Ascesa e caduta di Giorgio Bruni
C’era una volta un giovane. Prima di essere un giovane, fu un bambino a cui venne dato il nome di Giorgio, Giorgio Bruni se si aggiungeva anche il cognome paterno.
Giorgio Bruni era un bambino spensierato che, un giorno, durante la gita di quinta elementare in una stamperia prese un’importante decisione: da grande sarebbe diventato uno scrittore.
Passarono gli anni e il piccolo Giorgio divenne un ragazzo magrolino. Fu preso di mira dai bulli alle medie, ma al liceo riuscì a trovare una classe che lo accolse e lo fece sentire parte del gruppo. Terminate le superiori, si iscrisse all’università: facoltà di lettere e frequentò spesso corsi di scrittura creativa.
Scriveva in ogni momento libero della giornata, alle volte saltando anche la cena per cercare di perfezionarsi il più possibile. Ma niente, era sempre snobbato dagli editori. E quando si metteva nelle mani di editori a pagamento a malapena riusciva a vendere copie oltre a quelle che compravano mamma e papà.
Iniziò a lavorare in un negozio di abbigliamento, faceva turni piuttosto pesanti e lunghi, ma ogni volta che tornava a casa scriveva.
Un giorno conobbe una ragazza, Raffaella. Lei si innamorò subito, un colpo di fulmine. Lui quasi non si accorse di lei, troppo intento a sistemare gonne e abiti, troppo preso dal pensiero del prossimo testo da scrivere. Raffaella iniziò a frequentare più spesso il negozio in cui lavorava Giorgio con la speranza che si accorgesse di lei. Passarono i mesi, ma Giorgio proprio non la vedeva, almeno non come voleva lei. Così, Raffaella prese in mano la situazione e gli chiese se gli andasse di uscire insieme.
Era la terza volta che Giorgio riceveva una richiesta del genere – la prima da una compagna delle medie, la seconda durante l’università; entrambe le ragazze ricevettero un rifiuto – ma questa volta rimase spiazzato: forse gli ormoni, sopiti fino a quel momento, si erano improvvisamente riattivati, forse fu solo la stanchezza della giornata, ma le rispose di sì.
Si incontrarono qualche ora dopo, sui tavolini di un caffè, non lontano da dove Giorgio lavorava. Lei cercò di farlo parlare, lui per lo più rispondeva a monosillabi, girando distrattamente il cucchiaio nell’aranciata. Raffaella si arrabbiò tanto da svegliarlo dalla sua distrazione. Con le guance calde, Giorgio si scusò e le spiegò: da anni voleva fare lo scrittore, non era mai riuscito ad avere successo e ora sembrava aver perso ogni ispirazione, tanto da non essere riuscito a scrivere nulla negli ultimi due mesi. Ne parlarono un po’, per qualche ora, a dir la verità, tanto da attirarsi spesso le occhiatacce di Lello, il proprietario del bar, che riuscì a cacciarli solo mezz’ora dopo l’orario di chiusura, quando ormai era tutto già lavato e in ordine, fatto salvo per il loro tavolino.
Giorgio e Raffaella tornarono nelle rispettive case, ma si scambiarono il numero di telefono. In quelle ore, su quel tavolino si scambiarono vicende vissute, vecchi amori, rimpianti, gioie, tristezze, tanto che Giorgio ritrovò l’ispirazione.
Si chiamavano spesso, Giorgio e Raffaella, tanto spesso che un giorno si chiesero se, ormai, non fossero qualcosa in più che semplici amici: le amiche di lei glielo avevano già detto già da tempo che, guardandoli, si capiva che c’era qualcosa di più. Tutti l’avevano capito, tutti tranne loro due.
Così ufficializzarono la relazione e Giorgio riprese a scrivere quotidianamente, ma ritagliando del tempo solo per Raffaella. Il successo, tuttavia, stentava ancora ad arrivare.
Un giorno Raffaella telefonò a Giorgio, ma la sua voce era un po’ più cupa del solito. E mentre parlava, tentennava, sembrava ci fosse qualcosa che non riuscisse a dirle. Giorgio chiuse la chiamata, prese giubbotto, portafogli e chiavi di casa e, in sella alla sua fedele bicicletta, si precipitò da lei. Rimase davanti al citofono per un po’, premendo il pulsante diverse volte prima che il portone del palazzo si aprisse. Arrivò al pianerottolo di Raffaella e trovò la porta aperta. Raffaella era seduta su uno sgabello della cucina, in lacrime. Giorgio si guardò intorno: la casa era in ordine. Confuso, si avvicinò mettendole una mano sulla spalla. Tra i singhiozzi, lei gli disse qualcosa, ma lui non capì. Preparò un tè e Raffaella, ripresasi, riuscì a dirle tutto: era incinta.
Giorgio perse la presa sulla tazzina che gli cadde sui pantaloni. Il tè, ancora caldo, gli stava scaldando le gambe, ma era troppo incredulo dalla notizia per darci peso.
Raffaella era preoccupata. Giorgio non rispondeva, sembrava assente. Lo toccò e lui si riprese, come da un sogno lunghissimo.
Gli occhi di lei erano nuovamente pieni di lacrime: gli disse che se non l’avesse voluto lei lo avrebbe capito, ma lei non avrebbe mai abortito; si sentiva già mamma. Piuttosto l’avrebbe lasciato.
Giorgio la baciò e la rassicurò: diventare padre insieme a lei sarebbe stato bellissimo.
Nove mesi dopo nacque Roberto, un bimbo paffutello dai capelli rossi e gli occhi verdi. Giorgio aveva cambiato lavoro, faceva il magazziniere: gli orari erano simili a quelli che aveva nel negozio di abbigliamento, ma la paga era migliore. Alla nascita del bambino, prese il congedo di paternità e, mentre il bambino dormiva, scriveva. Ma il successo ancora non si faceva vedere.
Quando Roberto aveva cinque anni, successero due cose importanti: Raffaella rimase nuovamente incinta e un editore si interessò a un libro di Giorgio. Era un editore minore, specializzato in romanzi di fantascienza, ma era comunque il primo editore a interessarsi a un suo lavoro.
Il romanzo ebbe successo, prima col passaparola nelle fiere, poi con l’acquisizione dei diritti di pubblicazione da parte di un editore più importante. Divenne il romanzo di fantascienza più venduto dell’anno e rimase nelle classifiche dei 10 libri più venduti per qualche mese.
Giorgio era felicissimo: finalmente il suo sogno si era realizzato. Continuò a scrivere, mentre veniva invitato in vari programmi televisivi, concedeva interviste a vari giornali e partecipava ad ospitate in radio.
La famiglia cambiò casa in vista della nascita di Angelica, la seconda figlia.
La famiglia viveva in una bella villa non lontano da Milano, con un grosso cortile e un’alta siepe a delimitare la proprietà. I paparazzi erano sempre appostati fuori dal cancello, speranzosi di rubare una foto esclusiva da vendere a qualche giornale.
Di tanto in tanto, i paparazzi vedevano Giorgio uscire dal cancello di servizio, su un’auto anonima. Lo scrittore guidava per qualche chilometro, si fermava in un parcheggio, cambiava auto, nuovamente guidava per qualche chilometro, poi, in sella ad una moto, spariva dalla loro vista nel traffico cittadino. Nessuno sapeva esattamente dove andasse, né cosa facesse. Spariva per un paio d’ore, poi faceva ritorno alla seconda macchina, tornava a recuperare la prima e poi tornava a casa. Per anni tentarono di scoprire cosa facesse, ma nessuno riuscì mai a intercettarlo, anche provando ad anticiparlo sul percorso. Un giorno tentarono anche di sabotare la seconda auto per rallentarlo: lui non riuscì a far partire la macchina e tornò a casa. Il giorno seguente tornò con una grossa valigetta piena di attrezzi, sistemò l’auto e riprese il suo strano viaggio.
Quando gli veniva chiesto, nelle varie interviste, cosa facesse, lui rispondeva che, semplicemente, si rifugiava in un posto segreto, lontano da tutti, dove meditare e cercare la tranquillità mentale necessaria a scrivere nuovi capolavori.
E Giorgio scriveva capolavori: scriveva di storie tra fantascienza e fantasy e ognuna era un successo. Ebbe una produzione vastissima: in dodici anni pubblicò otto romanzi, due raccolte di racconti e fu produttore di un film tratto da uno dei suoi libri. Nel frattempo, con Raffaella ebbe altri due figli: Samuele e Marco.
Poi, improvvisamente, la qualità diminuì leggermente: le idee non erano più innovative come un tempo. Le vendite erano buone, più per il suo nome che per le trame dei romanzi.
Un secondo film, tratto da uno dei suoi romanzi più di successo, fu bocciato dalla critica e il pubblico lo accolse altrettanto freddamente: fu un flop.
Giorgio si ritirò per un po’ dalla vita pubblica. I paparazzi erano sempre fuori dalla villa, cercando di intercettarlo dalle finestre, ma lui non si faceva vedere mai. Uscì ancora un paio di volte per il suo giro misterioso, ma dopo qualche mese, smise anche quell’abitudine. Viveva ormai come un recluso, tanto che dopo un po’, quasi ci si scordò di lui.
Giorgio Bruni, da poco diventato nonno – sua figlia Angelica aveva da poco avuto due gemelli – tornò sulla cresta dell’onda nel trentennale della pubblicazione del suo primo romanzo. Per l’occasione, venne pubblicata una versione rivisitata di quel romanzo e un nuovo libro inedito, che ebbe un successo clamoroso, tanto da vincere premi oltre Oceano e da suscitare l’interesse anche di un produttore di Hollywood.
I paparazzi si appostarono nuovamente fuori dalla sua villa per scattare foto a lui o alla sua famiglia, ma anche speranzosi che qualche VIP internazionale potesse passare di lì per chiedere una parte nel nuovo film. Si accorsero, però, che Giorgio aveva ripreso il suo vecchio giro.
Un paparazzo, tuttavia, riuscì a seguirlo per tutto il suo giro e scoprì che si fermava in una zona piuttosto malfamata di Milano, un quartiere noto per lo spaccio di sostanze stupefacenti e frequentato da gente che definire losca era riduttivo.
Riuscì a scattare delle foto, ma i volti non erano ben visibili, per la distanza e la penombra.
Riuscì comunque a piazzarle a un buon prezzo: le acquistò un giornale scandalistico, di quelli che si trovano abitualmente nelle sale d’aspetto, di quelli che si leggono in mancanza di altro da fare. Da delle foto così sgranate e sfocate sarebbe potuto sembrare chiunque, ma l’articolo a corredo sosteneva che sì, l’uomo ritratto a fare affari loschi era Giorgio Bruni, scrittore di fama ormai internazionale.
La cosa scemò in poco tempo, anzi, la notizia nemmeno si diffuse molto.
Ma la pulce ormai era viva e nell’orecchio di alcuni e la polizia iniziò le indagini.
Erano indagini informali, all’inizio: sentirono il paparazzo, andarono, in borghese, nella zona delle fotografie e cercarono la persona da cui Giorgio aveva comprato qualsiasi cosa avrebbe comprato. Per i primi mesi, tutto rimase in stallo e il fascicolo venne archiviato.
Nel frattempo Giorgio pubblicò un altro romanzo, meno bello del precedente, ma dai risultati comunque eccezionali.
Una sera, venne lasciato fuori da un pronto soccorso, sanguinante e con diverse ossa rotte. Ai medici che lo presero in cura disse di essere stato pestato, ma non sporse denuncia. La polizia, però, decise di riaprire il fascicolo e tornò a indagare. Questa volta la pista fu migliore: trovarono l’uomo che aveva venduto sostanze a Giorgio e le indagini accelerarono. Tanto che, una mattina, la polizia si presentò fuori dalla villa e prese Giorgio in custodia.
Nessuno rilasciò dichiarazioni e le note del giudice furono piuttosto vaghe.
Il giorno dell’udienza preliminare, la sala del tribunale era piena: da ogni parte d’Italia e persino da alcuni paesi esteri erano arrivati sostenitori, curiosi e anche qualcuno che Giorgio Bruni non l’aveva mai sopportato, giudicando come sospetto il suo inaspettato e incredibile successo. Il clima era teso, ma nessuno diede problemi.
Ci fu un gran vociale e molte fotocamere scattarono quando Giorgio Bruni, manette ai polsi, venne fatto entrare da una piccola porta laterale dell’aula. Qualcuno gridò il suo sostegno, qualcuno gridò un insulto, qualcuno urlò di fare silenzio.
Entrò il giudice, una donna di mezza età con i capelli rossi raccolti in una crocchia tenuta su da una matita rossa.
Si sedette e sbatté il martelletto, chiedendo ordine e silenzio in aula.
Poi, prese la parola l’accusa.
«Signor Giorgio Bruni, lei è qui oggi con un’accusa gravissima. Tutti ormai la conoscono, sanno del suo successo, delle sue opere e conoscono tutto della sua famiglia. Tuttavia, per anni, lei ha intrapreso dei misteriosi viaggi, cambiano mezzo più volte, tentando di far perdere le sue tracce e di lasciare indietro eventuali pedinatori – pedinatori che, in ogni occasione, hanno sempre fallito nel tentativo di inseguirla. Tranne una volta, un’unica volta che ha iniziato una sequenza di eventi che ci ha portati qui, in questa aula di tribunale. Io qui, in platea, e lei su quello scomodo sgabello di legno, dietro il banco degli imputati. L’accusa è tuttora ignota ai più, ma sia io che lei che il suo avvocato difensore che la giudice Ribotta ne siamo a conoscenza.»
Durante l’arringa, Giorgio teneva gli occhi bassi: non aveva il coraggio di guardare l’avvocato dell’accusa, né quelli del pubblico, né quelli di Raffaella, dei loro figli e dei nipoti, tutti seduti in prima fila, dietro l’avvocato della difesa.
«Avvocato Fiorella, se può per cortesia arrivare al punto…» chiese, già stanca, la giudice Ribotta.
«Ma certo, mi perdoni. Signor Bruni, l’accusa che le viene mossa è l’acquisto di sostanze allucinogene.»
Nella sala scese il silenzio, interrotto solo da qualche colpo di tosse involontario.
«Tuttavia» continuò sogghignando l’avvocato Fiorella «recenti indagini hanno rivelato dell’altro. Gli interrogatori di sua moglie hanno portato alla luce un’altra, scioccante verità. Le sostanze allucinogene non erano per lei. Quelle sostanze, lei le somministrava ai suoi figli per poi sfruttare i lor viaggi lisergici come spunto per i suoi romanzi! Non solo! Di recente avrebbe fatto la stessa cosa con i suoi nipoti, i figli di sua figlia!»
Il pubblicò sussultò. Poi ci fu un diffuso mormorio. Chi prima lo aveva insultato, riprese a insultarlo. Chi aveva chiesto il silenzio, si unì agli insulti. Chi lo sosteneva, ora era in silenzio, incredulo.
Raffaella aveva la testa bassa e le lacrime le stavano bagnando le mani che tenevano in grembo una nera borsa di pelle. Roberto, Angelica, Samuele e Marco guardarono la loro madre, increduli e furiosi. Lei non riuscì ad alzare la testa e tutti e quattro uscirono dall’aula, seguiti dai rispettivi partner e figli.
La giudice Ribotta sbatté il martelletto fin quasi a romperne il manico.
«Ordine! Ordine! Silenzio in aula! Sedetevi, sedetevi! Ordine!»
Ci volle qualche minuto prima che la folla si calmò nuovamente e tornò a sedersi composta. Il mormorio non si placò.
L’avvocato Fiorella riprese a parlare.
«Signor Bruni, queste sono le accuse che le vengono mosse. Il pubblico in aula sembra aver già deciso, ma la parola ora sta a lei.»
«Signor Bruni, come si dichiara?» chiese la giudice Ribolla voltandosi verso l’imputato.
Giorgio rimase fermo.
«Signor Bruni? Come si dichiara? Risponda!» incalzò la giudice.
Giorgio alzò la testa, incrociò gli occhi dei suoi figli, fermi sulla porta e disse al microfono: «Colpevole».
L’idea per questo racconto mi è venuta pensando ad Alice nel Paese delle meraviglie e a tutte le stranezze oniriche che racconta.
Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale e frutto della fantasia dell’autore.
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