8. Faial (seconda parte): l’Oceano spaventoso e le balene
L’incontro con le balene che mi ha cambiato nel profondo.spreaker.com/show/6745559/epis…
A un certo punto io mi sento male, tanto male. Il cielo è grigio, l’oceano è grigio. Per la prima volta non vedo più il mare come qualcosa di bello o divertente, ma come la cosa spaventosa che i marinai del passato raccontavano. L’animo, in un certo senso, non si riprenderà mai. Credo che solo chi ha vissuto questa esperienza possa capire di cosa parlo.
Ero quasi alla fine del viaggio a Faial e l’isola mi aveva già rapito il cuore, anche se non sembrava un posto ideale in cui vivere per le mie esigenze. Horta però poteva essere il fattore che avrebbe cambiato tutto.
Horta è la città capoluogo di Faial e nelle isole del gruppo centrale delle Azzorre ha una certa importanza; non perché sia grande, ma perché è la più grande dopo Angra do Heroismo, che però è sull’isola di Terseira.
Da diverse guide Horta viene descritta come una città cosmopolita e dall’animo vivace. Era ora di vedere se le informazioni che avevo trovato sulla città fossero vere.
[Registrazione dal vivo]
[Horta è una ] piccolissima città in cui però non manca niente, comprese le biciclette, ad esempio. No, però, a parte le battute, non manca veramente niente. C’è la farmacia, ci sono tutti i beni di qualsiasi necessità, anche elettronici…c’è davvero di tutto. L’atmosfera della città è davvero abbastanza cosmopolita. Questo perché deriva dalla storia della città che a sua volta deriva da dove si trova la città nell’oceano.
Se guardate il punto dove si trova, vedrete che è proprio nel mezzo dell’oceano. Da qui alle coste americane parliamo solamente di 3800 km e qui, nei secoli 17º e 18°, venivano i balenieri americani, per cui venivano qui proprio per fare provviste, perché queste erano le rotte, appunto, che battevano in caccia di balene e mentre facevano provviste reclutavano anche uomini. Questo ha creato un certo tipo di scambi e nei secoli le persone venivano qui anche proprio per diciamo arruolarsi in queste navi, ecco, per prendere parte a queste spedizioni della caccia della balena.
[Fine registrazione dal vivo]
Il clima è uno degli elementi più importanti nella mia ricerca di una nuova casa. Gli sbalzi di umidità e temperatura sono proprio quelli che vorrei evitare. Qui a Faial ce ne sono in abbondanza, ma stranamente non mi sento così male come starei in Emilia.
Forse sono l’aria pulita e il vento a migliorare le cose.
Dovrò rifletterci su e vedere cosa succede nei prossimi giorni. Le nuvole si muovono in maniera velocissima, quindi il tempo cambia repentinamente. Questa mattina ero sulla caldera al centro dell’isola di Faial. E parliamo di un migliaio di metri di altitudine e c’erano 9°, quindi decisamente freddo, quantomeno per il tipo di abbigliamento che avevo portato io, che non era proprio perfetto per quella temperatura, ed ero un po’ preoccupato. Adesso qui a Horta, ore 15:30, siamo sopra i 20°, quindi molto ventilato, ma siamo sopra i 20°, quindi davvero venite attrezzati un po’ per tutti i climi pure qui, a meno che non sia proprio luglio e agosto. In quel caso pensate all’estate italiana.
A Horta si vedono immagini di balene ovunque, dai negozi alle statue, ai murales in giro per la città. Hanno smesso di cacciarle nell’85, ma i più anziani se lo ricordano ancora bene. Non vedono la caccia alla balena come qualcosa di brutto.
Sono le stesse persone che fino all’85 restavano appostate nelle guardiole sulle colline, avvistando gli sbuffi dei cetacei con il binocolo. Poi usavano un sistema ingegnoso per capire a che distanza dalla costa si trovasse l’animale e in che direzione. Così potevano comunicarlo via radio alle baleniere che aspettavano di sapere dove andare per aumentare le probabilità di caccia. Per queste persone la caccia alla balena era semplicemente un lavoro, una cosa normale. Qua là per la città ci sono ancora delle targhe di bronzo che ricordano le imprese di persone morte o ferite durante le spedizioni in mare che potevano durare anche settimane.
Alcuni dei vecchi avvistatori di balene ora sfruttano le vecchie guardiole di cemento sulle colline per poi far sapere alle barche dei turisti dove siano i cetacei. Tutto questo mi disturba un po’, ma io non sono azzorriano. Non posso sapere cosa voglia dire vivere qui, magari con l’angoscia del tirare avanti, del dovere trovare un lavoro che non esiste, che non c’è.
Nel paese vicino a Horta, Porto Pim, c’è una delle spiagge più belle dell’arcipelago, di sabbia chiara, con il mare calmo e color smeraldo.
A ridosso della spiaggia si vede chiaramente un edificio particolare con una ciminiera. È un museo che si chiama Fabbrica della balena, Fabrica da Baleia, in portoghese.
Effettivamente è questo che era fino all’85, un posto in cui si fabbricavano prodotti a base di balena. Ne esco disgustato. I filmati che vengono proiettati sono molto crudi. In quelle immagini non riesco a cogliere un giudizio e sento che mi manca. Vorrei vederlo, ma non lo trovo. Semplicemente quei filmati mostrano le cose com’erano insieme a tutti gli oggetti che si trovano nel museo. Ganci per le carni, altoforni, antiche scatole di prodotti in cui si legge chiaramente la parola “balena” e altre cose di questo tipo.
Quando la nave arrivava con la carcassa la fabbrica era tutta un fermento, fino a quando non ne uscivano scatole o bottiglie di prodotti vari. Il grasso di balena diventava un lubrificante, la carne una prelibatezza e le ossa, trattate in un certo modo facevano la funzione di quella che oggi è la plastica. Si potevano modellare in tante forme diverse e restavano comunque flessibili.
Non voglio giudicare queste attività che appartengono a un’epoca che non c’è più. Allora, molte famiglie sopravvivevano grazie a questo. Resta il fatto però che
oggi si sta male visitando questo museo e mi dico che nella mia casa ideale tutto questo non dovrebbe esserci.
Esco da quel museo con piacere, ma ora vedo la spiaggia con occhi diversi.
Ho appena visto le immagini di quando l’acqua non era così bella, ma si tingeva di rosso. Ho visto come le balene venivano buttate sulla sabbia e fatte a pezzi per essere portate più facilmente dentro la fabbrica.
Devo assolutamente scacciare dalla mente le immagini dei capodogli massacrati. Credo che il modo migliore per farlo sia quello di ricordarmeli da vivi e allora prenoto un’uscita in mare per l’avvistamento dei cetacei, il famoso whale watching. Mi aggrego ad un piccolo gruppo contrattando orari e prezzo direttamente sul molo del porto di Horta dove c’è chi organizza queste uscite in mare.
Partiamo con un gommone da sei posti così veloce che l’aria è tantissima, fredda e frastornante. Non immaginavo una cosa del genere, ma ormai sono qui avvolto negli impermeabili in dotazione e in compagnia di sconosciuti.
A due di loro, tra l’altro, sto affidando la mia vita.
Mi hanno addirittura fatto firmare una liberatoria nella quale ho accettato il fatto che il mare è un luogo ostile e nessuno si assume la responsabilità di quello che potrebbe accaderti.
Ci fermiamo in un punto vicino all’isola per vedere alcuni delfini curiosi. Quando la barca si ferma sono loro che si avvicinano spontaneamente. Vogliono davvero vedere chi siamo. Mi osservano di sbieco mentre ci girano attorno con le loro acrobazie. In questo momento le parti sono ribaltate. L’attrazione turistica sono io e ne sono felice.
Per le balene è diverso, non è detto che le vedremo. Restiamo in mare per 3 ore, spostandoci continuamente per osservare la zona e poi ripartire. Tra sonar calati in acqua e passaparola tra le imbarcazioni,
finalmente troviamo le balene. La prima cosa che si avverte è il loro respiro, il più forte che io abbia mai sentito, anche più forte di quello degli elefanti. Bisogna abituarsi un po’ prima di riuscire a vedere la loro pinna dorsale scura negli avvallamenti fra un’onda e l’altra. Vedere le balene è un’emozione unica e un privilegio.L’atmosfera è quella di un’esperienza mistica. Tutti restiamo in silenzio, concentrati.
Si sentono solo tre suoni: acqua, macchine fotografiche e balene.
Pochi secondi e i capodogli alzano le loro enormi code in un gesto elegante mentre si immergono per cacciare. Ora sì che le vediamo bene. Ripartiamo per cercarne altre.
A un certo punto io mi sento male, tanto male. Il cielo è grigio, l’oceano è grigio e anche se è calmo, quelle poche onde bastano farci dondolare in tutte le direzioni. La barca, oltretutto, ruota su se stessa quando è ferma. Non possiamo accendere il motore per non spaventare le balene e quindi la barca è ancora più instabile.
Ci siamo allontanati molto da Faiale infatti vedo che l’isola è molto piccola sulla linea dell’orizzonte ed è l’unica cosa che si vede a parte l’acqua. Per il resto nulla di nulla. Davvero non avevo idea che ci saremmo allontanati così tanto.
Questa distesa d’acqua è così vuota e così sconfinata che il malessere diventa anche psicologico. Una cosa è sapere che l’oceano è grande, altra cosa è sperimentarlo.
Quando torniamo sulla terraferma ho un colore bianco pallido e mi serviranno diverse ore per riprendermi. L’animo, in un certo senso, non si riprenderà mai.
Per la prima volta non vedo più il mare come qualcosa di bello o divertente, ma come la cosa spaventosa che i marinai del passato raccontavano. Credo che solo chi ha vissuto questa esperienza possa capire di cosa parlo.
Dopo l’esperienza di avere visto l’oceano aperto con i miei occhi, il pensiero va proprio a chi è stato costretto o costretta a vivere questa esperienza in condizioni peggiori rispetto a me. Sto parlando di tutti i migranti che arrivano a El Hierro o a Lampedusa, ammesso che riescano ad arrivare. Quelle persone ancor prima di arrivare in Italia nessuno le vuole. Si vorrebbe che morissero in mare, che poi è quello che succede spesso.
Eppure è una cosa così naturale migrare, non lo dico perché lo sto facendo io stesso, ma perché la natura non conosce i confini degli uomini, non li conoscono le balene, non li conoscono tutte le altre specie che si spostano nell’Atlantico.
E allora perché per gli esseri umani deve essere tutto così complicato?
E perché nel nostro paese non vogliamo capire che le migrazioni si inseriscono in questi ritmi naturali, che la vita stessa ci richiede? Siamo stati convinti che queste poche persone siano la fonte di tutti i nostri problemi. Ecco perché. Ma se guardiamo i numeri delle migrazioni capiamo facilmente che la realtà non è quella che ci viene descritta.
Provo una sensazione strana, quasi di vergogna per questa migrazione che io sto organizzando con calma, con divertimento e con la gioia di esplorare nuovi posti, mentre per altri è un obbligo e spesso un’urgenza.
Migrare può significare sopravvivere, non farlo significa soccombere.
Il mio è un privilegio, ecco che cos’è. E non c’è ragione perché io lo meriti e altri no.
Spero di trovare un posto dove stare bene, ma soprattutto con una mentalità diversa. Non vorrei mai trovare l’accoglienza che in Italia riserviamo a chi cerca una vita migliore.
Qui a Horta nel corso dei secoli, si è generata una tradizione davvero singolare, ossia i naviganti che passavano di qui, prima uno e poi sempre di più, hanno iniziato a lasciare un disegno che ricordava, diciamo così, il loro passaggio e in alcuni casi le loro imprese. E poi questa cosa si è diffusa tantissimo, tant’è che oggi i disegni sono migliaia, alcuni sono anche molto belli.
Vorrei lasciare qualcosa anch’io, ma non sono un marinaio.
Il mio disegno sarà un podcast. Spero che un giorno potrò tornare a Horta, come fanno i naviganti, per registrare una nuova puntata, per ricoprire il vecchio disegno con qualcosa di nuovo.
Gli equipaggi delle barche che arrivano in porto si fermano al bar Peter che è vicino alla zona dove attraccano. Non importa se l’oceano sia agitato oppure no, li trovi tutti lì. Mentre parlano tra loro senti diverse lingue.
C’è chi cerca un equipaggio e chi si offre come mozzo. Chi non riesce a trovare subito un accordo lascia comunque la sua traccia. Sulle pareti del caffè Peter ci sono post-it e messaggi in ogni forma e colore.
Qualcuno chiede un passaggio per Madeira o per Capoverde o per tornare in Europa. Altri, più semplicemente, vogliono solo lasciare Faial, dove sono stati diversi mesi, magari per tornare in Canada o negli Stati Uniti. Altri ancora offrono un passaggio per il Sudafrica a chiunque sappia cucinare e pulire.
Mi sono chiesto più volte se anch’io potrei vivere così, cambiando la mia casa di continuo, pensandoci bene, però credo di no.
Sto invecchiando e mi piace costruire legami, pochi forse, ma buoni.
E poi con le mie patologie ci si sente più fragili, si ha bisogno di aiuto. Vivendo così, con il clima che cambia continuamente non starei mai bene. È arrivato il momento di salutare Faial e anch’io me ne vado per mare.
Sono diretto a Sao Jorge, la strana isola alta e lunga che ho visto da lontano in tutti questi giorni.
Faial mi ha incantato come soltanto le isole Azzorre sanno fare. Mi è piaciuta così tanto che credo di ritornarci prima o poi, ma non è il posto che sto cercando. È ancora più piccola di El Hierro e comunque è troppo umida per poterci vivere bene. E poi ci sono grandi vulcani e i terremoti potrebbero essere frequenti. Spero che a Sao Jorge andrà meglio.
Viaggio tra le isole d’Europa per trovare un posto dove il cuore vuole stare e il corpo non fa male. So che esiste, devo solo trovarlo. Se anche tu ami viaggiare o sogni di cambiare vita, seguimi in questo lungo viaggio verso casa.
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Julian Del Vecchio
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