di videogiochi competitivi;
  • Sport-tech specialist: lavora su innovazioni come realtà aumentata per tifosi e/o allenamento immersivo;
  • Sustainability sport manager: si occupa di impatto ambientale di eventi, stadi e club;
  • Fan engagement manager: crea contenuti e strategie per coinvolgere i tifosi di club e squadre;
  • Performance sport scientist: combina fisiologia, biomeccanica e tecnologia per migliorare le performance;
  • Event & sport experience manager: organizza eventi sportivi (live, digitali, ibridi) puntando sull’esperienza del pubblico.

Carbonara Day: oltre 250.000 ordini su Glovo, Roma guida la classifica del food delivery


Il 6 aprile prossimo torna uno degli appuntamenti più amati dagli appassionati di pasta: il Carbonara Day. Si tratta della giornata dedicata a uno dei piatti simbolo della tradizione italiana, capace di conquistare il pubblico ben oltre i confini nazionali. In occasione della ricorrenza, Glovo fotografa i principali trend di consumo legati alla carbonara, confermando il successo senza tempo di una ricetta iconica anche nel mondo del delivery.

È San Valentino il giorno preferito


Secondo i dati rilevati da Glovo, negli ultimi 12 mesi in Italia sono stati consegnati 250.000 ordini contenenti carbonara. Un risultato che dimostra quanto un grande classico della cucina del Bel Paese continui a essere una scelta amata dagli italiani in ogni stagione e occasione. Tra le curiosità emerse, spicca un dato interessante: il giorno con il maggior numero di ordini di carbonara nell’ultimo anno è stato San Valentino, a conferma di come anche un piatto della tradizione possa trasformarsi in una coccola da condividere.

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Quando si ordina di più


La carbonara conquista soprattutto il weekend con sabato come giorno preferito dagli italiani per ordinarla. Quanto ai momenti della giornata, il consumo si concentra prevalentemente a cena, con un picco tra le 19 e le 20, fascia che raccoglie il 35% degli ordini. Segue il pranzo, in particolare tra le 12 e le 13. Guardando invece alla stagionalità, i mesi in cui la carbonara viene ordinata di più sono ottobre, settembre e maggio: per gli italiani è sempre un buon momento per gustarsi un buon piatto di carbonara.

La geografia della carbonara


A livello globale, l’Italia si posiziona nella top five per consumo di carbonara su Glovo, insieme a Spagna, Romania, Portogallo e Polonia, a dimostrazione di quanto questo piatto simbolo della tradizione italiana sia apprezzato anche all’estero. Nel panorama nazionale, è Roma a guidare la classifica delle città con il maggior numero di ordini, seguita da Milano, Napoli, Torino e Palermo. Stupisce la presenza di città come Catania, Bari e Padova, che rientrano nella top 10 delle città a maggiore diffusione di carbonara. Se quello romano resta un primato prevedibile, in quanto patria indiscussa della ricetta, questa fotografia racconta anche quanto la carbonara sia amata lungo tutto lo Stivale.

Tra i piatti romani più apprezzati


Tra amatriciana, cacio e pepe, pasta alla gricia e carbonara, quest’ultima risulta la più amata con il 48% degli ordini. Inoltre, se gli spaghetti restano il formato più iconico, la creatività dei menu disponibili su Glovo dimostra come questa ricetta si presti anche a interpretazioni diverse altrettanto sfiziose, come la Frittatina, i Tonnarelli, i Supplì, le Mezze maniche e i Rigatoni. Tradizione e sperimentazione convivono così in un piatto che continua a reinventarsi, mantenendo intatto il suo posto speciale nell’immaginario e nelle abitudini di consumo degli italiani.

World Backup Day: 1 over 70 su 3 in difficoltà con password e dati | TechPerTutti
In occasione del World Backup Day 2026, emporia rivela che oltre 1 over 70 su 3 ha difficoltà a gestire password, codici e informazioni personali. Ecco i consigli pratici per mettere al sicuro i propri dati digitali e aiutare chi è più vulnerabile
TechpertuttiGuglielmo Sbano


In un contesto sempre più guidato dai dati, il caso del Carbonara Day conferma come piattaforme digitali come Glovo non siano più solo servizi di consegna, ma veri osservatori privilegiati delle abitudini di consumo. I numeri registrati offrono uno spaccato chiaro delle preferenze degli utenti italiani, tra grandi classici intramontabili e nuovi trend legati alla fruizione del cibo. Un’evoluzione che rafforza il ruolo del food delivery come ecosistema tecnologico sempre più centrale nella quotidianità.


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Ubuntu 26.04 alza l’asticella della RAM: 6 GB per il desktop


Ubuntu 26.04 LTS alza i requisiti minimi a 6 GB di RAM per il desktop. Non è un capriccio: è un aggiustamento alla realtà del software moderno, arrivato però in un momento in cui la RAM costa cara.
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Ubuntu 26.04 LTS “Resolute Raccoon”, in uscita il 23 aprile, porta con sé una modifica silenziosa ma che farà discutere: i requisiti minimi per il desktop salgono a 6 GB di RAM, contro i 4 GB delle versioni precedenti. Processore dual-core a 2 GHz e 25 GB di spazio su disco rimangono invariati.

L’ultimo ritocco ai requisiti risaliva al 2019, quando Ubuntu 18.04 LTS passò da 2 a 4 GB. Sette anni dopo, Canonical fa un altro passo, ma attenzione a non interpretarlo male: non è che GNOME 50 pesi improvvisamente il doppio. OMG Ubuntu lo definisce un “honesty bump”, un aggiustamento di onestà verso la realtà. Browser moderni, sessione Wayland, sandboxing delle app, servizi in background: su un sistema con 4 GB si riesce ad arrivare a fine giornata, ma non è quello che Canonical intende per “esperienza funzionante”. Con 2 GB, la stessa fonte ha testato Ubuntu 26.04 Beta su un portatile e lo ha trovato utilizzabile ma frustrantemente lento.

Il tempismo, va detto, non è dei migliori. I prezzi della RAM sono in risalita, trascinati dalla domanda legata all’intelligenza artificiale, e chi ha un portatile con memoria saldata non ha molte opzioni.

Chi ha 4 GB e non può o non vuole aggiornare l’hardware ha comunque alternative valide. Lubuntu e Xubuntu girano con molta meno memoria, e per chi ha esigenze ancora più contenute esistono distribuzioni come Linux Lite, Bodhi Linux o il sempreverde Puppy Linux. Sui server, invece, nessuna novità: Ubuntu Server 26.04 parte da 1,5 GB per l’installazione ISO, con 3 GB consigliati per carichi di lavoro reali.

SOURCE:// documentation.ubuntu.com
SOURCE:// omgubuntu.co.uk
SOURCE:// tomshardware.com

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[r] _ finalisti dell’xi edizione (2026) del premio nazionale di poesia elio pagliarani _ testi editi e testi inediti

XI EDIZIONE DEL PREMIO NAZIONALE ELIO PAGLIARANI – 2026


Cerimonia di premiazione a Roma, Palazzo Esposizioni, lunedì 25 maggio 2026

Il Premio Nazionale Elio Pagliarani, giunto nel 2026 alla sua undecima edizione, è lieto di comunicare l’elenco delle raccolte finaliste. Il Premio alla carriera è stato attribuito, su proposta della Presidente, a Giulio Ferroni che sarà premiato con un’opera dell’artista Marzia Migliora.
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Raccolte edite finaliste


Tiziana Colusso, Corpo conduttore – XXXIII variazioni (Edizioni Progetto Cultura),

Antonella Antonia Paolini, Il macello moderno (Nino Aragno),

Ivan Schiavone, Didascalie venatorie (La Vita Felice)
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Raccolte inedite finaliste


Cinzia Colazzo, Sperimentale sarai tu / soda caustica,

Lidia Popolano, De vacuum natura,

Roberto Ranieri, Il ratto di Schrödinger
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tutti i comunicati e gli aggiornamenti sono disponibili all’indirizzo
tinyurl.com/pagliarani2026

Il premio è una delle attività dell’Associazione letteraria Elio Pagliarani dedicata allo studio della poesia contemporanea. Il Premio Nazionale Elio Pagliarani, nato nel 2015, ha per scopo il promuovere e valorizzare, nello spirito sperimentale del poeta, la scrittura poetica e la ricerca letteraria che dimostrino qualità creative ed espressive originali nell’innovazione linguistica.

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Promozione e Ufficio Stampa: Gisella Blanco, Marco Giovenale, Irma Serra, uffstampapremioeliopagliarani@gmail.com
Premio Nazionale Elio Pagliarani: premioeliopagliarani@gmail.com

premionazionaleeliopagliarani.…

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6. Sardegna, l’isola delle radici (un viaggio familiare).


La Sardegna, per me, non è una regione qualunque. Ma ci potrei vivere? https://www.spreaker.com/show/6745559/episodes/feed Oristano, Italia Il Natale a volte porta doni speciali. In un paese nel cuore della Sardegna, quell'anno aveva portato un bambino, il primogenito di una famiglia di contadini. Lo avevano chiamato Franceschino. Purtroppo il piccolo Franceschino era arrivato in un momento sbagliato. C'era la seconda guerra mondiale e le forze alleate avevano bombardato i porti fino a […]
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La Sardegna, per me, non è una regione qualunque. Ma ci potrei vivere?


Sardegna, l'Isola delle Radici. (Un Viaggio Familiare). – Verso Casa – dove il cuore vuole stare.


Dopo le isole dell’oceano, torno in Sardegna.Un luogo che conosco, che ho amato, e che avevo immaginato come possibile casa.Questa volta però non cerco un posto dove stare, sono qui per un'altra ragione.Ma perché non valutare la regione un'altra volta? Perché non vedere se in tutti questi anni la Sardegna è un po' cambiata? In questo episodio racconto il mio arrivo,le giornate tra paesaggi familiari e sensazioni stonate,il tentativo di ritrovare un senso di appartenenzache sembra sfuggire.La Sardegna è bella, viva, concreta. Potrò restare qui? Possiamo restare in contatto tramite questi canali. Ti aspetto 😀- simoneviaggiatore.com- youtube.com/@versocasa- https.//youtube.com/@simoneviaggiatore- tiktok.com/@simoneviaggiatore- mastodon.uno/deck/@simonperry



Il Natale a volte porta doni speciali.

In un paese nel cuore della Sardegna, quell’anno aveva portato un bambino, il primogenito di una famiglia di contadini. Lo avevano chiamato Franceschino.

Purtroppo il piccolo Franceschino era arrivato in un momento sbagliato. C’era la seconda guerra mondiale e le forze alleate avevano bombardato i porti fino a distruggerli. C’era anche il blocco navale e le merci non potevano arrivare dall’Italia continentale.

Gli uomini erano partiti per la guerra e senza benzina le macchine agricole erano ferme, il cibo scarseggiava.

Nei primi anni di vita il piccolo franceschino fu costretto a mangiare serpenti e scoiattoli per sopravvivere, ma anche pane fatto con farina e segatura. Una lepre o un frutto selvatico che riusciva ad acchiappare erano un grande regalo. La vita era difficile in quegli anni, anche dopo che la guerra era finita. Si viveva come si poteva, costruendo con le proprie mani le cose che mancavano.

E Franceschino era bravo a costruire le cose. Fabbricava le proprie biciclette usando le canne che crescevano lungo i bordi delle strade e poi aiutava i genitori nel panificio che avevano aperto. A suo padre mancava un braccio e due piccole mani in più facevano molto comodo. Qualche anno dopo venne mandato a fare l’apprendista nella bottega di un falegname.

Quando la bottega chiudeva, lui restava a dormire sul pavimento con uno strato di paglia a fare da materasso. Non appena la bottega riapriva, riprendeva a lavorare.

Ci sapeva fare con il legno e la passione di creare mobili gli sarebbe rimasta per sempre, anche dopo che la vita lo avrebbe portato su un binario completamente diverso.

A soli 18 anni Franceschino entrò nella scuola Allievi Carabinieri. Per lui quella scuola sarebbe diventata tutta la sua vita. Gli chiesero di lasciare l’isola per finire l’addestramento a Torino e lui lo fece.

Quando si era arruolato due anni prima sapeva che sarebbe successo, ma in linea teorica avrebbe potuto dimettersi e ritornare a casa nell’isola che amava più di se stesso. Ma non lo fece.

In qualche modo sentiva che seguendo quel percorso avrebbe potuto trovare una vita migliore. Purtroppo questo lo aveva portato via dalla sua terra, nel continente, come si dice in Sardegna per indicare l’Italia.

Negli anni il servizio nei carabinieri lo portò in moltissimi posti, dall’Alto Adige a Genova e poi in Toscana, dove nacque un amore che gli diede tre bellissimi figli. La sua isola a quel punto era lontana, di là dal mare, ma sempre presente nel suo cuore e nei suoi racconti.

Il piccolo Franceschino si era fatto uomo.

Quell’uomo era diventato un migrante rimasto nel continente per amore e per dare ai suoi figli qualcosa di più di quello che aveva avuto lui.

Franceschino era mio padre e oggi posso dire che è riuscito nel suo scopo: grazie ai suoi sacrifici ho avuto una vita migliore della sua.


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Sono Simone Perria e questo è il mio viaggio verso casa.


Sono stato un sacco di volte in Sardegna. Con i miei ci andavamo già negli anni 80 per far visita ai nonni. In poco tempo poi ero cresciuto e i nonni non c’erano più. È stato allora che ho voluto scoprire la regione per conoscerla meglio. L’ho girata quasi tutta, da nord a sud, e ogni volta ci sono state emozioni molto forti.
L’aspetto naturale e culturale della Sardegna non si dimentica.

Diversamente dalle altre volte però, ora c’è qualcosa di terribile che mi riporta nella regione. Uno dei miei parenti stretti ha un grave problema di salute. Questo non è un viaggio di piacere, ma sfrutterò questo tempo per riflettere su alcune cose. Mentre l’aereo sorvola la Corsica, riesco già a vedere la Sardegna. Non posso fare a meno di ripensare a mio padre, che nell’ultima parte della sua vita non ha più potuto mettere piede nella sua terra.
Credo che avrebbe dato un occhio anche solo per vederla da lontano, come sto facendo io.

Quando ho sentito il bisogno di cercare una nuova casa, per prima cosa ho pensato all’isola che mi faceva stare bene, Tenerife. Chissà se anche mio padre pensava in questo modo alla Sardegna, ma mi chiedo perché non ho pensato di spostarmi in Italia e perché non ho pensato proprio alla Sardegna.

Anche più tardi, quando ho capito che a Tenerife non potrò stare, neanche lì ho pensato all’opzione di restare nel mio Paese. È facile rispondere a questi dubbi. Per 15 anni ho viaggiato solo in Italia e posso dire di averla conosciuta tutta molto bene.

Ci sono posti meravigliosi nel nostro paese, ma non si vive di meraviglia, purtroppo.


Non c’è nessun posto in Italia che mi faccia stare bene come Tenerife e questa, purtroppo, è una realtà. Nessuna delle nostre province mi ha mai dato il benessere che alle Canarie è quasi istantaneo, tranne forse la Sardegna. E poi c’è il fatto che l’Italia è il paese con cui ho un rapporto un po’ strano, forse la crisi di mezza età, non lo so, ma il nostro Paese non lo riconosco più. L’Italia è diventato un Paese chiuso, ostile verso qualunque cosa, persona o idea che venga da fuori o che sia nuova oppure diversa dalla tradizione, qualunque cosa sia.

Non ci piace cambiare.

È proprio dei racconti di mio padre che ho imparato a conoscere meglio il mio Paese, quei racconti in cui diceva che uno dei suoi primi incarichi lo aveva portato in Alto Adige proprio negli anni degli attentati dei gruppi separatisti. Ricordava bene che lassù non era stato ben visto come carabiniere, ma nemmeno come sardo.

Neanche trent’anni dopo io stavo frequentando le scuole superiori.

Ricordo benissimo che come paese eravamo ancora fermi allo stesso punto dei racconti di mio padre. Era il momento delle polemiche sui TERRONI, sulle persone che dal sud arrivavano al nord.

Questo tipo di pregiudizio c’era sempre stato, un po’, ma solo in quegli anni era nata l’idea di costruirci intorno un partito.

Poi è arrivata l’Europa e ci siamo dovuti aprire al mondo. La parola che alcuni usavano come cavallo di battaglia negli anni 90 è stata messa sotto il tappeto in tutta fretta. Abbiamo iniziato a usarne un’altra più internazionale, per così dire, immigrati. Quella parola avrebbe potuto indicare qualsiasi persona, anche chi veniva a vivere in Italia dalla Francia o dagli Stati Uniti, ad esempio. Ma noi come paese abbiamo scelto di dedicarla agli immigrati che non vogliamo: quelli poveri, dimenticando che siamo stati migranti e poveri anche noi.

Solo nei primi anni del Novecento si stima che 8 milioni di persone siano emigrate dall’Italia e poi altri milioni e poi altri ancora fino agli anni 70 e ancora dopo.

Mio padre non è mai rientrato in quelle statistiche solo perché si era spostato in Italia.

Oggi più di 250.000 persone ogni anno lasciano il paese per cercare fortuna altrove. Una grande parte di queste persone sono giovani e a differenza di quanto accadeva un tempo si tratta di persone laureate. Credo che qualche domanda dovremmo farcela, soprattutto su come pensiamo di affrontare il futuro anche imminente e invece continuiamo a non volere gli immigrati neri, ad esempio.

Non diamo dignità alle persone che sono già qui e che lavorano, e non vogliamo che prendano la cittadinanza più velocemente se lo vogliono. L’ultimo referendum insegna:

Il problema è che chi lancia slogan non dà risposte e sa benissimo che le nascite non basteranno a colmare questo gap.

L’atterraggio brusco mi riporta alla realtà. Sono arrivato e ora che sono qui tanto vale cercare di capire se qualcosa è cambiato, se potrei trasferirmi qui.

Sarebbe una scelta semplice. Resterei nel mio paese e troverei uno dei climi più secchi d’Italia, almeno in alcune zone della regione. Ci sarebbe il sole quasi tutto l’anno e il vento e l’aria che all’interno è ancora pulita e poi i colori, anche quelli sono terapeutici a modo loro. A mio padre piacerebbe tantissimo questa idea se ci fosse ancora.

Ho la sensazione che se venissi a vivere in Sardegna sarebbe un po’ come chiudere il cerchio. Io tornerei a vivere qui dopo che Franceschino era stato costretto ad allontanarsene.


Lo aveva fatto per dare alla sua famiglia delle condizioni migliori. Certo, e altrettanto farei io.

Qui troverei le condizioni migliori per me e al tempo stesso porterei a termine il suo lavoro che era quello di dare a me un futuro migliore. Lui non aveva potuto tornare, ma in qualche modo la famiglia tornerebbe nell’isola.

Sono tanti anni che non vengo in Sardegna. L’aeroporto di Cagliari mi sembra più grande, più moderno. Mentre mi sposto verso l’interno scopro che l’isola però è sempre uguale, eppure anche diversa allo stesso tempo. Mi sembra che il divario che c’era un tempo con l’Emilia Romagna adesso non ci sia più.

Poi però lascio la Carlo Felice che è la strada principale della regione, come la via Emilia la è dalle mie parti. Entro nelle strade statali secondarie e noto un po’ di degrado. Ci sono tantissime buche e ci sono chilometri e chilometri di corsie inutilizzabili per via delle radici degli alberi che ci crescono sotto.

Ci sono rifiuti qua e là, ma quello ormai succede anche in Emilia. Poi finalmente arrivo a casa. Rivedere i miei parenti è sempre bello, anche perché con il Covid e tutto il resto è un po’ che non ci vediamo.

Decidiamo subito di andare al paesello dove è cresciuto mio papà. Nel cimitero gli zii hanno fatto installare una lapide alla sua memoria e vorrei vederla.

Il paese dove andavo da bambino a trovare i nonni è molto diverso da come lo ricordavo. I nonni e tutte le altre persone che conoscevo e che lo rendevano autentico e vivace non ci sono più. Molte sono andate via, altre non sono più tra noi. Insomma, il paese si è spopolato come molti altri intorno. È un peccato vedere che c’è un bel sole, c’è il vento, c’è un clima mite che in Emilia non c’era quando sono partito, ma non vedo nessuno che possa godersi tutto questo. La calma però è assoluta e il vento di Aprile rende l’aria leggera e frizzante.

Al cimitero, vicino alla lapide dei nonni, vedo quella di mio papà, anche se lui non è seppellito qui, ma in continente, come si dice in Sardegna. In silenzio piango per lui che avrebbe tanto voluto rimettere piede nella sua terra, ma non l’ha potuto fare già da molti anni prima che morisse. Senza pensarci troppo, prendo una manciata di terra che porterò sulla sua tomba una volta rientrato a casa in continente.

Non posso fare a meno di pensare che forse anche per me andrà così.

L’Italia potrebbe mancarmi tantissimo quando avrò trovato la mia nuova casa e a un certo punto potrei non tornare più neanche con le migliori intenzioni, neanche se lo volessi. È una cosa che devo essere disposto ad accettare, ma fino ad ora non ci avevo pensato. Il momento però non è triste. La campagna verde e l’aria pura sono troppo belle per lasciarsi andare a pensieri tristi. Finalmente capisco che alcune cose finiscono, altre continuano e deve essere così.

A Oristano scopro una città tutta nuova che non ricordavo. È piccola, ma nonostante questo molto trafficata.

L’ospedale dove si trova il parente che sono venuto a trovare dentro è bellissimo, è nuovo e apparentemente ben organizzato come un qualsiasi altro ospedale a cui sono abituato in Emilia. Fuori però è quasi cadente. Le erbacce infestano il cortile di cemento. Alcune finestre sono rotte ai piani superiori e i muri sono pieni di buchi. È come se ci fosse una guerra di cui non mi sono accorto o alcuni nemici invisibili avessero mitragliato l’ospedale. Tutta la scena però sembra successa non adesso, ma qualche tempo fa. Quei buchi sono lì da un po’.

Mi dicono che i posti in quel reparto sono troppo pochi e che è uno dei pochi di quel tipo in tutta l’isola. L’idea di passare il mio futuro qui all’improvviso non mi sembra così buona. Starei meglio, sì, ma poi su quali servizi potrai davvero contare? Tutto questo stride enormemente con la bellezza naturale della Sardegna che conosco. Stona con i mari azzurri che da nord a sud ho conosciuto in tutte le decadi e nei viaggi precedenti. Paesaggi marini e collinari che ti rimettono a posto l’anima, spiagge di quarzo bianco che nemmeno le migliori isole caraibiche possono vantare. E poi luoghi con una cultura ancestrale in cui ogni respiro è carico di tradizione, fiero e sacro. Qui la vita la senti scorrere forte e ogni cosa ti fa pensare che è proprio qui che dovresti restare, che questo è finalmente il tuo posto. Ma ancora una volta la ragione riporta il cuore nel punto di equilibrio dell’oggettività.

Vivendo qui avrei minori possibilità di lavorare e per me non è un dettaglio. In questo viaggio ho capito anche un’altra cosa e cioè che la Sardegna che sentivo mia, come il resto d’Italia d’altra parte, non c’è più. Crescendo in continente poi mi sento un sardo a metà, anzi forse solo a un quarto. Qui sarei solo un po’ meno straniero che altrove, ma non molto di meno. Non conosco gli usi e le tradizioni, non conosco la lingua che si parla qui. Forse c’è un altro modo di chiudere il cerchio, c’è un altro modo di dare senso e completezza al viaggio iniziato da mio padre. Devo trovare un posto ancora migliore che si possa chiamare casa.

Perché se mio padre purtroppo è già arrivato alla fine del suo viaggio, è anche vero che il mio viaggio non è il suo. Il mio è un viaggio diverso che continua il suo, ma da un’altra parte.


Porterò sempre nel cuore questa terra che mi ha dato origine e non la dimenticherò, ma il mio posto non è qui. A lungo andare percepirei tutte le difficoltà di questa isola grande, ma con molti limiti. Limiti che derivano anche dal fatto che la Sardegna è pur sempre Italia. Non mi resta che proiettarmi verso il mio prossimo viaggio. Devo capire se l’Atlantico gioca un ruolo preciso sulla mia salute. Le isole azzorre mi aspettano.

Viaggio tra le isole d’Europa per trovare un posto dove il cuore vuole stare e il corpo non fa male. So che esiste, devo solo trovarlo. Se anche tu ami viaggiare o sogni di cambiare vita, seguimi in questo lungo viaggio verso casa. [Musica]

Se ti va di aiutarmi, metti cinque stelline al podcast e vieni a trovarmi sul canale YouTube Verso Casa.

#Sardegna
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Ninna nanna della guerra


Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Camillo Salustri (Roma, 26 ottobre 1871[3] – Roma, 21 dicembre 1950), è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco.


Nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, scriveva questa poesia, qui interpretata da Gigi Proietti:

Ninna nanna della guerra (interessanti nel note su wikipedia)

Drammaticamente attuale.
#guerra #ninnaNannaDellaGuerra #proietti #trilussa

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Neovim 0.12 integra vim.pack e riscrive le regole del supporto LSP integrato


Neovim 0.12 è una release ricca: arriva vim.pack, il gestore di plugin integrato, e il supporto LSP nativo fa un salto di qualità deciso.
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Neovim 0.12 è uscito e… non è un aggiornamento di routine! La novità più discussa è vim.pack, il gestore di plugin ora integrato direttamente nell’editor. Per anni gli utenti hanno dovuto affidarsi a strumenti esterni come lazy.nvim o packer.nvim; adesso c’è un’alternativa ufficiale, senza dipendenze aggiuntive. Non sostituirà necessariamente l’ecosistema esistente, ma abbassa sensibilmente la soglia d’ingresso per chi vuole una configurazione pulita e autosufficiente.

Il client integrato ottiene completamento inline, anteprime dei colori nel documento, aggiornamento dei code lens, diagnostica a livello di workspace e dynamic registration. La gestione dei client LSP è ora accessibile direttamente via Lua e tramite il nuovo comando :lsp, che permette di controllare lo stato, abilitare configurazioni e ispezionare i server disponibili senza uscire dall’editor.

Il completamento è stato rielaborato con ordinamento personalizzato, anteprime colorate dei simboli e autocompletamento in modalità inserimento. Arriva anche ui2, un sistema sperimentale che ridisegna la riga di comando e la gestione dei messaggi, con l’obiettivo di ridurre le interruzioni al flusso di lavoro. Il pager diventa un buffer normale, il che apre possibilità interessanti per chi lavora con output lunghi.

Le diagnostiche migliorano su filtri, formattazione e navigazione, e i messaggi di avanzamento sono integrati in modo più coerente con la barra di stato e i comandi.

Da segnalare alcune modifiche che rompono la compatibilità con configurazioni avanzate e plugin esistenti: chi ha un setup elaborato farebbe bene a leggere il changelog prima di aggiornare. Sulla sicurezza, i file di configurazione per progetto richiedono ora un’approvazione esplicita, e su Windows il comportamento nella ricerca degli eseguibili è stato reso più sicuro. tee.exe è ora incluso per impostazione predefinita.

SOURCE:// neovim.io
SOURCE:// github.com

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Ghost si integra con Home Assistant: le metriche della tua pubblicazione nel salotto di casa


Ghost ha rilasciato un'integrazione ufficiale per Home Assistant. Abbonati, entrate, statistiche email e follower sul Fediverso diventano sensori collegabili a dashboard, automazioni e dispositivi fisici.
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Ghost e Home Assistant condividono più di quanto sembri: entrambi sono open source, entrambi gestiti da fondazioni no-profit, entrambi costruiti con l’idea che il software che conta dovrebbe rispondere agli utenti, non agli investitori. Aveva senso, prima o poi, che si parlassero.

Da qualche settimana è disponibile l’integrazione ufficiale di Ghost per Home Assistant, già inclusa nella versione 2026.3 della piattaforma domotica. La configurazione richiede pochi passaggi: si crea un’integrazione personalizzata nel pannello di amministrazione di Ghost, si copiano l’URL dell’API e la chiave amministrativa, e si aggiunge Ghost dalla sezione integrazioni di Home Assistant.

Una volta connessa, la pubblicazione diventa una fonte di sensori: abbonati totali, paganti e gratuiti, entrate mensili e annuali (se si usa Stripe), post pubblicati, bozze, statistiche sull’ultima newsletter (email inviate, aperte, percentuale di apertura, clic) e, per chi ha già attivato ActivityPub su Ghost 6, anche i follower e i seguiti sul Fediverso.

Fin qui, un cruscotto carino. La parte interessante è che Home Assistant può usare qualsiasi variazione di questi sensori per far scattare automazioni. Un alert sul telefono quando si raggiunge un traguardo di abbonati, le luci dell’ufficio che lampeggiano quando parte una newsletter, il totale degli iscritti su un display a sette segmenti collegato a un Arduino: se Home Assistant riesce a controllarlo, Ghost può azionarlo.

L’integrazione è classificata come “Gold quality” nella documentazione ufficiale di Home Assistant, a indicare un livello di manutenzione e copertura dei test superiore alla media. Il polling avviene ogni cinque minuti. Per chi gestisce una pubblicazione su Ghost self-hosted, è sufficiente aggiornare all’ultima versione per averla disponibile; su Ghost Pro è già attiva.

È una di quelle integrazioni di nicchia che non cambiano la vita a nessuno, ma che chi usa entrambi gli strumenti troverà subito un motivo per installare.

SOURCE:// Home Assistant ghost.org
SOURCE:// Ghost - Home Assistant home-assistant.io

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L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”


Di Antonio Zoppetti

Ho visto un King
Sa l’ha vist cus’e’?
Ho visto un King, un re!
Ah beh, sì beh…
Ah beh, si beh…

Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.

Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.

Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.

Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.

Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.

Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale

Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.

“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).

Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.

Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.

Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.

Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.

Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:

…e sempre in english dobbiam parlare
il plurilinguismo fa male al King
fa male al globish, fa male ai Vip
diventan tristi se non lo speak.

#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa


Dall’unificazione dell’italiano al suo sfaldamento: l’itanglese e le sue cause


Di Antonio Zoppetti

Alla proclamazione dell’unità d’Italia, nel 1861, stando ai dati dei censimenti gli analfabeti rappresentavano il 78% della popolazione ed erano distribuiti in modo poco uniforme: fuori dai centri urbani, in alcune zone rurali del mezzogiorno toccavano il 90% della popolazione, e sfioravano il 100% nel caso delle donne. Queste masse si esprimevano quasi solo nel proprio dialetto. L’italiano era una lingua letteraria che si utilizzava da secoli nella scrittura, ma persino i ceti colti erano dialettofoni e non lo utilizzavano come lingua naturale delle conversazioni.

Come era già avvenuto ben prima nelle grandi monarchie dell’Europa, anche nel nostro Paese l’unità politica ha portato all’unificazione linguistica. Il linguaggio dell’amministrazione, delle leggi e soprattutto i programmi di scolarizzazione, inizialmente piuttosto scalcinati, in breve hanno cominciato a dare i primi frutti: nel 1901 la percentuale degli analfabeti era calata dal 78% al 56%, per scendere al 35,8% nel 1921 e al 20,9% nel 1931. Il che significa che ogni nuova generazione compiva un grande salto rispetto alla precedente nell’imparare a leggere e a scrivere, ma anche nell’italianizzarsi.

Gli anni Trenta

Mentre la scolarizzazione si diffondeva generazione dopo generazione, l’avvento del sonoro ha contribuito ad affermare la lingua unitaria con un’intensità di ordini di grandezza superiori rispetto alla letteratura o alla pubblicistica che si propagavano per via scritta. Radio, cinema e poi televisione hanno avuto un effetto “pedagogico” enorme nel fare la lingua, difondendo la sua comprensione in modo in un primo tempo passivo ma poi sempre più attivo. Ma ancora agli inizi degli anni Trenta del Novecento questo modello di italiano apparteneva solo alle cerchie ristrette: “Tra la classe colta e il popolo c’è una grande distanza” scriveva Gramsci dalla cella del carcere dove il regime l’aveva rinchiuso. “La lingua del popolo è ancora il dialetto, col sussidio di un gergo italianizzante che è in gran parte il dialetto tradotto meccanicamente.”

Gramsci aveva perfettamente compreso che la lingua non arriva dal basso – questo era “uno sproposito madornale” – perché una lingua comune prende forma grazie ai “focolai di irradiazione” che portano all’unificazione linguistica in un territorio, e cioè la scuola, i giornali, gli scrittori, il teatro, il cinema, la radio, le riunioni pubbliche civili, politiche o religiose… Una lingua unitaria prende forma in questi ambienti per poi irradiarsi nel popolo solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola diventare un modello riconosciuto e seguito. Dunque, ogni volta che riaffiora la questione della lingua è perché è in atto una riorganizzazione dell’egemonia culturale, dove emerge un ricambio della classe dirigente che si porta con sé anche un modello linguistico da far prevalere: ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.”

Gli anni Sessanta

Trent’anni dopo – dunque nell’arco di una sola generazione (teniamolo a mente) – la situazione era completamente cambiata. Se negli anni Trenta Gramsci lamentava la mancanza di una lingua unitaria e l’enorme frattura tra la lingua del popolo legata al dialetto e quella aulica degli intellettuali, in un articolo su Rinascita del 1964 Pasolini – “con qualche titubanza, e non senza emozione” – riconosceva finalmente l’avvento dell’italiano come lingua nazionale di tutti.

Il fenomeno era recente, si era manifestato con “la completa industrializzazione dell’Italia del Nord” che aveva dato vita a una nuova classe dirigente “realmente egemonica, e come tale realmente unificatrice della nostra società” anche dal punto di vista linguistico. Dopo secoli e secoli di controversie letterarie su una questione della lingua che apparteneva solo ai gruppi ristretti dei ceti colti e dei letterati, negli anni Sessanta si era realizzata una convergenza di tutte le parti sociali e geografiche che tendeva a uno stesso idioma non solo nella scrittura, ma anche nel parlare. E se tutti, da Palermo a Milano, parlavano di “frigorifero” era perché il nuovo italiano esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone figlia dell’industrializzazione. Questa “borghesia capitalista” esercitava da noi la stessa influenza unificatrice che in passato le monarchie aristocratiche avevano portato alla formazione delle grandi lingue europee.
L’avvento del nuovo italiano unitario si configurava però in modo diverso dal canone letterario toscaneggiante del passato, accoglieva gli influssi soprattutto del modo di parlare del nord, che era diventato il nuovo principale centro di irradiazione della lingua.
I nuovi “centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più gli scrittori né le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua c’erano i prodotti di consumo e tecnologici. Il centro più vivo e innovativo dell’italiano contemporaneo si era spostato nelle zone industriali del settentrione, dove si era formata una nuova lingua tecnologica, industriale e capitalista, invece che umanista. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua:

“È il Nord industriale che possiede quel patrimonio linguistico che tende a sostituire i dialetti, ossia quei linguaggi tecnici che abbiamo visto omologare e strumentalizzare l’italiano come nuovo spirito unitario e nazionale.”

In quegli anni sono spuntate le prime generazioni italofone di nascita anche fuori dalle regioni centrali, dove da sempre la lingua naturale delle conversazioni era molto vicina alla lingua della scrittura. Questo emergere di un italiano finalmente unitario ha finito per far decadere ancor di più l’uso del dialetto, che in molte aree del Paese è in via di estinzione, anche se in altre resiste come lingua domestica accanto a quella nazionale. Ma nel frattempo i nuovi centri di irradiazione della lingua si sono spostati fuori dall’Italia, e mentre la nostra società si è americanizzata sempre di più dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale, è iniziata la nostra anglicizzazione anche linguistica.

Gli anni Novanta

Nell’arco di una sola generazione, nell’epoca della globalizzazione e dell’avvento di internet, l’italiano ha cessato di confrontarsi con i dialetti, ormai decaduti a codici marginali, per misurarsi con l’espansione del l’inglese planetario, il globalese o globish. I nuovi modelli linguistici anglicizzati arrivavano nella lingua di tutti non più solo attraverso il cinema o la musica come fino agli anni Sessanta, ma anche attraverso la televisione che negli anni Ottanta è diventata una vetrina soprattutto dei prodotti d’oltreoceano che esportano la propria lingua, la propria visione e la propria cultura. L’espansione delle multinazionali e dell’angloamericano globalizzato si è imposto come lingua prevalente nella scienza, nel lavoro e in sempre più settori, inclusa l’Ue che lo diffonde nonostante non esista alcuna carta che ne sancisca l’ufficialità. E il ruolo dominante di questa lingua ha cominciato a riverbarsi con intensità mai vista nei linguaggi specialistici, dove gli anglicismi hanno colonizzato la terminologia dell’informatica, della tecnologia o dell’economia al punto che le parole italiane per esprimere questi domini non ci sono più.

Gli anni Venti del Duemila

Oggi l’inglese è compreso e parlato da meno del 20% dell’umanità, da una minoranza degli europei e anche da una minoranza degli italiani. Non è dunque la lingua delle masse, ma – come sempre nella storia – quella delle nuove élite. E nel disegno politico delle nuove classi dirigenti c’è proprio l’idea di formare in tutta Europa le nuove generazioni bilingui a base inglese, per cui si è introdotto l’inglese nelle scuole a partire dalle elementari per renderlo un requisito culturale obbligatorio e non una scelta culturale. E sempre più atenei puntano ad abbandonare l’insegnamento in italiano per farlo direttamente in inglese. Ancora una volta, l’imposizione della lingua avviene dall’alto seguendo precisi modelli politici, non certo in modo “democratico”.

Sembra quasi che di fronte all’unità linguistica che si è realizzata con tanta fatica solo dopo un secolo dalla proclamazione dell’Italia, la nuova classe dirigente punti sull’inglese proprio per elevarsi rispetto alle masse, inseguendo e ripristinando l’antica e storica diglossia italiana: se tra il Trecento e il Cinquecento il volgare toscaneggiante si è imposto sugli altri volgari che sono regrediti alla status di dialetti – lingue di rango inferiore, senza la loro università e il loro esercito – prima di allora era il latino a essere la lingua superiore della cultura, contro quella del popolino. Nella nuova diglossia che vede l’inglese come l’idioma superiore, l’italiano unitario regredisce e si avvia verso una strada che rischia di trasformare le lingue nazionali nei dialetti di un’Europa e di un “occidente” che si fa coincidere con l’anglosfera. L’inglese è la nuova lingua dei padroni, e la nostra intellighenzia lo ha preso come modello.

Gli anglicismi come effetto collaterale del globalese

L’angloamericano viene oggi vissuto dalle nuove classi dirigenti come lingua “internazionale”, anche se non è affatto l’esperanto – una lingua artificiale pensata proprio per essere lingua della comunicazione internazionale – è la lingua naturale dei popoli dominanti che la esportano a tutti gli altri.

In un articolo di qualche settimana fa, il giornalista Rampini piangeva disperato davanti alla decisione della Cina di rompere con l’inglese. E invece di comprendere che ai cinesi – che sono numericamente ben di più degli anglofoni – non conviene affatto investire sull’inglese, si strappava i capelli perché in questo modo si verrebbe a spezzare la lingua comune internazionale in via di espansione, a suo dire, come se l’unica soluzione per risolvere i problemi della comunicazione tra i popoli sia quella di americanizzarsi.

La nuova classe dirigente italiana, insomma, è l’espressione di una mentalità figlia di un imperialismo americano che ha ormai interiorizzato e dà per scontato in modo acritico. E anche se la denuncia di questo imperialismo non è più di moda – dopo l’epoca della guerra fredda e la logica dei due blocchi – il fenomeno non è scomparso, si è al contrario accentuato nel silenzio della nostra classe politica. E in questi giorni sta emergendo nei recenti e pericolosi vaniloqui di Trump che vorrebbe annettere il Canada, la Groenlandia e il canale di Panama in una cancellazione del Golfo del Messico che dovrebbe diventare il Golfo d’America.

Se la lingua di questo impero diventa quella internazionale inseguita dai nuovi ceti dirigenti, dunque lingua alta, inevitabilmente l’italiano cesserà di essere una lingua di cultura, e allo stesso tempo sempre più anglicismi si diffonderanno nelle lingue locali come gli effetti collaterali di questo fenomeno.

Nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale e nel nuovo ricambio della classe dirigente è perciò l’inglese a costituire il nuovo modello linguistico che fa regredire l’italiano.

Perché un titolo di giornale parla di “bird stike” per indicare l’impatto degli uccelli che causa incidenti aerei?

Perché la lingua dell’aviazione è l’inglese, e il giornalista – esponente della nuova oligarchia culturale – si compiace nel riprendere il tecnicismo in inglese invece di usare l’italiano, perché gli pare più solenne e moderno e dunque lo dà in pasto al pubblico e lo impone, per educare tutti alla newlingua, che è quella che ha in mente lui e quelli come lui, non certo gli italiani intesi come le masse.

E così escono pezzi che parlano del burnout natalizio delle mamme, in un’anglicizzazione compulsiva in parte derivata dall’espansione delle multinazionali che si riverbera in articoli che parlano per esempio degli Amazon echo con speaker wireless e display smart, in un abbandono dell’italiano per diffondere la terminologia in inglese. E sul fronte interno le amministrazioni che regolano gli affitti brevi si occupano di keybox e di check-in

Sempre più spesso questo inglese viene diffuso dal linguaggio istituzionale, che un tempo – come i mezzi di informazione – ha invece spinto a unificare la nostra lingua. E più i generale tutti i nuovi centri di irradiazione della lingua diffondono ormai il modello dell’itanglese, non solo quelli storici individuati da Gramsci, ma anche quelli nuovi che includono le pubblicità, la lingua del web o quella dei cosiddetti “influencer”. Rispetto all’epoca di Pasolini la lingua tecnologica non arriva più dal nord, ma direttamente dall’anglosfera senza più traduzione.

La questione, dunque, più che linguistica è politica e culturale, oltre che sociale. E dovremmo chiederci quale sarà l’italiano della prossima generazione, vista la velocità dell’espansione del fenomeno. L’italiano che va per questa strada è destinato a sfaldarsi, se non si cambia rotta, perché non segue più l’ortografia e la pronuncia che hanno caratterizzato l’italiano storico per secoli, ma si sta trasformando in una lingua ibrida che si può ormai definire itanglese. Siamo di fronte a un cambio di paradigma e a una discontinuità che fa dell’itanglese un nuovo modello linguistico di prestigio. Ma questo modello appare ormai come nuova lingua invece che un’evoluzione dell’italiano storico per come lo abbiamo conosciuto.

Per chi è interessato, domenica 12 gennaio, ne parlerò brevemente con Paolo di Paolo a La lingua batte(su radio3 Rai, dalle 10,45) nel dodicesimo compleanno della trasmissione.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa


in reply to Diciamolo in italiano

ottimo articolo che traccia un affresco della decadenza "imperante". Aggiungerei anche un aspetto di grande pregnanza: la musica. Da almeno 70 anni siamo colonizzati senza apparente possibilità di rivendicare, pur potendo vantare trascorsi storici di grande valore, il nostro patrimonio autoctono. Non mi dilungo oltre, ma specie l'invasione nel mondo giovanile dello pseudo rap commerciale la dice lunga.
in reply to SenzaTroppeParole

@SenzaTroppeParole Grazie. Sulla musica non sono ferrato, però molti anni fa mi intervistarono a un servizio del tg2 su questioni di lingua anglicizzata, e un esperto musicale, in studio, minimizzava ed era contrario a ogni intervento. Quando però la questione fu spostata sulla musica — in quel periodo Mogol ma anche la Nannini e altri promuovevano una campagna per le quote garantite di musica italiana in radio — dal liberismo selvaggio passò subito al protezionismo musicale, e si dichiarò favorevole alla protezione della musica. Mi ha sempre colpito questo doppiopesismo per cui si tutelano i nostri patrimoni italiani per es gastronomici, culturali, paesaggistici… ma quando si arriva alla lingua tutto cambia e allora questo approccio non va più bene.
in reply to Diciamolo in italiano

l'arroganza commerciale anglosassone in campo musicale ha travolto l'essenza più profonda della musica autoctona. Parliamo di Puccini, Respighi, Malipiero, Dallapiccola, etc per giungere a Vivaldi, Caccini e ritornare ai neumi. La semplificazione "industriale " ha schiacciato ogni creatività, relegandola in meandri elitari che anch'essi in qualche modo si sono poi uniformati alle logiche consumistiche
in reply to Diciamolo in italiano

vorrei inoltre tracciare un parallelismo con il Suo articolo riguardante gli anglopuristi. In campo musicale(specie in area rock e commerciale) sembra quasi una bestemmia per alcuni generi scrivere testi in italiano. Sono ritenuti "brutti", poco musicali, poco accattivanti. Anche su questo versante assistiamo ad un'invasione linguistica che da ormai 70 e più anni minaccia l'italiano.
in reply to SenzaTroppeParole

@SenzaTroppeParole Quello che ho chiamato provocatoriamente “anglopurismo” è un atteggiamento per cui davanti a una parola che non c’è, invece di inventarla o crearla (i puristi avevano un grosso tabù davanti ai neologismi, che condannavano e respingevano) preferiscono introdurre espressioni in inglese così come sono (invece che adattarle).
Indubbiamente questo considerare l’inglese superiore e intoccabile è un fenomeno sociale, prima che linguistico, dunque si ritrova in sempre più ambiti della cultura: anche i film in italiano sono spesso percepiti come “brutti” davanti al modello hollywoodiano preso come canone; mentre le categorie italiane di film e libri si anglicizzano (romance, fantasy…), e la stessa percezione di noi stessi segue questa logica (le generazioni etichettate come boomer, gen Z, Millennials) perché facciamo nostre le categorie, e i concetti, angloamericani. Di sicuro il processo coinvolge anche la musica, su cui però, lo ripeto, non sono competente. Il punto dolente è che davanti all’esportazione delle logiche commerciali globalizzate (una pressione esterna fortissima che lambisce tutto il mondo) da noi non ci sono resistenze opposte interne che la arginano come avviene in Francia, Spagna e altrove. Queste pressioni si uniscono a quelle tutte interne (provinciali e servili) che si sommano e le amplificano. Il risultato è devastante.
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Instapaper rilancia la sua API di parsing dopo dieci anni


Instapaper ha rilanciato Instaparser, la sua API per sviluppatori: estrae articoli dal web, analizza PDF e genera riassunti. Il piano gratuito include 1.000 crediti al mese.
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Nel 2016 Instapaper aveva aperto agli sviluppatori il suo motore di estrazione degli articoli, quello che trasforma qualsiasi pagina web in testo pulito e leggibile. L’API era stata però chiusa dopo pochi mesi, in coincidenza con l’acquisizione da parte di Pinterest. Adesso torna, con un nome, Instaparser, e tre funzioni distinte.

La prima estrae il contenuto di un articolo da qualsiasi URL: titolo, autore, data, testo, immagini e metadati, restituiti in formato strutturato. È lo stesso motore che Instapaper usa internamente da oltre quindici anni, affinato su miliardi di pagine. La seconda analizza i PDF, anche quelli scansionati o con layout complessi, e li converte in testo, HTML o markdown. La terza genera un riassunto automatico del contenuto di una pagina.

Tutte e tre sono disponibili su tutti i piani, compreso quello gratuito che offre 1.000 crediti mensili. I piani a pagamento partono da 150 dollari al mese per 100.000 crediti fino a 900 dollari per un milione, con una fascia enterprise su richiesta.

Il rilancio guarda esplicitamente al momento attuale: estrarre contenuti puliti dal web o dai PDF è diventato un passaggio comune in chi costruisce flussi di lavoro con modelli linguistici, e Instapaper si posiziona come infrastruttura collaudata per quel caso d’uso. Tra le integrazioni già disponibili c’è un plugin per Claude Code e un nodo per n8n, ancora in attesa di approvazione ufficiale ma già installabile su istanze locali.

Se stai pensando di usare Instaparser in un progetto self-hosted, Hetzner offre VPS affidabili a prezzi contenuti per far girare i tuoi flussi di automazione.

SOURCE:// blog.instapaper.com
SOURCE:// instaparser.com

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Virginia Tonelli, partigiana friulana, martire della Resistenza, medaglia d’oro alla memoria


La prima biografia riguardante la lotta partigiana nella Destra Tagliamento è un’opera di Mario Lizzero, uno dei più importanti dirigenti politici della sinistra friulana, che fu commissario di tutte le formazioni partigiane garibaldine del Friuli, dedicata alla figura di Virginia Tonelli “Luisa” <172. Questo testo narra la vita di Virginia Tonelli dalla nascita fino alla morte nella risiera di S. Sabba, campo di sterminio nazista, situato a Trieste.
Virginia Tonelli, nata a Castelnuovo nel 1903, dopo l’adolescenza trascorsa nel paese nativo, si trasferisce per lavoro a Venezia, dove svolge la professione d’infermiera in un ospedale per bambini handicappati. Nel 1933 emigra in Francia, dove rimane fino al 1943; dal ritorno in Italia entra nella Resistenza organizzando i Gruppi di Difesa della Donna, gruppi di donne che supportano i partigiani, con mansioni sanitarie e di propaganda, oltre a curare i collegamenti fra i vari reparti partigiani. “Luisa” è attiva nella lotta di liberazione, fino al suo arresto, a Trieste nel settembre 1944; dopo la carcerazione nel carcere triestino fu trasferita alla risiera di S. Sabba dove fu uccisa il 29 settembre 1944.
Il racconto della vita di Virginia Tonelli comincia dalla descrizione della sua famiglia e della situazione economica della stessa. L’autore afferma che dopo lo scoppio della prima guerra mondiale in Friuli era quasi impossibile trovare cibo e quindi la famiglia Tonelli dovette affrontare lunghi viaggi per il proprio sostentamento; secondo Lizzero le fatiche dell’infanzia lasciarono tracce, sia nel fisico sia nella formazione morale di “Luisa” <173. L’autore descrive, in uno dei primi capitoli del testo, l’antifascismo a Castelnuovo e nella zona dello spilimberghese, citando gli antifascisti condannati dal tribunale speciale. Questa parte del testo è utile per capire l’ambiente in cui è cresciuta Virginia Tonelli e l’influenza che ebbe nella sua scelta resistenziale <174. Mario Lizzero ricostruisce attentamente gli anni in cui “Luisa” visse in Francia, descrivendolo come un periodo di difficoltà economiche e di intensa attività politica <175. La fonte principale usata dall’autore per raccontare il periodo trascorso da Virginia Tonelli in Francia è un volume scritto da G. Pajetta sull’emigrazione antifascista in Francia, “Douce France”, nel quale sono citati molti esponenti del PCI che entrarono in contatto con “Luisa”. Nel testo per chiarire ulteriormente il ruolo svolto da Virginia Tonelli in Francia è riportata una testimonianza di Ange Onesti, membro dello stato maggiore dei Franc Tireurs Partisans, organizzazione attiva in Francia in azioni di sabotaggio e guerriglia, che la conobbe a Tolone, il quale afferma che essa svolse attività molteplici nella regione in cui abitava: partecipava al trasporto delle armi e munizioni usate dalla Resistenza francese e inoltre partecipava all’attività politica delle donne e dirigeva l’opera di solidarietà verso i compagni incarcerati. <176
Nella seconda parte del testo è raccontato il periodo in cui Virginia Tonelli operò nella Resistenza italiana, dal suo rientro in Italia nel maggio 1943 fino all’arresto nel settembre 1944; l’autore descrive la sua attività di staffetta fra il comando garibaldino del monte Ciaurlec, nelle Prealpi della Destra Tagliamento, e la federazione friulana del PCI e all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e inoltre riporta ricordi di partigiane che la conobbero, le quali testimoniano il suo impegno e le sue qualità <177. Nell’ultima parte del testo Mario Lizzero parla della Risiera di S. Sabba, luogo in cui morì “Luisa”, spiegando le motivazioni che portarono alla creazione di un campo di sterminio a Trieste e facendo una stima delle persone che vi furono uccise <178. In appendice al testo sono riportate le motivazioni che portarono alla concessione della medaglia d’oro alla memoria a Virginia Tonelli e i versi del poeta Tito Maniacco presenti sulla sua lapide <179.
Dedicato alla figura di “Luisa” è anche un volume scritto nel 2000 da Ines Domenicali, ricercatrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di liberazione, nel quale la storia di Virginia Tonelli, come affermato dall’autrice, è inserita nel contesto più ampio della partecipazione femminile al movimento resistenziale friulano <180; nella presentazione del testo, l’allora assessore alla cultura del comune di Pordenone, Luigi Gandi, afferma che quest’opera vuole essere un riconoscimento alle donne che con le loro azioni contribuirono alla conquista di diritti e valori che hanno fondato la Repubblica Italiana <181. Nilde Jotti, nella prefazione, oltre a parlare delle particolari difficoltà che vi furono nella Resistenza friulana, dovute all’annessione del Friuli al Reich, si sofferma sull’importanza dell’apporto delle donne nella Resistenza: inoltre afferma che la lotta di liberazione fu un movimento di popolo che unì ceti e classi prima di allora divisi, facendo in modo che uomini e donne di idee diverse si confrontassero <182. L’autrice, nel primo capitolo, racconta gli anni trascorsi da Virginia Tonelli a Castelnuovo, descrivendo la situazione sociale nel paese dopo la nascita del fascismo e lo svilupparsi del movimento antifascista e inoltre vi è un quadro più generale della situazione nella Destra Tagliamento e sono analizzati alcuni episodi di resistenza al fascismo nel pordenonese <183. Nel testo è descritto il periodo passato da Luisa in Francia, analizzando la sua attività nella Resistenza francese, e si accenna alla situazione politica in Francia dopo l’occupazione di parte del paese a opera dell’esercito tedesco <184. La parte più dettagliata del testo riguarda il periodo che va dal rientro in Italia di Virginia Tonelli, alla fine del 1942, fino al suo arresto nel settembre 1944. L’autrice descrive l’evolversi della situazione nella lotta di liberazione nella Destra Tagliamento e al contempo analizza l’opera compiuta da Virginia Tonelli nel curare i collegamenti fra i reparti partigiani e nel coordinare le donne necessarie come apporto al movimento partigiano. <185
Nel capitolo finale del testo, l’autrice parla degli ultimi giorni della vita di “Luisa”, raccontando come fu arrestata e successivamente uccisa nel campo di sterminio della Risiera di S. Sabba; l’autrice afferma che Virginia Tonelli fu determinata nel percorrere una scelta di vita maturata da ragazza <186. In appendice sono riportati documenti riguardanti l’attività di Virginia Tonelli e un elenco di donne, della provincia di Udine e dell’odierna provincia di Pordenone, cadute durante la lotta partigiana <187.

[NOTE]172 MARIO LIZZERO, Virginia Tonelli “Luisa”. Partigiana, a cura del comitato regionale dell’A.N.P.I. del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo, 1972.
173 Ivi, pp. 8-9
174 Ivi, p. 13-17
175 Ivi, pp. 18-23
176 Ivi, pp. 23
177 Ivi, pp. 25- 39
178 I) vi, pp. 44-49
179 Ivi, p. 55
180 INES DOMENICALI, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Il Poligrafo, Padova, 2000
181 Ivi, p. 7
182 Ivi, pp. 9-10
183 Ivi, pp.25-42
184 Ivi, pp. 36-42
185 Ivi, p. 65
186 Ivi, pp. 91-95
187 Ivi, p. 91-95
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

Se Natalia Beltrame in Italia rimane staccata dall’organizzazione, Virginia Tonelli, di Castelnuovo del Friuli, passa per l’esperienza dell’emigrazione in Francia, dove entra nell’apparato del Pcd’i e partecipa alla resistenza francese. Rientrata in Italia nel 1942 per incarico del partito, è una delle organizzatrici della Resistenza friulana, con Regina Franceschino. Arrestata nell’estate 1944 durante una missione a Trieste, scompare nel lager nazista della Risiera di San Sabba <218.

[NOTA]218 LIZZERO, Mario, Virginia Tonelli “Luisa” partigiana, Tricesimo, Comitato Regionale Anpi Friuli-Venezia Giulia, 1972; DOMENICALI, Ines, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Padova, Il Poligrafo, 2000. Sulla funzione dirigente di Tonelli e Franceschino nella Resistenza, cfr. la testimonianza di Rosina Cantoni in: TESSITORI, Luigi, I ricordi di Giulia, cit.
Gian Luigi Bettoli, Novecento friulano antagonista. Genesi e sviluppo di un movimento operaio di frontiera: dal primo al secondo dopoguerra, Friuli Occidentale. La storia, le storie, Pordenone, 2006
#1943 #1944 #AndreaBortolin #CastelnuovoDelFriuliPN #destra #donna #esecuzione #fascisti #Francia #ftp #GianLuigiBettoli #guerra #Luisa #MarioLizzero #medaglia #oro #partigiani #Pordenone #provincia #Resistenza #RisieraSanSabba #settembre #Spilimbergo #staffetta #Tagliamento #tedeschi #Tolone #Trieste #VirginiaTonelli

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Sony BRAVIA Theatre: nuova linea Home Audio per un cinema perfetto a casa


Sony BRAVIA Theatre debutta ufficialmente: la nuova linea Home Audio punta su audio immersivo e soluzioni avanzate per portare il cinema direttamente a casa
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Sony ha annunciato i nuovi prodotti audio BRAVIA Theatre e i TV BRAVIA 3 II e BRAVIA 2 II. La nuova linea Theatre include BRAVIA Theatre Bar 7 e BRAVIA Theatre Bar 5, oltre agli altoparlanti opzionali come BRAVIA Theatre Sub 9, BRAVIA Theatre Sub 8 e BRAVIA Theatre Rear 9.Questi nuovi prodotti sono progettati e realizzati per creare un campo surround più ampio e coinvolgente, per un impatto cinematografico più intenso. Il TV BRAVIA 3 II è un LED di fascia media, disponibile in dimensioni fino a 100 pollici, per un'esperienza da grande schermo a casa. Il nuovo modello entry, Bravia 2 II,sarà invecedisponibile da 43" a 75" pollici.

Le nuove Soundbar Sony


La nuova BRAVIA Theatre Bar 7 presenta un design compatto ma potente, dotato di nove unità di altoparlanti, tra cui speaker up-firing dedicati (rivolti verso l'alto) e speaker laterali che creano un campo sonoro notevolmente più ampio. Grazie alla tecnologia 360 Spatial Sound Mapping, proprietaria di Sony, la Theatre Bar 7 offre un audio surround avvolgente in stile cinematografico, insieme a un audio calibrato sulla base della stanza per un'esperienza di ascolto ottimizzata. La configurazione può essere ulteriormente migliorata aggiungendo subwoofer e altoparlanti posteriori per bassi più profondi e un'esperienza surround più ricca. Questi accessori consentono, inoltre, di godersi i contenuti IMAX Enhanced al massimo del loro potenziale.
Soundbar Sony Theatre Bar 7 Soundbar Sony Theatre Bar 7
BRAVIA Theatre Bar 5è un sistema a 3.1 canali dotato di un subwoofer wireless, in grado di offrire bassi potenti, dialoghi chiari e un eccellente equilibrio tra prestazioni e rapporto qualità-prezzo. S-Force PRO Front Surround, Vertical Surround Engine e l'esclusiva tecnologia di up-mixing di Sony creano un suono surround avvolgente, tridimensionale e coinvolgente, per film e programmi TV.
Soundbar Sony Theatre Bar 5Soundbar Sony Theatre Bar 5

Circondati dal suono


​Per completare ulteriormente l'esperienza home cinema, i nuovi subwoofer e altoparlanti posteriori di Sony aggiungono bassi profondi e un suono surround avvolgente e si integrano perfettamente ai modelli BRAVIA Theatre compatibili.
BRAVIA Theatre Sub 9BRAVIA Theatre Sub 9
Caratteristiche comuni a BRAVIA Theatre Sub 9 e BRAVIA Theatre Sub 8: dotati di grandi unità driver, offrono bassi potenti e profondi che consentono di percepire e vivere appieno le profondità nascoste del suono nei film. Per la prima volta nella serie BRAVIA Theatre, è supportato il collegamento con doppio subwoofer.

  • BRAVIA Theatre Sub 9: è dotato di due driver da 200 mm. I due driver contrapposti dotati di vibration cancelling riducono la distorsione e garantiscono bassi potenti e di alta qualità, che si estendono fino alle frequenze ultra-basse;
  • BRAVIA Theatre Sub 8: dotato di un driver da 200 mm, offre una riproduzione dei bassi profonda e accurata, anche alle frequenze più basse;
  • BRAVIA Theatre Rear 9: dotato di grandi altoparlanti up-firing da 80 mm con emissione verso l'alto che migliorano le prestazioni del canale posteriore e potenziano l'esperienza immersiva del suono spaziale a 360°, creando più altoparlanti fantasma.


BRAVIA 3 II


Oltre alla nuova linea di prodotti audio, Sony amplia anche la sua gamma di televisori con il BRAVIA 3 II, un TV di fascia media disponibile in dimensioni fino a 100 pollici. Dotato del processore XR presente nei televisori premium di Sony e della tecnologia XR Triluminos Pro, il BRAVIA 3 II offre un'ampia gamma cromatica, che consente riproduzione naturale dei colori, contrasto ricco e dettagli raffinati. BRAVIA, inoltre, collabora con MediaTek per offrire una riproduzione dell'immagine delicata e finemente dettagliata, e i suoi televisori supportano Dolby Vision/Atmos e DTS:X per la massima qualità cinematografica dell'immagine e del suono. BRAVIA 3 II supporta anche il 4K a 120 Hz e offre quattro porte HDMI 2.1, rendendolo ideale per i videogiochi.
TV Sony BRAVIA 3 IITV Sony BRAVIA 3 II
Per migliorare ulteriormente l'esperienza utente, il BRAVIA 3 II è dotato di un telecomandodi nuova concezione che risponde ai feedback degli utenti, grazie a un design ottimizzato dei pulsanti, forme distinte/differenziate e una chiara spaziatura per una navigazione tattile più facile. Inoltre, la funzione Remote Finder consente a tutti, comprese le persone con disabilità visive, di individuare facilmente il telecomando.

BRAVIA 2 II


BRAVIA 2 II è un ottimo punto di ingresso al mondo della qualità visiva. Questo TV racchiude numerose funzionalità essenziali che lo rendono il compagno ideale per emozionanti serate all'insegna del cinema: anche i vecchi classici in HD sono portati in alta definizione 4K, mentre la compatibilità con Dolby Atmos e DTS:X garantisce un’esperienza audio coinvolgente. Grazie all’integrazione con Google TV e Sony Pictures Core, la TV offre sempre una vasta scelta di contenuti ed è facile da usare. BRAVIA 2 II sarà disponibile in dimensioni che vanno dai 43’’ ai 75’’ pollici.
TV Sony BRAVIA 2 IITV Sony BRAVIA 2 II

Disponibilità


Le soundbar Sony sono già disponibile mentre i TV Bravia saranno disponibili il prossimo mese di maggio.

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ForkLift 4.6: tag più veloci e strumenti personalizzati in un clic


ForkLift 4.6 per macOS migliora la gestione dei tag con completamento automatico e suggerimenti inline, e permette di aggiungere strumenti personalizzati alla barra degli strumenti con icona dedicata.
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ForkLift, il file manager a doppio pannello per macOS, arriva alla versione 4.6 con alcune novità pratiche per chi gestisce archivi di file numerosi o lavora con flussi operativi ripetitivi.

La parte più sostanziale riguarda la gestione dei tag. Il campo di inserimento nel pannello laterale ora suggerisce i tag mentre si digita, attingendo alla lista configurata nelle impostazioni, e può essere espanso per visualizzare tutti i tag assegnati a un file. È inoltre possibile nascondere tag specifici dalla barra laterale e assegnarli direttamente da lì, senza aprire finestre aggiuntive. Lo stesso sistema di completamento automatico funziona nel pannello di anteprima e nella finestra informazioni.

L’altra novità riguarda la barra degli strumenti: adesso è possibile aggiungere strumenti personalizzati direttamente in cima all’interfaccia, con icona dedicata, per eseguirli con un solo clic. Per chi usa ForkLift anche come client per trasferimenti remoti e ha routine consolidate, può fare una certa differenza.

Completano l’aggiornamento vari miglioramenti minori e correzioni di bug.

ForkLift 4.6 è disponibile su Mac App Store e tramite acquisto diretto dal sito di BinaryNights.

SOURCE:// blog.binarynights.com